Skip to main content

Cinezodiaco - Ariete

Page 1


Cinezodiaco - Ariete a cura di Sebastiano Barcaroli e Andrea Fiamma

Illustrazioni di Oscar Diodoro

© Sebastiano Barcaroli - Andrea Fiamma

© Oscar Diodoro per le illustrazioni

© 2026 Burno per questa edizione

Tutti i diritti riservati. Collana Saggistica, 23

Progetto grafco, impaginazione e cover design: Sebastiano Barcaroli

Illustrazione di copertina: Oscar Diodoro

Correzione bozze a cura della redazione

Stampato presso Rotomail Italia S.p.A. Vignate (MI) – MAGGIO 2026

Burno

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

burno.it @burnoedizioni

La casa editrice e gli autori con questa opera intendono assolvere a una funzione di informazione.

A tal riguardo ogni illustrazione originale assolve al compito di omaggio all’importanza del flm, dell’attore, del personaggio o dell’oggetto ritratti.

illustrazioni di

a cura di SEBASTIANO BARCAROLI ✴ ANDREA FIAMMA
OSCAR DIODORO
✴ IL TUO SEGNO ZODIACALE RACCONTATO CON I FILM ✴

INTRODUZIONE

Il progetto Cinezodiaco nasce dall’idea che i film, come le stelle, abbiano un’influenza segreta su di noi. Non solo ci emozionano, ma parlano a parti diverse del nostro carattere. Ogni segno ha la sua energia, il suo ritmo, le sue emozioni dominanti: e proprio come i pianeti ne influenzano l’indole, certi film sembrano parlare direttamente a quel tipo di sguardo, amplificandone i desideri, le paure, i sogni. C’è chi cerca l’avventura e chi l’introspezione, chi ama perdersi nelle storie d’amore e chi si riconosce solo nei grandi conflitti morali. Cinezodiaco unisce allora due universi che, in fondo, parlano la stessa lingua: quella dei simboli. Come i pianeti, i film ruotano attorno ai nostri stati d’animo, illuminandoli da angolazioni sempre diverse. Ci sono film che risvegliano il coraggio di un Ariete o la nostalgia di un Pesci, commedie che bilanciano la razionalità di una Vergine o drammi che accendono la passione di uno Scorpione. Ogni titolo è scelto non solo per l’oroscopo, ma per l’anima di ogni segno: per quella vibrazione invisibile che lega i segni alle storie.

E dopotutto, non è un caso se nel cinema gli attori si chiamano stelle. Brillano nel buio come costellazioni, disegnano mappe di sentimenti e ci guidano, inconsapevoli, nel grande zodiaco del cinema. Cinezodiaco è questo: un viaggio nel firmamento dei film, per riscoprire – segno dopo segno – che ogni storia ci appartiene, basta solo guardarla sotto la giusta luce. Cinezodiaco è una mappa per orientarsi tra le emozioni, un atlante celeste di immagini in movimento – per scoprire, film dopo film, quanto il nostro cielo interiore assomigli a quello proiettato sul grande schermo.

STORIA DELL’ASTROLOGIA

Dalle stelle dei re alla psiche dell’uomo

L’astrologia è antica quanto lo sguardo umano rivolto al cielo. Prima ancora che nascesse la scienza, prima delle religioni organizzate, gli esseri umani hanno alzato gli occhi verso le stelle cercando un senso. La volta celeste, immensa e regolare, offriva un ordine in mezzo al caos. Le costellazioni divennero narrazioni, i pianeti divinità, e lentamente si formò un sistema simbolico in cui cielo e terra erano specchio l’uno dell’altra.

Prima del linguaggio, il cielo

Molto prima che l’uomo imparasse a scrivere, sapeva già guardare il cielo. Le prime civiltà sedentarie – tra il Neolitico e l’età del Bronzo – osservarono le stelle per motivi pratici: seminare al momento giusto, prevedere le inondazioni, calcolare i cicli di caccia e riproduzione degli animali. Ma ben presto quell’osservazione divenne qualcos’altro. Il cielo non era solo una mappa, ma un messaggio. La regolarità dei corpi celesti dava l’illusione di un ordine cosmico, e dove c’è ordine, l’uomo cerca significato.

Gli allineamenti architettonici di monumenti megalitici come Stonehenge o Nabta Playa ci dicono che già 6000 anni fa si collegavano gli astri al tempo e allo spazio sacro. La luce del solstizio, il sorgere delle Pleiadi, l’alternanza delle fasi lunari: tutto sembrava parte di una danza ordinata, che influenzava la vita sulla Terra. È in questo contesto che nasce la radice più profonda dell’astrologia: il bisogno di decifrare la realtà leggendo le stelle.

Babilonia: la scrittura degli dèi

È in Mesopotamia che l’astrologia diventa un sapere sistematico. I sacerdoti-astronomi babilonesi, attivi già nel secondo millennio avanti Cristo, iniziano a registrare eventi celesti su tavolette d’argilla: eclissi, congiunzioni planetarie, anomalie nel moto della Luna. Ma non si tratta solo di astronomia. A ogni evento veniva associato un possibile presagio. Le Enuma Anu Enlil, compilate tra il XVI e il x secolo a.C., sono enormi raccolte di segni e interpretazioni: se Marte sorge in un certo modo, allora morirà il re; se Giove è eclissato, una carestia colpirà la città.

Il cielo è visto come una tavola su cui gli dèi scrivono il futuro. Ma è un futuro collettivo: riguarda lo Stato, l’esercito, il sovrano. Nessuno chiede ancora cosa accadrà a un individuo. La lettura delle stelle è una prerogativa sacerdotale e politica, e la figura dell’astrologo è strettamente legata al potere.

La grande innovazione babilonese fu la divisione dello zodiaco in dodici segmenti di 30 gradi ciascuno, corrispondenti ai dodici segni zodiacali. Questo sistema, affiancato a tavole di calcolo sempre più precise, gettò le basi per tutto ciò che verrà.

Grecia ed Egitto: l’incontro tra destino e ragione

Quando Alessandro Magno conquista l’Egitto e la Persia nel IV secolo a.C., il sapere mesopotamico incontra quello greco. La nuova città di Alessandria diventa crocevia di astronomi, filosofi e matematici. In questo contesto nasce l’astrologia “ellenistica”, che porta due grandi rivoluzioni. La prima: si inizia a calcolare il tema natale, cioè una mappa personalizzata del cielo al momento della nascita di un individuo. La seconda: l’astrologia entra in dialogo con la filosofia.

I greci non si limitano a interpretare gli eventi: vogliono capire perché. Le dottrine stoiche e neoplatoniche offrono una cornice teorica all’astrologia: il cosmo è un organismo vivente, in cui ogni parte riflette il tutto. I pianeti diventano archetipi. Marte non è solo un corpo celeste: è principio di conflitto, di azione, di desiderio. Venere è armonia, attrazione, piacere. Il cielo non determina meccanicamente: influenza, predispone, riflette. Il testo che più di tutti codifica questo sistema è il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo (II secolo d.C.), in cui l’astrologia viene presentata come una scienza razionale, basata sull’osservazione e sul calcolo. La fortuna del Tetrabiblos sarà tale che resterà il punto di riferimento per quasi 1500 anni.

Roma, Cristianesimo e mondo islamico

A Roma l’astrologia viene adottata con ambiguità. Alcuni imperatori ne fanno largo uso – Augusto fa coniare monete con il proprio segno zodiacale – altri la temono e la reprimono. Ma nel popolo, tra gli artigiani, nelle terme e nei mercati, l’oroscopo personale prende piede. È una forma di consolazione, ma anche di controllo. Con l’avvento del cristianesimo, l’astrologia diventa sospetta.

Se Dio è onnipotente e l’uomo ha libero arbitrio, come può il cielo dettare il destino? Alcuni Padri della Chiesa la condannano come stregoneria, ma la realtà è più sfumata. Nei monasteri si continuano a trascrivere testi astrologici, soprattutto per uso medico o agricolo. Nel frattempo, nel mondo islamico, l’astrologia conosce una nuova fioritura. I califfi abbasidi promuovono la traduzione delle opere greche e indiane. Baghdad diventa centro di studio avanzato, e figure come Albumasar, Al-Kindi, Al-Biruni sviluppano teorie raffinate che uniscono astrologia, medicina, matematica e teologia. Saranno proprio questi testi arabi, tradotti in latino a partire dal XII secolo, a reintrodurre l’astrologia nell’Europa medievale.

Il Medioevo e il

Rinascimento: astrologia come sapere integrato

Tra il XII e il XV secolo, l’astrologia torna a essere insegnata nelle università europee. Si studia accanto alla medicina e alla filosofia naturale. I medici calcolano i transiti planetari per stabilire il momento giusto per curare, operare, persino sanguinare un paziente.

Le grandi menti del tempo – Tommaso d’Aquino, Dante, Marsilio Ficino – considerano il cielo una parte del disegno divino, una fonte di simboli da interpretare, non da temere.

Nel Rinascimento, l’astrologia si fonde con l’umanesimo e la ricerca di armonia tra uomo e cosmo. I pittori raffigurano le allegorie zodiacali, gli architetti costruiscono templi secondo i principi dei segni. Ma è anche l’epoca in cui emergono le prime tensioni. Con Copernico, Galileo e Keplero, la rivoluzione scientifica impone nuovi criteri di verifica. Il cielo non è più un messaggio divino: è una macchina matematica. L’astrologia, pur ancora rispettata da molti, inizia lentamente a perdere prestigio.

L’età moderna:

dal

sospetto alla sopravvivenza

Nel XVII e XVIII secolo, l’astrologia esce dall’ambito scientifico e viene relegata ai margini. L’Illuminismo la considera una superstizione. I grandi sistemi di pensiero la escludono, e le accademie la ignorano. Eppure sopravvive. Nei contadini, negli almanacchi, nei calendari popolari, negli oroscopi stampati nelle fiere. La cultura colta se ne allontana, ma il pubblico non smette di crederci. È anche un’epoca di resistenza esoterica. Gli ambienti rosacrociani, massonici, occulti, continuano a studiare l’astrologia come sapere simbolico e iniziatico. Non si tratta più di prevedere il tempo, ma di decifrare l’anima.

Il Novecento: Jung, la psiche e la rinascita simbolica

All’inizio del Novecento, Carl Gustav Jung restituisce dignità all’astrologia. La considera uno strumento per comprendere l’inconscio, una lingua archetipica che parla in simboli, non in predizioni. Il tema natale diventa una mappa dell’interiorità. I pianeti non “agiscono” nel senso fisico, ma rappresentano forze psichiche, parti del sé.

Su questa scia nasce l’astrologia psicologica. In America e in Europa si diffonde un nuovo modo di intendere il cielo: non più come meccanismo causale, ma come specchio. Dane Rudhyar la collega all’astrologia evolutiva, Stephen Arroyo ne esplora il legame con gli elementi della personalità, Liz Greene la unisce alla psicologia junghiana.

L’astrologia torna a essere uno strumento di riflessione, crescita, autoconoscenza. L’oroscopo quotidiano si banalizza nei giornali, ma nel frattempo si sviluppa una comunità seria, fatta di studiosi, counselor, terapeuti che usano il simbolismo astrologico per aiutare a comprendere il proprio percorso.

Oggi: tra spiritualità, algoritmo e identità

Nel XXI secolo, l’astrologia ha ritrovato una sorprendente vitalità. Dopo decenni di marginalità, è riemersa nel dibattito culturale e nella quotidianità, soprattutto tra le nuove generazioni. Non è più soltanto un oroscopo settimanale, ma un linguaggio fluido per raccontare sé stessi, per riflettere sulle emozioni e sulle relazioni, per cercare connessioni in un mondo sempre più incerto. App, podcast, newsletter e profili social propongono contenuti astrologici che mescolano ironia e profondità, simbolismo e cultura pop.

L’oroscopo diventa un pretesto per parlare di ansia, desiderio, cambiamento. Il tema natale non è più un destino scritto, ma una mappa da esplorare.

Al tempo stesso, l’astrologia ha iniziato a dialogare con la psicologia contemporanea, con i linguaggi del femminismo, della spiritualità individuale, dell’inclusione. Alcuni la vedono come una forma di cura simbolica, una narrazione che permette di nominare conflitti interiori, di riconoscere dinamiche ripetitive, di guardarsi con maggiore compassione. Cresce anche l’interesse verso le radici storiche del sapere astrologico: scuole e comunità internazionali riscoprono le tecniche tradizionali ellenistiche e medievali, studiando gli antichi testi con rigore e passione. In questo senso, l’astrologia contemporanea è più stratificata che mai: popolare e specialistica, leggera e profonda.

Non pretende più di fornire risposte definitive, né di competere con la scienza. Ma continua a offrire un sistema di significati, un alfabeto emotivo, una forma di pensiero simbolico che attraversa le epoche. In un mondo dove i dati si moltiplicano ma il senso sfugge, l’astrologia non impone certezze: suggerisce letture. E forse è proprio per questo che, da millenni, l’uomo continua a guardare il cielo non solo con curiosità, ma con la segreta speranza di riconoscervi qualcosa di sé.

Storie di sfide, conflitti e ambizioni senza freni, dove il rischio diventa un’occasione e la passione alimenta ogni gesto. L’Ariete ama i film che bruciano energia, con protagonisti guidati dall’istinto. Cinema diretto, incendiario, impossibile da ignorare.

THE WOLF OF WALL STREET

commedia/biografico, USA (2013) di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie

QUANTO È ARIETE?

Trama:

Jordan Belfort inizia la sua carriera come broker a Wall Street con la voglia di conquistare il mondo. La sua ascesa fulminea lo porta a creare la Stratton Oakmont, società di intermediazione finanziaria che mescola truffa e ambizione sfrenata. Tra ville extralusso, yacht, feste orgiastiche, montagne di cocaina e strategie di vendita aggressive, Jordan costruisce un impero tanto rapido quanto instabile. Ma ogni vertigine ha un prezzo: la caduta sarà fragorosa e inarrestabile, tra processi, tradimenti e la perdita di ogni equilibrio personale.

Il

film:

Con The Wolf of Wall Street Martin Scorsese firma uno dei film più dirompenti della sua carriera. A settantun’anni, il regista che aveva scolpito il volto della criminalità in Quei bravi ragazzi e Casinò mette in scena un’altra forma di gangster movie: non più pistole e sangue, ma telefoni, azioni e contratti. Il risultato è una commedia nera travolgente, un’opera che sembra girata con l’energia di un ventenne e che racconta il capitalismo come un’orgia senza freni. Lo spettatore è risucchiato in tre ore di eccessi, tra discorsi motivazionali, droghe, sesso e violenza verbale, in un montaggio vorticoso che non concede tregua. Leonardo DiCaprio porta sullo schermo la sua interpretazio-

ne più selvaggia e fisica. Non è solo il carisma di un attore maturo, ma un corpo che diventa linguaggio: il celebre “crawl” dopo l’overdose da quaalude è una scena di pura slapstick che rimanda alla grande tradizione della commedia muta, mentre i suoi monologhi davanti ai broker della Stratton Oakmont hanno la furia di un predicatore religioso. Per questo ruolo vinse il Golden Globe e ottenne la quarta candidatura all’Oscar, mancato ancora una volta. Ma il film consacrò definitivamente la sua immagine: non più “il bello di Titanic”, ma un attore pronto a sporcarsi le mani.

La produzione non fu meno rocambolesca della trama. DiCaprio, innamorato del libro autobiografico di Belfort, acquistò i diritti e convinse Scorsese a dirigerlo, dopo che la Universal aveva lasciato cadere il progetto. A finanziare il film arrivò la Red Granite Pictures, società poi travolta dallo scandalo del fondo malese IMDB: parte del denaro usato per produrre il film proveniva da frodi internazionali. Una beffa perfetta, che rende la parabola di Jordan Belfort ancora più ironica e circolare.

Accanto a DiCaprio, il cast esplode: Jonah Hill, inaspettato mattatore, ottenne la sua seconda nomination all’Oscar; Margot Robbie, alla prima vera occasione hollywoodiana, divenne un’icona grazie al personaggio di Naomi; Matthew McConaughey, con un’apparizione di soli dieci minuti, si ritagliò una delle scene più citate del decennio, con quel battito di petto improvvisato che DiCaprio decise di inserire nel film. Questi momenti improvvisati e la libertà concessa agli attori spiegano perché il film sprizzi energia da ogni inquadratura.

Non mancarono le polemiche. Molti accusarono Scorsese di glorificare la vita dissoluta di Belfort, trasformando le sue truffe in uno spettacolo irresistibile. Il regista rispose che il film non voleva dare lezioni morali ma restituire il fascino ambiguo del denaro: «Se

Jordan Belfort fosse stato un uomo noioso, non avrebbe ingannato nessuno. Ho voluto mostrare il suo magnetismo, non giustificarlo». È questa ambivalenza che divide ancora oggi: per alcuni un’apologia, per altri un atto di denuncia attraverso l’eccesso.

Dal punto di vista stilistico, The Wolf of Wall Street è un manuale di libertà narrativa. Il montaggio di Thelma Schoonmaker alterna sequenze ipercinetiche a improvvisi rallentamenti che amplificano l’assurdo; la colonna sonora, dal blues al punk, è usata come detonatore emotivo; la voce fuori campo, tipica del cinema scorsesiano, diventa qui un fiume in piena che rompe continuamente la quarta parete, rendendo lo spettatore complice delle truffe. È cinema che gioca a manipolare, proprio come i broker che racconta.

Il film ottenne cinque nomination agli Oscar, senza vincere, ma il suo successo fu travolgente: oltre 400 milioni di dollari incassati nel mondo, nonostante la durata di tre ore e il rating “R” che ne limitava la distribuzione. Rimane oggi una delle opere più audaci del regista, capace di unire il suo rigore narrativo a una comicità sopra le righe, più vicina alla satira di Billy Wilder che ai gangster movie. Un lascito che ha influenzato tanto il cinema quanto le serie televisive sulla finanza e il crimine economico.

Ma The Wolf of Wall Street è anche la conferma di quanto Scorsese resti un autore capace di reinventarsi. Dopo quarant’anni di carriera, non c’è nulla di museale o nostalgico nel suo cinema: il regista di Mean Streets e Toro scatenato gira con una vitalità che sorprende, spingendosi oltre i limiti dell’autocontrollo narrativo. Qui si diverte a esasperare l’eccesso, a trasformare la biografia di Belfort in una parabola comica e tragica insieme, in cui la macchina da presa sembra drogata tanto quanto i personaggi che inquadra. È la dimostrazione che Scorsese non è solo il cantore della mafia o della New York oscura, ma un autore capace di rac-

contare il volto mutevole dell’America in tutte le sue derive, dalla strada al grattacielo, dal coltello alla borsa.

✴

✴ ✴

Perché è adatto all’ARIETE?

L’Ariete si riconosce nella spinta inarrestabile di Jordan Belfort, nell’energia che non conosce limiti e nella sete di sfida che diventa ossessione. Il segno ama rischiare, affrontare frontiere inesplorate, buttarsi senza calcolare troppo le conseguenze. Nel film, questa natura bruciante si vede trasformata in ambizione cieca e autodistruttiva, ma è proprio il coraggio, la passione e la forza dirompente dell’Ariete a emergere. The Wolf of Wall Street mostra l’Ariete al massimo della sua potenza: vincente, seducente, trascinante, ma destinato a pagare il prezzo della sua furia vitale.

WHIPLASH

drammatico, USA (2014) di Damien Chazelle con Miles Teller, J.K. Simmons

QUANTO È ARIETE?

Trama:

Andrew, giovane batterista di talento, sogna di diventare uno dei grandi della storia del jazz. Per riuscirci sacrifica amicizie, relazioni e qualsiasi parvenza di vita normale, concentrando tutto sul ritmo. La sua occasione arriva quando il carismatico e spietato maestro Terence Fletcher lo prende nella sua classe al conservatorio più prestigioso di New York. Quella che sembra un’opportunità si trasforma presto in una guerra psicologica: prove massacranti, umiliazioni pubbliche, un rapporto al limite della violenza. Andrew resiste, sanguina, cade e si rialza, ma fino a che punto l’ossessione e l’arte giustificano la distruzione di sé stessi?

Il film:

Whiplash è il film che ha rivelato Damien Chazelle come uno dei registi più promettenti della sua generazione. Girato in appena 19 giorni con un budget ridottissimo, nasce da un cortometraggio presentato al Sundance nel 2013. Da lì la produzione prese slancio: un anno dopo, la versione lunga vinse il Gran Premio della Giuria e il Premio del Pubblico al festival, conquistando subito l’attenzione di pubblico e critica. È un’opera compatta, nervosa, costruita sul tempo musicale e sul conflitto tra talento e disciplina.

Al centro della scena due interpretazioni che si fronteggiano come in un duello western: Miles Teller, nei panni di Andrew, re-

stituisce l’ostinazione e la vulnerabilità di chi è disposto a distruggere tutto pur di emergere; J.K. Simmons, nel ruolo di Fletcher, offre un ritratto memorabile di un mentore crudele, trasformato in icona istantanea. La sua recitazione, feroce e calibrata, gli valse l’Oscar come Miglior attore non protagonista.

La forza del film non risiede soltanto negli attori, ma anche nella costruzione formale. Il montaggio serrato di Tom Cross –premiato anch’esso con l’Oscar – trova un ritmo che imita quello della batteria, alternando accelerazioni e pause improvvise, facendo percepire la fatica e l’ansia del protagonista. La fotografia cupa e il montaggio frenetico trasformano aule e palestre in campi di battaglia, dove il sangue delle mani sul tamburo diventa il simbolo di un sacrificio estremo.

Whiplash è una riflessione sull’arte, sulla formazione e sul prezzo della grandezza. Chazelle costruisce un racconto che ribalta i miti del “professore illuminato” alla L’attimo fuggente: qui il mentore non ispira, ma distrugge, nella convinzione che solo passando attraverso il dolore emerga il genio. Una visione brutale e controversa che ha acceso dibattiti: Fletcher è un sadico o un visionario? Andrew è vittima o complice della propria ossessione? Il finale, con quell’assolo interminabile che diventa duello e riconciliazione, resta una delle sequenze più potenti del cinema contemporaneo.

✴ ✴ ✴ Perché è adatto all’ARIETE?

L’Ariete è il segno della sfida e dell’ostinazione, capace di tutto pur di superare i propri limiti. Andrew incarna questo impulso primario: sacrificare tutto per affermarsi, trasformare la sofferenza in carburante. Whiplash mostra l’Ariete nella sua essenza più estrema: disposto a sanguinare pur di conquistare il suo posto sul palcoscenico.

VAN GOGH

SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ

biografico, USA/Francia (2018) di Julian Schnabel

con Willem Dafoe, Rupert Friend

QUANTO

È ARIETE?

Trama:

La vita tormentata di Vincent van Gogh negli ultimi anni: il trasferimento ad Arles, l’amicizia e il conflitto con Gauguin, la lotta con la follia e la ricerca di un linguaggio artistico assoluto.

Il

film:

Julian Schnabel racconta Van Gogh con uno stile pittorico e immersivo, fatto di immagini instabili e colori accesi che traducono sullo schermo il suo sguardo interiore. Willem Dafoe, premiato a Venezia, regala un’interpretazione intensa e dolorosa, che restituisce il genio e la fragilità di un artista divorato dalla passione. Non è un biopic tradizionale, ma un’esperienza sensoriale che porta lo spettatore nella mente dell’artista.

Il film restituisce con fedeltà l’isolamento del pittore e il suo conflitto con un mondo che non lo comprende, trovando proprio in questa incomunicabilità la chiave del suo mito.

Perché è adatto all’ARIETE?

Van Gogh (nato il 30 marzo 1853) è l’emblema dell’Ariete: creatività bruciante, ossessione per la verità interiore, rifiuto dei compromessi. Un uomo che ha vissuto e dipinto come in una corsa contro il tempo.

ACCATTONE

drammatico, Italia (1961) di Pier Paolo Pasolini con Franco Citti, Franca Pasut

QUANTO È ARIETE?

Trama:

Vittorio, detto Accattone, vive di espedienti e sfrutta le prostitute per sopravvivere. Quando cerca di cambiare vita, viene trascinato di nuovo nella miseria e nella violenza delle borgate romane.

Il

film:

Esordio di Pasolini, è un ritratto crudo della periferia romana e dei suoi emarginati. La fotografia di Tonino Delli Colli e la colonna sonora di Bach creano un contrasto potente con la brutalità delle immagini. Franco Citti incarna un protagonista disperato e ribelle, simbolo di un’Italia esclusa dal boom economico. È un’opera che rompe le regole del neorealismo, dando voce agli ultimi con una radicalità poetica e spietata.

Il film venne accolto con scandalo e polemiche: accusato di immoralità, rivelò invece il coraggio di un autore che per la prima volta portava sullo schermo un’umanità dimenticata, imponendo subito un nuovo sguardo nel cinema italiano.

Perché è adatto all’ARIETE?

Accattone vive d’istinto, senza calcolo, affrontando la vita come una battaglia continua. La sua ribellione disperata e il suo rifiuto di piegarsi lo rendono un personaggio profondamente arietino. VAN

HEAT – LA SFIDA

thriller/crime, USA (1995) di Michael Mann con Al Pacino, Robert De Niro, Val Kilmer

QUANTO È ARIETE?

Trama:

Neil McCauley, ladro professionista, guida una banda di rapinatori che colpisce con precisione chirurgica. A dargli la caccia è Vincent Hanna, tenente della polizia di Los Angeles, ossessionato dal lavoro e incapace di vivere una vita familiare normale. Inizia così un lungo gioco del gatto col topo, tra inseguimenti, rapine spettacolari e un inevitabile confronto faccia a faccia, destinato a diventare leggenda.

Il

film:

Michael Mann firma con Heat il suo capolavoro, un poliziesco epico che ridisegna il genere negli anni Novanta. Ambientato in una Los Angeles livida e notturna, il film intreccia due storie parallele, quella del ladro e quella del poliziotto, specchi opposti e complementari. L’incontro al tavolo del diner tra De Niro e Pacino – la prima volta insieme sullo schermo mentre condividono la stessa scena – è diventato un momento iconico della storia del cinema, un dialogo che condensa tensione, rispetto e destino. Mann costruisce un racconto corale, dove la precisione delle rapine si alterna alla fragilità delle vite private. Il celebre scontro a fuoco nel centro di Los Angeles, girato con suono diretto e senza colonna sonora, resta una delle sequenze d’azione più impressionanti mai realizzate, imitata per decenni. La regia valorizza

la città come un personaggio, con i suoi grattacieli e le sue luci fredde che riflettono la solitudine dei protagonisti.

Heat è anche un film sul prezzo della dedizione assoluta. McCauley vive secondo una regola: «Non avere niente nella vita che non puoi lasciare in trenta secondi se senti la polizia arrivare dietro l’angolo». Hanna, dall’altra parte, sacrifica matrimonio e serenità per la caccia. Entrambi incarnano la stessa ossessione: il lavoro come totalità, la sfida come unica forma di esistenza.

Il film fu un successo di critica e pubblico, consolidando Michael Mann come maestro del thriller moderno. È stato citato da registi come Christopher Nolan – che ne ha riconosciuto l’influenza diretta per il suo Il cavaliere oscuro – e rimane un riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire come il cinema possa trasformare un inseguimento in una riflessione esistenziale.

Perché è adatto all’ARIETE?

Heat riflette l’anima dell’Ariete: il bisogno di misurarsi in sfide senza compromessi, l’energia di chi affronta ogni ostacolo come una battaglia, il destino vissuto come corsa verso l’inevitabile. Hanna e McCauley incarnano la determinazione arietina, pronti a rischiare tutto pur di non arretrare di un passo.

134 ALTRI FILM

134 EXCALIBUR

134 THELMA

134 BOYHOOD

134 THE NORTHMAN

134 GIOVENTÙ BRUCIATA

135 TROY

135 ANIME NERE

135 MOONLIGHT

135 MILLION DOLLAR BABY

135 THE AVENGERS

136 LE STELLE DELL’ARIETE

138 GLI AUTORI

139 INDICE

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Cinezodiaco - Ariete by Burno - Issuu