• GAZA, BIBLIOTECHE, BAMBINI E FILOSOFI DELLA PACE
• SUPERTECNOLOGICI E SMARRITI NAVIGARE SENZA PAURA?
• PER UN'ETICA DELLA TECNOLOGIE EMERGENTI
CHE COS’È IL CIELO?
Una collezione di domande universali, tra filosofia e umorismo, per stimolare il dialogo e l’immaginazione.
IL MERAVIGLIOSO LIBRO DELLA VITA
Un libro per comprendere meglio il mistero della vita, dalle sue origini nel cosmo fino alle forme più sorprendenti di nascita e crescita.
IL CORTILE SELVAGGIO
Un albo poetico e contemporaneo, che racconta con delicatezza e forza la necessità di proteggere la natura e i legami che genera.
ISIDORO E LA LUNA
Un’avventura magica e sorprendente, che unisce fiaba classica, ironia e riflessione sul potere della parola.
Co-finanziato dal programma
Creative Europe dell’Unione europea per il progetto Reading Diversity
PER DISTRICARSI TRA IL VERO E IL FALSO
di Martina Polimeni
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hi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato». Questo il principio fondativo alla base di una delle più distopiche e brutali dittature della storia della letteratura: il Socing di 1984
Al di là della dimensione fantapolitica, ciò che colpisce e rende attuale questo romanzo è che il mondo immaginato da Orwell trova la sua chiave di realizzazione e sussistenza grazie al controllo del linguaggio e delle narrazioni. Chi decide quale sia la narrazione ha il potere, chi ha il potere distrugge ogni altra narrazione possibile e lavora per svuotare e ridurre il linguaggio al minimo essenziale, affinché niente di diverso possa essere pensato.
Letto alla luce dell’attualità internazionale e dell’atteggiamento della politica, questo sembra essere il procedimento a cui, come cittadini, veniamo più o meno lentamente sottoposti, così la distopia appare meno lontana. Le parole smettono progressivamente di pesare, poiché tutto e il contrario di tutto possono essere sostenuti in momenti diversi dalle stesse persone (in 1984 l’Oceania, in guerra prima con l’Estasia e poi con l’Eurasia, distrugge le notizie della sua precedente alleanza con le stesse, per giustificare il conflitto ed eliminare ogni prova di fallibilità).
Oggi l’informazione è sempre più frammentata e manipolata, ed è complicato districarsi tra cosa è vero e cosa non lo è. Le capacità di analisi e di spirito critico devono risultare massime, poiché dove c’è narrazione può esserci sempre interesse, quindi artificio. E questo impone a chi scrive per i ragazzi un compito difficile e cruciale. Non che raccontare ai ragazzi non sia sempre stato di fondamentale importanza per l’evoluzione e la formazione degli stessi, ma ci sembra di scorgere oggi con maggiore consapevolezza un pericolo reale, un pericolo catastrofico, da cui sarà quasi impossibile tornare indietro. Le strutture in cui siamo imbrigliati lavorano per soffocare gli stimoli e le connessioni, basta pensare a come funzionano gli algoritmi dei social network, che riproducono tante variazioni degli stessi ambiti, escludendo completamente tutto quello che vi è fuori. Così se capiti nella giusta bolla, che è solitamente la bolla in cui ti trovi già situato per ragioni familiari o di storia personale, puoi essere informato su dei fatti, ma se no lo sei ti sarà quasi impossibile accedere a certi contenuti e a certa informazione. Un procedimento per certi termini classista, in cui però la classe privilegiata non è per forza quella che ha maggiore accesso alle informazioni.
Sta proprio qui la crucialità di chi si occupa di formazione ed educazione e di chi scrive per i ragazzi. Che vivano nelle periferie povere delle città o che siano i figli promettenti di un’alta borghesia imprenditoriale, tutti i giovani rischiano di non apprendere mai l’esercizio di uno spirito critico e quindi tutti rischiano di essere assoggettati e manipolati.
Come ci spiega Miria Savioli (pp. 7-8) i dati Istat sono promettenti, anche se il problema è la frammentarietà del tempo dedicato alla lettura (lo racconta Elisa Spadaro a colloquio con Chiara Faggiolani, pp. 10-15), per questo serve non fermarsi e considerare davvero qualsiasi mestiere abbia a che fare con i piccoli una missione. I libri sono un diritto per l’infanzia e lo si vede soprattutto nelle situazioni più tragiche, come nella cruda analisi fatta da Franca de Sio sulle biblioteche di Gaza (pp. 16-18), così come l’esercizio della scrittura per un ragazzo, possibile solo dopo una sua interazione con i libri, può permettere uno sviluppo più complesso dell’intelligenza umana, che altrimenti rimarrebbe ancorata e sconnessa da ambiti culturali diversi (come ci spiega Ermanno Detti a pp. 6-7). La sezione Grammatica della fantasia curata da Pino Assandri (pp. 56-66) ci fornisce uno specchio per comprendere come funziona il lavoro di chi esercita questo mestiere da anni. Tutto nasce sempre da un’idea. E deve proprio essere per stimolare idee che si scrive.
Alla Fiera di Bologna siamo allo stand B44 del padiglione 25 venite a trovarci. Sarà un piacere! E, se volete, potrete avere una copia della rivista gratuita.
Illustrazione di copertina di Alberto Ruggeri
EDITORIALE
PER DISTRICARSI TRA IL VERO E IL FALSO di Martina Polimeni, p. 3
SCRIVERE E LEGGERE
Comunicazione orale e scritta
LA MAGIA DELLA SCRITTURA, di Ermanno Detti, p. 6
Istat: gli italiani e il tempo libero LEGGERE PER PIACERE O PER DOVERE?, di Miria Savioli, p. 8
Umanità e lettura
L’ETERNO POTERE DELLE STORIE
Elisa Spadaro a colloquio con Chiara Faggiolani, p. 10
Libri sotto assedio
GAZA, BIBLIOTECHE E BARBARIE, di Franca De Sio, p. 16
Comunicazione – LA VITA NEL BOSCO E LA VITA IN CITTÀ di Anna Oliverio Ferraris, p. 19
NOVITÀ SIGNIFICATIVE
King e Sendak reinterpretano Hansel e Gretel
EVVIVA GLI EROI CHE SMASCHERANO INGANNI E ADDITANO NUOVI PERCORSI di Maria Luisa Salvadori, p. 20
I libri che pungono. It, di King ALLA RICERCA DEL CORPO PERDUTO, di Fernando Rotondo, p. 22
Fuoritesto – NON NOMINIAMOLI INVANO, di Lucia Zaramella, p. 25
Storia e attualità non sono lontane da qui LA RONDINE PIÙ SCHIETTA? È IL LEGAME CON GLI ALTRI
Ferdinando Albertazzi incontra Francesca Avanzini, p. 26
Adolescenti e pulsioni erotiche LEGGERE PER PASSIONI, di Donatella Lombello, p. 28
Fuoritesto – LA SENSUALITÀ IN VETRINA E LA FRAGILE IDENTITÀ MASCHILE di Maria Luisa Salvadori, p. 31
Fuoritesto – I CAMALEONTI COLORATI DEL MAESTRO LIONNI di Ferdinando Albertazzi, p. 33
CRITICHE DI TENDENZA
Nuovo libro di Giorgia Grilli sugli albi non fiction SE ARTE, DIVULGAZIONE E SCIENZA SI FONDONO CON BELLEZZA E CONOSCENZA, di Rossana Sisti, p. 34
I due sguardi di Salgari
IL RAJAH DELL’ASSAM E IL PRINCIPE MBS, di Fernando Rotondo, p. 36
Pepeverde
N. 29-2026 gennaio/marzo
Scritti di: Ferdinando Albertazzi, Giuseppe Assandri, Luigi Ballerini, Giulietta Bemporad, Patrizia Ceccarelli, Franca De Sio, Ermanno Detti, Valentina De Propris, Anna Oliverio Ferraris, Donatella Lombello, Maria Milvia Morciano, Maria Parr, Paola Parlato, Martina Polimeni , Manuela Salvi, Maria Luisa Salvadori, Miria Savioli, Rossana Sisti, Elisa Spadaro, Guia Risari, Fernando Rotondo, Clelia Tollot, Elisabetta Vanzetta, Lucia Zaramella
Crescere insieme e bene SUPERTECNOLOGICI E SMARRITI, di Paola Parlato p. 37
Fuoritesto – RANUCCI RACCONTA AI RAGAZZI COME NAVIGARE IN SICUREZZA di Maria Milvia Morciano, p. 39
Degli albi senza colore IN BIANCO & NERO, di Elisabetta Vanzetta, p. 40
Il movimento come linguaggio, la città come spazio da reinventare IL PARKOUR COME FORMA DI LIBERTÀ E CONOSCENZA DI SÉ di Martina Polimeni, p. 42
INTERVISTE E INTERVENTI
Compleanno della prestigiosa collana 30 ANNI DI… MULINO A VENTO!, di Patrizia Ceccarelli, p. 44
L'Editore in primo piano/Il Barbagianni IL NUMERO BASSO DI NOVITÀ? È IL NOSTRO PUNTO DI FORZA Giuseppe Assandri a colloquio con Valeria Buzi, direttrice editoriale, p. 46
Tra naturale e artificiale, digitale e spirituale PER UN’ETICA DELLE TECNOLOGIE EMERGENTI Ferdinando Albertazzi incontra don Giuseppe Pani, p. 48
Voci nei giardini
LETTORI, AUTORI E STORIE AL REDENTORE, di Maria Milvia Morciano, p. 51
Un’adolescenza contro la guerra
LE BATTAGLIE DI DONATELLA ZILIOTTO, di Franca De Sio, p. 53
Fuoritesto – GLI ANIMALI DIPINTI DI STEFANO ZUFFI, di Ferdinando Albertazzi, p. 55
LA MIA GRAMMATICA DELLA FANTASIA
A cura di Giuseppe Assandri
Alternative all’omologazione e alla prevedibilità COM’È DIFFICILE SCRIVERE PER UNA GENERAZIONE IPERPROTETTA E IPERCONNESSA di Manuela Salvi, p. 56
Dalla narrazione orale al libro SCRIVERE? NON È UN LAVORO SOLITARIO, di Maria Parr, Trad. di Alice Tonzig, p. 59
Contro l'idea romantica dell'ispirazione
SCRIPTOR SUM, HUMANI NIHIL A ME ALIENUM PUTO, di Luigi Ballerini, p. 61
Storia di un amore precoce e di tanti libri... E C’È UN GRANO DI FOLLIA, di Guia Risari, p. 64
S.O.S. scuola – A PROPOSITO DEL GIORNO DELLA MEMORIA, IL GIORNO DI TUTTI di Giuseppe Assandri, p. 67
STRUMENTI E SCHEDE
LETTERA AGLI ADULTI SU GUERRA E PACE, di Giulietta Bemporad, p. 68
Rivista trimestrale
Iscrizione al Registro della Stampa del Tribunale di Roma n. 15/2019 del 21/02/2019
Anno VII n. 29/2026
Direttoreresponsabile
Anna Maria Villari
Direttore editoriale
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Comitato Scientifico
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Redazione
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Nella scrittura si raggiungono livelli diversi a seconda che la parola venga usata nella sua funzionalità pratica e contingente o per dar voce a emozioni, sentimenti, visioni. La nuova oralità tecnologica e l’elogio della lentezza.
Oggi i ragazzi scrivono poco, meno di un tempo? Sembrerebbe di sì. Anche nella scuola, a partire dalle secondarie, gli insegnanti tendono a far svolgere qualche compito in classe e le poche esercitazioni scritte dei compiti a casa raramente sono sottoposte a correzione. Nel privato i ragazzi scrivono molto, basta pensare all’uso che fanno di messaggi attraverso lo smartphone. Ma si tratta di uno scrivere particolare, veloce e sintetico, spesso finalizzato a una comunicazione rapida che rimanda eventuali approfondimenti a un “dopo”.
Sempre meno praticata la scrittura intimistica e diaristica di un tempo, con la quale spesso i giovani narravano a se stessi i propri pensieri segreti. Una pratica interessante quella diaristica, era un filo che conduceva spesso a indagare se stessi. In interiore homine habitat veritas, scriveva San’Agostino rifacendosi a Socrate. Ma nella nostra epoca è davvero difficile scendere in noi stessi, privilegiamo una scrittura immediata, pratica e frammista a una nuova oralità tutta piegata sul digitale: questo nel bene e nel male, ma comunque le nuove modalità non favoriscono introspezioni.
Certo, la scrittura digitale, specie quando ci troviamo di fronte alla tastiera e allo schermo di un computer, è pur sempre scrittura. Non può essere, allora, ugualmente veicolo di un pensiero articolato e complesso? Naturalmente sì, anche se le variabili alla fin fine risultano fondamentali. Riflettiamo un attimo sulla comunicazione orale. È una comunicazione che ha vantaggi notevoli, è calda, quasi una presa diretta con il pensiero. Ma ha lo svantaggio di essere “caduca”, poco pianificata e formalizzata e soprattutto è soggetta alla dimenticanza e alla manipolazione. Anche la scrittura ha originariamente alla base attività pratiche (amministrative e di registrazione), ma è divenuta subito mezzo di informazione culturale. Viene in mente Ebla, l’antica cittàstato siriana, dove si pensa siano apparse le prime forme di scrittura. Qui gli scavi hanno portato alla luce numerosi inventari dei magazzini reali (17mila numeri), ma anche la qualità, sia pure frammentaria, degli aspetti ornativi e delle raffinate opere d’arte che abbellivano il palazzo. Tutte notizie che questo immenso “calcolatore” ha potuto far sopravvivere per oltre cinquemila anni, un patrimonio quasi
magico che vediamo affiorare dalla terra.
La scienza ci dice che esiste un rapporto positivo tra la lentezza e la coordinazione della scrittura a mano, che permette la pianificazione delle parti del discorso e un’espressione sistematica, articolata e ricca. Mentre la scrittura con le nuove tecnologie risulta più vicina alla comunicazione orale. Anna Oliverio Ferraris, nel suo pezzo (p. 19), fa riferimento alle nuove ricerche scientifiche sulla stimolazione precoce e prolungata dell’uso del digitale da parte dei giovani, dalle quali risulta tra l’altro un’alterazione della regolazione emotiva e altre perdite importanti come quelle del vocabolario e della memoria. Insomma la comunicazione digitale, soprattutto quella di mezzi pratici e diffusi come lo smartphone, consente di scrivere meno e con riflessioni più rapide, facendo però perdere la capacità di scrivere in una maniera articolata e con quella raffinatezza acquisita dall’umanità attraverso i secoli. La scrittura ha infatti creato strategie diverse rispetto alla consueta percezione sulla vista e l’ascolto. Con la scrittura è stato possibile dar vita a proposizioni ed espressioni che non potrebbero esistere al di fuori del mondo scritto, sono nati stili diversi che sostituiscono almeno in parte la mimica e la gestualità del mondo orale, c’è stato uno svincolamento della scrittura dalla comunicazione reale. In mancanza di un interlocutore che direttamente imponga limiti al nostro pensiero e alle nostre parole, la scrittura permette al
pensiero stesso di avviarsi verso percorsi infiniti.
Scrive a questo proposito Giorgio Raimondo Cardona: «Non più limitati al qui e all’adesso, e alla caducità della parola che si spegne appena pronunciata, gli uomini hanno dilatato lo spazio concesso alla nostra espressione, hanno chiamato a testimoni gli dei e i secoli… Se poi compariamo i sistemi di scrittura delle varie civiltà, ci rendiamo conto di una verità evidentissima e cioè che nei suoi sistemi scrittori l’uomo non si è limitato a trascrivere le sue lingue, ma ha codificato più ordini di contenuti, ha riversato più funzioni oltre a quella semplicemente comunicativa. La scrittura infatti può agire e produrre magie e guarigioni, può investirsi di valori sacrali, può assurgere alla qualità estetica delle arti figurative, può configurare e mantenere l’ordine cosmico. Non tutto questo dovunque, naturalmente. Ma tutti questi e altri ancora sono stati e sono, in varie parti del mondo, valori e funzioni della scrittura» (Storia universale della scrittura, Milano, Mondadori, 1986).
Paradossalmente nella scrittura si raggiungono livelli diversi a seconda che la parola venga usata nella sua funzionalità pratica e comunicativa, o al contrario che ci si sollevi, ci si liberi dalla contingenza e dalla concretezza per dar voce a emozioni, sentimenti, visioni. È il caso della poesia dove il poeta a volte elimina il contingente per dare spazio all’incantevole e al meraviglioso. Lo fa naturalmente partendo da un’ispirazione, che però
sfronda e pulisce o arricchisce attraverso le tecniche poetiche. Non lo fa invece il poeta a braccio, perché di regola non ne ha il tempo, ma non ne ha nemmeno la necessità: una comunicazione a braccio, specie se ben riuscita, non ha bisogno di essere sfrondata.
Durante i miei anni di insegnamento ho sempre dedicato alla parola scritta molta attenzione, non solo facendo svolgere agli alunni relazioni e tesine su argomenti che li interessavano, ma soprattutto con esercizi di stile, giochi di parole, lettere, diari, recensioni di libri reali o immaginari. Curiosamente l’interesse per la lingua si manifestava più palese nei ragazzi quando toglievamo al testo funzioni utilitaristiche e puntavamo alla ricerca di stili il più possibile trasgressivi e creativi. Da quell’esperienza nacque un libretto dal titolo Il piacere di scrivere. Nuove tecniche per l’apprendimento della scrittura, La Nuova Italia, Firenze, 1992. Non credo purtroppo che le proposte che funzionarono all’epoca possano trovare facile riscontro nella scuola della società di oggi.
Credo tuttavia che debbano venir salvaguardati i valori della scrittura intesa come elaborazione complessa dell’in-
telligenza umana per connettere ambiti culturali diversi. Purtroppo sembra di ravvisare un certo disinteresse o una certa ignoranza sulla questione, ci sono dirigenti di scuole primarie affascinati dal “nuovo”, ci sono famiglie che ammirano i bambini per le loro capacità digitali. Noi invitiamo invece tutti gli operatori addetti alla formazione a ricordare sia l’importanza del coordinamento tra cervello e mano sia come la velocità di un cambiamento renda più difficile una riflessione lucida: le nuove abilità dei più piccoli che smanettano abilmente con velocissimi videogiochi e comunicazioni sincopate non sono tanto importanti per la formazione di “teste ben fatte”. Dovremmo ricordare che il pensiero complesso – tranne quello dei geni –non è mai veloce, ma richiede riflessione ed elaborazione. E i sentimenti senza la riflessione e l’elaborazione restano spesso solo emozioni confuse. Non possiamo esimerci dal dire che tutto questo rimanda alla responsabilità degli addetti, pubblici e privati, all’educazione e alla formazione delle giovani generazioni. E alla responsabilità politiche di chi dirige i dicasteri dell’educazione.
Istat: gli italiani e il tempo libero
Leggere per piacere o per dovere?
di Miria Savioli
Chi sono e quanti sono i lettori di libri in Italia? Quanti leggono per il piacere di leggere e quanti, invece, leggono solo per dovere per motivi legati alla loro attività scolastica o lavorativa? E ancora, è vero che chi si dichiara “non lettore” non ha letto libri?
L’Istat risponde a queste domande analizzando le abitudini di lettura della popolazione in un podcast ricco di dati tratti dall’indagine Multiscopo sulle famiglie “I cittadini e il tempo libero” condotta nel 2024 su un campione di circa 17 mila famiglie e 38 mila individui 1. Il pregiudizio della lettura nobile.
L’identikit del lettore
Nel 2024 il 57,1% delle persone di 6 anni e più ha dichiarato di aver letto almeno un libro nell’ultimo anno (nel tempo libero, per motivi professionali e/o scolastici o per altri motivi) per un totale di circa 32 milioni di persone. Un dato questo che nasconde un marcato divario di genere: la quota di lettrici raggiunge, infatti, il 62,6%, distaccando di oltre dieci punti i maschi, che si fermano al 51,2%.
L’identikit del lettore è poi fortemente influenzato dall’età. Le quote più alte di lettori di libri si registrano tra i più giovani: oltre il 74% tra gli 11-17enni e in particolare tra le femmine di questa fascia di età dove la quota supera l’82%. A partire dai 55 anni la quota di lettori scende sotto la media per toccare il va-
1 I dati analizzati in questo articolo sono disponibili al seguente link: https://www.istat.it/tavole-didati/lettura-di-libri-e-generi-di-libri-letti-scrittura-di -libri-prelettura-dei-bambini-di-0-5-anni-ascolto-dipodcast-anno-2024/ Il link per ascoltare il podcast è il seguente: https://www.spreaker.com /episode/leggere-scrivere-ascoltare--69453132.
2 Ermanno Detti, Il piacere di leggere, Firenze, La Nuova Italia 1987.
8 Pepeverde n. 29/2026
lore più basso tra la popolazione di 75 anni e più (37,5%).
I dati Istat confermano l’esistenza di un ampio divario geografico e sociale. Si legge di più nel Nord del Paese dove la quota di lettori supera il 62%, mentre nel Mezzogiorno il dato scende al 47%. Ma la variabile che più influisce sul rapporto che tra la popolazione e il libro è il titolo di studio: tra i laureati la quota di lettori supera all’81%, mentre crolla sotto il 25% tra chi possiede al massimo la licenza elementare, registrando un divario di quasi 57 punti percentuali.
Leggere libri per dovere o per piacere
Esiste una distinzione profonda tra la lettura per piacere, quella che Ermanno Detti nel 19872 definiva “lettura sensuale” — un momento magico di evasione e distacco dalla realtà — e la lettura “per dovere”, legata a necessità formative o professionali.
A tal proposito, uno degli aspetti più interessanti dei dati diffusi dall’Istat riguarda la distinzione tra due tipologie
di lettori: coloro che leggono libri per il piacere di farlo nel proprio tempo libero e coloro che leggono per dovere per motivi legati alla loro attività lavorativa o al loro percorso di studi. Nel 2024 la tipologia di lettori più diffusa è quella di coloro che dichiarano di aver letto libri nel tempo libero: il 40,5% per un totale di 22 milioni 716mila persone di 6 anni e più. La quota di lettori per motivi professionali e/o scolastici (esclusi i libri di testo obbligatori) è invece molto più bassa e si attesta al 18,1%, per un totale di 10 milioni 185 mila persone di 6 anni e più.
Analizzando le combinazioni tra queste tipologie di lettori emerge come la quota più consistente sia quella di coloro che leggono “esclusivamente” per piacere (27,4%) per i quali la lettura si configura come una scelta libera e incondizionata. Al contrario, chi legge solo per obbligo rappresenta una quota minima di popolazione fermandosi ad appena il 5%. Risulta, infine, di particolare interesse il gruppo di lettori che riesce a far coesistere queste due dimensioni, coniugando il dovere di leggere per motivi legati allo studio o all’aggiornamento professione con il piacere di leggere libri nel tempo libero. Questi dati mostrano che la lettura professionale o scolastica contribuisce solo in minima parte a far aumentare la quota complessiva di lettori in Italia, perché chi legge per lavoro o studio è già, di fatto, un lettore nel tempo libero.
Un falso mito: i giovani non leggono
Se la lettura esclusiva per piacere aumenta al crescere dell’età per raggiungere il picco tra la popolazione di 60-74 anni (31-34%), la lettura esclusiva per motivi professionali e/o scolastici segue un andamento inverso risultando più diffusa tra i 6 ai 19 anni (12-15%) quando l’impegno scolastico è preponderante. I più giovani sono però anche coloro che più frequentemente leggono sia nel tempo libero sia per motivi professionali e/o scolastici con quote decisamente più alte della media (30%-40% nella fascia 6-17 anni). Contrariamente a quanto molti pen-
sano i più giovani si confermano non solo il gruppo di popolazione in cui è più alta quota di lettori, ma anche il gruppo più versatile che combina più tipologie di lettura. In definitiva, i giovani si confermano i lettori più dinamici capaci di far convivere il piacere con il dovere di leggere.
L’inconsapevolezza della lettura: lettori che non sanno di esserlo
Esiste una zona grigia nella fotografia scattata dall’Istat: quella dei lettori che non sanno di esserlo. Alcune persone, infatti, non percepiscono come veri e propri libri il genere o il tipo di libro letto e quindi non si riconoscono nello status di lettore. Per far emergere questo fenomeno, l’Istat ha posto a chi aveva inizialmente risposto di non aver letto libri (né nel tempo libero né per motivi
professionali e/o scolastici) un’ulteriore domanda con la quale ha chiesto l’eventuale lettura di libri quali guide turistiche, libri per la casa, libri gialli, romanzi rosa, libri di cucina, libri su hobby e tempo libero, fumetti, ecc., vale a dire tutti quei generi di libri esposti al rischio di essere considerati “non libri” nella percezione dell’intervistato.
I “lettori inconsapevoli”: un recupero significativo
Grazie a questa ulteriore domanda l’Istat ha recuperato un significativo 11,5% di lettori, pari a 6 milioni 472 mila persone di 6 anni e più che pur non dichiarandosi lettori in prima battuta ulteriormente sollecitati hanno dichiarato di aver letto libri. Mentre l’Istat li definisce «lettori morbidi», è forse più suggestivo chiamarli lettori inconsapevoli: persone che fruiscono della parola
scritta, ma non si riconoscono nell’immagine tradizionale del lettore. Nell’ambito dell’11,5% di questi lettori recuperati le donne sono leggermene più numerose degli uomini (12,2% rispetto all’11,0%), mentre è tra i 25 e i 74 anni che il fenomeno è più diffuso. Anche in questo caso il dato più interessante riguarda il titolo di studio. Tra chi possiede la licenza media, la quota di lettori inconsapevoli sale al 17,3%. Al contrario, solo l’8,1% dei laureati che avevano dichiarato di non leggere libri hanno poi risposto positivamente alla domanda di recupero a conferma di una maggiore familiarità di chi possiede un titolo di studio elevato con l’oggetto libro che viene più facilmente riconosciuto come tale.
Riconoscere dignità a ogni genere di libro
I dati dell’indagine Istat hanno messo in evidenza la netta prevalenza della lettura «sensuale» rispetto a quella puramente professionale o scolastica, dimostrando che il libro rimane, prima di tutto, uno strumento di libertà e di evasione scelto volontariamente. Altro dato interessante è quello relativo alla lettura inconsapevole. Lungi dall’essere un fenomeno residuale e statisticamente poco significativo, la lettura non percepita caratterizza una quota decisamente elevata di persone: l’11,5% di «lettori inconsapevoli» che, se sommati ai lettori nel tempo libero e ai lettori per motivi professionali e/o scolastici, ci dicono che la platea di chi interagisce con un libro è molto più vasta di quanto comunemente si pensi. Il fatto che molte persone non si riconoscano nello status di lettore perché leggono fumetti, manuali o guide turistiche, libri gialli o romanzi rosa evidenzia un pregiudizio culturale ancora radicato: l’idea che esiste una lettura «nobile» (la letteratura) e una lettura «minore». Riconoscere la dignità di ogni forma di lettura significa restituire al libro la sua vocazione più autentica: quella di uno strumento democratico fruibile da chiunque voglia scoprire, imparare o, anche semplicemente, evadere e sognare.
Umanità e lettura
L’eterno potere delle storie
In Italia nel 2025 aumentano i lettori ma si legge meno. È questo il paradosso che emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio AIE sulla lettura: cresce il numero dei lettori, trainato soprattutto dai più giovani, eppure il tempo dedicato ai libri continua a ridursi, frammentato in minuti rubati ai ritmi frenetici del quotidiano. La figura che si impone è quella del lettore intermittente, che alterna slanci di curiosità a lunghe pause dominate da altri contenuti e altre forme di intrattenimento.
Questa fotografia non parla soltanto di abitudini culturali: racconta un rapporto diverso con il tempo, con l’attenzione, con la possibilità stessa di concentrarsi. E apre interrogativi urgenti. Che cosa significa oggi leggere in un paese che moltiplica i lettori ma fatica a costruire continuità?
Quale ruolo possono svolgere le biblioteche pubbliche, le scuole, gli editori, i presìdi culturali di prossimità in un’epoca in cui l’ecosistema digitale condiziona ritmi, pratiche, immaginari?
La lettura può ancora essere un diritto garantito, un presidio democratico, un’esperienza capace di generare comunità? Ma soprattutto: può restare – o tornare a essere – un gesto di libertà? In un tempo segnato da notifiche incessanti e dall’imperativo della connessione continua, leggere significa praticare una solitudine buona: uno spazio di attenzione, di respiro, di autonomia di pen-
*Docente di Biblioteconomia presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne dell’Università la Sapienza di Roma.
siero. È qui che la lettura smette di essere un semplice consumo culturale e diventa un atto trasformativo, personale e collettivo insieme.
A partire da queste domande, esploriamo il modo in cui l’Italia legge oggi e ciò che la lettura può ancora insegnarci sul nostro modo di vivere, stare nella società e immaginare il futuro con Chiara Faggiolani.
Il lettore saltuario
Intermittenza... È come se la lettura fosse un gesto ripetuto a piccole dosi: un libro ogni quattro mesi, qualche ascolto sporadico, un e-book scaricato in vacanza. Ecco che crescono i lettori e cresce soprattutto la figura del lettore saltuario: quello che alterna periodi di forte curiosità a lunghi intervalli di silenzio, magari occupati da serie TV, podcast, scroll infinito. È un quadro che mette in discussione l’idea romantica del lettore immerso per ore in un romanzo:
Chiara Faggiolani
l’esperienza media è frammentata, compressa, spesso ritagliata in spazi a margine del resto – i mezzi pubblici, la sera tardi, il weekend. In poche parole: abbiamo perso il piacere di leggere?
Partiamo da un dato: io credo che le indagini che vengono fatte in questo momento sulla lettura, proprio dal punto di vista metodologico, siano ottimamente pensate per capire l’evoluzione di un certo comportamento stabile nel tempo rispetto al passato, ma che non siano capaci di cogliere la trasformazione e di intercettare ciò che sta davvero avvenendo. Questa è una prima questione: quando misuriamo il numero dei lettori, diamo per scontato che ciò che accade in noi nel momento della lettura sia sempre lo stesso. In altre parole, si assume che il “lettore” individuato dall’Istat vent’anni fa sia equivalente a quello che individuiamo oggi. Io credo invece che risulti fuorviante limitarsi a dire che il 39,1% leggeva nel 2000 e che il 39,3% ha letto nel 2022, come se si trattasse della stessa esperienza e della stessa pratica di lettura. Sono numeri veri ma che non ci permettono di capire alcune dimensioni. Penso al tempo della lettura, che è senz’altro il tallone d’Achille, perché non è solo un problema legato al non avere tempo per leggere, ma è un problema legato alla frammentazione del tempo del leggere in micro nicchie temporali,
Elisa Spadaro a colloquio con Chiara Faggiolani*
un fenomeno che determina dei cambiamenti importanti nelle preferenze e nei gusti dei lettori, il motivo per cui tutto ciò che è lungo viene sostituito dal consumo breve. Il complesso viene sostituito dal semplice. Quindi frammentazione della lettura e micro nicchie temporali, cambiamento dei gusti, distrazione che si sta mangiando tutto, perdita di abitudine al confronto con la complessità. Sono tutti temi che stanno dentro la fisionomia di un lettore molto diverso da quello di vent’anni fa: il lettore di allora era una cosa, il lettore di adesso è un’altra. Uno vale uno, ma non è uguale.
Il non lettore di oggi fa molta confusione tra solitudine e isolamento. L’isolamento pesa, restringe, fa percepire l’assenza come una mancanza. “Stare da soli”, invece, è una competenza: la capacità di reggere il silenzio senza trasformarlo in ansia, di attraversare un pomeriggio senza riempirlo per forza, di non cercare costantemente una distrazione che ci confermi che esistiamo. In questo senso il vero lettore di oggi sceglie di prendere quella pausa, di accogliere quel silenzio, di sostenere l’attesa, di dare un ritmo diverso ai pensieri e in questo senso leggere diventa un gesto di libertà.
Assolutamente sì. Lo dimostra una forma di lettura che oggi non viene misurata o studiata in modo sistematico: la lettura socializzata. Vorrei soffermarmi brevemente su una ricerca particolarmente significativa, che offre una prospettiva innovativa sul mondo dei gruppi di lettura e ne restituisce dimensioni quantitative e qualitative sorprendenti. Si tratta di S.T.O.R.I.E., la prima ricerca sistematica sui gruppi di lettura in Italia, promossa dall’Associazione degli editori indipendenti ADEI e dal Centro per il libro e la lettura del Ministero, realizzata dal Laborario BIBLAB, che dirigo, che ha mappato 1.253 gruppi distribuiti sull’intero territorio nazionale, con l’obiettivo di comprenderne caratteristiche, modalità di funzionamento e impatto culturale. Il report, disponibile gratuitamente sul sito dell’editore1, conferma ciò che stiamo sostenendo qui: i gruppi di lettura sono in crescita e questa crescita rappresenta una forma di resistenza culturale. È la scelta di chi dice: voglio recuperare l’atto del leggere dentro una routine quotidiana. Spesso, infatti, la partecipazione a un gruppo di lettura è vissuta dagli stessi lettori come una sorta di auto-impegno, quasi un “costringersi” a leggere. Questo non lo dico io, lo dicono i lettori.
È lo stesso meccanismo che ritroviamo nei Silent Book Club o nei Silent Reading Party, dove torna centrale il tema del tempo, del silenzio e, in filigrana,
anche la teoria del flow. Sono tutti elementi che attraversano il mio libro Libri insieme2
Alla domanda se la lettura possa essere considerata una forma di resistenza culturale, la mia risposta è: non sempre, non per tutti, non come regola generale. Tuttavia esistono fenomeni legati alla lettura – in particolare alla lettura comunitaria o socializzata – che raccontano chiaramente un bisogno profondo, ancora una volta connesso alla frammentazione del tempo in micro-nicchie.
Il lettore che legge un libro per poi discuterne con altri sta cercando, in qualche modo, di “far esplodere” il tempo: non solo di dedicarsi alla lettura in modo costante e continuativo, ridefinendo la propria routine, ma anche di andare oltre, facendo nascere dal libro un ulteriore livello di approfondimento, quello della discussione. Per questo, all’interno dell’indagine S.T.O.R.I.E., ho scelto di parlare di lettore generativo: le categorie di lettore forte, debole o medio, a mio avviso, oggi dicono sempre meno.
Naturalmente tutto dipende dallo sguardo che decidiamo di adottare, dalle lenti che scegliamo di indossare. Con una lente editoriale, il numero di lettori forti e di libri venduti è centrale. Ma se adottiamo una lente interpretativa focalizzata sulla lettura in sé, allora abbiamo bisogno di un approccio metodologico ed epistemologico completamente diverso.
Tutti dovremmo essere liberi di leggere, soprattutto in una società in cui c’è in atto un evidente tentativo di limitare le nostre libertà di pensiero, di insegnamento, di ricerca. Se non leggiamo saremo sempre meno in grado di sviluppare una coscienza, un pensiero critico, di fare una scelta. Cosa accade quando un paese smette di leggere?
Si tratta, in fondo, di tutti i rischi legati all’appiattimento del pensiero e alla rinuncia a ciò che ci rende pienamente umani. È come se, smettendo di leggere, rinunciassimo a una parte del nostro processo di umanizzazione. E le persone lo sanno. Ogni volta che affronto questo tema mi piace ricordare un’idea semplice, quasi banale, ma proprio per questo troppo spesso dimenticata: siamo animali narrativi. La nostra intelligenza narrativa ci definisce tanto quanto la postura eretta o il pollice opponibile, come avrebbe detto lo psicologo cognitivista Jerome Bruner. Che cosa accade, allora, se smettiamo di leggere? Succede innanzitutto qualcosa di fondamentale sul piano biologico: le connessioni neuronali che si attivano durante la lettura sono le stesse che utilizziamo nella vita quotidiana, quelle che ci permettono di essere più empatici. La lettura produce quindi un effetto fisico, concreto. Ma accade anche altro: diventiamo meno capaci di comprendere il mondo che ci circonda, sia dal punto di vista dell’analfabetismo funzionale sia da quello dell’analfabetismo emotivo. E le due dimensioni procedono insieme. Le stesse connessioni che utilizziamo per comprendere un testo ci servono per capire chi siamo, dove siamo, e per riconoscere e interpretare le nostre emozioni e quelle degli altri.
Quando queste capacità si indeboliscono, perdiamo una possibilità fondamentale, quella della partecipazione. Che è insieme un diritto e un dovere. Ed è per questo che torno sui gruppi di lettura, scusandomi per la citazione reiterata, ma credo davvero che offra elementi di grande novità rispetto alle indagini tradizionali. Che cosa ci mo-
stra? Che molto spesso, oltre al contrasto alla solitudine e al bisogno di condivisione, la partecipazione ai gruppi di lettura assume anche una valenza politica: diventa uno spazio in cui esercitare una forma di partecipazione laddove mancano, o non esistono più, le condizioni per parlare liberamente di certi temi.
Prima dicevi, «la gente lo sa». Allora perché si priva di questo? Lo fa consapevolmente oppure…
Sono cambiate molte cose contemporaneamente. Come spesso accade, è quasi impossibile individuare una singola causa per fenomeni complessi come quelli che stiamo vivendo oggi. Questo vale per la lettura, ma vale in realtà per moltissimi altri ambiti. Quando gli Oscar Mondadori arrivano per la prima volta in edicola, nel 1965, la televisione esisteva già, ma non era ancora un mezzo davvero universale. In termini molto concreti, il numero di competitor del libro era decisamente diverso, sia per quantità sia per tipologia di offerta.
Se ci spostiamo al 2025, quindi sessant’anni dopo, lo scenario è completamente cambiato: il numero di competitor è cresciuto in modo esponenziale. Soprattutto il mondo del digitale – che è una definizione ampia e ambigua, perché al suo interno convivono esperienze molto diverse – ci ha abituati a forme di fruizione radicalmente differenti. Mentre cambiavano i competitor, siamo cambiati anche noi, quasi come esito di una trasformazione antropologica. È cambiato il nostro rapporto con il tempo libero, il modo in cui lo percepiamo e lo utilizziamo. Non dobbiamo dimenticare che la lettura si colloca esattamente lì, dentro quello spazio. Sono cambiate quindi molte cose: il contesto, le abitudini, le modalità di fruizione. Non è cambiato, però, il potere delle storie. E non è cambiato nemmeno un dato paradossale ma fondamentale: per leggere un libro oggi serve esattamente lo stesso tempo che serviva sessant’anni fa o cento anni fa.
Ed è qui che emerge il paradosso. Quando dico che «le persone lo sanno», intendo dire che queste trasformazioni non solo vengono vissute con maggiore consapevolezza, ma che cresce anche il numero di persone che ne è stanco. Questo lo osservo da un punto di vista molto particolare, che riconosco come privilegiato. Occupandomi di questi temi, in parte li cerco e in parte mi arrivano addosso. Per questo, quando parlo di consapevolezza, non mi riferisco alla media generale. Voglio essere molto chiara su questo punto. Parlo di un osservatorio specifico, legato ai temi delle comunità, della conoscenza, dei gruppi di lettura e della dimensione generativa della lettura. In questo ambito ciò che vedo è un aumento della consapevolezza e una crescente volontà di uscire da certi schemi, che talvolta assume i tratti di una lettura quasi militante.
Ed è qui che emerge anche un rischio, paradossalmente opposto. Proprio qualche settimana fa, durante il Passaparola del Forum del Libro3 – l’associazione di promozione della lettura di cui sono presidente da due anni – è stato sollevato questo tema: questa forma di resistenza, e in parte anche di esibizione della lettura, sia individuale sia collettiva, può finire per alimentare una nuova polarizzazione. Il rischio è quello di dividere il mondo tra “i buoni”,
quelli che leggono, e “i cattivi”, quelli che guardano Netflix – per fare un esempio volutamente semplicistico, anche perché io stessa sono una grande appassionata di serie. Ma il punto è proprio questo: evitare che la lettura diventi un ulteriore terreno di contrapposizione identitaria.
Le biblioteche e gli ingredienti necessari
Parlando di lettura collettiva che poi genera impatti sociali importanti, che ruolo hanno oggi le biblioteche nella costruzione della comunità di lettori? E che cosa dovrebbero fare che non fanno per raggiungere chi non le frequenta?
Dovrebbero fare molto di più. Dovrebbero essere consapevoli del ruolo strategico che le biblioteche possono e devono avere. Quando parliamo di biblioteche, infatti, utilizziamo una parola che racchiude realtà diverse, ed è proprio per questo che il tema centrale, a mio avviso, è quello della vitalità. Pensiamo alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia, una delle esperienze più innovative e rivoluzionarie in Italia in termini di approccio. E poi, magari a mezz’ora di distanza, troviamo biblioteche aperte dieci ore alla settimana, senza personale specializzato. Questo per dire che non è una questione di tipologia – pubblica, di conservazione, accademica – ma di energia, visione e capacità di essere vive.
Nel nostro Paese esistono 8.131 biblioteche e, molto probabilmente, sono diverse l’una dall’altra. Per questo, quando ci si chiede che cosa dovrebbe fare “la biblioteca”, bisogna essere consapevoli che esistono mille eccezioni: ci sono biblioteche che fanno già moltissimo e altre che, purtroppo, faticano a raggiungere persino i requisiti minimi per essere considerate tali. Se però proviamo a immaginare una biblioteca “media” allora il primo passo dovrebbe essere proprio quello di riconoscere la straordinaria possibilità di assumere un ruolo molto più dinamico nel panorama della lettura. Molti gruppi di lettura e molte comunità della conoscenza nascono al di fuori dei contesti istituzionali. Tantissimi. E allora che cosa possono fare di più le biblioteche? Prima di tutto, riconoscere il ruolo che possono giocare. E poi valorizzare di più la loro funzione di casa della lettura, in tutte le sue forme: dalla lettura intima, lenta, profonda e individuale, alla lettura socializzata dei gruppi di lettura; dalla lettura ad alta voce ai Silent Book Club; dalle biblioteche viventi al Book Crossing. La biblioteca dovrebbe essere, insomma, il luogo delle storie e della lettura in tutte le sue possibili declinazioni.
Le biblioteche possono essere insostituibili? Anche in una società digitale onnipresente?
Sì, le biblioteche possono essere assolutamente insostituibili, a patto che siano rispettate alcune condizioni fondamen-
tali. La prima riguarda gli spazi: devono essere inclusivi, belli, accoglienti, gradevoli, sicuri, luoghi dove le persone possano stare senza competizione, semplicemente per essere e per leggere. Un esempio simbolico è la biblioteca Gabriel García Márquez di Barcellona, premiata come miglior biblioteca del mondo qualche anno fa: lì c’è un’amaca dove le persone possono sdraiarsi, leggere e persino addormentarsi. Lo spazio, insomma, è il primo ingrediente. L’altro elemento è la presenza di professionisti formati, e se possibile di un’équipe multidisciplinare. Perché se la biblioteca vuole davvero essere la casa della lettura e delle storie, servono competenze diverse: esperti di nuovi media, pedagogia, sociologia della lettura. Certo, sto disegnando un mondo ideale, ma anche laddove non sia possibile avere una squadra completa, è fondamentale che ci sia almeno un professionista con una formazione interdisciplinare più ampia di quella oggi prevista.
Il terzo ingrediente essenziale è rappresentato dalle relazioni. La biblioteca deve percepirsi non solo come un luogo ma come un nodo centrale di un sistema: prima di tutto del sistema del libro, collaborando attivamente con editori, autori e librai, non come una “cenerentola” che arriva dopo, ma come un attore fondamentale anche in termini di progettazione. Allo stesso tempo, deve inserirsi in una dimensione sistemica sul territorio, lavorando gomito a gomito con scuole, asili nido, servizi sociali, ospedali, case circondariali e quant’altro sia rilevante nel contesto locale. Naturalmente, la forma di queste collaborazioni cambia a seconda del contesto: un comune di 3.000 abitanti richiede un approccio diverso rispetto a città come Roma o Firenze. Quindi, sì: le biblioteche oggi possono giocare la loro grande partita diventando spazi di decelerazione, luoghi in cui il tempo è dedicato al processo di sviluppo umano e le storie sono davvero protagoniste. Ma tutto questo richiede che siano rispettate alcune condizioni fondamentali.
La storia di Francesca e la questione del referente accompagnatore
Proviamo a tirare le somme. Noi partiamo dal presupposto che leggere è un diritto culturale vero e proprio. Secondo te quali sono le condizioni affinché questo diritto sia garantito a tutti?
Secondo me, la lettura non è solo un diritto culturale. Da tempo, leggere non è più soltanto una questione culturale né una questione esclusivamente individuale. Vorrei provare a spiegare il mio pensiero partendo da un esempio concreto: immaginate una futura coppia di genitori, Mario e Lucia. L’idea sarebbe di accompagnarli fin da subito nella costruzione del concetto di diritto alla lettura. Non sto parlando di qualcosa di astratto: esistono già progetti come Nati per leggere4 e molti altri che lavorano in questa direzione.
Il problema, però, è che l’accesso a queste opportunità dipende molto dal territorio. In altre parole, c’è un tema di “siccità culturale” legato al contesto territoriale.
Proviamo però a immaginare uno scenario ideale: Mario e Lucia entrano in ospedale per la nascita del loro bambino e ricevono subito informazioni sull’importanza della lettura ad alta voce. Viene loro consegnata la tessera della biblioteca e sono stimolati a leggere con il loro bambino fin dai primi giorni. Nasce Francesca, che cresce in un ambiente dove la lettura è valorizzata.
Quando Francesca entra a scuola –anche all’asilo nido, se possibile – deve continuare a trovare stimoli: una piccola biblioteca in classe o una biblioteca scolastica possono diventare punti di riferimento quotidiani. Se Francesca ha avuto l’opportunità di leggere ad alta voce, ha incontrato insegnanti sensibili ed è “inciampata” nei libri continuamente, è molto probabile che arrivi agli 11-14 anni come lettrice forte. Oggi, invece, succede spesso che a questo punto l’attenzione sulla lettura si interrompa. Molto si fa nella fascia 0-11
anni, ma dopo gli 11 anni l’accompagnamento si riduce drasticamente. Se penso ai ragazzi e alle ragazze che frequento tutti i giorni in Università ecco lì per esempio c’è una vera emergenza in termini di allontanamento dalla lettura di cui si parla pochissimo. Secondo me, per garantire davvero a tutti il diritto alla lettura, è necessaria una connessione più stretta con il mondo della cura e della salute fin dalla nascita; una connessione più forte con la scuola: ogni scuola dovrebbe avere una biblioteca scolastica, un referente o un bibliotecario scolastico (il Forum del Libro sta già lavorando molto in questa direzione, ed è un passaggio fondamentale) e infine, non per importanza, oltre alla scuola, la lettura deve essere supportata nel tempo libero: qui entra in gioco la biblioteca pubblica e il ruolo sociale dell’accompagnamento alla lettura.
Oggi ci sono tantissimi progetti meravigliosi, ma spesso mancano collegamenti tra loro. Serve pensare alla lettura come a una vera staffetta: un percorso continuo che accompagni bambini e ragazzi in ogni fase della loro crescita.
La lettura propedeutica alla salute e al benessere
Abbiamo osservato che oggi sono soprattutto i bambini a leggere di più, ma che con il tempo questa abitudine tende a perdersi e che spesso la scuola ha una parte di responsabilità. Da qui nasce la domanda: come si può trasformare la lettura da attività scolastica obbligatoria, fatta di schede e verifiche, con tutto ciò che ne consegue, in un’esperienza personale, libera e desiderata?
Questa è forse la sfida più grande: disimparare a leggere così come abbiamo imparato a scuola. Dovremmo riuscire a trasmettere a bambini, bambine, ragazzi e ragazze l’idea che leggere è un vizio, nel senso più bello del termine. È il primo passo. Tutti noi che leggiamo lo facciamo perché ci piace, non perché
siamo “bravi”: lo ripeto spesso, leggere non è una prova di virtù, ma una scelta di piacere. Ripartendo dalla domanda iniziale – come fare? – una risposta possibile è intervenire sul tempo. Il tempo è un nodo centrale anche a scuola: quando si parla di lettura individuale e libera, molti insegnanti si sentono schiacciati dal cosiddetto “programma”. È comprensibile, soprattutto per chi insegna: ci sono obiettivi da raggiungere, traguardi fissati. Eppure quel programma, così come lo intendiamo, è superato da tempo. Quello che si può fare è ridefinire le priorità.
La lettura, infatti, non coincide con l’insegnamento della letteratura e non riguarda solo le ore di italiano. È un’attività trasversale, strategica per tutto l’apprendimento. Forse allora bisogna partire da un’idea di formazione alla lettura, da una vera e propria “scuola di lettura”. Non è nulla di nuovo: esistono già moltissime esperienze e formazioni straordinarie. Io stessa ho avuto la fortuna di partecipare a diversi progetti, l’ultimo pochi giorni fa del Salone del Libro, con Giusy Marchetta e Simone Giusti. In questo momento gli stimoli non mancano.
Ciò che invece manca è l’allineamento tra le pratiche che nascono dal basso e le istituzioni. C’è una consapevolezza diffusa tra chi lavora sul campo, ma una scarsa sensibilità dall’alto. Il lavoro che ci aspetta – ciascuno nel proprio ruolo – è proprio quello di far dialogare queste due visioni.
Tutti sappiamo quanto sia fondamentale la biblioteca scolastica, tutti sappiamo che la lettura è propedeutica alla salute e al benessere. Serve mettere insieme le pratiche, far emergere e raccontare tutta la bellezza che già esiste. Oggi parliamo moltissimo dei lettori che perdiamo ogni anno, alimentiamo la narrazione dei “martiri del libro”, ma raccontiamo troppo poco i risultati straordinari che si ottengono quando si investe davvero nella lettura. Mostrare questa bellezza, e farlo meglio, può essere il primo passo per costruire un immaginario diverso.
Credo che oggi servano due cose: il co-
raggio di osare e una grande voglia di fare alleanze. Le sfide importanti non si affrontano da soli. Chiunque stia lavorando su questi temi dovrebbe fare cordata, darsi obiettivi comuni e lavorare con continuità nelle pratiche, nei progetti, nelle attività e nel racconto. Solo così si può produrre un cambiamento reale.
Maryanne Wolf sostiene che il cervello non è nato per leggere, ma che essendo incredibilmente plastico si modifica con la lettura creando dei circuiti che non c’erano. Questi circuiti portano alla lettura profonda che è quella che sviluppa riflessione, empatia, in altre parole: quello che oggi fa bene ai bambini e ai ragazzi, quello che sviluppa in loro l’intelligenza narrativa.
Sì, questo ormai è un punto acquisito. Maryanne Wolf è stata straordinaria nel raccontarlo, con due libri meravigliosi, così chiari e generosi da convincerci tutti. Ma la vera domanda è: siamo sicuri che quegli stessi libri siano stati letti dagli insegnanti? Dai bibliotecari? È questo il nodo.
Credo sia fondamentale chiarire una cosa: se vogliamo formare – tra molte virgolette – dei “lettori profondi”, non possiamo affidarci solo alla buona vo-
lontà dei singoli. Abbiamo bisogno di professionisti, a scuola, in biblioteca, in tutti i contesti in cui si lavora sulla lettura, che abbiano una solida base teorica di ciò che io chiamo dinamizzazione della lettura.
Questo significa partire da Maryanne Wolf, da Proust e il Calamaro5, dalla storia e dalla scienza del cervello che legge; integrare la teoria del flusso sviluppata dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi, e capire perché la lettura attiva nel nostro cervello determinate esperienze, come una sensazione di benessere o di felicità; interrogarsi su quali libri favoriscano questi processi e in che modo. Significa anche possedere una conoscenza profonda e non superficiale del mercato editoriale. I dati lo dicono chiaramente: solo il 6–7% dei gruppi di lettura che abbiamo mappato dichiara di conoscere molto bene l’editoria, mentre la grande maggioranza sa di non conoscerla abbastanza.
Tutto questo richiede studio e formazione: non si può improvvisare. Per questo ritengo fondamentale promuovere un approccio alla lettura meno autoreferenziale e più connesso ai grandi temi del nostro tempo. Tu stessa lo accennavi prima parlando di solitudine. Raccontare che la lettura è un antidoto alla solitudine, che è uno strumento per costruire la salute – in-
tesa non come semplice assenza di malattia, ma in senso olistico, biopsicosociale –, che è un mezzo prezioso per contrastare l’analfabetismo emotivo. Questo è il racconto che dobbiamo iniziare a fare, partendo proprio da chi ha la responsabilità di accompagnare i lettori di domani.
Tornando alla tua domanda, quell’accompagnamento alla lettura che segue una bambina come Francesca dalla nascita all’età adulta consente lo sviluppo dell’intelligenza narrativa. E l’intelligenza narrativa – il nostro modo di entrare nelle storie e di comprenderle – ci aiuta a capire chi siamo, a mettere a fuoco la nostra identità, a comprendere meglio gli altri e a raccontarci. Agisce su due dimensioni fondamentali: la comprensione di noi stessi e degli altri, e il racconto di noi agli altri.
È per questo che i libri sono così importanti, proprio nella loro struttura lineare e nella complessità dei loro racconti. Ecco perché all’inizio dicevo che ci concentriamo troppo sui numeri – quanti lettori, quanti libri letti – senza chiederci davvero in che cosa questi comportamenti si stiano trasformando. Pensiamo, ad esempio, alla ricerca di contenuti narrativi brevi sui social: l’AIE ha chiesto il perché e la risposta è stata che quei testi sono più semplici. Non so se la nostra intelligenza narrativa si nutra allo stesso modo di questa semplicità, ma mi fido di Maryanne Wolf quando dice: «O lo usi o lo perdi».
5 Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, Vita e Pensiero 2012.
Gaza, biblioteche e barbarie
di Franca De Sio
A Gaza, la distruzione delle biblioteche e delle librerie non è un danno collaterale, ma una strategia che colpisce l’infanzia, la formazione e l’identità collettiva. Dalla libreria di Samir Mansour alla Edward Said Public Library, fino ai racconti di chi ha dovuto bruciare i propri libri per sopravvivere, il testo ricostruisce una mappa di luoghi culturali cancellati e di vite segnate. Privare bambini e ragazzi dei libri significa negare istruzione, immaginazione e futuro: una forma di violenza che lascia macerie materiali e ferite che nessuna ricostruzione potrà sanare completamente.
Quando pensiamo a chi difende i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza vengono facilmente in mente le tante istituzioni ed enti che si occupano di assistenza materiale: tutela sanitaria, nutrizione, alloggi, ecc. ma non cogliamo abbastanza l’importanza immensa delle azioni di chi si adopera per l’assistenza dell’anima: chi continua a tenere aperte le scuole o ne apre di nuove, anche di nascosto e contro le disposizioni di regimi oppressivi; chi contrasta la distruzione della memoria e dell’identità della loro gente e dei loro luoghi, difendendone il patrimonio culturale, compreso quello delle biblioteche; chi nelle biblioteche offre loro non solo libri, ma anche ambienti confortevoli e confortanti. Avviene in molti luoghi. Avviene a Gaza. Non era una biblioteca, ma una libreria che accoglieva anche chi i libri li leggeva senza comprarli, quella di Samir Mansour. I bambini entravano, si sedevano a leggere storie e favole, poi correvano fuori a
giocare, quando era possibile. Nei due piani della libreria si potevano trovare moltissimi testi di letteratura americana e inglese, compresi i gialli di Agatha Christie, e poi romanzi siriani, saggi socio-politici americani, fiabe e racconti per bambini in arabo, testi di matematica e algebra in ebraico. Era una libreria aperta a tutti, resistente e accogliente nella Gaza già martoriata, quando nel 2021 l’esercito israe-
liano la fece saltare in aria. E il modo è surreale e agghiacciante. Alle sei di un mattino di maggio, Samir fu chiamato al telefono da un militare israeliano. Gli chiesero se era in casa o alla libreria. Era in casa. Meglio, non era il caso di aprire la libreria, gli dissero. Un’ora dopo, un missile attraversò lo spazio tra la casa di Mansour e la sua libreria, centrandola in pieno. Samir Mansour riuscí a ricostruirla, grazie a una mobilitazione internazionale che raccolse 250.000 dollari, oltre a donazioni di 150.000 libri. Le dette ancor più le funzioni di biblioteca e l’aprì in una nuova sede, a circa cento metri dalla precedente. Per i bambini, Mansour aveva chiesto ai donatori che ci fossero, tra i libri inviati, le opere di Dahl e tutta la saga di Harry Potter, la loro passione. Nell’ottobre del 2023 un nuovo bombardamento danneggiò gran parte della biblioteca. Eppure Samir Mansour non si arrenderà mai: «I libri sono la mia vita e la mia anima», dirà in un’intervista. Ma la sua anima e quella di tanti suoi concittadini, anche giovanissimi, è ancora destinata a soffrire. Dopo un cessate il fuoco, il 22 gennaio 2025, dei testimoni oculari hanno confermato che è stata distrutta la Edward Said Public Library (ESPL) a Beit Lahia, nella Striscia settentrionale di Gaza. La Edward Said Public Library, con più sedi, aveva già subìto rilevanti danni nella sede di Gaza City tra il 2023 e il 2024 e molti enti e associazioni internazionali si erano mo-
Libri sotto assedio
Samir Mansour e la libreria distrutta nel 2021 (NBC, TRTWorld.com).
bilitate per raccogliere fondi per la ricostruzione e per l’invio di libri. La ESPL di Beit Lahia è stata la prima biblioteca di lingua inglese, fondata dal poeta Mosab Abu Toha in memoria di Edward Said, statunitense di origine palestinese, accademico, letterato, teorico e critico che nei suoi scritti contrastava il pregiudizio eurocentrico nei confronti dei popoli arabo-islamici e delle loro culture, pregiudizio che riconduceva a una storica tradizione occidentale nel rappresentare l’oriente in modo errato e romantico. Era una biblioteca all’avanguardia, la ESPL, con più di diecimila iscritti. Aveva zone per la musica, la lettura, i computer, l’apprendimento e l’approfondimento della lingua inglese. Aveva personale specializzato e bibliotecari che mantenevano i contatti con gli utenti anche attraverso i social media. Nella zona musica i ragazzi potevano seguire lezioni a vari livelli. «Sfruttiamo il potere della musica per il cambiamento sociale e la costruzione della pace, collaborando con musicisti e organizzazioni locali colpite da conflitti», si può ancora leggere nel sito della ESPL. Nella zona computer si svolgevano corsi per l’uso di internet, si insegnavano i programmi del pacchetto di Office, era persino possibile conseguire una patente internazionale di informatica. Nella zona della lettura la biblioteca «uni-
sce bambini e ragazzi per esplorare e scoprire il mondo attraverso lettura e attività creative» (c’era anche un angolo del disegno e del fumetto) e ancora «la biblioteca mira a sviluppare le capacità creative dei giovani e a stimolare il loro interesse per l’arte, la cultura e la letteratura, consentendo loro di esprimersi in vari modi e di sviluppare i propri talenti» recita il sito della ESPL, dove è anche scritto «ESPL è considerata di fondamentale importanza per i residenti di Gaza, poiché si rivolge a tutti i segmenti della società, indipendentemente da razza, credo, genere, affiliazione politica o religione». Ma il verbo al tempo presente, utilizzato nelle descrizioni del sito, è “obsoleto”, com’è scritto in alcune sue pagine, i rapporti annuali della biblioteca si fermano al 2023 (anche se il sito ha un copy- right del 2026). È con l’uso del verbo al tempo passato che si ricorda quando i bambini leggevano libri, partecipavano alle attività organizzate per loro e il giorno dopo tornavano con gli amici, imparavano cose nuove e tutto questo dava speranza. Lo raccontava in un’intervista Abu Toha, prima di rifugiarsi negli Stati Uniti. Un bombardamento aereo israeliano, nell’ottobre del 2023, cancellò trentuno membri della famiglia, la biblioteca e la sua casa. Mosab Abu Toha, il poeta bibliotecario, continua a scrivere poesie, per tirare
fuori i ricordi dalle macerie, dirà. «Sono stata educata all’amore per i libri. Non avrei mai pensato di doverli bruciare per potermi permettere un misero pasto». E’ l’incipit di un articolo pubblicato su Al Jazeera il 29 aprile 2025. Chi scrive ricorda che, da bambina, riservava la sua paghetta all’acquisto di libri, ricorda quando suo padre comprò una grande libreria per la loro casa, ricorda le tante volte che con i genitori è andata alla Biblioteca Samir Mansour dove si potevano prendere fino a sette libri alla volta. Nel 2023 Gaza fu privata di acqua, elettricità e gas. Furono costretti a bruciare di tutto. Dapprima bruciarono i libri di scuola che dovevano assicurare l’istruzione ai bambini, i libri e i sunti di farmacologia con cui si era laureato il fratello: «Abbiamo cucinato il nostro cibo in scatola sulle ceneri dei suoi anni di duro lavoro», poi hanno dovuto sacrificare romanzi, poesie, libri di storia, i romanzi di Harry Potter che aveva letto da bambina, infine i testi di medicina su cui aveva studiato. «Ma se sopravvivremo – se sopravvivremo – ricostruiremo. Nella nostra casa avremo una nuova biblioteca e la riempiremo di nuovo con i libri che amiamo» L’articolo è firmato da Hend Salama Abo Helow, ricercatrice, scrittrice e studentessa di medicina presso l’Università Al-Azhar di Gaza. Anche la biblioteca dell’Università di Al-
Samir Mansour e la libreria distrutta nel 2021 (NBC, TRTWorld.com).
Azhar è stata distrutta1. Lo scrive Shahd Alnaami, scrittrice palestinese di Gaza, che spera che quando il genocidio finirà le biblioteche di Gaza risorgeranno dalle proprie ceneri. Nell’attesa, ricorda con accorata nostalgia la sua frequentazione della biblioteca di Maghazi, in una zona di Gaza che è stata sottoposta a sfollamento forzato nel 20242. La biblioteca Maghazi l’aveva accolta fin da quando aveva cinque anni, non era una grande biblioteca, ma aveva una sala con un sofà gialloverde e un tappeto sul quale i bambini sedevano per ascoltare le storie lette dalla maestra e ammirare i libri illustrati. La biblioteca non è stata distrutta (almeno al dicembre 2024) e Shahd ritornandovi ne rievoca il fascino: «Riuscivo quasi a sentire l’eco delle risate dei miei compagni della materna e a provare il calore dei momenti che abbiamo passato insieme. I ricordi della biblioteca non riguardano solo le sue pareti ma anche tutti quelli che ci sono andati, tutte le mani che hanno sfogliato i libri e tutti gli occhi che si sono immersi nelle parole di una storia. Per me la biblioteca Maghazi non è solo una biblioteca, è parte della mia identità, di quella bambinetta che ha imparato che l’immaginazione può essere un rifugio e che leggere può essere una forma di resistenza» 3 . Il diritto di amare i libri, quante volte è stato ed è ancora negato ad adulti e bambini? Attraverso l’IBBY Children in Crisis Fund, l’associazione IBBY con IBBY Palestine si è adoperata fin dal 2007 per raccogliere i libri delle biblioteche danneggiate e ricoverarli in nuove sedi: ma a volte invano. La biblioteca IBBY di Beit Hanoun e il centro comunitario al-Ata’a che la ospitava sono stati completamente distrutti nel 2014. La biblioteca era gestita da IBBY Palestine dal 2008, promuoveva l’amore per i libri, sosteneva l’alfabetizzazione e rappresentava un «rifugio sicuro» per i bambini. Una volta ricostruita, è stata nuovamente distrutta nel 2024. L’accanimento demolitore israeliano è
testimoniato anche da un’indagine della LAP ( Librarians and Archivists with Palestine), una rete di bibliotecari, archivisti e operatori dell’informazione, che ha documentato i danni inferti dall’esercito israeliano a musei, biblioteche e centri di cultura di Gaza nel periodo ottobre 2023-gennaio 2024. Anche se ormai datato e purtroppo da aggiornare, questo è l’elenco delle biblioteche: Biblioteca Ataa, Biblioteca IBBY Children in Crisis (Beit Hanoun) distrutta nel 2014 e di nuovo nel 2024; Biblioteca Diana Tamari Sabbagh nel Centro Culturale Rashad al-Shawa (Al-Rimal, Città di Gaza) distrutta il 25 novembre 2023; Biblioteca Edward Said (Beit Lahia), distrutta in data sconosciuta; Biblioteca Enaim, distruzione segnalata il 6 dicembre 2023; Biblioteca municipale di Gaza bombardata e danneggiata da un incendio, segnalazione del 27 novembre 2023; Biblioteca e casa editrice Al-Kalima (Sheikh Radwan) completamente distrutta il 19 febbraio 2024; Biblioteca comunale e Istituto per lo sviluppo educativo di Kana’an (Al-Rimal, città di Gaza) distrutti, segnalazione del 6 dicembre 2023; Biblioteca di Lubbud, distruzione segnalata il 6 dicembre 2023; Biblioteca Al-Nahda, distruzione segnalata il 6 dicembre 2023; Libreria e biblioteca Samir Mansour (Città di Gaza) gravemente danneggiata il 10 ottobre 2023, dopo la distruzione della precedente sede nel 2021; Biblioteca AlShorouq Al-Daem, distruzione segnalata il 6 dicembre 2023; Biblioteca dell’Università di Al-Aqsa (Città di Gaza), incendiata nel maggio 2024; Biblioteca dell’Università islamica di Gaza (Città di Gaza), distrutta il 9 ottobre 2023; Biblioteca dell’Università di AlIsraa e Museo Nazionale (vicino a Gaza City), distrutti e saccheggiati il 18 gennaio 2024; Biblioteca dell’Università aperta Al-Quds (Città di Gaza), danneggiamento segnalato il 6 dicembre 2023; Biblioteca Jawaharlal Nehru, Univer-
sità Al-Azhar (Città di Gaza), distrutto tutto il campus universitario il 19 ottobre 2023 4 . Privare dei libri, privare del luogo in cui si possono leggere e in cui si può incontrare il pensiero di persone passate e presenti, è una crudeltà enorme. Significa voler cancellare le tracce di una comunità, fare tabula rasa della loro civiltà, imporre la propria identità di oppressore calpestando anche la memoria collettiva. Quando questa crudeltà è rivolta contro i bambini e i ragazzi è semplicemente immonda. Nel settembre del 2025, ricordando la Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, ancora una volta i bibliotecari dell’IBBY hanno voluto denunciare le violenze commesse dall’esercito israeliano contro i bambini di Gaza e della Cisgiordania. Lo hanno fatto ricordando i nomi di alcuni bambini delle biblioteche dell’IBBY di Beit Hanoun e Rafah che sono stati uccisi. Ne nomino uno per tutti: Muhammad Muhammad Mahmoud al-Za’anin. Alla biblioteca di Beit Hanoun lo conoscevano bene perché era sempre pronto alla battuta, allegro e vivace. Il 23 agosto 2025 era nella zona di Netzarim e stava raccogliendo un po’ di legna insieme a suo padre. È stato ucciso. Aveva 12 anni. Ci vorrà tempo per ricostruire, non basterà il tempo per dimenticare.
Note
1 Una foto diffusa dai social media, nel maggio del 2024, mostra soldati israeliani che danno fuoco alla biblioteca dell’Università di Al-Aqsa: https://en.yenisafak.com/world/israeli-soldiers-burn-al-aqsa-university-library-in-gazastrip-3684305.
3 Al Jazeera, 14 dicembre 2024: https://zeitun.info/2024/12/16/le-biblioteche-di-gaza-risorgeranno-dalle-ceneri/?print=print.
4 Si veda al sito: https://librarianswithpalestine.org/gaza-report-2024/#libraries.
La vita nel bosco e la vita in città
di Anna Oliverio Ferraris
Da un lato una famiglia che abita nel bosco, tra un vecchio casale e un camper in disarmo, circondata da alberi e a contatto diretto con gli animali, immersa in un ambiente di vita rurale: acqua del pozzo, pannello solare, riscaldamento a legna, un’unica stanza da letto per due adulti e tre bambini, cucina essenziale, wc all’aperto, niente plastica, niente playstation, scuola in famiglia. La bioenergetica è la teoria che regola il loro stile di vita. Dall’altro lato, bambini che frequentano la scuola pubblica, che hanno il wc dentro casa, la doccia e il bidet, che dispongono di una cameretta personale, che possiedono giocattoli tecnologici e uno smartphone di loro proprietà, che sono abituati a scrivere a muoversi su una tastiera e a “scrollarla” alla ricerca di nuovi stimoli.
Due stili di vita opposti a confronto. Nessuno dei due coincide con l’ambiente ideale. I bambini nel bosco godono di un ambiente non inquinato, a contatto con gli elementi naturali, dove possono fare liberamente quei giochi spontanei di movimento e di invenzione che aiutano a crescere sia sul piano fisico che psicologico, sono però separati dai loro coetanei che incontrano raramente e non godono dei vantaggi della socializzazione nell’ambiente scolastico: una palestra di vita importante che fa da ponte tra la famiglia e la società. L’alveo familiare protegge, ma la famiglia totalizzante non consente quell’autonomia e quelle esperienze sociali che man mano i figli
devono sperimentare e imparare a gestire.
Nell’altro ambiente di vita, quello dei bambini che vanno a scuola, che hanno la loro cameretta, tanti giocattoli e uno smartphone personale, spesso mancano gli spazi in cui potere fare quei giochi spontanei, liberi e di gruppo
che servono per crescere, prendere iniziative, vincere la paura, sviluppare il coraggio, conoscere gli altri e se stessi. Pur andando a scuola e incontrandosi con altri bambini, molti di loro conducono di fatto una vita separata e sedentaria non adatta ai bisogni della loro età. Catturati dallo smartphone e bombardati dagli algoritmi social, possono trascorrere molte ore in solitudine alla ricerca costante di nuovi stimoli. Ormai sappiamo, dalle ricerche scientifiche, che una stimolazione digitale
precoce e prolungata può alterare l’attenzione, l’apprendimento e la regolazione emotiva. In quei bambini tra i 9 e i 13 anni che, invece di leggere, disegnare, giocare, fare musica o cantare, passano ore a “scrollare” lo smartphone, non soltanto si registra una perdita di vocabolario e di memoria rispetto a quei coetanei che conducono un tipo di vita più libera e spontanea, ma si verifica anche un aumento dell’obesità, della distrazione e una diminuzione della capacità di concentrazione. Carenze che, come documentano gli studi scientifici, hanno anche l’effetto di renderli ansiosi, insoddisfatti, distaccati dalla realtà in anni in cui invece è importante che le esperienze siano concrete, significative, gratificanti, consone alle esigenze motorie, cognitive ed emotive dell’età. Si verifica anche il paradosso che, isolandosi con la loro tecnologia tra le mani, alla fine non usufruiscono dei vantaggi della socializzazione diretta con i coetanei che incontrano a scuola. Se lo stile di vita della famiglia nel bosco ha bisogno di qualche correttivo, anche il nostro stile di vita ha bisogno di integrazioni e modifiche a partire da più verde nei quartieri e minore inquinamento atmosferico e acustico nelle zone abitative; senza dimenticare, ovviamente, l’offerta di attività alternative rispetto allo smartphone come spazi giochi, attività artistiche e sportive.
King e Sendak reinterpretano Hansel e Gretel
Evviva gli eroi che smascherano inganni e additano nuovi percorsi
di Maria Luisa Salvadori
Libri per ragazzi e non solo, anche stavolta la casa editrice Adelphi ha fatto centro. Non ha solo scelto autori d’eccezione: ha colto le note della loro interiorità e le ha messe in risonanza, intuendo l’armonia finale che ne sarebbe scaturita e lasciando che si manifestasse a pieno. È stato addirittura Stephen King a stendere la nuova versione di Hänsel e Gretel dei grandi fratelli Grimm.
Il famosissimo autore dichiara di essere stato ispirato dai disegni che Maurice Sendak, «genio americano dell’illustrazione», aveva realizzato nel 1997 per un adattamento operistico della fiaba. Sergio Ruzzier osserva che in questo lavoro «King è stato molto vicino al testo originale dei Fratelli Grimm. Non ha calcato la mano, non ha aggiunto elementi più spaventosi,
l’albo è adatto a tutti»1. Ruzzier è l’illustratore e traduttore italiano, nonché membro del Direttivo della Fondazione Sendak, che ha avanzato la proposta a Stephen King. E lui, uno dei più celebri autori di letteratura fantastica horror contemporanea, ha raccolto la sfida di “dialogare” con la potenza dei disegni del grande Mourice Sendak (New York 1928 - Connecticut 2012).
La fiaba di Hänsel e Gretel apparve nella raccolta Le fiabe del focolare di Jacob e Wilhelm Grimm nel lontano 1912. Pino Boero e Carmine De Luca, due grandi studiosi di storia della Letteratura per l’infanzia, osservano che le fiabe come genere letterario sono state «oggetto di cautele pedagogiche di molti fino al nostro secolo». A proposito degli scritti dei Fratelli Grimm, prendono ad esempio l’opinione del pedagogista Giuseppe Fanciulli, «che se riconosce loro il merito di aver interpretato “l’anima germanica” attraverso “eterni temi” come “l’orgoglio umiliato, la malvagità invidiosa scoperta e punita, la bontà premiata dopo pene e guai”, non manca di rilevare qualità negative per “il nostro gusto latino” come “l’abuso della crudeltà e della balordaggine [con] particolari tragici e ripugnanti, dalle quali bisognerà tenere lontane “le giovani menti”»2
Ora la preoccupazione di Stephen King, che dal mondo della contemporaneità sceglie di cimentarsi con un testo per ragazzi edito a inizio Novecento, è di tutt’altra natura.
Scrive King nella sua introduzione: «Dopo aver visto le immagini in questione, decisi di fare un tentativo. Due illustrazioni in particolare mi colpirono: la strega cattiva a cavallo della scopa, con un sacco pieno di bambini rapiti sulle spalle, e la famigerata casa di pan di zenzero che si trasforma in un volto terrificante. Pensai: ecco il vero aspetto della casa, un essere demoniaco corrotto dal peccato, che mostra il suo volto solo quando i bambini distolgono lo sguardo. Era questo che volevo raccontare! Per me rappresentava l’essenza della storia e, in fondo, di tutte le fiabe: una facciata luminosa, un nucleo oscuro e terribile, dei bambini coraggiosi e intraprendenti. In un certo senso, è quasi tutta la vita che scrivo di bambini come Hänsel e Gretel».
Oggi le casette di marzapane, che attraggono con lo zucchero per poi rivelarsi fagocitanti mostri incantatori, diventano simboli da decifrare, pericoli da riconoscere, nuovi nemici da
sbaragliare. Realtà virtuali, consumismo, massificazione, omologazione, dipendenze dei sempre-connessi-maiin-relazione, violenza sui minori e sulle donne, ignoranza e ignoranze varie: nell’Ottocento e Novecento, come nel Secondo Millennio, la seduzione può nascondere trabocchetti, e a perdere è sempre la persona, la sua sicurezza, pienezza di sviluppo e libertà. E allora, indipendentemente da come si presentino l’orco, la matrigna ingorda o la famelica megera, l’eroismo dei bambini - e di ogni persona ad ogni età - sta nell’autonomia della visione e del giudizio. Non è un caso che la strega sia gravemente miope, mentre i due ragazzi hanno la vista lunga. E’ lo sguardo acuto e divergente a rompere gli assetti perversi, smascherare subdoli inganni, indicare nuove soluzioni, e dunque promuovere la crescita. Hänsel e Gretel questo fanno: non si rassegnano a subire scelte di altri, letteralmente confezionate sulla loro pelle; al contrario, si compattano nell’alleanza, cercano nuovi codici per leggere e rileggere percorsi di salvezza, e infine riescono a sovvertire il corso delle cose. Rovesciano lo schema: alla volontà distruttiva della guercia cattiva che si nutre di bambini arrostiti nel forno, contrappongono la capacità di condividere risorse, strategie, e infine ricchezza, tutto al fine di una vita migliore per tutti. Come Propp comanda, l’eroe vince neutralizzando
Stephen King, Maurice Sendak, HÄNSEL E GRETEL
Milano, Adelphi, 2025
cattiveria e ottusità: vince per intelligenza, lungimiranza e nobiltà d’animo (che poi altro non è, se non un diverso sguardo della coscienza). E come la coppia artistica King-Sendak dimostra, il problema è trasversale: bambini e bambine, giovani e adulti di ogni parte del mondo e condizione, devono fare i conti con l’Ombra senza negarne o nasconderne l’esistenza. A proposito della sua versione di Hänsel e Gretel, Stephen King ci tiene a dire: « ... ho cercato di conservare tutte le parti migliori. Cari lettori, spero che apprezzerete questo modesto tentativo di infondere un po’ di vita in una vecchia storia, e sono certo che apprezzerete l’arte di Maurice Sendak, che è luminosa fuori e oscura dentro». Accade di più e di meglio. Con questa formula editoriale il tratto metastorico delle strutture narrative fiabesche è pienamente coniugato con l’immaginario attuale. L’originale “ripescaggio” di un classico dei Grimm, accoglie e sviluppa la fertile vibrazione di luce e ombra, la misteriosa polarità di bene e male che definisce i nostri giorni. La tensione creativa del libro trova il massimo dell’evidenza artistica nella perfetta, sentita e vissuta sintesi di stile narrativo e gusto illustrativo. I pennelli di Maurice Sendak estrag-
gono la luce dal buio, esaltano il diurno giocando col notturno. Gli stessi fendenti bagliori sollecitano la penna di Stephen King, avvezza alla gestione dell’orrido mistero oltre il confine dell’apparenza. In entrambi gli autori, l’Ombra si afferma come potenza, parte occulta dell’Anima, elemento inscindibile e vitale.
Nel gioco delle forze attive, il Femminile si palesa come un’energia buona da accendere, magari in contrapposizione alla linfa nera delle matrignestreghe, assunte a personificazione dell’egoismo famelico e distruttivo. Rivolgendosi a Gretel: «Sei sempre stata più intelligente di me» disse Hänsel, dandole un bacio sulla guancia. «Spero che te lo ricorderai» disse Gretel sorridendo. «I maschi pensano ai tesori, ma le femmine pensano alle cose che contano davvero».
Note
1 Patrizia Violi, King+Sendak=Hansel e Gretel, in “La lettura” , Supplemento culturale settimanale del Corriere della sera, Anno XV, n. 36 (#719), domenica 7 settembre 2025, p. 42-43.
2 P. Boero, C. De Luca, La letteratura per l’infanzia, Bari, Laterza, 1995, p. 34.
I libri che pungono. It, di King
Alla ricerca del corpo perduto
di Fernando Rotondo
Ci sono libri che ti segnano, per la lettura e per la vita: ti fanno diventare lettori assidui e ti aiutano a scavallare la linea di mezz’ombra della prima adolescenza. Libri indispensabili. Fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso It di Stephen King fu un libro di culto tra ragazzi e ragazze, con punte fra i 12 e i 14 anni.
Il libro ebbe a lungo molti altri lettori di tutte le età. Per Antonio Faeti «ci sono molte buone ragioni per ritenere che il Grande Romanzo Americano di questo secolo… lo abbia scritto lui».1 Pubblicato negli Stati Uniti nel 1986, arrivò in Italia l’anno dopo, contemporaneamente a Stagioni diverse (Different Seasons, 1982): una raccolta di quattro racconti lunghi di cui fa parte Il corpo (Stand by me). Come ha recentemente testimoniato la scrittrice e blogger Enrica Tesio, The Body è «il racconto che mi ha fatto innamorare di Stephen King nell’estate tra la seconda e la terza media». Oggi Tesio ha voluto fare un test chiedendo alla figlia – solita a liquidare le sue «proposte libresche e cinematografiche con un lapidario: che cringe, mamma» – che cosa ne pensasse di The Body; la ragazza «si è illuminata» e ha risposto: «il libro è devastante».2 Risposta che richiama alla mente quanto Kafka scrisse in una lettera a Oskar Pollak nel novembre del 1903: Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono, come un pugno che ci martella sul cranio. Un libro deve essere un’ascia per rom-
pere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.
Il Viaggio dell’Eroe
Malgrado l’avviso posto nella seconda pagina di Stagioni diverse – «Questo romanzo è opera di fantasia. Nomi, personaggi, località e avvenimenti sono immaginari…» –, Il corpo è il racconto più autobiografico di King, non in senso stretto, letterale, bensì mentale, come ricostruzione di una memoria personale che si trasfigura in scrittura. Di sicuro è stato segnato profondamente dalla morte di un amico travolto da un treno. Il racconto è ripubblicato in volume autonomo nel 2018 con il titolo originale The Body (trad. Bruno Amato) e poi ancora in occasione del Salone del Libro di Torino 2026 con il titolo Il corpo (trad. Andrea Cassini), che così lo presenta: «Ambientato nell’estate del 1960, la storia segue quattro giovani amici: Gordie, Chris, Teddy e Vern, che vivono nella cittadina immaginaria di Castle Rock, nel Maine. I ragazzi intraprendono un’avventura lungo i bi-
nari della ferrovia per trovare il cadavere di un loro coetaneo, Ray Brower, scomparso da giorni e creduto morto. Il viaggio si rivela essere molto più di una semplice ricerca: è un percorso che mette alla prova la loro amicizia, li confronta con le loro paure e la fatica di crescere. Attraverso gli occhi di Gordie, il lettore è immerso in un mondo di innocenza perduta e desideri inespressi. Gordie è un ragazzo sensibile, appassionato di scrittura, ma segnato dal dolore della perdita del fratello maggiore e dall’indifferenza dei genitori. Chris, il leader carismatico, lotta contro il destino di delinquente che la società sembra avergli già assegnato. Teddy, figlio di un veterano violento e disturbato, e Vern, il più ingenuo del gruppo, completano questo affresco di adolescenza in transizione».
Dal racconto nel 1986 è stato tratto il bel film Stand by Me, con la regia di Rob Rainer, sostanzialmente fedele al libro e meritevole di una trattazione a sé.
In realtà King, generalmente menzionato come il Re del Brivido o dell’Horror, è anche un narratore partecipe e complice dei suoi frequenti personaggi più giovani, un contastorie dell’infanzia e dell’adolescenza, tanti sono i bambini e i ragazzi che affollano e danno senso ai suoi romanzi
e racconti. E moltissimi sono quelli che si sono “impadroniti” dei suoi libri anche se pensati per gli adulti. Nell’appendice dell’edizione italiana del 1987 di Stagioni diverse intitolata “Una parola di conclusione”, King ci tiene a far sapere che non si tratta di «un racconto dell’orrore», anzitutto perché non vuole essere «etichettato» come scrittore del genere. E soprattutto, aggiungiamo, perché è un romanzo breve (165 pagine) di formazione a pieno titolo, con tutti i crismi di questo tipo di narrazione: racconto al termine del quale i giovani protagonisti escono mutati, trasformati da come erano quando vi sono entrati. In tal senso presenta la maggior parte dei topoi, degli elementi formali e simbolici che caratterizzano questa tipologia narrativa per ragazzi: la banda di amici, la casa sull’albero come covo, gli adulti assenti (in senso fisico o affettivo ed educativo) o indifferenti e inaffidabili se non dannosi, il viaggio d’avventura, i pericoli reali o immaginari, le prove da superare, tra le quali, nel racconto, l’incontro con un corpo senza vita, esperito come un piccolo giro di «valzer con la morte», la personale «prova generale per la morte».3
Rachele Bindi, psicologa e psicoterapeuta, ci ricorda che quello dell’Eroe (degli Eroi) è il primo archetipo junghiano che emerge nelle letture dei ragazzi. Il Viaggio dell’Eroe è la ricerca di se stessi, ma durante il viaggio ogni Eroe esprime caratteristiche diverse del proprio animo, mettendo in campo abilità, desideri, bisogni differenti.4
Losers e desperados
I ragazzi hanno il loro rifugio su un grande olmo in un terreno incolto a Castle Rock dove si riuniscono per fumare, giocare a carte e leggere riviste poliziesche e con le ragazze, segnando così un distanziamento fisico, territoriale, quale simbolo di alterità e separatezza dalla comunità adulta. «Oggi in quel lotto c’è una società di traslochi e l’olmo è scom -
parso. Progresso. Era una specie di circolo sociale»; 5 il territorio, il suo uso e la trasformazione di entrambi ricordano il grund dei R agazzi della via Pal condannato dalla costruzione di un palazzo. La voce narrante è quella di Gordie, grande raccontatore di storie che vuole diventare scrittore, ma che si sente pressoché invisibile per i genitori. Tutti appartengono a famiglie che funzionano male o peggio.
Consapevoli della loro situazione si sono ribattezzati i desperados – che banda è se non ha un nome? Come i losers di It si considerano già dei “perdenti”. Quando Vern, che ha origliato il fratello, reca agli amici la notizia che nei boschi c’è il cadavere di un ragazzo travolto dal treno: «Gente, volete vedere un morto?»; Chris, che è un po’ il leader, decide subito: «Certo! E scommetto qualunque cosa che avremo la foto sui giornali… Possiamo trovare il corpo e avvertire! Saremo nella cronaca». Allora non c’erano i social.
Il ponte sul fiume Castle
Nel corso del viaggio si possono individuare alcuni momenti topici che assumono la forma di apparati simbolici.
La partenza verso i boschi. Che ricorda la funzione proppiana dell’“allontanamento” del protagonista da casa e viene attuato ingannando i genitori con il vecchio trucco di voler dormire in tenda.
Il ponte e il treno. La prima prova, il primo incontro con la morte, quasi un avvertimento, è raccontato in presa diretta da Gordie. Il Castle River è largo più di cento metri e attraversato da un ponte con due binari sospesi su una stretta struttura in legno e uno spazio aperto tra ogni traversina. Nel mezzo dell’attraversamento il binario comincia a vibrare; «TRENO!» è l’urlo che scatena la corsa spasmodica frantumata dal suono della sirena elettrica del merci: «WHHHHHHHHONN NNNK!WHHHHHHHHHHHHH ONNNNNNNNNK!». La prova di coraggio diventa una corsa disperata verso la salvezza. Perché quella sfida? si chiede Gordie: perché è «una cosa da grandi, come comprare la bottiglia di wisky o i preservativi…». È un rituale. King assimila quella sfida ai «riti di passaggio, il corridoio magico in cui avviene il cambiamento […] Il nostro corridoio erano quei binari gemelli, e ci camminavamo in mezzo, andando avanti verso qualunque cosa potesse significare» dice Gordie. Nel bosco la paura. Accampati nel
bosco di notte, spazio-tempo tipico delle paure dell’infanzia, intorno al fuoco i ragazzi si raccontano, affrontano le loro inquietudini e i terrori, assaporano il senso profondo dell’amicizia, dell’appartenenza al gruppo. Anche se Chris ha già capito che quella è l’ultima volta che staranno insieme: a giugno Gordie andrà nei corsi di preparazione per il college e tutti gli altri in quelli professionali. Li sveglia dal sonno e dagli incubi «un urlo lungo e profondo» che si alza dal folto terrorizzandoli, poi di nuovo un «selvaggio urlo singhiozzante». «È quel ragazzo… È il suo fantasma che si aggira per i boschi… È uno spettro” ripete Teddy bisbigliando».
Il corpo del ragazzo morto. «Là! Eccolo” Proprio là! L’Ho visto» urla Vern. Da un cespuglio di more spunta una mano bianchissima. Il resto di Ray Brower era più formiche che sangue. Il treno lo aveva strappato via dalle sue scarpe come aveva strappato la vita dal suo corpo… Il ragazzo era morto… Il ragazzo era no. Era il lato della batteria dove il terminale dice NEG. Era il cestino della carta straccia accanto alla cattedra.
L’incontro con la morte è un baleno, un flash illuminante, una scoperta. Ha la sacralità di una di una rivelazione
Venticinque anni dopo
Ma quell’attimo che meriterebbe ben altro che una fugace visione e illuminazione viene rotto dall’irruzione sulla scena dei ragazzi grandi arrivati sul posto in macchina e che ora vorrebbero portarsi via quel corpo, come un trofeo. In macchina! Mentre loro, i de-
l’incendio di un palazzo e Teddy in uno squallido incidente automobilistico. Chris, il migliore di tutti, viene ucciso in un ristorante con una coltellata alla gola mentre cerca di fare da paciere in una lite fra due sconosciuti. «Io sono uno scrittore, adesso… E un sacco di critici pensano che quello che scrivo è merda. Molte volte penso che
sperados, ne avevano diritto, se l’erano guadagnato arrivando a piedi, superando le prove del ponte, del treno, delle paure, della notte nel bosco, dei rovi, del fango, dei moscerini, delle sanguisughe. Otto grandi contro quattro più piccoli, Jackie tira fuori un coltello a serramanico, Ace promette di spezzare tutt’e due le braccia a Gordie, che sa che quello lo farà. Ma, d’improvviso, Ka-BLAM: è lo sparo della «pistola presa dal cassetto del suo vecchio» che Chris aveva portata nello zaino e ora tirata fuori.
Tutto cambia. I grandi se ne vanno, per gli altri il trionfo passa in un attimo e subito dopo viene il momento agro della consapevolezza: resta «un malconcio trofeo conteso da due branchi di stupidi ragazzotti»; si fa strada il dubbio: «Ce l’abbiamo, no?» – chiede a bassa voce Chris a Gordie –«Ne è valsa la pena, no?» Nessuno delle due bande rivendica il ritrovamento, una telefonata anonima avverte le autorità. Forse la morale, se esiste in questa storia, è che quel che conta veramente è il viaggio dell’eroe, l’avventura di formazione, non la scoperta del tesoro.
Qualche anno dopo Vern muore nel-
abbiano ragione…» conclude Gordie (eteronimo di King). Che una ventina di anni dopo rivede Ace, quello che voleva spezzargli le braccia lungo il Castle, mentre esce dal parcheggio della fabbrica dove lavora su una vecchia giardinetta con un adesivo stinto: «REAGAN/BUSCH 1980». Se fosse ancora vivo sicuramente avrebbe aggiunto «TRUMP 2016/2024». Ma questo Stephen King allora non lo poteva sapere.
Note
1 A. Faeti, La casa sull’albero. Orrore, mistero, paure, infanzie in Stephen King, Einaudi Ragazzi, 1998, p. 69.
2 E. Tesio, The Body. Per aprire la mente tocca farsi spezzare il cuore in due, in “Tuttolibri”, 28-2025.
3 S. King, Danse macabre, Theoria, 1992, p. 379 e 395.
4 R. Bindi, La psiche che legge, in Hamelin e R. Bindi, Leggere per leggere, Salani, 2021, p. 45.
5 Da qui in avanti tutte le citazioni sono tratte dal racconto Il corpo (Stand by me) che si trova in S. King, Stagioni diverse, Sperling & Kupfer, 1987.
FUORITESTO
NON NOMINIAMOLI INVANO di Lucia Zaramella
Parlare di sessualità con i bambini, da genitori o educatori, può creare ancora oggi imbarazzo e nascondimento. Vengono in aiuto due interessanti albi illustrati “gemelli”, per maschietti e femminucce, ma anche per adulti per iniziare ad affrontare con naturalezza, rigore scientifico e giocosità, l’educazione alla sessualità.
Editi nel 2023 in Spagna, freschi di stampa in Italia, con la leggerezza della narrazione, i due testi “raccontano”, come una storia, rispettivamente l’anatomia e la fisiologia dell’apparato riproduttore maschile e femminile. I bambini piccoli, del resto, sono aperti alla conoscenza e, nella loro spontaneità, non fanno diffe-
renza se si parla di pene, vulva, mestruazioni, erezione e delle loro funzioni o di quelle di altre parti del corpo o delle analoghe degli animali. Denominare ogni parte del corpo, compresi i genitali, con termini scientifici specifici e non con tanti buffi nomi inventati «farfallina, patatina, fiorellino…», «pisellino, cetriolino, uccellino…» è, perciò, un primo passo verso il superamento di «ogni residuo di tabù» e, per i bambini, l’acquisizione di vivere in armonia con tutto il proprio corpo.
Con esempi “a specchio” tra i mammiferi e il corpo umano vengono affrontati i cambiamenti degli organi maschili e femminili, la cura e le norme igieniche da adottare e tre
Anna Salvia e Cristina Torrón PISELLINO? SI CHIAMA PENE! Trad. di Manuela Paini Collana “I miei primi libri di…” Editoriale Scienza, Firenze-Trieste, 2026 pp. 48, € 16,50 da 4 anni
semplici regole da rispettare sul consenso individuale, in modo da prevenire anche ogni tipo di abuso. Ogni bambino deve sentire la sicurezza e la protezione di un contatto affettivo e relazionale.
Molto importanti sono le illustrazioni, adeguate ai piccoli, chiare, allegre, dai colori intensi e dai contorni nitidi; completano il testo, conferendo alle pagine un’atmosfera di serenità e piacevolezza.
Arricchisce i due albi un’interessante e utile “Guida per famiglia ed educatori”, in cui Salvia, psicologa, specializzata in educazione sessuale, risponde ai dubbi e alle preoccupazioni più frequenti, consigliando anche come sfruttare al meglio la lettura dei testi.
Anna Salvia e Cristina Torrón FARFALLINA? SI CHIAMA VULVA! Trad. di Manuela Paini Collana “I miei primi libri di…” Editoriale Scienza, Firenze-Trieste, 2026 pp. 48, € 16,50 da 4 anni
Storia e attualità non sono lontane da qui
La rondine più schietta? È il legame con gli altri
Ferdinando Albertazzi incontra Francesca Avanzini
“Buona la prima” direbbe un cineasta di Non lontano da qui (Lapis Edizioni, pp. 192, € 12,90), opera prima, appunto, di Francesca Avanzini, progettista digitale per la scuola, sedotta dalla scrittura. È una narrazione che si dipana tra storia e attualità, farcita di intrecci e rimandi allacciati con intrigante abilità, un narrare davvero autentico.
Epicentro Milano, dove si muove o aleggia, a seconda del momento raccontato, la figura emblematica del martire della Resistenza Salvatore Principato, che intercettiamo insieme all’autrice. Trattandosi però di un esordio, una domanda preliminare su perché si scrive e per chi si scrive, che potrebbe già chiamare a correo alcuni protagonisti, ci sta…
L’atto di scrivere è, prima di tutto, un modo di esprimere quello che hai dentro. La giovane Luce scrive poesie solo per attraversare un momento difficile, pieno di domande e disorientamento. Pur essendo quindi un fatto molto privato, anche lei, a un certo punto, si scontra con la questione degli altri: presenterà la sua poesia sugli alberi alla classe? La farà leggere a Mino? Come ho detto prima, scrivendo il mio romanzo ho pensato costantemente a chi mi avrebbe potuto ascoltare. E non è stato uno scrivere in solitudine, il mio, perché vi hanno partecipato in modo fondamentale tutte le figure professionali messe in campo da Lapis Edizioni.
Un assolo dunque sfociato in una realizzazione a più mani?
C’è una coralità del prima che il libro esca e poi, cosa che non finisce di stupirmi con gioia, una coralità del dopo, quando puoi incontrare i tuoi lettori, che ti fanno domande interessanti e stimolanti e vedono cose che tu non avevi immaginato. Vorrei concludere citando le parole con cui un’altra Luce, che sto leggendo in questi giorni, rispondeva molti anni fa alla stessa domanda, cioè perché e per chi si scrive. Nella Conversazione di Io sono un’aliena, Luce d’Eramo nota che «Lo scrivere storie è un solitario stare assieme agli altri.
Veniamo alla vicenda e ai protagonisti: quale, l’innesco che l’ha indotta, o magari “costretta”, a raccontare Non lontano da qui?
Già, “costretta”… In effetti si è trattato di diversi fattori casuali, che mi hanno messo la storia di Salvatore Principato “sotto al naso”. Era un periodo in cui passeggiare per il mio quartiere era diventato un rituale mattutino. Scoprivo il piacere di incontrare le stesse facce alle stesse ore, fermarmi per un caffè, fare piccole deviazioni dai miei soliti passi. Questo mi ha portata a ragionare su che cosa sia il quartiere, per me e su come si possa giorno per giorno intessere le strade che percorriamo di mille fili di
relazioni, piccole chiacchiere, sorrisi e sguardi nuovi sui dettagli della città.
Quindi?
Poi, un giorno, ho letto su un periodico un’intervista al professor Massimo Castoldi, nipote di Salvatore Principato, in cui parlava del suo libro Insegnare libertà (Donzelli, 2018). Il messaggio che più mi aveva colpito era quello di una lotta disarmata, ma non per questo meno pericolosa. Ho letto il libro e solo allora ho capito che Salvatore era un mio vicino di casa, uno del mio quartiere, un nuovo filo da intessere.
Mino e Nonna Celina, una sintonia che neppure la morte spegne. Del resto
Francesca Avanzini
non è forse vero che sempre più spesso sono proprio i nonni, “scavalcando” i genitori, i riferimenti imprescindibili per bambini e adolescenti?
Per me i nonni sono il rifugio, la vacanza, lo strappo alla regola, certo, ma anche la possibilità di immaginare i genitori come bambini o ragazzi, come tuoi pari. Celina è anche portatrice di messaggi importanti, di un modello femminile emancipato e indipendente, socialmente impegnato, ma sempre colorato di ironia. Mi sento comunque di spezzare una lancia in favore dei genitori di oggi, che si devono destreggiare con percorsi professionali molto meno lineari di un tempo e con una consapevolezza sempre maggiore della complessità del proprio ruolo. Mi piace pensare che tra nonni e genitori ci possa essere, insomma, una forte e solidale alleanza intergenerazionale. Una complementarità più che una sostituzione, o addirittura un’opposizione di approcci.
Mino, 13 anni: “Un buon punto da cui partire” per andare lontano o, piuttosto, Non lontano da qui?
Mino è nato perché mi sono resa conto che mi serviva un grillo parlante. La storia di Titti, Marcella e Salvatore era molto importante per me, tuttavia mi serviva una risposta alla domanda: ma per chi legge? Perché dovrebbe importargliene qualcosa? Ed ecco che Mino mi ha presa per mano, chiedendomi spesso: okay, ma a me? Non solo lui, ovviamente, ma anche l’insostituibile pungolo della mia editor Sara Marconi, autrice di grande sensibilità e cultura. E così entrambi mi hanno aiutata a trovare, spero, le chiavi per portarla vicina, una storia apparentemente così lontana.
Salvatore Principato, milanese di Piazza Armerina, «abbattuto dal piombo fascista» il 10 agosto 1944 a Piazzale Loreto, è in varia misura il fulcro dell’indagine storica di Mino. Che testimone passa, ai ragazzi d’oggi, così anestetizzati, indifferenti e, in certi casi aberranti, perfino incapaci di dare peso e valore alla vita umana?
C’è una favola di Esopo che mi torna in mente molto spesso. È quella del
granchiolino rimproverato dalla mamma perché cammina di lato e non dritto. Lui le risponde: «Va bene, ma anche tu cammini così. Io farò tutto come fai tu». Ecco: io penso che una riflessione sincera sui modelli sia molto importante. Non penso a grandi astrazioni, ai monumenti che rimangono spesso troppo freddi e lontani, muti. Penso più al potere di un agire costante e capillare nei piccoli gesti e nelle singole scelte quotidiane, che vale più di mille discorsi. Io credo che, purtroppo, sia il tipo di società che abbiamo costruito, a dare poco peso alla vita umana.
E lei come si pone?
Lo sforzo che mi sento di fare è quello di non fermarmi alla desolante constatazione di questo, ma di andare alla ricerca di una società civile sana, impegnata, disarmata ma in lotta. Con tante contraddizioni e limiti, magari, ma che esiste e lavora. Salvatore e la sua famiglia, per me sono stati una delle risposte a questa ricerca anti-desolazione. Sono entrati a far parte di un mio vicinato ideale, oltre che geografico. Spero che il testimone che può passare a chi oggi ha l’età di Mino sia quello di non stare zitti e fermi quando si vede qualcosa che non è giusto e di tenere sempre accesi il senso critico e la curiosità.
Mino è catturato da una visita al museo, dunque dall’incontro con l’arte. Nel ping-pong tra passato e presente della sua narrazione, l’arte riluce quale tessera di forte spessore, nel puzzle del percorso di formazione degli adolescenti… Effettivamente ho tracciato questi spazi interiori legati all’arte per Mino e per Luce: l’arte figurativa in un caso, la poesia nell’altro. Credo molto nel fatto che un’esposizione non intellettualizzante all’arte sia uno strumento potente di coinvolgimento delle ragazze e dei ragazzi, delle bambine e dei bambini. L’approccio a cui penso è proprio quello di
Mino e Celina al museo, o alle mostre: piazzarsi in mezzo a una sala e aspettare che qualcosa catturi irresistibilmente il tuo sguardo, così come la sonorità di certe parole in letteratura, ti attrae in modo istintivo, come una musica. Senza questa scintilla iniziale non si accende la curiosità, che è maestra di cultura e conoscenza. Quindi sì, l’arte rimane una tessera fondamentale nella formazione, purché ci siano maestri e maestre capaci di trasmetterne la magia.
Luce, la compagna di classe che ogni primavera sfida Nonno Luigi a chi vede la prima rondine, affascinando Mino, benché sotto traccia allaccia comunque con lui una intesa da vasi comunicanti. Quali “prime rondini” potrebbero scardinare la solitudine smartphonica dei nostri adolescenti? L’amicizia, il legame con le altre persone, è la rondine più schietta e salda che posso immaginarmi. E c’è, nelle vite delle ragazze e dei ragazzi. Quello che noi grandi possiamo fare è sostenerla, ancora una volta mostrare con le nostre azioni nei confronti degli altri che è importante nutrirli, questi legami. Negli ultimi mesi della sua vita, una persona a me molto vicina e cara, che ora non c’è più, ripeteva sempre alla sua nipote adolescente: guarda che l’amicizia è la cosa più importante! Tenere teso il filo che ci lega agli altri è, credo, l’antidoto migliore al rischio di perdersi.
Adolescenti e pulsioni erotiche
Leggere per passioni
di Donatella Lombello
Sempre più frequentemente la produzione per giovani adulti è focalizzata su aspetti scottanti che riguardano le esperienze adolescenziali, in particolare riguardanti la sessualità e la pulsione erotica, dichiarandone anche, in alcuni casi, relative distorsioni.
Da un lato si cerca, attraverso la proposta di alcuni romanzi, di intercettare i problemi e i desideri vissuti dall’adolescente (adolescens = colui/colei che sta crescendo), mettendo in evidenza i dubbi che possono manifestarsi nella sua fatica di crescere, non solo in senso fisico, ma specialmente dal punto di vista psicologico, emozionale, affettivo, della volizione e della motivazione, della spiritualità e dell’interiorità. Ricerca d’identità e di autenticità, superamento dei condizionamenti del mondo adulto (e di quello di coetanee e coetanei), elaborazione delle frustrazioni per il senso d’inadeguatezza,
conquista di consapevolezze e di convincimenti sono i temi ricorrenti, talora resi manifesti attraverso vie tortuose, fatte di contrapposizioni, di rottura degli schemi, di ribellioni e resistenze.
È il caso di Vittorio, il protagonista di Rumore1, che, per contrastare i sempre più pressanti diktat materni2, decide di praticare il bed rotting, ossia di “marcire-rotting” a letto, ove svolgerà la propria vita nel periodo di alcuni giorni, nel tempo in cui i genitori sono lontani per un congresso. Adotterà costanza nella faticosa autodisciplina, coerenza nel doloroso spro-
fondare nel disordine, nella sporcizia, nella mancanza d’igiene, nella discesa verso i limiti fisici della sopportabilità (spossatezza, indolenzimento muscolare…). Impegnerà questo tempo di libertà, adottando tutte le strategie per le ovvie necessità di nutrimento-evacuazione, queste ultime descritte con una meticolosità da far invidia alle considerazioni scatologiche di Gargantua e Pantagruele 3, al fine di scoprire sé stesso e le proprie potenzialità, anche di tipo sessuale. Supererà, infatti, la propria incapacità di corrispondere alle sollecitazioni erotiche della ragazza con cui ha una relazione da tempo, – i cui atteggiamenti direttivi, in realtà, risultano assai simili a quelli materni – e non mancherà, in seguito, di coltivare fantasie eccitanti su Nevada, la ragazza intravista alla finestra della grande villa di fronte: «mi asciugo con un fazzoletto, ho le mani impiastricciate di felicità. Funziono. Funziono. Funziono» (p. 70).
Non manca l’umorismo in questa narrazione che, nella parte conclusiva, rende espliciti il disagio e la timidezza del protagonista di fronte a Nevada: una figura anticonformista, ma al tempo stesso comprensiva e partecipe, ammirata per il coraggio dimostrato dal coetaneo nella challenge
Il tutto si colloca in un contesto narrativo nel quale, come si è detto, è insistito il riferimento agli aspetti fisici: sia quelli di natura erotico-sessuale (tette, scopare, sega…), resi attraverso un linguaggio tipicamente giovanile (“cazzo”, “che cazzo”…), sia quelli legati agli effetti visivo-olfattivi, davvero rivoltanti per chi legge.
Scabroso è il tema di Sexy feet4, romanzo in cui il protagonista Lelio, minorenne, decide di svolgere l’attività di creatore di contenuti online legati al feticismo dei piedi5. Egli, infatti, all’insaputa dei genitori, vuole accumulare i soldi per un intervento di chirurgia plastica al proprio mastodontico naso, che chiama Allen, con cui ha un serrato scambio di battute, narrativamente rese con spirito e ironia.
Nello sviluppo della narrazione, sono
esplicite alcune scene di seduzione che Lelio crea con i propri piedi6. A scene caratterizzate da forte valenza erotica7, seguono, tuttavia, testi poetici di notevole profondità, che permettono di cogliere la spiccata sensibilità di Lelio. I versi sono espressione di doloroso e intenso intimismo che il giovane affida, infatti, al proprio adorato taccuino, da qualche giorno purtroppo introvabile: le sue sono riflessioni, paure e reazioni (anche) alle esperienze di scherno e bullismo vissute a scuola (p. 23).
Pieno di fisime legate all’igiene, egli evita ogni contatto con le persone, e coltiva forme di autolesionismo, mordendosi a sangue le mucose della bocca.
Dopo un periodo di successi (e guadagni), che provocano in Lelio una specie di hybris, cui segue l’inconsulta reazione a mostrare online le proprie parti intime, con l’approvazione dei molti fan8, sarà psicologicamente salvifico, per il protagonista, l’incontro con Bea. La receptionist della clinica di chirurgia plastica, infatti, non solo riconsegna a Lelio il famoso taccuino, ma gli spiega l’importanza che quella lettura ha avuto per lei, per le forti emozioni e i sentimenti profondi che ne ha ricavato.
Anche qui il percorso di presa di coscienza e di maturazione di Lelio attraversa passaggi talora moralmente
scivolosi, sessualmente morbosi, fatti di trappole di compiacimento erotico e autoerotico nelle quali egli stesso, talvolta, resta invischiato. L’attraversamento dell’inferno – dell’inverno – del sesso, che il ragazzo stesso sa costruire, sarà tuttavia da lui compiuto con la determinazione di chi sa di avere una posta alta da raggiungere.
La riflessione si concentra qui sulle relazioni effimere, fondate su piaceri rapidamente consumati e privi di radici, relazioni dalle quali, infatti, non scaturiscono legami, né il calore degli affetti e dell’amicizia: stati d’animo che il ragazzo scoprirà, invece, grazie a Bea e ai compagni di squadra nel calcio. Ricerca del piacere sessuale al femminile è il tema di due romanzi9 della casa editrice Faros.
In Queen Kong10 si espone con insistenza e dovizia di particolari la ricerca di piacere autoerotico ed erotico da parte della protagonista liceale («Il piacere lo trovavo da sola, senza difficoltà, mi bastava un minuto per esplodere con la mano […] Venire con un ragazzo era il mio obiettivo», p. 42).
La giovane, che si sente libera di distinguere il bisogno di sesso da quello dell’amore, diverrà, proprio per questa sua condotta sessualmente libera, oggetto di incalzante cyberbullismo da parte di compagne e compagni.
La protagonista, di cui non viene detto il nome, ricorda, nel corso della narrazione, attraverso una serie di flash back, alcune esperienze intime, in particolare con quattro ragazzi, che costituiscono, a tutti gli effetti, altrettanti modelli di partner: specchio di analoghi comportamenti maschili: più e meno egocentricamente sbrigativi ( p. 15), oppure soggetti a condizionamenti, del gruppo o delle proprie nevrosi (p. 30; p. 54), ovvero partecipi e generosamente comunicativi (p. 43).
Nel romanzo le descrizioni, molto intime e particolareggiate, del desiderio e delle componenti del piacere fisico, così dirette, esplorate senza attenuazioni o nascondimenti, intendono, senza imbarazzi, rompere gli schemi della femminilità tradizionale Il titolo dell’opera riecheggia, infatti,
non solo quello del noto film (1933; 1976), ma in modo specifico quello di King Kong théorie11, di Virginie Despentes, come precisano, nella nota finale, le cinque traduttrici e il traduttore dell’Università di Bologna, coordinate dalla loro docente di Lingua e Traduzione francese, Licia Reggiani.
Argomenti forti, di contrapposizione alla mentalità corrente (del mondo adulto? Di quello adolescenziale?). Noi, che ci occupiamo di educazione, come possiamo intendere la proposta di Vignal, nella cui narrazione s’intendono ampliare consapevolezza e prospettive del piacere fisico femmi-
nile? Riconosciamo, infatti, che molti passaggi scabrosi sono particolarmente insistiti, tanto da poter infastidire la sensibilità di chi legge (di noi adulti?); riconosciamo, altresì, la profonda presa di coscienza che può suscitare la rappresentazione dei comportamenti maschili narrati, spesso inadeguati a corrispondere al desiderio femminile, per i limiti psico-emozionali detti sopra, delle cui conseguenze spesso è la partner ad essere colpevolizzata. Quale sponda si può offrire ai nostri e alle nostre adolescenti, se non quella
di uscire dalla clandestinità dei sentimenti, delle sensazioni, dei desideri, delle frustrazioni, se non attraverso lo svelamento ottenuto dal dialogo e dal confronto critico di modi di pensare e di agire?
Sulla stessa ricerca di “crescere anche sessualmente”12 si sviluppa Toccami, narrazione resa da Morgenstern con il carattere di leggerezza e umorismo che le sono propri.
La protagonista Rose, una liceale sedicenne che affronta con determinazione il proprio albinismo, difendendosi dalla luce con ampi cappelli e occhiali scuri, mostra un interesse spiccato alla dimensione del contatto fisico e sessuale, chiedendosi se questo desiderio sia frutto di una sua aberrazione, o sia invece condiviso da coetanee e coetanei.
Interamente sul tema dell’omosessualità, cui pur si accenna spesso in molta produzione per giovani adulti, si sviluppano i due romanzi, recentemente editi: Il ragazzo che amo e Fuggi via con me 13 .
Ambientando la narrazione nella prima guerra mondiale, William Hussey intreccia, alle violenze fisiche e psicologiche delle (inutili) sanguinose battaglie che analiticamente contestualizza, il forte amore tra Stephen, un giovanissimo ufficiale, e Danny, il suo altrettanto giovanissimo attendente. Protezione, cura, attrazione fisica e profondo sentimento amoroso permetteranno ai due soldati di salvarsi, riuscendo a tenere nascosto la loro passione considerata, allora, un’anomalia, uno scandalo e una colpa e che, sotto le armi, sarebbe stata punita davanti alla corte marziale. Il romanzo di Brian Selznick è arricchito da splendide illustrazioni , nello stile di quelle che abbiamo apprezzato, ad esempio, in La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, divenuto film con la regia di Martin Scorsese. La storia d’amore di due ragazzi sedicenni è ambientato a Roma: dell’origine autobiografica della scelta di questo luogo ci parla, in “Robinson” (30 novembre 2025, pp. 34-35), lo stesso autore, che dedica il romanzo al
proprio marito. L’intrecciarsi del sentimento profondo e dell’ attrazione fisica tra i due protagonisti si lega al racconto di altre analoghe storie d’amore (omosessuale) avvenute, in tempi più e meno lontani, in luoghi particolarmente significativi della città eterna, che catturano la curiosità e l’interesse di chi legge.
L’esperienza amorosa dei due adolescenti è narrata mettendo in evidenza la serenità nella consapevolezza della piena corrispondenza dei sentimenti.
Conclusioni
Le reazioni dell’adolescente alle sollecitazioni presenti nei romanzi qui considerati possono essere estremamente varie, influenzate dalle precedenti esperienze di vita e di lettura, tacite o manifeste, del pubblico giovanile, a cui le opere stesse sono rivolte. Si è già fatto cenno a passaggi “d’urto” o di “rottura degli schemi”, talvolta caratterizzati da una forte carica eroticosessuale. Perché, allora, proporre queste letture a un/un’adolescente che, in contesti eterogenei, come quelli che spesso caratterizzano una classe del biennio delle superiori, può includere anche chi è ancora in una fase di ingenuità e di ignoranza?
Credo che i problemi siano sollevati nei romanzi affinché essi possano essere affrontati in discussioni e dibattiti comuni, da parte di studentesse e studenti con i propri e le proprie docenti: se esistono la pornografia, i siti che valorizzano l’attrazione erotica per alcune parti del corpo, le forme di eccitazione a pagamento, è necessario far capire la differenza che passa, al contrario, con una sessualità che certamente parte dalla dimensione fisica (di conoscenza del sé corporeo) per maturare nella costruzione dell’identità personale e nel bisogno di definirsi nelle relazioni con gli altri (e nella relazione amoroso-sessuale)14
Le conclusioni dei romanzi considerati, infatti, portano alla valorizzazione dei legami significativi e costruttivi, orientati alla riflessione critica e alla ricerca di maturità.
FUORITESTO
LA SENSUALITÀ IN VETRINA E LA FRAGILE IDENTITÀ MASCHILE
di Maria Luisa Salvadori
Richiamiamo l’attenzione su due romanzi per lettori forti apparsi nella recente produzione di Adelphi e accolti con grande risonanza della critica: si tratta dell’Era dell’acquario di Fabio Bacà, e del libro dello scrittore danese David Szalay, Nella carne, che ha vinto il Booker Prize 2025. I due libri centrano temi chiave della contemporaneità, questioni che investono la società intera e sensibilmente la realtà dei giovani. Toccano argomenti “mostro” – fagocitatori di coscienze! –, interrogano il profondo e le sue ombre.
Le trame di Bacà si sviluppano attorno al forte condizionamento esercitato dai social media, in alcuni casi segnando intere esistenze. Lo scrittore danese Szalay esplora invece la frantumata dimensione identitaria del maschile, quale risultante degli ultimi decenni di storia
Fabio Bacà
ERA DELL’ACQUARIO
Adelphi, Milano, 2025
pp. 357, € 19,00
dell’occidente. In entrambi i casi, parliamo di opere di alta letteratura, non sempre proponibili a chi deve ancora scoprire il piacere della lettura o comunque predilige libri d’intrattenimento.
Chloe, la protagonista dell’Era dell’acquario, vende sui social la sua immagine di donna splendida e desiderabile, ma nessuno può toccarla. Come un pesce nell’acquario, può essere ammirata ma non raggiunta. Il vetro dello schermo imprigiona attori e spettatori nella solitudine, li confina in una sostanziale incomunicabilità, cancella la possibi-
lità di relazione. La spregiudicatezza della proposta virtuale sembra aiutare Chloe a rimuovere istanze profonde. Ma né i riscontri seduttivi, né i lauti guadagni della lussuria, per così dire “protetta” dalla fluida liquidità dei social, saranno sufficienti a tacitare ricordi e scomode domande che dal passato premono la sua interiorità. Il lettore finisce così nelle volute di un romanzo psicologico, incalzante nei ritmi e raffinato nell’intreccio narrativo, sorprendente e profondo. Non è una lettura semplice, non foss’altro per la molteplicità dei piani toccati, trasgressivi e complessi.
Al contrario, il protagonista del romanzo Nella carne si pone agli antipodi di ogni psicologismo. Dall’area del blocco orientale, Istvàn finisce nel ventre dell’occidente capitalista, sale infine ai vertici della scala sociale, raggiungendo gli ambienti alti londinesi. A muoverlo solo gli incontri e i fatti predisposti dal caso: nessuna velleità, volontà, merito o conquista. Il maschile
ha perso ogni modello di riferimento e procede a tentoni senza riuscire a definirsi. Tutto succede perché la carne reagisce a suo modo. Il sesso è una sorta di pilota automatico che decide la via, orienta il corpo e la persona; è una forza soggiogante che vittimizza l’individuo e ne boicotta l’identità. Istvàn dipana i suoi giorni passando da un paese all’altro: cede alle proposte del caso, incapace di sottrarsi all’essenziale puntiformità dell’istinto. Lo stile narrativo di Szalay non ha paragoni: essenziale, asciutto, sconcertante e senza cedimenti, rende a pieno gli esiti stranianti, l’insuperabile solitudine, lo smarrimento dell’uomo contemporaneo. Il prodigio della scrittura di Szalay è nei silenzi, nei magistrali vuoti del non detto: è lì che il lettore si scopre folgorato dalla spaventosa brutalità di essere senza esserci.
Adelphi, Milano, 2025
pp. 330, € 19,00
David Szalay NELLA CARNE
Riteniamo, pertanto, che le proposte analizzate siano volte a scandalizzare il pubblico adolescenziale nel senso etimologico del termine: non, quindi, per accendere la morbosità, ma per farsi, appunto, skàndalon, inciampo che obbliga a fermare il pensiero, per accendere la condivisione critica e la discussione su paure, incertezze, ignoranze.
tivo, come la ramanzina, la limitazione o la privazione delle attività extrascolastiche […] può anche ridurre la motivazione e allontanare le risorse utili a migliorare, portando a rendimenti ancora inferiori […]», Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta, Milano, Raffaello Cortina, 2023, p. 175.
3 « Ooooooddio. Lacaccalacaccalacacca. Dove diamine faccio la cacca? – chiedo alla mia stanza, nella speranza che mi possa offrire in fretta qualcosa in cui svuotare le budella. Il silenzio di queste quattro mura viene rotto da un ruggito proveniente dalle profondità del mio intestino. L’occhio mi cade sulla sabbietta di Olimpia [la gatta] […] un’enorme marmotta di cacca fa capolino nei miei boxer. Me li tiro giù in un nanosecondo e mi volto di schiena verso la cassetta, facendo uno squat, in equilibrio sul bordo del letto», Giada Magnani, Rumore, op.cit., pp. 66-67. L’intendimento del romanzo qui in esame è diverso rispetto a quello prospettato, ad esempio, da Italo Calvino: «Altro problema. Fare i suoi bisogni. Dapprincipio, qua o là, non ci badava, il mondo è grande, la faceva dove capita [sic]. Poi comprese che non era bello. Allora trovò, sulla riva del torrente Fetenzo, un ontano che sporgeva sul punto più propizio e appartato, con una forcella sulla quale si poteva comodamente star seduti. Così il giovane Piovasco di Rondò viveva civilmente , rispettando il decoro del prossimo e suo proprio», Italo Calvino, Il barone rampante. Romanzo a fumetti, adattamento e disegni di Sara Colaone, Milano, Mondadori, 2023, p. 57.
5 Si ricorderà che, tra i nuovi file di Epstein, citati ne “la Repubblica” del 18 -12-
2025, vi è quello dell’immagine di un piede femminile con una citazione tratta da Lolita https://share.google/ 5Z3djM8 4tN3d097JG.
6 «Prendo del pongo e con le mani lo modello formando una specie di focaccina piatta. Lo getto a terra e ci infilo l’alluce delicatamente. – Se lo facessi a te, riuscirei a farti godere? – […] – Sì continua [dice Nina], hai dei piedi stupendi…! […] Quando parte, poi, fa tutto da sola» (pp. 3536). E poi, però, Lelio continua così: «Dentro mi sento come uno di quei fiori che nessuno annaffia nella stagione calda. Ho i petali dell’anima appassiti» (p. 36).
7 «[…] i miei alluci affondano dentro al materiale morbido e setoso della vagina finta. Pigio con forza ed entro dentro, un po’ di fermezza piace, lo so» (p. 66).
8 «LO FACCIO. Ci penso un secondo, ma non troppo. Abbasso gli slip e mostro il mio pisello in erezione. La chat esplode, il mio pubblico è in visibilio» (p. 69). «Ho dormito come un sasso, dopo due seghe energiche immerso nella fantasia […]» (ibidem).
10 Il romanzo di Vignal è stato vincitore della “Pepite d’Or” 2021 al Salon du Livre pour la Jeunesse di Montreuil.
11 Ovvero il Manifesto del nuovo femminismo, edito da Grasset nel 2006, e tradotto da Fandango nel 2019. Ricordiamo, della stessa autrice, oltre a Caro stronzo (Fandango, 2023), anche Baise-moi (1996), ovvero Scopami, tradotto da Einaudi nel 1999, nella collana “Stile libero”, volta a incontrare gli interessi delle giovani generazioni. È nota la vicenda della bibliotecaria, condannata dal GIP nel 2000 (https://www.aib.it/aib/ cen/ pres0505a.htm), per aver dato in prestito il romanzo, e poi assolta il 17 giugno 2005 con formula piena. Fu, inoltre, disposto il dissequestro del libro, reinserito quindi nella biblioteca comunale Sorbelli di Fanano (MO).
12 Si veda la recensione di Lucia Zaramella in “Pampaedia”, n. 199, luglio-dicembre 2025, p. 274: https: //ojs.pensamultimedia.it/ index.php/ aspei/article/view/8561/7343.
13 William Hussey, Il ragazzo che amo, Milano, Giunti, 2025; Brian Selznick, Fuggi via con me, Milano, Mondadori, 2025.
14 Si veda: Antonio Ferrara, Filippo Mittino, Scappati di mano. Sei racconti per narrare l’adolescenza e i consigli per non perdere la strada, Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 2013.
FUORITESTO
I CAMALEONTI COLORATI DEL MAESTRO LIONNI di Ferdinando Albertazzi
ÿChi dipinge è semplicemente pittore se, pur con abilità coltivata, si limita a raffigurare scene e situazioni. Oppure è artista, se le sue opere palesano una personalità spiccata e le realizzazioni non sono per copia conforme. È invece maestro quando procede come un esploratore, trovando e aprendo strade che, calcando le sue impronte, anche altri batteranno». Così il critico e storico dell’arte David Stephen Pepper, la cui “classificazione” può essere tranquillamente estesa agli illustratori, tra i quali Leo Lionni risalta senza dubbio sul podio dei maestri. Ne è scintillante conferma Un colore tutto mio, che ritorna a cinquant’anni dalla prima pubblicazione. Nel 1975 uscì con Emme Edizioni di Rosellina Archinto, sigla editoriale di forte spessore per le scelte innovative e perfino ardite della responsabile, dettate da una passione autentica e da una visione lungimirante delle valenze e della funzione dell’editoria mirata ai piccoli e ai bambini. Un testimone, il suo modus operandi, raccolto nei decenni successivi da alcune sigle editoriali medio-piccole, divenute a loro volta marchi di riferimento. Un colore tutto mio esce adesso per i tipi di Officina Babùk, editrice specializzata in libri in simboli. A misura, quindi, di chi per età o difficoltà di apprendimento inerenti alla lingua e alla lettura, ha bisogno di un supporto, di uno strumento che ne “prolunghi” capacità e attitudini, per arrivare a godere appieno di incontri in pagina imperdibili come questa chicca di Leo Lionni. Officina Babùk è un progetto di Uovonero e di Babalibri capitanata da
Francesca Archinto, figlia di Rosellina. Perciò anche in questa edizione di Un colore tutto mio c’è lo “zampino di famiglia”, nel segno della continuità di vocazione e di operatività che allacciano Babalibri alla mitica Emme Edizioni.
e ripensa, gli viene in mente che la soluzione sia rimanere seduto su una foglia, però non tiene conto del fatto che le foglie hanno colori diversi a seconda della stagione…
Un giorno incontra un altro camaleonte, più anziano e più saggio. Gli confida il suo cruccio e ne riceve subito una proposta propositiva: «Stiamo insieme, cambieremo colore ogni qualvolta ci sposteremo, ma tu e io saremo sempre uguali». È la «ricetta della felicità» per entrambi, in questa magica storia di prima formazione che esalta l’unicità riconosciuta, accettata e forgiata nella condivisione, nelle affinità esaltate dalla complicità, dall’amicizia e dall’amore.
Ed eccolo, ancora una volta gagliardamente in pagina, il camaleonte alla insonne ricerca di Un colore tutto mio, raccontato a parole centellinate con armoniosa leggerezza e a disegni di fascinosa levigatezza da Leo Lionni. Il camaleonte non si dà pace nel constatare che i pappagalli sono verdi e i pesci rossi, mentre il suo colore cambia a seconda di dove si posa: è giallo sul limone e viola sull’erica, e la cosa non gli va giù per niente. Pensa
È una valenza sempreverde di Lionni, maestro di palpitante attualità anche per il suo ribadire ai bambini che la risoluzione dei conflitti, di qualsivoglia conflitto, sta nel dialogo e non nella guerra. Un monito ostentatamente non fatto proprio dagli esecrabili governanti che vanno scialacquando fortune in armamenti, a scapito di urgenze sociali improcrastinabili, con la cialtronesca motivazione che dobbiamo difenderci. Ma da chi se non da noi stessi, dato che siamo così stupidi da subire passivamente questa vergognoso sfarinamento della nostra dignità di esseri umani?
Leo Lionni UN COLORE TUTTO MIO
Officina Babùk, Crema, 2025 pp. 40, € 13,50 da 4 anni
Nuovo libro di Giorgia Grilli sugli albi non fiction
Se arte, divulgazione e scienza si fondono con bellezza e conoscenza
di Rossana Sisti
La conoscenza e il sapere si acquisiscono meglio se insieme al cervello e alla ragione sono chiamati in causa piacere, meraviglia, immaginazione, suggestione, emozione. L’importanza della bellezza che complica in positivo il mondo e le cose mettendo in discussione definizioni e convenzioni rigide.
Quando nel 2012 Aleksandra Mizielinska e Daniel Mizielinski pubblicano Mappe, il segnale che nel mondo della divulgazione per i bambini qualcosa sta cambiando si avverte con chiarezza. Non c’è solo un formato fuori misura, extra large, ma una sequela di tavole di paesi e continenti illustrate e popolate di dettagli, come un perfetto libro brulicante, con cui la coppia di illustratori e grafici polacchi guida i lettori a rintracciare monumenti, prodotti, personaggi, piante e animali di ciascun luogo, un insieme sparso, curiosamente scelto in libertà e non attinto nel consueto tradizionale catalogo della tipicità.
Con la sua proposta anticonvenzionale che punta tutto sulle immagini, Mappe si lascia alle spalle il classico format di atlante geografico didattico e diventa un volume bello da vedere con un invito a esplorare, scoprire, conoscere parti di mondo e a percorrere un viaggio immaginario e bizzarro attraverso il pianeta. Il successo arriva, improvviso e imprevisto, fatto di vendite al top, edizioni e traduzioni imponenti.
Il caso editoriale di Mappe, come il volume spartiacque che ha rivoluzionato il mercato mondiale della nonfiction,
apre la voluminosa ricerca di Giorgia Grilli L’incanto del mondo. Bellezza e conoscenza negli albi illustrati non fiction (Donzelli Editore, € 35,00), e con uno studio sulle caratteristiche e l’originalità degli albi illustrati di divulgazione per l’infanzia, punto di arrivo di un ampio lavoro iniziato nel 2018 da un gruppo di studiosi del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, cui ha partecipato, nella sua veste di vetrina e punto d’incontro degli editori di tutto il mondo, la stessa Fiera del libro per ragazzi di Bologna. Diventata ben presto partner del progetto, la Fiera ha consentito ai ricercatori di contattare le case editrici e ricevere, per poterli studiare, i volumi più innovativi in catalogo dall’inizio del nuovo millennio. Materiale che ha dato vita a una imponente mostra inaugurata nel 2023 alla Sala Borsa a Bologna.
Le riflessioni di Giorgia Grilli, docente di letteratura per l’infanzia e storia dell’illustrazione presso il Dipartimento di Scienze dell’Eeducazione dell’Università di Bologna e cofondatrice del Centro di ricerche in letteratura per l’infanzia (Crli), delineano i contorni di un fenomeno editoriale nuovo, un trend assodato e
ormai programmatico dell’editoria junior, con una produzione cospicua di “titoli non convenzionali” a livello internazionale. Una vera rivoluzione della divulgazione e non una semplice innovazione formale. Le inconsuete dimensioni dei libri, la loro forma, la riduzione del testo e la ricchezza espressiva delle illustrazioni sottendono l’idea che – spiega Giorgia Grilli – «si può comunicare il sapere relativo al mondo anche in modi avvincenti, capaci di coinvolgere i sensi, regalando al lettore un’esperienza che non è solo cognitiva, ma è anche fisica, corporea, tattile, visiva. E che il sapere si acquisisce meglio se tutto, di noi, non solo il cervello, è chiamato in causa, se quello che si dà mentre si sfoglia un libro che ci insegna il mondo, è piacere, meraviglia, immaginazione, suggestione, emozione, grazie a volumi pensati per essere vissuti come oggetti amati, preziosi, sorprendenti, belli, anziché come strumenti semplicemente utili all’apprendimento». Una considerazione del resto che ha qualcosa in comune con l’Orbis sensualium pictus di Comenio pubblicato nel 1658, il primo sussidiario scolastico, o una piccola enciclopedia che dir si voglia, in cui le immagini avevano una specifica finalità didattica. Aveva capito Comenio che le immagini costituivano un formidabile strumento per lo sviluppo delle conoscenze e delle parole. E che asse-
condando la naturale attrazione dei bambini per le figure si poteva trasformare l’apprendimento in un’esperienza piacevole, attiva, meno pedante e stimolante per la memoria. La svolta dei contemporanei nonfiction picture book, ormai una definizione internazionale, è frutto di un mix complesso in cui l’innovazione della veste grafica, la cura e il design del libro rispetto al testo spesso ridotto ai minimi termini, si uniscono all’originalità nella scelta dei contenuti e nell’approccio narrativo-divulgativo. Sono libri attraenti a prima vista, accurati, raffinati, ingegnosi, giocosi e arguti, persino poetici, che non vogliono insegnare, piuttosto liberare il pensiero, aprendo tante strade per la conoscenza del mondo. Fare domande piuttosto che dare risposte, offrire allo sguardo dettagli e ambientazioni affidando al lettore un ruolo attivo nell’indagare, scoprire e interpretare.
Pensati come veri e propri oggetti editoriali, da gustare con gli occhi, da sfogliare e con cui giocare, gli anticonvenzionali nonfiction picture book stupiscono, meravigliano e si fanno amare per la loro bellezza, giocando spesso su un’estetica che comprende fustelle, alette, pagine che si
estendono e si raddoppiano o si trasformano secondo costruzioni di raffinata ingegneria con cui gli autori invitano i lettori a unirsi al gioco, a pensare insieme. Questa è la rivoluzione copernicana della nonfiction contemporanea rispetto alla tradizionale divulgazione illustrata, alle enciclopedie, ai manuali o ai sussidiari in cui le figure apparivano come cornice decorativa, un ornamento di repertorio al testo cui era affidata la vera funzione istruttiva. Spiega ancora Giorgia Grilli: «C’è il fatto che la bellezza, la forma, l’estetica dei nuovi libri che hanno come scopo la trasmissione della conoscenza non sono lì come elementi decorativi, come qualità accessorie, come frivolezze necessarie a far passare poi comunque, al di là di esse, contenuti seri, veicolati come tali da un testo scritto di tipo esplicativo, descrittivo o nozionistico, come è accaduto classicamente in ambito divulgativo». In questi nuovi albi illustrati, singolari, sofisticati, sontuosi, spettacolari al massimo «la bellezza, la forma, gli aspetti materiali, visivi, compositivi, tattili, perfino cartotecnici dei libri finiscono per essere essi stessi significativi, portatori di significato, sono essi stessi contenuto. Diventano parte integrante della conoscenza che si vuole condividere con l’infanzia». Un sapere e una conoscenza che non vengono propinati come una scatola chiusa di definizioni cui attingere una indiscussa verità, piuttosto come una serie di problemi cui avvicinarsi con lo stile del dubbio. Insomma la novità è che la forma è diventata sostanza. Che il mondo illustrato con arte non è più quello settoriale, oggettivo e indiscutibile, ma diverso e sorprendente ogni volta che qualcuno lo illustra. Perciò anche le classificazioni non sono più quelle convenzionali: non più libri di geografia, astronomia, storia, botanica, matematica ma libri sugli inventari, il movimento, lo spazio, il tempo, i sensi, il visibile e l’invisibile, le metamorfosi che nel decostruire il sapere rigido tradizionale propone nuovi insiemi, collegamenti e nuove intersezioni. E qui si approda alla riflessione più originale e profonda, filosofica, che fa luce sul titolo stesso L’incanto del mondo del
lavoro di Giorgia Grilli. Il rovesciamento delle proporzioni tra codice visivo e codice verbale «incide sul modo con cui i bambini conosceranno il mondo e sull’oggetto stesso della loro conoscenza». Perché dai modi con cui ci vengono presentate o insegnate le cose, come è fatto e quanto è bello il mondo, dipenderà l’attenzione, l’interesse e la passione che proveremo per queste stesse cose. Che ci sia dunque un nesso tra il come di generazione in generazione è transitata la conoscenza del mondo e l’indifferenza, la noncuranza e la mancanza di empatia con cui si è guardato al mondo, è più di un’ipotesi ed ecco perché osservare e studiare la divulgazione per l’infanzia significa incrociare anche un tema educativo e indagare a fondo anche il tema del rispetto e dell’empatia con l’ambiente delle nuove generazioni. La bellezza ci salverà non è una frase a effetto, ma la sfida per raccontare cose importanti del mondo, attraverso l’arte, altri sguardi, altre prospettive che meravigliano e scardinano la realtà a una sola dimensione. «L’arte – ci ricorda Giorgia Grilli – serve a complicare le cose. Nel senso – positivo – di renderle più complesse di come, senza l’arte, verrebbero presentate/intese. L’arte fa deflagrare i significati univoci, mette in discussione le definizioni rigide, mostra i limiti di certe convinzioni e convenzioni. Accade anche quando si intromette nell’ambito della divulgazione».
I due sguardi di Salgari
Il rajah dell’Assam e il principe MbS
di Fernando Rotondo
Giuliano da Empoli in un agile pamphlet di cui è consigliabile la lettura, L’ora dei predatori (Einaudi), descrive gli attuali conquistadores digitali, gli oligarchi della rete, non molto dissimili dai predatori spagnoli di Cortés che con armi da fuoco e cavalli sconosciuti agli indigeni conquistarono l’impero azteco di Montezuma nel 1519. Nel terzo capitolo parla del principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman (MbS è il suo acronimo) come «una persona di un garbo squisito… affabile… sorride tutto il tempo… il suo è un sorriso di una dolcezza disarmante…». Eppure un particolare inquieta.
Nel 1917 il principe allora trentunenne aveva una posizione ancora precaria: designato erede al trono quattro mesi prima, era attorniato da zii e cugini invidiosi, proprietari di risorse illimitate, pezzi interi di Stato, ministeri e forze di polizia. Addirittura si sussurrava che l’abdicazione dell’ex principe ereditario non fosse stata del tutto volontaria, ma arrivata dopo una notte trascorsa in compagnia degli sgherri di MbS. Il quale, ora, invia ai 350 uomini più potenti del regno altrettante lettere personalizzate d’invito (che non si può rifiutare) a palazzo reale. Da qui, separati dalle scorte e privati di telefoni, portafogli e documenti d’identità, vengono portati all’Ritz Carlton, l’hotel più lussuoso di Ryad, e riforniti ciascuno di dodici magliette bianche, dodici paia di boxer bianchi, dodici paia di calzini bianchi, tre jelleba e tre pigiami per un soggiorno di cui non è data sapere la lunghezza. Al termine di una interazione di circa tre mesi
tra gli illustri prigionieri e i mercenari della Blackwater specialisti in waterboarding i 350 per uscire sani e salvi firmano tutto: confessioni di corruzione, rinunce a proprietà, ministeri, poteri et al.
Ciò non esclude che il principe ereditario sia un uomo di un garbo squisito, protagonista di un nuovo Rinascimento arabo (Matteo Renzi dixit). Ma è anche un personaggio che pare uscire dritto dritto dalle pagine di Machiavelli, conclude da Empoli, istituendo un illuminante parallelo tra due principi, Cesare Borgia e MbS. Facciamo un salto indietro, ai tempi dei colonialisti inglesi della Compagnia delle Indie. Emilio Salgari nel terzo capitolo di Alla conquista di un impero narra la storia di Sindhia, il rajah dello stato dell’Assam, fratello del precedente che era odiato da tutta la popolazione e anche dai parenti che temevano per la propria vita perché il principe vedeva congiure dappertutto. Durante una cerimonia religiosa per
placare gli dei a seguito di una terribile carestia, il rajah invitò tutti i parenti a un grandioso banchetto, al termine del quale si affacciò da un terrazzino che dava sul cortile del pranzo e con una carabina cominciò e a uccidere a uno a uno tutti i parenti legittimi pretendenti al trono. Tranne il fratello più giovane Sindhia, che “con dei salti di tigre” in puro stile salgariano aveva scansato tutti i colpi, e la nipotina Surama nascosta dietro il corpo della madre. Poi Sindhia uccise il fratello con una furbata.
Pare azzardato accostare i lontani, sanguinari e fantasiosi principi dell’India agli attuali predatori tecno-politici capaci di unire l’incontrollato potere statuale, le immense risorse naturali possedute e le dovizie della tecnologia. Ma quanto a sangue MbS non la cede. Basti ricordare l’assassinio del giornalista oppositore Jamal Khashoggi fatto letteralmente a pezzi nella sede del consolato saudita a Istanbul da una squadra di agenti partita da Ryad, anche secondo la Cia.
Senza scomodare il grande Segretario fiorentino, il piccolo Capitano di Verona che navigò non oltre le Colonne del Metaponto nei suoi romanzi, guardava al passato e immaginava il futuro.
Crescere insieme e bene
Supertecnologici e smarriti
di Paola Parlato
Il disagio dei giovani che fino a qualche decennio fa era caratterizzato dal conflitto generazionale e dalla difficile costruzione della propria identità adulta, ha assunto oggi contorni diversi, di maggiore complessità. E l’iperconnessione non ha migliorato la relazione tra i pari.
Il disagio giovanile, che si è manifestato ciclicamente anche in tempi meno recenti, ha assunto negli ultimi decenni forme particolari. In passato il malessere dei ragazzi era soprattutto legato al dialogo spesso difficile con la famiglia e con gli adulti in generale, a uno scontro generazionale dovuto a divergenze culturali o, in certe fasi, a cambiamenti sociali e politici che rendevano difficile la comunicazione e la condivisione. Oggi figli e genitori apparentemente si somigliano di più, si vestono e si comportano nel quotidiano in modo simile, frequentano colleghi e amici con cui trascorrono le serate o le vacanze, possiedono smartphone su cui smanettano per ore e soprattutto non confliggono fra loro come avveniva un tempo. Apparentemente le generazioni non sono mai state così vicine nella mentalità e nei comportamenti, ma mai così incapaci di un vero dialogo.
Per quanto riguarda i giovani poi c’è da dire che quelli della cosiddetta generazione iperconnessa, quelli che non sono capaci di staccarsi un momento dal telefonino, quelli che con gesti velocissimi da dattilografi provetti comunicano con i singoli e con i gruppi,
quasi mai usano la loro voce in diretta per i messaggi e per molti la comunicazione diretta in voce è fortemente ansiogena. Si tratta di una manifestazione di insicurezza che si trasforma in un vero e proprio disturbo, soprattutto quando sono in molti a partecipare silenziosamente a una chat, i messaggi si affollano e la comunicazione diventa autistica.
Inoltre la relazione digitale diventa sempre più spesso un facile strumento per manifestare l’aggressività.
Coltellini e smartphone, violenza vecchia e nuova
Da un recente rapporto Espad Italia del CNR risulta che negli ultimi anni è notevolmente aumentata la violenza – fisica, psicologica e digitale – fra i giovani. Anche la violenza femminile risulta in aumento, ma presenta caratteristiche un po’ diverse, soprattutto quella online. Mentre i ragazzi sono più diretti con insulti e minacce, le ragazze preferiscono aggredire ignorando o escludendo platealmente dai gruppi.
Il 30% degli studenti ha ammesso di aver compiuto atti di cyberbullismo, con una prevalenza maggiore tra i ragazzi. Si tratta prevalentemente di insulti in chat di gruppo, con l’invio di messaggi offensivi o l’esplicita esclusione o il blocco di persone da gruppi online.
Secondo una ricerca della Ong Terre des Hommes è emerso poi che i ragazzi si sentono inascoltati dagli adulti e sempre più lontani dal loro mondo, mentre la scuola, dove passano gran parte del loro tempo, è ugualmente percepita come un luogo che non garantisce benessere e sicurezza.
Di fronte ai comportamenti violenti, sempre più diffusi tra giovani e giovanissimi, cresce lo sgomento e il senso di inadeguatezza degli adulti. L’impotenza genera quasi sempre aggressività e così si invocano punizioni esemplari, recrudescenza delle pene e la sicurezza viene declinata come stretta repressiva. Questo approccio è sempre più frequente e sempre più viene calato nel mondo della scuola. Sempre più spesso si parla di ragazzi armati di coltelli. I recenti episodi di violenza verificatesi nelle scuole hanno generato un grande sgomento, che ha dato immediatamente luogo alla richiesta di più attenti controlli, dalla proposta di istallare metal detector negli edifici scolastici a quella di guardie armate a garanzia dell’ordine e della sicurezza. Si tratta di soluzioni difficilmente praticabili oltre che del tutto inefficaci, come dimostra l’esperienza dei paesi in cui queste pratiche sono presenti già da tempo. Ma la cosa più importante è che la militarizzazione, per così dire, delle istituzioni scolastiche deforma completamente la stessa idea di scuola, trasformando l’istituzione in cui si dovrebbe apprendere e crescere serenamente insieme, in un luogo di insicurezza e di solitudine.
La violenza spesso presente tra i ragazzi in forma di derisione dei compagni o di vero e proprio bullismo genera disagio e sofferenza tra i più fragili, fino a portare talvolta all’abbandono scolastico e in casi estremi al suicidio. Il più delle volte gli adulti non si accorgono di nulla o talvolta preferiscono voltare la testa di fronte a situazioni che non sanno gestire. Come se il benessere in classe non fosse uno dei primi obiettivi socio-affettivi che la scuola dovrebbe perseguire.
L’ordine che nasconde il caos
Certo negli ultimi anni il volto della scuola ha subito profondi cambiamenti formali e sostanziali. In molte realtà – anche nella secondaria superiore – sono tornati divise, grembiuli e fiocchi, oltre a nuovi codici più o
meno espliciti di “decoro”, scelte che al di là del pretesto appaiono ben più significative di una semplice ricerca di ordine o di igiene. Contemporaneamente a questa tendenza al rigore formale hanno visto una stretta significativa anche le libertà degli studenti e degli stessi docenti.
Ma la scuola non sembra aver guadagnato credibilità e prestigio da queste forme di irrigidimento, non solo al suo interno ma anche nel rapporto con l’extrascuola.
Fino a qualche tempo fa tra la scuola e le famiglie – indipendentemente dalla loro estrazione sociale – esisteva un esplicito patto di cooperazione, che andava al di là degli strumenti di democrazia istituzionale, oggi purtroppo il rapporto è sempre più burocratico e formale, quando non apertamente conflittuale.
Oggi stiamo vivendo un momento particolare, una crisi e un disorientamento generale forse mai più vissuti così intensamente dalla fine della seconda guerra mondiale. Nel mondo si sta mettendo in discussione la pace, la cooperazione, i principi su cui si era costruita la nostra repubblica e l’Europa tutta.
La guerra diffusa, che aveva coinvolto negli ultimi decenni solo marginalmente il mondo occidentale, si fa
sempre più vicina. E come sempre accade anche la vita quotidiana, i rapporti interpersonali risentono profondamente del clima generale, la morale stessa vacilla, si adegua a nuovi principi. Insieme ai cambiamenti più generali che riguardano la politica e il costume dunque cambiano anche le relazioni interpersonali. Empatia, solidarietà, dialogo vanno in crisi e con essi mutano anche i modelli educativi e di genitorialità.
Molte famiglie sembrano più interessate ai successi scolastici dei figli che alla loro effettiva crescita culturale e morale; in molti casi infatti il dialogo con la scuola si limita agli incontri canonici per le informazioni sul percorso didattico e il rendimento dei ragazzi.
Si fa ma non si dice
Nel nostro paese si è sviluppato di recente il dibattito sul progetto di portare nella scuola un nuovo insegnamento, quello dell’educazione sessuo affettiva, un percorso per educare i ragazzi all’affettività, ai sentimenti, alla sessualità come relazione affettiva fra le persone, rispettosa delle sensibilità e dei sentimenti. Un insegnamento obbligatorio in 20 paesi europei. Ma dal Ministero dell’Istruzione
si è levato il veto, accompagnato poi dalla debole proposta di rendere quell’insegnamento facoltativo, subordinato all’autorizzazione ufficiale della famiglia che entrerà di fatto nella progettazione didattica, un ruolo che compete eminentemente alla scuola. Tutto questo in un paese dove la pornografia dilaga sui social, ci si accoltella per la “proprietà” dell’affetto di una ragazza e si fa fatica a far passare una legge sullo stupro che non sia strutturata in modo umiliante per la donna che lo subisce, che per essere credibile dovrebbe dimostrare di essere stata vittima e non connivente! Le autorità preposte hanno affrontato il tema come se si volesse con insegnamenti precoci turbare l’innocenza dei ragazzi, né ci sono più di fatto le occasioni per affrontare questi e altri temi con le famiglie, che non sempre sono attrezzate a fare con i figli le scelte giuste
Chi forma i formatori
Questo tema ci riporta all’antico problema di chi educa, con chi, con quali strumenti.
C’è stata una felice stagione tra gli anni ’90 e i primi anni del 2000 in cui, grazie anche all’impiego di fondi europei, sono stati organizzati percorsi formativi per genitori e docenti, centrati sulla comunicazione, sull’autostima, sulla relazione interpersonale. Soprattutto nelle scuole del Sud arrivarono psicologi e pedagogisti che offrivano guida e supporto ai docenti e alle famiglie, in particolare nelle aree più deprivate.
Oggi non sono venuti meno solo i finanziamenti o la disponibilità delle famiglie e delle figure professionali, è venuta meno per certi aspetti la cultura del crescere insieme. Il tutto è stato sostituito da una impeccabile burocrazia, che spesso con i limiti normativi impedisce quelle esperienze.
FUORITESTO
SIl lavoro didattico fatto con i ragazzi nel quartiere, i viaggi di istruzione realizzati con pochi soldi e un po’ di abnegazione, nello sforzo di garantire il massimo dell’inclusione: sembra si tratti di una scuola di un altro tempo e un altro mondo, una scuola che con tutte le sue ombre e sicuramente le sue défaillances in certe realtà si sforzava di non lasciare nessuno dietro. In seguito è cambiato il quadro normativo, sono cambiati i percorsi di formazione, la burocrazia è diventata più rigida, la formazione dei genitori è quasi sparita e quella dei docenti si è spostata sempre più verso l’acquisizione di competenze tecniche più che socio-affettive.
Sarà però necessario costruire nuovi percorsi per includere nei curricola la lotta al disagio e all’inadeguatezza. Viceversa non basteranno i metal detector.
RANUCCI RACCONTA AI RAGAZZI
COME NAVIGARE IN SICUREZZA di Maria Milvia Morciano
igfrido Ranucci firma un esperimento narrativo per ragazzi che affronta il digitale non con divieti o slogan, ma attraverso l’esperienza diretta delle conseguenze
C’è un modo diverso di parlare ai ragazzi di rete, social, intelligenza artificiale, privacy. Non spiegare dall’alto ciò che è giusto o sbagliato, ma mettere il lettore al centro, affidargli una scelta e lasciarlo vedere dove conduce. Pubblicato da Salani nella collana
Ape Junior e illustrato da Vittoria CMP, il libro di Sigfrido Ranucci nasce da questa intuizione: quattro storie brevi, ambientate nella quotidianità di scuola, sport, videogiochi e relazioni, che a ogni snodo chiedono di decidere. Andare avanti, tornare indietro, cambiare strada. Come online, ma in un ambiente protetto.
Il meccanismo è quello del libro-gioco, ma il cuore è profondamente educativo. Le situazioni sono riconoscibili, i dilemmi concreti: usare o no l’IA per un compito, condividere un video umiliante, accettare condizioni che non si comprendono, diffondere una notizia non verificata. Non esiste una morale precostituita, ma una
catena di effetti: ogni scelta produce conseguenze, spesso inattese, che obbligano a fermarsi e riflettere. Il lettore può sbagliare, tornare indietro, riprovare. Ed è proprio in questo spazio di prova che si costruisce la consapevolezza.
Ranucci porta nel libro uno sguardo maturato nel giornalismo di ricerca e di indagine, lo stesso che da anni caratterizza “Report”:
attenzione ai meccanismi, diffidenza verso le scorciatoie, centralità delle responsabilità individuali. Qui quello sguardo cambia registro, si fa narrativo e accessibile, ma non rinuncia alla complessità. Il digitale non è demonizzato, né idealizzato: è mostrato come uno spazio potente e ambiguo, che richiede strumenti per essere attraversato. Il libro è scritto insieme al figlio Giordano, e questo dettaglio dà significato all’intero progetto. Navigare senza paura è anche il racconto di un dialogo tra generazioni, un terreno comune su cui ragazzi, genitori e insegnanti possono incontrarsi. Non per imporre regole, ma per offrire strumenti di lettura.
Perché crescere online, oggi, significa soprattutto imparare a scegliere. E a rispondere delle proprie scelte.
Sigfrido Ranucci
NAVIGARE SENZA PAURA
Ape Junior, Milano, 2026
pp. 180, € 14,90 da 8 anni
Degli albi senza colore
In bianco & nero
di Elisabetta Vanzetta
Nell’immaginario comune, i libri per i bambini sono pieni di illustrazioni colorate che devono attirare e trattenere l’attenzione e divertire. Un’idea piuttosto semplicistica di quella che, invece, è la ricca e variegata tipologia di immagini che caratterizzano la produzione editoriale rivolta ai giovani lettori.
All’interno di questa produzione molti libri con le immagini in bianco e nero si ritagliano da qualche tempo e a pieno diritto il loro posto. In realtà i libri per bambini e ragazzi in bianco e nero sono sempre esistiti. Dato, però, che non c’è spazio in questa sede per fare un excursus storico sull’evoluzione dell’illustrazione nella letteratura per l’infanzia, senza pretesa di esaustività, focalizziamo l’attenzione su alcune tipologie di libri, cercando di mettere in evidenza quelli che sono i loro punti di qualità.
Per molto tempo l’editoria per l’infanzia ha evitato di utilizzare il nero sia per le illustrazioni interne sia per le copertine, anche se ci sono stati negli anni eccellenti eccezioni in Italia come all’estero.
Prima di tutto è da sfatare il pregiudizio sulla minore valenza delle illustrazioni in bianco e nero rispetto a quelle a colori. Anzi. Apparentemente poco attraenti, esse sono in realtà piacevoli, superano lo stereotipo del colore e sono portatrici di eleganza. Dispongono, inoltre di un innegabile potenziale comunicativo e interpretativo per i giovani lettori di ogni età. Anche per i piccolissimi. In Vivere la lettura. Come legge il cervello del bambino da zero a sei
anni1 Luigi Paladin, psicologo, bibliotecario, esperto di letteratura per l’infanzia, scrive che le ricerche nel campo delle neuroscienze e della percezione mettono in luce i processi cognitivi attraverso cui il bambino interpreta immagini e testi. La neurobiologia conferma che il neonato, alla nascita, possiede una capacità visiva immatura: la visione è sfocata e limitata. Il primo stadio dell’elaborazione visiva si realizza mediante il riconoscimento di linee e bordi; il cervello, inoltre, è particolarmente sensibile alle variazioni di intensità luminosa e al contrasto. Di conseguenza, le prime immagini che il bambino riesce a fruire sono quelle in bianco e nero o caratterizzate da forti contrasti di luminosità, con contorni netti, regolari e lineari. In questo quadro si inseriscono come proposta perfetta quei libri, spesso cartonati o a leporello, in bianco e nero che riportano grandi sagome di figure quotidiane, semplici, essenziali e con linee ben definite. In essi il continuo gioco di contrasti, alternando pagine con sfondo nero e figura bianca, e viceversa, invitano il piccolo lettore ad un’esplorazione visiva che si fa esperienza, arricchita anche, talvolta, da qualche dettaglio di colore. Come
esempio possiamo citare i libri di Tana Hoban, o quelli delle collane “Baby Montessori” Edizioni White Star e “Bianco & Nero” Edizioni Lapis. Interessanti in questo insieme sono anche il libro-gioco Cercasi colori2 edito da Panini e i volumi di Francois Delebecque3 proposti da L’Ippocampo. Il primo, completamente in bianco e nero, offre buchi e fustellature che invitano a ricercare nell’ambiente circostante il colore rappresentato e descritto con una sagoma, gli altri sono dei libri con le alette che sotto la finestrella con la silouette in bianco e nero dell’animale o della pianta, offrono la fotografia degli stessi instaurando un piacevole e interessante gioco di rimandi tra reale e raffigurazione. Passando agli albi illustrati, la scelta si fa veramente ampia e l’analisi complessa. Riguardo all’uso di bianco e nero per le illustrazioni, le considerazioni si sviluppano a diversi livelli tra cui la ricerca grafico-artistica, la necessità di questa scelta cromatica funzionale alla narrazione, l’impatto emotivo. Un affascinante esempio di originale e interessante ricerca grafico-artistica in bianco e nero è Andata e ritorno4, un libro che racconta di un viaggio dalla campagna alla città e viceversa. Come si legge sul sito dell’editore, il libro «è un gioco di prestigio costruito da simmetrie, allineamenti, prospettive, e altri effetti visivi geometrici che tra-
sformano il tratto in bianco e nero in un universo variopinto da esplorare. Una gioia per gli occhi per i bambini ricchi di immaginazione e per i grandi amanti di grafica e design»5. Un altro spunto sul lavoro di ricerca artistica nell’ambito dell’uso di bianco e nero viene dal prezioso Hansel e Gretel 6 illustrato da Lorenzo Mattotti. Come scrive Paola Vassalli, «Mattotti si arma, sul filo dell’astrazione, di un bianco e nero senza sfumature, un nero cupo e profondo come la storia che racconta. Così l’artista ritrova le proprie paure di bambino, come già nell’amato e odiato Pinocchio. Ma i bambini, si sa, amano aver paura, amano le storie paurose, amano il mistero».7 Anche Il più piccolo di sette 8, riproponendo senza parole la storia di Pollicino, evoca con le immagini in bianco e nero le forti emozioni che la fiaba suscita. Il passaggio quindi alle considerazioni sull’impatto emotivo che il bianco e nero ha sui lettori, viene naturale. Il concetto di fondo è l’associazione del colore nero al buio e, di conseguenza, quasi sempre, alla desolazione, alla tristezza e alla paura9. Fanno paura il bosco e il lupo nero nel silent book Lupo nero10 di Antoine Guillopé e sembrano cupe e inquietanti le pagine di La casa nella notte11 di Susan Marie Swanson e Beth Krommes, in cui si racconta con una tecnica in rima molto particolare, di un viaggio dal fuori la casa al suo cuore, dalla veglia al sonno e poi di ritorno al chiarore del mattino e al fuori della casa, una ciclicità in cui luce e ombra sono necessarie a definire la realtà. In entrambi questi libri le illustrazioni sono scure, ma sempre si presentano anche il bianco o un dettaglio in un altro colore chiaro a stemperare l’emozione e riequilibrare la narrazione. Questo tipo di libri assolve a una delle funzioni implicite primarie della letteratura che è quella di essere palestra di emozioni anche forti, di farle vivere al lettore che le cerca, anche attraverso le illustrazioni in bianco e nero e il gioco di contrasto che sta loro alla base. Con una cosa nera, però, si può anche stringere amicizia, specialmente se ha gli occhi grandi e compare all’improvviso sul muro e solo tu, bambina curiosa, la puoi vedere. È questa la storia
dell’albo illustrato La cosa nera12, un racconto in prima persona dei pensieri di una bimba che vive una tanto strana quanto meravigliosa avventura mentre aspetta il suo papà. Non è un libro inquietante, anzi. La cosa nera non fa paura, ma è accogliente e rassicurante, invita a fidarsi di lei e a seguirla in un mondo immaginario. Un libro leggero nei tratti delle illustrazioni in bianco e nero e che lascia spazio a libere interpretazioni di cosa possa rappresentare questa cosa nera. Storie in bianco e nero sono anche quelle raccontate da María José Ferrada e Issa Watanabe in La scuola dei topi13. La scuola degli animali è molto simile a quella dei bambini: dal lunedì al venerdì le lezioni iniziano alle nove del mattino e finiscono alle dodici, con una pausa per giocare e fare merenda. A differenza della scuola dei bambini, però, c’è una materia speciale chiamata “Il futuro” che richiede di essere studiata con mente calma e occhi chiusi. Ed è questa la lezione che fa la differenza. La spinta dell’inaspettato in questo libro in bianco e nero è fondamentale per la sua forza, e il tratto lineare nero delle figure sulla pagina bianca è tutt’altro che noioso. Ci sono poi degli albi illustrati che non possono prescindere dalla scelta del bianco e nero per le illustrazioni, soprattutto per l’argomento di cui raccontano. Sono quegli albi illustrati seri e profondi, adatti anche per gli adolescenti e gli adulti e che parlano, per esempio, di dipendenza dalla tecnologia come Altroquando o di disastri ecologici come Undicesimo comandamento, due silent book editi da Kite, o della Shoah come Il bambino del tram 14 di Isabella Labate. Libri in cui le immagini nei toni del grigio e del nero dialogano con il bianco trasportando la narrazione quasi fuori dal tempo e rendendola grave, a volte opprimente, ma, allo stesso tempo portatrice di significato e, quindi, forte, interessante e funzionale alla riflessione. Indubbiamente le illustrazioni in bianco e nero richiedono un accompagnamento, un’educazione all’immagine che ne sappia mettere in risalto le potenzialità. A primo impatto il nero può inibire e il bianco risultare banale,
la loro attenta combinazione, però, ha una potente forza di evocazione e suggestione. Come in Orso non è mai solo15. Si tratta di un albo poetico con una storia apparentemente facile e lineare, quella di orso, appunto, che desidera un po’ di solitudine e tranquillità, ma non riesce a trovarla. In esso, però, colpisce la resa delle illustrazioni. Il protagonista e gli altri animali sembrano essere macchie di nero che bucano il fondo bianco della pagina. L’impatto estetico di questo contrasto amplifica il contenuto e gli regala profondità. La lettura e l’osservazione attenta delle immagini porta, infatti, ad un altro livello di interpretazione che allarga la narrazione a considerazioni sull’importanza di riuscire a stare da soli e di imparare a difendere i propri spazi.
Note
1 Paladin, Luigi, Vivere la lettura. Come legge il cervello del bambino da zero a sei anni. Campi Bisenzio (FI), Idest, 2021.
2Shopsin, Tamara e Fulford, Jason, Cercasi colori. Modena, Panini, 2018.
3 Delebecque, Francois, Gli animali della fattoria. Milano, L’Ippocampo, 2022; Delebecque, Francois, Gli animali selvaggi. Milano, L’Ippocampo, 2022 e Delebecque, Francois, Il piccolo mondo del giardino: fiori, frutti e animaletti. Milano, L’Ippocampo, 2024.
4 Jonas Ann, Andata e ritorno. Roma, Cliquot, 2022.
11 Swanson, Susan Marie, Krommes, Beth, La casa nella notte. Il Leone Verde, 2025.
12 Kiyo Tanaka, La cosa nera. Topipittori, 2023.
13 Ferrada, María José, Watanabe, Issa, La scuola dei topi. Milano Topipittori, 2025.
14 Labate, Isabella, Il bambino del tram. Roma, Orecchio Acerbo, 2022.
15 Veerkamp, Mark, Vestegen, Jeska (ill.) Orso non è mai solo. Trieste, Bohem, 2023.
Il movimento come linguaggio, la città come spazio da reinventare
Il parkour come forma di libertà e conoscenza di sé
di Martina Polimeni
Dal pensiero e dall’eredità di Federico “Gato” Mazzoleni nasce un libro che restituisce al parkour la sua dimensione più profonda: non acrobazia o spettacolo, ma disciplina, ascolto, educazione al corpo e alla vita. Un invito ai ragazzi – e agli adulti – a scoprire un modo diverso di muoversi nel mondo.
Le città sono piene di linee invisibili: corridoi tra i palazzi, vuoti tra le scale, dislivelli che invitano a un salto. Per chi le attraversa ogni giorno, spesso tutto questo resta nascosto: si cammina seguendo percorsi obbligati, si vive dentro traiettorie già fissate. Anche il corpo si abitua a fare sempre gli stessi gesti – sedersi, salire, scendere, restare fermi – come se il movimento fosse solo una funzione, non un linguaggio. Esiste però una disciplina che aiuta a rompere questo schema, a guardare gli spazi – e sé stessi – da un punto di vista nuovo. È il parkour: un modo di esplorare la libertà attraverso il corpo, di scoprire che ogni barriera può essere superata, aggirata o reinterpretata. Praticandolo, si impara che le cose non sono dati fissi, ma materiali vivi, malleabili, che possono cambiare forma a seconda dello sguardo e dei movimenti di chi le attraversa. È un modo per imparare a tracciare linee nuove, non solo nello spazio, ma nella propria percezione del mondo. Tracciare, appunto: un verbo all’infinito, senza soggetto. Contiene la parola tracce. Chiunque ne può lasciare, chiunque può seguire quelle che altri hanno lasciato. Que-
sto verbo è anche il titolo del libro che raccoglie il pensiero e l’eredità di Federico “Gato” Mazzoleni, pioniere del parkour in Italia e tra i più appassionati interpreti di questa disciplina come esperienza di crescita e consapevolezza. Sei donne – praticanti, insegnanti, amiche – hanno deciso di seguire le sue tracce e di farne un racconto collettivo. Hanno raccolto i suoi scritti, le sue parole, le riflessioni maturate in anni di insegnamento e le hanno intrecciate nel volume Tracciare. Visione, pratica e disciplina del parkour (Versante Sud, 2024). Il risultato è un libro che restituisce la profondità di un pensiero capace di unire rigore e libertà, corpo e mente, gioco e disciplina. Nato a Bergamo nel 1984, Federico Mazzoleni si forma come biologo evoluzionista e scopre il parkour nel 2004, quando in Italia è ancora poco conosciuto. Nel 2010 ottiene a Londra la certificazione ADAPT 1 di Parkour Generations, che lo qualifica come assistente insegnante; due anni dopo raggiunge il livello ADAPT 2, che lo abilita a insegnare. Nello stesso periodo fonda ParkourWave, un’associazione che propone corsi aperti a tutte le età, con
un’attenzione speciale ai bambini, alle bambine e agli adolescenti. Muore nel 2019, a soli trentaquattro anni, lasciando una comunità viva e un pensiero ancora fertile. «Questo libro nasce principalmente dalle tracce lasciate da Federico nel blog Squalo Ragno Elefante Gatto, tuttora online, dove ha scritto dal 2005 al 2016 dialogando con la comunità dei e delle praticanti. Da questi scritti emerge un messaggio di valore, una proposta pedagogica capace di coinvolgere chi, come lui, è alla ricerca di un modo giocoso, poco conformista e un po’ avventuroso – ma proprio per questo motivante – di usare il proprio corpo, conoscersi ed esprimersi crescendo» ci spiega Gabriella Baiguini, tra le autrici del testo.
Il parkour (ADD, Art Du Déplacement), si legge nel libro, è una disciplina giovane nata nelle banlieue parigine che, dagli anni ’90, si è diffusa in tutto il mondo. Federico ne resta affascinato e vi trova la sintesi perfetta del suo bisogno, un po’ ribelle, di espandersi attraverso il movimento, unendo libertà e etica: esplorare l’ambiente in piena autonomia, attraversarlo con l’unico ausilio del proprio corpo – correre, saltare, superare ostacoli, arrampicarsi, mettersi alla prova per superare i propri limiti fisici e mentali. Ma, come ribadisce nei suoi scritti, il parkour non si affronta con leggerezza. Non è improvvisazione: richiede prepara-
zione, consapevolezza e rispetto. Si parte dal riconoscimento dei propri limiti per scegliere con gradualità le sfide da affrontare. E qualcuno deve insegnarlo. Così, il parkour diventa un processo formativo che coinvolge corpo e mente, e che si estende al modo di affrontare gli ostacoli della vita, di interagire con l’ambiente e con gli altri in modo responsabile. A questo aspetto educativo si lega la testimonianza di Serena Mignani, coautrice, regista e madre di un giovane traceur. Il suo sguardo nasce da un’esperienza diretta, familiare, prima ancora che professionale: «Come madre ho avuto in sorte un figlio ipercinetico, e questo ci ha costretti a fare i conti con la scuola e con i luoghi dell’educazione tradizionale. Un giorno, per caso, ci imbattemmo in un breve servizio sul parkour in televisione, e capii subito che ciò che vedevo sullo schermo era quello che per anni avevo visto vivere in mio figlio. All’epoca, una ricerca sul web ci restituì una quantità di video spettacolari, estremi, spesso pericolosi e in molti casi costruiti ad arte. Quell’immaginario, fatto di salti dai tetti e gesti azzardati, ha contribuito a diffondere l’idea del parkour come follia temeraria, disconoscendo completamente la filosofia che lo anima e che lo rende una vera disciplina. Il danno maggiore lo subiscono gli adolescenti curiosi, spinti all’emulazione incosciente. Su questi temi ho spesso discusso con Federico, ragionando sull’importanza di costruire una scuola dei maestri. I principi fondanti del parkour – no competition e freedom – mi hanno rassicurata come madre, perché mostrano un ambiente sano, dove i ragazzi possono formarsi senza la spinta alla competizione estrema, imparando a superare gli ostacoli in modo creativo e personale». Da questa esperienza nasce anche Être et durer, documentario realizzato da Serena Mignani, che segue un gruppo di giovani praticanti nel loro percorso di crescita, mostrando il parkour come esperienza di formazione progressiva, fatta di attesa, ripetizione, attenzione
e responsabilità. Lontano dall’estetica del gesto spettacolare, il documentario restituisce il tempo lungo dell’apprendimento e il valore educativo della disciplina, mettendo in luce il ruolo degli adulti e degli insegnanti nel costruire contesti sicuri, consapevoli e non competitivi. Serena aggiunge un elemento prezioso, anche scientifico: «Interrogando il professor Bainbridge, docente di biologia dell’età evolutiva all’Università di Cambridge, ho scoperto che il “rischio” in adolescenza è una sfida necessaria allo sviluppo sinaptico di un cervello in crescita. Misurarsi con sé stessi, con gli altri e con l’ambiente è un passaggio evolutivo utile e naturale. Ma nel parkour, il rischio è sempre accompagnato da consapevolezza: supera i tuoi limiti senza farti male, trasforma l’ostacolo in occasione creativa, cambia punto di vista, cerca soluzioni alternative».
È all’interno di questa stessa prospettiva che si colloca il libro, che mostra come il parkour, oggi riconosciuto dalla UISP (Unione Italiana Sport per Tutti), sia uno degli sport con il più alto potenziale formativo. È una disciplina non competitiva che sviluppa capacità fisiche e mentali insieme: forza, equilibrio, ma anche concentrazione, fiducia, altruismo, pensiero laterale. Ogni gesto è un esercizio di presenza, ogni salto una prova di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri.
Tracciare si muove tra racconto, riflessione e pratica. Accanto ai testi di Mazzoleni, le curatrici (Gabriella Baiguini, Elisabetta Aloisi, Serena Mignani, Margherita Tassi, Valentina Guzzardo, Maria Montefusco) hanno raccolto voci, interviste, mappe, disegni, fotografie e video che ampliano il suo pensiero e ne prolungano il messaggio. Il libro alterna teoria e testimonianza, filosofia e quotidianità, mostrando come il parkour possa essere una forma di educazione contemporanea, in cui il corpo diventa strumento di conoscenza e costruzione di sé. Come scrive Valentina Guzzardo: «Tracciare è un libro attuale
perché parla del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, di come reinterpretare gli spazi, di come progettare col movimento nuovi luoghi di libertà. È attuale perché include le voci dei traceurs che dialogano idealmente con Federico, e perché i principi su cui si fonda restano validi: senza principi, senza la loro forza generatrice, non si costruisce nulla, né un edificio né una bella tracciata». E forse è proprio questo il cuore del messaggio di Federico Mazzoleni: che il parkour, più che una tecnica, è una forma di educazione. Un modo per insegnare ai ragazzi a conoscersi, a fidarsi del proprio corpo, a misurare le forze, a cadere e rialzarsi, a osservare il mondo con occhi mobili. Perché – come scriveva lui – «I valori vanno prima di tutto capiti, poi sentiti e poi veicolati».
Il parkour, nella sua essenza più profonda, è molto più di una disciplina fisica: è un linguaggio che insegna ai ragazzi a stare nel mondo. Li educa al movimento, ma anche alla concentrazione, alla misura, alla capacità di scegliere. Li abitua a riconoscere un ostacolo non come un muro, ma come una possibilità. Insegna che la libertà non è assenza di regole, ma consapevolezza dei propri limiti e fiducia nella propria forza. In un tempo in cui tutto corre e l’esperienza corporea sembra ridursi agli schermi, il parkour restituisce concretezza al movimento e significato allo spazio. È un modo per tornare a percepire la città, per sentirla non come una gabbia di cemento, ma come un terreno da interpretare e reinventare. Per molti giovani diventa un allenamento alla vita: insegna a cadere e rialzarsi, a guardare oltre il punto d’impatto, a scoprire che il corpo non è un vincolo ma un alleato.Vale la pena avvicinarsi a questa disciplina, informarsi, osservare da vicino chi la pratica. Perché dietro un salto o una rincorsa non c’è l’azzardo, ma un lavoro di ascolto, di fiducia e di crescita. In fondo, il messaggio di Federico Mazzoleni è proprio questo: ogni tracciato è un modo per conoscersi, per dare forma alla propria libertà.
Compleanno della prestigiosa collana
30 anni di… Mulino a Vento!
di Patrizia Ceccarelli
Dalle edizioni Raffaello, già note per i libri di testo e le guide didattiche, nacque trent'anni fa la collana "Il Mulino a Vento". L'idea di fondo era di valorizzare la narrativa come supporto allo studio delle discipline. Oggi la collana conta centinaia di titoli distribuiti con successo anche nelle librerie. Il grande valore degli autori impegnati nella costruzione della cultura della convivenza civile.
Correva l’anno 1996 e …
Per la prima volta un computer sconfiggeva il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov; ad Atlanta Muhammad Alì, tremante per il Parkinson, accendeva il simbolico braciere per celebrare il centenario dei Giochi Olimpici; invenzioni rivoluzionarie come internet e telefono cellulare facevano ingresso nella vita di noi umani,
intanto però … qualcosa di importante accadeva anche all’interno della Casa Editrice Raffaello, azienda marchigiana specializzata in pubblicazioni scolastiche.
Trenta anni fa infatti la Raffaello era già un’eccellenza nella pubblicazione di guide didattiche e libri di testo per la scuola dell’infanzia e per la scuola primaria.
Da questi promettenti inizi nacque, come naturale evoluzione degli orizzonti culturali e commerciali dell’azienda, la storica collana “Il Mulino a vento” con l’idea di favorire l’apprendimento anche attraverso libri di narrativa pensati per fornire uno strumento
prezioso al lavoro degli insegnanti. Era stata la visione lungimirante di persone come Luigino Quaresima, che già avevano contribuito a rendere il marchio Raffaello uno dei più apprezzati nel mondo della scuola, a intuire il valore delle storie come supporto trasversale allo studio delle discipline.
L’idea, proseguita più avanti nel tempo da Paola Valente editor e scrittrice, realizzata sotto l’attenta guida di Emanuele Ramini, responsabile della narrativa Raffaello, dette vita a un progetto capace di anticipare gli obiettivi delle attuali Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo di Istruzione: «Lo scopo dell’insegnamento della letteratura è fare in modo che gli studenti prendano gusto alla lettura, e che da ciò che leggono ricavino gli strumenti per capire meglio sé stessi e il mondo».
Espressione che conferma ciò che, a proposito di narrazione, sosteneva anche lo psicopedagogista Jerome Bruner quando scriveva che «attraverso le storie, il bambino non impara solo fatti, ma assorbe i valori, i miti e i simboli della cultura di appartenenza». Su questi presupposti, di natura più specificamente pedagogica, è stata strutturata la
collana “Il Mulino a Vento” che, per seguire il graduale sviluppo dei bambini nella competenza di lettura, è stata suddivisa nelle iconiche tre serie: Gialla per lettori a partire dai 6 anni, Rossa dai 7 e Blu dai 9.
Nel tempo poi la produzione de Il Mulino a Vento si è notevolmente arricchita fino a comprendere centinaia di titoli che si rivolgono oggi anche al pubblico delle librerie. I testi propongono una grande varietà di generi letterari, dai classici italiani e stranieri ai romanzi di formazione che affrontano le più significative tematiche della crescita, dell’ambiente, dell’analisi della società in cui viviamo. Per rendere possibile questo aumento delle uscite sono nate altre collane che affiancano le uscite de Il Mulino a Vento ed estendono il target di riferimento fino all’adolescenza. Anche in questo caso il focus delle pubblicazioni rimane l’attenzione ai principi di giustizia, al rispetto dell’identità di genere, allo sviluppo di una coscienza civica e di una società inclusiva, anche attraverso testi che usano font ad alta leggibilità e di CAA.
L’evoluzione negli anni non ha riguardato solo la quantità dei testi pubblicati ma anche la loro selezione in base a criteri specifici quali la scelta di autori e illustratori prestigiosi, la cura dell’aspetto grafico, la sostituzione delle schede di
comprensione del testo con attività stimolanti pubblicate on line e accessibili attraverso QR code.
Resta da dire però che la realizzazione di tutto ciò è stata possibile solo grazie all’“anima” vibrante della casa editrice fatta di persone competenti e appassionate unita a una dinamica visione imprenditoriale. Ma il vero asso nella manica, il motore pulsante della casa editrice sta nel valore dei suoi autori: in questo lungo cammino, tutti loro, che vorremmo citare uno ad uno, non sono stati semplici collaboratori, ma parte integrante della grande squadra Raffaello.
Tutti loro sono il «Mulino 30»! Vogliamo comunque che questo anniversario resti soprattutto una festa dedicata a coloro per i quali lavoriamo ogni giorno e cioè i nostri lettori, piccoli e grandi. Saranno loro i protagonisti delle tante gioiose iniziative che stiamo preparando, tra cui un concorso che stimolerà creatività e voglia di divertimento. Insomma l’avventura iniziata 30 anni fa prosegue e si intensifica: dalle pagine di carta alle nuove frontiere del digitale, l’obiettivo finale resta sempre lo stesso: far sì che il libro accenda una “scintilla” di amore per la conoscenza, unica via per costruire una cultura del rispetto, della legalità e della pace.
L'Editore in primo piano/Il Barbagianni
Il numero basso di novità? È il nostro punto di forza
Giuseppe Assandri a colloquio con Valeria Buzi, direttrice editoriale
Il Barbagianni è una casa editrice che propone libri e giochi da condividere tra adulti, bambine e bambini. “Scopri, impara, crea” è il motto che ben sintetizza l’intento di offrire ai lettori occasioni per emozionarsi, divertirsi e scoprire qualcosa di nuovo.
Il Barbagianni è una casa editrice che propone libri e giochi da condividere tra adulti, bambine e bambini, con il motto “Scopri, impara, crea”. Nel catalogo sono presenti albi illustrati e divulgativi, prime letture e libri di narrativa (tutti scritti con font ad alta leggibilità EasyReading).
Nel 2025 l’editore ha ottenuto il premio “La storia più importante”, assegnato da tredici gruppi di lettura in tutta Italia. È stato anche un anno di crescente sviluppo del dialogo e dell’incontro con i lettori di tutte le età e con il mondo della scuola e i protagonisti della filiera del libro. Ogni terza domenica del mese c’è il simpatico breve confronto online “Un caffè col Barbagianni”, mentre «Con voi a scuola» è un gruppo online con gli insegnanti della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado.
Buongiorno Valeria, ci racconta la nascita e i primi passi della casa editrice?
Il Barbagianni è nato nel 2012 a Roma come casa editrice indipendente e per così dire a conduzione familiare. È stato mio marito Jacopo Saraceni ad aprirla, insieme a mia sorella Marta (Buzi) , con una pubblicazione che è stato il nostro prodotto di punta e anche il nostro best (e long) seller. Si
tratta de L’Inventafavole, un gioco da tavolo, costituito da un mazzo di carte illustrate ad acquerello, ideato da Claudio Pallottini con le magnifiche illustrazioni di Mauro De Luca. Nato come gioco per bambini dai due anni e mezzo in su , ha avuto un consenso che non avevamo previsto. Tanto è vero che viene usato a casa, a scuola ma anche dai logopedisti, nelle terapie familiari e nelle aziende.
E poi?
Nei primi anni pubblicavamo solo un titolo all’anno, con un ritmo molto lento, troppo lento per essere seriamente presenti nel mercato editoriale. Nel 2019 c’è stata la svolta: Io ho lasciato il mio lavoro in una grande azienda in cui mi occupavo di comunicazione e ho deciso di dedicarmi a tempo pieno al Barbagianni. La mia scelta di dedicare tutte le mie energie a questo progetto ha dato nuovo slancio alla casa editrice. Jacopo e Marta mi hanno aiutato molto in questa ripartenza e io, per un po’ di tempo, ho “studiato”, mi sono formata e documentata. All’inizio ho ascoltato molto i librai per capire quale poteva essere la nostra strada, la nostra identità. Capire come funziona il mercato editoriale è importantissimo per progettare e poi pubblicare.
Perché il nome, originale e curioso, “Il Barbagianni”?
Mio marito Jacopo ha fatti studi di scienze naturali e di fronte alla grande sfida di aprire una casa editrice ha pensato a questo rapace notturno che, a differenza degli altri, è di colore quasi bianco. Uno svantaggio in partenza, per cui bisogna essere in gamba per farcela. E poi il barbagianni è un animale che incuriosisce e ispira simpatia.
In un mercato editoriale così affollato, è difficile farsi notare, no?
Non è per niente facile. Ma il numero basso di novità diventa un nostro punto di forza. Solo così riusciamo a fare scelte convincenti al 100% e ci permettiamo il lusso di pubblicare solo titoli che noi consideriamo straordinari. Bellissimi, non “abbastanza belli”.
Valeria sorride e aggiunge “Pochi ma ottimi”, potrebbe essere il
Valeria e Marta Buzi con Jacopo Saraceni.
nostro motto, senza essere presuntuosi. Nella scelta dei libri da pubblicare partiamo da una folgorazione. Deve scattare qualcosa che ci fa sentire che è proprio quel libro che vogliamo pubblicare, il libro che fa per noi.
E come lo scegliete?
Cerchiamo storie scritte bene, storie belle per il pubblico senza meccanismi didascalici. Se una storia piace a noi adulti, se la troviamo originale, immaginiamo che possa piacere a un bambino o ragazzo di oggi. L’importante è tenere sempre alta l’asticella. Non andiamo in cerca di libri per il nome dell’autore o perché parlano di un certo argomento. Leggiamo moltissimo, scandagliamo le novità pubblicate in diversi paesi ma anche i libri pubblicati da tempo, non tradotti in Italia o che sono stati magari pubblicati senza essere notati.
E gli autori italiani?
Pubblichiamo anche autori italiani, certo. Penso ai libri di Daniela Pareschi, a cominciare da Animali bellissimi o a un albo davvero originale, come La traccia di Tassi (entrambi IBBY Choice 2024), che ci ha convinto subito e che siamo riusciti ad acquisire battendo sul tempo editori più robusti e titolati.
Come fate per far conoscere e promuovere i vostri libri?
Inviandoli a persone che potranno apprezzarli e parlarne, giornalisti, blogger, conduttori di gruppi di lettura. Alcuni titoli li affidiamo alle cure de La Chicca (l’agenzia di Francesca Tamberlani), altri li promuoviamo noi. Ora siamo
più conosciuti anche dai librai, che si fidano di noi. E poi la rete delle biblioteche e la partecipazione a fiere. E infine ci sono i rapporti da costruire con le scuole: ci stiamo lavorando e il lavoro sta dando i suoi frutti.
Quali sono finora i titoli di maggior successo?
Oltre all’Inventafavole, la serie americana (con ben 12 titoli) Il Grande Nate di Marjorie Weinman Sharmat e Marc Simont che ha venduto 15 milioni di copie, avvicinando alla lettura generazioni di bambini. È una divertente prima lettura, che ha per protagonista un piccolo detective in erba, con una grande passione per il pancake, abile nel raccogliere indizi e a risolvere i casi più difficili. E poi i libri dell’autrice americana Beverly Cleary, misconosciuta in Italia, Caro Mr. Henshaw e la serie di Ramona in cui abbiamo creduto molto, di cui sono usciti otto titoli negli Usa. Stiamo per pubblicare il sesto. Nel sesto libro in uscita a marzo la maestra di Ramona invita a dedicare un’intera giornata unicamente a leggere (“Getta tutto e leggi”), lasciando perdere tutto il resto.
Un’idea che sarebbe bello attuare… Esattamente, come si fa in America il 12 aprile (il compleanno di Beverly Cleary). Ci piacerebbe diventasse un’idea contagiosa.
Una vostra caratteristica sembra essere la presenza di titoli del passato. Come mai?
Un po’ lo è diventata, quando abbiamo scoperto nel nostro lavoro di “scavo”
che ci sono in altri paesi dei libri stupefacenti ma che in Italia non sono mai arrivati o hanno fatto una comparsa rapida e sono passati inosservati. Il caso di Ramona è emblematico, ma non è il solo.
Il vostro libro più bello?
I Tillermann (2024), il più bel romanzo per ragazzi che io abbia mai letto. Un romanzo young adult, di oltre 400 pagine a cui abbiamo molto lavorato. Era uscito nei Delfini Bompiani negli anni ’80 ma senza lasciare traccia. È una magnifica storia on the road, che racconta di quattro fratelli rimasti soli dopo che la mamma li ha lasciati nel parcheggio di un centro commerciale e che viaggiano affrontando pericoli e avventure. Un libro che emoziona e commuove, adottato da gruppi di lettura di ragazzi e anche di adulti.
Ma davvero libri come questi piacciono ai lettori di oggi?
Sì, è sorprendente ma è così. I lettori sono curiosi nello scoprire cose del passato, che non conoscono, come la cabine telefoniche, un mondo senza internet e cellulari. Le relazioni tra i personaggi, le dinamiche della crescita e lo spessore e l’autenticità dei personaggi la rendono contemporanea e attuale.
Ci può dare qualche anticipazione sulle nuove pubblicazioni?
Tra le novità in uscita nel 2026 ne cito due. Un nuovo albo illustrato della grande autrice svedese Pija Lindenbaum che sarà nostra ospite alla BCBF26. Il titolo provvisorio è Siv dorme fuori, e racconta la prima notte fuori casa della protagonista che fa un pigiama party a casa della sua migliore amica che ha una famiglia stranissima. E poi Amelia Bedelia, di Peggy Parish, primo libro di una spassosissima serie di prima lettura illustrata degli anni sessanta, che ha come protagonista una domestica che fraintende ripetutamente le varie richieste dei suoi datori di lavoro, prendendo sempre alla lettera ciò che le viene detto, con risultati comici.
Grazie Valeria Buzi, siamo curiosi di seguire i prossimi voli del Barbagianni.
Tra naturale e artificiale, digitale e spirituale
Per un’etica delle tecnologie emergenti
Ferdinando Albertazzi incontra don Giuseppe Pani
Teologo, saggista e docente, don Giuseppe Pani è direttore dell’Ufficio per la pastorale scolastica e delegato per la pastorale universitaria, la cultura e l’evangelizzazione digitale. Dalla postazione di Fordongianus, nell’oristanese, ha puntato la sua lente di esploratore accorto e di analizzatore coltivato sull’etica delle tecnologie emergenti, l’IA e l’educazione mediatica.
La sua efficacia nel promuovere con limpida immediatezza l’uso critico e responsabile delle nuove tecnologie, come testimoniano i diversi saggi firmati a partire da Violenza e Sacro del 2009, ne hanno ormai fatto un riferimento, peraltro di innescante disponibilità. In Sacro Caos, don Giuseppe Pani propone un quanto mai documentato «viaggio tra app, influencer e spiritualità digitale», recita il sottotitolo, che i ragazzi e non solo dovrebbero tenere a portata di mano. E consultare nel segno della lentezza e del silenzio rigeneranti, per arrivare a “indossare” argomentazioni che li riguardano in toto e che passano loro il testimone di riflessioni urgenti e in varia misura vitalizzanti. Prima che il gallo canti, prima che sia tardi.
Partiamo dal titolo, Sacro caos, intrigante e in qualche misura provocatorio: che cosa illuminano i suoi fari?
Nel mondo digitale, spiritualità, tecnologia e business si intrecciano fino quasi a confondersi. Il linguaggio del marketing,
del resto, usa termini come “convertire” per indicare la trasformazione di un utente in cliente, e “fidelizzare” per mantenerlo tale. Sono così nati nuovi culti digitali, influencer – anche preti cattolici – che si presentano come “guru”, e ha preso forma un tecnomisticismo pericoloso, favorito da app “spirituali” discutibili.
Anche l’occulto, rielaborato in chiave tecnologica, si diffonde sempre di più: riti, tarocchi e preghiere per ottenere miracoli invadono piattaforme e social, riducendo la ricerca spirituale a magificazione e superstizione. A questo si aggiunge il dataismo – il culto dei dati e dei suoi “sacerdoti”, umani o macchine – ciò che Yuval Noah Harari definisce la nuova religione contemporanea.
Oggi, poi, il follower spirituale tende meno al sincretismo e più all’integralismo e al devozionismo, guidato da algoritmi polarizzanti. Si trova a suo agio dentro echo chamber (camere dell’eco) e filter bubble (bolle di filtraggio), spazi chiusi dove il confronto scompare e l’odio finisce per prevalere. Tutto questo si può riassumere in due parole: sacro e caos.
Per non fermarsi alla superficie, lei punta sulle potenzialità analitiche e “scardinanti” del pensiero incompleto. Come lo applica, in Sacro caos?
Mi sono confrontato con studiosi di ambiti diversi – sociologi, psicologi, tecnologi, neuroscienziati, filosofi – da cui ho tratto spunto, mantenendo una prospettiva autonoma. Uno scambio che mi ha permesso di capire più a fondo cosa la tecnologia può offrire per il bene comune e quali pericoli comporta per il pensiero umano. Purtroppo esiste ancora una teologia che continua a parlarsi addosso, affascinata dal proprio lessico e dal suo passato glorioso, incapace di alzare lo sguardo verso le trasformazioni della vita reale. Non amo i teologi e i cristiani nostalgici: sono come vecchi modem; mentre il presente effettua il download di nuove esperienze, loro restano in attesa di connessione con altre aree del sapere. Il dialogo con docenti ed esperti anche lontani dal Cattolicesimo mi aiuta da sempre ad affinare le mie riflessioni e a “purificare” la mia fede da incrostazioni e pregiudizi.
Cito: «Un’onda del mare e la formula matematica che ne descrive il movimento non sono realtà opposte». Come funziona, in Sacro caos?
L’immagine vuole superare il falso conflitto tra cultura umanistica e cultura tecnico-scientifica. L’onda emoziona e suscita meraviglia; la formula traduce queste
emozioni in conoscenza. Per un teologo, studiare l’intelligenza artificiale (IA) significa riconoscere che siamo parte di un processo in evoluzione: non stiamo creando un uomo nuovo, ma qualcosa di nuovo nell’uomo. Serve una spiritualità razionale, capace di unire fede e ragione, di contrastare il riduzionismo scientifico – che emargina la dimensione spirituale – e di restituire all’essere umano una visione più integrale della propria esistenza. Purtroppo, però, mentre si parla di un nuovo umanesimo digitale, una parte della Chiesa sembra rifugiarsi nel tradizionalismo e persino nel tecnomisticismo. Uno spiritualismo così aberrante fa quasi rimpiangere, a chi ha qualche anno in più, i tempi in cui il Mago Gabriel e il Divino Otelma inscenavano i loro riti in diretta TV. Nel saggio, invito atei e agnostici a guardare questo fenomeno con attenzione e preoccupazione, se non vogliono che oggi prevalga il Red Ronnie pensiero e simili. Come ha scritto Marshall McLuhan: «Il misticismo non è altro che la scienza del domani sognata oggi».
La tecnologia, ad ampio spettro cifra portante del mondo attuale, può essere persino un jolly che allaccia l’uomo a Dio?
Se il Creato è un processo in continuo divenire, anche l’innovazione tecnologica ne prende parte. Non si tratta di “sacralizzare” le macchine, ma di riconoscere che l’ingegno umano, quando nasce da una ricerca autentica di senso, contribuisce all’opera divina. Percepire Dio nella natura attraverso la scienza e la tecnologia rappresenta il culmine di una lunga ricerca, coltivata con pazienza e dedizione. Non è solo studio scientifico: è una consapevolezza che la mente conquista soltanto attraverso una riflessione profonda, meditativa e spirituale.
C’è, tuttavia, un grosso ma. Senza contare le truffe, i media e i social hanno sdoganato una piaga sociale: il santonismo, praticato da patetici personaggi pubblici che sbandierano rosari e crocifissi con ignobile fervore. Come salvarsi da questi squallidi influencer?
Oggi, l’altro è considerato un semplice utente da manipolare. Molti seguono le tecniche del marketing digitale: scrittori, giornalisti, opinionisti, parlamentari e per-
sino religiosi. Che si tratti del politico che ostenta rosari o del prete che sponsorizza integratori, l’obiettivo è lo stesso: orientare attraverso strategie di marketing e dark nudging – piccole spinte invisibili che condizionano le scelte. Non c’è niente di autentico: solo un uso strumentale del divino.
Dietro potere, business e narcisismo, l’altro smette di essere una persona e diventa un oggetto da accendere o spegnere. Funziona il rosario? Lo usi. Funziona la blasfemia del peggior trapper? Stesso meccanismo. Sono trigger point, cioè attivatori di attenzione. Sta a noi sviluppare uno spirito critico: siamo persone, prima che consumatori.
L’IA sta irrompendo, e non più alla chetichella, nella nostra quotidianità: per quali sue valenze e potenzialità, si accende la luce rossa dell’allarme salvifico?
Il problema nasce quando l’IA inizia a simulare le relazioni umane. Con chatbot come Replika è possibile, a pagamento, creare un amico o un partner “su misura”. Ma l’amicizia e l’amore si possono comprare? ChatGPT viene sempre più usata da minorenni come surrogato di un percorso psicologico, con il rischio scambiare l’approccio artificiale per una vera terapia. Oggi i bambini interagiscono con robot antropomorfi, ma senza adulti che li accompagnino questi strumenti rischiano di diventare surrogati di affetti autentici. Sono artefatti privi di coscienza: simulano una relazione, non la creano. Anche uno smartphone può dare a un bambino l’illusione di una compagnia, ma non sostituirà mai lo sguardo, la voce o la carezza di un genitore. Dietro questo “soluzionismo tecnologico”, come lo definisce Evgeny Morozov, si nasconde una triste verità: mancano adulti capaci di prendersi cura delle nuove generazioni.
L’IA rischia dunque di cronicizzare la nostra fragilità e persino la nostra capacità di riuscire a “guardare le stelle mentre siamo nel rigagnolo”, per dirla con Oscar Wilde?
Abbiamo abbandonato la trascendenza verticale, sostituendola con una orizzontale: non ci sono più elevazioni dell’anima né profondità, solo dati e informazioni. Rischiamo così di non formare mai la no-
stra intelligenza spirituale. Paradossalmente, alcune aziende sembrano comprendere meglio della stessa Chiesa Cattolica il bisogno umano di interiorità, attribuendo ai loro prodotti nomi evocativi: nel mio libro cito infusi chiamati Balsamo per l’anima, Armonia interiore, Silenzio d’inverno o Notti in Tibet. Il mercato trasforma la sete di spiritualità in consumo. Una certa comunicazione ecclesiale, invece, fa il contrario: usa il linguaggio del marketing persino per parlare dei santi, definendoli “influencer di Dio”. Lo trovo imbarazzante.
La parola, straabusata in qualsivoglia contesto, sta così perdendo identità e peso specifico. Eppure «Le parole sono cose» sosteneva Michel Foucault e devono mantenere peso e rilevanza se davvero, come lei sostiene, «ogni parola scelta è un atto politico». Come evitarne l’eclissi?
Siamo sommersi da discorsi vuoti: quando il linguaggio perde sostanza, l’autodistruzione dell’umanità si avvicina. Il problema non è far parlare le persone, ma restituire loro interstizi di solitudine. Ritrovare il senso del silenzio diventa così il primo passo per ridare peso alla parola. Essa, prima ancora di essere linguaggio, è presenza: come lo sguardo silenzioso tra due innamorati o il disegno di un bambino. Per abitare questa consapevolezza, dobbiamo recuperare un ritmo più umano: per un computer la velocità è un pregio, per l’uomo un limite, perché comprendere richiede lentezza e tempo. Ed è qui che la lettura torna fondamentale: leggere significa coltivare silenziosamente la propria capacità di immedesimarsi nell’altro. Come osserva Martha Nussbaum, la letteratura insegna a provare empatia verso chi è imperfetto – e tutti lo siamo – invitandoci a condividere fragilità, paure e speranze. In questo modo, le parole ritrovano valore, diventando spazi di incontro e strumenti di libertà.
Uno dei temi cruciali, e peraltro scarsamente percepiti, nel nostro viandanteggiare tra le parole, è la percezione spesso vaporosa del fatto che tanto l’informazione quanto la formazione sono sì democratiche, ma solo in apparenza…
La società ci propone mille opzioni, ma in
realtà offre modelli preconfezionati, facilmente assimilabili. Il piacere è diventato uno strumento di controllo: la gratificazione istantanea, come osservava Herbert Marcuse, ha sostituito la repressione esplicita, rendendoci docili e meno critici. Il potere contemporaneo non impone: seduce. Ci fa credere di agire liberamente, mentre gesti innocui – un like, un clic, uno scroll – ci rendono complici di logiche di dominio invisibili.
I social hanno disgregato le vecchie gerarchie del sapere: oggi il giudizio non è più dell’esperto, ma dell’infosfera. In questo contesto di iperconnessione emergono “figure carismatiche”, percepite come autentiche anche se non hanno reali competenze. Politici, religiosi e influencer cercano riconoscimento continuo attraverso un linguaggio semplice, ripetitivo, orientato alla performance più che al contenuto. E noi ci stiamo abituando, partecipando – come i concorrenti della serie TV Squid Game – a un gioco che non controlliamo e di cui non abbiamo deciso le regole.
L’aldilà non è mai stato così “aldiqua” come adesso: quale, il ruolo dei media in questi presunti “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, per chiamare idealmente in causa il film di Spielberg?
Dalla fotografia al cinema, dalla televisione al web, i media hanno progressivamente aperto una finestra sull’aldilà, lasciando entrare fantasmi e presenze inquietanti nelle nostre case. Oggi i nuovi “spiriti” non indossano più lenzuola, ma si manifestano come dati, codici e algoritmi. Esistono chatbot che consentono di “ricreare” i propri defunti e “dialogare” con loro.
La fascinazione per l’inconoscibile accompagna da sempre l’evoluzione tecnologica: dall’elettricità a Internet, ogni innovazione è stata avvolta da un’aura di mistero, generando al contempo timori e speranze. Arthur C. Clarke ha scritto che «qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia». Nelle stesse visioni transumaniste riaffiora una dimensione mistico-religiosa: il mind uploading, cioè il trasferimento della mente in un’infrastruttura tecnologica, promette una nuova forma d’immortalità, e ha ispirato la serie TV Upload.
Nello tsunami di app che si insinuano nella nostra quotidianità, condizionandola fortemente, non mancano quelle inerenti la spiritualità: da segnare con la matita rossa?
Esistono chatbot come Text with Jesus, che simulano un “dialogo” con Gesù, gli apostoli, altre figure bibliche e, a pagamento, persino con Satana. Perché un extra per il Male? Perché l’orrido si reiventa continuamente nel digitale, e perché – come spiegano gli esperti di marketing – gli algoritmi premiano ciò che è eccessivo, perturbante e mostruoso. Papa Leone XIV ha raccontato di aver ricevuto proposte per creare un “papa artificiale”, capace di concedere udienze virtuali. La risposta è stata netta: «Non lo autorizzerò. Se c’è qualcuno che non dovrebbe essere rappresentato da un avatar, è proprio il Papa». I cosiddetti chatbot spirituali seducono soprattutto le persone più vulnerabili, che finiscono per confidare a una macchina esperienze intime e dolorose. Il rischio è di sviluppare forme di dipendenza e di svuotare il senso autentico della ricerca spirituale, delegando a un oracolo artificiale ciò che appartiene alla coscienza e al cammino interiore di ciascuno.
Che ceneri lascia, la resa incondizionata alla digitalità dilagante?
La conseguenza è di coltivare sempre meno i rapporti interpersonali, passando –
per dirla con Martin Buber – dall’Io-Tu all’Io-Esso: da un incontro autentico a una relazione utilitaristica, con l’altro che cessa di essere interlocutore e diventa un mezzo. Delegare poi tutto all’IA significa rinunciare anche a una parte della propria autonomia cognitiva. Pensare, poi, di superare le proprie incompetenze solo attraverso sistemi artificiali, invece che con lo studio e il confronto umano, conduce a un lento impigrimento mentale.
Più che lasciarci sedurre dalla novità di queste entità, dovremmo chiederci che tipo di relazione stiamo instaurando con esse e fino a che punto siamo disposti a cedere terreno, nell’esercizio del nostro giudizio. Usare l’IA con consapevolezza, invece, significa riconoscerne potenzialità e limiti: un esercizio che, se praticato con attenzione, può stimolare la capacità di analisi. Personalmente, trovo utile interagire con un chatbot solo dopo, però, aver elaborato un ragionamento autonomo con la mia intelligenza naturale. È una sorta di “duello” intellettuale: stimola la mente, previene l’impigrimento cognitivo e mi ricorda quanto il pensiero umano resti insostituibile. Pensare, infatti, non significa solo calcolare o elaborare, ma anche contemplare, meravigliarsi, dubitare, sbagliare e lasciarsi sorprendere. Ogni riflessione autentica nasce dal proprio vissuto, perché –come ormai sappiamo – il cervello emozionale partecipa al ragionamento tanto quanto quello razionale.
Voci nei giardini
Lettori, autori e storie al Redentore
di Maria Milvia Morciano
Un nuovo premio dedicato ai giovani lettori nasce alla Giudecca: il Venice Gardens Foundation Natura. Premio Letterario Giovani Lettori, pensato per valorizzare libri che avvicinano bambini e ragazzi alla natura. La prima edizione si è svolta all’Orto Giardino del Redentore con autori, editori e un comitato scolastico.
All’Orto giardino del Convento del santissimo Redentore, alla Giudecca, le parole arrivano attraverso molte strade: dai restauri appena completati, dal passo tranquillo dei giardinieri, dalle serre riportate alla luce dopo anni di silenzio. Qui, dove la Venice Gardens Foundation ha ricomposto un luogo intero –giardino, officine, cappella di meditazione e serra – dopo l’esperienza del Campiello natura - Premio Venice Gardens Foundation, dedicato alla narrativa italiana, la Fondazione ha scelto di rivolgersi ai lettori più giovani: così, nel marzo 2025, nasce il Venice Gardens Foundation Natura. Premio Letterario Giovani Lettori, pensato per accompagnare le nuove generazioni verso libri capaci di riattivare un rapporto vivo con la natura. Un premio che non ha l’urgenza della cronaca, ma il passo lento della carta stampata.
Un premio come un sentiero
Adele Re Rebaudengo, presidente della Fondazione, ha ricordato che il premio è nato nel dialogo: con editori italiani e stranieri (purché tradotti in
italiano), con le scuole, con chi vive il mondo del libro per l’infanzia. Come ha sottolineato, il premio è il frutto della dedizione della Fondazione e dei suoi sostenitori, nella convinzione che un incontro precoce con questi testi possa «affinare e ingentilire la facoltà di ascoltare e rispondere all’appello alla nostra coscienza levato dalla natura, di darle voce e diffonderne il suo messaggio di speranza e bellezza». La Bologna Children’s Book Fair è stata una tappa fondamentale, crocevia dove l’editoria internazionale mostra la propria geografia del possibile. Nel suo intervento, la presidente ha concluso con una serie di ringraziamenti che avevano più il tono dell’autentica amicizia che quello della formula di rito. I sostenitori del premio compongono un panorama armonico tra arte, ambiente e innovazione: Marie-Rose Kahane con la Pentagram Stiftung, Oasi Zegna con la sua visione di paesaggio sostenibile, la Fondazione di Venezia con il suo impegno culturale, Pulsee Luce e Gas con l’attenzione alle energie rinnovabili e Agorà pba, guidata da Francesca Masiero, con i suoi progetti dedicati a inclusione e creatività. Infine, tra i ringraziamenti di
Adele Re Rebaudengo figurava anche “Gardenia”, la rivista dedicata alla natura, ai giardini e alla cultura del paesaggio, rappresentata da Emanuela Rosa Clot e Valentina Romano, da anni vicine alle attività della Fondazione e parte di un dialogo che unisce competenze botaniche, sensibilità editoriali e attenzione al territorio.
Bambini delle scuole
Accanto alla giuria ha lavorato un comitato scolastico formato da due classi delle scuole “A. Duca d’Aosta” di Venezia e “E. Loi” di Valdilana-Pettinengo. Bambini che hanno letto, discusso, scelto. Durante la cerimonia hanno portato un breve messaggio scritto insieme: poche righe limpide che si sono chiuse in un coro spontaneo – “Viva la natura!” – attraversando il giardino come un piccolo vento allegro. Nessuna posa, nessuna cornice: solo la voce autentica dei lettori per cui questo premio è nato.
Autori italiani: desideri, città, boschi
Davide Calì, premiato con L’uomo con il cappotto verde (Lapis Edizioni), ha raccontato il suo modo di scrivere come un attraversamento continuo: «Scrivo per bambini come scriverei per adulti; spesso i bambini capiscono di più». Il semina-alberi del suo libro nasce da una domanda ostinata – perché non piantiamo più alberi? – e da un gesto minimo: un uomo che semina in città, tra le pietre delle strade, con la naturalezza di chi compie un atto quotidiano. Al suo fianco, l’illustratrice Irene Penazzi ha parlato del tempo necessario per disegnare: camminare, osservare, lasciare che le stagioni cambino i colori. «Le immagini hanno bisogno di respirare», ha detto. Il ritmo delle sue tavole segue quello della crescita, senza accelerarlo. Chiara Grasso, etologa e autrice de Il tasso e la bambina (Aboca Edizioni), ha riportato il racconto nel bosco. Il suo libro nasce da un incontro reale –un tasso che attraversa un sentiero da-
vanti a lei e alla piccola figlia – e dalla consapevolezza che un ecosistema può perdere equilibrio quando gli esseri umani intervengono troppo. «Non esiste conservazione senza educazione», ha osservato. È una frase semplice, logica, che racchiude una visione: insegnare ai bambini che amare la natura significa non addomesticarla.
Voci internazionali: foreste, silenzi e meraviglia
Christina C. Harrington, autrice di Wildoak. Il leopardo nella foresta (Il Castoro), ha riportato la memoria agli anni Sessanta, quando a Londra era possibile acquistare un cucciolo di leopardo nei grandi magazzini Harrods. Il suo romanzo nasce da uno di quegli animali – un leopardo delle nevi abbandonato – e da Maggie, una ragazzina con forte balbuzie che riesce a parlare con gli animali più facilmente che con gli umani. «I bambini nascono con uno stupore innato», ha detto. «Scrivere è tornare alla bambina che ero, e sperare di far nascere meraviglia in chi legge».
Lo spagnolo Raúl Nieto Guridi, premiato per Ö (Kite Edizioni), ha portato la forza silenziosa del silent book: un libro senza parole, fatto solo di immagini e pause tra fogli bianchi. «Un libro muto è un libro che ascolta», ha detto. Ö invita a costruire il senso guardando, senza spiegare e soprattutto, senza giudicare.
La francese Marie Dorléans, vincitrice con Piante ribelli (Gallucci), ha raccontato la gioia di disegnare giardini che sfuggono alla regola. Le sue piante
scavalcano bordure, piegano cancelli, aprono varchi: «La natura non resta mai dove la metti», ha sorriso. Bimba Landmann, autrice di Noi Kodama (Camelozampa), trasporta nel suo libro gli spiriti degli alberi della tradizione giapponese trasformandoli in una voce del bosco: essenziale, limpida, capace di seguire le stagioni e i loro mutamenti. Nel suo racconto, i miti si intrecciano ai cicli vegetali e all’interiorità umana, come se custodire la foresta significasse, in qualche modo, custodire anche sé stessi. L’idea dei Kodama deriva dal film La principessa Mononoke di Hayao Miyazaki: un incontro che, come dice, l’ha «fatta innamorare all’istante». Col tempo approfondisce lo studio degli alberi e delle foreste, immagina un libro dedicato alla loro vita silenziosa, ma non trova ancora un modo per farli parlare. Finché, quasi naturalmente, Kodama e alberi diventano un’unica voce narrativa: una voce che non spiega, ma accompagna.
L’editore Carlo Gallucci – premiato due volte, per Piante ribelli e per Il Re e il Mare – ha parlato del libro come oggetto vivo: «Leggere su vetro è utile, certo. Ma la carta la tieni in mano». Ha raccontato l’uso di carte certificate FSC, la riduzione della plastica, l’attenzione al trasporto dei volumi, il tentativo di compensare l’anidride carbonica piantando alberi. E soprattutto ha ricordato il ruolo dei più piccoli: «I bambini vanno al dunque. Capiscono se ciò che dici ha senso».
Serena Bellina (Aboca) ha riportato la sostenibilità nel quotidiano: sui terrazzi, nei piccoli gesti che ciascuno può fare ogni giorno. Licia Grani (Pulsee Luce e Gas) ha raccontato la transizione energetica attraverso esempi domestici – un caffè impossibile da preparare durante un blackout – trasformando un gesto minimo in una riflessione concreta sul futuro. Anna Zegna ha descritto il lavoro a Oasi Zegna: boschi ripiantati con specie diverse per resistere al cambiamento climatico, lenti processi di cura che assomigliano a un dialogo millenario con la montagna.
Una mattina in molte lingue
Italiano, inglese, francese, spagnolo: la cerimonia ha avuto il ritmo lieve di un giardino dove voci e lingue diverse convivono come piante di specie lontane, capaci di fiorire nello stesso terreno. Il Redentore, appena restaurato, ha tenuto insieme tutto: il vetro delle serre, il legno delle pergole, il fruscio delle pagine.
Premi e un segno di vetro
A ogni vincitore è stato consegnato un premio in denaro e un fermacarte in vetro realizzato a Murano da Judi Harvest con il maestro vetraio Marco Giuman, ispirato alle acque calme della laguna. Un oggetto dai riflessi blu dove ci si perde dentro e trasporta nei più bei sogni subacquei.
Un giardino, molte storie
Il Venice Gardens Foundation Natura. Premio Letterario Giovani Lettori è parte del lavoro più ampio della Fondazione: restauri, ricerca botanica, formazione, progetti culturali. Nel silenzio dell’Orto Giardino – tra Officine, agrumi e Cappella di meditazione – le parole si sono posate come foglie leggere, seguendo il ritmo delle stagioni e il respiro lento della carta. E non si tratta di un evento isolato, ma un tratto di paesaggio scritto.
Un’adolescenza
contro la guerra
Le battaglie di Donatella Ziliotto
di Franca De Sio
Attraverso Un chilo di piume, un chilo di piombo, Donatella Ziliotto consegna ai giovani lettori una lezione civile che nasce dall’esperienza diretta della guerra vissuta da adolescente. Non un racconto edificante né un memoriale consolatorio, ma una pedagogia fondata sull’indipendenza di pensiero, sull’ironia come strumento critico e sulla fiducia nelle risorse dell’età giovane. Il saggio ricostruisce il percorso umano, intellettuale ed editoriale di Ziliotto, mostrando come la sua scrittura e il suo lavoro culturale abbiano costantemente difeso la libertà dell’infanzia e dell’adolescenza, anche nei contesti più duri e disumanizzanti.
Viviamo in tempi di guerre, viste su schermi, lontane da noi solo illusoriamente. Basta pensare ai rifugiati nel nostro paese. Tanti ragazzi italiani hanno ascoltato i racconti di famiglia dei loro coetanei immigrati, i loro ricordi. È dunque il contesto in cui stiamo vivendo che è fatto di guerre e minacce di guerre, atrocità e genocidi. Nella produzione letteraria e nell’editoria per ragazzi il tema della guerra è in crescendo. È nei romanzi, nelle biografie, nei graphic novel, negli albi illustrati, anche in quelli rivolti ai piccolissimi – ed è giusto, se già a quattro anni i bambini chiedono: «È finita la guerra a Gaza?». Ma se con la guerra siamo video-connessi, grazie all’odierna tecnologia, è pur vero che la comodità con cui la seguiamo in diretta rischia di anestetizzarci. La letteratura può contribuire a contrastare il pericolo di abbandonarci alla banalità del male, svegliando emozioni e coscienze, ma anche rafforzando il carattere dei giovani lettori. Con il romanzo autobiografico Un chilo di piume, un chilo di piombo1 basato sui suoi diari scritti negli anni 1940-1945, Donatella Ziliotto insegna a vincere qualsiasi guerra, in qualsiasi luogo e tempo. È
un racconto di circa cento pagine, stimolante e positivo, da leggere nelle scuole, da regalare ai ragazzi. Il messaggio di Donatella è forte e attuale: non far soffocare la propria indole dalla guerra, opporle la forza della propria adolescenza, compresa la voglia di azzardo, provocazione e incoscienza. Non subire, non piegarsi alla guerra con la demoralizzazione o l’alienazione. Non ignorarne gli aspetti più crudi, ma reagire con la propria forza vitale, la propria giovinezza, con “umorismo bellicoso” come magistralmente scrisse Antonio Faeti nella postfazione alla edizione Fabbri dell’opera.
Se nel 1992 Donatella sentì la voglia di raccontarsi con una autobiografia della sua adolescenza, coincisa con gli anni di guerra, non lo fece certo con l’intento di invitare i lettori a fortificarsi in vista di altre guerre. Il suo è un invito all’anarchismo, alla libertà di pensiero e all’indipendenza critica. È un invito convinto e fortissimo: Ziliotto scrive da adulta, interpretando e ricordando la ragazzina del suo diario, ma non è la scrittrice adolescente Anna Frank. La triestina Donatella si porta dietro la sua storia. È di cultura mitteleuropea, è permeata da quella intelligenza e da quell’umorismo che gli
ebrei si sono sempre portati dietro. L’intraprendente, l’indipendente Donatella si è formata alla scuola della colta, anticonformista e coraggiosa insegnante Rita Cajola,2 da liceale ha viaggiato in Danimarca per rendere omaggio a Karin Michaëlis (1872 -1950), scrittrice danese all’avanguardia e politicamente audace, definita “donna pericolosa” da Hitler3, autrice della serie di avventure di Bibi, la ragazzina autonoma e amante degli animali protagonista delle letture di Donatella da bambina4. La studentessa Donatella ha vissuto il fermento postbellico alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, docente Francesco Flora; prima di laurearsi ha pubblicato il saggio L’ infanzia nella letteratura americana e tedesca per Il Mulino5; la sua tesi è sul Pinocchio6 di Collodi. La dottoressa Donatella conduce la rubrica Note di psicologia infantile sul quotidiano “Il Piccolo” di Trieste, collabora con la nascente casa editrice Malipiero per la quale cura riduzioni e adattamenti dai romanzi di Verne e da film d’avventura, scrive brevi testi per gli albi illustrati da Ugo Fontana sulle prime esperienze del bambino7. Per la sua Trieste redige una guida turistica in italiano e in tedesco8 Torna a viaggiare nei paesi scandinavi e porta all’editore Vallecchi il vento che soffia dalla letteratura nordica. Nella collana “Il Martin pescatore”, che dirige, mette al primo posto Astrid Lindgren con Pippi Calzelunghe9 – che solleva critiche perché mette in crisi l’autorità degli adulti – poi aggiunge Tove Jansson, E. B. White, Vera Ferra-Mikura, Michael Bond e anche se stessa, con Mister Master (1962) e Tea Patata (1968). L’innovativa Donatella propone ai ragazzi letture impegnative, vi si
parla di divorzio, di famiglie non convenzionali, perfino di morte. Con forte delusione assiste alla chiusura della Vallecchi10 – e poi del Saggiatore, dove curava la collana “Saggistica per adolescenti” –, ma reagisce e nel 1970 diventa programmista e regista per “la TV dei ragazzi”. Fa programmi televisivi con Lucia e Paolo Poli, Emanuele Luzzati, Nico Orengo, Ettore De Carolis e Toti Scialoja, ma quando si spegne il vento dell’innovazione in tv, la caprioleggiante Donatella va alla Salani come consulente editoriale e nel 1987 avvia la collana “Gl’Istrici”. Negli anni in cui alcune altre case editrici (in particolare Fatatrac, EL, Nuove Edizioni Romane11) introducono innovazioni nella produzione per ragazzi, Donatella lancia Roald Dahl, ed è ancora rivoluzione. Il grottesco, l’orrido, il dissacrante, nelle sue scelte nulla è vietato, per la grande stima che ha dei lettori. Accanto al dirompente Dahl del GGG, de Le streghe12 e altri titoli, Donatella mette Lingren, Jansson, Ende, Pearce, Lively, Preussler: gli scrittori della sua collana perduta “Il Martin pescatore”, poi Allan Ahlberg, Uri Orlev, Christine Nöstlinger, Mary Norton, Isaac B. Singer, ecc., affianca loro illustratori importanti e geniali come Quentin Blake, Cecco Mariniello, Emanuele Luzzati, Tony Ross. Perché Donatella ama l’arte – è un amore che ha ereditato dal padre – e collabora alla collana “L’arte per i bambini” della Vallecchi, cura e traduce per la Sperling & Kupfer i piccoli albi di Beatrix Potter13. L’espertissima Donatella organizza con Francesca Lazzarato la mostra “Bimbe, donne e bambole: protagoniste bambine nei libri per l’infanzia”14 e a Giunti propone la pubblicazione di L’età pericolosa 15 di Karin Michaëlis, la scrittrice protofemminista che l’ha formata con la “sua” Bibi. Con la Lazzarato pubblica Manuale del cacciatore di fantasmi (Salani,1988) continuando a perseguire per i ragazzi l’educazione al brivido.
Questa è la Donatella che nel 1992, per Einaudi ragazzi, arriva a pubblicare Un chilo di piume, un chilo di piombo16, illustrato da Grazia Nidasio17. E’ una donna forte e temprata, consapevole di chi le ha voluto e saputo riconoscere il suo valore, e chi no. Sa di poter continuare a dare molto e lo farà. Se ora vuole parlare ai ragazzi anche della guerra, della “sua” guerra, fermata da ragazzina su fogli di
quaderno, non lo fa con intento autobiografico, ma per affermare in prima persona la sua pedagogia della resistenza. Contro istituzioni e convenzioni sociali oppressive, contro la violenza e contro l’opportunismo, lo sguardo di DonatellaFiamma-Tonina è attento, impietoso e salvificamente umoristico. Con il suo stile essenziale e conciso, più nordico che mediterraneo, Donatella persegue il suo scopo di sempre: mostrare di quante magnifiche risorse può disporre l’infanzia e l’adolescenza, anche nelle situazioni più difficili e impreviste. La sua alter ego bambina non immagina boschi e popoli sotterranei, non accosta il paradossale al reale, non traspone in una dimensione fantastica gli accadimenti quotidiani e i comportamenti degli adulti – Donatella lo ha fatto nelle precedenti opere in cui riecheggiano riferimenti personali: da Tea patata a Il bambino di plastica e continuerà a farlo in quasi tutte le sue opere successive18 –, qui l’adulta-bambina Donatella racconta davvero di sé, dimostra che con un “umorismo bellicoso” e uno zaino ben fornito di cultura, di letture, di confronti e colloqui con adulti sapienti, si può resistere anche alla guerra.
Note
1 Pubblicato da Einaudi Ragazzi nel 1992 con le illustrazioni di Grazia Nidasio, successivamente da Fabbri nel 2002, nella collana “I Delfini”. Nel 2016, è stato pubblicato da Lapis con una introduzione di Bianca Pitzorno. 2 «Quando frequentavo la prima media a Trieste, città nella quale la cultura aveva un valore indiscusso, specialmente nelle famiglie di origine ebraica (mio padre era mezzo ebreo perché la sua mamma era ebrea), erano gli ultimi anni di guerra e credo che allora ci salvammo con la lettura cui ci spingeva la nostra insegnante Rita Cajola, grande donna, per me un’eroina, che ci faceva studiare i russi, in particolare Cecov, Tolstoj, Dostoevskij, Dante e soprattutto Leopardi. Così, diceva, tornerete ad amare la luna. Noi alunni avevamo paura della luna perché nelle notti chiare era più facile che venissero a bombardarci». Intervista di Paola Benadusi Marzocca: https://www.succedeoggi.it/2016/06/io-non-temo-la-luna.
3 Si veda: https://liberliber.it/autori/autorim/karin-michaelis.
4 Bibi, una bimba del nord (1929) sfuggì alla censura fascista e fu pubblicato in Italia da Vallardi nel 1932. La protagonista ricorda in parte il personaggio Pippi Calzelunghe (1945) di Astrid Lindgren, scrittrice scoperta, scelta e tradotta da Donatella Ziliotto, che nel 1958 pub-
blicò Pippi Calzelunghe in apertura della collana “Il Martin pescatore” da lei diretta per Vallecchi.
5 D. Ziliotto, L’ infanzia nella letteratura americana e tedesca, pp. 408-410, In “Il Mulino: rivista mensile di attualità e cultura”, n. 8, giugno 1952.
6 Tesi di laurea di Donatella Ziliotto: Il Pinocchio di Carlo Collodi e la sua fortuna, relatore Francesco Flora, Università degli studi di Bologna. Facoltà di lettere e filosofia, Anno accademico 1954-1955, pp.150.
7 Con indicazioni alterne di collana: “Nel tuo mondo”, “Il mondo vicino”, “Mondo allegro” vengono pubblicati 16 albi, ciascuno con otto tavole illustrate.
8 Guida turistica di Trieste e dintorni: corredata da una pianta della citta, a cura di Donatella Ziliotto; sotto gli auspici dell’Ente provinciale per il turismo di Trieste, Trieste, Ed. Stab. tip. nazionale, 1958.
9 Astrid Lindgren, Pippi Calzelunghe, illustrazioni di Ingrid Vang Nyman, traduzione di Annuska Palme e Donatella Ziliotto, Firenze, Vallecchi, 1958. Tit. orig.: Boken om Pippi Långstrump.
10 Sua figlia, Martina Forti, riporta queste frasi di Donatella: «Dopo varie vicissitudini, l’editore ha ora praticamente smembrato la collana. Le mie scelte sono andate disperse in collezioni i cui curatori se le ritrovano belle e pronte sul loro scrittoio. Non hanno mai visto un troll, frequentato un prestigiatore, camminato sul mare ghiacciato. Non hanno conosciuto Astrid Lindgren quando era così forte da sollevare un cavallo, come Pippi. Probabilmente allora per me, più che una direzione di collana, si era trattato di una fiaba», https://www.topipittori.it/it/ topipittori/la-rivoluzione-di-donatella.
11 Queste e altre case editrici riconoscono l’originalità delle opere di Donatella Ziliotto, che in quegli anni pubblica con E.Elle: Il maestro Bora, Tato Strampalato e Titina Perbenino (1981), Trollina e Perla (1984), Tea patata (1987, già edito da Vallecchi nel 1968) e le prime raccolte: Paura! racconti col brivido (1987) Blackout: nel buio del terrore (1989); con Giunti Marzocco: Il bambino di plastica (1979) e Mister Master (1982, già Vallecchi 1962); con Nuove edizioni romane: Dov’è finita la fine? (1987); con Fatatrac: Un cane molto meravigliato (nella raccolta Cinquepercinque, 1990), Grandi boschi e piccoli lupi e Un buon animale: il coniglio tutto solo (1991); con Mondadori: Io, nano (1989); con Vallardi, nella collana “L’arte per i bambini”: Longhi: Lumina mascherina e La primavera di un fauno: Botticelli (1985), Mantegna: I giorni delle frecce (1989).
12 Rispettivamente al n.1 e n.2 della collana “Gl’Istrici”. Al n.3: Pippi Calzelunghe.
13 Gli albi sono: Il sarto di Gloucester, La storia dei Coniglietti Flopsy, La storia del signor Jeremy Pescatore, La storia della signora Topolina, La storia della signora Trovatutto, La storia di Benjamin Coniglio, La storia di due topini cattivi, La storia di Jemima Anatra de’ Stagni, La storia di Nutkin scoiattolo, La storia di Timmy Puntap-
pie, La storia di Tom Micio, Sperling & Kupfer, 1988.
14 Bimbe, donne e bambole: protagoniste bambine nei libri per l’infanzia, a cura di Francesca Lazzarato e Donatella Ziliotto, Roma, Artemide, 1987. In testa al front.: Provincia di Roma, Assessorato p. i. e cultura, Centro sistema bibliotecari, pp. 166. Contiene: Generazione Bibi, generazione Pippi di Donatella Ziliotto, pp. 10. 15 Karin Michaëlis, L’età pericolosa, traduzione
di Eva Kampmann e Donatella Ziliotto, nota critica di Donatella Ziliotto, Firenze, Giunti, 1989.
17 Grandissima illustratrice e fumettista che Ziliotto volle per Trollina e Perla (EL, 1984), Io, nano (Mondadori, 1992), La paura cresce: rac-
conti col brivido (E. Elle, 1996), Le bambine non le sopporto (Einaudi ragazzi, 1997), Un castello per Sirena (E. Elle, 1999), I selvagnoli (Salani, 2005).
18 Per una panoramica su opere e critica si veda: Claudia Reggiani, Il volo di un martin pescatore, Einaudi ragazzi, 1998.
GLI ANIMALI DIPINTI DI STEFANO ZUFFI di Ferdinando Albertazzi
Soggetti tra i più gettonati dai pittori lungo il dipanarsi dei millenni, gli animali hanno fatto la loro prima “comparsa artistica” nel Paleolitico superiore, sulle rocce delle grotte di Chauvet e di Altamira. Ma bisonti, cervi e cavalli, insieme ad altre specie ormai estinte, sono raffigurati anche nelle pitture parietali di grotte africane, australiane e dell’America Centrale. Da allora, gli animali (protagonisti, comprimari o “a corredo” che siano) sono appunto presenze anche simbolico-evocative inossidabili, nelle realizzazioni artistiche, di epoca in epoca fino ai giorni nostri. Almeno per gli artisti che oggi si ostinano a lavorare opere su tela o su cartoncino, anziché optare per eventi, installazioni o “rivisitazioni artistiche” di teorie scientifiche, magari supportate dalla “tecnologia strategica”.
Lo evidenzia Animali Dipinti, un fascinoso excursus artistico-zoologico firmato da Stefano Zuffi, storico dell’arte di alto profilo, già autore dell’altrettanto suggestivo Il giardino dipinto. Qui Zuffi accende i riflettori su ottanta capolavori dell’arte classica e moderna (in appendice, il Regesto ne delinea le “carte d’identità”, siano essi olii su tela, affreschi, tecniche miste o tempere), spaziando da Giotto a Rubens, a Picasso e a Li-
gabue. Opere riprodotte in toto, oppure puntando su dettagli ingigantiti in doppie grandi pagine, in cui sono raffigurati i quarantasei soggetti proposti in ordine alfabetico, da Agnello a Volpe. Prevalgono gli animali terrestri, tuttavia non mancano nemmeno gli acquatici quale il Delfino, né gli uccelli come la Pernice e il Gufo. E nemmeno gli insetti, dal Cervo volante alla Mosca, a volte centrali sulle tele, altre
volte “segni” minuscoli, che il riguardante scova a guisa di detective. Il sipario si alza dunque sull’Agnello, animale dalle forti caratterizzazioni e dalle molteplici valenze, in quanto «simbolo supremo di innocenza e di sacrificio fin dai più remoti episodi dell’Antico Testamento, che accompagna l’intera vicenda di Cristo, nonché attributo iconografico di virtù come la Mansuetudine e l’Umiltà». Spicca la variegata presenza del Cane «miglior amico dell’uomo, e del resto gli etologi confermano che in tutto il mondo animale non esiste una alleanza tanto stretta, efficace, reciproca e ancestrale come quella tra l’uomo e il cane». Adeguata sottolineatura è inoltre dedicata alla Farfalla, dato che «nell’antica lingua greca la parola psyché significa tanto farfalla quanto anima: una analogia formidabile, che da duemilacinquecento anni lega insieme, simbolicamente, filosofia e psicologia, arte e mito».
Stefano Zuffi
ANIMALI DIPINTI
24 Ore Cultura, Milano, 2025 pp. 208, € 49,50 da 15 anni
La trattazione, di così poliedrica puntualità e immediatezza da intrigare anche i ragazzi, è poi farcita di curiosità e aneddoti. Tra cui risalta quello famoso, riportato dal Vasari, sulla Mosca dipinta per scherzo dall’adolescente Giotto su un quadro di Cimabue. Un trompe-l’oeil talmente riuscito, da indurre il Maestro a cercare di scacciarla.
FUORITESTO
Alternative all’omologazione e alla prevedibilità
Sta ottenendo un notevole interesse questa sezione aperta agli scrittori per ragazzi. La proposta è quella di far raccontare come nascono le idee per creare una storia e soprattutto come l’idea iniziale viene poi elaborata e strutturata per diventare un racconto o un romanzo. Insomma quale lavoro e quali “regole”, se vi sono delle regole, stanno alla base del mestiere di scrivere per giungere al “fatto letterario”. Andando avanti, si precisa anche l’obiettivo di questo lavoro collettivo, che è di vedere, attraverso il confronto, se è possibile tracciare una “grammatica della fantasia” aperta («la fantasia è il luogo di tutte le ipotesi», diceva Rodari, al quale siamo tra l’altro debitori del titolo della sezione) e, auspichiamo, utile anche per i colleghi, non solo esordienti.
Alla fine del proprio pezzo ogni autore può, se vuole, indicare 5 o 6 delle proprie opere (solo titolo, casa editrice, anno di pubblicazione), considerate esemplari.
La sezione è curata da Giuseppe Assandri. Per partecipare o per qualsiasi informazione ci si può rivolgere a lui o alla Redazione della nostra rivista.
La Redazione
Com’è difficile scrivere per una generazione iperprotetta e iperconnessa
di Manuela Salvi
La vita di ognuno è come una linea retta, mi ha suggerito di recente un’insegnante di filosofia, che si interseca a ogni istante con infinite linee rette, cioè con le vite degli altri. Non siamo cerchi autoconclusivi, per quanto a volte ci piaccia pensarlo, ma delle rette intersecate le une con le altre.
E la scrittura comincia così, per me: con la scoperta di questo intreccio e della miriade di punti di contatto che crea, delle infinite possibilità di esplorazione che offre. Comincia con l’interesse profondo per le vite altrui che è poi la base del realismo. Non la voglia di definire la verità né di esprimere un giudizio ma un puro interesse per gli altri in tutte le loro sfumature e contraddizioni. Qualcuno potrebbe chiamarla curiosità e in effetti non esiste forse persona più curiosa di me. Qualcuno potrebbe addirittura chiamarmi “impicciona” e non mi offenderei – sono proprio la tipa che accanto a te nel treno sbircerà i messaggi che mandi con il cellulare o quello che stai leggendo per capire di che pasta sei. La gente mi interessa tantissimo e le mie storie nascono sicuramente da questa passione. Anche il mio sguardo sulla realtà ne è condizionato. Davanti a un fatto di cronaca sono affascinata dall’universo personale che c’è dietro a un gesto apparentemente incomprensibile. Guardo una foto di Hitler bambino e mi chiedo: cosa è successo tra il mo-
mento in cui è stata scattata e quello in cui lo stesso bambino, cresciuto, si è seduto a progettare i campi di sterminio? È quel processo che genera in me totale meraviglia per l’umano, forse perché è inafferrabile e spaventoso.
Questa in gergo tecnico si chiama “immedesimazione”.
Immedesimarsi
C’è bisogno di una quantità spropositata di immedesimazione per scrivere realismo senza scivolare nella sindrome del giudice-predicatore. Sconsiglio sempre il realismo ai miei studenti di scrittura quando sono incapaci di immedesimarsi e faccio loro l’esempio di Nabokov con il suo Humbert Humbert, di quanto ci abbia portati vicino all’essenza di un pedofilo senza contaminarla con il proprio pregiudizio. Che è la vera abilità dei grandi autori di realismo. Oggi c’è più uno sguardo diretto verso l’autoreferenziale, mi sembra, o verso la “verità” ideologica che fa da specchio a chi cerca identificazione. Identificarsi in un personaggio o in una tematica è per me un livello basico di fruizione della letteratura ed è quello che cerco di impedire al mio lettore, da cui esigo empatia e lo stesso livello di curiosità che spinge me a scrivere le mie storie. Si identifica chi cerca conferme ma la letteratura dovrebbe sempre destabilizzare, almeno un po’.
Non a caso tutti i miei autori preferiti, nonostante oggi siano considerati dei classici, sono stati destabilizzanti per la società in cui vivevano, da Oscar Wilde a Gianni Rodari, per citarne due. Ho sempre ammirato queste personalità spericolate che hanno portato cambiamento e idee nuove con le loro parole.
Quindi ancora adesso, dopo vent’anni dalla pubblicazione, sono contenta che il mio Nei panni di Zaff continui a scatenare dibattiti e proteste. Lo capisco che è difficile immedesimarsi in un personaggio come Zaff, soprattutto adesso che è stato gettato nel calderone del gender e dell’ideologia woke. A destra e a sinistra lo strumentalizzano perché vestire i panni dell’altro è impossibile, a quanto pare, se l’altro non è contenuto da un’etichetta e questo è un altro problema del nostro tempo che rende sempre più difficile scrivere letteratura. Come fa un personaggio (o una persona!) ad acquisire tridimensionalità se i suoi confini sono definiti a monte da un sistema normalizzante?
La tridimensionalità
La tridimensionalità è un altro punto fondamentale della mia grammatica della fantasia realista (posso definirla così?). Non solo per i protagonisti delle mie storie ma anche per i personaggi secondari, che devono evitare di essere funzionali a un ipotetico messaggio. No ad adulti risolutori, insegnanti illuminati, nonni che scendono
dal bosco per dispensare saggezza del tempo che fu e simili sagome didascaliche camuffate da mentori. Se nella realtà i mentori si sono estinti e hanno lasciato il posto agli influencer, di questa cosa devo tenere conto, altrimenti esco dal realismo e mi inoltro nell’insidioso territorio dell’issue book. Cioè il «libro che ti fa la predica su un argomento, di solito utilizzando i valori del secolo scorso».
Il personaggio tridimensionale si discosta invece dal suo autore al punto da irritarlo, a volte. Non è la proiezione del suo desiderio di aggiustare la realtà ma un pezzo di quella realtà, messo a disposizione del lettore. Come si ottiene questo effetto?
Con Party Girl (precedentemente pubblicato da Mondadori con il titolo Nemmeno un bacio prima di andare a letto, 2012) ho dovuto fare tanta ricerca per arrivare a immedesimarmi in un gruppo di baby squillo. E quello che è emerso non corrispondeva affatto alla mia visione di degrado o costrizione ma delineava un quadro generazionale molto più complesso. La maggior parte delle ragazzine coinvolte in questi giri sceglie di prostituirsi per ragioni disparate: noia, soldi, desiderio di visibilità, una visione consumistica del sesso o della seduzione. Questo aspetto è stato incluso nella costruzione dei personaggi e li ha resi tridimensionali, ovvero quasi sempre irritanti.
Con Cris (Fandango, 2021), invece, l’ispirazione è arrivata dalla realtà. La famiglia descritta nel romanzo esiste veramente, quello che ho dovuto fare è stato immedesimarmi nel protagonista fino a sentire la sua frustrazione divorante. La tridimensionalità nel suo caso è data dalla mia consapevolezza che questo ragazzo perfetto non se la caverebbe benissimo se fosse vero perché è cresciuto iperprotetto e accudito, in cattività. Cris non è un eroe, non vince ma sopravvive, non conquista ma arranca come farebbe ogni ragazzo nella sua situazione.
La prima a immedesimarsi devo, quindi, essere io, che i personaggi siano maschi o femmine, mossi da
buone intenzioni o meno, intelligenti o stupidi, in sintonia con i miei valori o no. Questo emerge dai finali, per esempio. Sia in Party Girl che in Cris i media hanno un ruolo importante e il motivo è semplice: basta analizzare i fatti di cronaca, ormai persino i genitori in lutto hanno il tempo e la voglia per rendersi protagonisti ai talk show. L’esposizione mediatica, l’acquisizione di popolarità e la speranza che un guaio personale generi guadagno fanno ormai parte della nostra cultura e possono fornire spunti per finali credibili molto più dei vecchi mentori.
La “zona valori”
E qui entriamo in “zona valori”, forse l’aspetto più importante della mia grammatica. Credo che ciò su cui debba interrogarsi costantemente uno scrittore di romanzi realisti sia proprio l’universo valoriale che muove le persone in un preciso periodo storico e noi stiamo vivendo un passaggio importante che rende quasi tutti i valori del Novecento inapplicabili nel contesto attuale, e di conseguenza nella narrativa.
Ciò che di utile ereditiamo dal Novecento per interpretare questa realtà, invece, è la deriva capitalista e consumistica di concetti come successo, ricchezza e performance. E come plasmino l’immaginario dei ragazzi di oggi, innestandosi su un humus psicologico che dal collettivo si è spostato totalmente all’individuale, e dal mito della resistenza è passato a quello della fragilità.
Manuela Salvi
Fragilità e consumismo sono due lenti importanti da cui guardare la gioventù di oggi, molto diversa dalla mia che invece fu allevata ad adrenalina e impegno, per esempio. O da quella di altre generazioni che hanno vissuto con “senso del dovere e morale cattolica”, o “coinvolgimento politico e condivisione”, e così via.
Di fatto io non posso più permettermi di immaginare personaggi ragazzi pieni di voglia di avventura, spirito di iniziativa e libertà di movimento –cioè quello che la mia memoria mi suggerisce a proposito di cosa sia la gioventù. Devo guardare in faccia, e non sempre è facile, una generazione iperprotetta, iperconnessa, che vive con un margine molto limitato di possibilità di esperienze non mediate dagli adulti.
L’editoria me lo conferma indirettamente: il genere dell’avventura in stile
La banda dei cinque di Enid Blyton, per intenderci, è quasi del tutto scomparso dalla produzione contemporanea. C’è una forte censura su ogni aspetto avventuroso delle storie realiste (quindi no fantasy, no storico) che possa suggerire ai bambini di esplorare il mondo intorno a loro da soli. Il modello educativo iperprotettivo considera pericoloso anche ciò che accade nei romanzi, che avviene solo “per finta”. Pippi Calzelunghe viene quindi definita diseducativa dai genitori come se fosse protagonista di un documentario. Per Amici in vista (Giunti, 2020), scritto a quattro mani con Roberto Piumini, si poneva il problema se fosse opportuno che il protagonista esplorasse il condominio in cui vive, senza che i genitori lo sapessero – persino il buon vecchio palazzo, ambientazione di avventure reali infinite con i bambini vicini di appartamento, oggi è percepito come pericoloso!
L’avventura è un genere realistico ma aspirazionale, dove accadono cose improbabili ma non impossibili, in cui la realtà viene resa elastica per fare spazio a un ruolo attivo dei protagonisti bambini. Pensiamo anche alla Tv o al cinema, ai Goonies o al recente Stran-
ger Things, in cui dei dodicenni compiono imprese incredibili. La sua scomparsa segnala il fatto che gli ambiti in cui i ragazzini di oggi vengono immaginati dal mondo adulto come soggetti (e non oggetti) sono sempre di meno: di fatto, nemmeno nelle storie inventate si lascia loro questa possibilità! Il che, per chi come me ha inziato a inseguire il sogno di diventare una scrittrice per ragazzi in un’epoca in cui l’ideologia dell’infanzia era fondata esattamente sul valore opposto (oltre Pippi, vedi E.T., in cui solo i bambini capiscono veramente come gestire la vita aliena, o Big! in cui il bambino risolve tutti i problemi degli adulti intorno a lui), è uno shock non da poco. Significa in sostanza rivalutare la propria grammatica della fantasia e capire se può essere declinata in storie che abbiano senso in questo mercato editoriale, con questa nuova idea di infanzia e di adolescenza passive. La mia risposta è ovviamente generazionale: resistenza, adrenalina e impegno (intellettuale).
Cris ha infatti inaugurato una nuova fase della mia scrittura dopo diversi anni di assenza dall’editoria in cui mi sono presa tempo per un master e un dottorato in Inghilterra. La mia idea è di mantenere la soggettività dei lettori bambini e ragazzi attraverso l’innesto di alcuni meccanismi classici del genere avventuroso, rivisti in chiave contemporanea. Per esempio, la fondamentale assenza di adulti e geni-
tori in primo piano, che nell’avventura – come nel fantasy e in altri genere ad “alta soggettività” – sono di solito lontani, distratti o addirittura defunti. O l’aggiunta di un pizzico di nonsense che permetta un cast di personaggi secondari molto dinamici e imprevedibili (come Alfonso e Lori in Cris, o il cane Milù in Scrivimi presto, pubblicato con Librì, o Celeste in Kiss Me, che uscirà a breve per Fandango). Rendere elastica questa realtà ormai tanto codificata e rigida in modo da creare delle strade narrative alternative all’omologazione e alla prevedibilità, questo sarebbe il mio obiettivo presente. E se poi i lettori preferiranno il romanzo dell’ultimo influencer o quello che ha spopolato su Wattpad, poco male – anche questo è un dato reale di cui devo prendere nota ma senza perdere di vista quella che considero la mia nicchia di lettori curiosi e ben capaci di immedesimazione.
Ecco i miei 5 libri di riferimento:
BEELINDA FUORI DAL
GREGGE
Fatatrac, 2006
FAMIGLIE E ALTRI SCOMPIGLI
Librì, 2018
KISS ME
Fandango, 2026
IL TUFFO
Librì, 2026
CAPUCCETTO ROTTO
Valentina Edizioni, 2026
Dalla narrazione orale al libro
Scrivere?
Non è un lavoro solitario
di Maria Parr. Traduzione di Alice Tonzig
Da dove vengono le mie storie? Questa domanda mi ha fatto riflettere a lungo. Non riesco a ricordare un inizio e, in realtà, non vedo nemmeno una fine. Forse per me è più facile chiedermi: queste storie, dove cercano di arrivare?
Uno dei miei primi ricordi è che piccoli personaggi in miniatura intrattenevano me e i miei fratellini sul pavimento tra i nostri letti. E laggiù serpeggiavano anche le storie che raccontavo. All’epoca, realtà e fantasia erano due facce della stessa medaglia, almeno quando eravamo sul punto di sprofondare nel mondo dei sogni. Le storie erano sicuramente un mix di tutte le impressioni della mia vita di bambina di quattro anni: libri che avevo ascoltato, conversazioni tra adulti, giochi con amici e tutte le mie preoccupazioni. Ma – e questo un narratore deve sempre saperlo – erano indissolubilmente legate a chi le ascoltava. Quei mini-personaggi inventati avevano come obiettivo principale far ridere i miei fratellini fino a diventare paonazzi.
Ho continuato a raccontare per tutta l’infanzia, sempre con i miei fratellini come pubblico e co-protagonisti. Quando in casa è arrivato il letto a castello, gli omini in miniatura sono scomparsi. Probabilmente ormai ero troppo in alto. Le storie non erano più sul tappeto, ma dentro di noi. Guardavamo nel buio e le vedevamo davanti a noi. Perlomeno io le vedevo –i miei fratelli probabilmente pensa-
vano spesso ad altro. E, poco a poco, siamo diventati troppo grandi per questo.
Per fortuna, quando i miei ascoltatori si erano ormai stufati di stare a sentire le mie chiacchiere, avevo imparato a scrivere. Scrivevo e disegnavo con grande entusiasmo, ma anche qui le storie trovavano il loro significato nelle persone intorno a me. Erano spesso un copione libero con cui giocare quando ci divertivamo all’aperto con la banda di bambini del vicinato. Oppure le leggevo ai miei genitori, che mi ascoltavano con un orecchio solo. Come si può trasferire un flusso così libero di fantasia e narrazione orale in qualcosa di concreto come un libro? E perché?
Ho sempre amato i libri. Leggevo di Albert Åberg1 e Pollyanna. Dei fratelli Hardy2 e dei bambini di periferia di Anne Cath. Vestly3. Leggevo la Bibbia come fumetto e i fascicoli di Asterix e Paperino. E leggevo i libri di Astrid Lindgren.
Ma soprattutto ero una bambina narratrice in una ricca cultura di narrazione orale. Le mie nonne, i miei genitori, i miei vicini – tutti raccontavano a volontà. E insieme ai libri di Astrid Lindgren (che spesso mi venivano letti ad alta voce, e quindi in un certo senso raccontati, anche loro) questa è stata la mia formazione più importante per il mestiere di scrittrice. Quando a 14 anni ho iniziato a scrivere Cuori di waffel, il mio primo libro, traboccante di ispirazione dopo
aver lavorato a una tesina proprio su Astrid Lindgren, è stato perché finalmente ho visto il collegamento tra la narrazione orale e i libri. Il tempo in cui potevo raccontare ai fratellini oppure fornire ai compagni di gioco ruoli fittizi era finito, ma nei libri di Lindgren le storie brillavano come oro. Ne sono rimasta ammaliata, corpo e anima. Pensare di poter scrivere così!
Uno dei suoi segreti, ho letto, era che aveva un contatto così stretto con il bambino dentro di sé. «Io non ce l’ho», pensavo tristemente – quattordicenne e ancora una bambina. Ma poi mi sono ricordata di Trille e Lena (i protagonisti del mio primo libro).
Maria Parr
Una volta, nella mia stessa preistoria, avevano vagato sul tappeto come miniature, e ancora comparivano nei miei sogni ad occhi aperti quando mi annoiavo. Nel mio modo concreto da adolescente, ho analizzato che, poiché erano stati con me per tutta la vita, erano legati al bambino dentro di me. Quindi potevo scrivere un libro per bambini su di loro.
Così è iniziato il difficile processo di passare da storie libere a un libro fisso. Ci sono voluti molti anni per imparare come poter utilizzare il materiale dentro di me per un fine del genere. Una cosa sono tutte le scelte pratiche: realistico o fantastico? Narratore onnisciente o narratore in prima persona? Presente o passato? Ma il passaggio dalla narrazione orale al libro ha comportato anche il tentativo di raggiungere le persone dall’altra parte in un modo nuovo. Perché quando gli ascoltatori della storia non sono più nella stessa stanza con me, dove sono allora?
Se devo essere onesta, e bisogna esserlo, la mia più grande motivazione verso un lettore in questa mia fase iniziale di scrittura era semplicemente: «Guardami!» Ero timida e insicura e sognavo un posto sicuro al sole. Proprio come un bambino sul campo da calcio di sera sogna che una delle grandi stelle passi improvvisamente di lì e veda il suo talento. Scrivevo con il sogno di essere vista e compresa, magari intervistata e ammirata allo stesso tempo, proprio come Astrid Lindgren. Guarda quante idee ho! Guarda cosa riesco a fare! Ridi delle mie trovate! Piangi! Dì che sono brava! Rimani ammirato!
Per fortuna la mia motivazione aveva radici più profonde di così, altrimenti non avrebbe funzionato a lungo termine. A poco a poco, per me è diventato fonte di gioia e appagamento lavorare con le storie solo per migliorarle – focalizzando sul linguaggio in sé. Lo trovo ancora fantastico. Amo i dettagli. Ora mi piace quasi più di quanto mi piaccia la stessa fase di creazione.
Probabilmente è perché sto diven-
tando una donna di mezza età. La fantasia non scorre libera e spumeggiante come quando ero bambina. Compenso con l’esperienza, credo. E con il piacere di impastare il testo e lavorare con le parole. E con la gioia di leggere e imparare. Sia i libri per bambini che quelli per adulti mi ispirano e mi portano avanti, ma il motore principale della mia scrittura è sempre stato, e sempre sarà, la ricerca di altre persone. Forse non è più tanto «Guardami!». Sono stata vista e compresa più che bene. Forse posso sperare che «Guardami!» sia diventato un più maturo «Ti vedo.»
Mi ritrovo spesso a pensare a persone concrete a cui voglio bene, e a scrivere in modo che possano sentire che le ho capite e sono dalla loro parte in un mondo caotico. Immagino bambini, tutti i tipi di bambini (anche il bambino dentro di me), e sento un desiderio di creare qualcosa di cui hanno bisogno, qualcosa che li faccia ridere – un posto sicuro in cui rifugiarsi. Proprio come con i miei fratelli, tanto, tanto tempo fa.
Molti sostengono che essere uno scrittore è un lavoro solitario, ma per me non è così. Al contrario, far vivere una storia tra le persone è un modo per contrastare la solitudine, sia per me stessa che per coloro che mi sforzo di
raggiungere. E mi dà molta, moltissima gioia.
Note
1 Albert Åberg è un personaggio di una serie creata dall’autrice e illustratrice svedese Gunilla Bergström. È un bambino piccolo e abbastanza comune che vive con il suo papà in un condominio. Ha tra i 4 e i 7 anni, ma la sua età varia un po’ tra i 25 libri che compongono la serie. Ha un amico immaginario di nome Skybert, che solo lui può vedere. La serie racconta la vita quotidiana di Albert e le sue esperienze piene di fantasia. Questi libri sono molto popolari in Norvegia e ne esiste anche una versione in cartoni animati (NdT).
2 I fratelli Hardy, conosciuti come The Hardy Boys in inglese, sono una serie originaria degli Stati Uniti. La serie è stata pubblicata per la prima volta nel 1927 ed è scritta da diversi autori sotto lo pseudonimo di Franklin W. Dixon. Tratta di due giovani detective che, con l’aiuto del loro padre (un investigatore privato di fama), risolvono misteri e affrontano criminali. La serie è molto amata in Norvegia per le sue avventure e i colpi di scena (NdT).
3 Anne-Cath. Vestly era una scrittrice norvegese nota per i suoi libri per bambini. Ha debuttato nel 1953 e ha scritto diverse serie popolari. I suoi libri sono conosciuti per descrivere la vita quotidiana di bambini e famiglie in tono caldo e umoristico. Ha avuto una grande influenza sulla letteratura per bambini norvegese ed è una scrittrice amata sia dai bambini che dagli adulti (NdT).
Contro l'idea romantica dell'ispirazione
Scriptor sum, humani nihil a me alienum puto
di Luigi Ballerini
Ho constatato che molte ragazze e molti ragazzi che incontro tendono ad avere un’idea decisamente romantica della cosiddetta ispirazione. Nella loro immaginazione le scrittrici e gli scrittori sarebbero creature notturne che passano ore interminabili su una terrazza sul mare a fissare un disco lunare sempre pieno e splendente, come se per loro la luna, su gentile concessione della dea letteratura, non dovesse mai calare né diminuire. Sarebbe proprio dentro quel moon river che riverbera davanti ai loro occhi che nascerebbero le storie: un’idea affiora come un’alga sulla riva, un personaggio guizza argenteo, una trama si compone da sola, già pronta per essere trascritta. E loro, gli scrittori e le scrittrici, non dovrebbero far altro che raccogliere quel dono, come si raccoglie una conchiglia preziosa sulla sabbia, e metterlo su pagina.
Comprendo il fascino di questa fantasia. È comoda, è elegante e soprattutto rende la scrittura una specie di magia. Peccato non funzioni così. Molti si sorprendono quando, alla domanda «da dove vengono le idee per i tuoi libri?», io rispondo senza esitazione: «dalla vita». Non intendo dalla vita in astratto, dalla Vita con la V maiuscola, quella delle grandi imprese e dei colpi di scena degni di un finale di serie. Intendo la vita concreta, quotidiana, ordinaria. Le storie
si annidano in una risata fuori posto, in un palazzo dal cornicione scrostato, in un modo particolare di tenere lo zaino o di sistemarsi i capelli. Non sempre la realtà è spettacolare e da prima pagina, però è sempre piena di senso, anche quando, distratti, non ce ne accorgiamo.
A volte le idee arrivano addosso come una scheggia. Una frase ascoltata per caso, una scena intravista, un gesto che sorprende. Altre volte invece arrivano come una domanda improvvisa. Perché quella ragazza si è irrigidita proprio in quel momento? Che cosa sta difendendo quel ragazzo quando finge di non provare niente? La scrittura non comincia dall’illuminazione, ma dall’attenzione. È un modo di guardare. E, quindi, anche di ascoltare.
Per definire chi scrive romanzi parafraserei la celebre frase di Terenzio, sostituendo all’ Homo lo scriptor : scriptor sum, humani nihil a me alienum puto. Chi scrive, in fondo, si allena a non considerare estraneo nulla di ciò che è umano: la gioia e la vergogna, la tenerezza e la rabbia, la generosità e l’invidia, l’eroismo e le piccole cattiverie che nessuno confessa. Non gli interessa giudicare, ma comprendere.
Personalmente ritengo che scrivere sia innanzitutto un atto di amore verso la realtà. Un amore che accetta anche ciò che disturba, ciò che è contraddittorio e non torna. Ma soprat-
tutto un amore per i dettagli. La realtà, infatti, non si dà mai tutta in un blocco, ma si svela in un cartello stradale ammaccato, in una parola scelta invece di un’altra, nelle gocce di pioggia sull’asfalto, nella paura per un ragnetto, in un desiderio tenuto nascosto.
Ecco perché l’ispirazione, per me, non è una luna tonda sospesa sul mare. È la luce che si accende quando smetti di aspettare che l’idea cada dal cielo e cominci a camminare dentro ciò che c’è. Quando ti lasci raggiungere dalle storie che la vita, ostinatamente, continua a raccontare. Anche
Luigi Ballerini
nei giorni in cui sembra non accadere niente.
Questo appare un processo quasi scontato, direi ovvio, nei romanzi realistici contemporanei. In teoria, si tratterebbe di aprire la finestra, guardare il mondo fuori, prendere qualche appunto e scrivere. In pratica è altro: è sì aprire la finestra, ma poi è lasciare che il mondo entri in casa con le scarpe infangate, porti dentro un sacco di cose complicate che non si capiscono subito e poi provare, con pazienza, a interpretarle e trasformarle in una storia che abbia un senso.
Penso ad esempio a In ogni istante (Il Castoro), dove la protagonista Sara, nel giro di una settimana, si trova ad affrontare l’esame di terza media e l’avvicinarsi della fine del padre per una malattia terminale. L’adolescenza, in quel libro, è un territorio in cui si è costretti a diventare grandi mentre si vorrebbe ancora essere protetti. Nulla di idealizzato. In modo quasi inevitabile, la realtà qui non è stata soltanto “una fonte”, quanto una ferita che chiedeva di essere guardata.
È forse l’unico romanzo in cui ho pescato in modo così diretto dalla mia vicenda personale: quella di un ragazzo a cui muore una giovane madre. Certo, per non farne un romanzo autobiografico ho invertito la situazione: una ragazza a cui muore il padre. Non è stato, però, un semplice cambio di genere, né un trucco per mascherare la realtà. È stato, piuttosto, un modo per creare quella distanza che mi era necessaria per trasformare un fatto vissuto in racconto, cioè in qualcosa che non era più solo mio. Tuttavia, dentro tale distanza, resta comunque la verità emotiva. E infatti tutto, proprio tutto quello che succede a Sara, in sostanza è quello che è successo a me: le reazioni, il tentativo di negare ciò che è accaduto, l’importanza degli amici, le difficoltà degli adulti attorno. Scrivere una storia così significa anche scoprire che quando raccontiamo vicende personali non ci è
chiesto di riprodurre i fatti in modo notarile. È importante trovare la forma giusta per dire ciò che i fatti hanno lasciato dentro. Occorre scrivere qualcosa di vero nel senso narrativo e umano: plausibile, credibile, riconoscibile per chi legge, anche se non ha vissuto la stessa identica esperienza. Anzi, soprattutto se non l’ha vissuta. Perché la letteratura serve proprio a fare da ponte tra vite diverse.
Ma penso anche a Ice Academy (Il Castoro), una serie sul pattinaggio su ghiaccio dedicata a lettrici e lettori della scuola primaria, in cui seguiamo le avventure in pista di Diletta e delle sue compagne e compagni di squadra. Qui la realtà entra in un modo diverso, decisamente meno tragico e più divertente, ma non per questo meno vero. Per scriverla ho attinto alla mia esperienza di pattinatore e alla conoscenza delle dinamiche di gruppo fra bambini. Lo sport, per un bambino, non è solo sport, è un mondo morale in miniatura. È un laboratorio di emozioni. In pista si impara tantissimo: il rapporto con il corpo e con i limiti, la paura di cadere (che spesso si accompagna alla paura di deludere), l’ambizione, la rivalità, l’amicizia. E si impara anche che il talento da solo non basta, perché senza allenamento e senza costanza il talento è solo una promessa che non viene mai mantenuta. Mettere tutto questo in una serie per la primaria significa scegliere il punto di vista, il tono e il registro giusti. Anche qui, nessuna luna piena sul mare, semmai luci al neon, odore di ghiaccio appena fatto, lacci del pattino che non stringono come vorresti, e qualche caviglia gonfia o ginocchio ammaccato.
Che l’ispirazione arrivi dalla realtà sembra quasi scontato anche per i romanzi storici. Solo che la realtà, in quel caso, non è sotto mano, è un terreno da ricostruire. La vita, per parlare, ha bisogno che la si vada a cercare negli archivi, nelle fotografie, nelle testimonianze, nelle date. E però, anche qui, la storia nasce sem-
pre dallo stesso gusto di osservare e amare i dettagli.
Ne La fabbrica della Supercrema (Edizioni San Paolo) ambientato ad Alba dal 1945 al 1954, la nascita e lo sviluppo della Ferrero fanno da sfondo alle vicende di due giovani operai, Lino e Teresa, il cui amore nasce e
cresce tenero tra cioccolatini e creme spalmabili. La cornice storica non deve mai essere un fondale dipinto, ma un ambiente vivo, che condiziona i desideri, i sogni, la fatica, il futuro possibile di chi lo abita. Per tutto ciò che riguardava la famiglia e l’azienda Ferrero ho attinto alle fonti disponibili in archivio, ma per Lino e Teresa, che sono fiction, ho intervistato anziani pensionati della Ferrero che mi hanno raccontato le loro vicende in fabbrica. Storie minute, certo non epiche, ma piene di concretezza, fatte di turni, cioccolate calde, prime paghe, grandi orgogli, solidarietà tra operai, speranze del dopoguerra. Poi, certo, quel materiale non poteva entrare in un romanzo così com’era. Non si fa una trascrizione delle interviste. Sono materia grezza che va rimodulata, modellata, adattata alla storia di crescita e ripresa che deside-
ravo raccontare, ambientata nel dopoguerra italiano. È qui che l’ispirazione diventa il lavoro di scegliere, comporre, togliere, mettere in relazione. Fare in modo che la verità di quelle testimonianze diventi una verità narrativa, che faccia respirare il romanzo invece di appesantirlo. Ho operato in modo simile per co -
struire Un sogno sull’oceano (San Paolo). Qui l’innesco non è stato un ricordo personale e neppure una realtà da conoscere meglio dall’interno, ma una fotografia pubblicata su un quotidiano nazionale. Quella schiera di giovani in livrea, capitanati da un uomo con i baffoni aveva attirato la mia curiosità di lettore, che è stata il vero motore narrativo del romanzo. Ho scoperto che si trattava della brigata del Ritz, il ristorante a pagamento riservato agli ospiti della Prima Classe del Titanic. E lì mi è venuta voglia di raccontare non la storia del Titanic (che è già mito), ma una storia di giovani speranze accaduta sul Titanic. Spostare lo sguardo. Uscire dalla traiettoria dei grandi personaggi e dei grandi eventi e andare a cercare chi, dentro quell’enorme macchina di lusso e destino, lavorava, desiderava, sognava. Chi era forse di
contorno per la Storia, ma protagonista assoluto della propria vita. Senza quella foto e senza la curiosità che mi ha guidato nello studiarla, quel romanzo non ci sarebbe mai stato. L’ispirazione è qualcosa che chiama, e risponderle significa fare domande, consultare le fonti, aggiungere elementi per immagina -
zione, costruire personaggi che abbiano sangue nelle vene e non indossino solo abiti d’epoca, seppur ben documentati.
Ma che l’ispirazione arrivi dalla realtà può sembrare meno credibile quando parliamo di romanzi distopici. Ne ho scritti molti, ma tutti hanno come punto di partenza l’individuazione di qualcosa già presente nella realtà. Ritengo sia proprio del genere distopico portare alle estreme conseguenze (per definizione negative) qualcosa che esiste già, per funzionare come monito. Come dire, guarda che potremmo arrivare fin là.
Blocco 5 (Il Castoro), ad esempio, parte da una certa idea di educazione già diffusa, fatta solo di controllo e limitazioni, e la esaspera, ipotizzando una società in cui gli adulti possono punire i giovani tramite un’app che blocca i loro sensi. Incontrando
anche nel mio studio tanti ragazzi e tante ragazze, mi sono chiesto: di che cosa hanno bisogno dagli adulti? Come possiamo correggerli, quando necessario, senza umiliarli o far perdere loro la fiducia in chi deve accompagnarli nella strada della vita? E allora ecco comparire sulle pagine Mathias, non vero, ma spero verosimile. Quanti Mathias posso dire di avere incontrato. Perché noi crediamo di inventare i personaggi, ma in realtà li abbiamo già incontrati tutti, da qualche parte.
In fondo, allora, l’ispirazione non è un privilegio per pochi eletti che scrutano la luna, è piuttosto un esercizio di presenza. È stare dentro il mondo con gli occhi aperti, lasciarsi attraversare da ciò che accade e poi trasformarlo in una storia che non tradisca la complessità di chi la abita. Che si tratti di una stanza di ospedale, di una pista di ghiaccio, di una fabbrica nel dopoguerra, di un tanto grande quanto sfortunato transatlantico o di un futuro inquietante, il punto resta che nulla di umano ci è davvero estraneo. La letteratura, alla fine, non crea dal nulla, dà solo nuova forma, luce e voce a ciò che esiste già. E lo fa per ricordarci, con delicatezza o con paura, da dove arriviamo, dove siamo. E in quali territori potremmo inoltrarci.
Alcuni libri di riferimento:
UN SOGNO SULL’OCEANO
San Paolo, 2019
IN OGNI ISTANTE
Il Castoro, 2021
BLOCCO 5
Il Castoro, 2023
LA FABBRICA DELLA SUPERCREMA
San Paolo, 2024
Storia di un amore precoce e di tanti libri...
E c'è un grano di follia
di Guia Risari
Per me scrivere è il risultato di un incontro precoce con le storie, che ascoltavo piccolissima su ogni supporto: mangiadischi, mangiacassette e la voce stentorea di mia nonna che ha ripercorso con me gran parte del patrimonio favolistico occidentale e non solo. Così, mi sono subito fatta l’idea che le storie non fossero un divertimento o una finzione, ma parte integrante della vita, forse la parte più importante. Perché fiabe, favole, racconti, miti mi parevano allora – e anche adesso – modi diversi di affrontare e risolvere i più disparati problemi dell’esistenza. Storie allegre, drammatiche, truculente e tragiche davano tutte un senso all’esperienza umana più complessa. Mi sono occupata di filosofia, ebraismo, lingue, letterature della migrazione. Ho esercitato vari mestieri e vissuto in tanti paesi e la mia passione per le storie pareva aver preso una forma diversa. Scrivevo libri di filosofia, storia, intercultura, poesie, racconti letterari. Ma un giorno, circa vent’anni fa, ho riletto per caso i libri di Lionni, Rodari e Arpino. I tre, insieme ad Anna Maria Ortese, hanno generato una corrente irrefrenabile e ho cominciato a scrivere storie per bambini, provando una grandissima felicità e soddisfazione. Da allora, non ho più smesso e ho intervallato libri per bambini a qualche libro per ragazzi. Scrivo ancora racconti, poesie e persino saggi e romanzi. Leggo anche prevalentemente libri per adulti. Ma
la letteratura per bambini e ragazzi è un’alleata formidabile, è una parte di me ed esercita un richiamo irresistibile.
Scrivo sempre: all’inizio con più disciplina e metodo (avevo dei veri e propri orari da ufficio); adesso seguendo più l’impulso. Le storie più belle nascono da un caotico accumulo di materiale, dall’ispirazione e da un’urgenza.
Un esempio di questo procedere è uno dei libri che amo di più: Achillle il puntino (Ill. di M. Taeger, Kalandraka Italia, 2008). Il racconto, nato da un bozzetto, mi è venuto di getto. L’urgenza è stata tale che ho dettato il testo al mio compagno per non interrompere il filo narrativo. Per fortuna la storia è breve! Parla della nascita e della trasformazione di un puntino che, partito per il mondo, incontra elementi naturali che contribuiscono al suo sviluppo. Questo libro sullo schema corporeo e la crescita è adatto ai bambini più piccoli (4-6 anni) che, impegnati come sono a vedere il corpo e le sue parti modificarsi, si interessano a questo viaggio come fosse il loro. E in effetti un po’ lo è. Non penso subito a una fascia d’età. Penso a delle voci, a uno scenario, a un’atmosfera, a una storia. Più che cercare i contenuti, questi si presentano a me in una forma narrativa. Potrei quasi dire che il processo di scrittura è in parte inconscio e che diventa, con le riletture e il lavoro di revisione, sempre più consapevole.
In quel che racconto, hanno un’importanza fondamentale l’autonomia, la crescita, la scoperta, la curiosità, la trasformazione, la natura e la relazione con altre forme viventi, la capacità di affrontare problemi, la Storia o per lo meno alcuni fatti specifici che mi paiono fondamentali.
Per me, scrivere è un lavoro d’impulso, di passione, ma anche di pazienza. Significa leggere tanto, riflettere, creare e confrontarsi con un mercato editoriale che non sempre è ideale.
Nel processo di scrittura è importante, tra una versione e l’altra, prendersi del tempo per dimenticare quel che si è scritto e tornare a mente fredda al proprio elaborato. È più facile così capire, cambiare, trasformare ed eventualmente ricominciare.
Nella pratica, dopo l’invio di un testo, bisogna attendere settimane, mesi, a volte anni. E, nel frattempo, si deve
Guia Risari
andare avanti a cercare, capire, scrivere. C’è un grano di follia in questo processo e di irriducibile idealismo. Uso solo la matita e scrivo sempre su quaderni accuratamente scelti e senza righe. Questo mi aiuta a visualizzare ulteriormente la mia storia perché quando alzo gli occhi non incontro lo schermo di un computer, ma il cielo che si riempie di immagini e di azioni. Ogni tanto faccio qualche schizzo dei personaggi. Più spesso lascio che le parole evochino il mondo che si staglia davanti ai miei occhi.
Mi capita di scrivere anche su commissione, ma solo quando la richiesta incontra il mio desiderio. Passo molto tempo a documentarmi, a impregnarmi di una vicenda. Poi introduco uno stacco e torno alla scrittura trattenendo quel che più mi ha colpito, quel che per me è l’essenziale. È successo con Il taccuino di Simone Weil (Ill. di P. Valentinis, RueBallu, 2014), un romanzo che racconta la vita della filosofa francese in dieci capitoli che ripercorrono la sua esistenza e il suo pensiero. Ho dato a questo romanzo la forma di una autobiografia per rendere più vicina la figura di Weil al lettore e per svelare la sua complessa umanità. Ne è risultato un libro davvero trasversale, che può leggere un bambino di otto anni e uno specialista maturo. Anzi, mi è proprio capitato che una bibliotecaria mi scrivesse dicendomi di aver ritrovato la sua voce. Dal libro è stato tratto un bellissimo spettacolo teatrale, portato in scena dalla compagnia Mab Ensemble di
Irene Fioravanti e Monica Ceccardi. In effetti, vengo da una famiglia matriarcale e forse per questo sono portata a ricostruire in letteratura universi femminili potenti.
È quel che accade anche ne Il regalo della gigantessa (Ill. di B. Martín Terceño, Buk Buk, 2015), in cui rendo omaggio alla Dea Madre che tutto muove e forgia e che sa leggere il silenzio dei più timidi.
La forza femminile è protagonista di un’altra vicenda reale, narrata ne Il filo della speranza (Settenove, 2021): nel 1973, le ricamatrici di Santa Caterina Villarmosa scendono in piazza e ottengono la prima legge del Parlamento Italiano sul lavoro dipendente a domicilio. È una lettura importante per discutere di solidarietà, giustizia sociale, condivisione, lavoro. Con questo libro, ho smosso le parole di molti che avevano lavorato a cottimo e ricordavano fatiche e speranze. Altri temi ricorrenti nel mio lavoro sono quelli dell’ambiente, degli animali e dell’ecologia, non solo perché amo e frequento la natura, ma perché è un ambito al quale apparteniamo interamente e da cui ci siamo allontanati con risultati disastrosi. Bisogna invece riavvicinarsi, sperimentare, difendere e riconoscerci parte di un tutto. Tra i libri che ho dedicato a questi argomenti, c’è La Terra respira (Ill. di A. Sanna, Lapis, 2021), storia di due fratellini che seguono il battito del cuore della Terra. Ma al mistero e allo splendore dell’universo è dedicato anche Non temere (Ill. di D. Tieni, Lapis, 2023), in cui il protagonista affronta gli elementi e gli ambienti naturali, vincendo le proprie paure.
Il connubio con le illustrazioni in queste opere è particolarmente forte. Una delle cose che mi affascinano di più nel libro illustrato è proprio lo stupore che crea l’immagine, l’inventiva degli illustratori. Nel caso de La strana storia di Cappuccetto Blu (Ill. di C. Pollet, Settenove, 2021), ad esempio, l’illustratrice ha ambientato la storia in un contesto urbano e trasformato il lupo in un bambino. Quando ho visto queste tavole, mi si è aperto un mondo di
riferimenti e rimandi, lontano dal mio immaginario visivo, eppure molto pertinente e stimolante.
Mi capita addirittura di partire da schizzi, abbozzi o illustrazioni definitive per creare le mie storie. Un’immagine ben concepita è una miniera di narrazioni.
In altri casi, specie nei romanzi per bambini, sono la dimensione letteraria e narrativa che prevalgono: il piacere della lingua, del gioco tra i personaggi, dei dialoghi, della descrizione.
Il romanzo per bambini Gli amici del fiume (San Paolo, 2017) racconta di tre animali che superano i loro timori stando insieme e imparando dalle proprie avventure.
A una convivenza armoniosa è dedicato Notizie dalla fattoria Sottolmo (Ill. di A. Oberosler, Sabir, 2025), una sorta di La Fattoria degli animali in chiave umoristica.
Pubblico con tanti editori e li considero dei complici di un’impresa importante: trasmettere idee e parole, tessere legami e relazioni, aiutare a riflettere e fornire strumenti di confronto e di crescita, a ogni età.
Splendide creature (Ill. di C. Ghigliano, Settenove, 2024) è un libro sulla mescolanza, sull’ibridazione tra esseri umani e animali Qui descrivo un bosco magico dove le creature di ogni specie si legano in amori unici. Il libro è stato seguito con intelligenza e sensibilità dall’editrice, che ha sugge-
rito piccole modifiche che hanno arricchito testo e immagini di un’ulteriore dimensione.
Quando scrivo non penso di rispondere all’imperativo di un tema. Ciononostante, a volte mi rendo conto, a posteriori, di aver trattato un argomento specifico e molto delicato. Perché certe preoccupazioni ci abitano in modo sotterraneo.
Così mi sono ritrovata a scrivere di autismo (Ada al contrario, Ill. di F. Buonanno, Settenove, 2019), di famiglie migranti (Mamma cerca casa, Ill. di M. Di Lauro, Edizioni Paoline, 2019), di rom (Mi chiamo Nako, Ill. di P. D’Altan, Edizioni Paoline, 2020), di divorzio (I giorni di Alban, Ill. di F. Gambatesa, Giunti, 2023), di nostalgia (Il tram numero fiore, Ill. di F. Delicado, Kalandraka, 2025).
Anche la Storia emerge come protagonista nei miei scritti perché, lungi dall’essere razionale e lineare, è piena di buchi neri e di questioni irrisolte, sulle quali non si deve smettere di interrogarsi. Alla Shoà, ho dedicato La stella che non brilla (Ill. di G. Marchegiani, Gribaudo, 2019) e alla Resistenza Alza la testa! (Ill. di P. D’Altan, Gribaudo, 2022).
Resto convinta però che l’impegno non si esprima solo affrontando direttamente gli argomenti più spinosi. Anche la parola poetica riesce a trattare temi delicati e a rivolgersi alle sensibilità più diverse.
Nei miei incontri, continuo ad avere risultati commoventi con libri aperti, universali che si rivolgono a un pubblico misto. Amo molto l’approccio trasversale, che coinvolge adulti e bambini in un lavoro comune. Per esempio, partendo da alcuni libri, si generano delle poesie collettive sorprendenti e toccanti.
In Viaggio di un bacio (Ill. di E. Baboni, Lapis, 2023), due labbra si staccano da un albero e sorvolano campagne e città, portando pace e armonia. Chi uniranno?
Con Il gatto anima (Ill. di G. Hérbera, Edizioni Piuma, 2025) adulti e bambini si concentrano sull’animale guida, totemico, proiezione di possibilità e desideri.
Con Baci (Ill. di A. Calisi, Edizioni Corsare, 2021) ripercorriamo una strada di baci diversi, intensi, sognati e componiamo una poesia sull’amore.
Gli incontri – che possono essere di formazione, laboratoriali, collegati a corsi di scrittura o a uno specifico libro – sono una parte essenziale della mia attività. Questa dimensione, per me, appartiene a pieno titolo al mio lavoro di scrittura. Non solo perché posso vedere e capire le diverse letture dei miei libri, ma perché ricevo domande profonde e spunti interessanti, che svilupperò più tardi.
Sono molto grata ai miei lettori e lettrici, quelli che mi fanno arrivare messaggi, domande, constatazioni, commenti e anche critiche. Mi fanno crescere come persona e come scrittrice e mi confermano che le storie non sono mai concluse, ma rientrano
in un circolo infinito di interpretazioni, riscritture e rielaborazioni che danno un senso al mondo. O almeno ci provano.
I miei libri: bibliografia ristretta
ACHILLLE IL PUNTINO
Guia Risari, Ill. di Marc Taeger, Kalandraka, Italia 2008
IL TACCUINO
DI SIMONE WEIL
Guia Risari, Ill. di Pia Valentinis, Rueballu, 2014, Menzione speciale Premio Laura Orvieto, 2015
LA TERRA RESPIRA
Guia Risari, Ill. di Alessandro Sanna, Lapis, 2021
BACI
Guia Risari, Ill. di Andrea Calisi, Edizioni Corsare, 2021
IL FILO DELLA SPERANZA
Guia Risari, Settenove, 2021
Finalista Premio Andersen, 2022
I GIORNI DI ALBAN
Guia Risari, Ill. di Francesca Gambatesa, Giunti, 2023, Finalista Premio Campiello, 2025
S.O.S. SCUOLA
A proposito del Giorno della Memoria, il giorno di tutti
di Giuseppe Assandri
La celebrazione del Giorno della Memoria ha fatto molto discutere quest’anno per una serie di ragioni. Ci sembra opportuno parlarne, evidenziando alcuni aspetti, meritevoli di ulteriori approfondimenti.
La circolare del ministro Valditara
Alla vigilia della ricorrenza, il ministro dell’Istruzione e del Merito ha diffuso una circolare a dir poco sconcertante, proponendo una visione del 27 gennaio senza nazisti e leggi razziali, attraverso un testo retorico e banalizzante che tradisce lo spirito della Giornata. «Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz vennero abbattuti».
Chi liberò il campo di Auschwitz? Chi lo aveva creato? Omissis. Chi commise le atrocità di cui parla il ministro? Valditara trasforma il dovere del ricordo in una sorta di amnesia collettiva: i fatti storici sono decontestualizzati omettendo proprio quegli elementi che sono alla base della Giornata. La parola nazismo non viene mai utilizzata e manca qualsiasi richiamo alle leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938.
Meno attenzione e interesse
Non c’è dubbio che ci sia stata, sulla stampa generalista e sulle reti televisive, un’attenzione decisamente minore nei confronti della Giornata delle Memoria (con alcune lodevoli eccezioni). Niente libri abbinati ai quotidiani, poche iniziative da parte delle istituzioni, delle biblioteche e delle associazioni e un deciso calo di richieste – da parte delle scuole – di letture e incontri con gli autori, come se ci fosse una sorta di imbarazzo o rifiuto a parlare di Shoah di fronte a Gaza, alle sciagurate politiche di Netanyahu e agli altri conflitti e drammatiche ridefinizioni degli equilibri e delle leggi di potere nel mondo.
Ha ancora senso il Giorno della Memoria?
È trascorso un anno dall’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz e il dibattito critico si è arricchito con gli interventi di molte voci autorevoli
che hanno espresso posizioni diverse (da Anna Foa a Gad Lerner, Edith Bruck, Liliana Segre, Christian Raimo, Luigi Manconi e altri). Molti ritengono che la ricorrenza sia oggi «difficile da celebrare perché troppo calde sono le braci di Gaza», come ha detto Anna Foa, secondo la quale la memoria ha senso solo se interroga il presente.
Di fronte al delirante clima d’odio che si è diffuso nel mondo occorre trovare nuove ragioni per rinnovare la memoria di una giornata istituita 15 anni fa per non dimenticare le vittime della Shoah: oggi deve diventare un invito all’esercizio di responsabilità per opporsi al disprezzo dei social nei confronti della Storia. Sembra più che mai necessario evitare che il Giorno della memoria diventi un momento sempre meno sentito, segnato o da un appannamento della celebrazione.
I social hanno contribuito, come tutti abbiamo modo di vedere, a riletture semplificatrici e devianti secondo cui le vittime, cioè gli ebrei si sono trasformati (tout court) in carnefici. La crescita, in varie parti del mondo (si pensi alla recente strage in Australia!) della violenza contro gli Ebrei, del razzismo e dell’ondata di antisemitismo che la destra di governo minimizza senza aver mai condannato i crimini di Netanyahu, dovrebbe seriamente allarmarci, proprio mentre è in discissione in Parlamento una controversa legge sull’antisemitismo. C’è anche bisogno di maggiore chiarezza sull’uso di termini come sionismo e antisemitismo, senza confondere la storia, come opportunamente invita a fare Emanuele Fiano, ex parlamentare PD e presidente di Sinistra per Israele – «Due popoli, Due Stati».
Le parole di Mattarella e Liliana Segre
Nella cerimonia svoltasi al Quirinale nel Giorno della Memoria si è registrata una presa di posizione della premier Meloni che (forse per la prima volta) ha riconosciuto che il fascismo fu complice delle persecuzioni razziali. Ma sono soprattutto a echeggiare le parole chiare –ancora una volta – del presidente Mattarella sul valore della Memoria e sull’antisemitismo (segnaliamo il libro appena pubblicato da Interlinea La nostra memoria. I discorsi per non dimenticare la Shoah). Alla presenza degli ultimi testimonia (da Sami Modiano e Edith Bruck) è risuonato lucido e forte l’intervento di Liliana Segre, senatrice a vita e testimone che da anni vive (a 95 anni) sotto scorta di fronte ai quotidiani insulti e minacce che continua a ricevere sui social.
Si può parlare di Gaza nel Giorno della Memoria? Sì, si può, ricordando che il valore universale degli insegnamenti che derivano dalla Shoah ci porta a riflettere oggi sulle tragedie e i crimini che ancora dilagano nel mondo. Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria, tentare di oscurarlo, alimentare o lasciar correre tentativi di banalizzazione, di distorsione o di inversione della Shoah.
Non tutti sembrano aver capito – è questo il cuore del suo intervento – che il Giorno della Memoria non è per gli Ebrei, è per tutti gli altri.
La Giornata della Memoria nella scuola e nei libri per ragazzi
Credo che di fronte a un deciso calo di uscite di nuovi libri (con lodevoli eccezioni come il bel libro dal titolo forte e profetico Può succedere ancora pubblicato da Camelozampa e Il bambino stella edito da Lapis) e alla stanchezza che si respira nelle scuole, sia importante non desistere, far conoscere le novità e rilanciare i tanti bei libri per bambini e ragazzi presenti nei cataloghi di molti editori, oltre proporre nuovi progetti, itinerari e prospettive che guardino anche al presente. È quello che sul Pepeverde ci proponiamo di fare.
Strumenti
LETTERA AGLI ADULTI
SU GUERRA E PACE
di Giulietta Bemporad
Cara mamma e caro papà,
spero sarete felici che vostra figlia Giulietta, di soli 12 anni, abbia deciso di scrivervi questa lettera. Il fatto è che se voglio avere un dialogo con voi non ho altra scelta, siete dalla mattina alla sera con il cellulare attaccato all’orecchio e fare un discorso è quasi impossibile. E il discorso che voglio fare è impegnativo, si tratta di parlare nientemeno che di pace e di guerra. Avrei preferito parlare di altro e con gli amici della mia età, ma siccome le guerre ci sono e se ne parla tanto, mi è sembrato di non potere fare a meno di parlarne, prima di tutto con voi adulti.
Comincio subito. Tutti dicono che vorrebbero la pace, perché la guerra è la cosa più brutta del mondo, porta solo morte, distruzione, povertà. Lo dicono ma intanto le guerre continuano. Allora se tutti dicono di volere la pace e invece si fanno la guerra penso che nella loro testa (e forse anche nella mia e di tutti gli umani?) qualcosa non funziona.
Certo, nel Creato, come si dice, tutto si muove e spesso gli urti sono inevitabili. Ma quando ci si urta si potrebbe semplicemente chie-
dere scusa, farsi la guerra mi sembra in ogni caso esagerato. Riflettendo su queste incoerenze dell’umanità mi sono imbattuta in un libro intitolato Filosofi per la pace, un’antologia che raccoglie scritti di pensatori del passato, così grandi che io, pur essendo ancora piccola, avevo sentito nominare, come Rousseau e Kant. Ho provato a leggerlo e, cavoletti, è un po’ difficile questo libro. Però solo al pensiero che nei secoli tanti studiosi e pensatori abbiano discusso di pace è segno che il problema esiste. E leggendo qua e là mi sono imbattuta negli stessi concetti di filosofi diversi ripetuti così tante volte che mi son chiesta che bisogno avevano di ripeterli. E ho capito che c’era bisogno, tanto che li ripeto anche io, sperando che vi entrino in testa.
AA.VV.
FILOSOFI PER LA PACE a cura di Daniele Archibugi, Tommaso Visone, Franco Voltaggio Editori Riuniti, Roma, 2025 pp. 390, € 24,50
I contrasti sono inevitabili, una pace perpetua è quasi impossibile tra esseri viventi, perché gli interessi sono spesso diversi. Se guardiamo alle guerre passate vediamo che diversi e anzi divergenti erano gli interessi tra greci e persiani, tra spartani e ateniesi, tra romani e cartaginesi, tra mussulmani e cristiani, tra imperatori e regnanti, tra popoli e popoli… Il cuore della questione è dunque evitare che i contrasti degenerino in conflitti armati. Allora occorrono delle regole. Come nei giochi di noi bambini. Già, se però qualcuno le regole non le rispetta? Tra bambini ci azzuffiamo, come fanno gli adulti quando si fanno la guerra, le nostre zuffe non hanno però conseguenze simili a quelle dei conflitti armati. E ora che ho 12 anni e ho più capacità di ragionare, penso di smetterla di fare la bambina.
Leggendo gli scritti degli autori di questo libro trovo anche qualche proposta, la più importante è la creazione di un Istituto con il potere di impedire agli Stati di farsi la guerra. Quando c’è un problema bisogna costringere gli Stati a sedersi, a spiegare ciascuno la proprie ragioni e alla fine accettare le decisioni che l’Istituto prende.
Facile, no? Mica tanto. I curatori del libro spiegano nella introduzione che Istituti di questo tipo ce ne sono stati già due, il primo si chiamò Società delle Nazioni (SDN) Fondata nel 1920, dopo la prima terribile guerra mondiale; la SDN aveva la sede a Ginevra e lo scopo di impedire altre guerre. Ma non riuscì a impedire lo scoppio della seconda guerra mondiale e fu sciolta nel 1946. Il secondo Istituto si chiama, esiste ancora, Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Fondata nel 1945, con lo scopo di salvare le future generazioni dal flagello della guerra, ha sede a New York. Ma per una serie di motivi complicati da dire in poche parole non è riuscita a impedire lo scoppio delle guerre attuali, come quelle tra Russia e Ucraina e quella tra Israele e Palestina. E non riesce a impedire altre prepotenze che vengono minacciate da Stati più forti. Allora che fare?
Di fronte a questi insuccessi, i miei amati filosofi non si arrendono, insistono che l’unica strada da percorrere è quella già percorsa con la SDN e l’ONU, ma che deve trattarsi di un organismo diverso, più forte, sovranazionale, democratico, cosmopolitico, planetario. Parole
grosse per spiegare che il nuovo Istituto deve possedere la capacità e la forza di costringere le nazioni e gli Stati al dialogo e al ripudio della guerra. Un Istituto del genere prevede che sia eletto dai cittadini degli Stati e non dai capi degli Stati. Ma, siccome i nostri filosofi non sono degli ingenui, si chiedono quale Stato sarebbe disponibile ad accettare una simile scelta. Specialmente i più forti difficilmente la accetterebbero, perché si tratterebbe di rinunciare a un pezzetto della loro sovranità. Tutto questo per dire che il sogno di un mondo di pace va perseguito, ma occorre lavorare parecchio prima che il mondo raggiunga questo obiettivo.
Cara mamma e caro papà, vi vorrei al mio fianco. Lo so che le cose di cui sto parlando non sono robette da niente. Ma io mi rifiuto fin d’ora di accettare la guerra come un destino ed è proprio per questo che vi scrivo. Spero che vi interessiate un po’ di più di quello che accade nel mondo. Più di due secoli fa diceva Jeremy Bentham, filosofo e giurista inglese, che sulla scala delle malvagità la guerra si colloca al livello più elevato e avanzava idee sulla pace con al centro il problema della felicità umana. Vogliano lasciar perdere? Un ultimo consiglio, leggete l’articolo 11 della Costituzione italiana. È semplice da capire e contiene concetti utili per il futuro dei popoli. E anche del nostro.
Un abbraccio Giulietta
Le schede
Oliver Weiss
LA GARA DI CANTO
Collana “Bombi di cartone” Minibombo, Reggio Emilia, 2026 pp.24, € 13,90 da 1 anno
La gara di canto è un albo illustrato e nato dalla penna di Oliver Weiss, il nuovo autore che si aggiunge al catalogo di Minibombo. E non lo tradisce certo! Infatti, è uno di quegli albi che, in perfetto stile Minibombo, fanno una cosa molto semplice e molto difficile: prendono sul serio il piacere puro del gioco. Una sequenza irresistibile di personaggi, ciascuno con la propria voce (stridula, nasale, stonata, profonda, timida o esuberante), si cimentano in una gara canora. Un piccolo campionario di voci, caratteri e unicità, che si trasforma in una celebrazione corale delle differenze. Il testo procede per rime secche e fulminanti, le immagini esplodono di colori, le facce restano impresse al primo sguardo, ma nello stesso tempo invitano ad essere guardate e riguardate. E poi c’è il colpo di scena finale, ironico e liberatorio, che ribalta l’idea stessa di competizione e restituisce valore a chi, apparentemente, sembrava “fuori tono”. Un messaggio tutt’altro che predicatorio, che passa attraverso il divertimento e resta addosso senza farsi no-
tare. E quando sembra che la gara abbia già detto tutto, arriva il finale a sorpresa: una svolta ironica e liberatoria che restituisce valore a chi, apparentemente, sembrava fuori gioco. Non sempre vince chi se lo aspetta…Perfetto per letture ad alta voce, per gruppi, per scuole e famiglie che non hanno paura del rumore creativo. Scaldate la voce, perché ci sarà da cantare… e da divertirsi!
Clelia Tollot
Gek Tessaro
CHE BESTIE
Collana “I lapislazzuli” Lapis Edizioni, Roma, 2025 pp. 40, € 16,00 da 3 anni
Un albo buffo, pieno di stramberie, ritmo ed energia travolgente. Un bambino tranquillo, educato, rispettoso, amante dello studio, una mamma, un papà strampalati e animali bizzarri popolano e scompigliano le pagine del testo creando una storia quanto mai insolita. È il sesto compleanno del piccolo e la mamma vuole per lui solo il meglio, un regalo originale: sei galline vere! È un dono davvero ingombrante, ma se non gli piace, lo può rifiutare. La mamma gli anticipa la soluzione: cucinerà le pennute. Così per non contrariarla il
piccolo, pur sbigottito, la ringrazia e accetta. Piume, giochi, lamenti, pianti in un crescendo esagerato invadono la casa, togliendo ogni parvenza di normalità e calma. Inaspettata compare anche una grossa tigre, dapprima travestita da tappeto, poi da maestra e da criceto, ma le galline sono talmente fradice per lo spavento da disgustarla; poi, ne approfittano per tormentarla con giochi. E quando arriva il papà con la “sua sorpresa”, lo sconcerto raggiunge il suo apice… Euforico brandisce tra le dita la sesta gallina regalata dalla mamma, subito scomparsa chissà dove. Che dire? Senza dubbio il lettore è colpito da due adulti eccentrici, fuori da ogni schema e da un bambino assennato, cui spetta il ruolo di equilibrista tra gli eccessi. Le illustrazioni, dallo stile inconfondibile del pluripremiato Tessaro, sono molto efficaci e ben si armonizzano con la narrazione; il testo, in rima, crea musicalità, si presta alla lettura ad alta voce e sollecita la memorizzazione.
Lucia Zaramella
Xosé Manuel González (Oli)
TOPOLINI A SCUOLA
Ill. di Natalia Colombo Trad. di Ilide Carmignani e degli Studenti 2025 FUSP Collana “Libri per sognare” Kalandraka Italia, Firenze, 2025 pp. 36, € 14,00 da 3 anni
Dal galiziano Oli, pseudonimo di Xosé Manuel González, un delizioso albo per i piccoli, pieno di colore e di movimento: colpisce fin dalla prima
pagina per l’aspetto giocoso e la musicalità delle parole. Sul crepuscolo, bizzarri topolini, caschi in testa e monopattini, lasciano la sicurezza e la comodità della casa e sfrecciano come fulmini all’esterno. In un batter d’occhio, «come uno tsunami», entrano nella scuola ormai deserta e si divertono in palestra: chi a fare canestro, chi a saltare, chi a giocare a palla, chi a fare esercizi con gli attrezzi. E poi? Eccoli tutti nell’aula di musica a strimpellare con gli strumenti, a cantare e, subito dopo, in cucina a combinare guai. Ma sanno trasformare e non sprecare! A lezione di arte con i cocci dei piatti rotti, pennelli e colori creano un grande mosaico e, con la magia dei colori residui, vivacizzano i muri fino in biblioteca. Qui, però, si trovano a dover fare i conti con incombenti, minacciosi pericoli: spaventose illustrazioni di gatti. Che fare? In un baleno fuggono a vedere il mondo esterno sotto lo sguardo stupito della luna. Il testo in forma di filastrocca, organizzata in strofe di quattro versi, in rima consonante, crea ritmo e divertimento e si presta alla lettura ad alta voce, valorizzando l’oralità. Le illustrazioni sono molto accattivanti, “de-
scrivono” a doppia pagina atmosfere dinamiche, allegre con ricchezza di dettagli, che incuriosiscono; focalizzano l’osservazione sui luoghi, gli strumenti, l’aspetto creativoartistico dell’apprendimento. L’albo stimola la fantasia e l’attenzione, presentando ambienti scolastici conosciuti dai bambini.
Lucia Zaramella
Matt Hunt
COME TROVARE UNO YETI
Franco Cosimo Panini, Modena, 2025 pp. 32, €14,90 da 3 anni
Il protagonista di questo libro è un bambino convinto che uno yeti viva nel bosco vicino casa sua. Forte della sua “competenza” (ha letto tutti i libri sugli yeti e possiede persino pantofole a tema), decide di partire con il suo cane Milo per una grande caccia all’alieno peloso. Cerca dappertutto – in alto e in basso, qui e là – ma sembra che lo yeti proprio non voglia farsi trovare… o forse è già proprio davanti ai suoi occhi? Un interessante picture book pensato per i più piccoli, ma con un’idea molto simpatica: coniuga una storia lineare e facile da seguire con un gioco visivo di ricerca che rende ogni pagina una piccola sfida, fino ad arrivare alla sorpresa finale! Cela, a mio avviso, anche un messaggio unico che appartiene esclusivamente alla spe-
cialissima sfera emotiva dell’infanzia: quello che i bambini sono capaci di impiegare tutte le loro forze per un unico grande progetto, anche inverosimile, se per loro è davvero importante. E che da loro abbiamo molto da imparare. Le immagini sono realizzate con uno stile moderno e creativo che ricorda collage di carte e texture morbide, perfette per attirare l’attenzione dei più piccoli. Un albo illustrato divertente per chiunque abbia voglia di partire all’avventura!
Elisa Spadaro
Shirley Hughes DOGGER
Trad. di Chiara Carminati Collana “Radici”
Storiedichiedizioni, Mestre, 2025 pp. 44, € 17,00 da 4 anni
Arriva in Italia uno dei più amati classici della grande e prolifica autrice e illustratrice inglese Shirley Hughes, sapientemente tradotto da Chiara Carminati, pubblicato per la prima volta nel 1977, vincitore della “Kate Greenway Medal”. Non è la prima volta che Storiedichiedizioni propone ai lettori italiani libri che vengono dal passato (come Il piccolo giardiniere e Un cappotto piccolo piccolo): la scommessa è che, nonostante l’ambientazione datata, libri come questi possano incontrare i gusti e l’interesse anche dei bambini di oggi. L’editrice Silvia Zanardi ha raccontato di aver letto il libro da bambina, con la madre che lo aveva scoperto in Inghilterra e che, al momento di aprire la casa editrice, aveva già in mente di pubblicare Dogger, un albo senza tempo che parla di amicizia e generosità, narrando la vicenda di un morbido cagnolino di pezza marrone, che ha la pelliccia un po’ rovinata e appartiene a Dave che lo porta sempre con sé, con un guinzaglio di corda come un vero cane, finché un brutto giorno
lo perde. Dove è finito Dogger che non c’è verso di trovare? Alla fine il cagnolino viene ritrovato su una bancarella di giocattoli usati, per la gioia di Dave e di tutta la famiglia grazie all’aiuto di Bella, la sorella generosa e intraprendente che tutti vorrebbero avere Un albo capace di entrare nella sfera emotiva dei bambini, raccontando con sensibilità il vuoto della perdita e il calore dell’altruismo e di conquistare gli adulti per il valore di una storia semplice e intensa, ritrovando atmosfere e sensazioni rivissute con nostalgia, come nelle tavole che descrivono la festa della primavera, le bancarelle e i giochi all’aperto. Lunga vita a Dogger e a chi vorrà condividerne la storia con i piccoli lettori.
Giuseppe Assandri
Emma Adbåge
IL SACCO
Trad. di Samantha K, Milton Knowles, Camelozampa, Monselice, 2026
pp. 32, € 18,90 da 4 anni
I libri di Emma AdBåge – pluripremiata autrice svedese di cui abbiamo amato La Buca, La Natura e La ferita (tutti editi da Camelozampa) – sono sempre attesi e preziosi e non deludono mai. E non fa eccezione la sua novità più recente, Il sacco, che con la sua capacità di raccontare – attraverso parole e immagini – in modo diretto, sincero, con umorismo e
senza false ipocrisie il mondo vero dei bambini e quello, meno limpido, degli adulti, arriva al cuore dei lettori. Il suo sguardo libero è una boccata d’aria fresca e le sue storie, sanno raccontare con pochi tratti le emozioni di tutti i protagonisti, grazie anche alle illustrazioni vivaci, essenziali ma ricche al tempo stesso di dettagli visivi. Le bambine, di ritorno dal nonno, tornano a casa e la trovano, inaspettatamente troppo vuota, troppo ordinata. Cosa è successo? I genitori non hanno solo spolverato e riordinato, come dicono, ma hanno riempito un grande sacco di «cianfrusaglie rotte e inutili». Ma non dicono la verità, e quel sacco parla chiaro. Yiva e la sorellina non si fidano e rovistano nel sacco che risulta pieno di cose preziose, almeno dal loro punto di vista. Altro che cianfrusaglie! Le bambine sono esterrefatte e non credono ai loro occhi: c’è la testa della Sirenetta del Lego, una scatolina di sabbia della Grecia e perfino Cusivrò, che non è solo un pezzo di legno, ma che è stato il loro cugino immaginario d’estate. Come si possono gettare via tanti ricordi, oggetti preziosi, pezzi di vita vissuta? Tutto si compone in un finale a sorpresa e sta ai lettori di questa imperdibile commedia familiare – bambini e adulti che li accompagnano – mettere ludicamente a confronto sguardi e punti di vista di bambini e adulti.
Giuseppe Assandri
Guia Risari
CHE COS’È IL CIELO?
Ill. di Marianna Balducci
Collana “Aperture” Camelozampa, Monselice, 2026 pp. 56, € 20,00 da 5 anni
L’autrice Guia Risari, filosofa di formazione e poliedrica autrice a tutto campo, propone una collezione di domande universali che coniugano filosofia e umorismo, con un botta e risposta tra chi legge e chi ascolta. 24 domande accompagnate da altrettante risposte, spiazzanti e sorprendenti. Che cos’è la meraviglia? Quando la bocca si apre, ma non per parlare. Che cos’è il mistero? Nessuno lo sa. Che cos’è l’infinito? Ci vuole un’eternità per spiegarlo. In copertina una delle domande più stimolanti: Che cos’è il cielo? Il gioco di riflessione e immaginazione creativa che propone questo albo davvero prezioso e originale, offre come risposte alle domande delle “fotografie illustrate” e fa da apripista alla nuova collana “Aperture”, dedicate ai fotolibri per l’infanzia. Ed è proprio questo uno dei motivi che rendono lo rendono così originale e diverso dai consueti libri di filosofia per bambini: l’idea, felicemente intrapresa, di far dialogare il testo, qui costituito da domande semplici ma profonde, con la fotografia e l’illustrazione. Le illustrazioni di Marianna Balducci si innestano creativamente nelle foto-
grafie scattate da Fabio Gervasoni, capaci insieme di presentare dei microuniversi e degli scorci che rompono schemi e aspettative, al limite fluido tra fantasia e realtà. Un albo capace di interrogare e al tempo stesso stupire e incuriosire, a partire da domande che, come suggeriscono Queneau e i surrealisti francesi, sono “germogli dell’intelligenza”. Un albo per aprire finestre mentali, per stimolare attività ludiche e creative da condividere con i bambini e per godersi lo spettacolo di essere vivi.
Giuseppe Assandri
con grande armonia nell’adattamento poetico di Susanna Mattiangeli, che riesce a restituire una lingua limpida e sensoriale, capace di parlare ai piccoli senza semplificare. Le illustrazioni raffinate costruiscono spazi domestici in cui è facile riconoscere il calore del proprio vissuto. È una narrazione al femminile, in cui il sapere passa di mano in mano con naturalezza, tra pentole, ortaggi colorati e segreti custoditi senza mistero.
Carine Prache QUANTO TEMPO?
K.T. Hao
LA ZUPPA DELLA MAMMA
Ill. di Li-Ping Pan
Adatt. di Susanna Mattiangeli Il Barbagianni Editore, Roma, 2025 pp. 40, € 20,00 da 5 anni
Con La zuppa della mamma, Il Barbagianni Editore porta sugli scaffali un picture book delicato e profondo, firmato da due voci centrali della scena asiatica contemporanea: il taiwanese K.T. Hao, autore pluripremiato, e Li Ping Pan, tra le artiste emergenti più interessanti del fumetto cinese. Al centro, una relazione madrefiglia raccontata senza retorica, attraverso un gesto quotidiano che diventa rito: cucinare insieme. La storia parla del tempo che passa, dell’assenza e della memoria, e di come le tradizioni, soprattutto quelle che profumano di casa, possano trasformarsi in un linguaggio affettivo capace di resistere alla perdita. Basta poco: un pizzico di pepe, sale quanto serve, l’olio di sesamo lasciato solo intuire. La zuppa, piatto fondante della cucina asiatica e presenza costante nella vita della protagonista, è la chiave con cui la ragazza condivide con i lettori le ricette della propria famiglia, trasformandole in racconto. Testo e immagini dialogano
Ogni pagina invita a una lettura lenta, per scovare anche nuovi particolari: dagli sguardi complici delle protagoniste ai vapori che sembrano danzare, dagli alberi di ginkgo, simbolo di rinascita, ai motivi floreali, tutto concorre a creare un senso di quiete, cura e bellezza. Le tavole di Pan, attraversate da un’intimità autentica (l’artista è diventata madre proprio durante la lavorazione del libro), dimostrano come l’esperienza vissuta renda le immagini più dense e vitali.
La zuppa della mamma è un albo che nutre: emoziona bambine e bambini, ma sa conquistare anche gli adulti, gli amanti della cucina e della cultura orientale, e chi cerca nei libri illustrati uno spazio in cui ricordare, riconoscersi e restare.
Clelia Tollot
Franco Cosimo Panini, Modena, 2025 pp. 64, € 17,90 da 5 anni
Tutto quello che esiste c’è per un tempo limitato. Tutto passa e tutto cambia. Per certi momenti occorre un tempo lunghissimo e per altri basta un istante. Un momento felice, ad esempio, può durare anche solo qualche secondo ma è destinato a rimanere dentro di noi per sempre. Abbiamo tra le mani un libro poetico ed evocativo, che invita i bambini a scoprire le trasformazioni della natura e celebrare il ritmo della vita, imparando a dare valore a ogni momento. Ideale per letture ad alta voce con famiglie o in classe è accompagnato da illustrazioni a colori che rendono la lettura piacevole e immediatamente comprensibile per i piccoli lettori. Il linguaggio visivo aiuta a rendere concetti astratti (come la formazione di una montagna o la durata della vita di un animale) più concreti. Un invito alla lentezza e alla consapevolezza della vera ricchezza in un mondo che a volte sembra non potersi fermare mai.
Elisa Spadaro
Francesca De Sanctis ZAZEL. LA BAMBINA CHE IMPARÒ A VOLARE
Gallucci, Roma, 2025 pp. 26, € 15,00 da 5 anni
Rosa è una bambina fuori dal comune e con le idee molto chiare: non vuole diventare
una principessa, vuole volare. Trascorre le sue giornate col naso all’insù, a perdersi nel volo libero degli uccelli, e poi salta, rimbalza e impara a cadere. Quando in città arriva il circo le basta un’occhiata per capire quale sarà il suo destino: diventare un’acrobata. In questo albo illustrato Francesca De Sanctis narra la vera storia di Rosa Matilda Richter, in arte Zazel, la prima donna a essere sparata da un cannone, di fronte a una grande folla, al Royal Aquarium nel 1877. Diventata leggenda grazie all’amata canzone di Francesco De Gregori, Zazel è stata una donna forte, libera, coraggiosa, che ha sempre scelto di essere sé stessa in un’epoca in cui non era per niente scontato, tantomeno facile farlo. Libera di sognare, viaggiare, vestirsi e acconciarsi come voleva, ha sognato in grande e ha realizzato cose impossibili. La sua storia è un’ode alla libertà e al coraggio di chi la insegue. Un esempio di emancipazione femminile e un modello per tante ragazze che come lei hanno grandi sogni e passioni, con l’augurio che possano spiccare il volo.
Elisa Spadaro
Sandra Siemens
UN CUCCHIAIO PIENO
DI STORIE
Ill. di Bea Lozano
Trad. di Yuri Garrett
Caissa Italia Editore, CesenaBologna, 2025 pp. 32, € 16,50 da 5 anni
Dell’autrice argentina pluripremiata di Mio papà dipinge parole (Caissa Kids, 2023) ecco
un albo di grande valore letterario che – con le illustrazioni piacevolmente vintage della spagnola Bea Lozano – racconta la storia di un oggetto comune, cioè di un cucchiaio, attraverso la voce narrante di una bambina. Un cucchiaio che non si può usare per mangiare la minestra, né per scavare buche in giardino e neanche per fare musica. Glielo dicono tutti, in famiglia. Quel cucchiaio, passato di mano in mano, era della bisnonna, ed è l’unico oggetto portato con sé dalla guerra. Per questo è un cucchiaio pieno di storie. Che cosa ne farà la bambina quando sarà grande? Prima di riporlo nel cassetto, la bambina svela un segreto: lo regalerà a sua figlia, che sarà libera di giocarci. Se lo vorrà. Memoria, storia delle proprie radici, esperienze vissute di guerra ed emigrazione, sono alcuni dei temi presenti nell’albo, sviluppati attraverso lo sguardo concreto e ironico della voce narrante e corredati da disegni poetici ed immaginifici che alternano frammenti del passato e immagini del presente. Interessante il finale aperto, con la bambina –ormai adulta – che utilizza il cucchiaio con sua figlia e il tema del dialogo tra le generazioni
Un libro che piacerà anche agli adulti, per l’invito a scoprire le storie di cui gli oggetti sono portatori, se gli si dà voce.
Giuseppe Assandri
Alan Rossi
IL CAVALIERE ERRANTE
Ill. di Giorgia Zanin
Lavrieri, S.Maria C.V. (CE), 2025
pp. 32, € 15,90 da 6 anni
Il protagonista di questo albo si presenta come un cavaliere in piena regola: armato, sicuro di sé, pronto a partire per l’avventura. Ma fin dall’inizio appare evidente che il suo limite non è il confronto con draghi o prove pericolose. A metterlo in difficoltà è qualcosa di più quotidiano e concreto: leggere, scrivere, fare di conto. Le lettere si confondono, i numeri non tornano, le istruzioni vengono interpretate male. Ogni tentativo si trasforma facilmente in un pasticcio, con esiti imprevisti che oscillano tra l’imbarazzo e il divertimento. Questa inclinazione all’errore affonda le radici negli anni della scuola. Seduto tra i banchi, mentre gli veniva chiesto di concentrarsi, la sua attenzione prendeva altre direzioni. Il mondo dello studio sembrava distante da quello dell’avventura, troppo legato a regole e precisione per chi sognava l’azione. Il racconto costruisce su questo scarto il proprio senso, giocando apertamente sul significato di “errare”: muoversi senza una direzione precisa, ma anche sbagliare. Il cavaliere procede, ma inciampa spesso. Attraverso una serie di situazioni sempre più complesse, il protagonista comprende ciò che prima gli sfuggiva. Quelle competenze
che aveva trascurato non erano un ostacolo alla fantasia, ma strumenti necessari per affrontare il mondo con meno impaccio. Imparare non è un gesto immediato, né un talento innato, ma un processo fatto di tempo, tentativi, aggiustamenti continui.
A rendere questo percorso accessibile e coinvolgente è anche la forma del racconto, fatto in rima. Le parole scorrono e si rincorrono, sostenendo l’idea che crescere significhi procedere per prove successive, trovando nello studio e nella pratica non un limite all’avventura, ma la condizione per viverla davvero.
Martina Polimeni
Guido Quarzo A VOLO DI GALLINA. Storie corte di animali
Ill. di Simone Spellucci Sinnos, Roma, 2025 pp. 64, € 13,00 da 6 anni
Corte o cortissime, piene di ironia e stranezze, le storie di A volo di gallina si leggono in un attimo e restano in testa a lungo. Protagonista assoluto è il mondo animale, ma guai a pensare a bestiole “carine” o addomesticate: qui gli animali pensano, ragionano, si interrogano. Spesso troppo. E proprio da questo eccesso di pensiero nascono situazioni comiche, paradossali, a tratti irresistibilmente surreali.
Ci sono pappagalli annoiati che guardano in aria e sbadigliano, lombrichi così lunghi
da non riuscire a raccontare la propria storia fino in fondo, cammelli spacconi, struzzi con la testa nella sabbia – sì, proprio loro, ma mai come ce li aspetteremmo. Ogni racconto è una piccola macchina narrativa ben oliata: parte da un’idea semplice e la porta un passo più in là, quel tanto che basta per farci ridere e, subito dopo, riflettere.
Guido Quarzo gioca con i luoghi comuni, li ribalta, li svuota dall’interno, senza mai spiegare troppo. Il tono è leggero, ma l’intelligenza è affilata: dietro i sorrisi si intravedono domande sul ruolo che ci diamo, sull’identità, sul bisogno di apparire diversi (o migliori) da ciò che siamo. È un libro che funziona su più livelli: i lettori più piccoli si divertono per l’assurdo e il ritmo rapido, quelli più grandi colgono l’ironia sottile e il gusto per il non-senso che dice molto del nostro mondo.
Un perfetto esempio di come la brevità, quando è ben scritta, possa diventare densità. Da leggere ad alta voce, da sfogliare a caso, da riprendere più volte. Perché, a volte, per guardare le cose con chiarezza, basta davvero… un volo di gallina.
Clelia Tollot
Ferdinando Albertazzi BELLA PENSATA, FRANCI!
Edizioni Sanpino, Torino, 2025
pp. 48, € 12,00 da 6 anni
Franci ha nove anni e un grande desiderio: possedere il fantastico transformer di Roby, il compagno più sfacciato della classe. Quando ne ha finalmente l’occasione, lo prende di nascosto, convinto che in fondo lo meriti ma, al posto della gioia attesa, sperimenta immediatamente una sensazione universale e complessa: il senso di colpa. La paura di essere scoperto, la vergogna e il
rimorso accompagnano Franci giorno dopo giorno, rendendo evidente che le conseguenze delle nostre azioni non si limitano a ciò che accade intorno a noi, ma si riflettono anche dentro di noi, nella nostra serenità e nel nostro equilibrio interiore. Il momento centrale della storia è la scelta di rimediare. Franci trova infatti un modo creativo e coraggioso per restituire il giocattolo senza perdere la dignità: un gesto che trasforma un errore in una vera lezione di vita. Soprattutto perché il suo gesto è ben accolto dalla maestra che comprende, accetta e perdona, e non indugia, come avrebbe potuto fare, sull’errore in sé piuttosto sulla scelta di rimediare. Per educatori e genitori, questo racconto può senz’altro diventare uno strumento utile per mostrare che gli sbagli non sono fallimenti, ma opportunità per crescere, imparare e rafforzare valori come la sincerità, l’empatia e il coraggio. Ricordiamo che i bambini sono carta bianca e hanno bisogno di imparare e che l’errore ha un ruolo importante nel processo di apprendimento. Sbagliare non è soltanto “normale” perché fa parte dell’esperienza dell’uomo ma è anche utile, perché lo mette in condizione di imparare dai suoi errori e quindi è un’esperienza potenzialmente positiva, perché con la sua correzione permette di fargli fare conoscenza della verità. Riconoscere questo è importante a casa, nei contesti sociali ma anche a scuola: spesso la paura di sbagliare paralizza e per molti può diventare un’esperienza stressante,
frustrante, non esattamente educativa né fruttuosa. Rivalutare l’importanza dell’errore e il diritto a sbagliare è fondamentale per creare fiducia tra figlio e genitore, alunno e educatore. Ma anche dentro ognuno di noi nei confronti del mondo reale.
Elisa Spadaro
Fabrizio Silei
BRADI VA IN CITTÀ Edizioni Corsare, Perugia, 2026 pp.72, € 15,00 da 8 anni
Fabrizio Silei, talentuoso ed eclettico autore e illustratore toscano, propone ai lettori un gustoso e originale romanzo illustrato che ha per protagonisti due animali che vivono in città, ma in incognito. Il libro si sviluppa come una sorta di favola ambientalista che celebra con umorismo il valore dell’amicizia, della diversità e il valore del tempo lento. Bradi ha dovuto abbandonare la foresta dove abitava minacciata da uomini muniti di motosega per traferirsi in città, in cerca di lavoro. Lì trova ospitalità e aiuto a casa dell’ippopotamo Zippo. Bradi e Zippo diventano amici e condividono esperienze ed avventure o meglio disavventure e scoprono lo strano e spesso incomprensibile mondo degli esseri umani. I lavori che vengono loro proposti sono fonte di stress e di-
sagio (in una fabbrica di carta igienica, un fast food e una fabbrica di automobili) e i due, anche se aiutati dal loro coinquilino Ignazio (che in realtà è un coccodrillo femmina sotto mentite spoglie) non riescono a trovare un posto in cui sentirsi “a casa”. La chiave di svolta sarà scoprire negli occhi svelti dei bambini e in quelli pazienti degli anziani – gli unici in grado di riconoscere gli animali camuffati da esseri umani – comprensione, complicità e aiuto. Alla fine Bradi potrà tornare nella foresta, dopo aver contribuito all’apertura di nuove riserve naturali per gli animali. Un bel libro da regalare e condividere con i bambini scoprendo con il piacere di guardare il mondo da diverse prospettive.
Giuseppe Assandri
Luigi Ciotti
LETTERA SUL RAZZISMO AGLI ADULTI DI DOMANI
Piemme, Milano, 2025 Ill. di Paolo D’Altan pp. 64, € 16,00 da 8 anni
Don Ciotti, in questo breve ma intenso libro, si rivolge in modo diretto e affettivo ai giovani lettori, cercando di dimostrare l’assoluta insensatezza di ogni atteggiamento razzista. In questo percorso Ciotti evidenzia un elemento fondamentale: la specie umana è da sempre una specie migrante e la cultura umana si è arricchita via via dei contributi di popoli e paesi, che l’hanno resa sempre più ricca e profonda. Eppure ogni volta che un essere umano si è avventurato in un’altra terra, in un’altra cultura, ha dovuto farlo in punta di piedi, colpito spesso da ostilità e oltraggio. Questo monito semplice e scontato alla convivenza serena, rimane ancora un difficile traguardo.
Le illustrazioni di Paolo d’Altan, dai disegni intensamente espressivi e i colori vivaci ac-
compagnano il libro con intenso realismo.
Paola Parlato
Charly Del Wart IO, ME E LE MIE AVVENTURE. DIARIO DEL GRANDE AMORE
Ill. di Ronan Badel
Trad. di Francesca Novajra
La Nuova Frontiera Junior, Roma, 2026 pp. 144, € 13,90 da 9 anni
Dopo il successo Diario di una fuga (La Nuova Frontiera Junior, 2024) arrivano in libreria le nuove spassosissime avventure di Gaspard, a cui è difficile non voler bene, qui alle prese con il primo amore, a misura di un bambino di dieci anni, si intende. Gli autori conoscono bene l’arte di raccontare con le parole e gli impertinenti disegni un’educazione sentimentale in modo tenero e umoristico. A Gaspard non interessano le ragazze né l’amore, ma quando arriva in classe Julia, cambia tutto. Come affrontare i sintomi di quella che sembra una strana malattia? Il racconto in prima persona, in forma di diario, ci fa conoscere il suo approccio “filosofico” e le sue strategie rigorose, con le irresistibili liste di cosa fare o non fare, i disegni che fanno il punto della situazione, i brainstorming.
Inizialmente, le strategie per contrastare l’amore (come cambiare scuola, rompersi una gamba, convincersi di non essere innamorato) poi per coltivarlo con varie modalità (prendere lo stesso autobus, farsi notare, suonare la chitarra, dedicarle poesie). Gli interrogativi di Gaspard, mai banali, giocano in modo intelligente con il gusto per l’assurdo e l’invenzione di scene e situazioni esilaranti e imprevedibili. Fondamentale il ruolo dei disegni di Ronan Badel, che accompagnano felicemente la narrazione ironica e spumeggiante.
Giuseppe Assandri
David Vlietstra
LA LISTA DI VIOLETTA
Ill. di Yoko Heiligers
La Nuova Frontiera, Roma, 2026
pp. 192, € 16,90 da 10 anni
Violetta decide di descrivere nei suoi quaderni ogni incontro con i suoi compagni e le impressioni che le suscitano, di volta in volta, la frequentazione dell’uno o dell’altro. Le sembrano particolari e strani i suoi compagni, qualcuno fa davvero cose incredibili. Ma la prima parola con cui si apre il romanzo è «Immagina», si scoprirà poi dove condurrà. Una osservazione di Violetta
colpisce subito per la sua particolarità: in assenza di luce e suoni, la mente inventa nuove immagini. Fa intuire qualcosa, così come la comparsa di Ingeborg, la psicologa che le ha dato il compito di annotare gli incontri, descrivere cosa la preoccupa prima che avvengano e cosa si è davvero verificato dopo. Ma Violetta vuole dare molti più particolari per ogni incontro, la stringatezza non le piace. Procede seguendo una lista, il primo dei compagni è Jamie Bender. Descrive i suoi comportamenti e li motiva con profonda condivisione. Il ragazzino è sempre il primo ad arrivare a scuola, così almeno per un istante la maestra guarderà lui solo: il primo istante è il più bello, che si tratti del primo morso all’hamburger o di una leccata al gelato sul cono. Violetta annota che Ingeborg sarà contenta di sapere che quell’incontro non le ha provocato agitazione. La ragazzina è consapevole delle sue difficoltà, premette «per le persone come me», ma lo fa con il tono sereno di chi sa di poter avere un aiuto. Con ciascun compagno vive esperienze sempre più strane: trova un anello estirpando una carota nell’orto, salva un bambino che stava per essere investito da un treno, incontra gli alieni... Per i genitori di Violetta, a cui lei le racconta, quelle avventure sono incredibili, i nomi di quei compagni di scuola sono sconosciuti.
La verità, pur intuita, arriva come un colpo di scena: da più di un anno Violetta non esce di casa e non va a scuola. Tutto era iniziato con un mal di pancia, nel passaggio alla scuola superiore si sentiva insicura, aveva paura di essere presa in giro, un giorno le avevano tirato un sasso in testa. Poi Ingeborg è entrata nella sua vita. Lo scrittore olandese è un insegnante psicologo, autore di molti altri libri, con quest’ultimo è vincitore del premio Zilveren Griffel, finalista al premio Woutertje Pieterse e nella longlist del De Boon Bambini e Ragazzi. Pubblicato con il sostegno della Fondazione nederlandese per la letteratura, anche questo romanzo dà una conferma di quanto la letteratura olandese e scandinava dedicata ai ragazzi può aiutare la nostra a rettificare una certa distorsione dell’ottica con cui si guarda ai ragazzi e al disagio giovanile.
Franca De Sio
Angelo Petrosino
STORIE DI INCONTRI E DI AMICIZIA. Un piccolo scrittore a Roma Ill. di Sara Not Edizioni Ecogeses, Roma, 2025 pp. 235, € 15,00 da 10 anni
Nel libro, il seguito ideale del precedente Le vie del cuore. Storia di un piccolo emigrante italiano (Edizioni Ecogeses, 2024), ritorna il protagonista Lino, in cui non è difficile riconoscere l’autore da bambino, durante gli anni trascorsi a Roma, subito dopo aver lasciato Parigi. A Roma Lino che ha undici anni e la mamma Lucia sono ospitati dalla zia Giulia e nella grande città tutta da scoprire Lino contribuisce al bilancio familiare lavorando come garzone di un barbiere, imparando a muoversi in città con l’autobus. Tanti sono gli incontri che
lo fanno crescere, dal bigliettaio Umberto, a Rosa, la giovane estetista che lavora come lui in bottega, al maestro in pensione Cesare, a Libero, il gestore della trattoria dove Lino può mangiare un piatto di minestra calda. Lino stringe amicizia con Eleonora, la figlia della signora dove la mamma lavora come donna delle pulizie ma l’incontro più importante è quello con la libraia Grazia, di cui diventa amico e che gli fa scoprire i libri e l’uso delle parole. Grazie a incontri e prestiti, Lino scopre i classici della letteratura e della poesia e il piacere di scrivere lettere. Il libro, che si legge con piacere, è anche un invito per gli insegnanti ad arricchire le proposte educative e linguistiche, frequentando le biblioteche e le librerie. Nella postfazione il libraio Massimo Trombi (di Binaria, libreria del Gruppo Abele di Torino) augura a tutti i lettori di incontrare sul loro cammino la libraia che ha incontrato Lino, che gli ha fatto scoprire le parole e il valore della letteratura, primo passo per diventare uno scrittore.
Giuseppe Assandri
Stefania Gatti
IL SEGRETO DEL BOSCO PROIBITO Gallucci, Roma, 2025 pp. 242, € 13,90 da 10 anni
Raymond Chips è un ragazzino di dieci anni che sembra non farne mai una giusta. Un
giorno, dopo uno scherzo finito male, compie una scelta impulsiva e sbagliata: ruba una bicicletta. Quel gesto, nato quasi senza pensarci, innesca una serie di decisioni avventate che lo trascineranno in guai sempre più grandi. Tra un passo falso e l’altro, Raymond incontra due persone particolari: figure strane, come quelle che in ogni storia suscitano paura. A volte perché non le conosciamo, altre perché si comportano in modo insolito o vivono secondo regole completamente diverse dalle nostre, o ancora perché qualcuno ha raccontato cose tremende su di loro. Ma chi diffonde davvero queste voci? Alla fine, Raymond capisce che ogni azione ha conseguenze, anche quelle che sembrano innocue. E soprattutto impara che non bisogna mai giudicare qualcuno senza conoscerlo: potrebbe rivelarsi migliore di quanto ci aspettassimo. Allo stesso tempo, ciò che appare virtuoso agli occhi degli altri potrebbe nascondere qualcosa di diverso…
Un invito a riflettere, crescere e affrontare il mondo con curiosità e coraggio, accettando che gli errori fanno parte del cammino e che ogni incontro può insegnarci qualcosa di prezioso su noi stessi e sugli altri.
Elisa Spadaro
Reimena Yee
MIA ZIA È UN MOSTRO
Trad. di Laura Tenorini
Collana “Tipitondi” Tunué, Latina, 2025 pp. 336, € 17,50 da 11 anni
Dopo Un tè con gli spiriti, arriva in Italia un nuovo, stimolante romanzo grafico di Reimena Yee, autrice malese, che vive in Australia. Ricco di colpi di scena, suspense, il testo incuriosisce e catalizza l’attenzione fin dalle prime pagine. Mostri, fantasmi, creature fantastiche, luoghi misteriosi, tesori, agenti segreti prendono prepotentemente vita nei disegni carichi di colore inducendo il lettore a presagire soluzioni. Protagonista della storia è Raina, un’undicenne cieca dalla nascita, che vive serena in una piccola, accogliente e frequentata libreria. Ogni sera i suoi genitori le leggono storie meravigliose di pirati, cavalieri, esploratori, che la portano a “viaggiare” e a immaginare un futuro pieno di avventure. «Ma ogni sogno ha un inizio…e una fine». Un incendio distrugge libreria e famiglia e Raina si ritrova sola. Però «la fine può diventare un nuovo inizio...», Raina viene adottata da zia Fancy, che vive con la governante, la fidata Cathryn, su una collina isolata, avvolta nel mistero. Fancy è stata la più grande avventuriera del mondo ed è sparita dalla società, tanto che tutti la ritengono morta. Ma un evento inaspettato la spinge a tornare in azione assieme alla curiosissima ed entusiasta Raina e a miss Cathryn. Nel concatenarsi movimentatissimo di eventi e situazioni caotiche, Raina scopre il fascino, la delusione, gli inganni del mondo e l’incredibile segreto di zia Fancy, trasformata in mostro da una vecchia maledizione. Nel turbinio delle avventure e dei pericoli la ragazzina sperimenta anche il valore degli affetti, dell’accogliere e dell’essere accolti nella propria unicità, dell’amicizia e della lealtà, dell’intraprendenza, della tenacia, del coraggio e dell’amore per il sapere. Un graphic novel dal ritmo incalzante, ricco di sollecitazioni; con un linguaggio semplice, che, a tratti, ricalca quello della fiaba, sorprende e fa riflettere. Lucia Zaramella
Daniele Mencarelli
ADELMO CHE VOLEVA
ESSERE SETTIMO
Mondadori, Milano, 2025 pp. 186, € 17,00 da 11 anni
Capita raramente di leggere una storia che scorre con il ritmo lento e ciclico delle fiabe, ma allo stesso tempo possiede tratti che richiamano la più pura tradizione dei romanzi di avventura e del genere picaresco, con qualche venatura che rimanda alla solennità del mito e degli episodi biblici. Daniele Mencarelli riesce a tenere insieme tutti questi generi e molte suggestioni diverse nel suo primo romanzo dedicato ai giovani lettori, tanto che il libro è entrato tra i finalisti del Premio Campiello Junior Il protagonista è un bambino che nasce in una famiglia già numerosa, preceduto da sei fratelli maschi che per comodità e scarsa fantasia dei genitori hanno come nome proprio l’aggettivo numerale cardinale corrispondente alla loro posizione nel nucleo familiare: Primo, Secondo, Terzo, e così
via. Con l’ultimo figlio la madre decide di riprendersi almeno il potere di scegliere un nome diverso e lo chiama Adelmo, sancendo però con questa piccola rivoluzione la frattura insanabile con gli altri fratelli, che in lui vedranno sempre il preferito dei genitori, sia per l’intelligenza che per la privilegiata posizione garantita dall’ultimogenitura. L’odio tra i fratelli ricorda quello dell’episodio biblico di Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rachele, che i fratelli gettano in un pozzo e vendono ai mercanti proprio perché mossi dall’invidia. Adelmo ha un destino diverso: dopo la morte dell’adorato padre, per far fronte alla terribile povertà che tormenta la famiglia, i fratelli decidono di partire e lo lasciano solo con la madre. Divenuto adolescente, quando la madre è ormai in fin di vita, si trova a dover esaudire l’ultimo desiderio della donna tanto amata: quello di riabbracciare tutti e sette i suoi figli; il compito del giovane sarà quindi di ritrovare i fratelli e riportarli a casa. Con questa missione prende il via un romanzo commovente, esaltante, pieno di avventure e di personaggi indimenticabili, non solo tra gli esseri umani ma anche tra gli animali: l’inseparabile asino Santino, la sua compagna Santina, il cavallo salvato in guerra e molti altri, incontrati da Adelmo nel lungo viaggio per i diversi regni in cui i suoi fratelli erano andati a vivere,
senza dare alcuna notizia del loro destino. Adelmo è un ragazzo straordinario, dalla generosità infinita e dal cuore pieno di amore per sua madre e per la sua famiglia, che viaggia mosso dal desiderio profondo di farsi accettare dai propri fratelli. Quando li troverà saranno molto cambiati: chi è divenuto un soldato, chi un ricco governatore, chi un servitore tiranneggiato da un padrone crudele, chi un povero ubriaco; ma in tutti Adelmo saprà suscitare di nuovo quell’amore trasmesso dai genitori, che aveva arricchito la loro infanzia e che continuerà a portare avanti le loro vite, dopo aver rincontrato il fratello che non sapevano di amare.
Valentina De Propris
Davide Calì
CINQUE MINUTI PRIMA DELL’ESTATE
Ill. di Isadora Bucciarelli Biancoenero, Roma, 2025 pp. 62, € 12,50 da 12 anni
In questo brevissimo libro si susseguono otto incredibili storie, in cui Davide Calì riesce a rendere densi di assurdo e di angoscia i luoghi e le situazioni della più comune normalità quotidiana.
Colpisce innanzitutto la straordinaria brevità di ciascun racconto, uno spazio temporale minimo in cui irrompe, su
uno sfondo di apparente, banale quotidianità, improvviso il terrore. Non si tratta però di un terrore cieco, per così dire del tutto “immotivato”, talvolta gli epiloghi terrificanti sembrano la conseguenza attesa di una disfunzione. Le illustrazioni sono in sintonia perfetta con i testi.
Paola Parlato
Marco Dazzani e Roberto Morgese DUE COME UNO Collana “Varia” Einaudi Ragazzi, San Dorligo della Valle (TS), 2026 pp. 288, € 15,50 da 12 anni
Marco Dazzani e Roberto Morgese affrontano, con rara delicatezza, temi complessi come la disabilità, il senso di inadeguatezza, la competizione, la rabbia, la perdita e il bisogno profondo di essere visti. Il mondo del ping-pong diventa uno spazio, non solo simbolico, potente: luogo di regole, di sfida, di confronto con i propri limiti, ma anche terreno possibile di trasformazione. Qui i ragazzi misurano non solo le proprie abilità sportive, ma il proprio valore, spesso confuso con lo sguardo degli altri e con il risultato. Allora il dolore viene trasformato in forza, le diversità affrontate capendo così che la vera sfida si vince unendo le forze. La scrittura è viva, dialogica, capace di restituire il tumulto emotivo dell’adolescenza senza addomesticarlo. Da psicologa, ho apprezzato in modo particolare la rappresentazione della figura dello psicologo, finalmente sottratta a più di uno stereotipo. Non solo non è il “medico dei pazzi”, ma non è nemmeno ridotto all’immagine esclusiva e un po’ caricaturale della psicoanalisi. Il percorso terapeutico raccontato nel libro include infatti anche l’ipnosi come strumento di lavoro: una pratica presentata con rispetto e realismo, lontana da ogni immaginario spettacolare o manipolatorio.
La relazione terapeutica viene raccontata come uno spazio di ascolto, di fiducia e di possibilità, in cui il ragazzo può essere accolto per ciò che è, senza forzature né miracoli. È un contributo prezioso, perché normalizza l’idea di chiedere aiuto e restituisce dignità a un lavoro spesso frainteso, anche dagli adulti. È un libro che parla ai ragazzi, ma interpella profondamente anche l’adulto che legge. Ricorda che crescere non significa diventare invincibili, ma imparare a stare dentro le proprie ferite senza esserne definiti. Una lettura intensa, necessaria, capace di aprire domande più che offrire risposte, proprio ciò che dovrebbe fare la buona letteratura per ragazzi.
Clelia Tollot
Eliana Cocca e Giobi LE COSE COME STANNO People, Busto Arsizio, 2025 pp. 159, € 16,00 da 13 anni
Il libro, scritto a quattro mani con l’illustratrice Giovanna Buonocore (Giobi) si propone di coinvolgere i ragazzi su grandi questioni come l’antirazzismo, l’aborto, l’eutanasia, le disuguaglianze e gli stereotipi di genere, la crisi climatica, la guerra da cui normalmente sono tagliati fuori, con la scusa che si tratta di problemi troppo complessi. Le cose come stanno, senza ad-
dolcire la pillola, offre una guida per raccontare alle ragazze e ai ragazzi il mondo che abitiamo, fornendo loro strumenti e consapevolezze per attivarsi in prima persona, con l’obiettivo di trovare insieme nuove rotte verso il cambiamento, fornendo spiegazioni accurate, con un linguaggio fresco ed efficace di chi gli adolescenti li conosce, e dati solidi e chiari, grazie all’aiuto di infografiche, illustrazioni e di un
lettering accattivante. Eliana Cocca (insegnante di filosofia e blogger) racconta di essere partita dalla frase «Che fatica vivere su questo pianeta!». Il titolo dice già tutto: conoscere i fatti del mondo è il punto di partenza per cambiare le cose. I temi sono affidati a voci adolescenti, che li vivono in prima persona. Ad esempio, Kamil, 14 anni, di genitori nigeriani che introduce il tema “razzismo” o Sofia che apre il tema assai delicato su aborto e eutanasia. Un’idea per evitare che siano gli adulti a fare gli “spiegoni” o i “pipponi”. Per ogni capitolo, è essenziale la conclusione: dopo aver elencato ciò che non va, la domanda «E adesso cosa faccio?», senza offrire facili risposte preconfezionate, ma strumenti per capire, orientarsi, interrogarsi. Un libro davvero prezioso che parla ai ragazzi (ma utile anche a scuola!) che mette insieme e esperienze, dati, eventi storici.
Per non perdersi d’animo e scoprire la forza del fare insieme. Ce n’è davvero bisogno.
Giuseppe Assandri
Pina Caporaso
ROMPI LE SCATOLE
Ill. di Cristina Portolano
Collana “Soqquadri” Settenove, Cagli (Pu), 2025 pp. 160, € 17,00 da 11 anni
«Idee e storie per fare a pezzi stereotipi e pregiudizi» è il sottotitolo del libro, al confine tra fumetto e divulgazione, con un chiaro intento: far capire in che modo essi nascono e funzionano i pregiudizi e gli stereotipi, quali effetti producono sulla mente e come possiamo imparare a decostruirli.
«E un po’ come si fa con una scatola: se rimane chiusa, ci impedisce di vedere cosa c’è dentro. Dobbiamo aprirla o proprio romperla per cogliere l’unicità delle persone, a prescindere dalle etichette assegnate dalla società». L’invito è allora a dunque a “rompere le scatole” trovando le strategie
giuste per farlo. Non discriminare si può e le autrici guidano i giovani lettori e scoprire esempi, esperienze e buone pratiche, facendoli incontrare sulle pagine del libro con persone che hanno rotto gli schemi, provando a guar -
dare la realtà da altri punti di vista.
Tanti i temi che scorrono nelle pagine (corpo, genere, identità, immigrazione, scelte sessuali, ecc.) con molto spazio a biografie di persone del passato e del presente che hanno sfidato pregiudizi e infranto stereotipi. Si parte dalla spiegazione della parola “stereotipo” e dal ruolo della psicologia sociale e del potere dei gruppi. Incontriamo Walt Whitman, Loris Malaguzzi, Larry Kramer e tanti altri uomini e donne che hanno saputo andare oltre, rompere i muri e gli schemi, cambiare punto di vista. L’invito per tutti è a conoscere e scambiare opinioni con persone diverse da noi, viaggiare, abbassare i muri di difesa contro le diversità. È possibile, anzi è necessario!
Giuseppe Assandri
Renato Ciavola
IL SILENZIO
DELLA LIBERTÀ
Youcanprint, 2025 pp. 78, € 20,00 da 12 anni
Il silenzio della libertà ricostruisce la vita di Engles Profili, medico e partigiano, seguendone il percorso negli anni del fascismo. Renato Ciavola sceglie la forma della graphic novel per tenere insieme materiali diversi – documenti, atti ufficiali, testimonianze, passaggi biografici – e affida al lettore il compito di far dialogare la vicenda individuale con il quadro storico in cui si inscrive.
Profili appare fin da subito come una figura osservata da vicino. Nei rapporti di polizia è descritto come un uomo corretto, riservato, dedito al lavoro e alla famiglia. Ma dietro questa immagine composta si avverte una tensione costante: il desiderio di esercitare la medicina senza rinunce, la necessità di tutelare i propri affetti, il confronto
quotidiano con un potere che pretende adesione formale e rimozione di ogni traccia precedente. L’iscrizione al partito non è raccontata come un passaggio risolutivo, ma come un atto gravoso, accompagnato da formule burocratiche che chiedono di essere “accolto come italiano” a patto di lasciare indietro il proprio passato. Il libro restituisce con precisione quanto la libertà, in
quel contesto, non sia un’idea astratta ma una sequenza di scelte minute, spesso ambigue, sempre esposte al rischio. Profili immagina una vita ordinaria – fare il medico, onorare i sacrifici dei genitori, costruire una famiglia – mentre si muove dentro un sistema che vigila, registra, condiziona. Ogni decisione è parziale, mai definitiva, e proprio per questo carica di conseguenze. Il segno grafico accompagna questa impostazione: colori contenuti, tavole essenziali, largo spazio a lettere, certificati, rapporti ufficiali che entrano nel racconto senza interromperlo. Un libro che offre ai lettori giovani e adulti uno sguardo rigoroso sulla storia, senza perdere di vista la complessità dell’esperienza umana.
Martina Polimeni
Anna Vivarelli
ADELE
Collana “Zona franca” Sinnos, Roma, 2025 pp. 212, € 15,00 da 13 anni
L’autrice regala ai lettori un gran bel romanzo di formazione ambientato nella Torino degli anni ’60 che ha per protagonista una bambina (poi ragazza) curiosa, caparbia e sensibile. Adele vive nel cortile di un palazzo signorile del centro, di cui la madre Teresa è custode. Al piano nobile abita Giulio, più grande di Adele e figlio di una ricca signora, con il quale, inaspettatamente nasce un’amicizia fatta di dialoghi intensi e non convenzio-
nali, basati su fiducia, sincerità (con il patto reciproco “niente bugie!”), condivisione di solitudini e apertura verso il futuro. Il padre, con cui Adele ha
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un bel rapporto, è un operaio comunista della Fiat, che muore prematuramente all’improvviso e per Adele cambia tutto. La madre perde il lavoro e racconta alla figlia di aver trovato un lavoro in Argentina per alcuni mesi, in attesa di tornare a prenderla. Adele si ritrova in un orfanotrofio gestito dalle suore e deve affrontare con resilienza anni difficili, tra soprusi, chiusure, ipocrisie e falsità. Si concentra nello studio, fonte di crescita e di emancipazione sociale e trova rifugio a casa di una coppia senza figli che gestiscono una cartoleria e le permettono di studiare sino al diploma. Giulio va a vivere per un certo tempo a San Francisco, in cui
impara ad accettare la propria omosessualità, prima di tornare a Torino dove diventa un giovane critico d’arte. Adele e Giulio si ritrovano da adulti confrontandosi su basi nuove, pronti a condividere una convivenza fuori dagli schemi e scegliere cosa diventare, alla vigilia di grandi trasformazioni sociali. Sono tanti i temi presenti nel libro (discriminazioni e cambiamenti sociali, conformismo, condizionamenti religiosi) che racconta un percorso di crescita senza pregiudizi attraverso una scrittura matura ed empatica capace di far dialogare i personaggi con ragazzi e giovani adulti di oggi.
Giuseppe Assandri
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