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VIAGGIO NELLA CITTÀ/21

Torretta di Montevergine: l'origine del toponimo Dall'antica chiesa dell'Assunta alle taverne nel territorio tra Avellino e Mercogliano

12/12/2011 Ai confini tra Avellino e Mercogliano, una antica chiesa ed un vasto caseggiato, a "dispetto" del terremoto del 1980, resistono ancora nella loro architettura rustica e imponente. Un bel pergolato di una vecchia vite nodosa ed un fronzuto nespolo fanno da cornice a questo vecchio corpo di fabbrica. Il tutto sembrerebbe, a prima vista, rozzo forse disdicevole nel contesto del moderno complesso urbano che lo circonda; eppure esso ha un fascino particolare: il fascino delle cose semplici, della memoria storica, di quelle cose che resistono con caparbietà all'usura del tempo ed hanno certamente qualcosa da raccontare. Vecchi e nuovi confini tra Mercogliano e Avellino Per ben comprendere la storia di queste "vecchie fabbriche" e di quell’amena collinetta che, dolcemente, degrada alle loro spalle, sarà necessario andare indietro nel tempo: al XIII secolo. E' uno dei periodi di maggiore splendore dell' abazia di Montevergine, divenuta uno dei centri culturali e spirituali più importanti della nostra regione. Grazie a numerose donazioni e ad una oculata gestione da parte dei suoi abati, il monastero godeva dei proventi di numerosi e consistenti possedimenti. Fra questi: Mercogliano e i suoi casali, che, dal 1195, per concessione di Enrico VI erano entrati a far parte del suo feudo. La vasta regione, che si estende dall' attuale Torrette di Mercogliano fin oltre Alvanella e che a sud è delimitata dal monte Faliesi e dal monte Esca, veniva, in quel secolo, chiamata Balneum (Bagno) in riferimento ai numerosi corsi d'acqua e sorgenti perenni che caratterizzano la zona. Al Balneum appartenevano diverse contrade: Plaiora, Alvanella, Agrifolieta , Balneolum (attuale contrada Bagnoli), etc ... Il toponimo "Torrette di Mercogliano" non esisteva. La zona veniva chiamata "Plaiora", probabilmente da "Plana Maiora", in riferimento ad un particolare aspetto topografico della Fondovalle del Fenestrelle, che dalla Puntarola si estende fino all'Infornata. Poiché questa zona si sviluppa come un piano inclinato avente come punto più alto proprio il pianoro di Torrette, l'attuale "Torrette di Mercogliano" veniva considerata, come un "Piano Maggiore" rispetto all' andamento della fondovalle. Anche se raramente, troviamo anche documentato il toponimo "Confinio" o "Termine", evidentemente in riferimento al fatto che in quelle pertinenze erano "segnati" i confini tra Avellino e Mercogliano. La collina, che dallo attuale svincolo autostradale di Avellino Ovest si estende fino alla azienda dell'Istituto Agrario veniva chiamata "Macera", probabilmente per i "muri a secco" che ne caratterizzavano il terrazzamento . La dorsale della suddetta collina assunse, invece, il nome di "Serroni", da Serra (tardo latino che vuol dire: sega) per l'andamento a denti di sega, che ne caratterizza la zona più alta. Il "Balneum” di cui abbiamo dato una fugace panoramica, era una delle zone più fertili della nostra regione: la coltura del nocciolo, del castagno, delle viti latine, del seminativo etc., trovava in questa zona un ambiente particolarmente favorevole. A rendere ancora più importante questo vasto territorio, contribuiva la presenza della "Via Antiqua" che collegava le nostre regioni con la "Campania Felix" (Nola, Avella etc .. ). La "Macera" apparteneva all'Abazia di Montevergine , tranne la parte più orientale, situata “... in territorio et pertinentis predicte civitatis avellino ......” che apparteneva al Capitolo Vescovile Avellinese. In realtà i grossi latifondi appartenevano generalmente o alle famiglie feudali o alle più importanti istituzioni ecclesiastiche. Costoro per poter meglio controllare il territorio, cercavano quanto più possibile, con acquisti o permute, di "accorpare" la proprietà. Evidentemente, con questi intenti, nel 1296, il vescovo di Avellino e

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l'abate di Montevergine conclusero, di comune accordo, una permuta, mediante la quale all'Abazia venivano ceduti alcuni beni che il Capitolo possedeva alla "Macera" e in "Aqua formata" (Contrada Infornata) , mentre al Capitolo vescovile vennero assegnati alcuni territori siti al "balneolun" (Contrada Bagnoli, Bosco dei Preti etc.). Con questi nuovi "diritti di proprietà", vennero a determinarsi, di fatto, anche dei nuovi "confini territoriali", che ancora oggi, in gran parte, sussistono sia nei pressi di Torrette di Mercogliano che di Contrada Infornata. Quali erano questi "nuovi" confini? Cercheremo di rispondere a questa domanda con l'ausilio di un'antica pianta topografica del 1833, conservata presso l'Archivio di Stato di Avellino . Perché si possa seguire la nostra ipotesi, è necessario precisare che il "Casale Valle" apparteneva a Mercogliano e che solo "recentemente", come vedremo in seguito, è entrato a far parte del Comune di Avellino. Ciò premesso, i "nuovi confini", molto probabilmente, vennero stabiliti lungo la direttrice, che nella pianta del 1833, abbiamo contrassegnato con la lettera "A". Come si può facilmente constatare, detta direttrice taglia quasi a metà l'attuale azienda dell'Istituto Agrario. Ancora oggi questi antichi confini possono essere, in parte, ben identificati in quanto, all' interno dell'azienda dell'Istituto, esistono delle pietre di confine che, portano scolpito lo stemma dell'Abazia di Montevergine e che fissano alcuni punti della direttrice "A". Avremo modo, in seguito, di poter documentare in quale occasione vennero apposte dette pietre di confine, che fortunatamente, siamo, riusciti a rintracciare e fotografare. Come abbiamo precedentemente accennato il casale Valle apparteneva da secoli, alle pertinenze territoriali di Mercogliano. Nel 1831, gli abitanti di questo casale fecero istanza al Re Ferdinando II di passare sotto la giurisdizione di Avellino. La richiesta fu accolta, anche se occorsero circa venti anni perché essa venisse giuridicamente ratificata. In virtù di tale passaggio, evidentemente, vennero ridisegnati i confini tra Mercogliano ed Avellino. Essi si "spostarono" lungo la direttrice "B", che rappresenta anche l' odierna condizione giurisdizionale. Questa "direttrice" può essere oggi facilmente identificata "seguendo" la stradina adiacente alla vecchia chiesa dell'Assunta. Fin qui abbiamo tracciato, a grandi linee, la storia di un piccolo territorio posto ai confini tra Mercogliano ed Avellino e che possiamo riassumere nel seguente modo: in origine apparteneva al Capitolo vescovile avellinese. Nel 1296 entrò a far parte del feudo di Mercogliano. Assegnato territorialmente al casale di Valle, quando quest' ultimo passò sotto la giurisdizione amministrativa di Avellino, rientrò, di fatto, nel tenimento del capoluogo. Cercheremo adesso di vedere quando e come questo lembo di terra si animò di tutta una serie di attività che lo resero un centro di notevole importanza nell'ambito di un più vasto territorio prevalentemente rurale. La Taverna, la Chianca, la Maccaronaria etc. Per poter seguire l'ipotesi di lavoro della nostra storia, è opportuno conoscere alcune vicende legate alle sorti dell'Abazia di Montevergine. Durante il "triste" periodo dei "Vescovi Commendatari" (1430 1515) e dei "Governatori dell'Ospedale della SS. Annunziata" (1515 1588), il monastero di Montevergine perse la propria autonomia amministrativa, subendo una vera e propria espoliazione di gran parte di quel vasto patrimonio che era stato sapientemente accumulato in trecento anni di vita. Probabilmente proprio durante questo periodo di crisi vennero alienati parte dei beni che il monastero possedeva alla "Macera". Ciò che più ci interessa è che la "nostra collinetta", nella seconda metà del '600, apparteneva a tre distinti proprietari: don Pietro Iacenna, don Felice Renna e il "magnifico" Francesco Renza. Quest'ultimo era proprietario anche di una taverna che affacciava sulla "via Regia". Intanto i termini "Plaiora" e "Confinio" erano scomparsi dalla toponomastica e si erano affermati:"Lo Miglio","Via Regia”, "sotto Vesta", quest' ultimo in riferimento alla località "Vesta" che caratterizzava la zona alta dei Serroni in prossimità dell'attuale Abazia di Loreto. La scelta dell'uno o dell'altro toponimo dipendeva, in genere, dalle consuetudini dei notai o dalla discrezionalità dei burocrati. Nel 1588, sotto il pontificato di Sisto V, il monastero di Montevergine , riacquistando la propria autonomia, diede inizio ad una nuova fase di ripresa sia spirituale che economica. In questo graduale ma costante piano di rinascita, il monastero nel 1684 acquistava i tre lotti a cui abbiamo accennato precedentemente. Entrati a far parte del patrimonio del monastero, questi beni furono ampiamente rivalutati e ristrutturati. I fondi agricoli vennero destinati alla coltura di nocelle, querce, noci, castagne e viti latine, mentre il caseggiato, inizialmente formato da "cinque membri di casa", venne notevolmente ampliato, per cui oltre alla "taverna con pozzo d'acqua sorgente", furono creati: "( ... ) bottega di maccaronaria con ingegno da far maccaroni, forno da far pane, stalla, ferraria, cegnaria, chianca e cisterna. ( ... ) "ed ancora, come meglio vedremo in seguito, agli inizi del '700, venne costruita anche una chiesa.

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Proprio in questo periodo, il monastero, volendo definire esattamente i confini dei suoi possedimenti, li delimitò con quelle "pietre di confine", a cui abbiamo accennato precedentemente. Due sono di notevole importanza in quanto individuano l'antico confine tra l'Università di Mercogliano e quella di Avellino (vedi pianta del Settecento). "La Torretta di Montevergine": nascita di un toponimo Verso la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV, in età angioina, la "Via Antiqua", che, attraversando le pertinenze di Mercogliano e Monteforte, collegava Avellino con l'estremo orientale della campania Felix ( Nola, Avella ...), da strada prevalentemente "ad uso" locale, cominciò ad assumere l'importanza di una strada di grandi traffici, in quanto, opportunamente ristrutturata, collegava la "nuova" capitale del regno, Napoli, con la Puglia e la Basilicata. Lo sviluppo di questa strada, che nel tempo assunse la dignità di "via Regia", promosse una serie di attività, proprie dei più importanti assi viari: taverne, stalle per il cambio dei cavalli, botteghe di assistenza ai carri, ospedali, chiese per il conforto spirituale dei viandanti. Lungo la direttrice Monteforte Avellino, abbiamo notizie di ben quattro antiche taverne: la "Taverna Campanile" a Monteforte, la "Taverna del Pezzente", nei pressi dell'attuale svincolo autostradale di Avellino Ovest, la taverna detta "alla Torretta di Mezzo", nei pressi dell' attuale Diagnostica Medica, di proprietà dei marchesi Salvi di S. Angelo a Scala, e, per finire, la "Taverna alla Torretta" di proprietà del Monastero di Montevergine. Perché "alla Torretta" ? Perchè e quando si affermò questo toponimo che ancora oggi si conserva, anche se nella forma "Torrette"? Abbiamo precedentemente visto che, quando il monastero di Montevergine acquistò il fondo "alla Via regia", operò una serie di ristrutturazioni, fra cui anche la costruzione di una "cisterna (silos) ". Nella terminologia del tempo, con il sostantivo "Torretta" si era soliti indicare: piccole costruzioni rurali colombaie depositi cisterne etc., per cui sarà proprio la presenza della "cisterna" a suggerire il toponimo "Torretta". Nei documenti più antichi, risalenti alla fine del '600, il toponimo, nella sua forma originaria, era "Torretto" e/o "Torretta" , ed era circoscritto alla zona dove sorgeva la taverna del monastero di Montevergine; difatti in alcuni documenti, la zona viene anche indicata: "la taverna de li monaci". Un documento particolarmente importante che, a nostro avviso, non lascia dubbi in proposito, risale al 1728 e si riferisce alla descrizione di un territorio sito nelle pertinenze dell'antica chiesa dell'Assunta. Nel documento si dice che detto territorio si trovava" in loco ubi dicitur sopra Lo Miglio seu (cioè) Torretta di Montevergine juxta via Regale"; a questo punto ci sembra piuttosto ragionevole poter associare , la "cisterna del Monastero" al toponimo "Torretta di Montevergine". Nel tempo c'è stata la trasformazione: Torretta Torrette, con l'attribuzione del toponimo ad una zona molto più estesa di quanto fosse in origine. Molto probabilmente a questo deve aver contribuito la presenza, nella zona, di una torre di raccolta delle acque di alcune sorgenti. Questa torre, detta "Torrione", sebbene ricoperta di rovi, esiste ancora in prossimità del centro residenziale di Rivarano. Le acque del Torrione, opportunamente convogliate mediante canali artefatti, in parte sotterranei, raggiungevano la botte idraulica del mulino dell'Infornata. L'abolizione della feudalità Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, il "Fondo alla Torretta", grazie alle capacità imprenditoriali degli abati di Montevergine, che in quella operazione avevano investito la consistente somma di 1000 ducati, era divenuto un importantissimo "centro commerciale”: il macello, il forno, le stalle, la maccaronaria, le diverse officine e soprattutto la taverna svolgevano febbrilmente le proprie attività in una perfetta armonia. Il luogo in cui tali attività erano sorte era quanto mai idoneo, non solo perché lungo la "Via Regia", ma anche perché vicino a due importanti opifici: il mulino dell'Infornata e quello della Macchia, che richiamavano un gran numero di "vatecali" forestieri. Quando, nel 1721, l'agrimensore Bartolomeo Cocchi, venne incaricato di redigere la "Platea dei Beni del Monastero di Montevergine", poté disegnare il "Fondo alla Torretta", con tutte le sue articolate strutture . Esse venivano date in gestione a privati che corrispondevano al monastero dei fitti annuali. Agli inizi dell'ottocento, con l'abolizione della feudalità voluta dal governo di occupazione francese, il monastero di Montevergine si vide spogliato di molti suoi beni accumulati in circa 700 anni di vita. Molto probabilmente i beni "alla Torretta" entrarono a far parte del demanio di Mercogliano non più feudo di Montevergine il quale li alienò alla famiglia Solimene. Infatti, nella pianta topografica del 1833, il suddetto territorio risulta di proprietà dei Sig.ri Solimene. L'antica "Taverna dei Monaci" divenne "Taverna Baratta", dal nome della famiglia che ne gestiva la conduzione. Molto probabilmente", la suddetta famiglia abitò quei luoghi

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per diversi anni in quanto ha lasciato una impronta consistente nella toponomastica del circondario: ancora oggi, la stradina laterale alla vecchia chiesa dell'Assunta, che conduce ai Serroni, viene comunemente detta "Cupa Baratta". La stessa chiesetta, fino agli inizi del '900, era nota come "Cappella Baratta". (1/ continua) Nella seconda ed ultima parte tratteremo la storia della "vecchia" e "nuova" chiesa dell'Assunta. Quest'articolo è stato visualizzato 52 volte

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Armando Montefusco

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