Anno LXXXIX 19 agosto 2026
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Cooperativa Migros Ticino
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Settimanale di informazione e cultura
MIGROS MONDO
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SOCIETÀ
ATTUALITÀ
CULTURA
TEMPO LIBERO
Il Cantone ha un vero e proprio guardiano dei nostri sorrisi: parla il dentista cantonale Reto Lauper
Lettrici e lettori ci scrivono per saperne di più sulla loro data di nascita: tocca a Tiziana, classe 1976
Al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona una antologica con le opere dell’artista Luisa Figini
La straordinaria challenge di Neil Gilson, che sensibilizza sulla sindrome di Pandas a nuoto
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www.worldhistory.org
Anche i diamanti sono in crisi
Pietro Veronese
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Tutta colpa delle virgole Carlo Silini
Il filosofo italiano Eugenio Mazzarella ha proposto di conferire il Nobel per la pace ai bambini di Gaza. Non sappiamo se l’idea raggiungerà il comitato di Oslo, e se formalmente sia possibile candidare al premio un’intera generazione di una singola regione, ma l’idea ci sembra in qualche modo necessaria. Perché nel bla bla dei potenti, su sottofondo sincopato di deflagrazioni e crolli che non smettono mai, un brusio che sfuma tra chiacchiere e polvere di mattone, gli innocenti continuano a morire. Forse dovremmo smettere di ascoltare i «padroni del vapore» e, di conseguenza, smettere di dare spazio sui media ai loro solenni proclami, finti come le labbra a canotto di certe vip da rotocalco. Non c’è più una dichiarazione ufficiale dei leader di livello planetario che non venga sistematicamente contraddetta nel tempo di un buffet «diplomatico» o di un paio di post sui social. La guerra finisce sorbendo il succo d’ana-
nas accanto al tavolo delle trattative in un albergo a cinque stelle di Doha e ricomincia appena prima di addentare una tartina al salmone. Di spuntino in spuntino prima smette, poi riparte per smettere ancora. E avanti così in un loop infinito. Quante volte abbiamo sentito dire: «Sissignori, la pace è vicinissima; manca giusto una virgola (soprattutto un punto) ed è cosa fatta». Eppure, niente. Colpa delle virgole? Ragioniamo un momento e vediamo fino a che punto siamo stupidi noi o sono bugiardi loro. Il 15 gennaio Qatar, Egitto e Stati Uniti hanno annunciato un accordo per la tregua a Gaza, approvato dal Governo israeliano due giorni dopo. Uh, ci siamo detti, finalmente quei bambini potranno respirare. Se non fosse che, da allora, nella Striscia di Gaza si sono contate 1200 vittime, di cui almeno 300 minorenni (secondo l’UNICEF). Ma quanto è approssimativo questo cessate il fuoco?
E quanto a fondo sta colpendo i vivi, e perfino i morti, di quel tribolato territorio? Sapevate – lo scrive «Le Monde» – che il 4 agosto si sono tenuti quelli che molti hanno definito «i più grandi funerali collettivi della storia palestinese»: finalmente sono stati sepolti i resti di 112 persone uccise il 22 novembre 2023 durante un bombardamento israeliano nel quartiere di Sabra, a Gaza City. Per autoassolversi dallo scempio in atto, ognuno racconta la sua disonesta tiritera. Trump «lavora per la pace» ma prepara la creazione di un resort di lusso sulle macerie di quel mondo distrutto, Netanyahu «lavora per la pace» ma bombarda impunemente gli indifesi, Hamas «lavora per la pace» ma non ha fornito prove definitive di voler rinunciare al proprio ruolo militare. Ecco perché quella del professor Mazzarella non è affatto una provocazione. In un mondo in cui tutti giurano di volere la pace mentre la
guerra continua a divorare vite, ancora una volta tra quanti hanno pagato il prezzo più alto della pace mancata ci sono i bambini. Hanno perduto case, scuole, famiglie, futuro. Vivono tra i morti sepolti e insepolti. Qualcuno ricorderà, giustamente, i bambini ebrei uccisi o rapiti da Hamas il 7 ottobre. Nessuna gerarchia del dolore può cancellare quell’orrore. Resta però il fatto che oggi i bambini di Gaza continuano a morire sotto le bombe e a tirare la cinghia con una sistematicità che non ha un equivalente sul territorio israeliano. Se un Nobel deve premiare qualcuno, perché non attribuirlo a chi ha sopportato l’insopportabile senza alcun potere di provocarlo o di fermarlo? Sarebbe un modo per ricordare ciò che i cosiddetti negoziati dimenticano: che la pace non è una parola con cui riempirsi la bocca, ma un asilo nido al riparo dai missili, una scuola da ricostruire, un ragazzino da proteggere. E poi si abbuffino pure delle loro tartine.
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MONDO MIGROS
Nuova apertura VOI Migros Partner Sigirino
Info Migros ◆ Domani Migros Ticino aprirà in via Ciossa 5 a Sigirino il suo quarto supermercato di quartiere in franchising
Il nuovo punto vendita si baserà su tre punti chiave: vicinanza, freschezza e simpatia. Per l’occasione, diverse attività, omaggi e interessanti offerte speciali. Questo strategico formato di ultima generazione, fortemente voluto dall’azienda, completa al meglio la rete di vendita di Migros Ticino nel Luganese, con un’ottica di prossimità e servizio alla clientela. La Cooperativa è convinta che il formato VOI Migros Partner saprà interpretare al meglio le esigenze del contesto e le peculiarità della nuova CMFG Arena, unico centro polifunzionale della zona dedicato alla formazione e all’intrattenimento e aperto a tutti gli appassionati di sport. La nuova filiale VOI potrà così esprimere pienamente il proprio potenziale, sfruttando appieno il potenziale dato dai 568 metri quadrati di superficie di vendita. Il moderno negozio s’inserisce bene in una struttura sita su un’importante arteria viaria. La clientela residente nei vicini centri abitati, così come chi
di passaggio raggiungerà il negozio in auto, potrà beneficiare di comodi posteggi sia coperti sia scoperti e avrà la possibilità di effettuare una spesa quotidiana rapida e completa, o anche acquisti settimanali più importanti e consistenti. L’offerta del centro sportivo sarà completata da un ostello, da una clinica medica, da negozi sportivi, ristorante e bar, sale polifunzionali e sarà la base di alcune società sportive della regione.
Le iniziative per l’apertura di VOI Migros Partner Sigirino Per festeggiare degnamente con la popolazione questa nuova apertura, da giovedì 20 a sabato 22 agosto verrà concesso uno sconto speciale del 10% su tutto l’assortimento (eccetto alcune esclusioni). Sabato 22 agosto sul mezzogiorno grigliata offerta con bratwurst e panino in compagnia dell’Associazione Pro Sigirino e dalle 10.00 alle 17.00 truccabimbi per i più piccoli. Spicca poi il concorso in essere dal 24 al 26 agosto, con in palio tre carte regalo VOI del valore di CHF 500, CHF 200 e CHF 100! Inoltre, dal 24 al 29 agosto, per ogni spesa a partire da CHF 30 si riceverà in omaggio una pratica e sostenibile borsa VOI, realizzata con plastica al 100% riciclata.
Assortimento di VOI Migros Partner Sigirino Nel concreto gli esercizi di vicinato VOI si distinguono dalle classiche filiali di Migros Ticino sia dal punto di vista dell’offerta sia per una differente concezione visiva degli spazi. Ciò che invece li accomuna, oltre all’ampiezza dell’offerta convenience, con diversi articoli di marca, e alla freschezza dei generi alimentari a marca Migros come pane, latticini, carni, frutta e verdura, è l’ottimo rapporto qualità-prezzo, inserito nell’ottica di una particolare attenzione alla produzione locale e forte attenzione verso i mutevoli bisogni della clientela. In sostanza, VOI Sigirino vuole offrire al vicinato un’esperienza d’acquisto al passo con i tempi e proporrà un assortimento accuratamente calibrato per rispondere alle esigenze più attuali della clientela, con un’attenzione par-
Contatti e orari d’apertura di VOI Migros Partner Sigirino Il responsabile Michele Pisani (al centro) con alcuni dei suoi collaboratori.
ticolare al numeroso pubblico giovane e sportivo. Tra i suoi punti di forza spiccheranno l’assortimento Daily, con cibi caldi e freddi pronti al consumo, e il forno per la cottura del pa-
ne. A completare l’offerta, una buona scelta di prodotti alimentari e non alimentari, l’assortimento «Chiosco» e una selezione curata di bevande alcoliche e tabacchi.
Il responsabile Michele Pisani e i suoi collaboratori, cordiali e ben preparati, sono pronti a soddisfare i bisogni della clientela con cura e attenzione, in un clima accogliente e famigliare. Orari d’apertura Lu-ve: 08.00-19.00 Sa: 08.00-18.30 Tel. 091 821 73 00 Annuncio pubblicitario
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SOCIETÀ ●
In memoriam Con Bernhard Furrer se n’è andata una voce autorevole e coraggiosa della tutela dei beni architettonici non soltanto nel nostro cantone
Tecnologia Il «New York Times» lancia diversi allarmi sull’Intelligenza artificiale, per esempio sul suo uso politico e sulle intrusioni nelle banche dati protette
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Il guardiano dei nostri sorrisi
Salute ◆ Il Ticino, da gennaio 2026, è il 19esimo Cantone svizzero che può contare sul «dentista cantonale» È il dott. Reto Lauper. Lo abbiamo incontrato Matilde Casasopra
È il 14 giugno quando 77’319 ticinesi (il 70,16% dei votanti) dicono no all’iniziativa popolare «Per il rimborso delle cure dentarie». Era invece il 1. Settembre 2025, quando il dottor Reto Lauper iniziava a svolgere il ruolo di medico dentista cantonale, incarico affidatogli dal Consiglio di Stato per un triennio (2025-2028). Trait d’union tra i due eventi: i costi delle cure odontoiatriche. Vediamo di capire meglio perché questi due eventi, al di là delle cure dentarie, sono collegati. L’OMDCT (Ordine dei Medici Dentisti del Canton Ticino) per evitare abusi e problemi, aveva invocato a più riprese, nel corso degli ultimi anni, la necessità di una figura istituzionale per vigilare e controllare «lo stato dell’arte», ma… senza successo, sebbene proprio a questo scopo il «dentista cantonale» fosse già operativo in molti Cantoni svizzeri. Si arriva così al 2022 quando, a seguito del forte dibattito sui costi delle cure (che quell’anno raggiunsero i 160 milioni di franchi in Ticino), la richiesta di istituire un «dentista cantonale» fu fatta propria da Sara Beretta Piccoli e cofirmatari che, con una mozione interpartitica, formalizzata a inizio 2024, si fece portavoce di questa istanza che, all’unanimità, ottenne il parere favorevole della Commissione sanità e sicurezza sociale del Gran Consiglio. Ne seguì che il Consiglio di Stato, il 2 luglio 2025, procedette alla nomina di Reto Lauper che, fino a fine agosto 2028, sarà il dentista cantonale. È così che il Ticino è diventato il 19esimo cantone svizzero a dotarsi di questa figura. Classe 1964, Reto Lauper è dentista dal 1989. Assistente all’Università di Zurigo nel reparto di disfunzioni cranio mandibolari e protesica amovibile dal 1989 al ’92 consegue, nel ’94, il dottorato in medicina dentaria. Medico dentista a tempo parziale alla scuola delle igieniste dentali di Zurigo, rientra in Ticino nel 1995 dove, fino al 1996 collabora con lo studio Jacot Descombes di Bellinzona. Apre il suo studio nel 1997 a Pambio Noranco ed è lì che l’abbiamo incontrato. Dottor Lauper, si aspettava questa nomina? Guardi, a dir la verità, alla prima tornata non ho neppure partecipato al concorso. Poi mi è stato chiesto di inoltrare la candidatura e… hanno scelto me. Probabilmente anche per il fatto che sono stato membro, a livello federale, della commissione igiene della SSO (Società svizzera odontoiatri) e che, oggi più che mai, è importante avere uniformità nell’affrontare ciò che concerne la nostra professione, diventata sempre più complessa.
Il dentista cantonale è il consulente specialistico del Dipartimento sanità e socialità che supporta la vigilanza sulla qualità delle cure dentarie, il rispetto delle regole professionali e il servizio dentario scolastico. (Magnific.com)
Quanti sono stati i dossier che le sono stati sottoposti in questo quasi primo anno di attività? Circa una trentina.
Reto Lauper medico dentista cantonale
Molteplici i compiti del suo mandato. Partiamo da quello che più interessa direttamente il pubblico: «Monitorare la qualità delle cure dentistiche e il rispetto degli obblighi professionali». Praticamente cosa significa? Lei fa visita ai colleghi dentisti nei loro studi o agisce semplicemente come consulente su denuncia di pazienti, diciamo così, insoddisfatti? No, non funziona così. Non è che, se un paziente denuncia un disservizio, il dentista cantonale interviene per dirimere la questione. Il mio ruolo è quello di consulente specialistico medico dentario del Dipartimento sanità e socialità (DSS). In pratica, quando un cittadino denuncia all’Ufficio di sanità del DSS una situazione problematica, il caso viene trasmesso alla Commissione di vigilanza che lo esamina e valuta. Io, come dentista cantonale, vengo interpellato quando la situazione si rivela complessa e necessita di una valutazione specialistica. Pertanto: no, non visito i colleghi dentisti e non agisco su denuncia diretta dei pazienti.
E cosa capita se il cittadino denunciante ha ragione? Capita che la Commissione comunica al denunciante l’esito della vigilanza nei confronti dell’operatore sanitario. Va però detto – visto che le denunce hanno prevalentemente ragioni finanziarie – che l’attestato della Commissione non prevede un indennizzo, ma il denunciante in base alle conclusioni commissionali può intraprendere un’azione legale. Tempi lunghi, dunque… Inevitabilmente, visto che nel rapporto dentista/paziente esistono elementi quali il segreto professionale e il diritto alla privacy che devono sempre essere tenuti presenti. Proprio per questo l’SSO-Ti (la sezione ticinese della società odontoiatrica svizzera) ha da tempo messo a disposizione dei suoi associati (e dei loro pazienti) una Commissione arbitrale che, in caso di denuncia, ha come obiettivo e compito quello di trovare una soluzione alla disputa che, come le dicevo, nel 90% dei casi è di ordine finanziario. La Commissione arbitrale può – se necessario – predisporre, a differenza della Commissione di vigilanza del DSS, un indennizzo del denunciante. Tanto per capire: il mio dentista esegue un lavoro che non mi soddisfa e me lo fattura nonostante non abbia risolto il problema, io posso denun-
ciare o al DSS o all’SSO-Ti? Esattamente. Il cittadino può scegliere a chi rivolgersi. Dottor Lauper, una curiosità: i dentisti, siano essi svizzeri o stranieri, sono obbligati a iscriversi a OMDCT o possono esercitare la professione indipendentemente dall’affiliazione? Non esiste un obbligo ad iscriversi all’Ordine. Gli avvocati, come i dentisti, avevano introdotto quest’obbligo, ma poi, proprio un avvocato aveva interposto ricorso contro questa regola e aveva vinto. Ecco quindi che l’obbligo è venuto meno anche per i dentisti. Oggi un dentista, per aprire uno studio in Ticino, deve ottenere dal Cantone l’attestato di libero esercizio. Ciò avviene dopo che, sulla base delle direttive svizzere, il diploma conseguito (anche all’estero) è riconosciuto equiparato e pertanto valido per la Svizzera. Torniamo al suo incarico di medico dentista cantonale. Tra i compiti c’è «la supervisione e l’elaborazione di linee guida per il servizio dentario scolastico». Vuol dire che, prima di quest’incarico, queste linee guida non c’erano? No, no. Le linee guida ci sono dal 1989 e non è prevista la loro revisione, visto che sono e restano valide, garantendo un servizio dentario scolastico di qualità (e a dirlo non sono io, ma l’SSO nazionale). Come dentista cantonale sono però entrato a far parte della Commissione dentaria scolastica e posso, in questo modo, verifica-
re che le direttive 2010 del DSS per il servizio dentario scolastico – con relativa convenzione tariffale – siano rispettate e adeguatamente applicate. Vorrei poter fare notare che le tariffe del servizio sono invariate dal 2010 a oggi. Indipendentemente da ciò il lavoro su questo fronte non manca. Il servizio scolastico è infatti organizzato in circondari e, in Ticino, sono 139 che corrispondono, grosso modo, alle singole scuole elementari e medie del Cantone. Ciascun circondario ha un dentista responsabile, ma capita che un solo dentista sia responsabile di più circondari. Tra i compiti della Commissione dentaria scolastica c’è poi anche quello di controllare, a campione, il lavoro dei dentisti e la soddisfazione di ragazzi e famiglie. Dottor Lauper, siccome è piuttosto raro (soprattutto di questi tempi) che da oltre San Gottardo giungano lodi per il Ticino, come mai arrivano per il servizio dentario scolastico? Perché, come le dicevo, è concepito e organizzato bene. Il Cantone cura l’organizzazione e, parzialmente, il finanziamento al quale partecipano, a dipendenza delle sedi scolastiche coinvolte, i diversi Comuni. Oltre San Gottardo, invece, tutta la responsabilità del servizio è stata affidata ai Comuni e quelli che non hanno liquidità sufficiente non coprono il servizio, che pertanto non c’è. Una situazione, questa, che crea evidenti disparità di trattamento da un Comune all’altro. Un’ultima domanda, dottor Lauper. Lei è medico dentista cantonale al 20%, ciò significa che lei, a fine agosto, avrà dedicato a quest’incarico poco più di un mese di lavoro. Sufficiente per dare una risposta alle aspettative del Paese? Non penso sia sufficiente perché, per quella che è la mia esperienza, le aspettative del Paese sono volte a ottenere un contenimento dei costi e un’applicazione corretta e uguale per tutti delle regole dell’arte. Come le dicevo, io sono consulente specialistico medico dentario del DSS e quindi il mandato assegnatomi risponde in minima parte a queste aspettative. Diciamo che il mio incarico può essere considerato un primo passo in questa direzione, ma non è quello decisivo. Penso sarà al termine del triennio di prova che si potranno trarre indicazioni utili per dare risposte positive. È comunque importante che i cittadini denuncino puntualmente ciò che reputano irregolarità o errori. Sono consapevole che ciò richiede tempo e fatica, ma… è indispensabile per giungere a quel miglioramento della situazione che tutti noi auspichiamo.
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MONDO MIGROS
Irresistibile filetto di agnello
Attualità ◆ Una carne tenera e succosa che si scioglie al palato, regalando un’esperienza di gusto indimenticabile
Azione 33% Filetto di agnello per 100 g Fr. 3.80 invece di 5.70 dal 20.8 al 26.8.2026
Chi ha assaggiato una volta il delicato filetto d’agnello, non vuole più rinunciarvi. Questa carne, infatti, si distingue per la sua straordinaria tenerezza e il gusto raffinato, diventando vera protagonista sia in piatti semplici della tradizione sia in preparazioni più ricercate. Ricavato dalla parte interna della lombata dell’animale, il filetto è considerato un taglio particolarmente pregiato, adatto a essere cucinato intero e servito idealmente al sangue, così da preservare le sue inconfondibili caratteristiche qualitative. Rispetto ad altri tipi di carne, la carne di agnello risulta inoltre essere meno grassa, pertanto ideale per coloro che sono particolarmente attenti alla linea. Il filetto si presta ottimamente alla preparazione di piatti versatili, raffinati ma al tempo stesso semplici e veloci da realizzare. Accanto alla clas-
sica cottura in padella, il filetto può venir valorizzato anche in cotture al forno o alla griglia, senza aggiungere troppi condimenti per non comprometterne il delicato aroma. Vista la stagione calda, perché non portare in tavola un bel filetto di agnello alla griglia con qualche erbetta aromatica fresca? Togliere la carne dal frigo almeno trenta minuti prima della preparazione, quindi spennellarla con un po’ d’olio e condirla con sale, pepe e rosmarino o timo tritati. A piacere, si può aggiungere un spicchio d’aglio schiacciato e qualche goccia di limone. Grigliare la carne a fuoco alto per ca. 3-4 minuti per lato, fino a quando la temperatura interna raggiunge i 55 °C (al sangue, ideale) o massimo 60 °C (media). Avvolgere la carne per 5 minuti nella carta alu e servire subito.
Dolci di culto
Attualità ◆ I Berliner della Migros da decenni ingolosiscono grandi e piccini Finissimi dolci fritti di pasta lievitata, tondi e soffici, ripieni di una deliziosa marmellata di lamponi e ribes, il tutto cosparso di zucchero a velo per renderli ancora più invitanti: i Berliner della Migros non smettono mai di conquistare tutti i golosi, ancora oggi, a tanti anni dal lancio di questa specialità nei negozi Migros, presumibilmente negli anni Sessanta. Ancora oggi sono preparati quotidianamente secondo una rinomata ricetta dai nostri mastri pasticceri, utilizzando ingredienti attentamente selezionati. Un tempo considerati dolci tipici del periodo carnascialesco, oggi si possono gustare in qualsiasi momento si abbia voglia di dolcezza, diventando una specialità molto gettonata in ogni stagione. Tant’è che oggigiorno il panificio della Migros produce ogni anno qualcosa come oltre 7 milioni di Berliner.
Un po’ di storia… Si ritiene che già presso gli antichi Romani esistesse un prodotto simile all’attuale Berliner, conosciuto come «Globus». L’uso della marmellata come farcitura si diffuse a partire dall’anno Mille. Dalla seconda metà del 1700 viene preparato un dolce in onore di Federico il Grande, a cui viene dato il nome di Berliner.
Azione 33% Berliner ai lamponi e ribes rossi 6 pezzi, 420 g Fr. 4.20 invece di 6.30 dal 20.8 al 26.8.2026
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MONDO MIGROS
Nuovo design per molti prodotti Migros
Attualità ◆ Numerosi apprezzati prodotti Migros stanno gradualmente rinnovando il look per semplificare la scelta della clientela, pur mantenendo la stessa qualità e lo stesso prezzo. Alcuni esempi di articoli che recentemente hanno cambiato il loro packaging
Adesso
Finora
Adesso
Finora
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Il quark M-Classic viene ora venduto sotto la marca Migros. Questa bontà da gustare da sola, sotto forma di milk-shake o con dei cereali è sempre una bontà.
I pistacchi tostati sono il non plus ultra di ogni aperitivo. I nuovi pistacchi a firma Migros sono gustosi e croccanti quanto quelli di sempre.
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Finora La nuova confezione delle Mini Pizza Margherita Migros invita subito all’assaggio, grazie al suo design moderno e accattivante a tutto tondo.
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Mini Pizza Margherita Migros 12 x 30 g Fr. 3.15
Che sia a colazione con il latte oppure come panatura croccante per dei nuggets di pollo, i corn flakes Migros sorprendono per la loro versatilità. Corn Flakes Migros 500 g Fr. 1.35
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azione – Cooperativa Migros Ticino
SOCIETÀ
Monumenti storici: la franchezza di un amico
In memoriam ◆ Bernhard Furrer è stato un punto di riferimento in Svizzera per la cura del patrimonio immobiliare, criticò il Ticino per la distruzione di molti edifici storici di valore Ruben Rossello
Professore di restauro all’Accademia d’Architettura di Mendrisio fino al 2012 e presidente della Commissione federale dei monumenti storici dal 1997 al 2008, Bernhard Furrer era un’autorità indiscussa nell’ambito del restauro degli edifici antichi, in Svizzera e non solo. È improvvisamente deceduto di recente, quando era ancora attivo come consulente. Molto conosciuto anche in Ticino, parlava un ottimo italiano. Era un uomo colto e garbato, ma ben convinto di dover difendere il patrimonio culturale senza sconti per nessuno, nemmeno per gli amici. L’avevo conosciuto nel 2008. Lo chiamai per parlargli dell’inchiesta di «Falò» che denunciava come l’imminente abbattimento dell’antica Villa Galli / La Romantica di Melide violava addirittura una norma del Piano Regolatore, che apparentemente ne chiedeva il mantenimento. «Incredibile!», mi disse, tra stupore e tristezza, quando nel suo studio di Berna gli mostrai i documenti che raccontavano questa vicenda: era indignato perché «due edifici di questo valore, in altri Cantoni sarebbero stati protetti da tempo».
La battaglia per la Romantica A Melide, infatti, la prospettiva dell’abbattimento non riguardava solo la Romantica: pochi mesi dopo sarebbe toccato anche a Villa Branca, altro edificio storico meritevolissimo, sia per le qualità architettoniche, quanto per la rarità (un unicum, secondo la Guida d’arte della Svizzera italiana pubblicata l’anno prima !) di una villa signorile pensata anche come grande cantina. Villa Galli, invece, era un edificio imperdibile per la storia del Cantone agli albori della sua indipendenza e per l’eccezionale collocazione sulla punta della penisola, che da Melide – fino alla costruzione nel 1847 del ponte diga – si protendeva nel la-
Bernhard Furrer nel 2004, mentre lavorava sui Principi per la tutela dei monumenti storici in Svizzera. (Keystone)
diale veniva considerato un oggetto di tali dimensioni e permanentemente abitato. Oltre alla valorizzazione della città storica di Berna Furrer verrà ricordato per un altro grande contributo: la stesura nel 2006 dei Principi per la tutela dei monumenti storici in Svizzera. Si tratta di un testo adottato dalla Commissione federale negli anni della sua presidenza e che costituisce oggi il riferimento fondamentale per tutti coloro che in Svizzera si occupano di monumenti storici.
Un testo fondamentale
go verso Bissone. Pochi giorni dopo il nostro incontro Furrer pubblicò un lungo articolo sulla NZZ con un titolo che colpisce ancora oggi: Das grosse Villensterben, La grande moria delle ville storiche, naturalmente in Ticino.
I ticinesi trattano l’architettura sacra con cura, sono meno consapevoli dell’importanza degli edifici civili «Mentre i ticinesi trattano l’architettura sacra con una certa cura, hanno scarsa consapevolezza dell’importanza degli edifici civili. E, soprattutto per quanto riguarda le ville storiche, le perdite sono spaventose. (…) Si tratta di un patrimonio architettonico la cui importanza va ben oltre i confi-
ni cantonali (…). La speculazione immobiliare e l’aspettativa di guadagni rapidi hanno portato a numerose demolizioni di edifici di grande rilevanza storico-culturale e allo smembramento di interi quartieri residenziali». Parole sante, verrebbe da dire, che riprendevano con autorevolezza quanto già segnalato da altre voci negli anni precedenti. Furrer apprezzava il lavoro della Commissione e dell’Ufficio beni culturali del Cantone: riteneva che fosse la classe politica, così come gli amministratori comunali, a mancare di attenzione e della necessaria cultura. Criticherà e contesterà anche altri singoli progetti, non fermandosi nemmeno davanti ai legami che si era creato durante l’insegnamento a Mendrisio: quando l’Accademia d’architettura nel 2013 chiese di coprire la corte interna di Palazzo Turconi a Mendrisio per ricavarne nuovi spazi,
si espresse pubblicamente contro. Il Cantone seguì il suo parere e il Municipio negò la licenza edilizia. Importanti soggiorni di studio e insegnamento in Finlandia e in Tunisia e la progettazione di edifici di nuova costruzione – venivano soprattutto dal grande lavoro sul patrimonio storico della città di Berna. Del quale nel 1979 era stato nominato conservatore. In questa veste fece un lavoro pionieristico, non limitandosi a vigilare sulla salvaguardia e la corretta riqualifica di molti singoli edifici, in modo particolare degli interni: riuscì nell’intento di far considerare il valore di tutto l’antico impianto urbano della città in quanto tale. Si deve principalmente a lui nel 1983 il riconoscimento della città vecchia di Berna quale Patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO. Per la prima volta, nella lista del patrimonio mon-
L’ultimo documento simile risaliva al 1947 e rispondeva a una concezione in parte superata del restauro. Dopo anni di lavoro, il gruppo guidato da Furrer presentò le nuove linee guida, in conformità con gli sviluppi più recenti dell’idea di restauro a livello internazionale: dalla Carta di Venezia del 1964, alla Convenzione di Granada del 1985; passando quindi dal restauro quale ricostruzione, al restauro quale conservazione, secondo la lezione di Cesare Brandi. Interessante nei nuovi Principi il concetto secondo il quale la memoria è un’esigenza primaria dell’essere umano. Non più dunque la celebrazione di muti monumenti, ma il riconoscimento del patrimonio culturale come bene fondamentale dell’individuo e della collettività. Da trattare con rispetto e modestia. Avevo sentito Bernhard Furrer l’ultima per un’intervista poi apparsa ne «Il nostro Paese», la rivista della STAN. Indugiò un po’ su una questione che lo premeva e poi mi disse che non poteva tacere; nonostante tutto ciò che lo legava a Mario Botta. L’intervento di restauro effettuato da Botta in Vallese sul castello di Leuk per lui costituiva un problema. Benché fossero amici, come volle ripetere. Fedele fino all’ultimo alle amicizie e ai suoi valori.
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Viale dei ciliegi Paola Zannoner La sfida Gallucci (Da 12 anni)
Le cosiddette «challenge social» sono un fenomeno sempre più diffuso tra gli adolescenti. In queste sfide lanciate sui social media, le persone sono invitate a svolgere una determinata attività, per poi condividerla pubblicando foto o video, che a catena indurranno altri a fare lo stesso. Se alcune di esse sono abbastanza innocue, come balletti o flash mob, molte altre sono vandaliche o sopraffattorie, e altre ancora sono altamente pericolose. Dallo sdraiarsi sui binari e (cercare di) rialzarsi appena prima dell’arrivo del treno, al provocarsi deliberatamente uno svenimento attraverso la compressione delle arterie del collo, al cospargersi di liquidi infiammabili e appiccarsi il fuoco per pochi secondi prima di spegnerlo, all’ingerire sostanze velenose, non c’è limite a queste sconcertanti sfide che popolano il web e che hanno già causato numerose vittime. Paola Zannoner, tra le più apprezzate autrici italiane per ragazzi, vi si dedica con il suo romanzo più
di Letizia Bolzani
recente, che sin dalla copertina ci presenta un ragazzino dallo sguardo terrorizzato, aggrappato a un cavo, con le gambe penzolanti nel vuoto, e sotto, in primo piano, decine di cellulari a riprenderlo. Paolo, il giovane protagonista, è stato crudelmente indotto a lanciarsi nel vuoto, di notte, al Parco Avventura, attaccato al verricello a braccia tese, senza alcuna protezione. Non ha scelto deliberatamente la sfida, l’ha accettata per provare a mettere fine al bullismo di cui è vittima e per ottenere quel rispetto che in classe, a un ragazzino timido
e sognatore come lui, non è tributato. Paolo ha un talento per il disegno, adora inventare storie a fumetti dove mette in scena l’Uomo Aquila, un eroe solitario che protegge la natura. Ma proprio queste storie, custodite con cura nel suo mondo artistico interiore, vengono profanate dallo scherno dei compagni, e quindi Paolo, per ricostruire la sua dignità, accetta la sfida. Quasi come volesse diventare lui, l’eroico Uomo Aquila, in questo volo profondamente metaforico, dall’infanzia all’età adulta. In effetti, questa storia che comincia sopra il burrone e poi procede a flash back (in cui scopriamo, oltre alle vicende che lo hanno portato lì, anche l’importanza delle due uniche amiche di Paolo, Olivia ed Elisa), e poi a salti in avanti nel tempo (il tempo dell’avventura che prende una brutta piega, e dei soccorsi che il lettore spera di vedere arrivare), è anche un romanzo di formazione. Paolo prenderà consapevolezza dell’importanza, della bellezza e dell’unicità del suo talento. E le lettrici e i lettori prenderanno consapevolezza dei rischi enormi che la dipendenza dall’approvazione altrui comporta.
Teo Benedetti-Davide Panizza L’allevamento dei cani improbabili Franco Cosimo Panini Editore (Da 5 anni)
Se dovessimo trovare un aggettivo per questo albo illustrato, sarebbe «giocoso». Doppiamente giocoso, perché la giocosità verbale è in perfetta armonia con la giocosità delle immagini. L’allevamento dei cani improbabili è una sorta di divertentissimo catalogo canino, che si apre con Cannolo e Candito, prosegue con Canoa e Canestro, poi c’è Canicola, c’è Cantiere, e via di questo vivace passo, presentandoci tutti i simpatici Cani Improbabili dell’Alle-
vamento in cui i due bimbi protagonisti vanno a scegliere l’amico a quattrozampe dei loro sogni. Ogni cane è presentato, visivamente e verbalmente, con le sue principali caratteristiche, e allora Candito è un cane golosone, Canoa «vi accompagnerà festante su ogni specchio d’acqua», Canestro adora giocare con la palla, Cantuccio non è invadente e tende a trovarsi angolini in cui nascondersi, e Canguro fa salti incredibili! Di cani ce ne sono molti altri, ognuno raccontato con brio dai testi di Teo Benedetti e illustrato con ironia da Davide Panizza. Bisognerebbe vederle le immagini per capire lo humour, ad esempio, del cane Cantiere un po’ squadrato come una cassetta degli attrezzi, e l’osso che ha in bocca in realtà non è un osso ma una chiave inglese, o il Canadese fatto a tenda, o il Canovaccio dal pelo lungo tipo «mocio vileda». Perché andare all’allevamento di cani di lusso quando al canile accanto si possono trovare fantastici cani improbabili? E se dovete mettere un annuncio, vi consigliamo il giornale per cani informati che trovate nei risguardi finali del libro. E che si chiama, come potrebbe essere altrimenti, Il Canale.
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SOCIETÀ
Il nuovo volto del fiume tra Airolo e Rodi
Leventina ◆ Un sentiero tematico alla scoperta degli interventi di rivitalizzazione e sistemazione idraulica del Ticino che hanno recuperato diversi tratti per ridare loro il giusto valore naturalistico e paesaggistico Elia Stampanoni
È una sorta di passo all’indietro quanto si sta effettuando in diversi corsi d’acqua: se in passato molti riali venivano incanalati, interrati o deviati, oggi si cerca di recuperarli, di riportarli vicino al loro stato precedente. Ed è quanto è accaduto anche lungo il tratto del Ticino da Airolo a Rodi dove, tra il 2023 e il 2026, sono stati eseguiti degli importati interventi di rivitalizzazione e sistemazione idraulica. Come indicato nel comunicato stampa del Dipartimento del territorio a fine maggio 2026, diramato in occasione della presentazione dei lavori del progetto (vedasi riquadro), i provvedimenti miravano a due obiettivi principali. Da una parte al mantenimento e all’adeguamento degli argini per aumentare la sicurezza delle zone edificabili, dall’altra a restituire al fiume una parte del suo spazio originario, considerando gli aspetti naturalistici e paesaggistici e migliorando la qualità dell’habitat acquatico.
Si è provveduto al mantenimento e adeguamento degli argini, e a ridare al fiume parte del suo spazio originario Costeggiando le acque I frutti di questo ampio progetto si possono ammirare percorrendo il sentiero tematico che, allestito in parallelo, segue il fiume lungo 11 postazioni didattiche. Il tragitto, promosso dal Consorzio manutenzione Alta Leventina, si sviluppa sul fondovalle, in gran parte lungo l’argine del Ticino, «incastrato» tra strada, ferrovia e autostrada. I rumori del traffico fanno pertanto spesso da sottofondo, ma non impediscono d’apprezzare i radicali cambiamenti. In totale sono circa 13 chilometri, ma se ne possono chiaramente percorrere anche solo alcuni tratti. Ci sono pure due varianti circolari più brevi, a Piotta e in zona Audan ad Ambrì. Il percorso è ben segnalato e affronta diversi temi legati al fiume tramite dei pannelli esplicativi, da cui si può poi accedere a ulteriori approfondimenti tramite un codice QR, che rimanda al sito del sentiero 1 con illustrazioni, fotografie, curiosità e piccole domande.
Più spazio all’acqua Nella tappa 1 di Airolo, si mostra come l’importante riqualifica abbia restituito al fiume più spazio, continuità e vita. «Dopo la demolizione degli argini artificiali e del selciato del fondo – leggiamo nell’approfondimento sul pannello e sul sito – con la successiva rinaturazione il fiume presenta ora sponde più morbide, una vegetazione variegata e condizioni che favoriscono la fauna». Per consentire ai pesci
la capacità di sopportare sia periodi di secca sia le variazioni del flusso del fiume. Ne sono un esempio i boschi golenali, una difesa naturale e un ecosistema ricco di vita con svariati vantaggi (postazione 10, campo sportivo di Rodi). Anche nell’alveo del fiume sono stati effettuati degli interventi in più punti, per esempio con la posa di gruppi di radici e tronchi lungo le sponde o nelle zone inondate. Come spiegato alla sosta numero 6 di Morenca, la loro forma irregolare crea rugosità e cavità che offrono riparo a pesci, anfibi, insetti e piccoli mammiferi. Alcuni tronchi vengono fissati nel letto del fiume o sulle sponde per resistere alle piene e mantenere la funzionalità nel tempo.
La fauna ittica Una veduta del Ticino all’altezza di Quinto, dove sono anche posizionati alcuni cartelloni esplicativi dell’intervento (in basso). Le stazioni didattiche lungo il percorso sono undici. (Foto E.S.)
di risalire il fiume nonostante la diga del bacino di Airolo, sono inoltre stati costruiti una scala di monta e un ascensore per pesci, che le trote trovano seguendo in modo attivo il richiamo della corrente. Il meccanismo è ben illustrato con un’immagine e un video, mentre due fotografie mostrano il netto cambiamento del tratto di fiume con un confronto diretto tra il prima e il dopo gli interventi. Provvedimenti che si notano in modo continuo camminando lungo il fiume, dove si vedono le anse create per dare maggiore spazio al torrente (presentate nel dettaglio alla postazione 2 di Stalvedro), oppure gli argini riorganizzati con massi posati irregolarmente, in modo da permettere alla vegetazione e alla fauna di trovarvi rifugio e, nel contempo, garantire la sicurezza in caso di alluvioni. In caso di piena, infatti, gli ostacoli come rocce, blocchi di pietra o altri elementi rallentano l’acqua ed è meno probabile che si verifichino esondazioni o danni alle arginature.
Inserti strategici A quest’obiettivo contribuiscono pure le microanse o altre misure per un fiume più vivo (tappa 4, Cioss), come pennelli (piccoli sbarramenti obliqui in legno o pietra), cluster (gruppi di massi che offrono rifugio e ombra) o
tronchi inseriti strategicamente per rallentare l’acqua, favorire la formazione di nicchie ecologiche e trattenere sedimenti fini. La rivitalizzazione del fiume è favorita anche dalla vegetazione che, tornando a colonizzare gli spazi, aumenta notevolmente non solo la biodiversità ma, grazie alla presenza di specie adatte, anche
Il progetto dalle origini a oggi Il progetto, come spiegato in occasione dell’inaugurazione dei lavori e del sentiero tematico, è nato dall’esigenza di adottare misure compensative a favore dell’ambiente in seguito al rinnovo della concessione per lo sfruttamento delle acque del Ritom, accordata dal Cantone alla Ritom SA nel marzo 2015. Dalla prima proposta di valorizzazione e riqualifica del fiume Ticino nelle zone di Airolo, Stalvedro e Piotta presentata dalla società al Cantone, il progetto s’è poi ampliato a tutto il
comparto tra Airolo e Rodi, coinvolgendo il Consorzio manutenzione Alta Leventina (CMAL), che si occupa della manutenzione delle opere fluviali del comprensorio dell’Alta Leventina. Il Consorzio ha quindi accettato la proposta del Dipartimento del territorio di farsi promotore di un progetto più ampio, assumendo anche il ruolo di committente e integrando le necessarie opere di premunizione nelle zone dei Comuni interessati. I lavori sono iniziati nel 2021 con la progetta-
zione definitiva, mentre gli interventi sul terreno nel 2023. Nel 2025 sono stati collaudati i lavori del genio civile e entro fine anno 2026 saranno ultimati gli ultimi interventi, per un costo finale complessivo stimato attorno agli 8 milioni, finanziati da Cantone, Confederazione, CMAL e Ritom SA secondo una chiave di riparto prestabilita. Per i prossimi cinque anni saranno necessari interventi di gestione del verde, in particolare la manutenzione delle piantagioni e la lotta alle neofite invasive.
Nella zona dei laghetti di Audan a Quinto, si propone invece il tema della fauna ittica, sensibilizzando il visitatore sull’importanza di favorire la deposizione delle uova in «letti di frega», ovvero tratti di fiume ghiaiosi dove le femmine possono scavare più facilmente delle buche per deporre. Un’immagine illustra il procedimento per la trota fario (anch’essa simbolo di questo sentiero didattico), che trova nei pressi di radici sommerse e nei tratti calmi delle zone di rifugio ideali per la riproduzione. Sempre in zona Audan troviamo una sosta dedicata alle confluenze, dove i numerosi riali laterali si uniscono al Ticino formando degli ambienti di grande valore ecologico con piccoli ambienti unici: ghiaia pulita per la deposizione delle uova dei pesci, pozze tranquille per anfibi e insetti acquatici, zone umide per piante e invertebrati. Oltre al valore ecologico, le confluenze hanno anche una funzione di equilibrio idrologico e proteggerle significa quindi garantire un ecosistema più differenziato e più stabile. Dove non è stato possibile ampliare lo spazio del corso d’acqua, gli argini sono stati innalzati per contenere eventuali eventi di piena, in particolare in prossimità delle infrastrutture strategiche e delle aree più esposte (tappa 5, Gottardo Arena). Alle varie opere di rivitalizzazione e di premunizione realizzate nel progetto, s’aggiunge il bacino di demodulazione da 100’000 m³ ai piedi della nuova centrale idroelettrica a Piotta (tappa 3), costruito da Ritom SA nell’ambito della nuova centrale e destinato a regolare i deflussi della centrale nel fiume. Anche qui sito e pannello danno alcune nozioni sull’utilità del nuovo bacino, che regola il rilascio dell’acqua turbinata dalla centrale idroelettrica del Ritom e di quella di Stalvedro, attenuando le variazioni improvvise di portata che possono compromettere l’equilibrio ecologico dei fiumi, del Ticino in questo caso.
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azione
Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Abbonamenti e cambio indirizzi tel +41 91 850 82 31 lu–ve 9.00–11.00 / 14.00–16.00 registro.soci@migrosticino.ch Abbonamento annuale del valore di 96.– Chf
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SOCIETÀ / RUBRICHE
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Le parole dei figli
di Simona Ravizza
Felicità
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«La felicità? Tu mamma vivi nel mondo delle favole», mi sono sentita rimproverare da Clotilde, la neo 18enne di noi 7 in famiglia. Sono lontani i tempi in cui, come scriveva Joseph Conrad ne La linea d’ombra (1917), con l’adolescenza «ci si chiude alle spalle il cancelletto dell’infanzia (felice) e si entra in un giardino d’incanti, dove persino la penombra brilla di promesse». Per la Generazione Ansia difficilmente l’adolescenza è un periodo meraviglioso e l’incertezza della vita adulta non brilla di promesse. È per questo che, per una volta, invece di sviscerare il linguaggio dei giovanissimi per capire cosa frulla loro in testa, ne Le parole dei figli vorrei essere io a suggerire una parola al loro vocabolario: felicità. Già mi immagino il mio amico psicoterapeuta Matteo Lancini che mi rimprovera: dobbiamo smetterla, come mamme e papà – ci ha spiegato anche nella
rubrica Il caffè dei genitori – di volere che i nostri figli siano felici sempre e a tutti i costi. Il loro dolore va accettato. Sacrosanto. Ma stavolta è impossibile non cedere alla tentazione che mi arriva dal saggio del direttore di «7» del «Corriere della Sera», Venanzio Postiglione, Le 10 parole tradite (ed. Solferino). La mia razionalità lascia spazio alle emozioni. Ripescare, come fa Postiglione, nella letteratura e nella poesia dei grandi il significato della parola è, a mio avviso, un modo per rompere il tabù della felicità nel vocabolario adolescenziale. Per capire in prosa che cos’è. O almeno per provarci. Partiamo da Giuseppe Ungaretti che ne I fiumi ci fa capire che la felicità può esistere: «Questo è l’Isonzo / e qui meglio / mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo / Il mio supplizio è quando / non mi credo / in armonia /
Ma quelle occulte mani / che m’intridono / mi regalano / la rara felicità». I suoi panni sono sudici di guerra, come l’esistenza di chiunque è segnata dalle battaglie della vita. Ciò non toglie che, come il poeta trova la propria felicità nell’acqua del fiume che lo avvolge, ciascuno di noi possa trovare il proprio sprazzo di felicità. Anche semplicemente guardando le stelle. Una mano da tenere. Un sorriso da ricambiare. Esiste, allora, la felicità, qualunque essa sia, anche se solo come una pausa strappata alle difficoltà della vita. È dunque una felicità fragile, da coltivare e proteggere, perché eternamente in bilico, come ci ricorda Montale: «Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lama. / Agli occhi sei barlume che vacilla, / al piede, teso ghiaccio che s’incrina». Sarà per questo che Orazio invita al carpe diem. Cogli il giorno o,
meglio, afferra l’attimo. Per dirla intera: «Carpe diem, quam minimum credula postero». «Afferra l’attimo, confidando il meno possibile nel futuro». Ma per Postiglione (che corre il rischio di contraddire Orazio) la ricetta dell’istante è troppo semplice: «C’è una gioia (vera) anche nei ricordi del passato, perché l’emozione rinasce e rivive; c’è una gioia (vera) nell’immaginare il futuro, fino alla capacità di fantasticare, quella che i francesi chiamano rêverie, che poi aiuta a cambiare il mondo. Il filosofo Seneca ha scritto che l’uomo saggio è padrone del passato, del presente e del futuro, e li tiene assieme in un equilibrio superiore. “Tutto ci è estraneo, solo il tempo è nostro”». Il messaggio potente, a mio avviso, che vorrei arrivasse ai giovani è che la felicità è soprattutto la sua ricerca: «La frase più bella della storia della cultura occidentale – spiega Postiglione –
la dice proprio Ulisse, tra le fiamme dell’Inferno, quando sprona i compagni al viaggio e alla propria, personale, strepitosa ricerca della felicità, frase che Dante gli fa pronunciare nella sua Commedia: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”». Forse solo un greco, secoli dopo, poteva raccontarcelo ancora una volta: la gioia possibile non è il traguardo, ma il percorso, e vive nel percorso. «Sempre devi avere in mente Itaca, ma non affrettarti», dice il poeta Konstantinos Kavafis. «Itaca ti ha dato il bel viaggio e senza di lei mai ti saresti messo in cammino: che cos’altro ti aspetti?». Parliamo di felicità con i nostri figli per evitare che un giorno, come Jorge Luis Borges in Rimorso, possano dire: «Ho commesso il peggiore dei peccati che un uomo possa commettere… non sono stato felice».
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Terre Rare
di Alessandro Zanoli
Meglio essere informati ◆
Ero tentato di proporvi un articoletto divertente su «intelligenza artificiale e vacanze». L’avevo anche già scritto, ma poi il numero di sabato/domenica 1/2 agosto del «New York Times» mi ha mandato in crisi. Le vacanze sono in effetti anche il momento speciale in cui curiosare in edicole sconosciute, cercando notizie e novità in giornali diversi da quelli a cui si è abituati. Ebbene, la prima osservazione che mi è sorta è stata notare come l’importante testata americana abbia dedicato su uno stesso numero un grande spazio al tema IA. Tre sostanziosi contributi ne affrontano e chiariscono aspetti inerenti a tre diversi settori: quello politico, quello della sicurezza e quello militare. Se a ciò si aggiunge un ulteriore reportage sul sostegno alla ricerca nel campo dei semiconduttori operata dalla Corea del Sud, si vede bene come il dibattito tecnolo-
gico sia un ingrediente fondamentale nel concetto redazionale del «NYT». Oltre a questo, colpisce (smontando il nostro iniziale proposito) il tono preoccupante degli articoli e l’orizzonte problematico legato all’uso dell’IA che viene disegnato. Non sono gli aspetti psicologici o quelli ecologici a mettere in discussione la nuova tecnologia. Sono temi molto più concreti, legati all’ambito della sicurezza sociale, a muovere l’interesse dei vari giornalisti. Argomenti piuttosto specialistici, ne conveniamo. Ma ci sembra che queste informazioni siano meritevoli di attenzione e diffusione, per permettere una migliore conoscenza dello strumento in sé. Il primo articolo, colonna di spalla in prima pagina, ci chiarisce le preoccupazioni che il governo cinese nutre per l’uso politico, destabilizzante, che si potrebbe fare dei motori IA.
È abbastanza comprensibile che un regime a struttura ideologicamente controllata come quello di Pechino si preoccupi della disinformazione che potrebbe minare le «verità» ufficiali. Ma la riflessione è ben più ampia. Riguarda anche il «libero» mondo occidentale, ed è (in soldoni) la seguente: chi ci può proteggere da chi volesse introdurre in modo truffaldino milioni di informazioni sbagliate e tendenziose nei database dei «Large Language Model»? Visto che tutti gli operatori di settore, anche in Cina, stanno facendo il massimo per nutrire i loro sistemi con dati di ogni genere, chi garantisce che qualche avversario politico, qualche sabotatore dell’ordine costituito, non comincerà a inocularli con disinformazione e falsità mirate, per destabilizzarne il sistema? Urge un controllo. Altrettanto preoccupante lo scenario
proposto da un ulteriore articolo, che si occupa della recente intrusione di un sistema IA in una banca dati teoricamente protetta. OpenAI ha violato autonomamente, di propria iniziativa, i server della piattaforma Hugging Face, sorprendendo i suoi progettisti. Qui, oltre alla preoccupazione per l’intrusione e l’infrazione ai sistemi di sicurezza, viene posto con grande evidenza, di nuovo, il tema della necessità etica di porre dei paletti molto rigidi alla tecnologia. Un tema che l’Europa sembra aver recepito bene, ma che è piuttosto ostico per le aziende (e l’amministrazione) americane. Infine l’articolo forse più scioccante: l’intervista all’ex ministro della difesa ucraino (da poco destituito) Mychajlo Fedorov, il quale prospetta un futuro militare in cui le guerre saranno automatizzate e combattute da droni e robot pilotati da IA indipendenti. Ciò
permetterà un minore sacrificio di vite umane e una più veloce gestione degli scenari strategici. Un avvenire da videogiochi, che sarà però molto meno ludico. Chi lo controllerà? Come possiamo sintetizzare tutte queste complesse e problematiche notizie? Tutte sollevano un problema di controllo per uno strumento di enorme potenza, non solo informatica, ma anche socio-politica. Cosa possiamo fare, noi «ingenui» utenti, al proposito? Praticamente nulla. Ma d’altro canto è fondamentale per noi essere informati su quel che succede, nel caso si venga magari chiamati a prendere posizione. La morale (minima) che si può ricavare, è notare quanto è importante che esista una stampa in grado di sollevare quesiti, di diffondere conoscenze e sollevare interrogativi. La nostra miglior difesa sembrano ancora i buoni giornali… Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ ●
La guerra e i rubinetti di casa Le infrastrutture civili sono diventate un nuovo campo di battaglia e l’Europa deve reagire
Mao e la Cina moderna A cinquant’anni dalla morte l’eredità del «Grande timoniere» continua a dividere
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Focus sul Pakistan L’autoritarismo che doveva garantire stabilità finisce per alimentare nuove contestazioni
Tra Gaza e la Knesset Il ruolo dei partiti palestinesi israeliani e i limiti della loro integrazione politica
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I diamanti non brillano più
Economia ◆ Le gemme create in laboratorio ridisegnano il settore e mettono in difficoltà le comunità minerarie africane Pietro Veronese
Ovunque si legga un articolo sul mercato internazionale dei diamanti, oggi in piena depressione, ci si imbatte nel celebre slogan pubblicitario «I diamanti sono per sempre». La storia di queste poche parole – nell’originale inglese sono appena quattro, A diamond is forever – non è priva d’importanza, perché ci rivela che l’associazione tra la preziosissima gemma e il matrimonio, o piuttosto il fidanzamento, cioè la promessa di matrimonio, non risale a chissà quale remoto passato, ma al marketing di appena un secolo fa. Negli anni Trenta del Novecento, nel pieno della Grande depressione americana, la De Beers, il principale estrattore mondiale di diamanti di qualità, finì in gravissima crisi. La vendita di pietre preziose era crollata. Cominciò allora un lungo sforzo pubblicitario che sarebbe riuscito a imporre il diamante come simbolo irrinunciabile delle nozze in arrivo. Ancora alla vigilia della Seconda guerra mondiale, appena il dieci per cento degli anelli di fidanzamento ne conteneva uno. Alla fine del secolo, secondo dati che traiamo da un vecchio articolo della Bbc, la percentuale era salita all’80 per cento.
L’associazione tra la preziosissima gemma e la promessa di matrimonio risale al marketing di appena un secolo fa Per raggiungere il suo obiettivo la De Beers lanciò successive campagne pubblicitarie. Quella di maggior successo è datata 1947. Fu la copywriter Mary Frances Gerety, dello studio NW Ayer and Son, a ideare lo slogan A diamond is forever. Perfetto per indicare che, chi donava quella pietra, prometteva eterno amore (e anche che la spesa, non indifferente, avrebbe avuto un tempo lunghissimo per ammortizzarsi). La sua fortuna sarebbe poi stata definitivamente consacrata dal quarto romanzo della serie di James Bond, Diamonds are Forever (1956, in italiano Una cascata di diamanti), dal successivo film (1971) e dall’omonima canzone interpretata da Shirley Bassey. Ma i diamanti non sono per sempre, almeno per quanto riguarda la loro appetibilità commerciale. Oggi se ne vendono relativamente pochi, o comunque molto meno di dieci o vent’anni fa. I profitti sono in calo da diversi anni. La valutazione internazionalmente accettata per i diamanti grezzi si è quasi dimezzata rispetto al 2022. Il motivo è molto semplice: la gente non li compra più. Questa disaffezione non è dovuta a un cambiamento d’opinione: la convinzione che «un diamante è per sempre» resta fortissima. Il problema è un concorren-
Se il principale produttore di diamanti al mondo è la Russia, quelli di qualità sono un tesoro africano. Nell’immagine un sito di estrazione in Sierra Leone. (Keystone)
te, che costa molto meno: i diamanti sintetici. La produzione di queste pietre, dette anche artificiali, non è certo una novità, ma con l’andare degli anni ha acquisito sempre maggiore qualità e una crescente parte di mercato. È praticamente impossibile per un profano distinguere un diamante realizzato in laboratorio da uno naturale; solo che per produrlo, grazie a complesse tecnologie, sarà bastato un tempo relativamente breve, anziché milioni di anni. E il prezzo è una piccola frazione di quello delle pietre naturali. Nei mercati emergenti delle grandi Nazioni asiatiche, Cina in testa, una giovane coppia in procinto di sposarsi sceglierà con pochi dubbi l’opzione meno costosa. Tutto qui. Grandi compagnie come la De Beers non hanno voluto rinunciare a questa nuova clientela, proponendo all’acquisto anche pietre sintetiche e facendo così concorrenza a se stesse. La domanda di diamanti naturali si è ulteriormente indebolita e il loro costo di produzione è diventato sempre meno sostenibile. Questa parabola discendente ha conseguenze facilmente intuibili.
La multinazionale mineraria Anglo American, che possiede l’85 per cento della De Beers, cerca di diversificare la propria attività, privilegiando la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti oggi più redditizi, a cominciare dal rame. Da un paio d’anni ha messo la De Beers in vendita, senza successo per il momento. Nell’attesa, ha ridotto la quantità di pietre naturali estratte, lavorate e messe sul mercato. Fino alla decisione, annunciata a fine luglio, di sospendere per due anni la produzione nella più grande miniera di diamanti attiva in Sudafrica.
Dietro i diamanti prodotti in laboratorio non ci sono, ad esempio, il durissimo lavoro dei minatori, le lotte sindacali, i bassi salari La miniera si chiama Venetia, si trova nella provincia settentrionale del Limpopo, dà lavoro a 4000 persone e, come riferisce la Bbc, fornisce oltre il 40 per cento dei diamanti di alta qualità estratti in Sudafrica. La notizia della sospensione della sua attività ha colpito gli addetti ai lavori, perché Ve-
netia è una miniera «giovane», aperta nel 1992 e ritenuta capace di fornire pietre preziose almeno fino agli anni Quaranta. Un grave segno dei tempi, insomma, che mette a repentaglio un gran numero di posti di lavoro. Se il principale produttore di diamanti al mondo è la Russia, quelli di qualità, che diventano ineguagliabili gemme, sono un tesoro africano. Botswana, Sudafrica, Angola ne sono i principali possessori; molti altri seguono (Repubblica democratica del Congo, Sierra Leone eccetera). Il mercato dei diamanti naturali continua a restringersi per ragioni di prezzo. Ma nel fatto che i consumatori voltino le spalle a questi oggetti del desiderio, gli esperti di marketing intravedono anche cause più recondite, di natura culturale, psicologica e ideologica. Dietro i diamanti prodotti in laboratorio, per esempio, non ci sono il durissimo lavoro dei minatori, le lotte sindacali, i bassi salari, le improbe condizioni di vita spesso lontano dalle famiglie (per non parlare dei «diamanti di sangue» delle feroci guerre civili di inizio secolo in Sierra Leone e Liberia). Oggi la De Beers non è più il gi-
gante che fu: dalla posizione di quasi-monopolio raggiunta alla fine del Novecento, occupa adesso non più di un quarto del mercato. Ma la sua storia inizia due secoli fa, all’apice del colonialismo europeo in Africa, con la scoperta del giacimento diamantifero di Kimberley. Fu fondata nel 1888 da Cecil Rhodes, la più compiuta incarnazione dell’imperialismo britannico, figura oggi contestatissima in Sudafrica e oggetto dieci anni fa di una vasta protesta studentesca per l’abbattimento del monumento a lui dedicato a Città del Capo. Anche da questo punto di vista, insomma, i tempi sono cambiati. Eppure i diamanti naturali non hanno perso il loro fascino. Quattro anni fa la casa d’aste Sotheby’s ha messo in vendita una pietra ritenuta il diamante tagliato più grande del mondo: 555,55 carati, oltre un etto di peso. La gemma si chiama Enigma, è un rarissimo diamante nero, cui viene attribuita l’età di un miliardo di anni. L’ha comprata un imprenditore diventato miliardario con le criptovalute, pagandolo circa quattro milioni e 300mila dollari. I comuni mortali stanno a guardare, con la bocca spalancata.
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXIX 19 agosto 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino
ATTUALITÀ
La guerra ibrida passa dal rubinetto di casa
Sicurezza ◆ Dagli attacchi alle reti idriche negli Stati Uniti alle operazioni cyber di Russia, Cina e Iran. Le infrastrutture civili sono diventate un nuovo campo di battaglia e anche l’Europa, Svizzera compresa, deve correre ai ripari Giulia Pompili
Il 27 luglio scorso, verso l’una di notte, una stazione di pompaggio dell’acqua della Clayton County Water Authority (CCWA), che rifornisce circa trecentomila persone nell’area metropolitana di Atlanta, nello Stato americano della Georgia, ha smesso di funzionare. Alcuni cittadini si sono trovati con la pressione dell’acqua molto bassa, in certe zone addirittura con i rubinetti a secco. Per precauzione è stato ordinato di bollire l’acqua, ma il sistema è stato ripristinato in tre ore e l’ordinanza revocata dopo i test di laboratorio. Un breve disservizio, ma significativo, perché qualche giorno dopo i funzionari della CCWA hanno reso noto che un’«attività informatica non autorizzata» potrebbe aver causato o contribuito al guasto. Insomma: un possibile attacco cyber.
L’obiettivo degli attacchi è psicologico, cioè colpire la fiducia delle persone in ciò che considerano scontato e un bene essenziale E Atlanta non è l’unica città statunitense a essere stata colpita nelle ultime settimane da problemi simili ai sistemi idrici: a fine luglio FBI e l’Environmental Protection Agency (EPA) hanno diffuso un’allerta congiunta su «attori informatici malevoli» che stanno cercando di manomettere i sistemi idrici del Paese prendendo di mira una specifica tecnologia, il PLC, cioè i controllori che gestiscono pompe, trattamento e purificazione dell’acqua. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei PLC usati negli impianti idrici è prodotto dalla Allen-Bradley della Rockwell Automation, rendendo una vulnerabilità potenzialmente diffusa. Dietro la tecnica, però, c’è una logica più ampia, un capitolo di quella che gli analisti definiscono guerra ibrida. L’obiettivo degli attacchi alle infrastrutture idriche è psicologico, cioè colpire la fiducia delle persone in ciò che considerano scontato e un bene essenziale. Paventare lo scenario di
Non si tratta più solo di fare i conti con gli attacchi che bloccano un sistema e chiedono un riscatto, ma della possibilità di perdere il controllo di intere infrastrutture. (Magnific.com)
un rubinetto a secco produce nei cittadini una percezione del rischio ben maggiore rispetto alla reale portata del danno. Si tratta dello stesso meccanismo che si ritrova in un altro fronte della guerra ibrida che negli ultimi mesi ha attraversato l’Europa, con le incursioni di droni non identificati sopra aeroporti, basi militari e siti energetici. Secondo una recente analisi dello European Council on Foreign Relations, bastano pochi droni per bloccare il traffico aereo, far percepire alle persone che i propri Governi non sono in grado di proteggerle e alimentare insofferenza verso le istituzioni senza che nessuno debba rivendicare formalmente la responsabilità dell’attacco. Gli ultimi attacchi cyber alle reti idriche negli Stati Uniti sono stati attribuiti a un gruppo legato all’uni-
tà cyber del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniano, noto come Hydro Kitten, già responsabile nel 2023 di un attacco a una stazione di pompaggio in Pennsylvania. Il loro obiettivo politico è erodere il sostegno al conflitto contro l’Iran dell’Amministrazione Trump. Ma Teheran è solo l’ultimo attore arrivato nella guerra ibrida contro infrastrutture critiche che sta allarmando le agenzie d’intelligence di tutto il mondo occidentale. Negli Usa il nome che ricorre più spesso nei dossier è quello di Volt Typhoon, un gruppo legato al Governo cinese individuato più volte, per esempio, all’interno di reti energetiche americane. Ma la minaccia non riguarda solo gli Usa. Circa un anno fa Beate Gangås, capa del Servizio di sicurezza della polizia norvegese, ha ufficialmente attribuito alla Russia un attacco in-
formatico contro la diga di Bremanger, nella Norvegia occidentale, avvenuto il 7 aprile del 2025. Prendendo il controllo del sistema che regola l’impianto, gli hacker avevano aperto una paratoia e lasciato scorrere l’acqua per circa quattro ore. Secondo Gangås, sebbene non avesse causato alcun danno, l’obiettivo dell’operazione era «influenzare e causare paura e caos tra la popolazione». Più o meno nello stesso periodo il vice primo ministro polacco Krzysztof Gawkowski ha svelato che la Polonia aveva appena sventato un cyberattacco contro il sistema di acqua e fognature di una grande città – il cui nome non è stato rivelato per non creare il panico fra la popolazione. L’attacco era stato bloccato «all’ultimo momento». L’11 agosto scorso, secondo quanto riportato da media specializzati, due cittadini russi sono stati
incriminati in Polonia per 17 attacchi informatici contro infrastrutture critiche, tra cui sette contro impianti idrici e fognari. Ma negli ultimi mesi tutta l’Europa si è attivata sul fronte delle vulnerabilità delle infrastrutture strategiche, spesso collegate al Web senza sufficienti misure di sicurezza. Perché non si tratta più solo di fare i conti con gli attacchi che bloccano un sistema e chiedono un riscatto, ma della possibilità di perdere il controllo di intere infrastrutture. Nel marzo 2026 la Germania ha approvato una legge per proteggere quelle essenziali: da allora le aziende che gestiscono acqua, energia, trasporti e altri servizi sono obbligate a rafforzare sicurezza, gestione dei rischi e continuità operativa. In Italia un gruppo di «attivisti» cyber ad aprile ha preso il controllo del sistema locale di pompe idrauliche e paratie che difende dall’acqua alta Piazza San Marco a Venezia, e il Governo ha di recente istituito un comando interforze cyber all’interno del ministero della Difesa. Mentre in Svizzera? Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Swisscom sulle minacce cyber (Cybersecurity Threat Radar 2026), la sicurezza dei sistemi che gestiscono reti idriche, elettriche e impianti industriali sta diventando una priorità, con attacchi sempre più mirati e facilitati dall’IA. Particolare attenzione è rivolta alle tecnologie operative, da cui dipende il funzionamento di molte infrastrutture critiche. Da tempo, comunque, il Paese cerca di potenziare le proprie difese. Ad esempio dal 1° aprile 2025 i gestori di infrastrutture critiche, dai fornitori di energia e acqua alle amministrazioni pubbliche, sono tenuti a segnalare gli attacchi informatici entro 24 ore al National Cyber Security Centre. Il Consiglio federale intende inoltre rafforzare ulteriormente il quadro normativo. Il 27 maggio 2026 ha infatti avviato una consultazione per aumentare la sicurezza del settore delle telecomunicazioni, considerato essenziale per il funzionamento di numerosi altri servizi critici, dalle reti energetiche agli ospedali.
Azioni a dividendo: quali vantaggi offrono?
La consulenza della Banca Migros ◆ Stabilità, reddito periodico e crescita nel lungo termine: perché molti investitori le scelgono Probabilmente la maggior parte degli investitori sogna di realizzare guadagni spettacolari in borsa. Eppure, le vere protagoniste di molti depositi di investimento operano spesso in sordina: le azioni a dividendo. Si tratta di titoli di società che distribuiscono regolarmente una parte dei loro profitti ai propri azionisti. Questa partecipazione agli utili è chiamata dividendo.
quanto le società che distribuiscono regolarmente dividendi dispongono spesso di modelli di business conso-
Le azioni a dividendo hanno tre grandi vantaggi: 1. Le distribuzioni regolari possono rappresentare un fattore rassicurante, soprattutto nelle fasi di mercato in cui i corsi si muovono lateralmente per un periodo prolungato o subiscono un calo temporaneo. 2. Offrono maggiore sicurezza, in
Tereza Kaurinovic, consulente alla clientela presso la Banca Migros ed esperta in tematiche d’investimento.
lidati, bilanci solidi e ricavi stabili. Spesso, pur crescendo in modo meno dinamico rispetto alle giovani imprese in espansione, sono meno soggette alle fluttuazioni. Tra i più noti distributori di dividendi sul mercato azionario svizzero si annoverano imprese come Zurich, Nestlé, Roche e Novartis. 3. Le distribuzioni regolari dei dividendi offrono un’ulteriore flessibilità agli investitori. Questi possono essere utilizzati come reddito corrente o reinvestiti. Chi decide di reinvestire può beneficiare ulteriormente dell’effetto dell’interesse composto per molti anni.
Riduzione del rischio attraverso la diversificazione Eppure, i titoli che distribuiscono
dividendi non sono esenti da rischi. I corsi azionari possono subire ribassi e le società possono ridurre o sospendere del tutto le loro distribuzioni. Per questo motivo è consigliabile ripartire ampiamente il patrimonio su diverse imprese, settori e regioni, ad esempio tramite fondi o ETF incentrati su società con dividendi elevati. In questo modo il rischio diminuisce, mentre il capitale investito può crescere a lungo termine. La compatibilità delle azioni a dividendo con la strategia di investimento personale dipende dagli obiettivi individuali, dall’orizzonte d’investimento e dalla propria propensione al rischio. Chi sta valutando di investire in società con dividendi elevati dovrebbe chiedere consiglio a degli esperti finanziari.
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ATTUALITÀ
Mao: l’uomo che plasmò la Cina moderna
Ricorrenza ◆ A cinquant’anni dalla morte il lascito del «Grande timoniere» continua a dividere, tra mito politico e tragedia storica
«La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra». Aveva le idee chiare a tale riguardo, Mao Zedong (nella foto), con queste parole scolpite, come una grande massima, mandata a memoria da centinaia di milioni di cinesi, grazie al Libretto Rosso del pensiero del «Grande timoniere».
Dal mondo rurale Il 9 settembre 2026 ricorreranno i cinquant’anni dalla morte di Mao. Nel 1976 la sua salma fu esposta per otto giorni in Piazza Tienanmen, laddove, 13 anni più tardi, ebbe luogo la pacifica rivolta degli studenti contro il monopolio del Partito comunista, ribellione repressa nel sangue dai carri armati mandati dal decrepito Deng Xiaoping, l’ultimo esponente della vecchia guardia del condottiero rosso a conservare un potere e un’influenza assoluti nella vita dello Stato. Mao Zedong nacque a Shaoshan, nella provincia di Hunan, da una famiglia di contadini, il 26 dicembre 1893. Dopo aver aderito al marxismo nel 1920, il 1° luglio dell’anno seguente partecipò al Congresso di fondazione del Partito comunista cinese (Pcc), di cui diverrà – non senza alterne vicende – capo carismatico e stratega mili-
tare. Allo stesso tempo, poiché il Pcc era alleato con il Partito nazionalista (Kuomintang), nel 1924 entrò a far parte del Comitato esecutivo centrale di quest’ultima forza politica. Nel 1927 ebbe luogo la fallita insurrezione comunista, repressa dai nazionalisti, che costrinse il gruppo dirigente del partito rosso (oltre a Mao, Zhou Enlai, Deng Xiaoping, Lin Biao e Liu Shaoqi) alla disperata ritirata a sud-est del Paese, nella provincia del Fukien, dove, all’inizio degli anni Trenta, lungi dal rinunciare al loro disegno politico di rivoluzione, creeranno una piccola repubblica sovietica cinese, e dove il «Grande timoniere», per non ripetere gli errori tattici del passato, porrà le basi della futura Armata rossa. L’avvento di Chiang Kai-shek, alla guida del Governo nazionalista che nel 1928 fissò la capitale a Pechino, segnò la definitiva rottura con il Pcc, messo fuorilegge. La guerra civile tra i rossi e il Kuomintang divampò, dal 16 ottobre 1934, con la Lunga marcia, che costò ai comunisti 80’000 caduti. Dalle basi meridionali del Fukien e del Kiangsi, attraverso 11 province, la Lunga marcia si concluse vittoriosa nello Shensi settentrionale: 12’500 chilometri di montagne, paludi, combattimenti, paure, imboscate, speranze. Sebbene aderisse al pensiero marxista-leninista, Mao fu il demiurgo ideologico di un grande «adattamento» di quella dottrina politica. In primis l’abbecedario maoista si fondava sull’idea che per la Cina il processo rivoluzionario dovesse partire dal mondo rurale e non dalle città, in assenza di una classe operaia consistente e già struttura-
Keystone
Roberto Festorazzi
ta: ma per farlo occorreva un partito ramificato e capace di guadagnarsi la fiducia delle classi contadine, e soprattutto bisognava spazzar via il diretto avversario politico, Chiang Kai-shek. L’aggressione nipponica dei vasti territori cinesi assunse crescenti proporzioni dal 1937, segnando un periodo di stasi nello scontro tra i nazionalisti e le truppe di Mao. Dall’estate del ’46, dopo la resa del Giappone, la guerra civile riprende d’intensità. Chiang Kaishek viene battuto e il 1° ottobre 1949 nasce la Repubblica popolare cinese, di cui il «Grande timoniere» è presidente. L’irriducibile ostilità dei piccoli e medi proprietari terrieri alla espropriazione dei loro possedimenti, da trasformarsi in comuni agricole, sarà
l’assillo del tiranno rosso, che instaura una delle forme storiche di dispotismo asiatico. Nel 1958 Mao lancia «il grande balzo in avanti» che segna, con la collettivizzazione forzata delle terre e la grande carestia che ne consegue, decine di milioni di morti. Intanto procede, con reciproche diffidenze, il rapporto tra Pechino e Mosca. Mao compie il suo primo viaggio al Cremlino nel 1949, in occasione del settantesimo compleanno di Stalin. I due capi non sono fatti per intendersi. La trasferta frutterà ai cinesi «solo» un prestito di 300 milioni di dollari e alcuni accordi di collaborazioni economiche e militari. Inizialmente migliori saranno i rapporti con Krusciov. Ma nel 1963 si consu-
ma lo scisma di Mao dallo schieramento comunista internazionale dominato da Mosca. Tre anni più tardi il leader lancia la «rivoluzione culturale», nel tentativo di nascondere il disastroso fallimento del suo regime. Si tratta di un altro degli spaventosi massacri che caratterizzano il consolidamento del monopolio comunista dentro le specificità culturali enormi che contraddistinguono la vastità dell’ex Impero celeste. L’intero patrimonio della tradizione millenaria della Cina viene messo al bando e distrutto, i centri di antica spiritualità rasi al suolo. La «rivoluzione culturale» lasciò dietro di sé centinaia di migliaia di morti, forse fino a due milioni secondo alcune stime, oltre a milioni di perseguitati. Mao istituisce le «guardie rosse», milizie di giovanissimi cinesi (cresciute nell’adorazione del leader di cui dilaga il culto della personalità), ai quali è consegnato il futuro del regime. In Europa, specie in Francia e in Italia, il mito del «Grande timoniere» contagia le forze extraparlamentari di sinistra, che coltivano il progetto-sogno della rivoluzione, distanziandosi dai rispettivi partiti comunisti nazionali filosovietici. Negli ultimi anni di vita, il leader, minato dal Parkinson, inaugura una rappacificazione con Mosca, e apre all’Occidente, con una famosa visita di Nixon del 1972. Oggi di Mao sopravvive la memoria, quale padre della Nazione, in un Paese dalle mille contraddizioni in cui il potere comunista sopravvive sull’altare di una crescita capitalistica senza freni.
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Cosa succedeva quando sono nata, il 14 luglio 1976 Sono nata il 14 luglio 1976. Tra i 3 e i 15 anni ho cambiato quattro case e sei scuole. Ogni volta significava salutare amici e inserirsi in gruppi già consolidati. Forse è anche per questo che oggi mi adatto facilmente a nuovi contesti. E il 14 luglio è anche la festa nazionale francese, che ricorda la presa della Bastiglia nel 1789. (Tiziana Pollonini Colonna) Cara Tiziana, la tua storia è fatta di piccole rivoluzioni. Esperienze che richiedono capacità di adattamento, apertura mentale e una buona dose di coraggio. Gli anni in cui sei nata sono a loro volta anni di cambiamento e di contestazione. In tempi bellicosi come quelli odierni, ci piace ricordare soprattutto lo slancio pacifista che allora attraversa piazze e coscienze. La guerra del Vietnam si è conclusa l’anno prima, ma resta profondamente impressa nell’opinione pubblica. A questo si unisce l’eredità del Sessantotto, con movimenti che mettono in discussione autorità, convenzioni e mirano a plasmare un mondo più
Si pensava di «seminare» le nuvole con neve carbonica o vapori di ioduro d’argento. (Magnific.com)
giusto e libero. Quel clima si riflette anche in Svizzera e influenza il dibattito sul servizio civile. Nel 1976 questa possibilità non esiste ancora: i giovani che rifiutano il militare «per il semplice fatto di essere contro l’esercito in quanto strumento di morte, finiscono in galera come dei delinquenti comu-
ni», osserva «Azione» del 15 luglio di quell’anno. Solo nel 1992 – lo ricordiamo – il popolo svizzero approva la base costituzionale del servizio civile, entrato poi in vigore nel 1996. Tornando al 1976, il Consiglio federale propone di aprire il servizio civile solo agli obiettori «per motivi religiosi o morali, escludendo gli obiettori cosiddetti politici», e rifiuta l’idea di una libera scelta tra servizio militare e servizio civile. Quest’ultimo – spiega il settimanale – sarebbe stato più lungo, proprio per evitare adesioni di comodo (una preoccupazione tutt’altro che superata, come dimostra la recente votazione), e avrebbe richiesto un esame davanti a «una commissione civile di 5 membri che procederà ad un interrogatorio…». Del resto, continua il giornalista, una soluzione più radicale non otterrebbe di certo l’appoggio della maggioranza del popolo… che rimane conservatrice. Non a caso un altro articolo, intitolato Come ci vedono gli altri, individua proprio nel «carattere con-
servatore» uno dei tratti distintivi del nostro Paese: secondo gli osservatori stranieri, «il popolo si mostra spesso più conservatore dei Parlamenti o dei Governi». Una predisposizione che può trasformarsi in un limite: «Il suo desiderio di “rimanere com’è” rischia di diventare immobilismo». Nell’edizione citata si parla anche di eutanasia passiva, ricordando il caso del dottor Urs Peter Hämmerli, primario del «Triemlispital» di Zurigo, che propone di non alimentare artificialmente i pazienti incurabili e incoscienti. Si apre così un’inchiesta giudiziaria e si accende il dibattito sui diritti dei malati terminali. Una discussione ancora attuale. Mentre tra le notizie internazionali spicca «la siccità che tiene l’Europa occidentale riarsa in una morsa infuocata». Vi ricorda qualcosa? Si racconta di ricerche «rivolte ad aumentare le precipitazioni»: modificare il meteo, insomma, «seminando» le nubi con neve carbonica o vapori di ioduro d’argento. Non pare abbiano fatto
di Romina Borla miracoli. E poi c’è il caso di Entebbe: il dirottamento di un volo Air France da Tel Aviv a Parigi, costretto ad atterrare in Uganda da un commando palestinese e tedesco, che prende in ostaggio oltre cento persone. La crisi si conclude nella notte tra il 3 e il 4 luglio con un blitz delle forze speciali israeliane, un’operazione che monopolizza l’attenzione dei media internazionali. «Azione» tuttavia invita a guardare oltre l’evento: «Nell’euforia di un indubbio successo (…) la maggior parte di noi ha dimenticato che all’origine di tutto vi è un problema importante quanto la sopravvivenza di Israele: quello del popolo palestinese oggi ramingo e costretto a cercare in una disperata battaglia nel Libano, un angolo nel quale vivere e operare». Il tempo passa, ma alcuni pesanti nodi restano da sciogliere. Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno». Annuncio pubblicitario
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Pakistan, il boomerang dell’autoritarismo
Asia meridionale ◆ Dal Kashmir al Balochistan, la repressione che doveva garantire stabilità finisce per alimentare contestazioni Francesca Marino
Brevi video circolavano su TikTok, ripresi poi da molti utenti su X. Utenti indignati davanti a un centinaio di persone sedute in una piazza di Bologna con bandiere sconosciute ai più, che protestavano in una lingua anch’essa sconosciuta urlando una parola incomprensibile: azadi. Libertà. Libertà per il cosiddetto «Azad» Kashmir, il Kashmir libero nel nome ma in realtà occupato dal Pakistan. Per capire perché qualcuno manifesti a Bologna per un pezzo di terra incastrato tra Pakistan, India e Cina bisogna partire da una carta geografica. Ma soprattutto da una contraddizione: all’estero Islamabad appare di nuovo importante, mentre dentro i propri confini il sistema costruito per tenere insieme il Paese comincia a produrre l’effetto opposto.
Dietro una piccola protesta a Bologna si nasconde una delle contraddizioni che raccontano bene il Pakistan di oggi Il Pakistan è alleato storico della Cina, possiede armi nucleari e occupa un punto strategico delicatissimo, tra India, Afghanistan, Iran e Mar Arabico. Negli ultimi mesi ha recuperato spazio con Washington, si è proposto come intermediario tra Stati Uniti e Iran e ha firmato con Arabia Saudita
Sostenitori dell’ex primo ministro Imran Khan, nella foto a destra, protestano per la sua detenzione. (Keystone)
e Turchia un accordo di difesa subito ribattezzato «Nato islamica», anche se per ora si tratta soprattutto di un’operazione d’immagine. Insomma, Islamabad prova come sempre a giocare
su più tavoli. Il problema è che mentre cerca di presentarsi come potenza regionale, continua a governare il dissenso interno con strumenti che appartengono a un’altra epoca: re-
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pressione, censura, arresti, sparizioni, accuse di terrorismo e, quando tutto il resto non basta, l’immancabile mano dell’India. Per decenni questo meccanismo ha funzionato. Il nemico esterno serviva a spiegare quasi tutto. Se protestavano i Baloch, era Delhi. Se protestavano i Pashtun, erano Kabul e il terrorismo. Se qualcuno metteva in discussione il ruolo dell’esercito, minacciava la stabilità nazionale. La politica civile rimaneva formalmente al suo posto, purché non interferisse troppo con chi il potere lo esercitava davvero. Oggi quel sistema sta mostrando il proprio limite. E soprattutto il proprio effetto boomerang. L’Afghanistan ne è l’esempio più evidente. Per vent’anni Islamabad ha sostenuto i talebani, convinta che il loro ritorno a Kabul avrebbe consegnato al Pakistan un Governo amico e quella «profondità strategica» che i generali di Rawalpindi consideravano essenziale contro l’India. Nel 2026 Pakistan e Afghanistan sono invece arrivati a una vera guerra, con bombardamenti e scontri di confine. Lo stesso vale, con dinamiche diverse, per il Balochistan. Qui il Governo centrale si comporta da decenni come una forza di occupazione. La provincia è ricca di risorse e strategicamente essenziale perché ospita Gwadar, uno dei terminali chiave del China-Pakistan Economic Corridor.
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Senza Balochistan, una parte fondamentale del progetto cinese in Pakistan semplicemente non esiste. Eppure proprio lì l’insurrezione è diventata più organizzata, più sofisticata e più difficile da contenere. La risposta di Islamabad è stata soprattutto militare: operazioni, sparizioni forzate, repressione delle proteste civili e l’accusa rituale di terrorismo sostenuto dall’India. Nel Khyber Pakhtunkhwa (NP) il quadro è diverso ma la logica è la stessa. La popolazione pashtun paga da vent’anni il prezzo delle guerre jihadiste, delle operazioni militari, degli sfollamenti e delle strategie decise a Islamabad e Rawalpindi. Per anni, agli occhi di gran parte dell’o-
pinione pubblica, tutto questo poteva essere archiviato come il problema di periferie difficili. Balochistan e KP erano lontani. Le sparizioni, le operazioni militari, i cadaveri recuperati ai bordi delle strade potevano essere spiegati con il terrorismo, il separatismo, l’India, l’Afghanistan. Bastava volerci credere. Il Kashmir ha incrinato questo meccanismo. Il Pakistan ha costruito una parte enorme della propria identità nazionale sulla causa kashmira. Per settant’anni ha spiegato ai propri cittadini e al mondo che i kashmiri avevano diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Naturalmente quelli che vivevano sotto amministrazione indiana. Quelli che vivono nel cosiddetto Azad Jammu and Kashmir hanno scoperto che lo stesso principio non vale quando viene applicato a Islamabad. Le proteste degli ultimi mesi contro il controllo pakistano sono state represse con arresti e proiettili contro la folla. Ed è qui che il sistema narrativo comincia a rompersi. Perché è difficile spiegare che gridare azadi a Srinagar sia eroismo e gridarlo a Muzaffarabad sia sedizione. Ma soprattutto è difficile continuare a raccontare che ogni protesta contro lo Stato sia necessariamente il prodotto di qualche cospirazione straniera. Quando perfino il «Kashmir libero» chiede libertà al Pakistan, la negazione diventa più complicata. Poi c’è Imran Khan: il politico più popolare del Paese è in carcere, il suo partito è stato sistematicamente ostacolato, il dissenso viene trattato come una minaccia alla sicurezza e l’esercito ha smesso perfino di fingere di essere soltanto un arbitro sopra le parti.
L’esercito rimane potentissimo, il Pakistan è una potenza nucleare e nessuno vuole vederlo destabilizzato Il Pakistan continua ad avere Governi, Parlamenti, elezioni e tribunali. La forma democratica è rimasta, ma soltanto quella. Per decenni lo Stato pakistano ha governato attraverso la coercizione e la costruzione di nemici: l’India fuori, i traditori dentro. Ha represso le periferie contando sul fatto che il Punjab, cuore dominante del Paese, non se ne interessasse e ha protetto il ruolo politico dell’esercito contando sul fatto che la maggioranza lo considerasse garante dell’unità nazionale. Oggi entrambe le cose sono meno vere. Il Pakistan non sta necessariamente per crollare. L’esercito rimane potentissimo, lo Stato possiede armi nucleari e nessuna grande potenza vuole vedere destabilizzarsi un Paese collocato tra Cina, India, Afghanistan, Iran e Golfo. Ma proprio per questo il problema è geopolitico, non soltanto interno. Uno Stato che pretende di essere potenza regionale ma deve usare l’esercito per governare intere province, incarcerare il proprio leader politico più popolare e sparare sui manifestanti del «Kashmir libero» ha un problema di credibilità prima ancora che di stabilità. E forse quei cento uomini seduti in una piazza di Bologna con una bandiera sconosciuta spiegano la situazione meglio di tanti convegni. Gridavano azadi. La stessa parola che il Pakistan ha insegnato per decenni al mondo ad associare al Kashmir. Solo che questa volta era rivolta contro Islamabad.
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Gaza e il paradosso dei palestinesi israeliani
Medio Oriente ◆ In vista delle elezioni di ottobre, il partito Balad incarna la contraddizione di una minoranza chiamata a partecipare alle istituzioni di uno Stato che contesta radicalmente Sarah Parenzo
Alle attese elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre, il voto della minoranza palestinese, che rappresenta circa il 21% della popolazione, potrebbe rivelarsi decisivo per la formazione del prossimo Governo. Tale scenario ottimista che, secondo un sondaggio del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv, potrebbe tradursi persino in 16 seggi alla Knesset, presuppone da una parte la collaborazione della sinistra sionista (Hadash) che teme di perdere voti alleandosi con i palestinesi e, dall’altra, la ricostituzione della Lista Comune dei partiti arabi che potrebbe far salire l’affluenza alle urne al 67%, ma le cui trattative sono ancora in corso. Tuttavia, il tentativo di persuadere i cittadini palestinesi ad esercitare il loro diritto di voto non può prescindere dall’interrogativo radicale di cosa significhi partecipare alla politica dello Stato responsabile dello sterminio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania contro la popolazione della quale essi si considerano parte. Per meglio comprendere questa contraddizione si può esaminare la specificità di Balad, abbreviazione dell’arabo At-Tajammu’ al-Wat.anī ad-Dīmuqrāt.ī, ovvero National Democratic Alliance, formazione politica nata a metà degli anni Novanta e oggi guidata da Sami Abu Shehadeh, politico di Jaffa già deputato alla Knesset. Se Hadash, con cui ha condiviso in passato la Lista comune, nasce dalla tradizione comunista che vanta una lunga collaborazione ebraico-araba di lotta sociale, Balad chiede il riconoscimento dei cittadini palestinesi come minoranza nazionale e sostiene la trasformazione di Israele in uno «Stato di tutti i suoi cittadini», sfidando la definizione di Israele come Stato del popolo ebraico e collocandosi più lontano dal sionismo a favore di una concezione binazionale e democratica dello Stato.
La politica dei palestinesi deve decidere se e come partecipare attivamente allo Stato israeliano L’accento posto da Balad sull’appartenenza nazionale palestinese passa attraverso la domanda di cosa significhi essere palestinesi quando si possiede una cittadinanza israeliana. Il sociologo Ameer Fakhoury ha descritto la complessità di questa identità. Nato ad Acri e residente a Haifa, ha raccontato la propria formazione come palestinese cittadino d’Israele come un processo che si svolge all’interno di un «campo locale di identità»: non una scelta fra due identità contrapposte, ma una condizione prodotta dalla storia e dalla struttura politica del luogo in cui si vive. Dopo Gaza, tale complessità appare ancora maggiore. Nel 2022 Balad si presentò separatamente da Hadash-Ta’al ottenendo solo il 2,9%, ma nel sistema israeliano il voto è nazionale e proporzionale e per entrare nella Knesset una lista deve superare la soglia del 3,25%. Il risultato ebbe conseguenze politiche enormi poiché il mancato ingresso di Balad, come quello di Meretz, contribuì alla vittoria del blocco di destra guidato da Benjamin Netanyahu. Per questo nel 2026 si è tornati a parlare di una nuova Lista comune, ma la difficoltà nel raggiungere un accordo rispecchia un conflitto di interessi. La Lista comune ha già dimostrato di
poter trasformare la frammentazione dei partiti palestinesi in una forza parlamentare significativa quando nelle elezioni del 2020 arrivò a 15 seggi, ma i partiti Hadash, Ta’al, Balad e Ra’am hanno posizioni differenti sulla relazione con i sionisti, sul rapporto fra cittadinanza e nazionalità e sul modo di utilizzare il potere parlamentare. Se un partito palestinese può diventare decisivo per la formazione di una coalizione israeliana e utilizzare quella posizione per negoziare risorse e risultati per la società araba, che necessita urgentemente di porre fine alla piaga della criminalità, la partecipazione a una coalizione guidata da partiti sionisti rischia di trasformare la rappresentanza palestinese in una componente subordinata della politica israeliana. Per Balad, invece, la partecipazione parlamentare non dovrebbe prescindere dalla possibilità di contestare la struttura stessa dello Stato e questo produce un paradosso: un partito può voler cambiare radicalmente il carattere dello Stato e, nello stesso tempo, dover conquistare seggi proprio nel Parlamento del medesimo.
Il prezzo da pagare Dopo il 7 ottobre 2023, inoltre, Israele chiede agli arabi di partecipare alle proprie istituzioni come cittadini, ma quando essi esprimono la loro appartenenza palestinese, essa diviene oggetto di sospetto. Durante la guerra, esprimere pubblicamente solidarietà ai palestinesi di Gaza è diventato molto difficile e organizzazioni per i diritti umani hanno documentato restrizioni a manifestazioni, arresti e procedimenti contro cittadini palestinesi per espressioni di solidarietà. Un sondaggio del Dayan Center mostra che il 77,2% degli intervistati arabi sostiene l’inclusione di un partito arabo nella futura coalizione e il 63,7% considera positiva una partnership politica ebraico-araba, tuttavia Balad teme che una simile strategia possa trasformare i palestinesi in un serbatoio di seggi necessario per la formazione di Governi israeliani, senza modificare le condizioni politiche fondamentali. Per Ra’am, l’esperienza del Governo Bennett-Lapid ha mostrato che un partito palestinese può utilizzare la propria forza parlamentare per ottenere risultati concreti per la società araba. Per Balad, invece, la domanda è quale prezzo politico si paga quando la rappresentanza palestinese diventa uno strumento di contrattazione con i partiti sionisti. Il dilemma è reale soprattutto se si considera l’ambiguità della sinistra e del centro sionista, motivo per cui Sami Abu Shehadeh respinge l’idea secondo cui il campo anti-Netanyahu dovrebbe essere considerato automaticamente un partner dei partiti palestinesi. L’ennesima conferma delle sue ragioni è giunta in occasione di un grave episodio avvenuto nella città di Haifa dove la famiglia di un soldato israeliano ferito in Libano ha accusato membri arabi del personale sanitario dell’ospedale Rambam di averlo maltrattato. L’ospedale ha negato le accuse, tuttavia la vicenda ha prodotto una campagna pubblica aggressiva contro il personale palestinese dell’ospedale. Quello di medici e infermieri palestinesi ed ebrei che lavorano nello stesso ospe-
Tra le macerie di Gaza City. (Keystone)
dale, curano gli stessi pazienti e fanno parte della stessa istituzione pubblica è uno dei cavalli di battaglia preferiti dalla propaganda sionista, tuttavia nel clima prodotto dalla guerra è bastato un attimo perché l’identità palestinese venisse presa di mira con ferocia. Nel suo commento sul quotidiano «Haaretz» Hanin Majadli ha messo in guardia i cittadini palestinesi dall’allinearsi alla sinistra libera-
le che si limita a liquidare l’episodio denunciandone il razzismo. L’accusa di razzismo e discriminazioni, pur necessaria, non è infatti sufficiente se rimane separata dalla questione della supremazia ebraica e dalle strutture politiche che organizzano il rapporto fra ebrei e palestinesi in Israele. È una critica che porta il discorso esattamente al punto da cui Balad era partito perché si può condannare il
razzismo contro un medico palestinese e contemporaneamente evitare di parlare dell’occupazione così come si può rivendicare l’uguaglianza dei cittadini senza menzionare la guerra a Gaza. Per arrivare a quello «Stato di tutti i suoi cittadini» promosso da Balad bisogna affrontare esplicitamente l’apartheid, il genocidio e il sionismo come colonialismo, smantellandoli dalle fondamenta. Infine, non mancano critiche radicali secondo le quali in questi anni i politici palestinesi avrebbero dovuto prendere posizione contro i massacri dimettendosi dalla Knesset. Nel 2024, proprio discutendo della possibilità di boicottare le elezioni, Abu Shehadeh spiegava che dentro Balad esistevano posizioni differenti: alcuni ritenevano inutile essere presenti nella Knesset sotto un Governo di destra estrema; altri sostenevano che proprio quella situazione rendesse più importante la presenza parlamentare. Nessuna scelta è esente da contraddizioni, né si pretende di presentare i palestinesi come soggetto omogeneo, il punto è tenere presente che Gaza non è un capitolo separato dalla politica dei palestinesi del ’48, bensì un criterio attraverso cui quella politica deve orientarsi e decidere se e come partecipare attivamente allo Stato israeliano. Annuncio pubblicitario
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CULTURA ●
Attraverso gli occhi di Eline Kersten La giovane artista olandese Eline Kersten esplora il concetto di «solastalgia» al Centro Internazionale di Scultura di Peccia
Letterature dalla Svizzera Charles Lewinsky e Nelio Biedermann sono fra i migliori nomi della letteratura svizzera contemporanea: due scrittori si incontrano
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Opere che sono luogo di origine e trasformazione Mostre ◆ Ad Ascona si omaggia con una antologica l’eclettico percorso creativo dell’artista ticinese Luisa Figini Alessia Brughera
Pochi sostanziali temi e molteplici linguaggi per sviscerarli: è questa la peculiare ricerca di Luisa Figini. Se volessimo trovare una forma capace di rappresentare l’evoluzione del percorso della poliedrica artista ticinese, quella più appropriata sarebbe certamente la spirale, struttura fluida e sinuosa che rimanda a un’idea di dinamismo e di sviluppo senza soluzione di continuità. Il cammino di Figini, contraddistinto proprio dalla rivisitazione di un selezionato repertorio di concetti profondamente connessi all’uomo e dall’incessante sperimentazione di tecniche e materiali spinti all’estremo delle loro potenzialità, incarna appieno il bisogno dell’artista di aprirsi alla disincantata esplorazione della complessità dell’esistenza. Donna arguta e raffinatamente provocatoria, fin dagli esordi Figini si è mossa lungo un sentiero tracciato dal camminare stesso, privandosi di una traiettoria decisa a priori per seguire invece direzioni inusuali verso le quali è stata condotta dagli stimoli raccolti intorno a sé. Volgendo il suo interesse a ciò che ha ritenuto più affine al proprio sentire, ha attinto dagli ambienti artistici svizzeri ed europei numerosi impulsi per la sua indagine, dando vita a una produzione ricca di soluzioni formali inedite. Ciò che ne risulta è l’elaborazione di una cifra stilistica personale che, sebbene intrisa delle suggestioni provenienti da alcune delle più rilevanti esperienze artistiche contemporanee, come l’Arte Povera, l’arte concettuale e la videoarte, elude ogni tentativo di essere ricondotta a un contesto specifico. Con la sua capacità di sondare le vicende umane cercando di cogliere l’arcana potenza della loro origine, Figini indaga temi universali come la memoria, la fragilità dell’esistenza, la morte, il rapporto tra dimensione esterna e interiorità e l’idea di passaggio da una condizione all’altra, spesso legata al pensiero ancestrale di flusso e trasformazione. Ecco allora che la sua ricerca la porta a concepire l’opera come una presenza evocativa che attiva la nostra percezione sensoriale e le nostre intuizioni, andando spesso a suscitare emozioni legate al perturbante, quell’impressione di inquietudine e spaesamento che si prova quando qualcosa di familiare ci appare improvvisamente estraneo e misterioso. Dalle prime creazioni scultoree in ceramica, elemento semplice e duttile che racchiude l’energia del contatto primordiale con la madre terra e che testimonia la passione dell’artista per la materia e per il gesto che la plasma, Figini passa intorno alla metà degli anni Novanta alla realizzazione di installazioni con materiali organi-
Luisa Figini, Ala/Manto di piume, 2015, Penne e piume di aquile, falchi e altri rapaci, filo d’acciaio e di carbonio. (ph. FotoStudio1 Ascona; © Luisa Figini)
ci e inorganici – capelli, cera, budella e reti metalliche – per giungere poi all’esecuzione di lavori in cui pittura e disegno si combinano con la proiezione di immagini in movimento, in un sovrapporsi di codici espressivi diversi connessi tra loro secondo dinamiche complesse.
Le opere di Luisa Figini nascono dal desiderio di connettere la propria esperienza individuale a quella universale Il denso e multisfaccettato cammino dell’artista viene ripercorso nelle sale del Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona con una mostra che raduna otto opere particolarmente significative della produzione di Figini, raccontando gli snodi fondamentali della sua attività e del suo pensiero. La rassegna antologica è curata da Carla Burani e Paola Tedeschi-Pellanda, autrici anche della prima monografia dell’artista la cui pubblicazione è prevista per questo autunno. Di grande impatto sensoriale, ma al contempo delicati ed eleganti, i lavori presentati si impadroniscono dello spazio intrecciando l’un con l’altro
la loro valenza estetica e il loro portato allusivo. Dall’ampia varietà dei linguaggi e degli esiti stilistici emergono così le tematiche tanto care all’artista, in un sottile echeggiare di incentivi visivi che sollevano molteplici riflessioni. Come se l’artista volesse condurci nel suo universo creativo consigliandoci l’approccio con cui esplorarlo, l’incipit del percorso espositivo è segnato da Ala, opera del 2015 collocata nella tromba delle scale del museo, che sembra «scortare» il visitatore con la sua presenza dalla fisicità leggiadra ma dalla grande intensità concettuale: realizzata con piume di rapaci, assurge a simbolo dell’istinto primordiale e della capacità di guardare il mondo dall’alto. Lavoro dallo spiazzante impatto visivo è Installazione, del 2000, una stanza con un tavolino e una poltroncina rossa a fare da arredamento e con il pavimento e le pareti completamente ricoperti di capelli veri. Qui l’idea di casa, luogo protettivo per eccellenza, diventa uno spazio destabilizzante dove il mobilio di famiglia dell’artista lega la sua storia a quella degli altri individui attraverso le tracce di un frammento umano dal forte potere evocativo, intersecando così memoria privata e collettiva.
Ecco poi alcune opere in ceramica, come Porta di Vento (1993), il cui aspetto richiama i tumuli sepolcrali preistorici e la cui lavorazione della materia è caratterizzata da fenditure che diventano varchi per un possibile «oltre»; Racconti di un traghettatore (1991), composta da grandi canoe rovesciate dalle fattezze primordiali che si fanno metafore del transito da una dimensione all’altra; e, ancora, Casa (2004-2025), serie di sculture che, nell’accennare la forma di abitazione, si rivelano enigmatiche urne funerarie, a rammentarci la transitorietà della vita. Al tema del passaggio è legata anche l’installazione Bagaglio a mano, del 2014, in cui Figini appronta un possibile corredo funebre contemporaneo creando gli oggetti con la carta pergamina: quasi impalpabili nel loro bianco diafano, fragili ed eterei, questi manufatti vengono caricati dall’artista di una profonda rilevanza emotiva che li rende lirici simulacri della memoria. Dell’articolata produzione di Figini, in mostra ci sono anche due lavori di videoarte, ambito a cui l’artista si dedica già a partire dal suo periodo di formazione alla Haute école d’art et de design di Ginevra. In Sonar (2006-2007), realiz-
zato nella piscina fisioterapica di un ospedale psichiatrico, le immagini di un mondo subacqueo creano una visione incerta e instabile dove il corpo umano si sostituisce alla parola come mezzo espressivo. In Fiorire (2022), invece, videoproiezioni e dipinti si sovrappongono tra loro generando rappresentazioni che ci parlano di metamorfosi e di caducità dell’esistenza. La più recente tra le opere esposte è Con passo d’infanzia, del 2025, serie di acquerelli che prende vita da alcune fotografie scattate dal padre dell’artista negli anni Cinquanta e Sessanta. Qui Figini si confronta con il proprio passato, esplorando le sue origini e ciò che ha plasmato la sua identità. Nessun intento nostalgico ha mosso questo lavoro, solo l’impellente bisogno dell’artista di connettere la propria esperienza individuale a quella universale nel segno di una memoria condivisa. Dove e quando Luisa Figini. Antologica. Museo Comunale d’Arte Moderna, Ascona. Fino al 6 settembre 2026. Orari: ma-sa 10-12/14-17, do 10.30-12.30. www.museoascona.ch
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CULTURA
Un dialogo nostalgico e poetico
Mostre ◆ A colloquio con la giovane artista olandese Eline Kersten, a Peccia con le sue opere interconnesse a natura e paesaggio Simona Sala
Gli approcci trasversali a un tema permettono un prezioso cambio di prospettiva. È proprio questo che offre allo spettatore la giovane artista emergente olandese Eline Kersten (classe 1994), laurea in belle arti all’Accademia di Maastricht e in curatela al Goldsmiths College di Londra, attualmente protagonista della mostra inauguratasi lo scorso 2 agosto al Centro Internazionale di Scultura di Peccia. Quella di Kersten è un’arte che nasce da o con il contesto in cui viviamo, e che mostra una profonda consapevolezza delle urgenze che ci riguardano (quella climatica in primis). La tematizzazione di queste ultime, però, non si fa mai didascalica o moraleggiante, e ciò grazie alla poesia, che, come un velo impalpabile, ammanta le opere in mostra. Come ha sottolineato la storica dell’arte e curatrice della mostra Gianna Mina nel saggio critico, «le interconnessioni profonde tra uomo e paesaggio interessano l’artista, che conferisce agli elementi naturali e alla materia delle sue indagini proprietà relazionali dell’uomo. (…) Kersten si avvicina a una corrente di pensiero filosofica recente, il Nuovo Materialismo. (…) La materia non viene considerata solamente un ausilio fisico utile a esprimere un pensiero, ma espressione stessa del pensiero e intento di fronte ai quali siamo chiamati a interrogare noi stessi e la nostra comprensione della realtà». Quella di Peccia non è una realtà nuova per l’artista olandese, che da qualche anno vive a Zurigo, ma conosce bene anche la Vallemaggia, che visita spesso.
Nelle sue opere Eline Kersten cerca di creare uno spazio che favorisca un dialogo silenzioso e ammantato di poesia Eline Kersten, come si distingue la sua pratica lavorativa? Collaboro spesso con esperti di settori diversi, soprattutto del mondo scientifico: botanisti, antracologi (studiosi dei resti di carbone vegetale in archeologia) e glaciologi (studiosi dei ghiacciai). Mi è successo anche di lavorare con i pompieri nell’ambito di una formazione sugli incendi boschivi. E a livello pratico, come si traduce? Per il progetto Timekeepers (Guardiani del tempo, Ndr), ad esempio, ho realizzato una serie di grandi capsule di vetro che ho poi riempito di acqua proveniente dai ghiacciai dell’Antartico e della Groenlandia. Ho collaborato con una glaciologa al tempo all’Università di Berna, che era stata nell’Antartico a trivellare i ghiacciai fino a una profondità di tre chilometri per estrarne dei campioni da inviare alle varie università. Ho scoperto che i ricercatori, dopo l’analisi del ghiaccio – di cui osservano lo scioglimento per quattro ore – buttano l’acqua nel lavandino. Ma per me è un ghiaccio antico e prezioso, giunto fino a noi dalle profondità della terra, come se ne fosse una specie di memoria. In fondo, ritroviamo il passato della terra in una pozza d’acqua, e l’acqua è ciò che connette ogni cosa. Ogni capsula ha un certificato riportante le informazioni esatte sull’acqua in essa contenuta.
Pianta pirofita del mobile Life, by any other name di Eline Kersten. (Peter Cox)
Da una parte l’acqua e dall’altra il fuoco… Sì, e per questo a Peccia si trova anche il mio mobile Life, by any other name (La vita, con qualsiasi altro nome, Ndr), scultura cinetica da cui pendono diversi oggetti. Come i baccelli di piante pirofite, che, per sbocciare e rilasciare i propri semi, hanno bisogno del fuoco o del fumo. Noi tendiamo sempre ad associare il fuoco alla morte, mai alla vita: per queste piante invece esso è positivo. Dal mobile pendono anche dei carboni, che, invece, rappresentano la fine di qualcosa: ho cercato di ricreare un bilanciamento tra vita e morte. Nei suoi lavori, oltre a una dichiarazione estetica, si trovano anche quelle che potremmo definire delle asserzioni. Il mio interesse parte sempre da un
paesaggio o da un evento specifico, come è successo per gli incendi boschivi. Sono affascinata dall’esplorazione di quello che chiamo il «terzo spazio», ossia quel vuoto che c’è tra l’esperto che mi espone le sue competenze e quelle che sono le mie competenze d’arte. È in quel luogo che le due aree di competenza si incontrano e si possono mescolare e, in fondo, il processo artistico è questo. Il mio lavoro non ha connotazioni morali, io vorrei che la mia arte fosse in grado di coinvolgere diverse prospettive, mettendole sotto una nuova luce. In questo, a volte, mi aiuta la poesia, che trovo ideale per aprire una finestra di dialogo con il pubblico. E il pubblico dove si situa? Esiste anche un quarto spazio? Forse sì, perché l’arte ha bisogno an-
Un’immagine dell’artista olandese Eline Kersten. (rrosealéry)
che di qualcuno che la guardi, di una reazione, che sia essa visiva, uditiva, riflessiva o olfattiva. Perfino la confusione rappresenta una buona reazione, perché invita al pensiero. Molta parte della produzione letteraria contemporanea ruota intorno a temi che toccano la sfera individuale dell’essere umano, e l’ecologia vi appare raramente. Come stanno le cose nell’arte? Ecologia e cambiamento climatico sono temi ricorrenti nel mondo dell’arte, anche se ci si occupa più spesso di identità, femminismo e temi legati al LGBTQIA+. Veniamo al titolo della mostra, Forme di Solastalgia… «Solastalgia» è un termine coniato dall’ecofilosofo e già Professore di sostenibilità australiano Glenn AlPubbliredazionale
Il Centro Internazionale di Scultura di Peccia Come spiega Anna Arutyunova Bischof, da alcune settimane Responsabile operativa del Centro Internazionale di Scultura (gestito dalla Fondazione Internazionale per la Scultura), quella di Peccia è una realtà culturale rara sia nel contesto svizzero sia in quello internazionale, grazie alla combinazione unica di elementi che ne definiscono l’identità. Esiste un legame profondo con la materia: il Centro sorge a pochi chilometri dall’unica cava di marmo ancora attiva della Svizzera. La storia di quella produzione è indissolubilmente legata all’identità culturale del luogo. La visione fondante del CIS è nata direttamente da questa vicinanza, basata sull’idea che gli artisti che vi giungono possano non solo sviluppare le proprie idee in assoluta tranquillità, ma anche realizzarle su larga scala, avendo a disposizione tutte le infrastrutture e le attrezzature necessarie. La scultura, e più in generale l’opera tridimensionale, rimane l’essenza del Centro. Ma non tutte le storie relative
a questo luogo o ai suoi abitanti possono essere raccontate solo attraverso la scultura. In questo luogo artiste e artisti trovano molto più della semplice scultura: temi quali il cambiamento climatico, l’uso delle risorse e la vita nelle comunità piccole e remote rappresentano tutti importanti campi di indagine. È dunque importante mantenere e consolidare un dialogo con altre discipline artistiche, affinché possa emergere in tutta la sua integrità l’essenza di Peccia: la sua storia culturale e sociale legata al marmo e alla pietra, l’identità artistica e culturale, l’interdipendenza con il paesaggio che lo circonda. Come dimostrano le conseguenze del disastro del 2024, che si fanno ancora sentire, la natura è una forza dirompente con cui la Valle ha sempre dovuto fare i conti. Ecco perché mostre come quella su Eline Kersten sono così importanti: il suo lavoro fa parte di un’indagine artistica globale più ampia sul cambiamento clima-
tico, pur confrontandosi con il contesto locale, ad esempio attraverso l’utilizzo di materiale residuo conseguente al nubifragio. Si tratta di tronchi di betulla recuperati dal letto del fiume dall’artista e poi incisi a mano. Peccia, oltre a proporre una mostra annuale come quella appena inaugurata, offre residenze aperte a creativi provenienti da tutto il mondo. È proprio questa interazione – l’apertura globale all’arte contemporanea unita a un profondo radicamento nel contesto locale – a rendere questo luogo così prezioso e unico.
Dove e quando Forme di Solastalgia. Eline Kersten. Installazioni. A cura di Gianna A. Mina; fino al 31 ottobre 2026. Orari di apertura: gio-sa, ore 14.30-18.30 o su richiesta; ingresso libero Contatti info@fondazionescultura.ch www.centroscultura.ch
brecht. Si riferisce alla nostalgia della «casa» (in senso di contesto) che si può provare pur essendo a casa. Albrecht lavora con gli abitanti di una regione mineraria dell’Australia in cui le miniere occupano sempre più spazio. Il filosofo ha studiato chi, a dispetto di un paesaggio che cambia al punto da diventare irriconoscibile, continua a vivere in un determinato posto. La solastalgia può essere causata da fattori diversi, dalle guerre o da cambiamenti dettati dalla natura, come incendi, uragani o alluvioni. Questo concetto mi permette di combinare la riflessione sul paesaggio con quella identitaria: a quale posto appartengo? cosa è la mia casa? se il paesaggio cambia rapidamente, quali sono gli effetti sull’identità? Dunque, si ama una cosa che domani non ci sarà più, perché stravolta? È un concetto collegato al lutto ecologico come lo intende Panu Pihkala. E non mi riferisco solo al dispiacere per lo scioglimento dei ghiacciai in Islanda, ma anche alle piccole cose che accadono intorno a noi. La sua arte è una forma di attivismo? A volte me lo chiedono, ed è una domanda difficile. Spesso ci si immagina gli attivisti come persone che marciano per strada reggendo manifesti e scandendo slogan. Ma c’è anche l’approccio degli artisti, che cercano di stimolare a una riflessione in modo più morbido. Non so se possiamo chiamarlo attivismo, ma è un modo di esprimersi. Come ha trovato la scena artistica svizzera? Ho trovato una scena artistica molto stratificata: alle importanti istituzioni museali del Paese si affianca una vivace scena off, con collettivi e comunità alternativi. Inoltre, c’è un mercato dell’arte più strutturato di quello dei Paesi Bassi.
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CONSIGLI
Piante d’appartamento
ta oppure vengono riportate informazioni di base sull’etichetta. A cosa bisogna prestare attenzione nelle famiglie con animali e bambini piccoli? La maggior parte delle piante tropicali è velenosa per i gatti, i cani e anche per gli esseri umani. È quindi opportuno collocarle sempre fuori dalla portata di animali e bambini piccoli. Chi vuole stare tranquillo, fa bene ad acquistare piante da appartamento non tossiche. Tra queste figurano, ad esempio, il falangio, la felce a nido d’uccello, la palma di canna dorata, la pianta UFO o la Calathea. Devo rinvasare le nuove piante? Sì. «Le piante vengono vendute dalla produzione come prodotto grezzo e hanno bisogno di un vaso più grande con terriccio fresco», spiega Goppelt. Spesso, infatti, al momento dell’acquisto le piante si trovano in un vaso con il cosiddetto terriccio da semina. È polveroso e, se si aggiunge dell’acqua, forma dei grumi. Questo può causare la putrefazione delle radici. Di quale tipo di terriccio hanno bisogno le piante da appartamento? Un buon terriccio per piante da appartamento dalla struttura soffice. Di solito contiene fibre di legno, pomice e argilla espansa frantumata. In questo modo le radici possono respirare bene. «Un’alternativa è un substrato minerale», afferma Raffaela Goppelt.
Ecco cosa piace alle piante d’appartamento Aggiungono colore, calma e un’atmosfera accogliente a qualsiasi ambiente. A cosa prestare attenzione al momento dell’acquisto e come prendersene cura nel modo giusto.
Immagini: Adobe Stock
Testo: Barbara Scherer
Come faccio a scegliere la giusta pianta d’appartamento? «È importante che sia la pianta ad adattarsi all’ambiente e non il contrario», afferma Raffaela Goppelt, collaboratrice della start-up svizzera Feey, specializzata in piante da appartamento, con sede a Uzwil (SG). Se l’angolo della stanza è luminoso ed esposto alla luce diretta del sole, è il posto giusto per una pianta che ama proprio queste condizioni. Sull’etichetta apposta sul vaso è spesso indicato di quanta luce e acqua ha bisogno una pianta. Al momento dell’acquisto, assicurarsi che le foglie siano sane e vigorose e che non presentino macchie. Inoltre, sulla pianta non devono esserci parassiti. Le radici dovrebbero inoltre essere dure: se non sono visibili, solleva leggermente la pianta; le radici molli possono indicare che la pianta sta marcendo. Qual è la pianta migliore per i principianti? È importante che le piante da appartamento per principianti siano facili da curare e tollerino errori come un’irrigazione eccessiva. Tra le piante adatte
ci sono, ad esempio, la sansevieria, la zamioculcas, il potus, l’aglaonema e il falangio: tutte molto resistenti e bisognose di poche cure. E quale pianta è ideale per i più esperti? La Calathea, l’Alocasia, le felci o le varietà multicolore come la Monstera deliciosa variegata richiedono invece condizioni costanti e una maggiore attenzione. Anche gli alberi di bonsai sono difficili da mantenere. Devono essere potati regolarmente e richiedono molte cure. Qual è il posto migliore dove mettere le piante da appartamento? La regola di base è posizionarle il più vicino possibile a una finestra. Ciò significa a una distanza massima compresa tra 1 e 1,5 metri da essa. Le piante non dovrebbero essere esposte a correnti d’aria né al sole cocente di mezzogiorno. «Ogni pianta ha le sue preferenze», afferma Goppelt. Nella maggior parte dei negozi, al momento dell’acquisto viene fornita una descrizione dettagliata della pian-
Qual è il modo migliore per prendersi cura delle piante da appartamento? Le foglie secche possono essere semplicemente strappate o tagliate. Spolverare regolarmente le foglie aiuta le piante nella fotosintesi. «Ma la cosa più importante, ovviamente, è annaffiarle nel modo giusto», afferma Goppelt. L’errore più comune è usare troppa acqua. A quel punto nel vaso si forma ristagno d’acqua e le radici muoiono. Per controllare se serve acqua, infila il dito nel terriccio per circa 3-4 centimetri, poi innaffia la pianta solo se il terriccio in quel punto è asciutto e si sbriciola al tocco del dito. In estate, inoltre, la maggior parte delle piante da appartamento ha bisogno di più acqua rispetto all’inverno. Durante la fase di crescita, da marzo a settembre, le piante necessitano di concime liquido ogni 2-4 settimane oppure di un concime a lento rilascio ogni 3 mesi. Come faccio a capire di cosa ha bisogno la pianta? Un segno che c’è troppa acqua sono le foglie gialle. Le punte marroni delle foglie indicano che l’aria è troppo secca. Se le foglie sono flosce, ciò indica una carenza d’acqua o che le radici stanno marcendo. «Se le foglie diventano piccole e pallide, significa che alla pianta manca la luce», afferma l’esperta Goppelt. Per il benessere delle piante
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Come si scrive un bestseller?
Letteratura ◆ Charles Lewinsky e Nelio Biedermann, due scrittori elvetici di grande successo a confronto Jörg Marquardt, introduzione Simona Sala
Un libro che è diventato un caso letterario quasi seduta stante: Lázár, secondo romanzo del giovanissimo Nelio Biedermann (classe 2003), è oggetto di contesa sin dalla sua apparizione. Sette case editrici si sono battute per comprarne i diritti (l’ha spuntata la Rowohlt di Berlino) e venti Paesi se ne sono assicurati i diritti di traduzione, catapultando il giovane zurighese nell’olimpo della letteratura mondiale in un batter d’occhio. Come spesso accade in questi casi, la critica si è spaccata in due, suddividendosi tra chi individua nello studente di germanistica e scienze cinematografiche la nuova voce della letteratura in lingua tedesca per eccellenza, e chi invece imputa il suo successo a una ottima strategia di marketing. Lázár, 336 pagine, che in settembre uscirà anche in italiano per i tipi di Guanda, ripercorre le vicende del ramo ungherese della famiglia dello stesso Biedermann, invitando il lettore a un viaggio generazionale che inizia agli albori del 900. Gli antenati dell’autore, infatti, appartenevano a quella nobiltà ungherese che permetteva loro di vivere in un castello nel bosco circondati dalla servitù, impegnati ad amministrare terre. La discesa vorticosa – e inattesa – negli abissi delle guerre e della statalizzazione, che interessò in modo importante l’Ungheria, spinse, negli anni Cinquanta, la famiglia di Biedermann a cercare rifugio in Svizzera. Nella prima parte del romanzo al giovane autore riesce la creazione di un mondo quasi incantato, dove mistero e realtà si intrecciano contaminandosi, restituendo al lettore, grazie a una scrittura di ampio respiro, un affresco che sa di grande Weltliteratur, dandogli l’impressione di leggere un classico. E forse è in questa caratteristica che risiede il segreto di un tale successo. Poiché la letteratura elvetica negli ultimi anni è riuscita spesso a fare parlare di sé (non dimentichiamo Joël Dicker o Kim de l’Horizon), Jörg Marquardt ha fatto incontrare il giovane Nelio Biedermann con Charles Lewinsky (classe 1946), autore a sua volta di un capolavoro di successo come La fortuna dei Meijer (Einaudi), dove, di nuovo, si ripercorre la storia delle generazioni di una famiglia (questa volta svizzera e di fede ebraica) che si interseca con quella di un Paese. Charles Lewinsky e Nelio Biedermann, siete entrambi scrittori di successo e vivete entrambi a Zurigo. Quanto vi conoscete? Charles Lewinsky: Abbiamo lo stesso agente. Vale come parentela? Nelio Biedermann: Quasi! Personalmente, però, non ci eravamo mai incontrati. Nelio Biedermann, lei è appena tornato da Parigi, cosa ha fatto in Francia? NB: Ho soprattutto rilasciato interviste, perché questo mese il mio romanzo esce in francese. Sono in tournée da circa un anno, dapprima Svizzera e Germania, poi USA e Austria. Andrà avanti così fino in gennaio. Vi piace partecipare ai reading? NB: Di per sé, sì, a patto che gli appuntamenti non diventino troppi. Mi piace soprattutto andare ai festival insieme ad altre autrici e autori.
CL: Noi ci caliamo nei nostri personaggi. Una volta mia moglie si è infastidita perché ha visto che, mentre scrivevo, continuavo a passarmi il braccio sul viso, ora a sinistra, ora a destra. In realtà volevo solo ricreare la frase: «Chanele si stringe il braccio alla testa». NB: Sono movimenti che faccio anche io! Cerco di immaginarmi esattamente come sta in piedi un personaggio o quale gamba accavalli sull’altra. Per il lettore magari ha poca importanza, per me invece no. CL: Un cattivo libro si riconosce dalle frasi stereotipate e dalle parole prevedibili. A quel punto è chiaro: l’autore non ha lavorato di immaginazione, ma ha semplicemente seguito la lingua nella sua forma classica.
Due autori svizzeri di grande successo, Charles Lewinsky e Nelio Biedermann. (Michael Sieber)
Così poi non devo andare in giro da solo in una città sconosciuta. CL: Se devo essere sincero, preferisco scrivere che leggere i miei libri in pubblico. Ogni reading mi costa due giorni di lavoro, un prezzo alto per un pubblico di 50 persone. Ma è bello quando la gente ascolta. Se posso darti un consiglio, Nelio, accetta le domande del pubblico solo a metà della lettura: così è più facile concludere! Qual è stata l’esperienza più bizzarra vissuta durante una lettura pubblica? CL: Una volta, a Lubecca, una donna si è alzata in piedi e ha detto: «Volevo solo dirle che il suo libro fa schifo». Il libraio si è poi scusato con me: «Avrei dovuto avvertirla, lo fa sempre. D’altronde, scrive anche lei». NB: Non mi è mai successa una cosa così estrema. Però è già successo che qualcuno affermasse di avere avuto problemi con il mio libro – senza però specificare quali. Come gestite queste critiche? NB: A un certo punto si sviluppa una certa rilassatezza. CL: Inoltre, siamo entrambi nella fortunata posizione di non dover tenere letture per motivi economici, soprattutto dopo un successo come quello di Lázár. Molti autori, invece, vivono dei compensi che ricevono per le letture.
è necessaria anche una buona casa editrice, il libro deve essere preso in considerazione, bisogna azzeccare il momento esatto – e, naturalmente, serve anche un po’ di fortuna. Come si scrive un bestseller? CL: Se lo si sapesse, lo si potrebbe fare. Il libro deve cogliere lo spirito del tempo, essere convincente dal punto di vista letterario e uscire al momento giusto; solo così potrà avere successo Quando si è reso conto che Lázár era diventato un caso? NB: C’è voluto un po’ di tempo. Anche dopo la vendita dei diritti a venti Paesi, ancora pensavo: bello, ma non per forza significa che la gente leggerà il libro. Un momento chiave è stato sicuramente il primo ritratto sul giornale «Die Zeit». L’ho comprato al chiosco a Zurigo e, una volta sul tram, mi sono letto l’articolo con la mia foto in formato gigante. Era tutto molto surreale.
Prova invidia per il successo del bestseller di Biedermann? CL: No, al contrario, per me è stato un vantaggio affermarmi tardi come scrittore. Avevo sessant’anni ed ero già nonno quando La fortuna dei Meijer diventò un bestseller. A quell’età si è maturi a sufficienza per non Iasciarsi travolgere.
Come ha imparato il mestiere? NB: Dapprima attraverso l’imitazione. A sedici anni ho cominciato a scrivere racconti imitando lo stile dei miei autori preferiti. A un certo punto, dopo due o tre anni, piano piano ho trovato la mia voce. L’importante è essere costanti giorno dopo giorno. CL: La scuola di scrittura più dura per me è iniziata quando me ne sono andato dalla televisione e sono diventato un autore. All’epoca dovevo scrivere ciò che mi chiedevano le riviste, ad esempio racconti gialli della lunghezza di una pagina: otto cartelle. Ogni giorno scrivevo una storia nuova, spesso cambiando stile. Ci ho vissuto per due anni – imparando molte cose.
È preoccupato per il suo giovane collega? CL: No, no, un amico comune mi ha assicurato che Nelio non si lascerà travolgere. Vi sono però dei casi in cui si insegue il successo per una vita, e ciò finisce per essere distruttivo. NB: Sono consapevole che un successo del genere sia possibile solo per un concorso di diverse circostanze. Non basta scrivere un buon libro,
Come vi piace scrivere? CL: Sempre nello stesso posto e alla stessa ora. Inizio alle nove in punto e lavoro fino alle 11.45. Poi cucino e mangio, mi sdraio per mezz’ora, bevo un caffè e ricomincio a scrivere alle 14 in punto. E questo sette giorni alla settimana… molto piccolo borghese. NB: Scrivo ogni giorno, ma non a orari fissi. Dipende da quando ho
tempo. Questa flessibilità mi è molto utile, perché sono spesso in viaggio. Cosa vi concedete quando scrivete? CL: Quando sono nel flusso creativo è un momento fantastico, e non ho bisogno di concessioni. NB: Nel migliore dei casi non ho alcuna voglia di interrompere… CL: Vogliamo svelare il nostro sporco segreto? Prego… CL: Scrivere ci diverte! Molti autori affermano di soffrire. NB: Le due cose non si escludono. Scrivere può essere difficile e impegnativo – un po’ come lo sport. Eppure è incredibilmente arricchente. CL: È come quando si fa una scalata: chi vuole salire in cima deve prendere in considerazione il mal di muscoli. Entrambi vi siete cimentati nel romanzo storico. È più facile scrivere del passato? NB: Credo di sì. Il passato ha il vantaggio di essere chiuso. Le linee generali sono definite e c’è un rischio minore che la prospettiva cambi improvvisamente, questo infonde una certa sicurezza. CL: Per me è anche una questione di età: non ho la minima idea di come parlino i giovani di oggi. Se scrivo del passato, posso inventarmi un linguaggio, purché risulti credibile. Quale grado di libertà letteraria è consentito rispetto al passato? CL: Esistono dei confini chiari. Me ne sono accorto quando ho scritto il romanzo Gerron, il cui protagonista è un attore ebreo durante il periodo nazista. Sono riuscito a scrivere del ghetto di Theresienstadt, anche se è stato doloroso. Di Auschwitz invece, non avrei potuto scrivere, impossibile. È successo anche a lei, Nelio Biedermann? NB: Sì, mi sono sentito responsabile rispetto alle storie e alle persone. In particolare nei difficili capitoli sulla deportazione degli ebrei ungheresi ho fatto molta attenzione al tono e ho fatto delle omissioni.
Ciò sa un po’ di IA. Avete paura di diventare superflui? CL: No, non ci dobbiamo preoccupare. Attraverso ogni libro tentiamo qualcosa di nuovo e inventiamo una nuova lingua – l’IA questo non lo può fare. Usate l’IA nei vostri libri? NB: Di tanto in tanto per qualche ricerca superficiale, ma non per scrivere. CL: Io la uso spesso, ma con delle regole molto chiare. Non può propormi formulazioni. E mi deve dare del lei. Nelio Biedermann, lei scrive a mano, perché? NB: Il mio primo libro l’ho scritto sul computer. Ogni volta che mi bloccavo, però, riuscivo ad andare avanti solo scrivendo a mano. Da allora, scrivere a mano fa parte del mio processo creativo. CL: E riesci a decifrare la tua scrittura? NB: Sì, ma solo io. Questo è pratico, perché posso lasciare il manoscritto ovunque. «Lo scrittore non teme nulla più della felicità», afferma il narratore in Lázár. Condivide questa affermazione? NB: Perché dovrei temere la felicità personale? Resta un fatto che è veramente difficile scrivere di persone felici: c’è troppo poco da raccontare. CL: Non si possono confondere gli autori con i loro libri! Con mia grande vergogna, devo ammettere di essere una persona felice. Sto con la stessa donna da 60 anni, ho due figli che mi piacciono e mi godo i miei nipoti. Questo però non significa che i miei personaggi debbano per forza essere felici. NB: Credo che si scriva meglio quando si sta bene e non si è tormentati dalle preoccupazioni. Quali sono i vostri prossimi traguardi? CL: Dal mio cinquantesimo compleanno ogni dieci anni i miei figli mi regalano una foto di loro incorniciata, la più recente l’ho ricevuta per i miei 80 anni. Mi piacerebbe appenderne un’altra! NB: Grazie a Lázár ho già raggiunto molti dei traguardi che mi ero messo per i prossimi 20, 30 anni. Il mio traguardo più importante è di rimanere fedele a me stesso e di scrivere solo di ciò che mi sembra giusto. La scrittura è senza dubbio al primo posto. CL: Prima o poi si trova il proprio compagno di vita, e a quel punto la scrittura passa in secondo piano.
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Anno LXXXIX 19 agosto 2026
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CULTURA / RUBRICHE
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Battibecchi
di Giulio Mozzi
Azzurra e Bianca ◆
Salgo sul regionale. Trovo un posto. Davanti a me ci sono due donne sui cinquanta, una con una camicia bianca e una con una camicia azzurra. Tutte e due hanno il telefono in mano, lo guardano. Tiro fuori dalla borsa Ritratto in piedi, di Gianna Manzini. Il segnalibro è a pagina 189. Comincio a leggere: «Non doveva capitarmi. Non doveva». Bianca ficca il telefono nella borsetta, con un gesto esasperato. Azzurra alza gli occhi. «Capisci?», dice Bianca. «Mi ha tradita. Con una ragazzetta. La ha messa incinta. Ha pure riconosciuto il figlio. Non mi ha detto niente. Per quattro anni. E poi è morto. Ho scoperto tutto solo perché quella puttana è venuta da me a reclamare l’eredità». «Non è una puttana», dice Azzurra. «È una donna che si è lasciata illudere. Che ha perso l’uomo che amava. Che vuole assicurare un futuro a suo figlio».
«Suo figlio», dice Bianca. «Lo ha pure portato in udienza. Non fa altro che frignare». «È un bambino», dice Azzurra. «Ma mi odia già», dice Bianca. «Lei gliel’ha insegnato. Sono sicura». «Senti», dice Azzurra. «Lasciamo stare». «Come vuoi», dice Bianca. «Lavatene le mani». Mette su una faccia sostenuta, guarda nel corridoio tra i sedili. Azzurra apre la bocca, la chiude, torna a guardare il telefono. Io continuo a leggere: «Sia pure in maniera ottusa, l’avevo sentito che, raccontando la storia di lui, sarei arrivata a questo punto…». Prima o poi su questa storia dovrò scrivere un libro», dice Bianca, sempre guardando altrove. «Così poi lei ti fa causa», dice Azzurra. «Ma no», dice Bianca. «E per cosa? Io racconterei solo la verità». «Se racconti la verità, ma comunque le procuri un danno di qualun-
que tipo», dice Azzurra, «anche solo un danno psicologico, può farti una causa civile». «Cambio i nomi», dice Bianca. «Metto che tutto è successo in un’altra città. Se mi fa causa, è come se dicesse: “Sono io, quella puttana là”. Quindi non le conviene. E poi così rovinerebbe la vita a suo figlio». «Adesso ti preoccupi, del figlio», dice Azzurra. «A me un figlio non me l’ha mai dato, Alberto», dice Bianca. «Non me lo ha mai voluto dare». «Stai dicendo che vorresti portarle via il figlio?», dice Azzurra. «Una puttana non può essere una buona madre», dice Bianca. «Non ti facevo così stronza», dice Azzurra. «Ah», dice Bianca, «adesso la stronza sono io?». «Lasciamo stare», dice Azzurra. «Non ne posso più». «Come vuoi», dice Bianca. Io continuo a leggere:
«…in una zona d’ombra lavorata da un tarlo che, risalendo dal profondo, a lungo, a lungo mi aveva incalzata, sgretolando». «Questa storia mi sta sgretolando», dice Bianca. «Non puoi fare la guerra al mondo», dice Azzurra. «Tuo marito ha avuto un figlio con una, e a questo figlio spetta la sua parte di eredità. È la legge. Con tuo marito non puoi prendertela: non c’è più. Col bambino neanche: davvero non c’entra niente. E anche lei, in fondo…». «È una puttana», dice Bianca. «Ti ricordi Luigi?», dice Azzurra. «Che c’entra Luigi?», dice Bianca. «Sei stata con lui tre anni», dice Azzurra. «Ed era sposato». «Non mi sono fatta mettere incinta», dice Bianca. «Guarda che non sono smemorata», dice Azzurra. «Ma sì, lo so, lo so, una volta l’ho detto», dice Bianca, «una volta te l’ho detto che forse se fossi rimasta
incinta lui avrebbe piantato la moglie. Una volta. L’ho detto. Ero pazza di lui. Avevo ventun anni. Non capivo un cazzo». «Ecco», dice Azzurra. «Eri come la ragazzetta di tuo marito». «Prima stronza», dice Bianca, «e adesso puttana». «Uffa», dice Azzurra. «Quello che non capisci», dice Bianca, «è che casa mia, la mia casa, dove vivo da venticinque anni, per metà sarà di proprietà di quella là». «Del figlio», dice Azzurra. «Che per quindici anni ancora sarà minorenne», dice Bianca. «Quindi la proprietaria sarà lei, di fatto. Farà di tutto per buttarmi fuori». «Signore», dico. Le due donne mi guardano. «Sono uno scrittore», dico. «Non vi ho ascoltate apposta: sono qui, era impossibile non sentirvi. Non vi disturberà, suppongo, se con questo vostro battibecco ci faccio un raccontino».
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Pop Cult
di Benedicta Froelich
Dall’online all’offline: la silenziosa sparizione degli archivi web ◆
Fin dagli albori commerciali di internet, nella seconda metà degli anni 90, le cosiddette «pagine digitali» che ne costituiscono spina dorsale e ragion d’essere hanno visto uno sviluppo a dir poco vertiginoso, passando da poche centinaia di siti web al miliardo e mezzo oggi disponibile online. E sebbene ciò appaia come un fenomeno assolutamente naturale e logico, allo stesso tempo nasconde, purtroppo, una realtà nascosta, di cui pochi sono consapevoli: ovvero, la sparizione progressiva e inarrestabile di migliaia di webpages «minori», che vengono, senza alcun preavviso, rese inaccessibili per non essere mai più reperibili; si calcola infatti che in soli dieci anni (tra il 2013 e il 2023), il 38% dei siti web non sia più raggiungibile. Il problema è che la sparizione di un sito web non fa, per così dire, rumore: a differenza dei tristi
roghi di libri del passato, o delle moderne chiusure di biblioteche di piccole e medie dimensioni, la cancellazione dallo sterminato sottobosco del web di intere pagine passa perlopiù inosservata – almeno finché non ci si ritrova a ricercare una determinata notizia o risorsa, della quale si ha tuttora memoria, per scoprire che essa non è più disponibile. In fondo, è proprio con questo spirito che, nel lontano 2001, quando si stava gradualmente compiendo il passaggio dai siti web più «arcaici» a quelli apparentemente più moderni e funzionali, lo statunitense Brewster Kahle creò la Way Back Machine, una sorta di «macchina del tempo» che a tutt’oggi archivia milioni di pagine web non più disponibili online e rese di nuovo accessibili al pubblico tramite link situati su di un’apposita homepage. Ma se è vero che la Way Back
Machine ha da poco celebrato l’archiviazione della trilionesima pagina salvata dall’oblio digitale, è altrettanto innegabile come ogni giorno interi database vadano perduti – il più delle volte semplicemente a causa di motivazioni effimere, legate all’idea che tali risorse siano ormai «obsolete». Eppure, non occorre certo essere dei sociologi per rendersi conto che il valore di un archivio sta proprio nel fatto di costituire un’istantanea di uno specifico momento storico; perché, allora, decidere arbitrariamente cosa meriti di essere ricordato, e cosa sia invece più conveniente far sparire nel dimenticatoio? Ciò dà inevitabilmente adito al timore che possano essere soprattutto le correnti di pensiero più «scomode» o poco uniformabili al pensiero prevalente (per intenderci, quello promosso dagli organi di informazione approvati da ta-
luni governi non propriamente liberali) a subire gli effetti nefasti di tale selezione innaturale; il che, sebbene giustificabile nei casi di estremismo (ad esempio, di incitazione all’odio o alla discriminazione), in altri pone il problema dell’applicazione del diritto alla libertà d’espressione e opinione. Tuttavia, il vero problema di cui la maggior parte degli internauti sembra essere ignara è un altro – ovvero, il fatto che, come detto, la silenziosa e graduale sparizione non solo di documenti e pagine digitali, ma di interi siti web è destinata, per sua stessa natura, a passare pressoché inosservata; eppure, ciò non ne sminuisce in alcun modo la gravità, in quanto il fatto che tale epurazione sia invisibile agli occhi non la rende in alcun modo meno devastante del famigerato incendio della biblioteca di Alessandria. Anzi, in un’epoca come
la nostra, in cui le distanze sono state annullate dalla capillare diffusione di internet – e in cui, per molti versi, l’intero scibile umano è a portata di mouse per chiunque, indipendentemente dall’angolo di mondo in cui si trovi – tale perdita presenta, per certi versi, conseguenze e ripercussioni anche più gravi, in quanto priva un pubblico a dir poco sterminato dell’accesso a risorse un tempo considerate valide o meritevoli. Qualunque sia il motivo specifico dietro ogni rimozione, varrebbe la pena chiedersi se la facilità e frequenza con cui questo fenomeno si verifica siano semplicemente un sintomo della nostra odierna cultura «usa e getta» o, piuttosto, di una forma di selettività dell’informazione dalle implicazioni potenzialmente più gravi. Forse, solo il tempo saprà fornirci una risposta attendibile.
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Xenia
di Melania Mazzucco
Luan e il suo bisonte ◆
Circolano sulle autostrade (e sulle strade) d’Italia migliaia di mastodontici tir. Guidando le nostre scatolette di lamiera, minuscole al confronto, a volte malediciamo la colonna di mostri che ingombra la carreggiata di destra. Li guidano quasi al 100% autisti maschi. Issati nella cabina, a volte accompagnati da un secondo pilota, al volante per migliaia di chilometri. Indubbiamente inquinano, e sconquassano asfalto e viadotti, ma l’Italia fece la scelta scellerata di favorire il traffico e il commercio su gomma, e ne è tuttora dipendente. Quando anni fa i camionisti scioperarono, le merci smisero di affluire nei mercati e nei supermercati, e tutto si bloccò. Dunque in qualche modo sono lavoratori socialmente utili. Quando si usava ancora l’autostop mi hanno dato passaggi, ho condiviso qualche tappa dei loro itinerari.
Altri tempi. In questi ultimi anni, li ho solo sfiorati negli autogrill. Ho incontrato invece l’uomo che chiamerò Luan mentre eravamo fermi in Ticino, poco prima del tunnel del Gottardo. Non ricordo per quale ragione l’accesso fosse stato chiuso. Scendemmo tutti – brontolando – dai rispettivi mezzi. Io, da una Yaris maggiorenne, provata dal lungo viaggio (stavo andando a Zurigo per un semestre di insegnamento di letteratura italiana al Politecnico). Lui saltò giù dal predellino del suo mostro. S’accese una sigaretta, e poiché io non trovavo l’accendino, mi avvicinai. Trasportava prodotti farmaceutici. Aveva caricato in un magazzino dell’Emilia-Romagna, regione nella quale risiedeva, ed era diretto ad Hannover. Non era neanche a metà strada. Viaggiava solo. Mai avuto un incidente o un colpo di sonno. Il mio
– rivendicò – è il mestiere più bello del mondo. Nonostante la fatica, mentale e anche fisica, della guida. Nonostante gli imprevisti, gli inconvenienti, i guasti, i cantieri, i nubifragi, il costo del carburante, i litigi coi fornitori, i ritardi dei pagamenti. Ma era indipendente, poiché il mezzo era suo. Fra dieci anni, quando smetto, disse, lo piazzo nel pezzo di terra che mi sono comprato, sui colli di Modena, e lo trasformo in una casa mobile. Aveva quarantacinque anni e li dimostrava tutti. In Italia era arrivato, come migliaia di suoi connazionali, in gommone. L’Albania dista una settantina di chilometri dalla costa adriatica, e una notte del ’95, quasi al culmine dell’esodo silenzioso della sua gente, con una decina di compagni, tutti operai disoccupati, aveva pagato l’obolo a un’organizzazione e tentato la sorte. In Italia bastava entrare, poi le cose si sistemano
– fra sanatorie e condoni. Aveva ventitré anni, e la famiglia in un villaggio di montagna. Trovò subito lavoro nell’edilizia, come muratore. Ma aveva un carattere fumantino. Non tollerava rimproveri, frodi o soprusi. Se qualcuno alzava la voce, perdeva la testa. Una sera aveva litigato col caposquadra, e l’aveva accoltellato. In quegli anni il pregiudizio voleva non integrabili gli immigrati albanesi – nonostante fossero europei e mediterranei, spesso conoscitori della lingua e affascinati dalla cultura italiana, un popolo affine e legato al nostro da una tragica storia comune. Le albanesi, stigmatizzate (più di rado compiante) come vittime della tratta, gli albanesi maschi, violenti, pericolosi e potenziali criminali. Nel frattempo però Luan, incensurato, era diventato un immigrato con regolare permesso di soggiorno – ap-
prezzato sia nella sua comunità sia nella cittadina in cui aveva demolito tramezzi e restaurato case e alberghi –, sicché se la cavò con una condanna lieve. Nel cortile della prigione il camion frigo consegnava gli alimenti necessari a quell’alveare umano. Dalla cella, lui aveva osservato ogni manovra, e aveva invidiato l’autista. Quando uscì, si presentò a una ditta di traslochi e lo presero come sostituto. Tutta l’Europa ha attraversato, prima da secondo, poi da pilota – finché si è messo in proprio e ora la ditta di trasporti è sua. Secondo le statistiche, la comunità albanese è la seconda più numerosa, la più «mimetizzata» e con un’alta percentuale di successo. Dormo nelle piazzole, piscio al vento e mangio panini, mi disse Luan, sorridendo. Ma fra il carico e lo scarico sono solo e non ho nessun padrone. Il mio «bisonte» mi ha reso libero.
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Padellata di verdure e pollo all’asiatica Piatto principale Ingredienti per 4 persone
400 g di sminuzzato di pollo sale 4 cucchiai d’olio d’arachidi 1 busta di miscela di verdure Asia da 250 g 1½ cucchiaini d’amido di mais ca. 2 cucchiaini di sambal oelek ca. 3 cucchiai di salsa di soia 2 dl di brodo, ad es. di pollame ½ mazzetto di coriandolo, a piacimento
Spaghetti al tonno
1. Sala lo sminuzzato di pollo. Scalda la metà dell’olio in un wok o in un tegame bello ampio e rosola la carne in due porzioni per ca. 3 minuti alla volta.
Gli spaghetti di questa ricetta si preparano con il tonno in scatola. Un piatto facile e veloce, molto aromatico.
2. Toglila dal wok e tienila in caldo. Nel fondo di cottura cui aggiungi il resto dell’olio fai saltare la miscela di verdure Asia per ca. 2 minuti. Mescola l’amido con il sambal oelek e la salsa di soia, unisci il brodo e versa il tutto sulle verdure. Lascia sobbollire finché la salsa lega.
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Adrenalina ◆ Il britannico Neil Gilson sta attraversando a nuoto le principali distese d’acqua svizzere per raccogliere fondi e sensibilizzare sulla sindrome Pandas Moreno Invernizzi
Calcolatrice alla mano, fanno approssimativamente 3695 km. Da percorrere una bracciata dopo l’altra. L’obiettivo? Attraversare a nuoto i dieci principali laghi della Svizzera nella loro lunghezza. È la sfida che ha deciso di raccogliere Neil Gilson, un 40enne britannico (del North Devon) e cominciata proprio in Ticino, sul Lago Ceresio. Dove, una mattina di fine giugno 2025, è entrato in acqua a Porlezza poco prima delle 9 per uscirne 8 ore e 34 minuti, e soprattutto 30 chilometri e rotti di bracciate più tardi, ad Agno poco prima delle 17.30. Impiegando dunque quasi un’ora meno del tempo record (9 ore e 25 minuti) stabilito nel 2024.
Alla fine avrà percorso 3695 km, un’impresa sportiva ma anche un modo per raccogliere fondi destinati a cause nobili Ma cosa ha spinto Neil Gilson a imbarcarsi in questa maratona dei laghi cominciata proprio in Ticino? Come si prepara la traversata di un lago? Quali sono i pericoli, e le sensazioni che si provano quando si è in mezzo al lago? Domande che abbiamo girato al diretto interessato, raggiunto Oltremanica dove, completate le prime quattro tappe della sua maratona personale, sta recuperando le energie in attesa di riprendere il discorso là dove l’aveva interrotto per portarlo a termine. Ripartendo ancora dal Ticino: la prossima tappa della maratona dei laghi lo dovrebbe infatti vedere impegnato sull’altra grande distesa blu del Ticino: il Lago Maggiore. Iniziamo la nostra chiacchierata con… le presentazioni: chi è Neil Gilson? «Da sportivo, ho sempre praticato il nuoto, in piscina. E ho continuato a praticarlo anche dopo, quando mi sono ritirato dalle competizioni. Quando a mio figlio Jack, che allora aveva due anni, è stata diagnosticata la sindrome Pandas (disturbi neuropsichiatrici autoimmuni pediatrici associati a infezioni streptococciche) volevo trovare un modo per aiutarlo. Dato che il nuoto è la cosa che so fare meglio, ho cercato di unire l’utile al dilettevole: mi sono appassionato al nuoto in acque libere, lanciandomi in diverse grandi imprese cercando di abbinarle a raccolte fondi o campagne di sponsorizzazione, per poi devolvere in beneficenza i proventi ad associazioni quali Pandas UK e The Brain Charity». Tutto comincia nella «piscina» di casa: «Una delle mie prime imprese è stata la traversata del canale di Bristol, che collega il Galles al North Devon, dove vivo». Scaldati i motori,
Il passaggio di Neil Gilson a Morcote.
Neil Gilson rilancia: nel 2023 eccolo sbarcare a Ginevra con l’obiettivo di attraversare il Lemano. Ovviamente nella sua lunghezza, pari a 72 km. «Quando nuoti una grande distanza, è importante trovare una sintonia col contesto in cui ti trovi. A Ginevra, invece, ci ero stato diverse volte in vacanza, da bambino, e ogni volta che guardavo il Lemano mi affascinava la sua vastità. Così mi è sembrato naturale sceglierlo come sfondo per una mia nuova impresa: nuotando, avrei potuto ripensare alle mie vacanze di gioventù con la mia famiglia, quando soggiornavamo in uno chalet da quelle parti». Il primo tentativo non va però a buon fine: «Complice la temperatura troppo bassa dell’acqua, dopo tre quarti del percorso ho accusato un principio di ipotermia, per cui ho deciso di desistere». Ma è solo un arrivederci: un anno dopo ci riprova, ancora più motivato e meglio preparato. E stavolta l’impresa gli riesce, a tempo di record per giunta: 22 ore e 9 minuti, contro il precedente primato di 22 ore e 42 minuti risalente al 1986. «Quell’impresa mi ha permesso di stringere un
ottimo rapporto con la locale società di nuoto con la quale abbiamo pensato a quale potesse essere un progetto da portare avanti congiuntamente. Ed è così che è nata l’idea della maratona dei laghi rossocrociati: desideravo veramente fare qualcosa in Svizzera, perché adoro il suo panorama, che non ha eguali nel mondo. Qui è tutto così vicino, dalle montagne ai laghi, ed è tutto così incantevole…».
«Adoro i panorami elvetici, non hanno eguali nel mondo. Qui è tutto così vicino, dalle montagne ai laghi, e così incantevole» La challenge è cominciata ufficialmente il 24 giugno dell’anno scorso dal Ticino: «Negli scorsi anni ero venuto diverse volte in Ticino, anche perché quando ero a Ginevra per le due traversate avevo conosciuto diversi luganesi. Per cui mi sembrava bello poter iniziare da qui il mio progetto sportivo, per poi chiuderlo, nell’estate del 2026, con una nuova traversata del Lemano. A Ginevra ci voglio torna-
re per godermi fino in fondo quell’ultima traversata, nuotando a cuor leggero, dopo che per gran parte della prima traversata completata ho dovuto convivere con la paura di rischiare un’altra volta l’ipotermia…». Archiviata la prima delle tue tappe ticinesi della sua maratona dei laghi (con tanto di tempo record, come detto in apertura), Neil Gilson lo scorso luglio ha completato la traversata del Lago di Costanza, 62 km portati a termine pure a tempo di record. Quali sensazioni hai provato durante la traversata del Ceresio? «La nuotata era stata programmata di giorno, e ricordo che quel giorno di fine giugno faceva parecchio caldo, oltre i 35 gradi, con la temperatura dell’acqua che raggiungeva i 27 gradi. Non è stato il massimo nuotare in quelle condizioni, anche perché ero febbricitante. Avevo paura di disidratarmi… Ma è stato bellissimo: è stupendo nuotare in un lago con le montagne tutt’attorno che sembrano tuffarsi in acqua! Il Lago di Costanza, per contro, era molto più fresco, ma lì ho dovuto fare i conti con correnti molto più forti».
La prima parte della sua maratona, Neil Gilson l’ha poi chiusa con una sfida nella sfida: la traversata di due laghi in meno di una settimana, tra il 15 e il 21 agosto 2025. Detto e fatto: domati pure i laghi di Neuchâtel (37 km) e Bienne (15 km), il suo tour de Suisse lacustre è poi ripreso quest’anno, ricominciando ancora dal Ticino, e più precisamente dal Lago Maggiore (61,8 km nuotati in 17 ore e 14 minuti). Sono poi seguite le traversate del Lago di Zurigo (37 km in 10 ore e 15 minuti), Zugo (12,7 km in 3 ore e 13 minuti), quello dei Quattro Cantoni (34 km in 9 ore e 6 minuti) e Thun (16,1 km). Il gran finale sarà l’attraversamento del Lago Lemano, per una distanza pari a 72 km, in calendario a fine agosto (il cui primato mondiale attuale è di 22 ore e 9 minuti). Informazioni Per conoscere nel dettaglio il progetto di Neil Gilson, è possibile consultare il sito internet www.givewheel.com/ fundraising/8194/ legend_of_the_lakes/
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Santo Domingo e cinque secoli a passo di bachata Reportage ◆ Nella Ciudad Colonial la musica di strada, le partite a domino e la vita di quartiere continuano ad animare uno dei centri storici più affascinanti dei Caraibi Luigi Baldelli, testo e foto
Il piccolo complessino di pensionati cerca di raccogliere qualche pesos suonando una bachata per i gruppi di visitatori che scendono dalle grandi navi da crociera. Poco oltre una ragazza di 15 anni, vestita con uno sfarzoso abito azzurro da cerimonia, si fa fotografare per la sua festa della quinceanera, la tradizionale celebrazione che tutte le ragazze fanno per il loro quindicesimo compleanno. Altri turisti riempiono i tavoli dei bar all’aperto che circondano il Parque Colón il cuore della Ciudad Colonial o centro storico di Santo Domingo. Il tutto sotto lo sguardo di Cristoforo Colombo, la cui imponente statua si staglia al centro della piazza. La zona Colonial, la parte più antica di Santo Domingo, racchiude più di 500 anni di storia ed oggi è rimasto il più antico insediamento europeo permanentemente abitato delle Americhe. Fondata inizialmente nel 1498 da Bartolomeo Colombo, fratello di Cristoforo, sulla riva orientale del fiume Ozama, dopo un violento uragano fu ricostruita nel 1502 sulla riva occidentale del fiume dal governatore Nicolás de Ovanto. Per tutto il periodo delle colonie spagnole la Isla de la Hispaniola, (oggi divisa tra Repubblica Dominicana e Haiti) è stata il punto di partenza delle navi iberiche per le conquiste e i commerci in Centro e Sud America. E la Ciudad Colonial, con la sua piazza principale Parque Colón dove si affacciavano la cattedrale di Santa Maria la Menor, la più antica del Nuovo Mondo, gli storici palazzi governativi e quelli dei nobili e con le sue strade a scacchiera, divenne l’esempio e il modello urbanistico per la costruzione di tutte le altre città coloniali delle Americhe. Dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 1990, il centro di Santo Domingo è un susseguirsi di luoghi storici, musei e antiche chiese.
Dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO, la Ciudad Colonial conserva il più antico insediamento europeo stabilmente abitato delle Americhe Camminando per le stradine si costeggiano palazzi dall’architettura coloniale spagnola, con piccoli balconi adorni di fucsie, il tipico fiore dell’isola. E ci si può riposare nei giardini al centro delle piazzette che ogni tanto si incontrano lungo il cammino. Perché i luoghi da visitare non sono pochi. C’è la Calle Las Damas, la strada pavimentata con grosse pietre che fu la prima via della città e che deve il suo nome, secondo la leggenda, al fatto che vi passeggiavano le nobildonne. Una vecchia lapide sul muro ci ricorda che questa strada di pietra è stata percorsa da secoli di storia. E sempre su questa strada si trova la più antica fortezza delle Americhe, la Fortezza Ozama, affacciata sul fiume da cui prende il nome. Le alte e spesse mura fanno da cornice al grande giardino, mentre proprio di fronte all’entrata, si staglia la vera e propria Fortezza, che ha difeso la città dall’assalto dei pirati e delle altre potenze coloniali dell’epoca. Una giovane coppia di sposi si fa fotografare con il Mar dei Caraibi alle spalle, mentre un gruppo di turisti americani con la pelle bruciata dal sole, cerca riparo al fresco del museo. E così, dopo una breve sosta si può riprendere il viaggio in questo cuore pulsante e storico della capitale Santo Domingo. Un
viaggio che non deve avere per forza un tragitto definito. Basta camminare e sicuramente si arriva in un luogo storico e affascinante. Come il Panteón Nacional, una ex chiesa dei gesuiti del 1700 che oggi ospita le spoglie degli eroi nazionali e al centro della cui navata arde la fiamma eterna. Un cadetto militare in alta uniforme è fermo immobile all’entrata, nonostante il caldo opprimente. Il sudore gli imperla la fronte, ma rimane impassibile, anche di fronte alle molteplici fotografie che gli scattano i turisti. La Ciudad Colonial è una vera attrazione, dove storia, cultura e tradizione dominicana si incrociano di con-
tinuo. Dai numerosi negozi di souvenir esce immancabilmente la musica della bachata o del merengue mentre le tipiche ed eleganti carrozze bianche che portavano a spasso i visitatori, oggi, con le nuove disposizioni, hanno sostituito i cavalli con il motore elettrico. Mi fermo a parlare con Xavier, 50 anni, cappello di paglia in testa e camicia a fiori. È all’angolo del Museo de las Casas Reales in attesa di qualche turista che decida di fare un giro sulla sua carrozza. «Ma certo, il fascino delle carrozze trainate dai cavalli era imbattibile, mi dice mentre si accarezza i baffi neri, ma con questo clima, con questo caldo, bisognava tutelare il be-
nessere degli animali». Stava per aggiungere qualcos’altro, ma una coppia di inglesi gli ha chiesto di essere portata a fare un tour della Ciudad, così mi ha salutato sventolando il cappello. Sulla piazza davanti al Museo della Casas Reales una statua di un toro stilizzato dà il benvenuto ai visitatori, insieme a un altro primato della Ciudad Colonial: il primo orologio solare delle Americhe. Una colonna bianca con alla sommità un semicerchio e la cui ombra proiettata sul pavimento indica l’ora. Una leggera brezza marina porta sollievo qui sui bastioni delle vecchie mura di fronte al museo, lontano si sente il rumore del traffico e allora vale la pena sedersi un po’ nei giardini della Plaza de España, che è proprio lì accanto e ammirare l’evoluzione di alcuni ragazzi con lo skateboard. Una anziana signora porta a passeggio la nipote, mentre un gruppo di amici gioca a domino su un vecchio tavolo, accompagnando ogni giocata con urla e rumorose risate. Mi avvicino e in modo naturale iniziano a parlarmi. Sono tutti nati qui, nel centro storico e mi raccontano di come fosse diversa la Ciudad Colonial, quando non c’erano tutti questi visitatori, quando ancora tutti si conoscevano e il turismo non aveva preso il sopravvento sulla vita quotidiana. «Era come vivere in un vecchio pueblito (paesino), mi racconta uno di loro, in questa piaz-
za venivamo a giocare a calcio da piccoli e poi, da grandi, ognuno di noi ha passeggiato qui con la sua fidanzata», racconta Oscar, capelli bianchi e uno sguardo allegro, mentre indica tutto intorno. Gli fa eco Francisco, che aggiunge: «vero, era tutto molto diverso, ma è anche giusto che il mondo intero si possa godere le bellezze e la storia della nostra città». Li lascio al loro gioco e vado di nuovo verso il Parque Colón, ma prima mi fermo ad ammirare la bellezza della Casa del Cordón e del Monastero di San Francisco. Nel girovagare tra vicoli e palazzi storici, finisco in un piccolo parco vicino alla Casa del Tostado, anche lei con il suo primato: costruita nel 1520 è famosa per la sua rara e bellissima finestra gotica gemina (doppia), l’unica rimasta di questo tipo in tutte le Americhe. All’interno del parco invece sono sparse delle bancarelle di un mercato di artigianato locale. Una di queste vende ciondoli e monili d’argento. La ragazza da dietro il tavolo mi invita a provarne alcuni e poi mi dice che sono fortunato ad aver visitato la Ciudad Colonial e la Repubblica Dominicana, «perché è un’isola felice come diceva Cristoforo Colombo: il paradiso più bello mai visto dagli occhi umani». Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica
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Preparazione
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Dessert Ingredienti per 6 persone
1. Scaldate il forno statico a 200 °C. Srotolate la pasta. Fate un’incisione tutt’intorno a circa 1 cm dal bordo, senza tagliare completamente la pasta. Bucherellate la pasta con una forchetta.
Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch
1 pasta sfoglia rotonda già spianata di 270 g 1 tuorlo per spennellare 60 g circa di zucchero 30 g di pistacchi 1 baccello di vaniglia 250 g di quark alla panna 250 g di quark magro 500 g di bacche miste, ad esempio fragole, ribes lamponi 2 rametti di menta
2. Spennellate il bordo con il tuorlo e cospargetelo con poco zucchero. 3. Cuocete la pasta sfoglia al centro del forno per circa 12 minuti, finché si dora. Sfornate e lasciate raffreddare. 4. Caramellate la metà dello zucchero. Aggiungete i pistacchi e mescolateli con il caramello. Versate subito il composto su un foglio di carta da forno e lasciate raffreddare. 5. Incidete il baccello di vaniglia per il lungo, estraete i semini raschiandoli e mescolateli con il quark e il resto dello zucchero. 6. Tritate i pistacchi caramellati. Dividete le fragole in quattro. 7. Distribuite la crema al quark sulla sfoglia, lasciando libero il bordo, poi distribuite le bacche. Cospargete con i pistacchi tritati e guarnite con le foglie di menta. Preparazione: circa 20 minuti; cottura in forno: circa 12 minuti; raffreddamento Per porzione: circa 12 g di proteine, 23 g di grassi, 35 g di carboidrati, 410 kcal
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TEMPO LIBERO
Un viaggio nell’ignoto a due passi da casa
Colpo critico ◆ Esplorazioni, capanne e corse in miniatura, in Dewan e Vroom dimostrano che anche un gioco da tavolo può cambiare il nostro modo di guardare il mondo Andrea Fazioli
Perché viaggiamo, se non siamo obbligati? Da sempre gli esseri umani si spostano e avanzano verso l’ignoto. I nostri piccoli viaggi però di solito sono diversi: andiamo, guardiamo, torniamo. Perché lo facciamo? Che cosa cerchiamo lontano da casa? E perché in ogni caso, anche quando troviamo qualcosa, poi torniamo indietro? Ogni tanto mi chiedo se non sia proprio questo il punto: rivedere la propria casa. La bellezza di un viaggio consiste nel fatto che, quando rientriamo, riusciamo a contemplare il paesaggio consueto come se fosse nuovo. Le strade, i paesaggi, le persone sono sempre quelle. Ma i nostri occhi hanno conosciuto altro e quindi riescono a trovare l’esotismo anche nella prossimità. Per ottenere questo effetto non è necessario spostarsi, peraltro. Basta anche il viaggio simbolico dell’arte: leggere un libro che ci porti altrove, guardare un film, ascoltare una musica o contemplare un quadro a lungo, fino quasi a caderci dentro. Oppure immergersi nei colori, nelle peripezie di un gioco da tavolo. Fra i titoli che regalano il senso del viaggio, è uscito di recente Dewan, creato nel 2025 da Johannes Goupy e Yoann Levet per Space Cowboys (e pubblicato in italiano da Asmodee).
Non è un gioco narrativo, in sé, anche se le illustrazioni di Arthus Pilorget (al suo primo lavoro nel settore ludico) sono stupende: già dalla copertina evocano un mondo misterioso, bizzarro, nel quale dovremo avanzare a passi prudenti, attraversando foreste, fiumi, crepacci e montagne. In effetti, si tratta di esplorare nuovi territori, costruendo capanne per la nostra tribù e mantenendo vivo il fuoco, il bene più prezioso, che rischiara il cammino e ci riscalda nelle notti fredde. Detto questo, durante una partita a Dewan i partecipanti (da 2 a 4, per 40 minuti) non hanno l’impressione di essere in una storia, ma apprezzano la geniale semplicità della struttura. A ogni mossa si tratta in sostanza di pescare due carte adiacenti fra quelle a disposizione o di posare una capanna di legno del proprio colore sulla plancia, pagando delle carte che abbiano il colore dei terreni attraversati. Tutto qui. La semplicità di Dewan cela un gioco che diventa sempre più profondo di partita in partita: un piccolo classico moderno, con un sapore antico. L’aspetto narrativo non consiste nell’ambientazione, ma nella sensazione del viaggio insita nella meccanica. Ogni spostamento è decisivo, insieme alla raccolta di artefatti, pigmenti e cristalli da trasformare in punti vittoria. Il bello è che i per-
corsi degli altri s’intrecciano con i nostri. Quando un avversario attraversa una tessera dove abbiamo una nostra capanna, deve pagarci qualcosa: una regoletta all’apparenza inoffensiva, che può tuttavia rendere il gioco assai insidioso. È certamente un titolo adatto a tutti, alle famiglie in particolare. Certo, è cattivello. Ma come scrive l’esperto Perco, recensendo proprio Dewan nella rivista «Canard PC. Horse-série jeux de plateux no. 18»
Giochi e passatempi Cruciverba Pappagalli e conigli possono guardarsi… Troverai il resto della frase leggendo, a cruciverba risolto, le lettere evidenziate. (Frase: 4, 6, 5, 7, 2, 5)
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Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
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(aprile-maggio 2026), chi l’ha mai detto che fra parenti si debbano intavolare solo giochi dolci, colmi di tenerezza? «Le famiglie vogliono divertirsi, farsi dispetti e colpi bassi e, alla fine, volersi bene comunque». A chi preferisse comunque un viaggio non competitivo, consiglio Vroom. Inventato nel 2026 da Antonin Boccara per Big Moustache Games, è un piccolo gioiello cooperativo che prende spunto da una gara di automobili. I partecipanti (da 3 a 6) de-
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
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vono muovere le loro macchinine sul tavolo, superando ostacoli come tazze, penne o altri oggetti. Non importa però chi arriva prima: bisogna solo arrivare nell’ordine giusto. Tutti pescano senza mostrarle agli altri delle carte-percorso sulle quali è indicata la portata dei movimenti. Poi ogni partecipante spinge la propria macchina, lasciando agli altri il compito di stimare se quello era un tratto da uno o da sette. Ognuno dovrà poi conformare la propria andatura, secondo le proprie carte, badando a non accelerare troppo per sbaglio: alla fine bisogna tagliare il traguardo nell’ordine giusto. Nella scatola ci sono autocollanti e nuove regole da aggiungere a ogni livello: un gioco carino, pieno di idee simpatiche. Sia in Dewan, sia in Vroom, si ha la sensazione di compiere un lungo viaggio in poco tempo. Non solo per le illustrazioni, ma anche perché è la conformazione stessa dei giochi a mettere in dubbio le nostre certezze, com’è giusto che faccia ogni vero viaggio. Sono poche regole, fluide, essenziali, ma spalancano nuovi mondi. Del resto, già lo diceva Jean Jacques Rousseau nel quarto volume delle Confessioni: «Sentivo che un nuovo paradiso mi aspettava subito fuori dalla porta di casa, e non vedevo l’ora di scoprirlo».
Copertina del gioco Dewan. (Asmodée)
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Soluzione della settimana precedente ORIZZONTALI 1. Gli successe Davide 4. Chiaro a tutti 9. Una famosa porta di Roma 10. Nome femminile 11. Scrisse «Il Corsaro Nero» (Iniz.) 12. In... in Francia 13. Città dalmata 14. Un uccello 15. Valutazioni di merito 16. Messaggio sul computer 17. La Grandi cantante 19. Gare per cow-boys 20. Sono a scuola
21. Due di cuori 22. I ndice di redditività del capitale proprio (Return of Equity) 23. Nobili etiopi 24. Congiunzione francese 25. Tessuto invernale 26. Profeta biblico VERTICALI 1. A romatizzare 2. Affluente del Rodano 3. Il dittongo di riguardo 4. Consentono la traspirazione 5. Non cambia letta al contrario
6. Le iniziali dell’attore Argentero 7. Accigliate, preoccupate 8. Emigrati... forzati 10. Tardi in inglese 13. Fasce di territorio 14. Il famoso Lerner 15. Le tengono tese le scotte 16. Le iniziali del conduttore Ossini 18. Hanno il compito di girare 19. Colorato dalla speranza 21. Baie, insenature 23. Un Reparto dell’Arma dei Carabinieri (sigla) 25. Lettera dell’alfabeto
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch
FERRAGOSTO – Ferragosto è uno di quei giorni in cui il caldo ti stende ma … Resto della frase: … I PARENTI FINISCONO IL LAVORO
I M P A R I N E R O N D D I O T R I I R I R I S F I R M A U N I S A C E R P R O N T O P O L P O L I T I N U C A R I E V T A S C A N I O R I O
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I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».
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Filetto di agnello Migros per 100 g, in self-service
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Filetto di agnello Migros per 100 g, in self-service
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a partire da 2 pezzi
33% 15.70
invece di 23.45
33%
Sminuzzato di pollo Optigal
33%
1.50 invece di 2.25
Tutto l'assortimento di olio d'oliva Monini
Svizzera, 2 x 350 g, (100 g = 2.24)
per es. Classico, 1 litro, 10.72 invece di 16.–, (100 ml = 1.07)
a partire da 2 pezzi
Le Gruyère Surchoix AOP circa 500 g o 830 g, in confezioni speciali, per 100 g
33%
Tutto l'assortimento Kellogg's per es. Trésor Choco Nut, 620 g, 4.66 invece di 6.95, (100 g = 0.75)
Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock.
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Migros Ticino
13.08.2026 15:36:06
a b o r a t n a t è qui c'
Frutta e verdura
E
a partire da 2 pezzi
33%
Snack di verdure peperoni, cetrioli e pomodori datterini e carote e peperoni Migros Bio, per es. carote Migros Bio, Svizzera, in busta, 200 g, 1.51 invece di 2.25, (100 g = 0.76)
a partire da 2 pezzi
33%
Meloni Charentais Francia, il pezzo, 1.68 invece di 2.50
33%
4.66 invece di 6.95
Mirtilli Migros Bio Germania/Romania, 250 g, confezionati, (100 g = 1.86)
Polpa meraviglio s a m e nte dolce
a partire da 2 pezzi
33%
Prugne rosse Extra Spagna/Italia, vaschetta da 600 g, 1.91 invece di 2.85, (100 g = 0.32)
33%
2.65 invece di 3.95
Susine rosse Migros Bio Italia/Spagna, 500 g, confezionate, (100 g = 0.53)
Migros Ticino 2
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a RMIO DI RISPA
33%
9.95 invece di 14.85
1.88
Ticino, al kg, (100 g = 0.24)
invece di 2.80
?
33%
2.25 invece di 3.38
Lituania, vaschetta da 500 g, (100 g = 1.99)
LO SAPEVI
33%
Zucchine Migros
Gallinacci
Insalata del mercato XL in conf. speciale, 350 g, (100 g = 0.64)
Le patate Amandine sono a pasta soda e hanno un sentore di noci. Si gustano meglio appena acquistate, anche con la loro buccia liscia e tenera.
a partire da 2 pezzi
33%
33%
5.20 invece di 7.80
Mais dolce Anna's Best e Migros cotto, al kg, (100 g = 0.52)
Migros Ticino
Patate Amandine Svizzera, vaschetta da 600 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 0.29)
Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 3
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13.08.2026 15:36:53
Carne e salumi
o z z e r Il p è g i u s to !
33%
3.30 invece di 4.95
33%
2.60 invece di 3.95
Svizzera, per 100 g, in self-service
1.95 invece di 2.95
2.80 invece di 4.20
per 100 g, in self-service
33%
1.50 invece di 2.25
Coniglio tagliato Migros Ungheria, per 100 g, in self-service, (100 g = 1.95)
33% Sminuzzato di manzo IP-SUISSE
1.–
invece di 1.50
33%
Costolette di collo di maiale IP-SUISSE per 100 g, in self-service
33% Cordon bleu di pollo Migros Brasile, per 100 g, in self-service
per 100 g, in self-service
33%
Spiedini di manzo alla ussara marinati Migros
33%
Filetto di maiale IP-SUISSE
8.–
invece di 12.–
3.60 invece di 5.40
Fettine di manzo à la minute IP-SUISSE per 100 g, in self-service
33%
Cosce inferiori di pollo Optigal al naturale o speziate, Svizzera, al kg, in self-service
1.05 invece di 1.60
Bistecche di coscia di pollo speziate Migros Svizzera, per 100 g, in self-service
Migros Ticino 4
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13.08.2026 15:34:21
All'aroma di
33%
6.60 invece di 9.90
33%
Filetto di manzo Australia, per 100 g, al banco
33%
1.05 invece di 1.60
Puntine di maiale per 100 g, in self-service, (100 g = 1.05)
33%
Salametti Rapelli Svizzera, 4 pezzi, 280 g, in self-service, (100 g = 2.36)
3.–
invece di 4.55
Svizzera, 150 g, 3.32 invece di 4.95, in self-service, (100 g = 2.21)
33%
1.55 invece di 2.35
per 100 g, in self-service
Migros Ticino
6.20 invece di 9.30
invece di 7.43
Salsicce all'aglio Gruyère Spécialité Suisse Svizzera, 150 g, in self-service, (100 g = 3.30)
33%
Arrosto punta di vitello
Bratwurst dell'Olma di San Gallo IGP
Svizzera, per 100 g, in self-service
Svizzera, 2 pezzi, 320 g, 2.41 invece di 3.60, in self-service, (100 g = 0.75)
33%
Pancetta da arrostire IP-SUISSE per 100 g, in self-service
3.95 invece di 5.90
Coppa prodotta in Ticino, per 100 g, in self-service
conf. da 2
33%
Polpettine di carne IP-SUISSE
4.95
a partire da 2 confezioni
33%
Prosciutto contadino Tradition
invece di 2.40
invece di 9.90
33%
33%
a partire da 2 pezzi
1.50
6.60
aglio
33%
Mostbröckli dell'Appenzello Spécialité Suisse, IGP affettato finemente, Svizzera, 120 g, in self-service, (100 g = 5.17)
4.20 invece di 6.40
Affettato di petto di pollo Optigal Svizzera, 2 x 100 g, (100 g = 2.10)
Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 5
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Pesce e frutti di mare
O M A ' l La nc ia
33%
9.55 invece di 14.30
Salmone affumicato Migros Bio d'allevamento, Norvegia/Scozia, 180 g, in self-service, (100 g = 5.31)
Idea le con
a partire da 2 pezzi
33%
Tutto l'assortimento Garofalo non refrigerato per es. spaghetti, 500 g, 1.88 invece di 2.80, (100 g = 0.38)
conf. da 2
33%
4.40 invece di 6.60
Panna intera UHT Valflora, IP-SUISSE 2 x 500 ml, (100 ml = 0.44)
6
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Prodotti freschi e pronti
tiche Cozze selva
33% 11.35
33%
invece di 16.95
10.50 Cozze fresche M-Classic, MSC invece di 15.90
Filetto dorsale di merluzzo M-Classic, MSC pesca, Pacifico nord-occidentale/Pacifico nord-orientale, 390 g, in self-service, (100 g = 2.91)
pesca selvatica, Paesi Bassi/Irlanda/ Danimarca, 2 kg, in self-service, (1 kg = 5.25)
conf. da 3
33% 11.30
invece di 16.90
33%
33% Filetti di salmone senza pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 380 g, in self-service, (100 g = 2.97)
33% Pacific Prawns ASC o frutti di mare misti, Costa prodotto surgelato, in conf. speciale, per es. Pacific Prawns ASC, 800 g, 19.80 invece di 29.60, (100 g = 2.48)
10.70 invece di 16.–
Ravioli Anna's Best, refrigerati
Filetti di salmone Pelican, ASC
ricotta e spinaci o mozzarella e pomodoro, per es. ricotta e spinaci, 3 x 250 g, 9.50 invece di 14.25, (100 g = 1.27)
prodotto surgelato, in conf. speciale, 500 g, (100 g = 2.14)
a partire da 2 pezzi
33%
Tutto l'assortimento Cornatur per es. affettato ai peperoni, 100 g, 2.35 invece di 3.50
RMIO DI RISPA
Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 7
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Formaggi e latticini
te n e i n e v n o c F o rm a g g i o
à t n o l o av
Consiglio: si abbina i bene al toast Hawai
33% 1.–
invece di 1.55
33% circa 300 g o 700 g, in confezioni speciali, per 100 g
conf. da 2
invece di 29.90
invece di 3.–
Canaria per 100 g, prodotto confezionato
conf. da 2
33%
20.–
2.–
Emmentaler dolce
33%
Fondue Gerber L'Original o Moitié-Moitié, 2 x 800 g, (100 g = 1.25)
33%
5.65 invece di 8.50
3.95 invece di 5.90
Formaggio grattugiato Le Gruyère, AOP 2 x 130 g, (100 g = 1.52)
33% Büscion di capra
Leerdammer a fette
200 g, (100 g = 2.85)
Original o Lightlife, in conf. speciale, per es. Original, 350 g, 4.55 invece di 6.83, (100 g = 1.30)
Migros Ticino 8
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RMIO A P S I R I D
io e ricco Senza lattos calcio di proteine e
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Caprice des Dieux per es. 300 g, 3.99 invece di 5.95, (100 g = 1.33)
5.70 invece di 8.55
conf. da 3
33% 5.–
Mini Babybel in conf. speciale, rete da 18 x 22 g, (100 g = 1.44)
33%
Mozzarella Galbani 3 x 150 g, (100 g = 1.11)
invece di 7.50
Migros Ticino
3.05 invece di 4.60
Tomino del boscaiolo con speck Italia, 195 g, (100 g = 1.56)
Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 9
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Pane e prodotti da forno
a z z e t n a c c o r c
e a z z e r e g g Le
33%
33%
4.20
12.90 Leckerli finissimi invece di 19.50
in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.86)
invece di 6.30
Berliner con farcitura ai lamponi e ribes rossi Petit Bonheur in conf. speciale, 6 pezzi, 420 g, (100 g = 1.00)
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i panini weggli in vendita sfusa per es. panini al burro IP-SUISSE, 60 g, –.44 invece di –.65, (100 g = 0.73)
a partire da 2 pezzi
33%
Cons iglio : id per prep eale a delle bru rare s c h et t e fre s c h e
33%
4.65 invece di 7.–
Cornetti alla crema in conf. speciale, 4 pezzi, 280 g, (100 g = 1.66)
RMIO DI RISPA
Pain Sarment M-Classic, IP-SUISSE chiaro o rustico, per es. chiaro, 2 pezzi, 300 g, 2.11 invece di 3.15, (100 g = 0.70)
10
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Snack e aperitivi
Fr e s c h e e
i t n a t e dis s
Cons iglio: le sono perfe varietà esotiche t te p e r i m ock tail
a partire da 2 pezzi
33%
Tutto l'assortimento Coca-Cola, Fanta e Monster (senza lattine da 250 ml e 330 ml), per es. Coca Cola Classic, 6 x 1,5 litri, 9.61 invece di 14.35, (100 ml = 0.11)
a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti gli sciroppi da 750 ml per es. lampone, 1.98 invece di 2.95, (100 ml = 0.26)
Schweppes disponibile in diverse varietà e in confezioni multiple, per es. Bitter Lemon, 6 x 500 ml, 7.97 invece di 11.90, (100 ml = 0.27)
a partire da 2 pezzi
33%
Succo d'arancia o multivitaminico Sun Queen 6 x 1 litro, per es. succo d'arancia, 13.37 invece di 19.95, (100 ml = 0.22)
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i salatini da aperitivo Party per es. cracker alla pizza, 150 g, 2.08 invece di 3.10, (100 g = 1.39)
Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 11
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, i g g o A I M R A i n a m o d RISP a t us Scorta
g
conf. da 6
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Tonno Migros, MSC
Tutti i tipi di latte di cocco Thai Kitchen
in olio e in salamoia, 6 x 155 g, per es. tonno rosa all'olio, 6.– invece di 9.–, (100 g = 0.65)
per es. classico, 250 ml, 1.88 invece di 2.80, (100 ml = 0.75)
Con pomodori italiani maturati al sole
conf. da 6
a partire da 2 pezzi
33% 6.–
invece di 9.–
33%
Pomodori pelati triturati Longobardi
conf. da 2
33% invece di 9.90
(articoli Migros Bio, Demeter e Alnatura esclusi), per es. olive spagnole Hojiblanca, snocciolate, 150 g, 1.81 invece di 2.70, (100 g = 1.21)
6 x 400 g, (100 g = 0.25)
conf. da 2
6.60
Olive in busta Migros
33% Lasagne Bolognese La Trattoria prodotto surgelato, 2 x 600 g, (100 g = 0.55)
Involtini primavera J. Bank's prodotto surgelato, con pollo o verdure, per es. pollo, 2 x 6 pezzi, 740 g, 9.35 invece di 14.–, (100 g = 1.26)
a partire da 2 confezioni
33%
Tutte le pizze, le baguette e le piadine, La Trattoria prodotto surgelato, per es. pizza al prosciutto, 2 pezzi, 330 g, 3.08 invece di 4.60, (100 g = 0.47)
12
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IO
RM DI RISPA
Per la prepa ra confetture c zione di on frutt frutti di bosc a e o
a partire da 2 pezzi
33%
Tutte le confetture Fruits Suisses e Satin, Belle Journée per es. Fruits Suisses ai frutti di bosco IP-SUISSE, 350 g, 3.25 invece di 4.85, (100 g = 0.93)
a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Tutto il caffè Exquisito Migros in chicchi e macinato, per es. Crema Mild macinato, 500 g, 6.37 invece di 9.50, (100 g = 1.27)
a partire da 2 pezzi
33%
Zucchero fino cristallizzato M-Classic Cristal, IP-SUISSE 1 kg, 1.21 invece di 1.80, (100 g = 0.12)
a partire da 2 pezzi
33%
Ripieni per vol-au-vent M-Classic
Tutti i rösti
Tutta la frutta secca e le noci, Sun Snack
disponibili in diversi formati e varietà, per es. ripieno per vol-au-vent, 500 g, 3.22 invece di 4.80, (100 g = 0.64)
per es. Original M-Classic, 500 g, 1.68 invece di 2.50, (100 g = 0.34)
per es. anacardi al curry, 125 g, 3.89 invece di 5.80, (100 g = 3.11)
Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 13
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Dolci e cioccolato
O I M R A i l o z n o r RISP f i t s en za t a n a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
33%
Tutti i Petit Beurre, M-Classic e V-Love per es. Petit Beurre con cioccolato al latte M-Classic, 150 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 1.32)
Tutto l'assortimento Biscuits e Ice Cream, Lotus per es. biscotti al caramello, 250 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 0.79)
a partire da 2 pezzi
33%
conf. da 3
33%
Tutto l'assortimento Stimorol
Biscotti Walker's
per es. Spearmint Flavour, 7 x 14 g, 3.32 invece di 4.95, (100 g = 3.39)
Chocolate Chip Shortbread oppure Highlanders, per es. Chocolate Chip Shortbread, 3 x 175 g, 9.90 invece di 14.85, (100 g = 1.89)
In offerta anche altr e varietà Lin dt conf. da 3
33% Tavolette di cioccolato Excellence e Les Grandes Lindt
33%
9.80 invece di 14.70
Branches Frey Midi Milk in conf. speciale, 650 g, (100 g = 1.51), Branches Frey Midi Milk
per es. Excellence Noir Orange Intense, 3 x 100 g, 9.60 invece di 14.40, (100 g = 3.20)
14
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13.08.2026 15:36:05
Varie
e r o i f l a D a lla scuola a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Crisantemi
Mix di campanule
Ø 12 cm, il vaso, 3.32 invece di 4.95
Ø 10,5 cm, il vaso, 3.99 invece di 5.95
33%
20.–
Mazzo premium il mazzo
invece di 29.95
a partire da 2 pezzi
33%
33%
13.35 Rose nobili Fairtrade
Tutto l'assortimento di alimenti per cani Friskies e Adventuros per es. Mini Steaks di cervo Adventuros, 70 g, 2.65 invece di 3.95, (100 g = 3.79)
invece di 19.95
disponibili in diversi colori, mazzo da 9, lunghezza dello stelo 60 cm, il mazzo
Funzionale e confortevole pe r la schiena
33% Tutto l'assortimento di cartelle e zaini per la scuola per es. cartella rosa, taglia unica, il pezzo, 26.77 invece di 39.95
Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 15
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A R U C Per la q u ot i d i a n a Bellezza e cura del corpo
a partire da 2 pezzi
33%
Tutto l'assortimento Actilife per es. Multivit Arancia, 20 compresse effervescenti, 1.98 invece di 2.95
a partire da 2 pezzi
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Tutto l'assortimento di prodotti per la cura del viso e creme multiuso, Nivea incl. prodotti Men (prodotti Baby, Sun, doccia, confezioni da viaggio e confezioni multiple esclusi), per es. siero antimacchie Luminous 630 Nivea, 30 ml, 22.08 invece di 32.95, (10 ml = 7.36)
Tutto l'assortimento di prodotti in ovatta Beauty & Co. (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. dischetti d'ovatta, 80 pezzi, 1.31 invece di 1.95
33%
a partire da 2 pezzi
33%
Fazzoletti Tempo, FSC®
Tutto l'assortimento Molfina e Gynofit
in confezioni multiple o speciali, per es. Classic, 42 x 10 pezzi, 8.15 invece di 12.18
(confezioni multiple e sacchetti igienici esclusi), per es. Bodyform Air Molfina, FSC®, 46 pezzi, 1.17 invece di 1.75
16
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Bebè e bambini
a partire da 2 pezzi
33%
Prodotti per la cura dei capelli e per lo styling Taft, Syoss e Gliss (confezioni da viaggio escluse), per es. shampoo Total Repair Gliss, 250 ml, 2.88 invece di 4.30, (100 ml = 1.15)
a partire da 2 pezzi
33%
Tutto l'assortimento per la cura del bebè Johnson's per es. shampoo per bebè, 300 ml, 2.65 invece di 3.95, (100 ml = 0.88)
conf. da 2
33% Prodotti per la cura del viso o del corpo o creme multiuso, Nivea per es. Body Milk Nivea nutriente, 2 x 400 ml, 9.30 invece di 13.90, (100 ml = 1.16)
a partire da 2 pezzi
33%
Tutte le bustine morbide bio Hipp per es. fragola/banana/mela, 100 g, 1.31 invece di 1.95, (10 g = 0.13)
a partire da 2 pezzi
33%
RMIO DI RISPA
Tutto l'assortimento Good Mood per es. sapone per le mani alla vaniglia e lavanda, 250 ml, 2.65 invece di 3.95, (100 ml = 1.06) Offerte valide dal 20.8 al 26.8.2026, fino a esaurimento dello stock. 17
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Casalinghi
A Z N E I N E V N CO
P ra t i c i t à e
33%
33%
Batteria di padelle Pro Kitchen & Co.
Padelle Basic Kitchen & Co.
per es. padella a bordo basso, Ø 28 cm, il pezzo, 40.17 invece di 59.95
Limited Edition, disponibili in color petrolio o azzurro e in diverse misure, per es. a bordo basso, Ø 24 cm, il pezzo, 11.95 invece di 17.95
Per friggere, re grigliare, arrosti o cuocere con aria calda
a partire da 2 pezzi
33%
33%
Tutti i coltelli da cucina e le forbici, Kitchen & Co.
ad aria 66.95 Friggitrice Mio Star
(senza Victorinox), per es. coltello da cucina con affilatura ondulata piccolo, il pezzo, 1.98 invece di 2.95
a partire da 2 pezzi
33%
invece di 99.95
5,5 litri, il pezzo
a partire da 2 pezzi
33%
L'assortimento per la conservazione Kitchen & Co.
Tutto l'assortimento di bicchieri Kitchen & Co.
(vasetti per conserve e bottiglie esclusi), per es. barattolo in vetro rotondo con coperchio in bambù, 1,3 litri, il pezzo, 4.66 invece di 6.95
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