Genova Impresa ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali di Confindustria Genova.
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SOMMAR IO
Fabrizio Ferrari
Emanuele Orsini
4
EDITORIALE
LAVORARE PER IL FUTURO di Fabrizio Ferrari
8 L’INTERVISTA
AZIONI CONCRETE di Piera Ponta
12 STARTUP IA VERTICALE di Matilde Orlando
14 SVILUPPO E COMPETITIVITÀ
STRATEGIE DI SVILUPPO di Massimo Morasso
OLTRE IL LOGO
SISTEMI EFFICIENTI E SOSTENIBILI di Tommaso Botto
TECNOLOGIA IN ASCOLTO
COMPETENZE E PERSONALE QUALIFICATO
B2B IN UK
BONTÀ BENESSERE di Piera Ponta
CUSTODI DELLA BIODIVERSITÀ di Simona Bondanza
NUOVI SPAZI E SERVIZI
TACHYONS
NUOVE FRONTIERE
INSERTO ANGELO COSTA di Oreste Bazzichi
46
CONFINDUSTRIA IMPERIA VOCAZIONE EXPORT
48
CONFINDUSTRIA LA SPEZIA MODELLI INDUSTRIALI DEL FUTURO
50 UI SAVONA
OGGI E DOMANI di Gilberto Volpara 52 PICCOLA INDUSTRIA IMPERDIBILE!
55º CONVEGNO NAZIONALE DEI GIOVANI IMPRENDITORI DI CONFINDUSTRIA
60 COMUNICAZIONE
VIDEO, IDEE E TECNOLOGIA di Nello Brancaccio
62 TURISMO
ULISSEFEST di Angelo Pittro
66
FONDAZIONE ANSALDO
TEMPO: DUE FACCE
DELLA STESSA PAROLA di Vanda Moroni
70 LA CITTÀ
IL TEATRO È DI TUTTI di Michele Galli
NEW LOOK
76 CULTURA E SOCIETÀ
MUR MUR 3/7
CON DIVERSI MEZZI, MA DIALOGARE
SOLO MORMORANDO di Guido Conforti
IL “NUOVO” DAVANTI AGLI OCCHI di Luciano Caprile
FUOCO RITROVATO
101 VOCI FEMMINILI di Pier Antonio Zannoni
87 INDUSTRIA E LETTERATURA IN BEL MODO di Massimo Morasso
In copertina La sede di Confindustria Genova
Fabrizio Ferrari
Lavorare per il futuro
di
Il 22 luglio del 2025, Confindustria Genova organizzò un Convegno dedicato al Mediterraneo e alle opportunità del Piano Mattei per le imprese.
Nella nostra città l’incontro dedicato a un tema del genere riscosse un buon successo e in seguito, d’accordo con la Sindaca Silvia Salis, con il Presidente di Regione Liguria, Marco Bucci, con il Rettore dell’Università di Genova, Federico Delfino, e con lo Special Advisor di Confindustria con delega all’Autonomia strategica europea, Piano Mattei e Competitività, Antonio Gozzi, condividemmo di organizzarne un progetto più grande, che potesse diventare un appuntamento fisso della nostra città, orientato, sotto diversi aspetti, al futuro.
Ma la cosa non accadrà nel 2026, per diversi motivi. Quello più attuale è la conseguenza delle evoluzioni belliche che sono intervenute all’interno del Mediterraneo o nelle sue dirette vicinanze: da Gaza al Libano, all’Iran, agli stretti di Suez e di Hormuz, al Bosforo e al Mar Nero, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia da oltre quattro anni, e tutte le conseguenze che ciò ha per l’Europa, l’Italia e anche Genova.
Tuttavia, al di là di questi eventi così noti, di quelli meno noti e comunque soltanto meno valutati dai media in altre parti di Africa e di Medio Oriente, le difficili modalità di incontrarsi all’interno di convegni basati sul confronto dialettico piuttosto che sull’opposizione strutturata di parte contro parte, ci motivò a rimandare.
Vogliamo impostare un progetto pensato per entrare nel merito delle cose, evitando dinamiche da social network dove tutto passa velocemente, dove tutto ha lo stesso peso, creando un contesto dove è impossibile un lavoro di approfondimento e di confronto.
Il tema del Mediterraneo, come tutto ciò che sta accadendo e che accadrà oltre al 2026, ci interessa? E quanto? E come?
Per fortuna, uno spunto per cercare di procedere in altro modo ci è venuto dalla richiesta della Famiglia Costa di ricordare la scomparsa di Angelo, avvenuta 50 anni fa: una persona per noi di grande riferimento, anche come imprenditore e come rappresentante di imprenditori alla Presidenza di Confindustria, a partire dalla rinascita dell’economia e della società italiana dopo la guerra.
Con il suo ricordo e il suo insegnamento, abbiamo deciso di far partire proprio da questo la nostra annuale assemblea pubblica, con l’oggetto tutt’altro che facile di cercare un confronto su cosa sia successo, per punti essenziali, negli ultimi 50 anni e come questi potranno evolvere nei prossimi 50 anni; con
un focus ovviamente sull’Italia nel mondo, ma anche con qualche accenno su Genova, essendo la nostra città molto spesso un prototipo per i cambiamenti in arrivo.
Con la generazione degli imprenditori negli anni ’50 e ’60 e la Confindustria riavviata dopo la guerra proprio con Angelo Costa, abbiamo assistito a quello che tutti ricordiamo come il “miracolo italiano”, con il passaggio dell’Italia da un paese poco più che agricolo a uno industriale moderno, con una crescita del PIL da boom, aumento dei salari e dei consumi, migrazione interna.
Dal 1976 in poi l’Italia è entrata in una fase storica molto diversa e per molte ragioni, ma non tutte negative, in primis per il raggiungimento di un posto di eccellenza del Made in Italy nella produzione industriale mondiale e, conseguentemente, nelle esportazioni.
Il tessuto economico italiano e, al suo centro, la rete della manifattura sono strutturalmente costituiti dalla maggiore presenza, rispetto al resto d’Europa, di piccole imprese e di imprese familiari, che Angelo Costa ci ha insegnato a valutare come tali e come fosse necessario aiutarle a svilupparsi in quella modalità che negli ultimi 50 anni sempre di più è stata chiamata “sostenibile”. Lo Stato e in ogni caso la proprietà pubblica in alcune aziende e settori era ed è importante, ma Angelo Costa faceva leva centrale sulla libertà economica, l’iniziativa individuale, la responsabilità sociale degli imprenditori nella collaborazione con i lavoratori,
insieme a persone che andavano dietro quei principi come Adriano Olivetti, Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Giuseppe Orlando, Guido Carli.
Tuttavia, negli ultimi 50 anni molte novità, tra cui l’evoluzione demografica e la trasformazione digitale, hanno modificato la cultura, la quotidianità, le prospettive e le situazioni esistenti: e credo che per i prossimi 50 anni siamo chiamati a occuparcene dalle radici.
Nel corso della pubblica assemblea la parte più facile - perché oggettiva - sarà ricordare per punti essenziali l’evoluzione delle vicende storiche, politiche, sociali, economiche e tecnologiche.
La parte più complessa, anzi ipercomplessa, sarà cercare di condividere un problem setting per potere immaginare un efficace problem solving di situazioni che crediamo siano da intendere di una nuova era evolutiva dell’umanità, a partire dalle questioni demografiche e dalle questioni della proprietà del dato e dell’indipendenza tecnologica.
Sicuramente ci proveremo il 3 di luglio, ospiti a bordo della Costa Toscana, ma il nostro auspicio è che, una volta scesi a terra, continueremo a ragionare e a lavorare per il futuro.
In questo, magari, ci aiuterà riflettere sull’esperienza maturata per secoli da Genova non nel dominare gli altri, ma per avere relazioni con tutti, a partire dal Mediterraneo.●
Fabrizio Ferrari è Presidente Confindustria Genova
LONG TERM LIFE
A 50 anni dalla scomparsa di Angelo Costa, quali sfide dovremo vincere nei prossimi 50 anni?
Venerdì 3 luglio 2026
Costa Toscana, Genova - ore 10.00 / 12.30
Registrazione partecipanti e imbarco dalle ore 8.30
MAIN
SPONSOR
Angelo Costa ha vissuto come persona, cittadino e imprenditore la fase finale della modernità all’interno del Novecento: nato nella Belle Epoque, attraversato i trent’anni di guerra con l’esplodere dei totalitarismi e 100 milioni di morti, impegnato nella ricostruzione e nel “miracolo italiano”.
I 50 anni che noi abbiamo vissuto dopo di lui fino a oggi sono caratterizzati dalla postmodernità e dal suo cercare di vivere soltanto nel quotidiano, facendosi sommergere da un cambio d’epoca che ci invita fortemente a interrogarci e a dialogare insieme su dove si andrà in un mondo caratterizzato dalle principali novità di 4I: Infosfera, Ibrido, Ipercomplesso, Iperveloce.
Tutto ciò ci induce a occuparci in maniera efficace di processi radicali: dalla sostenibilità alla demografia, dai nostri obiettivi di vita alla cultura che ne consegue.
Per partecipare è necessario registrarsi al link https://longtermlife_2026.eventbrite.it
8.30 - 10.00
Imbarco partecipanti e welcome coffee
10.00 - 10.30
Saluti di benvenuto
Mario Zanetti, CEO Costa e Special Advisor di Confindustria per l’Economia del mare
Una nuova etica industriale.
Angelo Costa e la rinascita di Genova video a cura di Fondazione Ansaldo
Ricordo di Angelo Costa
Stefano Caselli, Dean SDA Bocconi School of Management
10.30
Intervento
Fabrizio Ferrari, Presidente Confindustria Genova
11.00
Tavola rotonda
Paolo Boccardelli, Rettore Università LUISS Guido Carli
Marco Bucci, Presidente Regione Liguria
Antonio Gozzi, Special Advisor di Confindustria con delega all’Autonomia strategica europea, Piano Mattei e Competitività
Giorgio Metta, Direttore Scientifico Istituto Italiano di Tecnologia
Silvia Salis, Sindaca di Genova
12.00
Intervista a Emanuele Orsini, Presidente Confindustria
CONDUCE Laura Cavestri, Il Sole 24 ORE
di Piera Ponta
Le propone il Presidente di Confindustria all’Europa, al Governo e alle parti sociali per rilanciare la crescita industriale.
Azioni concrete
“ Occorre favorire la crescita dimensionale e tecnologica delle PMI, perché il futuro della manifattura italiana passa da imprese più solide e innovative”
“ Dobbiamo accelerare il ritorno al nucleare”
“ È urgente lanciare un piano di formazione mirato all’Intelligenza Artificiale, per tutti i giovani”
Emanuele Orsini
L’Europa, energia, salari, “inverno” demografico: questioni urgenti e da affrontare con urgenza e determinazione, per assicurare un futuro alla manifattura italiana.
Il Presidente Emanuele Orsini analizza i numeri del Centro Studi Confindustria e di Bankitalia e quindi indica le leve sulle quali agire per non dover rinunciare all’industria nel nostro Continente e nel nostro Paese.
Presidente, nella sua relazione all’Assemblea di Confindustria di fine maggio, di fronte alla fragilità dell’economia italiana - più soggetta di altre alle recessioni globali e con tempi di recupero molto più lunghi - ha sottolineato l’urgenza di “mettere in sicurezza le imprese”, proponendo alla forze politiche e sociali cinque leve per rafforzarle: può fornirci qualche dettaglio di contesto e spiegare quali sarebbero gli effetti attesi dall’attivazione di tali leve? Partiamo dai dati elaborati dal nostro Centro Studi: negli ultimi 25 anni siamo cresciuti, in media, dello 0,4% annuo, contro l’1,4% del totale dell’Unione Europea, il 2,1% degli Stati Uniti e l’8% della Cina; nel complesso, il PIL italiano nel 2025 è superiore di appena il 10% rispetto al 2000, mentre il PIL europeo è aumentato del 40 %, quello degli
Stati Uniti di quasi il 70% e quello cinese del 586%. Per rilanciare la crescita industriale, dobbiamo quindi agire con responsabilità e coraggio su cinque leve: innanzitutto l’energia, il cui prezzo rappresenta ormai una minaccia esistenziale per le nostre imprese. In secondo luogo, è necessario favorire la crescita dimensionale e tecnologica delle piccole e medie imprese, perché il futuro della manifattura italiana passa da imprese medie e grandi più solide e innovative, anche grazie alla disponibilità di incentivi fiscali a fusioni e acquisizioni e attraverso il trasferimento di know-how e competenze dalle grandi imprese alle piccole e medie all’interno delle singole filiere. La terza leva sono i contratti di sviluppo, sui quali stiamo lavorando con il MIMIT per renderli più efficaci e flessibili. In questo ambito, particolare attenzione deve essere rivolta a favorire l’adozione di tecnologie di Intelligenza Artificiale in tutte le filiere della manifattura, accompagnata da un piano di formazione che coinvolga tutti i lavoratori. La quarta leva riguarda la semplificazione normativa e la riforma della legge 231, indispensabili per assicurare un ambiente giuridico stabile e prevedibile. Infine - quinta e ultima leva -, risorse adeguate agli obiettivi, che devono essere mobilitate combinando risorse pubbliche e capitali privati. La nostra proposta al Governo e alle parti sociali è analizzare insieme quelle misure fiscali che hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro, e identificare 20 miliardi da riallocare alla crescita, alla sanità, alla scuola. E poi dobbiamo convincere i risparmiatori, anche con incentivi fiscali, a investire nelle imprese italiane: già l’1% dei 1500 miliardi fermi in depositi bancari (magari a rendimento zero) degli oltre 6mila miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie si tradurrebbe in 15 miliardi di nuovi investimenti.
Il Commissario europeo Stephane Séjourné ha dichiarato che dall’inizio del mandato di questa Commissione (dicembre 2024), l’Europa ha perso 250mila occupati nella manifattura, che si traducono in un milione di occupati in meno nell’indotto. Qual è il suo commento al riguardo? I dati citati confermano la crisi del sistema industriale europeo: gli alti costi dell’energia, la mancanza di investimenti, la pressione della burocrazia incidono pesantemente sull’iniziativa imprenditoriale e sui livelli occupazionali. Non abbiamo fatto nulla per mantenere l’industria nel nostro Continente, anzi, la spingiamo ad andarsene e a delocalizzare. In Confindustria crediamo profondamente nell’Europa e siamo convinti che soltanto un’azione comune possa rispondere alle sfide globali che dobbiamo affrontare: geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche... ma dobbiamo cambiare passo, concentrandoci su tre priorità: un vero mercato unico dell’energia (che significa, innanzi tutto, un unico acquirente delle fonti energetiche, per abbassarne i prezzi e una profonda revisione delle attuali politiche climatiche europee, a partire dal sistema ETS, che oggi grava pesantemente sui costi energetici e produttivi delle imprese europee), un vero mercato unico dei capitali e del risparmio, con sistemi fiscali e regole sugli investimenti uguali per ogni Paese, e - soprattutto - un debito comune per finanziare investimenti strategici in ambiti quali le infrastrutture energetiche, il nucleare, l’intelligenza artificiale, le scienze della vita e la difesa. Parliamo di investimenti strategici e non del finanziamento della spesa corrente degli Stati membri: il debito comune deve servire esclusivamente a rafforzare la competitività, la capacità di innovazione e l’autonomia stra-
tegica dell’Europa. A questo si aggiunge la necessità di una forte semplificazione della normativa europea: solo negli ultimi due mesi del 2025, nonostante gli annunci di una marcata riduzione regolamentare, sono stati presentati 10 nuovi pacchetti legislativi e altri 12 sono previsti per il 2026.
Riprendendo il tema dell’energia (primo tra le cinque leve su cui agire per supportare la crescita delle imprese e tra le priorità da affrontare a livello europeo), cosa propone, più in dettaglio, Confindustria?
Le imprese - e le famiglie - italiane pagano l’energia ai prezzi più cari d’Europa: per scelte fatte nel passato, rinunciando al nucleare, o per le resistenze a livello regionale e locale all’individuazione di aree idonee per impianti fotovoltaici ed eolici di grande taglia. Noi chiediamo con forza che l’energia torni a essere una competenza esclusiva dello Stato e si superi lo stallo legato ai permessi per le rinnovabili: oggi ne risultano bloccati circa 4000; siamo a 85 gigawatt installati, di cui un terzo non è stato ancora allacciato alla rete, mentre altri 131 gigawatt sono in attesa di autorizzazione. Un problema enorme, che va affrontato e risolto subito. E poi dobbiamo accelerare il ritorno al nucleare, perché insieme alle rinnovabili e a un potenziamento della rete elettrica, il nucleare rappresenta la corrente di continuità indispensabile per il sistema. Le nostre imprese sono disponibili anche a ospitare piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti e distretti produttivi. Non possiamo mancare l’obiettivo dell’autonomia energetica del Paese: ne va non solo della competitività delle nostre imprese, ma anche della sicurezza nazionale.
Secondo Bankitalia entro il 2040 il numero di persone in età lavorativa in Italia si ridurrà di circa cinque milioni di unità, provocando una contrazione del PIL stimata nell’11%, pari all’8% in termini pro capite. Pesano gli effetti dell’inverno demografico, ma anche la scelta di molti giovani di costruire la propria carriera professionale all’estero, ritenendo poco attrattive le prospettive occupazionali offerte nel nostro Paese. Come invertire questo trend? Innanzi tutto dobbiamo affrontare la questione salariale: i salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna. Dobbiamo condividere tutti - Istituzioni e parti sociali - il principio per cui la retribuzione è un elemento di attrattività per l’Italia e per le sue imprese. E poi c’è la questione dei costi sempre più insostenibili delle abitazioni per le giovani famiglie. Il Piano Casa recentemente varato dal Governo nasce dalla consapevolezza che l’accesso ad abitazioni di qualità a prezzi sostenibili rappresenta una condizione essenziale per favorire l’occupabilità, sostenere le giovani famiglie e contrastare gli effetti dell’inverno demografico. Consentire ai lavoratori e alle fasce più deboli della società di accedere ad abitazioni di qualità a un prezzo sostenibile non è solo una misura sociale, ma un vero piano di politica economica che può contribuire alla crescita del Paese. Infine, ma non meno importante, parlando di prospettive occupazionali, mi preme sottolineare l’urgenza di lanciare un piano di formazione mirato all’Intelligenza Artificiale, da iniziare nelle scuole superiori di secondo grado, per tutti i giovani. Come sistema imprenditoriale siamo pronti a collaborare con la scuola pubblica e a sostenere percorsi formativi come abbiamo già fatto con gli ITS Academy.●
CON IL SOSTEGNO DI
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ver ticale
Quando la precisione non è un dettaglio.
Con Gabriele Minucci, CEO e Founder di LogosForge, conosciamo la tecnologia sviluppata dalla startup per trasformare la conoscenza documentale aziendale in un sistema intelligente, interrogabile e operativo.
Se dovessi mettere in luce tre caratteristiche di LogosForge in altrettante parole, quali sceglieresti? E perché? Sceglierei ingegneria, umanità e verticalità. Ingegneria, perché LogosForge nasce da competenze profonde in intelligenza artificiale, machine learning e software engineering. Non siamo partiti per cavalcare l’onda dell’IA, ma per costruire tecnologia nuova: solida, robusta, pensata per affrontare problemi reali e non solo per stupire. Umanità, perché crediamo in un’intelligenza artificiale che amplifichi il pensiero umano, senza sostituirlo. Per noi mettere le persone al centro non significa aggiungere un passaggio formale di approvazione, ma progettare strumenti che permettano all’utente di capire, verificare e controllare ciò che l’IA produce. Verticalità, perché Catenary, la nostra tecnologia proprietaria, nasce per i contesti in cui la precisione non è un dettaglio: documentazione tecnica, normativa, manuali, procedure, tabelle, codici. Sono ambiti in cui una
risposta generica non basta, perché spesso il valore si gioca su differenze minime. In tutto questo c’è anche un tratto molto ligure: poca apparenza e molta sostanza. Tecnologia vera, efficace, senza fronzoli.
Entriamo nel dettaglio: quale idea imprenditoriale è alla base di LogosForge e quali riscontri hai ottenuto fino ad oggi dal mercato?
La nostra tecnologia Catenary nasce da una necessità concreta, quasi da una frustrazione professionale. Prima di fondare LogosForge lavoravo nella mia azienda di consulenza AI e, seguendo casi reali, vedevo ripetersi lo stesso problema: gli strumenti di IA documentale disponibili erano spesso troppo generici e poco accurati quando la documentazione diventava complessa. Per un po’ ho aspettato che qualcuno costruisse una soluzione adeguata. Poi ho smesso di aspettare e ho iniziato a svilupparla io. Da quel lavoro è nato uno strumento efficace, con un potenziale di crescita molto ampio. A quel punto il passaggio da progetto tecnologico a startup è stato naturale, anche se tutt’altro che semplice. L’idea alla base di LogosForge è trasformare la documentazione aziendale da archivio passivo a sistema
di Matilde Orlando
Gabriele Minucci
intelligente, interrogabile e operativo. Le aziende possiedono enormi quantità di conoscenza, ma spesso questa conoscenza resta frammentata, difficile da consultare e complicata da trasformare in valore. I riscontri del mercato confermano questa direzione: molte imprese vogliono innovare ma stanno capendo che non basta “avere un’IA”. Serve uno strumento capace di trasformare conoscenza documentale in valore concreto.
A quali esigenze o nuove opportunità la startup intende rispondere e come?
Vogliamo rendere davvero utilizzabile la conoscenza delle aziende e renderla un moltiplicatore di valore e di produttività. Oggi molte soluzioni di IA documentale si basano su RAG e ricerca semantica. Sono approcci utili, ma nei documenti tecnici il punto non è soltanto trovare qualcosa di semanticamente simile: spesso bisogna riconoscere la differenza decisiva. Un codice, una soglia, una sigla, una versione, una tabella, un’eccezione normativa possono cambiare completamente il significato di una risposta. Il nostro software di IA Catenary è progettato proprio per questi casi. Da un lato è specializzato nell’acquisire e importare informazioni tecniche complesse, comprese tabelle articolate e strutture non lineari. Dall’altro utilizza algoritmi di retrieval dedicati per navigare, collegare e aggregare la conoscenza. Per esempio, può cercare codici anche in presenza di abbreviazioni o errori di battitura. Tutto questo viene reso più accurato da un training dedicato sui dati del cliente. A questi aspetti si aggiungono riservatezza e sostenibilità operativa: i documenti sono crittografati con chiavi uniche per cliente e i calcoli possono essere eseguiti completamente on premise, compresa la parte generativa. Catenary non è semplicemente una chat sui documenti. È una piattaforma di IA documentale che può integrare ricerca con automazioni, funzioni agentiche, versionamento e controllo degli accessi.
Quale percorso personale e professionale ti ha portato qui e quali sono le altre professionalità coinvolte in LogosForge?
Il mio percorso nasce da una formazione molto eclettica: liceo classico, Laurea in Scienza dei Materiali, Laurea in ingegneria Biomedica e Magistrale in bioingegneria con tirocinio a Cambridge. Dopo la laurea inizia una storia lavorativa di oltre dieci anni nell’intelligenza artificiale, nel machine learning e nello sviluppo software applicato a sistemi complessi. Ho iniziato in AGS dove mi sono occupato di computer vision, NLP e algoritmi avanzati di IA, fino al ruolo di ML team lead. Poi, in L.I.F.E. Italia, ho applicato l’IA in ambito biomedicale e IoT, progettando Splinter, un motore algoritmico proprietario per generare dati biometici in real time provenienti da tute sensorizzate. In seguito ho fondato G.M.S.C. Consulting, società genovese dedicata ad architetture di IA e sviluppo algoritmico. È lì che ho iniziato a sviluppare Catenary, partendo dai problemi che incontravo ogni giorno nei progetti di consulenza. Quando è diventato evidente che Catenary aveva un potenziale molto più ampio, è nata LogosForge, insieme a 5 soci di altissima professionalità ed esperienza che hanno creduto nella stessa visione. Oggi il team riunisce ingegneri, sviluppatori e professionisti specializzati in IA, architetture software e con-
trollo qualità, affiancati da figure dedicate a finanza e controllo, promozione e alla commercializzazione dei prodotti. Una squadra di rara eccellenza.
Guardando al futuro, quali sono le ambizioni di sviluppo e i progetti per la startup?
L’ambizione è chiara: portare Catenary a diventare l’IA documentale di riferimento a livello globale per i contesti tecnici e normativi. Sappiamo di muoverci in una nicchia di mercato impegnativa (quella dell’IA documentale in contesti tecnici e normativi) in cui esistono player molto più grandi di noi, ma crediamo di avere le carte in regola per superarli tecnologicamente nel giro di qualche anno. Non perché ci consideriamo migliori, ma perché stiamo costruendo una tecnologia diversa: meno dipendente dalle mode del momento e con maggior potenziale di crescita. Nei prossimi anni lavoreremo per ampliare le funzionalità di Catenary, sviluppare nuove verticalizzazioni, rafforzare partnership industriali e tecnologiche ed espandere il modello sui mercati internazionali. Vogliamo anche semplificare l’adozione dell’IA nelle aziende. Molte imprese sono preoccupate dalla proliferazione di troppi fornitori e strumenti di IA diversi. LogosForge vuole offrire una soluzione unica per l’IA documentale, integrando ricerca, gestione documentale, automazioni, controllo degli accessi e funzioni agentiche.
Una riflessione conclusiva: quali esperienze pregresse o inclinazioni personali ti sono state utili nel lavoro di startupper e, viceversa, cosa hai imparato in LogosForge che vuoi portarti anche “a casa”?
La formazione tecnica è stata fondamentale: mi ha dato metodo, rigore e capacità di affrontare problemi complessi. Ma passare da una piccola società di consulenza a una startup di prodotto è stato un salto enorme. Una startup di prodotto deve costruire qualcosa di solido, replicabile, scalabile e comprensibile dal mercato. Nel nostro caso la complessità è ancora maggiore, perché abbiamo scelto di mantenere il calcolo in casa per garantire riservatezza ai clienti e contenere i costi. È una scelta impegnativa, ma coerente con la nostra visione. Inoltre, ogni nuovo assistente IA che addestriamo è un’istanza a sé: per questo LogosForge sta diventando anche un’azienda di processo, capace di produrre nuove IA specializzate in modo sempre più strutturato e seriale. Ma forse la lezione più importante viene dalla mia formazione umanistica e riguarda il modo in cui vogliamo fare tecnologia. Mantenere le persone al centro deve essere qualcosa di concreto: non basta parlare di “human in the loop”. Serve davvero una soluzione trasparente che attragga e invogli l’utente ad essere coinvolto. L’IA deve valorizzare e potenziare la nostra umanità garantendo l’essenzialità del fattore umano. Proprio per questo in Catenary fonti, ipotesi e ragionamento dell’IA sono sempre visibili e consultabili, così l’utente può sempre verificare, controllare e approfondire il lavoro dell’IA. Chiuderei con il motto di Catenary: “Connect knowledge, share intelligence, protect value”. Un motto che riassume bene quello che facciamo quotidianamente: costruire tecnologia robusta e affidabile per trasformare la complessità in valore con l’IA; soprattutto dove la conoscenza documentale è tecnica, normativa, complessa e preziosa.●
di sviluppo
Ansaldo Energia, sotto la guida
dell’AD Fabrizio Fabbri, traina la filiera italiana della power generation.
Basta un dato per capire la portata della sfida: secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, la domanda globale di elettricità è destinata a raddoppiare entro il 2050. Già oggi cresce del 3% l’anno: un incremento pari all’intero consumo annuo del Giappone, o tre volte quello dell’Italia. A trainarla sono data center, intelligenza artificiale, elettrificazione dei trasporti e climatizzazione, ma anche l’aumento della popolazione e il maggiore accesso all’energia nei Paesi emergenti. In questo scenario l’energia torna al centro delle politiche industriali. Servono fonti programmabili e a basso impatto ambientale: da qui il boom della domanda di turbine a gas di nuova generazione e il rilancio del nucleare a livello globale. È qui che si colloca Ansaldo Energia, tra i principali operatori internazionali della power
generation. Il gruppo progetta e realizza turbine a gas e a vapore, generatori e sistemi per centrali elettriche, affiancando attività di manutenzione, monitoraggio digitale e upgrade degli impianti lungo tutto il ciclo di vita. L’azienda, con sede a Genova ma presente anche in Svizzera, Regno Unito ed Emirati Arabi, ha mantenuto il presidio sul nucleare ed è entrata di recente nel mercato dell’idrogeno con elettrolizzatori di tecnologia proprietaria. Con oltre 3.500 dipendenti nel mondo, di cui circa 2.600 in Italia, e più di 1.000 impianti installati in circa 100 Paesi, Ansaldo Energia è una delle principali realtà industriali europee del settore. Nel segmento delle turbine a gas di grande taglia, nel 2025 è stata prima in Europa con una quota del 42%, confermando una posizione di leadership nel conti-
di Massimo Morasso
Fabrizio Fabbri
nente. Su queste basi si innesta una nuova fase di crescita: il piano industriale punta a ricavi superiori ai 2 miliardi entro il 2029, investimenti per circa 500 milioni in cinque anni e un rafforzamento dell’occupazione, con nuove assunzioni già avviate.
Ma la forza di Ansaldo Energia va oltre l’azienda. Attorno al gruppo, i cui acquisti di beni e servizi ricadono per il 70% in Italia, si è sviluppata negli anni una filiera che coinvolge circa 200 imprese specializzate italiane, per oltre il 60% PMI, con un fatturato complessivo di 3,5 miliardi di euro e 1,1 miliardi di valore aggiunto. Un sistema che genera anche un impatto occupazionale rilevante: oltre 10.000 addetti nell’indotto diretto, che si sommano agli occupati del gruppo. La centralità di questa filiera è emersa nel giugno 2025, con la presentazione al Ministero delle Imprese e del Made in Italy dello studio sulla power generation italiana realizzato in collaborazione con Nomisma Energia.
Non solo una fotografia del settore, ma soprattutto uno strumento di guida per rafforzare coordinamento, competenze e presenza sui mercati esteri.
Negli ultimi mesi questo percorso ha preso forma attraverso numerose iniziative. Tra queste, il Protocollo d’intesa con Confindustria Genova volto a rafforzare le sinergie tra grande industria e PMI e a promuovere progetti condivisi su innovazione, formazione e internazionalizzazione. A rafforzare ulteriormente questa strategia si è aggiunto il recente accordo di Ansaldo Energia con SIMEST, la società del Gruppo CDP per l’internazionalizzazione, che consentirà alle imprese della filiera di accedere a strumenti finanziari dedicati per sostenere investimenti, innovazione e crescita sui mercati esteri.
Accanto a queste iniziative, Liguria, Lombardia e Piemonte hanno attivato nei mesi scorsi bandi e strumenti dedicati a progetti di filiera, formazione e internazionalizzazione, contribuendo a rafforzare competenze e competitività delle imprese lungo tutta la catena del valore.
Guardando alle prospettive, la filiera della power generation è destinata a giocare un ruolo crescente anche nel rilancio del nucleare. Nel mondo sono operativi oltre 420 reattori, con più di 60 in costruzione, mentre gli investimenti globali nel settore sono attesi raggiungere circa 120 miliardi di dollari l’anno al 2030.
In questo scenario, il rafforzamento dell’ecosistema industriale rappresenta una leva strategica per intercettare nuove opportunità, valorizzando competenze consolidate e aprendo la strada a nuove iniziative per impianti a gas e nel nucleare attuale e di nuova generazione. Il tutto facendo leva su capacità manifatturiera e know-how tecnologico che uniscono grandi, medie e piccole imprese in un sistema industriale capace di competere con successo sul mercato globale.●
Oltre
il logo
L’operazione di rebranding di Italmatch Chemicals ha richiesto ascolto e tempo per trovare un filo comune tra geografie, culture e mercati diversi e far emergere i valori condivisi, la mission e la vision del Gruppo.
Cambiarsi d’abito, per un’azienda industriale, non è mai un gesto superficiale. Nel manifatturiero, dove la reputazione si sedimenta nel tempo come una lega resistente, ogni rebranding porta con sé una domanda cruciale: si tratta solo di immagine o dell’emersione visibile di una trasformazione più profonda?
Per Italmatch Chemicals, gruppo chimico internazionale con quartier generale a Genova, la risposta sembra appartenere alla seconda categoria. La nuova corporate identity non è semplicemente un logo ridisegnato, ma il segnale di un passaggio evolutivo: da azienda cresciuta per linee esterne e competenze specialistiche a piattaforma globale della chimica avanzata, capace di parlare con un linguaggio unitario ai mercati, ai territori, agli investitori e alle persone. «Quando un’azienda cresce con la velocità e la scala con cui è cresciuta Italmatch negli ultimi vent’anni - osserva Maurizio Turci, Group CFO & General Manager di Italmatch Chemicals, - arriva il momento naturale in cui ci si ferma e
ci si chiede: la nostra identità racconta davvero tutto quello che siamo diventati?»
Fondata nel 1998, Italmatch Chemicals è oggi un player globale da circa 700 milioni di euro di fatturato, con oltre 1.100 dipendenti in 16 Paesi, 20 stabilimenti produttivi e 8 centri di ricerca e sviluppo tra Europa, Medio Oriente, Asia Pacifico e Americhe. Il gruppo opera in aree ad alta specializzazione: additivi per il trattamento delle acque, lubrificanti, ritardanti di fiamma, soluzioni per il settore energetico, l’elettrificazione e l’oleochimica. Una traiettoria costruita attraverso investimenti in ricerca, competenze industriali e 17 acquisizioni strategiche dal 2007 a oggi.
Nel mese di maggio, nella cornice sospesa tra mare e città di Terrazza Colombo a Genova, Italmatch ha svelato la sua nuova identità davanti a oltre cento ospiti, tra istituzioni territoriali e partner internazionali. Un nuovo logo, un sito web completamente rinnovato, una veste visiva contemporanea e un payoff che racchiude la doppia anima del gruppo: “Bonded by Chemistry. Driven by People”.
Una nuova architettura per un gruppo che guarda oltre i confini
Ogni acquisizione porta con sé un patrimonio: nomi, linguaggi, culture, codici visivi, storie industriali. Ma quando un gruppo cresce su scala globale, questa ricchezza rischia di trasformarsi in una costellazione difficile da leggere dall’esterno. Il nuovo brand nasce proprio per dare ordine, coerenza e direzione a questa pluralità.
«Il nodo centrale del progetto era la coerenza. Ogni acquisizione porta con sé una storia, un nome, una cultura visiva. Nel tempo, la somma di queste identità può diventare una ricchezza complessa da decodificare dall’esterno. Il rebranding ha affrontato entrambe le dimensioni, ridisegnando non solo il logo, ma l’intera architettura del marchio sotto un sistema visivo unitario», spiega Giulia Ciarapica, Head of Communication di Italmatch Chemicals, che ha coordinato l’intero progetto.
Il rebranding diventa così un nuovo sistema operativo dell’identità aziendale: non cancella le stratificazioni precedenti, ma le connette. Non semplifica la complessità, la rende leggibile. Non sostituisce la storia, la proietta in avanti. «Un rebranding non nasce da un’esigenza estetica - sottolinea Ciarapica. - Nasce quando si vuole che l’immagine proiettata all’esterno rispecchi pienamente la maturità e la complessità della propria organizzazione. Italmatch aveva bisogno di un’identità capace di tenere insieme questa evoluzione in modo solido e riconoscibile a livello globale». Per Turci, il cuore dell’operazione è stato ancora più profondo: individuare il filo comune capace di unire geografie, culture e mercati diversi. «Il lavoro più importante è stato far emergere i valori condivisi, la mission e la vision. Quando operi su quattro continenti e in culture molto diverse, trovare il filo comune richiede ascolto e tempo. Questa base rappresenta il vero fondamento su cui poggia tutto il resto». In mercati B2B altamente specializzati, la credibilità continua a misurarsi sulla qualità dei prodotti, sulla solidità tecnica e sulla forza delle relazioni. Ma in uno scenario globale sempre più volatile, anche la chiarezza comunicativa diventa un asset competitivo. «Un’identità forte non sostituisce la sostanza: la amplifica», aggiunge Turci.
Genova, radice e piattaforma del futuro
Nel nuovo racconto di Italmatch, Genova non è un dettaglio geografico. È la radice, il punto di origine, la matrice culturale da cui il gruppo ha sviluppato il proprio modo di stare nel mondo.
La città è l’headquarter del gruppo, dove operano oltre 80 professionisti, ma è anche il luogo in cui Italmatch ha formato il proprio capitale umano, definito il proprio modello organizzativo e costruito una mentalità naturalmente internazionale. Da Genova, il gruppo ha imparato a guardare oltre i confini: una vocazione coerente con una città portuale, industriale e aperta per definizione.
Scegliere il capoluogo ligure come palcoscenico per il lancio globale della nuova identità ha avuto quindi un significato preciso. «Questa città ci ha dato molto - afferma Turci.Un tessuto industriale solido, competenze tecniche di altissimo livello e una mentalità internazionale che sentiamo molto vicina al nostro modo di fare impresa. Celebrare qui questo passaggio significava dare a Genova un ruolo da assoluta protagonista».
La partecipazione delle istituzioni locali e associative, tra cui il Presidente della Regione Liguria Marco Bucci, la Consigliera Comunale Serena Finocchio e il Presidente di Confindustria Genova Fabrizio Ferrari, ha rafforzato il valore territoriale dell’evento.
«La presenza delle istituzioni e dell’associazione - rilancia il Group CFO & GM - testimonia che il legame con il territorio è reale, profondo e reciproco. Italmatch è un’azienda che mantiene testa e cuore a Genova, pur competendo sui mercati mondiali: un motivo di orgoglio condiviso con l’intera comunità economica locale».
Oltre il logo: la trasformazione come traiettoria industriale
La nuova identità visiva arriva in un momento in cui Italmatch sta ripensando molti dei propri asset strategici: digi-
talizzazione, integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi, investimenti in R&D orientati all’economia circolare e alla mobilità sostenibile, fino al rafforzamento della struttura finanziaria tramite l’emissione di un nuovo bond e linee ancillari per oltre 800 milioni di euro.
In questa prospettiva, il brand non è una cornice. È una superficie sensibile che rende visibile il movimento interno dell’organizzazione.
È il punto in cui strategia, finanza, innovazione e cultura aziendale trovano una forma riconoscibile.
«Non si tratta di iniziative parallele, ma di facce dello stesso progetto - evidenzia Turci. - La nuova veste visiva è la superficie visibile di una trasformazione industriale e finanziaria che va molto più in profondità. E come ogni reale cambiamento, la spinta parte dalle nostre persone».
Il futuro, per Italmatch, sembra quindi prendere forma lungo una direttrice precisa: tecnologie più intelligenti, processi più integrati, ricerca più vicina alle grandi transizioni industriali, un’identità più leggibile e una comunità aziendale capace di guidare il cambiamento.
«Un rebranding si lancia in una serata, ma si costruisce giorno dopo giorno nella coerenza tra il dire e il fare - conclude Giulia Ciarapica. - È proprio in questa consistenza che si misura l’impatto sul business development; in caso contrario, resterebbe solo un esercizio di forma».
La risposta per il futuro di Italmatch è racchiusa nel nuovo payoff: “Bonded by Chemistry. Driven by People”. Ma oggi quelle parole sembrano andare oltre il perimetro di un marchio. Diventano una soglia. Un punto di accesso a un nuovo spazio identitario, dove la chimica non è più solo materia che si trasforma, ma energia che connette persone, competenze, territori e visioni.
In questo orizzonte, Italmatch sembra entrare in una dimensione più ampia: un metaverso industriale fatto di laboratori fisici e piattaforme digitali, impianti produttivi e intelligenza artificiale, molecole e dati, radici genovesi e traiettorie globali. Un ecosistema in cui ogni stabilimento, ogni centro di ricerca, ogni persona diventa parte di una rete viva, interconnessa, capace di generare valore oltre i confini tradizionali dell’industria.
È qui che il rebranding assume il suo significato più profondo. Non un cambio di pelle, ma l’apertura di un nuovo ambiente narrativo e strategico.
Un luogo in cui la storia industriale del gruppo dialoga con il futuro, dove l’esperienza umana incontra la tecnologia e dove la chimica diventa linguaggio comune tra mondo reale e mondo digitale.
Perché se la chimica ha il potere di legare le molecole, sono le persone a dare un’anima a quelle connessioni. Sono le persone a trasformare un logo in appartenenza, una visione in movimento, un’impresa globale in una comunità capace di riconoscersi nello stesso futuro.
In questo equilibrio tra scienza e immaginazione, tra concretezza industriale e nuovi universi digitali, Italmatch ridisegna il proprio volto. Non per apparire diversa, ma per abitare con più consapevolezza il tempo che arriva: un tempo in cui l’identità non sarà più solo ciò che un’azienda mostra, ma lo spazio vivo in cui clienti, partner, territori e persone potranno incontrarsi, riconoscersi e costruire insieme la prossima evoluzione della chimica.●
e sostenibili Sistemi
Gli obiettivi ambiziosi dell’Unione Europea di abbattimento delle emissioni di CO2 hanno favorito la generazione di energia da fonti rinnovabili e l’elettrificazione dei processi industriali che dipendevano da fonti fossili. E anche lo shipping e le navi devono rispondere a esigenze di decarbonizzazione che portano verso l’elettrificazione. Da questo discende la necessità sia di ammodernare le reti elettriche, perché trasportino energia in modo più efficiente, sia la necessità di supportare il settore dello shipping con il cold ironing, ovvero la tecnologia per alimentare le navi in Porto, sia - mentre sono in navigazione - con sistemi di storage innovativi che colmino alcuni limiti e deficit prestazionali delle classiche batterie. Sebbene si stia parlando di ambiti molto diversi, ancorché accomunati dallo scambio di elettroni, grazie all’evoluzione dei materiali, i superconduttori, offrono finalmente risposte concrete e facilmente scalabili in casi applicativi per quelli che si potrebbero chiamare i domini “di terra” e “di mare”, andando quindi oltre alle applicazioni di “frontiera” come gli acceleratori di particelle e la fusione nucleare o quelle più conosciute in ambito medicale come la risonanza magnetica. Partiamo dallo shipping perché è il caso applicativo più recente riportato dalle cronache: a maggio 2026, si è tenuto a Bruxelles l’evento finale del programma Horizon Europe dedicato ai sistemi avanzati di accumulo energetico per il trasporto marittimo a zero emissioni. Tra i progetti anche V-ACCESS, focalizzato sullo sviluppo di sistemi ibridi che combinano le tradizionali batterie con supercondensatori e
sistemi di accumulo (SMES - Superconducting Magnetic Energy Storage) superconduttivi. Nel caso specifico, un’ulteriore peculiarità dello SMES risiede nell’utilizzo del materiale superconduttivo Diboruro di Magnesio - MgB2. Tali superconduttori sono progettati e prodotti a Genova da ASG Superconductors, azienda della Famiglia Malacalza, che negli ultimi 20 anni ha già sviluppato e fornito questa tecnologia insieme al CERN. Di fatto si tratta di un filo superconduttore, che lavora a temperature meno fredde dei superconduttori convenzionali e quindi più gestibili nelle applicazioni “industriali”, che può essere utilizzato sia per produrre cavi che accumulatori di energia. Il progetto V-Access, che coinvolge molte altre aziende, alcune “genovesi” come Fincantieri e Rina, ha visto l’utilizzo dei superconduttori in Diboruro di Magnesio per realizzare sistemi di accumulo ibrido; tali sistemi sono stati inseriti in una “microgrid” che simulasse la rete navale a corrente continua, e quello della DC - corrente continua è un trend che sta emergendo anche per le reti elettriche europee. L’accumulatore superconduttivo, che è in grado di rilasciare e accumulare energia molto velocemente e senza soffrire il pieno carico o svuotamento, è stato testato con successo al centro ETEF di Trieste che vede come Partner Fondatori Università di Trieste, Wärtsilä e Fincantieri ricreando le esatte condizioni a bordo nave. Nel corso dei tre anni del progetto, la maturità tecnologica dello SMES è stata incrementata portandola a un TRL 5-6 (TRL, Technological readiness level, un indice che individua tra 1 e 10 la maturazione della pro-
di Tommaso Botto
posta tecnologica), introducendolo inoltre nel mondo dello shipping. L’impiego dello SMES a bordo nave è un traguardo in vista, i tecnici europei del progetto V-Access riuniti a Bruxelles lo hanno stimato intorno al 2030 ma, certo, la roadmap passerà necessariamente attraverso collaborazioni con Armatori disposti a innovare.
Tornando con i piedi “per terra”, i superconduttori si candidano a diventare nell’arco di qualche anno una tecnologia di uso comune, efficiente, a ridotto impatto ambientale rispondendo ad alcune esigenze specifiche.
Nel caso del trasporto di energia con cavi, la compattezza di un superconduttore è una delle principali caratteristiche. A parità di potenza trasmessa, un superconduttore può ridurre fino a 20 volte l’ingombro di una linea elettrica convenzionale. In virtù di questa peculiarità, l’utilizzo in aree altamente antropizzate, data center, porti o aree industriali nei quali lo spazio rappresenta un asset prezioso, può rappresentare un vantaggio strategico in grado di abilitare nuove infrastrutture dove una soluzione con cavi convenzionali, semplicemente, non sarebbe stata possibile.
La compattezza, inoltre, porta benefici collaterali ulteriori: minore spazio occupato sul suolo implica anche minori costi di scavo e, conseguentemente, minori tempi di ottenimento dei permessi. Questo si traduce quindi in costi ridotti, efficientamento dei tempi e delle risorse e, tema non trascurabile, minore impatto sulla viabilità cittadina e/o portuale e sulla vita dei cittadini.
Il secondo importante vantaggio dei superconduttori è che trasmettono energia senza perdite. In virtù di questo, in base all’applicazione e alla potenza trasmessa, si può avere una riduzione delle perdite tra il 5% ed il 20% rispetto ai cavi convenzionali.
Non si tratta di teoria: mentre scriviamo si stanno effettuando le operazioni conclusive di installazione del sistema in cavo superconduttivo da 1 GW/polo prodotto negli stabilimenti ASG nell’ambito del progetto IRIS di INFN - finanziato con i fondi PNRR. Questo cavo rappresenta un unicum in Europa per i livelli di corrente (40'000 Ampere) a 25kV: a tali livelli di tensione un singolo cavo in rame tipicamente è dimensionato per 1'000 Ampere. In particolare, a fronte delle previsioni di fortissima crescita della domanda di energia elettrica, spinta anche dai data center hyperscale e dalla elettrificazione dei consumi in zone sempre più fortemente urbanizzate, l’opzione di utilizzare cavi superconduttori può rappresentare una valida risposta sia per risolvere colli di bottiglia urbani sia nelle dorsali ad alta densità. Il CERN di Ginevra, ancora una volta, si è dimostrato precursore, aprendo la strada all’utilizzo di questo superconduttore per alimentare il progetto Hi-Lumi. Concludendo, tra qualche anno, la collaborazione tra ricerca e industria, in questo caso, con orgoglio ligure - ASG Superconductors ha sede, azionisti e stabilimenti a Genova e La Spezia, con oltre 200 addetti altamente specializzatipotrebbe avvicinare in modo più spinto la superconduttività alla vita di tutti i giorni, a più di un secolo dalla sua scoperta scientifica datata 1911, rivoluzionando anche il modo in cui si pensa alla trasmissione e distribuzione di energia.●
Tommaso
Botto è Strategic Business Unit Director, Industry & Energy, ASG Superconductors
Tecnologia in ascolto
In un mercato che tende a proporre pacchetti predefiniti, Fiberwide si distingue trasformando le necessità del cliente in infrastrutture digitali su misura.
C’è un filo invisibile ma potentissimo che lega le eccellenze del territorio ligure. È la rete di dati e competenze che, negli ultimi anni, ha permesso a Genova di compiere balzi tecnologici decisivi. Chi oggi guarda con attenzione al panorama ICT italiano sa che Fiberwide Spa, realtà nazionale ma con radici nel tessuto genovese, ha saputo lasciare una traccia in numerosi progetti strategici per la città e non solo. L’Azienda ha appena inaugurato una nuova fase del suo percorso. Con il lancio della nuova Brand Identity, il Gruppo non si limita a un aggiornamento estetico, ma rende visibile un’impostazione operativa consolidata che vede, in un fatturato aggregato di 12,5 milioni di euro, la misura di una realtà ormai matura e pronta ad affrontare sfide di scala superiore.
Dalla “rete” al valore: il metodo dell’ascolto
In un mercato tecnologico spesso saturo di offerte omologate, Fiberwide ha scelto di distinguersi attraverso un posizionamento basato sul payoff “Tecnologie nate dall’Ascol-
to”. Questo metodo non è un concetto astratto, ma un processo rigoroso che permette di trasformare le necessità del cliente in infrastrutture digitali su misura. Elio Romagnoli, Presidente e CEO di Fiberwide, chiarisce la visione alla base del brand: «In un settore tecnologico che comunica spesso in modo omologato, abbiamo scelto di dare voce a ciò che i clienti ci riconoscono da sempre: la capacità di ascoltare. Questo posizionamento è nel nostro DNA. L’ascolto non è un concetto astratto, ma un metodo che crea valore concreto, permettendoci di disegnare soluzioni coerenti in un mercato che troppo spesso propone pacchetti predefiniti invece di risposte su misura».
Esperienza e innovazione al servizio del territorio Il legame di Fiberwide con Genova è tangibile e si riflette nel suo portfolio, che testimonia la capacità di gestire infrastrutture ad alta complessità. Tra i progetti che hanno segnato il percorso dell’azienda, spicca l’importante lavoro di interconnessione a 10 Giga che ha potenziato le infra-
strutture digitali cittadine, oltre all’impegno tecnologico nel settore sanitario con il progetto dell’ospedale diffuso e la donazione di una connettività a 10 Giga al Gaslini, per supportare tutta l’attività di ricerca, tele medicina e intrattenimento dei piccoli pazienti. Questi interventi rappresentano il modello operativo del Gruppo: una tecnologia che non si limita a “funzionare”, ma che si integra nel tessuto produttivo e sociale per migliorarne l’efficienza e la resilienza.
Un ecosistema integrato per la competitività
Oggi il Gruppo si propone come interlocutore unico, unendo le competenze specializzate di Fiberwide, Profexional e Fastnet. Ilenia De Bortoli, Direttore Generale di Fiberwide e Amministratore Unico di Profexional, sottolinea la solidità di questo ecosistema: «Questa identità riflette un piano industriale ambizioso e di lungo termine. Il nostro fatturato aggregato ha raggiunto i 12,5 milioni di euro, un traguardo sostenuto anche dall’emissione strategica di un minibond da 2 milioni. Oggi siamo una realtà patrimonialmente soli-
da, pronta a rispondere alle sfide del mercato con una struttura integrata e coerente». Per l’imprenditore genovese, questo si traduce nel poter contare su un partner che presidia l’intera filiera: dalla connettività TLC alle soluzioni Data Center Tier IV compliant. Daniele Ceriani, Chief Commercial Officer del Gruppo, aggiunge: «Il mercato oggi non cerca solo fornitori, ma partner capaci di semplificare la complessità. Grazie alla sinergia tra le aziende del Gruppo, siamo in grado di offrire soluzioni integrate “by design” che uniscono la sicurezza del nostro Data Center alla flessibilità delle soluzioni ICT. Questo nuovo volto dei brand comunica esattamente la nostra forza commerciale: un ecosistema unico che ascolta il mercato e risponde con soluzioni scalabili e sicure». Il 2026 apre dunque un capitolo di ulteriore sviluppo. Fiberwide si propone a Genova non solo come fornitore tecnologico, ma come partner industriale capace di tradurre la complessità digitale in un reale vantaggio competitivo, mettendo al centro le esigenze uniche di ogni impresa e Business Partner.●
Genova Impresa - Maggio / Giugno
Elio Romagnoli Ilenia De Bortoli Daniele Ceriani
Competenze e personale qualificato
Gli strumenti per le imprese.
Le imprese italiane si trovano oggi ad affrontare una delle sfide più rilevanti per la loro competitività: la crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. Un fenomeno che interessa in particolare il settore manifatturiero, dove il disallineamento tra competenze richieste e profili disponibili, insieme al cosiddetto “inverno demografico” rischia di rallentare la crescita e lo sviluppo del sistema produttivo. In questo contesto diventa sempre più importante saper intercettare competenze presenti in bacini di talento dal grande potenziale.
A delineare le principali dinamiche e gli strumenti a disposizione delle imprese è Maria Raffaella Caprioglio, presidente di Umana, tra le principali Agenzie per il lavoro in Italia.
Dott.ssa Caprioglio, quali sono oggi le principali criticità che riscontrano le imprese?
La difficoltà di reperimento del personale è ormai una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano. In molti comparti le aziende ricercano figure professionali difficili da trovare. Non si tratta solo di un divario quantitativo, ma anche qualitativo: le competenze richieste evolvono rapidamente e l’offerta disponibile fatica ad allinearsi a questa dinamica. A questo si aggiunge anche l’impatto dell’inverno demografico, che riduce progressivamente la popolazione in età lavorativa e contribuisce ad amplificare la carenza di personale. Per questo oggi occorre ampliare il perimetro delle competenze intercettabili, investendo su formazione e valorizzazione di bacini di talento che possono esprimere un potenziale significativo.
da diversi anni, sviluppiamo, insieme alle società di formazione del Gruppo, Umana Forma e U.Form, a partire dalle esigenze espresse dalle imprese, con tassi di placement vicini al 100%.
Ha parlato poi della mobilità internazionale: può rispondere al fabbisogno di competenze delle imprese?
Sì, se gestita in modo strutturato e qualificato. Negli anni, abbiamo sviluppato un modello con percorsi che prevedono selezione, formazione professionale e civico-linguistica nei Paesi d’origine, favorendo l’ingresso di lavoratori con competenze tecniche già consolidate. Umana segue l’intero processo, dalla selezione alla formazione fino agli aspetti burocratici e amministrativi. I percorsi, grazie a Forma.Temp, sono gratuiti per imprese e lavoratori. Operiamo nell’ambito della normativa vigente e delle misure del cosiddetto “decreto Cutro”, in particolare dell’art. 23 del Testo Unico sull’Immigrazione, con attenzione all’inserimento di lavoratori qualificati al di fuori delle quote del Decreto Flussi.
Quali sono i principali bacini di competenze su cui le imprese potrebbero concentrarsi?
Se parliamo, per esempio, del settore metalmeccanico, faccio sicuramente riferimento alle donne, ancora sottorappresentate in un ambito considerato tradizionalmente maschile. In questo senso, ampliare la partecipazione femminile può rappresentare una leva concreta per rafforzare la competitività delle aziende e la crescita del sistema produttivo. Un altro bacino di grande valore è rappresentato dai lavoratori qualificati provenienti dall’estero, che possono contribuire a rispondere a fabbisogni che il mercato interno non sempre riesce a soddisfare.
Partiamo dal tema della partecipazione femminile. Quanto spazio di crescita esiste per le donne nel metalmeccanico?
Nel metalmeccanico la presenza femminile resta inferiore rispetto ad altri comparti, soprattutto nelle mansioni produttive. Questo segnala un bacino di competenze significativo che il sistema produttivo può progressivamente intercettare e valorizzare. Negli ultimi anni le imprese hanno mostrato maggiore attenzione a percorsi che favoriscono l’ingresso delle donne nelle professioni tecniche e manifatturiere, con risultati positivi sia sul piano occupazionale sia della qualità degli inserimenti. Si tratta di iniziative che,
Che progetti state sviluppando su questo fronte?
Negli ultimi anni abbiamo sviluppato esperienze internazionali per costruire canali strutturati tra formazione e lavoro, con istituzioni e associazioni di categoria. L’intesa firmata ad aprile a Tunisi con il Ministero dell’Impiego e della Formazione Professionale, ANETI e ATFP, con il supporto dell’Ambasciata d’Italia, va in questa direzione: formare giovani tunisini e accompagnarli all’inserimento nelle imprese italiane, in una prima fase nel settore agricolo con Confagricoltura e poi in altri comparti. Il Progetto Ghana, avviato nel 2024, è stato il primo esempio di questo modello, basato su selezione mirata, formazione tecnica e certificazione linguistica fino all’inserimento lavorativo. Grazie a questa esperienza, inoltre, siamo stati selezionati da IOM - UN Migration come partner tecnico del progetto THAMM Plus, per la migrazione qualificata nel settore della meccatronica tra Marocco e Italia. Parallelamente stiamo sviluppando iniziative anche in Uzbekistan con Confagricoltura, oltre che in Senegal, India e Repubblica Dominicana.
Un tema, quello del fabbisogno di personale qualificato, che riguarda anche l’economia del mare.
L’economia del mare è una delle filiere più dinamiche e strategiche di questo territorio, con le imprese del comparto che, come emerso lo scorso aprile al convegno “Genova e Liguria capitali dell’Economia del Mare 2026”, stanno registrando una domanda crescente di personale qualificato con competenze tecniche e specialistiche. In questo scenario, le Agenzie per il lavoro possono offrire un contributo importante sia sul reclutamento che sulla formazione. Una serie di vincoli normativi e burocratici limita l’azione delle Agenzie per il lavoro, ma confido che nel prossimo futuro si possa superare questa fase di impasse che impedisce alle imprese di godere dei vantaggi di una buona flessibilità.●
Maria Raffaella Caprioglio
B2B in UK
L’evoluzione digitale dell’internazionalizzazione: Mallei e la Camera di Commercio Italiana a Londra lanciano “UK Market Ecosystem”
Francesco Caruso
Un nuovo programma strategico unisce la piattaforma di market intelligence di Mallei all’autorevolezza istituzionale della Camera di Commercio Italiana a Londra per ridefinire l’approccio allo sviluppo commerciale nel Regno Unito. Ce ne parla Francesco Caruso, co-founder e CEO della società genovese specializzata nello sviluppo commerciale internazionale.
Mallei ha sviluppato una piattaforma ad hoc a supporto delle imprese interessate a entrare nel mercato UK. Come nasce l’idea? Per posizionarsi sul mercato britannico non è sufficiente partecipare a una singola missione o a una fiera istituzionale, ma è necessario sapere in anticipo quali sono gli interlocutori ideali e raggiungerli con metodo, costruendo una reputazione che si consolidi nel tempo. È partendo da questa visione del mercato B2B che abbiamo sviluppato la soluzione e l’architettura operativa alla base di UK Market Ecosystem. Si tratta di un programma continuativo e personalizzato che vede la Italian Chamber of Commerce and Industry for the United Kingdom (ICCIUK) nel ruolo di partner istituzionale, offrendo il proprio network londinese e la propria credibilità d’affari oltremanica. Mallei ricopre il ruolo strategico di partner tecnologico e operativo esclusivo, guidando le imprese dalla prima analisi del contesto britannico fino al consolidamento delle relazioni commerciali, in un percorso di business strutturato, misurabile e orientato a risultati commerciali tangibili. La vera innovazione introdotta da Mallei risiede nell’aver integrato nei processi di export una propria piattaforma proprietaria di market intelligence e profilazione delle opportunità commerciali alimentata da algoritmi di Intelligenza Artificiale.
Come funziona la piattaforma e quali vantaggi offre alle imprese?
La nostra soluzione tecnologica (in questo caso “personalizzata” per l’UK) opera attraverso tre componenti chiave: l’analisi predittiva e l’interpretazione dei segnali di mercato; la profilazione data-driven delle opportunità commerciali; una roadmap di posizionamento unita all’authority building. Con riguardo alla prima componente, la piattaforma proprietaria analizza costantemente il mercato del Regno Unito, interpretando segnali commerciali rilevanti, trend di settore e bisogni latenti delle aziende locali per intercettare le opportunità più coerenti con l’offerta di ogni singola impresa italiana. La profilazione data-driven delle opportunità commerciali, grazie alla tecnologia applicata da Mallei, consente di identificare in modo scientifico i partner e i buyer britannici ideali. Il sistema, infatti, opera con un approccio incentrato rigidamente sui dati aziendali e di business, superando a monte le barriere burocratiche del GDPR, poiché evita del tutto la profilazione diretta delle persone fisiche. E infine, la tecnologia mappa le priorità commerciali e le traduce in un piano d’azione operativo. A questo impianto software, Mallei affianca una metodologia specializzata di authority building e posizionamento strategico sulla piattaforma LinkedIn. In questo modo, l’azienda può presentarsi con una reputazione più solida, credibile e di alto livello all’interno della business community di riferimento prima ancora che avvenga il contatto commerciale.
I servizi della piattaforma sono rivolti alle sole imprese?
Non solo: la nostra iniziativa risponde alle esigenze sia delle singole imprese orientate a una crescita strutturata nel Regno Unito, sia dei soggetti istituzionali e territoriali (Regioni, Camere di Commercio, associazioni di categoria e consorzi export) che desiderano dotare il proprio ecosistema di uno strumento data-driven avanzato. La piattaforma, inoltre, è complementare agli strumenti più tradizionali di supporto all’export: l’architettura del programma è studiata per essere pienamente compatibile con le principali misure pubbliche, regionali e nazionali, di sostegno all’internazionalizzazione, di cui amplifica l’efficacia grazie alla continuità garantita dall’intelligenza artificiale e dal nostro presidio operativo.●
Bontà Benessere
Con stabilimenti a Chieve, nel cremasco, e a Sommacampagna, nel veronese, Madi Ventura cresce, innova e si rafforza sui mercati internazionali, restando però ben ancorata ai valori delle origini.
Madi Ventura festeggia i 90 anni del brand, confermandosi tra le prime aziende italiane nel settore della frutta secca - un mercato che oggi, nel nostro Paese, sfiora il miliardo di euro. Giovanni Calvini, terza generazione in azienda e amministratore delegato del Gruppo, guarda con ottimismo ai prossimi 90 anni, continuando a puntare su innovazione e qualità del prodotto.
di Piera Ponta
Qual è la storia di Madi Ventura e quali valori guidano l’azienda oggi, dopo 90 anni di attività?
La nostra storia inizia 90 anni fa, quando Attilio Ventura ottenne la licenza di importatore ed esportatore di prodotti ortofrutticoli. Mio nonno la rilevò, dando il via alla tradizione familiare che è proseguita con la generazione di mio padre e poi con la terza, la nostra. Quest’anno festeggiamo i 90 anni del brand, ma l’anno scorso abbiamo celebrato i 25 anni dall’operazione di fusione tra la genovese Ventura (della famiglia Calvini, ndr) e la milanese Madi (delle famiglie Magni e Di Gioia, ndr), dalla quale è nata Madi Ventura. Oggi siamo tra le prime aziende italiane nel settore della frutta secca: 90 anni di crescita importante, ma restiamo un’azienda familiare, ancorata ai valori delle origini. Al marchio Ventura abbiamo affiancato il payoff “Bontà Benessere”: non è solo una promessa di prodotto buono e sano, ma un principio che guida i nostri comportamenti quotidiani, nei rapporti tra colleghi e con tutti i collaboratori.
Come si è evoluto il consumo di frutta secca e in che modo Madi Ventura ha risposto a questo cambiamento? Negli ultimi anni la frutta secca ha smesso di essere un prodotto stagionale legato alle festività per diventare un alimento quotidiano, apprezzato per il suo profilo nutrizionale. Abbiamo intercettato questa tendenza puntando sulla linea BB Mix, che unisce gusto e benessere: si tratta di combinazioni di ingredienti studiate per offrire benefici funzionali, tutti conformi al regolamento europeo 1924 sui claims salutistici - un requisito tutt’altro che scontato da mantenere nel tempo. I Mix possono essere consumati come snack o usati per arricchire insalate, macedonie e yogurt. Questa linea è diventata un nostro tratto distintivo: nel segmento dei Mix, un mercato molto frammentato e dominato dalle private label che vale circa 95 milioni di euro, deteniamo una quota del 13 %. È un risultato che ci qualifica come operatore affidabile e capace di innovare.
Avete diversificato il portafoglio con nuovi prodotti: quali sono e come stanno contribuendo alla crescita internazionale dell’azienda?
Sette anni fa abbiamo acquisito una piccola azienda a Sommacampagna, nel veronese, specializzata in barrette a base di frutta secca e cioccolato e in creme spalmabili. Cercavamo un partner per sviluppare barrette che replicassero la formula del BB Mix. Da lì è nata una linea di nuovi prodotti: le ultime barrette, quelle proteiche 100 % vegetali - senza siero di latte né altri ingredienti di origine animale - stanno ottenendo ottimi riscontri. Lo stesso vale per le spalmabili, un mercato in forte crescita e già competitivo, dove puntiamo soprattutto sulla bontà per soddisfare la golosità del consumatore. Questi prodotti a più alto valore aggiunto ci hanno aperto la strada all’internazionalizzazione, più complicata con la sola frutta secca. L’ultima generazione della famiglia (la quarta!), che ha maturato una lunga esperienza nei mercati esteri in Caffè Vergnano, si occupa ora di questo percorso. Abbiamo iniziato in Giappone, dove cresciamo con gradualità; siamo entrati in una catena specializzata in Olanda e Belgio con l’assortimento a marchio dell’azienda acquisita, recentemente ampliato; e collaboriamo con alcuni piccoli distributori in Europa. Non è un mercato facile, ma stiamo costruendo, passo dopo passo, la nostra rete.
Che ruolo svolge l’e-commerce nella vostra strategia di distribuzione, in Italia e all’estero?
A livello internazionale il nostro unico canale e-commerce attivo è Amazon, dove operiamo come fornitori di marca privata per i mercati tedesco, britannico e francese. In Italia l’e-commerce esiste già da qualche anno e svolge una doppia funzione. Da un lato è una vetrina per raccontare il marchio e spiegare i prodotti; dall’altro ci permette di raggiungere i consumatori che non trovano la nostra gamma sugli scaffali. Operiamo in un’arena molto competitiva: pur avendo una distribuzione ponderata superiore al 90 %, non riusciamo a essere presenti ovunque con l’intero assortimento. Il sito di e-commerce colma questa lacuna, offrendo accesso completo alla gamma.
Come comunicate il marchio Ventura e quali risultati avete ottenuto in termini di notorietà?
Da diversi anni collaboriamo con atleti selezionati con cura, cercando persone che incarnino i nostri valori. Non scegliamo chiunque: puntiamo a costruire rapporti di medio-lungo termine, quasi di amicizia, perché vogliamo che i testimonial vivano il marchio in modo autentico. Sul fronte pubblicitario, il digitale sta superando i canali di comunicazione più “tradizionali”, ma cerchiamo di mantenere una presenza costante ogni anno su tutti i canali, pur con budget variabili legati all’andamento di un settore esposto a fattori esterni. Questa continuità ha dato frutti: una ricerca dell’anno scorso mostra che la notorietà spontanea del marchio Ventura è passata dal 6 al 12 %. Il risultato nasce dal lavoro su tutti i punti di contatto con il consumatore, comprese le vending machine, un canale molto efficace che veicola milioni di pezzi all’anno. Per i 90 anni dell’azienda abbiamo lanciato una campagna dal tono ironico, culminata durante le Olimpiadi di Milano-Cortina con la personalizzazione dei vagoni della linea M5 (lilla) della metropolitana.
Come hanno influito le recenti tensioni sulle catene di fornitura e sull’approvvigionamento delle materie prime, e quali sono le prospettive per il settore?
I cambiamenti più significativi sono arrivati dopo il COVID: le catene di fornitura si sono allungate, i servizi di trasporto navale sono meno frequenti, più complicati e più lenti. Questo ci costringe a lavorare con scorte e rimanenze elevate, il che non è semplice. Il primo effetto concreto l’abbiamo avvertito sui costi degli imballaggi, perché i polimeri di base per la laminazione delle plastiche arrivano da quelle aree; abbiamo persino rischiato di restare senza materiale, al di là dei rincari. Per le materie prime, il pistacchio è stato toccato solo in parte: ormai in Europa arriva soprattutto dagli Stati Uniti e, sempre più, dalla Spagna. In generale la frutta secca ha vissuto una forte inflazione, legata però più all’aumento dei consumi mondiali che a singoli eventi geopolitici. In alcuni casi la produzione non riesce ancora a tenere il passo della domanda. La Cina ha piantato molte delle nostre colture: vedremo, quando entreranno a regime fra qualche anno, se il raccolto sarà assorbito internamente o creerà eccesso di offerta. Per ora le prospettive di crescita della domanda restano positive, quindi prima di arrivare a un’over supply passerà ancora del tempo. Insomma, possiamo guarda ai prossimi novant’anni con immutato ottimismo.●
Avere cura di ciò che esiste.
Custodi
Ci sono luoghi in cui la sostenibilità non può essere solamente una dichiarazione d’intenti. Gestire un Acquario, un parco, un centro dedicato alla divulgazione scientifica significa lavorare ogni giorno dentro ecosistemi vivi: organismi, persone, comunità. La distanza tra principio e pratica, in contesti come questi, si riduce sensibilmente.
Per Costa Edutainment, la sostenibilità è nata così. Non come un lessico da adottare o un insieme di indicatori da presidiare, ma come una responsabilità incorporata nel modo stesso di operare. La tutela dell’ambiente e l’attenzione alle persone hanno preceduto la formalizzazione dei processi, accompagnando fin dall’inizio la crescita delle nostre strutture e il rapporto con i territori in cui operiamo. Dodici anni di rendicontazione volontaria hanno progressivamente trasformato questo approccio in qualcosa di più strutturato. Il reporting è diventato uno strumento utile prima di tutto a comprendere meglio il nostro impatto, a verificare dove stiamo andando, a rendere misurabili decisioni che spesso nascono da domande concrete: che cosa significa custodire biodiversità in un luogo aperto al pubblico? Quale responsabilità assume chi ospita specie animali, racconta la scienza e costruisce esperienze educative rivolte a milioni di persone?
Il Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso da ASviS, che quest’anno ha scelto l’Acquario di Genova come sede della tappa dedicata a biodiversità e mare, ha offerto un’occasione importante per riflettere pubblicamente su questi interrogativi. In quel confronto - insieme a università, isti-
tuzioni e imprese - è emersa con forza una consapevolezza: la biodiversità non rappresenta soltanto una questione ambientale. Riguarda il modo in cui immaginiamo il rapporto tra persone, economia e sistemi naturali. Mentre Enrico Giovannini ricordava che il limite planetario relativo all’acidificazione degli oceani è già stato superato, e Roberto Danovaro richiamava il valore economico e sociale del restauro ecologico, ci siamo interrogati su quale possa essere, concretamente, il contributo di un’organizzazione come la nostra. Un acquario è un luogo dove ricerca, conservazione, divulgazione ed esperienza si intrecciano; dove si costruisce una certa idea di relazione con il mondo naturale.
Per questo scegliamo di concentrare il nostro lavoro sugli ambiti in cui possiamo incidere davvero. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 che guidano maggiormente il nostro percorso riguardano la vita sott’acqua (Goal 14), la vita sulla Terra (Goal 15) e l’istruzione di qualità (Goal 4). Sono riferimenti operativi prima ancora che simbolici. I dati aiutano, poi, a capire la scala di questa responsabilità e acquistano significato solo se letti dentro una direzione. Nel 2025 le strutture del Gruppo Costa Edutainment hanno ospitato 807 specie, di cui 127 protette dalla Convenzione CITES; accolto oltre tre milioni di visitatori in dodici sedi; investito 7,5 milioni di euro nel rinnovamento delle strutture. Per il terzo anno consecutivo, inoltre, tutta l’energia elettrica acquistata dal mercato è stata coperta al 100% da Garanzie di Origine da fonti rinnovabili certificate.
di Simona Bondanza
Esiste poi una dimensione dell’impatto più difficile da tradurre in numeri. È quella che riguarda le persone e i territori. Ogni anno migliaia di ospiti con fragilità cognitive, motorie o sociali attraversano i nostri spazi grazie alla collaborazione e coprogettazione insieme a enti del Terzo Settore, ospedali, centri di assistenza, associazioni che operano in contesti di vulnerabilità. Non si tratta di iniziative parallele rispetto al nostro lavoro: fanno parte di ciò che immaginiamo debba essere un’infrastruttura culturale accessibile, aperta, capace di generare valore attraverso la relazione con le persone. In questo percorso, un ruolo importante è svolto dalla Fondazione Acquario di Genova ETS, che affianca Costa Edutainment nella ricerca, conservazione e protezione degli ambienti acquatici. I progetti dedicati a tursiopi, coralli, mangrovie, squali, tartarughe marine, gamberi di fiume e testuggini palustri; i Centri di Recupero e Riabilitazione delle tartarughe marine di Genova e Livorno; le collaborazioni attivate con oltre 160 enti di ricerca e Università nazionali e internazionali raccontano una parte essenziale di questo lavoro, spesso poco visibile al pubblico.
Le sfide che ci poniamo in termini di sostenibilità si possono riassumere in tre principali direttrici: rafforzare il ruolo dell’Acquario come luogo in cui la biodiversità viene studiata e raccontata, insieme alla comunità scientifica e alle pratiche di citizen science. Comprendere meglio quale trasformazione possa generare una visita: non soltanto in termini di soddisfazione, ma di consapevolezza e comportamento. Continuare a partecipare ed essere presenti nei luoghi in cui si costruiscono politiche pubbliche, perché la tutela degli ecosistemi marini dipende anche da come questi vengono percepiti, compresi, sentiti vicini da chi ha il compito di regolare e normare queste strutture.
Simone Weil scriveva che “l’attenzione è la prima forma di amore”. Forse la sostenibilità, nei “luoghi vivi”, comincia proprio dall’osservare con precisione ciò che esiste, senza ridurne la complessità, ricordandoci che la cura - e vale per gli ecosistemi, le persone e i territori - richiede continuità, tempo e responsabilità quotidiana. Tutto inizia da lì: prestare attenzione. Prima ancora di agire.●
Simona Bondanza è Head of Sustainability & Public Affairs di Costa Edutainment
Spazi
e servizi Nuovi
L’Istituto Turtulici amplia la struttura e arricchisce l’offerta sanitaria. Tra le novità, la radiologia a domicilio e la gestione delle piccole emergenze.
Per la dottoressa Isabella Turtulici, responsabile e direttrice sanitaria dello storico omonimo istituto radiologico genovese, l’attività professionale è tutto fuorché monotona, richiedendo un duplice impegno quotidiano sia sotto il profilo manageriale che clinico.
Nei locali di via Colombo si trovano, infatti, l’Istituto Radiologico Alte Tecnologie, accreditato col SSN che eroga prestazioni sia in regime di convenzione con la ASL che in forma privata, e il centro Turtulici Medicina Polispecialistica, società che opera esclusivamente in regime privato ospitando gli studi dei medici specialisti ospedalieri.
Fondato come studio di Radiologia oltre 60 anni fa dal dottor Vincenzo Turtulici, l’ambulatorio nel tempo è cresciuto ampliando gli spazi e dotandosi di strumentazioni e apparecchiature di ultima generazione per la diagnostica per immagini, dalla radiologia tradizionale a quella odontoiatrica, dall’ecografia alla mammografia, dalla tac alla moc e infine alla risonanza magnetica.
L’Istituto, negli ultimi anni, ha esteso l’offerta sanitaria integrando il punto prelievi di un laboratorio esterno e un ambulatorio polispecialistico per consentire agli utenti di eseguire un’ampia gamma di visite, analisi e prestazione diagnostiche nella stessa sede. Fra queste ad esempio si annoverano le visite di medicina sportiva e quelle dermatologiche presso il centro prevenzione melanoma.
La filosofia che guida la struttura è quella di garantire ai pazienti accoglienza e gentilezza, tempi rapidi, qualità e appropriatezza delle prestazioni e un percorso di diagnosi e cura completo, riducendo al minimo le attese.
Attenzione viene data alla prevenzione attraverso percorsi diagnostici agevolati, screening o check up personalizzati per la prevenzione delle più comuni patologie. L’Istituto dispone di un Info Point che si trova a pochi passi dall’ingresso della struttura pensato per accogliere i pazienti che desiderano informazioni o che devono prenotare un esame, senza la necessità di entrare in struttura.
Valore fondamentale e imprescindibile è la centralità del paziente e in quest’ottica sono nati nel tempo dei servizi innovativi come la “radiologia a domicilio” e la “navetta”. La prestazione radiologica domiciliare viene svolta da un’équipe specializzata ed equipaggiata con l’attrezzatura necessaria, che si reca a casa del paziente per l’effettuazione di esami di diagnostica per immagini. Ciò evita al cittadino, magari anziano o con disabilità, di uscire di casa o dalla struttura residenziale dove è ricoverato, affrontando trasporti complicati soprattutto per chi vive in luoghi isolati o poco accessibili. Il servizio di trasporto è invece dedicato a coloro che hanno difficoltà a raggiungere l’Istituto autonomamente. Un operatore si reca presso l’abitazione del paziente accompagnandolo in istituto e riportandolo a domicilio con il referto alla fine dell’esame. La presa in carico evita al cittadino di dover coinvolgere familiari o amici. Nell’ottica del miglioramento continuo, l’Istituto ha recentemente acquisito e ristrutturato nuovi locali con l’apertura di una nuova ala, adiacente alla struttura principale. L’importante ampliamento di spazi consente l’attivazione di ulteriori servizi innovativi, pensati per arricchire l’offerta sanitaria e soddisfare le esigenze dei residenti nel centro
Isabella Turtulici
città. L’ampliamento si propone tre principali obiettivi: l’accentramento di un’ampia gamma di attività sanitarie in un unico luogo, per offrire un percorso completo, dalla diagnosi alla terapia fino alla chirurgica di bassa complessità; la presa in carico di piccole urgenze a livello territoriale, intercettando i codici bianchi e verdi (per ora solo in campo traumatologico) e riducendo la pressione sui PS; la prevenzione, sia “secondaria” per intercettare le patologie in fase iniziale, che “primaria” attraverso la promozione di screening e stili di vita.
Il Trauma Point è stato pensato proprio per la gestione di piccole emergenze: eventi ortopedici lievi o moderati e altri piccoli infortuni tipo contusioni, ferite, tagli. Un’alternativa a disposizione del cittadino per ricevere cure immediate in caso di piccoli incidenti, con accesso diretto, senza prenotazione. Valutata la gravità del trauma e l’appropriatezza dell’accesso, in presenza di lesioni cutanee come abrasioni, piccole ferite, contusioni, un professionista procede direttamente alla medicazione. Se invece si manifestano traumi ortopedici, è possibile eseguire contestualmente esami diagnostici come rx, risonanza magnetica o tac con il supporto del radiologo e dello specialista ortopedico. In caso di frattura ossea di natura non complessa, infine, i sanitari potranno procedere al confezionamento di gessi o all’applicazione di tutori ortopedici.
I nuovi locali sono dotati di una sala di chirurgia ambulatoriale di tipo 2 per interventi di chirurgia ambulatoriale a bassa complessità, in regime di day surgery. L’obiettivo è offrire un servizio chirurgico di qualità, in sicurezza, comodo e accessibile, senza lunghe attese. Possono essere eseguiti nell’ambulatorio interventi come la rimozione di nei, cisti, lipomi e unghie incarnite, il trattamento dei condilomi, dell’ernia inguinale fino a interventi ortopedici o neurochirurgici come il tunnel carpale, dito a scatto e molti altri. Un’altra novità è costituita da un ampio store di articoli e presidi ortopedici e sanitari a disposizione del paziente, a conclusione della presa in carico traumatologica, per stabilizzare fratture o distorsioni, grazie al supporto di un tecnico ortopedico che illustrerà al paziente le modalità di posizionamento del dispositivo ortopedico prescritto dal medico.
Infine, un angolo sarà dedicato ai temi della nutrizione: i clienti potranno trovare un’ampia gamma di integratori, vitamine e sali minerali, consulenze nutrizionistiche e piani alimentari personalizzati.
Con il nutrition corner si completa il percorso dedicato alla “prevenzione primaria” che si affianca alle giornate dedicate a esami diagnostici per la “prevenzione secondaria” delle più frequenti patologie femminili e maschili.●
Il valore dei giovani talenti genovesi nella STEM Racing.
Il percorso dei Tachyons ai Campionati Nazionali STEM Racing racconta una storia che va oltre il risultato sportivo: quella di un gruppo di studenti genovesi che ha saputo trasformare passione, curiosità e voglia di fare in un progetto tecnico, imprenditoriale e formativo di alto valore per il territorio.
Tachyons è una squadra composta da ragazzi di 15-17 anni, seguita dall’associazione no profit iLab Genova e impegnata nella STEM Racing, evoluzione internazionale di F1 in Schools. La competizione chiede agli studenti di progettare, costruire e presentare una mini monoposto ad alte prestazioni, capace di superare i 100 km/h su una pista rettilinea alimentata da cartuccia CO2. Ma la gara in pista è solo una parte del progetto.
STEM Racing è infatti un’esperienza multidisciplinare che avvicina gli studenti al funzionamento di una vera scuderia e, più in generale, di una piccola impresa tecnologica. I team lavorano su progettazione CAD, simulazioni CFD, test dei materiali, produzione, controllo qualità, project management, budget, sponsor, comunicazione, sostenibilità e presentazioni davanti a giudici tecnici. È un modello educativo orientato al “learning by doing”, dove ogni errore diventa occasione di analisi e miglioramento.
Il progetto Tachyons ha mostrato un livello di maturità significativo. I ragazzi hanno sviluppato la vettura FTL-Project Mugello come evoluzione tecnica di un modello precedente, lavorando su aerodinamica, riduzione degli attriti, peso, scelta dei materiali, prototipazione e validazione sperimentale. Parallelamente hanno costruito una strategia enterprise, gestendo relazioni con sponsor, comunicazione digitale, media, sostenibilità e rendicontazione economica. Per Confindustria Genova, esperienze come questa meritano attenzione perché rappresentano un ponte concreto tra giovani talenti e sistema produttivo. Il supporto delle imprese non si esaurisce in una sponsorizzazione: può diventare mentorship, orientamento, contaminazione con il mondo industriale e investimento sul capitale umano del territorio. In un contesto in cui le competenze STEM, digitali e manageriali sono sempre più centrali, progetti come Tachyons aiutano i ragazzi a capire cosa significhi lavorare su obiettivi complessi, rispettare scadenze, prendere decisioni basate sui dati e presentare il proprio lavoro in modo professionale. In questo percorso, anche il terzo settore ha un ruolo essenziale. Realtà associative come iLab Genova possono creare spazi di apprendimento, connessione e crescita che avvicinano scuola, famiglie, imprese e istituzioni. Il tessuto no profit diventa così una piattaforma concreta per far emergere talenti, collegarli al territorio e accompagnarli verso competenze utili al mondo produttivo. L’auspicio è che sempre più aziende possano essere coinvolte in iniziative di questo tipo, anche come parte delle proprie strategie ESG. Sostenere giovani impegnati in progetti STEM significa contribuire allo sviluppo di capitale umano, promuovere inclusione educativa, rafforzare il legame con il territorio e investire in una nuova generazione capace di portare innovazione, responsabilità e metodo.
Il mancato accesso al Mondiale non riduce il valore del percorso. Al contrario, rende ancora più evidente la natura formativa della competizione: misurarsi con standard elevati, accettare il giudizio, analizzare i margini di miglioramento e ripartire con maggiore consapevolezza. Tachyons ha portato in pista non solo una vettura, ma un metodo: lavoro di squadra, curiosità scientifica, attenzione alla sostenibilità e desiderio di competere con serietà. Qualità che hanno comunque valso al team il Premio Sostenibilità e una borsa di studio alla prestigiosa università MUNER - MotorValley University of Emilia Romagna.●
Nuove frontiere
Dal 2 al 5 luglio a Villa Borzino, a Busalla, la decima edizione del Festival dello Spazio. Si discute - tra l’altrodelle concrete prospettive di sviluppo della Space Economy in Italia e in Europa, del ruolo delle Regioni e delle filiere industriali ad alta tecnologia.
Il Festival dello Spazio di Busalla taglia il prestigioso traguardo del suo decimo anno di vita e si conferma come uno dei principali e più autorevoli luoghi di incontro nazionali per il confronto tra istituzioni, industria, ricerca e divulgazione sui grandi temi dell’avventura spaziale. Nel suo insieme, il programma dettagliato di questo importante decennale racconta soprattutto una realtà: lo Spazio non è più un settore confinato all’esplorazione scientifica pura. È diventato a tutti gli effetti una componente strutturale delle politiche industriali, dell’innovazione tecnologica d’avanguardia e della competitività economica complessiva del Paese.
Il cuore pulsante della manifestazione capitanata dal primo astronauta italiano Franco Malerba è rappresentato, quest’anno, dal confronto approfondito sulla Space Economy,
Franco Malerba
oggi riconosciuto come uno dei comparti più dinamici, competitivi e strategici a livello internazionale. Dal 2 al 5 luglio a Villa Borzino a Busalla si discute, infatti, delle concrete prospettive di sviluppo del settore in Italia e in Europa, del ruolo cruciale delle Regioni e delle filiere industriali ad alta tecnologia, ma soprattutto dell’evoluzione del quadro normativo nazionale dedicato alle attività spaziali. Si tratta di un tema di assoluto e particolare interesse per tutti quei territori che stanno investendo nello Spazio come una vera e propria leva di crescita economica e industriale. Protagonista di questo dibattito è l’Onorevole Andrea Mascaretti, presidente dell’Intergruppo parlamentare per la Space Economy, impegnato nella definizione della nuova architettura legislativa che dovrà accompagnare la crescita del settore nei prossimi anni.
La profonda riflessione sulla Space Economy si intreccia inevitabilmente con un altro dei grandi temi portanti del Festival: il ritorno alla Luna. Le moderne missioni lunari non sono più concepite come semplici o isolate spedizioni esplorative, ma come il primo e decisivo passo verso una presenza umana stabile e sostenibile oltre la Terra. In questo nuovo orizzonte, la gestione dell’energia, le comunicazioni, la logistica integrata, gli approvvigionamenti e la progettazione di infrastrutture permanenti rappresentano oggi le vere nuove frontiere dell’ingegneria spaziale. Se la Luna rappresenta il futuro dell’esplorazione umana,
Cosa c’è e chi c’è al Festival dello spazio
Astronauti, scienziati, manager dell’industria spaziale, ricercatori, innovatori e protagonisti della nuova corsa alla Luna: dal 2 al 5 luglio il Festival dello Spazio capitanato da Franco Malerba porta a Busalla alcuni dei nomi più autorevoli del settore - fra gli altri la “signore delle comete” Amalia Ercoli Finzi, gli astronauti Paolo Nespoli e Meganne Christian e l’On. Andrea Mascaretti (presidente dell’Intergruppo parlamentare per la Space Economy) - insieme a strateghi ed esperti di ASI, Thales Alenia Space, IIT e Università.
Ma il Festival non è fatto solo di incontri: a Villa Borzino si possono vedere da vicino dimostratori tecnologici unici come ROSAIA, il robot capace di “catturare” satelliti nello Spazio, SPACEAGE, la serra adattiva pensata per coltivare cibo sulla Luna e su Marte, e il modello dell’apparecchiatura LUGRE, un sistema sviluppato dall’ASI che ha dimostrato la possibilità di utilizzare i segnali satellitari terrestri per la navigazione lunare. In programma si trovano anche mostre d’arte, lectio magistralis, dibattiti sulla Space Economy, progetti NASA e Artemis, spazio e subacquea, e uno spettacolo serale multimediale con musiche dal vivo.n
Il programma completo è consultabile sul sito www.festivaldellospazio.com
l’orbita terrestre continua a essere il laboratorio preferenziale nel quale si sviluppano e si testano molte delle tecnologie che sosterranno la nuova economia spaziale. In questo contesto assume un particolare rilievo strategico il tema dello “in orbit servicing”, destinato a diventare anche in Italia uno dei mercati commerciali più promettenti dei prossimi decenni, grazie al contributo dell’Agenzia Spaziale Italiana, delle università e delle imprese che partecipano allo sviluppo di sistemi di navigazione, moduli abitativi e tecnologie destinate alle future basi lunari.
Il Festival ospita ROSAIA, un innovativo sistema robotico sviluppato dall’Istituto Italiano di Tecnologia per le operazioni di servizio e manutenzione dei satelliti in orbita. La presenza a Villa Borzino di un dimostratore funzionante consente di mostrare concretamente come la robotica avanzata stia aprendo nuove prospettive per la gestione delle infrastrutture spaziali. Accanto alle attività in orbita, il programma dedica ampio spazio alle tecnologie necessarie per sostenere la vita umana lontano dalla Terra. È il caso dei progetti sviluppati da Space V nell’ambito del programma SpaceAge, dedicato allo studio di serre adattive per la coltivazione in ambienti extraterrestri. Un filone che si collega direttamente alle iniziative promosse dalla NASA per la produzione autonoma di cibo nelle future missioni di lunga durata e alle sfide progettuali che coinvolgono architetti, ingegneri, agronomi e specialisti dell’alimentazione. Lo Spazio, in questo caso, diventa un acceleratore di innovazione per l’agritech, con possibili ricadute anche sulle applicazioni terrestri più avanzate. La dimensione industriale della Space Economy emerge inoltre a Busalla attraverso un altro dimostratore tecnologico che testimonia il contributo italiano alle future missioni lunari. A Villa Borzino è in mostra anche il modello dell’apparecchiatura LUGRE, un sistema sviluppato dall’Agenzia Spaziale Italiana con Quascom, recentemente lanciato e depositato sulla superficie lunare, che ha dimostrato la possibilità di utilizzare i segnali satellitari terrestri per la navigazione lunare - una tecnologia destinata a diventare fondamentale per le future attività sul nostro satellite.
Oggi lo Spazio non costituisce più un comparto separato dell’economia, ma una piattaforma tecnologica trasversale
che permea un numero crescente di attività industriali e di servizi. Dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione alle applicazioni digitali, le tecnologie spaziali sono ormai parte integrante delle catene del valore terrestri. In questo contesto, anche la firma dell’accordo tra Altec e Ocean Reef per il trasferimento della vasca a galleggiamento neutro destinata alle simulazioni in assenza di peso è un esempio concreto della capacità della manifestazione di generare relazioni, collaborazioni e nuove opportunità tra soggetti appartenenti a filiere diverse, facendo emergere una direttrice di straordinario interesse per il sistema associativo confindustriale: l’intersezione sinergica tra la Space Economy e la Blue Economy. Un risultato che testimonia come il valore del Festival dello Spazio non risieda soltanto negli incontri pubblici, ma anche nella sua funzione di piattaforma di connessione tra persone, competenze e progetti.
Dalla nuova legislazione alle attività in orbita, dall’agritech per la Luna alle grandi infrastrutture del futuro, il messaggio che emerge dal programma del decennale della rassegna busallese è chiaro: lo Spazio è sempre meno un settore specialistico e sempre più una dimensione che attraversa l’intero sistema economico, industriale e tecnologico del Paese.● (R.M.R.)
AEROSPAZIO
priorità di Confindustria
Delega al Vice Presidente Giorgio Marsiaj
Confindustria, riconoscendo nell’aerospazio e nella difesa un pilastro tecnologico e un asset strategico per la sicurezza, la sovranità e la competitività del Paese, ha istituito per la prima volta una Delega dedicata, affidata al Vice Presidente Giorgio Marsiaj, affiancata da un Gruppo Tecnico, a integrazione del lavoro di AIAD, Assonave, ASAS e del sistema territoriale.
La scelta nasce per rispondere sfide legate alle dinamiche di crescita del comparto, alle politiche europee per l’autonomia strategica e al nuovo scenario geopolitico. Da questa visione muove il Progetto di rafforzamento della filiera nazionale Aerospazio, Difesa e Sicurezza, costruito in modo corale all’interno del Sistema. Un’iniziativa che persegue tre obiettivi prioritari: accrescere la capacità produttiva nazionale valorizzando competenze e specializzazioni, favorire la crescita dimensionale delle imprese attraverso aggregazione, partnership e accesso al credito, e contribuire all’autonomia strategica in coerenza con le politiche industriali nazionali ed europee. Strumento abilitante è ConnextFiliere, la piattaforma digitale proprietaria di Confindustria per lo scouting e il matching industriale, di cui l’Aerospazio, Difesa e Sicurezza costituisce la prima applicazione concreta. Dopo il convegno strategico di lancio, svoltosi a Roma il 24 giugno scorso, il percorso si traduce in una serie di tappe territoriali tra la seconda metà del 2026 e la prima metà del 2027. L’ambizione di fondo è diventare protagonisti di una politica industriale di lungo periodo, capace di stabilizzare il mercato, sostenere ricerca e innovazione lungo l’intera catena del valore e promuovere il reshoring di capacità produttive strategiche.n
ANGELO COSTA
L’imprenditore ligure che ricostruì l’Italia e guidò due volte Confindustria
di Oreste Bazzichi
NEL CELEBRARE i 125 anni dalla nascita e i 50 dalla scomparsa di Angelo Costa, la memoria diventa un atto di responsabilità civile. La sua figura appartiene a quella generazione che ha segnato in modo profondo la storia economica e civile del Paese. La sua opera, radicata in una tradizione familiare secolare e orientata a un’idea alta di responsabilità imprenditoriale, rappresenta ancora oggi un riferimento per la cultura d’impresa italiana, come comunità in un’unica visione di sviluppo.
Angelo Costa (Genova 8 aprile 1901- Genova 2 luglio 1976) fu uno dei protagonisti dell’impresa italiana del Novecento. Nacque nella terza generazione di una famiglia che, fin dal XVI secolo, aveva radicato a Genova una solida tradizione mercantile e imprenditoriale. La G. Costa fu Andrea, fondata nell’Ottocento, era più di un’azienda: era un sistema familiare coeso, fondato sulla condivisione dei rischi, sulla disciplina del lavoro, su un’educazione austera e profondamente religiosa. Famiglia e impresa formavano un’unica unità sociale ed economica, dove la crescita dell’azienda coincideva con l’ampliamento del nucleo familiare e con la responsabilità verso la comunità. Il principio cardine era: l’impresa è una comunità di lavoro, e chi la dirige deve farlo con sobrietà, responsabilità e senso del limite.
La storia imprenditoriale di Angelo Costa, dunque, nasce all’interno di una delle famiglie armatoriali più rappresen-
tative della Liguria del Novecento. Il gruppo Costa - poi noto a livello internazionale per le attività crocieristiche - è un esempio emblematico di impresa familiare ligure: radicata nel territorio, aperta al mondo, fondata su lavoro, disciplina e responsabilità.
La leadership imprenditoriale di Angelo Costa non si comprende senza la Liguria: una terra che ha forgiato generazioni di imprenditori capaci di unire visione internazionale, sobrietà operativa e forte senso della comunità; e Genova, città-porto come laboratorio naturale di economia reale: traffici internazionali, imprese familiari radicate nel territorio, una cultura del lavoro fondata sulla disciplina, misura e affidabilità. Il porto insegna a decidere rapidamente, a gestire la complessità, a tenere insieme mondi diversi. È la stessa attitudine che Costa porterà in Confindustria.
Ci sono uomini che non costruiscono solo imprese, ma visioni. Angelo Costa apparteneva a questa categoria rara. Nei suoi discorsi, nei suoi scritti, nelle sue relazioni, nella sua corrispondenza, nelle sue scelte quotidiane - ben documentati dalle carte dell’Archivio storico della Confindustria e negli Scritti e discorsi pubblicati, a cura di Franco Mattei in otto volumi, editi da Franco Angeli, Milano 1980-1984 -, si riconosce un filo rosso che tiene insieme tutto: responsabilità, libertà, fede, famiglia e impresa. Cinque primati che non erano teorie, ma espressioni di stare al mondo. Cinque
parole che, nelle sue mani, diventavano cinque modi di prendersi cura delle persone e della comunità.
Per Costa, l’etica della responsabilità veniva prima di tutto. Non era un concetto astratto, ma un modo concreto di guardare alle persone e alle cose.
Della libertà aveva un’idea limpida: non un privilegio, ma una condizione per crescere. Libertà d’impresa, certo, ma anche libertà delle persone di lavorare, di migliorarsi, di costruire il proprio futuro.
E non poteva mancare la fede, discreta, ma pubblica. Non la nascondeva, non la ostentava: la viveva. Era una fede che diventava fiducia negli altri, fiducia nel lavoro, fiducia nel futuro.
Un rapporto tutto particolare, poi, è il legame familiare, che costituisce uno dei più importanti punti di riferimento: come prima società naturale, come comunità, cultura di vita, di solidarietà e come nucleo di stabilità, dove la famiglia non è solo il luogo in cui si apprendono disciplina, sobrietà e senso del dovere, ma anche il posto dove matura un modello di impresa comunitaria, nella quale i ruoli sono distribuiti secondo competenze e responsabilità condivise. Infine, il primato dell’impresa come motore di sviluppo; l’impresa non come un luogo solo di produzione, ma anche come crescita umana. Costa non parlava mai di “capitale umano”: parlava di persone, di comunità per crescere insieme. E le persone, per lui, erano il cuore dell’impresa. E lo si vedeva nel progetto casa per i lavoratori; nella mutua, che dava protezione; nel premio fedeltà, che dava riconoscimento; nell’integrazione pensionistica, che dava futuro. C’è un filo che unisce tutto. Se si mettono insieme Genova, la famiglia, la carità operante, la libertà che viene da Dio, la responsabilità verso i lavoratori, la fiducia nelle persone, emerge un’immagine precisa: quella di un uomo che ha costruito una comunità prima ancora che un sistema industriale. Questa visione, attenta alle persone e alla continuità dell’opera più che al protagonismo individuale, costituì la base del suo impegno nell’impresa e nella vita economica nazionale. Il suo cattolicesimo liberale lo portavano al rifiuto del dirigismo, alla fiducia nella società civile come luogo naturale di cooperazione. Non cercava mai di convincere: cercava di capire. La sua idea di libertà economica era sempre accompagnata da un’etica del limite e da un profondo senso di responsabilità verso la comunità. La ricchezza comporta doveri, la proprietà implica servizio, l’impresa vive solo se radicata nella comunità.
La sua attenzione ai temi del Concilio Vaticano II e dell’enciclica di Palo VI Populorum progressio (1967) lo portò a sostenere che «Lo sviluppo non è solo crescita economica, ma promozione della persona». Da lì i suoi ripetuti incontri con i gesuiti: il suo era un interesse sincero per il dialogo tra economia e morale.
Va sottolineato ancora che Angelo Costa apparteneva a una generazione di imprenditori per i quali l’impresa non era un semplice strumento economico, ma un’istituzione sociale. In più occasioni affermò che: «L’impresa non è proprietà di chi la guida, ma responsabilità verso chi vi lavora e verso il Paese». La stessa famiglia rappresentava per lui un modello di impresa comunitaria, fondata su ruoli complementari con responsabilità condivise: unità, continuità, educazione e amore per il lavoro. Ed egli ne costituiva il
punto di equilibrio, ricordando spesso che «La famiglia è la prima scuola del lavoro e della responsabilità».
La statura nazionale di Angelo Costa emerse soprattutto in Confindustria, che presiedette nei due momenti decisivi del decennio 1945-1955 e dal 1966-1970. Nel primo dopoguerra fu tra i principali artefici della ricostruzione: sostenne la stabilizzazione economica, difese la libertà d’impresa e promosse un dialogo costante con governo e sindacati per evitare derive conflittuali. Ebbe un ruolo rilevante nella gestione italiana del “Piano Marshall”.
Ma perché fu scelto Angelo Costa, unico presidente della storia della Confindustria a ricoprire tale incarico, pur in momenti diversi, per due mandati?
Anzitutto, perché gli imprenditori settentrionali, a iniziare dal genovese Enrico Piaggio, vedevano in Angelo Costa due condizioni fondamentali: un nome politicamente non compromesso col fascismo e un uomo economicamente orientato per tradizione e cultura verso la libertà economica e politica, caratteri nuovi nel 1945 in Italia, quando già la “cultura industriale” europea e statunitense era da tempo alla base del sistema socio-economico in termini di efficientismo manageriale, di ricerca di sinergie tra pubblico e privato, di pianificazione produttiva, ecc.
In secondo luogo, la sua designazione era espressione di equilibrio tra la grande industria e le piccole e medie imprese manifatturiere. Pur essendo uomo del settentrione - e da qui proposta la sua candidatura -, egli seppe imporre alcuni principi e un metodo di equilibrio e di condotta che
lo fecero apparire subito il presidente di tutti gli industriali aderenti alla Confindustria, tanto da restarne alla guida per dieci anni consecutivi.
Assumendo la presidenza della Confindustria l’11 dicembre 1945, egli rivela subito con molta spontaneità la forza e lo spessore della sua personalità: si dice, infatti, «pronto ad accettare i consigli del più modesto degli industriali», ma nello stesso tempo intende «presiedere e dirigere la Confederazione con la sua testa, non con quella degli altri». Alla saldezza del suo carattere lega il suo “credo” appassionato nella libertà economica quale corollario della libertà politica; un “credo”, che costituisce il suo “Sitz im Leben”: contesto vitale per la “salvezza dell’industria nazionale”. Infatti: «Noi imprenditori dobbiamo sacrificare tutto per la libertà, anche gli utili ed i benefici, perché soltanto nella libertà noi troveremo la salvezza e la nostra ragione di esistere». La difesa della libertà era perciò la svolta fondamentale dell’ideologia economica del vertice confindustriale, convinto assertore del liberalismo economico, che l’Italia aveva visto applicato nel corso della sua storia, solo saltuariamente. Su questa idea non è mai indietreggiato. Anzi, non esitò ad
andare controcorrente. Ne fanno fede l’opuscolo Salviamo la lira (settembre 1946), inviato al governo e al Governatore della banca d’Italia, segnalando con forza le minacce insite nel sistema programmatorio e burocratico. E l’altro opuscolo del 1948 indirizzato direttamente ai lavoratori dal significativo titolo Salvare le industrie per rivalutare i salari. Ma forse, in un momento cruciale per l’assetto istituzionale e per la ricostruzione e il rilancio del sistema economico e sociale del nostro Paese, la sua strategia vincente è stata, da un lato, la sua costante ricerca di conciliare il suo essere cattolico con la corretta funzione imprenditoriale, dall’altro, far coincidere l’interesse individuale con quello collettivo. Emblematica e programmatica in questo senso la sua affermazione all’Assemblea del 2 dicembre 1953: «Se la difesa dell’iniziativa privata fosse fatta al fine di difendere i nostri privati interessi, anche legittimi, non ci sentiremo così forti come ci sentiremmo così forti come ci sentiamo per il fatto che l’iniziativa privata è la base del progresso economico e anche morale della collettività».
In un altro passaggio - sempre nell’Assemblea del 1953Costa ammoniva: «La nostra forza non è il numero, non lo
è neanche il denaro, perché non ne possiamo disporre, essendo al servizio delle nostre aziende. La nostra forza è in noi, nel nostro spirito di sacrificio, nella fede nella nostra missione».
Su questo intreccio di motivi e tematiche, Costa si espresse, da subito, per una graduale liberalizzazione degli scambi, superando la titubanza della gran parte dell’industria italiana, che temeva ancora una simile prospettiva. Quanto fosse lungimirante questa sua opzione, emergeva chiaramente negli anni del cosiddetto “miracolo economico”, dovuto appunto a una politica di apertura verso l’Europa e il mercato. Seguendo questo percorso dell’azione svolta alla presidenza della Confindustria Angelo Costa, a partire dal 1947, aprì una prassi, che seguirà per molti anni e che lascerà come metodo ai successori: quella di inviare al governo documenti e note, che coprono tutti gli aspetti della politica economica non esclusi i grandi temi di politica sindacale e contrattuale. Ogni tesi era sempre spiegata con esemplificazioni concrete e, in un certo senso, anche pedagogiche, non sempre gradite agli interlocutori di governo. Costa, più che porre l’accento sul pareggio del bilancio, sottolineava la condizione a suo giudizio necessaria per dirigersi in quella direzione: egli perciò affermava che il presupposto di un bilancio sano era un’economia sana e un’economia sana significava soprattutto libera iniziativa per l’imprenditore, con l’impegno dello Stato a non distruggere risorse con un eccessivo livello della spesa pubblica. Un imprenditore cattolico come Angelo Costa raramente si prefiggeva obiettivi irrealizzabili e per questo condusse un chiaro, fermo e convinto dissenso da coloro che si opponevano alla libertà dell’agire economico, perché qualsiasi limitazione alla libertà era contraria all’insegnamento cristiano. Questo principio-guida, che emerge spesso nei suoi scritti e nella sua corrispondenza, contraddirà con sempre maggior vigore gli orientamenti crescenti favorevoli a una politica economica sostenuta dall’intervento pubblico; alla luce delle vicende italiane dei decenni successivi sui negativi dirigismi e sugli sperperi dell’assistenzialismo clientelare e non, i postulati che muovevano il presidente della Confindustria appaiono oggi profetici e acquistano un fascino notevole se si rapportano anche all’evento della ricostruzione italiana e al “Piano Marshall”. Non è fuori luogo ricordare che quando Angelo Costa assunse la presidenza di Confindustria nel 1945, l’Italia era un Paese ferito, sospeso tra macerie materiali e incertezze morali. Costa aveva superato appena i quarant’anni, ma portava con sé un’eredità solida: la storia della sua famiglia, radicata nella Genova operosa e una fede cattolica vissuta come misura quotidiana del proprio agire all’insegna della chiara e radicale idea di libertà, giustizia e bene comune. Limitare la libertà economica significava minare la giustizia e soffocare l’iniziativa privata, compromettendo la possibilità stessa di ricostruire il Paese. Lo Stato può intervenire, certo, ma solo quando la storia lo impone, altrimenti l’abitudine all’assistenza spegne l’etica della responsabilità. L’Italia si trovò anche dinanzi a una guerra persa, a un conflitto civile intero e a un confronto aspro e radicale tra due posizioni contrastanti: da un lato, gli statalisti, che desideravano continuare lo statalismo economico ereditato dal fascismo, ritenendo dannosa all’economia l’iniziativa privata
e la libera impresa; dall’altro, una pattuglia di convinti liberisti, tra cui Luigi Einaudi, che collegavano strettamente lo sviluppo della democrazia in Italia alla liberalizzazione degli scambi, istanze che emergevano dalle economie occidentali. Grazie a questa cultura liberale minoritaria (apprezzata e preparata dalla massiccia influenza sulla società italiana della Chiesa, guidata da Pio XII anche attraverso i “comitati civici”), che l’economia italiana non ha imboccato la strada del collettivismo.
Pur trovando in Giuseppe Pella e Luigi Einaudi - sostenuti anche dal pensiero limpido di Luigi Sturzo contro le tre “male bestie” italiane (partitocrazia, statalismo, spesa pubblica) - gli interlocutori più affini alle richieste della Confindustria, Costa dovette prendere atto che quel consenso, una volta entrato nel labirinto delle mediazioni politiche e sociali, si disperdeva. E le istanze degli industriali, pur accolte in linea di principio, raramente arrivavano a tradursi in decisioni di governo.
Provvidenziale per la rinascita italiana fu il contributo del banchiere italo-americano Amedeo Peter Giannini, figlio di emigrati liguri partiti da Favale di Malvaro verso San Francisco. Nel 1922 fondò a Napoli la Banca d’America e d’Italia (BAI), che divenne uno dei canali attraverso cui transitarono parte degli aiuti statunitensi anche nel dopoguerra. Il 15 ottobre 1945, in una Napoli ancora ferita, Giannini avvertì che nessun sostegno sarebbe arrivato finché l’Italia non avesse rimesso «la casa in ordine» con un «governo forte», denunciando anche l’ingerenza delle commissioni interne nelle aziende (Il Tempo, 16 novembre 1945). Era il linguaggio diretto di chi conosceva la fragilità dei sistemi economici e la necessità della fiducia. Il radicamento iniziale a Napoli, il trasferimento a Milano nel 1946 e l’apertura a Genova non furono semplici scelte logistiche, ma tappe di una geografia della prossimità: un’economia che si muove lungo le vie della relazione, del servizio e della fiducia reciproca. La BAI portò in Italia il suo modello etico e inclusivo (servire i “piccoli”), diventando uno strumento di modernizzazione del sistema bancario italiano, con acquisizioni mirate e servizi innovativi, come i prestiti personali e le carte di credito. La sua idea era che la banca dovesse essere un presidio civile, non solo un’impresa economica. In questa prospettiva, la banca di Giannini può essere riletta come un laboratorio di fraternità economica, dove il capitale non è fine ma mezzo, e dove il credito diventa gesto di riconoscimento.
La svolta relazionale tra i due giganti dell’economia maturò nel viaggio del febbraio 1947 negli Stati Uniti, compiuto da Alcide De Gasperi e dal presidente della Confindustria Angelo Costa, decisi a ricostruire relazioni politiche ed economiche solide. De Gasperi incontrò il presidente Harry Truman e il segretario di Stato James Byrnes; Costa, come riferì alla Giunta esecutiva del 27-28 febbraio, ebbe un colloquio decisivo con Giannini, fondatore nel 1904 della Bank of Italy di San Francisco, nata per offrire credito agli emigrati italiani esclusi dal sistema bancario americano. Giannini credeva in una finanza sul modello dei Monti di Pietà, appreso dalla vicina missione fondata dal francescano Junípero Serra (1713-1784), proclamato santo da papa Francesco nel 2015: combatteva l’usura e ripeteva che «un banchiere dovrebbe considerare sé stesso un servo della comunità». Senza la sua visione non avrebbero visto la luce
la Bank of America, il Golden Gate, parte del Piano Marshall e molti capolavori di Hollywood: fu amico e sostenitore di Chaplin, Disney e Frank Capra, che lo ritrasse nel personaggio di George Bailey in La vita è meravigliosa
Costa spiegò ai colleghi che la Bank of America era «molto interessata all’Italia, specie per i rapporti affettivi del suo fondatore», e che Giannini aveva discusso con lui varie possibilità di finanziamento. La sua conclusione fu netta: «per poter avere credito in America dipende più da noi che da loro». In quell’incontro tra due genovesi - uno impegnato nella ricostruzione industriale italiana, l’altro nella modernizzazione finanziaria americana - emerge una comune idea di responsabilità: la fiducia come fondamento del credito, il credito come strumento di rinascita.
Giannini si accordò con Arthur Schlesinger per accelerare l’invio degli aiuti all’Italia, aggirando le lentezze burocratiche. Pur non facendo parte ufficiale del “Piano Marshall”, la Bank of America agì in parallelo, sostenendo imprese italiane con prestiti privati. Nel 1947 l’Export-Import Bank concesse all’Italia 100 milioni di dollari, mentre l’IMI gestì 366,9 miliardi di lire di finanziamenti tra il 1947 e il 1954. L’azione di Giannini fu discreta, ma decisiva.
L’incontro tra Costa e Giannini non è un episodio marginale, ma la rivelazione di una stessa postura etico-cattolica: lo sviluppo economico come responsabilità verso le persone. Lontani per geografia, parlavano la stessa lingua: un’economia che non separa efficienza e umanità, impresa e comunità, crescita e responsabilità. La prefazione di Costa, come presidente della Banca d’America e d’Italia, nel centenario della nascita di Giannini (1870-1949), al volume “Biografia di una banca” - riportata nel libro di O. Bazzichi - F. Reali, La ricchezza delle comunità, L’Altro Editore, 1970, p. 47 -, non è un semplice atto protocollare. È la testimonianza di una sintonia profonda, maturata nel riconoscimento di una comune visione dell’economia come servizio alla persona e alle comunità. A questa stima professionale si unisce la gratitudine per quanto Giannini fece per l’Italia, sostenendo emigrati, imprese e ricostruzione. Per Costa, Giannini rappresenta l’esempio più alto di un capitalismo che unisce libertà economica e responsabilità sociale, un modello che egli stesso ha cercato di seguire negli anni più difficili della sua seconda presidenza. La seconda presidenza di Angelo Costa (1966-1970) appartiene infatti a una stagione tra le più complesse della storia repubblicana. Sono gli anni in cui l’Italia industriale cambia volto: la crescita rallenta, le fabbriche si riempiono di giovani operai più consapevoli, più esigenti. Il 1968 porta nelle imprese un vento nuovo, fatto di domande radicali, di contestazione dell’autorità, di ricerca di benessere e partecipazione. L’“autunno caldo” del 1969 trasforma quelle domande in un’ondata di conflitto che attraversa ogni settore produttivo.
In questo scenario, Costa torna alla guida di Confindustria con il suo stile inconfondibile: sobrio, misurato, alieno da ogni drammatizzazione. Non cerca lo scontro, non alza la voce, non trasforma la tensione sociale in battaglia ideologica. Sa che il Paese sta cambiando e che l’impresa deve saper ascoltare, anche quando l’ascolto è difficile. Sa che dietro ogni rivendicazione c’è una trasformazione più profonda, culturale prima ancora che economica.
Eppure, proprio perché conosce la fragilità degli equilibri, Costa avverte il rischio di una rottura: vede un conflitto che si fa totale, una contrattazione che perde misura, un sistema produttivo che fatica a governare il cambiamento. Gli accordi del 1969, che recepiscono quasi integralmente le richieste sindacali, gli appaiono come il segno di un potere negoziale sbilanciato e di una responsabilità condivisa che si incrina.
Quando lascia la presidenza nel 1970, all’indomani dello Statuto dei lavoratori, Costa consegna al Paese una lezione che resta attuale: l’impresa non è solo un luogo di produzione, ma una comunità; e una comunità vive solo se riconosce, anche nel conflitto, la dignità dell’altro. La sua guida, in quegli anni difficili, rimane un esempio di equilibrio, di civiltà e di fedeltà al bene comune.
Ricordare Angelo Costa significa riconoscere il valore di una tradizione imprenditoriale, che ha saputo coniugare innovazione e continuità, libertà e responsabilità, impresa e società. La sua testimonianza rimane un punto di riferimento per chi vede nell’economia non solo un ambito produttivo, ma una dimensione essenziale della vita civile del Paese. Un messaggio chiaro, attuale, che può diventare un modello agli imprenditori di oggi.
Oreste Bazzichi, già dirigente Confindustria, è docente di Filosofia sociale ed Etica economica alla Pontificia Facoltà Teologica S. Bonaventura-Seraphicum di Roma
Vocazione
export
Nell’imperiese, il settore lusso traina i mercati esteri e punta sull’UK.
Le imprese del settore lusso trainano la forte propensione all’export della provincia di Imperia
Con 263 aziende che esportano, di cui 77 con un valore superiore al 50% del loro fatturato, la provincia di Imperia evidenzia una forte vocazione all’export, caratteristica ancora più marcata tra le imprese del settore lusso, che hanno
nel Regno Unito uno dei principali mercati di sbocco e di crescita. Questo è quanto emerge, in estrema sintesi, dall’indagine campionaria su 19 aziende del segmento luxury rappresentative del Ponente Ligure condotta da Confindustria Imperia e dalla ricerca specifica sull’export realizzata da Cribis per Confindustria Imperia, presentate lo scorso 7
maggio al Royal Hotel di Sanremo nell’ambito dell’evento “Export e mercati globali. Imprese imperiesi nel mondo: dati, export e opportunità internazionali. Scenari, strategie e prospettive di crescita tra territorio e mercati globali”.
Esportare fa bene alle aziende e non è necessario essere per forza grandi imprese «I dati raccolti e rielaborati da Cribis dimostrano che l’export italiano è in forte crescita, che esportare all’estero può aumentare il flusso di cassa, che non serve essere grandi aziende per esportare con successo e che le aziende che esportano sono mediamente più sane - commenta Luciano Tesorini, presidente di Confindustria Imperia -. Nello specifico, per quanto riguarda il settore luxury, l’indagine realizzata da Elena Sparago conferma come il lusso nel Ponente Ligure è già presente in modo diffuso e che la vera sfida è coordinarlo, valorizzarlo e renderlo riconoscibile a livello internazionale. Il futuro del lusso sarà sempre più orientato verso esperienze personalizzate, autentiche e sostenibili, con standard qualitativi elevatissimi e una crescente attenzione alla dimensione relazionale ed emotiva del viaggio. I suggerimenti arrivati dagli operatori, infatti, convergono verso un approccio integrato: occorre fare rete, favorire maggiori sinergie tra imprese, costruire un’identità comune, migliorare accessibilità e servizi, investire sulle persone e rafforzare la presenza del comparto sia a livello territoriale sia sui mercati internazionali».
Il Regno Unito è una grande opportunità ma non si può improvvisare «Londra è una città con 9 milioni di abitanti ma che in realtà sono costantemente 12 con i turisti - aggiunge il Presidente della Camera di Commercio Italiana a Londra, Roberto Costa, intervenuto con Patrick Novembre, esperto di strutture e strategie per operare nel Regno Unito, che ha approfondito gli aspetti legali e fiscali dell’espansione in UK -. Il Regno Unito è una grande opportunità per l’export, ma non si può improvvisare, bisogna avere metodo, prepararsi prima di cominciare per poterlo fare con continuità, in quanto Brexit e Covid hanno trasformato fortemente il Paese facendone un mercato complesso. L’Italia è stabilmente tra i Paesi che commerciano di più con il Regno Unito e Londra resta al centro del mondo, è l’hub ideale per cominciare un percorso perché riesce a erogare un servizio verti-
cale che parte dall’esigenza dell’azienda. Il segreto per esportare con successo nel Regno Unito è capire come adattarsi ma senza perdere la propria identità».
Il settore lusso in provincia di Imperia.
Dati, visione e prospettive per il territorio L’indagine di Confindustria Imperia è stata effettuata su un campione composto da 19 imprese del settore lusso rappresentative del territorio diverse per dimensione e attività, con un fatturato complessivo superiore ai 200 milioni di euro e un volano occupazionale di 1.000 dipendenti. L’elaborazione dei dati raccolti evidenzia una forte presenza di aziende consolidate sul territorio: l’84% del campione opera da oltre 10 anni in provincia di Imperia, evidenziando una struttura solida, caratterizzata da esperienza e radicamento locale. Il target della clientela è per 52% internazionale, rivolto soprattutto alla tipologia business (44%) e a una fascia di età media compresa tra i 40 e i 60 anni (63%).
Nel complesso emerge un settore fortemente orientato all’export, focalizzato sui mercati maturi (Usa, Germania, Austria, Svizzera, Nord Europa) e di prossimità (Costa Azzurra), ma anche attenta alle opportunità che può cogliere in mercati emergenti (India, Sud-Est Asiatico e Medio Oriente). I primi quattro Paesi verso cui è rivolto l’export del campione sono Francia, Usa, Europa e Regno Unito.
L’export in Liguria e in provincia di Imperia I dati della ricerca di Cribis, presentati da Alessandra Chesi e Luana Veronica Lattanzio dimostrano che in Liguria su 139.089 aziende sono 1.816 quelle che esportano (di cui 388 con un valore dell’export superiore al 50% del loro fatturato), di cui 263 in provincia di Imperia. Il valore complessivo dell’export ligure nel 2025 è stato di 9,4 miliardi di euro (+10% sul 2024), mentre i Paesi principali verso cui è stato diretto sono stati Usa, Francia, Germania, Indonesia, Spagna e Regno Unito (rielaborazione dati Istat). In provincia di Imperia, nello specifico, su 22.101 aziende sono 263 quelle che esportano, di cui 77 con un valore dell’export superiore al 50% del loro fatturato. Il 70% delle aziende esportatrici è indipendente, il 30% appartiene a un gruppo e solo l’1% ha una capogruppo straniera. L’export verso il Regno Unito nel 2025 ha superato i 20 miliardi di euro, quasi il doppio del 2024 (10,8 miliardi) e quasi il quadruplo rispetto al 2023 (5,5 miliardi).●
Modelli industriali
del futuro
“ConfindustriaSP100” racconta il valore dell’impresa e premia le realtà più avanzate in termini di innovazione, sostenibilità e responsabilità sociale.
Al Blue Design Summit 2026, Confindustria La Spezia ha scelto di lanciare ufficialmente il Premio “ConfindustriaSP100”, una nuova iniziativa destinata ad accompagnare l’Associazione nel percorso verso il centenario, ma soprattutto pensata per valorizzare le imprese che stanno già costruendo oggi i modelli industriali del futuro. A presentare il Premio, nell’ambito del tavolo di discussione “La Spezia città sostenibile”, è stata la Vicepresidente di Confindustria La Spezia Sara Filippetti, che ha illustrato il significato dell’iniziativa e il suo legame con le trasformazioni economiche, produttive e sociali che stanno interessando il territorio spezzino. Il contesto scelto per il lancio non è stato casuale. Il Blue Design Summit rappresenta infatti uno dei principali momenti nazionali di confronto tra nautica, design, industria, innovazione e sostenibilità: un luogo nel quale si incontrano imprese, progettazione, ricerca, cultura del mare e nuove tecnologie. Una cornice che interpreta perfettamente la traiettoria di sviluppo che La Spezia sta vivendo negli ultimi anni e che sempre più identifica il territorio come un ecosistema capace di mettere in relazione industria, creatività, competenze specialistiche e innovazione.
È proprio in questo scenario che nasce “Confindustria SP100”, un Premio dedicato alle imprese associate che si distinguono per capacità innovativa e per aver saputo integrare concretamente la sostenibilità all’interno delle proprie strategie aziendali, dei processi produttivi, dei prodotti e delle relazioni con i lavoratori e con il territorio.
L’iniziativa era stata annunciata già lo scorso anno, in occasione dell’Assemblea per gli 80 anni di Confindustria La Spezia, e oggi entra nella sua fase operativa con la pubblicazione ufficiale del regolamento e della documentazione per partecipare.
L’obiettivo del Premio è chiaro: valorizzare le migliori esperienze imprenditoriali del territorio e costruire, attorno a queste esperienze, una nuova narrazione dell’industria. Una narrazione capace di raccontare soprattutto alle giovani generazioni che l’impresa contemporanea non è soltanto produzione, ma anche innovazione, sostenibilità, tecnologia, ricerca, responsabilità sociale e valorizzazione delle persone. Negli ultimi anni il modo di fare impresa è profondamente cambiato. La sostenibilità non rappresenta più soltanto un tema etico o ambientale, ma è diventata una delle principali condizioni della competitività. Lo è rispetto ai mercati inter-
nazionali, all’accesso al credito e agli investimenti, alla capacità di attrarre competenze e talenti, al rapporto con i clienti e alla reputazione stessa delle aziende.
I dati confermano questa trasformazione: oltre il 90% delle imprese italiane ha già avviato percorsi legati alla sostenibilità e una quota sempre più significativa si trova oggi in una fase avanzata di integrazione dei criteri ESG. Un processo che non riguarda soltanto le grandi aziende, ma coinvolge sempre di più anche le piccole e medie imprese, impegnate in percorsi di efficientamento energetico, innovazione di prodotto e di processo, economia circolare, welfare aziendale e valorizzazione del capitale umano.
Ed è proprio questa idea ampia di sostenibilità che il Premio “ConfindustriaSP100” intende mettere al centro. Sostenibilità significa certamente riduzione degli impatti ambientali, innovazione tecnologica ed efficientamento dei processi. Ma significa anche qualità del lavoro, sicurezza, formazione, inclusione, welfare e capacità di generare valore sociale oltre che economico.
Il Premio sarà articolato in tre categorie: innovazione sostenibile di prodotto, innovazione sostenibile di processo e innovazione sostenibile strategica. Tre ambiti differenti ma accomunati dalla stessa idea di fondo: valorizzare imprese moderne, aperte, responsabili e capaci di guardare al lungo periodo.
La scelta di presentare il Premio all’interno del Blue Design Summit assume anche un forte valore simbolico. Oggi La Spezia vive, infatti, una fase particolarmente significativa della propria evoluzione industriale e culturale. Il recente riconoscimento della città come UNESCO Creative City for Design rappresenta non soltanto un importante motivo di orgoglio, ma anche la conferma di un percorso costruito negli anni grazie alla crescita di un ecosistema produttivo capace di evolversi e innovare. Un ecosistema nel quale convivono grandi gruppi industria-
li, PMI altamente specializzate, centri di ricerca, università e filiere produttive di eccellenza. Dal sistema della nautica del Miglio Blu alle imprese della subacquea, dalla difesa ai servizi avanzati, dalla meccanica alla logistica, dall’energia all’economia del mare, La Spezia sta consolidando sempre di più una propria identità industriale fortemente legata all’innovazione e alla qualità delle competenze. Alla base di questo sviluppo vi è un elemento fondamentale: la cultura industriale. Perché dietro ogni investimento sostenibile non esiste soltanto una scelta tecnica o economica, ma una visione dell’impresa e del suo ruolo nel territorio.
Confindustria La Spezia vuole che “ConfindustriaSP100” diventi qualcosa di più di una semplice premiazione annuale. L’obiettivo è costruire nel tempo uno spazio permanente di valorizzazione delle migliori pratiche imprenditoriali, capace di accompagnare il territorio verso il centenario dell’Associazione premiando le imprese che sapranno interpretare in modo più avanzato i temi dell’innovazione, della sostenibilità e della responsabilità sociale.
Perché i territori crescono davvero quando le buone pratiche diventano patrimonio collettivo e quando l’industria riesce a raccontarsi come motore di sviluppo, innovazione e futuro.
«ConfindustriaSP100 nasce con l’obiettivo di accompagnare il nostro territorio verso il futuro valorizzando le imprese che ogni giorno investono in innovazione, sostenibilità e qualità del lavoro - dichiara il Presidente di Confindustria La Spezia Alessandro Laghezza -. Vogliamo premiare non soltanto i risultati economici, ma soprattutto la capacità delle aziende di generare valore per il territorio, per le persone e per le nuove generazioni. La Spezia sta vivendo una stagione straordinaria di crescita industriale e culturale e crediamo che raccontare le migliori esperienze imprenditoriali sia fondamentale per rafforzare l’identità e l’attrattività del nostro sistema produttivo».●
Unione Industriali della Provincia di Savona
Oggi e domani
Traguardando i primi due anni di mandato, la presidente di UI Savona Caterina Sambin commenta le sfide del presente e del futuro per il territorio.
di Gilberto Volpara
Caterina Sambin
La riflessione con Caterina Sambin, presidente dell’Unione Industriali di Savona, trae origine da un tema d’estrema attualità. Un ragionamento che va ben oltre la classica chiacchiera da ombrellone estivo. Quali sono i settori del futuro su cui investire? Una domanda utile ai giovani e alle rispettive famiglie, non secondaria per gli imprenditori. Un quesito trasversale posto, anche, da Confindustria Genova nell’assemblea pubblica di inizio estate. La visione della guida dell’Unione Industriali di Savona, da manager e mamma di un adolescente.
Quali le sue previsioni in termini di evoluzione economica e professionale?
Recentemente, il noto analista politico Dario Fabbri, presso la nostra sede di via Gramsci 10, nel corso di un incontro aperto agli associati, ha ricordato l’ammonimento di un suo vecchio professore. Il consiglio era quello di fare previsioni, esclusivamente, a 70 anni così che fossero difficilmente verificabili. Battute a parte, la questione su cui gli amici genovesi ci hanno chiesto d’interrogarci potrebbe far rima con intelligenza artificiale e semiconduttori, ma anche cleantech ed energie rinnovabili. Non secondario, tutto il tema della longevità. Nei prossimi 50 anni, le parole chiave potrebbero essere collaborazione uomo-macchina, sostenibilità e resilienza, con un impatto radicale sui modelli di business globali e locali. Ma, appunto, l’utilizzo del condizionale è d’obbligo perché i cambiamenti sono quotidiani.
Il territorio ligure, nonché ponentino, come si pone davanti a queste sfide?
Parole d’attualità restano transizione energetica e decarbonizzazione. La sfida ambientale imporrà il graduale passaggio dai combustibili fossili all’adozione di pratiche di economia circolare. I processi produttivi dovranno eliminare gli sprechi puntando sul riuso e sul riciclo totale dei materiali. Dalla transizione dipenderà l’efficienza dei costi, inclusa l’adozione di idrogeno ed e-fuel per i settori come la logistica. Se l’Industria 4.0 ha introdotto l’automazione spinta, l’Industria 5.0 riporterà l’essere umano al centro del processo produttivo. L’invecchiamento degli impianti e i rischi legati a eventi climatici estremi richiederanno ingenti investimenti per modernizzare le infrastrutture e garantire la sicurezza sul lavoro. La capacità di gestire tutto questo determinerà la competitività delle imprese sul mercato.
A proposito di eventi metereologici estremi, citati come prevedibilmente più frequenti nei prossimi 50 anni, creano apprensione le nuove regole relative al Bormida.
Dobbiamo prendere atto di un iter che stiamo conducendo assieme a Regione e all’Autorità di Bacino del Po. Sottolineo che non esiste conflittualità, semmai collaborazione al servizio delle imprese. Le normative sono diventate assai stringenti, l’auspicio è quello di una revisione delle mappe, ma più che altro delle rego-
le attuative del Piano perché possano diventare più flessibili e le realtà produttive possano continuare nel il proprio operato. Purtroppo, l’iter caratterizzato dalle necessarie osservazioni regionali è più lungo di quello che potevamo immaginare. Restiamo, però, fiduciosi.
A proposito di grandi sfide, il Savonese è terra in cui l’export rappresenta una fetta importante di PIL. Quale la situazione con le recenti tensioni internazionali?
Nonostante le incertezze sui dazi e il perdurare della guerra in Ucraina, l’export savonese, nel 2025, è stato di quasi due miliardi di euro (1.961 milioni), allineato con quanto registrato nel 2024 e, considerato che i nostri principali partners sono Francia e Germania, che non se la stanno passando benissimo, è stato un grande risultato, a dimostrazione della solidità delle nostre produzioni. Il 2026 ci ha portato in dote un nuovo conflitto internazionale, il blocco degli stretti e l’ulteriore esplosione dei prezzi dei prodotti energetici, con conseguenze sia inflattive, sia di stagnazione produttiva. Tuttavia, per ora, la produzione industriale della provincia è sostanzialmente stabile, così come l’occupazione dell’industria, che è cresciuta negli ultimi tre anni di oltre 3000 addetti. Ciò ci porta a pensare che, se le crisi trovassero una soluzione nel breve, l’autunno-inverno ci permetterebbe, forse, di recuperare un po’ di punti e mantenere produzione ed esportazione a livelli accettabili.
Invece, dopo due anni di mandato, quali restano le sue sfide da presidente?
Chi fa impresa deve essere ottimista per natura e io lo sono. Tuttavia, l’obbligo resta pure quello di confermare gli importanti risultati raggiunti in periodi assai delicati per la coincidenza di fattori ambientali, economici e sociali. Il Savonese, con le sue criticità, ha dimostrato d’essere ancora la locomotiva industriale della Liguria e, nel suo piccolo, anche essenziale per il Nord Ovest - pensiamo alla logistica portuale. Come abbiamo spiegato nelle ultime settimane in Senato, il domani dell’Area di Crisi Complessa, con l’adeguato rifinanziamento, rappresenta una priorità non derogabile. Necessaria una snellezza nelle pratiche in cui Filse, al nostro fianco, ha dimostrato tutto il suo valore rispetto a istruttorie nazionali molto più complesse e lente nel fornire risposte a chi necessita di riscontri immediati per compiere investimenti sul territorio. Attenzione quotidiana, poi, risulta doverosa per i problemi della transizione energetica che stanno coinvolgendo l’automotive e al tema dei costi energetici e, anche qui, della transizione da gas ad elettrico a una filiera strategica come quella del vetro cavo. Traguardare il domani significa, però, lasciare qualcosa di concreto come eredità a chi viene dopo di noi. Non è più un segreto che il direttivo dell’Unione Industriali sia orientato a un impegno concreto per creare uno studentato universitario a Savona. Purtroppo, i numeri del Campus rendono difficile l’investimento, ma confidiamo in un dialogo proficuo con il neo rettore dell’Ateneo.●
Anche quest’anno il “PMI Networking Evening”, promosso dalla Piccola Industria di Confindustria Genova, si è tenuto nella suggestiva cornice di Villa Lo Zerbino, ospitando la riunione del Consiglio Centrale della Piccola Industria Nazionale, con la partecipazione del presidente Fausto Bianchi, e il dibattito su Physical AI, che ha coinvolto Andrea Pagnin, Chief Business Officer e co-founder di Generative Bionics, e i presidenti di Assolombarda, Alvise Biffi, di Confindustria Genova, Fabrizio Ferrari, e dell’Unione Industriali Torino, Marco Gay. Nel corso dei lavori del Consiglio Centrale (del quale è membro anche il presidente di Piccola Industria di Confindustria Liguria, Chris Ostet), il past president PI di Confindustria Genova, Andrea Razeto, ha avuto l’opportunità di presentare l’attività che la nostra Associazione svolge in collaborazione con Fincantieri nell’ambito del progetto “PartnerShip”, l’iniziativa promossa dal Gruppo guidato da Pierroberto Folgiero a supporto delle PMI della filiera impegnate nelle procedure di compliance ai requisiti ESG: un’esperienza di successo che va consolidandosi, come ha confermato anche Orazio Di Pietro, Head of PartnerShip Supply Chain di Fincantieri, e che costituisce un modello replicabile sia all’interno di Confindustria Genova (attuando gli Accordi già sottoscritti in tal senso con Ansaldo Energia e Liguria Digitale, e perfezionando quelli in corso con Enel e Iren), sia a livello di Sistema.
Ad aprire il dibattito su Physical AI, condotto dalla giornalista Alessandra Rossi, è stato Piero Gai, presidente in carica del Gruppo Piccola Industria genovese, mentre Andrea Pagnin, raccontando l’avventura (cominciata da pochi mesi) di Generative Bionics, spinoff dell’Istituto Italiano di Tecnologia, ha introdotto con grande concretezza il tema dell’Intelligenza Artificiale Fisica: evoluzione dell’IA che, in Generative Bionics si traduce nella costruzione di robot umanoidi in grado di affiancare gli umani
Ph.
William
Bignone
|
Gleeye
nei luoghi di lavoro, supportando le comunità e affrontando la crescente carenza di manodopera in settori complessi. La parola passa poi ai presidenti delle territoriali di MITOGENO. Per Alvise Biffi, in un’Italia che da oltre trent’anni fatica a far crescere la produttività, l’IA non è solo una questione tecnologica, ma una sfida industriale ed economica: servono investimenti in competenze e in infrastrutture di dati, che rappresenteranno il vero vantaggio competitivo delle nostre imprese. Raccoglie l’assist Fabrizio Ferrari che sottolinea come proprio la convergenza, in questo momento storico, del mondo dei bit con quello degli atomi faccia emergere l’immenso patrimonio di dati che Italia e Europa hanno a propria disposizione. Patrimonio che, conclude Marco Gay, deve essere valorizzato in termini di conoscenza e di fruizione, nel quadro di una politica industriale di medio-lungo periodo (nel video che segue, il confronto tra Biffi, Ferrari e Gay).
Last but not least: grazie alle aziende che, partecipando al programma di co-branding dell’Associazione o in esclusiva per questa occasione, hanno consentito l’organizzazione del PMI Networking Evening.●
La nostra promessa di futuro
55° Convegno dei Giovani Imprenditori Rapallo, Porto Carlo Riva
Il 55º Convegno Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, dal titolo “PEOPLE - La nostra promessa di futuro”, si è tenuto a Rapallo, il 5 e 6 giugno scorso. Nella sua relazione di apertura dei lavori, la presidente del Movimento, Maria Anghileri, si è focalizzata sulle sfide che istituzioni, imprese, politica devono affrontare per restituire ai giovani la fiducia di una prospettiva di futuro. Imprenditori, esperti, rappresentanti del Governo e dei partiti all’opposizione si sono alternati sul palco allestito al Porto Riva per confrontarsi su temi forse non nuovi - capitale umano, burocrazia, tasse, energia... - ma che gli under 40 di Confindustria hanno voluto riproporre con ancora maggiore forza e urgenza, in un contesto globale pieno di incertezze. Nelle pagine che seguono riportiamo alcuni passaggi dell’intervento, disponibile nella versione integrale sul sito giovanimprenditori.org.
« Vorrei aprire questa due giorni di lavori condividendo una domanda che mi è rimasta impressa, dell’ultimo meraviglioso film di Sorrentino: di chi sono i nostri giorni? Più ci penso, più mi accorgo che dentro c’è quasi tutto. Perché i nostri giorni sono fatti di scelte, di coraggio, di responsabilità, di lavoro. E a questa domanda ne segue un’altra: perché facciamo tutto questo? Io credo che la risposta sia una sola. Lo facciamo perché, dentro di noi, c’è una promessa. Una promessa di futuro. Dobbiamo essere onesti. Una parte di questa promessa, in Italia, si è incrinata. Non tutta, non per tutti. Ma si è incrinata proprio dove dovrebbe esserci più futuro, per i giovani e per le imprese »
« Dobbiamo restituire ai giovani la fiducia nella prospettiva del proprio futuro. La certezza che impegnarsi e rischiare abbia ancora un senso. Questa è crescita. È avere in mano la propria vita, poter scegliere liberamente dove vivere, se fondare un’azienda, quando avere un figlio »
« Ci sono almeno due generazioni di giovani che stanno vivendo la vita adulta in anni di conflitti e trasformazioni. Vivere in un Paese in pace è una benedizione che abbiamo il dovere di difendere. Ed è per questo che l’Europa deve investire nella propria difesa. La pace si costruisce e si protegge, non si mantiene da sola. I conflitti lasciano conseguenze che vanno oltre i confini di chi combatte. Destabilizzano le filiere, spostano gli equilibri, accelerano trasformazioni che già erano in corso. E su quel terreno, economico e tecnologico, la competizione è altrettanto dura »
« Il 61% dei giovani europei è ottimista sul futuro dell’Europa, ma sono preoccupati dalla mancanza di lavoro di qualità, da un welfare costruito per le generazioni precedenti e non per loro. Sono loro la promessa di futuro che l’Europa non può e non deve tradire! Meritano un’Unione che dia risposte anche con strumenti di debito comune per investire in difesa, intelligenza artificiale e transizione energetica. Avere un mercato unico dell’energia, e infrastrutture europee per collegarlo, ad esempio, ci renderebbe più autonomi a beneficio dei milioni di posti di lavoro garantiti dalle filiere industriali »
« L’Europa ha anche una responsabilità più profonda, riaffermare i valori su cui è stata costruita. La democrazia, lo stato di diritto, la dignità della persona che vediamo violati così spesso, anche in questi giorni »
« Le persone sono le terre rare di questo mondo. Non si comprano sui mercati. Si formano in decenni ma si perdono in un momento. E una volta andate, difficilmente tornano »
« Per prosperare, l’Italia ha bisogno di giovani altamente formati e digitalizzati, umanisti e scienziati. Innovatori. Dei quattro milioni di donne e giovani inattivi da riportare al lavoro. Dei ragazzi con un’idea valida ma senza i mezzi economici per provarci. Degli imprenditori che vogliono investire in ricerca e innovazione, delle startup da far entrare nelle filiere mature per trasformarle da dentro »
« Un giovane italiano si domanda perché restare in Italia. L’amore di patria non basta per pagare il mutuo della prima casa. Non basta per indebitarsi con investimenti da milioni di euro o per decidere se far nascere un figlio »
« Mentre parlo 100 ragazzi stanno emigrando e 42 aziende guidate da giovani chiudono o delocalizzano. E nonostante questo nelle politiche pubbliche non ci siamo. Non ci siamo da vent’anni. Ci sono gli over 60, non gli under 40. Dare voce a questo grido è il mandato che ho ricevuto, e lo porto oggi in questa sala. Soprattutto perché altri Paesi, anche molto vicino a noi, offrono una promessa di futuro più concreta e alla portata di tutti, a prescindere dalle condizioni di partenza di ognuno. Dove il nascere donna non ti costringe alla scelta impossibile fra carriera e maternità »
Maria Anghileri
« È ora che questo Paese offra ai propri giovani un motivo per restare. Un Paese che non cambia, che non si riforma, non può bastare per 152mila imprese e oltre 5 milioni di lavoratori che producono fianco a fianco, ogni giorno. Siamo noi. Quelli che pagano le tasse fra le più alte d’Europa e non trovano posto negli asili nido, negli ospedali, o case in cui abitare a costi sostenibili. E alla fine vedono i figli andare via proprio dal Paese a cui versano quasi metà del proprio stipendio »
« Nel 2024, su oltre 1.100 miliardi di spesa pubblica, solo 99 miliardi sono stati destinati a istruzione, ricerca e sviluppo. 33 al sostegno delle giovani famiglie e alla natalità. In tutto, 132 miliardi. Dall’altra parte, quasi 400 miliardi sono stati assorbiti dalla spesa previdenziale e assistenziale »
« In Italia il rapporto fra passato e futuro è di quasi 3 a 1. Questo non è più accettabile! Noi diciamo che deve diventare 1 a 3, a favore dei giovani. Sì, significa investire diversamente le risorse, fare scelte scomode. Ma se continuiamo così non stiamo proteggendo nessuno, stiamo solo rinviando il conto da pagare. Per questo proponiamo un Indice Futuro: uno strumento pubblico, stabile nelle metriche e aggiornato ogni anno, che misuri non quanto investiamo, quello lo sappiamo già, ma quali effetti producono le risorse, gli incentivi, le norme che destiniamo a natalità, istruzione, innovazione e giovani. La nostra Filiera Futuro »
« Non accettiamo che l’investimento sulla scuola, che è di tutti e per tutti, abbia gap così alti con ritorni così bassi. Né ci rassicura che solo il 31% dei giovani italiani siano laureati, contro il 71% della Corea del Sud. E nemmeno il fatto che trasformiamo in brevetti solo il 3% delle pubblicazioni scientifiche rispetto al 14% della Germania »
« Siamo il Paese più indebitato d’Europa nonostante la prudenza sui conti pubblici del Governo, che riconosciamo pienamente. Non va perché non cresciamo. L’Indice Futuro dovrebbe farlo lo Stato, le Istituzioni. Se non lo farete voi ci penseremo noi, e sulla base di questo faremo scelte consapevoli alle prossime elezioni »
« Tassazione, burocrazia e incertezza delle regole sono enormemente più pesanti rispetto ai competitor europei. Nonostante tutto continuiamo a fare impresa in Italia. Farcela “nonostante tutto” ha delle conseguenze sistemiche sui giovani e sulle imprese. Deve essere chiaro. La prima è che tanti non ce la fanno proprio »
« Ci sono poi le nuove imprese che non nascono più e quelle manifatturiere che sono solo il 13% del totale delle startup innovative. La seconda conseguenza è che stiamo esportando i nostri imprenditori, insieme alle merci »
« L’Unione europea sta lavorando a uno strumento per fermare questa emorragia. È il 28º Regime, che consentirà la creazione di un nuovo tipo di società europea, la EU-Inc., riconosciuta in tutti i Paesi dell’Unione. Si potrà fondare in 48 ore, online, con meno di 100 euro e senza capitale minimo obbligatorio. Il 28º Regime va sostenuto e non annacquato in sede di discussione europea perché semplificare la vita delle imprese è oggi una necessità più che una scelta! »
« Non facciamo niente per trattenere qui i giovani talenti che abbiamo formato con i soldi di tutti. A chi torna con la pensione diciamo: pagate il 7%. Ai giovani che vogliono restare: fatevi carico delle tasse di tutti. Ma vi sembra possibile? Per facilitare la strada verso il salario competitivo per i giovani abbiamo una proposta da fare. Ora ci serve trovare chi abbia il coraggio di attuarla. È una proposta concreta: fino a mille euro in più al mese nel primo anno di lavoro per un under 35. Mille euro che cambiano la vita, che permettono di pagare l’affitto, di mettere da parte qualcosa, di decidere di restare qui invece di andare altrove. Il meccanismo è un’esenzione IRPEF decrescente su cinque anni, fino a 50mila euro di reddito: dal 100% nel primo anno al 20% nel quinto »
« Per i nostri giovani dobbiamo anche facilitare la creazione di nuova impresa in Italia. Abbiamo due proposte. La prima si chiama Borsa per l’imprenditorialità, ispirata alle borse di dottorato, il cui unico fine sia la nascita di una nuova impresa innovativa. In Germania esiste, in Finlandia anche, in Italia no. Sarebbe finanziabile con risorse europee già disponibili »
« La seconda si chiama Portale Unico. Questa è forse la più semplice da capire e la più difficile da accettare che non esista ancora, nel 2026. Noi chiediamo un’unica interfaccia digitale che integri in un solo punto l’avvio d’impresa, l’accesso agli incentivi e le garanzie. Uno sportello operativo dove temporary manager accompagnino il giovane nel navigare la burocrazia e la gestione d’impresa »
« Stiamo entrando in una nuova civiltà digitale. Se il telefono ha impiegato 75 anni per raggiungere 100 milioni di utenti, internet 7 anni, ChatGPT ci ha messo solo due mesi. Dobbiamo farci trovare pronti invece che spaventati. Già oggi in Francia e Spagna più del 44% di cittadini usano l’AI generativa, da noi circa il 28. Probabilmente il lavoro non ci verrà portato via dalla macchina ma da un umano che la sa usare meglio di noi »
« C’è poi una sfida che mi affascina ancora di più. Che tipo di persone e lavoratori dovremo essere di fronte all’AI. Come ha ricordato Papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas dobbiamo curare e coltivare la nostra umanità al pari dello sviluppo tecnologico. Altrimenti si “ha di più” ma non si “è di più”. L’AI deve essere uno strumento a servizio delle persone, non il contrario »
« Abbiamo scelto il titolo “People” perché per noi non è uno slogan. È il modo in cui viviamo le nostre aziende ogni giorno. Dove i giovani non aspettano in panchina, sono in campo, sono la forza che muove. Un Paese che lascia andare queste persone sta perdendo la cosa più preziosa che ha. Noi non glielo lasceremo fare in silenzio. Per questo siamo qui. Per questo non smettiamo. I nostri giorni sono nostri » ●
di Nello Brancaccio
La nuova frontiera della comunicazione parla anche genovese.
Video, idee e tecnologia
Nel panorama della comunicazione moderna, il video è diventato uno degli strumenti più potenti ed efficaci per raccontare storie, trasmettere valori e creare connessioni autentiche con il pubblico. La forza del video infatti risiede nella sua capacità di unire immagini, parole, musica ed emozioni in un unico flusso narrativo. A differenza di un testo scritto o di una semplice fotografia, un contenuto video riesce a catturare l’attenzione in pochi secondi, coinvolgendo lo spettatore in maniera diretta e immediata. L’evoluzione tecnologica, la diffusione capillare degli smartphone e l’esplosione delle piattaforme social hanno trasformato profondamente il modo in cui le persone consumano contenuti. Oggi il linguaggio audiovisivo domina il web e rappresenta una leva strategica indispensabile per aziende, istituzioni, professionisti e creator. In un’epoca caratterizzata da una continua sovrabbondanza di informazioni, riuscire a emergere e mantenere alta l’attenzione del pubblico unendo immagini, parole, musica ed emozioni in un unico flusso narrativo. è diventata una sfida complessa. Le produzioni video rispondono perfettamente a questa esigenza, grazie a un linguaggio rapido, dinamico e facilmente
fruibile. Le piattaforme digitali confermano quotidianamente questa tendenza. Social network come Instagram, TikTok, YouTube e Facebook premiano i contenuti audiovisivi attraverso algoritmi che ne favoriscono la diffusione e l’interazione. Gli utenti, dal canto loro, mostrano una crescente preferenza per i video rispetto ai contenuti statici, perché consentono una comprensione più immediata e offrono un’esperienza più immersiva.
Non è un caso che molte aziende abbiano progressivamente spostato i propri investimenti verso la produzione video, riconoscendone l’impatto in termini di visibilità, engagement e conversioni. Nel marketing e nella comunicazione aziendale, il video è diventato uno strumento centrale per costruire l’identità di un brand. Un video ben realizzato infatti non si limita a vendere un prodotto, ma crea emozioni, trasmette fiducia e rafforza la reputazione di un marchio.
Un altro elemento che rende il video così rilevante è la sua capacità di suscitare emozioni. Le emozioni influenzano profondamente le decisioni delle persone e contribuiscono a creare ricordi duraturi. Una produzione video ben progettata riesce a coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo,
stimolando empatia, curiosità e partecipazione. Questo aspetto è particolarmente importante nelle campagne sociali, nelle comunicazioni istituzionali e nelle iniziative di sensibilizzazione, dove il coinvolgimento emotivo può fare la differenza.
Naturalmente, la crescente importanza dei video ha innalzato anche il livello qualitativo richiesto dal pubblico. Oggi non basta semplicemente registrare immagini: è necessario progettare contenuti curati, coerenti e professionali. Regia, montaggio, fotografia, sound design sono elementi fondamentali per realizzare produzioni efficaci. La qualità tecnica e narrativa di un video incide direttamente sulla percezione del messaggio e sulla credibilità di chi comunica. Così come realtà aumentata, realtà virtuale, intelligenza artificiale e video interattivi stanno aprendo nuove frontiere nella comunicazione digitale.
In questo scenario altamente competitivo, emerge con forza il ruolo di realtà produttive capaci di coniugare creatività, innovazione tecnologica e visione imprenditoriale. È il caso di E-Motion, azienda con sede a Genova che, pur operando lontano dai tradizionali centri del mercato pubblicitario
nazionale come Milano o Roma, ha saputo ritagliarsi in oltre 30 anni di attività, uno spazio autorevole nel settore della comunicazione audiovisiva.
La storia dimostra come oggi il talento e la qualità possano superare i limiti geografici. Essere “decentrati” rispetto ai grandi hub della comunicazione non rappresenta più un ostacolo, soprattutto in un’epoca in cui la tecnologia consente connessioni immediate, produzioni da remoto e una distribuzione globale dei contenuti.
Ciò significa investire in maniera significativa sia nelle competenze professionali sia nelle tecnologie di produzione. Droni cinematografici, regie avanzate, sistemi di ripresa in alta definizione, post-produzione digitale e nuovi linguaggi visuali hanno permesso all’azienda di crescere e confrontarsi con standard nazionali e internazionali sempre più elevati grazie anche al recente ingresso in Casta Diva Group. Tutto ciò unito ad una componente essenziale del lavoro: la capacità di gestire tutto il processo internamente - dal girato, alla post produzione, alla grafica, alle animazioniaffidandosi ad un unico interlocutore in grado di rispettare tempi e consegne senza dispersioni di tempi e costi.●
Elogio della fuga: il mondo si racconta a Genova e Genova si racconta al mondo.
di Angelo Pittro
“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Le parole di Henri Laborit accompagnano la IX edizione di Lonely Planet UlisseFest - La Festa del Viaggio, che dal 10 al 12 luglio 2026 porterà a Genova oltre cinquanta appuntamenti tra incontri, spettacoli, concerti, laboratori, esperienze e racconti dal mondo. Il tema scelto, Elogio della fuga, non invita a sottrarsi alla realtà, ma a guardarla da un’altra prospettiva. Fuggire, in questo senso, significa aprire uno spazio nuovo, allontanarsi dalle abitudini, cambiare rotta quando la rotta non basta più. È un movimento vitale, un modo per restare liberi, continuare a immaginare, rimettere in cammino il desiderio.
Per tre giorni Genova diventerà una grande mappa aperta sul Mediterraneo. Città di mare, di partenze e ritorni, di commerci, migrazioni e incontri, il capoluogo ligure accoglierà viaggiatori, scrittori, giornalisti, esploratori, musicisti, scienziati e narratori contemporanei. I palazzi storici, le piazze, il Porto Antico, i moli, i giardini e gli spazi affacciati sull’acqua diventeranno luoghi di racconto, attraversati da storie che arrivano da continenti lontani e da geografie interiori.
UlisseFest 2026 parlerà di Mumbai e del Mar Nero, di Groenlandia e Tunisia, di Giappone, Cina, Asia Centrale, Antartide, Sud-est asiatico e rotte dell’antico impero portoghese. Racconterà il mondo che cambia, le sue crisi, le sue contraddizioni, ma anche la sua inesauribile capacità di generare incontri e possibilità. Cecilia Sala porterà lo sguardo dei reportage dalle zone più fragili del pianeta; Marco Ansaldo accompagnerà il pubblico lungo le coste del Mar Nero; Lorenzo Trombetta e Luigi Farrauto racconteranno Damasco e la Siria oltre le immagini della guerra; Simone Pieranni e Alessandro Ceschi offriranno due diverse prospettive sulla Cina contemporanea. Tra gli ospiti più attesi ci sarà Tony Wheeler, fondatore
di Lonely Planet, insieme a Maureen Wheeler protagonista di una delle più grandi avventure editoriali e culturali degli ultimi cinquant’anni. La loro storia ha cambiato il modo di viaggiare di milioni di persone, trasformando la guida di viaggio in uno strumento di conoscenza, curiosità e libertà. A Genova, Wheeler ripercorrerà insieme a Chiara Francini rotte, incontri e trasformazioni di un mondo che non ha mai smesso di muoversi. Il festival sarà anche un viaggio nelle città. Genova dialogherà con New York attraverso l’incontro tra la sindaca Silvia Salis e Bill de Blasio, in un confronto sulle metropoli come luoghi di accoglienza, trasformazione e futuro. Pablo Trincia porterà in scena La città delle sette isole. Pablo Trincia racconta Mumbai, un racconto originale ideato appositamente per UlisseFest. Mumbai, New York, Damasco, Tunisi, Pechino e Genova diventeranno tappe di un unico itinerario globale, mentre il format Salotto del Mondo aprirà finestre su Spagna, Slovenia, Cina, Boston e Repubblica di San Marino. Accanto alla geopolitica e alle grandi città, UlisseFest conserverà la sua anima più avventurosa. Ci sarà chi ha fatto il giro del mondo a piedi, come Pieroad, chi ha attraversato continenti in bicicletta, chi ha seguito le tracce di Marco Polo da Pechino a Venezia, chi ha vissuto in Antartide o camminato tra le Alpi. Enrico Brizzi racconterà l’arte del camminare, Fabio Genovesi la bicicletta come forma di libertà, Marco Buttu la vita nella base Concordia, Daniela Tommasini e Frank Westerman i paesaggi estremi del Nord. Il viaggio lento diventerà così un modo per misurare il tempo, osservare meglio, sottrarsi alla fretta. Non mancherà la scienza, intesa come esplorazione di ciò che ancora non conosciamo. AstroViktor accompagnerà il pubblico dalla Luna a Marte; Gabriella Greison proporrà un intervento originale pensato per il festival, intrecciando fisica quantistica, mito e racconto personale in una riflessione sul cambiamento e sulla trasformazione; Stefano Mancuso ricorderà che anche le piante viaggiano, da milioni di anni, spesso meglio di noi. E poi ci sarà la musica, una delle anime più riconoscibili di UlisseFest. Il reggae di Julian Marley aprirà il festival ai Giardini Luzzati; Francesco Gabbani e i Negramaro animeranno le grandi serate all’Axpo Arena del Mare; Kruder & Dorfmeister porteranno a Genova uno degli spettacoli audiovisivi più attesi. Le albe sull’Isola delle Chiatte saranno affidate alla voce di Micah P. Hinson e alla kora di Seckou Keita, mentre i Paesaggi Sonori attraverseranno geografie e culture con Federico Sacchi, Raffaele Costantino, Alessio Bertallot e Valerio Corzani. Con LiberTango, Gloria Campaner unirà Genova e Buenos Aires nel segno delle migrazioni italiane e delle musiche di Astor Piazzolla.Genova non sarà soltanto lo scenario, ma una vera protagonista. I visitatori potranno attraversarne le molte anime: i Palazzi dei Rolli patrimonio UNESCO, i carruggi, il Waterfront, le Botteghe Storiche, i Forti, il mare e le colline. Tour, laboratori, visite guidate, degustazioni, masterclass e percorsi gastronomici racconteranno una città stratificata, autentica, sorprendente, capace di mettere in relazione culture, mestieri, linguaggi e visioni.
Questo è UlisseFest 2026: il mondo che si racconta a Genova e Genova che si racconta al mondo. Una festa del viaggio, ma anche un invito a cambiare aria, rotta, sguardo. Perché la fuga, quando nasce dal desiderio e non dalla rinuncia, può diventare il primo passo verso una nuova forma di libertà.●
Angelo Pittro è direttore Lonely Planet Italia
Ph. Stephanie Gengotti
di Vanda Moroni
Che brutto tempo, prendiamo l’ombrello. Sbrigati o non faremo in tempo!
Tempo:
due facce della stessa parola
La lingua italiana custodisce un piccolo prodigio di significato: la parola “tempo” racchiude in sé due dimensioni fondamentali dell’esperienza umana. Da un lato c’è il tempo meteorologico, quello che regola le stagioni, che modella i paesaggi e influisce sul nostro umore. Dall’altro c’è il tempo cronologico, quello che misura il nostro vivere quotidiano attraverso le ore, i giorni e gli anni. È affascinante che una sola parola riesca a contenere due realtà così diverse, eppure intimamente intrecciate. Questa coincidenza linguistica non è soltanto una curiosità, ma una finestra sul nostro modo di percepire il mondo. Viviamo immersi in entrambi i sensi, che circolano e si intrecciano silenziosamente nelle nostre giornate. Ci svegliamo con lo sguardo rivolto al cielo per capire se servirà un ombrello o un paio di occhiali da sole, e contemporaneamente ci chiediamo quanto manca al prossimo impegno, all’ora di pranzo, alla fine della settimana. Due tempi che scorrono insieme, quello della natura e quello della nostra vita, a volte armonici, a volte contrastanti.
Il tempo del cielo...
Il tempo atmosferico è spesso il primo pensiero che ci accompagna al risveglio. L’apertura della finestra è un gesto semplice, quasi automatico, ma in realtà rappresenta una piccola connessione con l’universo. Uno sguardo al cielo ci basta per anticipare l’andamento della giornata. Se il sole splende ci sentiamo più leggeri e pronti all’azione, se piove tendiamo a raccoglierci, a cercare riparo/conforto in spazi interni, sia fisici che emotivi.
Oggi la meteorologia ci fornisce strumenti potenti. I satelliti, i modelli climatici e le previsioni su piattaforme digitali ci permettono di conoscere con sorprendente anticipo l’evoluzione del meteo. Possiamo pianificare viaggi, lavori agricoli, manifestazioni ed eventi all’aperto evitando molti rischi. Le tecnologie meteorologiche moderne non solo ci aiutano a migliorare la nostra quotidianità, ma salvano vite e limitano danni economici grazie ai sistemi di allerta precoce per tempeste, alluvioni e ondate di calore.
Eppure, nonostante queste conquiste della scienza, il tempo atmosferico mantiene un alone di mistero. Basta un improvviso temporale estivo a ricordarci che la natura conserva sempre un lato imprevedibile. Ogni cielo è unico: le nuvole mutano forma in continuazione, la luce del tramonto cambia di giorno in giorno. Osservare il cielo è una pratica antica che attraversa culture e secoli.
Il tempo del cielo non si limita a influenzare la materia, ma tocca anche l’animo. Ci sono giornate limpide che amplificano l’energia vitale e ci spingono verso l’esterno, e giornate grigie che ci portano a guardarci dentro. In un certo senso, le condizioni meteorologiche diventano uno specchio psicologico: rispecchiano e modellano le nostre emozioni. Il cielo non è mai solo un fenomeno fisico, ma anche un linguaggio simbolico, un continuo dialogo tra la Terra e l’essere umano.
Il tempo che ci abita...
Accanto al tempo del cielo vive il tempo dell’uomo, quello che non si osserva con lo sguardo ma si sente nel corpo, nella mente e nel cuore. È la misura dell’esistenza, fatta di ore che si accumulano e si consumano, di giorni che scorrono uguali e diversi, di stagioni interiori che si alternano. Anche il progresso ha cercato di sfidare questo scorrere inafferrabile, trasformando il tempo in misura e conquista. Nel 1920, una delle imprese più sorprendenti fu il raid Roma-Tokyo di Arturo Ferrarin. Decollò a bordo di uno SVA9 Ansaldo costruito negli stabilimenti di Genova, un velivolo leggero ma tenace, affidato più al coraggio dei suoi uomini che alle certezze della tecnica. Con lui volava il motorista Gino Cappannini, custode del fragile cuore meccanico del velivolo. A questa avventura partecipò anche Guido Masiero, che seguiva la rotta con un secondo SVA. Attraversarono deserti, steppe, montagne e tempeste improvvise, affrontando guasti e atterraggi di fortuna. Dal 14 febbraio al 31 maggio impiegarono oltre cento giorni, un tempo lungo e dilatato, in cui distanza e destino sembravano confondersi. Un viaggio che non misurava solo i chilometri, ma la capacità dell’uomo di sfidare il limite e trasformarlo in orizzonte.
Tredici anni più tardi, nel 1933, un’altra impresa segnò il rapporto tra l’uomo e il tempo: il transatlantico Rex, capitanato da Francesco Tarabotto, conquistò il Nastro Azzurro per la traversata più veloce da Gibilterra a New York, 4 giorni, 13 ore e 58 minuti alla media di 28,92 nodi. Non fu soltanto una gara di velocità, ma una corsa contro il tempo stesso, simbolo del desiderio umano di dominarlo, sfidarlo e superarlo.
La nostra civiltà moderna vive di cronometri, calendari, agende digitali. Siamo abituati a contare e organizzare ogni frammento del nostro tempo, quasi per non sprecarlo. Ma paradossalmente, proprio questa ossessione per la misura
Genova Impresa - Maggio / Giugno
Fulmini squarciano
ce lo fa sfuggire di più. Sentiamo la necessità di fermare il tempo, di controllarlo, e più ci proviamo più ci accorgiamo della sua fluidità.
Ed è curioso pensare che, prima della tecnologia, esistesse addirittura chi del tempo fece un mestiere: il “marcatempo”. Era la persona incaricata di registrare l’ingresso e l’uscita degli operai nelle fabbriche, quando gli orologi non erano strumenti diffusi e il tempo non scorreva ancora sotto forma di numeri digitali. Il marcatempo non si limitava a segnare delle ore: custodiva un passaggio culturale, quello da un tempo naturale, legato alla luce del giorno e alle stagioni, a un tempo industriale, scandito dalle regole della produzione. Nei suoi gesti si rifletteva la nascita di una nuova idea di disciplina, di precisione, di efficienza. Era il volto
umano della modernità che avanzava, il guardiano di un tempo che diventava risorsa, misura, responsabilità.
C’è un tempo dell’efficienza, quello scandito dal lavoro e dagli impegni, e un tempo dell’anima, quello che cerca spazi di lentezza e contemplazione. Il primo ci fa sentire produttivi, il secondo ci permette di ritrovare un ritmo umano. Forse è per questo che, nonostante la velocità della vita moderna, cresce il desiderio di “perdere tempo”: concedersi un pomeriggio senza meta, guardare il mare, ascoltare il silenzio. Sono momenti in cui il tempo cronologico si sospende e il tempo interiore prende voce.
Osservando il cielo, che è sempre in movimento, impariamo qualcosa anche su questo. L’alternanza di sole e pioggia, di luce e buio, ci insegna che nessun momento è immobile. Il tempo cronologico non è il nemico da combattere, ma il grande fiume in cui navighiamo ogni giorno.
Due tempi, una stessa armonia...
Il tempo meteorologico e quello cronologico sembrano diversi, ma in realtà parlano la stessa lingua. Entrambi ci ricordano che la vita è un continuo mutamento. Le nuvole scorrono come i giorni, le stagioni ritornano come i cicli delle nostre esperienze. La natura ci mostra, attraverso il clima, quello che accade anche dentro di noi: momenti di calma e di tempesta, di luce e di ombra, di fioritura e di riposo. Imparare ad ascoltare il tempo, in ogni sua forma, significa riconciliarci con la realtà del cambiamento. Possiamo pianificare, prevedere, misurare, ma non possiamo fermarlo. Il tempo ci attraversa e ci modella, ci insegna a lasciare andare e a rinnovarci continuamente.
Questa duplice natura del tempo, racchiusa in una sola parola, racconta la nostra condizione umana: sospesi tra la precisione dell’orologio e il respiro del vento. La lingua italiana, con la sua capacità di unire i due significati, ci suggerisce una saggezza antica e semplice.
Quando la pioggia batte sui vetri o il sole filtra tra le nuvole, non stiamo solo osservando un fenomeno meteorologico. Stiamo assistendo, in modo inconsapevole, a una metafora del nostro stesso vivere. Il cielo, in fondo, è il più grande specchio del tempo: ciò che vediamo lassù è una proiezione di ciò che scorre anche dentro di noi.
Il tempo come misura del vivere...
Ogni epoca ha cercato di dare un volto al tempo. Gli antichi lo rappresentavano come un dio con le ali ai piedi, che tutto trasforma e tutto consuma. Oggi lo viviamo in forma più quotidiana, come un bene economico o una risorsa da gestire. Ma il tempo resta qualcosa che va oltre il calcolo delle ore: è il tessuto invisibile della vita, il filo che unisce la memoria e l’attesa.
Forse per questo il termine “tempo” in italiano ci appare così ricco. Non solo descrive le condizioni atmosferiche o i secondi che passano, ma racchiude un’intera visione del mondo. Parlare del tempo significa parlare di noi, del nostro modo di stare al mondo, di come interpretiamo il cambiamento. In un’epoca segnata dall’urgenza e dalla frenesia, riscoprire il doppio volto del tempo può essere un esercizio di consapevolezza. Guardare il cielo, ascoltare il ritmo naturale delle stagioni, accettare che ogni cosa ha un inizio e una fine, sono gesti semplici che ci riportano a una verità essenziale: vivere è muoversi nel tempo, accoglierlo e lasciarlo scorrere senza paura.●
di tutti Il Teatro
della Liguria: il sostegno pubblico resta fondamentale, ma servono alleanze con la società civile e con il mondo produttivo. Da qui il progetto “I Custodi del Faro”.
Quando sono arrivato alla guida della Fondazione
Teatro Carlo Felice, negli ultimi giorni dell’aprile 2025, ho trovato un teatro con tante energie artistiche, professionali e umane ma al contempo in una fase complessa dal punto di vista gestionale. Un teatro d’opera è una macchina culturale, produttiva, economica e sociale; un organismo complesso, fatto di artisti, tecnici, personale amministrativo, maestranze, pubblico, fornitori, imprese esterne, e tutte le rispettive famiglie. È, a tutti gli effetti, la più grande impresa culturale della Liguria.
Il primo dovere è stato analizzare la situazione con chiarezza. Il bilancio 2025 ha mostrato alcuni disequilibri rispetto alle previsioni, che siamo riusciti a ricomporre grazie anche all’impegno di Comune e Regione. Non ho mai pensato che i problemi di un teatro si risolvano nascondendoli. Al contrario, credo che un’istituzione pubblica debba fondare la propria credibilità su tre parole fondamentali nella stesura di un bilancio: verità, trasparenza, responsabilità. Per questo abbiamo scelto di raccontare la situazione reale, di condividere dati e prospettive, di aprire un confronto con la città e con le sue competenze professionali. L’incontro pubblico “Felice, aperto, sostenibile”, che si è tenuto il 19 giugno al Teatro Carlo Felice, è nato proprio da questa convinzione: spiegare il Teatro, ciò che produce, quanto costa, cosa restituisce, quale valore genera. Con il contributo di professionisti genovesi del mondo economico, giuridico, tecnico e architettonico, abbiamo affrontato temi centrali: il bilancio
reale del Carlo Felice, la sostenibilità energetica di un grande edificio teatrale, il rapporto tra autonomia artistica e rigore gestionale, il ruolo del teatro nel paesaggio urbano e nella cittadinanza. È stato un passaggio importante perché ha confermato che il Carlo Felice non appartiene a una sola parte della città: appartiene a tutti. E tutti devono poter comprendere, partecipare, contribuire.
Parallelamente abbiamo avviato un lavoro interno di riorganizzazione. Una fondazione lirico-sinfonica non può essere sostenibile se non dispone di procedure chiare, controllabili e condivise. Per questo abbiamo lavorato sulla revisione dei processi di acquisto, sulla razionalizzazione delle forniture, sulla maggiore tracciabilità delle decisioni, sulla distinzione tra necessità artistiche e sostenibilità gestionale. Non si tratta di comprimere l’attività culturale, ma di proteggerla quotidianamente. Ogni euro speso correttamente è un euro che rafforza la missione del teatro. Il sostegno pubblico resta fondamentale e insostituibile. Ma oggi, in tutta Europa, i grandi teatri vivono anche grazie alla capacità di costruire alleanze con la società civile e con il mondo produttivo. Da qui nasce il progetto “I Custodi del Faro”, la corporate membership del Teatro Carlo Felice: un’alleanza a numero chiuso dedicata a 45 imprese che scelgono di sostenere la cultura attraverso lo strumento dell’Art Bonus. La torre-faro progettata da Aldo Rossi, simbolo del nostro edificio e della nostra identità, diventa così immagine di una responsabilità condivisa: tenere accesa la luce
Ph.
Clarissa Lapolla
della cultura a Genova. All’interno di questo progetto sono nate le “Stelle dell’Orsa”, la sezione dedicata ai professionisti. Imprese e professioni rappresentano due pilastri della vita economica e civile cittadina: coinvolgerle significa riconoscere che il Teatro non è un costo da sopportare, ma un investimento in reputazione, attrattività, formazione, relazioni, turismo, lavoro. La pratica del canto lirico italiano, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità, è uno dei linguaggi più universali del Made in Italy: Genova può e deve valorizzarla anche come leva di sviluppo.
I primi risultati incoraggiano questo percorso, con i nuovi Custodi e le Stelle abbiamo già raccolto oltre 600mila euro, serve almeno un altro milione per garantire la sostenibilità. La nuova programmazione ha registrato un aumento degli abbonamenti e una crescita significativa della partecipazione del pubblico. In un anno, per la prima volta, abbiamo coinvolto circa quindicimila di studenti attraverso le attività Education - un settore che considero strategico - riunite nel programma “Un mare di musica... felice”. È questa la strada per avere un teatro aperto, capace di accompagnare bambini e ragazzi alla scoperta dell’opera, della musica sinfonica, della danza, dei mestieri del palcoscenico. Su questa linea si inserisce anche il nuovo progetto Opera Lab Edu, dedicato all’Elisir d’amore di Donizetti che, da ottobre 2026 a maggio 2027, porterà nelle scuole della Liguria un percorso rivolto agli studenti dai 5 ai 13 anni, con formazione per i docenti, laboratori in classe, strumenti digitali, materiali didattici e uno spettacolo finale al Carlo Felice con orchestra e cantanti dal vivo.
Un altro risultato importante è il progetto di accessibilità “Navigare insieme”, pensato per rendere il Teatro più aperto alle persone con disabilità sensoriali, cognitive e motorie. L’accessibilità è una misura della qualità civile di un’istituzione culturale. Un teatro davvero pubblico è un teatro che rimuove ostacoli, che accoglie, che cerca nuovi linguaggi, che consente a più persone possibile di vivere l’esperienza dello spettacolo.
Tutto questo si accompagna al lancio della nuova stagione, che rappresenta il volto artistico del lavoro gestionale. Una stagione deve essere ambiziosa, riconoscibile, sostenibile.
Deve parlare al pubblico tradizionale e aprire nuove porte. Deve valorizzare il grande repertorio, ma anche costruire relazioni con il territorio, con le scuole, con i giovani artisti, con le istituzioni culturali nazionali e internazionali. Il Carlo Felice ha bisogno di qualità artistica, ma anche di continuità, programmazione, credibilità.
Il primo anno è stato dunque un anno di ricognizione, di verità e di avvio del cambiamento. Abbiamo affrontato criticità rilevanti, avviato interventi gestionali, rafforzato il dialogo con istituzioni e privati, rilanciato il rapporto con il pubblico e con le scuole, aperto nuove strade nel fundraising e nell’accessibilità. Molto resta da fare. La sostenibilità di un teatro non si costruisce in pochi mesi, ma attraverso un lavoro costante, paziente, verificabile. Al mondo delle imprese liguri vorrei dire con chiarezza che il Teatro Carlo Felice è anche vostro. È parte dell’identità di Genova, della sua capacità di competere, attrarre, formare e rappresentarsi nel mondo. Ogni città che vuole crescere investe nella cultura e per questo il mio compito è ammini-
strare il Teatro con rigore e visione, mentre il compito della città è riconoscerlo come bene comune.
Il Carlo Felice deve essere felice, aperto e sostenibile e soprattutto vivo. E può esserlo soltanto se istituzioni, imprese, professionisti, lavoratori, pubblico e nuove generazioni scelgono di custodirlo insieme.●
Michele Galli è Sovrintendente della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
straordinaria per
oltre 50 milioni di euro.
A fine maggio, il Comitato di Gestione dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale ha espresso parere favorevole al rilascio in favore di Porto Antico di Genova di un’unica concessione demaniale marittima che avrà durata fino al 31 dicembre 2050, autorizzano, contestualmente, la realizzazione di un corposo programma di investimenti per la riqualificazione dell’area che riguarda, tra l’altro, l’Acquario, il Bigo, la Bolla e le strutture nautiche. Ne parliamo con il presidente di Porto Antico di Genova Spa, Mauro Ferrando.
Presidente Ferrando, Quali sono, più in dettaglio, gli interventi di restyling e manutenzione previsti nell’area del Porto Antico e le relative tempistiche? Dopo oltre trent’anni di attività l’area del Porto Antico storico ha bisogno di forti investimenti per le manutenzioni straordinarie. In tutto parliamo di oltre 50 milioni di euro dal 2021 al 2028, alcuni già utilizzati, 30 milioni sono stati previsti nel triennio 2026-2028. Dalle facciate dei Magazzini del Cotone, al rifacimento dell’Isola delle Chiatte agli spettacolari lavori di riverniciatura del Bigo per passare poi alle vasche dell’Acquario, ad alcuni ammodernamenti nel Centro Congressi, finalizzati a una migliore funzionalità, e ai lavori nelle darsene del Waterfront di Levante, dal rifacimento delle colonnine alla realizzazione degli uffici direzionali. Tutto in un’ottica di maggiore sostenibilità e di risparmio energetico. Siamo poi in dirittura d’arrivo per quanto riguarda la segnaletica, con una particolare attenzione agli aspetti storici e architettonici, mentre stiamo lavorando a una rivisitazione e all’implementazione delle aree verdi.
Intanto si è concluso il maxi restyling del Bigo. Sì, l’opera di Renzo Piano è tornata a brillare come nel 1992, anno in cui fu inaugurata in occasione dell’Expo Colombiano. La straordinaria qualità del restyling ha già ottenuto un palcoscenico globale a Houston, in Texas, con il conferimento al progetto del prestigioso premio “Recognition of Excellence in Aesthetic Merit in a Coatings Project” da parte della Association for Materials Protection and Performance, l’ente internazionale di riferimento nel campo della protezione dei materiali e dell’anticorrosione. Un riconoscimento condiviso con l’intera filiera: Porto Antico di Genova Spa come committente, IMC Engineering Srl per la progettazione e direzione lavori, e l’Impresa Donelli Srl di Legnano per l’esecuzione. Il Bigo non è solo un’infrastruttura, è il cuore della Genova contemporanea; è il simbolo del Porto Antico, tanto che campeggia in primo piano nel suo logo. Insieme alla Lanterna, rappresenta l’icona di Genova nel mondo: un’opera d’arte amata dai cittadini, celebrata dai turisti e costantemente immortalata da grafici, designer e artisti per la sua perfetta armonia visiva.
Porto Antico di Genova rappresenta tutt’oggi un modello di rigenerazione urbana: con quali “carte” in più, a conclusione dei lavori, Porto Antico di Genova potrà contribuire all’attrattività della città?
Con la creazione del Waterfront di Levante, sempre a firma di Renzo Piano, i modelli di rigenerazione sono diventati due, con funzioni e specificità diverse, ma complementari. Un’unica società di gestione garantisce risposte ottimali e personalizzate agli organizzatori di eventi con una gamma
Genova Impresa - Maggio / Giugno 2026
Mauro Ferrando
ampia di spazi, in contesti unici in Italia. Gli spazi del Porto Storico hanno il fascino di una città che ha sempre vissuto di commercio e di scambi culturali via mare. Proprio in questi giorni abbiamo avviato un’importante collaborazione con inGe, l’associazione che si occupa della promozione e della diffusione del turismo culturale a Genova e in Liguria, e con Explora per l’organizzazione di visite guidate alla scoperta dell’identità dei luoghi. Il turismo industriale è in fortissimo sviluppo, con oltre 5,4 milioni di visitatori nel 2025 solo per quanto riguarda l’Italia. Valorizzare le nostre aree è stato per noi un imperativo categorico. Il Waterfront di Levante è partito invece da una storia più recente - quella del quartiere fieristico nato all’inizio degli anni ’60 - per guardare al futuro, ma mantenendo alcuni punti fermi come il padiglione Jean Nouvel, le grandi darsene e l’arena sportiva del Palasport, completamente rinnovata. Il nostro contributo non si limita alla gestione delle aree, abbiamo un know-how maturato in decenni di attività che mettiamo a disposizione delle aziende e del territorio. Ci sentiamo pronti ad affrontare nuove sfide.●
Il cantiere del Bigo
Contrastare l’azione corrosiva di salsedine, smog e agenti atmosferici su una struttura monumentale esposta sul mare ha richiesto un investimento di circa 2 milioni di euro, una lunga e accurata progettazione e una pianificazione ingegneristica d’eccellenza svolta da IMC Engineering Srl di Genova. I numeri del cantiere testimoniano la portata dell’opera: 10.855 ore di lavoro complessive, 1.300 litri di vernice speciale utilizzati, 2.349 metri quadrati di superficie trattata, che comprende gli 8 pennoni, i 4 archi di sostegno della tensostruttura e i 12 puntoni della copertura. La collocazione del Bigoimmerso nello specchio acqueo del porto, a ridosso di attività commerciali, ristoranti e in un’area a costante flusso pedonale - ha imposto standard di sicurezza e contenimento severissimi. Per mappare lo stato dell’arte sono stati utilizzati droni di ultima generazione, mentre l’Impresa Donelli (aggiudicataria dell’appalto pubblico) ha introdotto soluzioni tecniche a impatto zero, come una speciale ponteggiatura incatenata direttamente in acqua (senza alcun ancoraggio strutturale al Bigo) per azzerare la dispersione di polveri e vernici nell’ambiente circostante. Il restauro, che ha mantenuto l’esatta fedeltà cromatica concepita originariamente dallo studio RPBW (Renzo Piano Building Workshop), si è sviluppato in due macro-fasi tra il 2025 e il 2026. Nella prima fase, nel 2025, i tecnici hanno operato sulle porzioni raggiungibili tramite ponteggi, rimettendo a nuovo il pennone verticale, i quattro bracci laterali e i tre elementi portanti che sostengono l’ascensore panoramico e la tensostruttura di Piazza delle Feste. Nella seconda fase, nel 2026, per le sezioni più impervie e sospese nel vuoto, sono entrati in azione gli specialisti dell’edilizia acrobatica, completando l’opera grazie a un sistema di funi e imbragature ad alta quota. Il prossimo passo già in agenda per il Porto Antico riguarderà il sistema di condizionamento della cabina dell’ascensore panoramico, necessario per offrire un’esperienza di visita ancora più confortevole.n
Genova Impresa - Maggio / Giugno
di Guido Conforti
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Con diversi mezzi, ma dialogare solo mormorando
Se uno chiede come vola l’aquila, ChatGPT risponde:
Alta. Sola. E spesso controvento.
L’aquila non sbatte per farsi notare: sale, sfrutta l’aria, guarda lontano.
Per questo è diventata il simbolo di chi non segue la corrente, ma la domina. E le oche? Insieme.
Le oche volano in formazione, a V: si alternano in testa quando una si stanca, si richiamano a voce per non perdersi e se una cade... le altre scendono con lei. Non guardano solo lontano: guardano l’una l’altra.
Se l’aquila è il simbolo della visione solitaria, le oche sono la forza del cammino condiviso.
E gli storni?
Gli storni volano in stormi, come un solo corpo. Nessun capo fisso. Nessuna voce che comanda. Solo ascolto reciproco e sincronizzazione.
Ogni uccello segue poche regole semplici: stare vicino, non urtare, imitare il movimento dei vicini.
Da lì nasce la meraviglia: curve improvvise, onde nell’aria, una danza che sembra pensata... ma che emerge.
Gli stormi di storni sono l’intelligenza del noi che non cancella l’io, ma lo rende parte di qualcosa di più grande.
Aquila: visione.
Oche: cooperazione.
Storni: armonia collettiva.
Tre modi di volare. Tre modi di stare al mondo.
Cinque anni fa avevate una normalità di colloquiare con l’intelligenza artificiale per avere nel giro di cinque secondi questo punto di vista?
Se no, cosa avreste dovuto fare per pensare la stessa cosa? Andare a scuola, leggere libri, parlare con qualcuno esperto di biologia o di fisica come il Premio Nobel 2021 Giorgio Parisi, che non solo si è stupito, ma ha studiato gli stormi di storni (in inglese i murmuration) che insegnano modalità di successo per gestire i sistemi complessi, guarda caso proprio quelli che per analogia usano i modelli di GPU dell’intelligenza artificiale?
Se l’umanità sta vivendo una fase di cambio d’epoca caratterizzata dalle 4I (Infosfera, Ibrido, Ipercomplesso e Iperveloce) credo che per cavarcela ci dovremo limitare ad ammirare il volo di aquile e oche nel cielo sereno o in qualche quadro del Louvre, ma nella vita quoti-
diana dovremo usare la swarm intelligence degli storni, dove noi possiamo fare molto meglio, se vogliamo e ci facciamo aiutare dall’AI.
Murmuration deriva dal latino murmur, che è parola anch’essa ibrida, perché in italiano “mormorio” può essere accolto come valore positivo oppure no.
Comunicare con tono basso, senza un capo fisso, senza una voce che comanda, solo con ascolto reciproco e sincronizzazione; stare vicino, non urtare, imitare il comportamento dei vicini, è positivo o negativo?
L’ipercomplesso che da quasi un secolo ha posto fine alla modernità non può essere gestito dal dichiarato dio, tiranno, gran capo, presidente, leader che crede di essere assoluto come l’aquila o temporaneo come l’oca con la propria tribù.
Problem setting è premessa necessaria a ogni problem solving. E chi da se stesso sa più che da se stesso insieme a tutti gli altri?
Nel 2018 in un gruppo di 12 amici dall’età, dalle competenze e dal modo di vedere le cose molto diversi, abbiamo avuto l’autorizzazione da parte del Festival della Scienza di Genova di provare a rimediare al problema che avrebbe lasciato il solito gran volume di conferenze, laboratori, perfino spettacoli teatrali sul tema di riferimento che quell’anno era stato fissato in “Cambiamenti”, ma rispetto al quale non ci sarebbe stata alcuna sintesi finale e nemmeno la raccolta di quanto presentato in maniera organica e potenzialmente da ripercorrere per i nostri interessi.
Nell’occasione, considerando che tutti i mezzi di comunicazione in Infosfera erano digitali e potevano essere messi sempre in relazione informatica per quanto fossero di volta in volta scritti, suoni, immagini fisse o in movimento, facemmo un tentativo soddisfacente, ma che poi nessuno seguì e finì lì, come sempre capita se non c’è determinazione culturale di andare oltre.
Oggi tutta la tecnologia è infinitamente più potente, ma rimane il tema di come possono dialogare l’Ibrido di genere umano e AI; in ambiti ai quali accedono persone fisiche e agenti digitali.
La via migliore di chi deve affrontare il futuro che verrà sembra essere senza dubbio la swarm intelligence di una società, magari la più ampia e fraternamente condivisa dai singoli individui.●
di Luciano Caprile
Il “nuovo”
davanti agli occhi
Mimmo Rotella al Ducale.
Per celebrare i vent’anni della scomparsa di Mimmo Rotella (nato a Catanzaro nel 1918) il Palazzo Ducale di Genova gli dedica negli spazi del Sottoporticato un’esposizione di oltre cento opere che riguardano sei decenni di carriera artistica. Infatti l’evento, curato da Alberto Fiz, si avvia con tre carte giovanili del 1945 per concludersi con alcune composizioni del 2005, l’anno precedente la sua dipartita.
Comunque il percorso creativo del nostro artista non è stato sempre lineare. Infatti verso la fine degli anni Quaranta egli è stato in particolar modo attratto dalla poesia che chiamava “epistaltica” e di cui in mostra si trovano alcuni esempi: componeva dei poemi fonetici, costituiti da sequenze di suoni, da incidere su un disco. D’altronde in quel periodo, come egli ricordava, «dipinsi quadri in stile figurativo, espressionista, surrealista. Non ne fui mai contento. Poi passai all’astrattismo geometrico». E la prima sala testimonia questi tentativi di conquistare invano una soddisfaciente identità. Il decisivo cambiamento può considerarsi il frutto di una folgorazione che egli mi rivelò nel corso di un incontro nel suo studio milanese nell’ottobre del 1989: «Venni attratto dai muri delle strade coperti di manifesti lacerati: più li guardavo e più mi affascinavano. Allora pensavo che la pittura fosse finita e che occorreva inventare qualcosa di
nuovo». E il nuovo l’aveva davanti agli occhi. Così alla sera, cercando di non farsi vedere, cominciò a strappare quei fogli: «Li portavo nel mio studio romano, situato nei pressi di Piazza del Popolo». Iniziò pertanto a ricomporli o a fissarli sulla tela come li aveva percepiti nel momento dell’asporto. Così nel 1953 prende l’avvio il “décollage” di cui andava orgoglioso e che gli permetteva di confrontarsi con un altro grande innovatore che operava nella capitale: «La gente considera Alberto Burri un creatore di alto livello. Ma non è vero: è un artista bravo che lavora sulla materia senza però portrare un nuovo contributo all’arte contemporanea come ha fatto Lucio Fontana e come, modestamente, ha fatto il sottoscritto».
Inizia questo nuovo corso privilegiando i retro delle affiche: «Mi piaceva la materia sottoposta alle intemperie. Era il furto della realtà». Qui l’immagine scompare lasciando spazio ai suoi umori, alle trasformazioni favorite dalla sua esposizione all’aperto. In mostra spiccano esempi come “Religioso” (1954), “Up Tempo” (1957), “Not in Venice” (1959). Alla fine degli anni Cinquanta nella sua ricerca assume sempre più importanza l’immagine che acquisisce una maggiore centralità. Si impongono pertanto titoli, pubblicità e volti di divi del cinema che mantengono però il segno evidente del suo gesto. Sono emblematici sotto tale aspetto capola-
Genova Impresa - Maggio / Giugno
vori come “Marylin” (1963) e certi riferimenti alla politica americana dedicati in quello stesso anno all’assassinio di John Kennedy. Questo clima è favorito dal “Nouveau Réalisme”, movimento creato nel 1960 da Pierre Restany, a cui aderisce lo stesso Rotella. Il suo lavoro dialoga anche con la contemporanea affermazione della “Pop Art” distinguendosi però per l’approccio critico nei confronti del racconto visivo. E alla fine degli anni Settanta anche i nostri “anni di piombo” vengono da lui sviluppati attraverso una serie di lavori noti come “reportage”. Queste opere sono realizzate da Rotella attraverso la proiezione di immagini su tela fotosensibile. L’artista riduce al minimo l’intervento manuale privilegiando l’impatto critico di certe fotografie in bianco e nero come quelle esibite da “L’Italia spara” (1980) o da “Il martire” (1980) dedicato al caso Moro. La sua indagine dagli anni Ottanta in poi è caratterizzata da opere di grande formato come “Large green blank” del 1980, dove l’immagine viene coperta nella sua totalità a esclusione dei bordi, oppure da “Attenti” del 2004, un imponente décollage su lamiera da cui emerge la figura di una tigre che ruggisce.
Infine Rotella ha dedicato a Genova una performance strappando i manifesti dai muri in occasione della mostra “Arti e architettura”, curata da Germano Celant per palazzo Ducale, di cui viene presentato un frammento. Un ritorno nostalgico a quel gesto che ha avviato una stupefacente rinascita creativa.
Fuoco
ritrovato
Le ceramiche di Ugo Nespolo ad Albisola e a Savona.
Si intitola “Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato” l’ampia rassegna dedicata alle recenti ceramiche dell’artista torinese. L’esposizione, curata da Riccardo Zelatore, viene ospitata fino al 6 settembre dal MuDA, Centro Esposizioni di Albissola Marina, e dal Museo delle Ceramica di Savona. Nella circostanza sono presenti oltre trenta sculture realizzate da Ugo Nespolo presso la storica manifattura Pierluca. Quel “fuoco ritrovato” che compare nel titolo significa l’amore mai sopito per una attività che ha permesso e continua a permettere al nostro artista di sperimentare una creatività che si coniuga con una materia la cui manipolazione si nutre di continue sorprese per lo stesso autore, sorprese accresciute dalla cottura che alimenta l’invenzione e la rende sempre viva come un continuo divenire d’attesa. In tal modo i suoi gesti conquistano lo spazio grazie a lettere dell’alfabeto o a numeri o a note musicali o a essenziali figure che sovente sembrano voler abbandonare la superficie che li accoglie e da cui sembrano essere generati per offrire all’osservatore la possibilità di coniugare la personale fantasia a tale impulso di libertà espressiva. Oppure sono le graffiature sul nero di un tondo a suscitare tracce di racconti; oppure ancora sono folgoranti dichiarazioni in bella evidenza come “Vizi d’arte” a ricordare quel gioco delle parole che per Nespolo si trasforma in gioco di tonalità, di contrasti e di suggerimenti per chi osserva con attrattiva partecipazione. In ogni circostanza viene formulata una esplosività narrativa che non conosce confini e pertanto attrae chi vuol costruire grazie a lui il personale paradiso estatico. Ecco, quell’immediato, istintivo coinvolgimento emozionale che scaturisce dalla sua pittura trova nella terracotta dipinta un’ulteriore aggiunta di occasioni suscitate proprio da quel “fuoco” che accompagna non solo la mano ma anche il pensiero dell’autore e pertanto diventa un prezioso complice del risultato finale. Come una continua rinascita creativa, come una continua scoperta di sé.● (L.C.)
Genova Impresa - Maggio / Giugno
Ugo Nespolo, Mondo in musica, 2025, Terracotta dipinta a rilievi, 42x32x32 cm
Ugo Nespolo, Guizzi marini, 2025, Terracotta dipinta a rilievi, 47x26x27 cm
Ugo Nespolo, Lettere intorno 2, 2025, Terracotta dipinta a rilievi, 43x43x9 cm
di Pier Antonio Zannoni
voci femminili
La quarantesima edizione del Premio Letterario Nazionale per la Donna Scrittrice
Ha compiuto quarant’anni il Premio Letterario Nazionale per la Donna Scrittrice, il primo riservato alla letteratura femminile, quanto meno in Italia.
La quarantesima edizione, promossa dal Comune di Genova, che già aveva organizzato la trentanovesima, si è conclusa lo scorso 31 maggio nel capoluogo ligure, con la cerimonia di premiazione a Palazzo Ducale condotta da Roberta Capua. Per il Comune di Genova è intervenuto il consi-
gliere comunale Mario Caraffini, delegato dell’assessore alla Cultura Giacomo Montanari.
Le prime trentasette edizioni si erano svolte a Rapallo. La trentottesima era approdata a Savona in via sperimentale. Nato nel 1985, in un’epoca ancora condizionata da pregiudizi patriarcali che tendevano a relegare la donna all’ambito familiare, il premio ha sempre perseguito lo scopo di incoraggiare e sostenere le narratrici.
I tempi sono cambiati. Se è vero che la condizione femminile versa tuttora in uno stato di grave arretratezza nei rapporti di coppia dominati da un maschilismo possessivo, tendenzialmente violento e spesso assassino, non si può tuttavia negare che, nella società civile, negli ultimi decenni, la donna abbia fatto passi da gigante verso la parità di genere. Le scrittrici, in particolare, sono diventate un esercito agguerrito, che il premio dedicato contribuisce a far conoscere e a valorizzare.
All’ultima edizione hanno partecipato 101 autrici. La giuria tecnica, costituita, oltre che da chi scrive, da Francesco De Nicola (presidente), Maria Pia Ammirati, Mario Baudino, Luigi Mascheroni, Ermanno Paccagnini, Sara Rattaro, Raffella Romagnolo, Mirella Serri e Camilla Tagliabue, ha scelto le tre opere finaliste, sulle quali, successivamente, nel corso della cerimonia conclusiva, ha votato congiuntamente con i trenta lettori della giuria popolare.
È risultata vincitrice la scrittrice Ritanna Armeni con il romanzo “A Roma non ci sono le montagne”, Ponte alle Grazie, ispirato ai preparativi dell’attentato romano di via Rasella, nel marzo 1944, al quale seguì l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Al secondo posto Veronica Raimo, con “Non scrivere di me”, Einaudi: il fallimento di una donna del nostro tempo, vittima di un innamoramento che si trasforma in un brutale atto di violenza. Terza classificata Chiara Francini, con “Le querce non fanno limoni”, Rizzoli: cinquant’anni di storia italiana, dalla Resistenza agli anni Settanta, rivissuti in un intreccio con la storia privata di alcune famiglie, nella provincia toscana.
Di storia privata e collettiva, in un’Italia segnata da tensioni, parla anche Paola Antonia Tasca, premio opera prima con “Sarebbe bellissimo”, Mondadori: il ritratto di una famiglia in crisi nel contesto del sequestro di Aldo Moro nel 1978. Infine, il premio speciale della giuria, assegnato a Rosa Matteucci per “Cartagloria”, Adelphi: il viaggio dalla fanciullezza alla maturità, comico e drammatico, di una protagonista inquieta, alla ricerca della propria identità, che si rifugia infine nei riti della messa tridentina.
Nel corso della cerimonia finale, che si è svolta due giorni prima dell’ottantesimo della nostra Repubblica, si è voluto ricordare il suffragio femminile, attraverso un intermezzo di musica e cultura intitolato “2 giugno 1946. Le donne al voto”. Negli intervalli delle esecuzioni del violinista Eliano Calamaro e del chitarrista Andrea “Kala” Kalamaro, il saggista letterario Alessandro Ferraro ha letto cinque testimonianze di grandi scrittrici (Sibilla Aleramo, Maria Bellonci, Anna Banti, Paola Masino e Alba De Céspedes) che hanno raccontato la loro prima esperienza al voto.
La cerimonia si è chiusa con la novità del “Premio Digital Storyteller - città di Genova”, pensato non per le donne che scrivono, ma che raccontano e diffondono la narrativa femminile attraverso i linguaggi digitali e i social media. La commissione tecnica, formata da Agnese Crisà, Alessandro Ferraro e Veronica Garreffa, ha selezionato la terna delle videorecensioni finaliste, che sono state sottoposte al voto online del pubblico, attraverso una piattaforma dedicata. Ad aggiudicarsi il premio, come booktoker più votata, è stata Noemi Gallo con il video sull’opera “Il libro bianco” della scrittrice sudcoreana Han Kang, premio Nobel per la letteratura 2025, traduzione di Lia Iovenitti, Milano, Adelphi, 2025.●
In belmodo
Protagonista del romanzo di Andrea Bajani è un copywriter che, per conto di un’azienda, ha il compito di redigere “confortanti” lettere di licenziamento.
Salvo rare eccezioni, la letteratura industriale ha smesso da tempo di descrivere il rumore delle presse e l’odore del lubrificante. Se la grande stagione narrativa novecentesca - almeno da Volponi a Rea - ha registrato l’impatto del ferro e del capitale sul corpo e sull’anima dell’operaio, i romanzieri degli ultimi vent’anni si sono trovati a fare i conti con una mutazione più subdola, dove i conflitti non si consumano più nei pressi di un altoforno ma dentro i confini geometrici e sterilizzati di un open space. È in questo crinale spietatamente metamorfico che si colloca Cordiali saluti di Andrea Bajani, pubblicato da Einaudi nel 2005 e oggi, a distanza di poco più di vent’anni, leggibile come un reperto archeologico di notevole chiaroveggenza. Il romanzo di Bajani non è semplicemente una narrazione sulla perdita del lavoro. Più in profondità, è un’indagine sulla liquidazione della realtà per via linguistica. Il protagonista, un copywriter senza nome che potremmo incrociare in un qualsiasi vagone di metropolitana all’ora di punta, invece di produrre merci tangibili, come fanno i più, produce eufemismi. Il suo compito, per conto di un’azienda il cui organigramma sfuma nell’astrazione del management globale, è redigere lettere di licenziamento. Ma non si tratta di comunicazioni formali, asettiche notifiche di recesso contrattuale come quelle che un tempo siglavano la fine di un rapporto lavorativo.
L’azienda per cui lavora esige di più, esige una sorta di plusvalore emotivo: pretende la cura, la carezza retorica, la
glassa zuccherosa che camuffi il trauma sotto le confortanti insegne di una “nuova opportunità di crescita personale”. Il licenziamento viene così ribattezzato outplacement, la cacciata diventa ottimizzazione dei flussi, l’interruzione brusca della sussistenza si trasforma nel suggerimento benevolo a “esplorare nuovi mercati”.
Marca qui Bajani, con una perizia stilistica che evita le secche del patetismo sociologico, il punto di non ritorno della de-umanizzazione contemporanea. Lì la violenza non ha più bisogno di mostrarsi come tale. Al contrario, per essere pienamente efficace e socialmente digeribile, deve travestirsi da filantropia. Il carnefice, giunto a quel punto, non odia la vittima, la gestisce. E il linguaggio, anziché essere lo strumento con cui l’essere umano nomina il mondo e ne abita le contraddizioni, si riduce a una sorta di tecnica di cosmesi per cadaveri economici.
Per alleggerire il peso di quest’incubo semantico, la struttura del romanzo costruisce un contrappeso domestico, una narrazione parallela che si muove tra le mura di una casa d’affitto. Qui, il protagonista si trova a dover gestire la quotidianità opaca di una madre malata, ormai scivolata in un altrove cognitivo, e la crescita di un fratello minore che va protetto, quasi segregato, per evitare che possa essere contagiato dalla violenza del mondo esterno. È in questo spazio privato che la prosa piana ma incisiva di Bajani rallenta, si fa più intima, mostrando la scissione schizofrenica di un uomo diviso in due: da un lato il boia gentile che distrugge le fami-
di Massimo Morasso
glie altrui a colpi di aggettivi rassicuranti, dall’altro il custode fragile di un nucleo familiare ridotto ai minimi termini. Lo stile del romanzo mima questa continua torsione. La scrittura procede per sottrazioni, con una nitidezza clinica che espone la perversione del meccanismo proprio mentre ne riproduce il ritmo sincopato. Le lettere che il protagonista scrive - e che si alternano ai capitoli della sua grigia quotidianità - sono piccoli capolavori di cinismo involontario, in cui il lessico del marketing (l’inclusività, la flessibilità, il capitale umano) viene stirato fino a rivelarne l’intrinseca natura totalitaria. L’effetto è quello di una partitura musicale straniante, dove la melodia è dolce ma il testo annuncia la fine di tutto.
Si avverte, in questa disamina, l’eco di una lezione che da Karl Kraus arriva fino a Pier Paolo Pasolini e oltre: l’idea, purtroppo tutt’altro che peregrina, che la degradazione di una società cominci sempre dalla corruzione della sua lingua. Quando il potere non ha più bisogno di gridare perché ha imparato a sussurrare le parole del benessere per ordinare la miseria, la letteratura si trova privata del suo statuto critico. Non può più limitarsi a “denunciare”, perché la denuncia, per essere efficace, presupporrebbe un codice condiviso che la retorica della comunicazione aziendale ha già provveduto a colonizzare e disinnescare.
C’è un elemento di verità retrospettiva, in queste pagine, che per me, che ora ne scrivo, assume i contorni della memoria personale. Anche nei mesi durante i quali Bajani stava scrivendo questo libro, ho condiviso infatti con lui lo stesso ufficio, i medesimi spazi di una quotidianità in senso ampio impiegatizia (lavoravamo entrambi in una cosiddetta “factory culturale”), dove la precarietà non era una categoria sociologica da saggistica domenicale, ma un’esperienza vissuta. Guardando oggi quel periodo, fa un certo effetto pensare che lo scrittore che si muoveva con me in quelle periferie “d’alto bordo” del lavoro flessibile sia lo stesso che, nel 2025, ha ottenuto la massima consacrazione istituzionale vincendo il Premio Strega con Il mondo non basta. Eppure, la sua parabola è stata tutt’altro che incoerente. La giuria dello Strega non ha fatto che premiare un percorso intellettuale la cui radice profonda risiede proprio nella diagnosi precoce formulata in Cordiali saluti. La capacità di Bajani di radiografare le grandi finzioni del nostro tempo, che nel romanzo più recente si è fatto affresco storico e corale, era già interamente contenuta in nuce in quest’indagine sulla solitudine dell’impiegato moderno, un’indagine nata tra le scrivanie di un ufficio qualunque, fra Genova e Torino.
Ciò che rende questo libro ancora centrale nella mappa della letteratura d’impresa italiana è la sua capacità di sottrarsi alla trappola del bozzetto neorealista o della satira impiegatizia alla Fantozzi. Il dramma del protagonista non risiede nella sua eccezionalità, ma nella sua perfetta, intercambiabile normalità. Egli è il funzionario della lingua che, per pagare il mutuo, accetta di farsi complice dell’evaporazione del prossimo. È l’intellettuale integrato nella macchina del terziario avanzato, colui che ha barattato la ricerca della verità con l’efficacia della formula pubblicitaria.
Tuttavia, il romanzo non concede alcuno spazio al nichilismo compiaciuto. Sotto la superficie levigata delle lettere di licenziamento, l’autore lascia affiorare il peso dei corpi espulsi, la materia grezza della realtà che non si lascia addomesticare dal marketing. I destinatari di quelle missive cortesi non sono cifre di un bilancio, ma esistenze destinate al naufragio, padri di famiglia che si presentano ai cancelli con gli occhi sbarrati, impiegati storici che scoprono di essere diventati “esuberi”. È, in fondo, un paesaggio umano e lavorativo analogo a quello descritto, guarda caso (?) nell’anno della vittoria di Bajani allo Strega, in No Other Choice (Non c’è altra scelta), la feroce commedia nera del cineasta coreano Park Chan-wook sulla disumanizzazione del mercato del lavoro. Anche in Bajani, come in Park Chan-wook, il cortocircuito tra la leggerezza aerea (nel film, dell’efficientismo a tinte high-tech; qui, della prosa manageriale) e la gravità specifica (della sofferenza reale) costituisce il vero motore tragico del plot.
Rileggere oggi Cordiali saluti significa anche misurare lo scarto tra quel 2005, in cui la narrazione della flessibilità conservava ancora una parvenza di novità accattivante, e il nostro presente, dove quelle dinamiche si sono radicalizzate fino a diventare invisibili, incorporate negli algoritmi delle piattaforme digitali e nella dittatura del performance rating. Se Bajani raccontava la transizione, molti di noi oggi abitano il deserto che quella transizione ha lasciato dietro di sé.●