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BANG ART#4 sett-nov 2009 euro 8

FIA TOYS COOLHUNTING

RA ARTE ILLUSTRAZIONE FOTOG

La repubblica del benvenuto

TARA McPHERSON Un’americana a Roma

KID ACNE Il ragazzo dal Super Yo

JASPER GOODALL Il latex ironico di Bambi

NAOMI HARRIS

aureola

orecchie

doni

E MERAVIGLIE

L PAESE DELL BE L NE E RT A D’ A ST VI RI A IM LA PR

ARNOLD MARIO DALL’O

Storie di ordinaria pornografia

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Fiabe SETTEMBRE-NOVEMBRE

BANG ART anticipa i tempi e presenta IL PRESEPE DI LOULOU & TUMMIE

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BANG ART MAGAZINE 4

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loulouandtummie.com

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su BANGART.IT puoi scaricare la versione big size del presepe e la CULLA di Jesus. Amen!

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OZ

dalla alla

Suppl. a Scuola di Fumetto n.90069 ISSN 1720-0910

FATE COME LORO: Junko Mizuno Adolie Day Barbara Canepa

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Il polso alla fine dell’arcobaleno


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LA PRIMA RIVISTA D’ARTE NEL

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BEL PAESE DELLE MERAVIGLIE BANG ART#4 sett-nov 2009 euro 8

«C’ERA UNA FESTA ALLA STATUA DELLA LIBERTÀ, MA DAL MOMENTO CHE NELLA PUBBLICITÀ AVEVO GIÀ LETTO L’ANNUNCIO DELLA MIA PARTECIPAZIONE, HO PENSATO CHE ERA COME SE CI FOSSI GIÀ ANDATO». ANDY WARHOL

TOYS COOLHUNTING ARTE ILLUSTRAZIONE FOTOGRAFIA

ARNOLD MARIO DALL’O La repubblica del benvenuto

TARA McPHERSON Un’americana a Roma

KID ACNE Il ragazzo dal Super Yo

JASPER GOODALL Il latex ironico di Bambi

NAOMI HARRIS Storie di ordinaria pornografia

Fiabe

OZ

dalla alla

Suppl. a Scuola di Fumetto n.90069 ISSN 1720-0910

FATE COME LORO: Junko Mizuno Adolie Day Barbara Canepa

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CRISIS PLURALE DI CRISI di Ferruccio Giromini

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ARNOLD MARIO DALL’O REPUBLIC OF WELCOME di Anna Quinz

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– PAOLO GUIDO IL VIAGGIO SECONDO PAOLO a cura di Siriana F. Valenti

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TARA MCPHERSON VACANZE ROMANE a cura della Redazione

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FRIZZI FRIZZI HUNTERS

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INTERVISTA AD

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THAT’S AMORE

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Il polso alla fine dell’arcobaleno

COVER & BANG: James Jean – Prada Nymph

ONE SHOT

BANG ART #4 settembre/novembre 2009 Suppl. a Scuola di Fumetto n. 69 periodico mensile registrato presso il Tribunale di Roma n.300 del 7/06/02 Direttore responsabile: Ferruccio Giromini Coniglio Editore Srl Piazza Regina Margherita, 27 00198 Roma Tel. 06 8417393 – Fax 06 8415284 info@coniglioeditore.it www.coniglioeditore.it BANG ART Arte/Illustrazione/Fotografia/Toys/Coolhunting

– INTERVISTA A KID ACNE VI MANCHERÒ QUANDO NON CI SARÒ PIÙ di Rubens Cantuni e Danilo Rolle

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KOI KOI KOI

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LA CONVERSAZIONE

Ideazione, progetto editoriale, grafica e coordinamento: Siriana Flavia Valenti e Sebastiano Barcaroli Hanno collaborato: Andrea Sanguigni Zvetkov, Ferruccio Giromini, Federico Mariani, Anna Quinz, Alexandra Mazzanti, Elisa Medde, Tara McPherson, Jonathan Levine Gallery, Rubens Cantuni, Danilo Rolle, Arash Radpour, Giovanni Cervi, Valentina Serra, smoky man, Barbara Canepa, Misty Beethoven, Lascivious, Rosa Maria Albino, Giovanni Maffione, Alessio Trabacchini, frizzifrizzi.it, Eleonora Tiliacos, Francesca Di Benedetto, Eva Macali, Luca Laurenti, Anke Weckmann.

IL MITO

31 PASSI ATTRAVERSO LO SPECCHIO di Eleonora Tiliacos SUGGESTIONI

Stampa: Iacobelli Srl Via Cesare Battisti, 18 00044 Frascati Distributore esclusivo per le edicole: Parrini & C. Spa Via di Santa Cornelia, 09 00060 Formello (Roma) Tel: 06 907781 – Fax: 06 90400386 Dove non specificato, il © delle immagini è degli autori.

www.bangart.it info@bangart.it

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L’ECOLOGIA MACELLATA DELLE FIABE di Andrea Sanguigni Zvetkov

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– INTERVISTA A JAMES JEAN IL DIVORATORE DI COLORI di Valentina Serra e smoky man

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– LA METAMORFOSI IL SORTILEGIO DEL CAMBIAMENTO di Hégésippe Simon

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LA CONVERSAZIONE

Ufficio Stampa: Lucrezia Depalma redazione@bangart.it Tel. 06 8417393 Per la pubblicità: adv@coniglioeditore.it

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IL MITO

BARBARA CANEPA COLLECTION MÉTAMORPHOSE INTERVISTA A

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– INTERVISTA AD ADOLIE DAY LE FABULEUX DESTIN D’ADOLIE di Sebastiano Barcaroli

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– INTERVISTA A JUNKO MIZUNO I TOYS DI JUNKO MIZUNO di smoky man

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OROSCOPO DA FAVOLA di Eva Macali – Anke Weckmann

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IN GALS WE TRUST

TOY STORY


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– INTERVISTA A JASPER GOODALL POSTER GIRL di Valentina Serra e smoky man LA CONVERSAZIONE

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MISTYRAMA INTERVISTA A ERIK SCOLLON

– SUGGESTIONI LET ME INTRODUCE / I FRENETICI SALDATORI DEL DESIDERIO a cura di Misty Beethoven

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SUGGESTIONI

GIOCO DI MANO di Andrea Sanguigni Zvetkov

76 – INTERVISTA A NAOMI HARRIS YES, WE CAN di Alessio Trabacchini BLOW UP

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– INTERVISTA A NIBA SURREALISMO FETISH di Rosa Maria Albino

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FEMME FATALE SHOW

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– “MEGA PORNO” DI LRNZ PLAY di Alessio Trabacchini

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bangart.it info@bangart.it

IN GALS WE TRUST

COMICS SHOT

ICONA

– EMANUELE SEVERINO

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di Andrea Sanguigni Zvetkov – illustrato da MkLane

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rinunciare alla frenesia dell’aggiornamento se si vuole rinfrescare lo sguardo da educare – dice – insomma non fissarsi su chi è baciato appassionatamente dal successo – conclude. E qui il paradosso scatta e non ci rimane estraneo: un illustratore contemporaneo che dice «Non mi considerate, vi fate un favore» su una rivista d’arte contemporanea che riporta la sua intervista, del resto da lui rilasciata volentieri, e che quindi ne conferma passivamente l’avvertimento. La risoluzione del paradosso al prossimo numero. In questa battuta, a ben leggere, c’è già un capolino di risposta, anche se dispettosa.

: foto

La brevità imposta riesce a sfoggiare paradossi che rimangono a lungo, almeno più a lungo del testo schiacciato. Questo per dire che a breve arriva il paradosso che in qualche modo ci attendeva dietro l’angolo da non troppo a lungo, il giusto per lasciare in sospeso la domanda su quanto possiamo essere ingenui o deliberatamente svagati, il giusto per esprimerlo quasi ingenuamente. Avanzando nel numero ritroverete un’intervista all’illustratore Jasper Goodall, la descrizione del suo calibro professionale la rinvio alle lusinghe dei curatori. Tra le righe delle risposte ben ordinate s’incontra un passaggio nel quale Goodall invita i propri studenti a disertare programmaticamente la grafica contemporanea, occorre

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Nel prossimo numero

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Sanctuary © Ray Caesar – courtesy Author

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edicole * librerie specializzate * fumetterie * DICEMBRE 2009 * bangart.it * info@bangart.it


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That’s

Amore! CARTOLINE DAL BEL PAESE A CAVALLO DI UN LAMENTO CHE GERMOGLIA NEI PRATI DI PREDOI E AFFOGA NEL MARE DI LAMPEDUSA. Ce l’avete chiesto con un grido quasi sguaiato (d’altronde, siamo in Italia, la maleducazione è pro forma): «SU BANG ART NON SI PARLA MAI DI ARTISTI ITALIANI». E allora ecco a voi il Bel Paese. Si parte con la Crisi, e ci piacerebbe raccontarvela con l’accento marcato del miglior Mario Brega, ma poi valla a capire. Vi dedichiamo l’intervista ad Arnold Mario Dall’O, un artista che

con pochissimi altri merita questa “onta”, leggetela almeno tre volte. E ancora, abbiamo acchiappato Tara McPherson e, casco in testa, le abbiamo fatto scoprire Roma. Altri italiani li troverete in giro per questo numero, c’è chi ci guarda dalla Francia, dimentico della valigia di cartone, chi invece annaffia qui le proprie radici e le fa fiorire Oltreoceano; ma nel cuore sempre Mamma, Pizza e Del Piero.

A proposito di esterofilia, mettiamo un punto invisibile sulla : esterofilia vuol dire amore per gli stranieri. All’estero gli artisti, bravi loro, rispondono puntuali e consegnano puntuali. Così dicendo intendiamo tessere le lodi appurabili dello zelo professionale degli stranieri, evviva l’esterofilia, allora. Italiani bravi artisti, fatevi amare anche voi, gli esempi da cui trarre giovamento non vi mancano. SB

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di Ferruccio Giromini

Cplurale r i sdiicrisi s Volendo parlare della chiacchieratissima crisi dell’arte contemporanea, l’aspetto più strombettato, almeno da galleristi e giornalisti, sarebbe quello economico, che al momento imbarazza alquanto venditori e compratori. Poveri Christie’s? E poveri Sotheby’s? Eh, per quanto precipitati in un mare di nuove prudenze, quelli incassano pur sempre barcate di dobloni. Poveri, piuttosto, quei “collezionisti” modaioli che fino a ieri hanno speso fortune per improponibili (oggettivamente) ciofeche di cui non riusciranno più a disfarsi. Non solo all’improvviso non si comprano più gli artisti russi e cinesi, ma ora come ora si è guardinghi su tutto, e prima di sborsare ci si pensa dieci volte. Ma, poi, chi i soldi li ha davvero mica si spaventa: continua a spenderli e a spanderli. La crisi come al solito colpisce molto più in basso che in alto. In realtà il vero problema è un altro, e c’è da augurarsi che l’attuale congiuntura infine lo ponga bene in evidenza di fronte agli specchi: la vera crisi è quella d’identità: che cos’è mai l’arte contemporanea? Al momento, al massimo si sa cosa crede di essere. A guardarsi in giro, tra una ridda di installazioni e un sabba di video, imbambolati nel lunapark sberluccicante di mostre come se

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piovesse, di fiere come sagre ex-radical-chic, di musei come luoghi di culto, non si può non porsi qualche domanda in proposito. È dal secondo Novecento che, sostanzialmente declassate le classiche pittura e scultura (ma non l’architettura, sospinta in trionfale crescita mediatica), l’Arte – qualsiasi cosa voglia dire oggi la parola, non tralasciandone il significato di pura “merce” – si è volta altrove, un po’ seguendo e assecondando le nuove tecnologie e un po’ slittando progressivamente dall’espressione poetica alla comunicazione concettuale, dall’estetica alla metafisica. È così anche che, per riassumere le puntate precedenti, si è promossa la fotografia ad ars maior sem-

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plicemente dilatandone le dimensioni di stampa e ispessendone i supporti; ci si è tuffati nel digitale e in Internet per inventare un’arte immateriale di massa (prodotta dalla massa e subito alla massa accessibile); e, nel filosofeggiamento generale, ora al meglio riflessioni antropologiche hanno prodotto riflessi umanistici, ora al peggio si è assistito a periodiche e rituali riscoperte dell’acqua calda, tanto ingenue quanto si credono furbe. Quali corollari originano dalle premesse suddette? Ecco una possibile lista, vagolando in ordine sparso. Uno. Tra le conseguenze della globalizzazione, si fanno inevitabili la moltiplicazione, la parcellizza-

zione, la nebulizzazione – almeno per presenza sul mercato virtuale – di produzioni e di prodotti espressivi. Due. Nel gran fritto misto di Minimal, Conceptual, Body, Land, Video, Et Cetera, Tutto & Il Contrario Di Tutto, vince l’anomia. E tu perdi via via la bussola, la pazienza, la trebisonda. Tre. Nuotiamo (galleggiamo, annaspiamo, affoghiamo) in una piscina riscaldata di barocchismi e manierismi. Quattro. Nell’artista contemporaneo domina la rinuncia più o meno consapevole al ruolo – che fu già il suo specifico – di demiurgo, e volentieri il ripiego in una dimensione minimale, ancor più che minimalista, d’ambiti meramente domestici. Cinque. Nella società dello spettacolo e dei quindici minuti assicurati di popolarità, il tradizionale narcisismo dell’artista viene eccitato fino all’ossessione e al parossismo. Un esempio qualunque per tutti: dopo tanti anni, Cindy Sherman non si è ancora stufata di se stessa? Sei. Dov’è finito il glorioso sovversivismo linguistico d’antan? Sprofondati su materassi di beata/beota superficialità, si preferisce inseguire un gigantismo quasi sempre del tutto esteriore. Oggi l’artista non opera quasi mai, quasi più, strutturalmente a livello di “langue”, di paradigmi (un esempio, ben raro, per tutti i pochissimi: Olafur Eliasson), ma si accontenta di crogiolarsi nella “parole”, nei soli sintagmi (esempi? Non basterebbe un’enciclopedia). Sette. È vero e sacrosanto che l’arte rispecchia la società che la genera. Però, di fronte a opere quasi solo depresse e deprimenti, non si può non provare nostalgia struggente per quando il dilemma era tra l’apollineo e il dionisiaco.

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’ Otto. La maggior parte dei galleristi non è definibile altro che come pusher del cattivo gusto. Grazie a loro il virus mortale si è diffuso. Accanto a opere degne, e ve ne sono ancora per fortuna, ne circolano davvero troppe indegne, a volte ignobili. Prezzate e apprezzate, benché disprezzabili. Non è bello ciò che è bello, d’accordo. Ma ciò che è brutto è brutto, diamine. Nove. Le grandi kermesse di Venezia, Basel, Miami e compagnia itinerante sono diventate parchi tematici periodici, per la gioia dei risuolatori di scarpe e dei ristoratori limitrofi. Fotocamera, bottiglietta d’acqua, magari una mise estrosa e sgargiante, e fai parte del giro. Non è essenziale capirci qualcosa, il must è (dire di) esserci stati. Dieci. I dominatori della scena, quelli che fanno e disfano gusti e mode e carriere sono e restano, per ora, i Charles Saatchi, i François Pinault, i Larry Gagosian. Mentre i critici, i critici sono portatori di un’altra variante del virus Narciso e si dedicano a fare, e talvolta a disfare, le proprie carriere più che quelle degli artisti. Undici e basta. C’è fin troppo catastrofismo, d’altra parte. Ma se accettiamo con serenità, tutti, che l’“opera d’arte” sia anche “merce”, rivedendone eccome quotazioni e prezzi per non sembrare ridicoli di fronte alla Storia e all’Intelligenza Umana (senza mitizzare neppure quella), e se concordiamo che l’attività artistica sia un modo utile e dilettevole per produrre emozioni a sorpresa, dare una visione personale delle percezioni, fornire una prospettiva strutturata e originale della realtà, proporre una comunicazione inedita, allora, insieme, saremo meglio in grado di confrontarci con l’inafferrabile catastrofe nostra contemporanea. A che altro servirebbe l’arte, sennò?

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E ora stringiamo appena (con pena) lo sguardo sull’ex Bel Paese. La patria delle arti, di Giotto e del Rinascimento, di Michelangelo, Leonardo, Raffaello... E oggi di Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli, Vanessa Beecroft! Wow! In teoria saremmo fortunati. Così almeno ci considerano ovunque all’estero: immersi in un unico museo che ha i confini dello Stivale (neanche l’avesse progettato Frank O. Gehry), educati al Bello fin dai primi slalom in passeggino tra colonne romane e facciate romanico-gotiche, assuefatti alla finezza, drogati di splendore. Il fatto è che le ultime generazioni di italiani, cresciute a merendine di plastica in una scuola che non sa cosa sia la storia dell’arte, ormai guardano solo i colori della televisione, altro che Bernini o Canova o Depero. Qui per occuparsi un po’ seriamente d’arte bisogna avere come minimo due o tre cognomi (es.: Sandretto Re Rebaudengo).

E vogliamo davvero parlare di crisi? Vogliamo davvero approfondire l’analisi? Che spensierato popolo di masochisti.


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Il crimine fa schifo.

Identikit di un illustratore onesto. 1977: Giuseppucci, Abbatino e De Pedis fanno fuori il duca Grazioli Lante della Rovere. In quel momento Federico Mariani ha 4 anni e probabilmente gioca con l’AdicaPongo. 1978: Un appuntato qualunque alza la cornetta e prende un messaggio a proposito di una Renault rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma. Federico ha solo cinque anni, monta e smonta Green Baron forsennatamente. 1981: Mentre Alfredino Rampi chiede cibo con un filo di voce, Federico sta per compiere 7 anni e per regalo vuole una scatola di colori. La Storia d’Italia si intreccia con la vita di tutti noi, anche quando non ce ne accorgiamo. Entra nelle vene e si sistema lì, sottopelle. Quando poi cresci, e sei italiano, sai che fai parte di un quadro dipinto con sangue e latte di bufala. Federico Mariani, che illustra con la sua serie Italia Amore Mio l’articolo che avete appena letto, lo sa. È un bravo illustratore, Federico, riesce con tratti semplici a regalarci la leggerezza di Monicelli, le macchiette di Albertone e le mischia con la denuncia di Risi e i sogni di Fellini. Gli slogan da Carosello di cui riempie le sue illustrazioni danno il gusto di caffè, che solo in Italia lo sanno fa’. Ti godi le sue opere e pensi che va tutto bene. Poi, ecco la seconda serie, Italia Amore Mio – Le Vie Nere, in cui con lo stesso tratto semplice e sincero ripercorre neri fatti di cronaca; e ti rendi conto che le Alpi e gli Appennini sono due cicatrici immense che quasi formano una croce. Ti accorgi che non c’è niente di mitico in un gruppo di borgatari che imbraccia le armi (e non avevano, state sicuri, le facce di Scamarcio e Rossi Stuart, e neanche quella di Favino-che-è-brutto-ma-affascinante) e non c’è nulla di buono nei camioncini della TV che partono per Vermicino. Ti rendi conto che, anche se al cinema, in libreria e dal giornalaio oggi la criminalità “vende”, il crimine fa schifo. SB, che strizza l’occhio a Lucarelli, che vende.

federicomariani.it

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di Anna Quinz

Republic of Welcome Un’intervista ad Arnold Mario Dall’O

CONOSCO ARNOLD MARIO DALL’O, COME ARTISTA, DA PARECCHI ANNI. COME PERSONA, DA UN PAIO. ALTOATESINO COME ME, È UN ARTISTA POLIEDRICO E UNA PERSONA GENTILE. VIVE E LAVORA NELLA SUA TERRA D’ORIGINE, E NON SI VERGOGNA DI DEFINIRSI ARTISTA PROVINCIALE, MA SOLO SE CON QUESTO SI INTENDE CHE LAVORA IN PROVINCIA. IL SUO BISNONNO BELLUNESE ARRIVATO QUI IN CERCA DI LAVORO, DECIDE DI FERMARSI, COME MOLTI, INCROCIA IL SUO DESTINO CON LA VITA E LA GENTE SUDTIROLESE ED ECCO LA FAMIGLIA DALL’O, PERFETTO ESEMPIO DI MULTILINGUISMO DOMESTICO FATTO DI CANEDERLI E CAROSELLO. 12

Arnold accompagna al suo aspetto tipicamente mediterraneo – occhi e pelle scuri, lineamenti da uomo del sud – un bagaglio culturale a metà tra Italia, Sudtirolo e universo globale. Perché per fortuna essere artisti significa anche, a volte, non doversi dare un luogo di appartenenza, o almeno, non uno solo. Da un pranzo estivo nella nostra città, Bolzano, un caffè e un paio di sigarette, è nata questa intervista, una lunga e piacevole chiacchierata sulla vita di un artista in questa terra strana, poggiata su un confine, non solo geo-


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grafico. Speck e parmigiana. Birra e Montepulciano. Arte qui, e arte altrove. O ovunque. Che artista è Arnold Mario Dall’O? Sono un mestierante dell’arte. Non ho mai creduto nella figura dell’artista bohemienne. Isolato nella sua soffitta, solo, infreddolito, come lo aveva pitturato Carl Spitzweg. Questa figura romantica forse non è mai esistita. Fare arte è un mestiere, come tanti altri, è necessario svegliarsi ogni mattina con la precisa idea di andare a fare il proprio lavoro, dandosi delle regole, degli orari, rigore, etica di lavoro. È un gran-

de insegnamento che ho imparato da Emilio Vedova, dal quale ho studiato e che ho seguito come assistente a Salisburgo. Cosa vuol dire essere artista in questa terra di confine, forse troppo spesso attaccata ai localismi e alla sua peculiarità linguistica e culturale? Questo è un territorio particolare, le due culture che convivono in Alto Adige sono lì, a disposizio-

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ne di tutti, sta poi ai singoli coglierne i vantaggi o le difficoltà. Alto Adige/Südtirol è profonda provincia, certo, ma solo per coloro che non riescono a guardare oltre. In fondo, tutto il mondo è un insieme di provincie. E questa provincia è diversa da come spesso viene letta a livello nazionale. Nelle ultime generazioni questo plurilinguismo e pluriculturalismo è visto come un grande vantaggio nel settore economico e in quello culturale.

le, non solo ospitandolo nei suoi spazi, ma anche e soprattutto esportandolo. Il carattere di un museo si vede nel lavoro propositivo che riesce a fare, nel modo in cui riesce a coinvolgere gli adetti ai lavori come il pubblico e non ultimi gli artisti. Attualmente sembra un piccolo prezioso giocattolo per pochi.

Cosa pensi di Museion, il nuovo museo bolzanino di arte moderna e contemporanea, balzato già nel suo primo anno di vita

Uno dei grandi scandali di Museion è stata la chiacchierata esposizione di un’opera dell’artista tedesco Martin Kippenberger, la famosa rana crocifissa che tanto ha fatto parlare di sé. Forse non era un’opera nata con la volontà di provocare, ma

sulle prime pagine della stampa specializzata, per polemiche sui contenuti artistici e buchi in bilancio. Quale secondo te sarebbe la sua più giusta vocazione? Ho sempre pensato che il museo dovrebbe avere una caratteristica territoriale. Non un museo di provincia ma un museo con le radici ancorate nel terreno. Il che significa presentare artisti e mostre internazionali e farsi promotore del panorama culturale loca-

è stata strumentalizzata divenendo il grande scandalo dell’estate artistica 2008. Tu spesso hai realizzato opere considerate provocatorie, ricordo le ostie che cadevano, o dovevano cadere, dal cielo durante Manifesta7, o il finto Sexy Shop che hai allestito proprio a Museion. Hai precisi intenti provocatori quando crei lavori di questo tipo? Non credo si debba parlare di provocazione, per quanto riguar-


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in apertura: Ellesse. a destra: Politics (Line) – ciascuno 58x45x17 cm, 17 pezzi – polierutano espanso, floccatura in rosso (2007). al centro: uno scorcio dello studio/atelier dell’artista. in basso a destra: Heidi’s Sexy Shop installazione al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bozano (2009). in basso a sinistra: Politics (Point) – 55x45x25 cm – polierutano espanso, ferro, floccatura in nero (2007).

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dall’alto in senso orario: Ihs/Two – 50x50x10 cm (2009) – pittura e resina su tela; Oh it’s a Girl; Granbucato – 30x22x25 cm (2008) ciascuno – cartone, sapone, galvanizzato in argento sterling 925; Arbeit –163x31x20 cm (2008) – materiali vari, galvanizzato in rame. pagina accanto, da sinistra: Hellcome-welcome 1 – 66x45x55 cm (2008) – materiali vari, galvanizzato in argento sterling 925; Tutto ciò che vorresti essere ma non hai osato chiedere – 180x130x10 cm (2009) - pittura e resina su tela.

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che avrei potuto esporre all’interno. Questa è la provocazione e l’ironia a cui credo. Attualmente sto lavorando a un’installazione per un palazzo della Provincia di Bolzano: un Pinocchio sdraiato per terra che guarda il cielo con un naso che si espande in verticale per circa 15 metri. E non è rivolto al politico di turno. Non mi interessa, semmai il Pinocchio è un ritratto di me stesso. Nientaltro che la verità non è solo il titolo dell’installa-

Qual è la cosa di cui sei più fiero nel tuo lavoro? Si dice che negli anni ho creato il mio personale vocabolario artistico. Un linguaggio riconoscibile. Non è stato un processo cercato ad ogni costo, ma via via i segni, gli elementi del mio lavoro hanno inziato a diventare una specie di trama, un racconto fatto di parole e segni che sono dentro di me e dentro la tela. Cos’è la Republic of Welcome? Il nome è nato dal titolo di un la-

«Sono un mestierante dell’arte. Non ho mai creduto nella figura dell’artista bohemienne. Isolato nella sua soffitta, solo, infreddolito come lo aveva pitturato Carl Spitzweg...».

arnoldmariodallo.net

da il mio lavoro. Piuttosto di ironia e autoironia. Heidis Sexy Shop consisteva solo in una vetrina con tanto di scritta e neon. Però non era possibile entrare nel negozio. La vetrina bastava per stimolare l’immaginario più di qualsiasi oggetto

zione ma forse il substrato dell’ironia stessa, solo bambini e artisti dicono la verità. Almeno così si dice. Ma l’ironia non è mai fine a se stessa, è sempre un doppio gioco: non esiste senza rigore, senza pensiero, senza poesia.

voro pittorico, poi è diventato una sigla, un sito, un marchio di t-shirt che ho creato… Una repubblica immaginaria del benvenuto, una sorta di utopia. Queste tre parole rispecchiano forse anche il mio modo di lavorare, uno zapping tra realtà e verità diverse.

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Il Viaggio secondo Paolo

a cura di Siriana Flavia Valenti

Nome: Paolo Guido Età: 38 anni Città di nascita: Lecce Lavoro: Art Director Lupo Editore Contatto: info@paologuido.com

Le tue opere sono attraversate da forti riferimenti simbolici, come se narrassero una storia dal passato nascosto e dal futuro incerto. In questa pagina pubblichiamo Viator, puoi spiegarci, o meglio rivelarci, la storia di questo quadro? Credo che Viator (colui che viaggia) sia una risposta alla mia sedentarietà. Quando dipingo o trovo un taglio grafico per un’immagine cerco di costruirle un luogo concreto: le offro un “qui”. Non sempre accade che l’immagine, forte della sua presenza, acquisti una sua autonomia e decida di spostarsi altrove. Viator ha fatto presto a raccogliere quel poco di passato in un fazzoletto per poi mettere i piedi al servizio del futuro… e con il segreto desiderio di esaminare la Terra in lungo e in largo, ha intrapreso il Viaggio. Ogni tanto torna e mi racconta di Paesi lontani, enumera meraviglie e incontri straordinari, ingigantisce mostri già grandi e sostiene che un intero mondo può essere tenuto in una mano… Il Viaggio, come accade con l’arte, provoca un’emozione così forte nel viaggiatore che talvolta la facoltà di osservazione viene colta in difetto. In questo mondo di simbolo e spostamento (anche il simbolo è uno spostamento da un qui a un altrove) è difficile distinguere il vero. Nulla può essere provato nell’immediato. Occorre mettersi in viaggio.

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foto Elisa Medde

UN’ARTISTA AMERICANA IN VESPA TRA I VICOLI DI ROMA

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’ L’occasione era ghiotta: nei primi giorni di un Luglio torrido, abbiamo “acchiappato” Tara McPherson, la regina del popsurrealismo americano, a Roma per un weekend. Tara era nella capitale in occasione del book signing del suo nuovo libro, Lost Constellation, ospite della Dorothy Circus Gallery. Dimentichiamoci per un giorno di quadri, rock poster, pennelli e colori e trasformiamo Tara in una turista curiosa. La mente è subito andata a Vacanze Romane e, in sella a una Vespa, eccoci immersi nella Roma dei centurioni con il lessico di Trilussa, delle statue parlanti, dei netturbini dal fischio facile. Partiamo da piazza di Spagna, un gelato al limone per combattere l’afa e siamo subito immersi in una cartolina. Poi, casco sulla capoccia, cercando di non rovinare troppo la pettinatura, viaggiamo rapidi sui sanpietrini e ci facciamo un bel giro, non dimenticando il lancio della monetina nelle acque di Fontana di Trevi (Tara non ci ha voluto proprio dire il suo desiderio!). Arriviamo alla Bocca della Verità e speriamo che Tara non sia incline alla bugia... non vorremmo sulla coscienza la sua mano d’artista. Il giro continua, i vicoli di Roma sono tortuosi come i tatuaggi di Tara. Ci divertiamo a guardarla mentre posa per «Bang Art» e per dei turisti giapponesi incuriositi dalla sua pelle colorata. La giornata finisce con un trancio di pizza al taglio e una nuova amica. Arrivederci Roma, arrivederci Tara.

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hearts & Mr. WIggle ©McPherson


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taramcpherson.com

special thanks: Dorothy

Circus Gallery

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frizzi frizzi cool stuff from our country

Italians do it better...

Gli stilisti dello stivale sono (ancora?) quelli più apprezzati? Indossare per credere...

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1. Leitmotiv borsalino Per questi fantastici – in tutti i sensi – cappelli Borsalino ispirati ad Alice nel Paese delle Meraviglie, realizzati in collaborazione con il duo di fashion designers italiani più promettenti, i Leitmotiv, bisognerà aspettare fino alla prossima primavera, ma ne vale la pena, dato che la fiaba di Carroll sarà di gran moda con l’uscita del prossimo film dell’imbolsito mentale Tim Burton con i “soliti” Johnny Depp ed Helena Bonham Carter. iqons.com/leitmotiv

2. Babbu Divertitevi a fare le turiste a Parigi, facendo finta di essere negli anni Sessanta. Per un effetto più realistico, non dimenticate la baguette sotto braccio e l’affitto di un suonatore di fisarmonica che vi segua ovunque. babbu.it

3. Caira Design Datele una camicia da uomo e un paio di giacche e Francesca Caira vi tirerà fuori un’intera collezione di abiti iperfemminili. cairadesign.com

4. Bob Sdrunk Se spostate la S e ci mettete l’apostrofo capirete che il marchio è nato per colpa di un’ubriacatura. Il giorno dopo, invece del post-sbornia, Bob si è messo a fare occhiali! bobsdrunk.com

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5. Gattacicova

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Felpe doppie, coperte da indossare, camicie a uovo, polo con papillon, cardigan/golfini siamesi. Quelli di Gattacicova prendono e destrutturano qualsiasi cosa. Da indossare concentrati, per non allacciare insieme felpa, giacca, jeans, borsa, scarpe... ilovegattacicova.it


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6. Camo Per weekend in barca in stile dandy, ma anche se non avete lo yacht del papi va bene lo stesso. Anzi, meglio. camofactory.com

7. Canedicoda Dopo aver fatto strani sogni, c’è chi li scrive su un quaderno per poi tirarci fuori i numeri da giocare al Lotto. E chi, come Canedicoda, poi se ne va in cantina a disegnare T-shirt. In edizione limitata o pezzi unici, come i sogni, appunto. canedicoda.com

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8. Sartoria Vico Nel caso vi svegliaste accorgendovi di essere entrati in una fiaba di Andersen, niente paura. Quelli di Sartoria Vico hanno gli accessori giusti per voi. sartoriavico.it

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di Rubens Cantuni & Danilo Rolle

Un’intervista a Kid Acne

AMAZZONI SUI MURI DELLE CITTÀ. RIME VELOCI SUI VINILI NERI. KID ACNE SI MUOVE COME UN CAMALEONTE TRA STREET ART E MUSICA. E FA UNA COSA MEGLIO DELL’ALTRA. 26


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in questa pagina, sopra e sotto: amazzoni sui muri di Barcellona del 2009; al centro You’ll miss me when I’m gone (Sheffield, 2008)

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in questa pagina, in senso orario: I’ve seen worse (Barcellona, 2009); golf per Knitwear; tavolette Ouija; That’ll learn ‘em (Sheffield, 2009)

Iniziamo con una domanda abbastanza ovvia: sei un musicista e un visual artist allo stesso tempo. Se ti chiediamo quale dei due è il lavoro e quale è l’hobby, cosa rispondi? Be’, sono iniziati entrambi come hobby, ma direi che sono un artista prima di tutto e poi un musicista. Anche quello dell’artista non lo vedo come un lavoro, ma mi rende autosufficiente. Come musicista dipendo dai miei amici, quindi direi che è meno regolare. Qual è il legame principale tra la tua musica e la tua arte? L’unica connessione è che faccio entrambe le cose. I graffiti e il rap derivano entrambi dall’hip

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hop, ma più vado avanti con l’età e meno la mia musica è rap e la mia arte si avvicina ai graffiti. Si tratta semplicemente della mia personalità espressa in modi differenti a seconda di cosa mi sento di fare o cosa voglio dire in quel momento. Hai un modo originale di essere un graffitista. Hai un intero mondo di personaggi e preferisci disegnare scene che sembrano raccontare una storia, non ti limiti alle classiche scritte e tags, e anche dove usi solo il lettering, sembri voler infondere una storia ai tuoi pezzi. Dove trovi l’ispirazione per i tuoi lavori? Dove nascono i tuoi personaggi?

Ho sempre dipinto lettere e tags e lo faccio ancora, ma non sempre sono abbastanza per esprimere quello che voglio dire. Alcune persone si accontentano di scrivere solo lettere, e anch’io lo facevo un tempo, ma poi ho sentito che stavo solo uniformandomi alla mediocrità e non avevo davvero una voce mia. I graffiti sono una scuola importante, ma ci vuole anche il proprio stile e bisogna rompere le convenzioni. Io vengo da un background di writing, non di street art, ma penso che l’ispirazione derivi dalla volontà di vedere cose che normalmente non si vedono nei classici graffiti e di presentarle a un pubblico più vasto che non quello di soli writers. In realtà fu-


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in questa pagina, in senso orario: lightbox e ragazze guerriere per la mostra Smoke & Mirrors (Londra, 2009); Better than nothing (San Paolo, 2008)

rono anche alcuni di loro a chiedermi di dipingere i miei personaggi, perché li trovavano diversi dalle solite cose e volevano vedere qualcosa di originale. Il mio lavoro non è all’avanguardia, non è il migliore che ci sia, ma sono fiero di poter dire che è mio! È il mio stile e la mia personalità. Vedo molta gente creare cose che all’apparenza sono molto convincenti, ma non sono le loro – le hanno rubate da qualche book o da Internet. Lo stile individuale e la personalità sono la cosa più importante, penso, altrimenti stai solo colorando degli spazi numerati. Uno stile molto analogico... e qual è invece il tuo rapporto

con l’arte digitale? Disegno tutto a mano libera. Non uso mai riga e squadra e utilizzo il computer solo per impostare i lavori per la stampa. Le mie tecniche preferite sono la serigrafia e lo spray, ma non le mischio mai, mi piace il processo analogico di entrambe. È tutto migliore nella vita reale. Hai qualche eroe nel mondo dell’arte? E nella musica? Sia nel passato che nel presente Direi che i miei eroi in campo artistico sono Ramm:Ell:Zee e Quentin Blake. I miei eroi musicali forse i Beastie Boys, New Kingdom e Mark E. Smith. L’artista che mi ha influenzato di più

comunque è She One e il musicista dal quale ho imparato di più è suo cognato, Req One. Sono entrambi i miei veri eroi! Dicci qualcosa dell’ambiente in cui sei cresciuto. Il fatto di vivere in una piccola città e non in una metropoli come Londra ti ha influenzato in qualche modo? Secondo te come è cambiata la scena street art in questi anni, per te che l’hai vissuta sia da musicista che da artista? Sono cresciuto in una piccola città, un posto carino e tranquillo, ma anche il tipo di posto dove è facile perdersi con le droghe o sposarsi molto presto. Ero l’unico ragazzino a fare graffiti, ma è sta-

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sopra: cover di EP

to bello avere amici non graffitisti. Facevamo gite, barbecue, andavamo a nuotare, suonavamo in band, ci ubriacavamo e prendevamo droghe, facevamo musica e fumetti, in pratica qualunque cosa per sfuggire alla noia. Era un buon posto dove crescere, ma odierei vivere lì adesso. Ho traslocato a Sheffield quando avevo diciassette anni per studiare all’Accademia di Belle Arti e non mi sono più mosso da allora. È una buona sistemazione, anche se non c’è molto per quanto riguarda la scena graffiti, ma ho tanti amici e sono circondato da una bellissima campagna. Vado a Londra regolarmente e viaggio all’estero il più

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possibile. Vivere a Sheffield significa poter viaggiare per il mondo, ma anche avere un posto dove tornare chiamato casa. Sei sempre stato incline alla sperimentazione nel tentativo di distinguerti. Hai qualche consiglio? In questo periodo storico, con Internet si possono avere un sacco di fonti di ispirazione, ma anche un’omologazione del linguaggio? Che siti navighi? Odio veramente Internet. Avevo un sito molto basilare sette o otto anni fa, ma poi l’ho eliminato perché lo trovavo senza senso. Ho usato Facebook per sei mesi, poi ho cancellato il mio profilo. Ho

una pagina su MySpace, ma continuo a pensare di elimare anche quella. Ho iniziato un blog diciotto mesi fa. La ragione principale era tenere traccia dei miei lavori. È bello guardarsi indietro dopo un anno e poter dire: «Ho davvero fatto qualcosa quest’anno. Quand’è successo?». Cerco di tenere il mio blog strettamente per i miei lavori, ma sono solo il 5% di quello che faccio. Non voglio che tutto quello che creo finisca su Internet, ma è un male necessario, non ne potevo più di vedere foto orrende dei miei lavori su Flickr e ho pensato: «Se non puoi batterli, unisciti a loro»... Ed eccomi qui! È bello poter avere il


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kidacne.com

sopra: cover dell’LP Romance aint dead; Kid Acne nel video Eddy Fresh

controllo sui propri lavori, ma è anche bello lasciar andare. Una volta che sono sul mio sito non ci penso più, non mi interessa più niente nemmeno di Flickr. Sono felice che alla gente piacciano i miei lavori abbastanza da fotografarli e metterli online e sono felice di avere il mio sito personale. Guardo qualche sito, ma preferisco vedere vecchi video musicali su YouTube. Ci sono veramente dei classici e per di più io non ho la TV. Cosa ci racconti della tua esperienza così variegata? Disegnare toys per Kidrobot, skate, totem, abbigliamento... Cosa

cambia per te all’inizio di ogni progetto? Cerchi di avvicinarti all’esigenza del cliente oppure fai le tue cose e solo dopo le adatti al supporto? Mi interessano diversi processi di stampa, ma ogni cosa inizia allo stesso modo: con uno schizzo. Non cerco molto il lavoro, la gente mi contatta. Ho avuto un agente per un periodo, ma non mi ha procurato nessun lavoro e poi è bello fare le cose per conto proprio se ci si riesce. Alcuni clienti sono buoni, altri meno. Il lavoro migliore è solitamente quello per il quale non vengo pagato, ma non cambia quello che faccio. Se a un’azienda piace il mio lavoro be-

ne, altrimenti possono trovare un altro. Non importa se sono 50 sterline o 5000, io faccio sempre le mie cose. Bisogna sempre ricordare che è per quello che ti hanno contattato all’inizio. Dove sarà Kid Acne nel 2019? E nel 2059? Sai, una specie di viaggio nel tempo ideale... Il 2019 non è poi così lontano, quindi probabilmente starò ancora facendo le stesse cose di oggi. Spero di non essere morto prima del 2059, se così sarà, per favore suonate Ooh La La dei The Faces al mio funerale, seguita da Infiltrate 202 degli Altern 8 e Tribal Bass di Rebel MC. Peace out.

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Cercate le parole chiave (vi facciamo tanto svegli da scoprirle da soli) sul sito koikoikoi.com!

360° of Visual Art

Illustrazione, graphic design, motion graphic, animazione, advertising, web design, fotografia, Ma anche tendenze, interviste, tutorial, risorse e ispirazioni. Un ammasso d’idee!

JEFF SOTO ON MY SKIN

JEFF SOTO è un a ppr e z z a tis s im o artista americano della West Coast. Apprezzato a tal punto che molti fan hanno deciso di tatuarsi addosso le sue opere. Jeff dice di essere sorpreso che così tante persone abbiano deciso di rendere eterne le sue immagini sulla loro pelle. Ritiene il tattoo una forma d’arte, ma nonostante abbia ricevuto molte richieste non ha mai accettato di realizzare design per tatuaggi.

NOTHING, L’AGENZIA DI CARTONE NOTHING è un’agenzia di Amsterdam fondata da Michael Jansen e Bas Korsten. La sede di questa agenzia è a dir poco originale, infatti tutto l’arredamento e le strutture interne sono fatte di cartone. Avete capito bene: cartone. Il progetto è stato ideato dai designer Alrik Koudenburg e Joost van Bleiswijk. Gli interni poi sono in parte decorati da vari illustratori ospiti.

BOBSMADE’S CUSTOM WORLD Dietro a BOBSMADE c’è un ragazzo tedesco di 22 anni. Customizza di tutto: sneakers, borse, headphones, T-shirt ecc… Dateci un’occhiata se cercate un’idea regalo originale e unica.

bobsmade.deviantart.com

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ARYZ, GRAFFITI ARTIST DA BARCELONA Dalla viva e interessante scena street art di Barcellona vi presentiamo ARYZ. Graffiti artist di incredibile talento, lavora sia con spray che con rulli e pennelli per i suoi lavori di dimensioni gigantesche dai colori che lasciano a bocca aperta.

aryz.es LAËTITIA e MARC sono due ragazzi franMKT4, GLI cesi che creano dei simpatici personaggi, o ANIMALETTI meglio, animaletti. Lavorano principalmente acrilico su tavola per la loro produzione DI LAËTITIA ad “tradizionale”, mentre per quanto riguarda E MARC il digitale la parola d’ordine è “vettoriale”. Oltre a dipingere e creare opere digitali, Laëtitia e Marc sono anche sticker artist.

mkt4.com GUNDAM VEGLIA SU TOKYO Come festeggiare il trentesimo anniversario del robot più figo dell’iperspazio (stiamo parlando di GUNDAM)? Semplice, erigendo a Tokyo un modello del mecha-design originale, il Model RX-78-2, in dimensioni originali alto 18 metri . Il robottone è stato in esposizione per tutta l’estate, illuminato da più di cinquanta fari e con la testa in movimento per proteggerci dall’alto. Il prossimo? Tetsujin 28! Altro che Transformers...

JULIEN BRETON, LIGHT GRAFFITI TRA ORIENTE E OCCIDENTE

kaalam.free.fr JULIEN BRETON, conosciuto anche come Kalaam, è un ragazzo francese di Nantes. Nel 2001 ha iniziato a studiare la scrittura araba per arrivare, attraverso anche l’influenza dei graffiti, a un lettering che fosse una perfetta commistione tra Oriente e Occidente. Non contento di ciò ha voluto esprimere tutto questo con dei light graffiti assolutamente stupendi, sia per la composizione del lettering che per la fotografia.

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di Eleonora Tiliacos

Lunga vita alle fiabe, non tanto per il “c’era una volta”, quanto per quel “cammina cammina” che rimanda al senso ultimo dell’esistere. Lunga vita alla curiosità, al gusto della scoperta, alle storie che riaffiorano in noi, quando pensavamo di averle ormai dimenticate, perse come i denti da latte che avevamo in bocca quando le ascoltammo per la prima volta. Basta un fruscìo o un silenzio di troppo, una minima deviazione dai percorsi abituali, e il gioco è fatto. Il grande gatto tigrato seduto su un muretto si trasforma in sfinge che tutto sa e tutto ricorda. Il corvo dalle lucide penne dondola la testa, preparandosi a una dichiarazione epocale. La lucertola che depone la sua pelle ne indosserà probabilmente una tempestata di pietre preziose. Le trecce della figlia del re penzolano dalla torre, impigliandosi ai rampicanti. Mentre un cacciatore avanza con l’artiglieria a tracolla, compare in sovrimpressione l’immagine di un lupo in cuffietta di trine, che ora vi suscita infinita tenerezza. In una sera qualunque le ombre sembrano a un tratto staccarsi dai corpi che le proiettano, e il folletto aguzzo delle leggende rurali torna a guizzare nel buio, facendo nitrire i cavalli o piegare le zampe dei buoi. Gli scacchi bianchi e neri di un pavimento vi evocano a sorpresa il Cappellaio Matto, il suo tè surreale e la danza delle carte da gioco. Anche se rimarrete aggrappati alla realtà con le unghie e con i denti, non potrete distogliere lo a destra: Charlie lambda print on aluminium (© 2009 by Arash Radpour – Roma Collezione privata)

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sguardo interiore dalla metamorfosi; la “strana storia” ricomincerà dal punto in cui tanto tempo fa era stata interrotta dal sonno, e come allora vi sembrerà perfettamente plausibile. Le fiabe, testimoni delle paure e dei desideri più arcaici, da decenni vengono date per estinte, annientate dall’esplosione della civiltà digitale e dallo tsunami di immagini di pronto consumo che assorbiamo ogni dì per endovena. In realtà la loro lotta per la sopravvivenza non è cosa di oggi, ma è antica quanto il pensiero umano: passa per l’antichità dei miti, per il Medioevo dei bassorilievi grotteschi, per il Rinascimento dell’Orlando Furioso e del Pegaso in volo verso la Luna, ultimo scrigno delle “cose perdute”. Per il Cavaliere Azzurro di Kandinskij e per gli animali volanti di Chagall. Certo, nel nostro presente il braccio di ferro tra fantasia e logica si mostra in tutta la sua evidenza, in un mondo che, come il Serpente Verde della favola di Goethe, si nutre disperatamente d’oro, e sembra fregarsene dell’erba e della rugiada. Le “strane storie” hanno perso il loro posto d’onore nella cultura popolare e migrano continuamente alla ricerca di una stanza illuminata nella notte, di un libro aperto su un tavolo, di un narratore disposto a descrivere il giardino del Gigante Egoista o gli amici di Peter Pan; eppure, anche se più nascostamente di prima, continuano a essere l’archivio della stream of consciousness universale. Per non soccombere alla propaganda di regime, all’imperativo del consumo, alle soap opera e ai videogame – dove il compito è annientare, ma senza sapere in fondo chi e perché – le fiabe hanno imparato a trasformarsi, come gli

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eroi e le zucche fatate. Un tempo catturavano le paure e i desideri allo stato primario, ora li inseguono lungo i rivoli infiniti della creazione artistica. Dalla parola narrata tracimano nei romanzi, nei dipinti, nelle videoinstallazioni, soprattutto nei film: da decenni è il cinema che ci regala le più belle fiabe, quelle destinate a restare impresse nella memoria collettiva, dall’Odissea di Kubrick a Blade Runner a Trainspotting – a ben vedere la storia di un Pinocchio tossico, che alla fine taglia la corda da un letale Paese dei Balocchi, grazie a un “contropacco” degno di un personaggio del Decamerone. Le nuove fiabe sono spesso amare, costellate di sangue e di ordalìe, e anche questa non è una novità; come è noto quelle del “buon tempo antico” sono popolate non solo da gnomi buoni e animaletti e fatine, ma anche da


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a sinistra: Holy Ketty lambda print on aluminium (© 2009 by Arash Radpour – Roma – Collezione privata); in basso a sinistra: Selfportrait with Red Business Cards lambda print on alumium (© 2009 by Arash Radpour – Roma Courtesy dell’artista); in basso a destra: Il pendolo e Fabrizia lambda print on aluminium (© 2009 by Arash Radpour – Roma – Collezione privata)

Arash Radpour Arash Radpour nasce a Teheran nel 1976. In Italia dal 1980, dopo un diploma all’Istituto di Stato Rossellini di Roma comincia a collaborare in qualità di assistente per fotografi di moda come Paolo Roversi, Norbert Schoerner, Carter Smith. Trasferitosi a New York nel 2003, in un anno entra in contatto con diversi giovani esponenti della scena artistica internazionale. Tornato a Roma nel 2004 viene introdotto nel mondo dell’arte grazie a una serie di paesaggi notturni realizzati durante il suo soggiorno newyorkese. Da allora ha firmato cinque mostre personali e numerose collettive in spazi museali e gallerie in Italia e all’estero. Ha partecipato alla mostra On the Edge Of Vision al Victoria Memorial Hall di Calcutta, mostra organizzata dal ministero degli Affari Esteri Italiano in collaborazione con la Gallery of Modern Art di New Delhi. Ha inoltre partecipato, fuori concorso, alla cinquantaduesima Biennale di Venezia con la mostra Faccia lei, organizzata dall’Arterra Museum di Vienna, allo spazio Thetis/Arsenale. Un suo lavoro, realizzato in collaborazione con Matteo Basilé, è presente nella collezione permanente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

myspace.com/arashradpour

orchi pedofili e vecchine antropofaghe e scarpette rosse indemoniate, che si fermano solo tagliando via i piedi. Tanto per avvisarci, sin da bambini, che il lieto fine è solo una delle tante variabili indipendenti che il destino può riservare; che la lotta tra il bene e il male prevede ancora cento miliardi di round, e che il suo esito è tutt’altro che certo. Però più ci addentriamo nella consapevolezza, nel percorso più o meno imperfetto della vita adulta, nel disincanto del villaggio globale, e più in fondo abbiamo bisogno del “vissero felici e contenti”, malgrado ogni ostacolo. Più si riduce lo spazio per i voli pindarici e più l’immaginario ha bisogno di farsi sollecitare e non semplicemente colpire. Non possiamo cancellare le fiabe, anche se ben sappiamo – Vladimir Propp docet – che tutte discendono da schemi precisi, 31 per l’esattezza, e che non c’è creazione di fantasia che possa sfuggire a un’analisi formale. Possiamo semmai decidere quali vogliamo tenerci più care e raccontare ancora una volta, a modo nostro. Nelle tante insensatezze che si accompagnano al vivere, sotto le spoglie di necessità, perché dovremmo rinunciare proprio all’istinto di inseguire i pensieri perduti, sfuggiti prima di decifrarne fino in fondo il mistero? Volendo, c’è un bianco cavallo alato che ci aspetta in fondo al corridoio.

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di Andrea Sanguigni Zvetkov

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L’ecologia macellata delle fiabe Le fiabe sono luoghi ad alta densità abitativa, di mostri, intendo.

Le fiabe sono la riserva naturale degli organismi mostruosi, nelle vene lacere dei secoli la mente umana, risonante di tremanti miraggi di distruzione, le genera per dar spessore ostile alla minaccia che posa brividi dietro la nuca, come la carezza scabrosa di una strega dal volto strappato. Ogni mostro regna nel regime di un’insidia circoscritta, rievocato nella bocca che ne rimonta gli organi terribili e sferra un’aggressione calibrata che tramuta, sullo sfondo dell’avventura innaturale, gli smarriti umani evasi dal sicuro seminato, trasformati in fragili vittime da dissezionare tra echi malinconici di pietà. Il lupo dal pelo ribaltabile che bracca il cappuccetto rosso, la regina corruttrice di specchi onesti che stravedono per le ragazze disoccupate, la cuoca cannibale che confeziona condomini in marzapane da far demolire da golose ditte di bambini. Diverse letture si possono allineare per svestire le armature ripugnanti di queste creature, vederle come i burattini impotenti di un teatro decrepito in cui si recitano leggende dai denti cariati. Quando si racconta una fiaba, si parla di superstizioni nate nell’alba dell’umanità in lotta contro la ferocia delle bestie elastiche, oppure l’eredità insera sinistra: Fernanda Veron A Whale Came to Me and Told Me a Secret.

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dall’alto in senso orario: Kokomoo Anno Mundi; Kouzou Sakai Stellar Desert; Aurélien Polic Riding West; Corrado Dalcò Subcutaneus #01; Francesca Randi Two Sisters. sotto: Guillermo Rigattieri Migracion.

vibile di antiche cerimonie in cui si provava la maturità dei candidati. Si parla di iniziazione, riferendosi a un’epoca avvolta nell’oro bollente dell’anima, quando l’uomo vedeva nella natura l’infinito da svelare, e di cui rivestirsi. La fiaba può essere smembrata, in una sorta di vendetta ritardata o in un sottoinsieme domestico di paure infantili,

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come la minaccia castrante del padre rivale, l’amore goloso della madre ossessiva. Quando si parla di favole si parla di psicoanalisi, a questo punto, un aggiornamento clinico del protagonismo dell’uomo, dove le ramificazioni misteriose del creato vengono tritate in una poltiglia con cui imbottire le problematiche nervose di alcuni suoi più recenti residenti, ammaliati dai sospiri dell’identità disturbata.

La fiaba prefigura, in forma rozza, le finezze della terapia, durante le sedute emergono i mostri censurati nell’infanzia offesa da qualche adulto dal pelo di lupo. I mostri della mente si mettono a un pelo da noi, basta strapparlo per metterci in salvo dal complotto familiare. E sono le balene a pagare, le balene pagano un pegno di morte prematura, di sventramenti accaniti, a causa dello smantellamento supponente delle fiabe. I mostri, segno quasi illeggibile di un ordine che ribalta furtivo la ragione, raccontavano una verità semplice: l’uomo non è il solitario conquistatore di una terra da edificare con


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Wha leless

La prima volta che ho visto una balena ero su un traghetto, ai confini dell’oceano Atlantico. Andavo dalla Francia in Irlanda, ero sul ponte e non si vedeva terra intorno, forse una vaga ombra in lontananza. Urla di meraviglia e dita puntate distolsero il mio sguardo da giocolieri che si stavano allenando a qualche metro da me. Non ricordo esattamente se anch’io puntai l’indice o se esclamai il mio stupore, ma ho ben impressa nella memoria l’energia che mi trasmise quel grande corpo che nuotava a poche decine di metri dalla nave. Un’energia vitale, pulsante, antica come il mondo. Mi investiva con la sua Vita, mentre io mi sentivo un piccolo essere, cellula di questo mondo. Chiunque abbia mai incontrato una balena può capire. Questo è quello che è scolpito nella mia memoria. Penso che il mio percorso nel mondo della comunicazione e dell’arte sia andato parallelamente a quello del rispetto per ciò che era qui prima di noi “uomini sapienti”. Così è nato nel 2005 Whaleless, un’idea, atroce: immaginare un mondo senza balene. Idea buttata in rete che ben presto è diventato un vero e proprio network di artisti, creativi e addetti ai lavori attraverso il passaparola e i vari nuovi sistemi di socializzazione web. Whaleless vive dell’energia di chi vi partecipa e ne condivide il percorso umano, artistico ed ecologico; aziende, gallerie d’arte, associazioni, riviste, artisti e amici hanno fatto crescere il network fino ad arrivare alle migliaia di accessi unici al sito e al tour di mostre che ha toccato nell’ultimo anno Londra, Firenze, La Rochelle, Roma e Reggio Emilia. Whaleless è un network e la mostra Ketos 2.0 ne è l’espressione artistica più alta, l’unione di antico (da ketos deriva cetaceo, in greco antico era riferito ai grandi mammiferi e ai mostri marini) e moderno (la numerazione progressiva classica dei software) attraverso percorsi artistici e site specific che uniscono tecnologia e ultime tendenze della creatività e dell’arte contemporanea. Le balene sono un simbolo potente, il rispetto per loro e per la natura in generale dovrebbe essere un valore fondamentale, perché il loro destino è strettamente legato al nostro. Giovanni Cervi

masse di abusi pericolanti, l’uomo non è il capitano di una catena alimentare che non arriva mai a mordergli i piedi scorrevoli. Le balene, grandi ordigni intonati, disordinano la teoria evoluzionistica, la vera fiaba odierna che descrive gli adattamenti delle specie intorno alla misura portante del prestigioso modello umano. L’evoluzione è la trasformazione martellante dei viventi allo sbaraglio nella claustrofobia sanguinaria del creato, chi ha l’appetito più mobile e allargato guadagna l’arida cima di plastica contorta. La visibile propagazione della specie, la solida occupazione delle terre e dei mari da parte dell’intoccabile capitano dell’evoluzione bloccata parlano chiaro,

bang « @ba ngar Bang Art » t.it. L a mig e Whale le liore sarà ss ti invita pubb tutto ciò che n licat o a spe a su d «Ban ire la tua cresce nella luce uguale g Art » ed opera d entre e della natura può essere strapparà a dicata a f ll Wha ar parte d e balene to in brandelli, appeso a essiccare leles s è d ella mos all’indiriz edic ai ganci, tutto è materia su cui scri- secondo la ato a tra Ketos zo: 2.0 Enzo Bald . vere le regole della conservazione, linea degli adattamenti oni.

whaleless.com

alimentare. L’uomo urla vincitore come una disgraziata scimmia, mentre si strofina addosso a un albero morto. Le balene sono mammiferi che traggono ossigeno dai polmoni stellati, amano scivolare cantando nell’azzurro che sviene nel buio, sono mostri che solcano le fiabe galleggianti dei popoli sminuzzati, eppure non dovrebbero stare nei mari, proprio non ci dovrebbero stare, secondo l’evoluzionismo,

plausibili. Sono fuori luogo da sempre, da quando Dio le creò. Salvare le balene significa rompere uno degli inganni della fiaba moderna, che pretende di soffocare in un incubo di metallo impazzito tutte le altre fiabe ricamate nella linfa dei boschi onniscenti, significa spegnere questo horror monotono dove è l’eroe dal coraggio inspiegabile a rivelarsi il vero mostro schizoide dagli occhi fumanti.

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di Valentina Serra & smoky man

Il divoratore di colori Un ,intervista a James Jean 42


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IN BILICO TRA ORIENTE E OCCIDENTE EMERGE COME UN TALENTO GRAFICO D’ABBACINANTE POTENZA.

COMICS E ILLUSTRAZIONE, MODA E GALLERIE D’ARTE: UN PERCORSO IN INARRESTABILE ASCESA.

SIGNORE E SIGNORI, JAMES JEAN.

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pagina precedente: Toy Maker pagina a sinistra: Vanity. a sinistra: James Jean fotografato da Luke Hoverman; sotto: copertina di Fables #66.

Hai lavorato a lungo come copertinista per Fables, apprezzato fumetto della linea DC/Vertigo creato dallo sceneggiatore Bill Willingham. È stato il tuo primo lavoro continuativo e le tue spettacolari copertine hanno contribuito a definire lo stile del fumetto e a decretarne il successo di pubblico e critica. Grazie alle tue cover hai vinto per cinque anni consecutivi, dal 2005 al 2009, il prestigioso premio Eisner, l’Oscar del Fumetto americano, nell’apposita categoria. Inoltre, dopo il tuo abbandono della serie, tutte le tue illustrazioni sono state raccolte in un voluminoso tomo. Che cosa puoi dirci di quest’esperienza? Immagino possa dirsi “favolosa”, no? Quando sono stato ingaggiato per le copertine di Fables stavo muovendo i primi passi in ambito professionale, per questo motivo penso che i lettori della serie siano stati testimoni della mia evoluzione da ingenuo studente d’Arte a navigato professionista. È incredibile come passi in fretta il tempo e come possa essere compresso in un libro: la raccolta delle mie copertine di Fables è un qualcosa di cui sono molto felice, anche se avrei voluto che il volume fosse ancora più grande e che includesse le cover per Batgirl, Green Arrow e tutte le altre serie sui cui ho lavorato.

Come è stato disegnare una “favola” ogni mese cercando sempre d’essere originale? Ho sempre avuto la necessità di provare cose nuove. Non mi piace ripetermi. Mi annoio facilmente delle immagini e cerco sempre modi interessanti per comporre un’illustrazione. Disegnare copertine mi ha dato l’opportunità, ogni mese, di fare qualcosa di diverso: con un “cast” di protagonisti così ampio e storie così ricche da cui trarre spunti non sono mai stato a corto d’ispirazione.

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sotto: disegno preparatorio per la copertina di Fables #74. pagina a destra: Hive.

A proposito, quale tra i tanti personaggi ti piaceva maggiormente disegnare? Perché? Penso che Biancaneve avesse la migliore tensione drammatica e che mi abbia mostrato gli aspetti più primitivi dell’amore, della passione, della violenza e della bellezza: tutti elementi che mi piace inserire nei miei lavori. Sei nato nel 1979 a Taipei, Taiwan. All’età di tre anni i tuoi genitori si sono trasferiti negli Stati Uniti. Hai studiato alla School of Visual Arts di New York e hai conseguito il BFA [Bachelor in Fine Arts, analogo al nostro diploma all’Accademia di Belle Arti] nel 2001. Ora vivi, da diverso tempo, a Los Angeles. Nei tuoi lavori è visibile un chiaro elemento orientale sia nella grazia della composizione, sia nel tratto, in diversi elementi e temi. Che influenza hanno avuto su di te le leggende orientali? Sono di certo stato influenzato dalle stampe giapponesi su blocchi di legno, dai dipinti cinesi e da diversi aspetti della cultura e dell’Arte asiatica. Forse non è qualcosa di conscio, ma sento che il mio modo di disegnare e di vedere è, in modo assolutamente naturale, influenzato dalle mie origini, dalla genetica, non solo da scelte consapevoli. C’è un equilibrio tra Occidente e Oriente nella tua Arte ? Non c’è un grande equilibrio, direi piuttosto che c’è tensione. C’è sempre un conflitto: idee di sottomissione e dominio, Arte e Artigianato, creazione e distruzione, spontaneità e sofisticatezza. Quali artisti ti hanno maggiormente colpito? Sono costantemente alla ricerca di cose nuove, ma non ci sono de-

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gli artisti in particolare che mi hanno influenzato. Per inclinazione sono attratto dal disegno e dalla pittura che possiedono una connotazione narrativa. Dovendo fare dei nomi direi Hokusai, Dürer, i manifesti pubblicitari di Shanghai, le stampe anatomiche francesi, Francis Bacon, Lucien Freud; ma questa lista potrebbe continuare all’infinito.


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sotto: Dive.

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jamesjean.com

pagina a sinistra: Horse. a destra: Crayon Eater.

È stato catartico lavorare in completa libertà sui pezzi della tua mostra o hai sentito un po’ di pressione? A volte le limitazioni possono essere liberatorie. Cerco sempre di costruire un mondo con i miei dipinti. In quel mondo, i personaggi e le idee devono obbedire a certi principi e vincoli. In questo senso, c’è una certa pressione nel venire a capo del problema: creare un mondo credibile che chi guarda non deve mai voler lasciare. Facciamo un passo indietro. Che cosa puoi dirci della tua

collaborazione con Prada? Hai iniziando creando dei wallpaper per i loro grandi magazzini che poi sono diventati le stampe per i tessuti di una loro collezione e, infine, hai realizzato un’animazione, Trembled Blossoms, davvero notevole. Tutte queste creazioni hanno ancora una volta un tono molto favolistico… Da Prada mi hanno dato solo alcune parole chiave su cui lavorare: romantico, surreale, storico, fantascientifico… Ho preso queste parole e ne ho creato delle immagini che in qualche modo fossero in tema con queste idee

così generali. Penso che il successo della moda si fondi sulla sua abilità di offrire una fuga, una fuga dalla propria identità, dalla quotidianità. In questo senso, è una sorta di fiaba. Le fiabe raccontano storie sulla battaglia tra Bene e Male. Che lato scegli, artisticamente parlando? Spesso gli artisti dicono che un “cattivo” è molto più divertente da interpretare o da disegnare di un “buono”… È molto più interessante quando i “buoni” si trasformano in “cattivi”…

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di Hégésippe Simon

Il sortilegio

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© Ba

del cambiamento

Nel mondo contemporaneo, che dell’originale mitologia classica ha poca memoria, l’abilità della meta-

Muove un passo distante dall’essere umano per andare verso ciò che è divino che accoglie in sé una

contorta unione di malvamorfosi ha assunto un valore gità e bontà. Maldoror, altertutt’altro che affascinante, poco più che una forma di obbliga- ego sovrumano del giovane Lautoria sopravvivenza nel bel pancio- tréamont è un esempio di metamorfosi tra le più truci e meravine tondo della società. Il luogo della metamorfosi è quella (imper- gliose. Una metamorfosi in sei canti dove cettibile) linea dove Bene e Male muoiono. ogni forma è concessa, fino a divenire un Può essere una casa, oppure una fossa, un gigantesco antro pullulante delle più increcrepaccio, un castello, le rive di un fiume, una dibili creature. Da fanciulli scopriamo questa culla, una caverna chiusa da un pesante masso. misteriosa alterità dell’essere umano, quella di In fondo non importa, al di là della suspence diventare qualcos’altro dall’essere adulti. Dinarrativa, dove avvenga la metamorfosi. Ciò che rimane è che chi muta forma lo fa in assenza di Bene e Male.

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ventare lupi, alberi, falchi. E non madri, padri, agenti di cambio. Da fanciulli impariamo a rovesciare la realtà.


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Collection

Métamorphose Un’intervista a , creatrice di mondi, maga dei colori, imprenditrice del fantastico. Chiacchiere sulla sua nuova collezione, sulla morte e su qualche mostro. Bando alla modestia. Tu sei considerata un’autrice quasi “mitica”. W.I.T.C.H., Monster Allergy, Sky Doll, prodotti a fumetti italiani capaci di attraversare i confini e conquistare il globo. Come vive un italiano un tale successo internazionale? Lo vivrei meglio se avessi i diritti di W.I.T.C.H.! Mi godrei più la vita. Ma attenzione, io sono felice del riconoscimento del pubblico. Senza quello, i soldi non hanno nessun valore. W.I.T.C.H. è stato pubblicato in più di 85 Paesi e ha venduto più di 50 milioni di copie. Che volere di più? I lettori hanno amato il nostro universo, mica il brand della Disney... Ma la cosa che ancora oggi ci tocca di più, è che editori e pubblico mondiale non hanno mai disconosciuto né me, né Alessandro Barbucci come gli autori principali della serie. Questo è fondamentale. Invece, devo dire che una certa fama, quella più vicina al successo d'autore, me l’ha regalata Sky Doll, è stato uno dei primi progetti che mischiava cultura europea, americana e giapponese. Ed è il progetto per il quale stiamo lavorando insieme tutt’ora.

per avere riscontri. Tu vivi in Francia da tempo, e lì sembri aver trovato la linfa vitale giusta per lavorare ai tuoi progetti... Sì, mi sento un cervello in fuga... L’Italia non mi ha dato nulla, a parte la mia cultura liceale e universitaria. Anzi, mi ha gentilmente regalato tanti problemi e stress. Anche per questo me ne sono andata. La politica, la direzione sociale che sta prendendo il Paese è una delle cose più lontane dal mio modo di essere. Non so se ci tornerò mai più, infatti, a parte per le vacanze e per la mia famiglia. pagina precedente: A. Barbucci e B. Canepa Tales.

Ti senti un cervello in fuga? Si fa un gran parlare degli artisti italiani che devono scappare a gambe levate dal poco Bel Paese

sotto: Guillaume Bianco The letter.

Barbara Canepa

La cosa più triste è che io adoro l’Italia! Il Paese, la gente, gli amici sono ancora tutti lì. Ma non posso più viverci, il mio lavoro non è minimamente riconosciuto, è enormemente sottovalutato. La Francia non è certo il Paese dei Balocchi, ma almeno ci sono ancora persone che investono e credono nei progetti. E che ti ritengono un autore in tutto e per tutto. Un fumettista è messo sullo stesso piano di scrittori, fotografi, artisti e designer. I grandi musei fanno mostre di fumettisti come di Pablo Picasso. L’Italia su questo è al Medioevo... Amen. Parliamo di Métamorphose, collana di illustrazione, fumetto, racconti con cui presenti autori nuovi e artisti più conosciuti. Qual è il file rouge che lega la produzione? Il motore è stato principalmente la mia curiosità per le cose strane e inspiegabili e per una certa cultura anglossassone. Métamorphose è un mondo dove possiamo ritornare bambini. Una collezione che parla non solo di fantasmi ed esseri fantastici, ma che racconta della vita e della morte, proponendo delle chiavi di lettura filosofiche. Chi siamo? Perché abbiamo, da sempre, delle paure ancestrali che releghiamo nel nostro antro più nascosto?

Billy Brouillard © Bianco/Métamorphose

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pone) a parlare di romantiche morti o paurose visioni. Il primo libro, Billy Brouillard di Guillaume Bianco, si rifà a uno stile timburtoniano o meglio ancora a E. Gorey, e racconta ai bambini, in modo molto didattico e intelligente, cosa è la morte. END, il mio personale progetto con Anna Merli, parla anch’esso della morte, ma come inno alla vita. È la storia di una bambina che non accetta se stessa e dovrà imparare a farlo attraverso un certo percorso interiore. Yaxin the Faun parla di natura e metamofosi, è un’opera ecologica, in linea coi tempi. I protagonisti sono fauni e altri esseri fantastici. Una serie incredibile di due artisti altrettanto bravi : M. Arenas e D. Vey. E cosi via per un totale di più di dodici libri per ora. Direi che, tra le serie e la collezione, ho i prossimi dieci anni impegnati!

come quello di Barnum, o le foto dei Cabinets Fantastique (quei famosi camerini di certi fotografi che addobbavano i loro studi come piccoli teatri di posa). Gli artisti che ne fanno parte hanno, nel bene e nel male, un universo interiore simile al mio. Siamo un gruppo di amici che si ritrova (su Skype o Facebook, visto che siamo tutti in Paesi diversi, dal Messico al Giap-

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È una collezione a cui sto lavorando già da tre anni e che ha visto finalmente la luce lo scorso novembre, con il primo libro. Un progetto nato dalla mancanza di una certa tematica nell’universo del fumetto in generale. Nel paesaggio dei comics attualmente non esiste nessuna collezione simile mentre queste tematiche, a metà tra magia e introspezione, esplodono al cinema, nella letteratura, nella moda e nei videogiochi. Da Harry Potter a Coraline, fino ad arrivare a Twilight. La collezione è per tutte quelle persone che adoravano le vecchie storie raccontate dalla nonna prima di addormentarsi. E per chi ama aver paura... L’estetica visiva deve molto a una ricerca antica, vittoriana, dalle opere di Rackham a quelle di Bilibin. Romanticismo e poetica non scontati, ma neanche troppo gotici, nella peggiore accezione. Può richiamare i vecchi poster dei circhi americani,

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qui: End. pagina accanto, in alto: Joshua Middleton. in basso: Lionel Richerand Dans La Fôret.


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La fiaba come elemento preponderante. Nelle tue creazioni, nei progetti che inventi e curi, forse anche nella tua vita. Qual è il tuo rapporto con i personaggi delle fiabe? Quali erano e sono i tuoi preferiti? Io sono cresciuta sognando a occhi aperti. Ogni cosa per me aveva dieci, cento, mille significati, anche se solo dentro la mia testa. Un oggetto che per un’altra persona non rappresentava nulla, per me era l’inizio di una fantastica avventura. Forse è perché sono figlia unica e stavo molto sola da bambina. Mi rifugiavo spesso in un mondo immaginario per far passare le giornate lunghe e tediose a casa. Era l’unica via di sopravvivenza che conoscevo e devo dire che ha funzionato bene, se riguardo oggi la mia vita passata, devo la mia fantasia proprio a quei tempi. Mi ricordo che scrivevo ovunque, pure sui muri, per la gioia della mia famiglia! Ma mia madre non mi ha mai negato nulla. Mi ha lasciato esprimere regalandomi pennerelli, pastelli colorati, strumenti musicali... Di tutto e più... Facevamo un sacco di cose assurde insieme, era molto divertente.

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Casa mia era invasa da strani animali con cui passare il tempo. Sono una fervente ecologista da sempre e ogni cosa che si muoveva o era “strana” o brutta, per me diventava un amico con cui giocare, tipo rospacci o topi ragno. Ma ero buona, eh?! Non seviziavo gli animali! Per venire alle fiabe: hanno sempre fatto parte della mia vita, perché nella mia famiglia si collezionano libri antichi da sempre. Verne, Andersen e i Grimm erano il mio pane quotidiano, ma anche Ungaretti e Calvino. Come non potevo restituire tutto questo amore, allora? I miei personaggi preferiti delle fiabe sono, ovviamente, i mostri! Tutti i mostri, quelli brutti, quelli sfigati, quelli incompresi. Quelli che venivano ammazzati alla fine. Odiavo i buoni. Sempre stereotipati, razzisti, vuoti, banali, ripetitivi, inutili, poco interessanti... e sempre troppo biondi! Il cattivo è sempre il vero protagonista. Il buono viene esaltato dalle sfaccettature del cattivo. La natura, quella vera, è fatta di mostri e di metamorfosi: l’uomo, non a caso, è il mostro più riuscito.

canepabarbara. blogspot.com

Lionel Dans la Fôret ©L.Richerand/Métamop hose

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di Sebastiano Barcaroli

x e l u u b a f Le n d’Ad i t s olie e d

C’ERA UNA VOLTA UNA RAGAZZA DI NOME ADOLIE DAY, AVEVA 28 ANNI E VIVEVA IN UNA PICCOLA CITTÀ VICINO NANTES, NELL’OVEST DELLA FRANCIA, IN UNA DELIZIOSA CASETTA DI CAMPAGNA. UN GIORNO COMINCIÒ A FARE L’ILLUSTRATRICE FREELANCE, DOPO AVER LAVORATO A LUNGO NEL CAMPO DELLA MODA PER I BAMBINI COME DESIGNER TESSILE PER KENZO E CATIMINI.

POI UN BEL MATTINO DI PRIMAVERA, MENTRE ANDAVA ALL’UNIVERSITÀ DI PIVAUT (NANTES), INCONTRÒ ALEXANDRE, CHE DIVENNE PRESTO IL SUO PRINCIPE AZZURRO.

OGGI ADOLIE SOGNA DI REALIZZARE LIBRI PER BAMBINI, OGGETTI DI TENDENZA E COLLABORARE CON ALEXANDRE, CONCENTRANDOSI AL MASSIMO PRIMA DELLA NASCITA DEL LORO BAMBINO.

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Negli ultimi anni sembra sia nata una sorta di romantica nouvelle vague al femminile, soprattutto in Europa. Penso ad autrici come Mijn Schatje, Catalina Estrada, Clementine Derodit, che come te si muovono a metà tra pop-surrealismo puro e visioni più fiabesche e meno “malsane”. Quasi questo fosse un retaggio diretto dagli autori di favole europei come i Fratelli Grimm e Hans Christian Andersen. Sei d’accordo con questa affermazione? Sono d’accordo con te anche se non mi piace molto il concetto di “categoria”, ma credo che le mie illustrazioni siano profondamente ispirate al mondo delle fiabe. I miei personaggi, a volte melanconici e tristi, vivono e si muovono in una sorta di spazio-sogno delle “meraviglie”, sempre circondati da infinita tenerezza. Non so esprimerlo meglio, è una cosa che

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adolieday.blogspot.com

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fa parte di me. Da due mesi sto lavorando al mio prossimo libro, un grande classico delle favole ispirato proprio a un testo dei Grimm. Ti senti una bambina che disegna le proprie favole, quindi? Non lo so! Sicuramente cerco di dare vita ai personaggi che popolano la mia mente. Credo sia una cosa che ci accomuna un po’ tutti, in un modo o nell’altro tutti vo-

gliamo tornare bambini. Me ne rendo conto dai commenti sul mio blog... e questo mi rende felice.

So che fai libri per bambini... che lettori sono? Come ti prepari a un lavoro del genere? Immagino che il processo mentale e tecnico sia diverso rispetto a un lavoro personale... Da circa un anno mi dedico ai libri per bambini, è un lavoro totalmente nuovo per me e devo confessarti che lo adoro! Il processo creativo in questo caso è completamente diverso, in quanto devo pensare a tutto l’universo intorno alla storia, fare una marea di sketch; è un lavoro lungo e impegnativo. I lettori sono principalmente i bambini e le loro mamme, ma c’è anche una grande fetta di ragazze tra i venti e i trenta anni appassionate al mio stile, e che mi piace incontrare durante le presentazioni dei miei libri!


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di smoky man

i toys di

Junko Mizuno Che cosa pensi degli art toys e dei collectable vinyls? Come hai iniziato a lavorare in quest’ambito e qual è il tuo attuale coinvolgimento? Sono semplicemente sorpresa di quanto la scena degli art toys sia diventata grande. Ho iniziato a realizzare toys nel 2002 per la società giapponese Art Storm. Parlando invece delle mie ultime “creature”, i personaggi della mia graphic novel Pure Trance sono stati trasformati in una serie di mini figures per la Kidrobot lo scorso giugno.

qui: Kaori the Nurse

«LA MIA CREAZIONE PREFERITA? È UNA SCELTA TROPPO DIFFICILE. SONO TUTTI MIEI BAMBINI». 59


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mizuno-junko.com mizunogarden.com

Kidrobot, ma anche Toy2r in passato. Collaborazioni importanti, come sono andate? Sono state una bella sfida. All’inizio ero un po’ in apprensione perché sembrava molto complicato lavorare su degli oggetti in 3D insieme a persone che non potevo incontrare e con cui non potevo comunicare come ero abituata a fare con le società giapponesi. Ma sono stati molto professionali e sono felice dei prodotti che abbiamo creato insieme. C’è molto da imparare da loro ed è stata un’esperienza gratificante. Pensi che i toys siano un buon modo per esprimere la tua visione artistica, rispetto al fumetto o all’illustrazione?

È una domanda difficile, considerato che li faccio. Semplicemente, mi diverto un mondo. Quello che mi piace dei toys è che hanno un impatto diverso rispetto ai miei lavori in 2D. È una sensazione più fresca e una fonte d’ispirazione avere i miei personaggi in 3D. Oltre a crearli, sei anche una collezionista di toys, o almeno in passato lo sei stata... che cosa collezioni? Sono stata una collezionista di toys per ragazze prodotti dagli anni Sessanta fino agli Ottanta, però ora mi sono un po’ fermata. Non ho più spazio in casa. Ma continuo a frequentare i negozi e a partecipare a eventi legati ai toys per cercare nuove idee.

Di recente hai collaborato con la società giapponese GARDEN creando una nuova linea di prodotti sotto l’etichetta Mizuno Garden. Il concept della linea recita: «Mizuno Garden è un paradiso di erotica fantasia dove i frutti dell’amore sono sempre maturi». Il raccolto include lingerie, costumi, condom, lozioni e vibratori... Finora hai disegnato splendide confezioni di condom e lozioni, ma immagino siano previsti dei sex toys. Puoi darci qualche anticipazione? Stiamo pensando di fare dei massaggiatori, della lingerie, dei costumi, ma il progetto sta andando un po’ a rilento. Per questo, per ora, potete solo fare sogni lascivi su quello che verrà.

qui: La serie Pure Trance

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CONSIDERATI I TRANSITI ASTROLOGICI DELL’AUTUNNO, A OGNI SEGNO È ASSOCIATA UNA FIABA CHE MEGLIO ESPRIME L’ANDAMENTO DELLE INFLUENZE CELESTI. DIAMO PER SCONTATO CHE RICORDIATE LE FAVOLE DI QUANDO ERAVATE BAMBINI.

a cura di Eva Macali illustrazione Anke Weckmann - linotte.com

Alì Babà e i 40 ladroni Conoscete la formula e sapete che il tesoro di Mustafà è favoloso. La vostra intelligenza e un po’ di magia non possono molto di fronte ad amici e parenti invidiosi. La cupidigia di chi vi sta vicino non deve mortificarvi ma impietosirvi. Il bottino è già al sicuro, se avrete fiducia che a mettere a posto i cattivi penserà la sorte. Dopo che avrete fatto la pace con voi stessi, i 40 ladroni torneranno a fare i razziatori e giustizia sarà fatta.

La Bella e la Bestia

La Piccola Fiammiferaia

La Principessa sul Pisello

L’hanno scritta per voi questa fiaba sui paradisi artificiali e sulle droghe sintetiche. Vi state cullando da troppo tempo in un turbine di fantasie senza fine. Che bello sarebbe questo, che bello sarebbe quello. La fiammiferaia, non riuscendo a reagire, si perde in pensieri irreali che nascondono l’istinto a risolvere tutto con una dormita. Quest’autunno buttate via quei fiammiferi perché, grazie alla persona amata, dalla strada gelata vi troverete per magia in un piccolo paradiso tropicale.

A Copenhagen c’è un museo dove è conservato il famoso pisello. Infatti la principessa, snob fino allo sfinimento, alla fine ottiene il risultato e fa un matrimonio coi fiocchi. Naturale che poi si preoccupi di celebrare l’ortaggio. La morale è che in questo mondo pieno di ambiguità non è armandosi delle virtù più blasonate che ci si fa strada. Nel vostro gioco di equilibri, utile a tenere i piatti della bilancia in bilico, vi conviene qualche piccolo sabotaggio da far condurre al vostro istinto.

Si è aperta la fase della saggezza anche per voi bovini dediti all’armonia cosmica. La bellezza vi attirava con urgenza irresistibile, tanto che sembravate un po’ scemi. Il tempo vi sorprende indifesi, così avete capito che dentro voi belloni si nasconde una bestiolina spelacchiata che ha bisogno d’amore. Ve ne siete resi conto quando avete visto in quel mostro di cui non riuscivate a sbarazzarvi una splendida creatura che (forse) non meritate.

Alice nel Paese delle Meraviglie Avete deciso di seguire il Coniglio Bianco e ora sono cazzi. Pensavate di essere dei gran sapientoni invece tra paradossi e assurdità non sapete più da che parte girarvi. La soluzione è lasciarsi andare al procedere fluido delle cose intorno a voi. Non sapete quanto durerà, e dovete esercitare la pazienza. I bambini diventano maiali, i gatti ghignano e vi portano in tribunale a testimoniare su un Fante di Carte ladro. Non cercate un senso, non c’è. O meglio, il senso è che bisogna aver fiducia.

Da diverso tempo ve ne andate in giro con la vostra pelle d’asino in groppa. Siete un po’ insudiciati e avete smesso di andare a feste e aperitivi dove la gente non vi riconosce più. Continuano a chiedervi di fare minestrine e voi ci lasciate dentro anelli e altri monili d’oro. A forza di mangiare zuppette qualcuno riconoscerà i gioielli del vostro ingegno. Sta già succedendo, e anche se ci siete affezionati, smetterete presto i panni del sudicio animale che vi consegna questi tesori quando va al gabinetto.

La Bella Addormentata Quando siete nati le fate vi hanno dotato di: bellezza, saggezza e orecchio musicale. Nonostante ciò se qualcuno si dimentica di darvi la promozione diventate un filino rancorosi. Ora che Plutone è entrato nel vostro segno, è ufficiale che i 100 anni di sonno sono finiti, e forse qualcuno di voi sente la sveglia che suona. La strega cattiva l’avete già detronizzata, inutile indugiare. Il risveglio sarà dolce e vi permetterà di passare da questa a una nuova fiaba.

Hänsel e Gretel Nella casa di marzapane ci avete messo le radici. Vi siete mangiati anche le finestre di zucchero per accorgervi che il paradiso delle ghiottonerie si trasformava in una prigione con le sbarre di caramello. Nella fiaba c’è una strega da buttare nel forno ma non è il caso di prendersela con la vicina sul pianerottolo. Siete bravi perché state riuscendo a far fuori la vostra pasticcera interiore. Avete capito che prima di attraversare il bosco, meglio chiederle le barrette di liquirizia candita.

Pelle D’Asino

Il Gatto con gli Stivali

Sleeping Beauty

Cenerentola Basta fare cenerentola, siamo tutti esausti del vostro vittimismo. Non siete costretti a una vita modesta da un destino immutabile, la vostra squadra non è l’ultima in classifica, non avete sorellastre crudeli. Cominciate a lasciare in giro scarpette di cristallo e vedrete che qualcuno, a costo di passarsi in rassegna tutti i piedi del regno, verrà a rintracciarvi. Se continuate a girare in ciabatte e per prudenza scappate dal ballo alle 10 e 40 la questione si fa più difficile. Per fortuna che gli uccellini canterini sono dalla vostra parte.

Scarpette Rosse Alla fine fate sempre come volete voi. Quelle scarpette vi piacciono così tanto che vi siete fatti soggiogare e non c’è preghiera utile a rinsavirvi dall’insano torpore della vanità. Avete le vostre ragioni: la carrozza dorata e la vita noiosa con l’anziana benefattrice non sono il massimo, ma la soluzione non è fare la brave bambine. Nella fiaba vi fate tagliare i piedi. In questo oroscopo ogni Scorpione potrà uscire dal vortice indossando anche qualche scarpetta verde, arancione, azzurra, gialla, violetta, turchese, rosa...

È tutto l’anno che vi chiedete cosa avete fatto per meritarvi un gatto con stivali da pescatore in eredità, tanto che qualcuno, male interpretando, vi dice che la vostra fiaba vera è quella di Calimero. Non che vi lamentiate, ma come tirarci fuori qualcosa di buono? Il Gatto siete voi, strambi portatori d’acqua. Con talento, e assecondando quello che vi si para di fronte senza farvi impressionare da chi vanta privilegi acquisiti, potete ottenere tutto: castello, titolo e la sposa desiderata.

La Sirenetta Cosa non si fa per amore. Si rinuncia alla voce pur di avere gambe, si diventa creature dell’aria pur di non nuocere all’amato. Così ai Pesci pazienti in questi ultimi due anni di passione Urano fa dono della trasformazione finale. L’esito della fiaba ognuno se lo può scegliere: la Sirenetta originale si dissolve in schiuma, mentre nella versione pop riesce a diventare umana e a unirsi al principe.

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JASPER GOODALL

ERIK SCOLLON

EDIBLE&CARDINAL

BANGHARD

LASCIVIOUS NAOMI HARRIS

NIBA FEMME FATALE SHOW LRNZ


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di Valentina Serra & smoky man

JASPER GOODALL Un’intervista a

poster girl INGLESE, CLASSE 1973, È TRA I PIÙ INFLUENTI E IMITATI ILLUSTRATORI CONTEMPORANEI. LE SUE DONNE IN SILHOUETTE, ESIBITA ESPLOSIONE DI SENSUALITÀ, FANNO CAPOLINO IN CAMPAGNE PUBBLICITARIE, COPERTINE E ANIMAZIONI MUSICALI. EROTISMO E IRONIA, GRAFICA E FOTOGRAFIA, OLTRE LA SPERIMENTAZIONE SENZA DIMENTICARE IL SEGNO.

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r qui: Bad Bambi

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Fra le tue ultime creazioni spiccano per originalità le fotografie della serie Poster Girl: un’accattivante fusione fra illustrazione e fotografia in cui sono presenti non solo riferimenti esplicitamente erotici, ma anche una forte componente ironica. Quanto incide, nella tua produzione, la convivenza fra erotismo e ironia? Penso che sia di vitale importanza saper mescolare l’umorismo all’erotismo. Per molto tempo l’arte e la fotografia di ispirazione erotica sono state un lavoro facile da condurre; le immagini sessuali sono intrinsecamente “interessanti” per l’uomo; che ci piaccia o meno, queste producono sempre una reazione, che è la stessa a cui mira la produzione di opere d’arte. L’arte erotica può essere eccitante o scioccante di per sé, non deve far pensare, deve solo mostrare della pelle. Ora però siamo assaliti da immagini così esplicitamente sessuali che stanno diventando sempre più convenzionali. La pornografia è ovunque su Internet, i video musicali hanno sempre più riferimenti sessuali e anche nella pubblicità accade lo stesso, soprattutto nel campo della moda. Penso che non sia più sufficiente produrre opere d’arte che mostrano semplicemente delle ragazze. Che cosa altrimenti le distinguerebbe da tutte le immagini con riferimenti sessuali che ci circondano ogni giorno? Nel mio lavoro più smaccatamente erotico cerco anche di fare dei contrappunti critici sull’immaginario sessuale tipico della pornografia e dell’erotismo. Mi piace giocare con i tipici cliché e farmi delle domande. Ad esempio, perché le suore sono così spesso inserite all’interno di un discorso di tipo sessuale? Perché il colore rosa è “sexy”? Per quale motivo il

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latex è fetish? Inoltre penso che l’uso dello humour e dell’ironia sia veramente molto importante per lo spettatore e per il modo in cui il lavoro viene percepito: evita che l’opera sia una semplice immagine sessuale capace di eccitarti (come nel porno) e viene portata in un’area critica sul soggetto stesso e con un contenuto intellettuale. Approfondisci la tua opinione sulla massificazione dell’erotismo e sull’esibizione del corpo femminile, in settori che hanno ben poco a che fare con l’Arte. Penso di provare sensazioni diverse al riguardo. Da un lato sono completamente favorevole al fatto che le persone smettano di provare sensi di colpa di fronte a immagini con un richiamo sessuale. La gente le trova stimolanti perciò mi piace che stiamo incominciando ad accettarle. Tuttavia credo che la “massificazione”, come tu hai detto, sia spesso un processo superficiale e cinico. Lo scopo finale è fare soldi; io penso che questo processo sfrutti non solo le donne coinvolte in questo meccanismo a qualsiasi livello ma che sfrutti tutti noi in senso consumistico. Inoltre utilizza un sentimento umano, il desiderio, per fare soldi, sia che si tratti di un video musicale, della pubblicità di un profumo o di un film porno. Ma del resto, non è forse vero che la nostra società occidentale consumistica e l’intero mondo dell’economia moderna sono fondamentalmente basati sul concetto di “desiderio”? La maggior parte di noi desidera per sé cose sempre più belle, una casa più confortevole, mangiare del cibo di migliore qualità, fare l’amore con la persona che si ritiene sia la più attraente. Si tratta di volere (quindi desiderare) e un’altissima percentuale di mezzi di comunicaa sinistra: Nail Poilish qui: Crude Oil

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zione si concentra soprattutto sullo sfruttamento dei nostri desideri per fare soldi. Le immagini sessuali sono solamente la manifestazione più evidente e gratuita di questo meccanismo. Lo studio della linea è predominante nella tua opera. In alcuni casi i richiami a Aubrey Beardsley o Erté sono evidenti, mentre si può parlare di stile anni sessanta per i soggetti trattati e la loro sensualità, molto vicina alla produzione del creatore di Barbarella, Jean-Claude Forest, e alle donne che popolano le avventure di James Bond. Il colore invece è assolutamente affine alle suggestioni degli anni ottanta. Qual è stato il tuo percorso di studi, la tua formazione e come hai maturato questa varietà di riferimenti? Credo che la risposta più semplice sia che amo le immagini. Qualsiasi sia la loro provenienza: pittura, fotografia, arte decorativa, illustrazioni Fantasy, arte antica. Sono affascinato dalla capacità delle immagini di catturare energia e idee. Per questo rivolgo lo sguardo in molte direzioni e ho moltissimi libri di ogni genere. Penso che sia di vitale importanza avere una sfera di influenze, la più ampia e varia possibile. Mi preoccupa vedere che sia studenti sia illustratori affermati guardino in un’unica direzione nell’approccio all’illustrazione contemporanea. Nell’ultimo decennio sono sempre di più le pubblicazioni e i siti sull’argomento e la gente fa l’errore di pensare che, poiché lo stile di un artista è popolare, sia necessario emularlo per avere successo e ottenere delle commissioni. Credo che questo sia dovuto a una mancanza di preparazione e di immaginazione. qui: Evil Mickey

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qui: Medusa

Lo dico a tutti i miei studenti e a tutti gli aspiranti illustratori all’ascolto: smettete di guardare illustrazioni contemporanee, andate in giro e comprate libri di seconda mano, guardate a immagini vecchie di centinaia d’anni, vecchie di vent’anni, realizzate da persone provenienti dall’altra parte del mondo, magari per ragioni spirituali. Fatele vostre e traetene ispirazione. E realizzate dei lavori a cui tenete, che comunichino quello che volete dire, non quello che pensate vi farà guadagnare. Non sempre ciò che è kitsch o camp, è necessariamente brutto, di cattivo gusto. Come ti rapporti con il concetto di kitsch? Il kitsch può essere usato bene o essere semplicemente indulgente. Penso che, se usato bene, per fare una critica, sia un elemento valido. Ritengo che nel mio lavoro entri in una certa misura ma solo se vi è un motivo valido. In certi lavori, ad esempio in Bad Bambi, lo utilizzo e, al contempo, lo critico. Penso che il kitsch sia molto vicino alla nostalgia, altro elemento che uso alcune volte. Come nella serie Pornogothic in cui uso l’immaginario gotico e horror nella letteratura e nel cinema per metterne in evidenza e “criticarne” i cliché sessuali. Sempre più spesso è possibile vedere in passerella collezioni firmate da importanti nomi dell’illustrazione o del fumetto. Tu hai lavorato con nomi prestigiosi della moda, come Gucci, Adidas e Nike; inoltre, hai firmato una collezione di bikini per JG4B. Che cosa puoi dirci di questi lavori? Non c’è poi molto da dire! Il lavoro per Gucci non è neppure andato in stampa. Mi chiesero di rea-

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lizzare un set di carte da gioco. Ma quello che feci era troppo edgy, troppo moderno per loro. Così abbassai un po’ i toni ma era troppo lo stesso per un marchio molto conservatore e alla fine si ritirarono dal progetto. Con Nike e Adidas si è trattato soprattutto di pubblicità, non di moda. JB4B è stato molto apprezzato e abbiamo realizzato dei bikini davvero personalizzati. Tutti i disegni usati sono stati ideati da me e sono stati stampati direttamente sui bikini; non è una cosa industriale, con dei pattern ripetuti. Sono dei bikini divertenti, freschi, diversi dai soliti costumi da bagno che si vedono in circolazione. Ma lanciare un nuovo marchio di moda è molto difficile. Speriamo di fare una nuova collezione per il prossimo anno, ma al momento non c’è nulla di certo. Sei stato influenzato dalla new wave dei fumetti britannici come 2000 AD, Judge Dredd, Tank Girl? Sì, credo mi abbiano influenzato. Ho amato 2000 AD. Penso che ABC Warriors e Slaine di Bisley fossero le cose migliori. Siamo curiosi di sapere del tuo processo creativo. Che tipo di materiali utilizzi? Qual è il nodo iniziale alla base di un’idea? Il punto iniziale è quasi sempre la scrittura. Butto giù delle liste. Non faccio mai molti schizzi. Sfoglio dei libri con un’idea in mente e a volte, così facendo, cambio approccio o la riformulo. Poi a volte realizzo al computer dei collage fotografici usando l’enorme mole di immagini del mio archivio. Successivamente stampo il tutto e ridisegno, poi scansiono di nuovo e ritraccio. Disegno qualcosa su Illustrator, qualcos’altro con Photoshop, qualcosa a mano. A volte

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a sinistra: Love vs Lust pagina a destra: Dione

faccio delle foto di texture e le utilizzo nel processo. Ovviamente, per la serie Poster Girl ho fatto delle stampe di grandi dimensioni, realizzato un inserto su acrilico e fotografato tutto in uno studio con una modella. Per cui seguo un procedimento creativo piuttosto eclettico. Ma il computer è sempre un elemento cardine in molti passaggi del mio lavoro. Il progetto dei tuoi sogni? Recentemente sono stato a Parigi e ho assistito a uno spettacolo al Crazy Horse. Non sarebbe male lavorare per loro al branding o persino a un nuovo atto del loro spettacolo, di cui ho apprezzato molto l’inventiva, non solo lo spogliarello. Penso di continuare a vendere le mie stampe e di iniziare a realizzare nuovi lavori e spostarmi in una direzione più legata alle mostre e alle gallerie. Se fossi così fortunato da fare delle opere che piacciono alla gente tanto da volerle acquistare, ne sarei molto felice. Questo è il mio obiettivo nel lungo termine. E magari collaborare a un film.


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a cura di Misty Beethoven

Let me introduce

Erik Scollon

definizione di artigiano ti rimane Erik, tu sei un ceramista, ma la i scritti, osservando le tue opere, comunque stretta. Leggendo i tuo a della natura dell’arte. Mi semsi profila un’estetica, una rilettur d’arte non siano oggetti intocbra di capire che per te le opere d’uso anche comune, dotati, cabili, da museo, bensì oggetti speciale. però, di una capacità espressiva ità dell’arte. Chi sono io, un ent l’id ne, stio È proprio lì la que anto c’è l’altra questione, di artista o un artigiano? Subito acc degli oggetti che produco. quale sia la posizione nel mondo sar e in ter min i bin ari : si Per alc une per son e è fac ile pen l’altra cosa. Sei un artista o aspettano che tu faccia o l’una o ve a qualcosa? È arte o arun artigiano? È una scultura o ser be le possibilità. A quelle tigianato? Mi piace vedere entram due le cose, un artista e un persone rispondo, io sono tutte e opera e al contempo essere artigiano. Una cosa può essere un’ (copri ano) sono un esempio. funzionale, alcuni miei butt plug bi i piaceri, per quello estetiC’è una stanza riservata a entram . Penso che questa flessibilità co e per quello sensuale, fisiologico idea di sessualità gay al maschivisiva trovi una sponda nella mia llo che viene scopato o quello che le. Non devo per forza essere que in Posso essere passivo e attivo e, scopa, posso stare sopra o sotto. stesso momento. certe rare occasioni, le due cose allo Tu ami ripetere che l’arte non deve, per forza, escludere la funzionalità, altrettanto spesso hai sostenuto che alla ceramica compete un posto d’onore, in questo momento di evoluzione nella storia dell’arte. Puoi approfondire? Potresti richiamare qualche nome con

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cui ti senti in sintonia sull’argomento? Ho avvertito un certo rispetto per Ehren Tool, leggendo il tuo saggio Using Art (Usando l’Arte). Una quantità di opere mi eccitano perché non restano ritirate a una distanza estetica, ma si riversano nella vita quotidiana.

Estetica Relazionale (come descritta da Nicolas Bourriaud) è diventato un modo popolare per illustrare questa evoluzione artistica. Se la ceramica ha un posto d’onore è in virtù di una sorta di congenita, congeniale dualità. Primo, esiste una certa intimità e familiarità associata alle cera-


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in questa pagina, da sinistra in senso orario: I (heart) Hardcore (2009) – porcellana con decalcomania – altezza 29 cm ; Porcelain Plug (2005), porcellana e decorazioni in cobalto, larghezza 6 cm (photo/Job Piston); Erik Scollon nel suo studio ad Oakland; China Boy, I am Precious (2009) – porcellana e decorazioni di cobalto – altezza 30 cm. pagina precedente: I am Rosebud (2009) porcellana e decalcomania – altezza 30 cm.

erikscollon.net miche perché le usiamo ogni giorno, piatti, mattonelle e via dicendo. Secondo, il materiale che si plasma nella ceramica è la stessa malleabile materia modellata dagli scultori. La ceramica è un ponte, quindi, tra l’arte e il quotidiano. Non occorre sacrificare la funzionalità di un oggetto per

lasciarne intatte le doti espressive, questo è ciò che continuo a dire. Ehren Tool è esemplare, in questo senso. Ricordiamoci anche del mio caro amico Travis Meinolf, è un tessitore e le sue coperte di lana fanno avanti indietro dal letto alle gallerie d’arte. (actionweaver.com)

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I frenetici saldatori del desiderio Ti andrebbe di soffermarti sulla tua personale concentrazione su temi che riguardano la sfera della sessualità umana? Voglio ricordare la performance Bringing Sexy Back oppure la serie di sculture Fists. Mi accorgo di avere due motivazioni guida, quando lavoro. Su di un livello più cosciente e intellettuale, sono molto interessato a come riconosciamo e identifichiamo un oggetto. Su di un piano più istintivo e impulsivo, reagisco alla forma, al colore, al tatto, al materiale e al sentimento. La performance Bringing Sexy Back è stata una viscerale risposta al tema del vouyerismo/esibizionismo. Alcuni amano guardare, altri dare spettacolo. Mi sono parzialmente ispirato alle fotografie di Peter Voulkos denudato mentre lavora al tornio. Ho tentato di ricreare il sapore di quella bravata, rendendola congeniale allo stile degli altri cera-

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misti che desideravo coinvolgere nel progetto. Ho chiesto loro di indossare qualcosa di sexy, qualcosa attraente da guardare quanto potesse essere il loro lavoro manuale. Se la serie di sculture Fists dovesse avere un sottotitolo, potrebbe essere “Craft Power” (Potere dell’arte artigianale). Ci ritrovo potere e tenerezza allo stesso tempo. Mi piace, insomma, decostruire l’arte tradizionale usando materiale di recupero, portare alla ribalta qualcosa che puoi trovare su una mensola in cucina. Ma le usi, poi, le tue opere? Possiamo dire che riesci a trarre “piacere” dai tuoi lavori? Alcune le uso, praticamente, ogni giorno. Altre le tiro fuori nelle occasioni speciali. Traggo tanto piacere dal farle, quanto dall’usarle. a sinistra: Objectify – Fudge Packer (2008) ceramica e lucido – altezza 15 cm. in alto: You're Soaking in It (2007) porcellana altezza 8 cm e 12 cm di diametro. al centro: la serie Confidence Ring ceramica e decorazioni in cobalto diametro 10 cm e 8 cm.

NUOVE DIETE, MOLTO CALORICHE, NELL’EPOCA DELLA MORTE DI DIO. Dio è sempre stato un grande ostacolo, un divieto ingombrante alla corsa anarchica del desiderio, un ostacolo sleale che trucca il tavolo da gioco, con regole a senso unico, il suo. Quello che vale per noi, obbligo e contrizione per la mancanza su cui, puntuali, scivoliamo come in una comica, non vale per Lui, noi dobbiamo regolare i desideri, Lui può desiderare il mondo intero, senza pentimenti, né punizioni, il mondo è suo, almeno lo era, perché Dio è morto. Lo si reclamizza da decenni, e questo non vuol dire altro che noi possiamo desiderare qualsiasi cosa, ora, che il desiderio non deve chiedere consiglio a qualche censore celeste, o dubbio emissario dalle mani scricchiolanti di ori lucidati, il mondo non è più una palestra per spiccare il volo verso una zona anestetizzata di ricompense, una terra promessa di godimenti programmati dall’occulto intrattenitore del più grande villaggio vacanze dell’universo. Da decenni il mondo si sta riorganizzando in questo senso, la realtà sta diventando un’industria che produce sempre meno solidi congegni e sempre più oggetti, o meglio interi ambienti di godimento, ritagliati nella materia dei desideri slegati dal rigore e dall’utilità rispettabile, l’arte sembra sempre più inserirsi nell’ingranaggio di produzione di questa realtà provocata dalla liberazione dei desideri, dalla perdita di ogni cautela


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calcolata, rimane, esclusivamente, il calcolo dell’effetto che si può suscitare, non interessa quanto effimero sia. Dobbiamo considerare l’arte come la sala di progettazione di un avvenire, che si avvicina sempre più al presente, un reparto industriale al pari della catena di montaggio robotica in cui scintillano i saldatori. In fondo, da sempre, il successo dell’arte, per quanto sudato e atteso disperatamente in vita, coincide con la possibilità di farne una cartolina da pochi centesimi da far volare nelle quote più alte dell’atmosfera postale. Avete notato la scomparsa dei film di fantascienza, sarà un caso? O sarà, semplicemente, il segno che il futuro sta collassando sul presente, che lo spazio d’attesa tra un’idea e la sua messa in opera, con prezzo di lancio relativo, diviene sempre più sottile, sottile come le fibre ottiche che radu-

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nano i continenti su Google Earth? Se guardiamo ai format televisivi, soprattutto ai reality, se guardiamo agli strumenti mediatici che freneticamente permutiamo, è all’avanguardia artistica insopportabile di qualche anno addietro che dobbiamo rivolgerci, per vederne la gestazione. Il sito www.edible.com offre croccanti tarantole stufate secondo una sensibilità culinaria da magia nera da mordere zampa dopo zampa, nella fluorescenza di una maratona horror, perle tritate in fine polvere da starnuto per gustare la perla più nascosta della donna più riluttante, che si dibatterà, come in alto mare, dopo averla inalata. Edible mette in vendita, come candide merendine, gli oscuri oggetti del palato, cucina le paure recondite dell’inconscio, quello che facevano, insomma, gli artisti della cosiddetta body art, solo qualche anno addietro, dando scandalo. Cardinal, invece, sarebbe stata un’operazione di arte concettuale, volta alla denigrazione dell’ipocrisia cattolica sul tema della procreazione obbligatoria, ovvero ogni coito un nuovo fedele in terra, se non fosse una linea di profilattici costruita

sulla rigorosa applicazione di una lettura superficiale, anche se di sicura presa, dei Vangeli, ovvero il «Mondo è Amore» da cui deriva la giuridica deduzione «Tutti hanno il diritto di amare senza preoccupazioni», procedimento logico volto a dimostrare il diritto universale di acquistare e usare profilattici, per far riprodurre il precetto cristiano dell’amore incondizionato, e per frenare il dilagare di vari morbi venerei come l’AIDS. Nel merito del marchio citato (www.cardinal-condoms.com), il diritto, di cui sopra, diviene un dovere, il dovere di usare, almeno una volta, nella propria esperienza terrena costellata di anonimi profilattici pressati in tristi portafogli, un profilattico che possa far sorridere il Re dei cieli e adombrare il poco onorato pontefice. (ASZ)

Lui può desiderare il mondo intero, senza pentimenti, né punizioni, il mondo è suo, almeno lo era, perché Dio è morto. 75


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di Andrea Sanguigni Zvetkov

T DI CARTE ILLUST E S N U RAT DA E

Gioco di mano aka IL SEME DEI SOLITARI

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INTIMI E LASCIVIOUS A proposito di una pagina fa. Rilasciando uno sgradevole retrogusto di perfidia, la Chiesa insiste a mettere in croce i profilattici. Un sabotaggio blasfemo della sottile guaina, a pressare l’autonomia della maternità, un sequestro di bambini mai nati che finge di aver scoperto uccisi dalla volubilità della donna inquisita. La Chiesa ripete, sporgendosi dai balconi in vestaglia, come in un melodrammatico condominio partenopeo, che non procreare vuol dire eliminare un essere umano, per gusto irresponsabile del piacere pornografico. L’anacronistica malafede di queste Crociate si rivela non tanto nelle confutazioni regolari di cui può essere capace anche una mente mediamente interdetta, quanto dall’assenza sibillina di un monito salutare, contro il vero abuso del seme creativo; non tanto contro lo spargimento nel gioco donato del latte genetico, quanto il male intimo del sesso implosivo. La masturbazione è la nemica dell’amore, questo è lo scandalo che si tende a tacere, mentre si vive nella fraintesa liberazione del piacere. Rivisitando una frase che incede nelle pagine premurose dell’Hagakure, il manuale dei samurai, «tra la vita e la morte scegli sempre la morte», la modificherei in «tra il toccarti e il non toccarti scegli sempre il non toccarti». Gli eroi che scagliavano pugni di tuono nelle mascelle marce dei demoni non si masturbavano. Il desiderio deve slegarsi dai facili bersagli dei propri genitali facilmente manipolabili, il desiderio deve lasciare il corpo, questo intende l’invito all’abbraccio mortale del samurai che corre iperventilato nel fulmine delle mille lame avverse, non di

Vi suona troppo banale una frase come «La vera sensualità nasce dall’attitudine, e non basta uno slip ben ricamato o un paio di copri-nipple per diventare frutti del desiderio»? Però, diciamo la verità, un colpetto ci sta sempre bene. Lo sanno anche Chloe e Ozy, i creatori del lascivo brand di lingerie chic inglese (se poi ci metti che i due sono fratello e sorella, i pensieri già cominciano a sciogliersi). La cosa pruriginosa è che Lascivious non si limita a produrre capi intimi per palati fini. Le illustrated playn’ card che vedete sono il frutto di una ricerca nel meglio dell’illustrazione erotica del momento, ogni illustratore una carta. Insomma, sospirando un all in, vi ritroverete tra le mani un mazzo di gran calibro.

lascivious.co.uk

sicuro l’idiozia di cercare un sicario disimpegnato. Il desiderio deve imparare la pazienza nell’assenza del proprio oggetto sconosciuto, non oscuro perché affumicato dal calore morboso di una passione insana, solo assente mentre lo chiama, come una sirena che si trasformi da millenni nella donna amata da sempre, da lontano quindi, non da qui, dove monta a cavallo dei pantaloni stretti per meglio far risaltare la propria disponibilità. Il Papa evita di molestare i masturbatori, le recenti crisi di vocazione devono pur aver qualche incentivo ammorbidente.

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di Alessio Trabacchini

Yes, We Can Un’intervista a Naomi Harris

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America Swings racconta di torte di mele e di sesso di gruppo, è un viaggio nell’America profonda che non ci si aspetta, è la divertita messa in crisi del nostro concetto di trasgressione e un passo ulteriore verso la ridefinizione della nostra idea di bellezza. Naomi Harris ha partecipato a

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quattro anni di festival per scambisti, li ha fotografati con curiosità e coraggio, soprattutto con empatia. Il risultato è un libro pubblicato da Taschen, con la cura di Dian Hanson e un’introduzione/intervista di Richard Prince. Sconcertatevi.

Raccontaci le origini di America Swings. Iniziò tutto a Miami, dove mi ero trasferita per fotografare l’Haddon Hall Hotel, l’ultimo a South Beach che ammette pensionati. Quando non lavoravo, andavo alla spiaggia nudista. Non sapevo che buona parte di quei nudisti erano


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pagina precedente: Super Bowl Party Des Moines (IA) – febbraio 2006. qui: Home Made Swing and Camper Swinstock – Duxbury, (MN) – giugno 2004.

anche scambisti. Nel 2002, poco prima che lasciassi Miami, un amico di spiaggia mi chiese di accompagnarlo in uno swing club (l’ingresso era vietato agli uomini soli), sapeva che ero una fotografa e pensava che avrei trovato la cosa interessante. Era un edificio anonimo in una

zona commerciale della città, decisamente squallido visto da fuori, ma all’interno c’erano una pista da ballo e un buffet completo di chef con un grande cappello da cuoco che tagliava il roast-beef e serviva patate al gratin. Tutti si ingozzavano in venti minuti e poi si ritiravano nella stanza sul re-

tro, dove bisognava entrare coperti solo da un asciugamano. Come nudista non avevo problemi, come ragazza mi sentivo una fetta di controfiletto. La stanza del sesso di gruppo consisteva in una fila di sei letti diseguali. Era la prima volta che vedevo qualcun altro fare sesso

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a sinistra: Thanksgiving Dinner Big Lake (MN) – novembre 2004.

dal vivo, il mio amico si sporse verso di me e disse: «Non è eccitante?». Gli feci un cenno d’assenso, il massimo che potessi fare per non scoppiare a ridere. Forse la situazione mi sembrava così divertente per la serietà con cui la prendevano tutti gli altri. Ci siamo fermati a guardare per un paio d’ore senza fare niente (questi erano i patti: lo accompagnavo ma lui non avrebbe avuto aspettative nei mie confronti). Quando ce ne siamo andati, sapevo che avrei iniziato a fotografare queste cose, altrimenti nessuno avrebbe creduto a ciò che avrei raccontato, come la donna che alle tre del mattino spizzicava dal buffet completamente nuda sui tacchi a spillo. Tornata a New York, iniziai a frequentare feste di scambisti, ma aspettai un anno e mezzo prima di cominciare a fotografare. Scelsi lo Swingstock, un “camping e fornication festival” di quattro giorni, anche perché lo avevo visto su Real Sex, un programma della HBO, e così sapevo che agli organizzatori non avrebbe dato fastidio avere qualcuno che documentava il loro evento. Sarebbe stato il primo dei circa 38 party che avrei fotografato nei successivi 48 mesi. Un progetto che ti ha accompagnato per lungo tempo. In che modo pensi che ti abbia cambiato, come artista e come persona? Non si può vedere tutto quel sesso e non risentirne in qualche modo. Mi ha desensibilizzata, come può accadere a chi lavora nel porno. Sul set mi concentravo sulla composizione e sulle luci, non su di me che guardavo del sesso, e penso che questo mi abbia aiutato a portare a termine il lavoro. Ho anche imparato molto sulla natura

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umana e sui miei limiti riguardo al sesso. Ho sempre pensato a me stessa come a una bambina un po’ selvaggia, ma tutto sommato non sono poi così trasgressiva. In molti dei tuoi scatti c’è una forte dimensione narrativa che contribuisce a rendere l’impres-

sione di trovarsi al centro dell’azione. Come organizzavi le sessioni fotografiche? Ci sono due tipi di foto nel libro: ritratti posati e scatti d’azione. Ovviamente nel caso dei ritratti ho fatto un po’ di regia, volevo che queste foto fossero la rappresentazione di uno scambista medio nella


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tradizione della ritrattistica di inizio secolo, da Augusten a Sanders a Disfamer a Bellocq. Quando ho fotografato persone nel mezzo dell’azione ho cercato di essere più discreta possibile. Non c’era nessun tipo di regia, si trattava di documentare quello che stava accadendo, di catturare le

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persone nello slancio della passione, senza guidarle come fanno i fotografi erotici e pornografici. Naturalmente le persone erano consapevoli della mia presenza – con la mia grossa macchina fotografica e i lampi del flash è difficile essere davvero discreti – ma credo che il fatto che fossi lì abbia aiutato le

performance di alcuni di loro, se capisci cosa voglio dire… Non ho mai avuto problemi particolari. Un paio di volte qualcuno ha voluto far presente che non avrei dovuto partecipare ai party se non ero disposta a giocare, ma di solito mi sono trovata in difficoltà solo con gente molto ubriaca.

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naomiharris.com Il mondo che emerge dai tuoi scatti è uno strano mélange di libertà e “normale” vita di tutti i giorni. È sconcertante vedere gli stessi rituali dell’America tradizionalista celebrati tra gang bangs e pompini. Chi sono davvero gli swingers che hai conosciuto? È proprio questo che mi ha attratta all’inizio, quanto possano apparire tipicamente americani e mantenere questa lasciva attività segreta. Mi piaceva l’idea che non possiamo immaginare cosa fanno i nostri vicini di casa dietro la porta chiusa. Gli scambisti sono per lo più bianchi, tra i trenta e i cinquant’anni, di classe media o medio al-

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ta, e con un’educazione superiore. Tendono a essere liberal, ma spesso solo in campo sessuale, venendo in gran parte da famiglie religiose cristiane. Ero perplessa di fronte a queste persone che scopano con tutti il sabato sera e si svegliano la mattina dopo per andare in Chiesa, ma ho imparato che molti non ritengono che lo scambismo sia peccato, perché pensano che fare del sesso consensuale con altri alla presenza del partner non può essere considerato adulterio. Una delle chiavi per comprendere lo stile di vita degli swingers è l’autostima, cercata ed esibita. Tu come ti sentivi mentre fotografavi durante i festival?

Sono impressionata da queste persone e da quanto si sentano a loro agio nella propria pelle. Al primo party c’era questa donna di almeno cento libre sovrappeso che aveva un orgasmo dopo l’altro e mi costringeva a chiedermi: «Perché non capita lo stesso anche a me?». Penso che raggiungere un tale livello di fiducia in se stessi permetta a questa gente di essere completamente aperta a qualunque situazione. Non si preoccupano di che aspetto hanno senza vestiti, ma solo del prossimo orgasmo. Ovviamente ci sono anche palestrati che giocano solamente con quelli come loro, ma non li trovo interessanti. Mi piacciono quelli che vivono una libertà ses-


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suale che la maggior parte di noi possono soltanto sognare. Qual è la tua idea di fotografia? Esplorazione, investigazione? Una maniera differente di osservare le persone e di conoscerle? Il primo motivo che mi ha spinto a diventare fotografa è stato la possibilità di interagire con persone il cui mondo mi sarebbe altrimenti rimasto precluso. Ecco perché il mio lavoro, anche se spesso si tratta di ritratti, possiede sempre un elemento documentaristico. Mi piace pensare alla fotografia come a una testimonianza visiva che è anche qualcosa di bello da guardare. Pensando al soggetto di questo libro e all’attitudine con cui ti avvicini all’ambiente che hai scelto di fotografare, viene naturale citare Diane Arbus. Una volta ha scritto: «Ho sempre pensato alla fotografia come a qualcosa di malizioso da fare – era una delle cose che mi piacevano di più, e quando l’ho fatto la prima volta, mi sono sentita molto perversa». Ti senti perversa come fotografa? Non so se perversione sia la parola giusta. Mi sento fortunata ad avere avuto accesso a luoghi così privati e mi piace il brivido che si prova a introdursi in una situazione bizzarra. Immagino che sia una specie di gioco vedere se riesco a essere accettata da questa gente e a essere ammessa nelle loro vite, soprattutto quando si tratta di soggetti tanto inconsueti. Com’è stato l’atteggiamento degli scambisti nei confronti dell’obbiettivo? E verso di te? È stato difficile definire il tuo ruolo tra di loro? Gli scambisti sono probabilmente

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il gruppo di persone più esibizionista che abbia mai incontrato. Ogni cosa viene trasformata in una battuta spinta a sfondo sessuale. E anche se molti non hanno potuto essere fotografati per paura di perdere lavoro o famiglia, penso davvero che la maggior parte degli scambisti abbia davvero apprezzato che io volessi raccontare il loro stile di vita in un’ottica positiva. Mi hanno accettato nella loro comunità perché, anche se non sono

pagina precedente: Stripper Pole Cherry Pitt – Duncansville (TX), febbraio 2008. in alto: Naomi Harris tra gli Hart Hammer Mandigos.

una swinger, mi sono adeguata a loro. Se il tema del party era la lingerie, anche io indossavo un teddy; se era una festa in piscina, fotografavo in tenuta adamitica (a parte la cintura con l’attrezzatura). Naturalmente c’era sempre qualcuno che ci provava, io declinavo gentilmente e nessuno sembrava prendersela, passavano semplicemente alla prossima. Ci sono stati anche scambisti che si sono presi cura di me: una giovane single che attraversa il Paese da sola frequentando sex parties. Cre-

do che sentissero che avevo bisogno di qualcuno che vegliasse su di me. Ti interessa osservare le reazioni del pubblico al tuo lavoro? Sono state quelle che ti aspettavi? Fino ad oggi nessuno mi ha detto “vergognati!”. La maggioranza della gente sembra capire l’umorismo che ho cercato di catturare, e se ho turbato alcuni, credo che ciò sia dovuto alla loro incredulità di fronte al fatto che persone comuni possano fare quelle cose. E naturalmente qualcuno mi ha chiesto come trovare quel tipo di feste nella sua zona. La rappresentazione fotografica della sessualità è quasi sempre stata legata a determinati stereotipi di bellezza e di erotismo. Cosa ne pensi? Cos’è che consideri veramente bello? Ottima domanda. Cerco di lavorare proprio sul senso del nudo e su cosa possa essere considerato bello. Una diciottenne con i seni sodi, un bel sedere e due gambe che non finiscono mai è ciò che la società intende per bellezza. Siamo tutti tragicamente assuefatti alla nozione di equivalenza tra gioventù e bellezza. Io ho 36 anni e molti uomini mi considerano attempata, ma, un momento... ho ancora delle belle tette e soprattutto ho un’esperienza di vita che dovrebbe rendermi molto più sexy di una ventunenne con la testa vuota. Ma la nostra società manda le donne più adulte in pensione e ignora chiunque non rientri in questo modello di erotismo. Ognuno ha un certo grado di bellezza dentro di sé e penso che sia più importante esplorare che continuare a sfornare sempre la solita sbobba. La cosa più bella in una persona è la consapevolezza del proprio valore, la propria autostima.

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di Rosa Maria Albino

SURREALISMO

FETISH

Un’intervista a Niba

IL FETISH È UNO STILE CHE ATTRIBUISCE POTERE EROTICIZZANTE A CERTI CAPI DI ABBIGLIAMENTO E ACCESSORI, AL MATERIALE DI CUI ESSI SONO FATTI COME GOMMA, CUOIO, LATEX, PVC E AI COLORI NERO E ROSSO. NON SI PENSI CHE IL FETISH SIA LEGATO SOLO AL MONDO DEI SEXY SHOP E DELLA SCENA NOTTURNA METROPOLITANA. IL SUO È UN SIGNIFICATO PSICANALITICO, ARTISTICO E METAFORICO PIÙ ALTO, COME HANNO DIMOSTRATO DA DECENNI FOTOGRAFI COME MAN RAY E GILLE BERQUET, REGISTI COME KERN E FASSBINDER, STILISTI COME LA WESTWOOD E GAULTIER.

qui: Plastic Pleasure

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Del fetish ti affascina più l’aspetto estetico o il simbolismo? Che il fetish non appartenga a un ambito esclusivo di trasgressione sessuale ma che abbia molteplici significati credo lo abbiano dimostrato ampiamente tutte le arti, dalla fotografia al cinema, dalla pittura ai video musicali, dalla moda al teatro. Mi affascina il concetto simbolico-religioso del termine feticcio e nel mio lavoro cerco di ricreare un’estetica fetish più sensuale che sessuale.

Come sei approdata all’estetica fetish? In età adolescenziale mi intrigava l’immaginario della musica punkdark che mi ha spinto ad approfondire i contenuti e le tematiche del feticismo. Che connessioni trovi tra moda, media e feticismo sessuale? Ormai i media, la pubblicità e anche l’haute couture si sono impadroniti dei contenuti feticisti e gli elementi della scena fetish non sono più riservati, trasgressivi o underground ma sono approdati nel mainstream. Attualmente non c’è più una gran differenza tra il sexy shop e la boutique. Il tuo universo artistico è intriso di un surrealismo fetish fatto di strane donne-manichino e di


niba.info animali eroticizzati in abbigliamento di latex lucente. Le prime sono di una bellezza astratta, come se esistessero solo per animare lingerie e capi d’abbigliamento, un po’ come le modelle delle passerelle. Anche quando girano sul carillon hanno un fascino tutto particolare che deriva proprio dall’assenza di un corpo organico, alludono a una femminilità quasi congelata, onirica, fatta di vuoto e di assenza e a una sorta di rassegnazione a restare ingabbiate in un bondage fatto di corsetti, lacci, guanti sopra il gomito e tute a tuttapelle per rappresentare il ruolo di dominatrici. Gli animali invece appaiono piu dinamici, più corposi. Come spieghi la diversità con cui tratti i due soggetti? Le mie sono bambole umanizzate e appaiono solo grazie alla loro superficie. Non sono vuote ma sono lì come stranianti nature morte a enfatizzare l’impossibilità di personificare il corpo. Do molta importanza all’anatomia, alle masse fisiche, alla forma della figura umana, perché i corpi da esibire possono essere nascosti e allo stesso tempo rivelati. Nella dinamica psicologica del feticismo il desiderio erotico si attiva in presenza di determinati oggetti o capi di abbigliamento che sostituiscono il corpo nella sua totalità. L’incorporeo mi affascina perché spinge l’immaginazione oltre i limiti imposti dalla vista.

«I gatti mi hanno accompagnato fin dall’infanzia e ho un particolare feeling con questi felini»

dall’alto verso il basso: Rubber Rabbit n. 1 e n. 7; Black in the Mirror.

turbate, sono realistici, segnalano un contrasto tra il loro calmo misticismo incontaminato e la presenza di un ambiente che ha poco di pudico e di innocente. Da qui sto elaborando il progetto e ampliando la mia ricerca ad altri animali simboli della purezza come l’ermellino, il cigno, il cerbiatto, l’ape. Le tue sculture stupiscono per l’iperrealismo, per la cura di ogni particolare fino al minimo dettaglio un po’ come facevano gli artisti fiamminghi. Con quali materiali realizzi le tue opere? Vetroresina, resina, poliuretano, gesso, lattice, ma in prevalenza la terracotta, materiale “nobile” e antico, che cerco di reinterpretare rivolgendola al sintetico. Realizzo le mie opere interamente a mano, modello l’argilla che poi dipingo con combinazioni di smalti, acrilici, olii. In effetti sono quasi maniacale nella ricerca e nell’esecuzione dei particolari. Mi piacciono molto i pittori fiamminghi.

La serie di sculture Rubber Rabbit è ispirata alla fiaba di Alice nel Paese delle Meraviglie. Ho adottato come mio psicopompo il coniglio bianco simbolo di purezza, una guida per un percorso incentrato sulla purezza della natura contraffatta dall’artificio. I coniglietti non hanno espressioni inquiete e

Dopo il successo di pubblico e di critica che le tue opere hanno ottenuto in Italia e a Parigi, sei stata invitata a presentare le tue sculture a un importante evento espositivo a Praga. Puoi anticiparci qualcosa su questo progetto internazionale? Posso dire che sarà un evento molto importante, una collettiva che avrà luogo alla Rudolfinum di Praga a cui parteciperanno grandi nomi dell’arte contemporanea. Il titolo è Decadence now! – Visions of excesse. Il curatore del progetto è Otto M. Urban.

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FeMME FATALE

Show

Cronaca di una notte

ROVENTE

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BANGART–MISTYBEETHOVEN–CONTESTAROCKHAIR &STORE presentanoFEMMEFATALESHOW exhibitionVLADVOLOSHIN –WICKEDDAMES curatoriSIRIANAFLAVIA VALENTI/SEBASTIANOBARCAROLI photo ANDREASANGUIGNIZVETKOV/GIOVANNIMAFFIONE


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starring

Sofia Vigliar

Aurélie Dudet

ALESSANDRA ACCARDO

Rowena Torelli musicaANJAPETITTOcateringORNELLACICCHETTImake-upFRANCESCAMASTROGIACOMO hair style SIMONE/ELENA/LETIZIA /ANTONELLA/DANILO/FRANCESCAperContestaRockHair allestimenti ALESSIO PARDOfact-totumPAOLOCIUFFOperMisty Beethoven

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Chercez la femme

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Eleganza letale

Aurélie ALESSANDRA ACCARDO Dudet Il 17 giugno 2009 tutte le strade per il peccato confluivano in un luogo solo, il Femme Fatale Show. Il primo sparo lo avete sentito tutti, un’intervista a Vlad Voloshin nel terzo numero di «Bang Art», in cui il fotografo russo ci presentava le sue conturbanti Wicked Dames.

Sensualità esplosiva

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Rowena Torelli

La voglia di farne una mostra ci stringeva il petto come una morsa, impossibile resistere. Non potevamo immaginare che dopo un mese le femme fatale avrebbero invaso le strade della capitale, infiammato i cuori degli spasimanti, evitato con noncuranza felina gli sguardi

tentazione pericolosa

invidiosi delle ospiti. «Bang Art», in collaborazione con l’emporio dei sensi Misty Beethoven e Contesta Rock Hair & Store ha lanciato un contest: da timide ragazze acqua e sapone a letali femme fatale. Bastava spedire una foto per partecipare alla selezione delle cinque prescelte che durante la serata sarebbero state acconciate e vestite come conturbanti attrici del cinema noir e, infine, fotografate come dive appena uscite dagli Studios. In due settimane più di settanta seducenti femme hanno spedito la loro posa migliore. Eravamo in balia dei sentimenti, annullati di fronte a tanta bellezza. Alla fine abbiamo dovuto scegliere: loro splendide, noi innamorati dello sguardo misterioso di Alessandra, della classe sanguigna di Aurélie, conquistati dalla travolgente gioiosità di Rowena, dal


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ne e o i z u d La sel backstag ne

corpo da reato di Gloria e dall’innocenza clandestina di Sofia. Ma la notte non apetta. Si dia inizio al Femme Fatale Show, innaffiamo le strade con vodka gelida e sfamiamo gli ospiti con il salatissimo aperitivo russo; conquistiamoli con le foto di Voloshin riprodotte in gigantesche dimensioni. Ipnotizziamoli con visioni in cinemascope di film noir e iniettiamo loro un fremito con la musica seleziona da Anja Petitto. Ma loro sono qui per altro, sono consapevoli vittime delle femme, vogliono vederle, le bramano anche se sanno che non potranno mai averle. Diamo inizio alla trasformazione. Le nostre ragazze, prima mischiate tra la folla, sono rapite dagli hairstyler di Contesta Rock Hair e nelle pieghe vertiginose dei capelli, nei neri occhi truccati, nei rossi scarlatti delle bocche ecco na-

scere le loro nuove identità. Pubblico attonito mentre si fanno strada tra la folla e, in un salto nel tempo che riporta Roma in una frazione di Dolce Vita, partono i flash accecanti. Sono le star di questa notte; il loro set, le stanze lubriche di Misty Beethoven.

In ogni donna c’è una femme fatale pronta a intrappolare nelle dita affusolate un cuore, pulsante e sanguinante, almeno finché la noia non giunga. Non consideratele assassine, non è un delitto amare. Noi amiamo Rowena, Alessandra, Sofia, Aurélie e Gloria.

Il rischio ammiccante

Sofia Vigliar 91


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di Alessio Trabacchini

(STOP)

Introduzione a un fumetto già pubblicato Stop. Fermi un attimo. Siamo sul finale e come tradizione vuole, ecco un fumetto. Sia che siate lettori ossessivo-compulsivi, di quelli che leggono le riviste dall’inizio alla fine come fossero un thriller, o siate novelli Harry Burns, che leggono subito il finale dovessero morire prima, chiunque voi siate, state per leggere qualcosa... che forse avete già letto. Sì, il fumetto di questo numero non è inedito, anzi, a editarlo, neanche un anno fa, fu proprio la nostra casa editrice con le orecchie lunghe, nello speciale XZ Comics – Special Super Amici, datato novembre 2008. Il motivo della riproposta è semplice: MEGA PORNO è una delle migliori scopate a fumetti degli ultimi anni, fatta di segni densi come i fluidi degli amanti. C’è l’amore e c’è la carne, in dimensioni ciclopiche. E le dimensioni, be’, non è vero che non contano. Leggerlo dà la sensazione che dà vedere un gran film: sai che sarà difficile trovarne uno così per tanto tempo (non è un caso allora che LRNZ sia stato scelto per realizzare gli ADV della Festival Internazionale del Film di Roma 2009). Noi intanto lo ripresentiamo ai nostri lettori, e non è detto che da qui a un anno non lo ripubblicheremo, e poi ancora, e ancora. E voi? Voi vi stancate di andare a letto con il migliore dei vostri amanti? Per leggere il fumetto dovete metterci a 90°.

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(PLAY)

Un’intervista a LRNZ Nei tuoi disegni ci sono spesso creature gigantesche e distruttive, ma con eleganza. Da dove vengono i tuoi giganti? Mi piace raccontare cose belle. Trovo la bellezza di un fiorellino piccolissimo pari alla bellezza di un’onda anomala. Detto questo mi piace lavorare con la stilizzazione, non tanto grafica quanto della messa in scena. Esaltare con un fuoriscala un elemento piuttosto che un altro mi consente di arrivare a una rappresentazione simbolica senza abbandonare uno stile figurativo. Posso avere un approccio che sposta le gerarchie semantiche sul piano grafico compositivo senza perdere l’uso della prospettiva, ad esempio; è come unire la tecnica narrativa dei dipinti rupestri preistorici ai canoni del disegno rinascimentale. Poi è innegabile che una cosa gigante è sempre, sempre, sempre interessante. Gamberetti giganti? Interessantissimi! Si tratta di variare drasticamente il punto di vista, mutare la prospettiva vertiginosamente... Sì, fare i fumetti è anche una questione di messa in scena. È come giocare coi pupazzetti, solo che hai tutti i pupazzetti che vuoi, fatti proprio come li vuoi, in un mondo come lo vuoi tu, governato dalle leggi che vuoi tu. Il punto di vista quindi è la ciliegiona gigantesca sulla tortina, necessaria per raccontare a qualcuno di tutte queste volontà in fila. Il punto di vista per

me è l’altra faccia della sintesi grafica. Se ci fai caso, molte opere stilizzate hanno un punto di vista semplice. Questo perché se comunichi attraverso simboli non ti serve altro. Nel mio caso invece diventa necessario. Oppure tutto ciò che circonda i miei personaggi farebbe troppo rumore, il segnale andrebbe perso fra mille dettagli. Viene facile ipotizzare anche un’ascendenza giapponese per i tuoi giganti… Totale, e infatti la loro tecnica di composizione va oltre la nostra banale rappresentazione secondo i canoni prospettici rinascimentali. I giapponesi hanno il puro segnale con il massimo abbattimento di rumore, senza incappare nella stilizzazione sterile. Il dettaglio dove serve. In questa storia associ la distruzione al sesso, il che a me sembra normale... Com’è nata la storia? L’idea di base è partita con l’ipotesi che l’amore è antigravitazionale per natura: un palazzo, se perde l’equilibrio, cade. Un amante, se perde l’equilibrio, vola. È un miracolo in cui la bellezza è protagonista assoluta (non solo bellezza fisica), la bellezza di un miracolo della natura (miracolo e della natura, ecco un controsenso), è un miracolo che non passa per Dio, che invece non mi interessa affatto. Lo spunto è il seguente: rappresentare la variazione d’intensità dell’amo-


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«ECCO LA LISTA DEI MIEI EROI: I SUPERAMICI (FATTA ESCLUSIONE DI ME STESSO), BENGUS, KATSUYA TERADA, GEZ FRY, MOEBIUS, KATSUHIRO OTOMO, HAYAO MIYAZAKI, HIROAKI SAMURA, ANDREA BRUNO, MAKOTO SHINKAI, KOJI MORIMOTO, OSCAR CHICHONI, SYD MEAD, RANGE MURATA, OSAMU TEZUKA, RICHARD CORBEN, JORDI BERNET, STEFANO RICCI, KOLOMANN MOSER, WINSOR MCCAY, CHICA UMINO». LRNZ

re come una variazione di scala fisica degli amanti. Più è l’amore più è grande la scala. Più è grande l’amore, più le cose del mondo diventano insignificanti. Più è grande l’amore più la coppia diventa un prodigio della natura.

«Un palazzo, se perde l’equilibrio, cade. Un amante, se perde l’equilibrio, vola».

Quanto è importante per te l’aspetto narrativo? In fondo racconti molto anche con le illustrazioni singole... Ho letto un’intervista a un pittore giapponese, Yuichi Yokoyama, che lamentava il limite della pittura di non poter raccontare il prima e il dopo di un evento. Per questo ha deciso di creare delle sequenze di quadri. Credo che quando un evento collassa temporalmente su se stesso a un punto tale da rendere il prima e il dopo irrilevante, allora l’illustrazione non ha rivali. Le connessioni logiche narrative di una sequenza stimolano però tutta un’altra serie di processi nello spettatore – Scott McCloud über alles – e anche lì esiste un signore incontrastato che è il fumetto. Dipende da cosa si vuole raccontare. Ti trovi a tuo agio sia con la tecnologia e con gli strumenti tradizionali? Mi dicono che sono un autore tecnico, ma credo di essere soprattutto un autore figurativo, a cui piace disegnare le cose, gli animali, le persone. Mi piace capire come funzionano le cose, cosa pensano le persone, disegnare con la conoscenza di ciò che c’è fuori e ciò che c’è dentro. Ogni tecnica può rivelarsi utile a seconda delle necessità, non ne ho una preferita, non sono un virtuoso. È bello progettare un immaginario da zero, partendo da una nuova tecnica, se posso. Con un punto fermo: la sintesi è quanto più possibile analogica, il compositing, di contro, è digitale.

lrnz.it

a destra: Distopic – Golem

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L’icona è sintesi grafica. Un traduttore, formato luce, del reale.

di Andrea Sanguigni Zvetkov illustrazione Luca Laurenti Non c’è da sbavare orgoglio su questa verde roccia di stivale, il mare rimane a sbavare, sporco. L’aria è annerita, di fosche tinture di benzina, dal sole di Satana filtrato da un torneo di veline. Emanuele Severino è un nome italiano, infatti il filosofo è tra noi. Non sappiamo se una voce, rifinita come un monolite alieno, possa riscattare un’intera nazione alla deriva nell’analfabetismo di ritorno, fenomeno messo all’indice dalle manipolabili statistiche; la sua, comunque, nell’altezza che tocca fa tremare i contorni del visibile, dissolve il mortale manto dell’universo che germoglia ingordo. C’è da chiarire un punto quasi impalpabile, eppure duro da sfregiare chi finge solo di ascoltare, la filosofia non è un discorso accomodato di cose riposte su piani infrequentabili, non è una finezza inutile dell’intelletto che gioca a vedere quanto sa giocare bene. La filosofia è la voce di Dio che viene in visita nel linguaggio, che tenta di modulare le corde frastornanti dell’infinito. Questa voce fa vacillare le evidenze, quello che riteniamo di una solidità incontestabile, toglie l’orientamento alle opinioni in cui ci ritiriamo come in una tana l’animale braccato dal predatore ansimante; la filosofia ci getta in allarme, quando è praticata nella grazia dell’Assoluto. Tutto cambia, pur rimanendo tutto uguale, quello che vediamo resta visibile, di luce invariata, eppure il senso non si dirige più nello stesso punto. Severino ha diretto il pensiero sul senso del nostro abitare questo confine di tempo, dove il sole sorge e tramonta, dove il fiore colto per amore si secca per quanto amato, dove l’uomo nasce piangendo e si ritira nella terra gemendo. Tutte le cose sono soffocate dalla marea della morte, appaiono in questo istantaneo filo di luce per poi rotolare mute nella tenebra, questo prima che l’eternità fosse ritrovata, prima che la voce di Dio rientrasse dentro questo mondo insonorizzato. Severino rilegge l’evidenza più grande, l’indubbio dato della realtà comune a tutti, per liberarla dal male insuperabile, quella che rende l’albero, il frutto, la mano polvere che imbianca il vuoto dello spazio distruttore. L’evidenza più grande è l’esiguità violenta della vita. Severino riduce questa evidenza a un subliminale errore introdotto da un suggeritore perverso, l’evidenza più grande, diviene, nella sua voce, nella voce recuperata dell’eternità, l’assurdo più clamoroso, l’inganno più antico su cui si possa contorcere la mente nel preservarlo. Tutto il creato è in realtà increato, gli immortali non si beano dai cornicioni di regge invisibili, l’albero tra le asce, il frutto gonfio caduto tra le ossa, la mano che cerca nella notte un viso dimenticato, tutto è eterno, niente può essere violato, può solo ritrarsi da ciò che resta visibile, in attesa del nuovo ospite, ciò che sorge e incrementa ogni giorno l’esistenza.

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Emanuele (1929)

Severino «L’uomo nasce piangendo e si ritira nella terra gemendo».

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