Prefazione di Alessandro Mezzena Lona Alma non è una donna, riassume in sé il senso arcano del desiderio. Ha la consistenza sfuggente di un fantasma, il fascino
ambiguo di un mito, la leggerezza pensosa di chi ti indica la via. Per darle un volto e un corpo, per trascinarla dentro i confini di una storia, per costringerla a manifestarsi in un microcosmo di segni e parole, ci voleva la passione e il talento di Vanna Vinci.
L’incontro tra Alma e Vanna Vinci non è avvenuto per caso. Fin dall’inizio ha preso la forma di una corrente di emo-
zioni e premonizioni. La donna di carta, inventata dallo scrittore triestino Stelio Mattioni per il suo romanzo Il richiamo di Alma, pubblicato da Adelphi ed entrato nella cinquina dei finalisti al Premio Campiello 1980, pagina dopo pagina ha lasciato cadere la maschera. Facendo sì che il suo segreto si svelasse a quella che, senza dubbio, è la più brava autrice di storie disegnate in Italia.
Conquistata dal senso oscuro del richiamo di Alma, fin dal primissimo incontro, Vanna Vinci si è messa sulle tracce della figura evanescente, che nel romanzo di Mattioni traghetta l’anonimo protagonista dalla rituale normalità della vita quotidiana allo sconfinamento verso l’altrove. Ha seguito il suo incedere per le strade di una Trieste fatta d’ombra. L’ha ac-
compagnata nell’abitare una storia sfuggente, trasognata, allucinata. Difficile da fermare in un’immagine bene a fuoco. L’ha
portata in primo piano, senza smitizzare la sua carica simbolica. Guardando negli occhi questa creatura sospesa sull’abisso, capace di rivelazioni inaspettate.
Nel seguire le tracce di Alma, per non perdersi nei labirinti di Trieste, Vanna Vinci si è fatta guidare idealmente da uno
dei personaggi stregati che ha inventato lei stessa: la protagonista di Aida al confine. La ragazza che, nel libro così intitolato, impara a muoversi quasi danzando tra la vita e la morte. Sorella, nel mistero, di Alma. Fantasma tra i fantasmi in un mondo che ha dimenticato il segreto dell’esistenza dietro una porta chiusa. E quella porta, solo la fantasia può riuscire ad aprirla.
A zia Norella.
Vorrei ringraziare Alessandro Mezzena Lona, Chiara, Maria e Marco Mattioni, Raffaella Pellegrino,
Serena Varani, Marco Ficarra, Rossella Provini, Sandra Sisofo, Marco Tamagnini, Vincenzo Sarno,
Enrico Ventura, Stefania Potito, Alessia Reduce, Roberto Franco, Stefano Quadrelli, Silvana Manconi,
Maurizio Gualandi, Luciana Congiu, Francesca Mignemi, Anna Di Paola, Ornella Castellini, Renato Queirolo, perché ognuno a suo modo mi ha aiutato, sostenuto e curato mentre facevo questo libro. Daniele Brolli perché il suo pensiero e i suoi ragionamenti sono stati discriminanti. Giovanni e mia mamma perché mi sono stati sempre vicini. Caterina e Michele perché mi hanno ascoltato raccontare e mi hanno dato forza. Lorenzo e Cosimo per aver curato materialmente le pagine e tutta la redazione BAO.
Non esiste ormai nessun motivo per conservare nascoste nella mia memoria le vicende straordinarie di quel breve periodo della mia vita. Così...
Dovrei iniziare spiegando chi sono, ma in verità non c’è molto da dire: sono uno qualsiasi.
ho deciso di scrivere questa storia perché credo che sarà più illuminante per chi la leggerà di quanto lo sia stata per me quando l’ho vissuta.
è una storia che risale a molti anni fa...
ero all’università e andavo a studiare e a mangiare a casa di zia francesca, che abitava in un piccolo appartamento in via del monte.
aveva un giardino stupendo, da cui si vedeva gran parte della città e, in fondo, il mare. ma soprattutto si poteva stare nascosti, isolati, non vedere e non essere visti.
1
fu lì che cominciò tutta la storia. e ricordo bene che era l’ora dolce del tramonto... eravamo in autunno...
cosa fai lì?! è pericoloso!
in un preciso momento avvertii una presenza estranea. aveva a che fare solo con me.
mi colpì la sua figura bianca... stava in bilico sulla balaustra della scala dei giganti...
ahah... ahaha...
Certo...
Così rischi di sfracellarti!
2
Ma se mi spingo verso di te...
... o salgo ancora più su, chi ti dice che non mi succeda anche di peggio...? Allora vengo io da te!
uscii e corsi alla scalinata. ma lei non c’era più...
sarà scesa fino in piazza goldoni...
ma la ragazza era sparita.
ricordo che raccontai il fatto alla zia e mi sembrò che sapesse perfettamente cosa mi stava capitando...
nei mesi successivi non avevo dato nessun esame.
mia sorella nerina era venuta a stare da noi per un po’ di tempo. viveva a roma e aveva sposato un ingegnere di colore. avevano un bambino di nome cirillo. e così mi trovai invischiato a casa. sì, ci vediamo...
baci baci...
a...
mamm
incredibile!!! ma è possibile che Quando nerina è qui, sia sempre tutto a soqquadro?!
nessuno aveva tempo di occuparsi del povero cirillo...
inutile che gridi, è appena partita a trovare certi amici che non vede da secoli...
in quei giorni ero come in preda a uno smarrimento. vagavo quasi assente, in una condizione di sospensione che non avevo mai provato prima. e mi portavo dietro cirillo, che si era attaccato a me quasi morbosamente.
4
lo portai anche a casa di zia francesca.
sono contenta che hai trovato qualcuno che ti sia vicino...
sembra un pupo di cioccolata...
perchĂŠ, tu non mi sei vicina...?
sĂŹ... ma in un altro modo...
in effetti in quel periodo ero come isolato... mi aggiravo per la cittĂ senza una meta... insieme a cirillo... eravamo come invisibili.
5
poi la rividi.
La incontrai in via Capitolina, quando meno me l’aspettavo. E non dico quando meno pensavo a lei...
...cirillo scappò via senza motivo. dove vai?!
torna subito qui!
aveva al dito lo stesso anello...
stava assorta, persa nell’aria. era diversa, non era nemmeno più bionda... ma ero sicuro che fosse lei.
torna qui... altrimenti te le do!
6
perché? perché?
cosa ti è preso? sei mio nipote e mi devi ubbidire!
la osservai senza farmi vedere, finché...
lei guardava lontano... persa tra cielo e mare.
il suo sguardo era liquido e incolore.
camminava veloce, con un passo elastico e sicuro. la vidi svoltare in via risorta.
ehi... ti ricordi quel giorno all’imbrunire sulla scala dei giganti...?
feci appena in tempo a vederla sparire in un portone.
7
la guardai allontanarsi per la via capitolina. e la seguii mantenendo una certa distanza.
entrai nell’androne, e mi ritrovai in un cortile interno pieno di erbacce. non si vedeva anima viva. io e cirillo ritornammo in strada. la testa di donna sull’architrave sembrava osservarci dalle sue orbite vuote.
Fin dal primo incontro, la ragazza aveva preso ad apparirmi in sogno...
cirillo e mia sorella tornarono a roma. e io ne fui sollevato.
ma invece di studiare mi abbandonavo, di nascosto, nel giardino di zia francesca, a immaginare sogni ad occhi aperti.
ahh... che pace! finalmente se ne sono andati...
eh sÏ. nerina è terribile... e anche il povero cirillo...
mi vedevo, ancora ragazzino, tra gli spettatori di un teatrino popolare... ecco a voi rosarita.
8
avevo bisogno di stare da solo, senza testimoni.
rosarita era la ragazza misteriosa, ma bambina.
dopo aver ballato ritornava dentro al baule.
ballava con una grazia indescrivibile.
nel tragitto tra casa dei miei e casa di zia francesca percorrevo sempre le stesse strade intorno al portone di via risorta dove l’avevo vista sparire.
poi un giorno la vidi affacciata al balconcino della casa rosa all’angolo di via grossi.
è difficile dire cosa provavo in quegli interminabili giorni.
anche lei mi aveva visto. e i giorni a seguire continuai a trovarla al balcone come se stesse lì ad aspettarmi.
prima che decidessi di salire a cercarla... per dirle cosa poi non so... lei sparì di nuovo.
9
Non ricordo quanto tempo lasciai passare. Ma ricordo bene che quel giorno ero deciso a rivederla. così salii.
mi aprì la moglie.
era lo studio di un fotografo.
entrai nella stanza. la porta finestra era aperta sul balconcino dove avevo visto la ragazza. dunque chiesi di lei al fotografo.
senta, non so se sia proprio quella che cerca lei...
sembrava parlare tra sé e sé, come in preda a un pensiero molesto...
è lei!
la mia porta un anello all’indice.
veniva qui con la scusa di farsi fare delle fotografie... ma credo volesse solo stare al balcone.
10
entri, prego...
allora so di chi si tratta.
immagino stia pensando di averla vista troppe volte per credere a quello che dico...
io credevo...
e lei era una sola! incredibile!
e comunque non sono riuscito a fotografarla... guardi anche lei... tutte donne diverse...
ma lei... perchĂŠ la cerca? cosa vuole da lei?
mentre il suo anello, sempre uguale...
era molto agitato, poi ammutolĂŹ. se ne vada, la prego.
ecco, tenga...
Ma sappia che ho tentato in ogni modo di farle il ritratto...
ha detto di chiamarsi alma... vive in via san michele o in via della cattedrale... ma io non so altro.
e mi diede una delle foto della ragazza. mentre mi avviavo all’uscita ebbi come l’impressione di sentirlo piangere. inutile che le spieghi... bisogna compatirlo.
11
avevo raccontato la storia del fotografo alla zia francesca. mi sento molto turbato e confuso.
è giusto che ti senta così...
...anche che ti possa sentire un po’ spaventato... e comunque anche a me è capitata una cosa del genere.
Sappi che se ti senti inquieto è un bene che tu lo sia...
vieni, ti faccio vedere una foto.
La vita ti sembrerà peggiore quando non ti succederà più... Vedrai...
si chiamava giustina. eravamo sempre insieme... niente avrebbe potuto separarci...
ma poi il nostro rapporto si guastò per colpa di quello che diventò mio marito.
12
anche giustina era innamorata di lui e cambiò il suo atteggiamento verso di me.
si trasformò anche nella fotografia... tanto da non riconoscerla più... era un’altra persona.
solo quando è morta, riguardando la sua foto, ho visto che era tornata come prima... era tornata quella di quando eravamo amiche.
non continuammo l’argomento... io sarei andato avanti a cercare la ragazza...
...ma non mi fu possibile perché mia madre si ammalò e io fui costretto ad accudirla.
spero che questa storia ti serva per scoprire qualcosa di te stesso. Senza saperlo, sembra che tu non vada in cerca d’altro.
l’unico mio svago era fantasticare su alma.
poi lei si allontanava e io rimanevo da solo.
e io cercavo di raggiungerla. ero in imbarazzo perché dal basso le vedevo le cosce.
la immaginavo salire come uno scoiattolo sul grande ippocastano del nostro parco. vestita come una bambina.
13
l’ippocastano stava vivendo le sue quattro stagioni tutte insieme. e io non riuscivo a decidermi a saltar giù...