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Bergamo Salute - 2026 - 90- maggio/giugno

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CARDIOLOGIA PLACCHE CORONARICHE E CALCIO: COME RIDURRE IL RISCHIO 32

STILI DI VITA TROMBOSI: PREVENIRLA CON LE ABITUDINI QUOTIDIANE 38

PSICOLOGIA

FAME EMOTIVA: IL CIBO COME RISPOSTA ALLE EMOZIONI

40

COPPIA IL BELLO E LA BESTIA: LE DUE FACCE DELL’ABUSATORE 6

20 DON ROBERTO TRUSSARDI - CARITAS«Più attenzione alle donne e agli anziani che vivono in strada»: il Dormitorio Galgario non basta e la Caritas aumenta le accoglienze.

numero

) EDITORIALE

5 Un’opportunità di equilibrio

) SPECIALITÀ A-Z

6 Cardiologia

Placche coronariche e calcio. Come la tecnologia riduce il rischio cardiovascolare

10 Endocrinologia

Neoplasie neuroendocrine.

Una realtà non così insolita

14 Neurologia

Neurologia di prevenzione e longevità

) PERSONAGGIO

20 «Più attenzione alle donne e agli anziani che vivono in strada».

Il Dormitorio del Gagario non basta e la Caritas aumenta le accoglienze

) STRUTTURE

24 Casa di Cura Palazzolo

26 Casa Mia Verdello

) REALTÀ SALUTE

29 C.S. MATERASSI

31 AIP PARKINSONIANI BERGAMO

) IN SALUTE

32 Stili di vita

Trombosi e stili di vita.

Quando la prevenzione passa dalle abitudini quotidiane

34 Alimentazione

Dieta Mediterranea. Il ritorno alla semplicità che fa bene alla salute

Anno 16 Maggio | Giugno 2026

) IN ARMONIA

38 Psicologia

Fame emotiva.

Quando il cibo diventa una risposta alle emozioni

40 Coppia

Il bello e la bestia

) IN FAMIGLIA

42 Diventare mamma

Endometriosi.

Conoscerla per viverla meglio

44 Anziani

Invecchiamento attivo. Vivere più a lungo, vivere meglio

) IN FORMA

46 Fitness

Munz Floor.

Il fitness lento che rigenera il corpo dall’interno

50 Bellezza

Chirurgia estetica. Tra crescita della domanda e nuove tendenze

) RICETTA

52 Torta salata con cipolle rosse e spinaci

) RUBRICHE

54 Animali

Mobilità a quattro zampe. Come cambia il modo di viaggiare con gli animali

58 Altre terapie

Talassoterapia. Il benessere che arriva dal mare

) ENOGASTRONOMIA

60 “Il Forno” di Brembilla. Il rigore della tradizionee

) VIAGGI DELLA SALUTE

62 A Perdasdefogu si vive oltre 100 anni

) DAL TERRITORIO

64 Farmacie

Progetto Fast Track Cities

66 News

69 Malattie rare

Distrofia corneale maculare

70 Testimonianza

L’importanza di tenere stretta la luce

72 Testimonianza

il viaggio di Nicolò, tra tempeste e ripartenze

74 Bergamox1000

Bergamox1000 cresce e si consolida

) PROFESSIONI SANITARIE

76 Professioni sanitarie.

Le scelte che guardano al futuro

) SALUTE IN VETRINA

78 Salute in vetrina

PARTECIPANTI ALLA FONDAZIONE ITALIANA PER L’EDUCAZIONE ALIMENTARE

Un’opportunità di equilibrio

Con l’arrivo della stagione estiva, il tempo sembra cambiare ritmo. Le giornate si allungano, la luce accompagna più a lungo le nostre attività quotidiane e, spesso senza accorgercene, anche il nostro modo di vivere inizia a trasformarsi. È un passaggio graduale, che non riguarda solo il clima o il calendario, ma anche il nostro benessere complessivo.

Direttore Responsabile

Dopo i mesi più freddi, in cui la routine tende a chiuderci tra impegni e spazi ridotti, la bella stagione rappresenta per molti una naturale occasione di apertura. Si esce di più, si riprendono abitudini all’aperto, si riscopre il piacere del movimento e della socialità. Sono cambiamenti semplici, ma con un impatto significativo sullo stato fisico ed emotivo delle persone. In questo equilibrio tra luce, tempo libero e maggiore attività, diventa importante ascoltare i segnali del corpo e non trascurare la prevenzione. L’estate non è solo una parentesi di leggerezza, ma anche un momento in cui possiamo prenderci cura di noi stessi con maggiore consapevolezza, approfittando di ritmi meno serrati e di una generale sensazione di maggiore energia.

Anche la salute, in questo contesto, trova nuove occasioni per essere valorizzata. Non si tratta di

cambiare abitudini in modo radicale, ma di integrare piccoli gesti quotidiani che aiutano a mantenere equilibrio e benessere: una maggiore attenzione allo stile di vita, il movimento regolare, l’ascolto delle proprie necessità. Ogni stagione porta con sé un messaggio diverso. L’estate, più di altre, ci invita a rallentare quando serve, a recuperare spazi personali e a ritrovare una dimensione più naturale del vivere. È un invito semplice, ma spesso prezioso, soprattutto in un tempo in cui la velocità tende a diventare la norma.

Con questo numero accompagniamo i lettori proprio in questa transizione, guardando alla stagione estiva come a un’opportunità di equilibrio, prevenzione e benessere di uso.

Placche coronariche e calcio: come la tecnologia riduce il rischio cardiovascolare

∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Dall’identificazione precoce alla terapia mininvasiva, le strategie più innovative per proteggere il cuore

DOTT. FIOCCA, L’ATEROSCLEROSI È UNA DELLE PRINCIPALI CAUSE DI MALATTIE CARDIOVASCOLARI.

PUÒ SPIEGARCI IN MODO

SEMPLICE DI COSA SI TRATTA E COME SI SVILUPPA NEL TEMPO?

L’aterosclerosi è un termine che unisce in realtà due concetti: “ateroma” e “sclerosi”. L’ateroma è l’accumulo, all’interno della parete delle arterie, di materiale prevalentemente lipidico che forma la cosiddetta placca; la sclerosi, invece, indica l’ispessimento e l’irrigidimento dei vasi sanguigni, che normalmente dovrebbero essere elastici. Si tratta di una patologia molto di usa, che ancora oggi rappresenta una delle principali cause di morte, essendo responsabile del 30-40% dei decessi legati a eventi come infarto e ictus.

Queste condizioni, infatti, sono direttamente correlate alla presenza di placche aterosclerotiche. Il processo si sviluppa lentamente nel tempo e inizia spesso già nelle prime fasi della vita, pur rimanendo a lungo asintomatico. Alla base ci sono fattori di rischio non modificabili, come la predisposizione genetica e la familiarità, e fattori modificabili, tra cui fumo di sigaretta, ipertensione, colesterolo elevato, obesità e diabete. Questi elementi agiscono sulla parete dei vasi, provocando quella che viene definita disfunzione endoteliale. L’endotelio è lo strato interno delle arterie, formato da cellule che regolano il corretto scorrimento del sangue e producono sostanze fondamentali, come l’ossido nitrico, che controlla la dilatazione dei vasi. Quando questo rivestimento si danneggia, si creano delle “micro-lesioni” che

permettono al colesterolo, in particolare quello LDL, di infiltrarsi nella parete arteriosa. L’organismo reagisce attivando un processo infiammatorio: un meccanismo simile a quello che si verifica quando una ferita deve cicatrizzare. Nel tempo, però, questo processo porta alla formazione della placca aterosclerotica, che può restringere o ostruire il vaso sanguigno.

ALL’INTERNO DELLE PLACCHE ATEROSCLEROTICHE POSSONO ACCUMULARSI DIVERSE SOSTANZE. CHE RUOLO HA IL CALCIO IN QUESTO PROCESSO E PERCHÉ È COSÌ IMPORTANTE MONITORARLO?

Innanzitutto, una placca aterosclerotica è composta da una parte centrale, chiamata “core lipidico”, che contiene principalmente co-

lesterolo e cellule infiammatorie che lo hanno inglobato. Questa porzione è rivestita da un “cappuccio fibroso”, fondamentale per la stabilità della placca: più è resistente, minore è il rischio che la placca si rompa e provochi eventi acuti come infarto o ictus. All’interno di questo processo entra in gioco anche il calcio, che ha un ruolo importante ma diverso rispetto al colesterolo. Non si tratta infatti di calcio che si deposita direttamente dal sangue: viene prodotto localmente dalle cellule della parete vascolare, in particolare dalle cellule muscolari lisce e da alcune cellule infiammatorie, come i macrofagi, coinvolte nella risposta infiammatoria. Nel tempo, questo calcio si accumula nella placca e contribuisce all’indurimento delle arterie. Può presentarsi in forme diverse: da microdepositi fino a strutture più estese che possono coinvolgere l’intera circonferenza del vaso, oppure noduli calcifici, simili a piccole “pietre”, che si sviluppano in modo localizzato. Monitorare la presenza di calcio è importante perché rappresenta un indicatore della malattia aterosclerotica e della sua evoluzione. Inoltre, la quantità e la distribuzione del calcio possono influenzare la stabilità della placca e, quindi, il rischio cardiovascolare complessivo del paziente.

LA PRESENZA DI CALCIO NELLE CORONARIE

È SPESSO SILENZIOSA. COME SI PUÒ INDIVIDUARE

PRECOCEMENTE

E QUALI ESAMI AIUTANO

A VALUTARNE IL RISCHIO?

La presenza di calcio nelle coronarie è completamente silenziosa dal punto di vista dei sintomi: il paziente non è in grado di percepirla. Tuttavia, rappresenta un importante indicatore della presenza di aterosclerosi e quindi del rischio cardiovascolare. Per individuarla si utilizza principalmente la TAC cardiaca, un esame non invasivo che consente di rilevare e quantificare il calcio nelle arterie coronarie. Il risultato viene espresso attraverso un punteggio, chiamato Agatston score: valori elevati indicano un rischio significativamente maggiore di sviluppare eventi cardiovascolari, come l’infarto. È però fondamentale interpretare questo dato nel contesto clinico del paziente. Con l’avanzare dell’età, infatti, la presenza di calcificazioni diventa molto frequente: oltre i 70 anni interessa la maggior parte degli uomini e una quota significativa delle donne, rappresentando in parte anche un segno di invecchiamento dei vasi e non necessariamente una malattia clinicamente rilevante. Per questo motivo, la TAC non deve essere eseguita in modo indiscriminato, ma va riservata a situazioni selezionate: ad esempio in presenza di sintomi sospetti, come dolore toracico da sforzo o mancanza di respiro, oppure in soggetti con un rischio cardiovascolare elevato già in età relativamente giovane. Resta fondamentale, in ogni caso,

DOTT. LUIGI FIOCCA

Responsabile SSD Cardiologia 3 –Diagnostica Interventistica

ASST Papa Giovanni XXIII

il controllo dei fattori di rischio: smettere di fumare, mantenere un peso adeguato, controllare pressione, glicemia e colesterolo, seguire un’alimentazione equilibrata e praticare attività fisica regolare. Questi interventi hanno un impatto sulla prevenzione degli eventi cardiovascolari ancora più importante rispetto alla sola diagnostica strumentale.

QUANDO LA SITUAZIONE LO RICHIEDE, QUALI SONO OGGI LE PRINCIPALI OPZIONI DI TRATTAMENTO PER LE PLACCHE CALCIFICHE? E IN CHE MODO LE TECNICHE MININVASIVE STANNO CAMBIANDO L’APPROCCIO RISPETTO AL PASSATO?

Una volta individuata la presenza di placche calcifiche, il loro tratta-

mento è più complesso rispetto alle placche molli o lipidiche. Immaginare di “schiacciare” una placca molle con un palloncino coronarico è relativamente semplice; il problema nasce quando ci si trova davanti a calcificazioni molto dure, simili a piccole pietre, che resistono alla compressione. Oggi la terapia delle stenosi coronariche è prevalentemente interventistica: attraverso un catetere di circa due millimetri introdotto nell’arteria radiale del braccio si raggiunge il cuore e si può riaprire la coronaria. Nei casi più complessi, in cui il catetere non è su ciente, si ricorre ancora al cardiochirurgo per bypass coronarici, ma attualmente circa l’80-90% delle malattie coronariche viene risolto con l’angioplastica transcatetere. Per le calcificazioni estese, il palloncino da solo non basta. A disposizione degli interventisti ci sono diversi strumenti tecnologici:

> Cutting balloon: palloncini con micro-lame sulla superficie che “tagliano” il calcio; > Intravascular lithotripsy: palloncini che emettono onde d’urto per fratturare i noduli calcifici, simili al trattamento dei calcoli renali; > Aterectomia: dispositivi che polverizzano il calcio,

come il rotablator (fresa rotazionale) e il più recente aterotomo orbitale, con rotazione ellittica utile soprattutto per calcificazioni eccentriche; > Laser coronarico: per situazioni selezionate. La scelta della tecnica dipende dalle caratteristiche del calcio: spessore, durezza, posizione, se è centrico o eccentrico, e se si tratta di noduli calcifici.

LEI SI OCCUPA

DI PROCEDURE AVANZATE

PER LA RIMOZIONE DEL CALCIO, ANCHE CON IL SUPPORTO DI TECNOLOGIE INNOVATIVE. IN CHE MODO

QUESTE SOLUZIONI, INCLUSE QUELLE BASATE SULL’IA, MIGLIORANO

I RISULTATI PER IL PAZIENTE?

Per decidere quale strumento utilizzare ci si basa sulle informazioni della coronarografia, ma per una caratterizzazione più precisa del vaso e della calcificazione si ricorre a tecniche di imaging intravascolare:

> IVUS (ultrasuoni intravascolari): permette di misurare diametro e spessore dei vasi con una risoluzione di 100-150 micron;

> OCT (Optical Coherence Tomography): utilizza la luce per ottenere immagini ad altissima risoluzione, fino a 20 micron, permettendo di valutare dimensioni del vaso, presenza di lipidi, cellule infiammatorie e distribuzione del calcio

L’OCT è lo strumento più avanzato oggi disponibile per l’analisi della morfologia e della vulnerabilità (probabilità di provocare un evento acuto) di placca. Il nostro centro è leader nell’utilizzo di tale metodica, grazie al quotidiano impegno di tutta l’equipe dell’Emodinamica da me diretta. L’intelligenza artificiale, tramite l’applicazione di sistemi di deep learning ha consentito di sviluppare software per l’analisi automatica delle caratteristiche delle placche con informazioni in tempo reale circa presenza e caratteristiche del calcio, lipidi, cellule infiammatorie, spessore del cappuccio fibroso.

L’IA coadiuva il Cardiologo Interventista nella diagnosi e nella strategia operatoria. Purtroppo la necessità di risorse e la mancanza di un rimborso specifico, limitano ancora oggi l’utilizzo dell’OCT a non più del 10% delle procedure.

Neoplasie neuroendocrine: una realtà non

così insolita
∞ A CURA DI SARA CARRARA
Cosa sono, come si presentano e quali sono oggi le possibilità di trattamento di questi tumori rari ed eterogenei, che colpiscono 4-5 persone ogni 100.000

Le neoplasie neuroendocrine (NET) sono tumori rari e molto eterogenei, la cui incidenza è in aumento negli ultimi anni anche grazie a una maggiore capacità diagnostica (in Italia si contano annualmente circa 3 casi ogni 100.000 abitanti). Possono rimanere silenziose per lungo tempo, oppure manifestarsi con sintomi poco specifici, rendendo talvolta la diagnosi tardiva. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Alice La , oncologa ed esperta di NET in Humanitas Gavazzeni, per capire meglio che cosa sono, come si presentano e quali sono oggi le possibilità di trattamento.

Che cosa sono le neoplasie neuroendocrine?

Le neoplasie neuroendocrine sono tumori rari che possono insorgere in qualsiasi distretto del corpo. Il termine “neuroendo-

crino” fa riferimento alla capacità di alcune cellule di produrre sostanze – ormoni o amine –tipiche delle ghiandole dell’organismo o, in altri casi, più simili a quelle delle cellule nervose. Si tratta di patologie molto diverse tra loro per localizzazione e aggressività, in genere caratterizzate da una crescita lenta, anche se esistono forme più aggressive che richiedono approcci di erenziati. I tumori neuroendocrini si distinguono in funzionanti, capaci di produrre sostanze ormonali e non funzionanti. Tra i funzionanti di origine pancreatica figurano l’insulinoma (il più frequente), il gastrinoma, il glucagonoma, il somatostatinoma e il VIPoma, ciascuno con un quadro clinico peculiare.

Quali organi sono colpiti e quali sono i sintomi?

Le cellule neuroendocrine so-

no distribuite in tutto il corpo: le sedi più comuni includono il polmone e il tratto gastro-entero-pancreatico. Proprio per la loro eterogeneità, non è sempre semplice riconoscerle. Alcune forme restano del tutto asintomatiche per lungo tempo e vengono scoperte casualmente durante esami eseguiti per altri motivi. In altri casi la sintomatologia dipende dalla sede: nelle forme intestinali sono frequenti dolori addominali o alterazioni dell’alvo; quando la neoplasia produce ormoni, uno dei segni più comuni è la diarrea cronica. Le forme non funzionanti possono manifestarsi con sintomi sfumati, come ad esempio dolore, dimagrimento o nausea.

A di erenza di altre patologie oncologiche, per le neoplasie neuroendocrine non esistono marcatori utili allo screening: questo,

insieme all’assenza di sintomi specifici contribuisce in modo significativo al ritardo diagnostico.

Si conoscono le cause?

Possiamo prevederli con una diagnosi accurata?

Non si può parlare di prevenzione perché la genesi è multifattoriale. Tra i fattori di rischio riconosciuti vi è la familiarità per la sindrome MEN 1 (Neoplasie Endocrine Multiple di tipo 1), una rara malattia genetica che predispone allo sviluppo di più tumori neuroendocrini. All’interno di questi nuclei familiari, una volta identificato il gene responsabile, è possibile sottoporre i consanguinei a sorveglianza stretta, per intercettare il tumore più precocemente.

DOTT.SSA ALICE LAFFI

Specialista di Oncologia medica

Humanitas Gavazzeni - Bergamo

L’iter diagnostico include l’ecografia addominale come esame di primo livello, TC, risonanza magnetica e la PET con Gallio per le forme indolenti – che sfrutta la presenza di recettori per la somatostatina sulla superficie delle cellule tumorali – e la PET FDG per le forme più aggressive.

Come si curano?

Nel percorso di cura è necessario mettere da parte l’idea tradizionale dei trattamenti oncologici: a di erenza di altri tumori, la chemioterapia non è necessariamente la prima scelta. Le opzioni disponibili comprendono terapie ormonali con analoghi della somatostatina, terapie biologiche mirate (Everolimus o Sunitinib), chemioterapia, terapia radiorecettoriale con ittrio o lutezio, chirurgia, radiologia interventistica e radioterapia. La chirurgia è il trattamento di prima scelta quando possibile. L’obiettivo è sempre calibrare la terapia sulla biologia della malattia e sulle caratteristiche del paziente, preservando la qualità della vita.

Il Metodo Vitali si caratterizza da un team di specialisti che opera con l’obiettivo di riportare il paziente al benessere psichico, fisico ed emotivo con un approccio di medicina funzionale integrata.

per

035.223820

Via Betty Ambiveri, 11 - Bergamo monicavitali.it

Quanto e perché è importante la multidisciplinarietà anche per la cura di queste neoplasie?

L’approccio multidisciplinare è fondamentale. Queste patologie richiedono l’integrazione di più specialisti all’interno dell’ospedale come oncologo, endocrinologo, gastroenterologo, patologo, chirurgo e radiologo interventista. Il confronto tra queste figure permette di ampliare le possibilità terapeutiche e di o rire al paziente un percorso più completo e personalizzato.

In quest’ottica, Humanitas Gavazzeni ha istituito un ambulatorio multidisciplinare dedicato alla patologia neuroendocrina, con l’obiettivo di valuta-re il paziente lungo tutto il percorso di cura, a partire dal primo sospetto diagnostico. Creare reti tra centri

con esperienza specifica è oggi uno strumento essenziale per

ridurre i ritardi diagnostici e facilitare l’accesso a cure adeguate.

Team Abulatorio NET

Neurologia di prevenzione e longevità

Come prendersi cura oggi del cervello per vivere più a lungo e meglio

Quando si parla di longevità, si è portati a pensare a terapie futuristiche o a farmaci ancora da scoprire, come se la possibilità di vivere più a lungo dipendesse solo da innovazioni che arriveranno in futuro. In realtà, la neurologia di prevenzione o re già oggi strumenti concreti, ac-

PROF. ANTONELLO BONCI

Neurologo, Socio fondatore, Direttore Scientifico e Responsabile area medica Roma Brain&Care Group

cessibili e immediatamente applicabili per rallentare l’invecchiamento cerebrale e migliorare la

qualità della vita nel lungo periodo. Il punto di partenza è semplice ma fondamentale: controlla-

∞ A CURA DEL PROF. ANTONELLO BONCI

re in modo costante alcuni fattori di rischio, spesso sottovalutati o trascurati, può fare una grande di erenza nel preservare le funzioni cognitive e favorire un invecchiamento sano e attivo. Un percorso che inizia dal medico di base e può essere approfondito con il supporto dello specialista neurologo.

IPERTENSIONE:

IL NEMICO SILENZIOSO

DEL CERVELLO

Uno dei principali nemici del cervello è l’ipertensione arteriosa. Nonostante sia una condizione molto di usa, solo una minoranza delle persone la tratta in modo adeguato e continuativo. Nel tempo, una pressione non controllata può causare microischemie cerebrali, spesso silenziose, che compromettono memoria, atten-

zione e capacità di concentrazione. Non solo: queste alterazioni possono influenzare anche la sfera emotiva, favorendo l’insorgenza di sintomi depressivi o cambiamenti dell’umore di cili da spiegare. Si tratta di danni progressivi, che non si manifestano improvvisamente ma si accumulano negli anni, rendendo fondamentale una corretta prevenzione, una maggiore con-

sapevolezza e un monitoraggio costante dei valori pressori.

GLICEMIA E COLESTEROLO: RISCHI DA NON SOTTOVALUTARE

Un altro fattore chiave è il controllo della glicemia. Condizioni come il diabete o il prediabete, se non gestite in modo adeguato, possono danneggiare nel tempo

SPECIALITÀ A-Z NEUROLOGIA

i piccoli vasi sanguigni, inclusi quelli cerebrali. Anche in questo caso, il processo è silenzioso ma continuo: le microischemie che ne derivano possono incidere sulle funzioni cognitive e contribuire all’invecchiamento precoce del cervello. Accanto alla terapia farmacologica, lo stile di vita gioca un ruolo determinante: alimentazione equilibrata, controllo del peso e attività fisica regolare aiutano a mantenere stabili i livelli di zucchero nel sangue. A questo si aggiunge il colesterolo elevato, che può favorire la formazione di piccoli emboli e quindi di microictus, spesso non percepiti dal paziente. Nel tempo, però, questi eventi possono sommarsi e tradursi in di coltà cognitive, calo dell’energia e alterazioni dell’umore. È un processo lento ma significativo, che sottolinea quanto sia importante intervenire precocemente sui fattori di rischio modificabili

IL RUOLO FONDAMENTALE

DEL SONNO

Un aspetto spesso trascurato, ma

altrettanto importante, è la qualità del sonno. Studi scientifici hanno dimostrato che durante le fasi di sonno profondo e REM il cervello attiva un sistema di “pulizia” che elimina sostanze tossiche e riduce l’infiammazione accumulata durante la giornata. Dormire a su cienza, e in modo adeguato, significa quindi permettere al cervello di rigenerarsi e mantenersi in salute. Al contrario, la carenza

di sonno favorisce l’accumulo di sostanze infiammatorie, che rappresentano uno dei primi passi verso il deterioramento cognitivo. Garantirsi un riposo di qualità non è quindi un lusso, ma una vera e propria strategia di prevenzione.

UNA NUOVA CULTURA DELLA PREVENZIONE

La neurologia di prevenzione si basa proprio su questi principi: riconoscere precocemente i segnali, intervenire sui fattori modificabili e adottare stili di vita sani e consapevoli. Sempre più spesso, anche persone giovani si rivolgono allo specialista per capire come prevenire problemi già osservati nei genitori. È un cambio di prospettiva importante: non aspettare la comparsa della malattia, ma agire prima che si manifesti, quando il margine di intervento è massimo. La prevenzione, in questo senso, può sembrare semplice, ma è estremamente e cace. Perché la longevità non dipende solo da quanto si vive, ma da come si vive – e la salute del cervello rappresenta uno dei pilastri fondamentali di un invecchiamento davvero di qualità.

La Caritas di Bergamo aprirà nuovi spazi per le persone senza dimora mentre il numero di chi vive in strada continua a crescere. Il direttore don Roberto Trussardi: «Ormai siamo ai livelli di una metropoli».

Da anni rappresenta un luogo sicuro per riposarsi dalle grandi di coltà del vivere in strada, dove si può trovare conforto materiale e spirituale e sostegno per ricostruire la propria vita. Oltre al Galgario, dormitorio per persone senza dimora che si trova in via del Galgario, la Caritas di Bergamo ha deciso di potenziare i propri servizi a sostegno degli ” invisibili del territori ” creando due nuovi dormitori.

Una decisione presa a fronte della crescita del numero di persone che vivono in strada a Bergamo: «Un numero – sostiene don Roberto Trussardi, direttore della Caritas bergamasca – che è simile a quelli delle grandi metropoli».

Nel 2025 al dormitorio Galgario, coordinato da Massimo Zanini, hanno trovato ospitalità 610 persone, con una media di 65 perso-

ne a notte; i numeri aumentati del 20% rispetto al 2018. L’aumento del numero degli utenti ha interessato anche altri servizi come il

“Punto sosta”, il centro diurno che, dal lunedì al sabato dalle 14 alle 17.30, presso il Galgario, accoglie tra le 60 e le 100 persone per o rire loro un momento di pausa dalla vita di strada e il servizio docce in via Conventino 8, l’unico a libero accesso della città di Bergamo, di cui fruisce una media di 40 persone al giorno.

L’inserimento al dormitorio Galgario avviene attraverso il Centro di primo ascolto della Caritas, lo sportello di prossimità del Comune di Bergamo e le Unità di strada, camper mobili che presidiano diversi punti della città. La filiera tra servizi consente una buona conoscenza delle persone che vivono in condizioni di marginalità che, sovente, si sono ritrovate in povertà per ragioni non così eccezionali: «La povertà può riguardare tutti» a erma ancora Don Roberto. «Dall’oggi al domani, a causa di un

incidente di percorso - la perdita del lavoro, della casa, una separazione - ti può cambiare la vita». Il dormitorio Galgario o re, oltre a un letto, un accompagnamen-

to da 3 a 6 mesi, per ripensare la propria vita anche se non sempre l’esito dei percorsi è scontato o positivo. Ultimamente si sono verificate situazioni critiche do-

vute alla presenza in dormitorio di persone che hanno espresso con comportamenti aggressivi il loro disagio e malessere. Questi episodi e l’aumento dei numeri delle persone senza dimora hanno portato alla decisione di aprire in via Conventino 8, accanto al servizio docce, un piccolo dormitorio di 15 posti per uomini senza dimora maggiormente fragili e di età più avanzata; l’apertura è prevista per giugno. Nello stesso periodo aprirà, in via Maglio del Lotto a Bergamo, anche il nuovo dormitorio femminile da 14 posti che subentrerà all’attuale, per 9 donne, in via Palazzolo. Per le donne che vivono in strada è attivo da alcuni anni “Spazio Irene”, un centro diurno aperto il lunedì e il giovedì mattina dalle 9.30 alle 14.30, organizzato in Galgario con attività di cura di sé, gruppi di parola, laboratori e corsi di teatro.

L’incremento delle persone senza dimora ha comportato la crescita dei costi dei servizi: il solo dormitorio costa circa 490mila euro

all’anno coperti parzialmente con un contributo del Comune di Bergamo di 175mila euro. «Il resto – evidenzia don Roberto – è sostenuto dalla Caritas ossia dalla generosità dei bergamaschi che si conferma sempre grande». Va sottolineato anche l’importante impegno di numerosi bergamaschi, circa 30, che lavorano come volontari al dormitorio Galgario: sono impegnati soprattutto nel “Galgabar ”, un luogo di ristoro rivolto agli ospiti che, prima di fare una doccia o andare a dormire, possono consumare un thé o un ca è e scambiare due parole con gli altri: «I volontari – conclude don Roberto – grazie al servizio che svolgono hanno potuto ascoltare le storie di molte persone senza dimora e comprendere meglio cosa li ha condotti in certe situazioni; hanno capito, quindi, quanto sia ingiusto e sbagliato giudicare». Ed è proprio per “abbattere muri” ed eliminare pregiudizi che, durante l’anno, vengono organizzate feste ed eventi aperti al pubblico a nché il Galgario non

sia più percepito come un ghetto riservato ai poveri ma diventi sempre più un luogo di comunità che, di fronte alle di coltà di alcuni suoi membri, non si gira dall’altra parte. Per maggiori informazioni: www.caritasbergamo.it donazioni@caritasbergamo.it

Radiologia Palazzolo: tecnologia che cura, persone che accolgono

Nuove tecnologie, percorsi più rapidi e diagnosi più precise. Un’intervista alla Responsabile della Radiologia, Dr.ssa Silvia Dal Bello.

Alla Casa di Cura Palazzolo la Radiologia sta vivendo una trasformazione profonda. Negli ultimi mesi il reparto è stato rinnovato con tecnologie di ultima

generazione, grazie anche alla partnership con Siemens Healthineers, leader mondiale nella diagnostica per immagini. Il risultato è un ambiente più moderno, acco-

Le nuove tecnologie del reparto

gliente e capace di o rire esami rapidi, precisi e confortevoli. Il nuovo mammografo digitale 3D, la nuova MOC (densitometria ossea), l’arrivo di un ecografo avan-

• Mammografo digitale 3D Siemens: immagini 2D e 3D in un’unica acquisizione, solo 5 secondi per proiezione, 2 compressioni per mammella, dose di radiazioni ridotta, maggiore accuratezza nella diagnosi precoce, riduzione delle biopsie non necessarie, fino a 120 immagini per mammella;

• Nuova MOC: esame rapido e indolore, dose di radiazioni molto bassa, analisi più precise, fondamentale per la prevenzione e la cura dell’osteoporosi;

• Nuovo ecografo: la dotazione del reparto si amplia con un nuovo sistema che si aggiunge ai due ecografi già presenti, migliorando ulteriormente la qualità degli esami;

• Sistema PACS aggiornato: immagini disponibili online, condivisione immediata con i medici curanti, archiviazione digitale più veloce e affidabile, possibilità di scaricare referto e immagini da casa.

PREVENZIONE AL FEMMINILE

Il Check Up prevenzione donna è un percorso completo e coordinato dedicato alla salute femminile, pensato per offrire diagnosi precoci, sicurezza e continuità assistenziale. Consiste in mammografia bilaterale 3D, ecografia mammaria bilaterale, Pap-test e HPV test.

zato e l’aggiornamento del sistema PACS (sistema di archiviazione e gestione delle immagini mediche) rappresentano un salto di qualità importante per i cittadini che scelgono la Casa di Cura Palazzolo per la prevenzione e la diagnosi, rendendo ancora più rapido l’accesso alle immagini e potenziando la continuità diagnostica per pazienti e clinici. Un percorso che unisce tecnologia e umanità, come racconta la Dr.ssa Silvia Dal Bello, Responsabile della Radiologia.

Dottoressa, come descriverebbe oggi la Radiologia della Casa di Cura Palazzolo? È un reparto in forte crescita. Abbiamo investito in nuove tecnologie che migliorano la qualità delle immagini e riducono i tempi di esecuzione, ma soprattutto stiamo lavorando per rendere l’esperienza del paziente più serena. La tecnologia è fondamentale, ma non sostituisce la relazione: spiegare, accogliere, accompagnare resta centrale. Ecco perché accanto all’investimento tecnologico c’è quello umano: abbiamo ampliato l’organico tecnico e medico, con professionisti sanitari eccellenti e di consolidata esperienza clinica, capaci di garantire

qualità, sicurezza e continuità assistenziale in ogni fase del percorso diagnostico.

Il nuovo mammografo Siemens è una delle principali novità. Cosa cambia per le donne? È un mammografo digitale 3D di ultima generazione. Con solo 5 secondi per proiezione otteniamo contemporaneamente immagini ad altissima definizione, sia in 2D che in 3D. Le compressioni (2 per mammella) sono adattate alla morfologia individuale del seno, il fastidio si riduce e la dose di radiazioni è inferiore rispetto ai sistemi tradizionali. Per le donne significa diagnosi più precoci, più accurate e un esame più confortevole.

Anche la MOC è stata completamente rinnovata. Quali vantaggi porta?

La nuova densitometria ossea è rapida, precisa e utilizza una dose di radiazioni molto bassa. È uno strumento fondamentale per la prevenzione e il monitoraggio dell’osteoporosi, soprattutto nelle donne in post-menopausa e nei pazienti con fattori di rischio, compresi i pazienti fragili come persone con disturbi del comportamento alimentare, anziani e pazienti paraplegici. A breve installeremo un nuovo ecografo ad alte prestazioni, ideale per esami addominali, muscoloscheletrici e senologici. Inoltre, aggiorneremo il sistema PACS, sempre in collaborazione con Siemens, così da rendere più veloce la refertazione e più semplice la consultazione delle immagini. Per i cittadini significa percorsi più rapidi, meno atte-

L’équipe medica di Radiologia

Dr.ssa Dal Bello - Responsabile del Servizio di Radiologia, esperta in patologia toraco-addominale, RM della pelvi, senologia diagnostica; Dr. Biacca - Neuroradiologo e patologia muscoloscheletrica; Dr. Lando - Radiologo con oltre 40 anni di esperienza in patologia toracoaddominale, RM prostatica e diagnostica muscoloscheletrica; Dr. Moschini - Neuroradiologo; Dr.ssa Pace - Radiologa con focus in ambito Body e senologico; Dr. Parimbelli - Radiologo specializzato in senologia diagnostica; Dr.ssa Perugini - Radiologa specialista in patologia toraco-addominale, MOC e muscoloscheletrica; Dr. Pezzotta - Radiologo specialista in patologia sportiva e muscoloscheletrica; Dr. Saeli: esperto in patologia toraco-addominale e muscolo-scheletrica; Dr. Amaglio, Dr. Brevi, Dr. Corti: ecografie internistiche.

se e maggiore qualità diagnostica. Qual è il valore aggiunto della Radiologia Palazzolo?

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La combinazione tra tecnologia avanzata, équipe esperta e un approccio profondamente umano. Ogni esame è un momento delicato: noi ci siamo per accompagnare, rassicurare e spiegare. La relazione resta il cuore della cura. La Radiologia è oggi un punto di riferimento per chi cerca diagnosi precise, tempi rapidi e un approccio umano. Un reparto che continua a investire, innovare e crescere, mantenendo al centro ciò che conta davvero: la salute e la serenità dei cittadini.

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La relazione che cura in RSA

Comunicazione e comunità le parole chiave dell’attività di Casa Mia Verdello

Entrare in una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) significa accostarsi a una realtà fatta di fragilità, ma anche di straordinarie possibilità di incontro. In questo contesto, curare non significa solo assistere tecnicamente, ma accompagnare e riconoscere l’altro. Nonostante le pressioni sul sistema dei servizi e le di coltà delle famiglie nell’orientarsi, la relazione resta il cuore pulsante della cura.

Comunicare per incontrarsi

Nella quotidianità di una RSA, comunicare significa creare un

ponte. Con l’avanzare dell’età la memoria e il linguaggio possono farsi incerti; diventa quindi essenziale adattare il nostro stile: parlare con calma, usare frasi semplici, guardare negli occhi e, soprattutto, rispettare i tempi di risposta dell’anziano. Semplificare un messaggio (es. “Tra poco andiamo a fare ginnastica”) è un atto di rispetto che riduce l’ansia e trasmette sicurezza.

Quando le parole non bastano

Esistono momenti in cui il linguaggio verbale non è su ciente. Entrano allora in gioco gli strumenti

della comunicazione aumentativa:

> Immagini e calendari: rendono la routine prevedibile e rassicurante;

> Oggetti concreti: mostrare una tazza o una palla aiuta l’orientamento spaziale e temporale;

> Linguaggio del corpo: un sorriso o una mano sulla spalla comunicano spesso più di un lungo discorso.

Valorizzare “ciò che resta” L’approccio della comunicazione capacitante ci insegna a non concentrarci sulle mancanze, ma a

sostenere le competenze residue. È inutile, e spesso frustrante, correggere continuamente un anziano che dice qualcosa di inesatto. Se una persona esprime il desiderio di “andare a lavorare”, è più e cace accogliere l’emozione sottostante (“Il lavoro era importante per te, vero? ”) piuttosto che imporre una realtà logica che ferisce. Spesso gli anziani non comunicano fatti, ma bisogni profondi di protezione e appartenenza.

Attività e presenza

La cura passa anche attraverso gesti semplici ma densi di significato: sfogliare foto, ascoltare musica, prendersi cura del sé o coinvolgere l’anziano in piccoli

compiti manuali che ne rinforzino l’autostima. In questo, il silenzio non è un vuoto, ma una forma di ascolto attivo e vicinanza autentica.

Un impegno condiviso

Migliorare la qualità della vita in RSA è una responsabilità che appartiene a tutti: operatori, familiari, istituzioni e volontari. Questi ultimi rappresentano una risorsa preziosa, portando una dimensione di gratuità e leggerezza che arricchisce l’ambiente.

In conclusione, la vera di erenza non è fatta solo dalle tecniche, ma dalla qualità della presenza. Sentirsi visti e accolti è il bisogno primario di ogni essere umano. Incontrare davvero l’altro, giorno

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dopo giorno, è la forma di cura più potente che possiamo o rire.

Incontro con lo psicologo

Durante l’Open Day del 30 maggio alle ore 16:30, presso la struttura Casa Mia Verdello, si terrà un incontro a cura dello psicologo interno dedicato proprio alla relazione che cura. L’evento è aperto a tutti: familiari, caregiver e cittadini che desiderano comprendere meglio come sostenere i propri cari.

Il dilemma del riposo: perché c’è così tanta confusione?

Ti svegli spesso con dolori alla schiena, cervicale infiammata o gambe pesanti? Se la risposta è sì, probabilmente è arrivato il momento di cambiare materasso. Sappiamo bene che questa scelta può generare ansia: il mercato oggi spazia dai modelli ultra-economici da supermercato a prodotti tecnologici da migliaia di euro. Qual è la vera di erenza? Spesso, tra marketing aggressivo e promesse mirabolanti, è di cile capire cosa serva davvero al proprio corpo.

Opinioni contrastanti: mito o realtà?

Sul web si legge di tutto e il contrario di tutto: le molle insacchettate sono le migliori ma creano magnetismo; il memory foam è una tecnologia spaziale ma fa sudare; il lattice è naturale ma troppo pesante. Questa sovrabbondanza di informazioni, spesso contraddittorie, finisce per aumentare la confusione. Il rischio concreto è quello di investire tempo e denaro in un prodotto che, dopo poche notti, si rivela inadatto, alimentando un circolo vizioso di resi e insoddisfazione.

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Guida definitiva alla scelta del materasso: come evitare errori e risvegli dolorosi

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Giornata mondiale del Parkinson

L’11 aprile si è celebrata la Giornata mondiale della Malattia di Parkinson, istituita in ricordo del medico britannico James Parkinson, nato nel 1755. Fu lui nel 1817 a descrivere per la prima volta la malattia nel saggio “An Essay on the Shaking Palsy”, chiamandola “paralisi agitante”. Oggi il Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa più di usa al mondo, dopo l’Alzheimer. Il giorno precedente si è tenuto un convegno a S.Omobono presso la sala parrocchiale della Chiesa di Selino Basso dal titolo “Malattia di Parkinson, conoscerla per a rontarla”, organizzata dalla sezione di Bergamo dell’Associazione Italiana Parkinsoniani in collaborazione con AIDO Valle Imagna.

Bolis Monica, presidente di AIDO Valle Imagna, ha aperto i lavori e, dopo i saluti del parroco Don Vinicio Carminati e del sindaco Ivo Manzoni, il neurologo Dott. Jean Marc Melgari, specialista dell’Unità di neurologia e referente del Centro Parkinson in Humanitas Gavazzeni, ha delineato gli aspetti principali della Malattia di Parkinson concentrandosi sull’importanza del riconoscimento dei sintomi e della diagnosi precoce, sui sintomi motori e non-motori, sull’approccio terapeutico e sulle prospettive di cura.

È seguito l’emozionante interven-

to del Dr. Marco Guido Salvi, Presidente della sezione di Bergamo di AIP e Vicepresidente Nazionale, che ha portato la sua testimonianza di persona a etta da Parkinson da 22 anni.

La serata di S. Omobono ha permesso di approfondire anche il ruolo centrale del caregiver, ovvero della persona che si prende cura del proprio caro con fragilità, attraverso la presentazione del progetto Caregiver Bergamo, promosso da ATS Bergamo a partire dal 2023, in accordo e in collaborazione con le Aziende Sociosanitarie Territoriali, il Collegio dei Sindaci, i 14 Ambiti Territoriali Sociali e con numerose associazioni ed enti del territorio.

Sara Leidi, Centro di Servizio per il Volontariato di Bergamo ETS, ha evidenziato come i caregiver siano una presenza fondamentale per il proprio familiare e nodo centrale del sistema di cura e salute territoriale. Attraverso il sito www.caregiverbergamo.it, i caregiver possono acquisire informazioni, conoscere opportunità formative e servizi utili nello svolgimento della loro funzione e candidarsi per essere contattati dalle Equipe Caregiver del proprio territorio.

L’Equipe Caregiver Valle Imagna - Villa d’Almè, rappresentata dall’assistente sociale Sara Cefis dell’Azienda Territoriale per i Ser-

vizi alla Persona e dall’Infermiere di famiglia e Comunità dell’ASST Papa Giovanni XXIII Ra aello Baitelli, ha presentato le sue attività, sottolineando l’importanza di o rire una risposta integrata ai bisogni di chi assiste familiari fragili. L’Equipe o re ascolto attivo, orientamento ai servizi, accoglie la fatica legata al carico assistenziale e promuove strategie di resilienza. Attraverso le Case di Comunità di Sant’Omobono Terme e Villa d’Almè, o direttamente a domicilio, i caregiver possono accedere a percorsi personalizzati che includono anche pacchetti di supporto psicologico (online e in presenza) e interventi di sollievo domiciliare. Queste azioni mirano a legittimare il ruolo del caregiver e a garantirgli un sostegno concreto, contrastando l’isolamento e lo stress psicofisico. L’iniziativa prosegue con l’obiettivo di consolidare una rete territoriale sempre più vicina alle famiglie.

È stata una serata molto interessante, con la partecipazione di numerose persone interessate all’argomento. Al termine dei vari interventi i relatori hanno risposto alle tante domande dei presenti.

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Parkinsoniani Bergamo

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Trombosi e stili di vita: quando la prevenzione passa dalle abitudini quotidiane

La maggior parte delle persone ne ha sentito parlare, ma la sedentarietà resta di usa. I dati del sondaggio condotto da ALT EF mostrano quanto informazione e prevenzione siano ancora una sfida aperta.

Una parola conosciuta, una malattia

ancora sottovalutata

La trombosi è una condizione che la quasi totalità delle persone dichiara di conoscere almeno per nome, ma la consapevolezza reale dei rischi e dei meccanismi che la determinano è ancora incompleta. Secondo un sondaggio promosso da ALT Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle Malattie Cardiovascolari - Ente Filantropico, il 97,5% degli intervistati ha sentito parlare della patologia e oltre il 74% si definisce informato. Il dato è stato raccolto in occasione della 15ª Giornata nazionale per la lotta alla trombosi, celebrata il 15 aprile 2026, dedicata quest’anno al tema della prevenzione e della consape-

volezza. L’obiettivo dell’iniziativa è stato quello di sensibilizzare la popolazione su una malattia che, pur essendo molto di usa, resta spesso poco riconosciuta nei suoi fattori di rischio quotidiani.

Sedentarietà e stili di vita: il punto critico della prevenzione Il quadro che emerge dal sondaggio evidenzia un paradosso evidente: una buona conoscenza teorica della malattia non corrisponde a comportamenti sempre coerenti con la prevenzione. Nonostante l’86,8% degli intervistati dichiari attenzione all’alimentazione, il 25,7% non svolge mai attività fisica e complessivamente il 44% conduce una vita sedentaria. La sedentarietà rappresenta uno dei principali fattori di rischio

modificabili insieme a fumo, sovrappeso e squilibri metabolici. Gli specialisti sottolineano come la trombosi non sia una malattia che si eredita in senso diretto, ma una condizione complessa in cui la predisposizione genetica si combina con fattori ambientali e comportamentali. Il punto centrale è proprio questo: la prevenzione non richiede interventi straordinari, ma una costanza nelle abitudini quotidiane, come movimento regolare, alimentazione equilibrata e controllo dei principali parametri clinici.

Informazione e consapevolezza: tra web e medico curante Un altro elemento significativo riguarda il modo in cui le persone si informano sulla salute. Secondo

il sondaggio ALT, oltre il 68% degli intervistati utilizza internet come principale fonte informativa, mentre poco più della metà si rivolge al medico di base. Nonostante la di usione del digitale, quasi tutti i partecipanti riconoscono la necessità di informazioni più chiare, accessibili e soprattutto a dabili sulla prevenzione della trombosi. Questo dato evidenzia una crescente attenzione al tema, ma anche una possibile fragilità nella qualità dell’informazione ricevuta. Gli esperti ricordano infatti che la corretta interpretazione del rischio cardiovascolare richiede sempre una valutazione medica, capace di integrare dati clinici e stile di vita individuale.

Un rischio globale che si può ridurre

La trombosi è una delle principali cause di eventi cardiovascolari gravi come infarto, ictus ed embolie. Si tratta di un fenomeno legato alla formazione di coaguli nel sangue che possono ostacolare o bloccare la circolazione, con conseguenze anche molto serie. Secondo le evidenze scientifiche, una quota significativa di questi eventi potrebbe essere prevenuta agendo sui fattori di rischio modificabili. La prevenzione, in questo senso, non è un concetto astratto ma un insieme di azioni concrete: attività fisica regolare, controllo del peso, alimentazione equilibrata, abolizione del fumo e monitoraggio dei principali valori clinici come pressione, glicemia e

colesterolo.

La Giornata nazionale per la lotta alla trombosi, celebrata il 15 aprile 2026, ha rappresentato proprio un’occasione per riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo dello stile di vita nella prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Dalla conoscenza all’azione: la sfida della prevenzione quotidiana

I risultati del sondaggio ALT restituiscono un’immagine chiara: la consapevolezza esiste, ma non è ancora su ciente a modificare in modo di uso le abitudini quotidiane. La sfida della prevenzione non riguarda solo l’informazione, ma

la capacità di tradurla in comportamenti sostenibili nel tempo.

La trombosi, infatti, non è soltanto una patologia da conoscere, ma una condizione su cui è possibile intervenire in modo concreto attraverso scelte quotidiane. In questo senso, lo stile di vita diventa il primo vero strumento di prevenzione, accessibile a tutti e determinante nel ridurre il rischio complessivo.

Una maggiore consapevolezza, unita a una migliore educazione sanitaria, può contribuire a colmare il divario tra sapere e fare, rendendo la prevenzione non un’eccezione, ma una parte stabile della vita di ogni giorno.

Dieta Mediterranea: il ritorno alla semplicità che fa bene alla salute

Con la bella stagione torna protagonista uno stile alimentare supportato da evidenze scientifiche e riconosciuto come alleato di benessere e prevenzione

Le linee guida dello stile di vita che rappresenta una vera e propria “terapia”

Con l’arrivo della primavera e l’avvicinarsi dell’estate, stagione ricca di prodotti freschi e di abitudini più attive all’aria aperta, torna centrale il tema della Dieta Mediterranea (DM), uno dei pattern alimentari più salutari, tanto da poter essere considerato come una vera e propria “terapia” in diversi contesti clinici e per numerose patologie. A un anno dalla pubblicazione, avvenuta a marzo 2025, le prime Linee Guida sulla Dieta Mediterranea – promosse dalla Fondazione Dieta Mediterranea, dalla Società Italiana Nutri-

zione artificiale e metabolismo (SINPE) e dalla Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC) con il supporto metodologico dell’Istituto Superiore di Sanità – continuano a rappresentare un punto di riferimento. Il documento ha messo in luce gli e etti benefici della DM nella prevenzione e nel trattamento delle malattie croniche, oltre alla sua importanza per la salute del pianeta.

La genesi della Dieta Mediterranea Il termine Dieta Mediterranea è stato coniato alla fine degli anni ’50 dal fisiologo americano Ancel Keys e da sua moglie Margaret nel loro libro “How to Eat Well and Stay Well the Mediterranean Way ”. I due studiosi identificarono le abitudini alimentari di paesi come la

∞ A CURA DELLA DOTT.SSA GIULIA ONGIS

Grecia – in particolare Creta – e l’Italia meridionale, estendendo poi l’analisi ad altre aree del bacino del Mediterraneo, tra cui Spagna, Francia, Marocco, Siria e Tunisia.

I loro studi pionieristici evidenziarono come questi modelli alimentari fossero associati a una maggiore longevità e a tassi ridotti di morbilità e mortalità per malattie cardiovascolari, tumori

e altre patologie croniche. La Dieta Mediterranea non si limita a un regime alimentare, ma rappresenta uno stile di vita salutare e sostenibile, tanto da essere stata riconosciuta nel 2010 come Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco.

I principi base

Alla base della piramide della Dieta Mediterranea vi sono abitudini

DOTT.SSA GIULIA ONGIS

Biologa Nutrizionista

Specializzanda in Scienza dell’Alimentazione

Studio Xenia - Seriate (BG); SSD Malattie Endocrine e Centro Regionale per il Diabete Mellito, ASST Bergamo Ovest

alimentari consapevoli – come la scelta di prodotti a chilometro zero, di stagione e provenienti da filiera corta – insieme a uno stile di vita attivo, un adeguato riposo e momenti di convivialità e socia-

lità. Questo modello promuove anche valori come ospitalità, dialogo interculturale e rispetto della diversità, incarnando il concetto di “vivere mediterraneo”. Dal punto di vista nutrizionale, la DM si caratterizza per:

> un elevato consumo di alimenti di origine vegetale, come verdura, frutta fresca, legumi, cereali integrali e frutta a guscio;

> l’utilizzo dell’olio d’oliva come principale fonte di grassi;

> un consumo moderato di alimenti di origine animale, come pesce, carne bianca, latticini e uova;

> un apporto limitato di carne rossa;

> un consumo occasionale di dolci e prodotti trasformati Proprio per queste caratteristiche,

e per l’attenzione alla stagionalità, la FAO riconosce la Dieta Mediterranea come uno dei modelli alimentari più sostenibili anche dal punto di vista ambientale. Negli ultimi anni, tuttavia, si è osservato un progressivo allontanamento da questo modello, a favore di stili alimentari meno equilibrati. Tra le cause, l’aumentata disponibilità di cibo, i cambiamenti nei ritmi di vita e la di usione dei pasti consumati fuori casa.

Un patrimonio da riscoprire

Alla luce delle evidenze scientifiche disponibili, riscoprire e adottare i principi della Dieta Mediterranea appare oggi più che mai rilevante. Seguire questo modello fin dalla giovane età può contribuire non solo alla prevenzione, ma anche al supporto nella gestione

di diverse condizioni di salute. Numerosi studi hanno dimostrato che una buona aderenza alla Dieta Mediterranea è associata a molteplici benefici: dalla riduzione del rischio cardiovascolare e di alcune patologie croniche, al miglior controllo metabolico, fino al supporto della salute cognitiva e muscolo-scheletrica. Inoltre, questo modello alimentare è stato correlato a una migliore qualità della vita e a una possibile riduzione dei costi sanitari, grazie al suo ruolo nella prevenzione. Adottare la Dieta Mediterranea significa quindi promuovere non solo la salute individuale, ma anche quella collettiva e ambientale, valorizzando un patrimonio culturale e scientifico che continua a dimostrarsi attuale e fondamentale.

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Fame emotiva: quando il cibo diventa una risposta alle emozioni

Un comportamento alimentare molto di uso, ma spesso poco riconosciuto e sottovalutato da chi

∞ A CURA DELLA DOTT.SSA PAMELA TASSETTI

La giornata lavorativa è stata lunga, pesante o semplicemente noiosa. Rientri a casa e senti un impulso improvviso: aprire quella scatola di biscotti comprata il giorno prima. Inizi con uno, poi due, poi, senza accorgertene, la confezione è finita. Questa scena quotidiana rappresenta un esempio tipico di quella che in psicologia viene definita fame emotiva, o emotional eating Si tratta di un comportamento alimentare molto di uso, ma spesso poco riconosciuto da chi lo vive. La fame emotiva viene frequentemente confusa con la golosità o con un grande appetito. In realtà, ciò che la distingue è la sua origine: non nasce da un bisogno fisiologico, ma da uno stato emotivo che la persona fatica a riconoscere, tollerare o esprimere. In questi casi, il cibo diventa una

strategia immediata per regolare le emozioni, o rendo un sollievo temporaneo, ma non risolutivo. Secondo la letteratura scientifica, l’alimentazione emotiva è strettamente legata ai processi di regolazione a ettiva: mangiare può ridurre momentaneamente stati emotivi negativi grazie all’attivazione del sistema della ricompensa, mediato dalla dopamina (Adam & Epel, 2007; Volkow et al., 2011). Questo meccanismo contribuisce a rinforzare il comportamento nel tempo, creando un circolo di cile da interrompere. È importante sottolineare che “mangiare emotivamente” fa parte, entro certi limiti, dell’esperienza umana: fin dall’antichità il cibo non ha avuto solo una funzione nutrizionale, ma anche relazionale ed emotiva. Per questo motivo, la fame emotiva non deve essere

lo vive.

eliminata, bensì riconosciuta e gestita, a nché non comprometta la salute globale dell’individuo.

Le emozioni

che attivano la fame emotiva

Le emozioni che più frequentemente innescano la fame emotiva sono quelle percepite come di cili o “ingombranti”, spesso etichettate come negative: tristezza, ansia, paura, rabbia, solitudine, stanchezza. Non tutte le persone hanno la stessa capacità di riconoscere e gestire questi stati interni. In particolare, chi presenta di coltà nella regolazione emotiva o nella consapevolezza delle proprie emozioni può essere più vulnerabile all’emotional eating (Taylor et al., 1997; van Strien et al., 2013). In questi casi, il cibo diventa un mezzo per “spegnere” o evitare ciò che si prova. Non si tratta

quindi di fame nel senso biologico del termine, ma di un bisogno emotivo che trova espressione attraverso il comportamento alimentare. È importante sottolineare che la fame emotiva può riguardare chiunque, indipendentemente dal peso corporeo.

Cosa si mangia durante un episodio di fame emotiva

La fame emotiva si caratterizza per la sua urgenza: compare improvvisamente e richiede una gratificazione immediata. Per questo motivo, tende a orientarsi verso cibi altamente palatabili, ricchi di zuccheri e grassi, come snack, biscotti, patatine o prodotti confezionati. Questi alimenti attivano rapidamente il sistema della ricompensa cerebrale, amplificando la sensazione di piacere (Gearhardt et al., 2011). Tuttavia, il sollievo è temporaneo e spesso seguito da conseguenze sia fisiche (gonfiore, pesantezza, nausea) sia psicologiche, come: senso di colpa, frustrazione, vergogna, percezione di perdita di controllo. Un elemento distintivo è proprio questa sensazione di “automaticità”: la persona mangia senza piena consapevolezza, come se fosse guidata da un impulso di cile da interrompere.

Fame fisica VS fame emotiva

Distinguere tra fame fisiologica ed emotiva è un passaggio cruciale per sviluppare un rapporto equili-

brato con l’alimentazione. > Fame fisica: insorge gradualmente, è accompagnata da segnali corporei (come i brontolii dello stomaco), può essere soddisfatta con diversi alimenti e si attenua con la sazietà; > Fame emotiva: compare improvvisamente, è spesso associata a desideri specifici (craving), è selettiva, porta a mangiare con voracità fino a superare il senso di sazietà ed è spesso seguita da sensi di colpa, fallimento o disagio.

I principali fattori psicologici coinvolti Diversi fattori possono contribuire allo sviluppo della fame emotiva. Tra questi: di coltà nella regolazione emotiva, alti livelli di stress cronico, abitudini apprese nell’infanzia (ad esempio l’uso del cibo come premio o consolazione), scarsa consapevolezza dei propri stati interni. In alcuni casi, la fame emotiva può essere associata a condizioni psicologiche più ampie, come disturbi d’ansia o dell’umore.

Come a rontare la fame emotiva Quando la fame emotiva diventa frequente e impatta sulla qualità della vita, compromettendo il benessere fisico, il tono dell’umore o le relazioni sociali, è importante riconoscerla e a rontarla in modo

DOTT.SSA PAMELA TASSETTI Psicologa Psicoterapeuta

Bergamo e online

adeguato. Il primo passo è sviluppare maggiore consapevolezza: imparare a distinguere tra fame fisica ed emotiva e riconoscere i segnali interni che precedono l’atto del mangiare.

Tuttavia, quando il comportamento è radicato, il supporto di un professionista diventa fondamentale. Rivolgersi a uno psicologo esperto in ambito alimentare permette di lavorare sui significati attribuiti al cibo, sui meccanismi emotivi sottostanti, sui blocchi cognitivi e comportamentali e sullo sviluppo di strategie alternative e personalizzate. In un percorso terapeutico, l’obiettivo non è eliminare il piacere del cibo ma costruire un rapporto più consapevole ed equilibrato con esso, imparando a riconoscere e accogliere le proprie emozioni senza doverle necessariamente “mangiare”.

Il bello e la bestia

Le due facce dell’abusatore e il ciclo della violenza nella coppia.

∞ A CURA DELLA DOTT.SSA SABRINA LUCINI

Quando si viene a conoscenza di una situazione di violenza nella coppia, una delle domande più frequenti è: “Perché non lo lascia? ”. È un interrogativo spontaneo, ma che rischia di spostare l’attenzione dalla complessità della relazione alla sola responsabilità della persona che subisce.

Nelle dinamiche di abuso, infatti, non ci si trova quasi mai di fronte a una violenza immediata o riconoscibile sin dall’inizio. Al contrario, la relazione può nascere in modo apparentemente positivo: il partner si mostra attento, presente, premuroso, capace di valorizzare l’altra persona e di farla sentire unica e speciale. Questa fase iniziale, spesso intensa e coinvolgente, contribuisce a rendere più dicile cogliere eventuali segnali di rischio. Il cambiamento, quando avviene, è graduale. Non si presenta come una rottura netta, ma come una progressiva trasformazione dei comportamenti e delle dinamiche relazionali.

Il ciclo della violenza

Per comprendere queste situazioni, la psicologa Lenore Walker ha descritto il cosiddetto ciclo della violenza, un modello che identifica tre fasi ricorrenti nelle relazioni abusive.

La prima è la crescita della tensione. Il partner inizia a manifestare irritabilità, nervosismo, atteggiamenti di controllo, critiche o svalutazioni. La persona coinvolta percepisce il cambiamento e cerca di adattarsi, modificando il proprio comportamento per evitare conflitti. Si sviluppa spesso una condizione di costante allerta, in cui tutto viene calibrato per prevenire una possibile reazione negativa.

Segue la fase dell’esplosione, in cui la tensione accumulata sfocia in episodi di violenza. Questi possono essere verbali, psicologici, economici o fisici, con comportamenti che vanno dalle minacce alle aggressioni di diversa intensità. In questa fase la persona che subisce si trova spesso in una

condizione di forte vulnerabilità emotiva e psicologica, con una sensazione di blocco e impossibilità di reagire.

La terza fase è quella della riconciliazione, spesso definita “ luna di miele”. Il partner si mostra pentito, chiede scusa, promette cambiamenti e può assumere comportamenti a ettuosi e rassicuranti. Questo momento contribuisce a ra orzare la speranza che la relazione possa migliorare, favorendo la permanenza all’interno della dinamica. Tuttavia, con il tempo, il ciclo tende a ripetersi, con fasi di tensione sempre più rapide e episodi di violenza progressivamente più intensi.

Le forme meno visibili della violenza

La violenza nelle relazioni non è solo fisica. Spesso assume forme meno evidenti ma altrettanto rilevanti, come la violenza psicologica ed economica. Il controllo costante, la svalutazione, l’isolamento progressivo, la limitazione

delle relazioni sociali o l’erosione dell’autonomia personale rappresentano segnali importanti.

Anche la violenza economica, meno riconosciuta ma molto diffusa, può manifestarsi attraverso il controllo delle risorse finanziarie, la gestione unilaterale del denaro o l’impedimento all’indipendenza lavorativa. In molti casi, questi comportamenti si inseriscono in modelli relazionali normalizzati, rendendo più dicile la loro identificazione. A ciò si aggiungono fattori culturali e stereotipi di genere che possono contribuire a interpretare in modo distorto comportamenti di controllo o gelosia, scambiandoli per attenzioni o forme di coinvolgimento a ettivo.

Riconoscere per interrompere il ciclo È importante superare l’idea che

DOTT.SSA SABRINA LUCINI

la violenza sia sempre legata a una patologia psichiatrica. Le evidenze mostrano come, nella maggior parte dei casi, i comportamenti abusanti si inseriscano in dinamiche relazionali e conte-

stuali complesse, spesso precedute da segnali precoci come aumento del controllo, isolamento progressivo o di coltà nella gestione delle emozioni. Un ulteriore elemento critico è rappresentato dal cosiddetto “numero oscuro”, ovvero l’insieme delle situazioni di violenza che non vengono denunciate e che restano quindi invisibili alle statistiche u ciali.

In questo contesto, la consapevolezza assume un ruolo centrale. Riconoscere i segnali, comprendere le dinamiche del ciclo della violenza e sviluppare uno sguardo realistico sulla relazione sono passaggi fondamentali per interrompere l’escalation. Promuovere informazione, ascolto e accesso alle risorse di supporto significa contribuire alla costruzione di relazioni più sane, fondate sul rispetto reciproco, sull’autonomia e sulla libertà personale.

Endometriosi: conoscerla per viverla meglio

Quando si parla di maternità, la consapevolezza del proprio corpo è fondamentale. L’endometriosi è una condizione di usa che può influenzare il benessere e, in alcuni casi, il percorso verso una gravidanza.

L’endometriosi è una condizione che colpisce circa 1 donna su 10 in età fertile, ma spesso rimane nascosta, confusa con altre patologie o fraintesa. Si verifica quando il tessuto endometriale (la mucosa che riveste l’interno dell’utero e che provoca ogni mese la mestruazione) cresce al di fuori dell’utero, ad esempio sulle ovaie, sulle tube, sulla vescica, sul peritoneo o sull’intestino. Questo tessuto, sensibile agli ormoni, si infiamma durante il ciclo mestruale, causando dolore, aderenze e, in alcuni casi, di coltà a concepire.

Perché si sviluppa?

La causa principale è legata alle mestruazioni: durante il ciclo, piccole quantità di tessuto endometriale possono risalire attraverso le tube e depositarsi nella cavità addominale ed in particolare nella pelvi, invece di essere eliminate.

Qui, questo tessuto continua a comportarsi come l’endometrio, crescendo e sanguinando ogni mese, ma senza possibilità di essere espulso. Questo provoca infiammazione, dolore e, nel tempo, aderenze.

Gravidanza e menopausa: due momenti chiave

> Gravidanza: durante la gravidanza, l’assenza del ciclo mestruale e i cambiamenti ormonali possono ridurre temporaneamente la progressione dell’endometriosi.

Molte donne, infatti, riferiscono una diminuzione dei sintomi in questo periodo; > Menopausa: con la menopausa, la produzione di estrogeni si riduce drasticamente e le mestruazioni cessano.

Di conseguenza, l’endometriosi tende a regredire o scomparire, perché il tessuto endometriale non è più stimolato dagli ormoni.

L’endometriosi non è una malattia rara, ma è spesso sottodiagnosticata: molte donne impiegano anni per ottenere una diagnosi corretta. Conoscerla è il primo passo per gestirla al meglio.

I sintomi: quando il dolore non è “normale” Molte donne sono abituate a sopportare dolori mestruali intensi, credendo che sia parte dell’“essere donna”. Ma se il dolore è così forte da limitare le attività quotidiane, interferire con il lavoro o la vita sociale, non è normale. Altri sintomi comuni includono: dolore durante i rapporti sessuali, a aticamento cronico, cicli mestruali molto abbondanti o irregolari, dolore pelvico anche al di fuori

del ciclo e di coltà a rimanere incinta. Ascoltate il vostro corpo: se qualcosa non vi sembra giusto, parlatene con il vostro ginecologo. L’endometriosi può essere gestita e curata, ma prima deve essere riconosciuta.

Diagnosi e trattamenti: le opzioni disponibili

La diagnosi può essere complessa, ma oggi esistono strumenti come l’ecografia transvaginale (spesso il primo passo), la risonanza magnetica pelvica (per casi più complessi) e la laparoscopia (l’unico metodo certo per confermare la malattia e per trattarla chirurgicamente quando necessario). Non sempre esiste una cura definitiva, ma ci sono molte strade per migliorare la qualità della vita: > terapie ormonali (pillola, spirale, progestinici) per ridurre l’infiammazione; > intervento chirurgico (per rimuovere le lesioni e riparare i danni quando possibile); > supporto psicologico, perché vivere con una malattia cronica può essere faticoso anche emotivamente.

Terapia ormonale: progestinici e pillola Due delle opzioni più comuni per gestire l’endometriosi sono: > terapia progestinica: i progestinici (come la pillola a base di solo progestinico o la spirale al levonorgestrel) aiutano a ridurre l’infiammazione e il dolore bloccando temporaneamente il ciclo mestruale o rendendolo più leggero. Sono spesso la prima scelta perché e caci e con pochi e etti collaterali; > pillola estro-progestinica: la classica pillola anticoncezionale combinata

DOTT. CLAUDIO CRESCINI

Adjunct Professor Humanitas

University Milan Italy, Presidente Fondazione

Confalonieri Ragonese

ASST Bergamo Est

(con estrogeni e progestinici) può essere usata in modalità continua (senza pausa tra un blister e l’altro) per evitare le mestruazioni e ridurre i sintomi. È una soluzione sicura e ben tollerata da molte donne. Entrambe le terapie non eliminano l’endometriosi, ma possono migliorare significativamente la qualità della vita. Il medico vi aiuterà a scegliere la soluzione più adatta alle esigenze individuali. Quando il dolore è severo o le terapie mediche non sono e caci, la chirurgia può aiutare a rimuovere le lesioni di endometriosi e migliorare i sintomi. Le tecniche mininvasive permettono oggi interventi più precisi, con tempi di recupero più rapidi e minore impatto sulla qualità di vita. Ogni donna è diversa, e il trattamento va personalizzato insieme al proprio ginecologo.

L’endometriosi non è uguale per tutte

Esistono forme molto disparate tra loro e di gravità di erente: > Endometriosi lieve o minima: spesso quasi asintomatica, con piccole lesioni che non alterano l’anatomia pelvica. Può essere scoperta

casualmente durante esami per altri motivi;

> Endometriosi grave o profonda: può essere invalidante, con lesioni estese che deformano gli organi pelvici (come ovaie, tube, vescica o intestino), causando dolore cronico, aderenze e, in alcuni casi, infertilità. Questa variabilità spiega perché alcune donne non sanno nemmeno di averla e sono asintomatiche , mentre altre convivono con sintomi gravi per anni.

Vivere con l’endometriosi: consigli pratici

> Informatevi: conoscere la malattia aiuta a gestirla. I siti delle associazioni u ciali o rono risorse utili e consigli importanti;

> Create una rete di supporto: parlate con il partner, la famiglia e le amiche. Esistono anche gruppi di supporto online dove condividere esperienze;

> Prendetevi cura di voi: alimentazione equilibrata, attività fisica dolce (come lo yoga o il pilates) e momenti di relax possono fare la di erenza;

> Non isolatevi: se la malattia vi fa sentire sole, ricordate che ci sono migliaia di donne che vivono la stessa esperienza. Chiedere aiuto è un atto di coraggio.

L’endometriosi può essere una sfida, ma non definisce chi siete. Con le giuste informazioni, il supporto medico e una rete di persone che vi sostengono, è possibile vivere una vita piena e soddisfacente. La ricerca avanza ogni giorno, e sempre più medici sono sensibili a questa problematica.

Invecchiamento attivo: vivere più a lungo, vivere meglio

Dalla prevenzione alla qualità della vita: le basi scientifiche di un modello che punta a mantenere autonomia, relazioni e benessere anche in età avanzata

Un cambio di prospettiva sull’invecchiamento

Negli ultimi anni il concetto di invecchiamento è stato profondamente rivisto dalle scienze biomediche e dalla sanità pubblica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’invecchiamento attivo come il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita con l’avanzare dell’età. Non si tratta quindi solo di aggiungere anni alla vita, ma soprattutto di aggiungere vita agli anni, mantenendo il più a lungo possibile autonomia funzionale e partecipazione sociale. Le evidenze scientifiche mostrano che una parte significativa del declino legato all’età non è inevitabile, ma

influenzata da fattori modificabili come stile di vita, ambiente e accesso alle cure preventive.

Movimento e funzione: il ruolo dell’attività fisica Tra i fattori più solidamente supportati dalla letteratura scientifica c’è l’attività fisica regolare. Studi epidemiologici e linee guida internazionali indicano che il movimento costante contribuisce a preservare massa muscolare, equilibrio e capacità cardiovascolare, riducendo il rischio di fragilità e perdita di autonomia. Anche attività moderate come camminare, fare esercizi di resistenza leggera o praticare ginnastica dolce hanno e etti documentati sulla funzionalità fisica e sul metabolismo. In età avanzata,

il concetto chiave non è la performance, ma la continuità del movimento, adattato alle condizioni individuali e sostenibile nel tempo.

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Cervello, prevenzione e stimolazione cognitiva L’invecchiamento attivo riguarda anche la sfera cognitiva. Le ricerche neuroscientifiche mostrano che il cervello mantiene una certa plasticità anche in età avanzata, e che stimolazione mentale, apprendimento continuo e vita sociale attiva possono contribuire a preservarne le funzioni. Attività come lettura, giochi cognitivi, formazione continua o semplicemente relazioni sociali regolari sono associate a un rallentamento del declino cognitivo fisiologico. Anche il sonno, la gestione

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dello stress e il controllo dei fattori cardiovascolari giocano un ruolo importante nella salute cerebrale nel lungo periodo.

Alimentazione e prevenzione: un fattore decisivo

Un altro pilastro dell’invecchiamento attivo è la nutrizione. Modelli alimentari come la dieta mediterranea sono associati, in numerosi studi osservazionali, a una maggiore aspettativa di vita in buona salute e a una riduzione del rischio di malattie croniche. Il ruolo non è legato a singoli alimenti, ma all’equilibrio complessivo: consumo regolare di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, grassi insaturi e un apporto moderato di proteine di qualità. Anche l’idratazione e la regolarità dei pasti contribuiscono al mantenimento

delle funzioni metaboliche.

Socialità e autonomia: la dimensione spesso trascurata La componente sociale è considerata oggi un determinante fondamentale della salute in età avanzata. Diversi studi hanno evidenziato che isolamento e solitudine sono associati a peggioramenti dello stato di salute generale, comparabili a quelli di altri fattori di rischio tradizionali. Al contrario, la partecipazione ad attività comunitarie, il mantenimento di legami familiari e la presenza di reti sociali attive contribuiscono al benessere psicologico e alla percezione di autonomia. L’invecchiamento attivo, in questa prospettiva, non è solo una strategia individuale, ma anche un obiettivo di salute pubblica.

Un modello sostenuto dalle evidenze scientifiche Nel complesso, l’invecchiamento attivo si fonda su un insieme di evidenze scientifiche che mostrano come una parte significativa delle capacità funzionali possa essere preservata attraverso interventi preventivi e stili di vita adeguati. Non elimina il naturale processo di invecchiamento, ma ne modula gli e etti, favorendo una maggiore qualità della vita. In un contesto di progressivo aumento dell’aspettativa di vita, questo approccio assume un ruolo sempre più centrale nelle politiche sanitarie e nella medicina moderna, con l’obiettivo di rendere gli anni aggiunti non solo più numerosi, ma anche più autonomi e attivi.

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staff MindFit Clinic 2026

Munz Floor:

il fitness lento che rigenera il corpo dall’interno

Sullo sfondo dei workout intensi, cresce un metodo che punta su lentezza, ascolto e benessere profondo.

Rallentare per ritrovarsi

In un’epoca in cui il fitness è spesso associato a intensità, velocità e risultati immediati, esiste una pratica che invita a fare esattamente l’opposto: rallentare. Il metodo Munz Floor nasce proprio da questa idea controcorrente e propone un approccio al movimento basato su lentezza, consapevolezza e ascolto del corpo. Si pratica a terra, lontano da attrezzi e da logiche performative, e non ha come obiettivo il miglioramento estetico, ma una rigenerazione profonda e duratura. Non è yoga né stretching tradizionale: è un lavoro somatico che mette al centro la perce-

∞ A CURA DI SARA CARRARA

zione di sé, invitando a ristabilire un dialogo autentico con il proprio corpo, spesso trascurato nella quotidianità.

Una storia che parte dal corpo

Alla base del metodo c’è l’esperienza personale del suo ideatore, Alexandre Munz, ex primo ballerino, che si è trovato a dover a rontare un’ernia del disco. Di fronte alla prospettiva di un intervento chirurgico, ha iniziato a esplorare una via alternativa, fatta di movimenti minimi, lenti e progressivi, cercando di comprendere cosa accadesse davvero nel corpo durante il movimento. È proprio da questa ricerca che nasce Munz Floor: un sistema di esercizi pensati per accompagnare il corpo verso un recupero naturale, senza forzature. Nel tempo, questa pratica ha iniziato a di ondersi anche

al di fuori del mondo della danza, coinvolgendo sportivi e persone alla ricerca di un modo diverso di prendersi cura di sé, soprattutto in presenza di dolori o rigidità.

Il lavoro invisibile della fascia Uno degli aspetti più interessanti del metodo riguarda l’attenzione al sistema fasciale, una rete di tessuti connettivi che avvolge e collega tutte le strutture del corpo. Per lungo tempo considerata marginale, oggi la fascia è riconosciuta come un elemento chiave per il benessere e la funzionalità dell’organismo. I movimenti lenti e spiraliformi tipici del Munz Floor stimolano proprio questo sistema, favorendo processi di rigenerazione interna. In particolare, si attivano meccanismi che contribuiscono alla produzione di sostanze fondamentali come collagene,

elastina e acido ialuronico, con e etti positivi su elasticità, mobilità e idratazione dei tessuti. Si tratta di un lavoro profondo e progressivo, che agisce nel tempo e che non punta al risultato immediato, ma a un miglioramento globale e duraturo.

Muoversi lentamente, in profondità

Una seduta di Munz Floor si svolge interamente a terra, spesso in posizione supina, seguendo indicazioni guidate. I movimenti sono piccoli, talvolta quasi impercettibili, e richiedono concentrazione più che sforzo. Non si tratta di “allenarsi” nel senso tradizionale, ma di creare spazio all’interno del corpo, decomprimere la colonna vertebrale e ristabilire una connessione armonica tra le diverse parti. La lentezza diventa così uno stru-

mento fondamentale: permette di evitare tensioni inutili e di lavorare in profondità, favorendo un rilascio progressivo delle rigidità. Questo approccio consente anche di sviluppare una maggiore consapevolezza corporea, elemento spesso trascurato ma essenziale per prevenire squilibri e disfunzioni.

Benessere oltre la performance

Proprio per queste caratteristiche, il metodo è accessibile a tutti, indipendentemente dall’età o dal livello di allenamento. Non richiede particolari abilità e può essere praticato con regolarità, anche una sola volta a settimana. I benefici riportati non si limitano all’aspetto fisico, ma coinvolgono l’intero equilibrio della persona:

miglioramento della qualità del sonno, maggiore calma mentale, sensazione di leggerezza e benessere di uso. In un contesto dominato da allenamenti sempre più intensi e orientati alla perfor-

mance, il Munz Floor rappresenta un’alternativa che invita a cambiare prospettiva: meno velocità, più ascolto. Perché, a volte, è proprio rallentando che il corpo trova il modo di rigenerarsi davvero.

Chirurgia

estetica:

tra crescita della domanda e nuove tendenze

I trend emersi dal XIII Congresso Nazionale AICPE dimostrano che la chirurgia estetica è in aumento ma sempre più orientata a tecniche meno invasive, personalizzate e integrate con la medicina estetica.

Un settore in crescita ma sempre più “soft”

La chirurgia estetica continua a registrare una crescita costante in Italia e a livello internazionale, ma con un cambiamento sempre

più evidente nelle modalità di richiesta e di approccio. I dati e le analisi presentati in occasione del XIII Congresso Nazionale AICPE (Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica) confermano un aumento complessivo degli interventi, accompagnato però da una chiara preferenza per procedure meno invasive e risultati sempre più naturali.

Il settore si sta progressivamente spostando verso tecniche che riducono i tempi di recupero e l’impatto complessivo dell’intervento, con una crescente integrazione tra chirurgia e medicina estetica. In molti casi, infatti, non si parla più di singole procedure isolate, ma di percorsi combinati e personalizzati.

Seno e sguardo

al centro delle richieste

Tra gli interventi più richiesti si confermano quelli al seno e la

chirurgia della palpebra, in particolare la blefaroplastica. La chirurgia mammaria resta una delle aree più consolidate del settore, comprendendo diverse tipologie di intervento che vanno dall’aumento alla riduzione fino al rimodellamento. La blefaroplastica, invece, sta conoscendo una di usione sempre più ampia e trasversale, interessando fasce di età di erenti e rispondendo al desiderio di migliorare l’aspetto dello sguardo, spesso percepito come elemento centrale dell’espressività del volto. Accanto a queste procedure, rimangono stabili anche gli interventi di rinoplastica, che continuano a rappresentare una quota significativa della domanda complessiva.

Il calo della liposuzione e le alternative meno invasive

Un dato interessante emerso negli ultimi anni riguarda la dimi-

nuzione della liposuzione tradizionale. Questa tendenza sembra essere legata sia all’evoluzione delle tecniche chirurgiche sia alla crescente di usione di metodiche alternative meno invasive. Tecnologie basate su energia laser, ultrasuoni o radiofrequenze vengono sempre più spesso utilizzate per il rimodellamento corporeo, con l’obiettivo di intervenire in modo graduale sui volumi e sulla qualità dei tessuti. Parallelamente, anche l’attenzione verso stili di vita più equilibrati e percorsi di prevenzione contribuisce a modificare la domanda di interventi più invasivi.

Verso una chirurgia sempre più personalizzata Uno degli elementi centrali messi in evidenza dal XIII Congresso Nazionale AICPE è la crescente personalizzazione dei trattamenti. La chirurgia estetica contemporanea tende, infatti, a superare mo-

delli standardizzati, per costruire percorsi su misura che tengano conto delle caratteristiche individuali e degli obiettivi estetici della persona. In questo contesto, si ra orza anche l’integrazione tra chirurgia e medicina estetica, soprattutto nei trattamenti del volto. L’obiettivo non è più solo la correzione di un inestetismo, ma il raggiungimento di un equilibrio armonico e naturale, con risultati

progressivi e meno “visibili” come intervento.

Un cambiamento culturale prima ancora che medico Il quadro che emerge dai dati e dalle riflessioni del XIII Congresso Nazionale AICPE è quello di un settore in trasformazione, che riflette un cambiamento più ampio nel modo in cui viene percepita la chirurgia estetica. Sempre più spesso non è vista come un insieme di interventi isolati, ma come parte di un percorso di cura di sé, in cui si intrecciano chirurgia, medicina estetica e attenzione allo stile di vita. In vista della stagione estiva, questo trend si inserisce in una riflessione più generale sul rapporto tra immagine, benessere e identità personale. Una direzione che sembra privilegiare sempre più la naturalezza, la gradualità e la personalizzazione dei risultati.

IPB ISTITUTO POLISPECIALISTICO BERGAMASCO

Secondo piatto

Di coltà di preparazione

Facile

Torta salata con cipolle rosse e spinaci

INGREDIENTI per 4 persone

2 Cipolle rosse

2 Sfoglie di pasta briseé

150 g Formaggio d’alpeggio

Tempo di preparazione

1 ora

FABRIZIO MARTINELLI Cuoco

Il Sole e la Terra, Curno (BG)

100 g Formaggio grattugiato

2 Uova

mezzo Bicchiere di Latte

1 Manciata di Pangrattato

1 Cucchiaio di Olio d’oliva

200 g Spinaci freschi

qb Sale e Pepe

PREPARAZIONE

Stendere la pasta brisée in una tortiera e cospargere il pangrattato sul fondo. In un grande contenitore mescolare le cipolle rosse con il formaggio d’alpeggio tagliato a dadini, il formaggio grattugiato, le uova, il latte, l’olio d’oliva, il sale e il pepe. Aggiungere gli spinaci freschi tritati grossolanamente e mescolare bene. Versare la miscela nella tortiera e ricoprire con la seconda sfoglia di brisée per fare il coperchio; bucherellarlo con una forchetta e poi cuocere in forno preriscaldato a 170 gradi per circa 40 minuti o fino a quando la torta è dorata e ben cotta.

RUBRICHE ANIMALIANIMALI

Mobilità a quattro zampe: come cambia il modo di viaggiare con gli animali

Dalla vita quotidiana ai viaggi: quando il pet diventa parte stabile della famiglia, nasce anche un nuovo bisogno di servizi e mobilità dedicata

In Italia la presenza degli animali domestici non è più un fenomeno marginale, ma una componente stabile della vita familiare. Secondo i dati Istat, oltre il 37% delle famiglie convive con almeno un animale domestico, pari a più di 10 milioni di nuclei familiari e circa 25 milioni di animali complessivi (Istat 2024). Cani e gatti restano le specie più di use, ma il dato più significativo riguarda la trasformazione sociale: cresce in modo costante la quota di coppie senza figli che scelgono di vivere con un pet, segnale di un cambiamento profondo nei modelli di famiglia e di cura. Questo scenario si inserisce in un contesto

europeo altrettanto rilevante: secondo FEDIAF, quasi la metà delle famiglie europee possiede almeno un animale domestico, per un totale di circa 299 milioni di pet (FEDIAF 2024). Non si tratta quindi di una tendenza locale, ma di una trasformazione demografica ampia e consolidata.

Quando la città diventa un limite

Se la presenza degli animali cresce, non sempre crescono allo stesso ritmo i servizi che ne facilitano la gestione quotidiana. Nelle aree urbane, infatti, la mobilità rappresenta ancora uno degli aspetti più complessi. Trasporti pubblici, taxi e regole locali spes-

so consentono l’accesso agli animali, ma con limitazioni che rendono di cile la pianificazione quotidiana: orari, dimensioni, numero di animali per mezzo o discrezionalità del conducente.

In questo spazio di incertezza si inserisce un bisogno concreto delle famiglie: accompagnare il proprio animale in sicurezza e senza stress, soprattutto per visite veterinarie, spostamenti lavorativi o trasferimenti rapidi.

È proprio la frammentazione delle regole urbane a rendere sempre più rilevante la nascita di servizi dedicati come i pet taxi, pensati per ridurre tempi morti e di coltà logistiche.

∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Viaggi e vacanze: il pet entra nelle scelte di mobilità Il cambiamento non riguarda solo la città, ma anche i viaggi. Negli ultimi anni il turismo pet-friendly è cresciuto in modo significativo: secondo una ricerca Booking. com 2025, una quota crescente di viaggiatori sceglie la destinazione anche in base alla possibilità di viaggiare con il proprio animale, e quasi un viaggiatore su tre considera il fattore “pet-friendly” determinante nella scelta della meta. Anche il trasporto si sta adattando. In Italia, Trenitalia e Italo hanno introdotto regole sempre più inclusive per il trasporto degli animali domestici, con possibilità di viaggiare in treno con cani di diverse taglie, secondo specifiche condizioni di sicurezza. Parallelamente, a livello europeo e internazionale, cresce l’attenzione verso

soluzioni di viaggio integrate che includano il pet come parte del passeggero e non come eccezione. Un ulteriore segnale arriva dal settore aereo: le nuove linee guida ENAC (2025) hanno aperto alla possibilità di trasporto in cabina per animali di taglia maggiore rispetto al passato, segno di una

progressiva normalizzazione della presenza dei pet anche nei viaggi a lunga distanza.

Un nuovo mercato tra servizi, piattaforme e mobilità dedicata La crescita della popolazione pet e la loro integrazione nella vita quotidiana stanno generando un

RUBRICHE ANIMALI

mercato sempre più strutturato. Il settore globale del pet care è stimato da Euromonitor in oltre 200 miliardi di dollari (Euromonitor 2025), con una forte espansione non solo dei prodotti, ma soprattutto dei servizi. Accanto al cibo e agli accessori, stanno emergendo nuove soluzioni legate alla mobilità e all’esperienza di viaggio: servizi di pet transport su piattaforma, prenotazioni dedicate e sistemi di accompagnamento integrati nelle app di trasporto. Anche grandi operatori della mobilità urbana stanno sperimentando formule come Uber Pet in diverse città internazionali, mentre il turismo digitale e le piattaforme di prenotazione stanno ampliando filtri e o erte per strutture realmente pet-friendly. Secondo dati di usi da Airbnb (2025), i viaggi con animali risultano in forte crescita globale, con un aumento significativo delle prenotazioni in strutture che

accolgono esplicitamente i pet. Parallelamente, la nascita di community digitali dedicate ai proprietari di animali e l’integrazione con piattaforme di booking segnalano una direzione chiara: la mobilità con animali sta diventando un ecosistema, non più una serie di servizi isolati.

Un’evoluzione silenziosa della vita quotidiana

La di usione dei pet taxi e dei servizi di mobilità dedicati non rappresenta solo una tendenza di mercato, ma il riflesso di un cambiamento più profondo: gli

animali domestici sono ormai parte integrante delle famiglie e delle loro scelte quotidiane. In questo scenario, la mobilità diventa uno degli ultimi fronti di adattamento. Rendere più semplice spostarsi con un animale significa rispondere a un bisogno reale delle città contemporanee, dove tempo, logistica e cura devono convivere. È qui che un servizio apparentemente di nicchia diventa indicatore di un cambiamento più ampio: la trasformazione della mobilità in qualcosa di sempre più vicino alla vita reale delle persone — e dei loro animali.

sentire bene è una scelta di benessere

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RUBRICHE ALTRE TERAPIE

Talassoterapia: il benessere che arriva dal mare

In vista dell’estate, un approfondimento su una pratica che sfrutta acqua, clima e risorse marine per il relax e il riequilibrio dell’organismo.

Un’idea antica che arriva fino a oggi

La talassoterapia è un insieme di pratiche che utilizza le risorse dell’ambiente marino – in particolare acqua di mare, alghe, fanghi e clima costiero – con finalità di benessere generale. Il termine deriva dal greco thalassa, mare, e richiama una tradizione molto antica, di usa nelle culture mediterranee, che attribuiva al mare un ruolo importante nei processi di recupero e rigenerazione. Già nell’antichità, il mare non era soltanto un luogo di svago, ma anche uno spazio legato alla cura del corpo e al riequilibrio delle energie. Oggi questo approccio si è trasformato in percorsi strutturati proposti in centri specializzati, spesso situati lungo le coste o in strutture termali che ricreano condizioni marine controllate. L’acqua di mare, ricca di sali minerali e oligoelementi come magnesio, potassio, calcio e iodio, è l’elemento centrale di questi trat-

tamenti, utilizzata in diverse forme e combinazioni.

L’acqua di mare e la dimensione sensoriale del trattamento

Uno degli aspetti più caratteristici della talassoterapia è l’immersione in acqua marina, spesso riscaldata e mantenuta a temperatura controllata. La densità dell’acqua

salata favorisce una sensazione di leggerezza che rende più fluido il movimento e contribuisce a una percezione generale di rilassamento corporeo. Questo elemento viene spesso valorizzato nei percorsi di benessere, dove il movimento in acqua diventa parte integrante dell’esperienza. Accanto ai bagni marini, vengono utilizzati anche altri elementi

derivati dal mare, come alghe e fanghi, applicati sulla pelle o inseriti in trattamenti specifici. Questi materiali naturali sono apprezzati per il loro contenuto minerale e per la sensazione di morbidezza e tonicità che possono restituire alla pelle. L’approccio non si concentra su e etti specifici, ma su una dimensione globale di benessere che coinvolge percezione corporea, rilassamento e contatto con elementi naturali.

Il ruolo dell’ambiente marino e del clima

La talassoterapia non si limita ai trattamenti in acqua, ma include anche l’ambiente marino nel suo insieme. L’aria di mare, ricca di aerosol naturali, la luce solare e il paesaggio costiero sono considerati parte integrante del percorso. Il contesto diventa quindi un elemento attivo, che contribuisce a creare una condizione di disten-

sione e allontanamento dalla routine quotidiana. Molti centri strutturano i percorsi includendo attività leggere all’aperto, passeggiate lungo la costa o momenti di riposo in spazi a acciati sul mare. In questo modo il trattamento si estende oltre la cabina o la piscina, coinvolgendo l’intera esperienza ambientale. È proprio questa integrazione tra natura e pratiche di benessere a rendere la talassoterapia un approccio particolarmente legato alla stagionalità, soprattutto nei mesi primaverili ed estivi, quando il rapporto con il mare diventa più immediato e accessibile.

Tra benessere, prevenzione e stile di vita

La talassoterapia è generalmente inserita tra le pratiche complementari dedicate al benessere e alla cura dello stile di vita. Non si propone come alternativa alla

medicina, ma come percorso orientato al rilassamento, alla prevenzione dello stress e al miglioramento della qualità percepita della vita quotidiana. Negli ultimi anni ha conosciuto una di usione crescente, anche grazie all’interesse verso approcci più naturali e integrati al benessere. Viene spesso scelta come esperienza rigenerante in periodi di stanchezza o semplicemente come momento di pausa, soprattutto in vista dell’estate, quando il mare diventa simbolo di riposo e ricarica. In questo senso, la talassoterapia si inserisce in una visione più ampia che unisce natura, movimento e consapevolezza del proprio equilibrio psicofisico, valorizzando il mare non solo come destinazione turistica, ma come risorsa di benessere da vivere in modo più consapevole e continuativo.

“Il Forno” di Brembilla: il rigore della tradizione

Una storia di famiglia, sapori bergamaschi, ricette antiche

L’insegna dal fascino vintage, dipinta sulla facciata dell’edificio che a onda le sue radici nel XV secolo, dove ogni pietra trasuda di storia, è già un bell’invito ad aprire in battenti ed entrare. Ma dietro i ramoscelli di bacche che adornano la scritta “Antica Osteria - Il Forno” c’è molto altro. Benvenuti in Val Brembilla, ramo della Val Brembana, un tempo terra di boscaioli, carbonai, minatori costretti a migrare e oggi sede di un moderno distretto industriale in un contesto naturalistico unico. Passato e presente si fondono in questo luogo, dove la tradizione culinaria bergamasca de “Il Forno” (via Roma 32, Val Brembilla, ristoranteforno.com) volendo strizza l’occhio anche al Mediterraneo.

L’Antica Osteria ha due secoli e tre lustri, essendo l’anno di battesimo il 1811. Ha visto passare fra le sua mura mandriani, mercanti, girovaghi, pastori e oggi, al suo desco, si attardano schiere di amici,

famiglie, operai, dirigenti. E “Il Forno” ha visto passare anche intere generazioni. Oggi Andrea e Marco Cornoldi stringono saldamente in mano le redini del locale. La conduzione familiare, la valorizzazione dei sapori della tradizione, l’ambiente, la sala con volta a botta di tufo, la pavimentazione in cementine liberty, un a resco cinquecentesco contribuiscono a creare un’atmosfera

di casa, dove il tempo pare si sia fermato.

Ma è altrettanto stimolante fermarsi a tavola per assaporare i più veri e autentici sapori di una volta. Degustare i piatti de “Il Forno” è compiere un viaggio nel passato, un’esperienza sensoriale, che premia vista e palato, iride e pupille gustative. Non a caso l’osteria si fregia del titolo di “Locale storico” della Regione, nonché di altri riconoscimenti. Nonostante premi e blasoni, ai Cornoldi sembra interessare più la soddisfazione del cliente. E la notorietà del locale si deve - oltre al passaparola - alla genuinità della loro tavola. Ho scoperto “Il Forno” parecchi anni fa con l’amico, purtroppo passato a miglior vita, Roberto Vitali, giornalista enogastronomico di punta. E l’ho riscoperto in una plumbea giornata dello scorso aprile, che mi ha riscaldato stomaco e cuore. Se non si fosse ancora capito, questo è un locale da met-

∞ A CURA DI EMANUELE RONCALLI

tere in agenda, ad ogni stagione fra l’altro, un porto franco per buongustai.

Ma bando alle ciance e passiamo in rassegna la carta. Andrea e Marco sono capaci anche di sorprendere i commensali con qualche fuori menu.

La faraona ripiena è un must. La ricetta è top secret. Ma se vogliamo partire dall’entrée, d’obbligo passare per così dire in salumeria, dove degustare salame nostrano e pancetta, con la classica giardiniera e uno spicchio di formaggio locale. Per i più esigenti la battuta di cervo con senape, miele e cristalli di lampone e per chi sceglie la tradizione chisöl di polenta al formai de müt. Fra i primi, la pasta fresca è base dei ravioli di Nonna Cesara, delle foiade al ragù di cinghiale e salsiccia, dei casoncelli. E il cinghiale non può non trovarsi anche nei secondi accompagnati come sempre da una fumante polenta o taragna.

“Il Forno” è tra i pochi locali che propone i “nosecc” preparati secondo il ricettario storico, un fagottino di coste ed erbette ripieno e stufato, che premia ad ogni assaggio. Questi involtini di verza, originari della cucina contadina povera, devono il nome alla loro forma che ricorda una piccola noce e sono documentati in antichi ricettari (Trattato di cucina semplice per Conservare lo Stomaco di Giuseppe Riva, 1878). Secondo la tradizione per una buona riuscita del piatto occorre la verza “brinata”, raccolta dopo il gelo, che o re una maggiore croccantezza. Fra le carni spiccano la noce di vitello arrosto con funghi porcini e la guancetta di manzo brasata al Valcalepio con purè. Ma se siete un gruppo di amici o una famiglia al gran completo si può optare per la griglia dove troverete la tagliata, la Fiorentina di scottona o il filetto di manzo. Il menu accoglie anche piatti a base di pesce, percorsi degustazione e

serate a tema. Il tutto rigorosamente annaffiato da vini locali e strutturati, con qualche etichetta interessante.

Lasciato “Il Forno”, se la giornata lo consente, consigliamo di esplorare i dintorni: una camminata panoramica porta a Gerosa, dove si erge il celebre santuario della Madonna della Foppa, oppure fatevi indicare il sentiero della Valle dei Faggi o il sentiero della Valle delle Cachere. Se avete tempo e soprattutto “gamba”, potete percorrere la Strada Taverna, un’antica mulattiera che corre lungo la dorsale di confine tra Val Brembilla e Val Brembana, seguendo una linea di crinale che separa Val Brembilla e Zogno. Conosciuto anche come Strada Meneghina, questo antico sentiero dei mercanti, attraversa borghi medievali, case in pietra, taverne e una cappella dei viandanti. Un’escursioni fuori porta. E la fatica sarà ampiamente ripagata.

A Perdasdefogu si vive oltre 100 anni

Il paese sardo ha il primato mondiale di longevità.

Cos’hanno in comune un minuscolo paesino dell’Ogliastra e il Giappone? Un primato da far invidia a molti. Perdasdefogu - questo il nome quasi impronunciabile del piccolo centro sardo - è il paese con la più alta concentrazione di centenari al mondo. Mentre il Giappone è la nazione con la più alta aspettativa di vita.

A Perdasdefogu (dal sardo «pietre da fuoco»), a un’ora di strada dalla spiaggia di Barisoni, in provincia di Nuoro, si nasconde insomma il segreto per vivere un secolo e anche più, tanto da entrare di diritto nel Guinness dei primati. La comunità ogliastrina è considerata una delle cinque Blu zone del mondo, con le isole di Okinawa in Giappone e Ikaria in Grecia, la penisola di Nicoya in Costa Rica e la comunità di Loma Linda in California. Ma vediamo di capire come è possibile che accada tutto ciò e quali siano le norme, i comportamenti, gli usi, la cucina di questa zona, insomma,

tutto ciò che contribuisce a tener lontana l’ora del nostro addio.

Di certo non è possibile giustificare tutto ciò come una semplice casualità. Il borgo, negli anni, è diventato meta di studiosi, giornalisti e troupe televisive provenienti da tutto il mondo. L’attenzione era caduta in particolare sulla famiglia Melis. Donna Consolata, la più grande degli otto fratelli, nel 2014 poco prima di compiere 108 anni decantava le proprietà del minestrone ogliastrino, una ricetta poi riproposta da vari chef nel mondo. Al di là delle note culinarie, numerosi scienziati e docenti universitari si sono concentrati su migliaia di campioni di Dna raccolti per analizzare le caratteristiche genetiche della comunità. La cosa incredibile è che per anni il paese era stato definito come inquinato per la presenza del poligono di Quirra, mentre gli studi dimostrano che qui evidentemente si vive bene e in buona salute.

Secondo gli scienziati, Perdasdefogu può vantare questo primato grazie a un mix tra fattori genetici, ambientali e culturali. Il clima mite, una dieta mediterranea autentica, ricca di verdure, legumi, olio d’oliva e vino rosso, e uno stile di vita attivo anche in età avanzata, sono elementi chiave. Ma a sorprendere è l’assenza di stress cronico. Il tempo qui scorre più lentamente, e la qualità delle relazioni sociali contribuisce a ra orzare benessere mentale e resilienza psicologica. In definitiva una vita semplice, forse con poche emozioni e adrenalina, ma tant’è. Perdasdefogu potrebbe essere meta di una gita per coloro che trascorreranno le vacanze marine sulla costa di Barisoni.

Cosa c’è da vedere? Stante il fatto che le sue origini risalgono alle epoche prenuragica e nuragica, numerosi sono i siti archeologici presenti nel territorio. Tra le tracce archeologiche più antiche

∞ A CURA DI CATERINA RONCALLI

si trovano le Tombe dei Giganti, la fonte sacra di Peddi dei cani e diversi nuraghi, tra cui i nuraghi di Arras, Prediargiu, Trutturis, Florentina e Perdixeddu. Questi luoghi rappresentano un tesoro storico che racconta le antiche radici del borgo. Nel centro storico, caratterizzato da edifici ottocenteschi e case in pietra, si trovano la chiesa parrocchiale di San Pietro apostolo del XIX secolo e la chiesa di San Sebastiano.

La natura circostante il paese o re paesaggi spettacolari. Sa Brecca de is Tapparas è un canyon a cielo aperto, assai suggestivo per il contrasto tra le rocce scolpite e la vegetazione mediterranea. Le grotte di Is Angurtidorgius aggiungono un tocco di mistero con i loro cunicoli e stalattiti, mentre i tacchi di Jerzu, imponenti formazioni calcaree, e le cascate di Luesu, immerse nei boschi di querce, o rono un rifugio naturale per una varietà di flora e fauna.

Nei secoli passati l’economia del

paese si era sviluppata grazie ai giacimenti minerari, in particolare di antracite e ferro. La miniera di Nuraghe San Pietro rappresenta una testimonianza significativa di

questa attività estrattiva. Ma ormai tutti cercano lavoro altrove. Il paese di spopola, i ragazzi vanno altrove. Invecchiando molto prima.

Progetto Fast Track Cities

Farmacie e prevenzione HIV: il ruolo della rete territoriale nella diagnosi precoce e nell’informazione ai cittadini

L’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Bergamo è stato recentemente coinvolto nella campagna di prevenzione di una patologia che tutti conosciamo, ovvero HIV/AIDS. La partecipazione dei nostri professionisti iscritti all’Albo è stata concertata con l’Associazione Fast Track Cities, che si occupa di prevenzione

e di usione di strumenti atti a rilevare nella popolazione una possibile infezione da HIV.

Il progetto, che partirà intorno alla metà primavera, coinvolge numerose città italiane, tra cui anche Bergamo, e ha una di usione sul territorio europeo con una partenza simultanea di tutte le città Fast Track.

I dati dell’infezione

L’infezione da virus HIV, in tutti questi anni, non si è purtroppo mai fermata e i dati forniti dagli enti preposti ci delineano una situazione in aumento, anche nella nostra provincia. Anche la minor attenzione dei mass media negli ultimi anni, dovuta sicuramente alla pandemia da Covid-19, ha fatto sì che la popolazione perdesse la consapevolezza di una problematica di salute così importante, come se il problema fosse superato e riguardasse solo gli anni ’80-’90.

Gli stessi giovani di oggi, non avendo vissuto il suddetto periodo, tendono a minimizzare il problema, mantenendo a volte un atteggiamento superficiale nei riguardi dell’HIV e avendo rapporti sessuali non protetti. L’infezione, in sostanza, riguarda tutti, eterosessuali e non, e non si deve più stigmatizzare la questione pensando che riguardi solamente categorie limitate di persone.

Il ruolo dei farmacisti

Il coinvolgimento dei farmacisti nella prevenzione ha comportato che gli stessi frequentassero un corso di aggiornamento volto a rinforzare le competenze forniteci all’università e ad aggiornarci sulle terapie attualmente in uso presso le strutture ospedaliere, farmaci che hanno letteralmente stravolto, in senso positivo, la vita di chi si scopre positivo al test e che deve a rontare terapie che, se iniziate nel più breve tempo possibile dal contagio, assicurano uno stile di vita paragonabile a chi l’infezione non l’ha contratta. In questo prezioso corso di aggiornamento siamo stati formati ad accogliere e aiutare i pazienti dal punto di vista psicologico, fornendo loro

Consigliere dell’Ordine dei farmacisti della Provincia di Bergamo

indirizzi utili per confermare un eventuale test positivo presso una struttura ospedaliera. Nelle farmacie bergamasche che sono state selezionate e formate troverete kit test salivari da e ettuare a domicilio, volantini informativi che

spiegano in modo esaustivo tutto ciò che concerne l’infezione da HIV, le possibilità di cura e quindi la presa in carico da parte delle strutture preposte. La presenza di locandine individuerà la farmacia che ha aderito al progetto Fast Track Cities.

Ancora una volta i farmacisti sono al centro della prevenzione e della cura dei pazienti, grazie alla professionalità riconosciuta dai cittadini, come confermato dai recentissimi dati CENSIS a livello nazionale, e alla nostra capillarità. Rivolgetevi quindi al farmacista in tutta sicurezza e tranquillità e troverete sicuramente competenza, gentilezza e riservatezza anche di fronte a una patologia così importante.

Il movimento attraversa Bergamo

Il 10 marzo, all’Auditorium Lucio Parenzan dell’ASST Papa Giovanni XXIII, si è svolto l’incontro “Il movimento che cura”, dedicato al valore dell’attività fisica come strumento di prevenzione e benessere. L’iniziativa ha posto al centro la Ginnastica Preventiva Adattata promossa dal CUS Bergamo, un progetto che negli ultimi anni ha coinvolto oltre 85 Comuni della provincia, rivolgendosi in particolare alla popolazione adulta e senior.

La giornata è stata preceduta da un viaggio simbolico a bordo di un autobus ATB, che ha unito istituzioni, mondo accademico e sanitario lungo un percorso cittadino pensato per rappresentare l’idea di “longevità attiva”. L’attività fisica è stata così raccontata non solo come esercizio, ma come par-te integrante della vita quotidiana e della cura di sé. Nel corso dell’incontro sono stati presentati i risultati e le prospettive di un progetto avviato da oltre undici anni dal Centro Universitario Sportivo di Bergamo, oggi sempre più integrato con il sistema sanitario e con le realtà territoriali. La Ginnastica Preventiva Adattata è stata descritta come un modello di attività fisica guidata, finalizzata al mantenimento del benessere, della socialità e dell’autonomia funzionale.

Ampio spazio è stato dedicato anche alle testimonianze dirette e al contributo scientifico dell’Università degli studi di Bergamo, che ha illustrato le attività del Centre for Healthy Longevity. Il progetto si conferma così un’esperienza territoriale strutturata di promozione del movimento come strumento di salute pubblica, con un approccio multidisciplinare e orientato alla prevenzione.

Campioni di longevità ma salute in calo già dai 58 anni

In Italia si vive sempre più a lungo, ma non necessariamente in buona salute. È quanto emerge dal nuovo Libro Bianco sulla Cronicità e la Non Autosu cienza, che rielabora i dati Istat contenuti nel report “La salute: una conquista da difendere” e fotografa un Paese tra i più longevi d’Europa ma sempre più esposto a fragilità sanitarie e sociali. La speranza di vita si avvicina ormai agli 84 anni, ma gli anni vissuti in buona salute si fermano mediamente attorno ai 58. Ne deriva un periodo potenzialmente molto lungo in cui aumentano condizioni croniche, limitazioni funzionali e bisogno di assistenza, con un impatto significativo sia sulla qualità della vita sia sulla sostenibilità del sistema sanitario e familiare.

Secondo il documento, l’Italia sta entrando in una fase definita da molti esperti uno “tsunami d’argen-

to”, legato all’invecchiamento della popolazione. Gli over 65 rappresentano già circa un quarto degli abitanti e potrebbero arrivare al 30% entro il 2030. Parallelamente cresce il numero di persone che convivono con più patologie croniche e la domanda di servizi di cura e assistenza.

Un altro elemento centrale riguarda il ruolo dei caregiver familiari e dell’assistenza privata, che oggi sostiene in larga parte la gestione della non autosu cienza. Il sistema, secondo il Libro Bianco, mostra segnali di crescente pressione economica e organizzativa, con una spesa complessiva che coinvolge sia il settore pubblico sia quello delle famiglie.

Il rapporto sottolinea inoltre come la sfida non sia solo sanitaria ma anche sociale e organizzativa. Tra le possibili risposte vengono indicate l’innovazione digitale, nuovi modelli di presa in carico e un ra orzamento delle strategie di prevenzione lungo tutto l’arco della vita, con l’obiettivo di ridurre il divario tra longevità e qualità degli anni vissuti.

A.R.M.R.

Fondazione Ricerca Malattie Rare INSIEME CONTRO

LE MALATTIE RARE

Le Malattie Rare sono un ampio gruppo di patologie (circa 7.000 secondo l’OMS), accomunate dalla bassa prevalenza nella popolazione (inferiore a cinque persone per 10.000 abitanti secondo i criteri adottati dall’Unione Europea). Con base genetica per l’80-90%, possono interessare tutti gli organi e apparati dell’organismo umano.

Tel. 351 7379867

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C.F. 02452340165

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DISTROFIA CORNEALE MACULARE

Codice di Esenzione. RFG140

Categoria. Malattie del sistema nervoso e degli organi di senso.

Definizione. Opacizzazione della cornea evidente alla lampada a fessura, che mostra zone di opacità irregolari coinvolgenti tutti gli strati dello stroma corneale, con estensione da lembo a lembo. La membrana limitante anteriore della cornea è normale, ma la membrana di Descemet e l’endotelio corneale sono coinvolti.

Epidemiologia. Malattia rara a prevalenza non conosciuta; in alcune comunità la prevalenza raggiunge 1 su 500 abitanti.

Segni e sintomi. L’esordio della malattia in genere è fra i 5 e i 9 anni, con riscontro di aree di opacità di intensità variabile, progressive, bilaterale dello stroma corneale, che si estendono dalla membrana di Bowman alla membrana di Descemet e da lembo a lembo. La sensibilità corneale può essere ridotta e si possono verificare erosioni epiteliali ricorrenti che provocano fotofobia episodi di dolore. Lo stroma corneale è più sottile che nella norma. L’acuità visiva si riduce significativamente dalla quarta decade di vita, a causa delle opacità corneali di use.

Eziologia. La malattia è ereditaria a trasmissione autonomia recessiva. Alcuni casi sembrano correlati a un deficit di proteoglicano cheratan-solfato.

Test diagnostici. La diagnosi è clinica e strumentale. Non sono disponibili test genetici.

Terapia. La malattia richiede intervento di cheratoplastica penetrante.

Dottor Angelo Serraglio Presidente Commissione Scientifica Fondazione Aiuti Ricerca Malattie Rare (ARMR), Vicepresidente Fondazione ARMR

L’importanza di tenere stretta la luce

La storia di Rossana Carrara, che a 19 anni si è ammalata di leucemia e oggi racconta cosa significa continuare a scegliere la vita

C’è un momento, anche nelle vite più ordinarie, in cui resistere diventa una decisione. Non una scelta eroica, ma una necessità. Rossana Carrara quella decisione l’ha presa molto presto, a diciannove anni, quando il suo corpo ha iniziato a cedere senza spiegazioni chiare e la normalità si è incrinata all’improvviso. Oggi ha 48 anni, vive a Vertova, lavora da oltre trent’anni come impiegata in un’azienda tessile. La sua è una vita che, vista da fuori, sembra tranquilla: una casa, il marito Luigi, due gatti, i libri e i viaggi in camper nei fine settimana. «Non abbiamo figli», racconta a L’Eco di Bergamo, « la malattia me lo ha impedito. Ma sono comunque felice».

La sua quotidianità è fatta anche di piccole cose: Nerina, la gatta nera con una macchia bianca sul petto, sempre presente; Rocky, randagio e indipendente, che entra ed esce di casa senza regole. « Sono la crocerossina degli animali», dice sorridendo. È un modo leggero per raccontare qualcosa di più profondo: la sua inclinazione a prendersi cura, anche quando costa fatica.

La malattia arriva nel marzo del 1996. Rossana ha diciannove anni. Comincia con una febbre

alta che non passa, le ghiandole gonfie, una stanchezza anomala. All’inizio i medici pensano a una forma grave di orecchioni. Le cure non funzionano. Compaiono afte, lividi, una debolezza sempre più marcata. «Non riuscivo più ad alzarmi dal letto», ricorda.

Alla vigilia di Pasqua chiede alla madre di portarla in ospedale. Dopo un primo passaggio a Gazzaniga, viene trasferita d’urgenza all’Ematologia di Bergamo. Gli esami chiariscono rapidamente la situazione: i globuli bianchi sono fuori controllo, la diagnosi è una leucemia. «Ho visto persone senza capelli e ho capito», racconta. Un medico le spiega che le condizioni sono molto gravi, potrebbe non superare la notte. Il giorno dopo inizia la chemioterapia. Per mesi la sua vita si riduce a una stanza sterile: cicli di cura, isolamento, pochissimi contatti. «La chemio mi aveva bruciato tutto: esofago, gola, stomaco. Non mangiavo, non parlavo». Viene nutrita per via endovenosa, dipende dagli altri per ogni gesto. Dopo ogni ciclo, qualche giorno a casa e poi di nuovo in ospedale.

A settembre la malattia entra in remissione. È un primo segnale

positivo. Le vengono prelevate le cellule staminali in vista di un autotrapianto. Ma pochi mesi dopo, nel marzo del 1997, la leucemia torna, più aggressiva. Le probabilità di sopravvivenza sono minime. «Mi dissero che avevo il cinque per cento di possibilità», racconta. «Io avrei voluto smettere».

In quel momento decisivo, a farle cambiare idea è lo sguardo della madre. «Ho capito che dovevo andare avanti». Riprende le cure: chemioterapia, radioterapia, un percorso duro e continuo.

A giugno arriva una notizia inattesa: sono stati trovati due donatori compatibili. È un evento raro. La probabilità di trovare compatibilità tra non consanguinei è molto bassa. Il 12 novembre 1997 Rossana viene sottoposta a un trapianto di cellule staminali da donatore anonimo. Dopo il trapianto inizia una nuova fase, altrettanto di cile. Per mesi resta in isolamento. Il sistema immunitario è azzerato, le infezioni sono un rischio costante. «Ho avuto di tutto: polmonite, infezioni, virus. Ogni giorno era una prova».

Il 1998 è un anno fragile. Poi, lentamente, le condizioni migliorano. Rossana torna al lavoro, con un orario ridotto. «L’azienda mi ha

sempre aiutata», dice. È uno degli elementi che le hanno permesso di ricostruire una vita. Nel 2012 arriva un’altra diagnosi: un melanoma in fase avanzata. Viene operata. I linfonodi risultano indenni. «È stata una gioia enorme», racconta.

Le terapie degli anni precedenti però hanno lasciato conseguenze importanti: osteoporosi severa, problemi alle ossa, cadute frequenti. Oggi Rossana fa attività fisica, segue un’alimentazione attenta, gestisce il corpo con cautela. «Non è una questione estetica, ma di salute», spiega. La malattia ha inciso anche su altri aspetti della sua vita. « Sono in menopausa da quando avevo diciotto anni», racconta. «Non è stata una scelta». Eppure, nonostante tutto, il bilan-

cio che fa è netto: «Non cambierei una virgola». Nel tempo ha ripreso a studiare, diplomandosi alle scuole serali. Ha costruito una relazione stabile, coltivato passioni, trovato un equilibrio.

C’è poi un incontro che per lei ha un significato particolare: quello con il donatore di midollo. Dopo alcuni anni dal trapianto, quando è stato possibile uscire dall’anonimato, Rossana ha iniziato a scrivergli. Poi hanno deciso di incontrarsi. «È come un fratello», dice. Da allora sono rimasti in contatto, le loro famiglie si sono intrecciate. Rossana non si descrive come una persona cambiata in meglio in senso generico. « Sono combattiva», dice. « Non sopporto le ingiustizie». Ha poche amiche,

ma strette. E conserva una forma di gratitudine concreta, quotidiana: «La mattina mi alzo e sono contenta». Non parla spesso della malattia. «Fa ancora male», ammette. Ma quando serve, racconta la sua esperienza, soprattutto per sensibilizzare sulla donazione di midollo.

È anche da qui che passa il senso della sua storia: non in un’idea astratta di coraggio, ma nella continuità dei gesti quotidiani. Lavorare, leggere, viaggiare, prendersi cura degli animali, mantenere relazioni. E ricordare che, a volte, una scelta fatta da qualcuno - una donazione, un gesto anonimo - può cambiare completamente la vita di un’altra persona. «Costa poco a chi la fa», dice Rossana, «ma a me ha salvato la vita».

NON RINUNCIARE ALLA TUA AUTONOMIA

Il viaggio di Nicolò, tra tempeste e ripartenze

∞ A CURA DI CLAUDIO GUALDI
Dalla

terapia intensiva a una nuova quotidianità: la storia di un bambino e della sua famiglia, tra paura, cura e speranza

«In cuore abbiamo tutti un Cavaliere pieno di coraggio, pronto a rimettersi sempre in viaggio», scriveva Gianni Rodari. Nicolò Bellato, quasi sei anni, quel cavaliere sembra averlo trovato presto. Nato senza milza e con una grave malformazione intestinale, ha attraversato prove durissime fin dai primi anni di vita. Accanto a lui, sempre, i genitori Massimiliano e Daniela, e una rete di medici e volontari che lo ha accompagnato nei momenti più difficili. La loro storia passa anche dalla “Torre 2 ” dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove di recente gli è stato rimosso il catetere centrale che portava da quando aveva due anni, come raccontato da L’Eco di Bergamo. Un passaggio importante, che segna la fine di una fase e l’inizio di una vita più libera, più simile a quella dei suoi coetanei. Mangiare, giocare, andare in bici: cose semplici, che per questa famiglia hanno il valore di una conquista.

Tutto è iniziato in una notte d’aprile del 2022. Nicolò si sveglia con una

febbre altissima, quasi 41 gradi, e respira a fatica. I genitori capiscono subito che c’è qualcosa di diverso dal solito. Dopo un primo passaggio all’ospedale di Vimercate, viene disposto il trasferimento urgente a Bergamo. La situazione è grave: un’infezione fulminante, di origine inizialmente incerta. Il giorno dopo le condizioni peggiorano. Nicolò viene intubato e posto in coma farmacologico. Gli esami rivelano un volvolo intestinale legato a una malrotazione congenita, aggravata dall’assenza della milza, che lo rende particolarmente esposto alle infezioni. Serve un intervento immediato: viene asportata una parte importante dell’intestino, ormai necrotizzata. Ne restano pochi centimetri.

Dopo l’operazione arriva un’altra complicazione, tra le più temute: una sepsi che colpisce soprattutto mani e piedi. I medici intervengono rapidamente per evitare il peggio. Sono giorni in cui tutto accade molto in fretta, e la famiglia si trova a inseguire eventi più grandi di loro, tra paura e incredu-

lità. Nicolò resta in terapia intensiva per settimane. Le ferite vengono curate ogni giorno, in un equilibrio fragile tra ciò che si può salvare e ciò che si deve lasciare andare. Alla fine, le mani restano quasi integre, con la perdita di alcune falangi; per i piedi, invece, si rende necessaria l’amputazione dell’avampiede. Una decisione di cile, ma decisiva per fermare l’infezione.

Nel frattempo, anche l’intestino riprende lentamente a funzionare. Per mesi Nicolò ha bisogno di alimentazione parenterale, per molte ore al giorno. È una condizione impegnativa, che continua anche dopo le dimissioni, trasformando la casa in un piccolo spazio di cura: sacche sterili, dispositivi, un frigorifero dedicato. Ogni spostamento richiede organizzazione, anche le vacanze.

La ripresa, però, arriva. Lenta, ma costante. Nicolò ricomincia a mangiare, a disintossicarsi dai farmaci, a recuperare energie. Le ferite guariscono oltre le aspettative, anche grazie al lavoro della chirurgia plastica. Quando

riesce a rimettersi in piedi per la prima volta, è un momento che emoziona tutti: i genitori, ma anche i medici. Con i tutori ai piedi, muove i primi passi. Poi, pian piano, torna a camminare. Intanto i controlli continuano, e l’alimentazione parenterale viene progressivamente ridotta fino a essere sospesa del tutto, la scorsa estate. Un traguardo fondamentale.

La famiglia, nel frattempo, si trasferisce a Vimercate, per essere più vicina ai servizi. Nicolò è seguito da specialisti, fa fisioterapia e ha iniziato un percorso psicologico per elaborare quello che ha vissuto. Anche i dettagli quotidiani, come le scarpe su misura, diventano parte di una nuova normalità. Piccoli segni di autonomia che hanno un grande peso, anche emotivo. Nonostante l’età, Nicolò ha sviluppato una certa consa-

pevolezza della sua condizione. Sa cosa può mangiare, presta attenzione a bere molto, come gli è stato insegnato. Fa domande, a volte di cili. Come quando ha chiesto se le parti mancanti dei piedi sarebbero ricresciute. Rispondere non è stato semplice, ma necessario.

Durante il ricovero, un ruolo importante lo hanno avuto anche i volontari degli Amici della pediatria, che hanno a ancato la famiglia fin dai primi giorni. Con giochi e attività, hanno contribuito a rendere più leggeri momenti altrimenti durissimi, o rendo uno spazio diverso dentro l’ospedale.

Oggi, ogni ritorno a Bergamo è accompagnato da un sentimento di gratitudine. Nicolò, intanto, guarda avanti. Ha nuovi desideri, come imparare a sciare. E nuove possibilità per provarci.

Se la malattia è stata un terremoto, la ripresa è stata un lavoro paziente di ricostruzione. «Il recupero è stato sorprendente», racconta il padre. «Rispetto a quello che ci aspettavamo all’inizio, è successo qualcosa di incredibile». Anche le di coltà, come l’amputazione, trovano una loro dimensione diversa nel tempo: «Quello che contava davverodice la madre - era che potesse essere autonomo nell’alimentazione». Oggi quella conquista permette alla famiglia di guardare al futuro con più libertà. «Posso fare un po’ meno l’infermiera e un po’ più la mamma», dice Daniela.

Alla fine, resta l’immagine di un bambino che, passo dopo passo, ha ricominciato a costruire la propria vita. E di una squadra che lo ha aiutato a farlo.

SENZA LATTOSIO

Bergamox1000 cresce e si consolida

Il progetto Bergamox1000 continua a crescere e a consolidarsi sul territorio, ra orzando la propria rete di sostenitori e ampliando il proprio impatto sociale. Nelle ultime settimane sono stati raggiunti importanti traguardi che confermano la forza di un’iniziativa capace di unire istituzioni, aziende e cittadini attorno a un obiettivo comune: promuovere la

prevenzione cardiovascolare e garantire accesso alle cure.

Due nuovi Comuni amici del progetto

A sostenere Bergamox1000 si aggiungono due nuovi Comuni bergamaschi: il Comune di Palazzago e il Comune di Rogno, che hanno concesso il patrocinio diventando u cialmente “Comuni

amici ”. Un’adesione che nasce da una condivisione profonda dei valori del progetto e dalla volontà, espressa anche dai rispettivi sindaci, di contribuire attivamente alla di usione della cultura della prevenzione sul territorio.

Riconoscimenti, nuove adesioni e momenti di condivisione

Il percorso di crescita del progetto prosegue anche attraverso momenti simbolici e nuove collaborazioni. Il 25 marzo 2026, presso l’Istituto Galli – Vittorio Cerea Academy, si è svolta la consegna degli attestati agli studenti e ai docenti protagonisti della Charity Dinner del 29 gennaio scorso. Un momento di riconoscimento per l’impegno, la professionalità e la sensibilità dimostrati dai ragazzi, che hanno cucinato, servito e accolto gli ospiti trasformando una serata di alta cucina in un gesto concreto di solidarietà.

Pochi giorni dopo, il 2 aprile 2026, il progetto è stato presentato presso un nuovo sostenitore e “super centro”: Il Maestrale,

centro polifunzionale di nuova apertura in via Strada alla Trucca, a Bergamo. Durante l’evento,che ha visto la alla presenza del Vice Prefetto Dr.ssa Beatrice Agata Mariano, di Marco Astori figura di spicco nel soccorso bergamasco, noto per essere tra i fondatori e presidente della cooperativa sociale Padana Emergenza Onlus nonché presidente del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) Lombardia e del Direttore Sanitario Dott.ssa Monica Bettonagli, è stato consegnato l’attestato di adesione u ciale al progetto. La serata si è poi conclusa con un apericena o erto dal ristorante-pizzeria Manuè di Pedrengo, anch’esso sostenitore molto attivo del progetto.

A ra orzare ulteriormente la rete del progetto è anche l’ingresso dell’Azienda Agricola La Moranda di Dossena, realtà del territorio impegnata nella produzione di confetture a km zero e del Centro Studi Karate di Villa d’Almè. Il Sensei Maurizio Micheli, eminente maestro di Karate, 6° Dan, con oltre 40 anni di esperienza nell’insegnamento e una brillante carriera agonistica, inclusi titoli europei, ha scelto BERGAMOX1000 come

Bergamox1000 raccontato al pubblico

Il 18 marzo 2026 Jenny Pizio, amministratrice delegata di PTEAM, è stata ospite del programma “Casa 94 ” su Seila TV, occasione importante per raccontare il progetto Bergamox1000 a un pubblico più ampio e sensibilizzare ulteriormente sul tema della prevenzione.

partner per il progetto “Inclusione e Impresa di Montagna” che promuove l’inclusione sociale tra ragazzi con disabilità e normodotati attraverso attività educative legate all’agricoltura di montagna.

New Nev Srl: il welfare aziendale incontra la salute del territorio Tra le realtà che hanno scelto di sostenere Bergamox1000 fin dai suoi esordi, spicca New Nev Srl, azienda di Carobbio degli Angeli che ha saputo integrare i valori del progetto all’interno della propria organizzazione, trasformandoli in azioni concrete. L’amministratore unico Graziano Bertocchi ha accolto fin da subito lo spirito di Bergamox1000, portandolo all’interno della propria realtà aziendale. Il progetto, infatti, non è solo un’iniziativa benefica, ma rappresenta un vero modello di welfare territoriale, capace di

generare valore sia per la comunità sia per le imprese. Grazie al supporto di PTEAM Srl, società di consulenza aziendale promotrice del progetto, New Nev ha intrapreso un percorso di riammodernamento organizzativo basato sui principi ESG (Environmental, Social, Governance). L’obiettivo è stato quello di migliorare le aree, valorizzando al contempo i punti di forza già presenti. Uno degli aspetti centrali del percorso ha riguardato il welfare aziendale, partendo dall’ascolto della popolazione aziendale per raccogliere le esigenze reali con l’introduzione di tutele sanitarie per i dipendenti. Parallelamente, è stato avviato un piano formativo per migliorare la comunicazione volta a raggiungere benefici in termini di efficienza, benessere organizzativo e qualità del lavoro. Un esempio concreto di come il legame tra impresa e territorio possa tradursi in un modello virtuoso, capace di coniugare crescita aziendale e attenzione alla salute delle persone.

Professioni sanitarie: le scelte che guardano al futuro

Occupazione stabile e nuovi bisogni di salute: perché logopedisti e tecnici della riabilitazione psichiatrica sono sempre più centrali.

Il settore della salute si conferma anche nel 2026 uno dei più solidi e dinamici del mercato del lavoro italiano. I dati più recenti, di usi dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, parlano chiaro: le lauree nelle professioni sanitarie garantiscono tassi di occupazione tra i più alti in assoluto, con oltre l’84% dei neolaureati impiegati già a un anno dal titolo.

Un risultato che non sorprende, ma che evidenzia con forza quanto questo ambito sia oggi strategico, sia per chi cerca stabilità professionale sia per il sistema sanitario, sempre più alla ricerca di figure qualificate.

Un settore in crescita costante

A spingere questa crescita sono diversi fattori strutturali. Da un lato, l’invecchiamento della popolazione comporta un aumento delle patologie croniche e della necessità di assistenza continuativa. Dall’altro, la sanità territoriale si sta ra orzando, anche grazie alla nascita di nuove strutture e servizi che richiedono competenze specifiche. In questo scenario, le professioni sanitarie non o rono solo un lavoro, ma spesso garantiscono inserimenti rapidi, contratti stabili e

prospettive concrete di crescita.

Riabilitazione:

le figure più richieste

Analizzando più nel dettaglio i dati occupazionali - sempre sulla base delle rilevazioni AlmaLaurea 2026 - emerge come l’area della riabilitazione sia tra le più richieste. Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, logopedisti e tecnici della riabilitazione psichiatrica registrano tassi di occupazione che sfiorano o superano l’88%. Si tratta di professioni fondamentali all’interno delle équipe multidisciplinari, sempre più diffuse nella presa in carico globale del paziente. Non va dimenticato, inoltre, il fabbisogno costante di infermieri, figura ancora oggi tra le più richieste e di cili da reperire. Tuttavia, per molti studenti, le pro-

∞ A CURA DI SARA CARRARA

fessioni riabilitative rappresentano una scelta particolarmente attrattiva per l’equilibrio tra autonomia, relazione con il paziente e possibilità di esercitare anche in libera professione.

Logopedia:

una professione trasversale

Tra le figure più interessanti spicca il logopedista, professionista sanitario specializzato nella prevenzione, valutazione e trattamento dei disturbi della comunicazione e della deglutizione. Gli ambiti di intervento sono molteplici e coinvolgono tutte le fasce d’età: dai bambini con disturbi del linguaggio agli adulti colpiti da patologie neurologiche. Le opportunità lavorative sono ampie e diversificate: ospedali e servizi territoriali, centri di riabilitazione, scuole, cooperative educative e attività libero-professionale. Il crescente interesse verso i disturbi

dell’apprendimento e l’aumento delle patologie legate all’invecchiamento rendono questa figura sempre più richiesta e centrale.

Riabilitazione psichiatrica: il valore della relazione Accanto alla logopedia, si a erma con forza il ruolo del tecnico della riabilitazione psichiatrica, una figura ancora poco conosciuta ma essenziale nel campo della salute mentale. Il suo lavoro si concentra sulla quotidianità del paziente, aiutandolo a recuperare autonomie, competenze sociali e qualità della vita. Opera in contesti diversi: centri di salute mentale, comunità terapeutiche, strutture residenziali e servizi per le dipendenze. Il suo intervento si integra con quello di medici, psicologi ed educatori, contribuendo a rendere concreti i percorsi riabilitativi. È una professione che richiede competenze tecniche, ma soprattutto capacità

relazionali, empatia e resilienza.

Scegliere con consapevolezza

Le prospettive occupazionali o erte dalle professioni sanitarie, come evidenziato dai dati AlmaLaurea, sono tra le più solide oggi disponibili. Tuttavia, la scelta del percorso universitario non può basarsi solo sui numeri. Lavorare in ambito sanitario significa confrontarsi quotidianamente con responsabilità importanti, ritmi impegnativi e un forte coinvolgimento umano.

Per questo è fondamentale a ancare all’analisi delle opportunità una riflessione personale sulle proprie attitudini. Che si tratti di restituire la parola a chi l’ha persa o di accompagnare un paziente in un percorso di recupero psicologico, queste professioni rappresentano molto più di un lavoro: sono un contributo concreto al benessere della comunità.

ALBINO

Centro Prelievi Bianalisi Albino Via Volta, 2/4

Fondazione Honegger Rsa Onlus Albino Via B. Crespi, 9

ALMENNO SAN BARTOLOMEO

Dott. Luis - Almenno San Bartolomeo

Via Papa Giovanni XXIII, 64 ALMÈ

Farmacia Visini

Via Italia, 2

ALZANO LOMBARDO

Itineris Srl - Alzano Lombardo Via Roma, 6

Ospedale Pesenti Fenaroli / Asst Bergamo Est Via Mazzini, 88

AZZANO SAN PAOLO

Fortimed Poliambulatorio

Via Cremasca, 24 Iro Medical Center

Via del donatore Avis-Aido, 13

Studio Odontoiatrico Dott. Campana Marco

Via Castello, 20 BAGNATICA

Centro Prelievi Bianalisi Bagnatica Piazza Gavazzeni

BERGAMO

20 Fit

Via Broseta, 27/c

ATS Bergamo - Sede Via Galliccioli, 4

Acustica Tassetti

Via Flaminio Cerasoli, 69 Ambulatorio For.US di Coop. RUAH

Via Daste e Spalenga, 15

Ambulatorio Il Maestrale

Via per Curnasco, 51

AniCura / Clinica Veterinaria

Orobica

Via Zanica, 62

Antares Onlus

Via Spino, 10

Associazione Mosaico Aps

Via Palma il Vecchio, 18/C

Asst Papa Giovanni XXIII

Piazza OMS, 1

Athaena

Via Martin Luther King, 3

Avis Monterosso

Via Leonardo da Vinci, 4

Bergamo Assistenza

Via Mazzini, 24/c

Bergamo X 1000 / Banca delle

Visite

Via Ettore Panseri, 14

Blu Fit Redona

Via Gusmini, 3

Cartolombarda

Via Grumello, 32

Casa di Comunità / Bergamo

Via Borgo Palazzo, 130

Casa di Cura Palazzolo

Via San Bernardino, 56

Casa di Cura San Francesco

Via IV Novembre, 7

CasaMedica

Largo Bortolo Belotti, 5

Centro Acustico Italiano

Via San Bernardino, 33/c

Centro Borgo Palazzo

Via Borgo Palazzo, 43

Centro Medico Boccaleone

Via Capitanio, 2/e

Centro Tutte le Età / Boccaleone

Via Rovelli, 27

Centro Tutte le Età / Borgo Palazzo

Via Vivaldi, 5

Centro Tutte le Età / Colognola

Via dei Caravana, 7

Centro Tutte le Età / Loreto

Via Pasteur, 1/a

Centro Tutte le Età / Monterosso

Via Leonardo Da Vinci, 9

Centro Tutte le Età / Redona

Via Leone XIII, 27

Centro Tutte le Età / San Colombano

Via Quintino Basso, 2

Centro Tutte le Età / Villaggio degli

Sposi

Via Cantù, 2

Cooperativa Sociale Alchimia

Via Boccaleone, 17c

Domitys Quarto Verde

Via Pinamonte da Brembate, 5

Dott. Ghezzi Marco

Via Zambonate, 58

Farma Logica

Via Promessi Sposi, 19/C

Farmacia Conca Verde

Via Guglielmo Mattioli, 24

Farmacia Santa Lucia

Via Dello Statuto , 16

Farmacia Sella

Piazza Pontida, 6

Fidas Bergamo - Ass. Donatori

Sangue

Viale Ernesto Pirovano, 4

Fisioforma

Via Pitentino, 14/a

Forneria Rota

Via Silvio Spaventa, 56

Foto Cine Ottica Skandia

Via Borgo Palazzo, 102/104

Il Casaro Bianco Bergamo

Via Gianbattista Moroni, 118

La Terza Piuma

Via Divisione Tridentina, 6/b

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Lo Spettro delle Delizie - Autismo

è Onlus

Via Broseta, 44

Medical Farma

Via Borgo Palazzo, 112

Milano Senza Glutine - Bergamo

Via Sant’Ambrogio, 19

MindFit Clinic

Via Quinto Alpini, 4

Monica Vitali - Centro Italiano

Pavimento Pelvico

Via Betty Ambiveri, 11

OPI Bergamo

Via Rovelli, 45

Ordine Medici Bergamo

Via Manzù, 25

Ordine Medici Veterinari Bergamo

Via Daste e Spalenga, 15

Ottica Gazzera

Via Gasparini, 4/e

Palamonti/CAI

Via Pizzo della Presolana, 15

Pianeta Sorriso Clinica Dentale

Via Zelasco, 1

Poliambulatorio Città di Bergamo

Via Madonna della Neve, 27

Poliambulatorio Finazzi

Via Berizzi, 45

Residenza Anni Azzurri Via Colognola ai Colli, 8 Selene Centro Medico Via Puccini, 51

Smuoviti Be Well

Viale Giulio Cesare, 29

Studio Dentistico Previtali Via Broseta, 112

Studio di Podologia Zanardi Via Suardi, 51

Unipol - Agenzia Bergamo Est Via Broseta, 73 BONATE SOPRA

Farmacia Quattro Strade

Piazza Vittorio Emanuele II, 17

Ortopedia Tecnica Gasparini Via Milano, 57

BREMBATE DI SOPRA

Piscine Comunali

Via Bruno Locatelli, 36 CALCINATE

Ospedale F.M. Fassi / Asst Bergamo

Est

Piazza Ospedale, 3 CALUSCO D’ADDA

Dott. Luis - Calusco d’Adda Via Bergamo, 335 CARAVAGGIO

Dott. Luis - Caravaggio Via Treviglio, 8 CASAZZA

Centro Prelievi Bianalisi Casazza

Piazza della Pieve, 2

Istituto Polispecialistico Bergamasco Via Nazionale, 89 CASNIGO

Centro Sportivo Casnigo Via Lungo Romna, 2 Il Casaro Bianco Via Lungo Romna, 51 CAZZANO SANT’ANDREA

C.S. Materassi Via Melgarolo, 5 CHIUDUNO

Centro Prelievi Bianalisi Chiuduno

Largo Europa, 3

Dott. Luis - Chiuduno Via Trieste, 39 Ds Sport Therapy Via degli Astronauti, 2 CLUSONE

Casa di Comunità / Clusone Via Somvico, 2 COLOGNO AL SERIO

Farmacia Comunale Antica Rocca

Piazza Garibaldi, 6/a COSTA VOLPINO

Centro Prelievi Bianalisi Costa Volpino Via Marco Polo, 2 CURNO

Bongiorno Antinfortunistica Via Enrico Fermi, 10 Dm Drogerie Markt Curno Via Enrico Fermi, 39 Dott. Leonino A. Leone Via Lungobrembo, 18/A For Me Centro Medico Via dell’Aeronautica, 19 Il Sole e la Terra Via Enrico Fermi, 56 ItalianOptic Via Bergamo, 32 DALMINE Animal Center

Strada Statale 525, 29 Casa di Comunità / Dalmine

Viale Betelli, 2

Farmacia Ornati Dott. De Amici Via Papa Giovanni XXIII, 11 Farmacia all’Università Via Marconi, 9

Istituto Medico Sant’Alessandro Via Cavagna, 11

GAZZANIGA

Ospedale Briolini / Asst Bergamo Est Via Manzoni, 130 GORLAGO

Insieme a Te Via Regina Margherita, 64

GORLE

Casa di Riposo Caprotti Zavaritt Via Arno, 14

Centro Medico MR Via Roma, 28 GRASSOBBIO

Centro Prelievi Bianalisi Grassobbio Via Fornacette, 5

LOVERE

Casa di Comunità / Lovere Piazzale Bonomelli, 8

Ospedale SS. Capitanio e Gerosa / Asst Bergamo Est Via Martinoli, 9 MOZZO

Dott.ssa Federica Annamaria Legrenzi - Biologa nutrizionista Via San Giovanni Battista, 5 Social Mozzo Via Verdi, 2/B

Sportindoor All in One Via Fausto Radici, 1 NEMBRO

Bergamo Sanità Via Roma, 43

Centro Medico Santagostino Via Cascina Colombaia, 3

Dott. Luis - Nembro

Via Monsignor Aldo Nicoli, 5 Farmacia San Faustino Via Europa, 12

OLTRE IL COLLE

Alp Life

Via Drago, 1760

OSIO SOTTO

Studio Kinesi Via Milano, 9

OSPITALETTO

Dott.ssa Seiti Mara Via Famiglia Serlini Trav III, 16 PEDRENGO

Cooperativa ProgettAzione Via Moroni, 6

PIARIO

Ospedale M.O. A. Locatelli / Asst Bergamo Est Via Groppino, 22

PIAZZA BREMBANA

Fondazione Don Palla

Via Monte Sole, 2

PONTE NOSSA

Itineris Srl - Ponte Nossa

Via Europa, 1

PONTE SAN PIETRO

Casa di Comunità / Ponte San Pietro

Via Caironi, 7

Centro Medico Ponte

Via S. Clemente, 54

ROGNO

Centro Prelievi Bianalisi Rogno Via Giardini, 3 ROMANO DI LOMBARDIA

Avalon Poliambulatorio

Via Rinaldo Pigola, 1

Farmacia Comunale

Via Duca D’Aosta

Ospedale SS. Trinità / Asst Bergamo Ovest

Via S. Francesco d’Assisi, 12

ROVETTA

Centro Sportivo Rovetta

Via Papa Giovanni XXIII, 12/f

SAN GIOVANNI BIANCO

Farmacia Contenti

Via Carlo Ceresa, 44

Ospedale Civile / Asst Papa

Giovanni XXIII

Via Castelli, 5

SAN PAOLO D’ARGON

Centro Prelievi Bianalisi San Paolo d’Argon

Viale delle Rimembranze

SAN PELLEGRINO TERME

In Cammino Coop. Sociale

Via de Medici, 13

Istituto Clinico Quarenghi

Via San Carlo, 70

SARNICO

Casa di Comunità / Sarnico

Via Libertà, 37 SCANZOROSCIATE

Centro Prelievi Bianalisi

Scanzorosciate

Piazza della Costituzione

SEDRINA

Farmacia Micheli

Via Roma, 71/a SERIATE

Casa di Comunità / Seriate

Via Paderno, 40

Istituto Ottico Daminelli

Via Italia, 74

NaturHouse - Seriate

Via Ambiveri, 16

Ospedale Bolognini / Asst Bergamo Est

Via Paderno, 21 STEZZANO

Dm Drogerie Markt Stezzano

Viale Industria, 293

Farmacia San Giovanni

Via Dante Alighieri, 1 TELGATE

Centro Prelievi Bianalisi Telgate Via Roma, 48

TORRE BOLDONE

Top Line Planet

Via Leonardo Da Vinci, 7 TRESCORE BALNEARIO

Casa di Comunità / Trescore B. Via Mazzini, 13

Consultorio Familiare Zelinda

Via Fratelli Calvi, 1

Ospedale S. Isidoro / Asst Bergamo Est Via Ospedale, 34

TREVIGLIO

Casa di Comunità / Treviglio

Piazzale Ospedale Luigi Meneguzzo, 1

Dm Drogerie Markt Treviglio Via Baslini

Krioplanet

Via Istria 8B - zona Pip 2

Ospedale di Treviglio - Caravaggio / Asst Bergamo Ovest

Piazzale Ospedale Luigi Meneguzzo, 1

Tecno System

Via Madreperla, 12/b

TREVIOLO

Centro Oculistico San Giorgio

Via delle Betulle, 21

Farmacia Bianchi

Via Roma, 73/b

URGNANO

Antica Farmacia

Via Papa Giovanni XXIII, 435

Dott. Luis - Urgnano Via Piemonte, 105 VERDELLO

Casa Mia Verdello

Via XXV Aprile, 9

VILLA D’ALMÈ

Casa di Comunità / Villa d’Almè Via Roma, 16

Ortopedia Fagiani Via Fornaci, 6/f

ZANICA

Farmacia Gualteri

Piazza Repubblica, 1

ZOGNO

Casa di Comunità / Zogno

Piazza Bortolo Belotti, 1/3

Studio Odontoiatrico

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Bergamo Salute anno 16 | n° 90

Bimestrale n.3

Maggio | Giugno 2026

Direttore Responsabile

Claudio Gualdi

Redazione

Viale Giulio Cesare, 29 - Bergamo (BG) redazione@bgsalute.it

Grafica e impaginazione

AD Communication srl

Fotografie e illustrazioni

Shutterstock, Adriano Merigo

Stampa

Sigraf S.r.l.

Via Redipuglia, 77 - 24047 Treviglio (BG)

Casa Editrice

AD Communication srl

Viale Giulio Cesare 29, 24124 Bergamo (BG)

Tel. 035 3591174

Pubblicità grafica@bgsalute.it

Iscr. Tribunale Bergamo N°26/2010 del 22/10/2010

Iscr. ROC N°26345. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione, anche se parziale, di qualsiasi testo o immagine. L’editore si dichiara disponibile per chi dovesse rivendicare eventuali diritti fotografici non dichiarati. I contenuti presenti su Bergamo Salute hanno scopo divulgativo e non possono in alcun modo sostituirsi a diagnosi mediche.

Canali di distribuzione:

• Abbonamento.

• Spedizione a diverse migliaia di realtà bergamasche, dove è possibile leggerla nelle sale d’attesa (medici e pediatri di base, ospedali e cliniche, studi medici e polispecialistici, odontoiatri, ortopedie e sanitarie, farmacie, ottici, centri di apparecchi acustici, centri estetici e benessere, palestre, parrucchieri etc.)

• Distribuzione gratuita presso le strutture aderenti alla formula "Amici di Bergamo Salute".

COMITATO SCIENTIFICO

• Dott. Diego Bonfanti - Oculista

• Dott.ssa Maria Viviana Bonfanti Medico Veterinario

• Dott. Rolando Brembilla - Ginecologo

• Dott.ssa Alba Maria Isabella Campione Medicina Legale e delle Assicurazioni

• Dott. Andrea Cazzaniga Idrologo Medico e Termale

• Dott. Sergio Clarizia - Pediatra

• Dott. Marcello Cottini - Allergologo Pneumologo

• Dott. Giovanni Danesi - Otorinolaringoiatra

• Dott. Adolfo Di Nardo - Chirurgo generale

• Dott. Nicola Ga uri - Gastroenterologo

• Dott.ssa Daniela Gianola - Endocrinologa

• Dott. Antoine Kheir - Cardiologo

• Dott.ssa Grazia Manfredi - Dermatologa

• Dott. Massimo Masserini - PsicologoPsicoterapeuta - Sessuologo clinico

• Dott. Roberto Orlandi Ortopedico Medico dello sport

• Dott. Paolo Paganelli - Biologo nutrizionista

• Dott. Antonello Quadri - Oncologo

• Dott.ssa Veronica Salvi - Ostetrica

• Dott. Orazio Santonocito - Neurochirurgo

• Dott.ssa Mara Seiti - Psicologa - Psicoterapeuta

• Dott. Sergio Stabilini - Odontoiatra

• Dott. Giovanni Taveggia Medicina Fisica e Riabilitazione

• Dott. Massimo Tura - Urologo

• Dott. Paolo Valli - Fisioterapista

COMITATO ETICO

• Dott. Davide Petrosillo Presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Bergamo

• Dott. Gianluca Solitro Presidente OPI Ordine delle Professioni Infermieristiche di Bergamo

• Dott. Andrea Poerio e Dott.ssa Diana Prada Referenti territoriali di Bergamo e Provincia OPL Ordine Psicologi Lombardia

• Dott. Stefano Scioscia Presidente Ordine dei Medici Veterinari di Bergamo

• Ordine dei Tecnici Sanitari di Radiologia e delle Professioni Sanitarie Tecniche, della Riabilitazione e della Prevenzione della Provincia di Bergamo nella persona del Dott. Angelo di Naro

• Dott. Simone Ruggeri Presidente Ordine Fisioterapisti (OFI) Bergamo

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