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Cinezodiaco - Capricorno

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Cinezodiaco - Capricorno a cura di Sebastiano Barcaroli e Andrea Fiamma

Illustrazioni di Oscar Diodoro

© Sebastiano Barcaroli - Andrea Fiamma

© Oscar Diodoro per le illustrazioni

© 2026 Burno per questa edizione

Tutti i diritti riservati. Collana Saggistica, 32

Progetto grafco, impaginazione e cover design: Sebastiano Barcaroli

Illustrazione di copertina: Oscar Diodoro

Correzione bozze a cura della redazione

Stampato presso Rotomail Italia S.p.A. Vignate (MI) – MAGGIO 2026

Burno

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

burno.it @burnoedizioni

La casa editrice e gli autori con questa opera intendono assolvere a una funzione di informazione.

A tal riguardo ogni illustrazione originale assolve al compito di omaggio all’importanza del flm, dell’attore, del personaggio o dell’oggetto ritratti.

a

cura di

SEBASTIANO BARCAROLI ✴ ANDREA FIAMMA

illustrazioni di OSCAR

DIODORO
✴ IL TUO SEGNO ZODIACALE RACCONTATO CON I FILM ✴

INTRODUZIONE

Il progetto Cinezodiaco nasce dall’idea che i film, come le stelle, abbiano un’influenza segreta su di noi. Non solo ci emozionano, ma parlano a parti diverse del nostro carattere. Ogni segno ha la sua energia, il suo ritmo, le sue emozioni dominanti: e proprio come i pianeti ne influenzano l’indole, certi film sembrano parlare direttamente a quel tipo di sguardo, amplificandone i desideri, le paure, i sogni. C’è chi cerca l’avventura e chi l’introspezione, chi ama perdersi nelle storie d’amore e chi si riconosce solo nei grandi conflitti morali. Cinezodiaco unisce allora due universi che, in fondo, parlano la stessa lingua: quella dei simboli. Come i pianeti, i film ruotano attorno ai nostri stati d’animo, illuminandoli da angolazioni sempre diverse. Ci sono film che risvegliano il coraggio di un Ariete o la nostalgia di un Pesci, commedie che bilanciano la razionalità di una Vergine o drammi che accendono la passione di uno Scorpione. Ogni titolo è scelto non solo per l’oroscopo, ma per l’anima di ogni segno: per quella vibrazione invisibile che lega i segni alle storie.

E dopotutto, non è un caso se nel cinema gli attori si chiamano stelle. Brillano nel buio come costellazioni, disegnano mappe di sentimenti e ci guidano, inconsapevoli, nel grande zodiaco del cinema. Cinezodiaco è questo: un viaggio nel firmamento dei film, per riscoprire – segno dopo segno – che ogni storia ci appartiene, basta solo guardarla sotto la giusta luce. Cinezodiaco è una mappa per orientarsi tra le emozioni, un atlante celeste di immagini in movimento – per scoprire, film dopo film, quanto il nostro cielo interiore assomigli a quello proiettato sul grande schermo.

STORIA DELL’ASTROLOGIA

Dalle stelle dei re alla psiche dell’uomo

L’astrologia è antica quanto lo sguardo umano rivolto al cielo. Prima ancora che nascesse la scienza, prima delle religioni organizzate, gli esseri umani hanno alzato gli occhi verso le stelle cercando un senso. La volta celeste, immensa e regolare, offriva un ordine in mezzo al caos. Le costellazioni divennero narrazioni, i pianeti divinità, e lentamente si formò un sistema simbolico in cui cielo e terra erano specchio l’uno dell’altra.

Prima del linguaggio, il cielo

Molto prima che l’uomo imparasse a scrivere, sapeva già guardare il cielo. Le prime civiltà sedentarie – tra il Neolitico e l’età del Bronzo – osservarono le stelle per motivi pratici: seminare al momento giusto, prevedere le inondazioni, calcolare i cicli di caccia e riproduzione degli animali. Ma ben presto quell’osservazione divenne qualcos’altro. Il cielo non era solo una mappa, ma un messaggio. La regolarità dei corpi celesti dava l’illusione di un ordine cosmico, e dove c’è ordine, l’uomo cerca significato.

Gli allineamenti architettonici di monumenti megalitici come Stonehenge o Nabta Playa ci dicono che già 6000 anni fa si collegavano gli astri al tempo e allo spazio sacro. La luce del solstizio, il sorgere delle Pleiadi, l’alternanza delle fasi lunari: tutto sembrava parte di una danza ordinata, che influenzava la vita sulla Terra. È in questo contesto che nasce la radice più profonda dell’astrologia: il bisogno di decifrare la realtà leggendo le stelle.

Babilonia: la scrittura degli dèi

È in Mesopotamia che l’astrologia diventa un sapere sistematico. I sacerdoti-astronomi babilonesi, attivi già nel secondo millennio avanti Cristo, iniziano a registrare eventi celesti su tavolette d’argilla: eclissi, congiunzioni planetarie, anomalie nel moto della Luna. Ma non si tratta solo di astronomia. A ogni evento veniva associato un possibile presagio. Le Enuma Anu Enlil, compilate tra il XVI e il x secolo a.C., sono enormi raccolte di segni e interpretazioni: se Marte sorge in un certo modo, allora morirà il re; se Giove è eclissato, una carestia colpirà la città.

Il cielo è visto come una tavola su cui gli dèi scrivono il futuro. Ma è un futuro collettivo: riguarda lo Stato, l’esercito, il sovrano. Nessuno chiede ancora cosa accadrà a un individuo. La lettura delle stelle è una prerogativa sacerdotale e politica, e la figura dell’astrologo è strettamente legata al potere.

La grande innovazione babilonese fu la divisione dello zodiaco in dodici segmenti di 30 gradi ciascuno, corrispondenti ai dodici segni zodiacali. Questo sistema, affiancato a tavole di calcolo sempre più precise, gettò le basi per tutto ciò che verrà.

Grecia ed Egitto: l’incontro tra destino e ragione

Quando Alessandro Magno conquista l’Egitto e la Persia nel IV secolo a.C., il sapere mesopotamico incontra quello greco. La nuova città di Alessandria diventa crocevia di astronomi, filosofi e matematici. In questo contesto nasce l’astrologia “ellenistica”, che porta due grandi rivoluzioni. La prima: si inizia a calcolare il tema natale, cioè una mappa personalizzata del cielo al momento della nascita di un individuo. La seconda: l’astrologia entra in dialogo con la filosofia.

I greci non si limitano a interpretare gli eventi: vogliono capire perché. Le dottrine stoiche e neoplatoniche offrono una cornice teorica all’astrologia: il cosmo è un organismo vivente, in cui ogni parte riflette il tutto. I pianeti diventano archetipi. Marte non è solo un corpo celeste: è principio di conflitto, di azione, di desiderio. Venere è armonia, attrazione, piacere. Il cielo non determina meccanicamente: influenza, predispone, riflette.

Il testo che più di tutti codifica questo sistema è il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo (II secolo d.C.), in cui l’astrologia viene presentata come una scienza razionale, basata sull’osservazione e sul calcolo. La fortuna del Tetrabiblos sarà tale che resterà il punto di riferimento per quasi 1500 anni.

Roma, Cristianesimo e mondo islamico

A Roma l’astrologia viene adottata con ambiguità. Alcuni imperatori ne fanno largo uso – Augusto fa coniare monete con il proprio segno zodiacale – altri la temono e la reprimono. Ma nel popolo, tra gli artigiani, nelle terme e nei mercati, l’oroscopo personale prende piede. È una forma di consolazione, ma anche di controllo.

Con l’avvento del cristianesimo, l’astrologia diventa sospetta. Se Dio è onnipotente e l’uomo ha libero arbitrio, come può il cielo dettare il destino? Alcuni Padri della Chiesa la condannano come stregoneria, ma la realtà è più sfumata. Nei monasteri si continuano a trascrivere testi astrologici, soprattutto per uso medico o agricolo. Nel frattempo, nel mondo islamico, l’astrologia conosce una nuova fioritura. I califfi abbasidi promuovono la traduzione delle opere greche e indiane. Baghdad diventa centro di studio avanzato, e figure come Albumasar, Al-Kindi, Al-Biruni sviluppano teorie raffinate che uniscono astrologia, medicina, matematica e teologia. Saranno proprio questi testi arabi, tradotti in latino a partire dal XII secolo, a reintrodurre l’astrologia nell’Europa medievale.

Il Medioevo e il

Rinascimento: astrologia come sapere integrato

Tra il XII e il XV secolo, l’astrologia torna a essere insegnata nelle università europee. Si studia accanto alla medicina e alla filosofia naturale. I medici calcolano i transiti planetari per stabilire il momento giusto per curare, operare, persino sanguinare un paziente. Le grandi menti del tempo – Tommaso d’Aquino, Dante, Marsilio Ficino – considerano il cielo una parte del disegno divino, una fonte di simboli da interpretare, non da temere.

Nel Rinascimento, l’astrologia si fonde con l’umanesimo e la ricerca di armonia tra uomo e cosmo. I pittori raffigurano le allegorie zodiacali, gli architetti costruiscono templi secondo i principi dei segni. Ma è anche l’epoca in cui emergono le prime tensioni. Con Copernico, Galileo e Keplero, la rivoluzione scientifica impone nuovi criteri di verifica. Il cielo non è più un messaggio divino: è una macchina matematica. L’astrologia, pur ancora rispettata da molti, inizia lentamente a perdere prestigio.

L’età moderna:

dal sospetto alla sopravvivenza

Nel XVII e XVIII secolo, l’astrologia esce dall’ambito scientifico e viene relegata ai margini. L’Illuminismo la considera una superstizione. I grandi sistemi di pensiero la escludono, e le accademie la ignorano. Eppure sopravvive. Nei contadini, negli almanacchi, nei calendari popolari, negli oroscopi stampati nelle fiere. La cultura colta se ne allontana, ma il pubblico non smette di crederci.

È anche un’epoca di resistenza esoterica. Gli ambienti rosacrociani, massonici, occulti, continuano a studiare l’astrologia come sapere simbolico e iniziatico. Non si tratta più di prevedere il tempo, ma di decifrare l’anima.

Il Novecento: Jung, la psiche e la rinascita simbolica

All’inizio del Novecento, Carl Gustav Jung restituisce dignità all’astrologia. La considera uno strumento per comprendere l’inconscio, una lingua archetipica che parla in simboli, non in predizioni. Il tema natale diventa una mappa dell’interiorità. I pianeti non “agiscono” nel senso fisico, ma rappresentano forze psichiche, parti del sé.

Su questa scia nasce l’astrologia psicologica. In America e in Europa si diffonde un nuovo modo di intendere il cielo: non più come meccanismo causale, ma come specchio. Dane Rudhyar la collega all’astrologia evolutiva, Stephen Arroyo ne esplora il legame con gli elementi della personalità, Liz Greene la unisce alla psicologia junghiana.

L’astrologia torna a essere uno strumento di riflessione, crescita, autoconoscenza. L’oroscopo quotidiano si banalizza nei giornali, ma nel frattempo si sviluppa una comunità seria, fatta di studiosi, counselor, terapeuti che usano il simbolismo astrologico per aiutare a comprendere il proprio percorso.

Oggi: tra spiritualità, algoritmo e identità

Nel XXI secolo, l’astrologia ha ritrovato una sorprendente vitalità. Dopo decenni di marginalità, è riemersa nel dibattito culturale e nella quotidianità, soprattutto tra le nuove generazioni. Non è più soltanto un oroscopo settimanale, ma un linguaggio fluido per raccontare sé stessi, per riflettere sulle emozioni e sulle relazioni, per cercare connessioni in un mondo sempre più incerto. App, podcast, newsletter e profili social propongono contenuti astrologici che mescolano ironia e profondità, simbolismo e cultura pop.

L’oroscopo diventa un pretesto per parlare di ansia, desiderio, cambiamento. Il tema natale non è più un destino scritto, ma una mappa da esplorare.

Al tempo stesso, l’astrologia ha iniziato a dialogare con la psicologia contemporanea, con i linguaggi del femminismo, della spiritualità individuale, dell’inclusione. Alcuni la vedono come una forma di cura simbolica, una narrazione che permette di nominare conflitti interiori, di riconoscere dinamiche ripetitive, di guardarsi con maggiore compassione. Cresce anche l’interesse verso le radici storiche del sapere astrologico: scuole e comunità internazionali riscoprono le tecniche tradizionali ellenistiche e medievali, studiando gli antichi testi con rigore e passione. In questo senso, l’astrologia contemporanea è più stratificata che mai: popolare e specialistica, leggera e profonda.

Non pretende più di fornire risposte definitive, né di competere con la scienza. Ma continua a offrire un sistema di significati, un alfabeto emotivo, una forma di pensiero simbolico che attraversa le epoche. In un mondo dove i dati si moltiplicano ma il senso sfugge, l’astrologia non impone certezze: suggerisce letture. E forse è proprio per questo che, da millenni, l’uomo continua a guardare il cielo non solo con curiosità, ma con la segreta speranza di riconoscervi qualcosa di sé.

Storie di ambizione e resistenza, di chi costruisce passo dopo passo ciò in cui crede. Il Capricorno si riconosce nei film che parlano di disciplina, di lavoro e di conquista, dove la volontà è più forte del destino e ogni traguardo è frutto di una dedizione unica.

PAURA E DELIRIO A LAS VEGAS

commedia nera, USA (1998) di Terry Gilliam con Johnny Depp, Benicio Del Toro, Tobey Maguire

QUANTO È CAPRICORNO? ✴ ✴ ✴

Trama:

Un giornalista, Raoul Duke, e il suo avvocato Dr. Gonzo attraversano il deserto del Nevada a bordo di una decappottabile rossa, carichi di ogni tipo di droga e alcol. Devono scrivere un reportage sportivo, ma il viaggio si trasforma in una discesa nel delirio. Las Vegas è il loro inferno personale, un labirinto di casinò, visioni, allucinazioni e allarmi psichedelici. Nella città che incarna l’America più grottesca, i due non cercano la fortuna, ma un senso dentro la follia. La narrazione si perde insieme ai protagonisti in un turbinio di immagini deformate, mentre Duke racconta con voce ironica e lucida la degenerazione del sogno americano.

Il

film:

Quando Terry Gilliam accettò di adattare il romanzo di Hunter S. Thompson, sapeva che non si trattava di una semplice storia di droga. «È un film sulla libertà portata all’eccesso, su un’epoca che si è spenta bruciando troppo in fretta», disse. E Paura e delirio a Las Vegas è esattamente questo: un esperimento visivo e mentale in cui l’allucinazione diventa linguaggio. Gilliam, ex Monty Python e visionario per eccellenza, trasforma il libro in una sinfonia di caos controllato. Tutto nel film è esasperato – i colori, i movimenti di macchina, i suoni distorti – ma dietro la superficie psichedelica si nasconde una lucidità feroce.

Johnny Depp, immerso totalmente nel ruolo di Raoul Duke, costruisce un personaggio allo stesso tempo ridicolo e tragico. Il suo corpo diventa il barometro della follia americana, una caricatura vivente della controcultura che si è mangiata se stessa. Benicio Del Toro, enorme e animalesco, è il suo doppio incontrollabile, simbolo di un’energia che non sa più dove sfogarsi. Tra i due si consuma una relazione paradossale, fatta di fiducia e distruzione, complicità e paura.

Gilliam racconta la fine di un’illusione. Il viaggio di Duke non è verso il piacere, ma verso la disillusione. L’America di Nixon, del Vietnam, del capitalismo sfrenato, ha inghiottito gli ideali degli anni Sessanta e li ha restituiti sotto forma di caricatura. Las Vegas diventa il teatro perfetto per questo funerale del sogno, un luogo dove ogni desiderio si compra e ogni visione si esaurisce in pochi minuti.

La regia di Gilliam è frenetica ma rigorosa, un paradosso che definisce la sua arte. La macchina da presa non segue, insegue, cattura frammenti di realtà deformata, alternando grandangoli deliranti a dettagli claustrofobici. L’obiettivo non è mostrare la droga, ma riprodurne la percezione. Lo spettatore viene trascinato dentro una vertigine visiva che non concede tregua.

A livello estetico, il film è un’esplosione barocca di colori acidi e luci al neon, ma c’è metodo nella follia. Ogni eccesso serve a rendere tangibile la perdita di orientamento morale e culturale. Il montaggio di Lesley Walker amplifica il senso di smarrimento, saltando continuamente tra soggettive, visioni e incubi. È un film che «non chiede di essere capito, ma vissuto», come amava dire Gilliam.

La colonna sonora alterna rock psichedelico, folk e brani d’epoca, costruendo una memoria sonora degli anni Sessanta. Jefferson Airplane, The Rolling Stones, Tom Jones: ogni canzone è un

fantasma di ciò che fu un ideale. E nella voce narrante di Duke, corrosiva e malinconica, si percepisce la consapevolezza che tutto è già perduto.

L’opera di Gilliam fu accolta in modo contrastato. Molti critici la definirono un trip senza direzione, altri la elevarono a manifesto visivo della generazione post-hippie. Solo col tempo si è compreso che Paura e delirio a Las Vegas è molto più di un film sulla droga: è una riflessione sulla percezione come forma di realtà, sulla necessità di perdersi per vedere.

Il film, inoltre, segna un momento cruciale per Johnny Depp, che all’epoca si trasferì per settimane a casa di Hunter S. Thompson per imitarne voce, gesti, movimenti. L’autore, entusiasta, dichiarò che «Depp non mi ha interpretato, mi ha clonato». Questo legame tra realtà e rappresentazione è il cuore del film: la maschera che diventa verità, l’attore che scompare dentro il personaggio come l’individuo scompare nella cultura dello spettacolo.

Gilliam, da sempre attratto dalle strutture oppressive e dai mondi deformati (Brazil, L’esercito delle 12 scimmie), qui trova il suo terreno più libero e disperato. In mezzo al frastuono di Las Vegas, la sua regia cerca un ordine segreto, un ritmo interiore che solo chi conosce la disciplina può percepire. Dietro la confusione, tutto è disegnato con rigore matematico: un esempio perfetto di caos calcolato.

C’è anche un’ironia amarissima nella costruzione del viaggio. Ogni tappa sembra preludere a un ritorno, ma il ritorno non arriva mai. Il film inizia e finisce nello stesso luogo, come un incubo ricorrente. E quando Duke dice «Non puoi mai raccontare l’epoca d’oro finché non l’hai vissuta fino in fondo», riassume la filosofia di Gilliam: solo attraversando il delirio si può capire la realtà.

Alla fine rimane una sensazione di vuoto, di malinconia pro-

fonda. Il sogno americano si è dissolto tra i riflessi del neon, e la fuga verso il deserto è l’unica libertà possibile. Il film non offre redenzione, ma una consapevolezza lucida: tutto ciò che brilla, inevitabilmente, brucia.

✴ ✴ ✴

Perché è adatto al CAPRICORNO?

Perché dietro la sua anarchia, Paura e delirio a Las Vegas è un film sul controllo. Terry Gilliam costruisce il caos con disciplina, come un architetto che calcola ogni distorsione. E il Capricorno, segno dell’ordine e della struttura, riconosce il valore di questa impresa impossibile. Raoul Duke, nel suo delirio, è un uomo che osserva e documenta anche quando il mondo gli crolla addosso. Non perde mai la lucidità interiore, neppure quando sembra aver perso tutto. È un testimone della caduta, proprio come il Capricorno sa restare lucido nelle crisi altrui.

GRAN TORINO

dramma, USA (2008) di Clint Eastwood con Clint Eastwood, Bee Vang

QUANTO È CAPRICORNO?

Trama:

Walt Kowalski, veterano del Vietnam e operaio in pensione, vive solo in un quartiere periferico di Detroit, ostile al cambiamento e invaso da immigrati che disprezza. Quando un ragazzo hmong tenta di rubargli la sua amata Ford Gran Torino per un rito di iniziazione in una gang, l’uomo lo ferma. Da quell’episodio nasce un legame inatteso che costringe Walt a guardare il mondo con occhi nuovi, fino a un gesto finale che cambierà per sempre la comunità e se stesso.

Il

film:

Con Gran Torino, Clint Eastwood mette in scena un’America stanca, spaccata, attraversata da rancori silenziosi. È un film che parla di muri interiori più che di confini geografici, e trova nel volto scavato del regista-attore l’immagine di un Paese invecchiato ma ancora in cerca di una bussola morale. Walt è il ritratto di un uomo che ha costruito la propria identità sul lavoro e sull’onore, ma che si scopre fuori posto in un mondo in rapido cambiamento. Eastwood ne fa un personaggio biblico e quotidiano al tempo stesso, sospeso tra colpa e disciplina. La regia si affida a un linguaggio classico, fatto di piani fissi e pause contemplative. Non c’è spettacolo, ma un ritmo lento, calibrato, dove ogni gesto pesa. Il garage, il vialetto, la veranda diventano luoghi simbolici di un’educazione morale: il microco-

smo di un uomo che non riesce più a capire il linguaggio dei figli ma sa ancora riconoscere la nobiltà del gesto. La macchina – la Gran Torino del titolo – è un feticcio e una reliquia: rappresenta il lavoro ben fatto, la fierezza dell’artigianato americano, ma anche un’idea di controllo che il tempo gli ha tolto.

Il film alterna durezza e tenerezza con una precisione sorprendente. Walt non si redime attraverso le parole ma con la disciplina dell’azione, e la sua ultima decisione – un sacrificio che è al tempo stesso confessione e perdono – chiude il cerchio dell’intera carriera eastwoodiana. “Non puoi cambiare il passato”, sembra dirci il film, “ma puoi scegliere come finirlo”. Gran Torino diventa così una riflessione sul tramonto dell’eroe e sulla possibilità di ricominciare anche quando si è troppo tardi per cambiare idea.

Il film resta sospeso tra un testamento personale e una parabola collettiva, capace di fondere intimità e mito senza mai scivolare nel sentimentalismo. È un cinema che crede ancora nella possibilità di dare un senso alla propria vita con gesti misurati, concreti, coerenti: il modo più “Eastwoodiano”, e più capricorniano, di affrontare il mondo.

Perché è adatto al CAPRICORNO?

Il Capricorno riconosce in Walt Kowalski la stessa tensione verso l’integrità e la disciplina morale. È un segno che costruisce con lentezza, che diffida delle parole e agisce per coerenza, anche quando il costo è alto. Come Walt, non cerca gloria ma rispetto: il senso di aver fatto la cosa giusta, anche da solo, anche contro il tempo.

POVERE CREATURE!

commedia grottesca, Irlanda-UK (2023) di Yorgos Lanthimos con Emma Stone, Willem Dafoe, Mark Ruffalo

QUANTO È CAPRICORNO?

Trama:

Bella Baxter, una giovane donna riportata in vita dallo scienziato Godwin Baxter dopo un misterioso esperimento, fugge con un avvocato libertino per scoprire il mondo. Attraverso viaggi, amori e scontri con l’ipocrisia sociale, impara a conoscere la propria libertà e a definire se stessa, fino a diventare l’artefice del proprio destino.

Il

film:

Come in Frankenstein, anche qui la scintilla della vita accende un dilemma più grande: cosa significa davvero essere umani? Povere creature! ribalta la prospettiva del mito, mettendo al centro non il creatore ma la creatura, non l’orrore della nascita ma la meraviglia dell’apprendimento. Bella non è un mostro, è una mente in costruzione, una coscienza che cresce senza vergogna né paura. Il film procede come un romanzo picaresco travestito da farsa steampunk, dove l’eccesso visivo diventa linguaggio morale.

La messinscena di Lanthimos è travolgente: prospettive distorte, grandangoli che deformano i corpi, città ricostruite come incisioni animate. Tutto si muove al ritmo della curiosità infantile di Bella, che attraversa il mondo per capirlo, e nell’imparare a conoscere il piacere impara anche il pensiero critico. Emma Stone offre una prova memorabile: il suo corpo è il campo di battaglia della libertà, la sua voce passa dalla balbettante scoperta delle

parole alla piena padronanza del linguaggio e del desiderio. Il suo secondo Oscar come Miglior attrice protagonista fu più meritato.

Dietro la comicità assurda e i toni grotteschi si nasconde una riflessione severa sul potere e sulla morale. Il dottor Baxter, con il volto segnato di Willem Dafoe, rappresenta il paternalismo del sapere maschile; l’avvocato Duncan, interpretato da Mark Ruffalo, è la caricatura dell’uomo che predica emancipazione ma teme la vera indipendenza. Bella, invece, incarna la costruzione di un’etica nuova, fondata sull’esperienza, sul dubbio e sull’empatia. Lanthimos non racconta la ribellione come gesto caotico ma come processo metodico: una scalata verso la conoscenza, la conquista di un ordine personale contro quello imposto. “Volevo che Bella fosse una persona in divenire, non un simbolo”, ha detto il regista. Il risultato è un film che unisce anarchia e rigore, capace di far convivere la sensualità e il pensiero, la carne e la filosofia. Il mostro, alla fine, è chi rifiuta di evolversi.

Visivamente sontuoso e concettualmente ferreo, Povere creature! è un’opera sulla crescita come forma di fatica morale: il prezzo della libertà è imparare a sopportarla. Quando Bella, dopo aver attraversato il mondo, torna dal suo creatore, non è più un esperimento ma una coscienza compiuta.

Perché è adatto al CAPRICORNO?

Il percorso di Bella rispecchia quello del Capricorno: una scalata lenta ma inesorabile verso la piena consapevolezza. È un segno che impara a vivere facendo, che costruisce la propria identità pezzo dopo pezzo, affrontando l’errore come tappa necessaria. In lei ritrova la forza della maturità conquistata, non concessa.

TRAINING DAY

crime, USA (2001) di Antoine Fuqua con Denzel Washington, Ethan Hawke

QUANTO È CAPRICORNO?

Trama:

Un giovane poliziotto trascorre il suo primo giorno con un collega esperto che si rivela un uomo corrotto e spietato.

Il

film:

Antoine Fuqua racconta la corruzione del potere attraverso un duello morale tra due generazioni. Denzel Washington, carismatico e ambiguo, incarna la tentazione del comando assoluto. Ethan Hawke è la coscienza in formazione che tenta di restare fedele ai propri principi. Ogni scena brucia di tensione e verità urbana. Il film interroga l’etica del lavoro e mostra quanto sia fragile la linea tra giustizia e dominio. «È la legge della strada», dice Washington, ma il Capricorno sa che ogni strada ha regole più profonde.

Perché è adatto al CAPRICORNO?

Perché parla della tentazione del potere e del prezzo della coerenza. Il segno trova forza proprio nel rifiutare scorciatoie.

TUTTA COLPA DI FREUD

commedia, Italia (2014) di Paolo Genovese con Marco Giallini, Vittoria Puccini, Anna Foglietta

QUANTO È CAPRICORNO?

Trama:

Francesco, psicanalista di mezza età, si ritrova improvvisamente a dover gestire le vite sentimentali delle tre figlie. Una è lesbica, una frequenta un uomo sposato, la terza sogna un amore da romanzo.

Il

film:

Paolo Genovese costruisce una commedia corale che parla di famiglia, fragilità e ricerca dell’equilibrio. Giallini interpreta un padre paziente e ironico, travolto da emozioni che non si risolvono con la teoria. L’intreccio procede leggero ma preciso, con dialoghi brillanti e un ritmo che alterna tenerezza e malinconia. Tra equivoci e confessioni, emerge un ritratto affettuoso della confusione moderna. Genovese, che viene dalla scrittura pubblicitaria e dal cabaret televisivo, dosa intelligenza e calore umano con una regia trasparente.

Perché è adatto al CAPRICORNO?

Perché il Capricorno cerca l’ordine anche quando la vita è un caos di sentimenti. È il segno che osserva, analizza, e alla fine impara che l’unico equilibrio possibile è accettare il disordine con lucidità.

134 ALTRI FILM

134 IDA

134 18 REGALI

134 TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

134 THE WAY BACK

135 IL SOSPETTO

135 SKYFALL

135 SULLY

135 BUONGIORNO, NOTTE

135 UP IN THE AIR

135 WALL·E

136 LE STELLE DEL CAPRICORNO

138 GLI AUTORI

139 INDICE

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