I QUADERNI DI ATELIER APPENNINI
LABORATORIO ORSARA DI PUGLIA 2020
N°5
I QUADERNI DI ATELIER APPENNINI
LABORATORIO ORSARA DI PUGLIA 2020
N°5
I QUADERNI DI ATELIER APPENNINI N°5 Questo numero esce in occasione dell’evento: Laboratorio Orsara di Puglia 2020 [Orsara di Puglia 17-20 settembre 2020] organizzato da: Atelier Appennini a cura di: Pino Pasquali, Nicola G. Tramonte, Peppe Zullo con il patrocinio di: Comune di Orsara di Puglia, Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, Federazione Regionale degli Ordini degli Architetti della Puglia, Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Foggia Stampato a novembre 2020
Progetto grafico ed editoriale a cura di: Atelier Appennini Pino Pasquali e Valeria Penna www.atelierappennini.it info@atelier appennini.it
I laboratori si sono svolti con il contributo di: Peppe Zullo, Villa Jamele, Nuova Sala Paradiso 2
Laboratorio Orsara di Puglia Orsara di Puglia
17-20 settembre 2020
A cura di Pino Pasquali Nicola G. Tramonte
Coordinatori Alessandra Accardi Microscape Architecture Urban Design AA [Patrizia Pisaniello & Saverio Pisaniello] Pino Pasquali Efisio Pitzalis Beniamino Servino Laura Thermes Gruppo di lavoro Marco D’Ottavi Federica Gabrieli Imma Mavellia Michele Mosca Michele Nardella Gianfranco Piemontese Valeria Penna
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GLI OCCHI CHE RITORNANO Nicola G. Tramonte
Ci sono molte cose che mi accomunano al mio fraterno amico Peppe Zullo, costruttore di sogni. La principale, naturalmente, è il nostro paese d’origine, Orsara di Puglia. Questo sottintende un intero universo di immagini fortemente legate alla nostra identità culturale. Tutte le cose che ci accomunano sono riassunte in un’espressione: “gli occhi che ritornano”. Lo sguardo di Peppe Zullo è una finestra sul mondo: ha viaggiato, vissuto e lavorato in Messico e negli Stati Uniti prima che lui stesso e i suoi occhi tornassero a Orsara di Puglia per realizzare il progetto al quale sta dedicando la sua vita. Quel progetto mi ha visto totalmente partecipe. Insieme, abbiamo prima ideato, poi disegnato e costruito i luoghi, gli spazi, le strutture che hanno dato forma e sostanza a un sogno divenuto realtà. Una realtà che abbiamo avuto l’orgoglio e il privilegio di mostrare anche alla 12 Biennale di Architettura di Venezia, dove la Cantina Paradiso era una delle opere selezionate alla mostra le “Cattedrali del vino”. Anche il mio sguardo, prima di tornare nel “paese dell’Orsa”, ha viaggiato, vissuto e lavorato lontano dal paese che mi ha dato i natali. E si è posato sulle strade larghe di Torino e le visioni di uno sviluppo potente e industriale all’ombra della Mole Antonelliana. Ha guidato i miei passi tra i vicoli, il mare e i palazzi di Napoli che ispirano intere architetture del sentimento e delineano orizzonti di storia, innovazione e cultura. In entrambe le nostre storie di vita, sia la mia sia quella di Peppe Zullo, “gli occhi ritornano”. Sono tornati a guidare le nostre scelte, i nostri sogni, conservando la memoria e le esperienze maturate in luoghi altri e diversi da quelli che siamo stati abituati a considerare il mondo, “l’unico mondo”, dalla nostra infanzia e fino alla primissima giovinezza. Sono “occhi che ritornano” conservando la memoria, gli insegnamenti, le suggestioni e perfino le architetture che abbiamo incontrato in giro per il globo. Ecco cosa ci accomuna più profondamente: la ricerca di un’identità originale e originaria, la sua evoluzione nei nostri occhi che hanno avuto il privilegio di poter tornare arricchiti da ogni viaggio, da ogni esperienza. Per questo, insieme, siamo riusciti a ideare e realizzare ciò che oggi può essere visto e vissuto a Villa Jamele e Nuova Sala Paradiso. I ragazzi di oggi possono permettersi raramente quel privilegio. Nella maggior parte dei casi, chi parte dalla provincia, dai nostri borghi dell’entroterra, va via per non tornare più. Tutto questo, secondo me, ha a che fare con l’architettura profondamente, ontologicamente. I nostri “occhi che ritornano” hanno modificato e migliorato il nostro sguardo sul mondo, si sono fatti vettori di futuro nell’intreccio e nell’elaborazione tra luoghi, culture e visioni sul domani. Questa stessa possibilità devono averla anche le nuove generazioni. Le ragazze e i ragazzi che decidono di partire devono avere la possibilità di scegliere se tornare o restare dove le necessità di studio e di lavoro hanno portato il loro sguardo e le loro vite. Una possibilità alla quale noi tutti, professionisti e classe dirigente, abbiamo il dovere di dare nuovi spazi. Spazi per lo studio, l’aggregazione, la vita di relazione con gli altri, la fruizione integrata dei luoghi nelle città e nei paesi dell’entroterra e nella possibilità di muoversi agevolmente dalle aree metropolitane ai borghi. Lo spazio è movimento. Vivere gli spazi, in questa ottica, significa averne esperienza e fruirne da prospettive ogni volta differenti. In questo caso, il concetto di “centro” diventa più ampio e non è un discrimine tra ciò è centrale e ciò che è marginale: è la pienezza dell’esperienza a costituire la nuova centralità. La pienezza di una vita che ognuno ha la possibilità di realizzare per se stesso e per gli altri muovendosi liberamente, decidendo se e quando andare via e tornare, facendo del mondo la propria casa. Oggi la casa di Peppe Zullo è nelle tenute dove ospita il mondo e dove elabora un futuro che mette insieme i suoi sguardi sul domani. Anche la mia casa e il mio studio sono a Orsara di Puglia ed è da questo luogo policentrico che immagino e progetto un avvenire già in itinere.
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SEI RIFUGI OSPITALI Franco Purini
Il Cantico dei Cantici della Bibbia; la preparazione della sposa al matrimonio come rito sacro rappresentata in una stanza della Villa dei Misteri a Pompei; la La Camera degli Sposi di Andrea Mantegna nel Torrione nord-est del Castello di San Giorgio a Mantova, un affresco circolare ultimato nel 1474; la Venere di Urbino di Tiziano del 1538, un simbolo della fedeltà coniugale; la canzone Mille lire al mese di Carlo Innocenzi e Alessandro Sopranzi del 1938, un successo di Gilberto Mazzi, con riferimento alla “casetta in periferia” e alla “mogliettina semplice e carina”, un’altra canzone degli stessi anni Sposi, cantata dal grande Alberto Rabagliati sono solo alcune espressioni di un genere artistico dedicato all’amore coniugale assieme a un grande numero di romanzi e di film. Tale genere rappresenta un momento centrale della vita, quando due sposi, ancora senza prole, come è avvenuto nella casa che Luigi Figini aveva costruito al Villaggio dei Giornalisti tra il 1934 e il 1935 per se e per sua moglie riservando il piano pilotis a un ampliamento dell’edificio quando sarebbero arrivati i figli, che non ebbero, una testimonianza tra le più ispirate di tale genere di opere. In questa costruzione, tra le più interessanti in Italia, i giovani coniugi vissero in quel periodo una condizione di intensa intesa comune, che quell’architettura conserva integralmente nei suoi spazi, nei suoi mobili originali, nella sua poetica terrazza.
Il simbolo di primi anni del matrimonio come momento di una felicità unica e irripetibile ha il suo simbolo architettonico, oltre che nella Casa di Luigi Figini, in una sorta di manifesto costruito, La casa del sabato per gli sposi, realizzata alla Triennale nl 1933 da Piero Portaluppi, BBPR (Belgiosioso, Banfi, Peressutti, Rogers), Luigi Santorella. E’ un’architettura che prefigura un fine settimana in un luogo aperto, uno scenario gradevole, dove vivere un paio di giorni senza troppo pensieri, immersi nel verde. In realtà il messaggio che questa elegante villa di campagna propone è duplice. Per un verso l’architettura si propone come una presenza innovativa, postfuturista e razionalista si potrebbe definire, per altro è un invito indiretto a procreare i figli, come era nel costume di quei tempi e sopratutto nelle intenzioni del Fascismo, che credeva nell’incremento delle nascite come un mezzo per rendere il paese più produttivo e potente. Senz’altro elegante nel suo impianto planimetrico, la Casa prevede un’ascesa verso la terrazza come un osservatorio sul paesaggio circostante, mentre la pianta si articola in un rettangolo con una grande camera da letto che si innesta su un semicerchio completato in alzato da una copertura rotonda. Volumetricamente elegante, dalla metrica armonica, funzionalmente semplice, la costruzione riesce a rappresentare una adesione alla modernità con misura, con attenti e coinvolgenti effetti luminosi e con accurati contrappunti dimensionali delle bucature. Nel laboratorio appenninico di Orsara in Puglia Pino Pasquali, oltre a essere anche lui un progettista, ha invitato gli architetti Accardi, Microscape, Pitazalis, Servino e Thermes a confrontarsi in un ambiente di notevole interesse paesaggistico e urbano con il tema della Casa degli Sposi. Alessandra Accardi ha elaborato una soluzione semplice, una sorta di volume primario dalle proporzioni regolate dalla scala umana. Microscape, composto da Saverio e Patrizia Pisaniello, ha trasformato il tema storico della cabane rustique in senso contemporaneo disegnando un’architettura essenziale ma anche originale in alcuni dettagli. Efisio Pitzalis rievoca anche lui la capanna primitiva conferendo ad essa una solidità plastica nella tessitura strutturale lignea. Il gotico fiabesco di Beniamino Servino gioca sulla sorpresa di una apparizione sorprendente, ricca di spunti narrativi. Pino Pasquali inventa un Pantheon rovesciato, con una apertura circolare che trasforma l’esterno della sua architettura in un misterioso pianeta. Un cerchio compare anche nel progetto di Laura Thermes, che ha disegnato una casa per frammenti che dialogano con il perimetro circolare generando suggestivi e scenografici microambienti esterni e interni che si moltiplicano nello spazio. Visti assieme i sei progetti, o meglio i sei studi per un progetto, definiscono altrettanti visioni del tema dimostrando quanto l’arte del costruire sia capace di modificare in ciascun architetto le difficili domande che a ciascuno di loro essa ama porre.
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Alessandra Accardi con Marco D’Ottavi LA CASA AL_QUBBA Questo luogo di ritiro per gli “sposi” presenta una pianta quadrata di circa 10 metri di lato, all’interno della quale prevale uno spazio a cielo aperto. Il vano centrale dell’abitazione, coperto da una cupola, ne rappresenta il cuore verso il quale sono rivolti tutti gli spazi e a cui si può accedere da più punti. La “casa” è collocata in un contesto naturalistico vicino il mare. Il progetto instaura un forte contrasto con la natura rigogliosa che lo circonda e la semplicità dell’architettura. La pianta dell’edificio si basa su una maglia quadrata che ruota al centro di un vano coperto da una cupola che diventa il fulcro dell’intero progetto. Un camino sospeso ne determina la centralità. Si tratta di una casa bianca e senza finestre, interrotta solamente da un ampio ingresso, a cui si accede da una semplice porta in legno. È sollevata dal terreno grazie a un plinto di cemento che fa da cuscinetto e da cui ne prende distanza. La camera da letto (alcova) viene illuminata da luce naturale zenitale grazie alla bucatura sulla cupola posta ad est e i primi raggi del sole rendono più gradevole il risveglio. Tutti gli ambienti ruotano attorno al nucleo centrale e prendono luce dal patio interno. La distribuzione degli spazi segue un percorso sensoriale dove si possono individuare forme, luci, colori, profumi, suoni per stimolare gli organi dei sensi. Attraverso la ricezione di stimoli i 5 sensi (vista, udito, gusto, tatto e olfatto) possono essere uniti da una speciale energia in grado di regalare vere emozioni. Un luogo nascosto e protetto in cui rilassarsi. IL PERCORSO SENSORIALE L’obiettivo del progetto è creare un luogo sensoriale, un percorso in cui il naso riconosce i profumi, gli occhi ammirano i colori della natura, le papille gustative percepiscono gustosi sapori, le orecchie ascoltano silenzi, mani e piedi accarezzano superfici. Fondamentale è l’interazione tra l’ambiente e il soggetto ove parallelamente il rapporto fra la mente e le emozioni conduce a capire la comunicazione che avviene tra il cervello umano e le sensazioni corporee. Partire dall’involucro ed operare al suo interno attraverso tutti gli elementi che contribuiscono alla qualità della vita della coppia (spazi, arredi, luci, colori, suoni, microclima, ...). Un luogo sensoriale come opportunità terapeutica. Attraverso il percorso multisensoriale, mediante la riduzione dello stress e l’acquisizione di un grado di maggiore libertà, la coppia riuscirà a percorrere un emozionante tragitto d’amore! Così avviene che nel PATIO ci si immerge nella natura. Qui all’interno di uno spazio racchiuso, sicuro ed esclusivo la vegetazione stimola i sensi: la cromoterapia per giocare con i colori delle diverse essenze; l’aromaterapia delle diverse piante aromatiche, per riequilibrare l’umore, rievocare ricordi ed emozioni; la tattilità delle superfici vegetali di foglie e dei frutti, per interagire, manipolare ed esplorare; la stimolazione tattile del pavimento in erba per sollecitare la pianta dei piedi scalzi. Mentre l’ambiente dell’ALCOVA, dall’ingresso curvilineo, risulta rassicurante e avvolgente, e ricorda l’utero materno, dove lasciarsi andare, immergendosi nel bagno di luce prodotto dal soffitto. Un luogo dove poter ri-attivare la mente e il corpo. Nella STANZA DA BAGNO una vasca d’acqua ricrea un ambiente raccolto e protetto dove rilassarsi, godendo delle vibrazioni sonore dell’idromassaggio, dei getti d’acqua e delle fragranze. Farsi massaggiare dalla forza dell’acqua e sentendo solamente il suo suono; per poi stendersi e assaporare i profumi delle essenze aromatiche nella STANZA DEGLI AROMI. Riprodurre un’esperienza ancora diversa nel notturno e nei mesi invernali, tra i colori delle luci e i fumi dei vapori che si viene a creare naturalmente grazie al taglio praticato nel tetto.
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Microscape
Architecture Urban Design AA con Imma Mavellia IL GIARDINO DI ADAMO ED EVA AD ORSARA DI PUGLIA Una considerazione iniziale ci ha guidati nella definizione della nostra proposta per la “casa degli sposi”: chi sono gli sposi primordiali? Adamo ed Eva; quale era la loro casa? il Giardino dell’Eden. Siamo così partiti dall’assunzione che per noi la casa degli sposi sia di fatto il giardino. Giardino inteso nella doppia accezione di spazio aperto e luogo di passaggio tra la dimensione della costruzione architettonica e la vastità del paesaggio territorio. Uno storyboard definisce il campo di azione narrativo che abbiamo sviluppato su tre dimensioni conoscitive: • Iconografia artistico letteraria storica. • Luce naturale ed artificiale come intermediario tra interno ed esterno nella dimensione ibrida tra arte-architettura. • Dimensione filmica dell’immaginario contemporaneo. Il sopralluogo al bosco/giardino di Villa Jamele, sito dell’intervento, ci ha confermato nella convinzione che “la casa degli sposi” si dovesse concretizzare in una vera e propria installazione e che si potesse sviluppare sull’intera area del bosco. Un’interpretazione dello spazio naturale/artificiale dove la ritualità della cerimonia del matrimonio sia parte integrante di una spazialità della “casa degli sposi” che si esplica in between tra le polarità esistenziali ed affettive: della famiglia di origine, della formazione di nuova coppia, della realizzazione una futura famiglia. Tre sono i temi iconici sui quali abbiamo lavorato: • Il Cammino_Orsara PATH. Una serie di cancelli sono distribuiti nel bosco/ giardino come metafora del quotidiano cammino della vita di coppia che prevede sempre una serie di attraversamenti. Cancelli di una unica forma, a metafora del ricamo a tombolo del velo nuziale, realizzati con diverse finiture dell’acciaio (inox, corten, bronzato) che definiscono un’ambiguità spaziale seriale di interni ed esterni multipli. • L’albero fa(ta)to_ Orsara FAIRY TREE. La duplicità semantica di “fato” e “fatato” trasforma tre alberi del bosco/giardino in tre momenti che legano passato, presente, futuro (fato) alla dimensione fiabesca dell’illuminazione notturna delle fronde (ottenuta con proiettori allacciati ai rami dei tre alberi), trasformando l’elemento di natura in fantasmatica presenza. Una struttura sospesa ellittica (ancorata con cavi ai rami) realizzata con acciaio bronzato, sostiene un tendaggio mobile di colore rosso che delinea l’area pavimentata in sabbia. • Le vetta_Orsara PEAK. Una casa senza tetto, realizzata con un recinto aperto di assi verticali di faggio, noce e quercia, è metafora del bosco/giardino nel suo costruirsi con le essenze degli alberi presenti, ma allo stesso tempo è rifugio per un esemplare di olivo che mitologicamente rimanda all’inamovibile talamo di Ulisse. Luogo della memoria dove la pavimentazione in sabbia testimonia il passaggio e la presenza della coppia per mezzo delle proprie impronte. Due immagini legano inizio e fine della nostra esperienza al workshop di Orsara di Puglia. Sono due immagini del testimone del luogo Nicola G. Tramonte, la prima immagine da inizio allo storyboard: una casa senza tetto, disabitata nella campagna ma dalla quale trasuda ancora l’alito dei suoi dimoranti in una ambiguità tra natura e costruzione; la seconda, che conclude lo sviluppo del progetto, vede rappresentate due figure umane riprese di spalle mentre traguardano la densità urbana del piccolo borgo ricordando il loro “Giardino di Adamo ed Eva”.
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Pino Pasquali con Valeria Penna
BUSSANDO ALLE PORTE DEL PARADISO “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.” [I. Kant, Critica della ragion pratica] Il progetto proposto non è una vera e propria casa, ma un’Architettura che sintetizza un evento che molti giovani sognano. L’elemento ispiratore del progetto è il titolo di una canzone di Bob Dylan, “Knockin’ on Heaven’s Door”, che racchiude in una frase la condizione psicologia irripetibile in cui si ritrovano due innamorati nel giorno che segue il matrimonio, all’inizio di quel periodo particolare chiamato “luna di miele”. “La casa degli sposi” è il luogo sacro dell’amore che si racconta attraverso un percorso, un rituale che da secoli si ripropone ogni volta che una giovane coppia decide di ritornare a quella condizione primitiva che noi identifichiamo con Adamo ed Eva e il Paradiso, che inizia dal giaciglio sovrastato dal cielo stellato e, passando attraverso l’acqua che è il luogo della purificazione, termina con l’albero di melo, che è quasi il simbolo da cui tutto inizia.
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Efisio Pitzalis con Federica Gabrieli GOD IN MY HOUSE Per i servigi resi a Zeus ed Ermes, Filemone e Bauci – gli anziani ospiti di una capanna - ottennero come ricompensa quella di non sopravvivere l’uno all’altra. Gli dei trasformarono la capanna in un tempio lussuoso al cui interno, trasformati in due alberi congiunti nel tronco, Filemone e Bauci rinsaldarono il proprio legame per sempre. Collocata all’interno di una piccola radura dell’area boschiva di Villa Jamele, la casa degli sposi simboleggia l’amore che si fonde in un corpo solo. Incernierata sul perno di una figura planimetrica a girandola, la casa-stanza è costruita sullo scavo di un volume cubico distaccato dal suolo. Due figure triangolari sospese simboleggiano la presenza delle divinità e orientano l’incidenza dei raggi solari. Le pareti esterne sono realizzate tramite la giunzione orizzontale dei tronchi d’albero reperiti sul luogo, e sono planimetricamente slittate sugli angoli per catturare visivamente il completo rigiro dell’orizzonte. L’interno è rivestito in compensato marino con finitura a cera d’ape fusa per le superfici verticali e tinteggiatura per gli intradossi dei volumi sospesi. All’interno di una fodera ricavata tra i servizi e la parete esterna sono piantumati due alberi che fuoriescono dalla sommità del tetto.
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Beniamino Servino con Michele Mosca ALCOVA REALE Progetto di una casa-castello a uso temporaneo per la messa in scena del rito dell’incontro della prima notte.
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Laura Thermes
con Michele Nardella e Gianfranco Piemontese UN’ACCOGLIENTE ESCLUSIONE Un recinto circolare di 18 metri di diametro contiene la Casa degli Sposi, un edificio composto da quattro manufatti: una camera da letto che si apre verso il cielo con un ampio canon lumière trapezoidale, un soggiorno con un grande camino, una sala da bagno con gli apparecchi per la ginnastica e un guardaroba. Altri luoghi sono all’aperto: una vasca/piscina, in continuità con la doccia dell’interno, e un prato che si estende nei rimanenti spazi interclusi. Nella vasca/piscina due sculture introducono nella composizione un contrasto tra le proporzioni della figura umana e quelle dei volumi architettonici, le une il riflesso delle altre, mentre sul prato un grande ulivo si pone come omaggio al paesaggio pugliese circostante. Spazi aperti e spazi chiusi si alternano in un gioco di risonanze prospettiche che rendono questa piccola architettura complessa e misteriosa. I punti di vista si moltiplicano così come si accentua il senso plastico del complesso edificio, nel quale le dimensioni reali sono alterate dalla ricorrenza di pieni e di vuoti. Gli elementi della Casa tendono a compenetrarsi e al contempo ad allontanarsi, mentre in alcune direttrici la continuità assiale consente di misurare tutta la profondità dell’edificio, che sembra più grande di quanto sia in realtà. Il chiudersi della Casa trova un contrappunto nelle contenute aperture verso il muro circolare. I microspazi che separano il muro del recinto dalla Casa si configurano come negativi vuoti di quelli costruiti dando vita ad una duplicità dell’insieme che si spera sia coinvolgente. Una duplicità vitale, tanto evidente quanto molteplice ed enigmatica, una coppia architettonica che è metafora di quella che vive in questo piccolo e ideale rifugio. Dall’esterno il muro è un confine continuo interrotto dalla porta che consente di accedere alla Casa e da un’unica bucatura che inquadra il bosco circostante. Dall’interno invece il cerchio murario appare discontinuo, sempre diverso, un segno che accoglie mentre si esclude dal contesto. Come luogo dell’Eros la Casa si fa scenario di un incontro la cui memoria dovrebbe essere durevole come la Casa stessa.
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L’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La Costruzione è per tener su: l’Architettura è per commuovere. Le Corbusier