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La campagna per il boicottaggio di Israele sulla buona strada Recentemente durante i giorni 29, 30 e 31 di Ottobre si è celebrata l’ “ Iniziativa di Bilbao”,  secondo il proprio appello: “un'assemblea della società civile, uno spazio ed un processo nel quale  Palestinesi, europei, organizzazioni della società civile anticoloniale di Israele condivideranno  prospettive e discuteranno sulle sfide che affrontiamo al momento di sviluppare uno strumento di  coordinamento effettivo per sviluppare campagne pratiche di solidarietà pratica con la Palestina e  per la pace giusta”.  La conseguenza più importante e positiva di questa iniziativa è, senza dubbio, che si è ricordato  da parte dei partecipanti che quella solidarietà pratica con la Palestina si porti a termine mediante la  campagna di boicottaggio totale allo stato di Israele in tutti i suoi ambiti ed espressioni. Questo è un  passo avanti che noi di Askapena stimiamo molto positivamente. 

Perché? Quando due anni fa si fece conoscere l'iniziativa basca “Boicotta Israele”, promossa da attivisti  individuali e membri di organizzazioni internazionaliste come Komite Internazionalistak ed  Askapena, sapevamo che affrontavamo una lunga strada, non in vano, i palestinesi ricorrono spesso  al paragone con la campagna di boicottaggio internazionale contro il regime di Apartheid dello stato  sudafricano. E quella campagna durò quasi 40 anni.  “Solo” due anni fa metteva vertigine il parlare di una campagna di boicottaggio ad Israele che  comprendesse l'ambito politico, economico, accademico, culturale, sportivo... Lo avrebbe compreso  “la gente”? Sarebbe stata a favore? Avrebbe avuto successo?  Vari fattori si posizionavano contro la campagna:  ●

Israele ha investito, investe ed investirà sempre più denaro nella sua campagna permanente  di immagine. Immagine di democrazia, l'unica della zona, immagine di cultura, scienza,  modernità, sport, tolleranza...  Israele realizza questa campagna con la complicità di tutto l’ovest: aiuti economici, politici e  militari. Ma inoltre, relazioni culturali, accademiche, sportive, etc. Con l’ovest, e con  l'Europa in posto superiore. 


In conseguenza questa campagna di boicottaggio da parte della 'società civile' si  confronterebbe in primo luogo con le sue proprie istituzioni, imprese, università,  organizzatori di attività culturali e sportive, mezzi di comunicazione del capitale...  La delegittimazione e disattivazione della stessa idea del boicottaggio come strumento di  lotta e solidarietà. 

Presentazione della iniziativa “Israeli Boikot” il 26 Noviembe 2006

Tuttavia come qualcuno disse “l'unica lotta persa è quella che non si porta avanti”, o “vedere le  cose impossibili non è ragione per non tentarle, non tentarle è quello che ci fa vederle impossibili”. In questi due anni 6 municipi baschi hanno aprovado mozioni di boicottaggio contro Israele, ci sono  state mobilitazioni importanti contro concerti musicali ed eventi sportivi, si è diffusa propaganda  davanti a cinema con film israeliani, si sono realizzate performances per strada, e nella  commemorazione del 60 anniversario della nakba si ebbero decine di concentramenti in Euskal  Herria con la caratterizzazione del boicottaggio a Israele.  Queste iniziative, mobilitazioni e concentramenti hanno generato un dibattito sociale in crescendo e  hanno messo in primo ordine la discussione sulla natura dello stato d'Israele, la situazione del paese  palestinese e la solidarietà che gli dobbiamo: primo obiettivo compiuto. In questi due anni abbiamo  dibattuto con organizzazioni, municipi, squadre sportive... abbiamo preso fischi e applausi da parte  del 'pubblico'... Ma come abbiamo detto, il primo obiettivo è compiuto.  Ora dobbiamo continuare a guadagnare nuove posizioni ed adesioni; in questo senso è stata  importante l'iniziativa di Bilbao. 

Un prima ed un dopo Solo bisogna fare attenzione ai firmatarii delle conclusioni, per rendersi conto del fatto che si è  avvicinato alla campagna di boicottaggio contro l'Israele un ampio numero di organizzazioni e  collettivi nei quali la discussione si è vinta già a livello teorico. È una vittoria delle organizzazioni 


palestinesi e della loro società civile.  È costato ma alla fine come segnalava Omar Barghouti è giunto alla conclusione che quelli che  si vogliono solidarizzare con la Palestina non devono inventare come, né devono mettere  “condizioni”. Sono gli stessi palestinesi che c'indicano la strada.  L'eurocentrismo ha perso una battaglia. 

Ed ora che cosa?  Da parte di Askapena stiamo più che contenti del nuovo panorama: più organizzazioni basche  ed europee si posizionano in favore del boicottaggio. Più ce n'è meglio è. Che si estenda e che riesca  a pressare Israele affinché accetti una pace giusta mediante il riconoscimento del paese palestinese  ed i suoi diritti come tale, la fine dell'apartheid, il ritorno dei rifugiati, e la fine dell'occupazione.  Come coordinarci? Bene, in realtà l'ombrello comune sta in Palestina, nei propulsori delle  campagne di boicottaggio ad Israele, partendo da quella premessa, già solo è necessario il rispetto  all'idiosincrasia di ognuno e la buona volontà. Noi non abbiamo problemi a lavorare in comune con  qualunque organizzazione di qualunque paese di Europa che stia per tirare il carro del boicottaggio.  Se Argala diceva “ogni paese che trionfa sul capitalismo pone le premesse per l'estensione  della rivoluzione socialista mondiale perché non c'è consiglio più efficace dell'esempio”, possiamo  fare una similitudine e dire che la migliore maniera di estendere il boicottaggio è che il boicottaggio  trionfi in ogni popolo. La Palestina ha bisogno di esso e noi abbiamo bisogno della Palestina. 

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