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WWW.BLOGLOBAL.NET NUMERO 33/2013, 24 NOVEMBRE—7 DICEMBRE 2013

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RASSEGNA DI BLOGLOBAL OSSERVATORIO DI POLITICA INTERNAZIONALE

BloGlobal Weekly N°33/2013 - Panorama

MONDO - Focus AFGHANISTAN – Prosegue la diatriba tra gli Stati Uniti e il Presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, sulla firma dell’accordo bilaterale di sicurezza che dovrebbe impegnare Washington sul suolo afghano dopo il ritiro delle truppe già previsto per il 2014. Un’intesa è già stata raggiunta, ma Karzai, sostenuto da varie autorità locali, ha deciso di prendere tempo, forse fino a dopo le elezioni del prossimo aprile per studiare approfonditamente l’accordo – secondo quanto dichiarato alla vigilia dei lavori della Grande Assemblea (Loya Jirga) di fine novembre – e per prendere in considerazione le sue multi-sfaccettate implicazioni. Karzai ha inoltre richiesto agli Stati Uniti l’invio di una lettera di scuse per l’uccisione dei numerosi civili afghani nell’ambito delle operazioni di controterrorismo con i droni. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale americana, Susan Rice, ha respinto tale richiesta, dichiarando che “noi non abbiamo nulla di cui scusarci, ci siamo sacrificati e abbiamo sostenuto gli afghani nel processo di democra© BloGlobal.net 2013


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tizzazione, nella loro lotta agli insorti e contro il terrorismo di al-Qaeda”. Nei giorni successivi, smentendo quindi Karzai, la Loya Jirga ha invitato la Presidenza alla firma immediata del trattato con Washington. Ciò però non è stato ritenuto sufficiente da Karzai che ha fin qui ignorato la decisione dell’Assemblea e, anzi, ha prospettato un rinvio delle future elezioni presidenziali, come indicato al Parlamento di Kabul dal direttore della Commissione elettorale indipendente, Muhammad Y. Nooristani, il quale ha aggiunto di non poter “garantire al 100% sulla trasparenza delle elezioni”; vari Senatori, poi, hanno manifestato preoccupazioni per le condizioni metereologiche di aprile che farebbero diminuire l’affluenza ai seggi. Anche le fazioni talebane si sono fatte sostenitrici del Presidente, approvando la necessità di posticipare le elezioni e, quindi, dell’accordo con gli americani. Se Karzai riuscisse ad ottenere il rinvio del voto, le divergenze con gli Stati Uniti, che continuano a premere per la firma, sarebbero destinate ad acuirsi. È significativo, infatti, che sulle pagine del New York Times, l’ex Comandante dell’International Security Assistance Force (ISAF), John R. Allen, abbia invitato l’amministrazione Obama ad “ignorare l’arroganza di Karzai”. In questo clima è intervenuto anche il Segretario Generale della NATO, Anders F. Rasmussen, che ha lanciato una sorta di ultimatum a Karzai: senza una rapida firma, l’Alleanza non sarà in grado di continuare il training & mentoring delle Forze Armate afghane; “la mia preoccupazione – ha proseguito Rasmussen – è che, se non saremo capaci di dispiegare una missione d’addestramento, vi sarà un impatto negativo sulla sicurezza del Paese”. L’amministrazione Obama, ad ora, appare comunque rassegnata a dover attendere la firma dell’accordo almeno per l’inizio del 2014. Nel frattempo, le operazioni di controterrorismo con i droni tra Pakistan ed Afghanistan stanno proseguendo, secondo il Pentagono, in modo efficace nel colpire gli avamposti dei talebani e nell’eliminare vari miliziani che ricoprono ruoli strategici nell’insurrezione. Tuttavia, il Pakistan è tornato ad alzare la voce, lamentando l’uccisione indiscriminata di civili e criticando i “bombardamenti scientifici mirati” dato che questi non si sarebbero rivelati affatto tali. Washington ha dovuto far quindi buon viso a cattivo gioco e ha bloccato l’invio di approvvigionamenti alle truppe dell’ISAF attraverso il Pakistan garantendo così l’incolumità dei propri convogli e, soprattutto, sottraendo ad Islamabad una potenziale forma di ricatto. CINA/GIAPPONE – La decisione di Pechino di istituire unilateralmente una “Air Identification Defense Zone” nel Mar Cinese Orientale, comprendente le isole contese Senkaku/Diaoyu, ha acuito ulteriormente le tensioni con Tokyo, che formalmente detiene la sovranità sull’arcipelago. Il Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, ha immediatamente manifestato l’intenzione di prendere serie contromisure “contro ogni tentativo di cambiare lo status quo con l’uso della forza, in quanto siamo determinati a proteggere lo spazio aereo e marittimo della nazione”. Il Ministro degli Esteri, Fumio Kishida, ha aggiunto che la decisione cinese può “condurre a situazioni non prevedibili”. La prima reazione degli Stati Uniti, che ha portato la firma del Segretario alla Difesa Chuck Hagel, è stata di fermo supporto al Giappone: il Trattato di Mutua Difesa firmato da Tokyo e Washington, infatti, “si applica alle isole Senkaku. [Quello della Cina] è un tentativo destabilizzante di alterare lo status quo della regione, un’azione unilaterale che aumenta i pericoli di fraintendimenti e azioni dettate da calcoli sbagliati”. Il Pentagono, come segno d’assertività in sostegno del Giappone, ha inviato poi due bombardieri strategici disarmati, i B-52, a sorvolare la “zona aerea di difesa ed identificazione”, mostrando l’intenzione di non riconoscerla; l’azione di sorvolo, nonostante quanto prospettato dalle autorità cinesi alla vigilia, non ha provocato alcuna reazione militare da parte di Pechino, che anzi non ha nemmeno tentato di mettersi in contatto con i piloti dei B-52. All’azione aerea americana è seguita una risposta simile da parte delle aeronautiche di Giappone e Corea del Sud; Pechino ha nuovamente taciuto, benché l’agenzia di stampa cinese Xinhua abbia in seguito comunicato che il neoproclamato “stato d’allerta dei nostri aerei serve a rafforzare il monitoraggio sui bersagli nella zona di difesa aerea”.Dopo tali attriti, è scesa in campo la diplomazia americana, che nella persona del vice-Presidente Joe Biden ha cercato di riavvicinare le parti non senza contraddizioni. Il primo gesto distensivo da parte di Washington verso la Cina è stato quello di riconoscere, almeno parzialmente, le istanze di Pechino sulle isole, invitando la propria aeronautica civile in transito sopra le isole a coordinarsi con le autorità cinesi per evitare incidenti. A ciò ha fatto seguito il tour asiatico di Biden, che si è recato prima in Giappone e poi in Cina. A Tokyo, il vice-Presidente ha incontrato Abe manifestandogli il sostegno di Washington. Nella conferenza stampa a margine del summit, Biden ha dichiarato che “gli Stati Uniti esprimono profonda preoccupazione per il cambio unilaterale dello status quo e si dicono irremovibili nell’alleanza con il Giappone. Le crescenti tensioni rischiano di condurre a errori di calcolo troppo alti. Per


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ridurli, Cina e Giappone hanno bisogno di meccanismi di gestione delle crisi e di canali di comunicazione efficaci”. Il vertice del giorno successivo a Pechino tra lo stesso Biden e il Presidente cinese Xi Jinping ha visto gli Stati Uniti mediare al fine di non irritare eccessivamente il Dragone. Washington ha dovuto così acconsentire alle richieste della Cina di non cancellare la “Air Identification Defense Zone” e di non alimentare la diatriba in pubblico, il che ha profondamente irritato Tokyo. La stampa cinese ha interpretato questa linea come segno della debolezza americana e, così, il Ministero della Difesa di Pechino ha avuto buon gioco nell’affermare in un comunicato che militarmente “abbiamo la piena capacità di far rispettare la zona” di difesa aerea. A complicare la questione è intervenuta la Corea del Sud, la quale a sua volta ha allargato il proprio perimetro aereo difensivo, sovrapponendolo in parte a quello della Cina. REPUBBLICA CENTRAFRICANA – Da alcuni mesi la sensazione generale era che la Repubblica Centrafricana stesse piombando rapidamente nel caos. Negli ultimi giorni questa sensazione è diventata, altrettanto rapidamente, realtà. Le violenze, le torture e le esecuzioni sommarie compiute dai Seleka, unite alla spirale di violenza religiosa che sta incendiando il Paese, hanno causato centinaia di morti e oltre 400.000 profughi negli ultimi mesi. Il picco delle violenze si è toccato giovedì 5 dicembre, quando gli anti-Balaka, un gruppo cristiano che si oppone ai Seleka, ha assaltato all’alba alcuni quartieri musulmani della capitale Bangui, lasciando sul posto oltre 300 morti, secondo le ultime stime fornite dalla Croce Rossa. Il Presidente centrafricano Djotodia ha fatto appello alla calma, nonostante la sua stessa abitazione sia stata oggetto di vandalismi, e ha annunciato l’istituzione di un coprifuoco per evitare lo scatenarsi di ulteriori violenze, essendo concreto il rischio di ritorsioni da parte dei Seleka. Il massacro è avvenuto proprio mentre le Nazioni Unite, nella stessa giornata, hanno approvato la Risoluzione 2127 con lo scopo di riportare la sicurezza nel Paese e proteggere i civili. La risoluzione, fortemente sostenuta dalla Francia, autorizza l’invio di truppe francesi e il dispiegamento di una forza multinazionale a guida Unione Africana. Sul posto c’è già un contingente francese di circa 600 persone, posto a difesa dell’aeroporto di Bangui e alla tutela dei molti connazionali presenti, e una forza di peacekeeping internazionale dell’Unione Africana composta da 2500 uomini, la Missione Internazionale di Supporto in Centrafrica (MISCA), che non sono riusciti ad evitare il caos generalizzato. La crisi in Repubblica Centrafricana è iniziata lo scorso marzo quando il gruppo ribelle musulmano dei Seleka ha rimosso dal suo incarico il presidente François Bozizè, sostenendo l’ascesa al potere del loro leader Michel Djotodia. Il nuovo Presidente, il primo musulmano in un Paese a maggioranza cristiana, ha ufficialmente sciolto le milizie Seleka, ma si è dimostrato incapace di controllarle, dato che hanno continuato a spadroneggiare in lungo e in largo nel Paese. La popolazione cristiana stanca di questi soprusi si è organizzata in una contro milizia, gli anti-Balaka (ovvero antimachete), sostenuta dall’ex Presidente Bozizè, che ha preso di mira i Seleka e la popolazione musulmana in generale, che è minoranza nel Paese. La risoluzione 2127 oltre a prevedere un embargo di armi e ad istituire una commissione d’inchiesta sulle violenze perpetrate, sostiene soprattutto l’azione militare francese. Le truppe francesi agiranno sotto l’egida del Chapter VII della Carta ONU che li autorizza ad usare ogni “mezzo necessario” per supportare il contingente dell’Unione Africana. Proprio in queste ore i soldati francesi stanno ultimando il loro dispiegamento in territorio centrafricano: le prime truppe sono giunte dal vicino Camerun e dal Gabon, dove sono schierati altri contingenti francesi. Il Ministro degli Esteri francese JeanYves Le Drian ha assegnato loro delle priorità: prima bisognerà ristabilire un quadro di sicurezza minimale nel Paese, poi favorire il potenziamento della MISCA. Il Presidente Hollande ha invece sottolineato che si tratterà di un intervento temporaneo, che potrebbe durare al massimo sei mesi, ma ha anche detto che, a differenza di quanto si ritenesse necessario, il contingente francese raggiungerà le 1.600 unità, mentre c’è la possibilità che l’Unione Africana decida di schierare 6000 soldati, invece dei 3600 annunciati inizialmente. La decisione dell’ONU ha incontrato il parere favorevole di gran parte della comunità internazionale, e come nel caso dell’intervento delle Francia in Mali, l’Operation Serval, anche in questa occasione la Gran Bretagna ha promesso il proprio sostegno logistico per il dispiegamento delle truppe francesi in quella che è stata chiamata Operation Sangaris, e l’invio di 25 milioni di dollari in aiuti umanitari. Anche gli USA hanno sostenuto la risoluzione e hanno promesso l’invio di 40 milioni di dollari in equipaggiamenti, addestramento e supporto logistico affinché la MISCA implementi la sua capacità di azione e restauri al più presto l’ordine e la sicurezza. Questo in Centrafrica è il secondo intervento francese in Africa nel 2013, dopo quello di gennaio in Mali, e per evitare un coinvolgimento duraturo Hollande ha promesso che sosterrà la creazione di


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una forza speciale di reazione rapida africana, e a questo scopo la Francia addestrerà più di 20.000 soldati africani ogni anno. UNIONE EUROPEA – Gli scorsi 28 e 29 novembre si è svolto in Lituania, a Vilnius, il terzo Vertice sul Partenariato Orientale dell'UE: atteso nei mesi scorsi come il punto di arrivo per la firma degli Accordi di Associazione e Stabilizzazione con i Paesi dell'Est Europa, il summit si è dovuto scontrare con la realtà dei fatti interni all'Ucraina che rischiano ora di compromettere molti degli sforzi profusi per portare avanti la Politica europea di Vicinato. Nonostante siano infatti in corso da settimane a Kiev proteste contro la decisione del governo di non scarcerare il leader dell'opposizione Yulia Timoshenko e dunque interrompendo l'iter di avvicinamento a Bruxelles per proseguire, piuttosto, sulla strada verso quello con l'Unione Doganale capitanata dalla Russia, il Presidente ucraino Viktor Yanukovich non ha inteso fare marcia indietro, non firmando l'ASA. Il capo della Diplomazia europea, Catherine Ashton, ha comunque ribadito che l'UE continuerà a tenere le porte aperte nei confronti dell'Ucraina, specificando che si può lavorare ancora bene insieme a favore del miglioramento delle condizioni economiche della popolazione ucraina e, complessivamente, per tutta l'Unione Europea, la quale, anche a detta del Premier italiano Letta, dovrà ora impegnarsi maggiormente per creare meccanismi che non creino un'alternativa UE-Russia con evidenti ricadute sul fattore energetico. La presidentessa lituana, Dalia Grybauskaite, invece non ha risparmiato un attacco diretto contro Yanukovich, affermando che “probabilmente la pressione esterna è più una scusa della leadership ucraina per fermare il processo di integrazione con l’UE”. O quanto meno per alzare la posta degli aiuti economici europei, anche se in questo senso il Presidente del Consiglio UE, Herman van Rompuy ha auspicato affinché le condizioni di negoziazione possano restare le stesse anche in futuro. Ad ogni modo per il prossimo mese di febbraio é previsto a Bruxelles un vertice UE-Ucraina per discutere su come far ripartire eventualmente le trattative. Uno spiraglio é infatti offerto dal fatto che Kiev ha deciso comunque di firmare l'accordo sullo spazio aereo comune. Abbandonata da un paio di mesi anche la prospettiva di un accordo con l'Armenia - che nel mese di settembre, nonostante gli auspici dell'intera classe politica di continuare a rafforzare il legame con Bruxelles, ha deciso di virare decisamente verso l'Unione doganale -, gli unici risultati, decisamente di minor portata, sono stati raggiunti con Georgia e Moldavia, le quali nonostante i timori iniziali (vedasi le proteste a Chișinău) hanno infine siglato l'ASA, e con l'Azerbaijan, con cui è stato firmato il VISA Facilitation Agreement (contemporaneamente al quale è stato ratificato il Readmission Agreement) che consentirà ai cittadini azeri la libera circolazione nello spazio di Schengen. A questo può aggiungersi la dichiarazione da parte della Bielorussia di voler negoziare lo stesso ingresso nel regime di liberalizzazione dei visti.

MONDO - Brevi EGITTO, 1 dicembre – L’Assemblea Costituente egiziana ha approvato una bozza del testo della nuova Carta fondamentale che sostituirà quella del 2012, fortemente criticata per la sua impronta islamista. Il testo, consegnato al Presidente ad interim Adly Mansour che dovrà indire un referendum popolare sulla nuova Costituzione entro un mese (presumibilmente nel gennaio 2014), sembra essere una riedizione della Costituzione del 1971, più volte emendata sotto Sadat e Mubarak. Il documento rafforza il ruolo preminente delle forze armate (artt. 203, 204 e 234) – i tribunali militari possono giudicare i civili; pieni poteri di controllo del budget da parte dell’esercito; autonomia del Consiglio Supremo delle Forze Armate nella nomina del Ministro della Difesa (per 8 anni) –, proibisce i partiti religiosi e conferma che la sharia (art. 2) è alla base del diritto egiziano, abolendo tuttavia il contestato art. 219, norma che chiariva quali fossero le fonti del diritto islamico, ossia i precetti del Corano e della Sunna, fornendo a suo modo un quadro normativo più definito. Nel testo viene fissato inoltre un calendario per le elezioni parlamentari (entro 90 giorni) e presidenziali (entro 6 mesi dalla data del referendum), anche se non viene specificato quale delle due consultazioni avverrà prima. L'art. 32, infatti, permette un cambio di rotta nella road map fissata dai militari, consentendo di anticipare le elezioni presidenziali rispetto a quelle parlamentari, cosa che in molti propongono di fare. Intanto continuano le proteste e gli scontri al Cairo tra forze di polizia e manifestanti in seguito all'approvazione di una legge contro le proteste per motivi di sicurezza. La legge approvata dal governo il 26 novembre vieta ogni manifestazione non autorizzata e punisce con il carcere i suoi partecipanti, rendendo più aspra la contrapposizione tra militari e religiosi. Già due importanti esponenti sono finiti in prigione: Ahmed Maher, fondatore del


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movimento 6 Aprile (decisivo nelle rivolte contro Mubarak) e Alaa Abdel-Fattah, blogger e attivista politico. Manifestazioni a favore del deposto Presidente Mohammed Mursi si sono comunque svolte al Cairo, Suez e a Port Said. GOLFO, 2 dicembre – Dopo lo storico accordo sul nucleare, si profilano prime prove di distensione anche nell’area Golfo. Impegnato in un tour diplomatico tra Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, il Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif in una conferenza stampa con la sua controparte kuwaitiana si è pubblicamente augurato di poter migliorare le relazioni non solo con l’Arabia Saudita ma anche con tutte le potenze sunnite del Golfo, auspicando, inoltre, che l’accordo del 24 novembre a Ginevra non venga percepito dai vicini arabi come una minaccia, bensì come un’opportunità di cooperazione. Nella tappa tra Dubai, al-Ain e Abu Dhabi, Abdullah bin Zayed, Ministro degli Esteri degli EAU, ha avanzato l’opportunità di implementare le relazioni bilaterali con l’Iran accettando l’invito dello stesso Zarif a ricambiare la visita di Stato in terra persiana. Un deciso passo in avanti per due Paesi che fino a pochi mesi fa gestivano relazioni diplomatiche complicate e tese a causa sia della disputa relativa alle isole nel Golfo di Abu Musa e Grande e Piccola Tunb, sia alla partecipazione emiratina – insieme a sauditi e a qatarini – alla missione militare del Gulf Cooperation Council in Bahrain. Dopo Ginevra, dunque, distensione e cooperazione politica con le monarchie del GCC sembrano essere diventate le priorità della politica estera iraniana. INDONESIA, 7 dicembre – Approvando il pacchetto di misure conosciuto come "Doha Light", e completando un processo negoziale avviato in Qatar nel 2001, i rappresentanti dei 159 Paesi appartenenti all'Organizzazione Mondiale del Commercio hanno dato via libera all'atteso programma di liberalizzazione degli scambi commerciali che nelle aspettative dovrebbe generare mille miliardi di dollari di ricchezza mondiale. L'intesa raggiunta a Bali - la prima dalla conclusione dell'Uruguay Round e dalla creazione del WTO nel 1995 - sembra dunque sventare almeno per il momento il fallimento della stessa organizzazione, pur rappresentando allo stesso tempo un risultato parziale rispetto agli obiettivi fissati a Doha e che concorrevano al perseguimento dell'abbattimento globale delle barriere doganali. Questo grazie evidentemente alla mediazione del Direttore generale, Roberto Azevedo. Accogliendo l'emendamento che “riafferma che il principio di non discriminazione contenuto nel Trattato GATT dal 1994 rimane valido", e permettendo così a Cuba (sostenuta da Bolivia, Nicaragua e Venezuela) di sottolineare che i ritardi nel transito delle merci dovuti all'embargo posto dagli USA sono illegali, il testo ha pertanto previsto un'ampia gamma di misure multilaterali basate su tre pilastri principali: uno relativo ai Paesi più poveri, per i quali sarà facilitata l'integrazione nei mercati internazionali; un secondo relativo ad una complessiva semplificazione del commercio mondiale grazie ad una sostanziale modernizzazione delle procedure burocratiche (in tal senso i Paesi meno sviluppati saranno aiutati economicamente per sostenerne i costi); infine quello relativo alla sicurezza alimentare, relativamente alla quale tutti i Paesi si sono impegnati a trovare nei prossimi quattro anni tutte le misure necessarie per non distorcere i mercati agricoli (un compromesso necessario dopo le richieste dell'India di legalizzare la pratica di stoccaggio illimitato di beni alimentari sussidiata dallo Stato). Un'intesa che dovrebbe apportare enormi benefici anche per le PMI italiane, notevolmente rivolte verso i Paesi emergenti, come ha spiegato il Vice Ministro italiano per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda al termine della Conferenza Interministeriale. LIBANO, 3 dicembre – È stato ucciso nei pressi di Beirut Hassan Lakkis, un comandante del movimento libanese Hezbollah. Secondo fonti della sicurezza libanese, l’agguato è avvenuto verso mezzanotte, mentre Lakkis era nel parcheggio della sua residenza ad Hadath, a pochi chilometri dalla capitale libanese. Subito dopo l’annuncio della sua morte un portavoce di Hezbollah ha affermato che dietro l’omicidio “mirato” ci sarebbe Israele che aveva già tentato di uccidere il militante diverse volte nel passato. Il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, ha subito negato ogni responsabilità, rimandando al mittente le accuse. Poco dopo, un gruppo islamista sunnita, le Brigate di Baalbek, la cui esistenza è tutta da verificare, ha rivendicato l’agguato attraverso la pubblicazione di un post su Twitter, affermando che l’uccisione è una risposta agli attacchi di Hezbollah ai sunniti nella regione di Bekaa. La notizia dell'assassinio arriva un giorno dopo che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha accusato pubblicamente l'Arabia Saudita per l'attacco all'Ambasciata iraniana a Beirut lo scorso mese. Molti libanesi ritengono che l’uccisione di Lakkis sia da inquadrare nell’ambito delle montanti tensioni tra sunniti e sciiti, aggravate dal reciproco coinvolgimento su opposti fronti nella guerra civile in Siria. Dato il ruolo non proprio di primo piano che occupava Lakkis nell’organizzazione di Hezbollah (pare che si occupasse esclusivamente di rifornimenti e approvvigionamenti per la milizia sciita) l’omicidio potrebbe anche rappresentare uno strumento di pressione nei confronti di Hassan Nasrallah.


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SLOVACCHIA, 23 novembre – Lontane dai riflettori internazionali, le elezioni locali slovacche hanno messo in luce la netta vittoria (55,53%) nella regione di Banska Bystrica da parte di Marian Kotleba, leader del movimento di estrema destra Slovenská Pospolitosť (Fratellanza slovacca) – dal quale è stato creato il partito Ľudová Strana-Naše Slovensko (ĽSNS) – che ha battuto il suo rivale del partito socialdemocratico (SMER, sostenuto da una coalizione multicolore formata dai conservatori di KDH, passando per SMK, SMS, ĽS, HZD, Partito dei Verdi) Vladimir Manka, attestatosi al 44% dei consensi. L'affermazione di Kotleba, avvenuta tra l'altro in una regione in cui per l'appuntamento elettorale si è mobilitato ben il 25% della popolazione a fronte di un Paese dove la partecipazione si ferma generalmente al 17%, sembra aprire la strada ad una maggiore affermazione a livello nazionale del partito estremista in vista delle europee e delle presidenziali del 2014 e delle legislative 2016. Trovando terreno fertile nell'alto tasso di disoccupazione che caratterizza la regione di Banska Bystrica e nel difficile rapporto tra Slovacchi e minoranza rom, la vittoria di Kotleba, il cui programma é tra l'altro incentrato anche sull'uscita dall'euro, preoccupa non poco l'UE, che vede nella Slovacchia uno dei più importanti motori per la ripresa economia dell'Europa Centrale: negli anni della crisi il PIL pro capite slovacco é riuscito a crescere del 4,25% e resta un punto di riferimento importante per gli investimenti provenienti dagli altri Paesi europei. SUDAFRICA, 5 dicembre – Si è spento all’età di 95 anni a Johannesburg Nelson Mandela, ex Presidente sudafricano (1994-1999), storico leader della lotta all’apartheid e, per tale motivo, premio Nobel per la pace nel 1993, insieme al suo predecessore Frederik Willem de Klerk. A fronte di una figura morale e di un carisma politico di altissimo livello e con pochi precedenti nel nostro Secolo, il bilancio di governo di “Madiba” può definirsi assolutamente controverso. In cinque anni alla guida del Paese, la sua azione politica si è caratterizzata non tanto per una vera svolta o per un miglioramento concreto delle condizioni socio-economiche della comunità nera (l’80% della popolazione totale), quanto piuttosto per un tentativo di creare un’identità condivisa e per porre le condizioni per una riconciliazione tra bianchi e neri, permettendo ai primi di conservare le leve economiche e ai secondi di gestire, per la prima volta nella loro storia, le sorti politiche della nazione. Gli anni di governo sono stati comunque caratterizzati da tentativi di miglioramento del tessuto sociale nazionale. I casi più emblematici furono il GEAR (Growth, Employment and Redistribution), la strategia per la crescita, e il RDP (Reconstruction and Development Programme), il piano per la ricostruzione e lo sviluppo, entrambi elaborati dall’allora Ministro delle Finanze Manuel Trevor. Il primo doveva creare le condizioni economiche affinché il secondo attuasse i programmi sociali, ma a distanza di vent’anni i risultati sono più che deludenti. Pertanto, le sfide per la giovane democrazia sudafricana, guidata dal Presidente Jacob Zuma – in questi giorni impegnato nella corsa per la rielezione del prossimo anno –, sono le stesse del 1994: lotta alla disoccupazione, alla povertà e alle disuguaglianze sociali, nonché diminuzione delle tensioni razziali. THAILANDIA, 25 novembre – Dopo l'iniziale approvazione del disegno di legge sull'amnistia proposto dal Pheu Thai Party (bocciato poi in seconda battuta dal Senato), proteste antigovernative sono state organizzate in 13 zone di Bangkok: per circa una settimana migliaia di manifestanti hanno preso d'assalto i palazzi governativi (tra cui il Budget Bureau, gli edifici del Ministero delle Finanze, quello degli Esteri e il Dipartimento delle Relazioni Pubbliche) ed emittenti televisive, inducendo pertanto il governo di Yingluck Shinawatra ad ampliare l'applicazione dell'Internal Security Act, che conferisce alle autorità poteri speciali per il controllo dell'ordine pubblico fra cui anche il coprifuoco, la possibilità di disperdere le masse di manifestanti e di stabilire posti di blocco. Alla base della richiesta delle dimissioni dell'Esecutivo vi è l'accusa di voler far rientrare in patria, attraverso l'Amnesty Bill, Thaksin Shinawatra - ex Primo Ministro e fratello dell’attuale Premier - in esilio volontario dal 2008 quando fu condannato in contumacia a due anni di carcere per appropriazione indebita. Radicandosi in un contesto socio-politico caratterizzato da una profonda spaccatura tra le elites aristocratiche e i gruppi di estrazione rurale, gli scontri tra le "camice rosse" (filo governativi) e "camice gialle" (antigovernativi) hanno provocato 5 morti e almeno 50 feriti. Sebbene negli ultimi giorni le tensioni sembra si siano smorzate anche per via dei festeggiamenti dell'86esimo compleanno del re Bhumibol Adulyadej, continuano i colloqui tra il leader degli antigovernativi, Suthep Thaugsuban, e il Premier Yingluck Shinawatra, ma nessun accordo - anche per portare la popolazione eventualmente al voto anticipato e lasciare che i poteri governativi vengano esercitati dallo stesso Re - sembra essere stato trovato. TUNISIA, 5 dicembre – Dopo mesi di negoziazioni e di continue battute d’arresto, lo scorso 5 dicembre, Houcine Habassi, Segretario Generale dell'UGTT, ha lanciato un ultimatum a maggioranza e opposizioni tunisine: o si trova un accordo entro il 14 dicembre


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o salta la mediazione. La trattativa condotta dall’Union Générale Tunisienne du Travail (UGTT), l’Union Tunisienne de l’Industrie, du Commerce et de l’Artisanat (UTICA), Ligue tunisienne des droits de l’homme (LTDH) e l’Office National de l’Artisanat Tunisien (ONAT) – ossia il cosiddetto “quartetto” – era mirata a proporre un difficile accordo politico tra maggioranza e opposizione per avviare un dialogo nazionale capace di dare stabilità e governo al Paese. Un primo tentativo era avvenuto il 5 ottobre scorso, poi subito naufragato dietro il diniego dell’esecutivo Laarayedh nel dare le dimissioni e formare un esecutivo non politico ad interim che traghettasse il Paese ad elezioni anticipate entro la fine dell’anno. Il 5 novembre un nuovo esperimento di dialogo tra la cosiddetta troika al potere a Tunisi – il partito islamista Ennahda e l’ala secolarista formata dal socialdemocratico Ettakatol e dal centrista Congrès pour la République (CpR) – e lo schieramento delle opposizioni guidato da Nidaa Tounés si è interrotto per poi riprendere il 18 dello stesso mese senza tuttavia aver condotto a conclusioni che permettessero di superare l’attuale impasse. Una situazione di stallo dalla quale non si uscirà fino a quando almeno una delle parti non sarà disposta ad accettare di fare un passo indietro.

ANALISI E COMMENTI L’ACCORDO SUL NUCLEARE IRANIANO È PARTE DI UNA MACRO-STRATEGIA USA IN MEDIO ORIENTE di Stefano Lupo – 25 novembre 2013 [leggi sul sito] MILLENNIUM DEVELOPMENT GOALS: FACCIAMO IL PUNTO di Martina Vacca – 27 novembre 2013 [leggi sul sito] L’ARMENIA CEDE A PUTIN E RINUNCIA ALL’EUROPA di Giuseppe Consiglio – 28 novembre 2013 [leggi sul sito] TURCHIA ED EGITTO: SCENARI DI UNA NUOVA CRISI di Francesco Minici – 2 dicembre 2013 [leggi sul sito] NEW DELHI, WASHINGTON, MOSCA: LE DIRETTRICI STRATEGICHE IN ASIA di Oleksiy Bondarenko – 4 dicembre 2013 [leggi sul sito]

LE VIGNETTE DI BLOGLOBAL di Luigi Porceddu

Questa opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione — Non commerciale — Non opere derivate 3.0 Italia. BloGlobal Weekly N° 33/2013 è a cura di Maria Serra, Giuseppe Dentice, Davide Borsani e Danilo Giordano


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Rassegna settimanale di BloGlobal-Osservatorio di Politica Internazionale (24 novembre-7 dicembre 2013)

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