numero
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Anno 15 Novembre | Dicembre 2025
www.bgsalute.it Poste Italiane spa Sped. in Abb. Postale DL 353/2003 (Conv. in legge 27/02/2004 N.46) Art. 1 comma 1 LO/BG
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Podologia ALLUCE VALGO: IN INVERNO, DAI PIÙ ATTENZIONE AI TUOI PIEDI!
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Bambini CONSULENZE PEDAGOGICHE: UN SOSTEGNO CONCRETO
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Viaggi TAMPERE, ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ
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Professioni CHI CURA FATICA A PRENDERSI CURA DI SÉ
Bergamo Salute è sempre con te: leggila integralmente dal tuo computer, tablet o smartphone www.bgsalute.it
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Lucia Nusiner
Il verde che cura: i benefici dei giardini terapeutici Novembre/Dicembre 2025 | Bergamo Salute | 1
numero
87
) EDITORIALE 5 Un altro anno insieme ) SPECIALITÀ A-Z 6 Epatologia Steatosi epatica. Una patologia silenziosa per (quasi) un italiano su quattro 8 Podologia Alluce valgo. In inverno dai più attenzione ai tuoi piedi! 12 Reumatologia Sclerodermia. Riconoscerla in tempo fa la differenza ) PERSONAGGIO 18 Lucia Nusiner ) IN SALUTE 22 Stili di vita Camminare per la schiena. Un gesto semplice con grandi benefici 24 Alimentazione Cibo per la mente. L’altra faccia della nutrizione sportiva 28 Alimento Porri. Non solo ortaggi, ma tesori di gusto e benessere ) IN ARMONIA 30 Psicologia Sette suggerimenti per abbracciare la nostra migliore identità 32 Coppia Quiet relationship. L’amore silenzioso della Generazione Z ) IN FAMIGLIA 34 Bambini Consulenze pedagogiche. Un sostegno concreto per l’equilibrio familiare
Anno 15 Novembre | Dicembre 2025
36 Ragazzi Adolescenti in ascolto. Comprendere e affrontare il disagio nascosto 38 Anziani SuperAgers. Il mistero degli ottantenni con la memoria di quarantenni ) IN FORMA 44 Fitness Sport invernali. Divertimento, tecnica e fitness sulle piste ) RICETTA 46 Scaloppe di seitan con zucca, paprika affumicata e mandorle croccanti ) RUBRICHE 49 Animali Capodanno e botti. Un incubo per cani e gatti. Come proteggerli? 52 Altre terapie Cristalloterapia. Tra energia, benessere e suggestione ) VIAGGI DELLA SALUTE 54 Tampere, alla ricerca della felicità ) DAL TERRITORIO 56 News 60 Farmacie Il farmacista prescrittore nel Regno Unito. Professionalità al servizio del cittadino in armonia con il medico 62 Terzo settore Aiutiamoli. Una rete di volontariato per la salute mentale 65 Malattie rare Displasia maxillo-nasale
66 Il lato umano della medicina Da spreco a risorsa. Il modello Mt25 che ridona dignità 68 Testimonianza Pedalare con Mr. Parkinson. La sfida di Mauro 70 Bergamo X1000 Bergamo X1000. La solidarietà che fa bene a tutti ) ACI 72 Quando si guida ci vuole concentrazione massima ) PROFESSIONI SANITARIE 74 Chi cura fatica a prendersi cura di sé. La salute mentale degli operatori sanitari ) STRUTTURE 76 Casa Mia Verdello 78 Fondazione Don Stefano Palla Onlus ) REALTÀ SALUTE 81 AIP Parkinsoniani Bergamo
Allegato centrale: Amici di Bergamo Salute
PARTECIPANTI ALLA FONDAZIONE ITALIANA PER L’EDUCAZIONE ALIMENTARE
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Un altro anno insieme! Sta per volgere al termine un altro anno, dodici mesi in cui abbiamo cercato di accompagnarvi, numero dopo numero, nel cammino verso una salute più consapevole, più informata, più autentica. In un tempo in cui le notizie corrono veloci e la vita sembra non concedere pause, abbiamo
CLAUDIO GUALDI Direttore Responsabile
EDITORIALE
provato a costruire uno spazio diverso: fatto di approfondimenti, di consigli pratici e di storie che parlano di cura, di prevenzione e di umanità. La salute e il benessere, lo sappiamo, non sono mai un traguardo definitivo, ma un equilibrio da cercare ogni giorno. Si costruiscono con piccoli gesti quotidiani – una scelta a tavola, una camminata, un controllo medico fatto per tempo – ma anche con l’ascolto del proprio corpo e delle proprie emozioni. Per questo abbiamo continuato a parlarvi di alimentazione, di movimento, di prevenzione, ma anche di mente e relazioni, perché il benessere è sempre una questione di armonia. Il 2025 ci ha ricordato, ancora una volta, quanto la salute sia un bene comune e condiviso: dipende da noi, ma anche dall’ambiente in cui viviamo, dalle reti di
cura, dalla solidarietà sociale. E noi, come redazione, sentiamo la responsabilità e il privilegio di farne parte, contribuendo, attraverso le nostre pagine, a diffondere conoscenza e fiducia, a promuovere quella cultura della prevenzione che può davvero migliorare la qualità della vita di ciascuno. Speriamo di essere stati, in questi mesi, una buona compagnia: discreta ma presente, utile ma mai invadente. E vogliamo continuare a esserlo anche nel nuovo anno, con la stessa passione, la stessa attenzione e la stessa cura. Perché la salute non è solo una questione di medici e pazienti, ma una storia che riguarda tutti: fatta di scelte, di ascolto e di condivisione. E noi saremo ancora qui, accanto a voi, per raccontarla
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SPECIALITÀ A-Z
EPATOLOGIA
Steatosi epatica: una patologia silenziosa per (quasi) un italiano su quattro ∞ A CURA DEL DOTT. MATTEO ANGELO MANINI
Un disturbo comune ma spesso trascurato, legato a stili di vita e fattori metabolici La steatosi epatica, patologia conosciuta anche con il nome più comune di “fegato grasso”, è una condizione in cui il fegato tende ad accumulare progressivamente grassi in eccesso, spesso in modo del tutto “silenzioso”, poiché nella maggior parte dei casi la steatosi non si manifesta con sintomi immediatamente evidenti e riconoscibili, rendendo la diagnosi più difficile e talvolta tardiva. In base alle stime più recenti provenienti da studi clinici e osservazioni epidemiologiche condotte negli ultimi anni, si calcola che ne soffra una quota molto significativa della popolazione italiana, superiore al 20% e in alcuni report addirittura vicina al 40%, con una tendenza in aumento. Questa condizione risulta strettamente correlata ad altri problemi di salute che appartengono al
grande capitolo delle malattie metaboliche, come il sovrappeso e l’obesità, il diabete mellito di tipo 2, la dislipidemia e in particolare l’ipercolesterolemia, configurandosi così come una patologia multifattoriale in grado di riflettere lo stile di vita e le abitudini alimentari non corrette. Ne abbiamo parlato con il dottor Matteo Angelo Manini, specialista dell’Ambulatorio di Epatologia in Humanitas Gavazzeni di Bergamo, che ha sottolineato come le conseguenze della steatosi epatica sulla salute delle persone che ne sono colpite possano essere molto variabili. «La steatosi – spiega il dottore – è una condizione in genere benigna e in diversi casi non provoca problemi immediati, ma può presentarsi già in fase precoce in una forma più aggressiva
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chiamata steatoepatite, caratterizzata da un’infiammazione che si associa all’accumulo di grasso, oppure determinare un danno epatico lento ma progressivamente crescente, con la conseguente formazione di cicatrici all’interno del tessuto epatico, un processo che prende il nome di fibrosi. Se non affrontata per tempo, nei casi più gravi questa fibrosi può evolvere ulteriormente fino a diventare cirrosi, con complicanze di notevole rilevanza clinica». Alla domanda su quanto sia importante individuare la presenza della steatosi epatica nelle sue fasi più iniziali, il dottor Manini risponde con chiarezza. «È importantissimo, perché il problema principale sta proprio nel fatto che molto spesso la malattia viene scoperta del tutto per caso, magari in occa-
sione di un’ecografia prescritta per altri motivi e non per sospetto di fegato grasso. Quando la diagnosi arriva in ritardo, le conseguenze possono essere serie e potenzialmente irreversibili, soprattutto se si è già verificata una fibrosi significativa: maggiore è la quantità di tessuto cicatriziale che si forma, maggiore diventa il rischio di andare incontro a complicanze importanti come l’insufficienza epatica o addirittura lo sviluppo di un carcinoma epatocellulare, un tumore del fegato che ha una prognosi severa». Per quanto riguarda le modalità con cui si effettua la diagnosi, il medico spiega che oggi la strategia è basata su diversi strumenti. «Accanto all’esecuzione di un’ecografia addominale e a specifiche analisi del sangue che permettono di valutare i valori delle transaminasi e altri indicatori di danno epatico – chiarisce – uno degli strumenti diagnostici più efficaci e innovativi che abbiamo a disposizione è l’elastografia epatica, nota anche con il nome di Fibroscan. Questo esame strumentale è particolarmente utile perché è non invasivo, veloce, indolore e sicuro, e consente di misurare in tempo reale la rigidità del fegato, stimando indirettamente il grado di fibrosi presente. Non solo: con il Fibroscan non ci limitiamo a una fotografia istantanea della situazione, ma riusciamo
anche a monitorare nel tempo l’evoluzione della malattia, stabilendo se vi sia una tendenza al peggioramento o se invece la condizione rimanga stabile, e di conseguenza possiamo decidere quando intensificare i controlli oppure, al contrario, diradarli. È uno strumento che ha davvero rivoluzionato il modo in cui gestiamo questi pazienti». A proposito di trattamento, il dottor Manini sottolinea: «Il pilastro del trattamento rimane – dice – la modifica dello stile di vita, che include una particolare attenzione a un’alimentazione corretta, equilibrata e ipocalorica se necessario, la pratica regolare di attività fisica, la riduzione o addirittura l’eliminazione completa del consumo di alcolici e un controllo accurato dei principali fattori di rischio metabolici. La buona notizia è che la maggior parte dei pazienti risponde positivamente a un approccio basato su dieta ed esercizio fisico, ma il punto critico è la costanza: bisogna mantenere questi comportamenti nel tempo. Nei casi più avanzati, oppure quando si sviluppa una steatoepatite, il monitoraggio si fa più stretto e prevede controlli periodici, nuove valutazioni con Fibroscan e, se ritenuto necessario, il ricorso alla biopsia epatica». Infine, il tema della prevenzione, che rappresenta, come accade
DOTT. MATTEO ANGELO MANINI Specialista Epatologia Humanitas Gavazzeni e Castelli
per molte altre malattie croniche, la vera arma vincente. «Anche per la steatosi epatica – conferma il dottor Manini – la prevenzione basata su uno stile di vita equilibrato è fondamentale. Il messaggio è molto chiaro: non bisogna mai sottovalutare il fegato grasso, soprattutto se si è in condizioni di sovrappeso, se si soffre di ipertensione o di diabete. Il fegato possiede una straordinaria capacità di rigenerarsi e di “ripulirsi” dal grasso accumulato, ma per riuscire a farlo ha bisogno di tempo e di condizioni favorevoli. È quindi la diagnosi precoce, accompagnata da cambiamenti concreti e sostenibili nello stile di vita quotidiano, che fa davvero la differenza nel ridurre il rischio di complicanze gravi e nel garantire una buona qualità di vita anche ai pazienti che scoprono di essere affetti da questa patologia».
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SPECIALITÀ A-Z
PODOLOGIA
Alluce valgo: in inverno, dai più attenzione ai tuoi piedi!
∞ A CURA DELLA DOTT.SSA FRANCESCA SIGNORELLI E DOTT. NICOLA DEL BIANCO
Un vademecum degli esperti per evitare che il freddo e le scarpe invernali rendano i sintomi insopportabili. Con l’arrivo dell’inverno, l’alluce valgo si fa più evidente. Le calzature chiuse, spesso rigide e strette rispetto a quelle estive, accentuano dolore e disagio. Stivaletti, scarponcini o scarpe eleganti, se mal scelti, comprimono l’alluce, peggiorando l’infiammazione e limitando la mobilità. Questo articolo è una guida attraverso cause, sintomi e soluzioni, con un approccio integrato tra podologia e chirurgia percutanea.
LE CAUSE DELL’ALLUCE VALGO L’alluce valgo non è solo un problema estetico, ma una deformità con cause multifattoriali. La predisposizione genetica è un fattore chiave: se in famiglia ci sono casi,
il rischio aumenta. L’uso prolungato di calzature inadeguate, come scarpe a punta stretta o tacchi alti, comprime le dita e altera la biomeccanica del piede. Tra le cause congenite, il piede piatto lasso, con legamenti rilassati e arco plantare collassato, provoca una distribuzione irregolare del peso, favorendo la deviazione dell’alluce. La sindrome pronatoria, con eccessiva rotazione interna del piede durante la camminata, sovraccarica l’avampiede, accelerando la deformità. Anche il piede cavo, con arco alto e rigido, contribuisce: l’avampiede lavora di più per compensare, causando squilibri e deformazioni progressive. Fattori come obesità, traumi
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ripetuti o lavori che richiedono di stare in piedi a lungo possono peggiorare il problema.
I PROBLEMI E I SINTOMI ASSOCIATI I sintomi iniziano in modo subdolo: lieve gonfiore alla base dell’alluce, arrossamento e dolore intermittente. Con il progredire della deformità, il dolore diventa costante, specie con scarpe chiuse o camminate prolungate. La protuberanza ossea, nota come “cipolla”, può infiammarsi, causando borsite, callosità e sfregamenti dolorosi. Nei casi gravi, l’alluce valgo altera l’equilibrio del piede, portando a metatarsalgia (dolore sotto l’avampiede), dita a
martello o problemi posturali alla schiena. Quando l’alluce devia, può spingere le altre dita, causando ulteriori deformità e rendendo difficile indossare calzature. Ciò limita attività quotidiane come guidare o fare sport, incidendo sulla qualità della vita. Intervenire precocemente è cruciale per prevenire complicanze.
DOTT.SSA FRANCESCA SIGNORELLI
Medico chirurgo specialista in Ortopedia, traumatologia e chirurgia del piede, Esperto in tecnica percutanea
Podologa
TRATTAMENTI CONSERVATIVI: L’APPROCCIO PODOLOGICO CON PLANTARI I trattamenti conservativi sono efficaci nelle fasi iniziali o per chi non può operarsi. Una visita biomeccanica completa, che include analisi della postura, della marcia e delle pressioni plantari tramite esame baropodometrico, è fondamentale per identificare squilibri. I plantari su misura, realizzati
DOTT. NICOLA DEL BIANCO
Clinica Podologica Bergamo Bergamo
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con calchi precisi e studi dinamici, ridistribuiscono il peso, alleviano la pressione sulla protuberanza e correggono la pronazione eccessiva, riducendo il dolore del 50-70% nei casi lievi. Migliorano stabilità e funzionalità, rallentando
la progressione della deformità. La prevenzione è essenziale: scegliere scarpe con pianta larga e punta arrotondata, monitorare la postura fin da giovani e rafforzare i muscoli plantari con esercizi specifici (come raccogliere og-
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SPECIALITÀ A-Z
PODOLOGIA
getti con le dita o camminare a piedi nudi su superfici irregolari) può ritardare o evitare l’alluce valgo, mantenendo i piedi sani.
IL TRATTAMENTO CHIRURGICO PERCUTANEO Quando il trattamento conservativo non basta – ad esempio in deformità gravi con dolore cronico o se l’alluce sposta le altre dita causando ulteriori deformità – la chirurgia è necessaria. La tecnica percutanea consente di correggere l’alluce valgo e patologie correlate, come dita a martello, metatarsalgie e deformità del quinto dito. Attraverso microincisioni di 2-3 mm, si utilizzano strumenti simili a quelli odontoiatrici per effettuare osteotomie di riallineamento, guidati da immagini radiografiche in tempo reale. L’intervento, eseguito in day-hospital sotto anestesia locale, dura 15-20 minuti. L’assenza di viti o mezzi di sintesi permanenti è un vantaggio chiave, mentre il bendaggio funzionale post-operatorio, realizzato
con precisione, stabilizza il piede, favorendo un recupero rapido e una correzione stabile.
I BENEFICI POST-OPERATORI DELLA TECNICA PERCUTANEA I vantaggi post-operatori sono notevoli: i pazienti camminano subito con scarpe post-chirurgiche. Il dolore è minimo grazie a traumi ridotti ai tessuti molli; le cicatrici sono invisibili e il rischio di complicanze è basso (inferiore al 5%). Studi clinici riportano un tasso di soddisfazione del 90%, con correzione stabile nel tempo. La riabilitazione, supportata da follow-up podologici, ottimizza il recupero. Il podologo segue il paziente anche nelle medicazioni post-operatorie, monitorando il bendaggio e garantendo una guarigione ottimale.
LA COLLABORAZIONE TRA PODOLOGO E CHIRURGO La sinergia tra podologi e chirurghi ortopedici è fondamentale per un percorso terapeutico completo. Il
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podologo valuta la biomeccanica, progetta plantari su misura e guida la prevenzione, mentre il chirurgo interviene con tecniche avanzate come la percutanea. Post-intervento, il podologo supporta il recupero con plantari e medicazioni personalizzate. Questo approccio integrato garantisce risultati duraturi, riduce recidive e migliora la qualità della vita. Se avverti dolore all’alluce, consulta un podologo o un chirurgo ortopedico: un piede sano è essenziale per affrontare l’inverno con serenità.
SPECIALITÀ A-Z
REUMATOLOGIA
Sclerodermia: riconoscerla in tempo fa la differenza Malattia rara di origine autoimmune, la sclerodermia colpisce il tessuto connettivo e il microcircolo e può coinvolgere diversi organi. Ne abbiamo parlato con il dott. Massimiliano Limonta, responsabile della Reumatologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
DOTT. LIMONTA, CHE COS’È LA SCLERODERMIA E IN CHE MODO SI CARATTERIZZA COME MALATTIA AUTOIMMUNE? La sclerodermia, anche detta sclerosi sistemica progressiva, è una malattia rara che appartiene al gruppo delle connettiviti, cioè patologie che colpiscono il tessuto connettivo e il microcircolo, presente in tutti gli organi del nostro corpo. Non va confusa con la sclerosi multipla, che è invece una malattia neurologica. La sua origine è autoimmune: significa che il sistema immunitario, invece di difenderci, va incontro a una sorta di “disregolazione” e finisce per attaccare strutture proprie dell’organismo. Nella sclerodermia questo processo si traduce principalmente in un indurimento della cute e degli organi interni e in un’alterazione del microcircolo, cioè dei piccoli vasi sanguigni. I capillari, infatti, subiscono un
danno diretto a causa dell’attacco immunitario e questo provoca la manifestazione clinica più tipica della malattia.
UNO DEI SEGNALI PIÙ FREQUENTI E PRECOCI È IL FENOMENO DI RAYNAUD. IN COSA CONSISTE E QUALI SONO I SINTOMI DA NON SOTTOVALUTARE? Il fenomeno di Raynaud è uno dei segnali più precoci della sclerodermia, ma può comparire anche in persone sane. È infatti una condizione piuttosto comune, che compare spesso nelle giovani donne e che solo in una piccola percentuale dei casi è collegata a una malattia autoimmune come la sclerodermia. Ne esistono due forme: quella primaria, che non ha una causa specifica e nella maggior parte dei casi rimane benigna, e quella secondaria, che invece è legata a patologie autoimmuni e spesso è la prima manifestazione di una connettivite. Nella forma
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secondaria il fenomeno è sempre presente e si manifesta con un’alterazione caratteristica del colorito delle dita, tanto che vengono definite “dita cadaveriche”. Le fasi sono tre: una fase iniziale ischemica, in cui una o più dita diventano bianche; una seconda fase cianotica, in cui il dito assume una colorazione più scura o blu; e infine una fase eritematosa, in cui la cute tende ad arrossarsi e a riprendere il colore naturale. Di solito è scatenato dall’esposizione al freddo o da stress emotivi, e nella forma secondaria risulta più intenso e simmetrico rispetto al primario. Può anche essere favorito dall’uso di alcuni farmaci, come i betabloccanti. Il fenomeno di Raynaud va sempre studiato con attenzione e non sottovalutato: basta un semplice prelievo e, soprattutto, una videocapillaroscopia, procedura non invasiva che si esegue appoggiando una piccola sonda sulla plica ungueale delle mani e che permette di valutare il
microcircolo. Questo consente di distinguere le forme benigne da quelle che richiedono una presa in carico perché nella sclerodermia, oltre alla cute, il danno vascolare e la fibrosi possono estendersi anche agli organi interni. Da anni, anche grazie alla Giornata del Ciclamino – fiore che resiste al freddo e simbolo della lotta contro la sclerodermia – si cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di non sottovalutare questo segnale e di arrivare a una diagnosi precoce.
MOLTI CONFONDONO IL FENOMENO DI RAYNAUD CON I GELONI: COME SI DISTINGUONO? Spesso il fenomeno di Raynaud viene confuso con i geloni, ma in realtà si tratta di due condizioni diverse. Il gelone è una forma di acrocianosi: non presenta le tre
fasi tipiche del Raynaud, bensì una vasoparalisi persistente, che fa sì che le dita restino costantemente violacee. A questo si associano dolore, bruciore e prurito, soprattutto in inverno. È una condizione piuttosto frequente e fastidiosa, ma non grave. La differenza fondamentale è che i geloni hanno un decorso benigno, mentre il fenomeno di Raynaud, specie nella forma secondaria, può essere il campanello d’allarme di una malattia autoimmune. Per distinguerli è molto utile la videocapillaroscopia.
ABBIAMO DETTO CHE IL FENOMENO DI RAYNAUD PUÒ COMPARIRE ANCHE IN PERSONE SANE. COME SI DISTINGUE UNA FORMA PRIMARIA DA QUELLA CHE INVECE È LEGATA A UNA MALATTIA
DOTT. MASSIMILIANO LIMONTA Responsabile di Reumatologia ASST Papa Giovanni XXIII, Bergamo
COME LA SCLERODERMIA? La diagnosi precoce è fondamentale per capire se il fenomeno di Raynaud è una condizione isolata o il primo segnale di una malattia autoimmune. Oggi disponiamo di strumenti semplici ma molto efficaci: un prelievo del sangue per la
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SPECIALITÀ A-Z
REUMATOLOGIA
ricerca di autoanticorpi specifici e la videocapillaroscopia. Incrociando i risultati con la visita clinica del paziente, è possibile distinguere in modo abbastanza preciso la forma primaria da quella secondaria.
QUALI ESAMI O STRUMENTI SONO A DISPOSIZIONE PER INTERCETTARE LA MALATTIA? La diagnosi precoce è essenziale, perché la sclerodermia può iniziare con segni cutanei evidenti ma, nel frattempo, interessare anche organi interni senza dare sintomi. Ad esempio, l’interessamento polmonare può essere silente all’inizio, e quando il paziente avverte fiato corto e/o tosse stizzosa, la malattia è già in una fase più avanzata. Individuarla per tempo permette non di guarirla – perché oggi non esiste una cura definitiva – ma di arrestarne la progressione. Rispetto al passato, disponiamo di molte più armi terapeutiche: farmaci immunosoppressori, vasodilatatori e prostanoidi endovenosi che aiutano a compensare ciò che i vasi non riescono più a produrre. Negli ultimi anni, inoltre, si stanno studiando approcci innovativi come le terapie CAR-T, già utilizzate da tempo in ematologia, con risultati promettenti anche nelle forme più gravi di sclerodermia. Per quanto riguarda le cause, si tratta
di una malattia multifattoriale, in cui concorrono predisposizione genetica, fattori ormonali – in particolare gli estrogeni, che spiegano la maggiore incidenza nelle donne – e fattori ambientali, come l’esposizione a polveri di silice o solventi organici. Tutti elementi che possono “risvegliare” una risposta immunitaria alterata in persone predisposte.
ESISTONO STRATEGIE DI PREVENZIONE O DI GESTIONE QUOTIDIANA PER RIDURRE I SINTOMI? La sclerodermia è una malattia dall’espressione molto eterogenea: in alcuni pazienti si manifesta solo con il fenomeno di Raynaud, in altri può evolvere in forme sistemiche più complesse. Nel caso del solo fenomeno di Raynaud, oltre alle terapie vasodilatatrici, è importante adottare norme comportamentali semplici ma efficaci: coprirsi bene, proteggere mani, piedi, capo, naso e orecchie, e lavorare in ambienti caldi, evitando sbalzi di temperatura. Dal punto di vista clinico distinguiamo due varianti principali: la forma limitata, in cui l’indurimento cutaneo non supera il livello del polso e l’interessamento degli organi è in genere modesto, e la forma diffusa, che coinvolge più ampie aree cutanee e può riflettersi anche su organi interni. In questi
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casi è necessario intervenire con farmaci specifici per rallentare la progressione del danno. I pazienti vengono seguiti regolarmente, spesso anche in day hospital, secondo un percorso strutturato (PDTA) che prevede controlli periodici come la spirometria e l’ecocardiocolordoppler annuale.
IN CHE MODO IL VOSTRO CENTRO AL PAPA GIOVANNI ACCOMPAGNA I PAZIENTI LUNGO QUESTO PERCORSO? Il nostro centro, dedicato alla diagnosi e al trattamento della sclerodermia, opera all’interno di un grande ospedale generalista, il che ci permette di offrire un approccio globale e multidisciplinare a questa malattia rara. Dal 2017 siamo riconosciuti come Scleroderma Unit e seguiamo circa 300 pazienti, sia in ambulatorio sia in day hospital. I pazienti con forme più diffuse vengono monitorati mensilmente. La presa in carico è condivisa tra più specialisti: non solo il reumatologo, ma anche pneumologo, cardiologo, nefrologo, gastroenterologo e altri professionisti, perché la sclerodermia può coinvolgere diversi organi. È un lavoro di squadra che consente di accompagnare il paziente nel tempo, garantendo controlli mirati e terapie sempre più efficaci.
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PERSONAGGIO
LUCIA NUSINER
Il verde che cura: i benefici dei giardini terapeutici ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
@Leonardo Tagliabue
Dagli ospedali alle scuole, il contatto con la natura promuove benessere fisico e psicologico: abbiamo conversato con la paesaggista e agronoma Lucia Nusiner sulle potenzialità dei giardini di cura. Abbiamo conversato con Lucia Nusiner, paesaggista, agronoma e docente, figura di riferimento in Italia nel campo della progettazione del verde. Laureata in Scienze Agrarie all’Università di Milano, iscritta all’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali e all’AIAPP, si è perfezionata nello studio dei “Healing Gardens”, i giardini terapeutici pensati per favorire il benessere psicofisico. Cofondatrice dello Studio GPT, realtà che dal 2011 al 2021 ha seguito la direzione creativa della manifestazione International Landscape Festival di Bergamo ed è ora promotrice del progetto Christmas Design insieme al Distretto Urbano del Com18 | Bergamo Salute | Novembre/Dicembre 2025
mercio di Bergamo, Nusiner ha realizzato opere di grande rilievo come il parco agricolo-ornamentale i.land del centro ricerche Italcementi e la valorizzazione di Piazza Vecchia a Bergamo Alta. Il suo lavoro, pubblicato su riviste nazionali e internazionali, è stato premiato con riconoscimenti come il Premio Rosa Barba e l’Agritecture & Landscape Award. Quest’anno è anche la designer del Bosco di Natale, installazione che arricchirà il cuore della città durante le festività. Il valore terapeutico del giardino «Ogni giardino, se ben progettato, ha un potere terapeutico» spiega Nusiner. «Non si tratta solo di estetica: questi spazi possono ridurre lo stress, migliorare l’umore e favorire la qualità della vita. Nei centri di riabilitazione o nelle strutture sociosanitarie, il contatto con la natura supporta la guarigio-
ne e il benessere psicofisico. Per esempio, nei giardini per malati di Alzheimer utilizziamo piante aromatiche e percorsi circolari sicuri, che stimolano la memoria e facilitano l’orientamento. La progettazione tiene conto di esigenze
cognitive, motorie e sensoriali, creando percorsi chiari, zone d’ombra e aree tranquille per la sosta». La natura come medicina Fin dagli anni ’80, studi pionieristici come quelli del dottor Roger
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PERSONAGGIO
LUCIA NUSINER
La figura dell’ortoterapista come prospettiva futura «Spero che in Italia venga presto riconosciuta la figura professionale dell’ortoterapista» afferma Nusiner. «Si tratta di un esperto del verde che lavora in sinergia con il personale medico per costruire percorsi terapeutici basati sull’attività in giardino. È una figura già presente in molti Paesi, e la sua introduzione migliorerebbe efficacia e sicurezza dei trattamenti, integrando la natura come parte del processo di cura».
Ulrich hanno dimostrato che la vista e il contatto con elementi naturali negli ospedali accelerano la guarigione, riducono dolore e ansia e migliorano il sonno. «Le ricerche più recenti confermano questi risultati» sottolinea Nusiner. «Immergersi in spazi verdi aumenta serotonina ed endorfine, riduce il cortisolo, rafforza le difese immunitarie e migliora l’umore. Nei bambini e nelle persone con abilità diverse, i giardini sensoriali e orto-terapeutici favoriscono concentrazione e competenze sociali. Anche per medici e infermieri, la presenza del verde riduce il rischio di burnout e migliora la qualità delle cure».
sperimentando iniziative in questa direzione» racconta Nusiner. «Progetti come Sorbolo in Salute mostrano che bastano pochi minuti al giorno all’aperto per ottenere benefici misurabili sul benessere. L’obiettivo è promuovere la biofilia, quel legame innato con la natura che ci aiuta a ritrovare equilibrio e salute».
Le prescrizioni verdi come nuova frontiera del benessere In molti Paesi si stanno diffondendo le cosiddette Prescrizioni Verdi: programmi che incoraggiano l’attività fisica in natura come supporto terapeutico per patologie croniche quali diabete, obesità, ipertensione e depressione. «Anche in Italia si stanno 20 | Bergamo Salute | Novembre/Dicembre 2025
Un invito quotidiano al contatto con la natura «Non serve avere grandi spazi: anche pochi vasi sul davanzale possono fare la differenza» conclude Nusiner. «La natura ci restituisce sempre qualcosa. Bastano dieci minuti al giorno per annaffiare, osservare o semplicemente stare all’aperto per ritrovare calma e concentrazione. Persino un piccolo orto urbano o un balcone fiorito può diventare un potente strumento di benessere, se vissuto con attenzione e continuità».
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Novembre/Dicembre 2025 | Bergamo Salute | 21 Messaggio pubblicitario. Prima della sottoscrizione leggere il set informativo pubblicato su www.unipolsai.it e su www.unisalute.it. Le garanzie sono soggette a limitazioni, esclusioni e condizioni di operatività e alcune sono prestate solo in abbinamento con altre.
IN SALUTE
STILI DI VITA
Camminare per la schiena: un gesto semplice con grandi benefici ∞ A CURA DI SARA CARRARA
Secondo uno studio norvegese, una semplice camminata può proteggere la schiena e migliorare il benessere generale, anche senza correre o allenarsi intensamente. Camminare è un gesto quotidiano semplice, gratuito e accessibile a tutti, che può diventare una strategia efficace per proteggere la salute della schiena. Lo dimostrano studi scientifici recenti, che evidenziano quanto la durata del cammino quotidiano sia determinante nel ridurre il rischio di mal di schiena cronico, uno dei disturbi muscolo-scheletrici più diffusi al mondo. Uno degli studi più rilevanti è il Trøndelag Health (HUNT) Study, pubblicato su JAMA Network Open. Si tratta di una ricerca di popolazione condotta in Norvegia, che ha seguito oltre 11.000 adulti con età media intorno ai 55 anni, tutti inizialmente privi di dolori cronici alla schiena. Ai partecipanti è stato chiesto di indossare accelerometri applicati su coscia e parte bassa della schiena per
almeno una settimana, così da registrare con precisione la durata e l’intensità delle camminate quotidiane. I risultati sono chiari: chi camminava più di 100 minuti al giorno presentava un rischio inferiore del 23% di sviluppare mal di schiena cronico rispetto a chi si fermava sotto i 78 minuti. Anche chi percorreva dai 78 ai 100 minuti di cammino giornaliero mostrava un beneficio, con una riduzione del rischio del 13%. Questi dati evidenziano l’importanza di accumulare minuti di movimento durante la giornata, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla velocità o sull’intensità della camminata. Durata o intensità: cosa conta davvero? Un aspetto particolarmente interessante emerso dallo studio
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riguarda il peso relativo dell’intensità. I ricercatori hanno osservato che la durata complessiva del cammino ha un impatto maggiore sulla protezione della schiena rispetto alla velocità o al passo sostenuto. Questo significa che anche camminate a ritmo moderato o lento, distribuite durante la giornata, possono offrire benefici significativi. La camminata aumenta il flusso sanguigno, rafforza la muscolatura posturale e migliora la mobilità della colonna vertebrale, contribuendo a ridurre rigidità e tensione. È quindi un’attività che può essere facilmente integrata nella routine quotidiana, senza necessità di strumenti o costi aggiuntivi, e che rappresenta una strategia potenzialmente efficace di salute pubblica. Va precisato che il Trøndelag Health Study è uno studio osservazio-
nale, per cui non è possibile stabilire un nesso di causa-effetto diretto. È plausibile che chi cammina di più abbia già abitudini più salutari, ma la coerenza dei dati con altre ricerche rafforza la validità delle conclusioni. Interventi mirati confermano i benefici Un’ulteriore conferma arriva dall’Australia, con lo studio WalkBack Intervention, pubblicato su The Lancet nel 2024. Questa ricerca ha seguito persone che avevano già sofferto di episodi di lombalgia, coinvolgendole in un programma di cammino progressivo di trenta minuti al giorno per cinque volte alla settimana, per sei mesi, accompagnato da sessioni educative. I risultati sono stati significativi: il rischio di ricaduta è diminuito del 28% rispetto al gruppo di controllo. Questo conferma che anche incrementi graduali
del tempo dedicato al cammino possono avere un impatto concreto sulla riduzione della lombalgia cronica. La strategia suggerita dagli esperti è dunque accumulare minuti di cammino durante la giornata, in sessioni brevi o distribuite, fino a raggiungere l’obiettivo complessivo di circa cento minuti giornalieri. Camminare: uno stile di vita per la salute della schiena Nel complesso, le evidenze scientifiche indicano un messaggio chiaro: più tempo si dedica al cammino quotidiano, maggiore è la protezione nei confronti del dolore lombare cronico. Non serve correre né forzare i ritmi; ciò che conta è la continuità e la
costanza. Integrare la camminata nella vita quotidiana offre benefici anche sul piano psicologico, riducendo stress e tensione muscolare. Brevi passeggiate durante la giornata, accumulando minuti di movimento, possono migliorare significativamente la postura, la mobilità e la qualità della vita. In definitiva, camminare rappresenta una strategia semplice, accessibile e scalabile: un gesto quotidiano che, a fronte di impegno costante, può davvero contribuire a ridurre il rischio di convivenza con uno dei disturbi più comuni e invalidanti della popolazione adulta. Un invito chiaro: calzare scarpe comode e muoversi, passo dopo passo, per la salute della schiena.
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IN SALUTE
ALIMENTAZIONE
Cibo per la mente: l’altra faccia della nutrizione sportiva ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA LARA BRIGNOLI
La vera performance nasce quando corpo e mente lavorano in sinergia Quando si parla di nutrizione sportiva si pensa quasi sempre a calorie, proteine e timing dei pasti, ma se vogliamo raggiungere una performance ottimale dobbiamo guardare oltre: anche il cervello va nutrito. Concentrazione, attenzione, memoria e tempi di reazione contano tanto quanto la forza o la resistenza. E non riguarda solo gli atleti professionisti: anche chi fa sport per passione può notare la differenza tra una mente lucida e una mente stanca. La scienza lo conferma: ciò che mangiamo non nutre soltanto i muscoli, ma anche la mente. Il cervello come alleato della performance Il cervello pesa poco più di un chilo, ma consuma circa il 20% dell’energia che assumiamo ogni giorno. Durante l’attività fisica, mentre i muscoli consumano ossigeno e glucosio, anche lui lavora costantemente: regola la coordinazione, la rapidità delle decisioni e mantiene alta la concentrazione. Un cervello in carenza energetica manda segnali chiari: peggiorano tempi di reazione e lucidità, aumenta la percezione della fatica e cresce il rischio di errori tecnici e
conseguenti infortuni. Chi pratica sport lo sa bene: basta arrivare all’allenamento dopo una giornata di lavoro intensa o senza aver mangiato in modo adeguato, per sentirsi subito “scarichi” anche a livello mentale. Allenare la mente attraverso l’alimentazione è un modo concreto per migliorare la qualità della performance. Insomma, la mente può essere un limite o un alleato. I nutrienti chiave per la concentrazione Carboidrati: il carburante del cervello Il glucosio è la principale fonte di energia per il nostro cervello. Per mantenere alta l’attenzione serve una costante disponibilità di zuccheri nel sangue ed è il fegato il principale responsabile di questa stabilità. Gli zuccheri immessi dal fegato nel sangue raggiungeranno il cervello, il quale potrà continuare a lavorare al meglio. Quindi, meglio puntare su carboidrati complessi – cereali integrali, legumi, frutta – che rilasciano energia gradualmente, evitando i classici “crolli” da zuccheri semplici. Un esempio pratico: una colazione con fiocchi d’avena, yogurt e
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mandorle sostiene l’attenzione per tutta la mattinata, molto più di un cappuccio e brioche, che porta a un picco e successivo calo glicemico. Proteine e aminoacidi: i mattoni dei neurotrasmettitori Gli aminoacidi sono i precursori dei principali neurotrasmettitori cerebrali. > Triptofano: precursore della serotonina, che regola umore ed equilibrio emotivo; > Tirosina: precursore di dopamina e noradrenalina, che sostengono motivazione, vigilanza e concentrazione.
DOTT.SSA LARA BRIGNOLI Dietista Clinica e Sportiva MindFit Clinic, Bergamo
Un apporto proteico equilibrato in ogni pasto favorisce la sintesi di queste sostanze fondamentali per la lucidità mentale. Un esempio pratico: abbinare una fonte proteica ad una fonte di carboidrati complessi ad ogni pasto. Ad esempio, uova o yogurt a colazione; carne, pesce o legumi a pranzo. In questo modo, oltre a “nutrire i muscoli”, sostieni la mente. Grassi buoni: omega-3 e funzione cerebrale Gli omega-3 (EPA e DHA), presenti nel pesce azzurro, nelle noci e nei semi di lino, sono componenti essenziali delle membrane neuronali. Migliorano la trasmissione dei segnali nervosi, favorendo memoria, apprendimento e capacità di adattamento agli stimoli interni ed esterni. Curiosità: alcuni studi dimostrano che un adeguato apporto di omega-3 migliora
la capacità di concentrazione, la capacità di recupero post-allenamento e riduce i tempi di reazione negli sport di squadra. Hanno infatti anche un importante ruolo antinfiammatorio! Micronutrienti e antiossidanti > Il Magnesio è coinvolto in oltre 300 reazioni enzimatiche; riduce il senso di fatica e regola la trasmissione nervosa; > il Ferro garantisce l’arrivo di ossigeno al cervello, fondamentale per concentrazione e vigilanza. Infatti, quando è carente ci si sente più stanchi e assonnati; > Le Vitamine del gruppo B sono essenziali per sostenere il metabolismo energetico; > Gli Antiossidanti come le vitamine C ed E ed i polifenoli
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IN SALUTE
ALIMENTAZIONE
contenuti nella frutta e nella verdura, proteggono i neuroni dallo stress ossidativo, che aumenta durante uno sforzo fisico intenso. Per questo è importante portare a tavola diversi tipi e colori di frutta e verdura ogni giorno: ognuno racchiude un mix specifico di nutrienti e antiossidanti “protettivi per la mente”. Idratazione: la base della lucidità Spesso sottovalutata, l’acqua è fondamentale anche per il cervello. Una disidratazione lieve (1–2% del peso corporeo) è sufficiente per rallentare i tempi di reazione e ridurre l’attenzione. Bere regolarmente prima, durante e dopo l’attività è un gesto semplice, ma decisivo per evitare di sentire la “mente annebbiata” (”brain fog”). Non aspettare la sete: quando compare, siamo già in deficit. Un consiglio pratico: ogni volta che ti alleni, porta con te una borraccia e stabilisci dei “promemoria” , come bere un sorso d’acqua ogni 15 minuti. Strategie pratiche per nutrire cervello e muscoli > Prima dell’attività (2–3 ore): un pasto leggero con
carboidrati complessi e proteine digeribili per garantirti energia e focus a lungo. Scegli una base di carboidrati complessi (ad esempio riso o pasta integrale, pane di segale, fiocchi d’avena) e unisci una proteina facilmente digeribile (yogurt, formaggi freschi, uova, pesce azzurro, pollo, tacchino, bresaola); > Durante attività prolungate (oltre 45-60 minuti): piccoli apporti di carboidrati semplici (frutta, bevande isotoniche) per mantenere costante la glicemia e quindi la concentrazione; > Dopo l’attività (entro 30 min): reintegra liquidi, sali minerali e una quota proteica, per il recupero muscolare e cerebrale; > Snack “brain friendly”: frutta secca, yogurt greco, cioccolato fondente (ricco di antiossidanti: flavonoidi e teobromina). Consiglio pratico: tieni sempre a portata di mano uno snack, spesso nei momenti di stanchezza mentale si tende a ricorrere a caffè o dolciumi. Un pugno di noci, una barretta o un quadratino di cioccolato fondente possono essere scelte migliori per corpo e mente.
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Oltre il cibo: lo stile di vita La nutrizione è uno dei pilastri della performance, non l’unico. > Sonno: un riposo regolare è indispensabile per memoria e concentrazione. Bastano due notti di sonno insufficiente per ridurre notevolmente l’attenzione; > Gestione dello stress: tecniche di respirazione profonda o brevi pratiche di mindfulness prima di allenarsi aiutano a mettere in stato la mente; > Regolarità dei pasti: saltare i pasti porta a cali glicemici che si riflettono subito su energia e concentrazione. Conclusione Allenare i muscoli senza prendersi cura del cervello significa perdere metà del proprio potenziale. Il cervello e i muscoli vanno nutriti con la stessa cura. Un’alimentazione equilibrata, ricca di nutrienti che sostengono memoria e concentrazione, insieme a idratazione, riposo e buone abitudini, permette di allenarsi con lucidità, motivazione e piacere, sostiene le funzioni cognitive e migliora la qualità della prestazione.
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IN SALUTE
ALIMENTO
Porri: non solo ortaggi, ma tesori di gusto e benessere
∞ A CURA DELLA DOTT.SSA FEDERICA BELOTTI
Dalla famiglia di aglio e cipolla, un sapore più delicato e una miniera di fibre e vitamine. Come sceglierlo e usarlo in ricette leggere. Con pochissime calorie ma molte virtù, il porro è una verdura versatile che, da sola o aggiunta ad altri alimenti, dà sapore a ogni piatto. Originario del Sud Europa e del Nord Africa, si è ben adattato anche ai nostri climi e oggi è coltivato in tutte le regioni italiane, soprattutto al CentroNord. Conosciamo meglio questo ortaggio e le sue qualità. Buono per tutte le stagioni Il porro, appartenente alla famiglia delle Liliacee (come aglio e cipolla), si trova tutto l’anno e, a seconda del periodo di raccolta, è possibile distinguere tra una varietà estiva, più piccola e tenera, e una varietà invernale, meno tenera e dal sapore più intenso. Ha una struttura a cilindro, con foglie verdi all’esterno e più chiare verso l’interno. A seconda della tipologia possono variare il colore, la dimensione del bulbo, il sapore e la consistenza. Le varietà di porro più famose sono il Lungo d’inverno, dal bulbo allungato, il Gigante d’Italia, dal gusto dolce, e
il Mostruoso di Carentan, particolarmente grande e saporito. Un pieno di nutrienti Il porro è ricco di minerali, vitamine, fibre e fitonutrienti. In particolare: > il calcio e il fosforo, che aiutano a garantire la buona salute di ossa e denti; > il potassio, alleato dell’apparato cardiovascolare; > il selenio, che contribuisce a combattere lo stress ossidativo; > il magnesio, elemento prezioso per contrastare i dolori muscolari e ridurre il senso di stanchezza e affaticamento. Ma non solo. Con il consumo di porro assumiamo vitamina C, potente antiossidante che supporta le difese immunitarie e collabora alla produzione del collagene, che funge da impalcatura di sostegno nei tessuti connettivi deputati a collegare e proteggere vari organi interni. Non mancano poi la vitamina A, fondamentale per la vista, la vitamina K, importante per garantire la corretta coagulazio-
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ne del sangue, e le vitamine del gruppo B, in particolare la B6 e l’acido folico. Dulcis in fundo, anche il porro, come l’aglio e la cipolla, contiene allicina, una sostanza dotata di attività antibatterica, antivirale e antimicotica. Un alimento versatile Il porro può essere bollito, stufato, cotto al forno o a vapore. È ideale per zuppe e minestre o per un brodo vegetale, abbinato a patate, carote e sedano. Può anche essere frullato insieme ad altri ortaggi per ottenere una vellutata. È ottimo come contorno abbinato a un secondo piatto, cotto a vapore o stufato in padella insieme ad altre verdure oppure cotto al forno con una gratinatura. Può essere utilizzato anche per insaporire risotti, frittate o torte salate. Inoltre, poiché il sapore della parte bianca ricorda molto quello dell’aglio o della cipolla, il porro può essere usato in loro sostituzione: la preparazione finale avrà un aroma più delicato. Saporito, ma dal gusto meno intenso di quello di
Salute e leggerezza 100 g di porro crudo contengono: 0,1 g di grassi, 5,2 g di carboidrati, 2,1 g di proteine e ben 2,9 g di fibra, per un totale di 29 kcal.
aglio e cipolla, il porro può essere impiegato in tante preparazioni diverse, dalle minestre ai contorni, adattandosi ai vari palati. Inoltre, ad oggi non sono note controindicazioni al consumo di questo vegetale, tranne in caso di allergia. Qualche idea per portarlo in tavola Vellutata di porro: tagliare il porro lavato a rondelle, scartando la parte verde più esterna e metterlo in una
pentola capiente con mezzo litro d’acqua, patate a cubetti e un pizzico di sale. Cuocere per circa 25 minuti da quando inizia a bollire, poi spegnere il fuoco e frullare il tutto nel mixer. Aggiungete un filo d’olio extravergine d’oliva a crudo. Porro stufato: lavare il porro ed eliminate le foglie più esterne. Tagliare a rondelle, mettetelo in una padella con un filo d’olio extravergine d’oliva e fate soffriggere per alcuni minuti a fuoco medio. Aggiungere un pizzico di sale e/o pepe e una tazzina d’acqua, coprire con un coperchio e lasciare cuocere per altri 10 minuti. Porri gratinati al forno: rimuovete dai porri la parte esterna più dura e lavateli. Tagliateli della lunghezza che preferite, divideteli a metà e disponeteli su una teglia da forno, uno accanto all’altro. In una terrina versate del pane raffermo sbriciolato, unite qualche fogliolina
DOTT.SSA FEDERICA BELOTTI Dietista Studio medico, Trescore Balneario; FIOS MED, Osio Sotto; DIETETICA SU MISURA, Treviglio; HUMANITAS Gavazzeni e Medical Care, Bergamo
di timo e mescolate. Distribuite il composto sui porri, aggiungete un filo d’olio extravergine d’oliva e un pizzico di sale e/o pepe. Aggiungete due cucchiai d’acqua e fate cuocere in forno a 180° C per circa 30 minuti.
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IN ARMONIA
PSICOLOGIA
Sette suggerimenti per abbracciare la nostra migliore identità ∞ A CURA DEL DOTT. MASSIMO MASSERINI
Viviamo in una società in cui l’apparenza spesso conta più dell’essenza. In un’epoca dominata dai social media, dall’informazione istantanea e dalla performance costante, essere sé stessi è diventato un atto rivoluzionario e trasgressivo. Quante volte abbiamo sentito frasi come “Devi solo essere te stesso”? Sembra semplice, quasi ovvio. Eppure, pochi sanno cosa significhi davvero e ancora meno riescono a farlo ogni giorno. La verità è che essere sé stessi richiede coraggio, consapevolezza e lavoro interiore. È un percorso fatto di scelte quotidiane, di cadute e risalite, di autenticità e confronto con la propria vulnerabilità, e anche un po’ di sano egoismo. I sette suggerimenti proposti sono concreti e ispirati dalla psicologia e dalla crescita personale, per accompagnare verso una versione più autentica e centrata del proprio sé. Perché oggi è difficile essere autentici La difficoltà di essere autentici
non è solo personale, ma culturale. La società moderna ci spinge a performare, a essere visibili, a raggiungere obiettivi che spesso non sono neppure i nostri. Dai social media al mondo del lavoro, tutto sembra ruotare attorno all’immagine. Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto la nostra epoca come “liquida”, perché tutto cambia velocemente e nulla sembra stabile: neanche l’identità. Inoltre, l’educazione familiare e scolastica tende spesso a premiare il conformismo. Fin da piccoli apprendiamo che dobbiamo “essere bravi”, soddisfare le aspettative, adattarci. In questo processo impariamo a mettere da parte parti di noi stessi: emozioni, desideri, sogni. Erich Fromm, già nel 1941, parlava di una società che genera alienazione. Scriveva: “L’uomo
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moderno vive in una situazione di alienazione: è diventato un ingranaggio di una macchina, ha smarrito sé stesso”. Questa alienazione si traduce in ansia, senso di vuoto, depressione. Quando non siamo fedeli a noi stessi, la nostra psiche lo avverte. I sintomi del disagio psicologico spesso sono segnali del Sé profondo che reclama attenzione. Cos’è davvero l’identità autentica La psicologia distingue tra il Sé autentico e il Sé ideale. Il primo rappresenta chi siamo realmente: i nostri valori, emozioni, caratteristiche, anche imperfette. Il secondo è l’immagine di ciò che “dovremmo” essere: una proiezione sociale, un prodotto delle aspettative altrui. Il problema nasce quando ci identifichiamo
solo con il Sé ideale, dimenticando chi siamo veramente. Questa dissonanza genera sofferenza. Come scrive Carl Rogers: “Solo quando sono me stesso, riesco davvero a funzionare bene”. La teoria dell’autodeterminazione (Deci & Ryan) individua tre bisogni essenziali: autonomia – agire secondo la propria volontà, competenza – sapersi orientare efficacemente nel mondo, relazionalità – sentirsi accettati e connessi agli altri. Quando questi bisogni sono soddisfatti, emergono autenticità, motivazione intrinseca, benessere psicologico. Al contrario, l’infelicità cronica spesso deriva dalla frustrazione di uno o più di questi bisogni. I sette suggerimenti per abbracciare la nostra migliore identità > Ascolta la tua voce interiore: viviamo bombardati da stimoli esterni. Notifiche, notizie, opinioni, giudizi. Il nostro spazio interiore è invaso. Eppure, la voce che conta davvero è quella dentro di noi. Il Sé autentico parla sottovoce: va ascoltato nel silenzio; > Abbraccia la tua imperfezione: viviamo in una cultura che idolatra la perfezione. Ma la perfezione è irraggiungibile, e inseguirla è causa di infelicità. Essere autentici significa
DOTT. MASSIMO MASSERINI Psicologo clinico e psicoterapeuta, sessuologo clinico MindFit Clinic, Bergamo
accettarsi, anche con le proprie fragilità. Devi essere perfetto nella tua imperfezione; > Riconosci i tuoi valori fondamentali: i valori sono le fondamenta della nostra identità. Se non li conosciamo, è facile smarrirsi. Se li onoriamo, ogni scelta diventa coerente; > Smetti di confrontarti: il confronto è una delle trappole più subdole dell’epoca digitale. Scorriamo Instagram, TikTok, LinkedIn… e in pochi minuti ci sentiamo inadeguati. Ma paragonarsi agli altri è come confrontare un fiore con una stella: entrambi splendono, ma in modo diverso; > Circondati di persone che ti vedono davvero: non possiamo essere autentici in un ambiente che ci giudica, ci reprime o ci umilia. Le persone che
frequentiamo hanno un potere enorme sulla nostra identità. Evita persone tossiche e che non ti fanno stare bene; > Pratica il coraggio dell’autenticità: essere sé stessi è scomodo. Implica deludere le aspettative, dire di no, uscire dal coro. Ma è proprio lì che nasce il vero rispetto di sé; > Coltiva la tua unicità ogni giorno: non esiste nessuno al mondo esattamente come te. Il tuo modo di vedere le cose, le tue esperienze, il tuo sentire… sono un patrimonio unico ed irripetibile. L’autenticità come rivoluzione trasgressiva personale Essere sé stessi è un atto controcorrente,trasgressivo.Inunmondoche ci vuole standardizzati, scegliere la via dell’autenticità è un gesto ribelle. Ma è anche un gesto di amore profondo verso sé stessi. La strada non è facile. A volte fa paura, altre volte sembra solitaria. Ma chi ha il coraggio di percorrerla scopre qualcosa di straordinario: non c’è bisogno di diventare qualcun altro per sentirsi abbastanza. Come scriveva Søren Kierkegaard: “La più grande impresa di ogni essere umano è diventare sé stesso, in un mondo che fa di tutto per impedirglielo”. E gli fa eco Lacan dicendo “Non cedere sul tuo desiderio inconscio”.
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IN ARMONIA
COPPIA
Quiet relationship: l’amore silenzioso della Generazione Z ∞ A CURA DI SARA CARRARA
Sempre più giovani scelgono di vivere le relazioni lontano dai social, riscoprendo intimità e autenticità. Una tendenza che, secondo esperti e studi, potrebbe ridisegnare il futuro dell’amore. Un nuovo modo di vivere l’amore Si chiamano quiet relationship — relazioni tranquille — e rappresentano una delle tendenze più interessanti emerse negli ultimi anni. A descriverle è un’indagine della CNN, secondo cui sempre più giovani, in particolare della Generazione Z (nati tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000), scelgono di tenere la propria vita sentimentale lontana dai riflettori digitali. Addio, dunque, ai selfie di coppia, alle proposte di matrimonio “casualmente” riprese da una telecamera e ai post condivisi per raccontare ogni anniversario: la nuova parola d’ordine è discrezione. Un ritorno, in un certo senso, al modo “antico” di vivere le relazioni, fatto di appuntamenti senza stories, momenti privati e affetto reale, non filtrato da like e commenti.
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coppia sente il bisogno di mostrarL’ansia da visibilità Secondo gli esperti di media si, meno tende a essere serena e psychology interpellati dalla CNN, stabile nella vita reale. psicologia psicologia psicote performance questo cambiamento nasce psicoterapia anche da un crescente disagio verso L’effetto della “sorveglianza immaginata” la pressione aCentro mostrarsi sempre clinico specializzato nella Centro cura del clinico specia psicologi perfetti. “Non è più un segreto A spingere molti giovani a preferire benessere mentale, emotivo e fisico. benessere mentale che sui social si pubblichi solo il la riservatezza è anche ciò che la meglio di sé”, riferisce Rae Weiss, studiosa Brooke Duffy, docenteCentro c coach di dating e ricercatrice in di comunicazione alla Cornell benes psicologia alla Columbia Univer- University, definisce imagined sity. “I giovani hanno capito che surveillance, la “sorveglianza imsiamo Dove siamo la sensazione costante quel tipo Dove di esposizione genera maginata”: Contattaci Scrivici Sc Via Quinto Alpini n.4, Via Quinto Alpini n.4, di essere osservati, commentati o info@mi dissonanza e insicurezza quan+39 3355835433 info@mindfitclinic.it 24124 Bergamo (Redona) 24124 Bergamo (Redona) do la propria relazione non è giudicati da un pubblico invisibile. altrettanto ‘instagrammabile’”. A Per una generazione cresciuta Dove siamo può Alpini n.4 rafforzare questa tendenza contri- online, questa percezione Via Quinto (Redon ansia Bergamo rebuiscono anche i dati: una ricerca diventare una fonte di 24124 del 2023 pubblicata sul Journal lazionale. Il timore non è solo of Social and Personal Relation- quello del giudizio esplicito, ma ships ha collegato l’overposting (la del brusio di fondo fatto di mescondivisione continua di contenuti saggi privati, commenti, condi coppia) a livelli più bassi di sod- fronti e paragoni. Molti giovani disfazione e a stili di attaccamento preferiscono quindi proteggere la ansiosi. In altre parole, più una relazione da interferenze ester-
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ne, per poterla costruire su basi più autentiche. Come spiega una delle ragazze intervistate: “Non ho bisogno di postare qualcosa sul mio fidanzato per dimostrargli che lo amo. La prova è nella vita che condividiamo ogni giorno”. Private ma non segrete Tenere la relazione lontana dai social non significa volerla nascondere. Come sottolinea la terapeuta familiare californiana Lia Huynh, la differenza tra privacy e segretezza è fondamentale: “La privacy mira a proteggere, la segretezza a nascondere. La prima nasce dal desiderio di cura, la seconda da vergogna o paura”. Molte coppie “tranquille” parlano di un equilibrio che definiscono “private but not secret”: non è un segreto che stiano insieme, semplicemente scelgono di non renderlo un contenuto pubbli-
co. Un approccio che, secondo la psicologa Pamela Rutledge del Media Psychology Research Center, può anche ridurre il rischio di “invidia relazionale” e di aspettative distorte, restituendo spazio alla dimensione reale dell’intimità. L’amore al tempo del silenzio digitale Rinunciare alla costante condivisione non significa scomparire dal mondo online, ma usare i social in modo più intenzionale. Alcuni giovani adottano il soft launch, ovvero una presenza discreta: due tazze di caffè, due paia di scarpe accanto, un frammento di quotidianità che racconta la relazione senza svelarla del tutto. Per gli esperti si tratta di un segnale positivo. Si sta assistendo a una nuova forma di intimità digitale, più consapevole e meno
performativa. Qualsiasi scelta che spinga le persone a usare i social in modo intenzionale, invece che automatico, è un passo avanti. In fondo, quello che emerge è un messaggio semplice ma rivoluzionario: l’amore non ha bisogno di essere condiviso per essere reale. E, forse, riscoprire il silenzio può essere oggi il modo più autentico per dirsi “ti amo”.
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IN FAMIGLIA
BAMBINI
Consulenze pedagogiche: un sostegno concreto per l’equilibrio familiare ∞ A CURA DI DELLA DOTT.SSA LAURA OPRANDI
un percorso concreto, pensato per aiutare a comprendere meglio il bambino, a valorizzare le sue risorse e a creare strategie funzionali per gestire la vita quotidiana Quante volte vi siete trovati a chiedervi se state facendo abbastanza per sostenere la crescita del vostro bambino? Come gestire emozioni complesse, compiti scolastici, regole quotidiane e relazioni familiari senza sentirsi sopraffatti? Essere genitori è un viaggio meraviglioso, ma anche pieno di sfide: ogni famiglia, ogni bambino è un universo e spesso servono strumenti e supporti mirati per affrontare la vita al meglio! Le consulenze pedagogiche rappresentano uno di questi strumenti. Non si tratta di una semplice consulenza teorica, ma di un supporto che va oltre la semplice indicazione di “cosa fare”, perché accompagna le famiglie e gli educatori a costruire un equilibrio emotivo, relazionale e gestionale, fondamentale per il benessere. Una consulenza pedagogica efficace aiuta a: > osservare e comprendere
le dinamiche emotive e relazionali del bambino; > valorizzare le risorse familiari, individuando punti di forza e potenzialità; > gestire comportamenti complessi con strategie pratiche e adattabili alla vita quotidiana; > creare un ponte tra scuola e famiglia, favorendo la collaborazione tra insegnanti e genitori; > sostenere gli adulti, riducendo stress, ansia e senso di inadeguatezza. Ogni incontro diventa un’occasione per mettere insieme i pezzi di un puzzle complesso, dove il benessere del bambino dipende non solo da lui, ma dall’armonia di tutto l’ambiente che lo circonda. Un supporto per tutta la famiglia Spesso i genitori si trovano a dover affrontare situazioni che sembrano insormontabili: litigi continui, difficoltà nello studio, resistenze
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a seguire regole o routine. E gli insegnanti? Anche loro devono confrontarsi con classi eterogenee, studenti con bisogni diversi e la pressione di garantire l’apprendimento e l’inclusione di tutti. La consulenza pedagogica entra in gioco proprio qui, aiutando a capire le cause dei comportamenti e delle difficoltà, identificare strategie personalizzate, semplici da mettere in pratica, trasmettere indicazioni chiare e delicate, senza giudizio e creare un clima familiare più sereno e collaborativo. Il risultato non è solo educativo: è emotivo! Sentirsi ascoltati, compresi e guidati rafforza la fiducia dei genitori nelle proprie capacità, migliora la gestione delle relazioni familiari e sostiene il benessere generale del bambino. Come riconoscere il consulente giusto Non tutti i professionisti sono uguali. Una buona consulenza
pedagogica nasce da un mix di competenza tecnica e sensibilità relazionale. Il consulente deve saper accogliere dubbi e paure senza giudizio, comunicare strategie chiare, concrete e adattabili, favorire la collaborazione tra tutti gli adulti coinvolti nella crescita del bambino e aiutare a tradurre la teoria in pratiche quotidiane, comprensibili e realizzabili. Quando tutto questo avviene, la consulenza diventa un vero alleato per la famiglia: un supporto che trasforma le difficoltà in opportunità di crescita, armonia e consapevolezza. Una scelta che cambia la vita familiare! Vi siete mai chiesti se una consulenza pedagogica potrebbe essere utile anche nella vostra famiglia? Forse avete piccole difficoltà quotidiane, oppure situazioni più complesse che vorreste affrontare con strumenti concreti.
Rivolgersi a un consulente pedagogico significa: > Sentirsi ascoltati e compresi; > Ricevere indicazioni pratiche senza giudizio; > Costruire un equilibrio emotivo e relazionale stabile; > Migliorare la gestione quotidiana, rendendo la vita familiare più serena. Crescere un bambino è un percorso complesso e unico, e ogni famiglia merita di avere accanto una guida esperta. La consulenza pedagogica non è solo un aiuto temporaneo: è un investimento sul benessere emotivo, relazionale e gestionale del bambino e di chi lo accompagna, capace di creare armonia e fiducia all’interno della famiglia e della comunità educativa. Maria Montessori diceva: “L’educazione non è preparazione alla vita; l’educazione è la vita stessa”. Una consulenza pedagogi-
DOTT.SSA LAURA OPRANDI Pedagogista e Tutor DSA Studio Pedagogico “Punta al Massimo”, Fino del Monte (BG)
ca permette proprio questo: vivere l’educazione come un percorso condiviso, in cui genitori, insegnanti e bambini collaborano per crescere insieme, sostenendosi a vicenda e valorizzando le potenzialità di ciascuno.
IPB ISTITUTO POLISPECIALISTICO BERGAMASCO
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IN FAMIGLIA
RAGAZZI
Adolescenti in ascolto: comprendere e affrontare il disagio nascosto ∞ A CURA DEL DOTT. FURIO RAVERA
Le nuove forme di sofferenza giovanile parlano di relazioni fragili, identità in crisi e mancanza di empatia. La risposta passa dal dialogo tra scuola, famiglia e professionisti della Salute Mentale. Secondo i dati ricavati dal progetto di ascolto attivo in 28 istituti scolastici, è emersa una netta differenza fra le problematiche per le quali gli studenti si sono rivolti agli sportelli scolastici nell’anno 2023/2024 e quelle rilevate nell’ultimo anno. Se in passato prevalevano i problemi di rendimento scolastico, oggi si osservano in misura crescente difficoltà relazionali, vissuti di disagio interiore e sofferenze più profonde. Nel 5% della popolazione studentesca si evidenziano disturbi significativi: disturbi alimentari, agiti autolesivi, maltrattamenti, abusi e dipendenze. Questo è il quadro. Da qui due domande fondamentali: come interpretarlo? Che cosa fare e chi deve farlo? Un disagio con radici comuni È doveroso interrogarsi sul significato di questi fenomeni. Si tratta di problemi diversi o hanno un terreno comune? Il mio punto di vista è che si tratti di diverse modalità di espressione di un disagio che affonda le radici nelle relazioni fondamentali dei giovani: con la famiglia, con i coetanei e con se
stessi. Per “sé” intendo il sistema corpo-mente: come si vive il proprio corpo e la propria soggettività in relazione agli altri, e quali difficoltà si incontrano nel costruire legami autentici. Non è difficile, da queste prime considerazioni, riconoscere le dimensioni e le molte angolature del problema. Facciamo un po’ di ordine. La famiglia: alleata o ostacolo Parlando di relazioni significative, non si può che partire dalla famiglia. Ma quale famiglia? Oggi un adolescente può trovarsi figlio unico o avere fratelli in famiglie con un solo genitore (prevalentemente la madre), oppure in famiglie ricomposte con nuovi partner. Può vivere nella famiglia d’origine ma assistere a forti conflittualità, violenze, abusi o trascuratezze fisiche ed emotive. I genitori separati, a volte, continuano a far gravare sui figli la loro conflittualità e le incoerenze educative. Quando ci troviamo di fronte a un problema posto da un adolescente, è indispensabile fare luce sulla sua esperienza familiare, sui modelli e i valori
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ricevuti. È necessario un lavoro di conoscenza delle famiglie profondo, che richiede tempo e collaborazione. Non è facile varcare la soglia della segretezza familiare, ma è necessario. Nelle famiglie possiamo trovare alleati o sabotatori: l’esperienza clinica lo dimostra costantemente. Interessante notare che, come rilevato dalla ricerca citata, anche i genitori hanno iniziato a rivolgersi agli sportelli scolastici, segno di un bisogno crescente di ascolto e di speranza riposta nella scuola. Scuola e famiglia: due mondi da ricucire Ma quale scenario viviamo oggi nel rapporto tra famiglie e scuola? Perché la scuola — e anche uno sportello d’ascolto — funzioni, è indispensabile un rapporto di collaborazione e partecipazione attiva delle famiglie. Negli ultimi anni assistiamo, purtroppo, a frequenti conflitti tra genitori e istituti per voti, bocciature o giudizi negativi. Tutto ciò rivela una frattura culturale e relazionale: la scuola non è più percepita come un luogo educativo irrinunciabile, ma
come un problema da risolvere rapidamente. Eppure, la scuola è (o dovrebbe essere) la naturale vicaria della famiglia, la prima occasione di socializzazione, il luogo dove si trasmette la conoscenza del pensiero umano, della creatività, dei valori civili. È, o dovrebbe essere, un luogo sicuro in cui formare la propria personalità. Ma non può farlo come un’agenzia separata: ha bisogno di essere sostenuta. Un disagio che nasce anche dalla società I comportamenti problematici sopra descritti possono essere considerati espressioni di parti dissociate della personalità. Le indagini cliniche mostrano che autolesionismo, abuso di sostanze, violenza e isolamento sono spesso sostenuti da stati del sé separati difensivamente dal resto della persona. Queste dissocia-
zioni sembrano derivare da una “cascata” che parte dal macrosociale e si riflette nel microsociale, fino a investire i singoli individui. Le famiglie, a loro volta, scindono i valori dalla socializzazione e spesso non riescono a essere alleate educative. Molti genitori si sentono smarriti di fronte a un codice comportamentale che non riconoscono più: “fanno tutti così” è la chiave con cui i figli interpretano e giustificano le proprie richieste. Senza momenti di confronto tra genitori, la scuola potrebbe diventare uno spazio di alleanza educativa, restituendo fiducia reciproca. Ripartire dal gruppo, dalle emozioni, dall’empatia La scuola deve essere accompagnata e sostenuta da psicologi esperti, capaci di creare sinergia tra insegnanti e famiglie. Solo così potrà tornare a essere un luogo di
DOTT. FURIO RAVERA Psichiatra Gruppo Ginestra, Milano
crescita integrata. Una volta ascoltati, i problemi dei ragazzi devono trovare risposte competenti e tempestive: un ragazzo che chiede aiuto e non riceve attenzione alimenta la propria sfiducia negli adulti. Servono quindi risorse, continuità e professionalità.
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IN FAMIGLIA
ANZIANI
SuperAgers: il mistero degli ottantenni con la memoria di quarantenni ∞ A CURA DI SARA CARRARA
Una ricerca americana svela perché alcuni anziani mantengono un cervello giovane e una mente brillante anche dopo gli 80 anni. Il segreto? Neuroni speciali, resilienza e una vita sociale attiva. C’è chi a 80 anni dimentica dove ha messo gli occhiali e chi, alla stessa età, ricorda un elenco di parole come un quarantenne. A questi ultimi la scienza ha dato un nome: SuperAgers, o “super anziani”. Uomini e donne che, nonostante l’età, conservano una memoria e capacità cognitive eccezionali, tanto da incuriosire i neuroscienziati di tutto il mondo. Un recente studio pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia dalla Northwestern University ha analizzato oltre cento SuperAgers, individuando le caratteristiche che rendono il loro cervello così straordinario. La scoperta principale? A differenza della maggior parte degli anziani, la corteccia cerebrale – l’area che regola memoria, motivazione e decisione – non si assottiglia con il passare del tempo. In alcuni casi risulta persino più spessa di quella di persone più giovani.
Un cervello che invecchia più lentamente Gli studiosi hanno individuato due meccanismi chiave: resistenza e resilienza. Alcuni SuperAgers sembrano “resistere” alla formazione delle proteine tossiche amiloide e tau, associate all’Alzheimer; altri le producono, ma il loro cervello è “resiliente”, cioè non ne subisce gli effetti negativi. In pratica, la loro mente continua a funzionare come se fosse più giovane di decenni. Nel tempo, grazie ai cervelli donati alla scienza da alcuni partecipanti, i ricercatori hanno scoperto che i SuperAgers possiedono una maggiore quantità di neuroni von Economo, cellule rare coinvolte nelle relazioni sociali e nell’empatia, e neuroni entorinali più grandi, fondamentali per l’immagazzinamento dei ricordi. Queste differenze biologiche potrebbero essere la chiave della loro longevità cognitiva.
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Socievoli, curiosi e tenaci Ma non si tratta solo di biologia. Quasi tutti i SuperAgers condividono un tratto della personalità: sono socievoli. Mantengono relazioni solide, fanno volontariato, partecipano alla vita della comunità. Non si isolano e non smettono di coltivare passioni o curiosità. Secondo la neuropsichiatra Tamar Gefen, autrice dello studio, “si tratta di persone che vivono la vita secondo le proprie regole, curiose, empatiche e con una forte motivazione”. La loro corteccia cingolata anteriore, che regola attenzione ed emozioni, è più spessa del normale – un segno di maggiore tenacia e capacità di affrontare le difficoltà. Non a caso, molti SuperAgers amano sfidarsi: imparano nuove lingue, suonano strumenti, leggono molto o mantengono una vita affettiva attiva. In alcuni casi continuano a lavorare o a insegnare, convinti che restare
utili agli altri sia il miglior modo per restare giovani. Gli studiosi raccontano di donne di 85 anni che fanno escursioni in montagna, uomini di 90 che partecipano a club di lettura, coppie ottantenni che ballano il tango o imparano a usare i social network per tenersi in contatto con amici e nipoti. Sono esempi di vitalità quotidiana che, più di ogni altra statistica, mostrano cosa significhi “invecchiare bene”. Uno stile di vita “protettivo” Sebbene la genetica giochi un ruolo importante, lo stile di vita rimane determinante. Studi recenti mostrano che fino al 45% dei casi di demenza può essere prevenuto con attività fisica regolare, alimentazione equilibrata e relazioni sociali stimolanti. I SuperAgers sembrano confermare questa regola: anche chi non se-
gue diete perfette o allenamenti intensivi mantiene comunque una vita piena di interazioni e passioni. Non a caso, la socialità è stata definita “l’elisir di giovinezza mentale”. Il contatto con gli altri stimola la produzione di dopamina e serotonina, riduce lo stress e mantiene attive le connessioni neuronali. In questo senso, la mente si comporta come un muscolo: più la si allena, più resta forte. E anche l’atteggiamento conta. La tendenza a vedere il bicchiere mezzo pieno, a reagire con ottimismo e curiosità, sembra un ulteriore fattore protettivo. Cosa possiamo imparare da loro Gli scienziati della Northwestern sottolineano che i SuperAgers non sono immuni dai cambiamenti cerebrali legati all’età. Alcuni presentano segni di Alzheimer, ma conservano una grande quantità
di neuroni vitali che compensano i danni. È questa capacità di adattamento – più che la perfezione biologica – a renderli unici. Per questo gli esperti invitano a ispirarsi al loro esempio: coltivare amicizie, curiosità, nuovi interessi e attività che richiedano impegno mentale. Anche piccoli gesti, come leggere un libro, risolvere un cruciverba o imparare qualcosa di nuovo, contribuiscono a costruire quella “riserva cognitiva” che protegge il cervello. Come spiega la neuroscienziata Sandra Weintraub, “i SuperAgers dimostrano che una memoria eccezionale in età avanzata è possibile. Il cervello non è destinato al declino: può restare giovane, se lo manteniamo vivo ogni giorno”. E forse il segreto sta proprio in questo: continuare a scegliere la vita, in tutte le sue forme, anche quando gli anni si accumulano.
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In vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, scopriamo le discipline più amate e i benefici per corpo e mente durante la stagione fredda. Con l’avvicinarsi delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, l’attenzione sugli sport della neve e del ghiaccio cresce in modo naturale. L’evento offrirà agli appassionati l’opportunità di seguire da vicino le discipline olimpiche e, perché no, di avvicinarsi a questi sport anche per mantenersi in forma. Gli sport invernali non sono solo spettacolo e competizione: rappresentano infatti un’occasione unica per combinare attività fisica, coordinazione e contatto con la natura in scenari mozzafiato. Gli sport invernali comprendono tutte le discipline praticate su neve e ghiaccio, tradizionalmente durante i mesi freddi. Essi vengono generalmente divisi in due grandi categorie: sport sulla neve e sport sul ghiaccio. Tra i primi, lo sci è l’emblema di velocità, tecnica e adrenalina, mentre tra gli sport sul ghiaccio, il pattinaggio ha un fascino unico, tra eleganza e precisione. In Italia, la Federazione Italiana Sport Invernali (FISI) coordina le diverse discipline, sostenendo at-
leti e competizioni, e promuovendo la diffusione di queste attività tra i giovani e gli appassionati. Le Olimpiadi invernali comprendono attualmente 15 sport suddivisi in sette discipline principali: biathlon, bob, combinata nordica, curling, hockey su ghiaccio, pattinaggio di figura, pattinaggio di velocità, short track, salto con gli sci, sci alpino, freestyle, slittino, snowboard e skeleton. Ognuna di queste attività richiede abilità specifiche, resistenza e concentrazione, e contribuisce a migliorare diversi aspetti della forma fisica, dall’equilibrio alla forza muscolare. Sci alpino: velocità ed equilibrio Lo sci alpino, disciplina olimpica dal 1936, è forse lo sport invernale più conosciuto e seguito. Consiste nella discesa su piste innevate cercando di completare il percorso nel minor tempo possibile, tra paletti e cambi di direzione. Tra le specialità troviamo la discesa libera, il supergigante, il gigante, lo slalom e lo slalom parallelo. Praticare sci alpino non
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è solo questione di adrenalina: è un vero allenamento per tutto il corpo. Gambe, core e braccia vengono costantemente impegnate per mantenere equilibrio e controllo, mentre la concentrazione mentale aiuta a migliorare i riflessi e la coordinazione. In Italia lo sci alpino ha una lunga tradizione: nomi come Alberto Tomba, Deborah Compagnoni, Isolde Kostner e Sofia Goggia hanno scritto pagine memorabili di questo sport a livello internazionale. Snowboard: creatività e resistenza Lo snowboard, introdotto alle Olimpiadi nel 1998, è una disciplina più recente ma amatissima, soprattutto tra i giovani. Scivolare su una tavola su neve fresca permette di combinare forza, equilibrio e agilità, mentre si eseguono evoluzioni spettacolari lungo le piste o nei percorsi freestyle. Lo snowboard sviluppa in modo particolare muscoli delle gambe, addominali e core, migliorando l’equilibrio e la propriocezione.
Inoltre, discipline come il freeride o lo slopestyle stimolano la mente e favoriscono la gestione del rischio, la coordinazione e la capacità decisionale rapida. Sci di fondo e biathlon: resistenza e concentrazione Lo sci di fondo è uno sport aerobico per eccellenza: percorrere chilometri in paesaggi innevati aumenta resistenza, capacità polmonare e tonicità muscolare. Associato al biathlon, che combina sci di fondo e tiro a segno, permette di allenare non solo il fisico ma anche la concentrazione mentale. Queste discipline insegnano il controllo del respiro, la pazienza e la precisione sotto sforzo, qualità che si riflettono anche nella vita quotidiana e in altri allenamenti. Pattinaggio e hockey su ghiaccio: agilità e rapidità Sul ghiaccio, il pattinaggio di figura e l’hockey su ghiaccio rappresentano due mondi opposti ma complementari. Il pattinaggio artistico sviluppa equilibrio, flessibilità e forza delle gambe, mentre l’hockey è uno sport intenso e veloce, che allena resistenza cardiovascolare, rapidità e agilità. Anche lo short track e il pattinaggio di velocità migliorano la potenza esplosiva e la coordinazione, richiedendo precisione nei movimenti e strategie rapide di gara. I benefici degli sport invernali per il fitness Praticare sport sulla neve o sul
ghiaccio ha molti vantaggi fisici e psicologici. Dal miglioramento della resistenza cardiovascolare alla tonificazione dei principali gruppi muscolari, dall’equilibrio e la coordinazione fino alla gestione dello stress, queste attività combinano esercizio fisico e divertimento. Inoltre, il contatto con ambienti naturali innevati stimola il benessere mentale, riduce l’ansia e aumenta la sensazione di energia e vitalità. Infine, avvicinarsi agli sport invernali in vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 è anche un modo per ispirarsi ai campioni e imparare tecniche corrette, sia che si scelga
di scendere in pista per la prima volta sia che si voglia perfezionare la propria preparazione fisica. Gli sport invernali non sono solo gare e competizione: rappresentano un’opportunità per migliorare il fisico, mantenere mente e corpo attivi e godersi la bellezza dei paesaggi innevati. Che si tratti di sci alpino, snowboard, pattinaggio o biathlon, ogni disciplina offre sfide uniche e benefici specifici per il fitness. E con le Olimpiadi di Milano-Cortina alle porte, è il momento perfetto per avvicinarsi a questi sport, allenarsi in sicurezza e, perché no, sognare di scendere in pista come un vero campione.
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Scaloppe di seitan Primo piatto con zucca,
paprika affumicata e mandorle croccanti
Difficoltà di preparazione Facile
Tempo di preparazione circa 1 ora
INGREDIENTI per 4 persone 400 g.. Seitan a fettine 350 g .. Zucca a cubetti 3 ........... Patate medie a dadini 2 ........... Carote a rondelle e 2 spicchi d’Aglio 1 ........... Cipolla grande tritata finemente e 1 costa di Sedano 2 ........... Cucchiai di concentrato di pomodoro 700 ml Brodo vegetale bollente 2 ........... Cucchiaini di paprika affumicata 2 ........... Rametti di rosmarino e 1 foglia di Alloro 40 g .... Mandorle pelate qb ........ Olio extravergine d’oliva qb ........ Farina per infarinare, sale e Pepe PREPARAZIONE
FABRIZIO MARTINELLI Cuoco Il Sole e la Terra, Curno (BG)
Tostare le mandorle in una padella antiaderente mescolando per 3–4 minuti finché risultano uniformemente dorate e tenerle da parte. Nella stessa casseruola, scaldare 2–3 cucchiai d’olio e far appassire la cipolla con aglio e sedano per circa 5 minuti, fino a quando diventa trasparente. Aggiungere zucca, patate e carote, mescolare, quindi amalgamare il concentrato di pomodoro, la paprika, il rosmarino e l’alloro. Versare il brodo caldo, coprire e far sobbollire per 30–35 minuti, finché le verdure sono tenere e il condimento si è leggermente ristretto. Nel frattempo, passare le fettine di seitan nella farina, scrollando via l’eccesso, e dorarle in un filo d’olio per 2–3 minuti per lato. Trasferirle quindi nella casseruola con le verdure e mantenere sul fuoco dolce ancora 5 minuti, per farle insaporire. Completare con le mandorle tostate, regolare di sale e pepe e accompagnare con polenta o riso basmati.
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ANIMALI
RUBRICHE
Capodanno e botti: un incubo per cani e gatti. Come proteggerli?
∞ A CURA DI SARA CARRARA
Ogni anno la notte di San Silvestro si trasforma in un momento di paura per molti animali domestici e selvatici. Rumori assordanti, luci improvvise e stress: ecco perché i fuochi d’artificio sono pericolosi e cosa possiamo fare per aiutarli a vivere un Capodanno più sereno. L’anno si chiude… ma per molti animali è un incubo Con l’arrivo dell’inverno e delle festività, le città cominciano a illuminarsi e a riempirsi di atmosfera. Ma mentre per noi le feste di fine anno sono sinonimo di gioia, per molti animali domestici e selvatici il periodo di Capodanno rappresenta un vero e proprio momento di panico. Ogni anno, puntualmente, esplodono petardi e fuochi d’artificio: rumori assordanti e luci improvvise che possono tra-
sformare la notte del 31 dicembre in un’esperienza traumatica. Cani, gatti, conigli, uccelli e molti altri animali reagiscono con paura e disorientamento, a volte fino al punto di fuggire e perdersi, ferirsi o morire di spavento. Alcuni comuni hanno introdotto ordinanze per vietare i botti, ma troppo spesso restano inascoltate. E così, tra boati e lampi di luce, ogni anno si ripete lo stesso copione di ansia e sofferenza per chi vive accanto a noi. Sapere come comportarsi, prepararsi per tempo e adottare
piccoli accorgimenti può fare davvero la differenza. A ricordarcelo sono i veterinari, che ogni anno, proprio in questo periodo, iniziano a lanciare un appello al buon senso e alla responsabilità dei proprietari. Perché i botti fanno così paura I fuochi d’artificio possono raggiungere picchi di rumore compresi tra 150 e 175 decibel, paragonabili a quelli di un aereo in decollo. Per un cane o un gatto – il cui udito è molto più svilup-
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RUBRICHE
ANIMALI
pato di quello umano – questi suoni improvvisi, accompagnati da odori di fumo e bagliori, sono percepiti come una minaccia diretta. Secondo gli esperti, circa un cane su due manifesta ansia o paura durante i botti di Capodanno, con sintomi che vanno dai tremori all’iperventilazione, fino a veri e propri attacchi di panico. “Molti animali associano i rumori forti al pericolo – spiega la veterinaria Michelle Lugones della Best Friends Animal Society – e reagiscono di conseguenza. È una risposta istintiva, evolutiva: il rumore improvviso segnala un rischio, e l’unica via è fuggire o nascondersi”. Anche i gatti possono soffrire moltissimo, pur se in modo meno evidente: tendono a rifugiarsi in luoghi bui e silenziosi, ma ciò non significa che non provino ansia o tachicardia. Gli uccelli e i conigli, invece, sono tra i più fragili: bastano pochi scoppi
per disorientarli e spingerli a volare contro muri, vetrate o tralicci. Nei casi più estremi, lo spavento può provocare anche la morte per arresto cardiaco. Come aiutarli a superare la notte più rumorosa dell’anno La parola chiave è prevenzione. Gli esperti raccomandano di cominciare a prepararsi già nei giorni precedenti. Ecco alcune buone pratiche da tenere a mente: > Mai lasciarli soli. La compagnia umana è la miglior rassicurazione possibile: un animale che sente accanto la persona di riferimento si calma più facilmente; > Teneteli in casa. Balconi, terrazze e giardini sono luoghi pericolosi durante i botti: un animale spaventato può scappare o ferirsi cercando una via di fuga;
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> Create un rifugio sicuro. Una stanza tranquilla, con tende chiuse, TV o radio accese a volume moderato, può attutire i rumori e distrarre l’animale; > Fate una passeggiata prima dei festeggiamenti. Un cane stanco e rilassato sarà meno reattivo agli stimoli improvvisi; > Lasciate nascondigli a disposizione. I gatti, in particolare, trovano conforto in scatole o spazi chiusi dove sentirsi protetti; > Rimanete calmi. La nostra serenità è contagiosa: reagire con tono pacato e gesti tranquilli trasmette sicurezza anche all’animale. Inoltre, è utile assicurarsi che il cane o il gatto indossi una medaglietta con i recapiti aggiornati: nel caso in cui l’animale dovesse scappare, sarà più facile ritrovarlo.
Un gesto d’amore e di rispetto Ogni anno, dopo la notte di Capodanno, canili e rifugi si riempiono di animali smarriti. Eppure, spesso, basterebbero pochi accorgimenti per evitare tutto questo. Proteggere i nostri amici significa ricordare che la festa non deve trasformarsi in un incubo per loro. Rinunciare ai botti o scegliere forme di spettacolo più silenziose è un gesto di civiltà, ma anche di empatia verso chi condivide le nostre case e i nostri giardini. E se il nostro animale mostra un’ansia particolare o ha patologie come problemi cardiaci o epilessia, è sempre meglio chiedere consiglio al veterinario di fiducia: saprà suggerire la strategia più adatta per affrontare serenamente la notte più rumorosa dell’anno. Perché prendersi cura di un animale significa, prima di tutto, rispettare le sue paure.
RUBRICHE
ALTRE TERAPIE
Cristalloterapia: tra energia, benessere e suggestione
∞ A CURA DI SARA CARRARA
Antica pratica di riequilibrio energetico oggi tornata di moda. Ma cosa dice davvero la scienza sulle pietre “curative”? Negli ultimi anni la cristalloterapia ha riconquistato popolarità, complice l’interesse crescente verso le discipline olistiche e il bisogno di benessere interiore. Pietre colorate, minerali e cristalli vengono proposti come strumenti in grado di ristabilire l’armonia del corpo e della mente attraverso presunte vibrazioni energetiche. Ma si tratta di un approccio terapeutico reale o di una semplice suggestione?
dai Sumeri agli Egizi, che utilizzavano gemme e minerali come amuleti o strumenti rituali. Dopo secoli di oblio, questa pratica è tornata in auge negli anni Settanta con la diffusione dei movimenti New Age, che l’hanno reinterpretata in chiave spirituale e psicologica. Oggi il settore legato ai cristalli è in forte espansione: un mercato globale che supera i 100 milioni di dollari e che unisce estetica, benessere e spiritualità.
Origini antiche e riscoperta moderna Le radici della cristalloterapia affondano nelle civiltà più antiche,
Come funziona secondo chi la pratica Alla base della cristalloterapia vi è l’idea che il corpo umano sia
Cristalloterapia: una pratica non riconosciuta dalla medicina scientifica Ad oggi la cristalloterapia è una pratica alternativa priva di validazione scientifica. Non esistono evidenze che le pietre o i cristalli possano curare malattie o disturbi fisici. I loro eventuali effetti benefici possono essere attribuiti a rilassamento, suggestione o effetto placebo. In presenza di qualsiasi problema di salute, è sempre necessario rivolgersi al proprio medico o a professionisti qualificati. La cristalloterapia può eventualmente affiancare, ma mai sostituire, la medicina tradizionale.
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attraversato da un campo energetico, l’aura, in costante interazione con l’ambiente circostante. Lungo la colonna vertebrale si troverebbero sette “porte energetiche” principali, i chakra, ciascuno associato a un colore e a una funzione specifica (radicamento, creatività, amore, comunicazione, intuizione, spiritualità). I cristalli, a seconda del loro colore e della loro presunta “frequenza vibratoria”, agirebbero su questi punti ristabilendo il corretto flusso di energia. Così, ad esempio, il quarzo rosa sarebbe legato al chakra del cuore e favorirebbe la calma e l’empatia, mentre l’ametista – di colore viola – aiuterebbe la concentrazione e l’equilibrio interiore. Durante una seduta, le pietre vengono appoggiate su diverse zone del corpo, usate come amuleti o disposte in ambienti domestici per “purificare” l’energia. La prospettiva scientifica Dal punto di vista della scienza, non esistono prove che confermino l’esistenza dell’aura o di vibrazioni energetiche capaci di influenzare la salute. Le proprietà fisiche dei cristalli – come colore e struttura atomica – sono ben note
e studiate, ma non hanno alcun effetto biologico documentato sull’organismo umano. Il colore di una pietra, ad esempio, è determinato dalla frequenza della luce riflessa: osservare un cristallo viola o un qualsiasi oggetto della stessa tonalità produce lo stesso effetto ottico. Allo stesso modo, le vibrazioni atomiche di un minerale esistono, ma sono semplicemente oscillazioni microscopiche che determinano la temperatura del materiale, non un flusso di energia curativa. In altre parole, la scienza riconosce il fascino estetico e simbolico dei cristalli, ma non attribuisce loro alcuna capacità terapeutica. I benefici percepiti, spiegano gli esperti, derivano piuttosto da meccanismi psicologici complessi legati all’effetto placebo. Quando l’effetto placebo fa la differenza L’effetto placebo è un fenomeno
come strumenti di meditazione o decorazione, ma è fondamentale non sostituirli mai a cure mediche o psicologiche quando si affrontano disturbi reali.
ben noto: se una persona crede che un trattamento la farà stare meglio, il cervello può effettivamente generare una risposta positiva, riducendo stress, dolore o ansia. Nel caso della cristalloterapia, credere nel potere delle pietre può dunque favorire rilassamento e benessere emotivo, senza però curare le cause fisiche o patologiche del malessere. È per questo che gli esperti invitano alla prudenza: nulla vieta di usare i cristalli
Un dialogo tra scienza e benessere Al di là delle sue basi scientifiche, la cristalloterapia può rappresentare un modo per riconnettersi con sé stessi, rallentare e prestare attenzione alle proprie emozioni. In questo senso, può essere vista come una pratica di introspezione, utile per chi cerca momenti di calma o rituali personali di equilibrio. Molti professionisti del benessere suggeriscono di considerare i cristalli come alleati simbolici, non come strumenti terapeutici: elementi estetici che aiutano a creare un ambiente sereno e a stimolare la consapevolezza, integrando – e non sostituendo – percorsi di salute validati scientificamente.
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VIAGGI DELLA SALUTE
Tampere, alla ricerca della felicità ∞ A CURA DI CATERINA RONCALLI
In Finlandia, il Paese più felice al mondo secondo World Happiness Report, una città di giovani universitari, capitale mondiale della sauna “La vera felicità non si descrive, si sente”. Parola di Jean-Jacques Rousseau. Ha ragione il filosofo svizzero. Ma la domanda è una sola: dove si sente? In Finlandia naturalmente che anche nel 2025 ha raggiunto la vetta della classifica World Happiness Report come Paese più felice al mondo. Terra di laghi, di grandi spazi, di natura sconfinata e con una bassa densità abitativa, la Finlandia viene sempre vista come il Paese di Babbo Natale. In realtà, vi sono città che meritano di essere visitate anche senza Santa Claus: una di queste è Tampere, fra le città nordiche più amate, dove tutte le tendenze sono votate al benessere psicofisico.
ni proiettata nel futuro. Agli angoli delle case sembra di avvertire il cigolio dei nastri che trasportano bobine di carta, il tonfo delle balle di cotone che cadono dai camion. Ma è solo un’impressione. Quei rumori della storia si sono affievoliti da tempo, ma hanno scandito per anni il lavoro nelle imponenti fabbriche di mattoni
A un’ora e mezza da Helsinki, questa capitale mondiale della sauna (ve ne sono 55 pubbliche), è luogo assai gettonato dagli studenti di tutto il mondo che la scelgono per le sue università. Tampere è una città sostenibile che ha conservato il passato ma è da decen54 | Bergamo Salute | Novembre/Dicembre 2025
rossi, monumenti dell’operosità finnica, che ancora oggi si ergono in città. Là, dove un tempo pulsava frenetico il lavoro, ora batte forte il cuore della nuova Tampere. I vecchi stabilimenti sono diventati aree commerciali, i magazzini di stoccaggio sono stati riconvertiti in gallerie d’arte, le officine sono diventate show room, boutique,
VIAGGI DELLA SALUTE tutto il tempo di scoprire la città. Ad iniziare dalla piazza centrale sulla quale si affacciano il mercato coperto Kauppahalli (salmoni, pesce crudo da non perdere) e la vecchia chiesa. A pochi passi ci sono le rapide del Tammerkoski che congiungono due laghi, qui c’è l’atmosfera della nuova città: luoghi cult e locali alla moda. Dal porto ci si può imbarcare per una piccola crociera, mentre se si resta sulla terraferma è d’obbligo una tappa a Finlayson, il vecchio cotonificio dove vi hanno lavorato intere generazioni: la filanda è un centro commerciale, la vecchia maglieria è diventata un cinema multisala e un ristorante-birreria (il Plevna), la fabbrica è occupata da un museo. La parte est della città è dominata dal centenario Duomo. Pyynikki e Pispola sui colli vicini sono tranquilli quartieri con casette e ville in stile nazional-romantico: si può fare una sauna (pubblica) a Rajaportti o salire sulla torre dove gustare la tradizionale ciambella fritta. Esplorare Tampere è insomma come aprire una scatola magica, una Matrioska della felicità. luoghi di tendenza. Occorre addentrarsi dentro questi giganteschi capannoni che paiono costruiti con il Lego per conoscere lo spirito della città.
carne di renna con mirtilli e una robusta birra per immergersi nei sapori nordici. L’indomani ci sarà
servizio fotografico: ©VISIT FINLAND LAURA VANZO
Agli inizi del Novecento, Tampere era la capitale industriale: cartiere e cotonifici, linifici e ferrerie. L’impronta è rimasta, ma la città è stata arricchita da moderni edifici, dove si sono sbizzarriti architetti e designer. La torre panoramica del quartiere Pyynikki ne è un esempio, ma lo è ancor più il Tampere Hall, gigantesca serra di cristallo che ospita teatri, auditorium, centri congressi, ristoranti. Ogni quartiere ha una propria peculiarità. Se si arriva di sera, meglio optare per una cena al Plevna: Novembre/Dicembre 2025 | Bergamo Salute | 55
DAL TERRITORIO
NEWS
Humanitas Gavazzeni, nuova guida per l’Unità di Proctologia e Pelviperineologia L’Unità Operativa di Proctologia e Pelviperineologia di Humanitas Gavazzeni si rinnova con la nomina del dottor Giulio Santoro, specialista di fama internazionale in chirurgia colon-rettale e proctologica, con oltre diecimila interventi all’attivo. Accanto a lui operano il dottor Ugo Grossi, esperto in malattie infiammatorie croniche intestinali, e la dottoressa Eleonora Mollica, specializzata in tecniche “skin sparing” per il trattamento delle emorroidi. «Il potenziamento dell’Unità – spiega il dottor Santoro – consente di offrire ai pazienti percorsi diagnostici e terapeutici personalizzati e condivisi tra specialisti, garantendo le migliori possibilità di cura per patologie spesso delicate e invalidanti». L’équipe utilizza metodiche chirurgiche mini-invasive per ridurre il trauma operatorio, abbreviare i tempi di ricovero e favorire una ripresa più rapida. Tra le innovazioni: anestesia spinale per la chirurgia perineale, approcci laparoscopici con degenze di 2-3 giorni e trattamenti laser per lesioni precancerose anali. Il percorso diagnostico comprende videoanoscopia ad alta risoluzione, ecografie tridimensionali, manometria anorettale e colonscopia, fino a indagini sul transito intestinale. In ambito terapeutico, l’Unità propone chirurgia laparoscopica
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NEWS
dei prolassi, neurostimolazione sacrale e iniezioni di agenti volumizzanti per l’incontinenza fecale. Elemento distintivo è l’approccio multidisciplinare e integrato, che coinvolge specialisti di chirurgia generale, urologia, ginecologia, gastroenterologia, radiologia e fisioterapia, per una presa in carico completa delle patologie del retto, dell’ano e del pavimento pelvico. «La nostra missione – conclude Santoro – è rafforzare l’eccellenza clinica di Humanitas Gavazzeni e offrire al territorio bergamasco un centro di riferimento altamente specializzato, capace di coniugare qualità, innovazione e competenze integrate».
NEWS
Inaugurato l’Ospedale di Comunità di Calcinate: già accolti 50 pazienti È stato inaugurato ufficialmente l’Ospedale di Comunità di Calcinate, operativo dal mese di luglio. Finanziato con oltre 2,1 milioni di euro del Pnrr, il presidio dispone di 20 posti letto accreditati, di cui 15 già attivi, e accoglie pazienti fragili che necessitano di assistenza a bassa intensità. In pochi mesi di attività sono stati già presi in carico circa 50 pazienti per il proseguimento di terapie post-acute o per patologie che non richiedono il ricovero ospedaliero, come fratture, polmoniti o scompensi cardiaci. L’Ospedale si inserisce in un polo sanitario integrato che comprende la Casa di Comunità, 30 posti per subacuti e un hospice gestito con la Fondazione
DAL TERRITORIO
Ferb, con 14 posti letto destinati a salire a 19. Il personale è composto da 6 infermieri turnisti h24, 2 infermieri case manager, 6 operatori sociosanitari, una coordinatrice di struttura e 2 medici presenti sei giorni su sette, affiancati – a seconda dei casi – da assistenti sociali, fisioterapisti e specialisti. L’Assessore al Welfare Guido Bertolaso “La realizzazione dell’ospedale di Comunità di Calcinate rappresenta un tassello importante nel completamento del sistema sanitario lombardo. Si inserisce in una rete organizzata che parte dai medici di base e dalle Case di Comunità, prosegue con gli Ospedali di Comunità e arriva fino alle strutture ospedaliere di riferimento. L’Ospedale di Comunità svolge una funzione di filtro tra la medicina territoriale e quella di alta intensità, offrendo assistenza e cure a pazienti che non necessitano di ricoveri prolungati o terapie complesse. È un modello integrato che unisce sanità e sociale, rafforzando la presa in carico del cittadino in ogni fase del percorso di cura”.
Via Fornaci 6/F - VILLA D’ALMÈ (BG) - Tel. 035.545070 info@ortopediafagiani.com Novembre/Dicembre 2025 | Bergamo Salute | 57
DAL TERRITORIO
NEWS
NEWS Trapianti pediatrici: al Papa Giovanni XXIII arriva il software 3D che aumenta sicurezza e precisione Una nuova frontiera per la chirurgia pediatrica dei trapianti si apre all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. L’Unità di Epatologia e Gastroenterologia Pediatrica e dei Trapianti si è dotata di un innovativo software di ultima generazione per la ricostruzione tridimensionale delle immagini diagnostiche. Lo strumento, già operativo, è destinato a potenziare la sicurezza e la precisione negli interventi di trapianto di fegato sui bambini, ponendo l’ospedale tra i centri più avanzati a livello europeo. L’adozione della tecnologia è stata resa possibile grazie alla generosità di diverse realtà del territorio: l’Associazione Amici della Pediatria, maggiore sostenitore del progetto, insieme all’impresa Fratelli Ghilardi e all’Associazione We Parents della Bilingual British School. Il software, gestito in stretta collaborazione con la Chirurgia 3 – Trapianti Addominali, sfrutta un avanzato algoritmo di Intelligenza Artificiale (AI) per ricostruire in 3D organi e strutture anatomiche. Questa rappresentazione dettagliata fornisce un supporto cruciale ai medici in tre fasi essenziali: la pianificazione pre-operatoria, la guida in tempo reale durante l’intervento e la verifica post-operatoria dei risultati. Grazie a questo approccio multidi-
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sciplinare e tecnologico, la piattaforma permette di aumentare la sicurezza in sala operatoria e favorisce una ripresa post-intervento con un minor rischio di complicanze per i piccoli pazienti. Il sistema è stato presentato ufficialmente giovedì 23 ottobre 2025 alla presenza dei benefattori e delle équipe mediche. Per l’Associazione Amici della Pediatria ha partecipato la presidente Milena Lazzaroni, che ha sottolineato come l’impegno per l’adozione di “Synapse” (nome del software non specificato nel corpo della news) miri a offrire “ai bambini in attesa di trapianto più possibilità di cura e prospettive concrete di successo terapeutico. Un dono di speranza e di nuova vita per tanti bambini e per le loro famiglie”. Un sentito ringraziamento è giunto dal Direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII, Francesco Locati: “I volontari dell’associazione Amici della Pediatria ed i loro partner promuovono ininterrottamente iniziative concrete, per sostenere i pazienti più piccoli e allo stesso tempo l’attività clinica dei nostri professionisti. Stiamo utilizzando questa tecnologia per migliorare ulteriormente i risultati dell’attività di trapianto di fegato, che vede il nostro Ospedale tra i centri più attivi in Italia ed in Europa”.
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DAL TERRITORIO
FARMACIE
Il farmacista prescrittore nel Regno Unito: professionalità al servizio del cittadino in armonia con il medico ∞ A CURA DEL DOTT. STEFANO FUMAGALLI
Ho avuto la fortuna di essere selezionato per una “missione esplorativa” nel mondo della farmacia britannica, per prendere visione di un progetto innovativo che da alcuni anni l’NHS, il sistema di governo della salute pubblica d’oltremanica, sta sviluppando con un apparente discreto successo. Il progetto si chiama Pharmacy First e nasce con tre obiettivi: sollevare i Medici di Medicina Generale dalla mole di lavoro legata alle piccole patologie; offrire al cittadino una risposta più rapida, riducendo le liste d’attesa per le visite di base; e infine accelerare l’accesso alla terapia per disturbi che, se trascurati, possono evolvere in problematiche più serie. Crocevia di questo cambiamento è l’introduzione della figu-
ra del farmacista prescrittore: un professionista formato attraverso corsi specialistici, in grado di gestire e prescrivere trattamenti per una serie di patologie minori, sia in farmacia sia all’interno di studi medici. Il modello, oggi, non è esclusivo del Regno Unito e trova applicazioni simili in diversi Paesi europei e non solo. Le principali differenze con l’Italia La gestione delle farmacie in UK ha un’impronta molto liberale, con i vantaggi e le criticità che ciò comporta: più servizi e un numero maggiore di esercizi nei centri urbani – grazie a una legislazione più flessibile rispetto a quella italiana – ma minore capillarità nei territori meno popolati, dove l’apertura
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di una farmacia è una possibilità, non un obbligo. Diverse sono anche le figure professionali presenti: l’assistente di farmacia, che si occupa del rapporto con il pubblico e della consegna dei farmaci, e il farmacista, che svolge un ruolo più complesso, focalizzato sui servizi. Molti di questi – telemedicina, ECG, Misurazione continua della pressione arteriosa nelle 24 ore, analisi ematiche e urinarie, vaccinazioni e prenotazioni specialistiche – sono già offerti anche nelle farmacie italiane. Un servizio svolto in maniera differente è invece la dispensazione dei farmaci per contraccezione d’emergenza, che nel Regno Unito è erogata dal farmacista tramite un consulto riservato con la paziente e completamente a carico
del Servizio Sanitario Nazionale britannico. Un nuovo tipo di rapporto Nel Regno Unito si è voluto rafforzare il legame tra farmacista, medico e sistema sanitario attraverso due canali principali: > un sistema di televisita in farmacia, dove il medico consulta da remoto lo stato di salute del paziente, semplificando l’approccio terapeutico alla patologia e permettendo l’immediato inizio della cura; > il progetto Pharmacy First, che consente al farmacista di occuparsi direttamente di alcune patologie minori, prescrivendo i farmaci necessari, consentendo un approccio tempestivo alla cura ed evitando o limitando aggravamenti legati all’eventuale ritardo di inizio della terapia. Il servizio viene erogato in un ambiente riservato (Consultation room), nel rispetto totale della privacy; Le patologie per le quali il farmacista può esercitare il ruolo di prescrittore sono: infezioni urinarie non complicate, impetigine, sinusite, mal di gola, tonsillite, herpes e punture di insetto. Per queste patologie le prescrizioni seguono protocolli rigorosi, elaborati in collaborazione con la classe medica, e i farmaci sono selezionati in base ai sintomi e coperti dal Servizio Sanitario.
Le applicazioni di Pharmacy First Dai dati raccolti, il progetto Pharmacy First ha fatto registrare un aumento costante degli accessi in farmacia e un alto livello di soddisfazione dei cittadini. Parallelamente, i tempi d’attesa per una visita medica risultano in diminuzione, consentendo ai medici di concentrarsi sulle patologie più complesse e al Sistema Sanitario di ottimizzare le proprie risorse. L’attenzione alla collaborazione fra medico, farmacista e NHS mette il cittadino al centro di un sistema ideale, in un modello in cui ogni professionista contribuisce al benessere della comunità. Un approccio che, pur non nuovo, rappresenta una sintesi efficace di tecnologia, sanità e prevenzione. Anche in Italia, la sanità pubblica da tempo cerca di lavorare in questa direzione, con iniziative diverse ma orientate allo stesso obiettivo: garantire un’assistenza più efficiente e vicina al cittadino. Uno sguardo critico e costruttivo Pharmacy First è un progetto perfetto? No. È esaustivo e conclusivo? Nemmeno. Ma presenta aspetti assolutamente riproducibili anche nel nostro Paese. Per la mia esperienza, il farmacista italiano, grazie alla sua preparazione e al suo ruolo di primo contatto con il cittadino, potrebbe essere facilmente formato per un modello simile, diventando alleato del medico in un percorso di assistenza efficace e tempestiva. Invito chi
ORTOPEDIA TECNICA
DOTT. STEFANO FUMAGALLI Vicepresidente Ordine dei Farmacisti di Bergamo
legge a considerare queste riflessioni con spirito critico e costruttivo, come fanno da tempo il Governo britannico e gli operatori sanitari londinesi, che studiano i sistemi di altri Paesi per trarne spunti di miglioramento. È questa, dopotutto, la chiave per far evolvere l’offerta sanitaria: coinvolgere tutti gli attori, mantenendo il cittadino al centro. Solo attraverso un lavoro sinergico tra professionisti, istituzioni e cittadini si possono ottenere risultati significativi in termini di cura, prevenzione e soddisfazione, ottimizzando nel contempo le risorse ed evitando sprechi. Anche in Italia questa strada è già stata intrapresa con progetti di qualità e risultati apprezzabili. Ma per continuare a crescere occorre non cedere alla tentazione di pensare di aver già fatto tutto nel migliore dei modi: solo mantenendo viva la spinta al miglioramento si può fare sempre di più, e meglio.
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DAL TERRITORIO
TERZO SETTORE
Aiutiamoli: una rete di volontariato per la salute mentale
Un impegno quotidiano a fianco delle persone con disagio psichico e delle loro famiglie, tra sostegno diretto, formazione e advocacy. In un periodo in cui il tema della salute mentale assume sempre maggiore rilevanza sociale, l’associazione Aiutiamoli si distingue per il suo impegno concreto a supporto delle persone con sofferenza psichica e delle loro famiglie. Senza fini di lucro, l’organizzazione opera grazie all’azione diretta, personale e gratuita dei propri aderenti, che mettono a disposizione tempo, competenze e passione per creare una rete di supporto efficace e capillare. Fondata il 14 luglio
2003 e iscritta al Registro Provinciale di Bergamo dal 26 novembre dello stesso anno, Aiutiamoli ha come missione principale quella di sostenere i malati psichici e i loro familiari, operando nei settori dell’assistenza sociale e socio-sanitaria, della formazione e della tutela dei diritti civili. La struttura dell’associazione prevede un approccio multifattoriale: non si limita a interventi assistenziali, ma promuove anche iniziative culturali e formative volte a sensibilizzare la società sul tema della sa-
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lute mentale e a ridurre lo stigma che spesso circonda i disturbi psichici. Attività e servizi Aiutiamoli gestisce comunità e strutture dedicate ai soggetti psichiatrici, anche in convenzione con le ATS e altri enti pubblici. Queste strutture offrono un ambiente sicuro e protetto, dove gli utenti possono ricevere supporto e svolgere attività riabilitative, come laboratori occupazionali e interventi di sollievo, pensati per
Aiutiamoli Sede Legale TREVIGLIO - Via B. Rozzone, 2 aiutiamoli.treviglio@libero.it - Cod. Fis. 93028730161
favorire l’autonomia e lo sviluppo delle capacità personali. L’associazione svolge anche segretariato sociale per le famiglie in difficoltà, fornendo informazioni pratiche, orientamento ai servizi e accompagnamento nella gestione dei percorsi terapeutici. Tra i servizi offerti ci sono inoltre supporto psicologico, assistenziale, previdenziale e legale, pensati sia per gli assistiti sia per i soci volontari. Un’altra dimensione fondamentale dell’attività di Aiutiamoli è la formazione e la sensibilizzazione: l’associazione promuove convegni, conferenze, corsi e dibattiti sui temi della psichiatria, con l’obiettivo di migliorare le conoscenze, favorire un approccio consapevole e aiutare la popo-
Sedi Operative BONATE SOPRA (Sede) – Centro Puzzle Via Lombardia, 16 aiutiamoli.ponte@virgilio.it TREVIGLIO – Via B. Rozzone, 2 - aiutiamoli.treviglio@libero.it
lazione a superare pregiudizi e diffidenza verso le persone con disturbi mentali. Reti territoriali e collaborazioni Negli anni, Aiutiamoli ha sviluppato una solida rete di collaborazioni con ASST Treviglio e ASST Bergamo, enti locali, uffici di piano, gruppi di volontari e altre associazioni del Terzo Settore. Queste connessioni permettono di coordinare interventi integrati
e garantire che le risorse disponibili siano utilizzate in modo efficace, creando percorsi di supporto personalizzati per ogni utente. La costruzione di reti territoriali non si limita alla sola assistenza: Aiutiamoli si impegna anche a sollecitare la realizzazione e il funzionamento di strutture terapeutiche e riabilitative adeguate, verificandone l’efficacia e promuovendo eventuali miglioramenti, così da assicurare stan-
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DAL TERRITORIO
TERZO SETTORE
dard qualitativi elevati nell’offerta di servizi psichiatrici. Una missione che punta alla riabilitazione e all’autonomia Un principio cardine dell’associazione è la promozione dell’autodeterminazione dei soggetti psichiatrici. Attraverso attività di sostegno, laboratori e interventi mirati, Aiutiamoli incoraggia gli utenti a sviluppare capacità personali e competenze pratiche, favorendo così processi di riabilitazione efficaci e duraturi. Questo approccio non solo aiuta le persone a migliorare la propria qualità di vita, ma contribuisce anche a ridurre l’isolamento sociale, spesso presente nei casi di disagio psichico. Sensibilizzare per cambiare la percezione della società Uno degli obiettivi principali
dell’associazione è contrastare lo stigma e la marginalizzazione dei malati psichici. Attraverso campagne informative, incontri pubblici e attività formative, Aiutiamoli lavora per costruire una società più inclusiva, dove le persone con disturbi mentali possano essere viste come cittadini attivi, con diritti e potenzialità, e non come soggetti da emarginare. L’associazione Aiutiamoli rappresenta un esempio concreto di impegno nel Terzo Settore del territorio: un’organizzazione di volontariato che, grazie alla passione e alla competenza dei suoi membri, sostiene famiglie e persone con disagio psichico, promuove la formazione, tutela i diritti e contribuisce a costruire reti di supporto sul territorio. In un contesto dove la salute mentale assume sempre più rilevanza, Aiutiamoli dimostra come la solidarietà, la professio-
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nalità e la collaborazione possano fare la differenza, offrendo speranza e sostegno a chi ne ha più bisogno.
DISPLASIA MAXILLO-NASALE
A.R.M.R. Fondazione Ricerca Malattie Rare
INSIEME CONTRO LE MALATTIE RARE Le Malattie Rare sono un ampio gruppo di patologie (circa 7.000 secondo l’OMS), accomunate dalla bassa prevalenza nella popolazione (inferiore a cinque persone per 10.000 abitanti secondo i criteri adottati dall’Unione Europea). Con base genetica per l’80-90%, possono interessare tutti gli organi e apparati dell’organismo umano.
Codice di Esenzione. RNG040 Categoria. Malformazioni congenite. Definizione. La displasia maxillo-nasale è una patologia caratterizzata da ipoplasia e malformazioni del naso e dell’osso mascellare. Epidemiologia. La precisa incidenza della patologia non è nota. Maschi e femmine sono colpiti in egual misura. Segni e sintomi. La morfologia nasale è il marcatore principale della patologia. Il ponte nasale è schiacciato e slargato con assenza del fisiologico angolo frontonasale. Il setto è molto breve. Le ossa mascellari sono ipoplasie e ciò determina un filtro molto breve e semplificato e un prognatismo mandibolare relativo. Il palato è piuttosto alto e può essere fessurato. I denti sono piccoli e vi può essere malaocclusione. Talora sono presenti scoliosi e anomalie vertebrali, quali emivertebre o fusioni vertebrali. Eziologia. La patologia riconosce un’eziologia genetica, ma generalmente si tratta di casi sporadici. Occasionalmente, la patologia può riconoscere una trasmissione di tipo dominante. Alcuni bambini esposti in utero alla feritoia hanno manifestato sintomi sovrapponibili. Test diagnostici. La diagnosi è essenzialmente clinica.
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Giagnosi differenziale. Deve essere posta con altre condizioni quali: sindrome di Robinow (ipogenitalismo, malformazioni genitourinarie, anomalie scheletriche, in particolare a mani e piedi), condrodisplasia puntata (aspetto radiografico), acrodisostosi (bassa statura e caratteristiche alterazioni radiologiche distali) ed esposizione intrauterina a fentoina. Terapia. Non esiste una terapia specifica per la patologia.
Dottor Angelo Serraglio Presidente Commissione Scientifica Fondazione ARMR ETS Vicepresidente Fondazione ARMR ETS
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DAL TERRITORIO
IL LATO UMANO DELLA MEDICINA
Da spreco a risorsa: il modello Mt 25 che ridona dignità
∞ A CURA DI SARA CARRARA
Come un’associazione bergamasca trasforma eccedenze alimentari in sostegno concreto, ampliando il suo impatto anche nel 2025 C’è sempre un modo per contribuire, per impegnarsi e dare una mano, anche quando si è in difficoltà, anche quando si fatica, anche quando i primi ad avere bisogno siamo noi. È con questa convinzione che Gaetano Caruso e Maria Giovanna Pecoraro, rispettivamente 68 e 61 anni, entrambi medici in pensione, hanno fondato a Bergamo l’associazione Mt 25, ispirandosi al passo evangelico: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare». Quell’idea di fratellanza e solidarietà non è rimasta nel libro sacro: è diventata azione quotidiana. Da sempre la filosofia di Mt 25 è chiara: «Non si limita a prendere il pacco con la spesa, ma contribui-
sci a prepararlo, per te e per altri». Durante la distribuzione, Pecoraro controlla ogni passaggio: freschi, scadenze, confezioni, quantità. Non è beneficenza improvvisata, ma un “modello aziendale” applicato al volontariato. Nel 2024 l’associazione ha recuperato e redistribuito circa 300 tonnellate di alimenti per un valore stimato in 1 milione di euro. Le famiglie sostenute ogni settimana sono state 280 (anziché 250), un dato in crescita rispetto al passato. I beneficiari non sono solo destinatari passivi: molti danno una mano nel confezionamento o nella logistica, ripristinando un senso di dignità, offrendo un gesto concreto. I pacchi contengono
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soprattutto formaggi, salumi, pane, frutta, verdura, latte, scelti con attenzione nutrizionale e rispettando le esigenze familiari - numero di componenti, presenza di minori, condizioni economiche, credenze religiose. Mentre Mt 25 prosegue il suo impegno, emergono nel panorama bergamasco nuovi numeri che mostrano l’urgenza del tema. La Dispensa Sociale di Namastè e Ridò ha recuperato nel 2025 circa 169,937 tonnellate di cibo nel territorio bergamasco, uno dei volumi più alti mai registrati in zona. Sul fronte dell’azione istituzionale, il Comune di Bergamo e la Regione Lombardia continuano a promuovere politiche anti-spre-
co: per esempio il Comune ha previsto lo sconto Tari per chi dona eccedenze alimentari. Inoltre, nel 2025 l’associazione Mt 25 ha ricevuto un contributo di 5.000 euro dalla Fondazione Bpb (Banca Popolare di Bergamo) per sostenere la distribuzione gratuita di eccedenze alimentari a favore di famiglie in difficoltà. Secondo dati ufficiali e comunicazioni istituzionali, l’azione di Mt 25 nel 2024 ha generato un “impatto positivo netto”: si parla di risparmio di 420 tonnellate di CO2, equivalenti al rimboschimento di circa 27.995 alberi, risparmio idrico stimato pari a 432 milioni di litri, e benefici ambientali legati a suolo ed efficienza. Il valore complessivo dell’azione include anche l’impatto economico: le donazio-
ni, i prodotti recuperati, le attività operative, il supporto alle persone fragili - in tutto supera il milione di euro di “valore generato”. Nel notiziario locale, Mt 25 è descritta nel 2025 come una realtà con 28 volontari fissi, che continua a gestire in modo continuativo raccolte e distribuzioni. L’idea originaria risale al 2012, quando alcuni volontari della Parrocchia Sacro Cuore iniziarono a recuperare cibo invenduto da supermercati vicini e a distribuirlo a famiglie del quartiere. Nel 2016 il progetto assume forma ufficiale come associazione. Da quei primi passi (circa 75 famiglie coinvolte) si è passati a oggi. Il cambiamento più importante: trasformare l’azione in sistema, dare continuità, estendere la rete
di punti di approvvigionamento e collaborazioni, e portare il “fresco” al centro dell’azione sociale. Mt 25 è convenzionata con il Banco Alimentare della Lombardia e ritira merci da piattaforme logistiche e supermercati convenzionati. L’associazione dichiara che “100 % del cibo distribuito è recuperato, 0 % è acquistato”. Insieme ad altre realtà del territorio è inserita in tavoli di coordinamento e politiche locali: il Comune ha siglato protocolli anti-spreco, è attivo un Tavolo di Sostegno all’Alimentazione, e il sistema locale cerca di dare continuità alle iniziative. «Ci vorrebbero più sostegni», dicono Caruso e Pecoraro. Il loro modello necessita di visibilità, fondi, collaborazioni. È difficile tessere relazioni stabili con altri enti, tanto più che non esiste ancora in città un’anagrafe unitaria dei bisogni alimentari. Una delle sfide è armonizzare azioni sparse: molte associazioni operano in parallelo, senza coordinamento, perdendo potenziale. Mt 25 ha già aperto collaborazioni con le scuole, come il progetto in cui studenti dell’Istituto Alberghiero di San Pellegrino hanno realizzato biscotti con ingredienti donati da Mt 25 da destinare alle famiglie assistite. Un gesto che simboleggia “fare rete”. Tra le persone in fila nel magazzino di via Elba (o sedi attuali), troviamo italiani e stranieri, famiglie che arrivano da Bergamo o dai paesi vicini. Qualcuno apre la porta della dignità: «Con i soldi risparmiati dalla spesa, magari compri un vestito o paghi il doposcuola». Una donna, dicono i volontari, disse che per la prima volta dopo anni riuscì a far trascorrere ai figli “qualche giorno al mare”. E le stesse persone che ricevono aiuto, dicevamo, spesso diventano volontari: comporre pacchi, smistare, aiutare. Un circuito di reciprocità che rafforza il senso di comunità.
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DAL TERRITORIO
TESTIMONIANZA
Pedalare con Mr. Parkinson: la sfida di Mauro ∞ A CURA DI SARA CARRARA
La diagnosi non lo ha fermato: grazie allo sport e all’associazione ParkinsOnMove, Mauro Ambrosioni affronta la malattia con coraggio e positività. Dalla bicicletta alla solidarietà, un viaggio di 510 chilometri diventa simbolo di resistenza e speranza Mettere da parte le paure e guardare avanti: è così che Mauro Ambrosioni, 52 anni, ha deciso di affrontare il Parkinson. Originario di Chignolo d’Isola, oggi vive a Verdello con la famiglia e lavora come cuoco in una mensa aziendale. Sportivo da sempre, ha trovato nella bici il modo migliore per sentirsi vivo e non lasciarsi piegare dalla malattia, come raccontato da L’Eco di Bergamo. Lo dimostra la sua ultima impresa: 510 chilometri in cinque giorni, da Peschiera a Marina di Cecina, insieme all’associazione ParkinsOnMove. Con lui una trentina di volontari e pazienti che amano definirsi “Parkinsognanti”: persone che non si arrendono e scelgono di «far volare i sogni, con più sport e meno divano». Per Mauro non è stata solo una sfida atletica, ma un’occasione di condivisione e di riscatto.
allenamenti regolari quattro volte alla settimana e quasi diecimila chilometri percorsi ogni anno. Anche quando la diagnosi è arrivata, tre anni fa, non ha smesso di pedalare. «Mia madre aveva avuto il Parkinson a 54 anni – racconta – e sapevo bene cosa significasse convivere con questa malattia. La differenza è che io ero già molto allenato e in buona forma fisica, questo mi ha aiutato ad affrontare meglio la situazione». I primi segnali erano arrivati durante un’uscita: difficoltà a infilare un guanto, rigidità al braccio. Da lì la trafila di esami, fino alla conferma del
Per anni si era dedicato all’atletica, fino a quando problemi alle ginocchia lo hanno costretto ad abbandonare la corsa. Da undici anni è passato alla bicicletta, con 68 | Bergamo Salute | Novembre/Dicembre 2025
neurologo. La reazione di Mauro, però, è stata insolita: non un crollo, ma un tatuaggio sul polpaccio raffigurante un ciclista in tuta spaziale con lo sfondo di Città Alta e i colori dell’Atalanta. «Per ricordare che il Parkinson dà difficoltà, ma non impedisce di guardare avanti. Si convive meglio se lo si accetta, senza farsene schiacciare». Il viaggio in Toscana con i compagni di avventura è stato la dimostrazione concreta di questo spirito. Salite ripide, caldo torrido, qualche caduta e foratura non hanno fermato il gruppo. «Chi stava meglio accompagnava chi era più in difficoltà. Nessuno è stato lasciato indietro. Quello che mi ha colpito di più sono stati gli abbracci, la solidarietà, la voglia di ridere anche nella fatica». Tra i partecipanti c’era chi faticava a camminare ma riusciva a pedalare meglio: un insegnamento prezioso su quanto lo sport possa diventare alleato. Dal confronto con altri pazienti è nata l’associazione ParkinsOnMove. «Abbiamo deciso di unirci per vivere in mo-
do attivo, fare sport insieme, ma anche per smontare gli stereotipi che circondano il Parkinson. Chi non vive questa malattia non può comprenderla fino in fondo». In breve tempo i soci sono passati da 22 a 100, sparsi in tutta Italia, con iniziative che spaziano dal trekking alla pubblicazione di un libro di testimonianze. Il viaggio dei “Parkinsognanti” non si ferma: il prossimo obiettivo è Paestum, poi la Calabria e infine la Sicilia. La forza del gruppo si accompagna al supporto scientifico: l’associazione collabora con il Policlinico San Marco di Zingonia, dove vengono monitorati gli effetti benefici dello sport sulla malattia. «Lo sport – sottolinea Mauro – è una vera terapia. Quando avverto rigidità o stanchezza salgo in bici e al ritorno sto meglio. È una sensazione comune a tanti
di noi: ci sentiamo vivi, meno appesantiti dalla malattia, più liberi». Anche la famiglia, pur tra preoccupazioni iniziali, è diventata un punto di forza. Non è stato semplice per il figlio diciottenne affrontare la realtà dopo le prime immagini viste su internet, ma oggi ha imparato che la malattia non cancella la possibilità di vivere pienamente. «Cerco di adattarmi con leggerezza – spiega Mauro – e non rinuncio a ciò che facevo prima. Qualche volta la fatica è maggiore, ma non mi fermo». Dall’esperienza del viaggio Mauro si è riportato a casa una carica di energia nuova: «Mi sono accorto che dedico più tempo allo sport rispetto a prima della diagnosi. È diventato un modo per stare meglio, per buttare via la negatività e la paura. Anche se Mr. Parkinson è sempre lì, noi possiamo decidere
In questa rubrica pubblichiamo la storia di una persona che ha superato un incidente, un trauma, una malattia e con il suo racconto può dare speranza agli altri. Vuoi raccontare la tua storia su Bergamo Salute?
Scrivici su facebook o redazione@bgsalute.it! come affrontarlo». E il futuro? Mauro lo guarda con concretezza, senza illusioni ma anche senza angoscia. «Vivo intensamente il presente, assaporando anche le piccole cose. La ricerca potrebbe portare una cura, ma intanto continuo a pedalare. Perché la vita, nonostante tutto, è ancora bellissima».
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DAL TERRITORIO
BERGAMOX1000
Bergamo X1000: la solidarietà che fa bene a tutti ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Il progetto di welfare territoriale promosso da PTEAM e sostenuto dagli imprenditori bergamaschi continua a crescere, tra eventi, donazioni e storie di vita salvate. Negli ultimi mesi dall’avvio ufficiale, Bergamo x 1000 ha proseguito il suo cammino con nuove iniziative e momenti di condivisione che hanno rafforzato il legame con il territorio. Il progetto, nato per donare mille prestazioni sanitarie alla comunità e promuovere la cultura della prevenzione, continua a dimostrare che la salute può essere davvero un bene comune. Una delle tappe più recenti – e altrettanto sentite – è stata una serata di beneficenza organizzata presso Manuè Ristorante Pizzeria e Friggitoria di Pedrengo, dove personale e titolare hanno indossato con orgoglio la maglietta di Bergamo x 1000. Parte del ricavato è stato devoluto all’iniziativa, trasformando un momento conviviale in un gesto concreto di solidarietà e partecipazione. La voce della prevenzione Il messaggio del progetto ha trovato spazio anche in radio, grazie
all’intervento di Jenny, amministratrice di PTEAM, ospite della rubrica “Storie di Vita” su Bam Radio. Un’occasione preziosa per raccontare l’esperienza di Bergamo x 1000 e sensibilizzare il pubblico sull’importanza della prevenzione e del welfare condiviso. «Chi può aiuta chi non può, sempre e comunque»: è il mantra che accompagna ogni azione del progetto, un principio semplice e potente che invita a riscoprire il valore dell’aiuto reciproco come base per una comunità più equa e coesa. Un patto di comunità Il dialogo con il territorio si è arricchito anche attraverso la partecipazione a un evento dedicato alla pace e alla cooperazione sociale, dove la sindaca di Levate ha accolto con entusiasmo la proposta di portare Bergamo x 1000 nel proprio Comune. Da quell’incontro è nato un accordo di collaborazione con la Comu-
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nità Papa Giovanni XXIII, impegnata nel recupero e reinserimento di persone provenienti da situazioni di fragilità, come ex tossicodipendenti ed ex detenuti. Un segno tangibile di come la solidarietà possa creare ponti tra mondi diversi, uniti da un obiettivo comune: prendersi cura degli altri. Il progetto è stato protagonista anche in occasione di una competizione ciclistica organizzata da Vanotti Cycle, partner dell’iniziativa, che ha voluto offrire spazio e visibilità a Bergamo x 1000 durante la manifestazione. Un modo per promuovere la prevenzione attraverso lo sport, coinvolgendo atleti e famiglie in una riflessione sul benessere inteso non solo come performance fisica, ma come equilibrio tra salute, partecipazione e solidarietà. Nuove alleanze per una salute condivisa Bergamo x 1000 cresce e si rafforza ogni giorno grazie al con-
tributo concreto di persone, aziende e realtà locali che decidono di fare la differenza. Tra i nuovi sostenitori spicca Bergamo Divise, azienda specializzata da oltre vent’anni nella fornitura di abbigliamento professionale per ogni settore. A guidare questa scelta è stato Marzio Ghiroldi, titolare, che ha sposato con convinzione i valori del progetto. La sua adesione non si limita a un contributo economico: Marzio ha deciso di diventare socio di MBA, assicurando così anche a sé stesso e ai propri collaboratori un accesso facilitato alla salute. Una scelta coerente con la filosofia aziendale che pone sempre la persona al centro, dietro ogni divisa, ruolo o funzione. Ma c’è di più. Ghiroldi ha espresso la volontà di diffondere attivamente l’iniziativa all’interno della propria rete di contatti — farmacie, professionisti e clienti — contribuendo così alla crescita di una consapevolezza collettiva: la prevenzione, per essere efficace, deve essere conosciuta, capita e condivisa.
Quando la prevenzione salva davvero la vita Nel frattempo, le erogazioni delle visite e delle prestazioni sanitarie proseguono grazie alla rete costruita da PTEAM in collaborazione con Banca delle Visite e le farmacie del territorio. Tra queste, la Farmacia Mauri di Ponte San Pietro si distingue per l’impegno e la costanza nel promuovere screening gratuiti e attività di sensibilizzazione. Proprio in una di queste occasioni, un semplice elettrocardiogramma ha permesso di individuare un’anomalia cardiaca in una donna apparentemente in salute, che è stata subito indirizzata al pronto soccorso. Un intervento tempestivo che le ha salvato la vita, confermando ancora una volta quanto la prevenzione possa fare la differenza. Con Bergamo x 1000, Jenny e il team di PTEAM stanno costruendo una rete virtuosa di imprese, cittadini e istituzioni che credono nella responsabilità sociale e nel valore dell’aiuto reciproco. L’obiettivo resta quello di donare mille
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Scrivici su facebook o redazione@bgsalute.it!
prestazioni sanitarie, ma il vero traguardo è un altro: diffondere una cultura della salute accessibile, solidale e partecipata. Ogni contributo, piccolo o grande che sia, diventa parte di un movimento che fa bene a chi riceve e a chi dona. Perché quando la prevenzione diventa un gesto condiviso, la cura smette di essere un privilegio e diventa un diritto per tutti.
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ACI
SICUREZZA SULLA STRADA
Quando si guida ci vuole concentrazione massima ∞ A CURA DI VALERIO BETTONI*
Spazio ai numeri per cominciare: al 29 settembre 2025 le vittime bergamasche sulla strada erano 49 (in tutto il 2024 erano state 44). A queste vanno aggiunte quattro persone morte in incidenti sul nostro territorio, ma residenti fuori provincia. Il tragico bollettino è aggiornato da Ivanni Carminati, presidente della “Associazione familiari vittime della strada”. Penso a queste vite stroncate e alle famiglie, alle comunità di parenti e amici che piangono la loro perdita e restano con un vuoto incolmabile, che li segnerà per sempre! Dal 14 dicembre 2024 è in vigore il nuovo Codice della strada. Quella che resta comprovata dall’evidenza quotidiana è la pericolosità della circolazione. Sulla tangenziale A51 a Milano, il 29 gennaio di questo 2025, ha perso la vita Fabio Postiglione, una firma del “Corriere della Sera”. Il suo collega Aldo Cazzullo ha voluto fare una ricognizione in auto sulle
tangenziali milanesi, volutamente non nell’ora di punta. Più che inquietante il suo “report”. Traffico mostruoso, insicurezza massima, aggressività latente. «Si passa di continuo da due a quattro corsie, poi di nuovo a due, rigorosamente senza la corsia d’emergenza. Cantieri e strettoie. Code infinite per l’uscita a Sesto San Giovanni. Tir in sorpasso sulla quarta corsia. Suv che ti tallonano a pochi centimetri dal paraurti lampeggiando per chiedere strada. Nessuno o quasi rispetta i limiti di velocità. Quel che è peggio, la sensazione è di impunità assoluta. Nessun controllo. Tutti contro tutti». Non so quante volte ho lamentato questo stato di eccessi, infrazioni di ogni ordine, irresponsabilità di molti che guidano e continuano, anche con il nuovo Codice, a concedersi distrazioni con il telefonino. Immancabile, come conclusione, la richiesta di aumentare la sorveglianza, sia delle forze dell’ordine sia con rilevamenti
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tecnologici nei punti più a rischio. Come ACI di Bergamo noi siamo attivamente mobilitati sull’incessante cantiere della costruzione di argini di “responsabilità” – la nostra parola d’ordine – perché le strade siano sicure per tutti. Questo resta il nostro traguardo immutabile di presenza, di servizio e di impegno. “Mola mìa”, mai mollare, quando c’è di mezzo la salvaguardia della sicurezza di ognuno a esigerlo. Ed è quanto ha raccomandato il campionissimo del motociclismo mondiale Giacomo Agostini alla presentazione del nostro libro ACI, “Strade sicure per tutti”. Queste le sue parole: «Quando guidi una moto o una macchina è come avere una rivoltella carica e il colpo può partire in un qualsiasi momento. Io vado tutti i giorni in moto e in auto e vedo cose che fanno inorridire. Sulla strada ci vogliono prudenza e concentrazione massima». * Presidente ACI di Bergamo
troverai inoltre specialisti in: OSTEOPATIA MEDICINA DEL LAVORO PSICOLOGIA - PSICOTERAPIA MASSOTERAPIA- FISIOTERAPIA TECARTERAPIA EVOLUTIVA CRYOTERAPIA
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GUIDA ALLE PROFESSIONI SANITARIE
Chi cura fatica a prendersi cura di sé: la salute mentale degli operatori sanitari ∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Uno studio OMS condotto su oltre 90.000 medici e infermieri evidenzia ansia, depressione e pensieri suicidari. La salute di chi cura è un indicatore di sicurezza sanitaria. Il paradosso della professione sanitaria Esiste un paradosso silenzioso negli ospedali europei: chi dedica la propria vita alla cura degli altri spesso fatica a prendersi cura di sé. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/Europa) ha analizzato oltre 90.000 medici e infermieri di 29 Paesi con l’indagine MeND (Mental Health of Nurses and Doctors), evidenziando un quadro di malessere diffuso. Nonostante l’attenzione alla salute psicologica stia crescendo in diversi contesti lavorativi, nelle strutture sanitarie i professionisti continuano a soffrire in maniera significativa. Secondo i dati raccolti, circa un medico su tre e un infermiere su tre soffrono di ansia o depressione, con percentuali in Italia che raggiungono il 28% per i medici e il 32% per gli infermieri. Ancora
più preoccupante, uno su dieci ha avuto pensieri suicidi nelle due settimane precedenti l’indagine, un segnale drammatico dell’impatto delle condizioni di lavoro sulla salute mentale del personale sanitario. Questi numeri evidenziano come la cura degli altri, se non accompagnata dalla cura di sé, possa diventare una trappola pericolosa per il benessere psichico. Orari, carichi e contratti: il peso della professione Il malessere psicologico si lega strettamente alle condizioni lavorative. Turni massacranti, notti in corsia, reperibilità costante, sovraccarico operativo e contratti temporanei contribuiscono a creare un ambiente stressante. Un medico su quattro lavora oltre 50 ore settimanali, mentre un terzo degli operatori europei
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ha subito episodi di bullismo o minacce, e circa il 10% violenza fisica o molestie sessuali. In Italia, l’indagine MeND rivela che quasi un terzo dei medici e un quarto degli infermieri lavorano con contratti temporanei. Le condizioni precarie, unite a carichi di lavoro e turni estenuanti, si associano a un aumento significativo dei sintomi ansiosi, depressivi e dei pensieri suicidi. Il direttore regionale dell’OMS per l’Europa, Hans Henri P. Kluge, commenta: “È una crisi della sicurezza sanitaria. Possiamo agire subito, imponendo tolleranza zero contro la violenza, riformando i turni e riducendo i carichi di lavoro, investendo in assunzioni e nuove tecnologie”. La dedizione che rischia di diventare pericolo Nonostante le difficoltà, la maggior parte dei professionisti man-
tiene un forte senso di missione: tre medici su quattro e due infermieri su tre dichiarano di trovare significato nel proprio lavoro. Tuttavia, questa dedizione può avere un effetto collaterale: spesso i professionisti sottovalutano i propri limiti e rimandano la cura di sé in nome della missione professionale. Molti operatori riferiscono di essere esausti fisicamente e mentalmente, con un rischio concreto di errori potenzialmente gravi per i pazienti. La prolungata esposizione alla sofferenza altrui può generare la cosiddetta compassion fatigue, una stanchezza emotiva dovuta alla cura dei pazienti, che aumenta la vulnerabilità dello stesso operatore. La combinazione di stress emotivo, turni estenuanti e precarietà contrattuale rende quindi cruciale tutelare la salute mentale di chi lavora in ospedali e ambulatori. Conseguenze e impatto sulla sicurezza dei pazienti La ricerca MeND sottolinea co-
me la sofferenza psicologica del personale non sia un problema isolato. Medici e infermieri stressati sono più soggetti a errori clinici, incidenti e cali nella qualità delle cure, elementi che possono compromettere la sicurezza dei pazienti. In altre parole, il benessere del personale sanitario diventa un indicatore diretto della qualità e della sicurezza del sistema sanitario stesso. Inoltre, il clima di insicurezza e violenza sul lavoro – episodi di bullismo, minacce e molestie – può aumentare l’isolamento dei professionisti, ostacolando la creazione di un ambiente collaborativo e sicuro per tutti. Strategie e cambiamento culturale L’OMS indica sette azioni chiave per affrontare la crisi: tolleranza zero per la violenza, turni più prevedibili, gestione equa degli straordinari, riduzione dei carichi di lavoro, formazione dei leader, supporto psicologico e monito-
raggio costante del benessere degli operatori. Un cambiamento culturale è altrettanto essenziale: bisogna superare il mito dell’invulnerabilità dei professionisti sanitari, riconoscere il diritto alla fragilità e legittimare la richiesta di aiuto come parte integrante della professionalità. Solo tutelando la salute mentale di medici e infermieri sarà possibile garantire una sanità sicura e sostenibile, capace di proteggere i pazienti e sostenere chi lavora ogni giorno in corsia e negli ambulatori.
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STRUTTURE
CASA MIA VERDELLO
L’importanza dell’alimentazione nella RSA “Casa Mia” di Verdello Una cura che parte dalla cucina Alla RSA Casa Mia di Verdello, il momento del pasto non è soltanto un’esigenza quotidiana, ma un vero e proprio gesto di cura. Qui l’alimentazione è considerata parte integrante del benessere psicofisico degli ospiti, un’occasione per mantenere abitudini, stimolare ricordi e favorire la socialità. A rendere possibile tutto questo è la presenza di una cucina interna, gestita da una brigata di professionisti che ogni giorno prepara piatti equilibrati, curati e personalizzati. Una brigata al servizio del benessere La squadra è composta dal capo cuoco Matteo Uberti, dai cuochi Davide Giavazzi e Antonella Giassi, e dalle addette cucina P. Giassi e L. Orlvoschi. Oltre alla qualità delle preparazioni, l’attenzione è rivolta alle esigenze specifiche di ciascun ospite: diete personalizzate, consistenze modificate per chi ha difficoltà di masticazione o deglutizione e menù che rispettano i gusti individuali, senza rinunciare al piacere della buona tavola. 76 | Bergamo Salute | Novembre/Dicembre 2025
CASA MIA VERDELLO Verdello (BG) Via XXV Aprile, 9 Tel. 035.871.959 Fax. 035.88.24.40 verdello@emeis.com
Uberti è salito sul podio del Trofeo Culinario emeis ITALIA, conquistando il terzo posto in squadra con la coordinatrice infermieristica Debora Sica, a conferma della collaborazione tra cucina e reparto assistenziale. E il percorso non si ferma: a novembre 2025 Uberti parteciperà nuovamente alla competizione, questa volta insieme alla referente alberghiera Rosangela Duzioni, con l’obiettivo di portare in alto ancora una volta il nome della RSA verdellese.
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Cibo e relazioni In una RSA moderna e attenta alla persona, il cibo è parte integrante del progetto assistenziale. Non si tratta solo di nutrire, ma di valorizzare la quotidianità, stimolare ricordi del vissuto fuori dalla struttura, favorire relazioni e mantenere la salute degli ospiti. Nella filosofia di Casa Mia, il pasto è anche un momento di incontro. I familiari possono infatti condividere il pranzo con i propri cari,
ogni giorno, inclusi weekend e festività, quando vengono proposti menù speciali. La gestione interna della cucina consente inoltre di intervenire con rapidità su eventuali necessità o cambiamenti, garantendo sempre qualità e personalizzazione.
Nutrire è un atto di cura L’esperienza di Casa Mia dimostra come una cucina interna possa essere molto più di un servizio: è un contributo concreto alla qualità della vita degli ospiti. Come amano ricordare nella struttura: “Per tutti noi, nutrire è un atto di cura”.
Premi e riconoscimenti Il lavoro della brigata di Casa Mia ha ottenuto negli anni diversi riconoscimenti a livello nazionale. Nel 2016 la struttura ha vinto il primo premio alla Gara Nazionale di Ristorazione di Qualità nei Centri di Servizio alla Persona, svoltasi a Bologna, con una reinterpretazione della “Cotoletta e patatine” in versione a consistenza modificata — una ricetta che permette anche a chi ha difficoltà di masticazione di gustare piatti della tradizione italiana. Nel 2024, il cuoco Matteo Novembre/Dicembre 2025 | Bergamo Salute | 77
STRUTTURE
FONDAZIONE DON STEFANO PALLA ONLUS
Fondazione Don Stefano Palla ONLUS: cresce il polo per la salute in alta Valle Brembana
Prevenzione, cura e sostegno sociale: un progetto condiviso da 20 Comuni per un territorio più vicino ai suoi cittadini. Un nuovo centro per la salute e per la comunità La Fondazione Don Stefano Palla Onlus è da decenni un punto di riferimento per la salute, la prevenzione e il sostegno alle famiglie dell’Alta Valle Brembana. Oggi, questo impegno prende forma concreta con la realizzazione di un nuovo polo sanitario a Piazza Brembana, pensato per offrire servizi più ampi, accessibili e di qualità. Il progetto, ormai in fase di completamento, prevede due corpi di fabbrica: da un lato la ristrutturazione di un edificio esistente, che accoglierà il consultorio familiare; dall’altro la
costruzione di una nuova sede prefabbricata, disegnata appositamente per ospitare gli ambulatori specialistici. Una struttura moderna e sostenibile, concepita per essere accogliente e funzionale, a misura di paziente e di famiglia. Ambulatori specialistici e professionalità al servizio del territorio Il nuovo polo permetterà di ampliare e potenziare i servizi sanitari già esistenti, con un’offerta che comprende ambulatori specialistici in diverse aree: ecografica, podologica, cardiologica, ortopedica, urologica, dermatologica,
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ginecologica, nutrizionale, fisiatrica, fisioterapica, massoterapica e osteopatica. Ogni ambulatorio sarà gestito da professionisti altamente qualificati, già attivi presso la sede attuale, che opereranno in sinergia per garantire percorsi diagnostici e terapeutici completi.
FONDAZIONE DON STEFANO PALLA ONLUS Piazza Brembana (BG) Via Monte Sole, 2 info@donpalla.org
costante nelle attività quotidiane. Un’attenzione speciale è rivolta anche alle persone fragili e ai loro familiari, grazie ai Caffè Alzheimer e ai Caffè Sociali, iniziative gratuite che offrono spazi di incontro, compagnia e sollievo. Due o tre pomeriggi alla settimana, gli ambienti della Fondazione diventano luoghi di socialità, condivisione e respiro per chi si prende cura dei propri cari. Questi progetti rappresentano al meglio la missione della Fondazione: unire cura, prevenzione e umanità, creando comunità e inclusione attorno al valore della salute.
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Nel consultorio familiare continueranno a lavorare ostetriche, ginecologi, infermieri, psicologhe e assistenti sociali, con un approccio integrato che unisce salute fisica, equilibrio psicologico e benessere relazionale. L’obiettivo è chiaro: portare la sanità di qualità vicino ai cittadini, riducendo la necessità di spostarsi verso la città e rafforzando il legame con il territorio. Una fondazione radicata nella comunità La Fondazione Don Stefano Palla Onlus è un’eccellenza non solo sanitaria ma anche sociale. È infatti una fondazione partecipata dai 20 Comuni dell’Alta Valle Brembana, che lavorano insieme per garantire ai propri abitanti servizi efficienti, equi e sostenibili. Ogni progetto nasce da un principio di solidarietà territoriale: la convinzione che la salute non debba essere un privilegio, ma un diritto garantito anche nelle aree montane. Il consultorio familiare, ad esempio, è fortemente radicato nel tessuto locale e promuove attività di educazione e prevenzione nelle scuole della Valle, affrontando temi legati all’affettività, alla crescita e al benessere dei giovani. La Fondazione, insomma, non resta chiusa nelle proprie
mura: esce sul territorio, incontra le persone, ascolta i bisogni e costruisce relazioni di fiducia. È una presenza viva e concreta che accompagna le famiglie nelle diverse fasi della vita. Servizi territoriali e iniziative per la socialità Accanto ai servizi sanitari e consultoriali, la Fondazione coordina anche una rete di servizi territoriali di prossimità, tra cui il programma RSA Aperta, che offre assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti, e il Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD), dedicato a chi ha bisogno di supporto
Guardare avanti: salute come bene comune Con il nuovo polo sanitario e con i progetti di rete già attivi, la Fondazione Don Stefano Palla Onlus consolida il suo ruolo di punto di riferimento per l’Alta Valle Brembana. Un modello virtuoso di welfare territoriale, capace di coniugare innovazione, competenza e solidarietà. La Fondazione continua a guardare avanti, progettando nuovi spazi e servizi per una sanità sempre più vicina, accessibile e umana. Perché, come ricorda spesso chi lavora in questa realtà, la salute è il primo passo verso una comunità più forte, coesa e solidale.
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Dott.Paolo PaoloPrevitali PrevitaliMedico MedicoChirurgo ChirurgoOdontoiatra Odontoiatra Dott. Dott. Federico Previtali Odontoiatra Dott. Federico Previtali Odontoiatra
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REALTÀ SALUTE
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Parkinsoniani bergamaschi discutono del problema “truffe” Giovedì 16 ottobre 2025 si è tenuto presso l’Auditorium di CARISMA un importantissimo incontro, organizzato dalla sezione di Bergamo dall’Associazione Italiana Parkinsoniani Truffe ad anziani e persone fragili - Prevenire e come affrontarle - Riconoscerle per difendersi. Dopo il messaggio di apertura del Presidente dell’AIP di Bergamo e Vicepresidente Nazionale Marco Guido Salvi, sono seguiti i saluti da parte di: dott.ssa Francesca Ferraro - Vicario del Questore di Bergamo; dr. Fabrizio Lazzarini - Direttore Generale di CARISMA; dell’Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Bergamo dott.ssa Marcella Messina e dell’ Avv. Gabriele Forcella - Presidente dell’Unione Bergamasca Consumatori. Sono seguiti gli interventi più specifici a cura della Dott.ssa Marta Casati- Commissario Capo della Questura di Bergamo e degli Avvocati Gaia Bonfiglio e Gabriele Forcella dell’Unione Bergamasca Consumatori. Ne è emerso un quadro preoccupante in cui i truffatori si aggiornano costantemente innovando le proprie tecniche di approccio e gli strumenti che utilizzano con lo scopo di conquistare la fiducia della “vittima”/“malcapitato” per poi rifilargli il “bidone”. Le truffe, che sono definite un reato ignobile e particolarmente insidioso, negli ultimi tempi sono diventate un fenomeno molto diffuso ed in aumento. Vittime di questi reati sono gli anziani e le persone comunque fragili facilmente raggirabili, ma
può capitare a chiunque, indipendentemente dall’età, di trovarsi in situazioni di raggiro e imbroglio e per questo è definito un fenomeno insidioso e trasversale. Nel corso dell’incontro sono stati presentati casi pratici di truffe cercando di cogliere i punti critici delle diverse situazioni e le possibili vie di uscita. Sono stati dati alcuni semplici consigli che se messi in pratica potrebbero evitare moltissime potenziali truffe. Per prima cosa, se non preventivamente informati dall’organo competente ed in modo corretto (no mail o telefonate) è stato raccomandato di non fare entrare in casa per nessun motivo persone estranee e sconosciute per esempio tecnici del Comune, delle assicurazioni, dell’ acquedotto, delle reti elettriche, telefoniche e del gas ecc. In oltre è assolutamente importante non dare mai a nessuno i propri dati sensibili né per telefono né per mail/Whatapp/ sms. Occorre tenere presente che i dipendenti di Banche, Enti pubblici, Assicurazioni non possono mai domandare queste informazioni definite sensibili. In generale inoltre occorre prestare molta attenzione e diffidare delle persone che vogliono far decidere con molta fretta per concludere qualsiasi contratto di vendita o altro. Al minimo sospetto di trovarsi in una situazione critica di raggiro, di chiamare le Forze dell’Ordine al numero 112. Al riguardo la
Dirigente della Questura ha raccomandato di non avere nessun timore a chiamare Polizia Carabinieri o Guardia di Finanza. Le vittime subiscono, non solo un danno economico, ma anche un forte trauma psicologico. Sovente a prevalere è il senso di colpa e di vergogna per essere stati ingannati, elementi che portano a chiudersi in sé stessi, scoraggiando richieste di aiuto e denunce. A molte vittime sono talvolta venute delle ossessioni per esempio la paura di rimanere soli in casa, l’ angoscia di avere sempre porta e finestre chiuse, il timore e il sospetto verso tutte le persone che, per un qualsiasi motivo, si avvicinano. Oltre all’attualità del tema affrontato, per l’ottima esposizione e per l’elevata competenza ed esperienza dei relatori, è stato un incontro, a parere di tutti, molto interessante, seguito con attenzione dal pubblico. Il Presidente Salvi, visibilmente molto soddisfatto ha detto che AIP di Bergamo si propone come obiettivo di migliorare la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie. In questa ottica l’Associazione ha ritenuto importante anche affrontare problematiche di interesse generale come quello delle truffe.
AIP Parkinsoniani Bergamo Via Monte Gleno, 49 - Bergamo 035.244561 - 327.3983318 www.aipbergamo.it
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Bergamo Salute anno 15 | n° 87 Novembre | Dicembre 2025 Direttore Responsabile Claudio Gualdi Redazione Ivana Galessi redazione@bgsalute.it Grafica e impaginazione Marta Milani, AD Communication Fotografie e illustrazioni Shutterstock, Adriano Merigo Stampa Sigraf. Via Redipuglia, 77 - 24047 Treviglio (BG) Casa Editrice Devon Srl Via Libertà, 29 - 24068 Seriate (BG) Tel. 035 0741903- info@devonsrl.com Pubblicità info@bgsalute.it Hanno collaborato Sara Carrara, Ivana Galessi, Caterina Roncalli, Claudio Gualdi
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Dott. Diego Bonfanti - Oculista Dott.ssa Maria Viviana Bonfanti Medico Veterinario Dott. Rolando Brembilla - Ginecologo Dott.ssa Alba Maria Isabella Campione Medicina Legale e delle Assicurazioni Dott. Andrea Cazzaniga Idrologo Medico e Termale Dott. Sergio Clarizia - Pediatra Dott. Marcello Cottini - Allergologo Pneumologo Dott. Giovanni Danesi - Otorinolaringoiatra Dott. Adolfo Di Nardo - Chirurgo generale Dott. Nicola Gaffuri - Gastroenterologo Dott.ssa Daniela Gianola - Endocrinologa Dott. Antoine Kheir - Cardiologo Dott.ssa Grazia Manfredi - Dermatologa Dott. Massimo Masserini - Psicologo Psicoterapeuta - Sessuologo clinico Dott. Roberto Orlandi Ortopedico Medico dello sport Dott. Paolo Paganelli - Biologo nutrizionista Dott. Antonello Quadri - Oncologo Dott.ssa Veronica Salvi - Ostetrica Dott. Orazio Santonocito - Neurochirurgo Dott.ssa Mara Seiti - Psicologa - Psicoterapeuta Dott. Sergio Stabilini - Odontoiatra Dott. Giovanni Taveggia Medicina Fisica e Riabilitazione Dott. Massimo Tura - Urologo Dott. Paolo Valli - Fisioterapista
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