Capitolo 1
Sono tutti in terrazza per il pranzo della domenica, seduti ai tavoli a piacimento, con la sola distinzione tra il settore per la casa di riposo e quello per la casa di cura, in una residenza nobiliare del Settecento, che affaccia su un’insenatura della costa ligure, tra Bogliasco e Sori, con parco privato.
Gianni ritrae il labbro e aggiusta i Ray-Ban a goccia per difendersi dal sole che spunta tra le palme e gli finisce addosso, ancora caldo nonostante l’ottobre inoltrato.
«Potresti toglierti il foulard», interviene Alice, indicando la sua striscia di seta gialla a pois, annodata in mezzo alla camicia. Gianni la squadra sorpreso, infastidito da quell’espressione che sembra dimentica del suo modo di comportarsi, di vestire. La donna dovrebbe ormai sapere che lui mai prescinde da una pennellata di colore fuori contesto, di un tocco di vitalità improvvisa in barba alla leziosità. È inutile disquisire sulla questione. Alice abbozzerebbe scettica e non risparmierebbe alcune battute sul suo look, magari definendolo di nuovo la sintesi tra “Doris e Mirigliani”, con accenno anche alla tinta dei suoi capelli, oscillante nelle stagioni tra il rossiccio e il mogano. Battute facili, da avanspettacolo. Secondo lui gli uomini hanno il sacrosanto diritto di uscire dalle divise monocromatiche di una vita, sbizzarrendosi in combinazioni più o meno ardite e recuperare in parte quella libertà estetica lasciata per troppo tempo al mondo femminile. «Vanno bene i pansoti al sugo di noci?», domanda la cameriera. Gianni tace e addenta i triangoli ripieni di verdura avvertendo subito qualcosa di strano. Il guscio di una noce si è incuneato e ha fatto cadere un ponte non lontano dagli incisivi. Il dente naviga nella bocca come una caramella, lasciando per un attimo
perdere le sue tracce. Gianni strabuzza gli occhi e rimane in apnea, terrorizzato dal rischio di ingoiarlo e dover per giorni defecare nel vasino, nella speranza di una nuova apparizione. Al momento sembra che gli altri al tavolo non si siano ancora accorti dell’imprevisto. È la prima volta in cui gli capita un disagio del genere. Lui ha sempre sfoggiato una dentatura alla Julio Iglesias e mai ha lesinato spese in caso di problemi odontoiatrici. Guarda i compagni e prevede le smorfie di soddisfazione in alcuni di quei visi deturpati dal tempo, le espressioni di maligna solidarietà, la perfida disponibilità ad accoglierlo nel club dei pezzi mancanti o difettosi. Analizza la loro epidermide, le curvature e gli spigoli dei loro profili. Gli scorrono davanti denti ingialliti, capelli un po’ unti, pelli secche, squamate, peli isolati. Ce ne sarebbe per tutti. Nulla di eclatante, per carità. Normali segni di una manutenzione pigra, nei limiti della decenza. Alla fine sputa il dente con studiata lentezza in un fazzoletto e lo ripiega veloce infilandolo nella tasca dei pantaloni di tela.
«Tutto bene? Ti risucchi le guance…», commenta Alice, dopo aver messo da parte il piatto. Tamburella le dita venose sul tavolo e lo osserva, in attesa di qualche reazione.
L’uomo solleva il pollice per dare l’ok. Comunque non potrà resistere per l’intero pranzo.
«Allora, Gianni. Che ti piglia? Hai mollato lì tutti i pansoti. Che peccato!», interviene Enrico, ciondolando con la testa sopra il bicchiere di vino ed espirando dal naso a patata. Ecco, lo accerchiano. Forse hanno visto la scena o forse hanno soltanto intuito qualcosa. Meglio dare un taglio netto: «Si è spaccato il dente per un guscio di noce».
«Eh, ti è venuta una faccia scura per una belinata del genere!», continua Enrico, che ghigna tra gli occhi piccoli e dà una gomitata al vicino di posto.
«Sarai per qualche ora un pochino meno bello del solito», affonda Alice con sarcasmo, suscitando le risatine degli altri.
Alla base non riescono a centrare il problema. L’armonia in un corpo logoro è essenziale. Ogni tassello può far crollare il mosaico perché l’equilibrio è fragile. Non si tratta soltanto di un ponte caduto. È una fessura in trincea, nella sua lotta di resistenza. Potrebbe allargarsi piano piano e attaccare tutta la linea.
«Mettilo stasera sotto il cuscino. Vedrai che il topo provvederà», scherza Alice, schiacciandosi sulla bocca il dorso con la vitiligine per trattenere il ghigno.
«Alla malaparata ti farai un dente d’oro scintillante, da pappone», insiste Enrico, ritraendosi in una smorfia che acuisce la pappagorgia e le pieghe di ciccia verso la mandibola. Gongola con la malignità di chi ha dovuto pazientare a lungo sulla riva del fiume in attesa del cadavere. D’altronde Gianni lo ha sempre considerato un meschino e non ha perso occasione per sottintenderlo con tagliente cortesia. Quello che detesta soprattutto di lui è la competitività, che dilaga in qualunque aspetto della vita quotidiana. Una tara atavica derivante da un complesso di inferiorità, in nessun modo affievolito dalle fortune solo economiche avute negli anni. Un commerciante di acciaio all’ingrosso, con il fiuto per i mercati in espansione, capace di costruire un’impresa di buone dimensioni dal niente e gestirla per tre decadi con avidità oculata. I lunghi e tediosi aneddoti della sua esperienza professionale sono stracolmi di episodi di caccia grossa, raccontati con il sorrisetto mellifluo di chi gode facendo specchiare le proprie parole nelle facce degli altri. Cavalli di battaglia: le fregature date a concorrenti e partner, le ritorsioni nei confronti di chi gli aveva fatto dei torti, la nomina a Cavaliere del Lavoro, le condanne penali evitate grazie alla prescrizione del reato, il denaro dirottato in paradisi fiscali. Una summa ineccepibile della storia italiana recente, che non gli ha evitato, comunque, la fine in una casa di riposo di lusso. Questo era il fiore all’occhiello delle confutazioni di Gianni, utilizzato con parsimonia perché rappresentava un argomento delicato e soprattutto perché in fondo accomunava tutti i presenti. Se sconfitta
significa, si tratta di sconfitta collettiva che non avrebbe potuto trascinare gli amici della villa in risate e prese in giro.
Gianni focalizza lo sguardo su certi dettagli fisici di chi si crede molto spiritoso. Solleva il mento per posare gli occhi sulle labbra mal rifatte di Alice, gonfie al centro, aspettando la reazione di lei proprio in un sorriso quasi beffardo e soprattutto storto per quell’anomalia. Appena lo ottiene, Gianni passa soddisfatto a monitorare la ricrescita grigia alla base dei capelli biondo platino e rimbalza tra i due punti di osservazione.
La donna bofonchia: «Allora? Ti sei incantato? Non sai cosa ribattere?», ben intuendo in realtà la risposta in quel contrattacco. Inizia a sistemarsi spazientita le ciocche dietro le orecchie, sotto una forcina, stringe le palpebre e acuisce le zampe di gallina ai lati.
Gianni osserva poi Enrico sopra il naso e favorisce il leggero strabismo dell’altro, che non vuole distogliersi da quell’incrocio western e mantiene un’espressione vitrea di fronte, così divaricando ancor più, piano piano, gli occhi e assumendo uno sguardo inquietante. Gianni si volta all’improvviso e lo lascia surplace, prigioniero della propria postura, e rivolge l’attenzione al cameriere, che descrive la cottura del fegato.
L’attesa per il dolce è lunga. Di solito i tempi del pranzo sono ristretti per evitare che alcuni degli ospiti più anziani o non autosufficienti inarchino indietro la schiena e inizino a russare o, come successo alcune volte, precipitino con la faccia nel piatto.
Gianni si mette sul dondolo davanti al mare e viene raggiunto da Ersilio, un novantenne, capace di correre diverse mezze maratone all’anno. Stende le gambe asciutte e muscolose sulla ringhiera di ferro. «È un casino. Pare un grosso casino», esclama, tenendo le braccia conserte e contemplando l’orologio da runner con frequenzimetro, prescritto dal cardiologo. Una mera cautela, vista l’età, accettata a stento dall’uomo.
Gianni lo scruta, un po’ intontito. «Che intendi?»
«Non ho capito ancora bene ma pare che i ciuccianebbia vogliano o abbiano già sfrattato questi della casa di riposo perché non pagano l’affitto. Voci di corridoio. La notizia arriva però da chi ha parlato per caso con il commercialista della società».
Gianni non può immaginare come una residenza al completo possa ridursi così.
D’altronde la presenza in quel momento del direttore fuori dalle festività principali si può spiegare soltanto con un avvenimento importante. Si tratta di un cinquantenne, incaricato dalla società di gestire siti per la terza età sparsi nel nord Italia, di cui la maggior parte più strutturati e remunerativi di quello ligure. Il suo arrivo è di solito foriero di patetici auguri o di cattive notizie.
«Che muso aveva il dottore?», domanda Gianni.
«Scuro, da cagnaccio nervoso. Secondo me gli hanno scaricato la bomba in mano e lui deve girarla ai suoi cari, sconosciuti over. Magari sarà conciso e duro come al solito», risponde Ersilio.
«Qui gli epitaffi sono all’ordine del giorno».
Il caposala piomba in mezzo allo spiazzo, si schiarisce la voce e dice: «Signori, un attimo di attenzione, prego. Oggi frutta e dolce verranno serviti più tardi per la gradita visita del dottor Baruffi, che desidera parlare a tutti voi». L’uomo gesticola come uno steward durante le informazioni in caso di avaria. Alcuni si avvicinano al maître e lo accerchiano aspettando la guest star; altri, distratti dal vino e dal caldo, continuano a vagare sulla terrazza e nel giardino senza aver sentito l’annuncio.
Il direttore esce dalla vetrata ad apertura automatica e scrolla la schiena per lasciar scivolare a terra un brivido. Avanza a falcate lunghe che sollevano un po’ sulla caviglia i pantaloni a sigaretta e mostrano le belle calze di cotone a righe azzurre e blu.
«Cari signori», esordisce quasi urlando, per avere l’attenzione dell’uditorio. È una faccenda da sbrigare subito, senza tentennamenti. «La nostra azienda, anche a causa dell’attuale situazione critica del Paese, sta attraversando un momento di difficoltà e non
riesce a sostenere le spese per la gestione della casa di cura. Le soluzioni sono, purtroppo, soltanto due: chiudere oppure provare ad alzare le rette».
Il direttore viene interrotto da un moto di protesta degli anziani. Dalle retrovie partono fischi, rumori e qualche insulto: «Usurai! Non ve ne importa niente di noi! Ci fate già pagare come se fossimo al Grand Hotel di Montecarlo! Dove ve le imbertate le palanche?»
Ersilio scuote la testa piccola e lancia un’espressione di consapevolezza all’amico.
«Signori, signori, vi prego. State tranquilli. Il nostro contabile ha preparato piani individuali cercando di mantenere un criterio di eguaglianza».
D’impulso Gianni vorrebbe prendere la parola e chiedere la fonte dei guadagni per le piste di cocaina di cui il direttore è sempre ben fornito e per la Lamborghini che usa giusto nelle grandi occasioni. Lo stipendio di un dirigente non consentirebbe simili esborsi. Ma preferisce essere benpensante. Sarà ricco di famiglia. Anche se gli risulta che i genitori fossero dei commercianti all’ingrosso in un quartiere popolare. Avrà molti bonus e benefit dalla società. Anche se dai bilanci, che Gianni legge ogni anno, nulla emerge.
«Il ragionier Betelli è a vostra disposizione per le analisi dei singoli contratti. Non ci serve una risposta domani. Basta che arrivi entro un mese».
«Perché un mese?», interviene Ersilio, che si piazza a un paio di metri da Baruffi.
«È il tempo concesso dalla proprietaria della villa», ammette, divaricando gli avambracci e ruotando leggermente su sé stesso, quasi a voler raccogliere comprensione.
Le informazioni di Ersilio sono corrette. Si rischia lo sfratto. Inutile fare altre domande.
«Un chiarimento: la decisione dovrebbe essere collettiva. Ossia, se solo alcuni aderissero all’aumento del canone, la società
non avrebbe le risorse per proseguire. Serve una partecipazione di massa», aggiunge Baruffi, che ha assolto al compito e desidera solo svicolare. «Scusate per l’interruzione del pranzo ma sono di corsa. Ho un appuntamento tra due ore a Pavia. Ci sentiremo al più presto. Buona giornata». Marcia verso la reception scortato da due camerieri. Un’anziana sulla sedia a rotelle lo afferra per il gomito, lo tira giù e gli toglie l’equilibrio. Baruffi si piega sulla destra e, per non cadere, si arpiona alla ruota avvicinando per pura casualità l’orecchio alla bocca della donna. Lei aggrotta le sopracciglia e gli sussurra qualcosa di sicuramente terribile, affondando le unghie smaltate tra il suo polso e l’orologio da vela. Il direttore abbozza il sorriso di un animatore turistico sotterrato dai fischi dei villeggianti, le adagia la mano libera sulla spalla, inscena un gesto di solidarietà da dare in pasto all’uditorio ma si cura di toglierla subito dopo per evitare schiacciamenti o morsi.
Capitolo 2
Nel tardo pomeriggio Gianni ed Ersilio si danno appuntamento presso la panchina, sotto il pino marittimo, dove una ringhiera rotonda protegge il punto panoramico dallo strapiombo.
È uno slargo irregolare di foglie cadute e ghiaia, in cui è possibile vedere l’insenatura tra i declivi di roccia scoscesa, appena venati da strisce di sterpaglia. Sporgendosi si riesce a scorgere una lingua di sabbia ricavata tra la battigia e la parete di pietra. Gianni si ferma spesso lì da solo, a fumare e a guardare le macchie gialle e rosse dell’ultima vegetazione di ottobre che si ammassa ai lati della piccola spiaggia.
«Chissà per quanto ancora potremo stravaccarci qui…», esclama Ersilio, che utilizza il sedile del ritrovo come panca per gli addominali.
«Qualcosa sarà», risponde Gianni, affondando il collo nel giaccone a doppio petto. «Tutt’al più metterò in mare un canotto e mi piazzerò qui davanti».
«Ti ci vedo ad ansimare con il remo, spruzzandoti l’acqua in faccia. E poi rovineresti il vestito da yacht».
«Non ho uno yacht. Magari potrei riesumare la divisa da canottaggio che indossavo ai tempi dell’università. Roba chic. Non so se apprezzeresti».
Ersilio alza gli occhi al cielo. In effetti raramente si è interessato all’estetica sportiva.
Gianni pensa alle scarpe bianche da vogatore seccate dal salino, ai rivoli sulla maglia a maniche lunghe di cotone ancora morbidissimo, al rischio di capovolgersi. Potrebbe farsi accompagnare dal nipote nella canoa ma quel ragazzo ha il difetto di essere logorroico e gli rovinerebbe il momento con lunghe divagazioni
sul Genoa e sulle ragazze, ossia su ciò che mai gli è appartenuto e su ciò che, giocoforza, non gli appartiene più.
Ersilio si alza, divarica le gambe e incomincia a piegarsi ingiù a braccia tese per raggiungere il terriccio con i polpastrelli. Riscaldare e allungare i muscoli è diventato ogni anno un esercizio più attento per evitare stiramenti e strappi.
Gianni lo osserva stranito e quasi avverte stanchezza nel contare le flessioni. Scrolla la testa e per l’ennesima volta gli domanda, fingendo a sé stesso di aver dimenticato la risposta: «Perché ti devi sbattere a novant’anni? Si tratta di un fioretto? Di una penitenza? Non ti capisco. Non fai abbastanza sforzo nelle cose quotidiane?»
L’altro interrompe la ginnastica e, con un lampo nelle minuscole pupille, dice: «Proprio qui sta il nocciolo. La corsa mi aiuta nelle faccende di tutti i giorni, mi permette di sentirmi più leggero, meno ancorato alla terra». Sull’ultima frase rallenta, come se la sua agilità fosse un modo per divincolarsi da un qualcosa di invisibile e ogni giorno più presente.
Gianni stira scettico le labbra e sistema il ciuffo sopra la fronte. Coglie subito il senso recondito di quelle parole e tenta di deviare un po’ il tiro. «Boh, sarà. Ma tutta quella corsa… passo dopo passo, in continuazione… ogni santa sera. Non ti annoi?»
Ersilio si volta, spalanca gli occhi scuri, accentuando in un sorriso lo zigomo prominente, ed esclama: «Non mi annoio mai. Nemmeno un secondo».
«Dove vuoi arrivare? Alla maratona di New York?», insiste Gianni, per gioco.
«“Dove” voglio arrivare? In realtà è “come” voglio arrivare…», scandisce bene le sillabe, con la secchezza dell’isolano doc. Si avvicina poi a Gianni, gli appoggia la mano sulla spalla e aggiunge: «Quando sarà il mio attimo, voglio andare in paradiso o all’inferno correndo. Voglio arrivarci veloce, senza fatica. Preferisco che medici e parenti non mi accompagnino alla porta e non mi
spingano per superarla». Rimane immobile e lascia confluire in quel contatto un’energia dalle radici lontane, una forza in cui Gianni individua anche un minimo di lucida, battagliera disperazione.
I due si guardano e cercano muti una soluzione per superare un ostacolo prossimo e allo stato insormontabile. La retta è onerosa, ai limiti per chi ha comunque una buona pensione, un piccolo patrimonio alle spalle o una rendita diversa. Tremila euro al mese. Un prezzo che a molti è parso eccessivo per il reale servizio della casa di riposo. Come hanno sempre detto gli esterni e quelli del personale, pagano anche e soprattutto il posto, lo scorcio che può sembrare l’anticamera per il paradiso che li aspetta.
Ersilio, in effetti, beneficia di sessant’anni di lavoro da produttore e commerciante all’ingrosso di formaggi. Aveva iniziato nell’Ogliastra, nella fattoria del padre e gradualmente comperò dai vicini terre incolte e animali, soprattutto ovini, creando in poco tempo una vera e propria azienda. Un caseificio nel nulla dopo la seconda guerra mondiale e una società di trasporto e vendita dei prodotti nella regione e quindi in tutta Italia. Capì prima degli altri il futuro del turismo e prese contatti con gli albergatori della costa, raggiungendo per molto tempo una specie di monopolio sul perimetro dell’isola. In Liguria lo anticiparono i formaggi. Lui venne a trattare personalmente con il titolare di una catena di negozi e si innamorò della figlia. Si trasferì a Genova per soddisfare i desideri di lei alla fine degli anni Cinquanta ed ebbero insieme due figli maschi, tutt’ora alla guida dell’azienda di famiglia. Il tutto, sempre, di corsa, dal Gennargentu al monte Fasce.
«Perché ti sei rintanato qui?», gli chiese una volta Gianni.
«Perché sono un tipo vecchio stampo. Mi sono spaccato la schiena al lavoro ma in casa sono abituato a non far niente. Adesso che la mia Anna è mancata, dovrei farmi aiutare da qualcuna. Ho anche provato, sai. Una colf bravissima. Ma non sopporto l’idea che un’altra donna calpesti l’ombra di mia moglie nelle stanze. Anche se si tratta solo di pochi passi silenziosi. Almeno qui mi
fanno la stanza veloce, mollo la roba nella lavanderia e mangio al ristorante in gruppo».
Dal sentiero principale spunta Livia, una settantacinquenne longilinea, con capelli bianchissimi. Ampie falcate leggere, nascoste da una gonna a fiori, da cui spuntano i sandali minimalisti.
Gianni abbassa lo sguardo e osserva con attenzione i dorsi dei piedi, in particolare la linea dei tendini che affiorano ad ogni passo. Non si può trattenere. Da feticista storico ammira la pelle abbronzata, il calcagno levigato e soprattutto le unghie curate.
«Di cosa parlate?», domanda lei, con la solita voce da piani alti, strozzata, vagamente ruvida, degna di Susanna Agnelli.
«Di quello sulla bocca di tutti», risponde Gianni, costretto per educazione ad alzare lo sguardo e a rivolgerlo alla faccia di lei.
Livia tocca la collana d’ambra sopra una maglietta verde oliva, comprata a cinque euro al mercato e capace di apparire chic sul suo sterno ossuto. «Se andrà male troveremo un altro posto», afferma secca ma poco convinta.
«Non credo. Non così».
«Guarderemo le colline dell’entroterra o i tetti del centro storico. Non cambierà molto».
«Cambierà», ribatte Gianni, schiacciando il mozzicone della sigaretta sotto la suola. Sì, per lui non potrà essere la stessa cosa. È una questione di prospettiva. L’affaccio sul mare è l’assenza di limiti allo sguardo in un’età che ha il confine ben presente e vicino, la sua illusione ottica quotidiana. Lo culla in un’impercettibile sensazione di onnipotenza, che nessuno gli può togliere perché nessuno, in quei momenti, si frappone tra il mar Ligure e lui. Neppure la Corsica rappresenta un ostacolo, troppo lontana, scomparsa a sud.
Livia non gli chiede chiarimenti e sembra sottendere un minimo di comprensione. «Anche i ricchi piangono», butta lì la donna, con un mezzo ghigno.
«I ricchi saremmo noi o i gestori?», domanda Ersilio.
«Erano loro…»
Lei si siede sulla panchina e stende le gambe, le lascia scoperte fino al ginocchio e permette a Gianni di ispezionare per l’ennesima volta i suoi polpacci ancora tonici.
«Dovremmo riunirci e fare, come dicono i miei figli, un brainstorming. Potrebbe saltar fuori qualcosa di utile», accenna Ersilio.
«Sei più elegante e credibile quando parli sardo», commenta l’amico.
«No, però non ha torto. In mezzo a decine di stupidaggini potrebbe esserci una buona idea. Non ci costa niente. Tempo da perdere ne abbiamo», dice Livia, che pensa al posto in cui ritrovarsi, lontano da orecchie esterne. Una soluzione è lo slargo tra i pini marittimi, sul versante a est della villa: un ritaglio di prato e sterpaglia, che si apre all’improvviso nel sentiero. Rigorosamente al mattino. Nel primo pomeriggio e alla sera la sonnolenza decimerebbe il gruppo o comunque annebbierebbe le menti strappate al riposo.
«Tra una settimana, alle undici», esclama e indica con il braccio il luogo della riunione.
«D’accordo. Niente avvisi in bacheca o volantini. Non è un’assemblea di condominio», interviene Gianni. Così si potrebbero selezionare gli invitati.
«Butterò giù una lista di persone da chiamare pregandole di venire e stare nel frattempo zitte», aggiunge Livia. Estrae un tablet su cui prende ad annotare una serie di nomi, anticipandoli a voce bassa. Gianni osserva l’agilità delle sue dita sulla tastiera, si sofferma sullo smalto vinaccia e sul solitario all’anulare. Ricorda la morbidezza della pelle, soprattutto del palmo asciutto ma non secco appoggiato al suo durante la festa da ballo alla fine dell’anno scorso. Un contatto di pochi minuti in occasione di un lento, che non lo ha però dispensato da una semierezione, mal celata con una postura a rinculo degna di un inchino appena accennato. Busto prossimo al seno di Livia, bacino lontano e natiche in fuori
mentre il DJ annoiato stava passando My Way di Frank Sinistra. Era rimasto qualche frazione di secondo in dubbio se mantenersi effettivamente eretto, con la zona pubica pronta a sfiorarle la gonna e dare un’avvisaglia di apprezzamento. Un tempo neppure avrebbe tenuto in considerazione un’ipotesi del genere, figlia di un machismo becero, di un retaggio culturale sessista. Per alcuni istanti, però, aveva forse visto in quel gesto solo la trasmissione di un’energia, una manifestazione silenziosa e indiscreta di vita, una contaminazione. Nulla di autocelebrativo, nulla che potesse assomigliare al vanto atavico di un mammifero. Sarebbe invece stato il modo per condividere un bagliore residuo. Decise però di mantenere il bon ton, riservandosi di fantasticare in separata sede sui capezzoli appuntiti di lei, piuttosto evidenti sotto una maglia senza reggiseno.
«Intanto proverei a tagliar fuori i maligni, i chiacchieroni e gli stupidi. Così ne rimarrebbero circa le metà», esclama Gianni, caustico.
«Sei ottimista. In questo modo sarebbe una strage», rincara la dose Livia. Una delle doti che l’uomo ha sempre apprezzato in lei è la selettività: mai ha cambiato atteggiamento, neppure in quel microcosmo un po’ soffocante, in cui le azioni vengono amplificate e qualsiasi gesto rimane in circolo tornando prima o poi in faccia a chi lo ha compiuto. Ha in tante occasioni freddato l’interlocutore, lo ha lasciato basito a inseguire un giudizio. O magari ha abbandonato crocchi festanti dopo aver custodito tranquillamente il broncio tra i sorrisi degli altri. Si potrebbe chiamare anche menefreghismo ma Gianni tende a vederlo come un comprensibile disinteresse per determinate relazioni umane.
A cena l’aumento del canone è il tema principale. Gli ospiti scendono in ordine sparso nella grande sala al piano terra con i faretti incassati nel soffitto e i divani di pelle anni Ottanta. Lo stile démodé si manifesta appieno nella tinta cipria che ricopre le
colonne portanti e i muri e soprattutto nel pianoforte dimenticato in un angolo del locale e di solito riesumato in occasione delle feste comandate, quando, in alternativa al DJ, viene ingaggiata una coppia da night capace di ripercorrere il repertorio saliente della canzone italiana del dopoguerra.
Livia si è premurata di presentarsi all’apertura in modo da avere tempo per avvicinare tutti i selezionati in vista della riunione. Ha dedicato a ognuno pochi secondi, quelli necessari per avvisare dell’incontro, sottolinearne l’importanza, caldeggiare la presenza e la riservatezza.
Nell’istante in cui Gianni entra in sala, è ancora libero il posto alla destra della donna. Lui non indugia e stende delicatamente il blazer sulla spalliera. A quel tavolo si sono messe soltanto persone fidate. Oltre loro due, Ersilio, Assunta e Carmelo, una coppia di ottantenni, trasferitisi in Riviera da Serra Riccò per vivere a pochi chilometri dalla figlia. Lei era insegnante elementare, lui sarto. Gianni tende a prediligere la gentilezza e la continenza del secondo, abituato per formazione professionale a dire e fare le cose su misura.
«D’accordo, allora?», domanda Livia.
«Non ci sono problemi», risponde Carmelo, forse ripetendo per la millesima volta quella frase nella marcata cadenza siciliana nonostante il distacco da Catania durante l’adolescenza. Magari si tratta di parole vuote ma a Gianni piace ascoltarle perché gli infondono comunque una certa tranquillità. «Siamo dei vostri», aggiunge l’uomo con un lieve sorriso, chiudendosi dietro le sopracciglia bianche e foltissime.
La sera è il momento preferito da Gianni, quello della verità. Cala la processione degli incontri inevitabili nei soliti posti. Il buio accompagna e facilita i desideri, la solitudine e gli avvicinamenti mentre gli ospiti si diradano nel parco e nella hall. Ogni persona cercata diventa un sito da percorrere e scovare, una traiettoria che
non sempre permette di raggiungere la meta. I lampioni esterni sono sorveglianti discreti, focalizzati sui sentieri a mattonelle di pietre che si snodano tra porzioni di prato all’inglese, palme, pitosfori, cipressi e alberi da frutta. Lasciano in ombra gli slarghi improvvisi in mezzo ai cespugli o magari sotto i rami delle querce più imponenti. Sono zone franche per chi sceglie non il silenzio dell’alloggio ma quello attenuato dallo scirocco, che si appiccica alla pelle salando gli zigomi. Sono ritrovi per respiri in compagnia e chiacchiere sottovoce, agognate fin dal mattino, che, aggiunte alla brezza, scaricano brividi lungo la schiena per il solo suono delle voci di fronte. Ogni sera ciascuno fa la propria scelta, non sempre uguale. In più occasioni Gianni è rimasto spiazzato andando a bussare alle porte, convinto di trovare il compagno per una partita a carte, e invece scovando dopo l’amico di turno in qualche angolo semidimenticato della villa, a raccontar barzellette in gruppo o a incantare signore con poesie o invenzioni di strofe. Con il tempo trascorso lì ha imparato a cogliere dagli sguardi e dai gesti a cena i programmi per la serata. Studia alcune delle figure più interessanti e scommette con i pochi confidenti sulle azioni notturne, andando poi a verificare i risultati durante una passeggiata. In questa attività quotidiana ha imparato una lezione: è molto più facile che lo metta in contropiede un’ottantenne rispetto a uno meno vecchio. La ragione non si annida nell’Alzheimer. Gianni si riferisce a soggetti lucidi e più o meno presenti. In realtà lui non conosce il reale motivo. Potrebbe essere la geometria, come se, verso la fine di un cammino, le innocue deviazioni aiutino ad allungare la strada o almeno creino qualche piccolo ostacolo sul percorso pianeggiante in direzione dell’arrivo. Equivale ad aggiungere un puntino a quelli che la matita deve unire per creare un’immagine, rendendola così un po’ buffa.
Gianni, nella sua stanza, sfoglia un libro con la copertina rigida in celeste pastello sui primi modelli disegnati da Givenchy. Per lo più schizzi a matita di vestiti d’alta moda pieni di leggerezza,
dal giro vita infinitesimo, borsette che sembrano fiori tenuti nella mano. Lui apprezza in particolare lo stile per donna, capace di offrire una gamma molto più ampia in cui far sbizzarrire la fantasia. Adora i creativi del dopoguerra, da Christian Dior a Ives Saint Laurent, l’eleganza intramontabile, l’illuminazione nel rigore estetico e nella sobrietà. Del secondo invidia la montatura degli occhiali quadrati, ormai introvabile in quel modello nonostante lunghe ricerche, e i dolcevita, che lui non può portare a causa dell’orticaria allergica. Nell’unica circostanza in cui ha estratto in pubblico il volume di Givenchy, ha sortito un silenzio annoiato di un gruppetto e un commento laconico di Enrico: «Be’, strano interesse. Eppure tu sei eterosessuale, vero?». Gianni mai ha capito questo genere di approccio diffuso, di convinzione secondo cui l’amore nei confronti del mondo femminile e dei suoi derivati artistici avrebbe solo alcuni risvolti. Non riesce a intuire perché non ci si possa appassionare tanto a un vestito quanto al corpo su cui è adagiato. Secondo lui è difficile farsi bastare un’adesione di spirito e di arte, che non tocchi anche altri sensi. Forse, però, la sua devozione sessuale non lo aiuta nell’analisi.
Osserva lo scorcio di parco che arriva fino alla balaustra. Al momento passeggiano due signore sulla novantina: l’una in giacca trapuntata color ocra, l’altra in cappotto tinta cammello. Sono impegnate nelle inutili confidenze su gaffe e gesti raccolti intorno, giusto per riempire l’attesa di una sonnolenza che tarda sempre ad arrivare. Un collage di frasi strampalate che permette alle anziane di poter ancora, pervicacemente, essere dalla parte di chi si prende gioco in maniera benevola di qualcosa e di qualcuno. Nulla di personale, per carità. Tutto serve per dare loro un’altra spinta avanti. Si sorreggono a braccetto e tracciano traiettorie circolari nel giardino, lasciandosi ogni tanto scappare sghignazzate rumorose. Gianni le segue negli stop and go, nelle retromarce, nelle accelerate repentine, chiedendosi quale destino le due compagne avrebbero nell’ipotesi in cui la casa di riposo chiudesse, dove
andrebbero a vagabondare tutti gli ospiti alla ricerca di un posto che restituisca il loro ruolo, così diverso da quello che hanno avuto per buona parte della vita.
A un certo punto Gianni viene invitato da Ersilio a bere un mirto bianco nella sua camera. Il vecchio gli rivela con l’interfono strani rumori provenienti dalla camera adiacente, abitata da Augusto, un tipo taciturno, celibe, abituato dopo cena a liberarsi con un saluto sbrigativo e a far perdere le sue tracce fino a colazione. È uno dei pochi di cui Gianni, infatti, non ha potuto finora ricostruire un percorso serale. Ha sempre pensato alla semplice riservatezza, che lo porta più ad ascoltare che a intervenire e comunque a parlare raramente di sé stesso. Soltanto in quel momento ricorda il suo modo vagamente furtivo di abbandonare la sala ristorante, con la schiena un po’ incurvata.
«Ogni tanto degli urletti e ogni tanto parole da gatte in calore», ha aggiunto Ersilio, con un minimo di attrazione verso quei suoni ovattati dalla parete come se fossero richiami remoti e non ben comprensibili, accenni a un mondo che non c’è. Il sesso solenne, animoso e nitido è morto con la moglie. Il resto è una linea sfilacciata e sottilissima che vaga nel buio, un liquido di contrasto nell’acqua, volto a disperdersi e raggrumarsi senza un apparente senso logico. Dal muro filtrano cadenze dell’est, frasi in italiano basico. Ersilio non capisce se sia uno spettacolo online per Augusto o una pubblicità di telefoni erotici.
Gianni si ritrova così immerso in un minisofà, riflettendo su quanto siano tristi e ridicoli ad attendere in compagnia i gemiti del compagno di ospizio, di una pornodiva o di una neolaureata di un call center in attesa di un impiego migliore. Fissa con aria assonnata le fotografie anni Sessanta di Ersilio in versione da atleta, ora con le braccia sui fianchi come un corridore del fascio, ora con l’indice e il medio in alto in segno di vittoria. Gianni non comprende se si tratti davvero della propria celebrazione o di un gioco di prestigio, di un modo per confondersi e spingere il ricordo nel
presente. In fondo Ersilio indossa sempre gli stessi abiti, compie gli stessi esercizi e segue la medesima dieta da decenni. Se riuscisse a convincere la mente, le gambe agirebbero di conseguenza. Magari è proprio questo il segreto che gli permette di essere uno dei migliori over novanta sulle lunghe distanze: correre affiancato al documentario della propria vita.
A un certo punto arriva dalla parete una frase flebile: «Che belo ometto che sei. Hai voglia di un po’ di compagnia?»
Ersilio sghignazza con la purezza di un anziano campagnolo di fronte a un qualcosa di talmente assurdo da risultare comico. «Adesso Augusto si ringalluzzisce tutto, vedrai. E chi gli dice mai bello?», aggiunge, avvicinandosi a Gianni, che ascolta impietrito.
«Vuoi vedermi le tetine?», ripete quella voce dell’est. Ha una fragilità nel timbro, che si differenzia rispetto a quelle intercettate prima da Ersilio.
Il novantenne scuote la testa e domanda: «Secondo te Augusto che gli dice sui seni?»
«Spero niente», risponde Gianni lapidario, senza distogliere gli occhi dal bicchiere.
«Eh dài! Non fare il prete!», ribatte il sardo, suscitando uno sguardo di sbieco.
Gianni rovescia le labbra e tace. Ersilio non ha capito e questo gli dispiace, o meglio lo delude, o ancora meglio lo mortifica e gli infonde dubbi sul perché perda del tempo in una stanza con chi pensa che un accenno a parti intime lo possa indisporre o addirittura inibire. Imbarazzato lui, Gianni. Soltanto il riserbo, la devozione verso il gentil sesso e un’indubbia signorilità hanno impedito di aprire a terzi il libro sulle relazioni sessuali. Chi ha fiuto evince dal mutismo e dai gesti una storia. E neppure servono molti indizi. Povero Ersilio. Gli fa tenerezza.
«Aspetta. Aspetta. Adesso vado di là e gli faccio uno scherzo», esclama il sardo con gli occhi spiritati e l’indice sulle labbra. È in preda a una piccola situazione fuori dal suo seminato.
«Senti, magari puoi accontentarti dell’ascolto, eh? Non puoi prevedere le reazioni…», dice Gianni. Per scherzi simili bisogna essere portati, avere un background da cazzaro, un curriculum da animatore o da belina capace di risolvere serate per palati facili.
«Stai tranquillo», ribadisce Ersilio, ingobbendosi e iniziando a camminare sulle punte. Suona il campanello di Augusto e si strofina i palmi pregustando le conseguenze. Soltanto al terzo tentativo l’altro trascina le ciabatte fino all’entrata.
«Sono Ersilio. Ciao. Mi potresti fare un favore urgente?», domanda, ridendo muto
«Che vuoi?»
«Mi è saltato il computer mentre stavo inviando un’email a mio figlio. È fondamentale che gli arrivi adesso».
«Non puoi usare quello della reception?»
«C’è una coda infinita. Non posso passare davanti a tutti». Augusto si gratta il naso e manda più volte a quel paese il sardo a porta sbarrata. «Stavo andando a dormire», prova ancora con la cadenza lamentosa, solo nella speranza di prendere tempo. È infatti conscio che nulla potrebbe fermare il maratoneta.
«Ti rubo tre minuti e poi ti lascio in pace. Giuro».
«Un attimo». Segue un rimestio di carte dalla scrivania e qualche battito di dita sui tasti.
All’ingresso del novantenne, Augusto è rigido accanto alla sedia, con la mano artigliata alla spalliera. Frigge come un adolescente sorpreso dalla madre con i giornalini erotici. Il viso storto sembra richiamare il promemoria su cancellature e salvataggi online.
Ersilio appoggia i gomiti al ripiano dello scrittoio a muro, respira profondamente e clicca sull’icona di Google per raggiungere il sito di Virgilio della posta elettronica.
Augusto lo sorveglia dietro la schiena, con le braccia incrociate, e si piega inavvertitamente verso il portatile, dando l’impressione di appoggiare il mento sul trapezio di Ersilio. Il sardo schiaccia il tasto destro del mouse sulla figura del motore di ricerca e appaiono
i riferimenti degli ultimi siti visitati, in cui Ersilio riesce a leggere kiss, ass, sex e poco altro prima che al volo Augusto si impossessi dell’aggeggio e faccia scomparire il trafiletto esclamando, con una specie di gentilezza che ribolle in pentola: «Devi usare solo il tasto sinistro».
«Sì, hai ragione».
«Se mi fai spazio vado io sul portale email».
«Eh? No grazie. So come ci si arriva. Ho solo sbagliato a digitare».
Quando inserisce l’indirizzo del figlio nella casella per il destinatario, domanda: «Ti dispiacerebbe allontanarti un attimo? Si tratta di una questione familiare, piuttosto delicata…»
L’altro gli spaccherebbe sul cranio pelato un portacenere ma preferisce non far degenerare la situazione e risponde: «Va bene ma sii veloce». Si appoggia alla porta del bagno e mostra i denti ordinati e verdastri per oltre mezzo secolo di nicotina.
«C’avevano promesso la miniorchestra di liscio per sabato. E invece niente», afferma Ersilio tanto per allentare la sorveglianza di Augusto.
«Pazienza», intercala lui con tono cavernoso.
Il sardo prepara un banale scritto da inviare al figlio e un attimo dopo preme di nuovo con il tasto destro sull’icona di Google. Spuntano www.lemietette.it, www.belledaleccare.it e qualcosa sullo strip che lui non riesce a leggere per il grido dalle retrovie di Augusto.
«Tutto a posto, allora eh? Te ne puoi andare», esclama minaccioso, attaccandosi alle spalle di Ersilio e incombendo sullo schermo con la foga di chi sembra volerlo travolgere.
Il sardo memorizza e lascia scomparire il trafiletto nell’istante in cui sente il contatto sulle scapole. Quando si volta, incrocia lo sguardo dell’altro e plasma il viso di pietra in un ghigno contenuto. Una sfida ad armi pari in cui chi può mostrare di aver scovato uno a violare la riservatezza rischia di essere scovato nelle
navigazioni erotiche. Entrambi lo sanno bene, arroccati sulla linea in grado di far saltare decoro e reputazione. Si scrutano e pensano se sia peggio essere ricercatori del sesso virtuale o profanatori della privacy, peccatori o utilizzatori di quel peccato per proprio diletto, guardoni di modeste star soft porno o guardoni dei guardoni. Se avessero chiesto lumi a Gianni, lui avrebbe risposto che si tratta di azioni troppo modeste e malinconiche per assurgere al grado di peccati.
Alcuni secondi di silenzio sono sufficienti tra i due per decretare un pareggio.
«Grazie», conclude Ersilio, badando ad asciugare bene il tono. «La prossima volta fatti la coda giù o manda un telegramma».
«Non ti preoccupare. Non ti disturberò più», ribatte con un sorrisetto che non riesce proprio a trattenere. Prima di uscire monitora ancora la scrivania e intravede sotto i piedini della tastiera una carta di credito. In un certo senso lo sopravanza adesso nelle armi a disposizione e glielo fa capire rimbalzando tra la sua faccia e la tesserina magnetica. Sgrana gli occhi, quasi a voler evidenziare il confine netto tra la navigazione amatoriale e gratuita, un po’ per noia un po’ per libidine, e l’eros a pagamento, anche se non è in grado di discernere bene la differenza. Rientra nella sua stanza con uno dei tanti, piccoli segreti della casa di riposo mentre Gianni è riverso sul divano e russa a bocca aperta.
Altri volumi della stessa collana pubblicati da Burno:
Il contrario di Benny
La ricetta di Luce nella Città di Fretta
Il suono dei giorni di pioggia
S.O.S. Tienimi
Emme di Marcello