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dal primo maggio in edicola con 12 pagine Questo che avete in mano è l’ultimo numero zero. Dal primo maggio l’Altro sarà in edicola nella sua edizione completa di 12 pagine. Sarà un giornale di politica, di cultura ma anche di sport e divertimento. Costerà un euro, comprateci.

la sinistra quotidiana

edizionaeria straordin mercoledì

22 aprile 2009

anno primo numero zero www.altronline.it info@altronline.it direttore piero sansonetti progetto grafico giorgio cappozzo

25 aprile, ritorno al futuro

A

nche questo 25 aprile si celebra in un clima di polemiche. Per la possibile partecipazione di Berlusconi alla manifestazione, della quale molto si è discusso, e in genere perché la festa della Liberazione, nell’immaginario collettivo, resta una festa della sinistra, e la destra ha qualche difficoltà a considerarla sua, e la sinistra ha qualche difficoltà ad accettare di condividerla. La festa del 25 aprile, a parte i significati politici che ha assunto di

anno in anno - legati alle polemiche politiche e alle lotte politiche del momento - ha un valore generale. Un valore legato ai grandi principi che sono stati affermati dalla Resistenza, e che sono alla base della nostra comunità, della nostra civiltà. Non è così? Non è questo l’unico senso vero di questa data? Non sta qui la sua importanza politica? In questo numero speciale dell’Altro, affrontiamo il 25 aprile proponendovi il pensiero di due leader politici di grande prestigio e molto

diversi tra loro. Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini. Un esponente della sinistra e uno della destra. Ciascuno con le sue idee. Col suo punto di vista. Bertinotti vede nel 25 aprile e nel ricordo della Resistenza il rinascere dell’idea dell’uguaglianza. Fini cerca nel 25 aprile l’unità nazionale, una idea condivisa di democrazia, di libertà e anche di patria. Vedete bene che davvero non sono idee che coincidono. Sono ben distinte. Possono dialogare? Questa è la novità: sì, possono dialogare.

da sinistra e da destra

La Resistenza ci lascia un valore: l’uguaglianza Fausto Bertinotti

O

ra e sempre Resistenza. Quante volte questa frase così impegnativa è risuonata tra le genti d’Italia che si sono riconosciute in quella comune origine, in quella comune fondazione del nostro popolo. Quante volte nei lunghi inverni, come nelle primavere, della Repubblica l’abbiamo ripetuta ed ascoltata. Ogni volta come a innovare una consegna, un lascito, uno dei pochi a cui anche la mia generazione politica ha sentito il dovere di essere fedele. Anche quando la memoria della Resistenza si oscurava c’era sempre chi, testimone dell’unica religione civile del paese, levava la sua voce a segnalarlo dolorosamente, perché si potesse riprendere il cammino interrotto. Sui morti di Reggio Emilia già allora si denunciava il torto di “chi si è già scordato di Duccio Galimberti”. Dalla Resistenza erano passati poco più che quindici anni. Non è mai stato facile far vivere l’eredità della Resistenza, tra Costituzione inattuata e Resistenza tradita. Eppure l’uno, l’antifascismo, e l’altra, la Costituzione, hanno continuato a scavare nel profondo, anche quando s’era infranto il vento della stagione eccezionale che l’aveva animata, sospinti nell’attualità dalle lotte sociali, democratiche e civili, dal movimento operaio e dalle forze politiche e culturali che si sono battute per il cambiamento dell’ordine esistente. C’è stato il tempo della lotta perché la storia dell’antifascismo e della Resistenza non fossero occultate e cancellate dalla rivincita delle forze conservatrici che le volevano espulse persino dai libri di storia. [segue a pagina 2]

Basta divisioni, è la festa di tutti gli italiani Gianfranco Fini

L

a ricorrenza del 25 aprile deve essere innanzitutto l’occasione per una comune e serena riflessione sulla qualità della nostra odierna democrazia. Occorre chiedersi, sessantaquattro anni dopo la riconquista della libertà in Italia, come siano vissuti oggi dagli italiani i valori ideali e civili che si affermarono nel 1945 e che vennero subito dopo posti a fondamento della Costituzione repubblicana. Accanto alla necessaria rievocazione storica, ritengo che ci si debba tutti interrogare sui modi per rafforzare la cultura della libertà e per rilanciare la passione civile dei cittadini. Confrontato con quello di tanti anni fa, il quadro odierno presenta luci e ombre. Tra le luci, sicuramente l’affermazione della democrazia dell’alternanza, che ha contribuito a rendere più moderna la vita politica del nostro Paese avvicinandola a quella delle più progredite nazioni d’Europa e d’Occidente. In questo ambito, è positiva anche la raggiunta consapevolezza, da parte della generalità delle forze politiche, che la democrazia vive di valori comuni non meno che di diversità culturali. E’ il riconoscimento della Costituzione nata dalla Resistenza come carta dei valori per tutti gli italiani, senza le discriminazioni e senza le arbitrarie esclusioni dettate dall’ideologia. Tra le ombre, indicherei un certo abbassamento della tensione morale. Appaiono ad esempio molto lontani i tempi dell’entusiasmo, dell’ottimismo e delle forti idealità che accompagnarono i lavori dell’Assemblea Costituente nel biennio 1946-1947. [segue a pagina 2]


Un giornale “Altro” senza obblighi né padroni [segue dalla prima]

[segue dalla prima]

La Resistenza ci lascia un valore: l’uguaglianza

Basta divisioni, è la festa di tutti gli italiani

Fausto Bertinotti

C

i voleva una voce come quella di Piero Calamandrei per appellarsi ai giovani e ai dimentichi per dire loro: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei lager dove furono sterminati …». C’è stato il tempo della lotta dura e difficile, con più di una sconfitta, per portare lo spirito della Costituzione nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, per trasformarlo in diritti sul lavoro, in diritti di cittadinanza e di libertà, in diritti dei lavoratori, delle donne, in allargamento e arricchimento della cittadinanza. La talpa deve aver ben scavato se ora li chiamiamo i trent’anni gloriosi. C’è stato il tempo del balzo di tigre, quando una generazione di operai e di studenti riacchiapparono per i capelli il sogno dei padri e ritentarono la scalata al cielo. E’ stato il momento in cui si è andati più vicini a quell’idea di un’altra Italia in un altro mondo, che era stato il tratto decisivo dell’antifascismo. E c’è stata la resistenza, con la minuscola questa volta, dopo la sconfitta e il rovescio subiti, il tempo dell’onda ormai lunga di una modernizzazione mercantile che ogni conquista ha voluto abbattere, che ogni radice civile e culturale ha voluto desertificare, per ridurre la storia dell’Italia all’istante da consumare nel mercato in un tempo senza futuro perché ormai senza passato. C’è stato allora il darsi appuntamento anche nelle celebrazioni ufficiali del 25 aprile perché li attraversasse il segno di un impegno politico seppur sconfitto e disperso, non domato. Ma ora? Ora, quando? Ora, dentro una crisi profonda, dura, drammatica. Una crisi che ci vede senza quella sinistra che dovrebbe fronteggiarla nell’unico modo capace di restituire al fronteggiamento un senso politico compiuto: quello della lotta per un’alternativa di modello sociale. Una crisi che è insieme una crisi dell’economia e della democrazia, che è la crisi proprio di ciò che è stato chiamato il turbocapitalismo, il capitalismo totalizzante, il capitalismo finanziario globalizzato, cioè di questo capitalismo. Il capitalismo della disuguaglianza, quale molla dell’innovazione e dello sviluppo, il capitalismo a-democratico. Il capitalismo della grande crisi. E se questo inattuale 25 aprile ci inducesse proprio di fronte a questa crisi a scoprire il suo moto più profondo per ritrovarne tutta l’attualità? L’antifascismo si è fatto Costituzione mettendo a base della Repubblica due grandi idee, la democrazia progressiva e quella secondo la quale l’essenza della democrazia è l’eguaglianza. Perciò gli anticomunisti la denunciano come bolscevica. In realtà l’eguaglianza è stata, nel passaggio dalla Resistenza alla Costituzione, proprio ciò che l’antifascismo, la cultura unitaria dell’antifascismo, ha posto a base della nuova Italia. E’ stato il suo lascito più ambizioso e perciò il più oscurato. Quello che neppure nei trent’anni gloriosi si è riusciti a realizzare. Quello che nei trent’anni ingloriosi, che sono giunti fin qui, si è cercato di seppellire per sempre. Ma ora che essi sono piombati nella crisi, sarà bene disseppellire proprio quella promessa, se si vuole riprogettare il nostro futuro: la promessa più ambiziosa della Resistenza. Perciò la commemorazione del 25 aprile del 1945 che oggi è necessaria è quella che sa ritrovare nella Resistenza l’utopia concreta dell’eguaglianza. Eguaglianza è la parola giusta per ricordare e per riprendere il cammino.

Gianfranco Fini

I

nuovi pericoli per la democrazia - oggi che non esiste più la minaccia dei totalitarismi - possono venire proprio dall’affievolimento delle passioni civili. Senza una cittadinanza attiva, convinta e consapevole gli istituti della libertà rischiano di illanguidire e di indebolirsi, soprattutto in un periodo, come l’odierno, in cui le decisioni che riguardano la vita di milioni e milioni di uomini sono prese anche da una pluralità di soggetti che agiscono nella dimensione globale e sovranazionale, e si trovano quindi al di fuori del controllo diretto da parte dei cittadini. Le nuove grandi sfide che attendono la nostra democrazia del XXI secolo - in primis l’integrazione degli immigrati - richiedono risposte innovative, che possono essere raggiunte solo attraverso un dibattito politico e culturale di alto profilo. E vanno innanzitutto affrontate rinsaldando i vincoli della coesione sociale e politica, rafforzando il senso di appartenenza alla comunità nazionale. In questo senso, la consapevolezza delle radici storiche e ideali della nostra libertà deve essere fattore di unità morale del nostro popolo. E deve esserlo oggi in modo ancora più intenso rispetto ai decenni passati, quando viceversa le festività civili - e quella del 25 aprile in particolare - sono state talvolta vissute (dobbiamo avere tutti l’onestà intellettuale di ammetterlo) con spirito di parte e di divisione. Il 25 aprile deve essere percepito realmente, e in profondità, come la festa della libertà di tutti gli italiani, senza ambiguità, senza reticenze, senza “se” e senza “ma”. S’è consolidata da anni una visione largamente condivisa della vicenda nazionale che riconosce l’antifascismo, inteso come sinonimo di libertà e rifiuto di ogni dittatura, il fondamento storico della democrazia italiana e che vede nella Resistenza la parte che difese le ragioni della democrazia contro la barbarie del nazismo. Nello stesso tempo, è largo il riconoscimento che la vittoria della libertà passò anche per la stagione sanguinosa della guerra civile. E fu guerra civile non solo perché vide italiani combattersi su fronti opposti; non solo perché fu caratterizzata da innumerevoli efferatezze e crudeltà; non solo perché produsse lacerazioni profonde nel Paese e nel nord Italia in particolare; fu guerra civile, quella del terribile biennio 1943-1945, perché - come ha notato lo storico Claudio Pavone - portò allo scontro frontale tra due diverse idee di nazione. L’una, nutrita dal nazionalismo fascista, conduceva all’espansionismo, al razzismo e all’annullamento dei diritti dell’uomo. L’altra, indissolubilmente legata ai valori della libertà e della democrazia, portava alla costruzione di una nuova stagione di progresso civile per l’Italia. Non c’è dubbio che l’idea “giusta” di nazione fosse la seconda. Solo dopo averlo affermato senza reticenze si può poi rilevare che non tutto lo schieramento antifascista fosse ispirato da princìpi democratici. Si può rilevare che c’erano formazioni partigiane che videro il conflitto fascismo-antifascismo più come lotta di classe che come battaglia per la libertà della nazione. Come scrivemmo a Fiuggi «tutti i democratici erano antifascisti, ma non tutti gli antifascisti erano democratici». Quello che però conta, dopo sessantaquattro anni, è che a partire dal 25 aprile 1945 l’Italia fu ricostruita sui valori della libertà, dei diritti e della dignità dell’uomo. Quello che oggi conta è che da allora non fu più possibile pensare la Patria separatamente

fausto bertinotti

gianfranco fini

In questo 25 aprile senza sinistra riscoprire la Resistenza per fronteggiare il capitalismo della grande crisi

Nella guerra civile si scontrarono due idee di Italia: una era giusta, l’altra era sbagliata. Ora bisogna unire e non dividere

dalla democrazia, anche se per lunghi anni il concetto stesso di Patria conobbe una sorta di eclisse indebolendosi come valore unificante per gli italiani. E fu solo con la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi che questo valore è tornato a essere un grande riferimento comune... Ma proprio considerando questa «moralità nella Resistenza», per usare sempre una bella espressione di Pavone, non si comprende perché una parte consistente delle forze che si sono più convintamente e più intensamente richiamate, nei decenni passati, alla tradizione dell’antifascismo non abbiano a lungo voluto conoscere tutte le pagine della guerra civile, soprattutto la scia di sangue dell’immediato dopoguerra. Non si trattava certo di rivalutare le “ragioni” dei vinti né di equipararle a quelle dei vincitori, quanto piuttosto di ricostruire in tutte le sue dimensioni umane e personali l’immensa tragedia vissuta dal popolo italiano tanti anni fa. «Non dimenticare - ha scritto Piero Fassino in un articolo uscito qualche anno fa su l’Unità - significa anche fare i conti con le pagine tragiche dell’immediato dopoguerra. Quando la vittoria agognata acceca la ragione dei vincitori e i vinti sono più vinti e indifesi che mai. Non abbiamo chiuso gli occhi - e dobbiamo continuare a non chiuderli - per restituire giustizia a quanti furono vittime di episodi di vendetta e di esecuzioni sommarie che solo la tremenda asprezza di quella stagione può spiegare, ma non giustificare». Non avrebbe dunque senso oggi - ammesso e non concesso che un senso l’abbia mai avuto - strumentalizzare il 25 aprile nella polemica politica. Invocare l’antifascismo contro partiti oggi presenti sulla scena nazionale ci porterebbe solo ad arretrare sulla via delle conquiste di questi anni. La Festa della Liberazione deve essere una festa che unisce, non una ricorrenza che divide. La democrazia italiana deve guardare con fiducia al futuro e con serenità al passato. L’uso politico della storia non fa bene né alla storia né alla politica. Dopo tanti anni, il valore dell’antifascismo deve poter essere proposto nel suo legame con i valori della nazione e della riconciliazione tra italiani. Patria e riconciliazione furono tra le prime parole che risuonarono alla Costituente nella seduta inaugurale del 25 giugno 1946. Ecco l’appello di Vittorio Emanuele Orlando nel suo intervento tenuto in qualità di presidente provvisorio dell’Assemblea: «… Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero (Orlando si riferiva alle preoccupazioni, in quei mesi forti, per la politica della Jugoslavia di Tito alla frontiera nordorientale, ndr), un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia». Il resoconto stenografico dice che l’Assemblea si levò in piedi tributando all’anziano statista, che trent’anni prima aveva guidato l’Italia nella difficile prova della Prima guerra mondiale, applausi «vivissimi, prolungati, generali». E’ un passo che ci riporta al clima e al linguaggio di tanti anni fa. Ma in esso troviamo alcuni dei grandi sentimenti prevalenti all’alba della democrazia: l’entusiasmo per la libertà riconquistata accanto al desiderio di unità degli italiani. Sono sentimenti che non temono l’usura del tempo e che devono ispirare le giuste celebrazioni del 25 aprile.

eccoci Piero Sansonetti quattro pagine che Queste distribuiamo oggi, e nei

prossimi giorni, a Roma e a Milano, sono l’ultima prova. La seconda edizione - diciamo così - del numero zero del nostro nuovo quotidiano. Da ora in poi lavoriamo per preparare il numero 1, quello che andrà in edicola il primo maggio, e poi tutti i numeri successivi. Ogni

giorno vi offriremo 12 pagine, di informazione, di dibattito, di intrattenimento, di ricerca. Ci occuperemo soprattutto di politica e di cultura, ma non esclusivamente di politica e di cultura. Cercheremo di darvi delle idee su come va il mondo e anche qualcosa con cui distrarsi, o divertirsi, o passare il tempo. Il giornale sarà suddiviso in varie parti. La prima parte, di cinque pagine, dedicata all’attualità. Poi il paginone centrale, culturale, che si chiamerà Queer. Subito dopo le pagine di spettacoli, satira, sport, divertimento. Per chiudere due pagine dedicate alle discussioni, al dibattito politico, alle polemiche, alle lettere. Cercheremo di darvi una informazione completa - anche se i tempi di chiusura non ci permetteranno di offrirvi le ultime notizie della sera e della notte - e di darvi una informazione un po’ diversa da quella degli altri gior-

nali. Vi presenteremo il nostro punto di vista e ci sforzeremo di presentarvelo sempre in modo molto completo, e cioè offrendovi le informazioni necessarie per approvare o respingere quel punto di vista. E comunque non ci fermeremo al nostro punto di vista: faremo uno sforzo per farvi leggere anche punti di vista diversi dal nostro, cioè lavoreremo molto per sviluppare un confronto aperto. Giornale aperto non vuol dire che il giornale non avrà una sua linea. Avrà una linea, ma non si accontenterà di illustrarla: la sottoporrà continuamente a critica, con la disposizione dell’animo a cambiare idea, a farsi correggere. Siamo convinti che sia questo il modo giusto per costruire delle idee nuove, e senza idee nuove, e forti, e serie, non si costruisce la sinistra del prossimo decennio. Il nostro obiettivo è quello di dare una mano a costruire

Dal primo maggio 12 pagine in edicola per dare un’informazione diversa. Nessun finanziamento pubblico questa sinistra nuova. Per questo, in ogni modo e tutti i giorni cercheremo di buttare giù i tabù, di mettere in discussione le certezze, di esplorare strade nuove, di contaminarci con idee diverse dalle nostre. Vi promettiamo la massima apertura, e già lo vedete in questo numero zero, caratterizzato dall’editoriale di Gianfranco Fini assieme a quello di Fausto Bertinotti. Ma non saremo canne al vento, non ci faremo risucchiare dal senso comune: faremo l’opposto, resteremo piantati nel campo della sinistra e faremo dell’anticonfor-

Quando le ronde sono di sinistra L’ossessione sicurezza si veste di rosso: dal governo Prodi ai sindaci sceriffo Anna Simone

I

n Italia la certezza del reato viene dopo la certezza della pena. La colpevolezza presunta e etnicizzata con l’aiuto dei media e delle politiche razziste, volute principalmente dalla Lega, ma abbondantemente avviate già dalla scorsa legislatura, costituisce in sé, contro ogni principio costituzionale, motivo sufficiente per attraversare l’universo delle patrie galere. Uno dei capisaldi del fondamento garantista, che dovrebbe reggere qualsiasi stato di diritto, è stato incautamente rovesciato dalla gestione isterica di due fatti sociali recenti come lo stupro della Caffarella e come l’assurdo arresto di due rumeni, poi processati e prosciolti in direttissima, accusati ingiustamente di sciacallaggio in Abruzzo. Ben quattro pacchetti presentati attraverso l’uso della decretazione d’urgenza nel giro di pochi mesi di cui due diventati legge, quasi ottocento ordinanze amministrative e diverse circolari ministeriali, molta propaganda politica e tanta, tantissima confusione creata grazie all’aiuto dei media che cavalcano l’onda della paura collettiva. Ma paura di cosa? I dati Istat sulla criminalità in Europa ci dicono che tra i paesi europei l’Italia ha la fortuna di avere una delle percentuali più basse di incidenza delittuosa. Ciononostante la sicurezza continua a tenere banco come se fosse essa stessa l’unica politica possibile all’interno di un progetto liberale che, paradossalmente, finisce con l’essere liberticida. E’ dagli anni ’90 che tra i sociologi europei serpeggia la certezza di un mutamento sociale dovuto alla crisi dei sistemi di welfare state. Un mutamento che ha portato a considerare le società contemporanee come “società del rischio”, altamente complesse e differenziate. E il rischio, per sua natura probabilistico a differenza del pericolo, può essere governato in due modi: attraverso la gestione delle emergenze, anche laddove l’emergenza stessa consiste in un banalissimo e quasi “normale” fatto di cronaca nera (non esistono società senza crimini) o attraverso le politiche di prevenzione del crimine

stesso che nel nostro paese si traducono solo in politiche altamente repressive nei confronti degli immigrati e della marginalità sociale. Assistiamo a una sorta di follia collettiva che ha contribuito anche a rovesciare alcuni luoghi comuni ideologici. Chi ricorda il linciaggio di alcuni immigrati al Pigneto sa bene quanto quella caccia al “fascista” sia diventata una caccia contro un “uomo qualunque” con un bel tatuaggio di Che Guevara sul braccio. Così come per reagire alla provocazione delle ronde, per fortuna stralciate dalle Camere all’indomani del parere negativo del Csm, alcuni “compagni” hanno ben pensato di istituire le contro-ronde o “ronde rosse” che dir si voglia, tanto per ripristinare ulteriormente la cultura

liberticida del “controllo dei territori”. Anche alcune femministe sono cadute nella trappola e all’indomani dello stupro della Caffarella si sono lanciate in analisi sulla possibilità che potesse esistere una propensione a delinquere degli uomini rumeni dovuta alla storia politica del loro paese. Una forma di giustificazionismo che produce inconsapevolmente razzismo. Una follia collettiva, un gran parlare,

mercoledì 22 aprile

mismo la nostra bandiera. Sappiamo benissimo che la nostra è una impresa difficile. Oltretutto partiamo in pochi, con pochi mezzi e - unico giornale di sinistra - partiamo senza finanziamento pubblico. Questo vuol dire che risponderemo solo a noi stessi, e ai lettori, per quello che scriviamo e facciamo. Non abbiamo padroni, non abbiamo obblighi, non abbiamo ragion di stato da difendere. E non dobbiamo niente a nessuno, neppure allo Stato né ai cittadini che pagano le tasse. Se pensate che oggi ci sono editori che riscuotono finanziamenti pubblici - pagati dai cittadini - anche per due testate, e che hanno trasformato il finanziamento pubblico in una gallina dalle uova d’oro, in un business, ammetterete che se non altro vi diamo, in partenza, una garanzia di serietà. Speriamo che voi ci ricambierete con la vostra fiducia.

che ci sposta continuamente dall’oggetto vero del contendere: come possiamo sentirci più sicuri e sicure se ci vengono negate tutte le libertà messe saggiamente a punto dalla cultura garantista? Una delle costanti di Maroni e di questo governo consiste nel bisogno spasmodico di individuare continuamente nuove fattispecie di reato, peraltro già abbondantemente presenti nel codice penale. E allora ci si ritrova a discutere per due mesi del “reato di clandestinità” (non può esistere fattispecie di reato basata su una condizione dell’essere, ma solo sulla condizione di un “fare”) salvo poi chiamarlo “divieto di ingresso illegale sul territorio italiano” o si paventa l’ipotesi del “reato di sciacallaggio” laddove esistono già articoli del codice penale che puniscono furti e saccheggi. Più si costruiscono reati ad hoc, più la popolazione si sente rassicurata. Ma la società sta ben oltre. Non a caso, purtroppo, l’unico insegnamento che sembra aver colto dalle politiche securitarie è quello della giustizia “fai da te”, di un’idea di libertà autistica e proprietaria che si struttura dialetticamente a partire dalla negazione assoluta della libertà altrui.

l’altro nel pallone

José Mourinho, lo special... bluff

Darwin Pastorin

M

a chi è veramente José Mourinho, l’allenatore dell’Inter che piace agli intellettuali (oh, gli intellettuali!) per il suo linguaggio forbito (da noi basta poco per gridare al saggio, al profeta, al nuovo Calvino: “empatia”, “prostituzione culturale”, persino “non sono un pirla”), per la sua antipatia scambiata

per carattere, per dire ciò che pensa, senza mezzi termini, scatenando furori dentro e fuori l’Inter? Si presenta “preparato” alle interviste (ma chi è il suo Suggeritore?), provocando Mario Sconcerti per la sua amicizia con Roberto Mancini (nel caso: dov’è il peccato?), ricordando a Piero Chiambretti il flop del suo film; non risparmia niente e nessuno: dai suoi giocatori, ai colleghi: ma quante banalità su Ancelotti e Ranieri! Crede, davvero, di essere Special One: e da noi trova terreno fertile. Perché da noi basta poco per suscitare il Bene e il Male, la Simpatia e l’Odio. L’avversione o il tap-

petino. Mourinho ha saputo entrare nelle nostre vene scoperte con facilità: basta poco, nel calcio come altrove, per diventare fenomeni da prima pagina, per far versare fiumi (spesso inutili) d’inchiostro, per bucare il video. Certo, non mancano i meriti:  tentare di proporre, sempre e comunque, un calcio d’attacco, la fiducia al giovane Santon, le belle parole per Adriano in difficoltà. Ma sono di più le cadute di tono, l’eleganza dialettica che vacilla, più “stiletto” dunque che “stile”. Vincerà lo scudetto, ma ha già detto addio alla Champions League. Lo stesso cammino del tanto vituperato

Mancini. Ha fatto comprare Quaresma,  il popolarissimo “Trivela”, finito poi al Chelsea. Ha celebrato, nei giorni d’estate,  l’ex romanista Diamantino Mancini, per poi lasciarlo sbadigliare in panchina o in tribuna. Tra i dimenticati eccellenti vi sono anche Cruz e Jimenez. Certo, lascerà il segno. Perché non è banale, perché conosce le regole del gioco, perché c’è chi lo descrive come il Nuovo Fenomeno. Per noi, recuperando Fernando Pessoa, è “una sola moltitudine”. Il soggetto e, nel contempo,  la maschera. Un’occasione (forse) non ancora perduta.


Un giornale “Altro” senza obblighi né padroni [segue dalla prima]

[segue dalla prima]

La Resistenza ci lascia un valore: l’uguaglianza

Basta divisioni, è la festa di tutti gli italiani

Fausto Bertinotti

C

i voleva una voce come quella di Piero Calamandrei per appellarsi ai giovani e ai dimentichi per dire loro: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei lager dove furono sterminati …». C’è stato il tempo della lotta dura e difficile, con più di una sconfitta, per portare lo spirito della Costituzione nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, per trasformarlo in diritti sul lavoro, in diritti di cittadinanza e di libertà, in diritti dei lavoratori, delle donne, in allargamento e arricchimento della cittadinanza. La talpa deve aver ben scavato se ora li chiamiamo i trent’anni gloriosi. C’è stato il tempo del balzo di tigre, quando una generazione di operai e di studenti riacchiapparono per i capelli il sogno dei padri e ritentarono la scalata al cielo. E’ stato il momento in cui si è andati più vicini a quell’idea di un’altra Italia in un altro mondo, che era stato il tratto decisivo dell’antifascismo. E c’è stata la resistenza, con la minuscola questa volta, dopo la sconfitta e il rovescio subiti, il tempo dell’onda ormai lunga di una modernizzazione mercantile che ogni conquista ha voluto abbattere, che ogni radice civile e culturale ha voluto desertificare, per ridurre la storia dell’Italia all’istante da consumare nel mercato in un tempo senza futuro perché ormai senza passato. C’è stato allora il darsi appuntamento anche nelle celebrazioni ufficiali del 25 aprile perché li attraversasse il segno di un impegno politico seppur sconfitto e disperso, non domato. Ma ora? Ora, quando? Ora, dentro una crisi profonda, dura, drammatica. Una crisi che ci vede senza quella sinistra che dovrebbe fronteggiarla nell’unico modo capace di restituire al fronteggiamento un senso politico compiuto: quello della lotta per un’alternativa di modello sociale. Una crisi che è insieme una crisi dell’economia e della democrazia, che è la crisi proprio di ciò che è stato chiamato il turbocapitalismo, il capitalismo totalizzante, il capitalismo finanziario globalizzato, cioè di questo capitalismo. Il capitalismo della disuguaglianza, quale molla dell’innovazione e dello sviluppo, il capitalismo a-democratico. Il capitalismo della grande crisi. E se questo inattuale 25 aprile ci inducesse proprio di fronte a questa crisi a scoprire il suo moto più profondo per ritrovarne tutta l’attualità? L’antifascismo si è fatto Costituzione mettendo a base della Repubblica due grandi idee, la democrazia progressiva e quella secondo la quale l’essenza della democrazia è l’eguaglianza. Perciò gli anticomunisti la denunciano come bolscevica. In realtà l’eguaglianza è stata, nel passaggio dalla Resistenza alla Costituzione, proprio ciò che l’antifascismo, la cultura unitaria dell’antifascismo, ha posto a base della nuova Italia. E’ stato il suo lascito più ambizioso e perciò il più oscurato. Quello che neppure nei trent’anni gloriosi si è riusciti a realizzare. Quello che nei trent’anni ingloriosi, che sono giunti fin qui, si è cercato di seppellire per sempre. Ma ora che essi sono piombati nella crisi, sarà bene disseppellire proprio quella promessa, se si vuole riprogettare il nostro futuro: la promessa più ambiziosa della Resistenza. Perciò la commemorazione del 25 aprile del 1945 che oggi è necessaria è quella che sa ritrovare nella Resistenza l’utopia concreta dell’eguaglianza. Eguaglianza è la parola giusta per ricordare e per riprendere il cammino.

Gianfranco Fini

I

nuovi pericoli per la democrazia - oggi che non esiste più la minaccia dei totalitarismi - possono venire proprio dall’affievolimento delle passioni civili. Senza una cittadinanza attiva, convinta e consapevole gli istituti della libertà rischiano di illanguidire e di indebolirsi, soprattutto in un periodo, come l’odierno, in cui le decisioni che riguardano la vita di milioni e milioni di uomini sono prese anche da una pluralità di soggetti che agiscono nella dimensione globale e sovranazionale, e si trovano quindi al di fuori del controllo diretto da parte dei cittadini. Le nuove grandi sfide che attendono la nostra democrazia del XXI secolo - in primis l’integrazione degli immigrati - richiedono risposte innovative, che possono essere raggiunte solo attraverso un dibattito politico e culturale di alto profilo. E vanno innanzitutto affrontate rinsaldando i vincoli della coesione sociale e politica, rafforzando il senso di appartenenza alla comunità nazionale. In questo senso, la consapevolezza delle radici storiche e ideali della nostra libertà deve essere fattore di unità morale del nostro popolo. E deve esserlo oggi in modo ancora più intenso rispetto ai decenni passati, quando viceversa le festività civili - e quella del 25 aprile in particolare - sono state talvolta vissute (dobbiamo avere tutti l’onestà intellettuale di ammetterlo) con spirito di parte e di divisione. Il 25 aprile deve essere percepito realmente, e in profondità, come la festa della libertà di tutti gli italiani, senza ambiguità, senza reticenze, senza “se” e senza “ma”. S’è consolidata da anni una visione largamente condivisa della vicenda nazionale che riconosce l’antifascismo, inteso come sinonimo di libertà e rifiuto di ogni dittatura, il fondamento storico della democrazia italiana e che vede nella Resistenza la parte che difese le ragioni della democrazia contro la barbarie del nazismo. Nello stesso tempo, è largo il riconoscimento che la vittoria della libertà passò anche per la stagione sanguinosa della guerra civile. E fu guerra civile non solo perché vide italiani combattersi su fronti opposti; non solo perché fu caratterizzata da innumerevoli efferatezze e crudeltà; non solo perché produsse lacerazioni profonde nel Paese e nel nord Italia in particolare; fu guerra civile, quella del terribile biennio 1943-1945, perché - come ha notato lo storico Claudio Pavone - portò allo scontro frontale tra due diverse idee di nazione. L’una, nutrita dal nazionalismo fascista, conduceva all’espansionismo, al razzismo e all’annullamento dei diritti dell’uomo. L’altra, indissolubilmente legata ai valori della libertà e della democrazia, portava alla costruzione di una nuova stagione di progresso civile per l’Italia. Non c’è dubbio che l’idea “giusta” di nazione fosse la seconda. Solo dopo averlo affermato senza reticenze si può poi rilevare che non tutto lo schieramento antifascista fosse ispirato da princìpi democratici. Si può rilevare che c’erano formazioni partigiane che videro il conflitto fascismo-antifascismo più come lotta di classe che come battaglia per la libertà della nazione. Come scrivemmo a Fiuggi «tutti i democratici erano antifascisti, ma non tutti gli antifascisti erano democratici». Quello che però conta, dopo sessantaquattro anni, è che a partire dal 25 aprile 1945 l’Italia fu ricostruita sui valori della libertà, dei diritti e della dignità dell’uomo. Quello che oggi conta è che da allora non fu più possibile pensare la Patria separatamente

fausto bertinotti

gianfranco fini

In questo 25 aprile senza sinistra riscoprire la Resistenza per fronteggiare il capitalismo della grande crisi

Nella guerra civile si scontrarono due idee di Italia: una era giusta, l’altra era sbagliata. Ora bisogna unire e non dividere

dalla democrazia, anche se per lunghi anni il concetto stesso di Patria conobbe una sorta di eclisse indebolendosi come valore unificante per gli italiani. E fu solo con la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi che questo valore è tornato a essere un grande riferimento comune... Ma proprio considerando questa «moralità nella Resistenza», per usare sempre una bella espressione di Pavone, non si comprende perché una parte consistente delle forze che si sono più convintamente e più intensamente richiamate, nei decenni passati, alla tradizione dell’antifascismo non abbiano a lungo voluto conoscere tutte le pagine della guerra civile, soprattutto la scia di sangue dell’immediato dopoguerra. Non si trattava certo di rivalutare le “ragioni” dei vinti né di equipararle a quelle dei vincitori, quanto piuttosto di ricostruire in tutte le sue dimensioni umane e personali l’immensa tragedia vissuta dal popolo italiano tanti anni fa. «Non dimenticare - ha scritto Piero Fassino in un articolo uscito qualche anno fa su l’Unità - significa anche fare i conti con le pagine tragiche dell’immediato dopoguerra. Quando la vittoria agognata acceca la ragione dei vincitori e i vinti sono più vinti e indifesi che mai. Non abbiamo chiuso gli occhi - e dobbiamo continuare a non chiuderli - per restituire giustizia a quanti furono vittime di episodi di vendetta e di esecuzioni sommarie che solo la tremenda asprezza di quella stagione può spiegare, ma non giustificare». Non avrebbe dunque senso oggi - ammesso e non concesso che un senso l’abbia mai avuto - strumentalizzare il 25 aprile nella polemica politica. Invocare l’antifascismo contro partiti oggi presenti sulla scena nazionale ci porterebbe solo ad arretrare sulla via delle conquiste di questi anni. La Festa della Liberazione deve essere una festa che unisce, non una ricorrenza che divide. La democrazia italiana deve guardare con fiducia al futuro e con serenità al passato. L’uso politico della storia non fa bene né alla storia né alla politica. Dopo tanti anni, il valore dell’antifascismo deve poter essere proposto nel suo legame con i valori della nazione e della riconciliazione tra italiani. Patria e riconciliazione furono tra le prime parole che risuonarono alla Costituente nella seduta inaugurale del 25 giugno 1946. Ecco l’appello di Vittorio Emanuele Orlando nel suo intervento tenuto in qualità di presidente provvisorio dell’Assemblea: «… Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero (Orlando si riferiva alle preoccupazioni, in quei mesi forti, per la politica della Jugoslavia di Tito alla frontiera nordorientale, ndr), un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia». Il resoconto stenografico dice che l’Assemblea si levò in piedi tributando all’anziano statista, che trent’anni prima aveva guidato l’Italia nella difficile prova della Prima guerra mondiale, applausi «vivissimi, prolungati, generali». E’ un passo che ci riporta al clima e al linguaggio di tanti anni fa. Ma in esso troviamo alcuni dei grandi sentimenti prevalenti all’alba della democrazia: l’entusiasmo per la libertà riconquistata accanto al desiderio di unità degli italiani. Sono sentimenti che non temono l’usura del tempo e che devono ispirare le giuste celebrazioni del 25 aprile.

eccoci Piero Sansonetti quattro pagine che Queste distribuiamo oggi, e nei

prossimi giorni, a Roma e a Milano, sono l’ultima prova. La seconda edizione - diciamo così - del numero zero del nostro nuovo quotidiano. Da ora in poi lavoriamo per preparare il numero 1, quello che andrà in edicola il primo maggio, e poi tutti i numeri successivi. Ogni

giorno vi offriremo 12 pagine, di informazione, di dibattito, di intrattenimento, di ricerca. Ci occuperemo soprattutto di politica e di cultura, ma non esclusivamente di politica e di cultura. Cercheremo di darvi delle idee su come va il mondo e anche qualcosa con cui distrarsi, o divertirsi, o passare il tempo. Il giornale sarà suddiviso in varie parti. La prima parte, di cinque pagine, dedicata all’attualità. Poi il paginone centrale, culturale, che si chiamerà Queer. Subito dopo le pagine di spettacoli, satira, sport, divertimento. Per chiudere due pagine dedicate alle discussioni, al dibattito politico, alle polemiche, alle lettere. Cercheremo di darvi una informazione completa - anche se i tempi di chiusura non ci permetteranno di offrirvi le ultime notizie della sera e della notte - e di darvi una informazione un po’ diversa da quella degli altri gior-

nali. Vi presenteremo il nostro punto di vista e ci sforzeremo di presentarvelo sempre in modo molto completo, e cioè offrendovi le informazioni necessarie per approvare o respingere quel punto di vista. E comunque non ci fermeremo al nostro punto di vista: faremo uno sforzo per farvi leggere anche punti di vista diversi dal nostro, cioè lavoreremo molto per sviluppare un confronto aperto. Giornale aperto non vuol dire che il giornale non avrà una sua linea. Avrà una linea, ma non si accontenterà di illustrarla: la sottoporrà continuamente a critica, con la disposizione dell’animo a cambiare idea, a farsi correggere. Siamo convinti che sia questo il modo giusto per costruire delle idee nuove, e senza idee nuove, e forti, e serie, non si costruisce la sinistra del prossimo decennio. Il nostro obiettivo è quello di dare una mano a costruire

Dal primo maggio 12 pagine in edicola per dare un’informazione diversa. Nessun finanziamento pubblico questa sinistra nuova. Per questo, in ogni modo e tutti i giorni cercheremo di buttare giù i tabù, di mettere in discussione le certezze, di esplorare strade nuove, di contaminarci con idee diverse dalle nostre. Vi promettiamo la massima apertura, e già lo vedete in questo numero zero, caratterizzato dall’editoriale di Gianfranco Fini assieme a quello di Fausto Bertinotti. Ma non saremo canne al vento, non ci faremo risucchiare dal senso comune: faremo l’opposto, resteremo piantati nel campo della sinistra e faremo dell’anticonfor-

Quando le ronde sono di sinistra L’ossessione sicurezza si veste di rosso: dal governo Prodi ai sindaci sceriffo Anna Simone

I

n Italia la certezza del reato viene dopo la certezza della pena. La colpevolezza presunta e etnicizzata con l’aiuto dei media e delle politiche razziste, volute principalmente dalla Lega, ma abbondantemente avviate già dalla scorsa legislatura, costituisce in sé, contro ogni principio costituzionale, motivo sufficiente per attraversare l’universo delle patrie galere. Uno dei capisaldi del fondamento garantista, che dovrebbe reggere qualsiasi stato di diritto, è stato incautamente rovesciato dalla gestione isterica di due fatti sociali recenti come lo stupro della Caffarella e come l’assurdo arresto di due rumeni, poi processati e prosciolti in direttissima, accusati ingiustamente di sciacallaggio in Abruzzo. Ben quattro pacchetti presentati attraverso l’uso della decretazione d’urgenza nel giro di pochi mesi di cui due diventati legge, quasi ottocento ordinanze amministrative e diverse circolari ministeriali, molta propaganda politica e tanta, tantissima confusione creata grazie all’aiuto dei media che cavalcano l’onda della paura collettiva. Ma paura di cosa? I dati Istat sulla criminalità in Europa ci dicono che tra i paesi europei l’Italia ha la fortuna di avere una delle percentuali più basse di incidenza delittuosa. Ciononostante la sicurezza continua a tenere banco come se fosse essa stessa l’unica politica possibile all’interno di un progetto liberale che, paradossalmente, finisce con l’essere liberticida. E’ dagli anni ’90 che tra i sociologi europei serpeggia la certezza di un mutamento sociale dovuto alla crisi dei sistemi di welfare state. Un mutamento che ha portato a considerare le società contemporanee come “società del rischio”, altamente complesse e differenziate. E il rischio, per sua natura probabilistico a differenza del pericolo, può essere governato in due modi: attraverso la gestione delle emergenze, anche laddove l’emergenza stessa consiste in un banalissimo e quasi “normale” fatto di cronaca nera (non esistono società senza crimini) o attraverso le politiche di prevenzione del crimine

stesso che nel nostro paese si traducono solo in politiche altamente repressive nei confronti degli immigrati e della marginalità sociale. Assistiamo a una sorta di follia collettiva che ha contribuito anche a rovesciare alcuni luoghi comuni ideologici. Chi ricorda il linciaggio di alcuni immigrati al Pigneto sa bene quanto quella caccia al “fascista” sia diventata una caccia contro un “uomo qualunque” con un bel tatuaggio di Che Guevara sul braccio. Così come per reagire alla provocazione delle ronde, per fortuna stralciate dalle Camere all’indomani del parere negativo del Csm, alcuni “compagni” hanno ben pensato di istituire le contro-ronde o “ronde rosse” che dir si voglia, tanto per ripristinare ulteriormente la cultura

liberticida del “controllo dei territori”. Anche alcune femministe sono cadute nella trappola e all’indomani dello stupro della Caffarella si sono lanciate in analisi sulla possibilità che potesse esistere una propensione a delinquere degli uomini rumeni dovuta alla storia politica del loro paese. Una forma di giustificazionismo che produce inconsapevolmente razzismo. Una follia collettiva, un gran parlare,

mercoledì 22 aprile

mismo la nostra bandiera. Sappiamo benissimo che la nostra è una impresa difficile. Oltretutto partiamo in pochi, con pochi mezzi e - unico giornale di sinistra - partiamo senza finanziamento pubblico. Questo vuol dire che risponderemo solo a noi stessi, e ai lettori, per quello che scriviamo e facciamo. Non abbiamo padroni, non abbiamo obblighi, non abbiamo ragion di stato da difendere. E non dobbiamo niente a nessuno, neppure allo Stato né ai cittadini che pagano le tasse. Se pensate che oggi ci sono editori che riscuotono finanziamenti pubblici - pagati dai cittadini - anche per due testate, e che hanno trasformato il finanziamento pubblico in una gallina dalle uova d’oro, in un business, ammetterete che se non altro vi diamo, in partenza, una garanzia di serietà. Speriamo che voi ci ricambierete con la vostra fiducia.

che ci sposta continuamente dall’oggetto vero del contendere: come possiamo sentirci più sicuri e sicure se ci vengono negate tutte le libertà messe saggiamente a punto dalla cultura garantista? Una delle costanti di Maroni e di questo governo consiste nel bisogno spasmodico di individuare continuamente nuove fattispecie di reato, peraltro già abbondantemente presenti nel codice penale. E allora ci si ritrova a discutere per due mesi del “reato di clandestinità” (non può esistere fattispecie di reato basata su una condizione dell’essere, ma solo sulla condizione di un “fare”) salvo poi chiamarlo “divieto di ingresso illegale sul territorio italiano” o si paventa l’ipotesi del “reato di sciacallaggio” laddove esistono già articoli del codice penale che puniscono furti e saccheggi. Più si costruiscono reati ad hoc, più la popolazione si sente rassicurata. Ma la società sta ben oltre. Non a caso, purtroppo, l’unico insegnamento che sembra aver colto dalle politiche securitarie è quello della giustizia “fai da te”, di un’idea di libertà autistica e proprietaria che si struttura dialetticamente a partire dalla negazione assoluta della libertà altrui.

l’altro nel pallone

José Mourinho, lo special... bluff

Darwin Pastorin

M

a chi è veramente José Mourinho, l’allenatore dell’Inter che piace agli intellettuali (oh, gli intellettuali!) per il suo linguaggio forbito (da noi basta poco per gridare al saggio, al profeta, al nuovo Calvino: “empatia”, “prostituzione culturale”, persino “non sono un pirla”), per la sua antipatia scambiata

per carattere, per dire ciò che pensa, senza mezzi termini, scatenando furori dentro e fuori l’Inter? Si presenta “preparato” alle interviste (ma chi è il suo Suggeritore?), provocando Mario Sconcerti per la sua amicizia con Roberto Mancini (nel caso: dov’è il peccato?), ricordando a Piero Chiambretti il flop del suo film; non risparmia niente e nessuno: dai suoi giocatori, ai colleghi: ma quante banalità su Ancelotti e Ranieri! Crede, davvero, di essere Special One: e da noi trova terreno fertile. Perché da noi basta poco per suscitare il Bene e il Male, la Simpatia e l’Odio. L’avversione o il tap-

petino. Mourinho ha saputo entrare nelle nostre vene scoperte con facilità: basta poco, nel calcio come altrove, per diventare fenomeni da prima pagina, per far versare fiumi (spesso inutili) d’inchiostro, per bucare il video. Certo, non mancano i meriti:  tentare di proporre, sempre e comunque, un calcio d’attacco, la fiducia al giovane Santon, le belle parole per Adriano in difficoltà. Ma sono di più le cadute di tono, l’eleganza dialettica che vacilla, più “stiletto” dunque che “stile”. Vincerà lo scudetto, ma ha già detto addio alla Champions League. Lo stesso cammino del tanto vituperato

Mancini. Ha fatto comprare Quaresma,  il popolarissimo “Trivela”, finito poi al Chelsea. Ha celebrato, nei giorni d’estate,  l’ex romanista Diamantino Mancini, per poi lasciarlo sbadigliare in panchina o in tribuna. Tra i dimenticati eccellenti vi sono anche Cruz e Jimenez. Certo, lascerà il segno. Perché non è banale, perché conosce le regole del gioco, perché c’è chi lo descrive come il Nuovo Fenomeno. Per noi, recuperando Fernando Pessoa, è “una sola moltitudine”. Il soggetto e, nel contempo,  la maschera. Un’occasione (forse) non ancora perduta.


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