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Cinezodiaco - Pesci

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Cinezodiaco - Pesci a cura di Sebastiano Barcaroli e Andrea Fiamma

Illustrazioni di Oscar Diodoro

© Sebastiano Barcaroli - Andrea Fiamma

© Oscar Diodoro per le illustrazioni

© 2026 Burno per questa edizione

Tutti i diritti riservati. Collana Saggistica, 34

Progetto grafco, impaginazione e cover design: Sebastiano Barcaroli

Illustrazione di copertina: Oscar Diodoro

Correzione bozze a cura della redazione

Stampato presso Rotomail Italia S.p.A. Vignate (MI) – MAGGIO 2026

Burno

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

burno.it @burnoedizioni

La casa editrice e gli autori con questa opera intendono assolvere a una funzione di informazione.

A tal riguardo ogni illustrazione originale assolve al compito di omaggio all’importanza del flm, dell’attore, del personaggio o dell’oggetto ritratti.

cura di SEBASTIANO BARCAROLI

illustrazioni di

ANDREA FIAMMA

a
✴
OSCAR DIODORO
✴ IL TUO SEGNO ZODIACALE RACCONTATO CON I FILM ✴

INTRODUZIONE

Il progetto Cinezodiaco nasce dall’idea che i film, come le stelle, abbiano un’influenza segreta su di noi. Non solo ci emozionano, ma parlano a parti diverse del nostro carattere. Ogni segno ha la sua energia, il suo ritmo, le sue emozioni dominanti: e proprio come i pianeti ne influenzano l’indole, certi film sembrano parlare direttamente a quel tipo di sguardo, amplificandone i desideri, le paure, i sogni. C’è chi cerca l’avventura e chi l’introspezione, chi ama perdersi nelle storie d’amore e chi si riconosce solo nei grandi conflitti morali. Cinezodiaco unisce allora due universi che, in fondo, parlano la stessa lingua: quella dei simboli. Come i pianeti, i film ruotano attorno ai nostri stati d’animo, illuminandoli da angolazioni sempre diverse. Ci sono film che risvegliano il coraggio di un Ariete o la nostalgia di un Pesci, commedie che bilanciano la razionalità di una Vergine o drammi che accendono la passione di uno Scorpione. Ogni titolo è scelto non solo per l’oroscopo, ma per l’anima di ogni segno: per quella vibrazione invisibile che lega i segni alle storie.

E dopotutto, non è un caso se nel cinema gli attori si chiamano stelle. Brillano nel buio come costellazioni, disegnano mappe di sentimenti e ci guidano, inconsapevoli, nel grande zodiaco del cinema. Cinezodiaco è questo: un viaggio nel firmamento dei film, per riscoprire – segno dopo segno – che ogni storia ci appartiene, basta solo guardarla sotto la giusta luce. Cinezodiaco è una mappa per orientarsi tra le emozioni, un atlante celeste di immagini in movimento – per scoprire, film dopo film, quanto il nostro cielo interiore assomigli a quello proiettato sul grande schermo.

STORIA DELL’ASTROLOGIA

Dalle stelle dei re alla psiche dell’uomo

L’astrologia è antica quanto lo sguardo umano rivolto al cielo. Prima ancora che nascesse la scienza, prima delle religioni organizzate, gli esseri umani hanno alzato gli occhi verso le stelle cercando un senso. La volta celeste, immensa e regolare, offriva un ordine in mezzo al caos. Le costellazioni divennero narrazioni, i pianeti divinità, e lentamente si formò un sistema simbolico in cui cielo e terra erano specchio l’uno dell’altra.

Prima del linguaggio, il cielo

Molto prima che l’uomo imparasse a scrivere, sapeva già guardare il cielo. Le prime civiltà sedentarie – tra il Neolitico e l’età del Bronzo – osservarono le stelle per motivi pratici: seminare al momento giusto, prevedere le inondazioni, calcolare i cicli di caccia e riproduzione degli animali. Ma ben presto quell’osservazione divenne qualcos’altro. Il cielo non era solo una mappa, ma un messaggio. La regolarità dei corpi celesti dava l’illusione di un ordine cosmico, e dove c’è ordine, l’uomo cerca significato.

Gli allineamenti architettonici di monumenti megalitici come Stonehenge o Nabta Playa ci dicono che già 6000 anni fa si collegavano gli astri al tempo e allo spazio sacro. La luce del solstizio, il sorgere delle Pleiadi, l’alternanza delle fasi lunari: tutto sembrava parte di una danza ordinata, che influenzava la vita sulla Terra. È in questo contesto che nasce la radice più profonda dell’astrologia: il bisogno di decifrare la realtà leggendo le stelle.

Babilonia: la scrittura degli dèi

È in Mesopotamia che l’astrologia diventa un sapere sistematico. I sacerdoti-astronomi babilonesi, attivi già nel secondo millennio avanti Cristo, iniziano a registrare eventi celesti su tavolette d’argilla: eclissi, congiunzioni planetarie, anomalie nel moto della Luna. Ma non si tratta solo di astronomia. A ogni evento veniva associato un possibile presagio. Le Enuma Anu Enlil, compilate tra il XVI e il x secolo a.C., sono enormi raccolte di segni e interpretazioni: se Marte sorge in un certo modo, allora morirà il re; se Giove è eclissato, una carestia colpirà la città.

Il cielo è visto come una tavola su cui gli dèi scrivono il futuro. Ma è un futuro collettivo: riguarda lo Stato, l’esercito, il sovrano. Nessuno chiede ancora cosa accadrà a un individuo. La lettura delle stelle è una prerogativa sacerdotale e politica, e la figura dell’astrologo è strettamente legata al potere.

La grande innovazione babilonese fu la divisione dello zodiaco in dodici segmenti di 30 gradi ciascuno, corrispondenti ai dodici segni zodiacali. Questo sistema, affiancato a tavole di calcolo sempre più precise, gettò le basi per tutto ciò che verrà.

Grecia ed Egitto: l’incontro tra destino e ragione

Quando Alessandro Magno conquista l’Egitto e la Persia nel IV secolo a.C., il sapere mesopotamico incontra quello greco. La nuova città di Alessandria diventa crocevia di astronomi, filosofi e matematici. In questo contesto nasce l’astrologia “ellenistica”, che porta due grandi rivoluzioni. La prima: si inizia a calcolare il tema natale, cioè una mappa personalizzata del cielo al momento della nascita di un individuo. La seconda: l’astrologia entra in dialogo con la filosofia.

I greci non si limitano a interpretare gli eventi: vogliono capire perché. Le dottrine stoiche e neoplatoniche offrono una cornice teorica all’astrologia: il cosmo è un organismo vivente, in cui ogni parte riflette il tutto. I pianeti diventano archetipi. Marte non è solo un corpo celeste: è principio di conflitto, di azione, di desiderio. Venere è armonia, attrazione, piacere. Il cielo non determina meccanicamente: influenza, predispone, riflette. Il testo che più di tutti codifica questo sistema è il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo (II secolo d.C.), in cui l’astrologia viene presentata come una scienza razionale, basata sull’osservazione e sul calcolo. La fortuna del Tetrabiblos sarà tale che resterà il punto di riferimento per quasi 1500 anni.

Roma, Cristianesimo e mondo islamico

A Roma l’astrologia viene adottata con ambiguità. Alcuni imperatori ne fanno largo uso – Augusto fa coniare monete con il proprio segno zodiacale – altri la temono e la reprimono. Ma nel popolo, tra gli artigiani, nelle terme e nei mercati, l’oroscopo personale prende piede. È una forma di consolazione, ma anche di controllo. Con l’avvento del cristianesimo, l’astrologia diventa sospetta. Se Dio è onnipotente e l’uomo ha libero arbitrio, come può il cielo dettare il destino? Alcuni Padri della Chiesa la condannano come stregoneria, ma la realtà è più sfumata. Nei monasteri si continuano a trascrivere testi astrologici, soprattutto per uso medico o agricolo. Nel frattempo, nel mondo islamico, l’astrologia conosce una nuova fioritura. I califfi abbasidi promuovono la traduzione delle opere greche e indiane. Baghdad diventa centro di studio avanzato, e figure come Albumasar, Al-Kindi, Al-Biruni sviluppano teorie raffinate che uniscono astrologia, medicina, matematica e teologia. Saranno proprio questi testi arabi, tradotti in latino a partire dal XII secolo, a reintrodurre l’astrologia nell’Europa medievale.

Il Medioevo e il

Rinascimento: astrologia come sapere integrato

Tra il XII e il XV secolo, l’astrologia torna a essere insegnata nelle università europee. Si studia accanto alla medicina e alla filosofia naturale. I medici calcolano i transiti planetari per stabilire il momento giusto per curare, operare, persino sanguinare un paziente.

Le grandi menti del tempo – Tommaso d’Aquino, Dante, Marsilio Ficino – considerano il cielo una parte del disegno divino, una fonte di simboli da interpretare, non da temere.

Nel Rinascimento, l’astrologia si fonde con l’umanesimo e la ricerca di armonia tra uomo e cosmo. I pittori raffigurano le allegorie zodiacali, gli architetti costruiscono templi secondo i principi dei segni. Ma è anche l’epoca in cui emergono le prime tensioni. Con Copernico, Galileo e Keplero, la rivoluzione scientifica impone nuovi criteri di verifica. Il cielo non è più un messaggio divino: è una macchina matematica. L’astrologia, pur ancora rispettata da molti, inizia lentamente a perdere prestigio.

L’età moderna:

dal

sospetto alla sopravvivenza

Nel XVII e XVIII secolo, l’astrologia esce dall’ambito scientifico e viene relegata ai margini. L’Illuminismo la considera una superstizione. I grandi sistemi di pensiero la escludono, e le accademie la ignorano. Eppure sopravvive. Nei contadini, negli almanacchi, nei calendari popolari, negli oroscopi stampati nelle fiere. La cultura colta se ne allontana, ma il pubblico non smette di crederci. È anche un’epoca di resistenza esoterica. Gli ambienti rosacrociani, massonici, occulti, continuano a studiare l’astrologia come sapere simbolico e iniziatico. Non si tratta più di prevedere il tempo, ma di decifrare l’anima.

Il Novecento: Jung, la psiche e la rinascita simbolica

All’inizio del Novecento, Carl Gustav Jung restituisce dignità all’astrologia. La considera uno strumento per comprendere l’inconscio, una lingua archetipica che parla in simboli, non in predizioni. Il tema natale diventa una mappa dell’interiorità. I pianeti non “agiscono” nel senso fisico, ma rappresentano forze psichiche, parti del sé.

Su questa scia nasce l’astrologia psicologica. In America e in Europa si diffonde un nuovo modo di intendere il cielo: non più come meccanismo causale, ma come specchio. Dane Rudhyar la collega all’astrologia evolutiva, Stephen Arroyo ne esplora il legame con gli elementi della personalità, Liz Greene la unisce alla psicologia junghiana.

L’astrologia torna a essere uno strumento di riflessione, crescita, autoconoscenza. L’oroscopo quotidiano si banalizza nei giornali, ma nel frattempo si sviluppa una comunità seria, fatta di studiosi, counselor, terapeuti che usano il simbolismo astrologico per aiutare a comprendere il proprio percorso.

Oggi: tra spiritualità, algoritmo e identità

Nel XXI secolo, l’astrologia ha ritrovato una sorprendente vitalità. Dopo decenni di marginalità, è riemersa nel dibattito culturale e nella quotidianità, soprattutto tra le nuove generazioni. Non è più soltanto un oroscopo settimanale, ma un linguaggio fluido per raccontare sé stessi, per riflettere sulle emozioni e sulle relazioni, per cercare connessioni in un mondo sempre più incerto. App, podcast, newsletter e profili social propongono contenuti astrologici che mescolano ironia e profondità, simbolismo e cultura pop.

L’oroscopo diventa un pretesto per parlare di ansia, desiderio, cambiamento. Il tema natale non è più un destino scritto, ma una mappa da esplorare.

Al tempo stesso, l’astrologia ha iniziato a dialogare con la psicologia contemporanea, con i linguaggi del femminismo, della spiritualità individuale, dell’inclusione. Alcuni la vedono come una forma di cura simbolica, una narrazione che permette di nominare conflitti interiori, di riconoscere dinamiche ripetitive, di guardarsi con maggiore compassione. Cresce anche l’interesse verso le radici storiche del sapere astrologico: scuole e comunità internazionali riscoprono le tecniche tradizionali ellenistiche e medievali, studiando gli antichi testi con rigore e passione. In questo senso, l’astrologia contemporanea è più stratificata che mai: popolare e specialistica, leggera e profonda.

Non pretende più di fornire risposte definitive, né di competere con la scienza. Ma continua a offrire un sistema di significati, un alfabeto emotivo, una forma di pensiero simbolico che attraversa le epoche. In un mondo dove i dati si moltiplicano ma il senso sfugge, l’astrologia non impone certezze: suggerisce letture. E forse è proprio per questo che, da millenni, l’uomo continua a guardare il cielo non solo con curiosità, ma con la segreta speranza di riconoscervi qualcosa di sé.

Amori intensi, sogni che sfumano nella realtà, destini che si intrecciano tra magia, malinconia e redenzione. I Pesci si immergono in storie che emozionano e trasportano altrove, dove il confine tra vero e immaginato è sottile. Cercano film capaci di parlare all’anima, lasciando un’eco che resta ben oltre i titoli di coda.

SE MI LASCI TI CANCELLO

dramma romantico, USA (2004) di Michel Gondry con Jim Carrey, Kate Winslet, Kirsten Dunst

QUANTO È PESCI?

Trama:

Joel Barish scopre che la sua ex fidanzata Clementine ha deciso di sottoporsi a un trattamento per cancellare ogni ricordo della loro relazione. Sconvolto, Joel si rivolge alla stessa clinica, la Lacuna Inc., per fare lo stesso. Ma mentre i ricordi vengono cancellati uno a uno durante la notte, qualcosa si inceppa: il suo subconscio si ribella, cercando in ogni modo di salvare ciò che resta dell’amore perduto. I due si incontreranno ancora, senza memoria l’uno dell’altra. E forse, ancora una volta, si innamoreranno.

Il

film:

Non è una commedia romantica, anche se la premessa potrebbe ingannare. Non è nemmeno un dramma sentimentale nel senso classico. Se mi lasci ti canvello è qualcosa di più: un viaggio tortuoso e struggente dentro le pieghe della memoria, del desiderio e del dolore. È l’amore smontato, scomposto, analizzato pezzo per pezzo come un oggetto difettoso. Eppure, nell’operazione chirurgica e grottesca della sua rimozione, ciò che rimane è proprio il cuore. L’idea stessa che, pur di non soffrire, si sia disposti a dimenticare. Ma se anche il dolore è parte di ciò che ci definisce, cosa resta, una volta tolto tutto?

La struttura narrativa è labirintica, come la mente di Joel in cui si svolge gran parte del film. Charlie Kaufman – lo sceneggiatore che più di ogni altro ha trasformato le nevrosi e le cre-

pe dell’animo umano in ingranaggi narrativi – scrive uno script vertiginoso, fatto di flashback, sogni, allucinazioni, scene che si accartocciano su se stesse mentre il protagonista scivola via da un ricordo all’altro. Michel Gondry dirige con inventiva visiva e poetica, combinando effetti artigianali e camera a mano, girando in interni che collassano, strade che si svuotano, volti che si cancellano. La fotografia è sporca, incostante, volutamente non patinata, quasi a voler sabotare ogni idea preconfezionata di romanticismo cinematografico.

Clementine non è la ragazza dei sogni: è disordinata, impulsiva, incostante, con i capelli che cambiano colore a ogni stagione emotiva. Non è un’idealizzazione, ma un essere umano spezzato. Joel, al contrario, è introverso, passivo, impaurito dalla vita. Due caratteri incompatibili, eppure inevitabilmente attratti. Il loro amore non è costruito su compatibilità o affinità, ma sulla necessità, sul vuoto che ciascuno cerca di colmare nell’altro. È questo che rende il film così dolorosamente reale. La relazione è già finita quando inizia la storia. Non vediamo la nascita dell’amore, ma la sua cancellazione.

La procedura della Lacuna Inc. – clinica surreale che promette di eliminare “il dolore della memoria” – diventa un pretesto per mostrare, in modo iperbolico, ciò che ogni coppia affronta dopo una rottura: il tentativo di dimenticare, di voltare pagina, di cancellare le tracce dell’altro dalla propria quotidianità. Ma se fosse possibile davvero? Se potessimo eliminare ogni ricordo, ogni gesto, ogni parola detta? Il film mostra che nemmeno in quel caso si sarebbe salvi. Perché i ricordi non sono solo nel cervello: sono incisi nel corpo, nei luoghi, nei vuoti. Joel, nel cuore del procedimento, si pente. E inizia una corsa disperata dentro la sua mente, tentando di nascondere Clementine nei meandri più remoti della memoria, per sottrarla all’oblio.

Accanto alla storia centrale si muove una sottotrama sorprendentemente incisiva: quella dei tecnici della clinica. Stan e Patrick, due addetti al trattamento, trascorrono la notte a casa di Joel mentre il processo avanza. Patrick, nel frattempo, cerca di sedurre Clementine usando i ricordi rubati. E Mary, la receptionist interpretata da Kirsten Dunst, scopre di aver già cancellato in passato il ricordo di una relazione con il dottor Mierzwiak. Il cortocircuito è potente: chi è davvero libero, chi può davvero scegliere, se la memoria viene riscritta o sottratta? I ricordi non sono solo ricordi: sono la mappa della nostra identità. Jim Carrey, in un ruolo opposto alla sua immagine pubblica, dimostra una sensibilità inaspettata: silenzioso, vulnerabile, malinconico. Kate Winslet, nei panni di Clementine, è travolgente: camaleontica e sfuggente, irresistibile e imperfetta. L’alchimia tra i due è fatta di tensione sottile, di incomprensioni, attrazioni, rotture. Non c’è mai una scena “normale”, e proprio per questo tutto sembra più autentico. Il titolo originale – Eternal Sunshine of the Spotless Mind – viene da un verso del poeta inglese Alexander Pope, tratto dall’opera Eloisa to Abelard. È un verso struggente che suggerisce come solo la mente immacolata – cioè priva di ricordi, di dolore – possa vivere in uno splendore eterno. Ma la mente umana non è immacolata, non è pulita: è caotica, ferita, confusa. Ed è proprio questa imperfezione che rende l’amore qualcosa di indimenticabile, persino quando tutto cospira per farlo svanire. Non è un caso che tutto inizi e finisca nello stesso punto: su una spiaggia invernale, Joel e Clementine si incontrano per la seconda volta, senza sapere chi siano stati l’uno per l’altra. Quando scoprono tutto, il primo impulso è la fuga. Ma poi scelgono di restare. “Va bene”, dice Joel, sapendo che soffriranno ancora. “Okay”, risponde Clementine. È il momento più romantico del

film: accettare l’amore sapendo che finirà, scegliersi sapendo che ci si farà del male, ricordare sapendo che il ricordo farà soffrire. Eppure, farlo lo stesso. Il film è del 2004, ma sembra appartenere a un tempo sospeso. È stato girato tra New York e il New Jersey, in pieno inverno, con un’estetica disadorna e volutamente dimessa. La critica lo accolse come un capolavoro fuori dagli schemi, e nel tempo è diventato un cult generazionale. Per molti, è il film che più di ogni altro racconta l’amore contemporaneo: fatto di parole non dette, rimpianti, fragilità, paure. Un amore che si ricostruisce nel tempo, pezzo per pezzo, a volte in modo sbagliato. Ma sempre, inesorabilmente, umano.

Perché è adatto ai PESCI?

Tra tutti i segni dello Zodiaco, i Pesci sono quelli che più vivono nelle acque profonde della memoria e del sentimento. La loro natura è fatta di onde, di correnti sotterranee, di nostalgie che sfuggono al controllo razionale. Il mondo interiore di Joel – fatto di ricordi che crollano, immagini che svaniscono, emozioni che resistono – è un paesaggio tipicamente pesci. L’amore non è lineare, non è definito: è liquido, mutevole, talvolta irrazionale.

TUTTO SU MIA MADRE

dramma, Spagna (1999) di Pedro Almodóvar con Cecilia Roth, Marisa Paredes, Penélope Cruz

QUANTO È PESCI?

Trama:

Manuela è un’infermiera e madre single che perde il figlio Esteban il giorno del suo diciassettesimo compleanno, investito mentre cercava di ottenere un autografo da un’attrice teatrale. Devastata, parte per Barcellona alla ricerca del padre del ragazzo, un uomo che ora vive come donna con il nome di Lola. In quel viaggio doloroso, incontrerà nuove figure femminili che le cambieranno la vita: una suora incinta, una diva del teatro e una prostituta orgogliosa, riscrivendo attraverso di loro il senso stesso della maternità.

Il

film:

Pedro Almodóvar firma uno dei suoi capolavori più amati e universali, un’opera di lutto e rinascita, tutta al femminile. Ogni personaggio rappresenta una forma diversa di maternità e trasformazione, in una costellazione di donne complesse, fragili e vitali. Cecilia Roth è il cuore del film: il suo sguardo è insieme smarrito e determinato, la sua Manuela incarna la tenerezza che resiste alla tragedia. La perdita iniziale non viene mai spettacolarizzata, ma elaborata attraverso gesti, incontri, parole. Il dolore non paralizza, ma spinge a cercare nuove strade per vivere e dare amore. Il film si costruisce come un mosaico in cui ogni personaggio, anche quello marginale, ha peso e dignità. L’universo narrativo si apre

così a una riflessione profonda su cosa significhi essere genitori, figli, esseri umani.

La regia è un trionfo di colori saturi, corpi vissuti, stanze cariche di storia. L’influenza del melodramma classico è forte, ma sempre reinterpretata con sensibilità contemporanea. Il riferimento a Eva contro Eva introduce il tema della rappresentazione: siamo tutti, in qualche modo, attrici e attori che riscrivono il proprio copione. E proprio nel teatro – dentro e fuori la scena – Almodóvar ambienta i momenti più rivelatori. La Barcellona del film è una città umida, intima, attraversata da destini che si incrociano senza giudizio. La scena in cui Agrado rivendica con fierezza la propria autenticità è un manifesto politico e poetico insieme: «Una persona è autentica quando è come vuole essere, non come gli altri vogliono che sia». È questa autenticità, non priva di ferite, che unisce tutti i personaggi.

Perché è adatto ai PESCI?

Per i Pesci, nulla è davvero concluso, nulla è netto. Ogni esperienza si riversa nella successiva, ogni emozione lascia tracce. Questo film parla la loro lingua emotiva: liquida, sfumata, compassionevole. L’istinto di cura di Manuela, la tenerezza che si rinnova anche nella perdita, la forza che nasce dall’amore per l’altro – tutto è perfettamente in sintonia con l’anima pesci. Il dolore non viene rimosso, ma accolto come parte della propria identità. E proprio così, in silenzio, si ricomincia a vivere.

NON ESSERE CATTIVO

dramma, Italia (2015) di Claudio Caligari con Luca Marinelli, Alessandro Borghi

QUANTO È PESCI?

Trama:

Ostia, metà anni Novanta. Vittorio e Cesare sono amici inseparabili: vivono di droga, piccoli furti, e notti spese a rincorrere soldi facili e sballi momentanei. Quando uno dei due cerca di cambiare vita e lasciarsi tutto alle spalle, l’altro non riesce a seguirlo. Sullo sfondo di una periferia brutale e desolata, la loro amicizia sarà messa alla prova dalla necessità di scegliere tra salvezza e autodistruzione.

Il

film:

Il testamento cinematografico di Claudio Caligari è un’opera struggente e necessaria, girata poco prima della sua morte e completata grazie al sostegno di Valerio Mastandrea. Il tono è secco, la regia asciutta, la scrittura realista e poetica insieme. Non essere cattivo è un film sull’amicizia che non redime, sulle dipendenze che stringono e soffocano, sui sogni che si affacciano anche nei luoghi più abbandonati. Ostia, qui, non è più quella pasoliniana, ma un mondo sbriciolato dove i margini sono diventati il centro. Luca Marinelli e Alessandro Borghi sono straordinari, incarnano due facce della stessa deriva, ma anche due forme diverse di resistenza. La loro complicità è tangibile, credibile, commovente.

La pellicola si muove tra degrado e desiderio di riscatto, tra la violenza quotidiana e una dolcezza che resiste, anche quando

tutto sembra perduto. Il realismo di Caligari non è mai cinico: ogni scena è pervasa da una pietà che non fa sconti ma nemmeno giudica. Il tentativo di cambiare, il bisogno di affetto, le piccole felicità negate, tutto si intreccia in un racconto che parla di marginalità senza retorica. Il titolo stesso è un grido affettuoso, una supplica tra amici, un’ultima occasione lanciata nel vuoto. Non essere cattivo è uno dei rari film italiani contemporanei capaci di toccare con grazia e disperazione la verità delle relazioni umane più profonde.

Claudio Caligari è stato un autore appartato, schivo, che ha realizzato solo tre lungometraggi in trent’anni, ma tutti legati da uno sguardo personale e coerente. Dopo Amore tossico e L’odore della notte, questo film chiude idealmente una trilogia su chi vive ai margini, senza mai scivolare nel pietismo. La sua voce è stata una delle più autentiche e necessarie del nostro cinema, e Non essere cattivo ne è il canto del cigno: potente, onesto, vitale fino all’ultimo respiro. La commozione che attraversa il film nasce anche da qui: dal sapere che a parlare è qualcuno che ha sempre scelto di filmare gli invisibili, e lo ha fatto con dignità e rispetto.

✴ ✴ ✴
Perché è adatto ai PESCI?

Empatici fino all’annientamento, i Pesci vivono nel costante tentativo di salvare l’altro, anche a costo di perdersi. Non essere cattivo racconta proprio questo: un legame troppo forte per lasciar andare, troppo fragile per reggere il peso della realtà. La sensibilità ferita dei due protagonisti, il sogno di una vita diversa che coesiste con la condanna del presente, appartengono pienamente all’universo emotivo dei Pesci.

BEGINNERS

dramma/commedia romantica, USA (2010) di Mike Mills con Ewan McGregor, Christopher Plummer

QUANTO È PESCI?

Trama:

Dopo la morte del padre, Oliver ripensa alla sua vita e al loro rapporto, trasformato quando l’uomo, ormai anziano, fece coming out.

Il

film:

Mike Mills costruisce un racconto intimo e frammentato, fatto di flashback, disegni, voci fuori campo. Il passato e il presente si intrecciano: il padre riscopre l’amore in tarda età, mentre il figlio impara a non averne paura. Un film tenero, leggero, ma mai banale, che parla di perdita e rinascita con delicatezza e ironia. Christopher Plummer vinse l’Oscar per la sua interpretazione.

L’approccio è personale e autobiografico: il regista racconta la storia vera di suo padre, con uno sguardo pieno di compassione e pudore. La colonna sonora discreta e i dettagli visivi creano una malinconia calda, fatta di silenzi e carezze emotive, perfetta per chi ama le storie piccole che parlano di cose grandi.

Perché è adatto ai PESCI?

I Pesci sentono tutto: il dolore, la memoria, la gioia che fa male. Questo film parla il loro linguaggio, fatto di sfumature emotive e scoperte tardive. Per loro, non è mai troppo tardi per aprirsi davvero.

SCUSATE SE ESISTO!

commedia, Italia (2014) di Riccardo Milani con Paola Cortellesi, Raoul Bova

QUANTO È PESCI?

Trama:

Serena, brillante architetta, torna in Italia dopo anni all’estero. Per lavorare è costretta a fingersi segretaria e a nascondere parte di sé.

Il

film:

Dietro il tono da commedia leggera, il film nasconde un tema serio: il compromesso tra talento e riconoscimento, identità e adattamento. Paola Cortellesi è travolgente, Raoul Bova sorprende in un ruolo più dolce e sottile del solito. La regia accompagna con garbo una storia che parla di orgoglio, amicizia e resistenza. Il progetto urbanistico al centro della trama – il recupero del Corviale – diventa metafora di un’Italia che spesso dimentica i suoi talenti, specialmente se femminili. Ma Scusate se esisto! reagisce con ironia, e con una commozione che arriva senza forzature.

Perché è adatto ai PESCI?

I Pesci si rivedono in chi lotta per affermare la propria identità, anche quando deve farlo di nascosto. Serena sogna, si adatta, soffre, ma non rinuncia mai a essere sé stessa. E per i Pesci, questa è l’unica vera forma di coraggio.

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