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Azione 20 del 16 maggio 2016

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 17 maggio 2016

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Società e Territorio L’ordine rende felici, lo spiega Marie Kondo nelle sue 96 lezioni

Politica e Economia L’analista indiano Parag Khanna ipotizza un mondo governato dalle città e non dagli Stati

Ambiente e Benessere Un simpatico uccello notturno a cui le tradizioni popolari hanno attribuito una reputazione del tutto immeritata: parliamo della civetta

Cultura e Spettacoli In mostra a Palazzo Reali di Lugano il giardino enciclopedico di Schulthess

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Un terreno di battaglia senza confini

Surrealismo effimero nel deserto del Nevada

di Peter Schiesser

di Simone Greco

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pagine 14-15

Keystone

Si legge nelle cronache che il 2 maggio a Berna, alla presentazione del rapporto annuale dei servizi di informazione in cui si cita quale pericolo più acuto lo spionaggio cibernetico (o cyberspionaggio), a nessun giornalista è venuto in mente di chiedere al capo del Dipartimento della difesa Guy Parmelin e al capo dello spionaggio elvetico Markus Seiler se un altro Stato avesse recentemente lanciato degli attacchi contro la Svizzera. Un segno tangibile del fatto che questo genere di spionaggio, industriale o di Stato, che facilmente può sconfinare in un atto di guerra cibernetica, sembri riguardare ancora solo gli altri. Invece, due giorni dopo il «Tages Anzeiger» ha rivelato che la Ruag, conglomerato aerospaziale e di armamento di proprietà della Confederazione, ha subito un grave hackeraggio, scoperto solo nel gennaio di quest’anno grazie alle indicazioni dei servizi segreti di un Paese europeo. Come si è poi saputo in seguito, l’attacco risale alla fine del 2014, chi si è infiltrato nei sistemi informatici della Ruag ha quindi avuto tutto il tempo per rubare quanti più dati possibili. Quanti e quali siano i danni, se attraverso la Ruag le cyberspie siano entrate in possesso anche di informazioni concernenti il Dipartimento della difesa, viste le interfacce esistenti, è per ora oggetto di speculazioni, la materia resta top secret, in attesa dei risultati dell’inchiesta aperta dal Consiglio federale il 25 gennaio. Secondo varie fonti, compreso il presidente della Delegazione della commissione della gestione del Parlamento Alex Kuprecht, l’attacco è partito da un edificio a Mosca che viene attribuito al governo russo e il software utilizzato per forzare i sistemi informatici della Ruag presenta molte analogie con precedenti casi di spionaggio cibernetico di cui è stato vittima il Dipartimento federale degli affari esteri negli ultimi 9 anni. Allarmato dal caso Ruag, il Governo ha varato il 23 marzo quattordici misure per evitare simili pericoli in futuro. Ma è davvero possibile evitarli? È un’amara ironia che proprio la Ruag si vantasse dei propri servizi di protezione cibernetica. Questo significa che nel virtuale spazio cibernetico c’è sempre un hacker più geniale di un altro. La sicurezza assoluta non esiste, ogni sistema può essere violato. E viene violato: in questi ultimi cinque anni, atti di pirateria cibernetica sono costati miliardi a grandi aziende internazionali e hanno creato danni e scompiglio anche in enti statali. Le grandi potenze stanno da tempo saggiando i sistemi degli avversari a colpi di hackeraggio, o passano ad atti veri e propri di guerra cibernetica, come fecero gli Stati Uniti nel 2010 quando infettarono i sistemi informatici dei siti di ricerca nucleare iraniani mandando in tilt centinaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, che sarebbe potuto servire per creare bombe atomiche. E recentemente si è giunti alla prima vera dichiarazione di guerra cibernetica, degli Stati Uniti contro lo Stato islamico (Isis), come riferito dal «New York Times» a fine aprile 2016. Se pirateria, spionaggio, guerra nello spazio cibernetico sono i pericoli più acuti per la nostra sicurezza, statale, aziendale, personale, e non possiamo sfuggirvi, saremo in grado di affrontarli se dovessero dilagare?

Invito ai soci per la votazione 2016 Cooperativa. Questi documenti sono pure a disposizione dei soci presso la nostra sede di Sant’Antonino. La scheda di voto sarà inviata per posta a tutti gli aventi diritto di voto, in base al registro dei soci, al più tardi dieci giorni prima della scadenza della votazione. Eventuali relativa all’esercizio 2015 della Cooperativa Migros Ticino, con reclami concernenti schede di voto non ricevute o inesatte l’invito a rispondere alla seguente domanda: sono da indirizzare all’Ufficio elettorale di Migros Ticino, Approva i conti dell’esercizio 2015, dà scarico al Consiglio 6592 Sant’Antonino, al più presto sei giorni lavorativi e al più di amministrazione e accetta la proposta per l’impiego tardi tre giorni lavorativi prima dello scrutinio. del risultato di bilancio? La votazione si svolge secondo le disposizioni dello Statuto La scheda di voto riporta una seconda domanda, nella e del Regolamento per votazioni, elezioni e iniziative. Questi forma di sondaggio, sulle abitudini d’acquisto e le documenti, unitamente al rapporto annuo, possono essere motivazioni che portano a fare o meno la spesa consultati presso le nostre filiali, presentando la quota di all’estero. partecipazione o la tessera di socio. A questo numero di Azione è allegato il rapporto annuo 2015, Secondo l’art. 30 dello Statuto, il Consiglio di che comprende i conti, il rapporto dell’Ufficio di revisione, la amministrazione ha nominato un Ufficio elettorale che proposta del Consiglio di amministrazione per l’utilizzo sorveglia lo svolgimento della votazione e che si compone dell’utile di bilancio, così come il rapporto delle attività della delle seguenti persone:

Gentile cooperatrice, egregio cooperatore, riceve in questi giorni il materiale di voto per la

votazione generale 2016

Avv. Filippo Gianoni (presidente), Alfredo Kägi (vicepresidente), Roberto Bozzini, Myrto Fedeli e Giovanni Jegen (membri). Vogliate compilare al più presto la scheda di voto e depositarla nelle apposite urne esposte nei nostri punti vendita. Così facendo ci aiutate a risparmiare spese postali permettendoci di offrirvi una tavoletta di cioccolato. Le urne sono a disposizione durante il normale periodo di apertura delle nostre sedi. Ultimo termine per la spedizione o consegna della scheda (giorno di votazione): SABATO 4 GIUGNO 2016. Con la vostra partecipazione non solo fate uso del vostro diritto, ma esprimete anche l’apprezzamento per l’impegno dei collaboratori di Migros Ticino. Vi ringraziamo in anticipo. Sant’Antonino, 17 maggio 2016 Cooperativa Migros Ticino Il Consiglio di amministrazione


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Attualità Migros

M In favore dell’economia locale Migros Ticino 120 milioni di franchi spesi negli ultimi 5 anni

per nuovi negozi, ristrutturazioni e manutenzione – La politica d’investimento della Cooperativa segue principi chiari La politica della Cooperativa Migros Ticino è chiara: favorire il più possibile l’economia locale. Un principio applicato anche nella politica di investimenti dell’azienda: negli ultimi 5 anni la Cooperativa ha speso 90 milioni di franchi in ristrutturazioni e realizzazioni di nuovi negozi, oltre a 30 milioni in spese di manutenzione. Un totale di 120 milioni, per il 90% andati a favore di ditte ticinesi e del resto della Svizzera. Solo in alcuni casi particolari si fa ricorso a ditte estere. Vediamo con Pierfranco Chiappini, responsabile del Dipartimento logistica della Cooperativa Migros Ticino, più in dettaglio la politica d’investimenti dell’azienda. Pierfranco Chiappini, innanzitutto, in che cosa investe la Cooperativa?

Migros Ticino investe principalmente nell’ampliamento, nella ristrutturazione e nella manutenzione del proprio portafoglio immobiliare, delle superfici di vendita e della propria centrale di distribuzione, senza dimenticare gli spazi amministrativi e quelli legati alle attività della Scuola Club, di «Azione» e da qualche anno di Activ Fitness. Vi sono inoltre investimenti mirati alla salvaguardia dell’ambiente e alla riduzione del consumo energetico, fra questi anche quelli per il rinnovo costante, con l’acquisto dei nuovi modelli più rispettosi dell’ambiente, della nostra flotta di autocarri con cui trasportiamo ai nostri punti di vendita la merce che ci arriva dai fornitori principalmente per ferrovia alla centrale di S. Antonino. Quanto spende l’azienda per questo all’anno? Prendiamo gli ultimi 5 anni, per esempio.

Negli ultimi 5 anni, Migros Ticino ha investito ca. 15-20 milioni all’anno, principalmente per ristrutturazioni e la realizzazione di nuovi supermercati a Taverne, Mendrisio Sud e Melano, centro Do-It & Garden a Losone, centri Activ Fitness a Losone e Lugano.

Gli investimenti per nuove costruzioni, sono legati alle opportunità di trovare nuove nicchie di mercato e terreni adatti. I tempi di progetto, ma soprattutto i tempi necessari all’ottenimento delle licenze cantonali e comunali, fanno sì che ad anni di fervore edilizio ne seguano altri più tranquilli. Nel ristrutturare i nostri negozi, per contro, gli investimenti sono più regolari, in quanto cerchiamo di seguire un programma prestabilito, allo scopo di avere dei punti di vendita sempre all’avanguardia. Anche le spese di manutenzione rivestono una grande importanza, con circa 30 milioni in 5 anni. Questi costi, più che investimenti, sono abbastanza regolari in quanto basati su un programma di manutenzione che oltre a garantire un ottimo funzionamento delle diverse componenti di uno stabile, dei suoi impianti tecnici e del suo arredamento, ne garantisce pure la durata nel tempo. Come vengono attribuiti i lavori?

I lavori vengono attribuiti, come da prassi nel campo dell’edilizia, preparando anzitutto un progetto esecutivo e un capitolato d’oneri. Vengono poi coinvolte – sulla base di una prequalifica interna basata sull’esperienza, sulle capacità tecniche e sulle risorse disponibili – alcune ditte del ramo specifico alla commessa. Queste ultime calcolano la loro migliore offerta, ma la delibera dei lavori avviene analizzando diversi criteri oltre all’aspetto finanziario. In linea di principio vengono favorite imprese e artigiani attivi sul territorio cantonale. In caso di lavori particolari o forniture specifiche nel campo dell’arredamento commerciale e delle attrezzature, si ricorre a ditte d’oltre Gottardo e meno spesso a ditte estere. Dall’esperienza maturata nelle ultime realizzazioni possiamo constatare come il 90% di quanto investito, e spesso oltre, vada a ditte ticinesi o svizzere.

Ciò non toglie che raramente, in casi particolari, si faccia capo ad aziende estere. È stato per esempio il caso per alcuni lavori nella costruzione dello stabile che ospita il Do-it&Garden e il centro Activ Fitness di Losone. In questo caso abbiamo appaltato il 15% dei lavori ad una ditta italiana per la fornitura ed il montaggio della struttura e delle pareti prefabbricate dello stabile con determinati parametri di isolazione termica. Tra l’offerta di un’azienda italiana che avrebbe realizzato l’80% dei lavori e subappaltato il restante 20% a ditte svizzere e una ditta svizzera che avrebbe realizzato meno del 50% dei lavori subappaltando il resto dei lavori a ditte italiane, abbiamo scelto la prima anche perché di fronte ad una differenza minima di valore aggiunto per il Ticino c’erano maggiori garanzie in termini di qualità. Una scelta che abbiamo fatto coscienti del fatto che probabilmente sarebbe stata strumentalizzata, come è effettivamente successo di recente...

occupata direttamente di parte delle finiture – come ad esempio la posa delle piastrelle – e di tutti i lavori legati all’arredamento, alla comunicazione e alle attrezzature specifiche atte al funzionamento dell’attività commerciale.

Ci dia qualche altro esempio concreto. Prendiamo i lavori in corso in via Pretorio a Lugano.

La strategia di Migros Ticino è condivisa anche dalle altre cooperative regionali Migros?

Il cantiere per la ristrutturazione dello stabile in via Pretorio, vista l’importanza dei lavori e dell’investimento, è organizzato in maniera ancora un po’ diversa. Va premesso che lo stabile è di proprietà di Verintra SA, la quale si occupa della struttura principale, delle facciate e di parte degli impianti tecnici, mentre Migros Ticino è responsabile delle finiture interne, di parte degli impianti tecnici e di tutto l’arredamento. In casi come questi, per coordinare la complessità delle opere e per garantire il rispetto di tempi, costi e qualità, si deliberano tutti i lavori ad un’impresa generale, scelta anch’essa sulla base di una gara. L’impresa generale ha in seguito subappaltato tutta una serie di opere, ma sempre nel rispetto dei principi citati. Migros Ticino si è per contro

Assolutamente sì! Con i colleghi delle altre nove cooperative, che coprono con Migros Ticino l’intero territorio nazionale, intratteniamo delle strette relazioni e regolarmente ci ritroviamo per uno scambio di opinioni e di esperienze. Per alcuni capi d’opera e soprattutto per l’acquisto di determinate attrezzature, abbiamo costituito, sotto la coordinazione della Federazione delle cooperative Migros, una centrale d’acquisto, sullo stile di quanto avviene per parte della merce in vendita sui nostri scaffali. La medesima centrale d’acquisto negozia condizioni di acquisto con diverse aziende attive nel campo della manutenzione a cui possono poi fare ricorso le cooperative regionali.

La facciata della filiale Migros di via Pretorio a Lugano, i cui lavori di ristrutturazione termineranno a fine novembre 2016. (Vincenzo Cammarata)

Quali volumi di investimenti sono previsti nei prossimi anni?

Migros Ticino intende continuare ad investire regolarmente con l’obiettivo di avere delle infrastrutture moderne, efficienti ed ecologiche, che permettano di offrire prestazioni di qualità e convenienti. Anche nei prossimi anni, la parte principale degli investimenti sarà destinata alle infrastrutture. Serviranno ad ottimizzare la copertura del territorio, in quanto vogliamo essere presenti nei quartieri urbani, nelle periferie e nei centri commerciali con offerte diversificate (supermercati, mercati specializzati, bar/snack-bar, scuole club e centri fitness) e formati di diverse dimensioni (da un po’ più di 500 mq fino a quasi 10’000 mq). Serviranno inoltre per ammodernare le sedi esistenti, con lo scopo di garantire ogni giorno ai clienti delle infrastrutture al passo con i tempi, ben arredate e con impianti sempre perfettamente funzionanti. Ciò significa che continueremo ad essere, e lo saremo in maniera ancora più determinante considerando il rallentamento che stiamo vivendo anche nel campo dell’edilizia e dei servizi ad essa collegati, un attore principale e un committente interessante per artigiani, aziende e ditte del territorio.

Ice-Key, informazioni salvavita sempre con sé Salute Grazie all’accordo tra Migros Ticino e «Ticino Soccorso 144», i servizi ambulanza della Svizzera italiana

sono equipaggiati con speciali Smartphone che permettono l’immediata lettura del dispositivo d’emergenza Ice-Key è un innovativo dispositivo utile durante lo sport e il lavoro, ma è anche pensato per le persone con malattie croniche o disturbi cognitivi, per le quali avere sempre con sé informazioni personali e mediche precise e aggiornate può risultare particolarmente importante. In caso di necessità il personale dei servizi ambulanza può accedere tempestivamente alle informazioni mediche della persona soccorsa. A tale scopo Migros Ticino ha messo a disposizione dei servizi ambulanza della Svizzera italiana degli Smartphone che permettono l’accesso alle informazioni presenti nei diversi applicativi Ice-Key, che posso essere letti anche in assenza di connessione Internet grazie

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Oliver Herrchen (Responsabile operativo Ticino Soccorso 144) e Silvestro Maestri (Rivenditore Ice-Key per la Svizzera) si stringono la mano, con Stefano Scricciolo (promotore del progetto e responsabile di SportXX Migros Ticino) e due soccorritori dei servizi ambulanza. Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

alla tecnologia NFC (Near Field Communication) di cui sono dotati. Ice-Key è disponibile in varie versioni: nel formato carta di credito, comoda da portare nel portafoglio, come etichetta adesiva applicabile su diversi materiali e infine il bracciale in silicone anallergico e impermeabile. Tutti i dispositivi Ice-Key sono dotati di tecnologia NFC, il bracciale anche di una scheda di memoria USB. Sull’applicativo Ice-Key è possibile caricare informazioni cliniche, risultati di analisi, indicazioni riguardanti allergie, intolleranze farmacologiche e alimentari, terapie in corso e gruppo sanguigno. Questo in aggiunta alle proprie generalità, alle informazioni riguardanti

l’assicurazione malattia, sino ai recapiti telefonici delle persone da chiamare in caso di emergenza. Scaricando un’apposita applicazione gratuita sul proprio Smartphone, tutte le informazioni precedente memorizzate in rete vengono automaticamente copiate sulla App e da qui potranno essere facilmente scaricate sui vari prodotti Ice-Key. La tecnologia NFC, accessibile da Smartphone, permette inoltre di effettuare chiamate di soccorso al 144 e inviare sms con le proprie coordinate GPS ai contatti precedentemente memorizzati. Il bracciale è in vendita presso sportXX a 39 franchi; la card e l’etichetta adesiva, che può essere applicata anche su capi d’abbigliamento, a 24 franchi.

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Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch

Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Società e Territorio I diritti delle seconde mogli Intervista a Katherin Säuberli copresidente dell’associazione «donna2»

Gli economisti e le donne Cucinare e prendersi cura dei figli sono attività che non rientrano nel PIL. Un saggio di Katrine Marçal invita a ribaltare questa prospettiva

La lingua facilita l’integrazione Delle buone capacità linguistiche sono alla base del processo di integrazione dei migranti pagina 8

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L’ordine aiuta a vivere meglio Lezioni di felicità Disfarsi del superfluo

e imparare a sistemare gli oggetti che amiamo: ecco il vademecum di Marie Kondo, la guru del decluttering

Stefania Prandi A un anno dal suo primo libro, Il magico potere del riordino, bestseller da 3 milioni di copie, tradotto in 35 lingue diverse, la giapponese Marie Kondo ha scritto un nuovo manuale, con illustrazioni. 96 lezioni di felicità (Vallardi editore) è un vademecum a prova di principiante con regole e suggerimenti su come dire addio per sempre al disordine e all’accumulo di oggetti e vestiti. La star internazionale del riordino, inserita nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo stilata dal settimanale americano «Time», è convinta che eliminando il superfluo e organizzando al meglio quello che si possiede si riesca a diventare più felici. Gli americani hanno coniato un termine per l’azione di ridurre all’essenziale gli oggetti che riempiono – a volte invadono – le nostre case: decluttering. Un neologismo traducibile con «togliere ciò che ingombra», che definisce una pratica sempre più diffusa e in controtendenza rispetto al consumismo sfrenato e allo shopping compulsivo. L’impostazione di Kondo, che lavora come personal coach con un team di assistenti, prende ispirazione dalla religione shintoista, e implica che gli oggetti abbiano un’anima. Un’idea che può sembrare strana – se non addirittura stramba – per chi vive in occidente. Di fatto, però, ha portato alla creazione di un metodo che riscuote consensi internazionali: bisogna scartare le cose che «non ci danno felicità», organizzando quello che resta per categorie e per tipo di materiale. Questo significa che quando si sistema la casa, non si deve procedere per stanze, ma per tipo di oggetti. Ad esempio, i vestiti, la biancheria intima, le lenzuola, gli asciugamani, vanno messi in ordine insieme, perché sono di tessuto. Solo quando si è finito si può procedere con

stoviglie, piatti, bicchieri posate, oppure cavi e accessori elettrici, per poi passare alle carte (incluse bollette e ricevute) e ai libri. Per convincere anche i più scettici sui benefici dell’ordine, Kondo sottolinea che «trascorriamo in media trenta minuti al giorno a cercare le cose e chi è particolarmente disordinato dedica alla ricerca degli oggetti smarriti addirittura due ore al giorno». Il trend del riordino si sta diffondendo anche lontano da Giappone e Stati Uniti, racconta Lucia Larese, esperta del settore, che tiene corsi in diverse zone del Ticino ed è autrice di libri sul tema (si può trovare l’elenco completo sul suo sito www.spaceclearing.it). «Ho iniziato a occuparmi di riordino 15 anni fa, quando ancora non andava di moda. Ai miei workshop vengono persone di tutti i tipi: dalla casalinga, all’architetto, a chi deve affrontare un trasloco. Io cerco di metterli nelle condizioni di trovare il proprio modo di mettere in ordine. In questo senso le indicazioni di Marie Kondo possono risultare un po’ troppo rigide per qualcuno, mentre per altri si rivelano senz’altro utili. In ogni caso l’importante è riuscire a farcela. Dopo tutti questi anni di esperienza mi sono convinta che un ordine esterno corrisponda a un’armonia e a un equilibro interno. Ovviamente senza arrivare a essere maniacali». Secondo Lucia Larese, sono diverse le cause all’origine di una casa particolarmente disordinata; si va da chi ha imparato in famiglia ad accumulare e gettare alla rinfusa a chi attraversa un momento di particolare difficoltà oppure di grande cambiamento e fatica a gestire il quotidiano. «Un buon modo per cambiare atteggiamento è pensare che mettere in ordine significa dedicare tempo a se stessi. Eliminando quello che non ci serve più, inoltre, lasciamo andare il passato e impariamo a vivere nel presente. Alcuni

È durante l’infanzia che si impara ad avere cura dello spazio in cui si vive. (Keystone)

ricordi vanno tenuti, ovviamente. Una volta, a un corso, c’era una persona che quando finiva una storia d’amore faceva un falò di tutto. Magari un po’ eccessivo, visto che quello che ci ha dato gioia può essere conservato». L’infanzia risulta decisiva per imparare ad avere cura dello spazio in cui si vive. Ci sono scuole, come ad esempio quelle che seguono il metodo Montessori o steineriano, che includono l’educazione al riordino già dai tre anni. Ai bambini vengono fatti mettere a posto i giochi più volte al giorno, senza richiami o rimproveri: semplicemente vengono abituati al sistemare, un’azione che diventa naturale e spontanea, parte della quotidianità. A Singapore, invece, entro la fine dell’anno scolastico, tutti gli istituti introdurranno pulizie obbligatorie per gli studenti che si

svolgeranno in diversi momenti (prima dell’inizio delle lezioni, tra un’ora e l’altra, durante l’intervallo) e che servono, come ha spiegato il ministro dell’Educazione, «per trasmettere ai più giovani il senso di responsabilità e una buona abitudine di vita». Lucia Larese spiega che «i più piccoli procedono per imitazione. Quindi se hanno genitori ordinati, che li abituano a disfarsi dei giochi che non servono più, magari spiegando che possono essere utilizzati da altri bimbi, non fanno resistenza. Lo stesso metodo può essere applicato ai vestiti». Anche secondo Kondo è fondamentale insegnare ai bambini a fare ordine. «In base alla mia esperienza – si legge in 96 lezioni di felicità – i bambini che hanno più di 3 anni possono già scegliere ciò che li rende felici». Per la coach giappo-

nese, è importante non partire dai giocattoli «perché sono molto difficili da catalogare in base alle categorie, sono estremamente eterogenei e di materiali molto diversi. Ciò complica la loro riorganizzazione. Inoltre i bambini non usano gli stessi giocattoli ogni giorno e nello stesso modo». Meglio, quindi, cominciare dai vestiti, insegnando a piegarli per bene, posizionandoli in verticale. Con il suo consueto entusiasmo, che a tratti può sembrare eccessivo (racconta che da adolescente si alzava prima della madre per riordinare i piatti nella credenza), Kondo assicura che «piegare è bello. Favorisce la comunicazione e contribuisce all’ordine della casa. Se la vostra famiglia si lascia contagiare o meno dal piacere del riordino dipende tutto da voi, quindi spero che vi divertiate a piegare insieme».


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Società e Territorio

La riscossa delle seconde mogli Famiglia I figli di separati e divorziati devono poter vivere con entrambi i genitori, grazie alla custodia alternata

o condivisa. È l’obiettivo di «donna2» l’associazione nata in difesa delle partner di uomini separati o divorziati

Fabio Dozio «Vivo con un uomo separato da dieci anni. La moglie, che ha deciso di lasciarlo, ha “montato” i figli contro di lui con il risultato che non si vedono più. Le pratiche di divorzio si prolungano perché la ex fa di tutto per perdere tempo. Abbiamo due figli piccoli nostri, ma mio marito deve versare gli alimenti alla ex moglie e pensare al mantenimento dei figli di primo letto. I costi dell’avvocato sono ingenti. Mio marito è “spennato”. Io sono costretta a lavorare per passare i soldi alla ex. Facciamo fatica ad arrivare a fine mese. Viviamo modestamente, mentre la ex moglie è in condizioni agiate, perché ha mantenuto anche la casa di famiglia». È una delle tante testimonianze che arrivano regolarmente all’associazione «donna2», fondata nel 2012 in Ticino da Katherin Säuberli, una seconda moglie che si è scontrata con una situazione analoga a quella descritta sopra. «Ho fatto come nell’aikido – ci dice la signora Säuberli, oggi copresidente dell’associazione – ho subito tante nefandezze dalla ex moglie di mio marito, ma ho cercato di trasformare la sofferenza in energia positiva impegnandomi in questa associazione di difesa delle seconde mogli. Appena ho messo in piedi “donna2” ho avuto subito riscontri positivi in tutta la Svizzera». Säuberli è una pasionaria, si impegna da anni in questa battaglia per migliorare le condizioni di vita delle seconde mogli. In sostanza, «donna2» è costituita da donne che vivono con un uomo separato o divorziato e si batte sia per la parità giuridica tra mogli di primo e secondo letto, sia per avere uguali condizioni tra le due famiglie. Il primo atto di Säuberli è stato, nel 2012, una lettera alla consigliera federale Simonetta Sommaruga: «Anche mio figlio ha diritto di avere un padre a tutti gli effetti. Perché mio figlio non può portare il nome di suo padre? Perché nei calcoli degli alimenti vi sono discriminazioni tra figli di primo e secondo letto? Perché certi ex mariti escono dal primo matrimonio con il diritto del minimo vitale – ossia 2500 franchi tutto incluso – e noi seconde dobbiamo intervenire come pompieri? Chiedo che le istituzioni si muovano in tempi accettabili, e impediscano che i divorzi diventino un affare per certe donne e una croce per altre. Se lei riuscisse a fermare il salasso emozionale e finanziario di cui sono responsabili pretori, avvocati, tutorie e istituzioni di tutti i generi, se lei riuscisse a difendere gli interessi delle donne tut-

te e non solo di quelle di prima categoria, le sarò immensamente grata». Sommaruga ha risposto educatamente, ma evasivamente. In sostanza, «donna2», ha avanzato rivendicazioni che contribuiscono a migliorare il diritto di famiglia a favore degli uomini divorziati. Se le condizioni di questi – divorzi in tempi brevi, alimenti più equi, custodia alternata dei figli – migliorano, ne beneficia anche la seconda compagna. Intanto qualcosa si è mosso anche in Svizzera, un Paese che, per quanto riguarda il diritto di famiglia, non è all’avanguardia. «In questi anni – spiega Katherin Säuberli – abbiamo potuto sensibilizzare tantissimo, a livello federale: i parlamentari e soprattutto le organizzazioni femminili dei partiti. Ci siamo rivolte a tutti. Abbiamo fatto un gran lavoro di lobby per sostenere la necessità di introdurre nel codice civile l’autorità parentale congiunta e la custodia alternata. Non ci siamo mosse da sole, ma assieme e in collaborazione con le associazioni nazionali dei papà (GeCoBi e CROP) e in Ticino, Papageno e AGNA, associazione dei genitori non affidatari. Finalmente anche i nostri politici hanno capito che hanno sbagliato a offrire tutti i diritti alle sole donne, perché molti uomini separati sono veramente sul lastrico e quando incontrano una nuova compagna, questa ne subisce le conseguenze». Dal primo luglio del 2014 anche la Svizzera ha introdotto nel codice civile, in caso di divorzio, l’autorità parentale congiunta automatica, una prassi corrente da anni nel resto dell’Europa. I due genitori separati devono così decidere di comune accordo sulle scelte più importanti che riguardano i figli; studi, scuole, lavoro, corsi estivi, salute e via dicendo. «Noi interpretiamo questo risultato – afferma la copresidente di “donna2” – come un passo avanti verso la parità tra uomo e donna. Mi rallegro per la decisione del Parlamento di concedere di regola a tutti i genitori, indipendentemente dallo stato civile, l’autorità parentale congiunta. In questi ultimi quattro anni abbiamo centrato il nostro lavoro sul bambino, piuttosto che sulla seconda moglie. Se aiutiamo il bambino, aiutiamo entrambi i genitori e tutta la famiglia». L’obiettivo principale di «donna2» è quindi diventata la custodia alternata o condivisa. Vale a dire che entrambi i genitori, dopo la separazione, hanno il diritto di vivere con i figli. Non deve essere per forza un 50% con ognuno, ma una condivisione di tempi che superi

Katherin Säuberli, copresidente dell’associazione «donna2». (Ti-Press)

la custodia esclusiva, perlopiù concessa alla madre, che in Svizzera è stata la regola. «I bambini che crescono o sono cresciuti con una custodia alternata hanno una serie di vantaggi – specifica Säuberli – sono fisicamente, psicologicamente, emozionalmente, socialmente più sicuri di quelli che hanno vissuto solo con la madre. In Svezia il 33% dei divorziati gestisce i figli con la custodia alternata, metà tempo con il papà, metà con la madre. Da noi siamo oggi solo al 5% e speriamo di raggiungere la media svedese nei prossimi anni». La custodia condivisa è stata approvata dal Parlamento solo nel marzo dell’anno scorso, dopo vari tira e molla tra Consiglio nazionale e Consiglio degli Stati. L’obiettivo, si è detto al Nazionale, non è di costringere i giudici a imporre la custodia alternata, ma di sostenere questo tipo di affidamento. Si tratta di una formula potestativa, nel senso che il giudice può scegliere questa possibilità. «Donna2», come l’Associazione dei genitori non affidatari, avrebbe preferito che, come per l’autorità parentale congiunta, la custodia condivisa fosse fissata come situazione di partenza. La verità è che non sempre i due genitori hanno la disponibilità di dividersi le responsabilità della custodia dei figli. Poi ci sono aspetti pratici da risolvere. Per poter condividere la gestione dei figli bisogna che i genitori separati abitino nelle vicinanze, per

permettere ai bambini di frequentare una scuola senza eccessivi problemi. Il Tribunale federale si è espresso lo scorso anno in merito alla custodia alternata stabilendo che: «Un’autorità parentale congiunta non implica automaticamente che entrambi i genitori abbiano diritto di assistere il figlio durante la metà del tempo. Il giudice deve comunque verificare se la custodia alternata è possibile e compatibile con il bene del figlio. Le sole circostanze che un genitore non voglia l’affidamento alternato e la mancanza di cooperazione tra i genitori non sono sufficienti per escludere la custodia alternata». Questa nuova forma di affidamento dei figli di divorziati ha altri aspetti positivi. «La custodia condivisa – chiarisce Säuberli – crea un equilibrio di diritti e vi è un beneficio finanziario perché le spese sono ripartite in modo più equilibrato. Inoltre, dove avviene già da anni, si riscontrano effetti positivi anche sulla coppia divorziata. Condividere la cura dei figli permette di ridurre la conflittualità. La mamma può così avere spazio e tempo libero, per lavorare o incontrare gli amici, con ricadute positive sulla qualità del rapporto famigliare. Ma, soprattutto, migliora la qualità di vita dei figli». In Svizzera nel 2014 vi sono stati 16’737 divorzi, che hanno coinvolto all’incirca 12mila figli. Poi vi sono coloro che si separano senza essersi sposati.

rervi più velocemente potrà essere il vostro iPhone con una videochiamata. A rispondervi, dall’altra parte, ci sarà uno dei tanti volontari di Be my eyes,e vi dirà quale è la confezione del latte di cocco. Non dovrete neanche offrirgli il caffè, basterà dire grazie. La procedura è semplice: se siete non vedenti e avete bisogno di aiuto mandate una richiesta tramite l’applicazione che via video vi metterà in contatto con uno dei tanti volontari di Be my eyes. Lui, o lei, guarderanno attentamente la scena che vedono nel video e vi aiuteranno a rispondere alle vostre domande. Se invece avete scaricato l’applicazione perché volete essere un volontario, dovete registrarvi come vedente e dire quali lingue parlate. Un videotutorial vi fa una dimostrazione di che cosa dovete fare in caso di una richiesta d’aiuto. Un sistema di punteggio permette di valutare i volontari.

Per Hans Jørgen Wiberg, ipovedente, Be my eyes permette a chi non vede di chiedere aiuto senza davvero chiederlo, di far entrare le persone nella propria casa senza davvero farle entrare e, soprattutto, di non dover coinvolgere in ogni piccola questione i propri famigliari e amici. L’applicazione con la sua rete di volontari e di utenti rende ogni richiesta più facile e veloce: attraverso un iPhone e gli occhi di un altro chi non vede può vedere. «Ogni volta che facciamo una pausa o abbiamo un attimo di tempo – dice Hans Jørgen Wiberg – potremmo fare del microvolontariato aiutando il prossimo a risolvere delle piccole o grandi questioni quotidiane magari mentre siamo in fila al supermercato o sdraiati sul divano di casa». Be my eyes è una organizzazione non profit fondata sul crowdfunding che mira a connettere persone vedenti e non vedenti in tutto il mondo. «Non per tutti è scontato

I numeri, in questi casi, sono relativi. Ogni singola storia può nascondere una situazione difficile. Ogni separazione, quando ci sono di mezzo i figli, diventa complicata. Offrire il miglior equilibrio tra padre e madre, tra uomo e donna, è la cosa migliore che lo Stato possa fare. Lo ha segnalato anche il Consiglio d’Europa in una risoluzione dello scorso ottobre: «In Europa, la ripartizione delle responsabilità tra uomini e donne in seno alle famiglie ha visto un progresso notevole verso un maggior equilibrio. Tuttavia, i padri si trovano confrontati a volte con legislazioni, pratiche e stereotipi di genere sui ruoli assegnati alla donna e all’uomo che possono sfociare nella perdita di relazione con i figli. Per un genitore vivere assieme al proprio figlio è un aspetto essenziale della vita famigliare, protetto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Solo circostanze eccezionali e particolarmente gravi possono giustificare una separazione, ordinata da un giudice». Informazioni

www.donna2.ch All’HES-SO Valais-Wallis di Sierre il 19 e 20 maggio si svolgerà un Colloquio internazionale su «Le nuove forme parentali: il tempo della separazione… e il bambino?». Contatti: hortense.hofer@unige.ch

La società connessa di Natascha Fioretti Se un iPhone può aiutarci a vedere

«Avete mai considerato di fare del volontariato per rendere il mondo un posto migliore? Ci avete pensato ma non ne avete mai trovato il tempo perché nel vostro fittissimo programma quotidiano non ci sta più nulla? Da oggi c’è l’applicazione che fa per voi». A dirlo è Hans Jørgen Wiberg fondatore di Be my eyes l’applicazione per iPhone che mette in relazione persone vedenti e persone non vedenti o con deficit visivi. Come? «Immaginate di essere in cucina a preparare la cena per gli ospiti che devono arrivare – racconta il fondatore in occasione di una conferenza – e nella ricetta di verdure che state facendo è previsto un ingrediente fondamentale: il latte di cocco. Allungate la mano verso lo scaffale di fronte a voi e tastando con le mani in cerca dell’ingrediente che vi serve e vi viene un dubbio. Ci sono tre contenitori ugua-

li e non ricordate quale è il latte di cocco. Che cosa fate? Tentate la fortuna? Come non vedenti non vi resta altro che prendere le tre confezioni e dirigervi alla porta del vostro vicino in cerca di aiuto offrendogli un caffè in cambio del suo prezioso consulto». Oppure, grazie a Be my eyes, a soccor-

potersi guardare allo specchio ogni mattina ma con l’app Be my eyes possiamo guardarci allo specchio insieme e provare a rendere questo mondo migliore». A credere nel progetto, la notizia è di qualche giorno fa, è Zendesk l’azienda che produce software per il servizio e l’assistenza clienti. Nata qualche anno fa in un piccolo loft di Copenhagen, oggi è un business globale con sede nella Silicon Valley che ha deciso di diventare partner di Be my eyes. Per il suo CEO Mikkel Svane, Be my eyes rappresenta «quella nuova generazione di start up per le quali la responsabilità sociale è il fondamento del proprio agire. Vogliamo condividere le nostre risorse e le nostre esperienze attirando l’attenzione anche di altri imprenditori che hanno a cuore il benessere della società e creando le condizioni per sviluppare nuove tecnologie e modelli di business».


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Società e Territorio

L’economia di chi ci nutre Pubblicazioni Cucinare, pulire, prendersi cura dei figli: tutte attività che non rientrano nel PIL.

Il saggio dell’economista svedese Katrine Marçal invita a ribaltare la prospettiva tradizionale Laura Di Corcia Il tempo è la nostra ossessione. Bisogna far tutto velocemente per far quadrare mille attività diverse, ma prima, quanto tempo ci voleva per portare a tavola una porzione di minestra di legumi? Riflessioni di questo genere calzano a pennello con il libro dell’economista svedese Katrine Marçal che ne I conti con le donne – Come gli economisti hanno dimenticato l’altra metà del mondo (Ponte alle Grazie) analizza l’inadeguatezza dei nostri modelli economici partendo dalle tesi del padre dell’economia classica, quell’Adam Smith che nella Ricchezza delle nazioni asseriva l’esistenza di una mano invisibile – una specie di Provvidenza divina – in grado di porre rimedio all’inevitabile egoismo individuale. Spiegato in soldoni: è normale pensare ai propri interessi e ciascuno agisce nella società spinto dal solo desiderio di accaparrarsi quante più risorse possibili. Non credano lor signori che questo ci faccia retrocedere nella giungla: l’egoismo individuale, grazie all’opera della manina di cui sopra, si traduce nel benessere dei più. Tutto a posto, pensiamo ai fatti nostri che a quelli degli altri ci pensa il buon Dio. Ma la giovane economista si chiede: chi preparava la cena ad Adam Smith (il titolo del libro, in inglese: Who coocked Adam Smith’s dinner)? Ebbene, a spadellare era la madre, con cui il padre dell’economia viveva anche da adulto. Senza che l’adorata ge-

nitrice pensasse a procurare il cibo e a mettergli davanti al naso tutte le sere una minestra calda, il nostro sarebbe stato in grado di elaborare le sue teorie? Secondo la Marçal si tratta in fondo di una storiella: ci hanno detto che l’uomo agisce solo in modo egoistico e ci hanno convinti che solo certe attività abbiano un valore economico, e noi ci abbiamo creduto. Ora però le donne, lungi dal passar le giornate a strofinare le macchie della tovaglia e a inamidare le camice, si sono rimboccate le maniche e si sono gettate nella mischia: avvocate, architette, giornaliste e dirigenti d’azienda, anche loro lottano per conquistare il loro posto nel mondo «vero» (spesso investendo il doppio dell’energia dei loro colleghi maschi con una resa finanziaria minore di un quarto, ma vabbè, non si può pretendere tutto). Però alle 20 in genere si avverte un certo languorino, chi prepara la cena? E poi: chi accudisce i bambini e chi lava i pavimenti? Se è vero, come dice la Marçal, che «la donna deve dimostrare il proprio valore in un mercato del lavoro che in larga parte è ancora conformato alle esigenze del maschio, deve farsi largo in categorie create dai maschi per i maschi», è anche vero che, per permettere la sua entrata nel business e negli affari, qualcuno deve occuparsi delle faccende domestiche, dei bambini e della spesa. Chi? Gli uomini? Non sia mai. Una nuova categoria di escluse: le immigrate.

Nutrire e prendersi cura degli altri: un lavoro faticoso e basilare che non ha una contropartita monetaria e che è da sempre tipicamente femminile.

Citiamo: «Oggigiorno, più di metà dei migranti del mondo sono donne. In certi Paesi, ne costituiscono addirittura l’80-90 per cento. La loro

vita è fatta di lunghe giornate lavorative e salari bassi. Il lavoro da casa è difficile, isolato e non regolamentato». E ancora: «L’economista femminista

Marilyn Waring ha osservato il lavoro non retribuito svolto da una giovane donna del Basso Veld nello Zimbabwe. Si alza alle quattro del mattino e cammina per undici chilometri per portare il secchio al pozzo, poi altri undici al ritorno con il secchio pieno. Raccoglie legna da ardere, lava i piatti, prepara il pranzo, lava di nuovo i piatti. Torna un’altra volta al pozzo, poi ha la cena da preparare e i fratellini da mettere a letto. Secondo i modelli dell’economia, questa giovane è improduttiva, disoccupata ed economicamente inattiva». Perché questo lavoro, difficile, faticoso, basilare, non ha una contropartita monetaria? Perché tutte le attività senza le quali non potrebbero esistere le altre sono svilite, pagate poco e male? Il libro della giovane economista svedese, brillante e ironico, magari a tratti ingenuo non al riparo da eccessive semplificazioni, possiede un merito: mette in evidenza l’arbitrarietà su cui si fonda il PIL e dimostra come queste tesi non siano pertinenti solo alle scienze economiche, andando invece a conquistare i basamenti del pensiero comune e orientando le nostre non troppo autonome scelte. Dovremmo ridiscutere tutto, ricordandoci che ciò che ha a che fare con la cura ha un valore altissimo, incommensurabile, e che bistrattando questi aspetti non facciamo altro che tagliare le radici che ci tengono legati a ciò che ci fonda, ci nutre, ci sostiene. Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio Tutti gli allievi devono avere capacità linguistiche sufficienti per seguire il piano di studi e conoscere l’ambiente sociale e culturale. (Ti-Press)

Le torbe e i funghi Valmaggia Un giro tra le antiche

testimonianze del mondo rurale restaurate grazie agli sforzi di associazioni locali Elia Stampanoni

L’integrazione passa attraverso la lingua Bambini e alfabetizzazione Tra i figli dei migranti in Ticino

non conoscere la lingua italiana può essere un ostacolo all’integrazione. Ma nel Cantone non mancano le iniziative per contrastare queste difficoltà

Elisabetta Oppo In Ticino l’italiano è la lingua della socializzazione, del lavoro e dell’istruzione, attraverso di essa passa l’integrazione. Ecco perché le difficoltà linguistiche dei bambini possono diventare il sintomo di un profondo malessere che coinvolge tutta la famiglia e che può rendere ancora più difficile la costruzione di una stima di loro stessi e dei loro cari, indispensabile per potersi integrare nel Paese di accoglienza. Spesso si è portati a pensare che per un bambino immigrato in Ticino in età scolare l’apprendimento dell’italiano avvenga senza tante difficoltà. E in gran parte dei casi può essere vero, soprattutto per i bambini che arrivano al momento dell’ingresso nella scuola dell’infanzia. Dopo due o tre anni, i bambini ed i giovani stranieri sviluppano una competenza in italiano simile a quella dei nativi e sono perfettamente integrati sul piano scolastico e sociale, non mancano però delle eccezioni. E spesso le difficoltà incontrate dai bambini sono vissute dai genitori con vergogna e umiliazione. Non è facile, infatti, per una famiglia migrante accettare il fatto che il proprio bimbo abbia difficoltà nell’apprendimento della lingua. Proprio per contrastare questo tipo di fenomeno, negli anni 90, in seguito all’arrivo di numerosi profughi dell’ex Jugoslavia, nelle scuole è stata creata la figura del docente di integrazione di lingua seconda, con l’obiettivo di garantire un progressivo inserimento nella realtà scolastica degli allievi appena giunti nell’istituto. Nello specifico l’intento è quello di favorire un’adeguata padronanza della lingua italiana e l’integrazione di allievi di altra lingua nel nostro contesto sociale e culturale. I docenti di lingua e integrazione completano le iniziative promosse dagli altri docenti nell’ambito della loro attività d’insegnamento. In particolare i corsi e le attività hanno lo scopo di aiutare gli allievi alloglotti ad acquisire capacità linguistiche sufficienti, tali da permettere loro di seguire i piani di studio e di conoscere l’ambiente sociale e culturale in cui sono inseriti. I corsi e le attività sono limitati nel tempo, per una durata massima di due anni scolastici. Il lavoro di questi docenti non si limita all’insegnamento della lingua, come ci spiega Morena Fattorini, docente di Integrazione di lingua secon-

da delle scuole elementari di Breganzona, e nelle scuole dell’infanzia di Besso, Gemmo, Breganzona e Pambio Noranco: «cerco di fare un lavoro di integrazione e non solo di apprendimento della lingua. Punto molto sulla conoscenza della loro cultura, degli usi e costumi del loro Paese di origine. Tutti elementi importantissimi per la loro formazione. È fondamentale che vengano integrati, non assimilati... non dobbiamo farne una nostra fotocopia». È inoltre fondamentale fare capire a questi bambini, e ai loro genitori, l’importanza di preservare l’utilizzo della lingua madre, senza vergognarsene. «Il mio compito è quello di mediare tra quella che è la realtà scolastica e la loro storia e cultura – spiega ancora Morena Fattorini – cerco di fare capire quanto sia importante conoscere bene la loro lingua madre, la lingua degli affetti, per poi imparare bene l’italiano. Da alcuni studi americani, infatti, risulta come i bambini che hanno una buona padronanza della lingua madre, siano più portati nell’apprendimento di una seconda lingua». I corsi si svolgono prevalentemente a livello individuale e il programma viene stabilito sulla base delle esigenze del singolo bambino. «Quando arriva un allievo nuovo si fissa un incontro per individuare la situazione migliore per lui: in quale classe inserirlo in base all’età, alla preparazione, al fisico, alla situazione familiare, e alla voglia di fare e interagire – continua Morena Fattorini – anche il programma che svolgo con ogni singolo bambino viene studiato e adeguato all’alunno». Da circa 7 anni il corso è stato istituito anche per le scuole dell’infanzia. Qui l’approccio è diverso, si lavora a piccoli gruppi, e i bimbi possono seguirlo per tutti i tre anni di scuola. Le lezioni si basano molto sul gioco, sulla fantasia e la creatività. Con l’ausilio di materiale vario, dai libri alle carte, dai giochi al disegno, fino ad arrivare alla creazione di dispense nelle quali è raccontata parte della loro storia e cultura, e che al tempo stesso consentono ai bimbi l’apprendimento della lingua. E se spesso un bambino può essere più motivato a imparare l’italiano, così come può esserlo il padre per esigenze di lavoro, è invece più difficile che la madre non integrata professionalmente, sia stimolata e interessata ad apprendere una lingua che in fin dei conti, a suo parere, utilizzerebbe poco. Non mancano però esempi di ma-

dri immigrate casalinghe che hanno imparato l’italiano in tempi brevi e a livelli di competenza molto avanzata. Ma ci sono, come detto, anche tantissimi migranti che pur essendo in Ticino da lungo tempo non parlano l’italiano o lo parlano a stento, o per indifferenza, per mancanza di informazione o per mancanza di risorse finanziarie. Questo a volte porta a conseguenze che si ripercuotono anche sui minori, ai quali vengono attribuiti compiti del tutto inadatti alla loro età. Frequenti i casi in cui i bambini assumono una vera e propria funzione di traduttori o rispondono al telefono perché i genitori non padroneggiano la lingua. Per andare incontro alle difficoltà di queste famiglie SOS Ticino offre sostegno giuridico alle persone migranti e agli stranieri, si occupa della formazione e collocamento di mediatori interculturali e promuove un servizio di interpretariato dell’Agenzia DERMAN, che si rivolge a tutti gli immigrati che hanno problemi di comunicazione linguistica e di comprensione interculturale nell’ambito del loro accesso ai servizi sociali, scolastici e medico-sanitari. Tra le attività di SOS Ticino ci sono anche dei corsi di lingua italiana tenuti da volontarie, che da tre anni sono ospitate nei locali della Biblioteca interculturale della prima infanzia di Molino nuovo. L’obiettivo è quello di dare alle donne immigrate gli strumenti per essere più indipendenti ed emancipate. Con l’apprendimento dell’italiano riescono, infatti, a conoscere, a sapere e capire aspetti della quotidianità, della realtà in cui vivono, riuscendo così a socializzare e ad integrarsi meglio nella società. Tre mattine a settimana per due ore, donne provenienti da Sri Lanka, Eritrea, Etiopia e altri Paesi si incontrano e seguite da alcune volontarie apprendono i primi rudimenti di italiano che le aiutano a gestire la loro quotidianità. «Adesso posso parlare con il dottore, con la maestra d’asilo e negli uffici», racconta Asmeret, giovanissima mamma eritrea. Soddisfatta per i progressi fatti anche Salam, pure lei eritrea: «posso leggere quando vado a fare la spesa o dal dottore, e posso parlare al parco con altre mamme, posso capire quando gli altri mi parlano». Sempre a Lugano, infine, presso il centro di socializzazione Il tRaGitto in via Vicari, è attivo anche il progetto «Incontriamoci» rivolto alle mamme con bambini fino ai 4 anni.

La torba è il più importante materiale organico utilizzato nella coltivazione di piante ornamentali. Si tratta essenzialmente di terra derivante dalla lenta decomposizione di specie vegetali in ambiente freddo e umido. Ma se parliamo di torba in Valmaggia il discorso si sposta radicalmente, dato che il termine indica una tipica costruzione delle valli ticinesi, contraddistinta da un edificio soprelevato. Elementi caratteristici delle torbe sono i funghi, ossia delle ingegnose strutture elaborate per impedire ai roditori di arrampicarsi e danneggiare le scorte immagazzinate. I funghi sono solitamente quattro (uno per ogni angolo) e, oltre a sostenere l’intero edificio, fungono da barriera. Sono formati da un gambo di legno su cui viene poggiata una grande lastra di pietra in posizione orizzontale, dove i topi non riescono ad aggrapparsi (non potendo camminare a testa in giù) e devono rinunciare alla loro scalata. I funghi hanno un’altezza complessiva di circa un metro e contribuiscono pure a isolare la cascina dall’umidità.

Le costruzioni di sassi, pietre e legname permettevano di conservare le provviste agricole La popolazione dei Walser usa il termine di torba anche per delle costruzioni analoghe destinate ad abitazione o stalla e giunte a sud delle Alpi verso il 1250, ma l’uso della torba intesa come granaio si fa risalire attorno al XV secolo, periodo in cui si sono datate anche le prime costruzioni ticinesi. Un sistema ingegnoso che garantisce condizioni adatte alla conservazione di alimenti e dove, grazie all’aerazione ottimale, si potevano conservare le scorte di cereali destinati all’auto-approvvigionamento. Il più coltivato in quell’epoca era soprattutto la segale che in Valmaggia, veniva coltivata fino a circa 1500 metri di altitudine: solo più tardi arrivò anche il granoturco. Attorno al 1930, con l’abbandono delle coltivazioni, anche l’uso delle torbe andò diminuendo e le costruzione vennero in parte abbandonate. Oggi se ne contano comunque ancora una settantina su tutto il territorio della Valmaggia, di cui alcune restaurate grazie all’impegno e all’investimento di diverse associazioni. Ne troviamo a Bosco Gurin, a Bignasco e a

La torba di Camblee, tra Cevio e Fusio, risale al 1400. (Elia Stampanoni)

Fusio, ma anche in Val Bavona, in Val di Campo, in Lavizzara o in Rovana. Tra le più famose, o per lo meno più note, di certo va citata la torba di Campo Vallemaggia che ha trovato una nuova collocazione al Museo all’aperto del Ballenberg, nel settore ticinese inaugurato nel 2003. Questa torba, con legnami datati 1515 (secondo misurazioni di dendrocronologia) è tornata a splendere dopo un restauro realizzato ex-sito. Ha invece mantenuto la sua posizione originale la torba d’Padovagn a Bignasco (443 metri di altitudine), collocata nel nucleo del borgo e circondata da alcune case cinquecentesche in pietra. Si tratta di due granai in legno risalenti al 1438, restaurati con il coordinamento dell’Associazione per la protezione del patrimonio artistico de architettonico di Valmaggia (APAV) nel 2004. La torba di Camblee si può ammirare viaggiando tra Cevio e Fusio, prima di affrontare gli ultimi tornanti per la località situata a 1289 metri di altitudine, in cima alla valle Lavizzara. Restaurata tra il 2002 e il 2004, questa costruzione era parte di un piccolo villaggio, poi abbandonato anche a causa degli alti rischi di valanghe e scoscendimenti. Si tratta di una tipologia un po’ differente, dato che al posto dei funghi l’edificio è protetto e rialzato con una mensola di legno che aveva lo stesso scopo delle lastre in pietra. La torba di Camblee fu costruita nel 1401 (sempre secondo le analisi del legno) ed è stata restaurata dall’APAV. In Valle di Campo, nella frazione Al Piano, spicca invece la torba di Sartüü, restaurata nel 1999. Posta a un’altitudine di 1172 metri, rappresenta una tipica torba con la muratura di sostegno, i funghi, il granaio in legno e il tetto in piode. L’ultimo restauro effettuato risale invece a poco tempo fa, quando a Cimalmotto è stata inaugurata la Torba d’Marta, situata dietro il piccolo cimitero del villaggio della Val Rovana a 1405 metri di altitudine. Risalente al 1515, la struttura è stata salvata dalla locale Associazione Amici di Cimalmotto che, esistente da 25 anni, promuove iniziative per conservare l’identità del paese. Composto da quasi tutti i villeggianti della piccola frazione, il sodalizio si è fatto carico dei lavori, terminati nel 2015, proprio a 500 anni dalla costruzione. L’inaugurazione è avvenuta il primo d’agosto dell’anno scorso, quando l’edificio è tornato a splendere con il suo zoccolo in pietra naturale, i funghi e il granaio sopraelevato in legno, testimonianza del mondo rurale, delle sue fatiche e del suo ingegno per adattarsi al ritmo e alle esigenze della natura.


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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni La medicalizzazione della vita È stato un filosofo famoso, Michel Foucault, a parlare negli anni Sessanta di «medicalizzazione della vita». Oggi l’espressione è d’uso consueto, e ancora più frequentemente si parla di una «società medicalizzata»: ovvia conclusione del processo, perché se nel singolo prendono piede l’ansiosa cura di sé, l’ossessione igienistica e la frenesia preventiva, dopo un po’ sarà tutta la massa sociale ad esserne contagiata. E le campagne preventive, la pubblicità che spinge al consumo di farmaci magari inutili (con la diplomatica prudenza d’ammonire: «Attenzione: questo è un medicamento. Leggere attentamente le istruzioni…») non fanno che rafforzare le paure e il ricorso alle pratiche di scongiuro farmacologico. Così si verifica un curioso paradosso: siamo una società dove la longevità e la speranza di vita hanno raggiunto livelli mai prima neppure sperati, ma siamo anche preoccupati e angustiati

per la salute più di quanto lo fossimo in passato. Il ricorso al medico era relativamente raro ancora almeno per tutto l’Ottocento e, prima dell’invenzione della penicillina, anche i farmaci erano per lo più prodotti d’erboristeria di dubbia efficacia. Clisteri e salassi erano le terapie più comuni. Funzionavano? Be’, come hanno scritto due studiosi, «il clistere era meno pericoloso di qualsiasi farmaco attuale, però la vita media è aumentata di circa vent’anni negli ultimi decenni». Il progresso è indubitabile. Ma, come sempre, la medaglia ha due facce: c’è quella sorridente del perfezionamento delle cure, del potenziamento della salute e del prolungamento della vita; c’è l’altra, incupita, della crescente inquietudine, della paura d’ammalarsi, dell’assillo della salute. In più, c’è l’incertezza che ancora avvolge molte «certezze» della medicina. La ricerca medica e farmacologica

va avanti, e non di rado il passo avanti smentisce o ridimensiona quella che era una verità nel passo precedente. Pochi giorni fa un quotidiano titolava così una notiziola d’agenzia: «Il cioccolato è contro il diabete e fa bene al cuore». Ma pensa! E dire che io ricordo più di un diabetico che aveva dovuto rinunciare al cioccolato per raccomandazione del medico. Ancora: il fumo fa male, è risaputo; però un’altra notizia giornalistica, un anno fa, segnalava che, in base a ricerche recenti, la nicotina riduce il rischio di Alzheimer e Parkinson. Ma i quotidiani, si sa, non fanno un rigoroso controllo delle notizie che ricevono – anzi, per richiamare l’attenzione del pubblico, tendono a semplificare e a enfatizzare informazioni ben più complesse e sfumate. Lasciamo dunque stare le notiziole giornalistiche; ci sono però libri seri, ben documentati da autori competenti, che confermano l’incertezza di non poche conoscenze

mediche. Ad esempio Marco Bobbio, primario di cardiologia in Italia, ha pubblicato vari libri al riguardo; mi limito a citarne uno, dal titolo significativo: Leggenda e realtà del colesterolo. Le labili certezze della medicina. Se poi ci volgiamo a quella branca particolare della medicina che è la psichiatria, le cose sembrano peggiorare disastrosamente. Il DSM, il manuale redatto dall’Associazione degli psichiatri americani e utilizzato ovunque per la diagnostica delle malattie psichiche, è giunto nel 2013 alla sua quinta edizione e subito ha suscitato polemiche furibonde. Perché? Perché questo suo nuovo profilo diagnostico dei disturbi mentali dilata a tal punto lo spazio della patologia che, in pratica, per quanto riguarda la psiche si finisce con l’abbattere il limite tra ciò che è normale e ciò che è patologico. La paura della patologia dilaga, provocando ansia nelle persone sane e reazioni euforiche

nelle industrie di psicofarmaci; già, perché come scriveva appunto tre anni fa Allen Frances, psichiatra di fama mondiale, segnalando l’impressionante consumo di sostanze psicotrope negli Stati Uniti, «una pratica diagnostica troppo disinvolta sta causando un’overdose nazionale di farmaci». Perciò, giustamente, un libro scritto da Frances s’intitola Primo, non curare chi è normale. Ma chi è «normale», alla luce incerta delle nuove scoperte mediche? Forse, come Jules Romains fa dire al dottor Knock in una sua commedia, «una persona sana è solo un malato che non sa di esserlo». E allora, forse, un po’ del fatalismo di una volta allevierebbe molte ansie. Perché è pur sempre vera la vecchia e cinica battuta: «Esiste una malattia congenita, lentamente degenerativa, progressivamente invalidante, con esito letale nel 100% dei casi: è la vita».

misteriosamente mariana di questo immissario del Lago di Como, sembra, è dovuta a un fenomeno di troppopieno di un sistema carsico che nessuno è mai riuscito a esplorare fino in fondo. Alcuni speleologi si sono infilati in queste cavità, ma è impossibile arrivare fino alla sorgente, ipotizzata sotto il Grignone. Eccolo il fiumelatte (222 m) a Fiumelatte, al di là della strada. Così su due piedi mi sembra un po’ sottotono, stentoreo, quasi depresso. Il fornaio mi dice che dipende dalle piogge, ma che vale la pena di salire su alla grotta dove esce, «e poi c’è una vista». Entro nel nucleo e arrivo sul ponticello dove un cartello giallo dice «Fiumelatte, il fiume più breve d’Italia». In realtà è tra i più brevi d’Italia ma per una volta, il campanilismo, forse, va preso di buon cuore. Odore di glicine proveniente dalla casa giallo zabaione con vista sull’enigmatico riale, il cui colore, ora, non potrei tanto associarlo a quello del latte. Ma si sente un inedito scrosciare.

Salgo tra le case, passo sotto le campate del ponte ferroviario, due gatti randagi filano via a schiena bassa. Il sentiero è ripido, qualche pioda aiuta, ora il suolo è tutto inzuppato. Su uno spiazzo ci sono dei tavoli in sasso per il picnic, il fragore garbato è intenso e rilassante. Adesso però, per amor di cronaca, va detto, qui i fiotti sono lattei. Lassù una cascatella, delle scale in ferro portano più su ancora, attorno spunta il violetto dei raponzoli plumbei e dei giacinti con il pennacchio, detti anche lampascioni. Da questa seconda postazione, la vista, come annunciava il fornaio, è qualcosa: abbraccia i due rami del lago a fianco del promontorio di Bellagio. Qui il fiume è davvero latte, scorre con forza. Altre scale e arrivo al cospetto della grotta con inferriata dove tra massi muschiati sbuca questo curioso fiume ipogeo. Un’antica leggenda dice che una volta abitava a Varenna una bella fanciulla della quale tutti erano un po’ innamorati, tre giovani

del luogo in particolar modo. La bella di Varenna avrebbe sposato chi dei tre spasimanti fosse riuscito a trovare la sorgente intermittente di questo brevissimo corso d’acqua stravagante. I tre innamorati entrano nella grotta. Nessuno per anni ha più avuto notizia, se non quando escono con i capelli bianchi, lo sguardo perso. Il primo raccontò di una sirena bicaudata che gli offrì un calice di ambrosia. Visioni estatiche di paradisi sotterranei per poi precipitare nel buio più profondo. Il secondo disse di aver raggiunto una caverna dove si apriva un castello di stalattiti e laghetti scintillanti con fate ed elfi che ballavano. Il terzo, stravolto, gli occhi sbarrati e colmi di terrore, non disse niente. Morì tre giorni dopo come gli altri due che avevano intrapreso la folle prova d’amore e di coraggio. Curiosa è la bovina corrispondenza toponomastica con una cascata pochi chilometri da Vernayaz, in Vallese, chiamata pissevache.

Infatti, strada facendo, un marchio, simbolo di buone intenzioni, doveva prestarsi a interpretazioni fuorvianti e pericolose. Da strumento al servizio della difesa dei prodotti locali e regionali si è trasformato in pretesto per praticare forme di nazionalismo controproducenti e anacronistiche, e addirittura soluzioni di tipo autarchico. Intenti, dai toni bellicosi, a cui danno voce i megafoni della demagogia, che, però, spesso dirigono i loro malumori verso bersagli sbagliati. Questione d’ignoranza storica e di malcostume professionale come nell’esempio, a noi vicino, di Migros Ticino, esposta al tiro di accuse strampalate: perché favorirebbe, con i suoi acquisti, l’economia d’oltre frontiera, a danno di quella locale. Mai come qui l’accusa cadeva nel vuoto, smentita da una realtà del resto risaputa: il sostegno ai prodotti locali e regionali figura, per così dire, nel DNA, di un’impresa svizzera e aperta al mondo. Ciò che rispecchiava l’etica di Duttweiler. Un abbinamento che, poi, si ritrova in tutta l’evoluzione

di un’impresa d’avanguardia. Anche Migros Ticino, fondata il 9 agosto 1933, dichiarava, nei suoi statuti, «la mano tesa ai coltivatori di pomodori e ai viticolori». E questo settimanale, nel primo numero dell’8 aprile 1938, si presentava come «organo della società cooperativa Lavoro ticinese, per aiutare, fra altro, le filatrici di lana del Malcantone». Se si rievocano, adesso, questi tempi lontani, è per confermare la fedeltà a un indirizzo ormai storico: difendere attività artigianali e prodotti del territorio, adeguandosi, però, alle nuove necessità e abitudini dei consumatori. Con tutto il rispetto dovuto al «chilometro zero», il pubblico ha integrato sapori e piaceri, ormai di stampo internazionale. Il concetto stesso di esotico ha cambiato connotati. Anni fa, il ministro dell’agricoltura, Luca Zaia, invitò i suoi connazionali allo «sciopero dell’ananas», da sostituire con arance a mandarini. Ora, questi agrumi, già nel Nord Italia, per non parlare in Ticino, diventano, a loro

volta, esotici. Insomma, anche i cibi viaggiano. Pizza e hamburger si ritrovano a ogni latitudine. Come, del resto, viaggiano, o dovrebbero viaggiare, le persone, le idee, le culture. E, qui, si tocca l’aspetto più insidioso dell’autarchia, non a caso applicata dai regimi totalitari: fascismo, nazismo, regimi marxisti, caratterizzata dalla chiusura in sé stessi, che comportava limitazioni nei consumi quotidiani, sul piano materiale, e, in pari tempo, sul piano intellettuale e artistico. Non solo scarsità di cibo e vestiario, ma anche di libri, spettacoli, scambi di opinioni. Con effetti persino grotteschi. Come avvenne in Italia, quando l’autarchia fu applicata al vocabolario per depurarlo dagli esotismi: non tennis ma gioco della racchetta o pallacorda, non bar ma mescita, non flirtare ma frascheggiare. In proposito, l’autore, immune al ridicolo, precisa: «Il flirt è tipicamente inglese, è un diporto o poco più. Per noi latini, gente focosa, è qualcosa di innaturale».

A due passi di Oliver Scharpf Il fiumelatte a Fiumelatte Partenza alle sette in punto, via Campo Marzio, bus blu Lugano-Menaggio che sarebbe forse più corretto chiamare corriera per via della canzone La curiera (1995) dei De Sfroos. Nel corso di una ricerca sugli orridi lariani in voga fino a metà del secolo scorso e adesso passati di moda o caduti in rovina come quello di Osteno, ho scoperto un’altra attrazione acquea molto strana. È un fiumiciattolo color latte di appena duecentocinquanta metri che nasce in primavera e sparisce in autunno. Un mistero idrico che aveva già incuriosito Leonardo Da Vinci che ne parla nel foglio duecentoquattordici del Codice Atlantico (1478-1519) chiamandolo «fiumelaccio». Alla pasticceria Manzoni di Menaggio mi concedo un maritozzo, brioche a forma ovale appena sfornata con su una glassa lattescente farcita di solito con panna ma meritevole anche così, in purezza. E poi via verso l’imbarcadero dove salgo, in compagnia di una comitiva di

veneti allegri attrezzati da trekking, a bordo del Ghisallo. In un quarto d’ora il traghetto attraversa adagio il cuore a Ypsilon del famoso triangolo lariano. Incantevole è Varenna dove sbarco a metà mattina di una gradevole mattina di maggio. Tra l’altro è proprio in maggio, pare, il periodo di massima portata del fiumelatte, soprannominato Fiume delle due Madonne. Perché appare sempre il venticinque marzo, giorno dell’Annunciazione e festa di Fiumelatte – frazione di Varenna, provincia di Lecco – ed esce di scena il sette ottobre, Madonna del Rosario e patrona di Varenna. Dal debarcadero una passerella lacustre porta nel vacanziero paesino di Varenna che risalgo fino a piazza San Giorgio dove si affaccia la notevole chiesa trecentesca e ci sono platani potati a candelabro. Prendo la strada statale per Fiumelatte che affianca il parco botanico longilineo di Villa Monastero con agavi, limoni eccetera. La regolare intermittenza

Mode e modi di Luciana Caglio Dal chilometro zero all’autarchia Oggi, anche i neologismi fanno in fretta a invecchiare e rischiano di perdere il loro significato iniziale, logorati da un uso che è subito abuso. Sta succedendo a «chilometro zero», definizione ormai dilagante. In italiano, comparve, per la prima volta, nel 2008, adottata dalla Coldiretti Veneto, l’associazione dei coltivatori della regione, mobilitati per una giusta causa: favorire i prodotti locali su un mercato, minacciato da importazioni, provenienti sempre più da lontano. Suonava bene, alla stregua di uno slogan di successo. Entrò nel linguaggio corrente e assunse, sul piano pubblicitario, politico e sentimentale, il ruolo di alternativa alla globalizzazione, considerata la madre di tutti i mali. E incentivò l’avanzata di mercatini e bancarelle, luoghi simpatici dove, in un’atmosfera similpaesana, si vendono cibi e prodotti per forza di cose genuini. La vicinanza ne sarebbe la garanzia. Ora, proprio la proliferazione del marchio «chilometro zero» potrebbe giustificare qualche sospet-

to. C’è da chiedersi se, effettivamente, tutti quei frutti, ortaggi, latticini, salumi, comprati in piazza, mantengano le promesse in quanto a origini locali e contenuti bio. In proposito, si è aperto un dibattito che fa capo più all’ideologia che alla scienza. Detto ciò, sono ben altri i motivi di cui preoccuparsi seriamente.

Frascheggiano? Civettano? O semplicemente stanno flirtando?


COOPERATIVA MIGROS TICINO 2015 RELAZIONE ANNUALE Andamento generale Migros Ticino chiude il 2015 con una cifra d’affari di 491 milioni di franchi, in calo del 4,8% rispetto all’anno precedente. La Cooperativa ha operato in un mercato del commercio al dettaglio in flessione, principalmente a causa dall’apprezzamento del franco svizzero sull’euro - conseguentemente alla decisione della Banca nazionale di abbandonare la soglia minima dell’1,20, ciò che ha comportato un ulteriore aumento del fenomeno del turismo degli acquisti e una diminuzione dei prezzi dell’assortimento (stimata a 1,8%). Sui ricavi della Cooperativa hanno inoltre pesato i lavori di ristrutturazione presso due dei suoi punti di vendita più importanti e meglio quello del Centro Agno e quello di Lugano Centro. Malgrado ciò, a seguito di una riduzione dei costi d’esercizio complessivi del 4,6%, è stato possibile contenere la diminuzione della redditività sull’anno precedente. Infatti il 2015 si è chiuso con un EBIT (Risultato prima degli interessi e imposte) di 7,5 milioni di franchi e un Risultato aziendale di 4,9 milioni di franchi (anno 2014 rispettivamente 9,1 e 5,9 milioni). Situazione finanziaria Con un Cash Flow generato di 20,8 milioni di franchi è stato possibile finanziare completamente gli esborsi per gli investimenti, che hanno comportato uscite complessive pari a 18,0 milioni di franchi contro i 25,4 milioni del 2014. La Somma di bilancio è rimasta praticamente invariata a 161,2 milioni e grazie al Risultato aziendale di 4,9 milioni, il Capitale proprio è salito a 55,5 milioni contro i 50,6 milioni di franchi della fine del precedente esercizio; la relativa quota rispetto alla Somma di bilancio è passata dal 31,3% al 34,4%. Stato delle ordinazioni e dei mandati Come attori del settore del commercio al dettaglio, non esistono né ordinazioni né mandati rilevanti da commentare. Attività di ricerca e sviluppo La Cooperativa non esegue particolari attività di ricerca o sviluppo. Eventi straordinari Nel corso dell’esercizio 2015 non si sono verificati eventi straordinari particolari da segnalare. Valutazione dei rischi Migros Ticino dispone di un processo di gestione dei rischi. Il Comitato di direzione informa regolarmente il Consiglio di amministrazione (CdA) sulla situazione di rischio che l’impresa deve affrontare. Il CdA si assicura che la valutazione dei rischi abbia luogo nei termini opportuni e in maniera adeguata. In base a un’analisi sistematica dei rischi potenziali, il CdA e il Comitato di direzione li hanno identificati e hanno valutato la probabilità che si avverino così come le possibili derivanti conseguenze finanziarie. Appropriate misure adottate dal CdA permettono di evitare, diminuire o arginare questi rischi. I rischi potenziali che devono essere sopportati dalla Cooperativa vengono costantemente sorvegliati. Durante la verifica annuale della strategia aziendale il CdA li considera e li valuta adeguatamente. Il CdA ha effettuato l’ultima valutazione dei rischi potenziali il 02.12.2015 e appurato che in linea di principio essi sono ben coperti dalle strategie, dai processi e dai sistemi. Prospettive Anche in futuro lo sviluppo del commercio al dettaglio ticinese e quindi di Migros Ticino dipenderà dal cambio franco-euro, che dopo importanti flessioni, da un anno si è assestato al tasso di 1,10. Mantenendosi a questo livello il fatturato della Cooperativa dovrebbe stabilizzarsi a partire da metà 2016 e riprendere a crescere a fine anno, con la conclusione dei lavori alla filiale di Lugano Centro. La continua crescita di superfici di vendita nel mercato e del commercio online aumenterà ancor più la pressione sul fatturato. Per contrastarne gli effetti la Cooperativa metterà ulteriormente in valore le potenzialità delle sue attività tradizionali (qualità e attrattività dell’offerta; efficienza aziendale), le sinergie con il commercio digitale gestito dalla Federazione delle cooperative Migros e per finire svilupperà nuove attività di diversificazione, nel solco di quanto già realizzato a partire dal 2014 nel campo del benessere, con i centri Activ Fitness.

Da sempre Migros si impegna a favore della sostenibilità ambientale, economica e sociale, dal 2012 con promesse a bambini e ragazzi: obiettivi concreti espressi nell’ambito della campagna Generazione M nei diversi settori di intervento – consumo, ambiente, società, salute e collaboratori – il cui livello di raggiungimento viene valutato e comunicato due volte l’anno.

CONSUMO Nel 2015 i clienti di Migros Ticino hanno risparmiato complessivamente 9 milioni di franchi a seguito di una diminuzione media dei prezzi dell’1,8% (in totale dal 2009 a oggi: 10,8%). L’assortimento di specialità agroalimentari locali dei Nostrani del Ticino, che comprende una quindicina di articoli prodotti artigianalmente in laboratori protetti, ha realizzato un fatturato superiore ai 23 milioni di franchi, pari al 7% del settore alimentare, a dimostrazione dell’apprezzamento per i prodotti genuini a chilometro zero, che comportano un importante indotto a favore della regione. Confermato l’apprezzamento per l’offerta con plusvalore ecologico e sociale: i prodotti biologici – con una scelta ampliata grazie all’introduzione dell’assortimento Alnatura nelle principali filiali – registrano un aumento delle vendite del 3,4%, del 23,3% per il settore ittico a marchio MSC (Marine Stewardship Council), mentre sono addirittura triplicate per quello certificato ASC (Aquaculture Stewardship Council). Una crescita del 5,6% interessa anche il marchio TerraSuisse, che promuove un’agricoltura in sintonia con la natura, del 21,2% l’offerta vegetariana V-Label, del 45% la linea di specialità Sélection. Nei ristoranti e De Gustibus da inizio anno viene infine proposta unicamente carne di maiale, manzo, pollo e vitello di origine svizzera. Sono continuati gli investimenti a favore dell’ampliamento e il rinnovo della rete di vendita, con l’apertura di un nuovo supermercato a Melano e l’ammodernamento delle sedi di Agno Uno, Faido e Molino Nuovo. Proseguono intanto i lavori nello stabile di via Pretorio a Lugano, con l’apertura di due piani destinati all’offerta non alimentare. Ha inoltre preso avvio una collaborazione con La Posta, che ha portato alla creazione di agenzie nei punti vendita di Melano, Piazzale alla Valle a Mendrisio e Chiasso Boffalora. Stabile al 78% la quota di fatturato realizzata da clienti iscritti al programma fedeltà Cumulus, che hanno beneficiato di sconti per un ammontare di 6,2 milioni di franchi. Sono invece 15’000 (+9%), le famiglie con figli residenti nella Svizzera italiana iscritte al programma Famigros.

Il team della filiale di Tenero, vincitore del concorso fotografico «costruiamo insieme» rivolto a tutti i collaboratori della Comunità Migros.

AMBIENTE Nell’ambito della strategia climatica ed energetica, nel 2014 Migros Ticino ha definito con l’Agenzia dell’energia per l’economia (AEnEC) nuovi obiettivi per ridurre l’impatto ambientale delle attività aziendali per l’anno 2022, su base 2013: per i punti vendita l’aumento dell’efficienza energetica è fissato al 16,7%, la riduzione delle emissioni di CO2 al 20%; per la sede centrale di S. Antonino al 19,5%, rispettivamente al 25%. Gli investimenti in sistemi, impianti e metodi di lavoro, tra il 2013 e il 2014 hanno portato all’aumento dell’efficienza energetica del 2,2% per i punti vendita, del 23,9% per la sede centrale; la riduzione delle intensità delle emissioni di CO2 è invece stata del 42,5% per i punti vendita, in particolare grazie al collegamento dell’areale di S. Antonino al termovalorizzatore Teris SA di Giubiasco, che ha anche permesso l’abbandono dell’energia fossile per il riscaldamento, portando a zero le emissioni di CO2 per la sede centrale (dati verificati e certificati dall’AEnEC). I quattro impianti fotovoltaici presenti su stabili dell’azienda hanno permesso una produzione pari al fabbisogno di circa 200 economie domestiche, con un totale annuo di 916 mila kWh, di cui il 60% prodotto dalle installazioni di Mendrisio Sud e S. Antonino, di proprietà di Migros Ticino. La valorizzazione di rifiuti e scarti – che derivano sia dalle attività di Migros Ticino, sia dai materiali riportati dai clienti presso il servizio accoglienza e nelle apposite pareti ecologiche presenti nei punti vendita – ha potuto essere ulteriormente migliorata: delle 4’140 tonnellate raccolte la quota che viene consegnata ad aziende specializzate nel riciclaggio è aumentata di 300 tonnellate, passando dal 58 al 65% del totale. Il miglioramento è in particolare da attribuire al potenziamento degli impianti di trattamento dei prodotti deperibili effettuato dalla Ökostrom di Hünenberg (Canton Zugo), che ha permesso una drastica diminuzione della quota di rifiuti urbani, passata dal 42,3 al 34,4%. L’azienda si sforza costantemente di mantenere il volume degli scarti alimentari il più basso possibile, in particolare tramite l’ordinazione ottimale della merce, basata su un’apposita applicazione informatica, riduzioni di prezzo per la merce la cui data di vendita sta per scadere e con la consegna a Tavolino magico e altri enti di eventuali rimanenze con data di consumo ancora valida.

SOCIETÀ L’impegno di Migros Ticino in ambito culturale, sociale, economico e formativo prevede per statuto che ogni anno lo 0,5% della cifra d’affari venga destinato a progetti e iniziative in questi campi, importo che nel 2015 è stato di circa 2,6 milioni di franchi, utilizzato per: – ridurre il prezzo dei corsi di formazione degli adulti (14’500 partecipanti, 2’610 corsi, erogati da 250 formatori, per un totale di 283’000 ore di frequenza) organizzati dalla Scuola Club Migros Ticino, che quest’anno ha inaugurato la rinnovata sede di Lugano; – sostenere e promuovere le oltre cento manifestazioni presentate nel programma del Percento culturale, che comprendono concerti, mostre d’arte, spettacoli teatrali, musicali e di danza, oltre a conferenze, incontri e film, con una serie di eventi indirizzati ai bambini e al pubblico più giovane. Insieme hanno richiamato oltre 90’000 spettatori. In ambito sponsoring è inoltre stato sostenuto l’evento musicale Moon and Stars di Locarno. Apprezzato come settimanale di informazione e cultura, Azione, l’organo ufficiale della Cooperativa redatto e stampato in Ticino, ha confermato il suo alto numero di lettori (117’000 unità, REMP 2015-2). Il Gruppo integrato del Laboratorio Incontro 2 della Fondazione Diamante, attivo da 26 anni presso la sede centrale di Migros Ticino a S. Antonino, anche lo scorso anno ha permesso di inserire nel mondo del lavoro un gruppo di 12 utenti sotto la guida di due educatori. Un progetto di integrazione socio-professionale che affianca l’impegno della Cooperativa nel promuovere la commercializzazione di una quindicina di articoli elaborati artigianalmente in laboratori protetti delle fondazioni Diamante, La Fonte, OTAF e San Gottardo, cui vengono interamente riversati i proventi.

Nel quadro delle sue attività, Migros Ticino cerca di favorire aziende locali per la fornitura di merci e servizi. Nel 2015 questo impegno, unitamente ai salari, ha generato un indotto a favore dell’economia cantonale di 204 milioni di franchi, pari al 42,0% del fatturato.

SALUTE Anche nel 2014 una parte importante delle risorse utilizzate per la pubblicità e le attività marketing è stata destinata alla promozione di prodotti freschi e regionali nei supermercati e nella ristorazione. L’assortimento a marchio aha! per persone soggette a intolleranze o allergie si è ulteriormente ampliato nel settore alimentare e in quelli per la cura del corpo e della casa, con oltre 200 articoli e una crescita del fatturato del 29,9%. Una selezione di prodotti aha! è disponibile anche nella ristorazione, dove risulta in crescita pure la richiesta di menu equilibrati e dall’apporto calorico contenuto a marchio Délifit e Fourchette Verte. Ai numerosi corsi proposti dalla Scuola Club Migros Ticino negli ambiti movimento, benessere, alimentazione e salute, si affianca l’offerta dei centri Activ Fitness, a Losone e – dal 2015 – a Lugano. L’azienda promuove tali ambiti anche con il sostegno di eventi sportivi popolari, tra i quali SlowUp Ticino, StraLugano, Marcheton, Famigros Ski Day, mentre manifestazioni gastronomiche quali Mangialonga a Mendrisio e Gusta il Borgo ad Ascona abbinano il cammino alla scoperta di tradizioni alimentari, natura e territorio.

COLLABORATORI La Cooperativa impiega 1’650 collaboratori (il 90% dei quali è domiciliato nella Svizzera italiana), pari a 1’192 unità di lavoro a tempo pieno; 41 i giovani in formazione, principalmente nel settore della vendita. Il Contratto collettivo di lavoro nazionale 2015-2018 è stato rinegoziato e le ottime condizioni di lavoro di cui beneficiano i collaboratori migliorate rispetto al precedente, per esempio con 18 settimane di congedo per maternità, 3 per paternità o adozione. A conferma dell’impegno dell’azienda nei confronti dei collaboratori e del loro benessere, quale prima azienda della Svizzera italiana Migros Ticino ha ottenuto il label Friendly Work Space®, un marchio di qualità conferito dalla Fondazione Promozione Salute Svizzera alle aziende che dimostrano di aver implementato un approccio sistematico per incentivare la prevenzione e la promozione della salute, la sicurezza sul posto di lavoro, la professionalità nel reclutamento, così come uno stile di conduzione equo e partecipativo, orientato al miglioramento delle competenze individuali e allo sviluppo dei collaboratori.

LO SAPEVATE CHE... Media clienti giornalieri Importo acquisto medio Articoli presenti in un supermercato Volume di merce venduta

numero scontrini

54 000

franchi

29

minimo 10 000 massimo 40 000 tonnellate/giorno

350

Riduzione delle emissioni di CO2 nei punti di vendita (base 2013)

percentuale

42,5%

Rifiuti e scarti riciclati

percentuale

65%

Utile netto ogni 100 fr. di incasso

franchi

1

Indotto in Ticino per 100 fr. di incasso

franchi

42

persone

1 650

percentuale

90%

Collaboratori della Cooperativa Collaboratori che risiedono in Ticino Lettori di Azione

persone 117 000

Partecipanti a manifestazioni culturali e sportive sostenute da Migros Ticino

persone 200 000

Fondi destinati alla promozione culturale, economica e sociale Soci/proprietari della Cooperativa

mio. franchi

2,6

persone

93 910


CONTI 2015 CONTO ECONOMICO

BILANCIO – ATTIVI 2015

Ricavi netti Commercio al dettaglio Commercio all’ingrosso Ristorazione Scuola Club Prestazioni di servizio Ricavi netti da forniture e prestazioni (senza IVA) Altri ricavi d’esercizio Altri ricavi d’esercizio Totale ricavi netti

(1)

2014

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

451 874 0 18 553 4 653 11 923 487 003

475 447 0 19 831 4 809 11 901 511 987

3 957 490 960

BILANCIO – PASSIVI

3 857 515 844

31.12.2015

(in 1 000 CHF)

Prima dell’impiego del risultato ATTIVI CIRCOLANTI Mezzi liquidi

(7)

Crediti per forniture e prestazioni verso imprese del gruppo verso terzi

3 627 1 218

Altri crediti a breve termine verso terzi Scorte merce

Costi d’esercizio Costi delle merci Costi del personale Pigioni Manutenzioni/Riparazioni Energia/Materiali di consumo Pubblicità Spese amministrative Altri costi d’esercizio Ammortamenti d’esercizio Totale costi d’esercizio

(2)

(3) (4)

Risultato prima degli interessi e imposte (EBIT) Risultato finanziario (ricavi + / costi –) Risultato operazioni straordinarie, uniche e fuori perido (ricavi + / costi –)

330 992 90 213 12 158 5 069 9 183 2 711 4 437 12 379 16 344 483 486

348 358 92 636 12 887 5 894 9 772 2 673 4 504 13 252 16 738 506 713

7 474

9 131

–272 101

(5) (6)

–489 0

Ratei e risconti attivi Totale attivi circolanti ATTIVI FISSI Partecipazioni a imprese del gruppo Impianti materiali terreni ed immobili installazioni tecniche e macchinari altri impianti materiali costruzioni in corso Investimenti immateriali Totale attivi fissi Totale di bilancio

Risultato prima delle imposte

7 303

8 642

Imposte dirette

2 402

2 758

Utile

4 901

5 884

6 146

(8)

31.12.2014

(in 1 000 CHF)

6 981 4 065 1 313

801

949

17 088

17 785

2 28 881

3 31 096

674

674

91 058 36 268 4 207 82

92 732 32 725 2 910 1 498

14 132 303

25 130 564

161 183

161 660

31.12.2015

31.12.2014

CAPITALE DI TERZI A BREVE TERMINE Debiti per forniture e prestazioni verso imprese del gruppo verso terzi

173 19 753

274 22 196

Debiti finanziari a breve termine conti M-Partecipazione verso terzi

8 666 91

8 452 118

Altri debiti a breve termine verso terzi

6 980

10 184

7 999 43 661

7 446 48 670

45 000 17 031 62 031

45 000 17 409 62 409

105 692

111 079

939 450 45 294 3 907 4 901 55 491

930 450 35 294 8 023 5 884 50 581

161 183

161 660

(in 1 000 CHF)

Prima dell’impiego del risultato

Ratei e risconti passivi Totale capitale di terzi a breve termine CAPITALE DI TERZI A LUNGO TERMINE Debiti finanziari a lungo termine verso imprese del gruppo Accantonamenti Totale capitale di terzi a lungo termine

(9)

(10)

Totale capitale di terzi CAPITALE PROPRIO Capitale sociale Riserve legali da utile Riserve libere da utile Riporto dall’esercizio precedente Utile d’esercizio Totale capitale proprio

(11)

Totale di bilancio

ANNOTAZIONI 2015

(1) Altri ricavi d’esercizio Altri ricavi d’esercizio (2) Costi del personale Stipendi e salari Oneri sociali Istituti di previdenza professionali Altri costi per il personale (3) Altri costi d’esercizio Altri costi d’esercizio Tasse e tributi (4) Ammortamenti d’esercizio Terreni e immobili Installazioni tecniche e macchinari Altri impianti materiali investimenti immateriali (5) Risultato finanziario (ricavi + / costi –) Ricavi da interessi su capitali Ricavi da partecipazioni Altri ricavi finanziari Costi per interessi su capitali Altri costi finanziari

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

3 957 3 957

3 857 3 857

69 074 7 852 10 527 2 760 90 213

71 438 8 026 10 399 2 773 92 636

11 401 978 12 379

11 816 1 436 13 252

2 704 9 097 4 532 11 16 344

3 687 10 161 2 859 31 16 738

22 23 0 –311 –6 –272

44 23 15 –311 –260 –489

101 0 101

0 0 0

5 582 564 6 146

6 475 506 6 981

2 2

3 3

932 291 14 6 762 7 999

857 93 48 6 449 7 446

3 316 13 715 17 031

3 814 13 595 17 409

45 294 45 294

35 294 35 294

(6) Risultato operazioni straordinarie, uniche e fuori periodo Utile dall’alienazione di attivi fissi d’esercizio Perdita dall’alienazionedi attivi fissi d’esercizio (7) Mezzi liquidi Mezzi liquidi terzi Mezzi liquidi Banca Migros (8) Ratei e risconti attivi Costi anticipati (9) Ratei e risconti passivi Ricavi Scuola Club Interessi Affitti Altre delimitazioni (10) Accantonamenti Rendita transitoria AVS Altri accantonamenti a lungo termine (11) Riserve libere da utile Riserve libere

2014

ALLEGATO Informazioni relative ai principi utilizzati per l’allestimento dei conti annuali Questi conti annuali sono stati allestiti conformemente alle prescrizioni della legislazione svizzera, in particolare in base agli articoli del Codice delle obbligazioni relativi alla tenuta della contabilità commerciale e alla presentazione dei conti (art. 957-962). La presentazione dei conti esige dall’Amministrazione delle stime e delle valutazioni che possono avere un’incidenza sul valore degli attivi e dei debiti, come pure degli impegni eventuali alla data del bilancio, ma anche dei ricavi e dei costi del periodo di riferimento. Se del caso, l’Amministrazione decide, a propria discrezione, l’utilizzo dei margini di manovra legali esistenti in materia di valutazione e iscrizione a bilancio. Per il bene dell’azienda e nel rispetto del principio della prudenza, è possibile procedere ad ammortamenti, correzioni di valore, nonché alla costituzione di accantonamenti superiori a quanto il contesto economico richieda. Informazioni, strutture dettagliate e commenti riguardanti alcune poste del conto economico e del bilancio. Le informazioni di singole posizioni del conto economico e del bilancio sono contenute nelle «annotazioni». 31.12.2015

31.12.2014

Partecipazioni rilevanti Federazione delle Cooperative Migros, Zurigo, capitale sociale CHF 15’000’000 Scopo: procacciamento di merci e servizi, nonché attività culturali Quota di capitale Quota dei diritti di voto

3,83% 7,27%

3,83% 7,27%

ACTIV FITNESS Ticino SA, S. Antonino, capitale sociale CHF 100’000 Scopo: gestione centri fitness Quota di capitale Quota dei diritti di voto

100% 100%

100% 100%

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

Le partecipazioni indirette sono contenute nel rapporto annuo della Federazione delle cooperative Migros Altre informazioni Leasing non iscritti a bilancio Impegni per contratti d’affitto superiori ai 12 mesi Scadenza degli impegni finanziari a lungo termine Esigibili da 1 a 5 anni Esigibili fra più di 5 anni Effettivi Collaboratori fissi Apprendisti Collaboratori a tempo parziale con retribuzione oraria Totale posizioni a tempo pieno Onorari pagati all’organo di revisione Onorari di revisione Altre prestazioni di servizio

74 77 261

173 79 182

0 45 000

45 000 0

1 076 41 75

1 123 46 74

1 192

1 243

113 0

110 0

2015

Utile Ammortamenti e correzione di valori di attivi fissi Utile dall’alienazione di attivi fissi d’esercizio Variazioni d’accantomanti Cash Flow Variazioni crediti a breve termine Variazione scorte merce Variazione ratei e risconti attivi Variazioni debiti a breve termine Variazioni ratei e risconti passivi Totale flusso di tesoreria dall’esercizio dell’attività Flusso di tesoreria da attività di investimenti Investimenti Partecipazioni Impianti materiali Disinvestimenti Totale flusso di tesoreria di attività di investimenti Flusso di tesoreria da attività finanziarie Variazione debiti finanziari a breve termine Variazione capitale sociale Totale flusso di tesoreria di attività finanziarie Variazioni mezzi liquidi e attivi quotati in borsa detenuti a corto termine Verifica della variazione del fondo Mezzi liquidi al 1.1 Mezzi liquidi al 31.12 Variazioni mezzi liquidi

2014

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

4 901 16 344 –101 –378 20 767 681 697 2 –5 748 553 16 952

5 884 16 738 0 –705 21 917 –3 088 –468 2 7 161 185 25 709

0 –18 083 101 –17 982

–100 –25 304 0 –25 404

186 9 195

–357 33 –324

–835

–19

6 981 6 146 –835

7 000 6 981 –19

In qualità di Ufficio di revisione abbiamo verificato l’annesso conto annuale della Società Cooperativa Migros Ticino, costituito da conto economico, bilancio, conto dei flussi di tesoreria e allegato, per l’esercizio chiuso al 31 dicembre 2015. Responsabilità dell’Amministrazione L’Amministrazione è responsabile dell’allestimento del conto annuale in conformità alla legge e allo statuto. Questa responsabilità comprende la concezione, l’implementazione e il mantenimento di un sistema di controllo interno relativamente all’allestimento di un conto annuale che sia esente da anomalie significative imputabili a irregolarità o errori. L’Amministrazione è inoltre responsabile della scelta e dell’applicazione di appropriate norme di presentazione del conto annuale, nonché dell’esecuzione di stime adeguate.

Eventi successivi alla data di bilancio Dopo la data di bilancio e fino all’autorizzazione di pubblicazione dei conti annuali da parte dell’Amministrazione della Cooperativa Migros Ticino, non sono avvenuti eventi importanti.

Responsabilità dell’Ufficio di revisione La nostra responsabilità consiste nell’esprimere un giudizio sul conto annuale in base alle nostre verifiche. Abbiamo effettuato la nostra verifica conformemente alla legge svizzera e agli standard svizzeri di revisione, i quali richiedono che la stessa venga pianificata ed effettuata in maniera tale da ottenere sufficiente sicurezza che il conto annuale sia privo di anomalie significative.

Non risultano altri fatti che devono essere citati secondo l’art. 959c del Codice delle obbligazioni.

Una revisione comprende l’esecuzione di procedure di verifica volte ad ottenere elementi probativi per i valori e le altre informazioni contenuti nel conto annuale. La scelta delle procedure di verifica compete al giudizio professionale del revisore. Ciò comprende una valutazione dei rischi che il conto annuale contenga anomalie significative imputabili a irregolarità o errori. Nell’ambito della valutazione di questi rischi il revisore tiene conto del sistema di controllo interno, nella misura in cui esso è rilevante per l’allestimento del conto annuale, allo scopo di definire le procedure di verifica richieste dalle circostanze, ma non per esprimere un giudizio sull’efficacia del sistema di controllo interno. La revisione comprende inoltre la valutazione dell’adeguatezza delle norme di allestimento del conto annuale, dell’attendibilità delle valutazioni eseguite, nonché un apprezzamento della presentazione del conto annuale nel suo complesso. Siamo dell’avviso che gli elementi probativi da noi ottenuti costituiscano una base sufficiente ed adeguata per la presente nostra opinione di revisione.

2015

Cooperativa Migros Ticino Via Serrai 1, Casella postale 468, CH-6592 S. Antonino Tel. +41 (0)91 850 81 11 www.migrosticino.ch

CONTO DEI FLUSSI DI TESORERIA

RAPPORTO DELL’UFFICIO DI REVISIONE

UTILIZZO DELL’UTILE DI BILANCIO La consegna del riconoscimento Friendly Work Space® che attesta l’impegno nella gestione sistematica della salute in azienda.

(in 1 000 CHF)

2014

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

Riporto dall’esercizio precedente Utile anno corrente Utile disponibile Scioglimento/Assegnazione al Percento cuturale Utile a disposizione dei soci Dotazione alle riserve libere Dotazione alle riserve legali Riporto all’esercizio nuovo

3 907 4 901 8 808 0 8 808 0 –50 8 758

8 023 5 884 13 907 0 13 907 –10 000 0 3 907

SPESE DEL PERCENTO CULTURALE Cultura, sociale ed economia Formazione (Scuola Club) Totale 0,5% della cifra d’affari determinante

753 1 812 2 565 2 352

767 1 744 2 511 2 476

Opinione di revisione A nostro giudizio il conto annuale per l’esercizio chiuso al 31 dicembre 2015 è conforme alla legge svizzera e allo statuto. Rapporto in base ad altre disposizioni legali Confermiamo di adempiere i requisiti legali relativi all’abilitazione professionale secondo la Legge sui revisori (LSR) e all’indipendenza (art. 728 CO), come pure che non sussiste alcuna fattispecie incompatibile con la nostra indipendenza. Conformemente all’art. 728a cpv. 1 cifra 3 CO e allo Standard svizzero di revisione 890 confermiamo l’esistenza di un sistema di controllo interno per l’allestimento del conto annuale concepito secondo le direttive dell’Amministrazione. Confermiamo inoltre che la proposta d’impiego dell’utile di bilancio è conforme alla legge svizzera e allo statuto e raccomandiamo di approvare il presente conto annuale. Zurigo, 4 marzo 2016

MITREVA Ufficio fiduciario e di revisione SA Gabriela Federer Wenger Perito Revisore Revisore responsabile

Christian Hautle Perito Revisore


Pubbliredazionale

Elaborare le noci di karité è faticoso. Occorre torrefarle, macinarle, impastarle per estrarre il burro e cuocerlo, come sta facendo qua sopra Rosalie.

rimanere nel loro villaggio natale: «Siamo convinti che qui ci sia un futuro per i nostri figli e stiamo cercando assieme la via per uscire dalla miseria. Abbiamo una responsabilità. Vogliamo fare qualcosa affinché ognuno di noi possa migliorare la propria situazione con l’aiuto degli altri. Siamo riconoscenti a Caritas che ci aiuta a migliorare il nostro ricavo e ci offre la possibilità di dare un futuro

ai nostri figli. Oggi i nostri progetti non sono più semplici sogni o desideri. Grazie all’aiuto di Caritas possiamo risparmiare, investire nell’agricoltura e pagare la scolarizzazione dei nostri figli. Sono loro il futuro del nostro Paese.» Questo progetto è promosso dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e dal governo del Ciad ed è realizzato con la collaborazione di Swissaid.

Foto: Alexandra Wey

Rosalie (28 anni) lavora per dare un futuro ai suoi figli

Ciad: un futuro per i piccoli contadini

La contadina Rosalie Ounyaï, di 28 anni, sa cosa significa lavorare duro. Nella sua vita, questa madre di quattro figli che vive nel Ciad ha conosciuto soprattutto una cosa: la lotta contro la carestia e la miseria. Eppure Rosalie è convinta che una vita migliore sia possibile. Per questo lavora. Caritas la sostiene. Rosalie Ounyaï non si dà posa. Inghiottisce a rapidi sorsi il tè zuccherato che le tende Fortune, la figlia di 7 anni. Non ha tempo per sedersi all’ombra per evitare il sole che già di mattina presto arde senza pietà sulla piccola fattoria. «Ne ricaveremo circa dieci litri di olio alimentare» stima Rosalie rimestando la pasta bruna di noci di karité macinate con la sua vicina Christine. Si raddrizza brevemente e si asciuga il sudore dalla fronte con il dorso della mano: «Se riesco a vendere tutto l’olio, ricavo circa 15 franchi.» Questa famiglia di sei persone non potrebbe vivere solo della

piccola azienda agricola che Rosalie gestisce con suo marito Gilbert (34 anni). I genitori devono lottare ogni giorno affinché la famiglia abbia di che mangiare; affinché i loro figli vadano a scuola; affinché non debbano temere quando sono malati e necessitano denaro per il medico e le medicine. Fabrice (10 anni), Adimadje (9 anni), Fortune (7 anni) e la piccola Macaine (2 anni) potranno finalmente guardare più serenamente il futuro, senza vivere alla giornata come i loro genitori. Questo obiettivo fa dimenticare gli stenti e le pene a Rosalie. Gli subordina i propri desideri:

«Ho avuto Fabrice e Adimadje mentre ancora andavo a scuola e nonostante i miei buoni risultati non ho ottenuto la maturità. Ora lavoro per i miei figli. Occorre che seguano una buona formazione.» Rosalie sa perfettamente che il progresso e un modesto benessere sono possibili solo se l’intero villaggio e l’intera comunità lo vogliono. Battersi da soli non fa progredire il villaggio. Perciò fa parte di un’associazione femminile sostenuta da Caritas. Queste donne si uniscono per aumentare la produzione di burro e olio di noci di karité, per migliorarne la qualità e per professionalizzare la loro commercializzazione. Ciò darà un ricavo sicuro. Le possibilità sono buone, poiché la domanda di burro di karité da parte dell’industria cosmetica internazionale aumenta, essendo una soluzione ecologica e sostenibile per sostituire l’olio di palma. Occorre fare in modo che le famiglie contadine nel Ciad siano in grado di vivere del proprio lavoro e di costruire un futuro per sé e per i propri figli. Caritas li assiste affinché ottengano un reddito migliore e più stabile mediante la produzione di arachidi e l’elaborazione delle noci di karité. Per raggiungere questo obiettivo, Caritas investe nella formazione delle contadine e dei contadini, nella fondazione di cooperative, nella costruzione di granai e nella collaborazione con la locale banca rurale.

Per saperne di più su Rosalie e sulla sua famiglia: www.farelacosagiusta.caritas.ch

«Abbiamo un futuro» Rosalie e suo marito Gilbert vogliono essere agricoltori e

Vivere alla giornata: ecco l’amara realtà di gran parte delle famiglie contadine nel Ciad. Rimangono prigioniere della miseria poiché non hanno i mezzi per investire nell’agricoltura: per gli attrezzi, per procurarsi sementi migliori o un bue per tirare l’aratro. Caritas aiuta i contadini istruendoli affinché i loro raccolti migliorino grazie a sementi adeguate e a maggiori conoscenze agronomiche. Contiamo sul commercio di prodotti a base di karité e sulla coltivazione delle arachidi. Incoraggiamo la fondazione di cooperative agricole e le sosteniamo a consolidare la loro organizzazione. Le aiutiamo a costruire granai nei quali possano immagazzinare correttamente i raccolti.

Badiamo alla collaborazione tra le cooperative e la banca rurale, affinché quest’ultima accordi crediti equi. Negoziamo con le autorità e con l’industria per migliorare le condizioni di produzione e di commercializzazione a favore dei contadini. Questo progetto concerne 450 000 persone. Conto donazioni: 60-7000-4 Per donazioni online: www.caritas.ch/ciad


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Ambiente e Benessere La nobile civetta Un rapace notturno, piccolo, innocuo e «saggio», dagli occhi grandi e dal richiamo triste

Prima degli aeroplani E se si tornasse a viaggiare utilizzando i vecchi mezzi di trasporto, magari addirittura lungo tragitti da percorrere a piedi?

Ricetta di primavera Le proposte di «Cucina di stagione»: questa settimana ravioli ai ravanelli

Lo sport di Alcide I principali avvenimenti della settimana dall’osservatorio privilegiato di Vecchio tifoso

pagina 20

pagina 19

pagina 16

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Elton John, come Giulio Cesare, Antonio Vivaldi ed altri grandi personaggi, è affetto da epilessia. (Wikipedia)

Il successo che batte il pregiudizio Benessere La Società epilettici della Svizzera italiana con un libro apre un varco nella conoscenza dell’epilessia Maria Grazia Buletti Antonio Lucio Vivaldi (1685-1759) è considerato uno dei maggiori compositori e violinisti del suo tempo. Contribuisce allo sviluppo del concerto, della tecnica del violino e dell’orchestrazione. Di lui sono giunti fino a noi 480 concerti, 90 sonate, 20 drammi per musica, 40 cantate e 50 composizioni di musica sacra. Elton John, cantante e compositore, è noto anche per il titolo assegnatogli dalla Regina Elisabetta II di Inghilterra di Sir Elton John. Incoraggiato dalla madre, certa delle sue potenzialità, Elton inizia a suonare il piano in tenera età. A 11 anni riceve una borsa di studio per entrare nella prestigiosa Royal Academy of Music di Londra… inizia suonando Bach, Chopin…il resto è nota storia contemporanea del pop rock con un occhiolino al symphonic rock e al glam rock. Lewis Carroll (1832-1898) era un matematico, fotografo e logico, ma tutti lo ricordiamo soprattutto come lo scrittore di Alice nel paese delle meraviglie: una storia nata per divertire le sue tre amiche Ina, Alice ed Edith Liddel, che proprio Alice gli chiede di mettere

per iscritto. Il manoscritto sarà pubblicato nel 1865, dopo diverse revisioni. La maratoneta svizzera e francese Chantal Dällenbach nasce nel 1962 a Saint-Denis de la Réunion, in Francia. È campionessa svizzera di maratona per ben 11 volte e 18 volte campionessa francese della stessa disciplina. Caio Giulio Cesare è nato a Roma nel 100 a. C., in una modesta famiglia aristocratica. Fra le altre cose, ebbe un ruolo cruciale nella transizione del sistema governativo dalla forma repubblicana a quella imperiale. Il console, generale, dittatore e scrittore Cesare conquista la Gallia ed estende il dominio della res publica romana fino all’oceano Atlantico e al Reno; porta gli eserciti romani a invadere per la prima volta la Britannia e la Germania e a combattere in Spagna, Grecia, Egitto, Ponto e Africa. È l’epilessia il comun denominatore di tutti questi personaggi, storici o contemporanei, la cui breve biografia è narrata, insieme a quella di tanti altri, più o meno noti, nel libro La seduta è tolta pubblicato dall’Associazione SeSi (Società epilettici della Svizzera italiana). «La storia insegna come molte personalità del passato, prima di essere

epilettiche, erano soprattutto donne e uomini che, con il loro operato, hanno lasciato all’umanità delle eredità culturali, tecniche, storiche e politiche di inestimabile valore o segnato il loro tempo con prestazioni sportive eccelse», racconta la presidente della SeSi Marilla Rovelli nel contestualizzare il libro che si può richiedere direttamente al segretariato del sodalizio. «I personaggi che vi sono descritti sono stati toccati direttamente dall’epilessia durante una fase più o meno lunga della loro vita. Abbiamo deciso di presentarli in questo libro, scaturito da approfondite ricerche, al di là di ogni etichetta o pregiudizio, per trasmettere un messaggio di positività e provare a infrangere un po’ il tabù che ancora aleggia attorno a questa patologia. Si tratta infatti di una malattia invalidante, soprattutto per chi deve farci i conti, malgrado oggi parecchie delle persone che ne sono affette conducono una vita pressoché normale anche grazie ai farmaci a disposizione e ai progressi della medicina neurologica». Di fatto, oggi l’epilessia (definita dal susseguirsi di più attacchi epilettici) colpisce nel Mondo almeno l’1 per cento della popolazione in tutte le fasce

d’età, diventando più frequente nelle persone anziane. La signora Rovelli spiega che: «Sebbene trattabile nella maggioranza dei casi, nel 2013 l’epilessia ha causato in tutto il mondo più di 100’000 decessi, la maggior parte nei Paesi in via di sviluppo». Secondo la nostra interlocutrice, ciò che oggi più fa paura dell’epilessia (a chi non ne è affetto e a chi ci deve fare i conti), è la perdita di controllo subita durante la manifestazione delle crisi: «La vulnerabilità, in quei momenti, è estrema e non si è coscienti delle proprie azioni. Come associazione, con le nostre attività, il nostro sostegno e con questa pubblicazione significativa siamo presenti per questo motivo: desideriamo infondere un po’ di sicurezza e cerchiamo di arginare le paure che inevitabilmente si presentano quando queste persone pensano all’imprevedibilità dell’eventuale sopraggiungere di una crisi epilettica». I personaggi del libro stanno dunque a dimostrare qualcosa di rassicurante per gli ammalati e d’interessante per i profani: «Malgrado si tratti di una patologia che può essere altamente invalidante e imprevedibile nel sorgere delle sue manifestazioni, con cure adeguate e il giusto sostegno è possibile

condurre una vita dignitosa». L’imprevedibilità è pure indicata dal termine stesso di epilessia, coniato nel 400 a.C. da Ippocrate di Cos e originato dal verbo epilambanein, che significa essere colto di sorpresa. «L’epilessia non è, nella maggior parte dei casi, di ostacolo a una buona riuscita nella vita», afferma la signora Rovelli. Questo è il motivo che ha portato la SeSi a raccogliere in questo libro, di facile consultazione e intrigante lettura, tutta una serie di personaggi del presente e del passato che in vari ambiti si sono particolarmente distinti, pur soffrendo di questa patologia. Una prima svizzera, la pubblicazione di SeSi, che racchiude nel titolo stesso la sua chiave di lettura. La seduta è tolta si rifà a un costume dell’antica Roma, quando un partecipante a un’Assemblea popolare (seduta) era colto da una crisi epilettica. A quel punto la riunione veniva sospesa (tolta) e poteva essere ripresa solo dopo preghiere di purificazione. La seduta è tolta, dunque, insieme al velo di non conoscenza e di pregiudizio che ancora oggi, purtroppo, aleggia attorno all’epilessia e che la SeSi, con questa pubblicazione, desidera rendere un po’ più sottile.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Ambiente e Benessere

Ambiente e Benessere

Biotin-Biomed forte In caso di disturbi della crescita di capelli e unghie ®

Frankiesfacts

in seguito a carenza di biotina.

La città invisibile Esplorazioni Il Black Rock Desert, Nevada, Stati Uniti d’America, è meta di un appuntamento collettivo molto originale:

The Burning Man Festival, un’incredibile miscellanea culturale

A Black Rock vige una libertà d’espressione assoluta e il divieto di usare denaro: la città si fonda sulla Gift economy «Ma non so manco cosa sia» rispondo. «Allora dammi retta» ordina lui. «Se ti ritrovi nel Nevada in questa stagione e non vieni al Burning Man, non ha davvero senso che tu sia arrivato sino a qui». Mi guardo attorno non sapendo cosa dire. Il «qui» è Winnemucca, una cittadina a nord dello Stato, luogo desolato e anonimo come sanno esserlo certi paesini degli States. Polvere sabbiosa, file di case coi porticati in legno stinto, il deserto ad assediare il piccolo agglomerato ai quattro punti cardinali. Ci sono arrivato per caso viaggiando attraverso i parchi del nord ovest e non mi entusiasma l’idea di rimanerci oltre. Quindi ecco, parliamo, cerco di farmi dare qualche dettaglio in più. Da queste parti – diciamo tra la California, lo Utah e l’Arizona – il Burning Man rappresenta l’appuntamento fisso, un festival che – lo scoprirò solo in seguito – è oramai famoso ben oltre i confini americani. Viene chiamato manifestazione ma sembra piuttosto un esperimento sociale e antropologico, sul campo anziché in laboratorio. Comporta la costituzione, nel bel mezzo di un deserto dove non esiste nulla (il Black Rock Desert, in Nevada appunto), di una città da 70mila abitanti (quindi la terza più popolosa dello Stato dopo Las Vegas e Reno), fondata sull’arte (dove per arte viene intesa qualsiasi tipo di invenzione / installazione / idea scultorea o interattiva).

città. Una persona, quasi sempre vestita in modi improbabili, si avvicina al vostro mezzo, controlla i biglietti d’entrata (che coprono servizio d’ordine e sanitario d’emergenza e null’altro garantiscono), fornisce cartine e mappe orientative e infine appunto vi congeda: «Benvenuti a casa». Da vicino: 40 gradi diurni; 7 gradi notturni; tempeste di sabbia improvvise, la cui intensità può produrre da una leggera nebbia all’impossibilità di vedere a trenta centimetri di distanza; pioggia frequente, che a Black Rock non è per nulla benvenuta a causa di una sabbia che somiglia alla polvere di cemento, e che a contatto con l’acqua rivela qualità medesime; niente massi, né cespugli, né altro tipo di naturale supporto all’ombra. Fanno eccezione alcuni rilievi montuosi, comunque troppo distanti dalla Playa per essere raggiunti. In mezzo, al centro del lago prosciugato si innalza il Burning Man, lo stilema umano simbolo del festival che verrà bruciato la penultima notte. Quello è il fulcro di Black Rock . Quanto al resto, disposti ad anfiteatro stanno tutti i «quartieri» della città. La prima notte mi ritrovo attorno gente nuda, vestita da indiani, nei panni di centurioni romani, uomini con la barba vestiti da ballerine o spose, donne gladiatori, vecchi, giovani, bambini, disabili. La gente gira a piedi o in bicicletta, ricoperta da luminarie come alberi di natale, così da rendersi visibile nella notte desertica ed evitare d’essere

investita dai Mutant Vehicles, gli unici mezzi di trasporto consentiti a Black Rock City. Mutant Vehicle può essere un’autentica gondola veneziana che occulta una normale utilitaria e che, con tanto di tizio vestito da gondoliere, porta in giro per il deserto coppie che ne facciano richiesta (ovviamente gratis o in cambio di una performance canora o d’altri baratti espressivo-artistici). Mutant Vehicle possono essere quattro biciclette tandem saldate assieme a formare un mezzo a pedali lungo quanto un container, capace di trasportare otto persone e movimentarsi in direzioni opposte a seconda di chi pedala. Mutant Vehicle può essere «El Pulpo Mecanico», un mostro di lamiera costruito in mesi e mesi di lavoro, e a forma appunto di octopus gigante. L’animale s’innalza sopra un camion interamente rivestito di sculture metalliche a tema marino; sul retro del mezzo, bomboloni di gas propano sono collegati agli ugelli che fuoriescono da ciascuno dei tentacoli del Pulpo, e che consentono allo stesso di sputare fiamme alte tre metri mentre vaga nel nulla del deserto. Ma Mutant Vehicle sono anche effettive discoteche viaggianti: rimorchi e tir che trasportano generatori, impianti luci, cubiste, macchine del fumo, passeggeri vestiti da astronauti o palombari; arrivano in una situazione che ispira il guidatore, si fermano, nel giro di poco una torma di gente balla allestendo una

temporanea discoteca progressive; attorno, diavoli coi forconi o suore discinte sono quanto di più ordinario l’occhio possa vedere dopo appena 24 o 48 ore di festival. Poi, a un certo punto, come si era fermato il mezzo riparte all’improvviso, la folla si disperde verso altre suggestioni, mentre passa una slitta motorizzata con un Babbo Natale che offre passaggi a costo zero. Si continua così a vagare lungo i quartieri di Black Rock. Ed è giusto attraversando la città che incontrerete gli abitanti di questo «non-luogo». Incontri una tenda turca dove ti fermi a bere il primo caffè decente trovato negli States, assieme a un gruppo di ragazzi arrivati apposta per il Burning Man e che torneranno a Istanbul subito dopo. O trovi una yurta ove assistere a lezioni di danze mongole. O ancora un teatro dove una compagnia viaggiante di francesi sta rappresentando una versione futuristica dell’Amleto. Diversi ashram regalano qua e là seminari d’ogni tipologia di yoga e meditazione con cui iniziare la giornata. Decine di palchi grandi e piccoli ospitano concerti «ufficiali» o estemporanee improvvisazioni di chi si trova a passare in quel momento. Maestri di canto, agopuntori, avvocati, psicoterapeuti e professionisti dai campi più disparati offrono consulenze gratuite e accettano col sorriso qualsiasi dono vogliate offrirgli. Qua e là tavoli da ping pong (insabbiati); tavoli da biliardo (insabbiati); piste da pattinaggio, da bowling, da skateboard (insabbiati). Provi a pensare a una qualunque attività, e se non si tratta di una faccenda sciistica hai ottime possibilità di trovarla allestita in qualche parte di Black Rock. Tutto libero. Tutto allestito dalla gente e per la gente. La gratuità è il volano attraverso cui gli incontri e gli scambi si moltiplicano a livello esponenziale e rapidissimo. Se le ore diurne sono il fulcro dei seminari e degli stages, per così dire, è però dopo il tramonto che le suggestioni prendono il sopravvento. Di notte inforchi la tua bicicletta e inizi a pedalare nel nulla, seguendo magari due file di luci azzurre che sembrano definire una pista d’atterraggio aeroportuale e che conducono a lontanissime luci, in una delle propaggini più distanti della Playa; ed è così che è possibile arrivare a un globo di metallo azzurro dove gente vestita da sera balla

il tango nella notte del deserto. O in un tendone da circo sotto il quale persone diverse stanno vocalizzando a cappella canti di terre sconosciute. Pedali e pedali, e a un certo punto ti blocchi davanti alla scultura di un animale preistorico, illuminata da luci variopinte e sospesa a mezz’aria come una visione fantasma. Oppure ti ritrovi nel circolo principale, e una musica black metal fa da richiamo e conduce al ThunderDome. Ossia un’enorme ragnatela sferica con nugoli di persone che urlano arrampicate lungo tutta la sua superficie; all’interno, combattenti appesi a cavi d’acciaio vengono lanciati gli uni contro gli altri e lottano percuotendosi con attrezzi soffici. La lista non finisce qui, ma sarebbe troppo lunga e stilarla proprio inutile. Ogni tanto, esausto dalle condizioni atmosferiche estreme o semplicemente dalla quantità di parole, gesti e azioni scambiate, mi è capitato di riparare al «Tempio». È qui che gli abitanti di Black Rock vengono a pregare, meditare, piangere per lutti recenti o lontani, lasciare dediche e foto lungo la struttura della costruzione, la quale finirà in fiamme assieme a tutte le foto e le parole iscritte alla conclusione della settimana. E dentro al tempio, beh, davvero non si sa a che cosa pensare. Io non sapevo cosa pensarne. O forse ne ho pensate troppe e troppo opposte le une alle altre. Seduti laggiù se ne ha il modo e il tempo e sopra a tutto il materiale… Davanti all’altare, un tizio prega in piedi a occhi chiusi. Indossa un perizoma tigrato di peluche e una clava costellata da stelle rosa shocking; dal lato opposto, una ragazza pitturata d’argento tiene le mani appoggiate a una serie di pietre nere impilate le une sulle altre, forse per infondervi la sua energia, forse per assorbire quella del posticcio altare; vicino a lei, un tizio travestito da Sioux consola un amico che piange la morte del suo gatto, foto alla mano, corona d’alloro in capo, toga romana in vita. Insomma, molti degli abitanti di

Black Rock a una prima occhiata sembrano gli apostoli della distruzione culturale avvenuta negli ultimi cent’anni. Gli esponenti di una società che ha fatto polpette di molti retroterra culturali, e i cui esponenti possono in maniera indifferenziata assorbirne oggetti e simboli, da tanto questi hanno perso qualsiasi significato originale. Poi però, a furia di stare al tempio, a furia di girare per Black Rock, e in Black Rock collezionare parole e gesti che posticci non sono, un’altra faccenda si fa strada nella mente. Ossia che i suoi abitanti – in parte inconsapevolmente, in parte no – sono anche la manifestazione dell’aspetto positivo della suddetta distruzione. Caduti i dogmi (e a che prezzo!), le persone che abitano un luogo – sia esso la Playa o il mondo – possono ricontattare l’aspetto essenziale di ogni esperienza umana: ossia il fatto che la mente crea, e che le azioni hanno solo e unicamente il significato che siamo in grado di darvi. E infatti la sacralità e l’energia del Tempio è tangibile e potente, solo che si riesca a lasciar cadere la mente critica che diffida dell’anomalo, in qualsiasi forma esso si presenti. È tangibile e potente e va al di là dei copricapi indiani o delle clave rosa shocking. Anzi: può permettersi di esistere anche presentandosi bardata di copricapi e clave, e proprio grazie a quanto è stata lunga andare al di là dei pre-contesti originari. Detto ciò, poi ovviamente Black Rock è come tutto il resto del mondo. È un luogo degli uomini e per gli uomini, con tutti i vizi e le virtù e le claudicanze che i loro manufatti hanno. Una cosa però credo la si possa dire: molta della gente che ogni anno arriva qui prova – anche solo come esperimento, anche solo per una settimana appena – a trovare nuovi codici espressivi, interattivi, collaborativi, per coesistere in differenti forme e modi. Spostando così i margini di quanto viene considerato sensato – o anche solo possibile – nella convivenza tra gli esseri umani.

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«Sei mai stato al Burning Man?». Guardo il mio interlocutore senza capire cosa dica. «Burning Man» ripete scandendo le parole. Scuoto la testa. «Beh, devi venirci, – osserva – il viaggio lo puoi fare assieme a noi». Gli rivolgo così un’occhiata un po’ più attenta. È un tizio giovane, sui venticinque anni, capelli intrecciati in un cespo di code aguzze, gli occhi che scintillano di un entusiasmo sospetto.

Una città nella quale vigono i principi di libertà d’espressione totale e radicale, e di altrettanto radicale inclusione collettiva. E dove – non ultima faccenda – è tassativamente vietato (pena la fuoriuscita dall’evento) qualsiasi uso del denaro. L’economia della città è fondata infatti sul baratto o il dono (la cosi detta gift economy). Il tutto dura sette giorni. Dopodiché, sul principio naturalistico Leave no Trace (Non lasciare tracce), ogni cosa scompare e nel giro di un mese non esiste più nulla, i templi e le sculture e ogni genere d’installazioni vengono bruciate o rimosse, e il sito di quella che è oramai nota come Black Rock City torna ad esser ciò che era: un enorme lago preistorico prosciugato (nel gergo del Festival la cosiddetta Playa). Finirci in mezzo per la prima volta produce strane suggestioni. Da lontano l’impatto del luogo è allucinante, da vicino lo è più ancora, se possibile. Da lontano: giungere al raduno in piena notte è come scoprire che c’é vita su Plutone. Voglio dire, arrivi dopo miglia e miglia e miglia di deserto freddo, oscurità, di più totale nulla, e all’improvviso una pozza di luci (un lago, per l’appunto) inizia a scintillare in lontananza come un miraggio drogato. E tu lo sai di che si tratta. Sai che è il Burning Man, e sai pure che il Burning Man è una faccenda dannatamente numerosa, ma l’estensione della pozza è comunque tale che fai fatica a crederci. Poi, a un certo punto la tua macchina si incolonna assieme a migliaia d’altre, a formare la coda di un anaconda senza fine che striscia lentissima verso l’entrata di Black Rock. In fila ogni categoria di mezzo è rappresentata, dalle motociclette ai camion a rimorchio che trasportano chissà quali manufatti nelle loro pance. Piramidi di bagagli s’innalzano dai tetti delle macchine: biciclette, stoviglie, trampoli, cucine da campo, pallets, fantocci di cartapesta, amplificatori, attrezzi conosciuti, attrezzi sconosciuti, tutto legato e tenuto assieme alla bell’e meglio. È un esodo di massa, una scena post babelica. Ricorda il set di un film apocalittico: un fiume di migranti che viaggiano in un paesaggio nucleare alla ricerca di un altro luogo, di una nuova casa. E infatti «Benvenuti a casa» è il saluto stereotipico con il quale siete accolti quando finalmente raggiungete i cancelli della

Keystone

Simone Greco

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Ambiente e Benessere

Atena, la civetta Biodiversità Un’innocua creatura alata, sempre più rara, vittima di arcaici pregiudizi

Alessandro Focarile I cani abbaiano e i gatti miagolano. I topi e gli scoiattoli squittiscono. I corvi, le cornacchie e le ghiandaie gracchiano. Ai primi tepori della primavera, il concerto degli uccelli canori (merli, tordi, allodole, lucherini e tanti altri), anima ancora una volta il risveglio della Natura e della vita. Per ogni canto, o suono, emesso dagli animali, l’uomo ha coniato in tutte le lingue un verbo specifico che definisce la loro attività canora. E con il suo senso estetico, l’uomo ha definito tutti questi suoni gradevoli oppure sgradevoli. Civette, barbagianni, allocchi e gufi, uccelli rapaci tipicamente crepuscolari e notturni, emettono suoni – non si possono chiamare canti – che alle nostre orecchie richiamano una sensazione di tristezza, di mistero e, forse, di lugubre. La civetta, con il suo insistente «uhu, uhu, uhu», rientra in quest’ultima categoria di uccelli.

La civetta? Un rapace notturno, piccolo, innocuo e «saggio», dagli occhi grandi e dal richiamo triste Suo malgrado e fin dai primordi della vita umana, la civetta ha suscitato sensazioni e pensieri misteriosi associati a eventi funesti. Ed è dura a morire la leggenda secondo cui il canto dei rapaci notturni – null’altro che richiami amorosi o messaggi tra simili – sarebbe presagio di sventure. Quando vanno a caccia, queste creature alate diventano straordinariamente silenziose. «Nella antica Grecia la civetta era sacra ad Atena, la dea guerriera di grande saggezza. Nel suo aspetto originario, Atena appariva sotto forma di dea della notte. L’uccello era molto abbondante nei dintorni della città di Atene, e le sue sembianze erano riprodotte sulle monete, fino in epoca attuale (1973, moneta di un dracma)» (Gusberti 1998). Con i Romani, la dea Atena diviene Minerva, e la civetta si trasforma in uccello dell’oscurità e della morte. Anche nella mitologia celtica e nella Bibbia, la povera civetta assume una connotazione negativa. Eppure, si tratta di un uccello che pesa solo

170-200 grammi ed è lungo dalla testa alla coda solo 20-25 centimetri. È inoltre capace di lunghi voli di spostamento, ma non migratori, come è stato appurato grazie alla tecnica di inanellamento, che ha documentato voli fino a 600 chilometri dal luogo di origine. Di norma vive in aperta campagna, in ambienti di pianura e di collina sempre più rari e frammentati, dove nidifica in cavità di alberi (salici, gelsi e pioppi), oppure in anfrattuosità e buchi di vecchi fabbricati, e nelle soffitte. La civetta è spesso appollaiata su un palo, intenta a scrutare i movimenti furtivi di un topolino, di un coleottero oppure di un lombrico. Tutte prede ricche di grassi e proteine, che caccia di preferenza al crepuscolo oppure durante le prime ore della notte. Considerate queste abitudini di vita e di comportamento, la civetta è messa a confronto con la sempre più invadente presenza dell’uomo e delle sue attività, attraverso l’eliminazione dell’agricoltura e l’urbanizzazione del territorio, che provocano la scomparsa degli ambienti naturali un tempo frequentati dall’uccello. A queste cause è da attribuire la forte regressione della presenza della civetta, minacciata ormai di estinzione e ridotta a uno sparuto numero di coppie censite attualmente in Svizzera (solo 70), e soprattutto in Ticino: 5 coppie nella piana di Magadino e qualche coppia nel Mendrisiotto (Gusberti 1998). Grazie alle originali e approfondite indagini di Valentina Gusberti, una giovane biologa di Mendrisio, che ha dedicato all’argomento il suo diploma sostenuto presso l’Università di Neuchâtel (1998), conosciamo molto di più in merito alla civetta nel nostro Cantone. Un piccolo e innocuo rapace notturno, vittima di credenze e leggende perpetuatesi presso molti popoli, dalla Scandinavia all’India. Generalmente invise, perché emettono durante le ore notturne versi lugubri e sibilanti, le civette hanno, tra l’altro, occhi molto grandi, simili, a differenza di altri uccelli, a quelli umani, in quanto hanno una visione perpendicolare al campo visivo e non laterale. I rapaci notturni inghiottono la preda catturata intera. A digestione avvenuta, rigettano le ossa, le piume, il pelame e le parti più dure degli insetti – soprattutto coleotteri e forbicine (dette «fora-orecchie») – e che i loro succhi gastrici non sono in grado di digerire. Tut-

La civetta, Athene noctua. (Valentina Gusberti)

ti questi materiali sono espulsi in una massa ovoidale di qualche centimetro, detta «bolo». Nel bolo si possono rinvenire anche materiali vegetali, conchiglie e frammenti minerali (sabbia, ghiaino), che facilitano la digestione. Per conoscere meglio le abitudini della civetta e la sua alimentazione, gli ornitologi hanno perfezionato un originale metodo di indagine: analizzare e definire il contenuto dei boli. In tal modo, è possibile conoscere l’alimentazione e quindi gli ambienti frequentati dalla civetta nel corso delle sue predazioni. La nostra amica non è aggressiva e non teme la presenza umana. È di buon carattere e si presta molto bene per essere addomesticata come uccello di richiamo per la caccia nei roccoli. A questo proposito Mario Rigoni Stern così ne parla in una delle sue Storie dall’Altipiano (2003). «Quando era ragazzo, lo zio maestro lo portava a culbianchi, tordine e allodole con la civetta. Era proprio coccola la civetta, e quando le accarezzava

il capo, rabuffava tutte le piume per la contentezza. La tenevano nel sottoscala e lui era addetto a procurarle i topi per i pasti. Dopo i pasti rigettava tutto il pelo con avvolti dentro gli ossicini. Quando era ancora bambino aveva passione ad addomesticare la civetta e lo zio maestro il giorno della sagra gli dava una palanca perché si comprasse le paste colorate. All’apertura della caccia, la civetta era pronta al suo gioco: dalla tratta al palo, dal palo alla tratta. Tirava lo spago con garbo e lei ci stava e capiva. Venivano i culbianchi, le allodole, le prispolone, e lo zio maestro sparava, ma ci volevano le mattine giuste con la brina e il sole. C’era un bel mucchio di penne quando le donne spennavano e lui faceva gli stecchi». Il preludio per la preparazione di una leccornia: la «polenta e osei», ben noto piatto autunnale per buon gustai dal Friuli al Piemonte. E il presupposto per questo preludio era l’amica civetta. Mauro Corona, un sensibile frequentatore di selve, definiva la civetta «amica silenziosa e leggera, compagna

discreta del camminatore notturno» (Il volo della martora, Vivalda Editori, 1997). Bibliografia

Stanley Cramp (Chef Editor) et al., 1985, Birds of Europe the Middle East and North Africa. The Birds of West Palearctic, Oxford University Press (Oxford, New York), pp. 516-520. Michel Juillard, 1984, Eco-éthologie de la Chouette chevêche en Suisse. Nos Oiseaux (Prangins), 243 pp. Valentina Gusberti, 1998, Evaluation des facteurs limitants et des exigences minimales pour la chevêche d’Athéna (Athene noctua, Scopoli 1769) au Tessin: le cas de la population du Mendrisiotto. Travail de Diplôme (non pubblicato), Université de Neuchâtel, pp. 99 + 30. Roberto Lardelli, 1985, Atlante degli uccelli nidificanti nel Mendrisiotto, Memorie della Società ticinese di scienze naturali (Lugano), 2, 222 pp.

Un’alleanza per il territorio e la biodiversità Natura Il 21 maggio si tiene la Giornata della biodiversità, nell’ambito del piano d’azione transfrontaliero fra Ticino

e Insubria promosso dal WWF e da numerosi partner, compreso il Dipartimento del territorio ticinese

Marco Martucci Ci siamo dentro in pieno, ma raramente ci pensiamo. Anche quando le attraversiamo lungo i tornanti di qualche passo o dentro le dritte gallerie, o ne scendiamo i pendii con gli sci, o ci trascorriamo qualche giorno di ferie, non siamo pienamente consapevoli della loro importanza per la nostra cultura e la nostra storia, il clima, le acque dei nostri laghi e fiumi. Eppure sono la catena montuosa più grande d’Europa, che unisce e separa, per oltre 1200 chilometri, dal Golfo di Genova alle porte di Vienna, attraverso i confini di otto nazioni. Nate dall’immane spinta della zolla africana contro quella europea, tuttora in crescita, modellate dalle acque di alcuni fra i più importanti fiumi del Continente e dai ghiacciai del presente e del passato. Sono le Alpi, le montagne di casa nostra. Una delle meraviglie delle Alpi è, indubbiamente, la sua flora. Basta una

breve passeggiata per rendersene conto e rimanere estasiati di fronte all’intensità e alla brillantezza dei colori di una fioritura estiva. Anche tralasciando muschi e licheni, la varietà della flora alpina è, con oltre 4500 specie, vastissima e, fra queste, l’8 per cento sono endemiche, cioè si trovano unicamente nelle Alpi e in nessun’altra parte del mondo. Il numero delle specie animali conosciute s’aggira intorno alle 30’000 e anche qui non mancano gli endemismi. La ricchezza di specie di piante e animali nasce dalla grande varietà di ambienti, oltre trecento, caratteristici della catena alpina, con le sue differenze di quota, di esposizione, di forme del paesaggio. Le Alpi rappresentano dunque un prezioso patrimonio di biodiversità. Ma questa ricchezza, purtroppo, è in grave pericolo. Le minacce sono tante e vengono da più parti: la diffusione disordinata degli insediamenti, certe forme di turismo e pratiche agricole

non rispettose dell’ambiente, lo sfruttamento esagerato dei corsi d’acqua, l’aumento del traffico. Da tempo, per fortuna, persone sensibili a questi temi si sono rese conto del degrado subíto dalla natura alpina e, in diverse forme, a livello locale, regionale e internazionale si sono attivate per proteggere il delicato e prezioso ambiente alpino. Essenziale è, in questo come in altri campi, la collaborazione internazionale. Un esempio di questa sinergia transfrontaliera è il WWF European Alpine Programme EALP, che riunisce i WWF di Francia, Italia, Austria e Svizzera. EALP e i suoi partner europei hanno individuato in tutta la regione alpina ventiquattro aree prioritarie per la conservazione, le cosiddette PCA, «Priority Conservation Areas», vere e proprie gemme delle Alpi. Una di queste aree è la PCA H1, «Regione dei Laghi insubrici», che comprende il Sottoceneri e si estende fino alle province di Como e Varese,

facendoci capire una volta ancora come la natura non conosce confini politici. Così, il WWF e i suoi partner hanno sviluppato un piano d’azione transfrontaliero per la conservazione della biodiversità nella regione. Convinto dell’importanza della collaborazione, il WWF ha promosso la creazione di un’alleanza fra i diversi attori, professionisti del settore e organizzazioni, interessati alla gestione sostenibile del territorio. È nata così, il 30 maggio 2014, l’Alleanza Territorio e Biodiversità, cui appartengono oggi dieci organizzazioni attive in diversi campi, dalla protezione della natura all’educazione ambientale, con lo scopo di tutelare la natura, il paesaggio e il territorio dell’area PCA H1, attraverso la promozione e la realizzazione di progetti concreti, l’informazione e la sensibilizzazione. Fra i vari progetti e le iniziative promossi e sviluppati dall’Alleanza c’è, dall’anno scorso, la Giornata della

biodiversità che, all’insegna di «Uno scrigno da scoprire – Giornata di porte aperte» presenta, in diverse località del Sottoceneri, attività, iniziative ed eventi aperti a tutti gli interessati, grandi e piccini, per coinvolgere e informare la popolazione sull’importanza della biodiversità, far conoscere preziosi contenuti naturalistici del territorio e presentare le associazioni riunite nell’Alleanza. Dopo il successo della prima edizione del 25 aprile 2015, la Giornata si ripresenta sabato 21 maggio prossimo con un nutrito programma e, per la prima volta, con la partecipazione e il sostegno del Dipartimento del territorio. Il programma della Giornata, ricco e accattivante, disponibile sul sito dell’Alleanza, ci propone, con le offerte dei suoi partner, attività davvero avvincenti per tutti. Informazioni

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Ambiente e Benessere

La voce della strada Viaggiatori d’Occidente Alla riscoperta degli itinerari via terra Claudio Visentin Non vorremmo, ma è così. Il timore di nuovi attentati pesa sulle scelte dei turisti per l’estate ormai alle porte; tutta la sponda meridionale del Mediterraneo registra disdette e cancellazioni. I segni premonitori del resto c’erano tutti. Dopo l’attacco al museo del Bardo di un anno fa la Tunisia è stata disertata in massa, così come i villaggi turistici dell’Egitto dopo l’abbattimento di un aereo russo. Simile il più recente destino di Istanbul, più volte colpita. È una reazione pienamente comprensibile, anche se non interamente logica. Dopo tutto alcuni tra i peggiori attacchi terroristici sono avvenuti nelle capitali europee (Parigi, Bruxelles) e dunque nemmeno restare a casa è garanzia di sicurezza. Inoltre là dove sono avvenuti attentati il livello di allarme è più alto e quindi maggiore la sorveglianza. In una prospettiva di lungo periodo infine lasciar morire l’industria turistica, dalla quale dipendono i Paesi del Mediterraneo, significa accrescere la povertà, che a sua volta spiana la via al terrorismo. Qualcuno ha provato a realizzare anche una mappa delle destinazioni più sicure. Secondo questa logica dovremmo preferire l’Europa orientale, l’Africa meridionale e il Sudamerica. Il quotidiano inglese «The Telegraph» ha anche proposto – non so quanto seriamente – dieci mete insolite dove il rischio terrorismo è basso (ma ci potrebbero essere altri problemi: criminalità, strascichi di guerre civili, dittature ecc.). E dunque: Mongolia, Turkmenistan, Corea del Nord, Cambogia, Zimbabwe, Bolivia, Honduras, Angola, Bhutan, Papua Nuova Guinea. In un altro elenco compare anche la Svizzera, insieme a Islanda, Bolivia,

Ecuador, Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Vietnam e Giappone. È un gioco che mi lascia freddo. Dopo tutto al mondo ci sono duecento Stati e da qualche parte si potrà sempre andare, ma forse la gravità della situazione richiede maggiore serietà. Per questo ho accolto con piacere segnali in direzione contraria: per esempio, secondo una recente ricerca, i turisti inglesi non hanno modificato troppo i propri progetti di viaggio, nonostante le preoccupazioni. Se tutti questi ragionamenti non bastano a farvi cambiare idea, e dunque se quest’anno resterete vicino a casa, proviamo almeno a rinnovare il modo di viaggiare. Per esempio in Italia il 2016 sarà l’anno dei cammini e non c’è bisogno di partire per Santiago o percorrere la via Francigena per andare nel mondo a piedi, zaino in spalla. Oppure potremmo immaginare un viaggio senza aerei, più sostenibile dal punto di vista ambientale, al tempo stesso restando ben attaccati al suolo e alla geografia, calpestando ogni centimetro, valicando montagne, mari, frontiere naturali e umane. Sono trascorsi quarant’anni esatti da quando un indovino predisse a Tiziano Terzani che nel 1993 avrebbe corso un serio pericolo viaggiando in aereo. Ne scaturì un libro di viaggio fortunato (Un indovino mi disse, Longanesi) che ha avuto poi numerosi seguaci, tra gli altri Eddy Cattaneo con il suo Mondoviaterra. 467 giorni, 108’000 Km. Senza bucare il cielo, (Feltrinelli): «Un viaggio pulito, lento e completo». Nell’ultimo anno i racconti di viaggi senza volo – in corriera, treno, cargo ecc. – si sono moltiplicati a dismisura, sino quasi a diventare una nuova moda. Persino il popolare tabloid britannico «Daily Mail» si chiede: «Chi ha bisogno

mente si adatta con fatica a cambiamenti troppo rapidi. In passato il viaggiatore scivolava lento attraverso il territorio e aveva dunque tempo sia d’interrogarlo e comprenderlo, sia di assorbire le variazioni di clima, lingua, cultura e religione. Inoltre il transito non era solo una spostamento funzionale ad arrivare prima possibile; durante quelle settimane e mesi trascorsi lungo la strada, o sui fiumi, o sul mare, si condividevano pericoli e sorprese con compagni di viaggio conosciuti per via, s’incontra-

degli aeroporti?» e propone ai suoi lettori dieci viaggi via terra. Gli aerei non sono la somma di ogni male naturalmente. Ma con la loro velocità cancellano quella dimensione fondamentale del viaggio che è il transito. Quando, dopo poche ore di volo, le porte a vetri dell’aeroporto di destinazione si aprono davanti a noi ci ritroviamo catapultati in una realtà completamente diversa, senza avere il tempo di abituarci alla novità. Se il nostro corpo sperimenta il Jet lag, il disagio causato dal diverso fuso orario, anche la nostra

vano stranieri, ci si metteva alla prova nelle situazioni più diverse. L’aspettativa lineare della meta lasciava il posto a un percorso più tortuoso, ma anche più interessante, capace di aprire prospettive nuove. Gli aerei ci hanno regalato una straordinaria facilità di spostamento, ma al tempo stesso qualcosa è andato perduto. Per questo il «Viaggiatore d’Occidente» sa bene che la strada racconta, suggerisce, tenta; che bisogna ascoltare le sue sirene, bisogna lasciarsi sviare, bisogna perdersi per ritrovare tutta la ricchezza del viaggio. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere Cucina di Stagione La ricetta della settimana

Ravioli ai ravanelli Primo piatto Per 4 persone: 2 mazzetti di ravanelli con delle belle foglie · 250 g di formaggio fresco alle erbe · 4 cucchiai d’olio d’oliva. Pasta fresca: 320 g di farina bianca · 3 uova · 1 cucchiaio d’olio d’oliva · sale · farina per spianare la pasta.

1. Per la pasta, disponete la farina a fontana sulla superficie di lavoro. Aggiungete le uova, l’olio e 1 presa di sale. Impastate gli ingredienti per ca. 5 minuti fino a ottenere un impasto liscio e omogeneo. Avvolgetelo nella pellicola trasparente e lasciatelo riposare per ca. 1 ora. 2. Staccate le foglie dei ravanelli e mettetele da parte. Tagliate a dadini la metà dei ravanelli e mescolateli con il formaggio. 3. Spianate la pasta in una sfoglia di ca. 1 mm di spessore. Ritagliate dei rettangoli di ca. 7 × 12 cm. Mettete 1 cucchiaino di farcia sulla metà inferiore di ogni rettangolo. Inumidite i bordi di ogni rettangolo, ripiegate a metà e premete bene i bordi. Accomodate i ravioli su un telo cosparso di farina. 4. Prima di servire, lavate le foglie di ravanelli e spezzettatele. Tagliate il resto dei ravanelli a fettine sottili. Fatele appassire nell’olio in una padella antiaderente ampia. Togliete la padella dal fuoco. Lessate i ravioli poco per volta in abbondante acqua salata per 3-4 minuti. Estraeteli dall’acqua con una schiumarola. Mescolateli con cura insieme con i ravanelli e serviteli. A piacere cospargete con il parmigiano.

Un esemplare gratuito si può richiedere a: telefono 0848 877 869* fax 062 724 35 71 www.saison.ch * tariffa normale L’abbonamento annuale a Cucina di Stagione, 12 numeri, costa solo 39.– franchi.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Ambiente e Benessere

Il fachiro e un finale spinoso Sportivamente I bianconeri del calcio chiedono una spinta ai loro tifosi, senza il timore di pungersi

nell’ultimo insidioso percorso verso la salvezza. E, chissà, anche verso la Coppa Rimet in una finale fra ultimi e penultimi della graduatoria (quando scriviamo queste righe) della Super League Alcide Bernasconi Corre voce che a Lugano ci sia un fachiro, da anni stabilitosi da noi per esercitare e insegnare la sua arte di resistenza al dolore. Non lo fa per guadagnare soldi, ma chi si sentisse soddisfatto del trattamento dopo poche sedute, può ringraziare con una banconota nuova di zecca di 50 franchi. Al fachiro basta toccare il nuovo biglietto per capire immediatamente se si tratta di un falso oppure no. Egli non ama fare pubblicità per le sue doti, limitando al massimo anche la cerchia delle persone che lo frequentano. Fra queste figura anche il noto Supertifoso luganese. Dopo anni di dispiaceri, ora sembra giunto il momento, tutti insieme, giocatori, staff tecnico, dirigenti e tifosi, di rialzare la testa e tenerla alta finché le dure ultime prove del campionato saranno state superate.

Supertifoso è alla ricerca di qualche certezza e così ha consultato un celebre veggente, anche lui fan del Lugano Inutile dire che il gruppo di sostenitori bianconeri che lo conosce chiede al fachiro il miracolo, ossia il mantenimento del posto dell’amato FC Lugano in Super League, con l’aggiunta del successo nella finale di Coppa Svizzera. «No, non faccio miracoli», è la risposta. «Non posso trasformare Zeman in un allenatore che conquista la piazza intera, né riuscirei a tenere a freno il presidente Renzetti, quando muore dalla voglia di dire (soprattutto a chi lo frequenta per lavoro, primi fa tutti i giornalisti coi loro microfoni, e quelli con

le penne non cadute ancora in disuso nonché i loro computer che assorbono non tanto le verità, quanto i pettegolezzi). No, questo non è un compito da fachiro. Amo il Lugano, quello del ghiaccio e quello dei tappeti verdi, ma stare in tribuna per me è semplicemente una tortura. Odio i seggiolini di plastica (accadeva anche con le vecchie panchine), mentre io devo potermi rilassare sulla poltrona del salotto, ricoperta di chiodi acuminati che sostituisco con nuove punte a inizio stagione. Tutto ciò richiede una scuola e tanti faticosi esercizi sotto la guida di un maestro, prima della soddisfazione di riuscire a risolvere tutte le situazioni più… spinose». Supertifoso, grazie all’aiuto del fachiro, al quale non aveva chiesto alcun miracolo, né all’inizio, né durante la fase più delicata e controversa della stagione (mentre altri avevano lanciato accuse, talvolta anche di fuoco, a questo o a quello, i nomi sono noti da tempo), proprio per la sua discrezione (ma dentro si rodeva, eccome!) era riuscito a guadagnarsi la sua simpatia. Ma nella ristretta cerchia di conoscenti, c’era sempre chi non si stancava di chiedere l’impossibile. «Come?» rispondeva il fachiro. «Io far cambiare il parere al tecnico luganese, con alcuni aggiustamenti tattici che i fedelissimi di Cornaredo ritengono siano indispensabili? Scherziamo? Dare consigli a Zeman che, suo malgrado, ha portato la squadra in finale di Coppa, dopo una prima fase piuttosto rocambolesca? Io posso dire soltanto che il Lugano può farcela. Ma deve saper soffrire. Al Letzigrund , il bel campo dove si giocherà la finale della Rimet, fra l’ultimo e il penultimo della classifica. Una cosa che sta facendo sorridere parecchi esperti e, penso, tutti gli innamorati del gioco del pallone». I bianconeri non sorridono, non

Una sfera magica per prevedere il futuro del campionato. (durangotoydepot. blogspot.com)

devono perdere la concentrazione prima di quella gara, mentre i sostenitori zurighesi per il momento sono semplicemente inviperiti. Pure loro sperano in un doppio miracolo (Coppa e salvezza) e potrebbero aver incontrato lungo la Bahnhofstrasse un fachiro altrettanto capace di dare una mano, col solo difetto che ha iniziato più tardi la sua «missione». Quattro a zero fuori casa, in un incontro fondamentale per rilanciare i bianconeri, era un risultato che nessuno s’attendeva per la sua ampiezza. Anche Bottani, quando non ha dovuto correre lungo le fasce per cercare quel gol che avrebbe potuto ridargli la fiducia indispensabile per chi deve andare a segno, stavolta è stato servito a puntino e di reti ne ha realizzate ben due! I più vicini alla panchina luganese dicono che faticosamente Zeman si è lasciato sfuggire un accenno di sorriso. Lui insiste sulla disciplina, punta sui lanci, la velocità, le marcature ben fatte e odia gli «inutili dribbling». «Signor fachiro, in questo modo il Lugano si salverà?». «L’ho detto e lo ripeto: non sono un mago» risponde il fachiro. «La mia attività privata del resto è lontanissima da miracoli e magie. Sono semplicemente un tifoso un po’ diverso dagli altri. Quando i miei bianconeri si spingono all’attacco e sbagliano reti che paiono già fatte, oppure combinano pasticciacci in retrovia, mi alzo di scatto dalla poltrona chiodata e corro a passeggiare nervosamente su e giù sul tappeto di chiodi, arredo indispensabile nella casa di un fachiro che si rispetti. Anch’io soffro, ma questa è la mia condizione. I bianconeri dovranno invece soffrire ed essere uniti, come mercoledì scorso. Perché le ultime gare saranno spinose, anzi spinosissime. Questo posso dirvi con certezza. Parola di fachiro».

Giochi Cruciverba Il gamberetto nella foto ha un’insolita caratteristica, quella di entrare nella … Trova il resto della frase risolvendo il cruciverba e leggendo nelle caselle evidenziate. (Frase: 5, 3, 5, 1, 8, 1, 5)

ORIZZONTALI 1. Hanno un pallino 5. Vi si conservava il pane 10. Radici in cucina 12. Altro nome di Gerusalemme 13. Le iniziali dell’attore Crowe 15. Tempo inglese 17. Vecchio inglese 18. Genere musicale degli anni 80 20. Antica lotta giapponese 22. Vocali in greco 23. Un fil di fiato 24. Saliera senza sale 26. Decigrammo 28. Fiume francese affluente della Sarthe 30. Otri rovesciati... 32. Preposizione 33. Questi a Parigi 34. Un ufficiale abbreviato 35. Quello dolce è «da mord» 36. Erba aromatica VERTICALI 1. Una bionda spumeggiante 2. Le iniziali dell’attore interprete di Superman 3. Gatto inglese 4. Ha carattere occasionale 6. Le iniziali dell’attrice Seredova 7. Parlò con Mosè sul monte Sinai 8. Nome femminile 9. Apparato del corpo umano 11. Depone uova verdi 14. Caloria in breve 16. Prefisso che vuol dire metà 19. Una consonante 21. Un ripiego... marginale 25. Due vocali 27. Materiale per pavimenti 29. Usato per evitare ripetizioni 31. Le iniziali dell’attore Solenghi 34. Pronome personale

Sudoku Livello facile Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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IL MALINTESO – Tra amici: «Tuo fratello torna a casa per la Madonna?» Risposta risultante: «NON LO SO, MA CHE BISOGNO HAI DI IMPRECARE?!»


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Politica e Economia Tutti contro il Ttip Il trattato di libero scambio fra Stati Uniti e Ue è osteggiato sulle due sponde dell’Atlantico: ecco perché pagina 27

Amministrative italiane: Napoli Luigi De Magistris, sindaco della città partenopea, è dato per favorito in tutti i sondaggi, ma la sua vera forza è la debolezza dei rivali

Turismo asiatico Tokyo e Seul usano l’arma del soft power per attirare i visitatori occidentali

In perdita di attrattività Numerose incertezze e alti costi del lavoro scoraggiano l’arrivo di nuove aziende in Svizzera e spingono altre a delocalizzare

pagina 29

pagina 30

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La mappa del mondo Orbis Terrarum (1600) del cartografo olandese Pieter Goos. (AFP)

Sindaci padroni del mondo? Connettografia Nel suo ultimo saggio l’analista indiano Parag Khanna ipotizza una mappatura della civilizzazione

e sostiene che ridurre il disordine planetario non sarà più affare degli Stati e delle organizzazioni internazionali ma delle città globalmente interconnesse Lucio Caracciolo L’America è terra di innovatori. Anche in geopolitica. Tra questi, un giovane ed eloquente analista-guru di origine indiana, di nemmeno quarant’anni: Parag Khanna. Costui ha appena dato alle stampe e lanciato con una grande campagna mediatica – dal «New York Times» alla Cnn – il suo ultimo saggio, Connectography: Mapping the Future of Global Civilizations. La tesi è semplice: gli Stati sono obsoleti e inefficienti. Occorre un nuovo paradigma geopolitico per adeguare l’America e il mondo alle sfide della quarta rivoluzione industriale. In un’ottica globale, si tratta di connettere i veri centri di potere economico e politico. Non più gli Stati, tantomeno le organizzazioni internazionali. No, il pianeta va riordinato fondandolo sulla connessione fra le «città globali». Categoria fungibile, in cui Khanna inquadra le megacities destinate a succedere agli Stati quali soggetti geopolitici principali. Megalopoli che detengono una quota decisiva del pil nazionale e si profilano come hub globali grazie al

peso economico, alla capacità di attrarre investimenti, alla connessione con i centri omologhi. Così Londra, che vale circa un quarto del Pil britannico. O il corridoio Boston-New York-Washington, che insieme a Los Angeles combina un terzo della ricchezza prodotta negli Stati Uniti. Condizione analoga a quella di Città del Messico o della cintura Tokyo-Nagoya-Osaka nei rispettivi contesti nazionali. Famiglia destinata ad allargarsi nel futuro prossimo. Su tutte la mostruosa Jing-Jin-Ji, sulla direttrice Pechino-Tianjin allargato allo Hebei, con 130 milioni di abitanti, fiore all’occhiello della pianificazione urbanistica cinese. Per Khanna il salto dalla geoeconomia alla geopolitica è immediato: «Oggi nel mondo ci sono molte più città funzionali di quanti siano gli Stati effettivi. Tali città sono spesso isole di governance e ordine in Stati molto più deboli». Le megacittà sono indifferenti ai fragili Stati che le circondano, da cui cercano di estrarre ogni risorsa disponibile: «Questo è il modo in cui Lagos guarda la Nigeria, Karachi il Pakistan

e Mumbai l’India: quanta meno interferenza dalla capitale, tanto meglio». Grazie alla «connettività» fra colossi urbani omologhi, potremo architettare quella rete di potere in grado di riordinare il pianeta ormai ingovernabile dagli Stati. È Khanna stesso a disegnarla, grazie alla connettografia, nuovissima mappatura che impreziosisce il suo omonimo volume. Nella sua verve prescrittiva, Khanna intende applicare la connettografia – forse dovremmo ribattezzarla connettocrazia – alla sua nuova patria. La modesta proposta si chiama «United City-States of America». Gli obsoleti 50 Stati federati non funzionano più. Se vuole rimanere Numero Uno nel mondo, l’America deve riorganizzarsi intorno alle megacities. Curiosamente, Khanna cita come modello le città metropolitane italiane, cui attribuisce intenzioni probabilmente ignote ai pianificatori nostrani. Fatto è che estendendo il presunto schema dal Bel Paese alla superpotenza a stelle e strisce scaturiscono sette Super-Regioni, definite da connessioni economico-demografiche

e centrate su arcipelaghi urbani già esistenti o in formazione come l’Arizona Sun Corridor (da Phoenix a Tucson) o il Front Range (da Salt Lake City a Denver e ad Albuquerque). Il catalogo è questo: Costa Pacifica, Ovest Interno, Grandi Pianure, Grandi Laghi, Grande NordEst, Cintura Manifatturiera Meridionale e Costa del Golfo. Le magnifiche sette saranno tra loro connesse da una futuribile rete di autostrade, ferrovie ad alta velocità e cablaggio in fibra ottica. Il principio è semplice: «Metropolis-first». Ovvero «pensare al di là degli Stati». In linea con le tesi di un architetto di grido, Vishaan Chakrabarti – newyorkese nato a Kolkata (Calcutta) – per il quale gli Stati Uniti sono investiti da uno storico processo di riordinamento metropolitano provocato dall’afflusso di giovani millennials verso le città, a scapito delle periferie suburbane. Rovesciando così la bisecolare tendenza a distribuirsi nei suburbia, si pongono le premesse «per trasformare gli Usa in un Paese più ricco, sostenibile e giusto», visto che il 90% del pil e l’86% dei posti di lavoro americani sono ge-

nerati nel 3% del territorio: le città. Dove la sfida sarà abbattere l’apartheid di fatto che tuttora separa i quartieri non solo periferici riservati a ispanici, asiatici e neri dalle zone bianche. Segregazione sempre meno gestibile nel prossimo futuro, in una nazione destinata a produrre entro metà secolo un profilo etnico quanto mai misto, senza più razza maggioritaria. Le suggestioni del duo indo-americano Khanna-Chakrabarti, esponenti di una delle minoranze etniche di maggior successo, suonano come risposta indiretta all’ultima fatica di Henry Kissinger, che nel suo Ordine Mondiale si affatica a riflettere sul carattere delle nazioni nel corso della storia attingendo a categorie vetero-occidentali. Per il patriarca della geopolitica americana ridurre il disordine planetario resta affare degli statisti. Per i suoi inventivi sfidanti, l’immane compito sarà affidato alle virtù tecnocratiche della connectivity. Elegante tratto di penna sulla politica, prima ancora che sugli Stati. O forse saranno i sindaci delle quaranta Super-Città a reggere il pianeta?


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Politica e Economia

Venti contrari sul Ttip Trattato di libero scambio Usa-Ue Doveva segnare un ulteriore balzo in avanti nella caduta di barriere sui mercati

ma le resistenze che solleva sono moltissime. Addirittura l’America, culla del neoliberismo, è assalita dai dubbi e nessun candidato alla Casa Bianca osa difenderlo

Federico Rampini Tutti addosso al Ttip. Davvero sono rimasti in pochi a difendere questo Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato in via di negoziato fra Stati Uniti e Unione europea. Doveva segnare un ulteriore balzo in avanti nella caduta di barriere, non solo doganali e tariffarie (ormai poche) ma anche regolamentari e di accesso ai mercati. Le resistenze che solleva sono fortissime. Nel suo ultimo viaggio in Europa, a fine aprile, Barack Obama si è speso molto a favore del Ttip. Il presidente americano è rimasto uno dei sostenitori a oltranza di quel trattato. Lo ha esaltato davanti agli inglesi quando è stato a Londra per fare campagna anti-Brexit. Lo ha difeso nella sua tappa successiva alla Fiera di Hannover, dove si è espresso nuovamente in favore del Ttip davanti ad Angela Merkel, François Hollande, David Cameron e Matteo Renzi. Per sua sfortuna, negli stessi giorni Greenpeace orchestrava una fuga di notizie sui contenuti del Ttip. Che non ha certo addolcito l’opinione pubblica europea. Tra le rivelazioni di Greenpeace c’è il fatto che la delegazione americana nel corso dei negoziati bilaterali con la Commissione Ue avrebbe cercato di far cadere il «principio di precauzione». Con questa espressione si indica un approccio tipicamente europeo sulla difesa dei consumatori. Tradotto in termini molto semplici significa che in caso di incertezza le autorità europee preferiscono propendere per le norme più protettive nei confronti della salute e del consumatore. Le rivelazioni di Greenpeace sono state respinte dalla Commissione europea con questo argomento: si tratta semplicemente di posizioni negoziali presentate dagli americani al tavolo di trattativa, non significa che noi siamo pronti a cedere su principi fondamentali della legislazione europea. Ma intanto questo episodio ha ricordato all’opinione pubblica che i trattati sono negoziati da gruppi ristretti di tecnocrati, i dettagli restano ignoti alle popolazioni, mentre i lobbisti che rappresentano le multinazionali sono molto più al corrente di noi.

O entro la fine dell’anno Obama convince gli europei a firmare il Ttip o dal 2017 il trattato finisce su un binario morto Intanto la novità più clamorosa è un’altra: anche l’America ci ripensa. La culla del neoliberismo è assalita dai dubbi. In questa campagna elettorale nessun candidato osa difendere i trattati di libero scambio. Anzi, questi trattati sono bersagli di attacchi, minacce di abrogarli. Ripudiati da destra e da sinistra, con argomenti simili. Ecco Hillary Clinton: «Voglio essere sicura di poter guardare negli occhi un americano del ceto medio e dirgli: questo trattato di liberalizzazione degli scambi aumenterà il tuo stipendio. Purtroppo non posso dirlo». L’ha preceduta Bernie Sanders, ancora più esplicito nel denunciare a chi giova questo tipo di globalizzazione: «Se guardiamo alla storia dei trattati di questo genere, è evidente che sono scritti su misura per i banchieri di Wall Street, per le multinazionali, per le case farmaceutiche; sono sempre stati un

Manifestazione di protesta in Germania contro il Ttip. (AFP)

disastro per i lavoratori americani». Più duro di tutti, Donald Trump vuole stracciare perfino il padre di tutti gli accordi di apertura delle frontiere, quel Nafta (North American Free Trade Agreement) che entrò in vigore sotto Bill Clinton nel 1994, creò il grande mercato unico tra Usa, Canada e Messico, spianò la strada alla successiva cooptazione della Cina negli scambi mondiali con il Wto. Secondo Trump «piuttosto che un cattivo accordo, meglio nessun accordo; questi trattati favoriscono solo una piccola minoranza di insider, contengono dei regali per i poteri forti, sono una pessima cosa per l’economia americana, per i lavoratori, per i contribuenti». Per la precisione le polemiche americane fin qui si concentrano sull’altro mega-trattato, il Tpp (Trans Pacific Partnership) che Obama ha siglato con le maggiori nazioni dell’Asia-Pacifico esclusa la Cina. Le ragioni sono due. Anzitutto, l’iter del Tpp è più avanti, è già stato firmato da 12 governi ed è entrato nella fase delle ratifiche nazionali. Poi, in Asia gli Stati Uniti si confrontano con Paesi che (ad eccezione del Giappone) hanno regole meno avanzate per i diritti dei lavoratori, la protezione del consumatore, la tutela dell’ambiente. Donde l’accusa che si tratta di accordi al ribasso, che fanno arretrare gli Stati Uniti. È difficile sostenere la stessa cosa per il Ttip: l’Unione europea in molti campi è ormai più avanti degli Stati Uniti, dai diritti sociali all’ambiente. Eppure anche sul Ttip soffiano venti contrari. Tutto ciò che sa di «apertura delle frontiere» è circondato dal sospetto. La Clinton in cuor suo non la pensa così, non foss’altro che per co-

erenza con le politiche di suo marito e di Obama. Tra tutti i candidati l’ex segretario di Stato è la meno protezionista. Ma Hillary è condizionata dagli attacchi di Sanders e deve tenersi buona la sinistra fino a novembre. Perciò la previsione più diffusa è questa: o entro la fine dell’anno Obama convince gli europei a firmare il Ttip, oppure dal 2017 questo trattato rischia di finire su un binario morto. Sembra paradossale che il Ttip sia osteggiato dalle due sponde dell’Atlantico. Se una parte delle opinioni pubbliche europee è convinta che questo trattato svenderebbe le loro conquiste e aprirebbe nuovi spazi agli Stati Uniti, almeno gli americani dovrebbero sostenerlo, no? È possibile che un’apertura ulteriore delle frontiere si traduca in un gioco a somma negativa, in cui tutti perdono? In effetti non è impossibile, se prendiamo per buona la tesi redistributiva di Sanders: la globalizzazione con le regole attuali rafforza i capitalisti contro i lavoratori, le multinazionali contro i consumatori. È una tesi che ha l’avallo di uno dei massimi studiosi del commercio internazionale, il premio Nobel dell’economia Paul Krugman. Pur essendo pro-Hillary, sulla globalizzazione Krugman è diventato più critico di quanto lui stesso fosse vent’anni fa. «Un’analisi economica seria – sostiene Krugman – non conferma la visione idilliaca presentata dalle élite, secondo cui siamo tutti beneficiari negli scambi internazionali. L’apertura delle frontiere ha indebolito la maggioranza dei lavoratori americani». Krugman aggiunge però che il protezionismo non è l’unica alternativa. L’economista spiega che «molti danni associati con la

globalizzazione sono in realtà la conseguenze di scelte politiche». Punta il dito su tre fattori: il ridimensionamento dei sindacati, i tagli allo Stato sociale, le politiche fiscali a favore delle grandi imprese. Krugman indica come modelli alternativi i Paesi scandinavi. Seguendolo alla lettera gli americani dovrebbero aderire con entusiasmo al Ttip, che almeno in teoria può avvicinarli un po’ al sistema europeo. Ma gli scettici obiettano che questi trattati troppo complessi, troppo voluminosi, sono il terreno ideale per occultare nuovi regali alle lobby. Anche su questo terreno, le critiche americane riecheggiano spesso quelle europee. Due punti per concludere. Primo: in una fase in cui è di moda essere protezionisti, bisogna esercitare il proprio spirito critico. Non mi convince, per esempio, il protezionismo degli italiani. Essendo l’Italia una nazione piccola, molto dipendente dall’esportazione e quindi dall’apertura dei mercati esteri, il protezionismo dovrebbe farle molto più male che bene. Da questo punto di vista è comprensibile che il governo Renzi stia dalla parte di Obama, a favore del Ttip. Secondo punto, stavolta in difesa dei protezionisti. Troppe volte gli esperti e i tecnocrati ci hanno «venduto» delle teorie esaltanti e delle promesse meravigliose sui benefici della globalizzazione. L’indottrinamento cominciò agli albori dell’attuale globalizzazione: nei primi anni Novanta, con la nascita del grande mercato unico europeo e del Nafta nordamericano. Ci dissero che ci sarebbe stata molta più crescita, occupazione, ricchezza diffusa. Non è andata così. Di crescita ce n’è stata, a tratti, ma molto diseguale

(pochissima in Europa). I suoi benefici sono stati concentrati spaventosamente nelle mani di pochi privilegiati. Le diseguaglianze peggiorano senza sosta. Chi continua a promettere che il prossimo trattato farà meraviglie, viene giustamente ascoltato con sospetto e diffidenza. La globalizzazione è associata con le delocalizzazioni e l’arricchimento dei top manager, non del ceto medio. Gli europei hanno una ragione in più per essere scettici. Oggi l’Unione europea offre un livello di tutela della salute e di protezione dei diritti (dei lavoratori, dei consumatori) davvero nettamente superiore agli Stati Uniti. Non è stato sempre così, anzi. Negli anni Sessanta il «consumerismo» – diverso dal consumismo – nacque in America. Le storiche battaglie di Ralph Nader ed altri difensori dei diritti dei consumatori aprirono la strada. Ma da Ronald Reagan in poi l’America ha imboccato la retromarcia. È diminuita la competizione fra imprese, con un antitrust sempre più docile. I diritti dei consumatori sono calpestati molto più sistematicamente in America che nella vecchia Europa. In questa situazione è comprensibile che un trattato destinato ad «armonizzare» sia percepito come un peggioramento dagli europei. Una postilla riguarda la Svizzera. Un anno fa a quest’epoca, quando sembrava ancora che il Ttip avesse il vento a favore, alcuni dirigenti svizzeri espressero il timore di essere marginalizzati e danneggiati dall’accordo fra i due grandi. In particolare le multinazionali svizzere ebbero paura di essere discriminate. Oggi queste preoccupazioni sono diventate, quantomeno, premature.


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Politica e Economia

Il ribelle di Napoli Elezioni comunali di giugno – 3. parte Il sindaco uscente Luigi De Magistris, ex magistrato e ex parlamentare,

è dato per favorito. Ma la sua vera forza è la debolezza dei presunti rivali

Luigi De Magistris con la bandana durante un comizio a Napoli. (AFP)

Alfio Caruso Per la demagogia e per la facilità di promettere l’impossibile continuano a paragonarlo a Masaniello, il giovane popolano protagonista della rivolta del 1647. Però, a differenza dell’antesignano, Luigi De Magistris non è durato una manciata di giorni, ma ben cinque anni e promette – o minaccia – di durarne altri cinque sulla poltrona di sindaco. L’ultimo sondaggio lo dà in netto vantaggio sui concorrenti con il 38% dei consensi. Al secondo posto il candidato del centro destra Gianni Lettieri, 23%, seguito dalla renziana Valeria Valente, 21%; chiude l’esponente del M5S Michele Brambilla, 14%per cento. Al ballottaggio il considerevole vantaggio dovrebbe trasformare De Magistris in un’irresistibile calamita per i tanti desiderosi d’infliggere una lezione a Renzi, per il quale ormai ogni elezione si è trasformata in un giudizio divino molto più di quanto non accaduto con Berlusconi. De Magistris ha cercato di cavalcare quest’onda grazie alla psicosi dell’ «accerchiamento»; ha rivendicato la guida di una città non allineata, «fuori controllo», laboratorio di un «nuovo zapatismo in salsa partenopea». Negli ultimi mesi qualunque suo atto pubblico è stato contro il capo del governo fino agli scurrili insulti di pochi giorni addietro con la promessa che lo sfratto di Renzi sarebbe cominciato da Napoli. I rapporti fra i due sono precipitati con la clamorosa assenza del sindaco durante la presentazione del nuovo progetto per l’area di Bagnoli, la cui storia è sintomatica del tracollo dell’intera comunità. Sino all’inizio degli anni Novanta ospitava gli stabilimenti dell’Italsider. Quando li smantellarono – decisione dell’Europa intenzionata a limitare la produzione dell’acciaio – sembrava che ci fosse soltanto l’imbarazzo della scelta per trovare l’impiego di uno spazio nato per attirare turisti. Duecento ettari ac-

canto all’alta velocità ferroviaria, con due linee di metropolitana: di fronte a uno scenario unico sul mare, dirimpetto alle isole di Procida e Ischia. Per ricavarne il meglio sarebbe bastato seguire l’esempio di Bilbao. Anche lì c’era un impianto siderurgico da dismettere a un passo dal centro urbano. Al suo posto è sorto un grande parco, diventato il polmone verde della città. Sulla sponda opposta del fiume Nerviòn è stato collocato il museo Guggenheim, che nei tanti piani evaporati proprio Bagnoli avrebbe dovuto ospitare. Viceversa, rappresenta il più splendente fiore all’occhiello dei baschi, il biglietto da visita della trasformazione e della crescita economica di Bilbao.

La città partenopea ha avuto soltanto sindaci di sinistra o di centrosinistra, categoria cui fino al 2011 era iscritto anche De Magistris Per Bagnoli è stato un susseguirsi di mirabolanti intenzioni: dall’auditorium alla cittadella dello sport, dal museo delle tartarughe al centro benessere per straricchi. Il risultato sono stati sequestri, commissariamenti e soprattutto lo sperpero di 350 milioni senza creare un solo posto di lavoro. Le responsabilità maggiori vanno ascritte alle giunte comunali degli ultimi tre sindaci, Bassolino, Russo Jervolino, De Magistris, bravi soltanto nel riempirsi la bocca con progetti magniloquenti, mai seguiti da un minimo di attuazione. Ma appena Renzi ha finalmente dato seguito alla norma per sbloccare Bagnoli, De Magistris è insorto in nome del proprio interesse di bottega alla faccia dei benefici, che potrebbero derivarne a Napoli e alla Campania.

Una ribellione all’apparenza senza costrutto, che ha tuttavia incontrato il sentimento di una parte consistente della popolazione. Quella convinta da sempre di subire angherie dallo Stato, di non avere alcuna responsabilità nello sfascio crescente, speranzosa di ricevere la soluzione dei suoi mille problemi dal demiurgo del momento. Così De Magistris, che la notte della vittoria elettorale aveva esibito una bandana e lanciato lo slogan «sfasciamo tutto per ricostruire», è diventato il sindaco da rieleggere benché si sia dimostrato soltanto un Borbone con la bandana; abbia organizzato più feste, spesso con distribuzione di farina (al «Compleanno della Nutella» venivano regalati sfilatini), che interventi sul territorio; non sia stato in grado di lanciare una sola misura per contrastare l’espansione delle bande delinquenziali. Le gang di giovanissimi hanno abbattuto l’antico ordine della camorra. A Napoli si spara e si ammazza ogni giorno nel segno di una sanguinaria anarchia con autoproclamati boss, che spesso durano lo spazio di un mattino, capaci tuttavia di organizzare un attentato dinamitardo contro il procuratore capo, Colangelo. De Magistris ha risposto con la chiusura del lungomare alle auto. Eppure avrà una decina di liste civiche a sostegno della propria. Pur di vincere si è fatto vedere allo stadio accanto al presidente del Napoli De Laurentiis, con cui in passato ha scambiato robusti insulti; ha presenziato alle liquefazioni del sangue di san Gennaro, l’unico miracolo capace di ripetersi a cadenza annuale; ha messo in lista un famoso esponente di quella massoneria, da lui indicata quale responsabile principale dei suoi fallimenti da sostituto procuratore (le altisonanti inchieste, che aveva prima avviate e poi abbandonate, si sono concluse o con archiviazioni o con assoluzioni). Tuttavia la vera forza di De Magistris è l’inconsistenza dei presunti rivali. Il caso più eclatante riguarda

il Movimento 5 Stelle. A Napoli rischiano di ottenere la percentuale più bassa di queste amministrative, quasi la metà di quella nazionale. Scioccati dallo scivolone di Quarto, dove hanno dato ospitalità a un assessore in odore di camorra e sono stati sconfessati dal loro sindaco, hanno annaspato prima di approdare alla scelta finale. È stata così bruciata l’esponente più apprezzata, la veterinaria e docente universitaria Lucia Francesca Menna, da dieci anni centro propulsore di mille intraprese, membro storico del meet up napoletano, capace di suscitare una mobilitazione generale nel dicembre dello scorso anno dopo il crollo di due ali della palazzina ospitante la facoltà. A spingerla il presidente della Vigilanza Rai, Roberto Fico inizialmente perplesso sulla presentazione di una lista a causa del giudizio positivo di molti iscritti sull’operato di De Magistris. Nelle «comunarie», le votazioni sul web, le lotte di potere interne hanno sortito la sorpresa dell’ingegnere Michele Brambilla, un monzese trapiantato sotto il Vesuvio. Ha ottenuto 276 voti su 574, mentre alla Menna ne sono andati 189. Un esito nel quale molti hanno letto l’intervento dell’ambizioso Di Maio, ansioso di un’investitura ufficiale da leader. Alchimie poco gradite ai possibili sostenitori, che hanno già manifestato scarso entusiasmo nei confronti di uno «straniero», con l’aggravante dell’ostentata fede juventina. Di conseguenza il possibile rivale di De Magistris nel ballottaggio sarebbe l’imprenditore Gianni Lettieri, imposto da Berlusconi, malgrado la sonora coppola rimediata nel 2011. Nei cinque anni in consiglio comunale Lettieri ha badato più a ritagliarsi uno spazio indipendente da Forza Italia e dai fedeli di Cosentino, l’ex vice ministro in galera da oltre due anni per concorso esterno in associazione mafiosa, che ad affrontare gl’innumerevoli problemi della comunità. In tal modo si spiega il suo scarso appeal in una città dalle vi-

scere moderate, se non proprio destrorse: qui la Mussolini fu seppellita di voti nella sua prima prova elettorale. Ma dopo Achille Lauro, l’armatore monarchico che regalava la scarpa destra alla vigilia delle elezioni e la sinistra dopo aver vinto, Napoli ha avuto soltanto sindaci di sinistra o di centrosinistra, categoria cui fino al 2011 era iscritto anche De Magistris. Stavolta, invece, i nipotini del Pci, che dal ’63 è stato il partito più votato perfino nelle più recenti trasformazioni, rischiano di rimanere esclusi dai giochi. Al momento il successo consisterebbe nel superamento del primo turno. È il motivo per cui Renzi ha concesso, nonostante le recenti ruggini, un incontro a Bassolino, l’ex viceré dominatore della politica napoletana e campana dal 1993 al 2010. Bassolino si era presentato in inverno alle primarie del centrosinistra: sconfitto di misura dalla candidata ufficiale, la deputata Daniela Valente, un tempo sua pupilla, aveva teatralmente protestato per presunte irregolarità ai seggi (riprese televisive testimoniavano che ad alcuni elettori fosse stato dato l’euro necessario per votare con la raccomandazione di scegliere la Valente). Tre suoi ricorsi erano stati respinti, da qui la minaccia di una candidatura autonoma, in grado di bocciare sul nascere ogni speranza della Valente. Fatti, però, due conti e appurato che non l’avrebbe spuntata, Bassolino ha deciso di desistere. Ecco, dunque, la mano tesa di Renzi per conquistarsene l’appoggio nella campagna elettorale. Finora i numeri sono risultati deludenti. In ogni caso chiunque governerà Napoli nei prossimi cinque anni, dovrà fronteggiare il groviglio di frustrazioni sviluppatosi nella progressiva marginalizzazione della città. Chiusure municipalistiche, impuntature personali, proteste a senso unico contro lo Stato hanno lasciato prosperare, all’ombra della mitologica innocenza meridionale, le peggiori caste locali.


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Politica e Economia

La diplomazia della cultura Turismo In Giappone e Corea del Sud c’è ancora molto da rivedere a livello di promozione turistica

sebbene siano considerati fra i Paesi asiatici più ospitali per i viaggiatori occidentali

Giulia Pompili Il soft power è uno degli strumenti più efficaci per il rafforzamento del potere di uno Stato e della sua immagine all’estero. L’espressione è stata coniata all’inizio degli anni Novanta dal politologo Joseph Nye. Si tratta di utilizzare la persuasione, usando come strumenti la cultura, la comunicazione, le idee e un certo tipo di propaganda per attirare l’indulgenza dei Paesi stranieri, e così anche capitali e investimenti. Insomma, soldi. I Paesi asiatici sono maestri del genere. La rivalità tra Giappone e Corea del sud, specialmente negli ultimi dieci anni, si è manifestata soprattutto nella costituzione, anche attraverso la cultura, del soft power, diventato uno strumento centrale nella costruzione dell’equilibrio regionale del Pacifico asiatico. All’inizio degli anni Duemila a Tokyo iniziò una sistematica promozione di tutto ciò che riguardasse la cultura giapponese, dai manga alla letteratura, passando per personaggi come Hello Kitty e i Pokemon, fino ad arrivare al boom del cibo nipponico nel mondo. La chiamavano la politica del «Cool Japan». Nel frattempo, però, era iniziato il ventennio di stagnazione. Le casse pubbliche del governo giapponese piangevano, e gli investimenti del Kantei, il palazzo presidenziale di Tokyo, sui progetti «Cool Japan» – che pure avevano dato i loro frutti, con un considerevole incremento di interesse dall’estero nei confronti della cultura giapponese – iniziarono a diminuire.

Nel settore del turismo il soft power delle due superpotenze asiatiche si sta manifestando molto efficacemente Nello stesso periodo, quelli della Corea del sud invece aumentavano. Se il Giappone ancora oggi resta il più esotico dei Paesi d’oriente, capace di affascinare e attrarre gli occidentali anche soltanto grazie alla cucina o alle arti marziali tradizionali, il governo di Seul da un decennio ha iniziato una sistematica rimonta chiamata «Hallyu», ovvero l’ondata coreana. Basti pensare al taekwondo, arte marziale sudcoreana molto

simile al karate giapponese. A differenza dello sport nipponico, il taekwondo fu introdotto alle Olimpiadi del 2000, sembra dopo persuasive pressioni di Seul sul Comitato olimpico, e da allora è diventato uno sport praticato in almeno duecento Paesi nel mondo. La cultura culinaria coreana, che si basa essenzialmente sul kimchi, un piatto di verdure fermentate e speziate, sta iniziando a fare concorrenza al sushi giapponese perfino in Europa, grazie anche alla promozione del governo di Seul che finanzia progetti in cui si elogiano le proprietà curative dei piatti tradizionali. Per non parlare della musica: il J-pop, il pop giapponese, produce idoli molto famosi in patria, ma il K-pop, l’omologo coreano, ha ormai oltrepassato i confini e i più celebri artisti di musica commerciale coreana compiono tour promozionali in tutta l’Asia. C’è un settore in particolare, però, in cui il soft power delle due potenze asiatiche si manifesta in tutta la sua efficacia: il turismo. Nel 2012 l’attuale primo ministro giapponese Shinzo Abe, nel costituire il governo, fece un ragionamento semplice: per far ripartire l’economia nipponica, piegata da vent’anni di stagnazione, le politiche monetarie espansive da sole non bastano. C’è bisogno di attrarre capitali dall’estero, e non solo dalle imprese, ma anche dai turisti e dagli «amici del Giappone» (li chiamano tomodachi). E quale modo migliore se non quello di nominare un vero e proprio Ministero del Cool Japan. Parallelamente al ruolo istituzionale, il governo nipponico ha creato il Fondo Cool Japan, una compagnia parastatale che si occupa di trovare i fondi privati per investire nel cool della cultura giapponese. Ed effettivamente, negli ultimi anni, si sono moltiplicate le iniziative di Tokyo per accrescere il numero di turisti. Complice lo yen basso e la popolarità del padiglione dell’Expo di Milano nel 2015, lo scorso anno i turisti stranieri in Giappone sono stati 19,74 milioni. Il target, per il governo, è quello di arrivare ai 30-40 milioni di turisti entro il 2019-2020, quando il Paese del Sol levante ospiterà i Mondiali di rugby e poi i Giochi olimpici. Eppure la strada non è tutta in discesa: comunicare i film, i manga, la musica, non è mai stato un problema. Quelli nascono, piuttosto, quando società chiuse agli stranieri – come quella

Lo skyline di Seul fotografato da una turista asiatica. (AFP)

giapponese e quella coreana – decidono di voler aumentare la propria attrattiva turistica. A febbraio la ventiquattrenne americana Megan Stuckey, residente a Seul, ha espresso tutta la sua indignazione a un giornale locale perché non le era stato permesso di entrare nel locale Green Light, nel quartiere Hongdae della capitale coreana. Sulla porta del night club era stato affisso un cartello in inglese, che recitava: «Solo i coreani possono entrare perché i nostri dipendenti non sono capaci di parlare inglese. Non è razzismo. Ci dispiace. Per favore non prendetevela». La notizia ha fatto il giro dei media internazionali, e la Stuckey ha poi parlato con il «Korea Herald»: «Quando ho domandato in coreano, non in inglese, se potevo entrare, visto che parlo la lingua, mi è stato ripetuto che l’ingresso era comunque proibito agli stranieri». Secondo i gestori del locale, la questione non è tanto linguistica quanto una scelta di business: il night club è dedicato esclusivamente ai clienti del luogo, e i troppi turisti rischiano di far scappare i coreani. La vicenda del Green Light non è un caso isolato in Corea. Molti esercizi pubblici decidono di limitare l’accesso agli stranieri, appellandosi alla libertà del business privato. La discriminazione «legalizzata» si fa ancora più netta

quando si tratta dei militari americani residenti nelle basi in Corea: gli esercenti lamentano comportamenti scorretti e maleducati da parte dei soldati, soprattutto dopo aver bevuto un paio di birre. Ma basta poco per scivolare verso il razzismo: nel 2014 un altro locale di Itaewon, a sud di Seul, fece scandalo per non aver permesso l’ingresso «agli africani a causa dell’emergenza legata al virus Ebola». Nel 2015 sono stati quasi 11 milioni i turisti internazionali in Corea del sud, la maggior parte dei quali cinesi. Nel 2018 nella contea di Pyeongchang, un comprensorio sciistico a 180 chilometri da Seul, si svolgeranno le Olimpiadi invernali. In Giappone le cose non vanno molto diversamente. Come in Corea, anche qui il turismo si scontra spesso con l’impossibilità sociale di accogliere gli stranieri, nonostante la proverbiale ospitalità nipponica. Gli stranieri sono i gaijin, un termine alquanto dispregiativo che definisce l’incapacità di comprendere le rigide regole sociali imposte dalla società giapponese. La questione dei tatuaggi è un esempio calzante. Il 56 per cento dei bagni pubblici e delle terme non accetta clienti tatuati, e c’è un motivo: in Giappone il tatuaggio è legato ai riti d’iniziazione della yakuza, la criminalità organizza-

ta nipponica. I tatuaggi però rischiano di escludere dalle tradizionali terme giapponesi i turisti occidentali, che si disegnano il corpo per motivi estetici e non per mostrare l’appartenenza a un determinato gruppo criminale. Sul tema è intervenuta poche settimane fa direttamente l’Agenzia del turismo di Tokyo: le Spa devono rivedere le regole troppo rigide, e permettere l’ingresso agli stranieri tatuati, magari fornendo degli stickers per coprire i disegni. A febbraio il governo di Tokyo si è attirato le critiche dei nazionalisti e dei conservatori annunciando di voler modificare i simboli delle mappe, per aumentare il livello di accessibilità dei turisti in Giappone. Le piantine tradizionali nipponiche usano una simbologia difficile da interpretare per un occidentale (H sta per hotel, e non per ospedale, la X sta per polizia e tre puntini per luoghi culturali d’interesse). Il problema sta soprattutto nel segno che corrisponde ai templi buddisti, una croce uncinata, che secondo il governo potrebbe ricordare agli occidentali il passato nazista. Non ultimo, anche in Giappone c’è il problema della lingua: pochi giapponesi conoscono l’inglese e il governo sta già provvedendo a promuovere corsi gratuiti per diffondere la lingua universale. A prova di turista. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

La piazza economica svizzera sta perdendo attrattività Industria Da 5 anni in calo, nel 2015 sono arrivate più imprese estere. Basterà a compensare le molte partenze

a causa di costi salariali troppo elevati? I sintomi di un mutamento strutturale Ignazio Bonoli Tra le notizie sull’economia svizzera, una di quelle che possono creare qualche speranza sul lungo e medio periodo è quella concernente l’arrivo di aziende estere. Lo scorso anno 264 aziende provenienti dall’estero si sono installate in Svizzera – con il supporto della promozione economica svizzera – creando 1082 posti di lavoro. Rispetto all’anno precedente si tratta di un aumento del 40%. Le cifre sono ancora modeste, ma significano l’interruzione di un trend negativo che ha caratterizzato i cinque anni precedenti. È inoltre la prima volta dal 2010 che i nuovi posti di lavoro creati da queste aziende sono aumentati. Lo si può constatare con una certa sorpresa, poiché il contesto economico non è sicuramente diventato più attrattivo per queste imprese. Infatti, il franco svizzero rimane forte sui mercati valutari, non è ancora chiaro come finiranno le accese discussioni sia sulla riforma della tassazione delle imprese III e quelle sulla messa in pratica dell’iniziativa sull’immigrazione di massa, il che rende quanto mai incerto l’esito delle trattative con l’Unione europea sul futuro degli Accordi bilaterali. A tutto questo si aggiunge il rischio per la Svizzera di rimanere tagliata fuori da grandi accordi di libero

scambio, tipo quello che si sta delineando fra Europa e Stati Uniti (TTIP). Gli uffici di promozione dell’economia si lamentano inoltre della sempre più restrittiva prassi adottata per i contingenti di mano d’opera estera, provenienti da Stati non aggregati all’UE. Dopo aver sensibilmente ridotto le autorizzazioni di soggiorno nel 2015, anche per il 2016 i livelli massimi di importazione di mano d’opera ben qualificata da Stati fuori dall’UE e dall’AELS rimangono pari a quelli dell’anno precedente. Secondo il presidente della Grande Area Zurighese (contattato dalla «NZZ»), sono segnali negativi. Si tratta infatti di personale altamente qualificato che è spesso determinante nella concorrenza globale. Ditte internazionali che hanno il quartiere generale in Svizzera sono costrette a constatare che non è più così semplice far venire buoni specialisti in Svizzera. Nonostante questo la Grande Area Zurighese, che si estende anche ai cantoni di Glarona, Grigioni, Sciaffusa, Svitto, Soletta, Uri e Zugo, è riuscita nel 2015 ad attirare 83 aziende estere, 12 di più dell’anno prima. Per ottenere simili risultati è necessario un grande lavoro di informazione e convinzione. È sempre più difficile che un’azienda estera prenda contatto di sua iniziativa per venire in Svizzera. Questo anche perché la concorrenza mondiale in questo

La delocalizzazione della produzione in altri Paesi è una tentazione forte in numerosi settori industriali svizzeri, compreso quello tessile. (Keystone)

campo si è intensificata. Le cifre fornite dalla Conferenza intercantonale dei Direttori dell’economia sulle aziende estere che si stabiliscono in Svizzera sono solo uno degli indicatori dell’attrattività del nostro Paese. Esso non considera comunque quelle imprese che non passano attraverso gli uffici cantonali di promozione economica dei cantoni, delle regioni o della Confe-

derazione. Non comprende nemmeno aziende di nuova costituzione in Svizzera ed eventuali partenze all’estero. Quindi se si considerano le iscrizioni al Registro di commercio, le nuove iscrizioni sono diminuite del 2%, scendendo a 40’829 ditte. È difficile fare un bilancio di entrate e uscite. Secondo uno specialista fiscale della KPMG Svizzera, lo scorso

anno, le partenze sono state superiori agli arrivi. Non da ultimo anche a causa delle difficoltà a ottenere permessi in Svizzera. Tuttavia anche gli stessi uffici di promozione tendono oggi a far prevalere la qualità sulla quantità, per cui l’importanza del numero diventa relativa. Anche per quanto concerne l’importazione di mano d’opera, i numeri sono relativi: comprese le famiglie questa immigrazione rappresenta il 4% dell’immigrazione netta annuale. Per contro queste aziende produttrici di posti di lavoro e benessere hanno anche l’importante funzione di sostituire aziende o singoli reparti produttivi che lasciano la Svizzera. Dopo qualche caso clamoroso di grosse imprese, preoccupa ora il fatto che anche piccole e medie aziende pensino di spostare in tutto o in parte la loro attività. Il caso più recente, segnalato dai media, è quello della Benninger di Uzwil (SG), fondata nel 1859, specializzata in macchine tessili, che ha deciso di cessare la produzione, mantenendo in Svizzera solo 50 dei 300 dipendenti ancora in attività, per spostare la produzione nell’est della Germania e in India. Motivo: costi troppo elevati in Svizzera, spostamento dei mercati verso Oriente e concorrenza sempre più forte da parte cinese. Un altro sintomo evidente dei mutamenti strutturali che l’economia svizzera sta vivendo. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Politica e Economia

Le rendite AVS diminuiranno nel 2017? La consulenza della Banca Migros

Albert Steck La previdenza per la vecchiaia è messa alle strette. L’anno prossimo le rendite AVS potrebbero diminuire per la prima volta. Lo dimostra una proiezione elaborata dalla Banca Migros. Questa riduzione comporterebbe inoltre un taglio alle prestazioni del secondo e terzo pilastro.

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

La previdenza per la vecchiaia è sottoposta a forti pressioni. Ora tocca anche all’AVS, le cui rendite rischiano di diminuire l’anno prossimo per la prima volta. Ciò è dovuto al cosiddetto indice misto, che dal 1980 determina l’ammontare delle rendite. L’indice considera per metà l’inflazione e per metà l’evoluzione delle retribuzioni nominali. Ogni due anni serve per calcolare le rendite minime e massime dell’AVS (v. grafico). Sulla scorta dell’inflazione modesta, dal 2017 la rendita massima dovrebbe diminuire da 2350 a 2340 franchi al mese, la minima da 1175 a 1170 franchi. Per ogni beneficiario di rendita significa una riduzione annua compresa tra 60 e 120 franchi. Complessivamente le somme pagate dall’AVS e dall’AI si assottiglierebbero di oltre 200 milioni di franchi l’anno. Alle rendite AVS sono inoltre agganciate numerose prestazioni nell’ambito del secondo e del terzo pilastro. Di conseguenza diminuirebbero anche il salario massimo nel regime obbligatorio della previdenza professionale e l’importo ammesso per i versamenti nel pilastro 3a. Nel 2017 il Consiglio federale deciderà

L’inflazione modesta trascina al ribasso le rendite AVS In CHF/mese

fl Indice nominale dei salari fl Rendita massima AVS fl Indice dei prezzi al consumo

Attualmente la rendita massima dell’AVS ammonta a 2350 franchi al mese. L’evoluzione delle rendite dipende per metà dall’inflazione e per metà dall’andamento delle retribuzioni. (Dati: BSV)

un’eventuale diminuzione delle rendite su richiesta della Commissione AVS/ AI. Potrebbe modificare l’indice misto, anche se sinora non ha mai fatto ricorso a questo strumento. La decisione arriva in un momento politicamente delicato; infatti, in settembre si svolgerà il referendum sull’iniziativa popolare «AVSplus», lanciata dai sindacati, che vuole introdurre un aumento generalizzato del 10 percento. Se mantiene l’attuale indice misto e si

esprime a favore di una riduzione delle rendite, il Consiglio federale potrebbe alleggerire il deficit dell’AVS. Nei limiti del possibile, nella sua decisione il Governo considererà anche che negli ultimi dieci anni le rendite AVS sono state fissate sempre su un livello troppo alto. Nella determinazione delle rendite la Commissione AVS/AI si basa infatti sulle previsioni in materia di inflazione ed evoluzione salariale. Ma dal 2007 l’inflazione è sempre stata

inferiore alle attese. Per colpa di questa previsione errata, negli ultimi dieci anni l’AVS ha sempre pagato complessivamente 2,1 miliardi di franchi in più del necessario secondo l’indice misto. Il calcolo esatto è pubblicato in Internet su blog.bancamigros.ch, dove trovate anche consigli utili sull’AVS. Ad esempio, come stimare la vostra rendita futura. Attualità su blog.bancamigros.ch: ■ Sei fatti e consigli utili sull’AVS. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 17 maggio 2016 ¶ N. 20

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Se popolazione e immigrazione diminuiscono Il buon andamento di un’economia si misura, di solito, con il tasso di aumento del prodotto interno lordo. Ma altrettanto importante è, per accertare se l’economia va bene o meno, l’evoluzione dell’occupazione. Facendo un passo più a monte, si può verificare se l’economia di un Paese si sviluppa o ristagna semplicemente seguendo la sua demografia. Nel corso delle ultime settimane sono state pubblicate due notizie concernenti la demografia che hanno ritenuto la mia attenzione. La prima riguarda il saldo del movimento naturale della popolazione ticinese nel 2015. Questo saldo, ossia la differenza tra il numero dei nati vivi e quello dei decessi, è da diversi anni negativo. Ciò significa che i decessi superano le nascite. È stato così anche l’anno scorso. A sorprendere è però che, nel 2015, il saldo abbia raggiunto un valore negativo mai registrato prima: –360 unità. Siccome il saldo del

movimento migratorio, pur restando positivo, è inferiore a quello degli anni passati, nel 2015 la popolazione ticinese è rimasta più o meno costante. Nel suo commento l’USTAT precisa che il dato del 2015 rappresenta di fatto la conferma di una tendenza negativa che è oramai in corso da anni e che deve essere fatta risalire all’invecchiamento della popolazione. Insomma, l’andamento della popolazione ticinese rispecchia quello dell’economia, o viceversa. Tutte e due invecchiano e perdono in dinamica. Se il saldo del movimento migratorio dovesse, come viene auspicato da molti, ridursi a zero (qualche migliaio di immigranti per compensare le poche migliaia di emigranti) la popolazione ticinese, in futuro, dovrebbe diminuire, anche se non in modo spettacolare. Questo potrebbe far gioire il partito, sempre più folto, degli avversari della crescita economica che attribuisce, spesso e

volentieri, all’aumento della popolazione tutti i costi sociali che pesano sulla collettività cantonale, dalla criminalità all’inquinamento passando per le code sulle strade e la perdita di identità. Potrebbe anche far esultare chi vorrebbe realizzare, in tempi brevi, la riforma del sistema energetico promuovendo una riduzione consistente del consumo di energia. Potrebbe infine portare acqua al mulino di coloro che argomentano che, a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione, è venuto il momento di rivedere completamente la politica sociale, cominciando per esempio ad elevare l’età del pensionamento. Senza immigrazione, quindi, la popolazione è destinata a diminuire. Finora questa verità valeva per il Ticino come per la maggioranza dei Paesi europei. La seconda notizia sulla quale volevo portare la vostra attenzione conferma il fondamento di questa affermazione,

offrendone una prova per il contrario. La Germania che, qualche anno fa, era considerata come la nazione in Europa che prima avrebbe esperimentato una diminuzione della popolazione, da un paio d’anni conosce una ripresa demografica sostenuta. Sono tre i fattori che alimentano questa ripresa: il saldo migratorio positivo molto forte, l’afflusso, altrettanto importante, di rifugiati, e l’effetto positivo che l’immigrazione sta esercitando sul tasso di natalità della popolazione. L’impulso che l’immigrazione dà all’evoluzione della popolazione sta obbligando i tedeschi a rivedere i loro scenari di decadenza demografica. E se gli scenari saranno rivisti, per tener conto della ripresa demografica, ci saranno decisioni politiche con impatto nel lungo termine da rivedere. I settori maggiormente in discussione sono quello delle pensioni e quello della produzione di energia. Le due notizie

che ho citato qui sopra mi sembra suggeriscano, in conclusione, che oggi, per l’importanza del saldo migratorio nell’evoluzione della demografia di un Paese, è diventato difficile sviluppare scenari demografici a lungo termine. E ancora più difficile è prevedere quali potrebbero essere i loro effetti sulle politiche ambientali, energetiche e sociali. Personalmente reputo che quando lo sviluppo demografico dipende, come è il caso in molti Paesi europei, Germania e Ticino inclusi, dal saldo migratorio, è necessario essere prudenti. Perché questo saldo può variare dall’oggi al domani in seguito a modifiche, liberali o restrittive, nel confronto dell’afflusso di popolazione straniera. Viceversa ritengo che quando si vogliano valutare gli effetti di una politica di restrizione all’immigrazione occorre essere coscienti anche delle ripercussioni che la stessa può avere sulle politiche di lungo termine.

ha dichiarato di essere disposto a fare un’eccezione per Khan. L’ironia non è stata colta dal neosindaco (forse non c’era, chissà: decifrare Trump è mestiere difficile), che anzi ha risposto molto serio, dicendo che la questione non si può liquidare con tale superficialità, la non comprensione dell’islam porterà a grandi problemi sia per il Regno Unito sia per l’America – e comunque, se Khan è ben accetto, devono esserlo anche i suoi genitori, amici, parenti, fratelli in senso allargato. La vita del neosindaco è iniziata come era finita quella da candidato: con le polemiche sull’islam. È facile pensare che questa tematica resterà a scandire il mandato di Khan, perché è la prima volta che un musulmano in Occidente conquista un posto di questo rilievo nella politica e nel dibattito, e perché Khan dovrà portare tutto da solo il peso degli imbarazzi e delle contraddizioni che caratterizzano l’islam moderato. Questo non vuol dire che il sindaco di Londra voglia ridurre la propria

proposta e la propria immagine a tale misura unidimensionale. Anzi. Con tutta probabilità l’ambizione di Khan è molto più ampia: vuole diventare un modello per e nel Labour inglese, dove si consuma da tempo uno scontro ideologico e personale molto violento. Khan ha eletto Jeremy Corbyn alla leadership del Labour, dice di non essersi pentito, ma poi si è avvicinato ad Andy Burnham, che di Corbyn era un rivale e che rappresenta l’ala sinistra più dialogante del partito (i sindacati sono comunque i sostenitori di questa corrente del partito, i blairiani sono lontani anni luce, ed è meglio non citarli troppo). Corbyn non è molto sicuro dell’alleanza di Khan: si dice che i rapporti tra i due siano freddini, che il leader sia nervoso quando si parla della «vittoria di Londra», perché è il risultato migliore che può sventolare nella sua vita da capo di partito e allo stesso tempo non si sente del tutto rappresentato dal vincitore. Khan prende le distanze da Corbyn con fare diplomatico, dice che deve governare una città e

rispondere alle esigenze dei londinesi, non imporre battaglie ideologiche. Con il pragmatismo, Khan lava via le incomprensioni, ma intanto rilancia: dobbiamo costruire una «big tent» ha detto, dobbiamo allargare il consenso del Labour, non limitarci al nostro elettorato, ma ambire a strappare elettori agli altri, parlare a più persone possibile, superare le differenze, riunirci attorno a un progetto. Durante la campagna elettorale, Khan ha battuto indefesso molti quartieri considerati conservatori, è andato a casa del nemico per convincerlo che unirsi si può. Corbyn ha tutt’un’altra visione del Labour e della politica, vuole serrare i ranghi di chi la pensa come lui, escludendo gli altri, e anche se si parla di golpe imminente ormai da mesi, per ora con questo metodo Corbyn è riuscito a sopravvivere. Le differenze tra Khan e Corbyn possono sembrare un approccio diverso alla politica, ma dietro c’è la storia della sinistra, la sua trasformazione, i passi avanti e quelli indietro. E ancora una volta la riflessione parte da Londra.

Per raggiungere il pubblico potenziale, la Compagnia mise in campo una strategia di marketing a largo spettro, che andava dalla diffusione di prospetti, opuscoli e planimetrie, alla partecipazione alle Esposizioni nazionali e internazionali. Quest’ultime manifestazioni rappresentavano, per l’impresa ferroviaria, un palcoscenico eccezionale, un’occasione unica per esporre nei padiglioni gli ultimi ritrovati dell’industria elettromeccanica, come locomotive sempre più potenti, e per accattivarsi la simpatia dei ceti desiderosi di scoprire la «patria» nella sua variopinta diversità: le feste di canto, di ginnastica e di tiro, di lotta, della vendemmia eccetera. La direzione della «Gotthardbahn» non badò a spese in queste sue operazioni promozionali. Alla fine degli anni 90 incaricò lo scrittore Carl Spitteler, dal 1892 residente a Lucerna con la moglie d’origine olandese e le due figlie, di redigere una guida che evidenziasse le bellezze disseminate sulla linea transal-

pina fino a Chiasso. Per un compenso ammontante a 7000 franchi, allora una cifra considerevole, Spitteler percorse la tratta una trentina di volte, descrivendo i vari segmenti, senza tralasciare le valli laterali – come la valle di Schächen e di Piora – e i passaggi rischiosi, come la gola del Piottino. Qui lo scrittore rimase impressionato dall’intrico dei binari, giravolte tra il sopra e il sotto che gli fecero perdere la trebisonda. Tra la parte nord e la parte sud della tratta nessun paragone era possibile. Dopo Airolo si entrava in una pienezza di luce incomparabile; anche la vegetazione si arricchiva dopo ogni balza: prima le conifere, poi i castagni e i gelsi, e infine i vigneti. Usciti dal tunnel si entrava dunque nel «Meridione sorridente», nel paese del sole: «wir sind in Südeuropa». Già l’alta Leventina salutava il viaggiatore con una profonda quiete, soprattutto d’inverno; l’aria cristallina incoraggiava il sonno e il riposo («in nessun luogo dormo così bene come ad Airolo»). Per contro i villaggi appollaiati

sui versanti, visitati a piedi lungo sentieri scoscesi, apparvero allo scrittore come ricoveri miserabili, «piccole fortezze, prima bombardate poi devastate e infine incendiate... rovine nelle quali non alloggeremmo né cani, né bestiame minuto, per non parlare della servitù». Una valle popolata di bruti? No, spiega sorprendentemente Spitteler, gli abitanti sono cordiali, rispondono alle domande del viandante, non hanno lo sguardo ebete che caratterizza l’espressione di altri alpigiani. Insomma, un «popolino urbano». La guida – intitolata semplicemente Der Gotthard – uscì nel 1897. Il volume riscosse un notevole successo, ma l’autore non volle più rimetterci mano, nemmeno dopo aver ottenuto, nel 1919, il premio Nobel per la letteratura. Nessuno ha mai pensato di voltarla in italiano. Ma ora, nell’anno gottardiano, Spitteler dovrebbe tornare agli onori, anche in traduzione, per iniziativa del germanista Mattia Mantovani e dell’editore Dadò.

Affari Esteri di Paola Peduzzi Sadiq Khan, l’Obama di Londra Sadiq Khan (nella foto) ha risollevato il morale del Labour britannico. La sua elezione a sindaco di Londra – vittoria piena, i Tory hanno avuto poche speranze fin dall’inizio della contesa – ha salvato i laburisti da una tornata elettorale piuttosto negativa, e ha reso la capitale britannica di nuovo un centro di ispirazione mondiale. Di origini pachistane, figlio di un autista d’autobus e di una sarta, sei fratelli e una sorella, musulmano, una moglie conosciuta all’università, due figlie, attivista per i diritti umani, Khan è visto da molti londinesi come l’Obama della città, il portatore sano di una rivoluzione basata su equità e diritti. L’Europa che si richiude su se stessa, tra muri e incomprensioni, guarda Londra e sospira, anche se durante la campagna elettorale, mentre i conservatori accusavano Khan di avere legami con l’estremismo islamico, il Continente si è tenuto molto sulle sue. Ma Khan non ha avuto bisogno dell’Europa per vincere, nonostante sia un sostenitore del «remain» al referendum europeo previsto

per il 23 giugno, e sembra non volersi affidare troppo nemmeno all’America. O almeno non a «quell’America». La prima polemica politica di Khan, mentre ancora festeggiava e ripeteva gli slogan che ha lanciato diligentemente a gennaio, senza mai cambiarli, senza mai farsi prendere da tatticismi elettorali, è scoppiata con il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump, che è convinto che i musulmani non debbano entrare sul suolo americano, ma che

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti In viaggio con Carl Spitteler «Febbre ferruginosa»: così fu definito, a metà Ottocento, lo stato di eccitazione in cui cadde la società europea di fronte alla visione del «cavallo meccanico», la mirabile invenzione inglese che stava rivoluzionando il sistema dei trasporti. Lo Stato federale per vari motivi – dissidi interni, mancanza di carbone, morfologia impervia – giunse tardi all’appuntamento con la ferrovia. Ma poi, imboccata la strada ferrata, non si arrestò più: non solo recuperò il ritardo, ma fece dei binari la spola in grado di tessere una tela a maglie fitte, che si inoltrava gagliardamente nelle valli e nelle aree discoste. Dalle tratte principali spuntavano poi, per gemmazione, altri tronconi, altre rotaie, linee secondarie a cremagliera, funicolari, «tramways», piroscafi sui laghi. Costruita con capitali privati e pubblici, e con il contributo dei tre Paesi direttamente interessati (Confederazione elvetica, Impero tedesco, Regno d’Italia), la ferrovia del Gottardo era stata ideata e finanziata con un occhio di riguardo

al traffico merci. In realtà, ben presto questa verticale nord-sud divenne preda ambitissima delle agenzie di viaggio. Le quali non tardarono ad intercettare il «Drang nach Süden» dei popoli nordici, per buona parte dell’anno immersi nelle nebbie, anelanti come non mai ad assaporare i sapori e i tepori di una natura generosa, straripante di luce, di cibi e di vini. Quasi subito la «Gotthardbahn», la compagnia proprietaria della linea, introdusse lussuose carrozze panoramiche, dalle cui piattaforme aperte il viaggiatore poteva quasi toccare la roccia che gli si parava davanti. Dirupi, orridi, ponti arditi, gallerie tenebrose: la calata verso sud in comode poltrone assicurava emozioni e improvvisi trasalimenti, con torrenti e cascate a portata di mano. Le campagne pubblicitarie potevano far leva su due motivi di forte attrazione: l’aspetto tecnico-ingegneristico e l’aspetto simbolico evocante i luoghi in cui l’antica Confederazione aveva mosso i primi passi sotto la guida del suo eroe Guglielmo Tell.


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Cultura e Spettacoli Tre sorelle di talento Non solo Charlotte: oltre all’autrice di Jane Eyre anche le sorelle Emily e Anne meritano

Woody, Cannes e gli altri Nomi importanti, il mare e la Croisette – ma ancora una volta Cannes sa essere molto di più pagina 41

L’artista Christo a Iseo Il curatore Germano Celant racconta l’amicizia con Christo e il nuovo, straordinario progetto del Lago di Iseo

Grandi melodie per coro Il compositore ticinese Ivo Antognini sta vivendo un grande successo negli USA

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Il giardino della memoria Mostre Armand Schulthess a Palazzo Reali

di Lugano

Gianluigi Bellei Da moltissimo tempo esiste un problema nel mondo dell’arte. Chiarire che cosa è arte e chi è un artista. Soprattutto oggi che si sono persi i parametri secolari per tali definizioni in base a valutazioni tecniche e a griglie predefinite, quali linee, forma e colori. Le posizioni possono essere tanto distanti quanto inefficaci; partendo dalla teoria valutativa di Robin Collingwood il quale sostiene che l’arte è un valore, e che questo è sia morale che estetico, per arrivare a quella di George Dickie che pone l’aspetto non sull’opera ma sul contesto. Secondo lui l’opera d’arte non ha un valore in sé ma deriva da un’investitura (una sorta di battesimo cristiano) del mondo dell’arte. In pratica chiunque faccia parte di questo mondo, e i musei ne sono un esempio, decide che cosa è arte e che cosa no. Ne deriva che se un oggetto è appeso nel rifugio segreto di un mafioso può non essere artistico ma, al contrario, se è esposto in un museo sì. Prendendo per buona, e con le pinze, questa definizione sono opere d’arte sia quelle dei giovani di Che c’è di nuovo, sia quelle al piano superiore di Armand Schulthess, esposte a Palazzo Reali di Lugano (l’ex Museo cantonale d’arte). A ben guardare però qualche differenza esiste. I giovani, così come si evince dal catalogo-intervista, perdono buona parte del loro tempo e del loro intelletto a disquisire su problematiche economiche legate a sovvenzioni statali per poter lavorare; sovvenzioni che sembrano il loro cruccio principale e un’esigenza dovuta (un po’ come per i contadini di montagna o le banche in crisi). Teorie, come ai bei tempi delle avanguardie, nessuna. Dall’altra parte un personaggio fuori dalle regole al quale non interessava nulla della società e dei suoi soldi. Se non fosse stato per Harald Szeemann, che ha presentato il suo lavoro nel 1972 alla quinta Documenta di Kassel, nessuno avrebbe saputo nulla di lui. Anche perché dopo la sua morte gli eredi hanno distrutto tutto il materiale contenuto nella sua casa di Auressio. In ogni caso dopo Szeemann, che lo ha ripresentato al Monte Verità di Ascona nell’esposizione Le mammelle della verità, Schulthess ha ottenuto l’attenzione di diverse istituzioni come il Museo Onsernonese di Loco, Casorella a Locarno e non da ultimo lo stesso Museo cantonale d’arte di Lugano nella mostra Enigma Helvetia del 2008. Ma chi era Armand Schulthess? Nasce nel 1901 a Neuchâtel come An-

dré Ferdinand Armand Thüring. La madre si risposa dopo tre anni con Theodore Schulthess dal quale prende il cognome. Dal 1923 al 1934 è proprietario di un negozio di confezioni prima a Zurigo poi a Ginevra. Dal 1939 al 1951 è impiegato d’ufficio presso l’Amministrazione federale di Berna. Nel frattempo si sposa due volte. I suoi superiori lo descrivono come un uomo «spento, silenzioso e timido, umile e modesto». Nel 1942 compra un terreno ad Auressio in Val Onsernone dove si stabilisce definitivamente dal 1951. Qui muore nel 1972. Lo psichiatra Theodor Spoerri sostiene che era «sospetto di schizofrenia». Ora, la definizione di schizofrenia, come quella di arte, è quanto di più aleatorio si possa immaginare. Un termine ampio che racchiude tutta una serie di comportamenti fuori norma. Di solito le caratteristiche della schizofrenia sono l’isolamento dalla realtà, i deliri, la conservazione di un’intelligenza normale, la difficoltà a capire come il proprio comportamento possa essere considerato anormale. In generale si tratta di una sorta di «scissione fra pensieri, affetti e volontà». Schulthess era comunque un personaggio fuori dal comune. L’isolamento dal mondo e il rinchiudersi nella sua tenuta di Auressio sono la cifra del suo essere. Tre, probabilmente, i mondi nei quali viveva. La casa, il giardino e la stanza segreta. La casa: per chi ha già visto lo studio disordinato e caotico di Bacon si consoli. Quella di Schulthess era buia, angusta, zeppa di fogli, carta, oggetti, fino all’inverosimile. Difficile entrarci o camminarci. Ogni spazio, dal pavimento al soffitto, era riempito di qualunque cosa, accatastata disordinatamente, mai pulita, senza un ordine né un criterio che non fosse il suo. Spaventosa, si potrebbe dire, orribile forse, eccitante magari, indescrivibile sicuramente. Nessuno, vien da pensare, potrebbe abitarci. Il giardino: 18mila metri quadrati con sentieri, ponti, scalinate, sassi, alberi dai quali pendevano tavolette di metallo o legno con sopra scritto, a olio o a incisione, tabelle, formule, bibliografie. Il tutto riferito a ogni ramo del sapere: dalla chimica alla fisica, dalla storia all’economia, dalla psicologia alla cibernetica, dalla filosofia all’astrologia. Scritte in francese, tedesco, italiano, inglese, olandese. «Nelle intenzioni di Schulthess, scriveva Szeemann, il bosco doveva diventare una gigantesca enciclopedia, una colossale opera di consultazione, nella quale nessuna testimonianza fosse dimenticata». Il sogno di un piccolo

Di Armand Schulthess, Assemblaggio, Schlumpf 1971.

elfo – con le orecchie lunghe e gli occhi stretti, l’aria dismessa, quasi miserabile – che non voleva vedere nessuno ma che coltivava un sogno impossibile. E qui arriviamo alla stanza segreta. In tutto quel caos, che lui definiva «di cose simili con cose simili», una stanza era pronta per ospitare una donna. Qui tutto era in ordine, dal letto al comodino, dal pettine agli asciugamani. Un’altra ossessione maturata dal 1930 al 1940 e riversata in una settantina di volumi pieni di foto, disegni, collage dove collezionava immagini di donne nude o meno, in situazioni pornografiche o ginecologiche. Il suo mondo era così, caotico e ordinato assieme, dove pieno e vuoto si completavano a vicenda come in un correre e fermarsi continuo, fra realtà e irrealtà. Schulthess è morto nel suo amato giardino, contornato dal suo mondo alternativo, dal suo «contro-

mondo», che gli era servito per fuggire dalla realtà del XX secolo. «Costruì questo suo cosmo, scrive sempre Szeemann, nei luoghi dei tentativi falliti di edificare in via sperimentale mondi alternativi che avessero validità anche al di fuori dei confini ticinesi». La mostra luganese in sé non è una grande novità, tra l’altro la curatrice Lucienne Peiry è la stessa che ha scritto il testo per Enigma Helvetia, e in più le opere al termine dell’esposizione torneranno a Casa Anatta di Ascona. Bisogna precisare però che in questo caso è esposto l’intero corpus delle opere di Schulthess disponibili. L’allestimento comunque non è una ricostruzione parziale del giardino bensì una sorta di «evocazione» museale a parete e di conseguenza non tanto filologica. In ogni caso è una delle poche mostre interessanti in Ticino anche solo per il documentario dedicato all’artista del regista

Hans-Ulrich Schlumpf del 1974. Potrete vedere la meraviglia, lo sgomento, l’orrore, la visionarietà, il malessere, lo stupore, il disgusto, l’ingenuità, l’immondizia, l’incantesimo di quest’opera che lascia stupefatti. Dopo tutto questo, ne uscirete sollevati, per una sorta di catarsi all’inverso. Interessante il catalogo, il terzo che le Edizioni Sottoscala dedica all’artista, che offre diversi sguardi con cui avvicinarsi ai lavori, contenente scritti di Ingeborg Lüscher – una delle poche persone con il quale è entrato in contatto – e un raro scritto di Franco Beltrametti del 1973. Dove e quando

Armand Schulthess. Il giardino enciclopedico. A cura di Lucienne Peiry, Lugano, Palazzo Reali. Fino al 19 giugno. Catalogo edizioni Sottoscala, franchi 25.–. www.masilugano.ch


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Cultura e Spettacoli

L’audacia di Charlotte Anniversari Quest’anno è caduto il duecentesimo dalla nascita della scrittrice britannica Charlotte Brontë,

autrice del capolavoro Jane Eyre, nonché sorella delle altrettanto brave Emily e Anne Mariarosa Mancuso «L’ho sposato, lettore mio». Non: «Mi ha sposato». E neppure: «Ci siamo sposati». «L’ho sposato», con una frase rivolta direttamente a chi legge (si faceva già molto prima dei romanzi sperimentali o postmoderni, o dei film dove gli attori guardano nella macchina da presa). Lo annuncia trionfante Jane Eyre, ragazza povera e non troppo avvenente, quando finalmente riesce a sposare Edward Rochester. Un primo tentativo era stato interrotto quando gli sposi stavano per pronunciare il «sì». Per capire quanto rivoluzionaria fosse la frase nel 1847, va ricordato che Jane Eyre precede di dieci anni Madame Bovary, romanzo scritto da un maschio francese totalmente identificato con la sua scervellata eroina. L’istitutrice inglese decise che era meglio nascondersi dietro uno pseudonimo maschile, Currer Bell (nella storia aveva messo parecchio della sua autobiografia, cominciando dal terribile collegio che aveva causato la morte di due sorelline). Il piglio della ragazza non sfugge a Tracy Chevalier, grande ammiratrice di Charlotte Brontë. Per festeggiare i 200 anni della romanziera vissuta tra le brughiere dello Yorkshire – son scaduti il 21 aprile, messi in ombra dagli anniversari di Shakespeare e Cervantes – ha chiesto a una ventina di scrittrici un racconto ispirato alla fatidica frase. La traduzione italiana esce da Neri Pozza, i racconti si possono trovare

anche singoli, su Kindle, a mezzo euro ciascuno. C’è la canadese Emma Donaghue: il suo romanzo Stanza, letto, armadio, specchio, ora diventato un film con il titolo Room, ha fatto vincere alla prima di allora sconosciuta Brie Larson un Oscar come migliore attrice. C’è Audrey Niffenegger, che conosciamo per La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Tracy Chevalier ha curato anche la mostra Charlotte Great and Small al Brontë Parsonage Museum di Haworth, nello Yorkshire dove le sorelle romanziere abitavano. Ha scelto tra la ricca collezione di oggetti e di manoscritti una serie di piccole cose – scarpe, il pezzo di un vestito, i libriccini con le saghe che le Brontë scrivevano assieme al fratello, le lettere – affiancandole a citazioni che mostrano l’ambizione di Charlotte (côté sentimentale, la ragazza aveva lasciato il cuore a Bruxelles, dove era andata a studiare il francese, innamorandosi del suo professore; nel 1854 sposerà un reverendo, lasciandolo vedovo di lì a poco). Fingeva di essere «povera, oscura, piccola e brutta» come il suo personaggio. Un po’ ci marciava: raccontò soltanto alla governante un pranzo che William Makepeace Thackeray – lo scrittore di La fiera delle vanità – aveva dato in suo onore, e forse anche delle sorelle, che avevano pubblicato un romanzo ciascuno, sempre nel 1847. Il titolo di Emily era Cime tempestose (dei tre romanzi Brontë fu il meno amato dai critici), il titolo di Anne era Agnes

Charlotte Brontë in un ritratto realizzato da George Richmond nel 1850. (Keystone)

Grey: un articolo recente del «Guardian» invita alla riscoperta: Anne non aveva meno talento delle altre due. Ogni donna in cuor suo sogna di essere Elizabeth Bennett di Orgoglio e pregiudizio, votandosi così al corteggiamento di un fascinoso antipatico come Mr Darcy: uno che neppure la guarda, e quando la guarda la trova poco interessante. Nessuna sogna, nep-

pure nel più segreto angolo del cuore, di essere Jane Eyre. Eppure ci guadagnerebbe parecchio, come dimostra quel grido di vittoria: «L’ho sposato, lettore mio». Certo, è poco femminista non commuoversi neanche un po’ – non lo fa Jane Eyre e non lo fa neppure il lettore – per la sorte della prima moglie Bertha Mason. La pazza di ricca famiglia

caraibica che Edward Rochester fu costretto a sposare in giovane età, ora tenuta nascosta in soffitta. Da dove scende nottetempo per incendiare l’abito da sposa della rivale. Per vendicarne l’onore, Jean Rhys – nata nei Caraibi da padre gallese e madre creola – le dedicò Il grande mare dei Sargassi (con il linguaggio di oggi, possiamo considerarlo un prequel – non autorizzato – di Jane Eyre). La pazza nella soffitta – The Madwoman in the Attic – è anche il titolo di un saggio firmato a quattro mani da Sandra Gilbert e Susan Gubar: una delle prime letture femministe, nel 1979, dei romanzi vittoriani. Non è bello fare le pulci al femminismo di una scrittrice che fece ombra a Charles Dickens e a Thackeray. Peggio ancora: farle a un personaggio che non appartiene alla cultura del piagnisteo. Quando Rochester insinua: «Come tutte le istitutrici, lei avrà vissuto un’infanzia difficile e avrà una lunga storia di disgrazie da raccontarmi», lei risponde seccamente «niente affatto» (e così seppellisce oltre alle lagne la decantata e molto sopravvalutata autenticità). Rochester non aveva l’abitudine di essere contraddetto dalle istitutrici – della figlia adottiva, un’insopportabile mocciosa francese – e comincia a prenderci gusto. La considera «una rosa piena di spine». Lei è tanto innamorata da fuggire via – «concubina, mai» – e poi tornare per riprenderselo. Malconcio, dopo che l’incendiaria prima moglie ha bruciato la magione con lui dentro. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

La lezione di Woody Festival di Cannes L’apertura di quest’anno è stata da sogno

Fedorcˇenko e la guerra

e ci ha regalato un Woody Allen romantico

Meridiani e paralleli Il libro di una brava

scrittrice russa pubblicato da ADV Fabio Fumagalli

Giovanni Orelli

Tutto diventa facile, anche per un mostro sacro come il Festival di Cannes, quando a inaugurarlo c’è un film come Café Society. Poche volte è successo che dei cineasti che avevano superato la settantina, addirittura gli 80 anni come nel caso di Woody Allen, riuscissero a ripetere, forse anche a perfezionare il meglio del loro pensiero e della loro padronanza espressiva. Successe, per ricordarne uno, al John Huston di Gente di Dublino. Succede, al termine già straordinario di una cinquantina di lungometraggi a quel Woody Allen al quale non pochi guardano ancora con malcelata diffidenza. Una fonte inesauribile di battute e situazioni comiche, vi diranno; ma non un autore di cinema da inviare nell’Olimpo dei pochi eletti. Lo si diceva ai suoi inizi, perlomeno fino al 1977 di Annie Hall; e qualcuno l’ha pensato anche di recente quando, accanto a qualche opera dal giustificato rilassamento, ha continuato a firmare capolavori come Whatever Works, Moonlight in Paris o Blue Jasmine.

Un libro di sicuro interesse, anche se risalente al 2014 è: Sof’ja Fedorčenko, Grande guerra. Il popolo russo in guerra: servi, contadini, operai: i soldati mutilati e offesi del fronte orientale, ADV Lugano, 2014. Ma il libro è, nell’originale, del 1917. Ma per noi lettori della traduzione le date contano. Sì per il contenuto del libro, vivacissimo, non dispersivo, pieno di domande e, dove l’autore può, di risposte. Ho fatto, poco fa, un errore che non so se correggere. Ho parlato di autore, ma chi ha scritto questo bel libro è una donna. Un grande lettore della quale, pochi anni dopo l’uscita del libro, e alludo ad Alexandr Blok, parlò di un autore maschile. Era invece una donna, di nome Sof’ja (l’errore è forse generato dal cognome Fedorčenko?). Sof’ja era «figlia di un’attrice zigana francese e di un ingegnere russo, tra il 1914 e il 1916 (e qui le date contano!), infermiera sul fronte orientale...». Per saperne di più su quella infermiera-scrittrice, si veda un po’ La verità sulla guerra (è il titolo dell’introduzione di Valentina Parisi, la traduttrice, brava, del libro), che parla di una lingua (per chi legge russo, e io ahimè no!) di «straordinaria espressività». Ma qui non posso né dire di sì né dire di no. Ho difficoltà a credere che «perfino Checov pare prolisso». Anche un po’ azzardata mi pare la sintesi del grande regista russo Sergej Ejzenstejn (1898-1948): «... la stessa costruzione alogica, lo stesso passaggio da un tema all’altro, basato su libere associazioni di idee (attrazioni)... la fascinazione per il dettaglio fisiologico ripreso in primo piano e deformato». Faccio qui grazia del parere di Walter Benjamin, grande lettore tedesco che nel 1991 parte dalla traduzione in tedesco del libro (rubo sempre dal libro ADV) e parla di «voci tratte da conversazioni invisibili»; e la traduttrice italiana aggiunge «Una scelta ispirata da un senso di profonda soggezione nei confronti del protagonista vero della propria storia, ossia il

Se Café Society sembra conquistarsi un posto tutto suo fra la quindicina (o ventina) di capolavori che spiccano nella portentosa filmografia di Woody Allen, è per due ragioni. La prima: dietro la solita, apparente facilità del racconto disincantato affiora ora la serenità, l’equilibrio, l’umanesimo del pensiero di un artista che s’indovina impegnato in un’opera somma, quella che racchiude gli aspetti più significativi della propria identità. La seconda, è che questa preoccupazione, lungi dall’esprimersi infiacchita dall’abitudine, viene restituita con l’equilibrio e il fulgore espressivo sovrano dei momenti più fertili. La storia, di comprensione universale, forse perché universalmente vissuta, il nostro l’ha subito riassunta in una delle sue celebri, lapidarie definizioni: «la vita è una commedia scritta da un autore sadico». E se il sadico è lui stesso (che dall’inizio del film rappresenta la voce narrante), la prima vittima gaudente ma predestinata sull’asse portante della pellicola che

da New York conduce alla Hollywood dal glamour Anni trenta, è Bobby. Un Jesse Eisenberg miracoloso clone del regista; che mai scade però nella banale scimmiottatura del celebre modello. In fuga da genitori esemplarmente jewish nel Bronx, da un fratello occupato ad asfaltare sotto strati di cemento chi gli dà fastidio, Bobby ha la baldanza dei timidi. Sa di avere uno zio Phil, magnate negli Studios della fabbrica dei sogni. Ciò che invece ignora, è che ad accoglierlo nei panni della segretaria dello zio sarà Vonnie (Kristen Stewart) e che l’innamoramento sarà (forse) addirittura reciproco. Unico intoppo: Vonnie dell’onnipotente zio è l’amante. Café Society vive da quel momento non solo sulla leggerezza sublime dell’affresco di una Hollywood glamour raccontata già molte volte. Ma su qualcosa di più effimero, e al tempo stesso consistente. Qualcosa che pareva definitivamente fuori moda, ma che un ottantenne Woody finalmente romantico ci ricorda con misura e grazia insospettabili. Nonostante l’euforia della vicenda, nulla è di troppo. Nulla è forzato in questa storia esile eppure così importante da apparire senza tempo, quasi troppo fragile per essere raccontata. Allen racconta questa fragilità con la concretezza di una scrittura cinematografica gestita e realizzata in modo assolutamente magistrale. Eppure questa apparente semplicità non è che il frutto di un ingranaggio perfetto: per prima cosa vi sono gli attori, prima fra tutti Kristen Stewart. L’ex adolescente di Twilight, già incredibilmente completa in Sils Maria, grazie

all’emozionante trasparenza dei sentimenti e all’inquieta espressività degli sguardi si afferma definitivamente una grande attrice. Vi è poi la padronanza magistrale del montaggio, che imprime alla leggerezza della commedia una irrefrenabile fuga in avanti. A un amante della pittura finirebbe per ricordare un celebre Pollaiolo. Il senso di calore è frutto dell’immenso lavoro sul colore e sulla luce di un maestro indiscusso come Vittorio Storaro. Grazie all’ambra dorata delle sue tinte, alla piega cangiante delle sue illuminazioni, all’uso di una tecnica digitale una volta tanto innovatrice alla quale anche un tradizionalista come Allen sembra essersi finalmente piegato, sembra avere ringiovanito il film assieme ai suoi interpreti. Forse perché permeato da un filo di malinconia, il film non è mai forzato nella satira e resta equilibrato, abbandonandosi giusto a un pizzico di sano sarcasmo che mai scade nella cattiveria. Di un equilibrio sereno e consapevole, pure nelle psicologie delle situazioni e dei personaggi; del quale forse mai il cinema del grande cineasta ha saputo profittare. Woody scherza e si diverte, e con lui lo spettatore. Non si priva di dirci che «l’amore non corrisposto miete più vittime della tubercolosi»; o che «se gli ebrei avessero garantito la vita dopo la morte, quanti clienti avrebbero guadagnato». Ma questa sua commedia scritta da un autore sadico ci ricorda come il gioco degli amanti, quanto quello di un maestro del sarcasmo, sia al tempo stesso fonte di piacere e di sofferenza.

L’autrice russa Sof’ja Fedorcˇenko.

Parliamone di Simona Sala Il rocker steccato

AFP

Oltre ad avere dalla sua un’ottima recitazione e una trama avvincente, Allen deve molto a Vittorio Storaro

Jesse Eisenberg e Kristen Stewart, protagonisti di Café Society.

popolo» e anche «scordarsi di sé per immedesimarsi nei soldati feriti». Tema principale è «il servizio militare come occasione di avanzamento sociale e la guerra come insensata carneficina, oltre che sovvertimento della visione del mondo tradizionale». C’è il ritratto di Mosca, la città dove «il cielo sembra non avere mai fine». In questa città si sente sempre il vasto orizzonte della pianura russa. Torno alla pagina 162 perché Mosca e la Russia fanno tornare alla memoria un pensieri di Pascal sull’immensità dell’universo «il cui centro è ovunque ma la sua circonferenza da nessuna parte». Cui va aggiunto un pensiero di Platone, secondo il quale se il colore del cielo fosse scarlatto invece che azzurro, «nell’uomo predominerebbe una disposizione d’animo sanguinaria». Segnalerei la commovente «storia» di Varlam Salamov (1907-1982): vedi la pagina 292 e seguenti: «La sua fanciullezza era trascorsa fra le grida paterne: “Smettila di leggere”; “Posa quel libro”; “Spegni la luce”. Dopo l’assoluta fame di libri sperimentata per decenni nel Gulag, percepiva quella stessa fame come la condizione primaria della sua infanzia, e di tutta la sua esistenza. Non c’è cosa più dolce, scriveva, della vista di un libro non letto». «In Cherry-brandy – racconto il cui titolo allude ai versi di Mandel’stam – Salamov immagina il poeta mentre sta per morire di fame nel Gulag. L’uomo che un tempo aveva definito la vita “un dono prezioso, inalienabile”, giace al gelo di una baracca, le dita bianche esangui gonfie per la fame, appoggiate al petto (...) Questo pensiero così acuto e terribile da renderlo disposto a litigare, insultare, battersi, perquisire (se solo ne avesse avuto la forza) evoca altri pensieri ancora (...) l’idea che la sua vita passata sia stata un libro. Quando il poeta mangia la sua ultima razione di pane (“qualcosa di prodigioso, uno dei tanti prodigi di quel luogo”, premendolo con le dita bluastre contro le gengive sanguinanti (...) gli altri prigionieri gli dicono di serbare un po’ di pane per dopo. Le ultime parole del poeta sono: “Dopo quando?” (...)». Il libro della Fedorčenko rende un po’ di giustizia a molte vittime delle «purghe», incomparabilmente meglio del mio riassuntino. Nikolaj Vavilov, per concludere con il suo nome, subì, prima della morte, undici mesi di torture. La morte gli era stata comminata «in un processo farsa durato un minuto, senza testimoni né difensori, per attività sovversiva trozkista e spionaggio». (p. 160).

Per chi non segue i generi dell’hard rock o dell’heavy metal questa non è una notizia; per tutti gli altri (e sono tanti) lo è. Il rocker inanellato seduto su una potrona – la gamba steccata – è nientemeno che Axl Rose, sex symbol musicale degli anni 90, quando ancora i Guns N’Roses erano una band con i fiocchi (e annoveravano tra le gloriose fila Slash), e lui un frontman dai capelli angelici e la voce come carta vetrata, adulato e bramato dal gentil sesso. Le cose non andarono poi esattamente come la band si aspettava: ai numerosi annunci di comeback si sono negli anni susseguite altrettan-

te smentite, fino a qualche giorno fa, quando, per una volta, la vecchiaia ha rivelato un inatteso risvolto positivo. Il medico ha consigliato a Brian Johnson, frontman degli australiani AC/DC, di abbandonare il canto se il suo udito gli stava a cuore. Ecco dunque che per sostituirlo si è generosamente fatto avanti proprio Axl Rose, voce e grinta di sempre, ma purtroppo con una gamba steccata La scena sulla foto scattata a Lisbona la scorsa settimana, nonostante gli elementi surreali, è la testimonianza di un concerto che forse entrerà addirittura nella storia. God save the metal.


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Cultura e Spettacoli

Nello spazio di Christo Incontri A colloquio con il critico d’arte e curatore Germano Celant, il quale da molti anni

segue il lavoro di Christo, e con lui sta preparando un importante lavoro ad Iseo

Ada Cattaneo È critico d’arte e curatore da oltre cinquant’anni. Si è misurato con le maggiori figure dell’arte contemporanea di tutto il mondo. Nel 1967 è stato proprio lui a coniare il termine Arte Povera, inserendosi in una tradizione critica che solo alcuni anni prima, con Lawrence Alloway, aveva inventato il termine «Pop-Art». Dopo il progetto di «Arts & Foods», l’unico padiglione esterno di EXPO 2015, Germano Celant sta seguendo la grandiosa installazione di Christo e Jeanne-Claude che a breve vedrà la luce sul Lago d’Iseo. In giugno, un’intervista a Christo sulle pagine di «Azione» ci permetterà di scoprire maggiormente il progetto. Nel frattempo al Museo Santa Giulia di Brescia è già aperta al pubblico la mostra Christo e Jeanne-Claude. Water Projects, curata proprio da quello che Christo chiama «my brother Germano». E in effetti la loro amicizia sembra avere radici profonde. Come ha conosciuto Christo?

Era il 1962 o il 1963, credo. Eravamo alla Galleria del Leone a Venezia e poi ci rivedemmo in un’altra occasione, in uno spazio di Milano chiamato Le Noci. Io ero un giovane studente e avevo sempre il timore di disturbare. Mi occupavo di redigere il calendario delle mostre per la rivista «Marcatré», per cui scrivevano anche Umberto Eco e Edoardo Sanguineti. Dovevo fare regolarmente il giro di gallerie e atelier fra Milano e Torino, dove mi capitava di incontrare i grandi maestri. Visitavo ad esempio lo studio di Fontana, lui aiutava molto i giovani, al punto che mi disse «Dai, prenditi un lavoro» – ma rifiutai. In loro presenza prevalevano il rispetto e la timidezza. Con italiani, penso a Castellani ad esempio. I Nouveaux Réalistes erano allora molto presenti in Italia, ma cosa accadde dopo il primo incontro?

Ci siamo conosciuti e poi, quando ho

cominciato a viaggiare molto negli Stati Uniti, uno dei primi luoghi dove dormii fu il loro studio, il famoso «Hotel Christo». Si telefonava a JeanneClaude, che si occupava delle «prenotazioni» e controllava la disponibilità. Si dormiva al primo piano, in quello che oggi è un salotto. Da allora siamo amici. Continuai a seguire il progetto Valley Curtain (Colorado, 1972) anche quando fallì: il vento aveva infatti attorcigliato il tessuto steso fra i due versanti della vallata. Noleggiai un’auto e feci quasi il giro degli USA per raggiungerli, ci tenevo a contraccambiare la loro generosità. Era il 1971 e fino al 1972 non ripresero a lavorare. Da allora li ho sempre seguiti, stavamo insieme quando andavo a New York e ci siamo frequentati durante il periodo di lavoro al Guggenheim (Germano Celant è stato senior curator presso il museo di New York dal 1989, ndr). Questa non è la prima mostra di Christo che segue come curatore.

No, abbiamo organizzato una mostra proprio su Valley Curtain a Milano, sebbene ci sia sempre stato un rispetto speciale e il desiderio di non «utilizzarci» a vicenda. Io inoltre non ero nella condizione di aiutarli: ero un teorico puro, mentre soprattutto Jeanne-Claude era molto concreta. Ho continuato a seguire le loro mostre e alla fine è arrivato il progetto per il Lago d’Iseo. The Floating Piers aprirà dal 18 giugno al 3 luglio. L’opera ha richiesto un incredibile dispiego di risorse. Qual è stato il suo contributo?

L’opera è la conclusione di un lungo percorso, c’è infatti sempre stata collaborazione e, negli anni, un legame di continuità. Il rapporto con gli artisti è una questione personale. Questo vale anche per Christo. Io ho facilitato l’incontro con la famiglia Beretta (il percorso di The Floating Piers prevede anche un anello attorno all’Isola di San Pietro, di proprietà della famiglia di industriali bresciani, ndr), ho

Un piano del progetto per il lago di Iseo The Floating Piers di Christo.

messo Christo in contatto con ottimi professionisti e ho favorito la mostra a Brescia. Il mio contributo è stato a tutti i livelli: personale, culturale, emotivo, scientifico. Per questo, se posso, preferisco non fare mostre collettive: non si può avere più amori contemporaneamente. Quello che io cerco sempre è un contatto fra artista e curatore. In questo caso si tratta di amicizia e lavoro. Si è messo al servizio del progetto?

Certamente. Ci si mette sempre al servizio di un’idea, per quanto sia complessa, e indipendentemente da chi la realizzi, che si tratti di Christo o di Michael Heizer, che lavora in mezzo al deserto. Il problema è creare una corrispondenza diretta fra opera realizzata e idea dell’artista. Anche per la mostra Water Projects professionalità parallele si strutturano attorno al lavoro dell’artista e si diramano

a partire da esso. Non si tratta di sminuire o strumentalizzare. Se sei bravo, amplifichi l’opera. Se invece la strumentalizzi, è finita. Descrivendo il ruolo del curatore, lei sottolinea l’importanza di rispettare il lavoro dell’artista. Ci vuole spiegare cosa intende?

È necessario leggere la potenzialità dell’artista nel contesto spaziale in cui ti trovi ad operare. Per quanto riguarda Christo, conosco la sua potenzialità da cinquant’anni, ma la devo tradurre in un contesto che non conosco. Devo dunque stare attento a ciò che mi dicono i percorsi spaziali. Per il curatore è fondamentale capire la struttura architettonica: se operi in opposizione ad essa, la mostra muore. Spazi come il Guggenheim rendono immediatamente chiara questa necessità. Nel caso del Museo di Santa Giulia, mi sono chiesto

quale fosse la caratteristica del luogo. C’è un lungo corridoio, che deriva dalla struttura stessa dell’edificio storico in cui il museo è ospitato. La questione era cosa farne, ed è lì che mi è venuta l’idea di fare una «antichamber», una camera preparatoria utile al pubblico. Nasce così l’idea di una cronologia completa del lavoro di Christo, espressa tramite le opere stesse, i modelli e i disegni preparatori per ciascuna installazione. Tutto ciò conduce a The Floating Piers. Ci si deve adattare alla situazione studiandola e comprendendola, senza combatterla. L’unica azione permessa è la pulizia delle forme, per rendere compatto il contenitore e offrire dei segnali interpretativi unici. È necessario essere sistematici ed univoci, la mostra deve essere attraversata come una situazione unica, proprio come in un libro – dalla prima all’ultima pagina.

Valentine e le altre Pubblicazioni L’onomastica delle macchine da scrivere e dei personal computer della Olivetti

in un articolo della linguista Elena Papa Stefano Vassere «Il nome della MS29, la “rossa portatile” Valentine, creata da Ettore Sottsass e Perry King nel 1968, può essere pronunciato in modo diverso a seconda della lingua; adombra un significato di cosa che vale, valente; ha in molti paesi un sottinteso amoroso evidente. “Invece di una Valentine si può dire benissimo: bellissima, l’ho vista ieri”». Nella sempre poderosa e ricchissima «Rivista italiana di onomastica» di Enzo Caffarelli, nel non sorprendentemente profondissimo e sfaccettato suo ultimo numero, un articolo è curato da Elena Papa e si intitola “Avanguardia nella tecnica”: lo Stile Olivetti e i nomi delle macchine. Entrando in questo tema, bisogna prima di tutto richiamare lo Stile aziendale della fabbrica di Ivrea, che come tutti sanno non è stata semplicemente una fabbrica di strumenti meccanici ed elettrici per scrivere ma una specie di ideale aziendale, ispirato a valori e consapevolezze: «la nostra Società – è Adriano Olivetti mentre inaugura lo stabilimento di Pozzuoli, nel 1955 – crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto».

Macchine Olivetti esposte in vetrina in una foto degli Anni Settanta. (Keystone)

Ora, è quasi automatico che tutto questo credere nei valori implicasse investimenti ragionati e sofferti in tutti gli ambiti della produzione e della

promozione dei prodotti, non ultimo quello della scelta dei nomi da dare loro e dello studio della loro diffusione. Operazioni per le quali furono nei

decenni coinvolti intellettuali come Franco Fortini o Giovanni Giudici e che superarono decisamente l’attribuzione funzionalistica per scegliere la via dell’evocazione immaginifica. Come nel caso delle fortiniane Lexikon 80 (1948), Lettera 22 (1950), Tetractys (1956). Particolare garbo fu investito nell’esportabilità dei nomi, che si volevano adottabili anche in Francia, in Spagna, in Sudamerica: Lexikon, dopo una fase di incertezza, ebbe la k in luogo della c per non urtare la sensibilità dei francesi con quel finale che ricorda, in quella lingua, una parolaccia. L’operazione fu presa negli anni talmente sul serio che la Olivetti commissionò indagini su quanto i nomi scelti fossero o meno ricordati e associati ai propri prodotti: «Lei sa a quali prodotti corrispondono i seguenti nomi?», e poi, «Che cosa fa lei di mestiere, per ricordare meglio questo o quel prodotto?», e di nuovo «Si ricorda il nome di questa macchina perché gira da un po’ o per altri motivi?». Alla base di queste indagini, come alla base dell’opzione onomastica forte, l’azienda di Ivrea ha avuto certo ambizioni stellari se si considerano i tempi: su tutte quelle di dare con il nome ai suoi prodotti anche un’anima, al di là di una materialità meccanica ed elettronica certo difficilmente paragonabile alla

ricchezza dell’umano. Il lavoro fu condotto nei vari casi tenendo conto con maestria di tutti i livelli del sistema linguistico: sì quello lessicale, ma anche e soprattutto quello semantico, senza dimenticare la prospettiva dei suoni, della loro sopportabilità, dell’eufonia, della eventuale esportabilità (si è già detto) verso mercati e sistemi fono-linguistici esteri. Lo sforzo fu notevole e sostenuto dalla buona fede che tutti oggi riconosciamo. Se bisogna ricordare che dare un nome a cose e persone è opzione oltre che biblica e primigenia fortemente umana e concreta, ecco, la storia dei nomi delle macchine da scrivere è quasi una parabola dell’urgenza dell’uomo di appropriarsi della realtà circostante e non da ultimo dei suoi propri prodotti. «Quella linea era stata un atto di previdenza del gusto, e nasceva da una persuasione culturale, dall’amore per gli oggetti funzionali e naturali; la leva interlinea aveva le curve d’usura degli scalmi veneziani e la carrozzeria pareva discendere dalla scultura di un Brancusi, di Arp o di Moore». Bibliografia

Elena Papa, «Avanguardia nella tecnica»: lo Stile Olivetti e i nomi delle macchine, «Rivista italiana di Onomastica», 1, 2016.


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Cultura e Spettacoli

Grazia e semplicità Musica I Lumineers tornano con un nuovo lavoro, contraddistinto

dall’efficace leggerezza di composizioni mai banali

Benedicta Froelich Perfino nell’ambito cosiddetto «alternativo», o indie, della scena pop-rock attuale, non capita sovente di imbattersi in una band che sovverta il classico cliché della formazione a quattrocinque membri suddivisi tra voce, chitarra, basso e batteria – magari per dirigersi verso terreni meno esplorati e più legati alla tradizione cantautorale: una delle poche eccezioni a questa regola è rappresentata dalla giovane e interessante formazione statunitense dei Lumineers, oggi residente a Denver, Colorado. Nato nel 2002 come duo, il gruppo era originariamente composto dal cantante Wesley Schultz e dal percussionista Jeremiah Fraites, a cui nel 2010 si è aggiunta la violoncellista e vocalist Neyla Pekarek; soltanto dieci anni dopo sono arrivati anche gli occasionali pianista (Stelth Ulvang) e bassista (dapprima Ben Wahamaki e, oggi, Byron Isaacs), apparsi sulla scena dopo che il successo ottenuto dall’album d’esordio della band, pubblicato appunto nel 2012, ha rivelato la necessità di una strumentazione più adatta alle esibizioni dal vivo. Quel che è certo è che la particolare e personalissima tipologia di folk «leggero» e orecchiabile sperimentata dai Lumineers ha garantito loro la possibilità di distinguersi tra le innumerevoli formazioni della musica underground internazionale, non-

ché di crearsi un affezionato seguito di attenti ascoltatori – cosa che, per una band che si muova nel mondo dell’indie rock angloamericano, è sempre tutt’altro che scontata. La grazia innata del complesso è riconfermata in tutta la sua verve dal singolo apripista dell’album, l’ammiccante Ophelia, che continua con ammirevole fedeltà sulla falsariga di brani come l’indimenticato Stubborn Love, hit per eccellenza dell’opera prima della band: i Lumineers confermano così come il punto forte della loro musica risieda effettivamente in quella che si potrebbe definire come «la perfezione della semplicità», ovvero la leggiadria che la voce delicata di Schultz e la strumentazione basica ma funzionale sanno infondere in ogni brano – facendo così di questo Cleopatra un esercizio da manuale per quanto riguarda un certo tipo di songwriting cantautorale che affonda le radici non solo nel folk americano delle radici, ma anche in quello inglese e scozzese. Ciò è ulteriormente confermato da Sleep On the Floor, il pezzo di apertura del CD: un classico brano dalla strumentazione semplice e dal ritmo cadenzato a base di chitarre elettriche e, soprattutto, di quello che è il vero marchio di fabbrica del gruppo, cioè i peculiari vocalizzi ripetuti di Wesley. Più originale e intensa risulta invece la ballata Angela, che assume connotati quasi epici nel suo evidente tentativo

di puntare su atmosfere di carattere più introspettivo: una scommessa riuscita, grazie anche a un ritornello particolarmente seducente. Virando invece verso brani più in linea con le esigenze dell’orecchiabilità radiofonica, non mancano nemmeno pezzi come lo spensierato In the Light e la «title track» Cleopatra – la quale, attraverso un crescendo vertiginoso e trascinante, conduce l’ascoltatore a un finale scontato, eppure godibilissimo. Ma in realtà, nonostante l’evidente piacevolezza dei brani maggiormente orecchiabili e popolari, la band tende a raggiungere i livelli più alti proprio quando abbandona le sonorità accattivanti per concentrarsi piuttosto su pezzi scarni e crudi, dalla strumentazione minima ma dalla vibrante emotività: esempio perfetto ne sono la bella Gale Song, canzone intimista quasi per sola voce e chitarra che suona come una vera e propria confessione a cuore aperto, e l’ugualmente intensa My Eyes, dolce e rabbiosa allo stesso tempo. Il medesimo approccio in puro stile «roots», condotto secondo la migliore tradizione americana delle origini, si ritrova anche nel fresco Gun Song e, soprattutto, in Sick in the Head, brano in cui la tensione narrativa di un testo asciutto e ben ritmato è sostenuta da un’interpretazione trattenuta e disinvolta, in grado di impreziosire ulteriormente la secca semplicità dell’ar-

Cleopatra, il nuovo album degli statunitensi Lumineers.

rangiamento: un po’ come avviene con lo straziante Long Way From Home, che in pochi versi esprime con efficacia tutta la disperazione dell’io narrante, nascondendola però dietro lievi arabeschi di chitarra. Certo, una volta appurato che questo nuovo sforzo dei Lumineers è un perfetto secondo capitolo della loro avventura artistica, va pur detto che il problema principale della modalità stilistica prediletta dal gruppo risiede nell’obbligata fedeltà ad arrangiamen-

ti e soluzioni melodiche abbastanza semplici e vagamente ripetitive; eppure, proprio tale ripetitività è parte integrante del carattere e della forza espressiva dei Lumineers, i quali sono riusciti a trarre dalla semplicità di melodie gentili e gradevoli il loro punto di forza. Un risultato tutt’altro che disprezzabile, che li inserisce a pieno titolo nella rosa dei nomi da tenere d’occhio nell’ambito della nuova scena musicale internazionale, ben oltre i confini del solo genere «alternativo». Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

L’America di Ivo Antognini Musica Doppio omaggio al compositore ticinese nelle più prestigiose sale di New York

Attenta cronaca di un disagio Teatro Daniele

Zeno Gabaglio A trovarli nero su bianco, il Lincoln Center e la Carnegie Hall di New York, verrebbe da pensare a una delle tipiche biografie dei più celebri musicisti americani: son stato qua, son stato là, e poi vengo in Europa a suonarvela e raccontarvela. Se invece quei due templi internazionali delle arti performative compaiono nella biografia – e ancor più precisamente nell’agenda d’inizio 2016 – di un musicista ticinese, non possono che far scalpore. Ma tant’è: lo scorso 22 marzo presso il Lincoln Center di New York è andato in scena un concerto monografico dedicato alle opere corali di Ivo Antognini, mentre il prossimo 28 maggio – nello Stern Auditorium della Carnegie Hall – si potrà ascoltare la prima assoluta del suo A Prayer for Mother Earth. Ivo Antognini non è certo un neofita, si dirà, e certi successi se li può pure meritare. Ci mancherebbe. Anche se per capire fino in fondo l’unicità di tali successi è meglio chiedere direttamente a lui le premesse che li hanno resi possibili. Partendo da molto lontano. «Fin da bambino sono rimasto stregato dal pianoforte, perché mi dava la possibilità di combinare i suoni fra di loro, per creare qualcosa di davvero mio. Non sono mai stato attratto dal suonare brani scritti da altri, ciononostante ho ottenuto il diploma in pianoforte, sperimentando in seguito la composizione a tutto tondo. Ho poi trascorso diverso tempo suonando jazz e componendo musica per l’immagine. In concomitanza con la nascita del secondo figlio, una decina d’anni fa ho scoperto di avere un debole per la musica corale: mi si è aperto un mondo nel quale mi sono subito trovato a mio agio. Ora durante il giorno insegno al Conservatorio della Svizzera italiana, faccio il papà e il marito; ma ogni mattina, molto presto, mi sveglio per comporre brani prevalentemente corali». L’esatto opposto, quindi, di quello che

si direbbe un percorso musicale lineare, quel giusto percorso da imporre a ogni giovane musicista: “fa esattamente così e vedrai che arriverai precisamente là”». Tra le esperienze marcanti di Antognini c’è così stato l’incontro con la musica vocale. «Esattamente dieci anni fa andai a un concerto del Coro Calicantus. Fu emozionante dal primo all’ultimo minuto, mai avrei pensato che una performance di un coro di voci bianche potesse illuminarmi a tal punto: quella sera stessa compresi che tutte le esperienze musicali acquisite fino a quel momento avrei potuto miscelarle e incanalarle – in un modo tutto mio – nella scrittura di brani corali. Iniziai dunque a scrivere per le voci, ascoltai migliaia di cori e cominciò così la mia avventura nel variegato mondo della coralità». Un’avventura che non ha molto tardato a dimostrarsi vincente, ricca di entusiastici riscontri soprattutto nei Paesi anglosassoni. «I cori americani, in particolar modo, sono molto interessati a eseguire opere di compositori viventi. Non hanno pregiudizi, come invece spesso avviene in Europa: se un brano è bello da cantare, se il pubblico e la critica reagiscono positivamente, ci saranno altri cori che lo eseguiranno, contribuendo così alla sua diffusione. L’effetto domino, nella musica corale è sempre determinante per il successo di un compositore, e non importa se sei bianco o nero, se hai decine di diplomi o sei autodidatta, se sei raccomandato o sei un perfetto sconosciuto. Devi saper scrivere brani di qualità, che funzionano, che emozionano e che dicono qualcosa di originale. Tutto qui. Ma anche se sembra semplice scrivere un bel pezzo per coro di tre o quattro minuti, non lo è affatto». Ci mancherebbe solo che fosse semplice! E per aggiungere difficoltà al difficile, A Prayer for Mother Earth (il brano in première a fine mese) è una composizione corale ma anche sinfonica, «una dichiarazione d’amore e di

Bernardi porta in scena Foucault Giorgio Thoeni Con una falce uccide la madre, la sorella e il fratello più piccolo. È l’estate del 1835. In una cascina di campagna, Pierre Rivière, giovane contadino normanno, compie l’orribile parricidio. Dirà che l’ha fatto per liberare il padre dalle persecuzioni della madre. Arrestato, con la procedura d’inchiesta si susseguono le perizie medico-legali, le dichiarazioni dei testimoni, gli atti del processo, gli articoli dei giornali. E una «memoria», redatta in carcere dallo stesso Rivière. Un testo sconcertante. Una «lucida follia» che oltre un secolo dopo ha affascinato Michel Foucault. Con un ciclo di ricerche condotte con i suoi allievi, il filosofo ha tentato di spiegare i moventi dell’insano gesto raccontando la storia della famiglia Rivière. Ne è nato un libro pubblicato nel 1973 da Gallimard poi riproposto da Einaudi nel 1976. È una storia incredibile, una vera e propria trama da film. Daniele Bernardi, poeta, attore e regista (di sé stesso) ne ha tratto spunto per la scena con debutto al Foce di Lugano. Una versione che ha rispettato il titolo originale del testo: Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…, le parole con cui inizia la memoria assassina di un sopravvissuto e che Daniele racconta in un momentaneo parallelismo con la romantica ballata del vecchio marinaio di Coleridge accanto alla disperata antropofagia dei naufraghi dell’Essex. Quella che ha affascinato Melville alle origini della sua balena bianca.

Il compositore ticinese Ivo Antognini.

gratitudine verso il nostro pianeta e la sua meravigliosa Natura, tanto maltrattata dall’uomo nell’ultimo secolo. I testi che ho scelto vanno da San Francesco d’Assisi al poeta armeno Daniel

Varoujan passando per le sacre scritture. Si tratta di un “Oratorio per la vita”, un piccolo gesto per aiutare, forse, ad avere più coscienza di quanto sia preziosa la nostra Grande Madre».

C’era una volta il West di Puccini Opera La fanciulla del West, capolavoro «incompreso» di Giacomo Puccini,

in scena alla Scala Sabrina Faller

È così, purtroppo: La fanciulla del West, in scena la prima volta nel 1910 al Metropolitan di New York sotto la bacchetta di Arturo Toscanini, interpreti Enrico Caruso e Emmy Destinn, nonostante il trionfo iniziale, non ha mai davvero conquistato il pubblico. Le ragioni sono evidenti. Qui Puccini dice addio all’opera ottocentesca, mostrando di essere in contatto con gli sviluppi musicali del suo tempo, Debussy, Ravel e, perché no, Schönberg, il cui allievo Anton Webern in una famosa lettera

elogiò la partitura di Fanciulla senza riserve. Dunque, l’opera si iscrive tra i lavori più sperimentali e audaci del compositore di Lucca e di ciò paga ancora lo scotto. Si tratta di un titolo quasi assente dai cartelloni. Oggi il Teatro alla Scala, che l’aveva allestita l’ultima volta ben ventuno anni fa con la doppia firma di Jonathan Miller alla regia e Lorin Maazel sul podio, torna a proporla con un elemento nuovo di grande interesse: il recupero da parte del direttore musicale Riccardo Chailly della partitura originale di Puccini, ovvero senza i tagli imposti da Toscanini

Una scenografia impressionante, quella messa in scena alla Scala.

al Met per ragioni acustiche, tagli che poi sono divenuti prassi esecutiva, tradizione. Si tratta di 124 battute, tre brani, due nel primo atto, uno nel terzo. Di questi il più atteso è il breve duetto tra Minnie e l’indiano. È accaduto però che il soprano Eva – Maria Westbroeck si ammalasse alla «prima» e venisse sostituita in extremis da Barbara Haveman, che non ha fatto in tempo a imparare la parte nuova. L’operazione più importante di questa edizione scaligera è stata perciò rimandata alle repliche successive, previste fino al 28 maggio. Nonostante l’incidente, lo spettacolo si è rivelato subito superlativo. Innanzi tutto perché Chailly, da decenni studioso appassionato delle partiture pucciniane, ne restituisce e ne rivela tutta la ricchezza sinfonica anche impressionistica, e l’orchestra in Fanciulla ha un ruolo di primissimo piano, tanto che Gianandrea Gavazzeni, cui era dedicata la «prima» del 3 maggio nel ventennale della scomparsa, parlò di orchestra protagonista. Non secondaria in questo allestimento scaligero è la splendida regia del canadese Robert Carsen, omaggio al grande cinema western americano in bianco e nero, nuovo mezzo espressivo di cui Puccini aveva intuito potenzialità e sviluppi futuri. Il preludio del primo atto si apre su una sala cinematografica dove un gruppo di spettatori assiste al finale di un western d’annata (le immagini sono tratte dal film Sfida infernale di John

Ford, del 1946). Finito il film il pubblico si alza, comincia a sognare, ricordando le scene a cui ha assistito, e a poco a poco si trasforma negli avventori del saloon gestito da Minnie. La comparsa di Minnie avviene sullo sfondo dell’epico paesaggio western della Monument Valley con le sue guglie rosseggianti al tramonto, lei in costume da Calamity Jane, pronta a vestirsi da brava ragazza nel secondo atto, a mio avviso il meno riuscito scenograficamente; qui Carsen, che co-firma le scene con Luis Carvalho e le luci con Peter Van Praet, si inventa una capanna in bianco e nero, che evoca la soffitta della Bohème, e un intenso finale d’atto dopo la giustamente celebre partita a poker – un po’ sacrificata dai limiti vocali e dalla poco felice dizione di Barbara Haveman –, grazie all’uso sapiente del video che trasforma la scena nello spezzone di una vecchia pellicola rovinata. Nel terzo atto il regista gioca ancora con le sequenze dei film western in modo magistrale fino alla fine, quando ci porta di nuovo al cinema, questa volta fuori dall’edificio cinematografico, per assistere a un inedito finale d’opera, che vede Minnie e il suo bandito redento in abiti borghesi, pronti a intraprendere una vita «normale». Roberto Aronica nel panni del bandito e Claudio Sgura in quelli dello sceriffo convincono in pieno. Con o senza partitura originale, questa Fanciulla del West è imperdibile.

Lo spettacolo sarà replicato al Teatro delle Radici, Lugano (27-28 maggio) e all’OSC, Mendrisio (18-19 giugno). (A. Ligato)

Bernardi è al centro di un quadrato su cui le parole della memoria sono scritte col gesso (scenografia di Ledwina Costantini, luci di Andrea Borzatta), la duplice personalità è nella camicia divisa in due parti diverse (costumi di Caterina Foletti). Il racconto è un crescendo di emozioni. Senza struggimenti di maniera. Se non nell’atrocità della sequenza dei fatti e nella logica di una colpa riconosciuta. Che assume tinte drammatiche o diventa la semplice descrizione di un oceano del disagio, della malattia, del male. Le note di una chitarra elettrica e di una ghironda con la voce di Igor Vazzaz, ci immergono in una colonna sonora sospesa che ricorda le musiche di Eddie Vedder per Into The Wild (di Sean Penn) o quelle di Richard Thomson per Grizzly Man (di Werner Herzog). Quello di Daniele Bernardi è un pregevole atto di coraggio, con un’esecuzione attenta e seduttiva. E un buon lavoro di squadra con le collaborazioni del Teatro delle Radici e di Opera RetablO.


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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Il fallimento della Duse La ricorrenza di un centenario è per i media una buona occasione per staccarsi dal presente e rievocare un capitolo del passato, per lo più glorioso. Vorremmo per una volta celebrare il centenario di un grandioso fallimento: il primo e unico film interpretato da Eleonora Duse. Il produttore Arturo Ambrosio, al termine di un lungo e faticoso corteggiamento condotto da Febo Mari, riuscì a convincere la più grande attrice drammatica italiana ad accostarsi al cinema. Lasciata libera di scegliere il soggetto, la Duse indicò Cenere, un romanzo di Grazia Deledda, la scrittrice sarda che in seguito avrebbe vinto il premio Nobel. La trama è lineare: siamo in Sardegna agli inizi del Novecento, la giovane Rosalia Derios vive in miseria, respinta da tutti perché ha avuto un figlio, Anania, da un uomo sposato. Per assicurare un futuro al figlio, lascia con lui il paese e lo abbandona presso i parenti del padre. Poi scompare. Il figlio completa gli studi a Roma, si fidanza con l’amica d’infanzia Margherita e torna con

lei in Sardegna, deciso a ritrovare la madre e formare con lei e Margherita una nuova famiglia. Rosaria, precocemente invecchiata a causa degli stenti, all’inizio esita poi accetta di incontrare il figlio. Margherita però respinge la proposta di Anania. Conosciuta la risposta negativa della ragazza, Rosalia scompare nuovamente. Il figlio rompe il fidanzamento, si mette alla ricerca della madre e la ritrova quando è morta da poche ore. La didascalia finale esprime il senso del fatalismo della scrittrice: «Tutto è cenere. La vita, la morte, l’uomo, il destino». Si cercò di convincere la Duse che il soggetto non era adatto per un film, anzi una film come si diceva allora. Lei non volle saperne di cambiare idea e si mise con passione a lavorare alla sceneggiatura, dopo aver ottenuto i diritti dall’autrice del romanzo. Con la Duse lavorò, prima nella casa di Roma e poi nella villa di Viareggio, Febo Mari, che avrebbe curato la regia e ricoperto il ruolo del figlio. La grande attrice si dedicò al compito con l’intensità e la passionalità che metteva in tutte le sue

gesto va in senso opposto alla nascita del divismo del decennio 1910-20. La sera del 22 aprile abbiamo visto Cenere proiettato in un teatro di Iglesias, con l’accompagnamento delle musiche composte da Mauro Palmas e da lui suonate con un piccolo complesso: non c’era un solo primo piano di lei, ripresa quasi sempre di spalle e china verso il basso, con la massa di capelli bianchi a staccarsi dal buio. Quel tipo di recitazione, di una sconvolgente modernità, non era, come qualcuno insinuò, il tentativo di nascondere le rughe di un’attrice che aveva già 57 anni, ma una precisa scelta stilistica. Scrive Roberto Savio: «La Duse è esitante e bellissima. Raggomitolata in una fotogenia che la snida, ella si rifugia nei campi medi e lunghi, sempre volge le spalle all’obbiettivo, trattiene il gesto, mortifica l’espressione». Il film fu girato a Torino negli studi del produttore Arturo Ambrosio. Gli esterni non furono girati in Sardegna perché la Duse temeva i siluri dei sommergibili tedeschi che in quegli anni di guerra affondarono più

di un natante, ma a una cinquantina di chilometri da Torino, precisamente nella valle di Lanzo, fra i paesi di Balme e Ala di Stura. La forza di fascinazione del cinema è tale che Gian Piero Brunetta, autorevole storico, scrive di «forti immagini in esterni con una natura pietrosa e violenta, dove persino i contorcimenti dei tronchi d’ulivo comunicano il senso del dolore e del male di vivere». Da anni frequento quelle valli e non ho mai incontrato un ulivo. Il film non fu apprezzato dal pubblico e la stessa Grazia Deledda uscì dalla sala dove era stato proiettato senza dire una parola. Cenere è l’unico documento che abbiamo per vedere «dal vivo» un’interprete che stregò gli spettatori di tutto il mondo, grazie soprattutto alla voce, che qui purtroppo non udiamo. Era troppo in anticipo sui tempi, indicava una via che avrebbe portato l’arte del cinema su strade intraprese solo dopo decenni. Delusa dal pubblico e dalla critica, la Duse abbandonò il progetto di girare un altro film. E noi posteri siamo rimasti orfani.

che ho scritto «palchetto»: piccina, la prima volta il teatro mi era sembrato piccolo, ma non mi ero accorta della scomodità dei palchi, dove non sai dove mettere le gambe per non sederti in braccio al vicino, ti guadagni di certo un torcicollo, e ringrazi il Cielo che essendo donna di solito ti lasciano in prima fila, sacrificandosi i maschi nella seconda o terza (dove si dice che il sonno sia cullato dalla musica e dall’oscurità del retro del palchetto). Bene, l’altra sera. Mi accomodo, o scomodo, e guardo subito in platea, poi le corone di palchi. Ora che ho visto tanti altri teatri, la Scala mi appare proporzionatamente grande, d’accordo. Però la memoria gioca scherzi divertenti. Mi viene subito in mente la scena di un film di Benigni, Johnny Stecchino, girata al Teatro Massimo di Palermo (che tra l’altro è il più grande d’Italia, chissà come appare ai bambini). Si tratta della scena in cui Benigni, che è identico a un crudele boss della mafia,

ruba una banana al bar e poi si trova nel palco, dapprima guardato male dai vicini, e poi insultato da tutti. Gli dicono «assassino», il primo a parlare è un signore che pronuncia male la esse. Il comico viene dalla distanza tra i piani delle realtà, il personaggio di Benigni pensa di essere insultato per il furto della banana, il pubblico del teatro pensa di riconoscere in lui il terribile Johnny Stecchino. Questa come altre situazioni divertenti anni fa era diventata un tormentone tra i ragazzi che si ripetevano «asc – sciasc – scino» a ogni occasione. Anni dopo, mi trovo nel tempio della lirica e scatto una foto dei palchi di fronte, che invio subito a un’amica con indovinate un po’ che aggettivo maschile. Primo cambio nella mia «lettura» del teatro. Seconda variazione, più seria, antropologica e filosofica: si stanno accomodando tra palchi e platea alcune tra le persone più influenti del mondo italo-europeo. Ne riconosco alcune e alcuni, giudici,

imprenditori, politici. Tanti capelli bianchi, calvizie, bastoni. Avranno fatto di tutto per mantenersi giovani, molti di loro, se lo saranno potuto permettere. Quindi questo mezzo sfacelo è il meglio che chirurghi, parrucchieri e sarti abbiano potuto fare. Ma da fare, ora, c’è ben poco: nessuna fila di poltrone sembra ospitare non dico adolescenti, ma nemmeno giovin signori (e signore), le eccezioni sono poche. Sarà banale constatare come denaro e successo non riescano a fermare il tempo, ma in questo caso l’evidenza è lampante e consolatoria. Nemmeno loro, nemmeno quelli che se la potrebbero comprare, la Scala, hanno potuto trovare e bere l’elisir di lunga vita o di eterna giovinezza. Giovinezza, giovinezza, che si fugge tuttavia. Lorenzo il Magnifico, se fu lui a comporre le rime che conosciamo come sue, non fu uno sventato relativista, ma un campione di realismo: del doman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia.

una moda cretina in Cina, per cui ci si diverte a sgranocchiare, in non più di 15 secondi, una pannocchia che gira grazie a un trapano. Una giovane suggestionata dal video virale decide di provare il simpatico gioco (–2), ma il trapano le sfugge tagliandole una notevole zona di cuoio capelluto: il suo video, ovviamente, diventa virale, più virale di tutti gli altri video virali della pannocchia e del trapano. Per non dire del porno-soft… C’è poi l’ampio capitolo degli animali domestici, ridotti sempre più a intrattenimento globale per umani in vena di tenere risate. Quadretto di famiglia giapponese che ha fatto impazzire i social: un bambino nel salotto di casa ha paura del cagnone; per aggirare il suo terrore papà e mamma travestono l’animale da peluche (gli infilano una maschera da Re Leone) e solo così il bimbo, ingannato, accetta di farsi avvicinare dalla bestia. E il gruppo di tac-

chini che urla a comando come fosse in una curva di ultrà? Supervirale anche questo, su YouTube o su WhatsApp. E non finisce qui. Una nonna ottantenne viene «ringiovanita» dalla nipote Tea, nota «artista» croata del maquillage: le foto del prima e del dopo invadono Instagram, richiamando più di 30 mila follower. Poco importa se quella che era una dolce nonnina, dotata di normalissime rughe da ottantenne, sia diventata una maschera mostruosa color terra, con un rossetto imbarazzante e lunghe unghione tipo strega Malefica. Quella «nonita» piace comunque moltissimo al popolo dei social. Il sospetto è che basti mettere in rete un video o una fotografia sufficientemente idiota per attrarre eserciti di utenti: lo sanno bene certi organi d’informazione anche molto autorevoli, che per aumentare i clic e le «visite», accanto alle notizie serie di giornata, spesso tragiche, infestano i loro siti

di facezie destinate a diventare virali. «Niente ha successo come il successo», ha scritto Alberto Moravia (5+). Si dirà che il seguire l’onda della stupidità di successo, con il suo effetto volàno, non è un fenomeno nuovo. Vero. Veniva già descritto da Dante Alighieri (6++) nel Convivio con una metafora impietosa e molto calzante. Dantescamente, la cosiddetta viralità si potrebbe riassumere nella formula «effetto pecora»: «Questi sono da chiamare pecore, e non uomini; ché se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l’altre l’andrebbero dietro(…). E io ne vidi già molte in uno pozzo saltare per una che dentro vi saltò, forse credendo saltare uno muro, non ostante che ’l pastore, piangendo e gridando, con le braccia e col petto dinanzi a esse si parava». Oggi le pecore si contano in milioni di follower e i «pastori» cospargono il prato di pozzi, saltando di gioia.

imprese. Conosciamo le note scritte alla Deledda e a Febo Mari, le fitte postille al romanzo: «Quando penso a questo lavoro che invoco, cerco di chiudere gli occhi e non ascolto che il mormorio della voce interiore». I grandi mattatori del teatro di quegli anni traslocarono nel cinema muovendosi negli studi come se fossero ancora sul palcoscenico. La Duse, al contrario, intuì la radicale differenza. Scriveva: «Il cinematografo è un campo tutto nuovo e il primo errore consiste nel fatto che versiamo vecchio vino negli otri nuovi. La maggior parte di noi è gente già guastata dal teatro... Il cinematografo ha bisogno di tutt’altri mezzi, ma offre delle possibilità che il cinema non può dare». Nel luglio del 1916, dopo una giornata di prove prima dell’inizio delle riprese, la Duse scrive a Febo Mari: «Mi metta nell’ombra, mi metta nell’ombra, la prego... mi tenga di scorcio, a passaggio, nulla sia immobile per questo ritorno di madre al figlio». Il suo opporsi al primo piano e alla forte illuminazione, nell’annullamento del corpo e nel rifiuto dell’enfasi del

Postille filosofiche di Maria Bettetini Incertezza del domani Davvero le sensazioni sono modificate dall’esperienza. Prendiamo il Teatro alla Scala, quello che cantanti e musicisti chiamano «il» teatro, quello restaurato con eleganza e discrezione da Mario Botta. Impressione da bambina, alla prima opera lirica. Mi avevano detto che era grandissimo, un teatro tra i più grandi al mondo. Pensavo che i palchi si dovessero perdere a vista d’occhio, in altezza e lunghezza, e che il palcoscenico dovesse apparire piccolo piccolo. La Scala doveva essere grande almeno come lo stadio di San Siro, dove viceversa ero rimasta delusa dalla lontananza dei calciatori, riconoscibili più dal numero sulla schiena che dal volto (erano i tempi delle figurine Panini, tutti i bambini – e le bambine per contagio – conoscevano i volti dei calciatori di serie A). Invece, entrando nel palco di velluto rosso per la prima volta, che delusione, vedevo benissimo il palcoscenico, e la fila dei palchi si

interrompeva lì vicino, e anche il soffitto non si perdeva nelle nubi. Un vero brivido, quello che si prova quando il «sublime» incute terrore e attrazione insieme, come scrive Kant, mi raggiunse però proprio contemplando il soffitto: quel lampadario sì che era enorme, e poi tenuto da un gancetto che in proporzione sembrava molto piccolo. A parte la paura per il crollo del lampadario (dal palco avremmo assistito chissà a quale atroce spettacolo), la Scala quella sera mi deluse. Era capitato anche con la prima visita a Venezia: platonica nell’animo, la mia aspettativa per la città della laguna era un sogno di gondole, trini e merletti. Invece! Invece l’acqua era sporca e maleodorante, i turisti cafoni, i negozi di souvenir terribilmente kitsch, e ancora Gillo Dorfles non ci aveva insegnato a godere del kitsch. Ma torniamo alla Scala, l’altro giorno, sarà stata la centesima volta che entravo in un palchetto di velluto rosso? Almeno. E vedete

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Torte, cani e nonnine virali Avete l’irresistibile ambizione di piegare una t-shirt in tre mosse? Sappiate che un hacker di Belgrado ha trasmesso in un video la sua straordinaria invenzione. Impossibile spiegarla a parole: bisogna andare a vederla su internet. Del resto, la sequenza, non più di due secondi, è diventata virale: tutti a guardare (e imparare) come si piega una maglietta in sole tre mosse. È arrivata la moda delle «torte a spirale», con la frutta disposta a «tourbillon», come direbbero i francesi. Naturalmente funziona non solo con i kiwi e con i mirtilli, ma anche con la verdura: pomodori, melanzane, zucchine… Se ne discute molto in rete, con intere serie di gallery fotografiche (2 al concetto di gallery) che mostrano quanto sono belle le torte a vortice o a spirale. E c’è da pensare che i forni di mezzo mondo siano pieni di torte decorate a mulinello. Non potete immaginare le risate virali

sul video che riprende un calciatore brasiliano il quale, correndo palla al piede, inciampa sulle sue stesse gambe e finisce rotoloni sul prato: ah ah ah… Da morire dalle risate. Spettacolo virale. E la pallavolista che, in una partita di volley negli Stati Uniti, respinge con la faccia la schiacciata dell’avversario e riesce involontariamente a fare un punto? Viralissima risatona globale. Divertente, esilarante. Ah ah ah. La verità più esilarante è che siamo sommersi fino al collo di spazzatura virale e che l’aggettivo più virale, ormai insopportabilmente virale, è «virale» (voto: 1). Siamo talmente social-viralizzati da idiozie virali che non riusciamo più a distinguere l’idiozia (di solito virale) dalla notizia. Per esempio, il barcone dei naufraghi, la crisi economica, l’attentato spaventoso: alle notizie più tragiche viene affiancata ogni stupidaggine purché virale. Per esempio, sentite questa: c’è


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Idee e acquisti per la settimana

shopping La Cipolla rossa di Tropea Novità Un prodotto a Indicazione Geografica Protetta (IGP), dalla bellissima

Calabria agli scaffali dei supermercati di Migros Ticino Tropea, situata sulla suggestiva «Costa degli Dei» del litorale tirrenico, non è solo una delle più note e rinomate località balneari della Calabria, ma è anche celebre per l’apprezzata «Cipolla rossa di Tropea». Questa cipolla tipica calabrese viene impiegata nelle cucine di tutto il mondo per il suo sapore particolarmente dolce dovuto alle sostanze naturali presenti nel terreno e al microclima particolare di queste zone. «Le peculiarità qualitative di questa varietà dipendono dal suo corredo genetico e dalla sua interazione con l’ambiente circostante: nella fattispecie le caratteristiche del terreno, la vicinanza al mare, la durata del giorno, la temperatura e l’umidità», ci spiega Francesco Schiariti, titolare dell’omonima azienda agricola di Tropea produttrice dell’ortaggio, nonché fornitrice di Migros Ticino. Si ritiene che il seme di questa straordinaria cipolla sia stato portato in Calabria dai Fenici quasi 4000 anni fa. E nei campi accarezzati costantemente dalla soave e tiepida brezza marina attorno alla località calabrese ha trovato l’ambiente ideale per il suo sviluppo. «Le operazioni di semina della Cipolla rossa di Tropea – prosegue Francesco Schiariti – avvengono a partire da agosto, direttamente in vivaio, in campo aperto oppure in contenitori alveolari. Quando le piantine hanno raggiunto i 15 cm di altezza vengono trapiantate in campo aperto: da ottobre a gennaio, per la cipolla precoce e tra gennaio e marzo per la tardiva. Alla raccolta le cipolle si distinguono in tre tipi di prodotto: il cipollotto, la cipolla da consumo fresco e quella da serbo, dove i bulbi sono deposti in andane sul terreno e lasciati da 8 a 15 giorni affinché possano asciugare, compattarsi, acquisire resistenza e una bella colorazione rosso vivo». Essendo dolce, la Cipolla di Tropea è particolarmente indicata per il consumo crudo in insalata, dove stimola la produzione di succhi gastrici e facilita la digestione. È inoltre ricca di vitamina C, sali minerali, e possiede proprietà antibiotiche, diuretiche e antinfiammatorie. A questo punto abbiamo chiesto a Francesco Schiariti la proposta di una ricetta originale per i nostri lettori. «Fra le molte, consiglierei la frittata di Cipolla rossa di Tropea: per 5 persone versare 500 g di farina «00» in una terrina con 250 ml di acqua e sbattere finché si sciolgono gli eventuali grumi. Mondare e affettare 500 g di cipolle e soffriggerle in una padella antiaderente con un po’ d’olio finché non saranno dorate. Salare e pepare a piacimento. Aggiungere al soffritto l’impasto di farina e mescolare con un cucchiaio di legno fino a quando si formano delle crosticine: allora è il momento di girare la frittata e cuocerla dall’altro lato».

Francesco Schiariti, produttore delle Cipolle Rosse di Tropea Calabria IGP.

Cipolla rossa di Tropea IGP 500 g Fr. 3.60


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Idee e acquisti per la settimana

La bresaola «Casa Walser»

Novità Un salume tipico piemontese che si contraddistingue per il suo inconfondibile aroma di spezie di montagna

Bresaola «Casa Walser» affettata 100 g Fr. 5.95

Con le specialità firmate «Casa Walser», il salumificio Nino Galli rende omaggio alla storia dei Walser, popolo tenace e industrioso che, nel Medioevo, partendo dall’alto Vallese, colonizzò varie regioni alpine tra Svizzera, Italia, Austria e Liechtenstein. Insediatisi in vallate spesso inospitali, i Walser resero coltivabili terreni poveri e impervi, dedicandosi all’allevamento e cibandosi dei frutti che la natura poteva offrir loro. Le proposte gastronomiche «Casa Walser» vogliono mantenere vive le antiche tradizioni culinarie montane e i metodi di conservazione della carne, che prevedevano la salatura, l’essicazione, l’affumicatura e la pratica di aromatizzare la superficie con spezie montane per conferire al prodotto un carattere

deciso e inconfondibile. La bresaola «Casa Walser» con spezie e aromi di montagna si caratterizza per la grande cura che i mastri salumieri prestano nella sua realizzazione. Per questa delicata specialità vengono selezionate le migliori fese di punta d’anca di manzo. Una volta attentamente rifinite, salate a secco ed aromatizzate secondo un’antica ricetta locale, vengono rivestite con un budello naturale e quindi poste ad essiccare in appositi locali a temperatura e umidità controllate. Il prodotto spicca per il suo gusto dolce e delicato, risultato della costanza degli standard produttivi e dalla sapiente stagionatura prolungata. La bresaola «Casa Walser» è riconosciuta come Prodotto tradizionale della Regione Piemonte.

Gusto e leggerezza

Fettine di tacchino Le Gaulois* 100 g Fr. 3.30

La carne di pollame non è solo particolarmente versatile, ma permette anche di unire perfettamente equilibrio e piacere gustativo. Poco calorica e facilmente digeribile, è ricca di proteine di eccellente qualità. Grazie alle nuove fettine di tacchino Le Gaulois è un gioco da ragazzi preparare in pochissimo tempo un piatto sano e gustoso. La car-

ne proviene da tacchini nati e allevati in Francia in allevamenti che curano con particolare riguardo il benessere degli animali. La loro polpa è accuratamente elaborata da un’azienda con oltre cent’anni di esperienza alle spalle nella lavorazione delle specialità a base di pollame. La gamma comprende le morbide e succose fettine al naturale extra

grandi e sottilissime «La Belle Escalope», perfette per i piatti veloci di tutti i giorni. Le scaloppine «Les Milanaises» invece sono già impanate e conquistano il palato di grandi e piccoli buongustai con la loro inconfondibile croccantezza. Entrambi i prodotti si preparano in padella in 5-6 minuti e sono disponibili in una confezione da due pezzi.

Fettine di tacchino impanate Le Gaulois 100 g Fr. 3.15 *In vendita a libero servizio nelle maggiori filiali Migros


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Idee e acquisti per la settimana

Carne Migros: la scelta degli chef Gastronomia Il ritratto dei ristoranti: il Grotto Pergola di Giornico

Il Grotto Pergola di Giornico propone una cucina fatta di alimenti genuini e del territorio. (Flavia Leuenberger)

dell’ospitalità. Per i figlioli il grotto era quasi un gioco, un divertimento, tanto che Fiorella, che ha ereditato la gestione del locale, ricorda che il fratellino aveva costruito la cassetta per le mance con il traforo, sua grande passione. La prima emozione che si prova entrando è calore e senso di familiarità.

Fiorella tramanda quanto creato dalla madre, di cui ricorda la cucina costantemente in funzione, sempre un piatto caldo a disposizione per gli avventori di ogni ora. Anche oggi, al Grotto Pergola, dal pranzo di mezzogiorno in poi, la cucina è a orario continuato, c’è sempre un piatto a disposizione, che sia

carne a lunga cottura con polenta o una gustosa merenda. Qui c’è una radicata tradizione gastronomica, fatta di alimenti genuini e del territorio. Ottimo è il Piatto ticinese a base di formaggi, bruschetta ai funghi e affettato. Le verdure sono dell’orto e, oltre ai prodotti di ogni stagione proposti con ricette del territo-

rio, non può mai mancare il Minestrone del grotto. Molto golosi sono anche gli involtini con spinaci e formaggio dell’alpe. Da alcuni anni, all’attività di ristorazione è stato aggiunto un piccolo e curato Bed & Breakfast, che, insieme alla cucina, vale indubbiamente il viaggio. www.carnemigros.ch

Gastronomia artigianale per la stagione calda

Flavia Leuenberger

Dal 1965 di proprietà della famiglia Macullo, il Grotto Pergola nasce da un’idea di Maria, che con la collaborazione del marito e dei 4 figli dà vita a questo delizioso grotto, immerso nel verde, nella bellissima Bassa Leventina. Maria pensava alla cucina, mentre il marito e i ragazzi si occupavano della sala e

Con le temperature in aumento torna la voglia di piatti freddi freschi e sfiziosi. I banchi gastronomia dei maggiori supermercati di Migros Ticino hanno reintrodotto diverse specialità sempre molto gettonate dalla clientela durante il periodo estivo: dai tradizionali filetti

di trota in carpione alle ricche insalate nelle più svariati tipologie come riso, cervelas, farro, spelta/pomodorini/feta/ olive, bulgur con verdure, orzo/fagiolini/pesto e patate. I prodotti sono preparati artigianalmente con ingredienti freschi e attentamente selezionati.


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Idee e acquisti per la settimana

L’acqua della salute

Concorso Rinfrescarsi sorso dopo sorso slowUp 2016

Flavia Leuenberger

Malgrado la pioggia, la sesta edizione di slowUp Ticino dello scorso 17 aprile ha fatto registrare una buona partecipazione. 5000 appassionati del movimento lento – in bicicletta, a piedi o in pattini a rotelle – hanno potuto approfittare dei 50 km di strade chiuse al traffico tra Piazza Grande di Locarno e Piazza Governo a Bellinzona. Come consuetudine, in occasione di questo importante evento lo SportXX ha indetto un concorso con ricchi premi in palio.

I Vincitori

La nota acqua italiana Rocchetta Naturale è ora disponibile da Migros anche nella bottiglietta da mezzo litro. La sua fonte si trova nel comune di Gualdo Tadino, in Umbria. Con soli 178 mg/l di sali minerali, Rocchetta è un’acqua molto leggera e delicata. Il bassissimo contenuto in nitrati (1.29 mg/l), la rende un’acqua particolarmente consigliata anche per i neonati. Le proprietà salutari di Rocchetta sono state scientificamente provate: è perfetta per chi segue una dieta povera di sodio, favorisce l’eliminazione dei sali e detriti solubili dall’organismo e stimola delicatamente la diuresi.

Rocchetta Naturale 0.5 l Fr. –.50

Hai voglia di qualcosa di incredibilmente rinfrescante? Allora vieni a trovarci nel Ristorante Migros e nel De Gustibus più vicini. Ti aspettano tre nuove originali bevande create appositamente per l’estate: la mousse di caffè freddo, la mousse allo yogurt e le granite. Impossibile resistere di fronte alla bontà di questi gusti delicati e frizzanti.

Top10 CD

Top10 DVD

Top10 Libri

1. Zucchero

1. Piccoli Brividi

1. Anna Todd

Black Cat / novità

J. Black, O. Rush

2. Francesco Renga

2. Il piccolo principe

Scriverò il tuo nome 3. Renato Zero

Alt / novità 4. Elisa

On

Animazione 3. Revenant

L. Di Caprio, T. Hardy

Before, Sperling

Le bevande sono elaborate a partire da pregiate e aromatiche miscele di caffè tostate al punto giusto. L’affinamento con yogurt al naturale di produzione svizzera conferisce una nota vellutata che le rende perfette per la stagione calda. Naturalmente da noi troverai tante altre bevande fresche, per un’estate all’insegna del gusto. Vieni a trovarci!

A estrazione avvenuta la sorte ha favorito: ¶ Martina Bullo di Claro 1° premio: Mountain Bike Ghost Tacana del valore di Fr. 1199.–; ¶ Evan Passoni di Cadenazzo 2° premio: Rimorchio Croozer per bambini da Fr. 575.–; ¶ Luigi Tantardini di Arogno 3° premio: Cardiofrequenzimetro Polar A360 di Fr. 219.–. Congratulazioni e… al prossimo anno!

Novità: Alici in salsa piccante

2. Sylvia Day

Insieme a te, Mondadori 3. Clara Sanchez

La meraviglia degli anni imperfetti, Garzanti

4. La grande scommessa

R. Gosling, C. Bale

4. Lisa Hilton

Maestra, Longanesi 5. Vasco Rossi

Live Kom 2015 (box)

5. Creed

S. Stallone, M. B. Jordan / novità

5. Nicholas Sparks

Nei tuoi occhi, Sperling 6. Baglioni e Morandi

Capitani coraggiosi (2 CD) 7. Alessandra Amoroso

Vivere a colori

Rizzoli Filetti di alici in salsa piccante 52 g Fr. 3.90 In vendita nelle maggiori filiali Migros

6. Point Break

L. Bracey, T. Palmer / novità 7. Joy

6. Rosanna Lambertucci

La dieta che ti cambia la vita Mondadori

J. Lawrence, B. Cooper / novità 7. Chiara Gamberale

8. Coldplay

A Head Full Of Dreams

8. Star Wars 7

Adesso, Feltrinelli

H. Ford, M. Hamill 8. Alex Connor

9. Marco Mengoni

Le cose che non ho

9. Quo Vado?

Cospirazione Caravaggio, Newton

C. Zalone, E. Giovanardi 9. Stephen King

10. Beyoncé

Lemonade

10. Il viaggio di Arlo

Il bazar dei brutti sogni, Sperling

Animazione 10. Geronimo Stilton

Viaggio nel tempo 9, Piemme

Una passione ultracentenaria nella lavorazione delle acciughe: questa è la storia dell’azienda famigliare Rizzoli. Una grande esperienza racchiusa in molti prodotti speciali per portare in tavola la storia e la cultura del gusto mediterraneo. Come le Alici in salsa piccante, una raffinatezza dal sapore unico, preparata ancora oggi seguendo la ricetta segreta tramandatasi da padre in figlio

da cinque generazioni. Da sempre le alici conquistano i buongustai per la loro salsa dal tono leggermente saporito, per la qualità del pesce e dell’olio extravergine utilizzati, nonché per il profumo di spezie e per l’intensità della loro stagionatura in botti di legno. Le carnose Alici in salsa piccante sono ottime non solo sulle paste di ogni genere, ma anche su bruschette, crostini, insalate e verdure.


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Pane

Ogni treccia è intrecciata a mano Il segreto per ottenere una treccia irresistibile? Una perfetta combinazione di farine e la quantità di burro nell’impasto. La classica treccia TerraSuisse e la sua variante bio non sono solo le preferite di molti clienti Migros, ma, secondo un test del 2014 della rivista per i consumatori «K-Tipp», si piazzano anche, rispettivamente, al primo e secondo posto tra le migliori trecce svizzere. Molti forse non sanno che tutte le trecce Migros sono intrecciate a mano e prodotte sul posto, più volte al giorno, nelle 126 panetterie della casa Migros. Naturalmente anche nelle altre filiali sono disponibili ancora calde e profumate fino alla chiusura del negozio. E chi desidera trasformare ogni giorno in una domenica, può acquistare una treccia dell’assortimento di panetteria precotta.

TerraSuisse treccia al burro 700 g Fr. 3.90* invece di 4.50

*Offerta speciale Per le trecce di qualità TerraSuisse dal 19 al 21.05

Bio treccia al burro 500 g Fr. 4.–

M-Classic treccia al burro precotta 400 g Fr. 3.15

Per il vostro brunch domenicale Migros propone diverse tipologie di trecce.

Foto Studio Kiba

TerraSuisse treccia al burro al metro al kg Fr. 8.– Nelle maggiori filiali

L’Industria Migros produce numerosi prodotti Migros, tra cui anche le trecce.


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Grigliate

Bocconcini allo spiedo Che si tratti di una grigliata improvvisata o di un piacevole standing dinner, sulla brace non possono mancare spiedini di ogni tipo. Così non c’è bisogno di piatti e posate per sbocconcellare il pollo, il pesce e altre golosità. Inoltre, si possono guarnire direttamente con

fettine di cipolle o di zucchine o con pomodorini. E se dovesse avanzare qualcosa, i sottili pezzi di carne già cotta si prestano perfettamente come ingredienti di un’insalata o di un panino. Maggiori informazioni sulle grigliate al sito www.laveraestate.ch

Optigal Spiedino di pollo marinato per 100 g* Fr. 3.55

Milenko Grebic è capo-macellaio della Migros di Agno.

Mikenko Grebic

«Le donne preferiscono gli spiedini di pesce o di pollo» Signor Grebic, cos’è in voga per le grigliate 2016? Tutto quel che si prepara in modo semplice e veloce. Il fattore tempo recita infatti un ruolo importante anche nelle grigliate. In generale, posso dire che le donne preferiscono gli spiedini di pesce o di pollo, mentre gli uomini amano i grossi spiedi di carne. Al nostro bancone c’è un’ampia scelta di diverse specialità da griglia. Ognuno vi trova qualcosa. Notiamo spesso che i bambini vogliono i nostri piccoli spiedini misti o quelli di pollo. Probabilmente perché nei misti ci sono anche i salsicciotti di cipollata.

Testo/Intervista: Sonja Leissing; Foto Tina Sturzenegger; Styling Thierry Fuchs

Spedini di manzo Husar Svizzera, per 100 g Fr. 3.60 Nelle maggiori filiali

Con peperoncino, paprika e aglio si prepara una saporitissima marinata.

Mini spiedini da aperitivo per 100 g Fr. 3.90 Nelle maggiori filiali

Cosa piace ai clienti del banco della carne fresca? Sicuramente la nostra esperienza e conoscenza in materia di tipi di carne e relativa preparazione. Apprezzano anche la consulenza competente e il nostro impegno nel presentare l’assortimento di carne in maniera particolarmente vivace. Continuiamo a ricevere elogi. Su richiesta mariniamo gli spiedi o li guarniamo con verdure alla griglia. Anche questo vien molto apprezzato. Personalmente, cosa preferisce mettere sulla griglia? In assoluto preferisco un bello spiedo di maiale. Non dovrebbe però essere troppo marinato, ma solo insaporito con sale e pepe. Poi lo metto a dorare per una decina di minuti. Per me, il filetto allo spiedo è il re di ogni di grigliata.


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Idee e acquisti per la settimana

Da sapere

Per dare più gusto Chi vuole preparare da sé la carne allo spiedo, dovrebbe bagnare nell’acqua i bastoncini di legno qualche ora prima della grigliata. Così le estremità non bruciano tanto presto sulla brace. Inoltre, si possono rigirare con la mano senza bruciarsi. Inoltre, gli stecchini bagnati si possono anche congelare. I pezzi di carne compatti si lasciano infilare molto bene sugli steli di rosmarino. Basta togliere tutti gli aghi fino alla punta. Se si gettano sul fuoco gli aghi di rosmarino, tutto il cibo sulla griglia assume un profumo mediterraneo. Fate sempre attenzione che il pollo, il pesce e il maiale siano sempre ben cotti. Agnello e manzo possono invece essere anche rosa.

Concorso

Vincete una festa con grigliata Partecipate e vincete un «Barbecue party» per 12 persone del valore di 450.– franchi. Tutto quel che dovete fare è inserire vostri dati su www.laveraestate.ch/le-migliorigrigliate In più, ogni settimana saranno estratti a sorte 100 premi immediati. Il termine di partecipazione è il 20 luglio.

Suggerimento Tritate del sale marino con qualche grano di pepe nero e bianco. A fine cottura spargetene un pizzico sugli spiedini di pesce.

Erbe aromatiche fresche come timo, origano o dragoncello si abbinano ottimamente con il pesce alla griglia. Una spruzzata di limone dona allo spiedino un leggero sapore aspro.

Optigal Spiedino di pollo Kebab Svizzera, per 100 g* Fr. 2.95

*Nelle maggiori filiali

TerraSuisse Spiedino di filetto di maiale per 100 g* Fr. 5.90

Spiedini Twister Svizzera, per 100 g* Fr. 2.45

Spiedini di collo di maiale con peperoni Svizzera, per 100 g* Fr. 2.90

Spiedini Torcet di maiale Svizzera, per 100 g* Fr. 3.10

Spiedini di merluzzo e gamberetti da pesca selvatica nel Pacifico e allevamento in Vietnam 330 g* Fr. 12.50

Spiedini di gamberi marinati «Lemonpepper» da allevamento in Vietnam per 100 g* Fr. 4.95

Spiedini di capesante con speck da pesca selvatica nel Nord Atlantico per 100 g* Fr. 5.40


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Mini biscotti classici

Sempre a portata di mano Azione 20X Punti Cumulus sui biscotti Mini classici fino al 23 maggio

Mini Zampe d’orso 48 g Fr. 1.20

Il formato Mini dei biscotti più popolari è ideale quando si è in viaggio. *Nelle maggiori filiali

Ora biscotti classici come le zampe d’orso, i bastoncini alle nocciole, i petit beurre e le rotelle di Meilen sono disponibili anche in formato Mini, in un sacchetto che più maneggevole non si può. La nuova confezione trova posto anche nelle borse più piccole ed è quindi ideale come snack da viaggio o per le famiglie poco numerose.

Mini Petit Beurre 39 g Fr. –.80

Mini Bastoncini alle nocciole 48 g* Fr. 1.20

Mini Rotelle di Meilen 48 g* Fr. 1.20


Azione 40%

40%

10.80 invece di 18.–

4.95 invece di 8.40

Carne di manzo macinata M-Classic Svizzera, al kg

Mirtilli Spagna, vaschetta, 500 g

30%

30%

30%

1.25 invece di 1.85

3.05 invece di 4.40

3.40 invece di 4.90

Gruyère piccante ca. 450 g, per 100 g

Vitello tonnato prodotto in Ticino, in vaschetta, per 100 g

Meloni Charentais Spagna, il pezzo

30%

50% PUNTI

20x Azione assortimento Tutto l’assortimento Léger per es. chips alla paprica, 200 g, 3.90

Azione assortimento Tutto l’assortimento di batterie di pentole Titan o Deluxe* per es. padella Titan, Ø 28 cm, bassa, indicata anche per i fornelli a induzione, 29.50 invece di 59.–, offerta valida fino al 30.5.2016

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. Migros Ticino Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 17.5 AL 23.5.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Azione assortimento Tutto l’assortimento Sun Look (confezioni multiple escluse), per es. Light & Invisible IP 30, 200 ml, 9.80 invece di 14.–, offerta valida fino al 30.5.2016


. a z z e h c s e fr lo o s e Sempre SOLO DA QUESTO

GIOVEDÌ FINO A

SABATO

30% 1.60 invece di 2.30 Costolette magre di maiale TerraSuisse Svizzera, imballate, per 100 g

30% Cervelas Optigal in conf. da 2 o petto di pollo Optigal da 153 g Svizzera, per es. petto di pollo, 153 g, 3.95 invece di 5.65

20% Azione assortimento

25% 4.05 invece di 5.40 Filetto dorsale di salmone Norvegia, per 100 g, fino al 21.5

30% 11.– invece di 16.– Cosce inferiori di pollo Optigal speziate, in vaschetta d’alluminio Svizzera, al kg

40%

19.5–21.5.2016

2.30 invece di 3.85 Spiedino misto 2 pezzi, per 100 g, offerta valida dal 19.5 al 21.5.2016 OFFERTA VALIDA FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK E IN QUANTITÀ USUALI PER UNA NORMA LE ECONOMIA DOMESTICA.

30%

30%

20%

4.95 invece di 7.30

3.40 invece di 4.90

3.50 invece di 4.40

Pesche noci Spagna, imballate, 750 g

Entrecôte di manzo TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

40% 11.80 invece di 19.80

Tutto l’assortimento di salumi Gusto del Sol per es. prosciutto crudo Serrano, Spagna, per 100 g, Salmone affumicato dell’Atlantico ASC d’allevamento, Norvegia, 330 g 3.90 invece di 4.90 Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 17.5 AL 23.5.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

20%

33%

9.50 invece di 11.90

1.65 invece di 2.50

Tutto l’assortimento di sushi per es. Nigiri Classic, prodotto in Svizzera, in conf. da 180 g

Mango Costa d’Avorio / Repubblica Dominicana / Mali, il pezzo

Melanzane Ticino, sciolte, al kg

Hit 1.60 Lattuga iceberg Svizzera, il pezzo

20% 2.90 invece di 3.80 Lattuga bio Svizzera, il pezzo


20% Tutto il formaggio fuso a fette da 600 g per es. gruyère, 6.– invece di 7.50

Hit 1.75 Pomodorini datterini bio Spagna / Italia, vaschetta, 250 g

20% 4.45 invece di 5.60 Caprice des Dieux 330 g

20% 15.60 invece di 19.90 Formaggella Cremosa prodotta in Ticino, a libero servizio, al kg

20% Azione assortimento Tutto l’assortimento di Cottage Cheese (bio esclusi), per es. Nature M-Classic, 200 g, 1.05 invece di 1.35

20% Azione assortimento Tutte le bevande a base di latte Starbucks per es. Caffè Latte, Fairtrade, 220 ml, 1.65 invece di 2.10

20% 6.40 invece di 8.– Xetabel Nature in conf. da 2 x 200 g

20% Azione assortimento Tutti i tipi di crème fraîche per es. al naturale, 200 g, 2.– invece di 2.55

2. –

– .4 0

di riduzione Quark alla frutta M-Classic, 4 x 125 g per es. ai lamponi, 2.– invece di 2.40

20%

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30%

17.60 invece di 22.–

5.75 invece di 7.20

3.60 invece di 5.20

4.10 invece di 5.90

Gottardo prodotto in Ticino, a libero servizio, al kg

Jean-Louis Tomme à la crème in conf. da 2 x 200 g

Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 17.5 AL 23.5.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Carpaccio di manzo con rucola e Grana prodotto in filiale con carne Svizzera, imballato, per 100 g

Carpaccio di polipo prodotto in Ticino, in conf. take away, per 100 g

di riduzione

11.90 invece di 13.90 Peonie, mazzo da 5 disponibili in vari colori, per es. rosa


i. u q a tt e p s a ti o li g fo a rt o p La spesa salva

25%

M-consiglia

Tortine in conf. da 4 per es. tortina al cioccolato, 4 x 75 g, 3.60 invece di 4.80

IL PROSCIUTTO, CHE DELIZIA! Ecco come gustare il prosciutto alla francese. Preparate una galletta, facendo rosolare uno strato sottile di pasta di grano saraceno in una padella antiaderente. Farcite con un uovo, cuori di carciofo, fette di prosciutto e continuate a rosolare. Servite. Tutti gli ingredienti per questa specialità bretone sono in vendita alla Migros, trovate la ricetta su www. saison.ch/it/consigliamo.

Hit 3.80 Insalata del mese Anna’s Best 20% di contenuto in più, 200 g + 40 g, 240 g

20% Prosciutto cotto o mortadella Beretta per es. prosciutto cotto, Svizzera, per 100 g, 3.20 invece di 4.–

20% Azione assortimento Tutta la pasticceria svedese per es. torta svedese ai lamponi, 500 g, 7.80 invece di 9.80

30%

33%

8.80 invece di 12.60

9.80 invece di 14.70

Lasagne alla bolognese M-Classic in conf. da 3 3 x 400 g

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 17.5 AL 23.5.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Ravioli Anna’s Best in conf. da 3 per es. al pomodoro e alla mozzarella, 3 x 250 g

– .4 0

di riduzione Mini sandwiches, panini o mini panini al latte M-Classic confezionati per es. mini sandwiches, 300 g, 1.90 invece di 2.30

20% Azione assortimento Tutto il caffè in chicchi o macinato, 500 g per es. caffè in chicchi Boncampo, UTZ, 3.65 invece di 4.60

Hit 5.60 Nutella in barattolo di vetro da 1 kg

33% Croccantini alle mandorle, Nobilé o snack al burro Créa d’Or in conf. da 3 per es. croccantini alle mandorle, 3 x 103 g, 6.80 invece di 10.20

20% Azione assortimento Tutto il Café Royal in capsule, chicchi e istantaneo, UTZ per es. Espresso, 10 capsule, 3.– invece di 3.80

20% Leggende ancestrali (Urlegenden), Special K, All Bran e cornflakes Kellogg’s per es. Special K Classic, 500 g, 3.80 invece di 4.75

20% Miscela di noci o mirtilli rossi Sun Queen in conf. da 2 per es. mirtilli rossi, 2 x 150 g, 3.40 invece di 4.30


a partire da 2 confezioni

30% Azione assortimento Tutta la pasta Agnesi a partire da 2 confezioni, 30% di riduzione

Hit 4.45 Snacketti Zweifel in conf. speciale 2 Dancer Cream da 27 g e 2 Ketchup Fries da 27 g

20% Azione assortimento Tutto l’assortimento Mister Rice per es. Wild Rice Mix, 1 kg, 3.60 invece di 4.50

20% Azione assortimento Tutti i gelati Crème d’or da 750 ml o 1000 ml per es. Jamaica, 1000 ml, 7.80 invece di 9.80

50% 7.20 invece di 14.40 Gelati da passeggio alla panna nei gusti vaniglia, cioccolato o fragola in conf. da 24 per es. alla fragola, 24 x 57 ml

a partire da 3 pezzi

20% Azione assortimento Tutte le salse Agnesi per es. sugo al basilico, 400 g, 2.30 invece di 2.90

15%

20%

Conf. da 2 in azione

Azione assortimento

Deodoranti Rexona in conf. da 2 per es. roll-on Cotton, 2 x 50 ml, 3.95 invece di 4.70, offerta valida fino al 30.5.2016

Tutti i tipi di olio di oliva o di aceto Monini per es. olio di oliva Classico, 1 l, 10.– invece di 12.50

20% Azione assortimento Tutto l’assortimento Axe (confezioni multiple escluse), a partire da 3 pezzi, 20% di riduzione, offerta valida fino al 30.5.2016

a partire da 2 pezzi

20% Azione assortimento Tutti i tipi di Aquella in conf. da 6, 6 x 1,5 l per es. verde, 2.60 invece di 3.30

33% Azione assortimento Tutte le 7UP o le 7UP H2Oh! in conf. da 6 per es. 7UP Regular, 6 x 1,5 l, 7.80 invece di 11.70

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 17.5 AL 23.5.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

20% Azione assortimento Tutto l’assortimento di colorazioni Syoss o Schwarzkopf a partire da 2 pezzi, di riduzione, offerta valida fino al 30.5.2016

20% Fazzoletti o salviettine cosmetiche Kleenex in confezioni multiple per es. salviettine cosmetiche Collection in scatola quadrata, FSC, in conf. da 3, 3 x 56 pezzi, 6.– invece di 7.50, offerta valida fino al 30.5.2016

20% Salviettine igieniche umide Soft in conf. da 3 per es. Sensitive, 3 x 50 pezzi, 5.50 invece di 6.90


. s o r ig M a tu a ll a à it Nov

Ampliamento dell’assortimento TerraSuisse.

Fruttata, senza semi né pezzetti.

3.35

2.70

Prosciutto TerraSuisse affettato finemente per 100 g

Lamponi e maracuja Favorit Satin 235 g

Morbidi, privi di peluzzi e assorbenti. o Salutare snack ricc di proteine e fibre alimentari.

4.50 Beef Chips con Blévita al naturale Svizzera, 62 g

Gelato alla panna . con yogurt e miele

5.70 Gelato da passeggio Frozen Yo Greek Style* surgelato, 6 x 80 ml, offerta valida fino al 23.5.2016

* In vendita nelle maggiori filiali Migros. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 17.5 AL 30.5.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

2.10 Dischetti di ovatta in tessuto non tessuto Primella confezione, 70 pezzi


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Idee e acquisti per la settimana

Léger

Piacere leggero per colazione Consapevolezza delle calorie e buongusto vanno a braccetto grazie all’offerta Léger di Migros. La linea di colore azzurro propone oltre 90 articoli che, rispetto ai prodotti convenzionali, contengono almeno il 30 per cento in meno di grassi, calorie e carboidrati. Tra questi, è disponibile anche una vasta scelta di latticini, salumi, confetture e pane per una colazione leggera e variata.

Léger Yogurt Mirtilli 180 g Fr. –.60

La linea Léger offre tutto il necessario per una colazione leggera.

Léger Pane proteico 400 g Fr. 3.50

Léger Camembert 125 g Fr. 2.70

Léger Salame gran leggero 123 g Fr. 4.75


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Idee e acquisti per la settimana

Frey

Amichevole dolcezza Che si tratti di fare quattro chiacchere, di guardare un DVD assieme o di una pausa al lavoro: fa piacere condividere i deliziosi Freylini tra buoni amici e colleghi. Il nuovo formato Freylini Classic Mix propone durante tutto l’anno i gusti Hazelnut Crunch, Mocca, Praline & Nuts e

Hazelnut Cream che normalmente sono presenti negli ovetti di Pasqua a pois e nelle palline di Natale avvolte nella carta stellata. La versione Special Mix amplia la gamma con gusti più insoliti come Brownie, Milk & Crunchy Nuts, Nougat Crisp e Vanilla Crunchy Almond.

*Azione 20% di sconto Freylini Classic Mix e Special Mix di Frey fino al 30 maggio

Frey Freylini Classic Mix 180 g Fr. 4.40* invece di 5.50

Frey Freylini Special Mix 180 g Fr. 4.40* invece di 5.50

Concorso

Premi da vincere

FotoYves Roth; Styling Katja Rey

Il premio principale del concorso Freylini è costituito da tre buoni viaggio di 5’000 franchi ciascuno. Saranno anche estratti a sorte tre abbonamenti annui Freylini e dieci entrate per famiglie al centro visitatori di Chocolat Frey. www.freylini.ch

Il pratico formato snack è ideato per essere condiviso tra amici. L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali anche gli assortimenti Freylini.


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Idee e acquisti per la settimana

Sun Queen

Una pausa fruttata Nuovo Gli snack alla frutta di Sun Queen contengono pura purea di frutta di fragola e mela.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti Migros, tra cui anche gli snack alla frutta di Sun Queen.

Con il ritorno della stagione calda si mangiano volentieri dolci dessert e snack rinfrescanti. I più gettonati sono quelli a base di frutta. I nuovi snack alla frutta mela-fragola-banana e mela-mango di Sun Queen sono prodotti con vera purea di frutta di fragole e mela a pezzettini e sono inoltre certificati Fairtrade. La confezione doppia con cucchiaino intregrato è ideale per tutti coloro che non vogliono rinunciare alla loro porzione di frutta nemmeno quando sono fuori casa.

Fairtrade Max Havelaar è garanzia di prodotti equi coltivati in modo sostenibile.

Parte di Sun Queen Max Havelaar mela-mango 2 x 115 g* Fr. 1.90

Sun Queen Max Havelaar mela-fragola-banana 2 x 115 g* Fr. 1.90


DAL 17 AL 30 MAGGIO

PUNTI

x 0 2


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Idee e acquisti per la settimana

Subito

Pronto in un attimo Quando si deve fare in fretta, non c’è niente di meglio delle pietanze pronte della linea Subito. Ora i 36 prodotti dell’assortimento sono sugli scaffali con un imballaggio dal nuovo design. Resta però immutata la qualità degli ingredienti di spuntini caldi, paste e risotti, minestre e pietanze Al Dente.

Subito Pasta all’Arrabbiata 160 g Fr. 2.70

Azione 20X Punti Cumulus su tutti i prodotti della linea Subito fino al 23 maggio Subito Pasta alla Carbonara 180 g Fr. 2.90

Subito Hot Snack Cheesy 70 g Fr. 2.60

Due piatti che si abbinano bene: risotto alla milanese e saltimbocca di pollo.

Risotto alla milanese con saltimbocca di pollo Per 8 spiedini Preparazione Preparate il risotto alla milanese seguendo le indicazioni sulla confezione. Dimezzate per il lungo 4 fette di prosciutto crudo e 4 foglie di salvia grandi. Avvolgete ½ foglia di salvia e ½ fetta di prosciutto crudo attorno a ognuno degli 8 filettini di pollo.

Su ogni spiedino, infilzate 2 filettini a onda. Condite gli spiedini con sale e pepe. Scaldate poco olio di colza HOLL in una padella antiaderente e rosolatevi gli spiedini per 7-8 minuti a fuoco medio. Serviteli con il risotto. Guarnite con del parmigiano.

Subito Risotto alla Milanese 250 g Fr. 2.70

Ricette di

www.saison.ch


MAXI ONE Spendere poco, utilizzarlo tanto. . n i m 0 0 10 .

incl A** S U / E U / CH

Incluso: " 1 GB di dati sulla rete migliore* " 1000 min. di chiamate verso l’estero** " 1000 SMS dalla Svizzera verso tutti i paesi del mondo

M-Budget Mobile Maxi One, l’abbonamento senza cellulare. Nessuna durata minima di contratto, attivazione (fr. 40.–) esclusa. ** Migliore rete in Svizzera, vincitrice del test Connect, secondo il test sulle reti mobili 1/2016. ** Offerta valida per chiamate su tutte le reti fisse e mobili in Svizzera, sulle reti fisse in Europa e negli Stati Uniti (gruppo di paesi 1– 3); i numeri business, brevi e a valore aggiunto si intendono esclusi in ogni caso.

www.m-budget-mobile.ch/maxione

FCM

I prodotti M-Budget sono in vendita presso:


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Idee e acquisti per la settimana

Sun Look Kids

Mai senza crema solare La linea di prodotti solare Sun Look Kids si allarga: il nuovo roll-on funziona come un deodorante, è maneggevole, e quindi è particolarmente indicato per essere accuratamente spalmato sulla pelle dei più piccoli. Anche all’ombra la protezione solare per i bambini è indispensabile, dal momento che la pelle giovane è particolarmente delicata e già in cinquedieci minuti possono verificarsi delle scottature. Le creme di Sun Look Kids sono specialmente sviluppate per questi bisogni. Lo speciale filtro UVA/ UVB protegge da subito ed è resistente all’acqua.

Sun Look Kids Spray SF 50+, 250 ml Fr. 15.50

Sun Look Kids Sun Milk SF 30, 200 ml Fr. 10.20

Sun Look Kids Roll-on SF 50+, 50 ml Fr. 6.30

Spalmare la crema è assolutamente necessario, perché i bambini piccoli non hanno ancora sviluppato il meccanismo di autodifesa della pelle.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti Migros, tra cui anche Sun Look Kids.


Per una fioritura rigogliosa. Peso ridotto del 50% e privo di torba

20%

9.95 finora 12.90

Il terriccio «leggero» per le piante da balcone e da vaso COMPO SANA Struttura leggera e soffice, buona crescita delle radici, fertilità al 100%, 35 l 6581.106

Effetto prolungato 5 mesi

Effetto prolungato 6 mesi

20%

20%

5.95

5.50

Coni concimanti per gerani e piante fiorite GESAL 30 pezzi 6583.094

Fertilizzante per gerani e piante fiorite GESAL Per una fioritura rigogliosa e duratura, 1 l 6582.293

finora 7.50

doitgarden.ch

Azioni valide fino al 23.5.2016, fino a esaurimento dello stock.

finora 6.95

20% l’uno

12.90

finora 16.50

Concime a effetto prolungato con lana di pecora GESAL Puramente organico con almeno il 40% di lana di pecora, 3 kg 6582.327–329


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Idee e acquisti per la settimana

Papeteria

Per ogni appunto il foglio giusto

Taccuino A5 «What makes you happy» uniforme Fr. 4.90

Anche in epoca digitale, il classico blocco degli appunti ha ancora molto da offrire. Con fogli a righe, a quadretti o completamente bianchi, per uso professionale o privato: il marchio Papeteria della Migros propone pratici taccuini in tutti i formati possibili e decorati con soggetti vivaci. Grazie all’ampia scelta, non è assolutamente un problema trovare la copertina adatta a un determinato argomento. E così, non si corre il rischio di perdere informazioni importanti o idee «geniali» partorite durante il caos creativo.

Taccuino A6 «Nikita» a righe Fr. 5.90 Taccuino A5 «Say Something» a righe Fr. 9.80

Il contenuto non traspare e così si possono spedire anche documenti importanti: PAP Buste B5 senza finestra FSC, 20 pezzi Fr. 2.90

Ogni esigenza ha il suo taccuino: a righe, a quadretti o senza linee.


Ù I P 11 % E T N E I N E V N O C

OLTRE 4 MILIONI DI ACQUISTI DIMOSTRANO CHE LA MIGROS È PIÙ CONVENIENTE DELLA COOP. In collaborazione con l’Istituto di ricerche di mercato indipendente LP, dal 26 aprile al 2 maggio 2016 abbiamo ripetuto il più grande confronto di prezzi nel settore del commercio al dettaglio svizzero, prendendo in considerazione oltre 5000 articoli. Nell’ambito di questo studio oltre 4 milioni di acquisti, realmente effettuati, sono stati messi a confronto con acquisti avvenuti alla Coop. Il risultato? Alla Migros si risparmia il 11,9%. È quindi dimostrato ciò che i nostri clienti sanno da sempre: LA MIGROS È SEMPRE PIÙ CONVENIENTE.

MGB www.migros.ch W

L I E R T L O


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Azione 20 del 16 maggio 2016 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu