TUTTI INSIEME
Come le associazioni animano i paesi
PENSIERI IN VIAGGIO
Un’autrice teatrale parla di vita e scrittura
Dichiarazioni d’amore per la bicicletta

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TUTTI INSIEME
Come le associazioni animano i paesi
PENSIERI IN VIAGGIO
Un’autrice teatrale parla di vita e scrittura
Dichiarazioni d’amore per la bicicletta

Un numero sulla libertà e sul piacere di mettersi in gioco
TOUR DELLE 3 CIME
VIA PANORAMICA
ALTA VIA DI BRESSANONE
ALTA VIA DELLE DOLOMITI 2
...E MOLTO ALTRO!





















PLOSEBOB MOUNTAINCARTS
PLOSE LOOPING BRIXEN BIKEPARK





1 In questo numero la incontreremo spesso: Valeria Dejaco. Nata a Bressanone, è un’appassionata cicloturista, e infatti non si è lasciata sfuggire l’occasione per documentarsi e scrivere una story su questo tema (p. 54). Una delle immagini della galleria fotografica (p. 70) proviene dal suo archivio di famiglia. Del resto Valerius Dejaco, l’ideatore della piscina di Bressanone, era suo prozio.
2 Immergersi più di così nella vita associativa dei paesi era impossibile. Il fotografo Philipp Seyr ha trascorso tre giorni a fianco di musicisti, vigili del fuoco, lottatori di ranggeln. “È bello ritrarre tutta questa voglia di stare insieme”, è il suo commento. Lui stesso è stato per anni un danzatore folcloristico e gli piacerebbe se i suoi due figli iniziassero a praticare il ranggeln.
3 Sembra quasi provenire da un altro mondo.
L’animale blu in polistirolo, in posa accanto al comico Jakob Messner, non lascia trapelare nulla di sé. È nato in casa Messner Windschnur: a crearlo, in modo del tutto spontaneo e senza un preciso scopo, è stato Sepp, il padre, conosciuto da molti come musicista. Nel tempo l’animale blu è diventato parte integrante della famiglia. Le sue sembianze ricordano uno stambecco. Un richiamo a un tratto caratteristico dei Windschnur: una certa perseveranza nel seguire la propria strada.
Cor. Il cuore. Das Herz. Il cuore pulsante dei paesi e delle cittadine è costituito dalle associazioni. Sono il collante che tiene insieme ogni cosa. Sport, cultura, socialità. Senza le tante persone che si impegnano in gruppi, si incontrano, organizzano, creano iniziative, collaborano, si danno da fare, nulla di tutto questo sarebbe possibile. Tutti conoscono tutti, tutti aiutano tutti. Nessuno rimane escluso. Convivere significa incontrarsi, e chi si incontra si capisce. Gli incontri creano coesione, creatività, gioia di vivere, futuro. Le associazioni uniscono, creano legami tra giovani e meno giovani. Le associazioni hanno una natura duratura. Danno vita a paesi e città. Evviva la vita associativa!
Cordialmente, la redazione














6 Umanità e natura
Vivere in armonia
12 Buone nuove
Notizie e curiosità dal territorio
16 Tre domande a…
Jakob Messner, comico e figlio d’arte
18 La mia associazione!
Banda, pompieri, sport: dove vive il senso di comunità nei paesi di montagna
28 Piccola guida micologica
Cinque funghi da gustare, due da non toccare
30 Tra su e giù

54 Hai voluto la bicicletta…
Storie di riparazioni, gare e pedalate in terre lontane
64 Lavorare con vista
Colophon
EDITORI
Bressanone Turismo Soc. Coop. Società cooperativa turistica Rio Pusteria Società cooperativa turistica Chiusa, Barbiano, Velturno e Villandro Società cooperativa turistica Naz-Sciaves
CONTATTI info@cormagazine.com
REDAZIONE
Exlibris
exlibris.bz.it
PUBLISHING MANAGEMENT
Valeria Dejaco, Stefanie Unterthiner (Exlibris)
CAPOREDATTORE Lenz Koppelstätter
ART DIRECTION Philipp Putzer farbfabrik.it
AUTRICI E AUTORI
Valeria Dejaco, Lisa Maria Gasser, Daniela Kahler, Lenz Koppelstätter, Debora Longariva, Judith Niederwanger e Alexander Pichler (Roter Rucksack), Silvia Oberrauch, Susanne Pitro, Stefanie Unterthiner
FOTOGRAFIE
Copertina: Geschichtsverein Brixen/Robert Recla; Amt für Film und Medien/ Meran Foto Tappeiner, Bestand Südtirol Tourismuswerbung (73, 75), Amt für Film und Medien/Elisabeth Fuchs-Hauffen, Bestand Südtirol Tourismuswerbung (70-72), Florian Andergassen (6, 80), Archeoparc Villanders (15), Archiv Familie Dejaco (78), Argento Artistry (4, 38-39, 67), Martin Bacher (80), Claudio Bonazio (13), Brandnamic (66-67), Burgerhof Meßner (50), Valeria Dejaco (3), Edition Raetia/Familie Tauber( 74), Claudia Fea (13), Manuel Ferrigato (10), Festung Franzensfeste (53), Alex Filz (63), Fly Südtirol (63), Gelatofestival World Masters (14), Geschichtsverein Brixen/Robert Recla (76-77), iconfield (54–62), iStock (28), Manuel Kottersteger (67), Mike Krüger (50), Michael Messner (68), Alex Moling (4, 61), Hannes Niederkofler (3, 14, 16), Helga Oberhofer (68), Valentina Passler (81), Michael Pezzei (14, 54-62), Günther Pichler (81), Désirée Plattner (46), Caroline Renzler (4, 30-37, 40-49, 51), Thomas Roetting (69), Roter Rocksack/Judith Niederwanger & Alexander Pichler (82), Thomas Schäfer (12), Philipp Seyr (3, 12, 18-27, 38-39), Shutterstock (67), Tourismusgenossenschaft Natz-Schabs/Michael Messner (68), Tschiedererhof (80), Marika Unterladstätter (68), Sarah Volgger (81), Gustav Willeit (8), Harald Wisthaler (63)
ILLUSTRAZIONI
Laura Neuhäuser (4, 64-65)
TRADUZIONI E REVISIONE
Exlibris (Duccio Biasi, Valeria Dejaco, Helene Dorner, Alison Healey, Milena Macaluso, Charlotte Marston, Federica Romanini, Stefanie Unterthiner, The Word Artists)
STAMPA LONGO, Bozen
Con il generoso supporto di:
Un incontro con la drammaturga Miriam Unterthiner
38 Luoghi spettacolari Il progetto multigenerazionale Guggenberg
40 Cavolo cappuccio & co.
Tre cuochi e i loro ingredienti del cuore
50 Autenticamente… cool
In visita all’azienda vinicola Burgerhof
52 La misura del mondo
Capolavori in dettaglio
Tra portatile e tappetino da yoga, prova pratica di workation in montagna
66 I nostri luoghi preferiti La magica luce dell’inverno
70 C’era una volta l’estate
Un tuffo nelle origini della cultura balneare
80 Solo il meglio
Rassegna di prodotti del territorio
82 Muti testimoni del passato
La storia di una foto speciale

Paesaggi a perdita d’occhio, coltivazioni, opere
architettoniche realizzate dall’uomo: quando viviamo in armonia con l’ambiente intorno a noi percepiamo anche il senso, l’autenticità e la bellezza di qualcosa di grande e di completo.

Qui, con le mani nella terra, si conosce l’origine di ciò che si mangia. L’altopiano di Naz-Sciaves, tra i 750 e i 980 metri, è un inno alla varietà: carote, lattuga, mele, fragole. A chilometro zero e sempre fresche, raccolte e consumate secondo stagione per gustarne al meglio i sapori.


Ma allora dov’è? Per poter ammirare il Boutique Hotel
Badhaus a Bressanone, inaugurato nel 2024, bisogna sapere esattamente dove cercarlo. Si nasconde, ma una volta scoperto si rivela in tutta la sua bellezza. Progettato dal duo di architetti Bergmeisterwolf, è un edificio che non passa inosservato. Linee essenziali in mezzo a tanto barocco vescovile. All’esterno qualche segno di brutalismo. All’interno tanta arte. Un piccolo, grande capolavoro contemporaneo nascosto, realizzato con mattoni di argilla e terra, rame e acciaio.



Esplorare l’autunno a piedi. Il crepitio delle foglie di castagno sotto le scarpe. Il sole che splende in cielo un po’ più fioco, le cime imponenti delle Odle all’orizzonte. Il sentiero Keschtnweg si snoda in alto, sopra la Valle Isarco, tra castagneti e prati. Difficile immaginare un panorama più bello.
Notizie e curiosità
dal territorio

A PARTIRE DA QUESTO NUMERO, COR – The Local Magazine adotta per la prima volta il formato A4, più compatto. Con questo cambiamento intendiamo utilizzare la carta in modo più efficiente e ridurre complessivamente la quantità di materiale usato. Grazie al formato più piccolo, il peso di ogni copia si riduce di circa 200 grammi. A un primo sguardo sembra poco, ma con una tiratura di 18.350 copie la differenza diventa significativa: in totale si riescono a risparmiare tra le 2,8 e le 3,5 tonnellate di CO2 e (CO2 equivalenti). Questo corrisponde più o meno alle emissioni annue di CO2 di una o due automobili di media cilindrata oppure a dieci voli di andata e ritorno da Monaco a Roma.

IL KIRCHERHOF DI ALBES è il primo ristorante di Bressanone e dintorni a vantare una stella verde Michelin per la gastronomia ecosostenibile. Dal 2020 lo chef Wolfgang Schmidl in cucina lavora quasi esclusivamente con ingredienti di produzione propria. E ciò che non cresce al Kircherhof arriva dagli immediati dintorni. “Dal seme che piantiamo al piatto pronto che esce dalla cucina”, è così che Schmidl spiega la sua filosofia. Che cerca di utilizzare ogni ingrediente nella sua interezza, riducendo al minimo gli scarti. Per esempio nei tortelli alle carote, ripieni di pesto di foglie delle carote e serviti in un brodo sempre di carote. Da dove nascono le sue idee? “Vado nell’orto e osservo quello che sta crescendo. Non concepisco un piatto a tavolino: osservo gli ingredienti e da lì prende forma tutto.”
kircherhof.it

Il rinnovato Rifugio Plose, a 2.486 metri, incanta con un panorama immenso che spazia fino al Sass de Putia e alle Odle. Un dormitorio comune? Roba del passato. Ora si pernotta in piccole stanze con bagno.

TUTTI I FAN DELLO SCI, una sosta al Rifugio Plose è un rito irrinunciabile. Un piatto sostanzioso per ricaricarsi e poi via sugli sci, scendendo di slancio i nove chilometri dalla cima della Plose, a 2.486 metri da cui lo sguardo spazia in ogni direzione, fino alla stazione a valle. Da 140 anni qui sorge un rifugio costruito nel 1887 dal Club Alpino Tedesco e Austriaco come semplice ricovero di emergenza. Nel 1924 passò al Club Alpino Italiano, poi fu ampliato varie volte, soprattutto negli anni sessanta quando i primi impianti di risalita favorirono lo sviluppo turistico della Plose. Con la ricostruzione inizia un nuovo capitolo. Gli architetti Stefano Peluso e Claudio Paternoster hanno reso il panorama protagonista, con ampie finestre che incorniciano le viste sul Sass de Putia e sulle Odle. Invece del dormitorio ora ci sono stanze più piccole con bagno. I nuovi gestori, anch’essi architetti, sono arrivati qui da Torino: Fabrizio Marino cucina, Claudia Fea serve gli ospiti e cura la gestione. A tavola la giovane coppia porta piatti semplici: minestrone, gulasch, canederli. Che a quest’altitudine hanno un sapore eccezionale. plosehuette.com
Espressione dialettale
QUANDO QUALCOSA VA STORTO o non si riesce a trattenere la rabbia, a volte sfugge l’esclamazione: “Oschpele Muggn!”. Il primo termine deriva dall’ostia, quindi dall’ambito religioso. Ma, come accade per molte invettive, nel tempo il termine si è talmente trasformato che l’origine non è più così evidente. Ma perché proprio le povere zanzare – Muggn – dovrebbero far sbollire la rabbia rimane un mistero. Una cosa è certa: è un’esclamazione che rientra nel genere di invettive più blande. Non è un’espressione volgare, quanto piuttosto una valvola di sfogo per un momento di stizza, che spesso si dimentica non appena viene pronunciata.


A DARE IL VIA è stata la nascita dei figli. “Perché d’improvviso il tempo non ti basta più, devi organizzarlo bene”, spiega Matthias Klammer dell’agriturismo biologico Marxenhof. E poi nel “Marxenladele”, lo shop del maso, mancava personale. Così l’idea di un negozio self-service è venuta spontanea. Klammer conosceva già soluzioni simili, ha valutato vari sistemi e alla fine ha optato per il “Lokbest”, perché è semplice da usare e richiede un investimento minimo.
Da metà giugno dell’anno scorso, il negozio è accessibile anche senza personale. E funziona bene: “All’inizio non era affatto scontato che qualcuno lo usasse”. Oggi risulta evidente che, oltre ai clienti fissi, che apprezzano il rapporto personale, ne arrivano di nuovi. Soprattutto persone che desiderano acquistare in modo flessibile, senza badare agli orari di apertura.
La procedura è semplice: ci si registra sull’app, si apre la porta con il codice QR e si inizia a fare la spesa. L’offerta è quella di sempre: frutta, verdura e prodotti lavorati in proprio. È aperto non stop dal lunedì al sabato, mentre il fine settimana si riempiono gli scaffali e si sta in famiglia. “È stata la decisione giusta”, spiega Klammer, “e comunque questo sistema non sostituisce il carattere più autentico di ogni bottega agricola: il contatto diretto”.

LISI STOLZ HA INIZIATO usando una piccola gelatiera, di quelle domestiche. Voleva fare il gelato per i suoi figli: “I gelati industriali hanno liste degli ingredienti troppo lunghe e piene di sostanze che non sapevo nemmeno cosa fossero”. Poi ha frequentato un corso a Bologna e ha acquistato la prima gelatiera professionale su eBay. Oggi è una delle migliori gelataie d’Italia, come attestano i tanti premi che ha ricevuto.
Nell’osteria-birrificio dell’antico maso Hubenbauer di Varna le sue creazioni nascono esclusivamente da frutta, frutti di bosco ed erbe aromatiche che coltiva lei stessa. Per questo la produzione all’ingrosso non la prende nemmeno in considerazione: “Non sarei in grado di raccogliere nel mio orto gli ingredienti necessari per 100 chili di gelato alla lavanda. E poi voglio fare il gelato che mi piace”. Quali sono i suoi gusti preferiti? “Quelli semplici, alla frutta, dal lampone al ribes nero. Mi concentro su pochi ingredienti selezionati, che devono essere ben riconoscibili al palato.” Cosa distingue il suo gelato dagli altri? “La storia che racconta e le materie prime di qualità che abbiamo qui in Alto Adige.” Ed è così anche per il gusto “I tesori dei nostri monti”, con il quale è giunta in finale al Gelato Festival World Masters 2026 di Las Vegas: un gelato allo yogurt, variegato al mosto di birra, mela al miele e crumble di cereali, premiato con una menzione speciale per la riuscita combinazione tra gusto e origine.

hubenbauer.com
Lo sapevate che...
... a Villandro si può vedere come vivevano le persone migliaia di anni fa?
AL PLUNACKER, appena sotto il centro del paese, c’è una nuova finestra aperta sul passato. L’Archeoparc Villandro espone ritrovamenti dell’età della pietra, del rame, del bronzo e dell’epoca romana. Particolarmente suggestive e ben conservate sono le tracce di insediamenti e le sepolture. Tra gli oggetti quotidiani venuti alla luce figurano utensili in pietra, resti ceramici, fibule, pettini, una chiave e un mestolo. Ma anche nel circondario, per esempio a San Valentino e sull’Alpe di Villandro, i ritrovamenti preistorici testimoniano la presenza di luoghi di culto, della caccia e dell’attività mineraria. La varietà dei ritrovamenti dimostra che gli esseri umani vivono in quest’area da almeno 7.000 anni.
Nell’Archeoparc le ricostruzioni di edifici tipici con i loro arredi rendono tangibili le tracce di insediamenti di tre diverse epoche: un’abitazione del mesolitico, una capanna del neolitico con il tetto in paglia e una casa retica – una tipologia costruttiva diffusa per molti secoli nell’area alpina e non dissimile dalle antiche abitazioni contadine della zona.
archeo.bergwerk.it


Uno
di edifici tipici e tracce di insediamenti di tre epoche: in queste zone gli esseri umani vivono da almeno 7.000 anni.
Quattro località, una visione del futuro condivisa: da quest’anno Gitschberg Jochtal, Bressanone, Chiusa e Naz-Sciaves si uniscono sotto il marchio “Brixen Südtirol – Dolomites Italy”. Una collaborazione che va oltre il nuovo nome: l’obiettivo è accrescere le offerte e i progetti per far vivere più intensamente questo territorio con la sua varietà di ambienti, dalle prime propaggini delle Dolomiti fino alle località della Valle Isarco. In parallelo i responsabili del turismo locale puntano a promuovere un continuo sviluppo del territorio in direzione della sostenibilità e della responsabilità ambientale, mettendo l’accento sulla qualità invece che sulla quantità. E su un futuro vivibile sia per gli ospiti che per gli abitanti locali.
brixen-suedtirol.com
Intervista — STEFANIE UNTERTHINER Fotografie — HANNES NIEDERKOFLER

Il comico Jakob Messner, 28 anni, su Instagram mette in scena scorci di vita quotidiana altoatesina
Ci racconta come ha iniziato? Lei calca le scene da quando era piccolo... Ho iniziato molto presto a suonare la batteria nella band di mio padre, praticamente non appena sono arrivato a toccare i pedali! Mi piaceva essere al centro dell’attenzione e quasi gli rubavo la scena. Il passaggio alla comicità è avvenuto per caso: per divertirmi ho fatto un video in cui imitavo un bolzanino snob e l’ho caricato su Instagram. Con mia grande sorpresa, il video è diventato virale. Oggi, un anno e oltre cento video dopo, sono comedian e content creator a tempo pieno.
L’avvocato bolzanino Maximilian Leander von Grafenstein, il maestro di sci Kufsteiner Klausi o un turista tedesco in montagna. Da dove trae ispirazione per i suoi personaggi? Senza dubbio dalla vita di tutti i giorni. Mi incuriosiscono persone e dinamiche in cui ci si può riconoscere, che siano in città, in un rifugio o sulle piste da sci. Spesso mi basta intercettare un frammento di conversazione per dare vita a personaggi e dialoghi. L’umorismo può essere provocatorio, ma deve rimanere positivo e non scadere mai nella volgarità. Mi sento un po’ un artigiano e tengo molto alla qualità del risultato.
Su Instagram ha ormai più di 27.000 follower. Che effetto le fa? È interessante osservare come i follower reagiscano ai miei contenuti. A lungo andare, però, il numero di visualizzazioni diventa qualcosa di astratto. Il vero successo, per me, è quando sento che il pubblico ride e si diverte, per esempio nelle mie serate live. Per compensare la continua presenza online, cerco il contatto con la natura. Amo andare a correre lungo l’Isarco a Bressanone o passeggiare nel bosco, meglio ancora se da solo. Mi aiuta a non perdere il senso della realtà.



+ Nascere in una famiglia di artisti lascia il segno. Jakob Messner di Gudon, vicino a Chiusa, non fa eccezione. Figlio del leggendario musicista e cantautore Sepp Messner Windschnur, è cresciuto a stretto contatto con la creatività e le luci della ribalta. Jakob, che già da piccolo suonava nella banda musicale del suo paese, ha scelto però di non seguire le orme paterne. La sua vera passione è infatti la comicità che condivide sul suo profilo Instagram “windschnur_comedy”. Oggi Jakob è content creator, podcaster e cabarettista. Dietro a un suo video di un minuto ci possono essere anche sette ore di preparazione, racconta. Nel 2025 ha portato il suo spettacolo in tournée in tutto l’Alto Adige.
@windschnur_comedy

Le città, i rifugi, le piste da sci: per lo stand-up comedian Jakob Messner la vita quotidiana altoatesina è una miniera di ispirazione per regalare buonumore al suo pubblico.


















La banda musicale, i vigili del fuoco, la lotta libera… lo spirito del volontariato è uno dei segreti della vita di comunità in Valle Isarco. Quando il lavoro si unisce al divertimento, si creano dinamiche positive e una forte rete solidale

L’autrice Susanne Pitro con Johannes Helfer, presidente della banda musicale di Velturno. In attività da 222 anni, l’organico effettua circa 80 prove per 20 concerti all’anno.

UUn maso idilliaco nel cuore del paesino di San Pietro Mezzomonte. Un folto ulivo che si staglia sull’antico muro intonacato, intagli ornamentali sulla porta segnata dal tempo e, accanto, una terrazza incorniciata da una pergola. È un sabato di novembre e qui, al maso Schrotthof, il più antico della borgata, le prime note risuonano già alle nove del mattino. Flauto traverso, clarinetto, tromba, corno, trombone e tuba... I dieci musicisti e musiciste riuniti sotto la pergola danno fiato ai loro strumenti per intonare la celebre marcia “Mein Heimatland” e dare inizio a una lunga giornata nel segno della musica e della tradizione.
Oggi si festeggia il “Weinsammeln” (raccolta del vino), l’appuntamento annuale in cui la banda musicale di Velturno va di casa in casa chiedendo una piccola donazione come ricompensa per l’impegno profuso durante l’anno. La cassetta per le offerte è già pronta. In passato, questa usanza era una questua che riguardava davvero il vino: i musicisti attraversavano le frazioni vinicole di Velturno a bordo di un carro trainato da cavalli su cui era sistemata una grande botte, che i vignaioli riempivano versandovi con l’annaffiatoio vino bianco, vino rosso… e a volte anche un po’ di aceto. L’improbabile miscela veniva servita ai
musicisti assetati dopo le prove. “Per fortuna tutto è cambiato prima che io arrivassi. Non avrei mai bevuto un vinaccio del genere”, dice Johannes Helfer volgendo uno sguardo riconoscente al raffinato bianco biologico che la padrona di casa Michaela Mayr sta servendo alla compagnia dopo il tradizionale avvio del “Weinsammeln”.
Johannes, infermiere con i capelli a spazzola pettinati con il gel, da dieci anni è il presidente della BANDA MUSICALE DI VELTURNO . Prima di allora ha diretto per dodici anni la banda giovanile, la più importante fucina di talenti dell’associazione che vanta ben duecentoventidue anni di storia. “In Alto Adige ogni paese ha la sua banda musicale”, dice. Tra feste paesane, processioni, prime comunioni e l’annuale festa di Santa Cecilia, patrona della musica sacra, la banda ha in programma circa venti esibizioni e ottanta sessioni di prove all’anno. Per gli oltre sessanta musicisti, e in particolare per il presidente, questo si traduce in innumerevoli ore di lavoro. “Non passa giorno senza che io pensi almeno un momento alla banda”, dice Johannes. L’impegno è volontario e non retribuito, ma viene onorato in giornate come questa, quando la cassetta si riempie di donazioni e i musicisti, passando di maso in maso, ricevono da parte della loro comunità un riconoscimento tangibile dei loro sforzi.
Il volontariato rappresenta un pilastro e un collante sociale di inestimabile importanza. I dati lo confermano: con una media di trenta persone attive ogni cento abitanti, la provincia più settentrionale d’Italia è da sempre in cima alla classifica delle realtà non-profit. La forma di organizzazione più diffusa? Senza dubbio l’associazione. In Alto Adige sono più di quattromila quelle registrate. Tra sport, cultura, usanze, formazione, assistenza, salute, ambiente e protezione civile, le associazioni e i loro membri portano avanti iniziative di interesse pubblico, organizzano attività ricreative e di intrattenimento, rafforzano la coesione sociale e contribuiscono alla sicurezza della popolazione.

“Non passa giorno senza che io pensi almeno un momento alla banda.”
Johannes Helfer
Una volta all’anno la banda musicale di Velturno va di casa in casa suonando e raccogliendo offerte: è il rito del “Weinsammeln”.





a sinistra
Stendere le manichette, caricarsi in spalla l’autorespiratore, urlare ordini: in Alto Adige sono 306 i corpi volontari dei vigili del fuoco, con oltre 13.000 membri attivi.
a destra Far parte dei vigili del fuoco è cool. Kaya Runggatscher è una delle quattro vigili del fuoco donne di Millan.

Soccorsi 24 ore su 24: che si tratti di incendi, incidenti o di un gattino sull’albero.

Come i sedici VIGILI DEL FUOCO VOLONTARI DI MILLAN , che trascorrono un gelido sabato pomeriggio nel centro per richiedenti asilo di Sarnes vicino a Bressanone. Dal piano superiore dell’edificio esce fumo, nell’area antistante è dispiegata un’intera squadra di vigili del fuoco. Ognuno sa esattamente cosa fare: posizionare la pompa, sistemare l’autorespiratore sulla schiena, impartire ordini con una ricetrasmittente. Un bambino viene portato fuori su una barella e riceve le prime cure davanti all’edificio. Al primo piano si apre una finestra. “Ora tentiamo di fare uscire il fumo dalle stanze con un sistema di pressurizzazione”, spiega Klaus Schroffenegger, tra i più esperti nella squadra di Millan. Durante l’esercitazione alla quale stiamo assistendo, il volontario registra ogni movimento delle tre squadre impegnate, provenienti da Millan e dalle località limitrofe. Klaus è uno degli oltre tredicimila membri attivi riuniti nei trecentosei corpi di vigili del fuoco volontari dell’Alto Adige. Vigile del fuoco dal 1978, ha alle spalle più di trent’anni di servizio nel corpo dei vigili del fuoco professionisti di Bolzano, l’unico presente sul territorio. Pur essendo ormai in pensione, non si separa quasi mai dal suo cercapersone per farsi trovare sempre pronto in caso di emergenza. Perché lo fa? “Quando lavoravo ero un dipendente statale, mentre ora, da volontario, sono vigile del fuoco per solidarietà, cameratismo e per rendermi utile al mio paese. Lo faccio con tutto il mio cuore”, dice.
A proposito di cuore: il suo ruolo è essenziale quando si tratta di stimolare gli individui della nostra società postmoderna, basata su prestazioni e profitto, a impegnarsi gratuitamente per la collettività. Di individualismo, isolamento e frammentazione sociale non c’è traccia nella sala riunioni della sede di Millan, che può contare su sei fiammanti mezzi antincendio. Terminata l’esercitazione, al gruppo si uniscono anche le volontarie e i giovani della sezione, persone di ogni età e livello di istruzione, unite da un’unica passione. “Per me essere vigile del fuoco non è una semplice attività, ma un modo di essere”, dice il comandante Christian Knollseisen, al vertice di una catena di comando che permette di intervenire in pochi minuti a qualsiasi ora del giorno per portare aiuto in caso di incendio, incidente, problemi tecnici… o se il gatto non riesce più a scendere dall’albero. I suoi compagni concordano sulla valenza sociale dell’associazione, che non si esprime solo nell’attività esterna, ma anche al proprio interno, offrendo ai membri senso di appartenenza, amicizie solide e prestigio nella comunità locale.
“Fare parte dei vigili del fuoco è considerato cool, addirittura dagli insegnanti”, ci raccontano i giovanissimi della squadra, che non vedono l’ora di compiere diciassette anni per poter entrare in servizio attivo. Ad alimentare l’entusiasmo contribuisce anche l’annuale campo tenda di tre giorni, in cui gli allievi delle sezioni di tutta la provincia si sfidano in diverse competizioni. I ragazzi di Millan sono allenati da una donna, Kaya Runggatscher, una delle quattro volontarie attualmente attive all’interno della squadra di cinquantacinque volontari. Quando è entrata a far parte del gruppo giovanile, era l’unica donna.

Una dozzina di ragazzi scalzi, in pantaloni e maglietta bianchi, impegnati in una specie di lotta a corpo a corpo: sono i lottatori di ranggeln di Terento. Per molti secoli, nei masi e nei paesi, il rispetto andava a chi sapeva atterrare il maggior numero di sfidanti, costringendoli con entrambe le spalle al terreno.

In seguito, con l’aiuto di una collega, è riuscita a convincere il consiglio direttivo ad aprire alle volontarie. “Ci sono molti lavori che noi donne possiamo svolgere altrettanto bene, se non meglio, dei colleghi maschi. Talvolta naturalmente può accadere che io non abbia la forza fisica necessaria. In quel caso non ho alcun problema ad ammetterlo”, spiega.
L’avanzata delle donne in settori prettamente maschili come le bande musicali e le squadre di vigili del fuoco non è l’unico cambiamento in atto nel mondo dell’associazionismo altoatesino. Sempre più giovani abbandonano le vallate per trasferirsi nei centri urbani o all’estero. Eppure, come dimostra il caso di TERENTO , questa lenta erosione demografica non ha ancora inciso sul numero di associazioni attive. Il comune di milleottocento anime, adagiato su un assolato altopiano pusterese, ospita infatti circa quaranta associazioni. La sola ASSOCIAZIONE SPORTIVA locale è suddivisa in sette sezioni. Ne incontriamo una in un bel pomeriggio di ottobre, su un prato dell’ampio centro sportivo comunale. Qui una decina di ragazzini scalzi, in maglietta e pantaloni bianchi, si sta cimentando in una sorta di lotta libera, sfidandosi a coppie. “Tiratevi su, non rimanete troppo a terra, altrimenti vi bagnerete tutti!”, urla Benedikt Engl in dialetto pusterese stretto al groviglio di braccia e gambe ai suoi piedi. L’allenatore, un ragazzo sui trentacinque con occhiali e barba curata, contribuisce a mantenere in vita l’antica tradizione del ranggeln. Per secoli, nei masi e nei paesi, onore e fama spettavano a chi riusciva ad atterrare la maggior parte degli avversari con lanci e prese chiaramente regolamentate. Anche oggi è possibile assistere allo spettacolo in circa venticinque competizioni tra Alto Adige, Tirolo, Baviera e Salisburghese. Una di esse, che si tiene proprio al campo sportivo di Terento ogni lunedì di Pentecoste, vede la partecipazione di un centinaio di lottatori provenienti da tutto l’arco alpino. Durante l’anno a dedicarsi alla disciplina sono soprattutto i giovani del posto, anche perché gli adulti come Benedikt Engl trovano ormai avversari all’altezza solo nell’ambito delle competizioni interregionali.
L’associazione conta attualmente sedici giovani lottatori. Per appassionare sempre più ragazzi all’antica tradizione, l’associazione offre ogni anno allenamenti di prova nelle scuole elementari della zona. A questi si aggiungono i ragazzi provenienti da famiglie dove si coltiva da sempre la passione per il ranggeln. “La maggior parte dei giovani smette al più tardi intorno ai quindici, sedici anni, per concentrarsi sullo studio o sul lavoro”, dice Benedikt Engl. L’attività svolta dall’associazione rimane comunque preziosa. Nei gruppi, che riuniscono più annate, bambini e ragazzi imparano gli uni dagli altri in un clima di amicizia e rispetto reciproco. “C’è grande coesione e meno pressione o competizione rispetto ad altre discipline. E durante le gare tutti si rallegrano quando uno di loro vince”, dice Johanna Lamprecht, mamma di un giovane lottatore e segretaria dell’associazione.
Di certo, rispetto a un tempo, per le associazioni è diventato più difficile stimolare i propri membri a perseguire gli obiettivi comuni e, in generale, a svolgere attività di volontariato. “È necessario uno sforzo continuo per mantenere alta la motivazione e garantire il funzionamento dell’associazione”,
conferma il comandante dei vigili del fuoco Christian Knollseisen. Tra le doti richieste, oltre alla capacità di leadership, c’è anche l’elasticità che permette di adeguarsi ai tempi e a esigenze e gusti sempre nuovi. La banda musicale di Velturno, per esempio, non esegue più solo brani tradizionali, ma anche brani contemporanei, rock e pop. “Il repertorio deve accontentare un po’ tutte le fasce d’età. Questo vale sia per i musicisti che per il pubblico”, spiega il maestro di cappella Albuin Meraner, che nella giornata del “Weinsammeln” sta guidando un secondo gruppo della banda locale per le strade di San Pietro Mezzomonte. Albuin tiene a precisare che nella sua banda non c’è alcun conflitto generazionale. Gli scherzi e le battute che i musicisti si scambiano non appena posano gli strumenti sembrano dargli ragione. Il maestro di cappella non ha dubbi: “Se non c’è coesione, puoi suonare e provare quanto vuoi, ma non funzionerà mai. La banda fa buona musica e l’associazione ha un futuro solo se tutti stanno bene e si divertono”.
L’associazione di Terento conta attualmente sedici lottatori di ranggeln. Oltre a svolgere un prezioso lavoro con i giovani, mantiene viva questa antica tradizione.
22 su 100 tra altoatesine e altoatesini
sono impegnati in 5.730 associazioni – comprese anche realtà singolari come il Bonsai Club Bressanone o il Vespa Club Bressanone.




“Lo spirito di squadra è enorme.”
Benedikt Engl

Porcino (Boletus edulis)
cappello robusto e carnoso, dapprima emisferico e in seguito piano-convesso, con margine chiaro vive in simbiosi con pini, abeti e faggi pori di colore prima bianco chiaro, poi giallo-verdognolo; se premuto, non cambia colore, una caratteristica che lo distingue dal boleto baio, anch’esso commestibile sapore delicato di nocciola, aromatico e molto apprezzato anche essiccato uno dei funghi più ricercati dai raccoglitori; nell’antichità veniva usato per uccidere i nemici nascondendovi il veleno
In Alto Adige crescono più di 5.000 specie di funghi. Ve ne presentiamo cinque da gustare e due da non toccare
Sanguinaccio o lattario (Lactarius deliciosus)

colore rosso-arancio, cuticola spesso vischiosa con carne soda se inciso in superficie secerne il caratteristico liquido latteo vive prevalentemente in simbiosi con gli abeti, predilige i luoghi asciutti e non troppo ombreggiati fungo edule molto apprezzato che sviluppa in cottura un sapore dolce e delicato niente paura: dopo averlo gustato, le urine possono assumere un colore rossastro

Mazza di tamburo (Macrolepiota procera)
cappello imponente, inizialmente sferoidale, che a maturità si apre a ombrello (10-30 cm) lamelle vistose di colore bianco o giallastro; l’anello mobile e ovattato che adorna il gambo lo distingue dalla Amanita pantherina, che è velenosa cresce in boschi radi di faggi e querce, nei prati e al limitare del bosco; non ama l’umidità sapore di nocciola; si cucina generalmente solo il cappello, per esempio impanato come una cotoletta non edule da crudo poiché contiene sostanze che possono provocare disturbi gastrointestinali è conosciuto anche con altri nomi, come parasole o ombrellone

Finferlo o gallinaccio (Cantharellus cibarius)
di colore giallo-arancio, con margine del cappello ondulato e spesso ripiegato verso l’interno gli esemplari freschi hanno un aroma fruttato, simile a quello delle albicocche vive in simbiosi con aghifoglie e latifoglie, in particolare pini e abeti cresce generalmente nelle radure più esposte e meno folte del bosco fungo commestibile, apprezzato fin dall’antichità; presenta un elevato contenuto di minerali tra cui ferro e potassio
Prataiolo (Agaricus campestris)
di colore bianco-grigiastro con cappello bombato il colore delle lamelle varia dal rosa chiaro al marrone cioccolato predilige i prati poco concimati, gli alpeggi e le radure nei boschi di latifoglie spunta dopo piogge intense appartiene alla famiglia degli champignon
Ovolo malefico (Amanita muscaria)
cappello di colore rosso acceso con puntini bianchi e lamelle bianco-gialla stre cresce spesso sotto abeti e be tulle cresce sovente nelle vicinanze dei porcini velenoso: può causare allucinazioni, confusione mentale, disturbi del linguaggio e forte affati camento veniva impiegato come allucinogeno, in particolare nei riti delle culture sciamaniche siberiane


Amanita falloide (Amanita phalloides)
cappello di colore dal verde chiaro al marrone oliva, cuticola leggermente vischiosa in presenza di umidità vive in simbiosi con le latifoglie, ha un profumo dolciastro simile al miele è uno dei funghi più velenosi in assoluto, non a caso è noto in inglese anche con il nome di “death cap” presenta una base bulbosa, lamelle bianche e un anello di colore bianco, cadente sul gambo non va confuso con gli champignon, che hanno lamelle tra il rosa e il marrone chiaro e nessun bulbo alla base

Periodi: la raccolta dei funghi è consentita solo nei giorni pari, dalle 7 alle 19. Normativa: i non residenti nel comune sono tenuti a munirsi di un’autorizzazione. Modalità di cura: i funghi vanno grossolanamente puliti nel luogo di raccolta e trasportati in un contenitore aperto e ben aerato.
Attrezzatura: non è consentito l’uso di rastrelli.
Conservazione: è consigliabile cucinare i funghi freschi, appena raccolti; in alternativa vanno conservati in frigorifero e consumati al più presto.

Incontriamo Miriam Unterthiner, giovane drammaturga che porta in scena personaggi e paesaggi tratti dai racconti della sua infanzia



Miriam Unterthiner, ha sempre desiderato scrivere per il teatro? Da piccola volevo fare prima la poetessa, poi la scrittrice. Non so come siano nate in me queste aspirazioni. So però che già ai tempi della scuola elementare mi circondavo di letteratura. Divoravo i libri, ma non avevo alcun contatto con chi li scriveva. Il posto dei libri, per me, era la biblioteca. Al di fuori, semplicemente non esistevano.
Che cosa leggeva? Quando frequentavo le scuole medie a Chiusa, mia madre mi accompagnava ogni settimana alla biblioteca comunale. Potevo scegliere al massimo tre libri, supplicando un po’, arrivavo anche a quattro o cinque. Più drammatico o tragico era il contenuto, meglio era. Per esempio, ricordo ancora un libro intitolato “Anna nahm Ecstasy” (Anna prendeva l’ecstasy).
Leggeva più libri alla settimana? Sono cresciuta con i miei fratelli Stefanie e Hannes in un paesino di montagna. La nostra casa si trovava su un pendio, in posizione un po’ defilata. Non c’erano altri bambini con cui giocare, il mio mondo erano i libri.
Qual è il suo posto preferito a Lazfons? La fermata dell’autobus all’ingresso del paese. Ho sempre sentito il desiderio di partire e lasciarmi alle spalle la vallata. Lazfons conserva ancora un certo fascino autentico, ed è un bene che sia così. Amo stare nella natura, che da noi è così imponente. Amo anche le montagne, ma con moderazione, perché alla lunga possono

diventare opprimenti. Mi piace il movimento dell’andare e del tornare. Vivo per così dire nel mezzo, in un oscillare continuo.
Quando ha scoperto la scrittura? Scrivere per me è qualcosa di molto naturale. Sono cresciuta circondata dalla narrazione orale. I miei genitori e i miei nonni raccontavano molto dei tempi andati, per esempio la sera, prima di andare a dormire, o nella stube al maso dei nonni. Parlavano della loro vita quotidiana, del lavoro nei campi, dei prati da falciare e del bestiame da accudire. La scrittura, per me, ha rappresentato un’evoluzione di quei racconti.
Nell’estate del 2018 si è trasferita a Vienna. Ha portato con sé i racconti dei luoghi e delle persone della sua infanzia? Le mie origini influenzano molto la mia scrittura, più di quanto me ne renda conto. Quando lavoravo al mio primo testo, ero convinta di dover inventare il più possibile, di dover creare un mondo tutto mio. Ma sentivo che così non era autentico, onesto; era privo di un legame con me stessa. Oggi scrivo di luoghi e storie che mi sono familiari.
La sua madrelingua è il dialetto altoatesino… Ricordo che una volta, nei primi giorni di scuola superiore a Bressanone, ho usato il termine “Schrattl” (i nodi nei capelli). Per me era un’espressione normalissima, ma in città suonava strana! Oggi adeguo il mio linguaggio all’ambiente in cui mi trovo.

Il tedesco standard è una lingua che sente ormai familiare? Alle elementari incontrai per la prima volta un bambino che parlava il tedesco standard. Oh, parla come nei libri, mi sono detta. E ne rimasi incantata. Il tedesco standard è molto diverso dal dialetto, a cominciare dalla sintassi. Oggi vorrei riportare nuovamente il dialetto nella letteratura. Tuttora continuo a pensare in dialetto e in dialetto scrivo anche le annotazioni a margine dei miei testi, anche se poi ne discuto in tedesco. Per me è un meccanismo del tutto naturale.
“Le mie origini mi influenzano più di quanto io stessa me ne renda conto.”
Dove scrive generalmente? Per me è molto importante che l’ambiente sia tranquillo: più silenzio c’è, più le parole sulla pagina si animano. Per questo amo le scrivanie, ma anche i mezzi pubblici. Riesco a scrivere molto bene in treno, mentre scrivo risuona in me lo sferragliare monotono dei treni vecchi italiani: tutum, tu-tum... È il mio ritmo.
Preferisce scrivere a mano o al computer? Scrivo al computer, poi stampo. Proseguo a scrivere a mano sulla pagina stampata. Inserisco quindi le modifiche al computer e così via, in una continua alternanza. Non credo sia un metodo particolarmente pratico, ma ho bisogno anche di scrivere a mano.
C’è stato un momento chiave che l’ha portata a diventare drammaturga? Nel 2017 ho partecipato a un concorso letterario. Mi sono trovata per la prima volta sul palcoscenico e dietro le quinte. Questo mondo, a me allora del tutto sconosciuto, mi ha incuriosita e conquistata. All’inizio non avevo idea di cosa fosse un testo teatrale. Certo, a scuola avevamo letto il “Faust” ma, dal punto di vista formale, un testo classico è completamente diverso rispetto a un testo contemporaneo. La descrizione della scenografia e delle azioni dei personaggi non è più rigorosa come un tempo. Oggi al testo teatrale tutto è concesso, e mi piace che sia così. Ed è un testo che si presta alla lettura.
Quali sono i suoi temi preferiti? Mi interessano in particolare le voci che rimangono inascoltate, quelle che non riescono a farsi sentire nell’opinione pubblica. Mi viene spesso detto che la mia scrittura si muove “nel piccolo”, che mi soffermo a lungo su un’unica parola.



“In palestra mi sento ancora oggi a casa.”
Come se lo spiega? Forse sono le montagne, con i loro spazi ristretti, a stimolare in me questa attenzione per i dettagli e la precisione: le montagne ti entrano in testa.
Il suo libro “Blutbrot”, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, è ambientato nel secondo dopoguerra in Alto Adige e in particolare in Valle Isarco. Perché ha scelto questa tematica? Preferisco ascoltare piuttosto che parlare. In questo modo assorbo moltissime informazioni e accumulo materiale a lungo prima di iniziare a scrivere. Dopo che mio nonno, quasi per caso, mi aveva raccontato delle vie di fuga e dei sentieri dei contrabbandieri, sono passati più di due anni prima che iniziassi a scrivere. Il libro parla dei percorsi che i nazisti in fuga, con l’aiuto della popolazione locale, seguirono attraverso l’Alto Adige e di come quella storia si sia impressa nel paesaggio e nei nostri corpi.
Come suggerisce il titolo, il pane svolge nel libro un ruolo importante. Fa anche lei il pane? In effetti, nel periodo in cui scrivevo il libro ho preparato quantità incredibili di pane, approfondendo molto lo studio di farine e impasti.
Approfondisce a tal punto il tema di ogni suo testo? Sì, nei limiti del possibile. Amo immergermi completamente in un mondo; è un processo utile alla scrittura. La pièce “Mundtot” è incentrata sull’ambiente dello sport. Per scriverla ho letto molta letteratura specialistica per allenatori e ho rimesso le scarpe da corsa. Per descrivere le sportive che corrono devo correre anche io, solo così posso ricordarmi delle sensazioni che si provano.
Nel libro si parla di pallamano, una disciplina che lei stessa ha praticato da ragazza per otto anni. Se ci penso, non è poi un periodo così lungo; ma mi allenavo cinque volte alla settimana. Forse è per questo che quel periodo mi è parso durare molto di più e che continuo a sentirmi a casa in palestra. So ancora perfettamente cosa tengono le ragazze negli armadietti. Certe cose non cambiano poi così in fretta.
In generale, di che cosa ha bisogno per sentirsi a casa in un posto? Ormai mi sento a casa in più posti: Lazfons, Bressanone, Innsbruck, Vienna... e l’elenco diventa sempre più lungo. È una sensazione legata alle persone, ma anche al luogo stesso, se evoca in me dei ricordi.
Il suo primo ricordo a Vienna? Prima di iscrivermi all’università di Innsbruck, mi era capitato di andare a Vienna una volta, ma mi ero fermata solo per qualche giorno. La città era troppo grande per me, non vedevo l’ora di andarmene. Sono abituata a pensare in termini geografici di “giù” e “su”: da Lazfons si va giù in città, da Bressanone si va su in paese. A Vienna, invece, si va anche a
Miriam Unterthiner, trentadue anni, è originaria di Lazfons, vicino a Chiusa. Drammaturga e scrittrice, oggi vive e lavora per la maggior parte del tempo a Vienna. Ha studiato Filosofia e Germanistica a Innsbruck e Scrittura creativa a Vienna. Nel 2022 ha preso parte al programma di scrittura scenica per giovani talenti del Drama Forum di Graz. La pièce “Blutbrot” nel 2025 ha vinto il Premio Kleist alla drammaturgia per le giovani generazioni, il Premio letterario dell’Università di Innsbruck e il Premio austriaco per il miglior debutto letterario. “Mundtot” nel 2025 ha vinto il Premio Hans Gratzer.
destra, a sinistra, persino in diagonale... E questo mi richiedeva uno sforzo mentale eccessivo.
Che effetto fa vedere il proprio testo in scena? È una sensazione molto strana! Da un lato è bellissimo vedere come il testo venga ulteriormente sviluppato per la messinscena e mi piace anche osservare le reazioni del pubblico, dall’altro è difficile, per esempio quando il pubblico non coglie l’umorismo di certi passaggi o se mi accorgo che, con il senno di poi, cambierei una parola.
Durante le premiazioni, come la consegna del Premio austriaco per il miglior debutto letterario, lei stessa si trova sotto i riflettori. Ogni volta è un’esperienza ambivalente. Il posto in cui mi sento più a mio agio è la scrivania. È lì che trascorro mesi e anni interi. Trovarmi all’improvviso sul palco è faticoso. Preferisco pensare che sia stato il testo a ricevere il premio – non io. D’altro canto, ricevere riconoscimenti è un privilegio. I premi in denaro mi permettono di continuare a scrivere, e questa è la cosa più importante per me.

Riesce a vivere grazie alla sua attività letteraria? Al momento sì, anche grazie ai premi. Non è affatto scontato e non so che cosa mi riserverà il futuro. Spero di riuscire a dedicarmi appieno a quello che amo il più a lungo possibile, senza dover scendere a compromessi.

Testo — STEFANIE UNTERTHINER
Fotografie — ARGENTOARTISTRY & PHILIPP SEYR
Mura riportate a nuova vita per abitare in modo comunitario, in quarantacinque stanze e sei appartamenti. Uno spazio di incontro tra generazioni.




Un edificio dalla lunga
storia: inaugurato nel 1890 come elegante casa di cura e famoso per decenni come oasi di benessere, oggi il Guggenberg è una struttura che offre una formula innovativa di abitare

Un quartiere in ascesa
Nel XIX secolo Stufels era considerato uno dei quartieri meno attraenti di Bressanone. Nell’area si erano insediate diverse attività, tra cui una conceria, il cui odore acre si avvertiva da lontano. La zona, alla confluenza tra la Rienza e l’Isarco, era inoltre esposta al rischio di inondazioni, un fenomeno da sempre all’origine di danni ingenti nella città vescovile. Dopo che le opere di protezione arginarono il pericolo, Otto von Guggenberg colse l’occasione e trasformò un vecchio maso, posto vicino al corso d’acqua, in una struttura dedicata alle cure idroterapiche. Un’iniziativa che segnò una svolta per Stufels, ridisegnandone definitivamente il volto.
Curare con l’acqua
Un soggiorno presso Sebastian Kneipp destò in Otto von Guggenberg l’interesse per i metodi di guarigione del religioso tedesco. Guggenberg, che aveva studiato medicina a Vienna, riconobbe il potenziale dell’approccio olistico di Kneipp e investì l’intero patrimonio della moglie nella costruzione dell’istituto idroterapico di Bressanone. La decisione si rivelò giusta: per decenni Guggenberg fu sinonimo di salute, stima e prestigio sociale.
Una fama improvvisa
La casa di cura aprì i battenti nel 1890, ma divenne celebre solo agli inizi del Novecento, quando l’arciduca Carlo, il futuro Carlo I imperatore d’Austria, vi soggiornò per sottoporsi ai trattamenti del metodo Kneipp. Da quel momento, Guggenberg divenne un’ambita meta per gli aristocratici di tutta Europa, che a Bressanone cercavano rigenerazione nella prima struttura Kneipp dell’impero austro-ungarico.
Massima riservatezza
I primi tempi, i nomi degli illustri ospiti della casa di cura venivano orgogliosamente menzionati nel quotidiano locale, la “Brixner Chronik”. Ben presto, però, la discrezione si impose e la struttura per lunghi decenni fu un rifugio protetto per i ricchi e i famosi di tutto il mondo. Alcuni nomi di ospiti celebri sono trapelati solo a posteriori. Si vocifera, per esempio, che abbiano pernottato qui anche Umberto Eco e Sophia Loren. Nel caso di Eros Ramazzotti, invece, i fan appresero del soggiorno in tempo reale… e si appostarono prontamente sotto la sua finestra.
Otto il pioniere
A Otto von Guggenberg non si deve solo l’omonima casa di cura. Nel ruolo di sindaco, promosse con determinazione il rinnovamento urbano. Durante il suo mandato vennero costruite nuove strade, si ampliò la rete fognaria e sorse un moderno ospedale. La visione di Otto era fare di Bressanone, allora considerata conservatrice e un po’ sonnolenta, una moderna città giardino votata al benessere. Il risultato? In quegli anni il turismo registrò una significativa crescita.
La nuova vita del Guggenberg
Nel 2017, dopo 127 anni, la casa di cura Guggenberg ha cessato la sua attività ed è rimasta chiusa per alcuni anni. Nel luglio 2025 la struttura è tornata a vivere: oggi ospita un progetto abitativo e di vita comunitaria. Alle quarantacinque camere e ai sei appartamenti, che costituiscono il nucleo del cohousing multigenerazionale, si aggiungono spazi di lavoro e incontro, come le sale per il coworking e quelle destinate alle attività ricreative. Il nuovo Guggenberg vuole diventare una sorta di “salotto” aperto a tutti, un luogo accogliente in cui fare yoga nel parco, prendere un caffè al Bistro Otto o semplicemente scambiare due chiacchiere.


“Cucinare è amore”: Ben più di una ricetta, questo piatto così decorativo è la quintessenza della cucina. 100 g d’amore, un pizzico di passione, un cucchiaio di tempo, 1,5 kg di gusto, un bicchiere di sensorialità e 50 g di ozio rappresentano simbolicamente il valore del buon cibo.

Ricette antiche, nuove creazioni. Con ingredienti del proprio orto e degli allevamenti della zona. Una cuoca e due cuochi ci parlano dell’ingrediente che li affascina fin dall’infanzia. Quello che mamma, papà e nonna hanno fatto loro amare e che oggi è il protagonista dei loro piatti preferiti
Una cuoca, due cuochi, tre ingredienti: Elisabeth Lanz del rifugio Gitschhütte sul monte Gitschberg, Philipp Fallmerayer del Brix 0.1 a Bressanone e Alex Haselwanter dell’Unterwirt a Gudon.









Alex Haselwanter, ristorante UNTERWIRT a GUDON
Alex sa bene che oggi molti giovani cuochi girano il mondo per fare esperienze. Lo dice con un sorriso. Lui, invece, ha preferito imparare a cucinare dal padre. Alex Haselwanter, ventisettenne, cuoco del ristorante Unterwirt di Gudon, si definisce scherzosamente “un pantofolaio”, mentre passa da una stanza all’altra della stube facendo scricchiolare il pavimento in legno scuro. Ritorna con alcuni libri di cucina. “Non amo neanche i blog e i video di YouTube. Preferisco sfogliare questi”, aggiunge. No, non ha esplorato il mondo, ma questo non significa nulla. Alex ha portato il mondo a Gudon. La sua famiglia, che gestisce il locale da quattro generazioni, ha sempre scelto di seguire la propria strada. Fin dai tempi di Valentin Gallmetzer, il bisnonno scultore che acquistò l’edificio, risalente al 1370, allora sede di una locanda. Le sue creazioni lignee – un vignaiolo, una guardia notturna – sono appese ancora oggi sopra i tavoli delle stube. Nel loro paesino sopra Chiusa, gli Haselwanter hanno la fama di innovatori. Per esempio, in giardino hanno costruito una piscina per gli ospiti, la prima del paese, prima ancora di installare il riscaldamento in casa!
Alex Haselwanter ama la cucina dell’Estremo Oriente e gli ortaggi della sua terra. Il suo preferito? “Il cavolo cappuccio, l’ortaggio altoatesino per eccellenza!”, dice. Il giovane cuoco lavora quindici ore al giorno: la mattina scende a Chiusa per acquistare dal verduraio gli ortaggi che non coltiva personalmente. Nell’orto di casa crescono porri, radicchio, pimientos de padrón, ma anche e soprattutto cavoli cappucci: verdi, bianchi, rossi, a punta... Durante il giorno il giovane chef cerca ispirazione nei suoi libri di cucina e crea nuovi piatti. Il menu cambia ogni tre settimane.
Alex ama sperimentare. Sono nate così anche le alette di pollo speziate su un letto di cavolo cappuccio, una delle creazioni più apprezzate dai suoi ospiti, turisti e locali: un mix di Alto Adige, Vietnam e Thailandia con un tocco di Korean fried chicken. Gli ingredienti: cavolo cappuccio affettato sottile, alette di pollo, cipollotti, semi di sesamo tostati e una marinata segreta a base di olio extravergine d’oliva, aceto di riso, aceto di champagne, sale, zucchero e zenzero sottaceto. Benvenuti nel mondo orientale-altoatesino di Alex Haselwanter!
unterwirtgufidaun.com



Elisabeth Lanz, rifugio GITSCHHÜTTE sul GITSCHBERG
Elisabeth Lanz è cresciuta 1.440 metri più a valle, ma pur sempre a 770 metri di altitudine, nel maso di famiglia a Sciaves. Da piccola dava una mano nei lavori di casa e del maso. Amava stare con le galline, che di giorno razzolavano nell’aia e tra i meli. “Sono animali tranquilli, ottime coinquiline, che mangiano tutti gli avanzi”, spiega Elisabeth, trentasettenne, mentre prende una padella da sotto i fornelli e apre il frigorifero. La sera, ricorda, quando era affamata, la nonna le preparava lo Schmarrn (frittata dolce) con le mele. E lo Schmarrn in tutte le sue varianti – dolce con le mele, la crema di nocciole o con l’uvetta (ossia il Kaiserschmarrn) oppure salato con formaggio e prosciutto – è ancora oggi il suo piatto preferito. Le uova, come avrete intuito, sono l’ingrediente che predilige: “Basta tenere un paio di galline per avere uova fresche tutti i giorni. Sono un ingrediente così versatile: all’occhio di bue, strapazzate, sode...”. Le uova del supermercato? Mai comprate, dice ridendo.
Elisabeth ha sempre voluto diventare una cuoca. Ai tempi in cui frequentava la scuola alberghiera, racconta, ha preparato gli gnocchi al pomodoro per il seguito del Giro d’Italia, che faceva tappa in Alto Adige, e il gulasch con i canederli allo speck per il presidente della Provincia. La cucina tradizionale, senza fronzoli, l’ha conquistata da subito. Elisabeth accende il fornello. Da dodici anni è cuoca al rifugio Gitschhütte (2.210 metri), nel cuore del comprensorio sciistico Gitschberg. Considerato da molti il rifugio dove si mangia meglio. Il piatto più richiesto? Il Kaiserschmarrn. “Eppure la mia ricetta è molto semplice”, dice Elisabeth. Forse è proprio questo il segreto. Fuori, sul versante della montagna, le nubi si addensano come batuffoli di cotone, velando le quasi cinquemila cime che si possono vedere da quassù nelle giornate terse: Dolomiti, Vedrette di Ries, Alpi della Val Sarentino, della Valle dello Stubai e della Zillertal. La stube è calda e accogliente. Alle pareti, rivestite di legno, sono appese corna di cervo e fanno mostra di sé marmotte e volpi imbalsamate. Dalla cucina esce del vapore. Nei giorni di punta qui si servono fino a mille coperti agli sciatori affamati: “L’inverno scorso siamo arrivati a 1.022 in un solo giorno”, precisa la cuoca. A tutto gas e con l’adrenalina alle stelle, come piace a lei. La padella sul fornello, un paio di scodelle tutto intorno. Mise en place. Sale, zucchero vanigliato, rum, latte, farina. Uova, tante uova, di un contadino della vallata vicina. In padella le uova sfrigolano, il tuorlo si rapprende e inizia a formarsi un Kaiserschmarrn soffice e leggero: memorie passate e un assaggio di paradiso sugli sci.

gitschhuette.com


Philipp Fallmerayer, ristorante B rix 0.1 a BRESSANONE
I pomodori erano la fine del mondo. Parliamo, naturalmente, di quelli che la mamma coltivava nell’orto del maso di famiglia vicino a Bressanone. Gustarli, per il piccolo Philipp, era pura gioia. I pomodori del supermercato, invece, erano un disastro: tanta acqua, nessun sapore. Philipp aveva già deciso: non li avrebbe mai mangiati! Poi si è formato come cuoco e ha girato il mondo per lavoro: Melbourne, Dubai, New York, per approdare infine come sous-chef nella cucina di Norbert Niederkofler, tuttora l’unico chef tristellato altoatesino. Ma Philipp non era ancora soddisfatto, voleva un locale tutto suo. Così, una decina d’anni fa, ha aperto insieme al socio Ivo Messner il ristorante Brix 0.1 nella zona sud della città vescovile. In un piccolo parco, in riva a un laghetto. Bancone di marmo, pentole fumanti e padelle sfrigolanti. Vetrate altissime e un imponente rivestimento in acciaio corten: il perfetto contrappunto al barocco del Duomo cittadino. Molto cool. Il trentasettenne ha una moglie di Sorrento: “È stata lei a insegnarmi che il cibo è cultura, che è legato alla vita e che un po’ tutto vi ruota intorno”. La coppia ha un bambino piccolo: “La nascita di Maximilian mi ha fatto capire che il buon cibo, l’alimentazione sana e la cultura culinaria sono valori importanti che dovremmo trasmettere ai nostri figli”.
Tre anni fa il ristoratore ha rilevato anche il maso di famiglia, da cui già provenivano gli ortaggi impiegati al Brix 0.1. Ora le forniture sono destinate ad aumentare: Philipp vorrebbe infatti costruire nuove serre per garantirsi, per quasi tutto l’anno, scorte di carote, patate, rape rosse, broccoli, cavoli, zucchine e melanzane. E vorrebbe anche degli animali: almeno tre buoi, e due pony e un lama per il piccolo Maximilian. La sua grande passione rimane però il pomodoro, che amava tanto già da bambino. Oggi ne coltiva diciotto varietà: rossi, gialli, piccadilly neri, cuore di bue, datterini… Philipp ama mescolarli in un’insalata con burrata, olio extravergine d’oliva, origano e pane, tutti rigorosamente pugliesi, e poi ancora cipolla di Tropea e acqua di pomodoro di produzione propria, che conferiscono al piatto un gusto particolare tra il morbido e il croccante. Il gusto delizioso dei ricordi d’infanzia.

brix01.com




Al maso Burgerhof sopra Bressanone, Johannes Meßner e Katrin Hammann uniscono agricoltura, viticoltura e agriturismo. Ogni bottiglia porta la loro firma e racconta la storia di una coppia che ha voglia di mettersi in gioco

SULLA RIPIDA STRADA che conduce al maso, a ogni curva la vista si apre un po’ di più. Il Burgerhof si trova sopra Bressanone, a 750 metri. Il maso appartiene alla famiglia dal 1843. Di fronte si staglia la Plose, dal fondovalle giunge attutito il rumore della città. Johannes Meßner risale il pendio in e-bike dopo avere accompagnato il figlio all’asilo: giacca North Face rossa, felpa con cappuccio verde, Vans nere ai piedi. Sorridendo, ci fa strada verso la stube con le pareti rivestite di legno, incurvate dal tempo, e ci offre un bicchiere di Souvignier Gris. “Non sono uno che pretende di spiegare agli altri come un vino debba o non debba essere. Per me conta solo se il vino piace e se fa venire voglia di berne un altro sorso”, dice.
Il Burgerhof è da sempre un’azienda agricola: viti, carne, prodotti per il fabbisogno familiare. Il trentasettenne Johannes è cresciuto con i tre fratelli al maso. Ognuno aveva un compito: la madre Anneliese gestiva i rapporti esterni, il padre Franz lavorava dietro le quinte. Nei primi anni ottanta sono stati tra i pionieri dell’agricoltura biologica. Siete pazzi, si sentivano dire.
Oggi da 1,5 ettari di suolo argilloso-granitico si ricavano 14.000 bottiglie di Solaris, Johanniter, Souvignier Gris e Regent. Molte viti esistevano prima che Johannes subentrasse nell’azienda, compresi i cosiddetti PIWI, i vitigni resistenti ai funghi: “Oggi preferiamo chiamarli tolleranti ai funghi”, precisa. Rinunciare ai trattamenti non è realistico, ma ridurli sì. Il Solaris ne richiede uno all’anno, lo Johanniter tre, contro i dodici del Sylvaner classico. Nella vinificazione Johannes segue la sua strada. I vini maturano lentamente e hanno una struttura complessa. Macerazione sulle bucce e contatto prolungato con le vinacce ne definiscono lo stile. “Raggiungono l’apice più tardi, ma lo conservano più a lungo.” Non è un sommelier da manuale, per lui conta la percezione: “In bocca il vino deve lasciare una sensazione… cool”. Durante le visite guidate, invita gli ospiti a degustare, senza valutazioni.
Due gradini portano in cantina. Johannes apre la pesante porta di legno. Ci troviamo in un moderno ampliamento, integrato all’edificio originario: linee pulite, cemento a vista. La temperatura è scesa di qualche grado. Al centro, una scala in acciaio rosso conduce al piano superiore; sotto di essa, un’anfora alta quasi quanto un uomo domina silenziosa l’ambiente. Johannes vi si ferma accanto, le mani nelle tasche della giacca.
Secondo lui la viticoltura altoatesina è una realtà solida, ma molto tradizionale: territorio variegato, clima fresco, vini ben fatti. Ma ci si concentra sugli indirizzi stilistici consolidati; i vini naturali o PIWI restano marginali, anche nei corsi per sommelier. I produttori devono spesso spiegarsi e così si affidano alla vendita diretta.
Per dare più visibilità al loro segmento di mercato, Meßner e alcuni colleghi hanno dato vita a Convinti, un’associazione di viticoltori che hanno deciso di seguire una via propria, applicando i metodi dell’agricoltura biologica e biodinamica e affidandosi alle risorse dei terreni e al tempo necessario ai vini per maturare. I loro vini esprimono un approccio condiviso, ma anche la personalità dei singoli viticoltori. C’è concorrenza all’interno dell’associazione? “Assolutamente no. Il nostro è un prodotto artigianale. Possiamo trarre beneficio gli uni dagli altri solo confrontandoci. C’è posto per tutti”, risponde Johannes.

Colore ambrato, riflessi brillanti: così si presenta, nel calice, il Souvignier Gris del Burgerhof Meßner. Questo vino si ottiene da una varietà di uve resistente ai funghi, coltivata sopra Bressanone a circa 700 metri di quota su un soleggiato versante esposto a sudest. Al naso dispiega un complesso bouquet di aromi intensi: albicocche mature e frutta a nocciolo scura, accompagnate da note agrumate e un accenno di spezie orientali. Al palato risulta fresco, speziato e insieme piacevolmente morbido, con una struttura leggera e una freschezza vivace.
Azienda vitivinicola, maso, agriturismo, appartamenti vacanza. Il Burgerhof ha diversificato l’attività. Dal 2016 lo gestiscono Johannes Meßner e la compagna Katrin Hammann, architetta trentanovenne, il cui tocco è evidente in cantina e nello spazio degustazioni. “Non puntiamo a crescere, ma a preservare la nostra autenticità”, dice Katrin. In altre parole: lavorare bene e vivere dei frutti del proprio lavoro. Il clima non aiuta: nel 2024 una grandinata ha distrutto il 70 per cento del raccolto. La diversificazione rende l’azienda più solida. Che cos’è la felicità? Johannes riflette un istante: “Andare d’accordo, godere di buona salute, lavorare e superare le difficoltà insieme”.
Le uve sono selezionate a mano. Una parte del vino matura in botti di legno, l’altra rimane sulle bucce da due a sei mesi, a seconda dell’annata. L’aggiunta di solfiti è minima e l’imbottigliamento avviene soltanto dopo due anni in cantina.
Un abbinamento di carattere per formaggi saporiti, piatti di pesce e dessert.


+ 65.000 metri quadrati e 2,6 milioni di fiorini – circa 69 milioni di euro – di costi di realizzazione: l’imponente fortezza a nord di Bressanone ha rappresentato un colossale progetto della monarchia austro-ungarica. Nel 1838, l’anno della sua inaugurazione, il complesso difensivo risultava però già superato dal punto di vista strategico e militare. Il forte di Fortezza, a lungo utilizzato come deposito di munizioni, è stato reso accessibile al pubblico nel 2005 e ospita oggi mostre e manifestazioni di ogni tipo.
franzensfeste.info

Una lastra di pietra levigata delle dimensioni di dieci per dieci centimetri è nascosta nella roccia sotto questo obelisco. L’obelisco e la sua base ne proteggono la superficie dalle intemperie; non è un caso che l’iscrizione indichi quel punto come locus perennis. Verso la fine dell’Ottocento, l’i. r. Istituto Geografico Militare collocò sette lastre di questo tipo. Da Maribor a Budějovice, da Sibiu a Fortezza: questi punti di riferimento erano destinati a essere utilizzati in tutto il territorio dell’impero austro-ungarico. La loro posizione piano-altimetrica era calcolata con precisione millimetrica. Questa “livellazione ad alta precisione” era preziosa per la costruzione di strade e ferrovie, gallerie e dighe. L’esercito stesso, che aveva organizzato le misurazioni, aveva bisogno di carte topografiche accurate, indispensabili per pianificare e coordinare i movimenti delle truppe.
L’ambizioso progetto topografico, avviato nel 1873, suscitò scalpore a livello internazionale: era preciso, transnazionale e basato, per la prima volta, sul sistema metrico. Pur non disponendo ancora di satelliti, la tecnica di misurazione del XIX secolo riuscì a calcolare con esattezza le altimetrie. L’impiego di un livello ottico e di stadie permetteva di calcolare i dislivelli tra punti fissi di rilevazione. La base dell’obelisco di Fortezza – collocato in quel punto per la solidità della roccia sottostante – indica una quota di 736,452 metri sul livello medio del mare Adriatico a Trieste. Un dato che si rivela tuttora molto accurato, con un margine di errore di pochi centimetri.

Anno: 1889. Materiale: granito. Eretto da: i. r. Istituto Geografico Militare. Incisione: Locus perennis diligentissimae cum libella librationis, quae est in Austria et Hungaria confecta, cum mensura graduum meridionalium et parallelorum, quam Europeam vocant. Erectum: MDCCCLXXXIX. Traduzione: Luogo perenne di precisa misurazione dell’altitudine realizzato con un teodolite europeo in Austria e Ungheria. Allestito: 1893.


I bambini che si allenano sulla mountain bike, il ristoratore campione di downhill, l’avventuriera con l’inseparabile gravel bike e il farmacista che effettua consegne: a Bressanone e dintorni cinque amanti delle due ruote raccontano storie di riparazioni, gare e pedalate in terre lontane

Nomi:
Greta e Jan Perathoner
Età: 11 e 10 anni
Professione: alunni
Tipo di bicicletta: mountain bike
Le nostre biciclette in tre parole: leggere, veloci, maneggevoli Percorso preferito nei dintorni: da Laion ad Albions, Fonteklaus e Gudon

Non pedaliamo mai senza…: guanti da ciclismo e scarpe a sgancio rapido
L’esperienza più bella in sella: il tour più lungo fatto finora con la nostra famiglia, attraverso la gola di Uina in Svizzera, con grandi dislivelli e tratti esposti
Il miglior spuntino da portare con sé: caramelle di destrosio
Greta e Jan Perathoner sono appena scesi con la mountain bike da Laion, il paesino in cui vivono, fino a Chiusa. 600 metri di dislivello attraverso il bosco. “Lo facciamo spesso per andare agli allenamenti”, dice Jan. La pista di allenamento e gara del Bike Club Klausen si snoda lungo l’Isarco. Le biciclette sembrano troppo grandi per i bambini, ma a fugare i dubbi ci pensano loro stessi, guidandole con disinvoltura attraverso le vie del centro storico e tracciando linee precise a ogni passaggio sugli stretti trail lungo le sponde del fiume. Sguardo concentrato, maglia della squadra e pedali con gli agganci: i due ci sanno fare.
“Abbiamo imparato molto presto ad andare in bicicletta. A tre anni andavamo già con le bici senza pedali. Il nonno è un appassionato di mountain bike e tutti in famiglia usano molto la bicicletta”, racconta Greta. I genitori hanno iscritto Greta e Jan al Bike Club di Chiusa. Da allora fratello e sorella si allenano regolarmente e partecipano a gare giovanili in tutto l’Alto Adige. La famiglia organizza le vacanze estive in base al calendario agonistico dei figli.
La disciplina preferita dai due è il cross country. “Ci piace perché è molto varia. Si fanno più giri lungo lo stesso percorso con salite, discese, scale e ostacoli. Il downhill con i suoi percorsi solo in discesa è noioso”, spiega Greta. Jan non nasconde di essere sempre nervoso prima della partenza. Ha già vinto per due volte il titolo provinciale della disciplina e addirittura un titolo stagionale per tutte le classi di età. Greta, che si è piazzata seconda ai campionati provinciali, ha esposto la coppa nella sua cameretta.
Si allenano sia sulla tecnica sia sulla resistenza. “Ci esercitiamo a rialzarci velocemente dopo le cadute”, spiega Greta. E a scendere e salire le scale in bici. Al primo tentativo, racconta, ha frenato perché dall’alto la scala le sembrava molto ripida. “La seconda volta ho preso più rincorsa e mi sono lanciata. Da quella volta non ho più paura”, conclude. Preferiscono i tratti in salita o in discesa? “In salita”, rispondono senza esitazione e aggiungono: “In discesa la bici va da sola”.



Nome: Johannes von Klebelsberg
Età: 31 anni
Professione: gestore di rifugio
Tipo di bicicletta: bici da downhill
La mia bicicletta in tre parole: perfetta, stilosa, essenziale
Percorso preferito nei
dintorni: le downhill lines del Brixen Bikepark
Non pedalo mai senza…: i miei jeans
L’esperienza più bella in sella: la vittoria ai campionati italiani di downhill del 2014
Il miglior spuntino da portare con sé: formaggio di malga

Sull’Alpe di Rodengo e Luson sta arrivando l’autunno: la luce è calda, i sentieri sono asciutti e la vista può spaziare lontano. Quassù Johannes von Klebelsberg gestisce il rifugio Starkenfeldhütte. Fino a pochi anni fa scendeva a tutta velocità giù per i ripidi trail delle gare di coppa del mondo di downhill, oggi serve canederli e variazioni di formaggi.
“Ho iniziato a gareggiare da bambino. A me e mio fratello è capitato tra le mani un volantino che pubblicizzava una gara di mountain bike. Ci siamo subito appassionati”, racconta. A sedici anni è passato dal cross country al downhill perché, spiega, “l’atmosfera mi piaceva molto di più”. Meno competizione, più divertimento. E un successo dopo l’altro. Stagione dopo stagione, si è allenato sempre più duramente ed è diventato sempre più veloce. Johannes è stato due volte campione italiano assoluto e fino al 2020 ha gareggiato in coppa del mondo.
Una volta, prima di una gara, ha acquistato quasi per caso un paio di jeans e li ha indossati durante la competizione, guadagnandosi così il soprannome di “Denim Destroyer”. “Ero considerato uno un po’ fuori di testa”, dice. L’improbabile indumento ciclistico è diventato il suo tratto distintivo. In seguito, Johannes ha creato un marchio che produce jeans tecnici per sportivi come lui.
Oggi la vita del ristoratore-ciclista ha un ritmo diverso. Johannes ha due bambini piccoli e, oltre al rifugio sull’Alpe di Rodengo e Luson, gestisce altri due locali e ha in totale trenta collaboratori. “Prendere in gestione il rifugio Starkenfeldhütte era il mio sogno”, racconta. Lavorare nella natura, sopra il limitare del bosco, ha un che di romantico. “Sì, ma la realtà è fatta anche di duro lavoro”, dice. Il tempo libero si è notevolmente ridotto, ma ogni tanto Johannes si lancia ancora con la sua mountain bike giù per i pendii dell’alpe, meglio ancora se in una bella giornata d’autunno. “Appena monto in sella, sento subito il vecchio spirito agonistico, anche se la forma fisica non è più quella di un tempo”, aggiunge.
Il sole pomeridiano riscalda i vigneti intorno all’abbazia di Novacella. Qui un tratto della ciclabile della Valle Isarco si snoda tra i filari di viti come un nastro chiaro. Sarah Bernardi appoggia la sua gravel bike azzurra a un muretto a secco. Il portapacchi traballante con le borse laterali stona con il design elegante della bici. “Mi prendono spesso in giro per via di questo aggeggio, ma non riesco a staccarmene. Mi ha accompagnata in giro per tutta l’Asia”, dice accarezzandolo con affetto.
Per anni, ogni estate, Sarah è partita per l’Oriente: Turchia, Tagikistan, Kirghizistan, Georgia, Armenia, Iran, Kurdistan, India. “La bicicletta offre la velocità di viaggio ideale. Senti tutti i suoni e gli odori, puoi fermarti a parlare con le persone, ma continui ad avanzare a buon ritmo.”
Da adolescente ha investito i suoi primi guadagni in una bici da donna giallo pastello. Più tardi, durante gli studi, si è mantenuta lavorando come guida di viaggi cicloturistici in Sardegna, Umbria e Toscana. Le gare non l’hanno mai interessata. Non ha un account su Strava, non misura i chilometri e i dislivelli percorsi in un anno né il tempo impiegato per scalare un passo alpino. “Ci metto comunque più degli altri, perché mi fermo a fotografare e chiacchierare. Mi piace pedalare senza fretta, chiunque può venire in bici con me”, racconta.
“Alcuni fanno yoga, io preferisco uscire da sola in bici, è la mia forma di meditazione”, dice. Sarah l’avventuriera ama però anche pedalare in compagnia, soprattutto tra donne: fine settimana con le amiche, grandi community rides, gite con soste per un bicchiere di vino o un bagno nel lago. “Tra donne forti che pedalano insieme si crea una dinamica speciale e molto ispirante.” Per una giornata perfetta in sella servono solo tre cose: “Bel tempo, tanti metri di dislivello e un gelato con tre palline”.



Nome: Sarah Bernardi
Età: 50 anni
Professione: life e business coach, brand ambassador per un marchio di abbigliamento ciclistico da donna
Tipo di bicicletta: gravel bike
La mia bicicletta in tre parole: libertà, divertimento, voglia di viaggiare
Percorso preferito nei dintorni: il mio itinerario di allenamento tra Bolzano, Renon e Barbiano e la ciclabile della Valle Isarco
Non pedalo mai senza…: il mio braccialetto tibetano di pietre colorate
L’esperienza più bella in sella: quando in India ho attraversato il passo montano transitabile più alto del mondo, a 5.600 metri, e mi sono detta: “Wow, niente mi può fermare!”
Il miglior spuntino da portare con sé: cachi essiccati

Nome: Florian Peer
Età: 48 anni
Professione: farmacista
Tipo di bicicletta: cargo bike elettrica
La mia bicicletta in tre
parole: pratica, grande, robusta
Percorso preferito nei
dintorni: le ciclabili di Bressanone, sono tutte fantastiche!
Non pedalo mai senza…: una camera d’aria di riserva
L’esperienza più bella in sella: portare la legna per i fuochi del Sacro Cuore di Gesù a Meluno, risalendo la china con i ceppi nel rimorchio
Il miglior spuntino da portare con sé: orsetti gommosi

In una bella mattina di sole, Florian Peer sfreccia per le strade del centro storico di Bressanone. I passanti lo seguono con lo sguardo, in molti lo salutano con un cenno. La sua famiglia gestisce dal 1787 l’omonima farmacia in via Ponte Aquila, le cui origini risalgono al lontano 1602.
La sua bicicletta non passa inosservata: è di un blu acceso, con un grande sellino posteriore e una speciale borsa frigo per i medicinali sul portapacchi anteriore. Peer e il suo team utilizzano la bici elettrica per le consegne a domicilio, in particolare ai clienti più anziani: “Ci teniamo a offrire un servizio di consegne il più sostenibile possibile. Per i tragitti più lunghi usiamo la cargo bike, per quelli più brevi una classica e-bike”, spiega.
Con la cargo bike è stato amore a prima vista, o quasi: “Ce l’hanno consegnata montata in modo sbagliato. Al primo giro mi sono ritrovato con il manubrio in mano”, racconta. Da allora, però, il mezzo di Peer si è rivelato un prezioso tuttofare, capace di trasportare anche cassette piene di pietre per il giardino e persino due adulti sul sellino posteriore… “Se si stringono un po’, ci stanno!”
Cosa è cambiato da quando effettua le consegne in bici anziché in macchina? “Vivo la città più da vicino. Esco all’aria aperta, tra le persone o nella natura. Quando faccio i miei giri di consegna è quasi come godersi un po’ di tempo libero nel bel mezzo della giornata di lavoro.”

DAL 17 AL 20 SETTEMBRE 2026 , Bressanone ospita la prima edizione della bike festa Südtirol. Per quattro giorni, il mondo della bicicletta si presenta in tutte le sue sfaccettature, in città e sui tracciati circostanti. Il centro storico diventa un’area test per le nuove bici, i workshop radunano i fan delle due ruote, mentre i tour guidati accompagnano lungo l’Isarco, tra i vigneti e verso le Dolomiti. Sono previsti percorsi di prova per ogni livello e, per i bambini, tracciati dedicati.
L’evento si sviluppa attorno a quattro aree tematiche: brand festa per le nuove bici e i trend del momento; ride festa tra tour guidati e test ride; people festa per condividere la passione nella bike community; gusto festa con i sapori della cucina regionale.
bikefesta.com


Testo — SILVIA OBERRAUCH
Illustrazioni — LAURA NEUHÄUSER
To do list con panorama alpino, riunione online tra un’escursione e una sauna: la workation sembra l’equilibrio ideale tra vita e lavoro. Cosa succede quando il posto di lavoro offre ogni tipo di comfort? Il dovere si trasforma in puro piacere o, paradossalmente, scopriamo di rimpiangere qualcosa? Un esperimento tra portatile e tappetino da yoga



oi altoatesini abitiamo dove gli altri trascorrono le vacanze. Il fatto è che anche noi trascorriamo gran parte del tempo lavorando. Ora, mi sono detta, dato che viviamo in un posto così idilliaco, perché non unire l’utile al dilettevole? Detto fatto: le dita scorrono sulla tastiera alla ricerca di alberghi attrezzati per lo smart working nella mia regione. Il portale di prenotazione ne propone 245. Ne vorrei uno che soddisfi tutti i desideri: colazione a buffet, servizio di lavanderia, sauna. Alla fine, scelgo un alloggio in Val di Fundres, una valle laterale che conosco a malapena con cime alpine a perdita d’occhio.
Ne parlo con la mia datrice di lavoro e le mie colleghe, ricevo il via libera e concordo un orario di lavoro ridotto per il mio soggiorno di dieci giorni. Sulle ali dell’entusiasmo, faccio le valigie e vi infilo dentro scarponcini, portatile, caricabatterie e un romanzo rosa – felice all’idea di sottrarmi per un po’ al mio tran tran. In albergo, al momento del check-in, il mio sguardo corre in lontananza: da qui sembra di toccare le montagne con un dito! Cerco innanzitutto di organizzare la mia nuova routine: l’escursione guidata all’alba è compatibile con i miei orari di lavoro, rimando la videochiamata prevista per la mattina successiva alla serata con degustazione di vini, e così via. All’inizio sono molto concentrata e lavoro in modo estremamente produttivo. Incastro le riunioni online tra un trattamento rassodante per il viso e una seduta di yoga energizzante, poi mi precipito verso la sauna, dove per ben due volte arrivo giusto in tempo per le gettate di vapore. Il confine tra vacanze e lavoro è sempre più sfumato. Le giornate sembrano perfette, la workation una soluzione universale. Dopo una settimana però, quando il soggiorno volge quasi al termine, mi trovo sempre più spesso a scrivere e-mail chilometriche nelle quali racconto alle colleghe i miei aneddoti vacanzieri: quello della coppia olandese che non apprezza la variazione di canederli e quello della sottoscritta che apprezza ancor meno l’equipaggiamento dei compagni di escursione. Ho evidentemente bisogno di comunicare. Mi sento, ebbene sì, un po’ sola. Mi mancano le giornate in ufficio, anche quelle che a volte sembrano non passare mai, mi mancano le chiacchiere nella pausa caffè, l’alzata di occhi collettiva di fronte a richieste strampalate, il veloce scambio di battute in corridoio. Con un gran sorriso, offro una tazza di tè alla cameriera ai piani che, un po’ sbalordita, declina educatamente. Terminato il Good Morning Flow, attacco bottone con l’insegnante di yoga. Gli confesso che prima delle riunioni sono sempre molto nervosa e gli chiedo se la respirazione a narici alternate possa aiutare. Dopo avere incassato un ulteriore sguardo perplesso, me la svigno in fretta dalla sala.
Quando faccio i bagagli per tornare a casa, mi accorgo che non vedo l’ora di tornare al mio ambiente di lavoro creativo, alla mia scrivania e alla mia sedia ergonomica – e mi mancano perfino le piante che abbiamo in ufficio. Sono ben nutrita, la pelle è rosea e mi sento in gran forma, ma dieci giorni mi bastano e avanzano. La workation è un bel diversivo che regala momenti di svago e che, paradossalmente, riaccende la voglia di tornare alla vita d’ufficio.

Nella stagione fredda, il sole basso ridisegna il paesaggio. Le ombre si allungano, i contorni si fanno più netti e anche i luoghi familiari cambiano improvvisamente aspetto


① Una serata in Piazza Duomo
Al sopraggiungere del crepuscolo, Piazza Duomo a Bressanone rivela i suoi contrasti più intensi: nel cielo blu scuro che fa da sfondo al Duomo si stagliano nitidamente i due campanili barocchi. Nei giorni del Mercatino di Natale, la piazza viene avvolta in un’atmosfera particolare. Le casette in legno tradizionali, gli alberi decorati e le sfavillanti luminarie natalizie creano un ambiente caratteristico, accendendo di festa le facciate storiche.
brixen.org/natale
② Dalla penombra a una valle luminosa
Dal parcheggio di Maranza il sentiero entra subito in un bosco di abeti e larici innevati. Tra i tronchi scuri e le distese coperte di neve si crea un suggestivo gioco di luci e ombre: i raggi del sole filtrano tra i rami e li illuminano in alcuni punti, mentre altri restano immersi in una penombra bluastra. Dopo alcuni minuti la vista si apre sull’ampia e tranquilla Valle di Altafossa, che si allunga silenziosamente verso le montagne intorno. Un sentiero facile, adatto alle passeggiate invernali o alle escursioni con le ciaspole.

③ Un tripudio di colori
In inverno il sole tramonta presto – ed è proprio questo a rendere così speciale un’escursione serale. Mentre il sentiero sale dolcemente, la luce cambia di minuto in minuto: il bianco del paesaggio sbiadisce, il cielo vira dal colore azzurro all’albicocca e all’arancio, le cime si tingono di delicate tonalità pastello. Per un breve istante le montagne sembrano incendiarsi, offrendo un silenzioso spettacolo naturale. Un consiglio? Il panorama più suggestivo si gode dal sentiero che raggiunge il Berghotel Schlemmer dalla stazione a monte della cabinovia Plose.



④
Nei giorni dell’Avvento la piazza principale di Naz si popola di tante piccole luci: sono gli splendenti alberi di Natale, da ammirare tra la luce soffusa delle candele con una tazza di tè o di vin brulé tra le mani per scaldarsi. Per quattro venerdì, in dicembre, la manifestazione “s’Adventliachtl” invita a concedersi una pausa. Appena prima di Natale, il 23 dicembre, un altro suggestivo appuntamento: il Concerto dell’Avvento nella chiesa parrocchiale.
⑤ Riflessi bianchi e dorati
Sull’Alpe di Rodengo e Luson il sole è protagonista anche d’inverno. L’altopiano è ampio e sconfinato, con distese innevate dolcemente solcate da sentieri. Qua e là spuntano larici isolati che risplendono di una luce calda, giallo-dorata, a volte quasi rossastra. Camminando sull’altopiano si gode l’inverno nella sua veste più luminosa: panorami limpidi e un’impressionante vastità di orizzonti.

⑥ Il cielo sopra Chiusa
Sul Monte Sacro svetta il monastero di Sabiona, ben visibile dalla sottostante città degli artisti. Percorrendo il sentiero in salita, si lascia la valle passo dopo passo. In basso, in inverno, persiste spesso una coltre di nebbia, mentre quassù il sole riscalda già i muri e le pietre chiare. Dal XVII secolo il complesso monastico, con le sue chiese e cappelle, corona questo imponente sperone roccioso. Una fresca brezza, lo sguardo che spazia lontano nella limpida luce invernale: un isolamento affascinante.
klostersaeben.it




Dalle prime piscine di Bressanone ai tuffi sotto l’abbazia, gli scatti d’epoca mostrano quanto in Valle Isarco il nuoto fosse parte della vita quotidiana e le piscine all’aperto luoghi d’incontro, di gioco e di libertà. Un tuffo nelle origini della cultura balneare
NUOTARE CON VISTA
La stessa piscina della pagina precedente si mostra qui da un’altra prospettiva, in alto sui pendii sopra Barbiano. Nel 1967 il Gasthof Bad Dreikirchen è stato tra i primi a dotarsi di una vasca di queste dimensioni, dalla quale la vista spaziava sui prati e sui masi della Valle Isarco fino al Gruppo del Sella. È l’epoca d’oro della villeggiatura estiva: molti ospiti tedeschi, e qualche inglese, arrivano quassù per sfuggire al caldo. Ai bordi della vasca siedono anche giovani collaboratrici dei paesi vicini che, con le tradizionali acconciature a treccia, azzardano le loro prime bracciate tra le turiste internazionali già abituate da tempo alle nuove mode balneari. Per le ragazze di paese, invece, sono momenti di libertà e di relax, conquistati a fatica.


UN PEZZO DI STOFFA CHE SA DI LIBERTÀ
“Itsy, bitsy, teenie, weenie, yellow, polka dot bikini”: un vecchio motivetto spensierato che oggi è sinonimo di voglia d’estate, ma che portò anche a Bressanone una rivoluzione nei costumi. All’inizio degli anni cinquanta, molte ragazze facevano le loro prime nuotate con costumi fatti a maglia, mentre solo le famiglie più benestanti potevano permettersi costumi in stoffa. Ma nella cattolica Bressanone mostrare troppa pelle non era consentito: fino al 1969 il bikini era vietato per ordine del vescovo. Le donne dovevano indossare costumi interi, a differenza della modella di questa foto pubblicitaria che posa disinvolta in bikini davanti ai campanili della chiesa parrocchiale e del Duomo.

LA PISCINA ALL’APERTO E LA CHIESA
Nel 1971 a Velturno fu inaugurata la piscina all’aperto, un luogo perfetto per un tuffo rinfrescante, per prendere il sole sul prato e per trascorrere lunghi pomeriggi all’aria aperta. Eppure non tutti in paese la vedevano di buon occhio. Nel libro “Anni ruggenti” di Paul Rösch e Patrick Rina (Edition Raetia, 2026), una testimone dell’epoca racconta che la promiscuità sul prato era considerata sconveniente dalla Chiesa. Tanto che il parroco si vide costretto a deviare il percorso delle processioni per evitare che lo sguardo dei fedeli potesse cadere sui bagnanti.
Un saggio sugli anni del boom turistico in Alto Adige: attraverso testimoni dell’epoca, immagini storiche e uno sguardo critico, il libro di Edition Raetia mostra ascesa e ombre del miracolo economico – dagli inizi pionieristici fino alle sfide attuali. raetia.com

BAGNI DI SOLE AI PIEDI DEL MONASTERO
In questa fotografia si intrecciano due mondi differenti: in basso la nuova moda di prendere il sole, in alto la quiete secolare del monastero di Sabiona. Negli anni cinquanta e sessanta abbronzarsi faceva ormai parte della giornata in piscina, come mostrano le due donne sedute sul bordo della piscina di Chiusa. Alcuni si spalmavano di olio per accelerare l’abbronzatura, altri si affidavano alla crema Nivea, nella classica scatoletta blu, come presunta protezione. L’impianto, costruito nel 1930, rimase in funzione fino al 1994, quando fu sostituito da un parcheggio.


Slanciato e spigoloso, si erge verso il cielo, sorretto da un sottile pilastro in cemento: è il trampolino da sette metri della piscina all’aperto di Bressanone. Tre piattaforme, linee essenziali, un parapetto sottile – un esempio emblematico della modernità del dopoguerra. Il trampolino non era solo un’infrastruttura ricreativa, ma anche un segno architettonico, un simbolo di progresso, tecnica e altezza. In basso, ai bordi della vasca, alcuni bagnanti prendono il sole, mentre in alto c’è chi sembra indeciso tra timore e divertimento. Nel corso della riqualificazione del 2002 il trampolino venne rimosso, giudicato troppo pericoloso. Oggi resta solo il trampolino da cinque metri. La prova di coraggio, però, è sempre un classico rito estivo.
UN GIOIELLO TRA LE PISCINE DEL TEMPO
Là dove prima si estendevano campi agricoli, all’improvviso si sentivano schizzi e risate. Nel 1958, alla periferia nord di Bressanone, venne inaugurata la prima vera piscina all’aperto della città vescovile, un prestigioso progetto dell’allora sindaco Valerius Dejaco, grazie al quale l’estate entrò in una nuova era. Innovazioni tecniche, moderni standard igienici e grandi infrastrutture resero la piscina un gioiello del suo tempo, non solo a Bressanone ma in tutto l’Alto Adige. Per mezzo secolo la piscina fu un luogo di ritrovo apprezzato dai brissinesi, prima di essere trasformata nel 2002 nella nuova Acquarena.


INIZIANO LE GARE DI NUOTO
Gli atleti, concentrati, sono sui blocchi di partenza, pronti a tuffarsi. Sullo sfondo un giovane incrocia le dita. Lo scatto del 1963 mostra una gara nella piscina all’aperto di Bressanone da poco costruita. Solo alcuni anni prima, nel 1956, era stata fondata la sezione di nuoto della società sportiva cittadina. All’inizio gli allenamenti si svolgevano in una vasca molto più piccola alla clinica Guggenberg, sede della prima piscina all’aperto della città. I campionati sociali si svolgevano addirittura nel lago di Varna – senza che nessuno sospettasse che sul fondo giacessero ancora ordigni bellici.
Parco del Sole Gitschberg
Parco Avventura Jochtal

Impianti di risalita di Rio Pusteria
14 maggio – 7 novembre 2026
Tutti i giorni dalle ore 8.30 alle 16.45
Scoprite le attività per famiglie.


❶ Armonie di frutta e verdura
Dolce, leggermente terroso e dal colore intenso: allo Tschiedererhof per preparare il suo succo di mele e barbabietole Florian Jöchler unisce le mele Golden Delicious alle barbabietole che coltiva in proprio. La dolcezza naturale della mela si combina con la nota delicata e leggermente terrosa della barbabietola, creando un gusto sorprendentemente equilibrato. La barbabietola, tra l’altro, è ricca di vitamina C, ferro e potassio. Il succo si può acquistare nello s’ladele dello Tschiedererhof, dove si trovano anche le varianti mela-uva fragola e mela-pera. Bottiglia da 0,7 l, 3,40 euro.
tschiedererhof.it



❷ Forme tessili
Ciò che nacque come il desiderio di crearsi una lampada a modo suo, per Renate Rungger di Velturno si è trasformato in una passione. Senza un’idea precisa della forma o del risultato finale crea le sue lampade passo dopo passo: con i paralumi lavorati all’uncinetto, stratificate, ogni volta nuove. Gli oggetti di sonderLich.t sono progettati a uno a uno e sono realizzati interamente con materiali naturali. Tonalità morbide filtrano la luce e avvolgono gli ambienti in un’atmosfera raccolta. I supporti in ferro delle lampade sono realizzati con la collaborazione di un fabbro locale. Prezzi su richiesta.
sonderlicht.com
❸ Aromi alpini
Un London Dry Gin, ma con gli aromi della Valle Isarco. Martin Rastner del Knöspele a Bressanone lavora da anni con i distillati classici e, dopo aver installato un nuovo impianto di distillazione, ha iniziato a sperimentare. Ginepro e timo limone coltivati in proprio, a cui aggiunge pigne di cirmolo dei boschi circostanti e acqua pura di sorgente, conferiscono carattere all’Eisack Valley Gin. Al palato rivela note resinose, il profumo avvolgente del cirmolo e una fresca nuance agrumata. Semplice e versatile, da gustare liscio o in un cocktail. Bottiglia da 500 ml, 35 euro.
knoespele.com




❹ Dolcezza d’autunno
Un pane di segale tradiziona le con un tocco di originalità: nel pane alle prugne di Niki Back il frutto tipico di Barbia no e dintorni è il protagonista assoluto. Grazie al territorio di origine, questa prugna sviluppa aromi particolarmente intensi. Raccolta fresca in autunno e lavorata con cura, dona al pane il suo caratteristico sapore e una delicata dolcezza naturale. Ottime per uno spuntino anche le croccanti chips di pane alle prugne.
niki-back.com
❺ Una vetta di dolcezza


❻ Pezzi unici e delicati
Attraverso una grande vetrata si vede il laboratorio di Arke Pastry Studio a Bressanone, dove la pasticciera Susanne Cattoi e il designer Michi Kiem creano capolavori di pasticceria e viennoiserie. Una di queste è il Peitler: l’idea di questo tortino è nata dopo una camminata all’alba sul Sass de Putia (in tedesco Peitlerkofel). Dopo vari prototipi e test sui materiali in collaborazione con il NOI Techpark di Bolzano, il dolce ha acquisito la forma definitiva, quella del suo modello naturale. Una glassa di cioccolato avvolge una base di grano saraceno con strati di mousse di cioccolato, confettura di mirtilli rossi e caramello al pino mugo. In futuro sono previste varianti stagionali. Da 8 euro.
arke.bz.it
Una svolta professionale ha condotto Sarah Volgger dalla scrivania al tornio. Nel suo atelier di Fundres crea bicchieri, tazze, ciotole e piatti: ceramiche di uso comune cotte ad alta temperatura, robuste e lavabili in lavastoviglie. Ogni pezzo è unico. Il vero elemento distintivo è la smaltatura: colori e superfici mutano nel processo di cottura dando vita a risultati sempre nuovi. Sono previste anche produzioni personalizzate. Tazze a partire da 34 euro.
Instagram @heartmade_keramik
I fotoblogger altoatesini Judith Niederwanger e Alexander Pichler ci raccontano come sono nate le loro foto preferite
In una limpida giornata invernale siamo partiti da Terento per percorrere il Sentiero dei Mulini, un piacevole percorso ad anello lungo il rio Terento. Sin dall’inizio il sentiero si snoda attraverso boschi ombrosi e prati aperti, accompagnato dal dolce mormorio dell’acqua. A poco a poco, situati lungo il sentiero, compaiono i mulini, alcuni dei quali hanno più di cinquecento anni e sono ricchi di storie della vita contadina di un tempo. Sul percorso si trovano cinque di questi mulini, ciascuno dei quali testimonia la lavorazione tradizionale dei cereali.
Pannelli informativi raccontano la loro storia e il paesaggio culturale che li circonda. Ogni tanto la vista si apre, per esempio verso le suggestive piramidi di terra che spiccano tra gli alberi e i pendii.
Il punto di partenza è il parcheggio nel centro del paese. Da qui, la via San Giorgio conduce all’inizio del sentiero, poi si seguono le indicazioni. Dopo aver attraversato il torrente, il sentiero torna in paese passando tra i prati: un’escursione di circa 4,5 chilometri che si può compiere in un’ora e mezza.

Judith Niederwanger e Alexander Pichler gestiscono insieme il blog di escursioni e fotografia “Roter Rucksack” (zaino rosso). Sull’omonima pagina Facebook hanno oltre 27.000 follower, mentre su Instagram ne contano 24.000. Nel 2026 è uscito il loro terzo libro: “Die schönsten Touren und Fotospots: Südtirol & Dolomiten” (Raetia) propone oltre 40 itinerari e soggetti fotografici in Alto Adige. roterrucksack.com
17–40 mm @ 40 mm f/4,0 1/250 s
scattata il 18 gennaio 2020 alle 11.15













