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Reportage e storie di confini del mondo
Una conversazione con Lelio Bonaccorso
Strade Maestre
La scuola che viaggia
Speciale BCBF 2026
Together we are better!
Speciale Salone del Libro 2026
Il mondo salvato dai ragazzini



REDAZIONE
Direttore responsabile:
Sandra Gesualdi
Coordinamento editoriale
Flavia Fiocchi (redazioneliber@ fondazioneaccademiadeiperseveranti.it)
Redazione
Federica Mantellassi (fmantellassi@idest.net), Benedetta Masi
Staff catalogatori documentalisti
Antonella Lamberti, Federica Mantellassi, Benedetta Masi
Progetto grafico
Paolo Bulletti
Grafica Mirco Bettazzi
Stampa
Arti Grafiche Cardamone srl - Decollatura (CZ)
Amministrazione e pubblicità
Sonia Mini (smini@idest.net)
Abbonamenti
Sabrina Benelli (sbenelli@idest.net)
Fabio Ciarrocchi, romano, ama disegnare, l’arte e il visual design. Specializzato in grafica allo IED, un Master in UX design al Talent Garden, nel 2026 il Mimaster illustrazione.
Editoriale
5 Disobbedire alle mappe. Sandra Gesualdi

Il Mondo ci aspetta. Il grande viaggio comincia qui
18 Il coraggio di partire, l’audacia di stare. Irene Greco
22 Guardare per imparare. Matteo Biagi
24 Strade Maestre. Imparare dai fiumi. Marco Saverio Loperfido
26 Rangdum. Laura Manaresi e Giovanni Manna
30 Ogni passo cambia chi sei. Alberto Rossetti
35 Ritratto non autorizzato del signor U. Francesco Niccolini
42 Carnet di viaggio a fumetti. Conversazione di Fausto Boccati con Lelio Bonaccorso
46 Il mancato viaggio dell’eroe fragile. Fabrizio Silei
51 Una mappa non esiste. Giuseppe Nibali
54 Istruzioni per un’altra vita. Pierdomenico Baccalario
56 TuttaNatura. Piccole note di viaggio. Tiziano Fratus
Spuntidiletture
32 Letteratura per ragazzi “on the road”. Alice Bigli
36 Che viaggio sarebbe senza le storie e i personaggi mitici?
Cristiana Pezzetta
53 Il viaggio al centro. Nicoletta Gramantieri
LiBeR, trimestrale sull’editoria e letteratura per l’infanzia, è progettato ed editato da Fondazione Accademia dei Perseveranti, ente culturale partecipato del Comune di Campi Bisenzio (FI).
Sede editore, amministrazione e gestione dei servizi Fondazione Accademia dei Perserveranti Piazza Dante 23 - 50013 Campi Bisenzio (FI) Tel. 055 8979403
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Autorizzazione del Tribunale di Firenze n. 3719 del 2/6/1988
L’editore si dichiara disponibile a riconoscere, a chi ne sia legalmente in possesso, eventuali diritti per le immagini di cui non sia stato possibile reperire la fonte.
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HANNO COLLABORATO AL N. 150
Agata Diakoviez, libraia; Alberto Rossetti, psicoterapeuta; Antonella Lamberti, bibliotecaria documentalista, Campi Bisenzio; Benedetta Masi, bibliotecaria documentalista, Campi Bisenzio; Giusi Marchetta, scrittrice; Chiara Lepri, docente; Cristiana Pezzetta, scrittrice; Cristina Busani, esperta di letteratura per l’infanzia; Serena Marradi, bibliotecaria e funzionaria Regione Toscana, Firenze; Elena Corniglia, responsabile del Centro di Documentazione e Ricerca sul Libro Accessibile di Area onlus; Elisa Mazzoli, scrittrice e formatrice; Francesca Brunetti, bibliotecaria; Leyla Vahedi, bibliotecaria; Martina De Lucia, editor; Francesca Romana Grasso, pedagogista; Francesca Tamberlani, giornalista e blogger; Francesco Niccolini, scrittore e sceneggiatore; Gabriela Zucchini, esperta di letteratura per l’infanzia; Giovanna Canzi, giornalista e scrittrice; Giovanni Manna, illustratore; Giuseppe Nibali, insegnante, scrittore e poeta; Greta Lugli, scrittrice; Irene Greco, libraia e ideatrice di Leggimiprima; Lelio Bonaccorso, fumettista,

62


Numero 150 . Aprile/Giugno 2026 . Anno XXXIX . Fasc. II 74
Premio LiBeR
60 Il premio LiBeR 2025. Benedetta Masi
62 Il richiamo silenzioso del bosco. Intervista di Francesca Tamberlani a Kengo Kurimoto
Speciale Bologna Children’s Book Fair 2026
64 Toghether we are better!
Speciale Salone internazionale del Libro 2026
68 Il mondo salvato dai ragazzini. Anticipazioni sul programma del Salone. Giusi Marchetta


illustratore e poeta; Fabrizio Silei, insegnante e scrittore; Marco Saverio Loperfido, insegnante e scrittore; Maria Grosso, esperta di letteratura per l’infanzia; Marnie Campagnaro, professoressa associata di Letteratura per l’infanzia presso l’Università degli Studi di Padova; Matteo Barbiero, insegnante; Marcella Terrusi, docente di Storia e Culture d’infanzia, Università degli Studi di Bologna; Matteo Biagi, insegnante e blogger; Alice Bigli, libraia e formatrice; Fausto Boccati, libraio e formatore; Monia Antonelli, illustratrice; Nicoletta Gramantieri, bibliotecaria e scrittrice; Paola Benadusi, giornalista esperta di letteratura per ragazzi; Paola Zanini, psicologa, psicoterapeuta e scrittrice; Eléonore Grassi, operatrice culturale; Elena Baroncini, scrittrice; Pierdomenico Baccalario, scrittore; Riccardo Pontegobbi, esperto di letteratura per l’infanzia; Roberto Farnè, docente di Pedagogia del gioco e dello sport, Università di Bologna; Sandra Gesualdi, Direttrice Fondazione Accademia dei Perseveranti; Laura Manaresi, scrittrice e insegnante; Tiziano Fratus, scrittore; Vichi De Marchi, giornalista e scrittrice;
72 Progetto “Almeno questi”. Federica Mantellassi
40 Itinerari incantati. Il viaggio nella letteratura fantasy. William Grandi
58 In viaggio verso i bambini. Elisa Mazzoli
6 Zoom editoria
74 Rubabandiera. Roberto Farnè
76 Ricerche e approfondimenti. Marnie Campagnaro
78 Mappamondi. Flavia Fiocchi
79 La cassetta degli attrezzi. Giovanna Canzi
81 La bibliografia del libro per bambine/i e ragazze/i 151 segnalazioni bibliografiche
William Grandi, docente di Pedagogia della narrazione all’Università di Bologna.
IL COMITATO SCIENTIFICO DI LIBER
Domenico Bartolini, studioso di letteratura per l’infanzia; Emma Beseghi, docente di Letteratura per l’infanzia, Università di Bologna; Pino Boero, docente di Letteratura per l’infanzia, Università di Genova; Stefano Calabrese, docente di Semiotica del testo, Università di Modena e Reggio Emilia; Franco Cambi, già docente di Filosofia dell’educazione, Università di Firenze; Roberto Farnè, docente di Pedagogia del gioco e dello sport, Università di Bologna; Mary Hoffman, scrittrice e editor di Armadillo, magazine sui libri per ragazzi, Inghilterra; Mauro Guerrini, docente di Biblioteconomia, Università di Firenze; Federico Maggioni, illustratore e concept designer; Rita Valentino Merletti, studiosa di letteratura per l’infanzia; Luigi Paladin, psicologo, bibliotecario, studioso di letteratura per l’infanzia; Riccardo Pontegobbi, studioso di letteratura per l’infanzia; Michele Rak, docente di Teoria e critica della letteratura, Università di Siena; Dieter
Richter, docente di Storia e critica della letteratura, Università di Brema, Germania; Jack Zipes, docente di Lingua e letteratura tedesca, Università del Minnesota, Stati Uniti.
Errata corrige
Sul numero di LiBeR 149 è apparso l’articolo La biblioteca di Jella a sola firma di Elena Guerzoni quando le autrici sono Elena Guerzoni e Cristina Gumirato. Ci scusiamo con le autrici. L’articolo completo è disponibile su www.liberweb.it.
Le illustrazioni di questo numero sono frutto della collaborazione con Mimaster Illustrazione di Milano, che ringraziamo per il prezioso contributo.
C’è un muro nella nostra epoca. Non sempre si vede, ma si sente. È fatto di protezione, di paura, di controllo. Un muro che non chiude solo fuori il mondo, ma trattiene dentro di noi la possibilità di attraversarlo. Eppure, basta una crepa, una frattura, uno sguardo per decidere di andare oltre. Da lì ricomincia il viaggio.
Oggi il viaggio riguarda anche il modo in cui stiamo nel mondo. Non per metafora, ma per necessità, perché viaggiare significa uscire dalle proprie certezze, esporsi, incontrare ciò che non controlliamo e non conosciamo. Ed è proprio questo che, sempre più spesso, impariamo a evitare o crediamo possa farci male.
C’è, poi, l’equivoco diffuso di pensare che viaggiare significhi arrivare. Prenotare, passare, consumare luoghi. Ma il viaggio comincia dove finisce la mappa. Quando qualcosa non torna, quando l’orientamento vacilla, quando non abbiamo più strumenti pronti per interpretare ciò che accade. Dire che una mappa non esiste – come suggerisce Giuseppe Nibali – non è solo una postura poetica. È una scelta. Significa rinunciare a un mondo già ordinato, già spiegato, già innocuo e addomesticato. Significa accettare che la conoscenza passi attraverso la meraviglia dello smarrimento.
È anche un atto di disobbedienza alle mappe che ci rassicurano, ai percorsi già tracciati dalla società, dalle categorie, dagli status; all’idea che tutto debba essere previsto. Disobbedire alle mappe per restare aperti. Eppure, il movimento dominante è opposto. Ai ragazzi e alle ragazze si chiede di non esporsi, di non sbagliare, di non farsi male. Le storie si accorciano, si semplificano. Fabrizio Silei lo afferma con precisione, togliere la ferita significa rimuovere la trasformazione. Il risultato non è protezione, ma fragilità. Una difficoltà a stare nel mondo che non riguarda i singoli, ma il modo in cui stiamo costruendo l’esperienza. Per questo il viaggio torna necessario, non come eccezione, ma come pratica quotidiana. Non serve andare lontano. A volte bastano pochi chilometri, o uno spostamento minimo dello sguardo, saltare su una bicicletta, aprire un libro, notare un dettaglio per strada.
È da qui che prende forma questo numero primaverile di LiBer, colmo di novità ed entusiasmi nuovi (benvenuta Flavia Fiocchi!). Dal bisogno di restituire al viaggio il suo senso essenziale: presenza, incontro, responsabilità, scelta, leggerezza. E ancora possibilità, ascolto, respiro profondo e consapevolezza.
Nelle pagine che seguono si attraversano strade diverse, ma il punto resta lo stesso. Matteo Biagi parla di attenzione, della capacità di fermarsi abbastanza a lungo da vedere. Pierdomenico Baccalario mette in guardia da una conoscenza senza esperienza. Sono traiettorie diverse che convergono in un’idea semplice: non è la distanza che cambia le cose, ma la disponibilità. Disponibilità a lasciarsi spostare, a non restare identici, a restare porosi, assorbenti alla vita, nostra e degli altri.
Perché incontrare davvero l’altro, anche vicino, ogni gior-
no, non è un gesto immediato. Richiede tempo, espone, a volte disorienta. Ma è lì che qualcosa accade.
Le mappe, allora, non sono solo geografiche. Sono culturali. Disegnano confini, stabiliscono gerarchie, indicano cosa conta e cosa no. Attraversarle, e a volte disobbedire loro, è una forma di libertà.

Ma cosa perdiamo quando smettiamo di viaggiare davvero?
Lo scopriamo in queste pagine: la possibilità di cambiare. Il confronto con l’alterità. La capacità di stare dentro ciò che non controlliamo. Perdiamo storie, biografie, memoria, paesaggi, pezzi di noi e di mondo, timori ma anche sussulti e con tutto ciò una parte di realtà che potremmo assaggiare. Perdiamo aria.
Viaggiare, allora, non è un lusso. Non è evasione. È una scelta, un gesto di responsabilità. Un modo per incrinare il limite, per attraversarlo, per tornare a essere presenti, anche a pochi passi da casa. Per scoprire che non abbiamo bisogno né di muri, né di confini segnati. Perché fuori, intanto, il mondo continua a esistere, nonostante noi, nonostante chi vorrebbe distruggerlo. Non si lascia semplificare e ci aspetta. Buona lettura.
Sandra Gesualdi Direttrice generale Fondazione Accademia dei Perseveranti
La risposta alla domanda “chi me lo fa fare?” di Irene Greco
tani dal nostro paese e dalla nostra lingua […] un vago timore ci coglie, e l’istintivo desiderio di ritrovare il rifugio nelle vecchie abitudini. È l’apporto più evidente del viaggio. In quel momento, siamo febbrili ma porosi. La minima emozione ci scuote sino al fondo dell’essere2». In fondo, non è forse questo ciò che sperimentiamo a ogni risveglio, anche senza volare dall’altra parte del mondo? Ogni giornata è, potenzialmente, una chiamata all’avventura che interroga le nostre sicurezze. Ogni mattino, con le sue fragili promesse e il suo carico di incognite, contiene in sé i tratti di un’iniziazione, di una prova spirituale. Camus ci ricorda che
esseri «in cammino» e costantemente ci invitano ad abbandonare le mappe prestabilite per imparare, insieme a loro, il linguaggio del divenire. Prendersi cura dei più giovani, amarli incondizionatamente, nutrirne i bisogni cercando di offrire loro ogni giorno la miglior versione di noi, rappresenta uno dei più potenti traini per intraprendere il proprio personale viaggio dell’eroe.
Bambini e ragazzi ci chiedono quotidianamente di non dare niente per scontato, di essere aperti e curiosi, di essere disponibili all’imprevedibilità, all’incertezza, alla flessibilità. Ci chiedono a gran voce di non etichettarli né come catego-
L’immobilità ben si addice ai sassi, non agli esseri umani. Se l’Eroe non lasciasse mai la propria casa, la storia non avrebbe luogo e, con essa, svanirebbe la possibilità di scoprire chi siamo davvero. Per evolvere, siamo chiamati a rispondere all’invito della trasformazione.
la paura non è un ostacolo da abbattere ma una condizione di grazia: viaggiare ci rende aperti, vulnerabili, ed è proprio in questa vulnerabilità che il mondo può finalmente “toccarci”. La vera sfida, allora, non è solo la spedizione verso terre esotiche ma la capacità di mantenere quella “porosità” anche nel partecipare pienamente e appassionatamente a una realtà che quotidianamente cambia, sia fuori dalla finestra sia dentro le mura della nostra stessa casa. In una delle sue opere più famose, L’infinito viaggiare, il pluripremiato autore triestino Claudio Magris scrive: «L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o incapacità di amare e di costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio3».
Ciò è tanto più vero quando il nostro cammino si intreccia con quello dei bambini e degli adolescenti: sono loro la nostra più ineludibile chiamata all’avventura. Essi sono, per definizione,
ria – «Forse noi consideriamo i bambini troppo “globalmente” come una razza»4, scrive l’autore Peter Bichsel –, né come singolo bambino in quanto individuo, e di essere invece disponibili a “leggere” ogni giorno, in ogni istante, chi abbiamo realmente davanti. E se non siamo presenti all’incontro, allora essi bussano alla nostra porta con le loro roboanti inquietudini e opposizioni, che non sono dispetti o capricci ma esercizi di pura (r)esistenza: vogliono essere protagonisti della propria storia.
Bambini e ragazzi si fanno sentire con l’irruenza delle loro domande radicali, che non ammettono risposte preconfezionate e ci costringono a scendere dal piedistallo della nostra presunta saggezza per ammettere che anche noi stiamo ancora cercando. Come scrive Rainer Maria Rilke nelle sue Lettere a un giovane poeta: «Sii paziente verso tutto ciò/ che è irrisolto nel tuo cuore e…/ cerca di amare le domande, che sono simili a/ stanze chiuse a chiave e a libri scritti/ in una lingua

straniera5». Ebbene, i figli sono quelle domande incarnate. I giovani ci chiedono, in fondo, di avere il coraggio di rispondere con fiducia al richiamo di quel viaggio al quale noi per primi li abbiamo invitati a partecipare. Se li abbiamo messi al mondo, abbiamo promesso loro un’avventura. Come possiamo ora disertare questa promessa? Il modello più alto che come adulti possiamo offrire alle nuove generazioni è proprio
proprio in virtù di quel “tutto” che la vita ci offre. Dove trovare, dunque, questo coraggio?
Osservando gli eroi delle storie, di cui forse Ulisse si fa emblema eterno, scorgiamo due complementari forze trainanti. La prima è una pulsante curiosità per l’imperscrutabile: il desiderio ostinato di navigare oltre le proprie “colonne d’Ercole”. Non si tratta solo di un viaggio geografico, ma di un atto di ribellione contro il non plus ultra imposto dalle convenzio-
La vera sfida, allora, non è solo la spedizione verso terre esotiche, ma la capacità di mantenere quella “porosità” anche nel partecipare pienamente e appassionatamente a una realtà che quotidianamente cambia, sia fuori dalla finestra, sia dentro le mura della nostra stessa casa.
questo: un perpetuo innamoramento verso l’oggi che ci viene incontro. È qui che il viaggio narrativo diventa atto educativo. Non possiamo guidare nessuno verso l’età adulta se noi stessi abbiamo smesso di viaggiare, se abbiamo sigillato le finestre per paura che il vento perturbante della vita ci spettini i capelli, le emozioni e le certezze. Forse tutto quello che ci chiedono è di non fug gire, e invece di essere disponibili a rimanere. A ben guardare è proprio questa l’essenza para dossale del viaggio: partire implica, a ogni passo, l’audacia di stare. Stare nella paura, nell’assenza di controllo, nell’inatteso, nella vulnerabilità.
Viaggiare esige in effetti una presenza intensifi cata; implica avere il coraggio di essere radi calmente presenti a ciò che è, gioendo del fatto di essere vivi nonostante tutto. O meglio, forse
Inatteso
Io aspetto incessantemente l’inatteso
Elias Canetti

ni, dai tabù e, soprattutto, dalla nostra stessa paura. È una curiosità “ontologica”, un’urgenza dell’essere che ci spinge a testare la resistenza dei nostri confini. Come il navigatore omerico, l’eroe sa che definire sé stessi significa innanzitutto scoprire dove finisce il “già noto” e dove inizia l’inesplorato. In questa prospettiva, la conoscenza è un’espansione dei confini dell’anima. La seconda forza è la madre di tutte le cose: “l’amore”. Gli eroi delle storie ci insegnano che la vita è un processo troppo miracoloso per far finta di niente e che l’unica vera morte è rinunciare al privilegio di partecipare pienamente al gioco. In tal senso, il viaggio, fisico o metaforico, è appunto un esercizio di disponibilità; l’eroe che accetta la chiama-
Bianca D’Ascanio
ta smette di temere la perdita della propria stabilità perché scopre una stabilità più profonda: quella di chi si espone al rischio e sa abitare il mutamento.
Bambine, bambini, ragazze e ragazzi ci chiedono, quindi, di essere eroici nel senso più profondo e meno retorico del termine: ci invitano ad aprire le porte e “andare a vedere” cosa c’è là fuori, un passo oltre le nostre cer tezze, per poi tornare a casa un po’ diversi, più ricchi e, perché no, più felici. Solo cosi si diventa davvero adulti, solo cosi l’eroe torna a casa davvero trasformato. Fino alla prossima partenza, ovviamente. Il ritorno, infatti, non è che il preludio a una nuova chiamata, poiché il vero viaggiato re scopre che l’unico modo per onorare la vita è rimanere sempre sulla soglia, pronti a partire di nuovo. Come leggiamo ne Il buon viaggio di Beatrice Masini: «Uno ti dice Buon viaggio quando ti vede pronto per andar via e non sa dove vai e nemmeno perché ma crede che tu sappia tutto e invece non sai niente ma va bene così. A volte non sai niente nemmeno alla fine, perché non sai se quella è la fine o se è solo una tappa. Allora vuol dire che hai fatto davvero Buon viaggio, perché sei già pronto per cominciarne un altro»6. Verso dove?

la verità. Se rimani nel conosciuto non scoprirai niente di nuovo. Come fai? Viaggi sui binari del conosciuto e rimani nel conosciuto. E così è quando cerchi. Se sai cosa cerchi non troverai mai quello che non cerchi... e che magari è giusto la cosa che conta, no? Per cui è uno strano processo che richiede
È qui che il viaggio narrativo diventa atto educativo. Non possiamo guidare nessuno verso ‘l’età
adulta se noi stessi abbiamo smesso di viaggiare, se abbiamo sigillato le finestre per paura che il vento perturbante della vita ci spettini i capelli, le emozioni
Non ha importanza. Mentre il pensiero occidentale tende a una visione teleologica, orientata cioè allo scopo e al traguardo, nel Taoismo la Via è il fine stesso: non si cammina per arrivare da qualche parte; si cammina perché il camminare è l’espressione stessa della vita. Questa saggezza orientale risuona con forza nelle parole di chi ha fatto del viaggio la propria forma di conoscenza, come Tiziano Terzani. In Un altro giro di giostra, infatti, scrive: «La verità è una terra

e le certezze.
una grande determinazione, perché implica rinuncia, assenza di certezze. È comodo adagiarsi sul conosciuto, no? Alle otto c’è il treno, alle nove apre la banca, comportati bene, non rubare i soldi e avanti. Ma se tu esci dal conosciuto e cerchi strade che non sono state completamente battute o, come dico, se te le inventi, hai la possibilità di scoprire qualcosa di straordinario7».
Partire, dunque, è un atto di spoliazione e spossessamento: ci si libera dal dover sapere “dove si va” per lasciare spazio a ciò che, lungo il cammino, finalmente ci troverà. Solo così il viaggio narrativo, educativo e umano può dirsi autentico: quando smettiamo di cercare quello che già conosciamo e iniziamo, finalmente, a vedere “ciò che è”.
1. «Bambini in cammino» nella letteratura per l’infanzia. Forme e figure nei libri illustrati. In M. Campagnaro. Le terre della fantasia: leggere la letteratura per l’infanzia e l’adolescenza. Donzelli, Roma 2014, p. 73
2. A. Camus, Taccuini: maggio 1935-febbraio 1942. Bompiani, Milano 2004, p. 16
3. C. Magris, L’infinito viaggiare, Mondadori, Milano 2005
4. P. Bichsel, Al mondo ci sono più zie che lettori, introduzione di C. Allegra, Marcos y Marcos, Milano 1989, p. 64
5. R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1999
6. B. Masini, G. De Conno, Il buon viaggio, Carthusia, Milano 2017
7. T. Terzani, Un altro giro di giostra, Longanesi & C., Milano 2004
l viaggio è un salto nella
il viaggio,

fica, per la fedeltà nei confronti della distanza lineare tra due punti, ogni altra informazione?
Franco Farinelli
La prima cosa che cerchi è una mappa. E una mappa non esiste. Se la cerchi sei fuori dalla storia, non hai capito. Se per evitare il panico, il dolore al centro del petto, l’ansimare, il chiuderti in bagno, devi avere una mappa in mano, allora ti chiedo di superare questo testo e di passare avanti, o addirittura di strappare le pagine di questo giornale che hai in mano. Di sicuro: non continuare la lettura. Una mappa non esiste. Né te ne serve una. Ma se vuoi indicazioni più precise: siamo in Sicilia, a
Palermo. Quello che hai davanti è un palazzo. Su quel palazzo ecco che noti un’incisione. È una sagoma, si dice che chi l’ha disegnata non abbia poi ricordato più niente, né i nomi delle città né delle piazze, né delle strade. Niente ricorda l’umano che lì doveva guidarti con la sua mappa. E perciò tu fatti il sangue amaro, sistemati i pantaloni, stringi il labbro inferiore tra i denti e aggiungi quanto ti serve a memoria, se ti serve. Gli altri umani non l’hanno fatto mai. Non hanno scritto niente, è lì da trecento anni. Poi d’improvviso, ma saranno stati due, tre giorni fa: Juve merda, col pennarello. E basta più.
Respira. Siamo tra Palermo e Mascali, e tra Brindisi e Finisterre e devi accettarlo, accettare di non avere il controllo, che la pagina ti supera, ti scavalca. È un patto, quello che qui stiamo facendo.
Abbiamo scoperto quindi che ci manca qualcosa, ci manca la strada su cui poggiavi ogni tuo racconto, ogni tua storia, anche nella tua infanzia: manca qualcosa. Tu bambina hai fatto la casa, la mamma, il papà, hai fatto la staccionata, il sole

Alessandro Rossi
enorme hai fatto, all’angolo sinistro del foglio, quel rettangolo di cielo azzurro, ma non poggiava su nulla. Non c’era la terra. E questo ti andava bene. Staccavi il cielo dalla terra e per te era ok ma ora ti serve una mappa. Ti ci concentri, ripensi ai viaggi in macchina con i tuoi genitori, quelli come nei film, che poi schiatta sempre qualcuno, attìsica o il padre o la madre. I figli mai, né il cane. Quelli non muoiono nei film, sono i protagonisti. Ti ricordi l’orologio di papà, il suo riflesso sul tettuccio, il seggiolino e come era messo, su che sedile era? A destra? Hai frammenti, mai filoni completi, ti chiedi spesso quel giorno in cui è successa quella cosa lì, cos’altro era successo?
L’iscrizione esiste, come è esistito quel giorno, solo che non lo ricordi, come l’uomo dell’incisione non ricordava i nomi dei luoghi. Né ti ricordi che l’hai vista, la guerra.
Quella mattina in cui c’è stato il viaggio e l’orologio di tuo padre e la mamma e il disegno, in cui hai dimenticato la strada, quel giorno in cui eri bambina tu hai visto la guerra: due colombe che litigavano per un pezzo di pane, l’hai vista e non hai capito, hai chiesto al papà e alla mamma e loro hanno parlato d’altro, hanno messo la musica dei cartoni animati e tanto è bastato.
Ti ricordi, del viaggio, la lingua. Tu che giocavi, certo, con la lingua in mezzo ai denti, a sentire sotto i molari in crescita il salato del sangue, lo zinco, il metallo. Ma anche, mi pare, del viaggio tu ricordi la lingua parlata. I giochi con tuo padre, il colore delle macchine che aruspicavi bloccata dal seggiolino.
Tuo padre, per esempio, visto che ci torniamo, lui esisteva ed era: gli affetti. Quelli che per gli altri sono la carovana di zie e di nonni, per te quegli affetti erano: tuo padre e tua madre. Nessun fratello, figlia unica, e via andare. Ma tuo padre più
di tutto, meglio di tutti, era gli affetti. Che sognavi di mordere con i denti nuovi il suo petto, ché avevi visto la mamma fare altrettanto, il tuo primo inverno, tra le coperte, mentre eri nel seggiolone, un pomeriggio e hai registrato l’operazione. Esiste una fede, è trascritta sul rosario che tua madre ha messo accanto al solitario. Anulare destro, due giri d’oro bianco molto piccoli.
C’erano poi le frecce delle auto, quel giorno in cui è successa quella cosa, le auto come rasoi elettrici lungo l’asfalto e il tuo giubbotto grigio. Ma anche l’autoradio che tuo padre quando chiudeva metteva nello zaino. L’autoradio quella grande come un videoregistratore, e il videoregistratore, lo stesso giorno, ma la mattina, dove facevi macerare infinitamente quella cassetta di Harry Potter, il primo.
C’era tutto, nei giorni che sono passati.
Così ti muovi sul seggiolone, non ti basta più la mano che come un boa si sporge dai sedili davanti per nutrirti, i Ritz somministrati lentamente mentre cantano Paolo Conte alla radio. Piangi, sei stanca, viaggiate da troppo. Gli orecchini che ieri ti hanno messo sono alle orecchie come oro fuso e il dolore è troppo vicino al cervello.
E amore, stai piangendo, stai piangendo per la rottura, per lo stacco con la terra.
Alla tua età viaggiare è lasciare la casa e lasciare la casa è lasciare la madre e il padre e lasciare la madre e il padre significa che puoi morire, che è possibile morire, anche per te che sei immortale come sempre è immortale chi nasce dove e come sei nata tu… e non può succedere niente.
Ma tu hai commesso peccato.
Sei uscita dal limite, lo hai trapassato, hai lasciato la terra e adesso hai capito che sei senza una mappa.
Ecco perché il pianto, perché le mosse che fai con le braccia. Hai caldo, vuoi levarti il giubbotto, respirare, lì dove sei, lì
Partire, attraversare, cercare: il viaggio come motore delle storie e dell’immaginazione. Di Nicoletta Gramantieri
In La libertà del romanzo: letteratura per l’infanzia e inquietudine del raccontare, Milena Bernardi si sofferma sull’idea di attraversamento e sulla predisposizione infantile a trasferirsi dal qui all’altrove, dal noto all’ignoto, vocazione che ipotizza possa concorrere a rendere la letteratura per l’infanzia difficile da fermare, da definire, da fissare. Potremmo immaginare allora che proprio le storie che ci raccontano di viaggi, di attraversamenti, e cambiamenti si nutrano di questa predisposizione e degli stilemi che letterariamente ne derivano e che siano le storie che, forse più di altre possano coinvolgerci in questa sensazione di imprendibilità. Questa prospettiva potrebbe render conto, per esempio, del senso di inafferrabilità che suscita la storia di Pikkeli Mimù di Anne Brouillard un albo illustrato che ci racconta, con un testo essenziale e illustrazioni evocative e ricche di dettagli, il viaggio di Killiok, cane nero che somiglia a un Mumin e vive in mezzo alla foresta, che lascia la sua casa confortevole e affronta un viaggio sotto gli alberi carichi di neve, attraverso la tempesta di fiocchi, trainando una slitta: una storia minima, intima, con un narrare lento che del sentire dei bambini ha l’attenzione ai particolari e un’incertezza che non diventa indecisione. Sono passi, titubanze, inquietudini che spesso ritroviamo in romanzi che mettono il viaggio al centro, perché se si parte un motivo sempre c’è e c’è la rottura con una precedente stabilità. È il turbamento e la tensione che attraversa il viaggio in camper di Coyote e di suo padre attraverso gli Stati Uniti d’America un viaggio che sembra più una fuga da qualcosa che, chi legge, inizia a poco a poco a presagire e
dove sei arrivata, ché il viaggio è ancora lungo. Per questo di nuovo il panico, il dolore al centro petto, l’ansimare. Non preoccuparti. Continuiamo. Non è stato sempre così. All’inizio si racconta che gli uomini non andavano in giro. Non viaggiavano come tu viaggi. Rimanevano fissi alla terra. Se ne stavano per ogni dove allo stesso tempo e tutti erano bambini ed erano nutriti dalle api, dalle capre e dalle colombe come i poeti raccontavano di Zeus. Poi le città si sono fatte grandi, belle e spaventose. È nata
a temere. Lo stesso succede leggendo della partenza segreta di Ulf e del nonno (La grande fuga, Ulf Stark, Iperborea, 2018), dalla casa di riposo in cui l’anziano risiede e che, con vicende arrischiate, li porta sull’isola dove il vecchio è stato felice con la moglie e dove desidera tornare prima della morte. Vuole invece andare alle origini della sua vita Polissena nella storia che è ormai un classico, nato dalle mani di una delle più autorevoli autrici della letteratura italiana per l’infanzia. Anche qui la protagonista rompe con la vita precedente e si muove per le strade di una Sardegna del 1700 alla ricerca della famiglia che l’ha abbandonata in fasce.
Anche al di fuori dell’orto della letteratura per l’infanzia troviamo storie che mantengono quella sorta di impenetrabilità raccontando di passi e dell’opporsi a destini che paiono già scritti. È il caso di Il sentiero del sale (Raynor Winn, Feltrinelli, 2022) racconto autobiografico che narra della scelta della protagonista e del marito, dopo la perdita della fattoria che per loro è casa e sostentamento, di darsi lo statuto di senzatetto e di incamminarsi per oltre 1000 chilometri, per il South West Coast Path lungo la costa sudoccidentale dell’Inghilterra. Come per Killiok, Coyote, Ulf e Polissena, per Raynor e Moth, mettere un passo dopo l’altro riconduce a una ricerca di senso intima, che riguarda vita, radici e proiezioni nel futuro.
Ed è grazia per lettrici e lettori entrare in storie di passi e di destini, che dell’andare non fanno indicazione o programma, permettendo a chi legge di stare con i protagonisti là fuori e, allo stesso tempo, dentro di sé.
Tebe e dopo Tebe è nata Atene. Poi Roma, poi Selinunte. Poi Rho e San Giuliano Milanese. Mentre tu sei trasportata e non capisci e vuoi strapparti di dosso la cintura di sicurezza che riga il seggiolino, il giubbotto che ti soffoca. Arrivati a destinazione dopo ore, tuo padre e tua madre ti dicono cose. Parlano per minuti di ciò che è segreto mentre ti liberano finalmente dalla stretta, prima la cintura, poi il giubbotto. E tu li vedi, loro e i loro sogni e le loro storie e i loro segreti. E vedi tutto ciò che è esistito: Zama; la costruzione delle mura di Troia; Alessandro lanciato verso il Gange; e Leone III Imperatore di Bisanzio; e Corrado figlio di Federico; ed Enzo e Manfredi di Svevia; e Carlo V; Pontormo con le sue mani distrutte; Caravaggio col suo corpo in pezzi; l’America; l’India come un cono, la Siberia; la Luna da calpestare, Marte, la terra lontano che saluti; Alpha Centauri, Neres, Deneb, soprattutto, luminosa come una torcia nelle tenebre. Nemmeno lì, amore, esiste una mappa. Per questo la visione ti brucia gli occhi come l’esplosione di un vulcano, e non bastano gli abbracci della madre e del padre, non basta la
Respira. Siamo tra Palermo e Mascali, e tra Brindisi e Finisterre e devi accettarlo, accettare di non avere il controllo, che la pagina ti supera, ti scavalca. È un patto, quello che qui stiamo facendo.
vertigine che senti scorrere come clorofilla. Quelle che hai visto nel tuo viaggio sono state luci e fuochi e sogni di noi che li sogniamo, ed è qualcosa di tremendo che vedrai ancora e sempre ricorderai. Poi sarà seppellito e solo a ondate verrà fuori nei giorni neri. Con molti nomi d’umano chiameranno questo male che non è il tuo male ma che è tutto il male, che è tutto il viaggio che è tutta la vita. Qui, dove sparisce la strada, bambina, e si apre un passaggio più oscuro oltre le luci che si muovono alle pareti. Lì ti faranno poggiare piano talloni e metacarpi sulla terra, per imparare a camminare.
Flavia Fiocchi
Letterario G. P. Vieusseux di Firenze
Potrà sembrare fuori luogo, in un’istituzione culturale importante e rinomata come il Gabinetto Vieusseux di Firenze, nato a inizio Ottocento come gabinetto di lettura, dove sono messe a disposizione del pubblico cittadino e straniero le più importanti riviste d’Europa, festeggiare un compleanno ma è ciò che questa mostra si ripropone: celebrare i centocinquanta anni dalla nascita di Laura Orvieto (Milano, 7 marzo 1876 – Firenze, 9 maggio 1953), scrittrice di alcuni testi cardine della letteratura per ragazzi. Raccontare il mondo, recita il titolo, che alle nostre orecchie suona come “conoscerelo”, perché le storie di Laura Orvieto sono davvero uno strumento per scoprire la vita e il suo percorso formativo, tra alti e bassi, gioie e dolori, pericoli e montagne russe.

La mostra, che sarà visitabile fino al 24 luglio, è curata da Benedetta Gallerini ed Elisa Martini che hanno posto al centro del percorso la figura di Laura Orvieto, autrice di libri celeberrimi come Storie della storia del mondo e Leo e Lia, senza dimenticare altri nomi di scrittrici che, con le loro storie e racconti, hanno portato per mano intere generazioni di italiani nei pomeriggi piovosi o un attimo prima di addormentarsi.
Le curatrici hanno scelto di dividere la mostra in sezioni, salendo lo scalone di Palazzo Corsini Suarez, sede dell’archivio Bonsanti, si può incontrare la prima teca (L’eredità) dedicata al «Premio di letteratura per ragazzi Laura Orvieto», nato
all’indomani della morte della scrittrice avvenuta nel 1953, e un altro piccolo tassello, denominato Verso il futuro, nel quale la scrittrice recensisce il libro Bambi, appena uscito. Nelle teche centrali appare Laura, la “festeggiata”, con le prime edizioni dei suoi libri e le sue preziose carte manoscritte. Nella teca Gli antenati, oltre alla “Guida dell’Educatore”» e alla rubrica Books for Children, le opere di Rudyard Kipling, Louisa May Alcott, Ida Baccini, Emma Perodi, Carlo Lorenzini, che avevano dato il via al filone della letteratura infantile e, come la Orvieto, erano stati a loro volta iscritti al Gabinetto Vieusseux. Assieme a loro, Rosa Errera, scrittrice e maestra di Laura. Nelle vetrine Le amiche fiorentine e Le amiche lontane viene dato spazio alle scrittrici e illustratrici

contemporanee di Laura: Amelia Pincherle Rosselli, Maria Bianca Viviani della Robbia, Bona Gigliucci, Lina Schwarz, Sonia Naldi de Figner, Paola e Gina Lombroso, Teresa Corinna Ubertis (in arte Térésah), Augusta Rasponi del Sale (Gugù), legate alla famiglia Orvieto, ma anche all’Archivio, che ne conserva le carte.
Gli ultimi spazi sono riservati alle riviste per l’infanzia e soprattutto all’attività della Orvieto come direttrice della Settimana dei ragazzi, fondata all’inizio del 1945 e che cessò le pubblicazioni nel 1947. Tanti i bozzetti, che recano le firme – tra le altre – di artisti di chiara fama come Fiorenzo Faorzi, Piero Bernardini, Giancarlo Bartolini Salimbeni e Vinicio Berti. Auguri Laura Orvieto, è sempre una gioia leggerti e rileggerti.
Giovanna Canzi
Migrazione e appartenenza tra letteratura e immaginazione: il sentimento dell’esilio nei racconti di Mylene Fernández
Pintado e nei viaggi interiori delle storie per bambini.
Benché storicamente interconnessi, turismo e migrazione rappresentano oggi due fenomeni opposti. Chi viaggia per piacere ha di fronte a sé frontiere aperte e liquide, mentre chi è spinto da necessità le trova pressoché impenetrabili. Eppure, lo sguardo comparativo dell’antropologia ha messo in luce molte forme di mobilità territoriale sviluppatesi nel tempo non riconducibili alla figura del migrante o del rifugiato dominante nelle cronache attuali. La migrazione è una delle forme di viaggio che si sono verificate nel corso dei secoli e che continuano a essere presenti. Ma cosa significa migrare da un punto di vista psicologico? Cosa prova chi vive in-between, ovvero nel mezzo, in una terra che fisicamente non esiste, ma che si colloca a metà tra il Paese d’origine e quello d’arrivo? Lo racconta Mylene Fernández Pintado,


voce autorevole della letteratura cubana, nei suoi libri. Il più recente “Un lungo addio” (Edizioni Efesto) è un’antologia di racconti di ida y vuelta (andata e ritorno, il libro è in versione bilingue Ita/Esp) da e verso Cuba attraverso storie in cui si intrecciano vita quotidiana, spazio vissuto e ricreato, ricordi e speranze, delusioni e ambizioni di un variegato gruppo di personaggi. Dalla lettura di questi racconti
emerge la nostalgia per la patria perduta, il confronto fra assimilazione e tradizione, le ferite intime dell’esilio. Tanti i riferimenti intertestuali che spaziano dalla musica ai film alla letteratura. Primo fra tutti “Alice nel Paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio” di Lewis Carroll che si riflettono nel racconto “Sprüngli” dove la protagonista si trova alle prese con un mondo straniante: lo stesso che percepisce il migrante quando arriva in un nuovo Paese. La malinconia e l’inquietudine mai sopita raccontate dall’autrice sono presenti anche in un albo pubblicato da Kite Edizioni (4+), scritto da Nadia Al Omari e illustrato da Richolly Rosazza. Un libro che parla di viaggi, esplorazioni, ma soprattutto della necessità di partire anche solo con il pensiero – A casa mi aggiravo tra i mobili perché mi sembrava che mancasse qualcosa – per trovare quel luogo dove ci si possa sentire liberi e felici. Nostalgia, casa, speranza sono, infatti, temi che nascono durante l’infanzia, che la accompagnano e che verranno contenuti in uno scrigno di ricordi – riprendendo una bellissima immagine di Rilke in “Lettere a un giovane poeta” – che rimangono a disposizione della personalità nella sua evoluzione verso l’età adulta, ai quali può sempre attingere a piene mani. Temi amplificati dalle poetiche immagini di Rosazza che accompagnano il viaggio psicologico di una ragazza attraverso il tempo, lo spazio, le stagioni. La sua ricerca la spinge in mondi fantastici, popolati da personaggi reali o incantati. In questo continuo girovagare, anche la sua vita può essere definita in-between, sospesa fra la sua casa e le dimensioni che di volta in volta indaga fino a scoprire che la felicità è negli affetti, e che tornare significa riconoscere dove si trova il proprio cuore.
