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ANNO XLVIII / APRILE 2019 / NUMERO 146 PERIODICO DELLA COMUNITÀ DI DARDAGO / BUDOIA / SANTA LUCIA
LA LETTERA DEL PLEVÀN
Resurrexit!
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è Risorto!
In molte chiese dell’orbe cattolico nel tempo pasquale sul tabernacolo vengono poste statue più o meno pregevoli sotto l’aspetto artistico che rappresentano il Cristo Risorto (dette appunto Resurrexit dall’antico annuncio pasquale: «È Risorto!»). Alcune sono costruite in pietra o in marmo ed allora restano fissate sul tabernacolo. Altre in legno o in metallo stanno a significare il periodo liturgico della Pasqua. Anche la nostra Parrocchia di Dardago ha voluto cambiare la statua piccola in metallo con una più alta e visibile in legno, affidandone la commissione al compaesano Renato Zambon Tarabìn che già ha lavorato per la nostra chiesa con dedizione, competenza e devozione. Perché rendere più visibile la statua del Resurrexit quando già altre immagini affollano la nostra Chiesa? Io penso sia importante in un tempo come il nostro così affannato e così distratto, soprattutto sotto l’aspetto religioso tornare a ripetere quell’antico annuncio: «Cristo è
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Renato Zambon Tarabìn, Gesù Risorto. La pregevole scultura in legno di tiglio, alta 70 cm, sarà collocata sopra il tabernacolo dell’altar maggiore nella parrocchiale di Dardago per l’intero periodo pasquale.
smarrita e ritrovata. E io ti riporto a casa. Non tremare più. Il lupo non ti attacca più. La mia vittoria gli ha spezzato i denti». Questo è l’annuncio della Pasqua. Tutto nel mondo ci mette ansia. Se accendiamo il telegiornale, se leggiamo i quotidiani, se ascoltiamo le chiacchiere nel bar, è tutta una continua lamentela, è tutto un rincorrersi di notizie negative, di dati preoccupanti, di commenti assillanti. Come ce la caveremo? Dove andremo a finire? C’è una Parola che si innalza forte. In mezzo alle tante parole: «Non abbiate paura: io ho vinto il mondo. Ero morto ma ora vivo. Ho spezzato le sbarre della morte e dell’inferno e vi ho riaperto le porte del paradiso perduto». Si avvera l’antica profezia
richiamata nella liturgia di questi giorni. «Fugite partes adversae, vicit leo de tribu Juda» (Fuggite nemici infernali, ha vinto il leone della tribù di Giuda). Quel Resurrexit con il suo bel labaro della vittoria, ci indica proprio questo. Entrando in chiesa, in questi giorni, alziamo a Lui il nostro sguardo e certamente quella nostra lacrima sarà asciugata, quel peso sul cuore sarà alleggerito, quel bisogno di pace sarà esaudito. Cristo è Risorto! DON MAURIZIO BUSETTI
A tutti i migliori auguri di una lieta e santa Pasqua
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Risorto!» Il mistero pasquale si è compiuto. La morte, il male, il peccato sono stati vinti. L’uomo non deve più vivere nella paura, non deve più disperare. Il Cristo ha vinto per lui ed una nuova era è iniziata. Quel labaro che scende dal braccio della statua e si appoggia fino a terra sta ad indicare proprio la vittoria di Cristo sulla morte. Quelle Croci e quei crocefissi che si moltiplicano nelle nostre Chiese non avrebbero alcun senso se non ci fosse il Resurrexit, se non ci fosse il Cero Pasquale. La croce resterebbe solo come segno della sconfitta dell’uomo, dello scacco dell’umanità. L’uomo sarebbe ancora alla ricerca di chi può tirarlo fuori dalla sua situazione di perdente, di chi può dargli un’opportunità di liberarsi. Quell’albero, quel frutto avvelenato di un’utopistica libertà senza Dio resterebbe un dramma senza risposta. Ma Cristo la risposta ce l’ha data: «Sono morto e ora vivo. Sono sceso a liberare le anime dei prigionieri e ora sono ancora con te. Non temere, piccolo gregge. Non lasciarti cadere le braccia. Sali sulle mie spalle pecorella
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LA RUOTA DELLA VITA
IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.
NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Philip Soldera di Marco e di Deborah Zambon – Dardago Asia Guerini di Massimiliano e di Jessica Zambon – Milano Samuele Pinato di Andrea e di Cristina Bigai – Milano
MATRIMONI Felicitazioni a... Nozze d’argento Carlo Sambruna e Miriam Zambon – Cinisello Balsamo (Mi) Nozze d’oro Corrado Zambon e Luciana Vettor – Dardago
DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…
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Gardo Besa di anni 83 – Santa Lucia Ronald Foster di anni 69 – Dardago Sieglinde Bocus di anni 79 – Lignano Erminia Vendraminetto di anni 75 – Budoia Giuseppina Turchet di anni 85 – Castello d’Aviano Ermenegilda Fort di anni 92 – Santa Lucia Aurelio Quinci di anni 73 – Budoia Giuseppina Sist di anni 94 – Budoia Rita Parmesan di anni 80 – Dardago Angelo Ianna Geromin di anni 92 – Dardago Angelo Ianna Tavan di anni 86 – Dardago Celestino Del Zotto di anni 83 – Budoia Francina Celant di anni 83 – Dardago Maria Zambon di anni 80 – Fiume Veneto Bernardino Sarri di anni 90 – Santa Lucia Teresa Puppin di anni 91 – Budoia Umberto D’Amico di anni 65 – Santa Lucia Bruna Bastianello di anni 91 – Dardago Maria Carlon di anni 87 – Budoia Maria Santin di anni 94 – Budoia
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L’ARTUGNA PERIODICO DELLA COMUNITÀ DI DARDAGO BUDOIA / SANTA LUCIA BUDOIA
DARDAGO
SANTA LUCIA
IN QUESTO NU MERO
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Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.
2 La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
38 Il bilancio 39 Programma religioso
4 La ruota della vita 6 La croce, faro della fede di Vittorina Carlon 9 Ricordi di bambina di Carla Del Maschio Schener 10 Un giretto... in Australia di Andrea Usardi 12 Il ghiaccio... per stare più caldi di P.A.P. 15 Se... Ma... Però... di Mauro Zambon 18 Riapre il bar «Al Campanile»... ...e chiude «la Rossa» di Roberto Zambon 21 Houston di Alessandro Fontana 23 Grande amore per il paese natale di Mario Fort Pitus 24 ’n te la vetrina 25 La recensione
ED INOLTRE...
Cent’anni dalla Grande Guerra Inserto n. 13* a cura di Vittorina Carlon, Vittorio Janna e Roberto Zambon * Con il prossimo numero si concluderà la raccolta degli inserti.
IN COPERTINA La croce astile della parrocchia di Sant’Andrea apostolo di Budoia. Recto. Cristo crocifisso con gli evangelisti. [foto di Francesca Romana Zambon]
26 La fontana Tarabìn di Roberto Zambon Con maestria e grande cuore... di Euridice Del Maschio 28 Visita ai luoghi della mia gioventù di Espedito Zambon 29 Scherthi de ’na volta di Fernando Del Maschio 30 Lasciano un grande vuoto... 34 Cronaca 36 Inno alla vita 37 I ne à scrit... ...dai conti correnti 38 Le punture di spillo a cura di Sante Ugo Janna
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la croce, faro della fede di Vittorina Carlon
Maria di Cleofa. Verso.
A destra. Croce astile. Verso.
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Durante le festività natalizie, la comunità budoiese ebbe modo di apprezzare l’intervento di pulizia effettuato a una delle tre croci astili o processionali della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea.
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Si tratta dell’esemplare più antico, in lamina d’argento con incisioni d’ottone, di bottega veneta – le altre due risalgono all’Ottocento, una di ottone sbalzato e l’altra di ottone argentato, di botteghe artigianali friulane – la cui esecuzione si pone stilisticamente nello scadere dell’ultimo decennio del secolo XVI e il primo del XVII, secondo le indicazioni dei curatori del censimento inventariale dei beni mobili della parrocchia indetto dalla Diocesi di Concordia-Pordenone. In quel periodo storico le nostre comunità rinnovarono la suppel-
Padre Eterno. Verso.
lettile sacra secondo i consigli della Controriforma e spesso si rivolgevano al mercato veneziano per la sua abbondante disponibilità di proposte. Il nuovo acquisto sostituì probabilmente la «croce di rame dorato cum uno crucifiso et una altra figura da laltra banda cum sui ornamenti», menzionata nell’inventario dei beni mobili della Cappella di Sant’Andrea, del 1529. Simbolo e identità della parrocchia, il vessillo processionale è usato oggi e così nei secoli, all’interno della chiesa, all’inizio della
Vergine Maria. Verso.
e alto che trova origine nella storia della comunità. Lungo le vie dei centri abitati, apre i cortei processionali eucaristici, funebri e votivi in onore di santi e soprattutto della Beata Vergine Maria. Nei secoli oscillava anche attraverso i sentieri sterrati, durante i riti delle Litaniae maiores e Litaniae minores o rogazioni, processioni che ruotavano intorno al microcosmo rurale per la sacralizzazione dell’intero territorio, con lo scopo di propiziare la protezione divina dalle calamità naturali, e per la buona riuscita dei raccolti.
Le prime si celebravano il 25 aprile, le seconde i tre giorni antecedenti il giovedì dell’Ascensione. Durante tali eventi, tra parrocchie limitrofe scoppiavano spesso vere e proprie battaglie «rogazionali» a colpi di croci per la protezione dei confini parrocchiali, considerati spazi da proteggere ma sui quali anche riaffermare la propria giurisdizione. A tal proposito nel 1547, dopo una furibonda sassaiola con gli abitanti di Polcenigo, San Giovanni e Coltura, nei pressi della chiesa
uno spazio corrispondente a due volte la lunghezza della chiesa di San Giorgio, affinché i fedeli della pieve potessero «sostare, camminare, sedere, mangiare e per quel giorno e in quello spazio a loro piacimento calpestare la terra senza impedimento di parte di alcuno, vi siano o non vi siano biade eccetera». Da quel anno tutti i fedeli vi si recavano con le croci e i gonfaloni della chiesa e gli amministratori solevano distribuire elemosine e il «pranzo delle rogazioni». Si accordarono anche che il
Maria di Magdala. Verso.
di San Giorgio, a confine con i territori di San Giovanni e di Ranzano, il fabbro di Dardago dovette lavorare mezza settimana per ripristinare i simboli della pieve di Santa Maria Maggiore, ossia quelli delle chiese di Dardago, Budoia e Santa Lucia. Tanto che, onde evitare danni così ingenti alle croci, nell’anno successivo, il primo maggio 1548, il pievano di Dardago, Gerolamo Campesio, acquistò a proprie spese il diritto di sosta per i fedeli su un terreno «verso i monti vicino alla strada consortile», nel secondo giorno delle rogazioni dell’Ascensione. Si trattava di
proprietario del prato o un loro famigliare di generazione in generazione – se avesse ritenuto opportuno – si sarebbe potuto incontrare in tale giornata in quel luogo e mangiare insieme al sacerdote e alla comunità. I vessilli erano dotati di aste lunghe non meno di due metri per permettere di catturare lo sguardo dei fedeli, di essere quindi visibili da chiunque seguisse la processione, e inoltre per fornire una presa più maneggevole al crocifero che apriva il corteo processionale. E proprio per la visibilità da
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Messa solenne quando il sacerdote esce dalla sacristia e fa ingresso nella navata e quando poi rientra. È sorretta da un crocifero, che segue il turiferario e precede il sacerdote e gli altri ministranti del clero; una volta raggiunto il presbiterio, il signum crucis è riposto su una base, accanto all’altare. La croce varca anche la soglia dell’edificio ecclesiastico – un tempo con molta più frequenza – e oltrepassa il sagrato per divenire faro della fede ed assumere un significato di condivisione più profondo
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San Giovanni. Recto.
San Marco. Recto.
San Luca. Recto.
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San Matteo. Recto.
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ogni punto di osservazione si trovasse il fedele, le croci furono decorate sul recto e verso solitamente con l’immagine di Cristo crocifisso e con figure della Vergine Maria, di santi e di evangelisti. Al momento della commissione dell’oggetto sacro, si poneva particolare attenzione alla scelta dei materiali, con cui i simboli erano realizzati, e della bottega orafa addetta all’ideazione. La nostra croce in lamina d’argento, sbalzata e cesellata, montata su una struttura lignea interna, con le estremità lobate, si presenta nel recto nella consueta impostazione con la rappresentazione di Cristo crocifisso, al centro, e quelle degli evangelisti Giovanni e Luca, quest’ultimo con il simbolo del bue nelle estremità laterali, mentre in alto e in basso, rispettivamente i busti di Marco e di Matteo. Nel verso l’effigie dell’Immacolata Concezione e nei lobi laterali e in basso le figure femminili che piangono il Cristo morto: a sinistra, il busto di Maria di Cleofa, ben individuabile nell’atto di levare verso il cielo le braccia a interrompere, con un grido, un silenzio altrimenti intollerabile; nell’estremità in basso, Maria di Magdala che regge tra le mani il vaso d’unguento; nel lobo destro, la Vergine Maria con il volto impietrito dal dolore. In alto, il busto del Padre Eterno in atteggiamento benedicente con un globo nella mano sinistra. Il nodo a coppa d’argento con ‘coperchio’ è lavorato a sbalzo con ricca ornamentazione a fogliame e teste di cherubini nella parte inferiore. Segue l’innesto per l’asta, quest’ultima, all’origine sicuramente dipinta di rosso. Non porta inciso il punzone, per l’identificazione dell’orafo o della bottega, e perciò rimane anonimo l’artista. Restituita al suo splendore, la croce processionale continuerà ad essere faro della fede per la comunità.
LE TESTIMONIANZE Carla vive in Svizzera ed è molto legata alle sue origini budoiesi.
Maco, Maco, le cà e chedeco!
ricordi di bambina di Carla Del Maschio Schener
Sono Carla, piccolina. Nel 1944 avevo poco più di due anni e mezzo, ho vissuto una vicenda, che io però non ricordo, ma mi è stata raccontata e ripetuta da Marco Signora. Tutte le volte che mi incontrava, mi salutava così: «Maco, Maco, le cà e chedeco!» (Marco, Marco, è qua il tedesco!). Ho voluto sapere il perché. Marco mi raccontò che stavo giocando davanti al suo portone con altri bambini della contrada Anzolet, ho visto avvicinarsi un militare, e io piangendo ho chiamato «Maco, Maco, le cà e chedeco!». Il militare venuto vicino (era proprio tedesco) disse a Marco: «Perché piange, bambina paura militare?». Poi mi prese in braccio,
mi diede un biscotto, e con le lacrime agli occhi disse in tedesco che lui aveva un piccolo bambino, ed era contento di tornare a casa per abbracciarlo. Anche mio padre era in guerra e fu fatto prigioniero dai Tedeschi, però riuscì a fuggire. Mia mamma, Agata Carlon, era triste, come si può notare nella foto con me, che avevo due anni e mezzo, e mia sorella Angelina. Lei si ricorda bene di questi drammatici momenti e di tanti ancora. La guerra finì e per noi una nuova era incominciava, il pensiero però va sempre ai nostri eroi di guerra che hanno combattuto per un lieto fine.
In alto. Carla Del Maschio, all’età di due anni e mezzo, in braccio a mamma Agata con la sorella Angelina.
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Leggendo le tristi e commoventi storie della guerra, ne vorrei raccontare una che forse farà un po’ sorridere.
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Perché non fare del bene, mentre si fa quello che ci piace, ad esempio pedalare?
un giretto... in Australia di Andrea Usardi
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Incominciamo dalla fine, dalla Tasmania, una isoletta grande come il triveneto a 3.500 km dall’Antartide, il polo Sud. È l’ultimo posto che visito del mio giretto in bici di circa 2.500 km in 7 settimane. Qua tutti vengono per fare camminate e trekking anche di settimane perché queste foreste sono attraversate da tantissimi sentieri e attrezzate con casette rifugi dove le persone possono
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sostare e bivaccare durante le loro camminate. Le coste sono di tutti i tipi, dagli «spiaggioni» di sabbia alle costiere a picco, alle piccolissime baie. Anche qua ho trovato una grandissima disponibilità dalle persone che mi hanno offerto ospitalità in case stupende fronte mare, cene lussuriose e racconti ispiranti. Credo che alla fine di 87 giorni in giro per l’Australia quello che resta nella mente sono le storie delle
vite delle persone, perché dietro ogni persona, anche quella che meno te l’aspetti, c’è un mondo. Un mondo che puoi scoprire se dici un «buongiorno», un «come stai», magari un complimento e che ti può arricchire per il resto della tua vita, gratuitamente e di un valore inestimabile. Ne racconto alcune. David, ex militare reduce dal Vietnam, dove ha perso quasi completamente l’udito: non sì è
Alcune immagini del giro della Tasmania e l’incontro con Italo Zambon Biso, ad Adelaide.
in bicicletta da solo. In teoria ha anche battuto il Guiness world record ma a lui non importa: viaggia per vedere nuovi posti e raccogliere fondi per la ricerca della malattia del motoneurone che gli ha portato via sua nonna e un suo giovane amico. Perché non fare del bene mentre si fa quello che ci piace, ad esempio pedalare? Io ho sempre usato la bici per andare in giro per il paese, per masaròns, poi per allenarmi e gareggiare: ma in molti paesi una bicicletta può letteralmente cambiare la vita delle persone. Aiutare la mobilità delle persone nelle calamità naturali, nei paesi in via di sviluppo o nei paesi poveri, è lo scopo per cui è nata World Bicycle Relief. Tutti in garage abbiamo una bicicletta buttata in un angolo, inutilizzata da anni: apprezziamola e utilizziamola – è tutta salute – per avere uno stile di vita attivo e poi,
se volete vedere quanto può essere importante una bicicletta, guardate fundraiseau.WorldBicycleRelief.org/andrea-usardi. E poi… chi l’avrebbe mai detto di finire a bere una birra ad Adelaide con un dardaghese doc come Italo Zambon del Biso che vive in queste terre da venti anni! Oltre a questo restano i tramonti e le albe dai colori incredibili, le persone conosciute, il rumore delle onde dell’oceano, il dolore al fondoschiena per pedalare più di 10 ore al giorno, una foratura e... la voglia di tornare. *** P.S. Faccio un grande augurio a mio cugino Francesco per aver riaperto il bar della Teresina. Terra, cielo e mare della Tasmania.
fermato e nonostante avesse avuto solo la terza media è riuscito a diventare psicologo e sociologo sia civile che militare. A 72 anni, stanco di stare a casa, prende la bici e viaggia per qualche mese in giro per il mondo. Jin, una mia coscritta koreana, partita 7 anni fa dalla Spagna senza sapere cambiare una camera d’aria: ha pedalato per 70.000 km. Non bisogna saper far tutto prima di iniziare, si può imparare strada facendo, nei viaggi come nella vita. Angela Bonaccorso una tipetta di Milano che, chiesti sei mesi di aspettativa, stava pedalando in giro per l’Australia insieme a Jimmy Ham, un ragazzo londinese che ha mollato il suo ufficio a Londra e in due anni scarsi ha pedalato dalla City a Sydney. Anna e Gary che hanno pedalato per mezza Europa e il cui figlio Jimmy Ashby (Jimmyashbyaroundtheworldbybike.com), a 22 anni ha già fatto il giro del mondo
il ghiaccio... per stare di P.A.P. Tempo fa in una puntata della trasmissione «Geo», Stefano Pujatti presentò «Casa nostra: come farla per affrontare i cambiamenti climatici», una carrellata di progetti, realizzati dallo studio ELASTICO FARM, fondato dallo stesso Stefano e da Alberto Del Maschio, per portare la natura all’interno dell’architettura. Proponiamo ai lettori l’argomento trattato.
STEFANO PUJATTI
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insegna e lavora anche a Toronto, in Canada. Come «ambasciatore del design nel mondo» ha tenuto alla Emily Carr University of Art e Design di Vancouver una conferenza dal titolo «Going West», esponendo esempi dei suoi lavori, alla presenza del Console Generale a Vancouver, Massimiliano Iacchini.
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La sua immagine nella rivista Marco Polo. (foto fornita dal fratello Paolo).
Ci deve essere una differenza tra costruire a Torino e costruire a Toronto, due città culturalmente diverse, diverse anche per dimensione, morfologia e clima. Ultimamente si parla molto di risparmio energetico e sostenibilità, spesso facciamo riferimento a scelte puramente tecniche applicando regole precedentemente validate, scegliendo materiali facilmente controllabili attraverso la tecnologia. «Che cosa succede se proviamo a rifiutare la risposta automatica concentrandoci sulle qualità specifiche o sulle dis-qualità di un luogo e cerchiamo di usarli per creare un edificio migliore appartenente alla sua posizione?». Questa è la domanda che si sono posti i progettisti dello studio ELASTICO FARM tra cui i fondatori Stefano Pujatti ed Alberto del Maschio, che da alcuni anni sono impegnati anche con uno studio di progettazione nella città canadese. La Maison Glacé è un esperimento con il quale si intende collegare l’edificio all’ambiente circostante
più caldi MAISON GLACÉ Progetto studio ELASTICO FARM per una casa sul lago Ontario (Toronto, Canada).
Nel periodo invernale lo schermo forma una lastra di ghiaccio che genera una intercapedine con una temperatura intermedia.
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Nel periodo estivo la casa presenta uno schermo che filtra l’irraggiamento solare diretto contribuendo al controllo del clima interno.
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attraverso uno dei principali caratteri associati alla città di Toronto: il freddo. Il freddo (fino a – 40 °C), che ricopre di ghiaccio ogni cosa, è paradossalmente usato per proteggere dal freddo. Il progetto – con il quale lo Studio ha vinto il premio nella categoria Visioning dell’Archmarathon a Miami – è un’importante risposta di design al tema della sostenibilità, una riflessione su come il design possa trasformare il «problema» in una soluzione e le peculiarità in strumenti che caratterizzano l’architettura. La Maison Glacé è una casa unifamiliare con annesso appartamento per gli ospiti che proteggerà dal freddo pungente e dai venti del vicino lago Ontario attraverso una crosta protettiva, di ghiaccio che si accumulerà nei primi giorni freddi dell’inverno. Una barriera posta ad alcuni centimetri dall’involucro formerà una camera d’aria e funzionerà come una intercapedine per mantenere una temperatura più mite e proteggerà la casa per tutto l’inverno. Si tratta di un «caso studio», che sarà testato a breve nelle sue parti per aiutare a sviluppare nuove soluzioni di case residenziali per gli indigeni che attualmente vivono nelle regioni settentrionali del Canada. La giuria internazionale ha premiato il progetto, perché propone una innovativa, ma allo stesso tempo praticabile, una semplice risposta al cambiamento climatico sempre più evidente e preoccupante. Una riflessione su come progettare per il futuro usando il pensiero laterale, ottenendo strutture energeticamente sostenibili. È un progetto che rappresenta il costante lavoro di mediazione tra uso dei materiali e disposizione
Frutticultura. Nel periodo invernale l’acqua nebulizzata sulle gemme ghiaccia e le protegge dal freddo più rigido.
Maison Glacé. Montreal 1888, un terribile incendio distrugge un imponente edificio. A conclusione dello spegnimento questo si trova incassato nel ghiaccio. Una immagine spettacolare ne comunica il dramma (foto Notman & Son).
spaziale, codice etico e compromessi che i progettisti devono fare con se stessi e dai quali è sempre più complesso districarsi.
NEL NOSTRO TERRITORIO
Se... Ma... Però... riflessioni sui numerosi incendi che hanno interessato il nostro territorio montano di Mauro Zambon Se avessimo un po’ più a cuore ciò che ci circonda – non intendendo solo i nostri simili umani, coi quali non è così facile andare d’accordo – ma l’intero Sistema Terra, alcuni problemi da noi stessi originati, ampiamente sottovalutati o ignorati, li conosceremmo sufficientemente e quindi sapremmo
Monte Candóle. Al centro è visibile la zona devastata dall’incendio scoppiato nella notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio 2019.
come evitarli o quantomeno come fare per mitigarne l’effetto. Se, rispetto al divertimento, alla comodità, al consumo veloce, compulsivo e insulso fine a sé stesso – comportamenti quotidiani tipici di molti di noi, assai informati ma al tempo stesso ignoranti per comodo delle conseguenze
che ne derivano – noi stessi privilegiassimo il raziocinio, la consapevolezza e perfino l’umiltà in luogo dell’irruenza, della velocità e dell’avidità che ci pervadono; ebbene forse, ci ritroveremmo ad avere un rapporto più proficuo e meno conflittuale con tutto ciò che ci circonda.
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Se coloro i quali hanno fatto sì che, per mero divertimento di fine anno, cioè a cavallo tra l’anno scorso e l’attuale, vale a dire il 31 dicembre 2018 intorno alla mezzanotte, sparando dei mortaretti si sia generato un incendio in montagna in località Candóle, a 1500 metri di altitudine, e poi si siano comunque divertiti e l’abbiano anche «fatta franca» senza particolari conseguenze, ciò costituisce la prova che qualcosa di distorto c’è, nella nostra società.
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Se, nonostante l’incendio causato, costoro vivano adesso la loro vita tranquilli, senza la paura di
essere imputati di alcun illecito, ma soprattutto e peggio ancora, scevri da alcuno scrupolo che li
quinamento dell’incendio e a tutti gli automezzi dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile – avremmo risparmiato, oltre ai costi in denaro? Ma, se nel 27 febbraio successivo avviene un altro incendio sempre a Budoia, quasi sul confine con Polcenigo, questa volta non per divertimento ma per malattia mentale, originato da qualcuno che non ha a cuore l’ambiente in cui vive, ma nutre altre passioni, ciò testimonia ancora che qualche problema c’è, nella nostra società. Ma se poi vengono appiccati dolosamente altri incendi ancora, in quel di Aviano (Madonna del Monte) e Caneva (Pian Salère) e se per questo dobbiamo ricorrere al pattugliamento mediante sorvolo aereo con elicottero lungo tutta la pedemontana, da Montereale a Cordignano, dovremmo ammettere che le cose non procedono per niente bene. Però, quarant’anni fa nelle stesse aree scoppiavano molti più incendi di adesso e nonostante ciò, da allora a oggi il bosco è avanzato e ha ricoperto gran parte della montagna. Però, riflettendoci bene, mi vien da dire che la Natura è molto più forte di noi e, se solo volessimo osservarla, ci darebbe tante indicazioni utili per vivere meglio su questo Pianeta.
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Le conseguenze degli incendi che hanno interessato il nostro territorio montano: dal monte Candóle (Budoia) a Madonna del Monte (Aviano), da Pian Salère (Caneva) ai boschi sul confine tra Budoia e Polcenigo.
faccia riflettere sul proprio comportamento, vuol dire che in loro stessi coscienza non ce n’è. Ma, se l’elicottero, che per tutta la mattina del primo gennaio di quest’anno ha fatto la spola avanti e indietro tra i vasconi riempiti con acqua e l’incendio, luogo inagibile dalle persone anche di giorno per la pendenza estrema, fosse rimasto fermo a disposizione di qualche altra emergenza, quanto inquinamento da carburante bruciato – che va a sommarsi all’in-
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NEL NOSTRO TERRITORIO
riapre il bar «Al Campanile»… di Roberto Zambon
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Il bar o il caffè, inteso come luogo di incontro, definito anche chiesa laica, è sempre stato un punto di ritrovo, un ‘social’ che facilita le relazioni e dove la gente parla e discute di tutto ciò che succede in paese e nel mondo.
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Nei paesi, l’apertura di un bar fa notizia. Figurarsi in un paese piccolo come Dardago, nel cui centro abitato i pubblici esercizi sono una rarità. Eppure, sono passati poco più di trent’anni da quando Anna Pinal, nei numeri 39 e 40 de l’Artugna, ci parlava delle osterie storiche di Dardago: ben quattro erano le attive (La Rossa, Moreàl-Cariola, la Cooperativa e Toni Bocus «Cai») e una cessata (Colus). Con il passare degli anni, la Cooperativa chiuse i battenti, seguita dal bar della Teresina (figlia di Toni Bocus) e da Cariola, dopo aver cambiato più volte gestione. La parte centrale del paese è, così, rimasta senza un bar fino al 23 febbraio 2019, quando Maria Marcela Arroyo Rizzo, compagna
di Francesco Usardi (nipote di Teresina Bocus), ha riaperto l’esercizio con il nome «MM14 Al Campanile». Il bisnonno di Francesco, Antonio (Toni), nel lontano 1928, aprì l’attività in una stanza della «Ciasa del Capelan»1, situata dove ora c’è il cortile dell’Asilo; qualche anno dopo l’attività venne spostata nell’attuale sede di via Brait, 7. A Francesco piace ricordare che per molti anni il locale venne portato avanti da nonna Teresina che, con il marito Francesco Usardi, si occupò sia del bar che del negozio di generi alimentari. Praticamente Teresina dedicò a questa attività tutta la vita. Il locale era chiuso solo al giovedì, giorno dedicato per gli acquisti presso il mercato di Sacile.
A sinistra. Marcela al lavoro nel bar recentemente inaugurato. Sopra. Particolare della sala interna e l’esterno del bar.
Anni ’60: Teresa (n. 1924), con la mamma Luigia e il padre Antonio Bocus Dolfin, presso l’entrata del loro locale. Sullo sfondo, la vecchia latteria abbattuta il 15 luglio 1997.
verile/estiva. Il bar vuole essere un punto di ritrovo per l’asilo, le associazioni, il teatro, ma anche un punto di riferimento per tutti gli sportivi e appassionati delle nostre montagne e dei giovani che si ritrovano in compagnia.
Maria Marcela si occupa della gestione del locale dopo una lunga esperienza in alcuni locali pubblici del centro di Milano. Proviene dal lontano Equador, dove il nonno paterno era emigrato all’inizio del ’900.
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Francesco ci spiega che il nome del bar MM14 Al Campanile è composto dalla sigla MM 14 che indica le iniziali di Maria Marcela e 14 il giorno di San Valentino che doveva essere il giorno dell’inaugurazione. Al Campanile è rimasto per dare continuità con il nome precedente così come la vocazione ad essere un punto di incontro per tutte le età. Il giorno dell’inaugurazione, il 23 febbraio, ha rappresentato un momento di felicità per molte persone nel rivedere il bar storico del paese riaperto: tante, da affollare sia la parte interna, sia il nuovo giardino estivo. Giardino estivo molto adatto per festeggiamenti di compleanni e rinfreschi e giornate con musica a tema che verranno organizzate con la stagione prima-
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...e chiude «la Rossa»
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Per un esercizio che apre, un altro chiude. La Rossa, ultimamente gestita da Guido Busnelli e chiamata anche La Cucineria degli Orchi, ha abbassato metaforicamente le saracinesche. I due esercizi sono legati da una comune origine. Infatti, Toni Bocus – il fondatore dell’attuale Bar Al Campanile – era figlio di Angelo (Àndol) Bocus Dolfin che, alla fine dell’ ’800, aprì un’osteria in via San Tomé, nelle case di proprietà, cui si accedeva dal portone tutt’ora esistente. Solo nei primi anni ’60, vennero acquisiti le case e l’orto dei Brussato Toscan per ingrandire l’esercizio e per costruire il parcheggio. Àndol (n. 1853) era sposato con Angela Signora. È ricordato come un uomo distinto, con il monocolo alla moda, il calesse e la cavalla. Vantava conoscenze ed amici a Venezia e gli piaceva frequentare la Fenice. Ebbero dodici figli di cui almeno quattro morirono in tenera età. Tra i sei maschi superstiti, Antonio (n. 1886) e Luigi (n. 1887) seguirono le orme del padre: Gigi portò avanti l’osteria di via San Tomè e Toni, come visto, aprì il locale di via Brait. La moglie di Àndol morì di parto e lui, rimasto solo e con i figli piccoli, si sposò con una giovane donna di Castello d’Aviano, Regina Colauzzi Titon, una ragazza che si notava per i bei capelli rossi. Regina fu chiamata la Rossa e così anche l’osteria: nome che si tramandò alla bottega anche per le
Tutti i fratelli avevano una predisposizione per le attività commerciali e artigianali; basti ricordare che – oltre agli osti locali Gigi e Toni – Vincenzo (n. 1892) si dedicò al forno e Cesare (n. 1897) aprì una bottega di calzolaio a Budoia. A Castello di Aviano, Lorenzo (n. 1895) aprì un’osteria e, a Cortina, Ferruccio, figlio di Ettore, gestì per molti anni il «Caminetto».3
Angelo Bocus Dolfin (n. 1853), progenitore di una grande famiglia di commercianti ed artigiani.
NOTE 1. Informazione di Lidia Ponte (n. 1923).
successive generazioni (Gigi, Aldo e Omero). Si racconta, ma non si è trovata documentazione storica, che Regina fece una fine tragica: dilaniata dallo scoppio di un ordigno bellico da lei incautamente raccolto, forse per curiosità.2
2. Anna Pinal: l’Artugna n. 39 – dicembre 1982. Nel Registro parrocchiale dei morti non è specificata la causa del decesso. Normalmente, una causa così poco naturale veniva messa in evidenza. 3. Si ringraziano, per le informazioni e le fotografie relative a «la Rossa», Omero e Daniela Bocus Dolfin.
Agosto 1951. Anna Zambon Pala (n.1891), moglie di Luigi, al suo posto di lavoro, drio ’l banco de la Rossa. (sul retro, oltre alla data, si legge: FOTO FERRUZZI – Venezia? – L0613).
Un vissuto di alcuni decenni fa, nella città più popolosa dello stato del Texas.
Erano i primi giorni di settembre del mille novecento settantadue e, ormai da quindici giorni, la temperatura anche di notte non era mai inferiore ai trentuno gradi. L’umidità, costante per la vicinanza al Golfo del Messico, era al minimo pari al novantadue per cento. Leggevo questi valori su un immenso pannello luminoso installato sulla sommità del grattacielo di fronte. Ma, mi dicevo, anche da noi in estate capitano giorni caldissimi e notti che l’umidità ci rende senza sonno. Una presenza ovunque nota in Italia, era invece totalmente assente tra i grattacieli di Houston: nessun suono di campane aveva ancora carezzato le mie orecchie e in quell’istante mi resi conto che da due settimane non ero entrato, né avevo visto, una sola chiesa. Chissà se esistevano e com’erano le chiese cattoliche del Texas: bisognava che investigassi. Così mi vestii, feci la mia inimmaginabile colazione (uova strapazzate, frutta, waffle caldo al miele e burro fuso, latte, succo d’arancia, una fetta di torta mai provata prima e caffè), raggiunsi rapidamente la mia Ford Gran Torino affittata alla Hertz, inserii una benedetta aria condizionata e via
all’avventura in una città che allora contava tre milioni d’abitanti ma che già quattro anni dopo ne avrebbe contenuto cinque milioni. Oggi Houston conta circa sei milioni e mezzo di abitanti e pare che ancora aumentino. La città pareva vuota a quell’ora mattutina della domenica: neanche un’anima tra gli acuminati grattacieli del centro e così, muovendomi a spirale, mi diressi verso le centinaia di migliaia di villette che si incontravano appena fuori da quel portaspilli. Tutte uguali: casa a un piano quasi del tutto vetrato, larghi tetti poco spioventi, giardino con palme ed erba verdissima, piscina d’acqua azzurra, trampolino, nessuna recinzione. Attraversai anche un lungo viale alberato, dove le villette si erano trasformate, a destra e sinistra, in mastodontiche villone da nababbi amanti delle bianche colonne neoclassiche o dei neogotici e tristi mattoni rossi delle università inglesi. Anche in queste magioni nessuna recinzione né presenza umana tranne qualche raro e coraggioso giardiniere nero, con il capo protetto da un’ampia paglia a mo’ di sombrero che curava bassi cespugli ai lati dei viali d’accesso. In
questi, grosse automobili sonnecchiavano lucide al sole. Lasciai questa zona della città e dopo un po’ mi ritrovai in una grande piazza delineata da alberi altissimi e in buona salute. Stavo dimenticando che quest’area del Texas riceve dal cielo oltre alle alte temperature tutto l’anno anche frequenti e rapide piogge giornaliere assolutamente benefiche per la vegetazione. Dietro quella cortina di verde, in alto mi apparve d’un tratto una croce indubbiamente cristiana che, guardando meglio, sovrastava un’imponente chiesa a tre navate, tutta circondata su tre lati da un ombroso portico, anch’essa immersa in un ampio prato d’erba, verdissima e ben rasata. Lasciai la piazza per attraversare il muro d’alberi e mi ritrovai in un parcheggio pieno di automobili. Rapidamente guadagnai il refrigerio del portico e da una grande porta sentii provenire il canto dolce di un coro. Dalla fessura tra le ante sortiva anche un lieve sibilo d’aria fresca. Non pensai oltre ed entrai deciso, richiudendomi quanto più silenziosamente possibile la porta alle spalle. Ero capitato a metà della chiesa, a sinistra, e davanti a me si
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di Alessandro Fontana
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apriva la navata centrale piena di gente seduta all’ascolto del coro. I coristi erano tutti vestiti di tuniche rosse con i baveri dorati, uomini e donne, bianchi. Questa faccenda del colore della pelle necessita ora un chiarimento. Dopo i primi due o tre giorni trascorsi a Houston, avevo ormai la certezza che i tassisti, i poliziotti, gli inservienti dei ristoranti, gli spazzini, i giornalai e i giardinieri erano tutti neri: grossi, muscolosi e totalmente neri. Perfino il taxi che mi aveva portato in albergo dall’aeroporto (quasi un’ora di tragitto notturno) era stato guidato da una nera signora con cui era consigliabile di non litigare: aveva sollevato le mie pesanti valigie con la stessa noncuranza con cui io alzavo il vocabolario Oli-Devoto. Il Texas allora non si era ancora affrancato dalle appendici del razzismo ed ancora oggi gli Stati del Sud hanno qualche difficoltà. Tornando alla mia chiesa, nessuno dei fedeli aveva mosso un muscolo o girato la testa a guardare questo strano individuo vestito come un qualsiasi turista mentre quegli uomini erano tutti in giacca, cravatta e camicia bianca. Qualcuna delle donne arrischiava un cappellino fiorato, forse le più anziane, mentre tutte le altre anche se sedute lasciavano immaginare gonne (anch’esse fiorate o a tinta unica) e vedere vaporose pettinature bionde alla Doris Day. Ero istupidito, mi sentivo fuori posto, e indugiavo in piedi, in bella mostra nella navata. Non sapevo ancora se rimanere o ritornare sui miei passi quando qualcuno mi tolse dall’imbarazzo. Mi ero meravigliato che nessuno fino a quel momento mi avesse guardato: neanche il più lieve moto di sorpresa o una breve sguardata per quella mia entrata inaspettata. Sembravano tutti privi di qualsiasi curiosità tranne che per il prete sull’altare e per i trenta coristi. Ripensandoci più tardi, sorrisi tra me all’idea che invece in Italia neanche
Disegno dell’autore.
uno dei fedeli sarebbe stato fermo, senza girare il collo e il busto per inquadrare l’intruso e scambiare qualche commento. Mentre la meraviglia per quel comportamento non mi aveva ancora lasciato, una signora si era avvicinata senza che l’avessi sentita né vista: mi prese la mano conducendomi verso un posto libero sulla panca più vicina. La ringraziai con un sorriso prontamente ricambiato e mi decisi a non guardarmi intorno per non disturbare la funzione, anche se bruciavo di curiosità. Con attenzione tentai di capire a che punto fossimo. Era la prima volta che assistevo ad una messa officiata e cantata in inglese e confesso di essermi perso. La lingua madre parlata in uno Stato del Sud è molto diversa da quella di Oxford
ed anche da quella di New York ed in sole due settimane in Texas non mi potevo certamente considerare un ‘nativo’. L’unica era quindi di scimmiottare gli altri. Quando iniziò il ’Pater Noster’ tentai un aggancio ma fu recitato ovviamente in quell’inglese a me ostico e decisi di rispondere tra me e me in italiano. Mentre il coro cantava, e a lungo, cominciai a guardarmi in giro ruotando la testa solo di pochi gradi. La navata centrale conteneva almeno cinquecento persone suddivise in quattro settori di panche con inginocchiatoio: la solita aria condizionata manteneva una temperatura e un’umidità ideali. All’offertorio, nessuno si agitò alla ricerca di denaro nelle tasche dei pantaloni o nelle borsette, ma ognuno aveva già collocato la sua
Sono Mario Fort Pitus, mio papà Pier Angelo e mio nonno Giovanni Battista erano nativi di Santa Lucia (via Besa Fort, 12/C). Io... purtroppo sono nato a Milano e così i miei figli Alessandra e Victoriano. Quando a Milano, raramente, sento il «nostro dialetto» mi vengono le lacrime agli occhi.
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di Mario Fort Pitus
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BUDOIA, (SCRITTO NELL’AGOSTO 2015)
Abbiamo ricevuto e pubblichiamo con piacere le seguenti espressioni d’amore di un nostro lettore verso il suo paese natale.
grande amore per il paese natale
offerta in una busta che riposava in un vano dell’inginocchiatoio. Il sagrestano o un diacono passò con un cestino in cima a una lunga canna che arrivava fino a metà di ogni panca cosicché ognuno poté porvi la propria busta. Non ricordo più come mi comportai in quest’occasione ma, da quello che avvenne alla fine della messa, devo credere che fui ‘saltato’ cioè esentato dall’obolo, intenzionalmente. Alla fine ascoltai con piacere l’«Ite, Missa est.» e lentamente, confuso fra i fedeli, guadagnai l’uscita nel portico. E qui avvenne l’incredibile per le mie abitudini di cristiano italiano. Mi trovai circondato da un centinaio di texani che sorridendo e dandomi la mano mi chiedevano chi fossi, da dove venissi, come mi chiamavo, come mai ero capitato nella loro chiesa, se avessi gradito la loro Messa. Grande scalpore suscitarono le mie parole quando dissi che venivo dall’Italia e in particolare da Roma. Mentre mi destreggiavo fra una domanda e l’altra, giunse anche il prete che m’invitò assieme agli altri a bere caffè e prendere pasticcini da un banchetto che certamente non c’era ancora al mio arrivo. Volle rifarmi tutte le domande cui avevo già risposto ma fui felice di ricevere il suo benvenuto a nome di tutta quella comunità. Vidi altri banchetti e tutti i fedeli che discorrevano senza fretta tra loro ridendo spesso con sonorità a me sconosciute. Andai via contento, accompagnato dai loro auguri e saluti a tutti gli italiani. Io avevo creduto che non mi avessero notato al mio ingresso in chiesa e, invece, in un baleno avevano tutti deciso di accogliermi come uno di loro. Ma come avevano fatto a vedermi se nessuno aveva mosso un capello? Ma non ha alcuna importanza come abbiano fatto: è stato assai bello così.
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’N TE LA VETRINA
Romania 1914 La nostra terra è stata, specialmente nel XIX e XX secolo, terra di emigrazione. l’Artugna ha più volte documentato tale fenomeno anche con la pubblicazione di foto di gruppi di paesani in terra straniera. La fotografia di questo numero è particolarmente interessante perché è stata scattata nel 1914, l’anno in cui l’Europa è stata teatro dell’inizio della Grande Guerra. Il gruppo di Dardaghesi si trovava in Romania. Non sappiamo se siano rientrati in Italia o se siano rimasti lì anche durante il conflitto. Forse, qualcuno era anche in età di coscrizione militare. La fotografia, di proprietà di Liliana Puppin, è accompagnata da un foglio redatto molti anni fa con i nomi delle persone ritratte. Come è abitudine nei nostri paesi, non viene utilizzato il cognome ma, per una più sicura individuazione, il soprannome delle varie famiglie. Pertanto troviamo Friz, Pinal, Thampela, Thisa, Crosta, Rosit. I Friz (o Frith) sono un ramo dei Bocus, i Pinal, i Thampela e i Rosit sono rami degli Zambon, i Thisa sono Bastianello e i Crosta sono Rigo.
Prima fila in alto da sinistra. Cencio Friz, Fedele Pinal, non riconosciuto, Bepi Thampela, Paolo Pinal, Nato Pinal, Bepi Friz, Seconda fila. Non riconosciuto, Perut, Iacum Thisa, Tino Thampela, Iacum Friz, Marco Crosta. Terza fila. Non riconosciuto, Gigi Thisa, Vittoria Thisa con Damo Friz (il piccolo sulle ginocchia), Amabile Pinal, Tino Pinal, sacerdote romeno, Bia Friz e Agata con Tino (il piccolo sulle ginocchia), Insandro Pinal. In basso. Encio Thisa con la fisarmonica, Tilia Rosit (la piccola), Gorio Pinal con la fisarmonica.
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(foto di proprietà di Liliana Puppin)
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La fotografia è stata scattata durante un’escursione sulle montagne dardaghesi. Era il 1950. I giovani qui ritratti avevano vent’anni o poco più. Da sinistra, partendo dal basso. Prima fila: Giampietro Puppin, Edda Zambon. Seconda fila. Bruno Zambon Colus, Luciano Bastianello, Lisetta Zurla, Enrico Busetti (Russo), alle spalle di Enrico, Gianni Bastianello e, a destra, Vinicio Bastianello. Terza fila: Maria Zambon Scroc, Ruggero Zambon, Giovannina Zambon Pinal. (foto di proprietà di Lidia Basso Smeraldi)
LA RECENSI ONE LA RECENSIONE Giovane tifoso juventino (notare occhiello sinistro della giacca) che legge «Il Giorno». Si suppone a Milano primi anni ’60. Bisognava emulare Elvis Presley… si attendono riconoscimenti.
Osvaldo Puppin. Il diacono che onorò Milano
Matteo Pasut Osvaldo Puppin. Il diacono che onorò Milano, Pordenone 2019.
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Milano 18. Dicembre 1938 (Fotografo Cozza, piazza Lima, 1) un giovane Ianna Ettore in compagnia di Maria Z.n (Zambon?). Anche per questa foto si attendono riconoscimenti.
È uscito alle stampe l’ennesimo opuscolo firmato da don Matteo Pasut. L’ultima fatica è dedicata a Osvaldo Puppin Budhelone, il diacono di Milano di origini budoiesi, scomparso nel 2017. Si tratta di una raccolta epistolare tra i due, iniziata nel 1963 quando Osvaldo, adolescente liceale, scriveva a don Matteo, studente di terza teologia nel seminario di Pordenone, per informarlo delle sue nuove esperienze nell’Azione Cattolica, nella G.S., movimento della gioventù studentesca fondato da mons. Luigi Giussani, e nel catechismo. L’incontro tra i due avvenne qualche anno prima a Budoia, quando Osvaldo arrivava da Milano per trascorrere le vacanze estive dai nonni paterni insieme a mamma, e sorella; lì trascorreva periodi di riposo anche il prozio don Antonio Puppin, allora parroco di Pradipozzo di Portogruaro. Tra le tante riflessioni Osvaldo scriveva: «Il bene che possiamo fare è immenso, eppure resta sempre una goccia d’acqua in mezzo ad un oceano. Sarebbe terribile avere la responsabilità dell’educazione di tanti ragazzi, se non si avesse la certezza che qualcuno ci sorregge in ogni momento; che ci porta avanti, non tanto la nostra volontà, sovente tanto debole, ma la preghiera di chi è in Comunione con noi, per mezzo di Cristo». La corrispondenza proseguì anche oltre l’ordinazione a diacono di Osvaldo, nel 1997.
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la fontana Tarabìn
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di Roberto Zambon
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Fino a qualche tempo fa, solo i più attenti frequentatori delle nostre montagne sapevano dove si trovava la fontana Tarabìn. Infatti, la vena d’acqua della sorgente era captata e portata con un tubo fino ai margini del vecchio tracciato della Venezia delle Nevi. Non di rado, la vegetazione la nascondeva agli occhi meno esperti. C’è voluta l’idea e la buona volontà di Luciano Zambon Tarabìn e di Pierino Basaldella, per realizzare una vera fontana in sasso, a beneficio dei tanti frequentatori della zona. La sorgente si chiama Tarabìn poiché sgorgava nei terreni della famiglia Zambon Tarabìn, che, però, si trovavano ben più a monte, ad una altitudine di circa 200 metri superiore all’attuale, nelle vicinanze della vecchia baracca del Sauc, un piccolo rifugio ai margini di uno degli ultimi tornanti, da non confondere con il bartrattoria, ora chiuso, che aveva lo stesso nome. Luciano ci spiega che, a causa
dei lavori per la costruzione della Venezia delle Nevi, a metà degli anni ’60, la sorgente cessò di funzionare. L’acqua fresca che aveva dissetato i nostri progenitori che lavoravano su queste montagne, improvvisamente cessò di scaturire. Solo qualche anno dopo, si rifece viva più a valle, nel punto in
cui ora possiamo ammirare il lavoro di questi due bravi volontari. L’opera dei bravi ed instancabili Luciano e Pierino, su iniziativa del Comitato del Ruial, è stata eseguita, con il benestare della Forestale locale e regionale e coordinata dall’Ufficio Tecnico comunale che ha anche provveduto alla fornitura dei materiali.
La sorgente della fontana Tarabìn lungo la strada ciclabile Venezia delle Nevi a quota 980 metri slm (prima di arrivare in località Saùc), com’era fino a pochi mesi fa.
Con maestria e grande cuore... di Euridice Del Maschio
Erano gli Anni ’70... ricordi d’epoca memorabili.
Ed era quasi un rito scendere con i bottiglioni in mano per riempirli di acqua buona. La sorgente Tarabìn non era però più al suo posto. La vena deviata, convogliata più sotto, l’acqua raccolta in una grossa cisterna e utilizzata per costruire muretti di contenimento, canalette di scolo ecc. della nuova strada. Un grosso tubo di ferro, da cui
Luciano finalmente soddisfatto del lavoro. Anche questa sua idea è stata realizzata.
sgorgava l’acqua, è rimasto lì per tanti e tanti anni, finché quest’anno con maestria e grande cuore, le mani operose dei «soliti noti» – Chei del Ruial – non hanno fatto il miracolo. Hanno scavato, spostato, scheggiato, costruito la meraviglia che si può ammirare nelle foto. Grazie Luciano, grazie Pierino!
Pierino e Luciano al lavoro. Molti i curiosi di passaggio, a piedi o in bicicletta.
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Alcuni giorni fa, siamo saliti in quattro sulla ciclabile «Venezia delle Nevi» verso il Sauc, tutti e quattro stagionati più di 36 mesi (dicitura che qualifica un gran buon parmigiano), ma che, nel nostro caso, garantiva ricordi d’epoca memorabili. I miei compagni di viaggio avevano ancora negli occhi il tracciato dei sentieri percorsi da piccoli, interrotto o deviato, dal tracciato della nuova strada Anni ’60. I loro ricordi degli Anni ’40-’50 scorrevano inarrestabili: fotogrammi in bianco e nero, naturalmente! Ecco pecore, uomini, bambini incontrarsi, scontrarsi in varie combinazioni fino al fermo-immagine su quel luogo miracoloso: la fontana Tarabìn. L’unica sorgente nella parte alta della montagna. E lì tutti a dissetarsi e... a prendere l’acqua per la polenta. I miei ricordi erano invece più recenti, risalivano ai primi Anni ’70, quando percorrevamo la strada in macchina e trascorrevamo la domenica in Casera Sauc.
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VISITA IN FRANCIA
di Espedito Zambon
visita ai luoghi della mia gioventù Era il 1957 quando, per lavoro, mi trasferii nel sud ovest della Francia ai confini con la Svizzera. In quelle zone lavoravano molti compaesani e ancora oggi vi abitano i figli di mio zio Domenico, fratello di mio padre: Dominique, Marc, Pierre ed Anna. Vi ci abita anche la zia Anna e mia cugina Irene. Da molto tempo desideravo rivedere i parenti e quei luoghi legati a molti ricordi. Partenza a notte fonda (ore 2,00 del 16 agosto) e dopo circa sette ore, passando per il traforo del Frejus, siamo arrivati alla prima tappa, Grenoble, ospiti di Anna e Gile. Nel pomeriggio siamo saliti con la funicolare fino alla Bastiglia da dove si può godere un magnifico panorama della vallata. Il giorno successivo l’abbiamo trascorso a Chambery per incontrare i cugini lì residenti e per una visita al cimitero dove riposano zii e cugini. Il pomeriggio è stato dedicato all’Abbazia di Hautecombe, sul lago di Bourget, che raccoglie i sepolcri degli illustri antenati dei conti di Savoia e degli ultimi re e regine d’Italia. Una trentina di principi e principesse vi sono inumati.
Il giorno dopo, partenza per Annemasse, dal compare Pietro, che con la sua famiglia abita in collina. Pietro mi ha accompagnato nei luoghi e nel cantiere in cui ho lavorato sessant’anni fa. I cimiteri di Annemasse e di Ambilly ospitano le spoglie di molti Dardaghesi e Budoiesi. In particolare, ad Ambilly, c’è la tomba del mio datore di lavoro, Giocondo Zambon. Ringrazio molto Pietro che mi ha guidato in tutti questi luoghi che da molto tempo desideravo rivedere. Il giorno dopo, prima di ripartire per l’Italia, visita a Ginevra con gita in battello lungo il lago. Il ritorno in Italia lo facciamo attraverso il tunnel del Monte Bianco. L’autista, mio genero Gianni, passando vicino a Biella, ha una bella idea e mi porta a trovare la famiglia di mia sorella Caterina che ci trattiene per la cena, prima di ripartire per Dardago, dove arriviamo alle ore 3.00. Un grazie Gianni che mi ha portato con la sua famiglia nei luoghi in cui, da tanto tempo, desideravo andare.
Sopra. Il capannone del cantiere di Ambily dove ha lavorato Espedito circa 60 anni fa.
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Cimitero di Chambery. Espedito con cugini e parenti sulla tomba dello Zio Domenico e famiglia.
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ADHÉS VE CONTE SERIE DI RACCONTI E ANEDDOTI IN PARLATA LOCALE, ACCADUTI NEI NOSTRI PAESI
Continua la pubblicazione dei racconti in parlata budoiese
scherthi de ’na volta di Fernando Del Maschio
tharpì, ma ’na volta no i saveva nencia che che voleva dise «ricorso» e alora i se à metut a giavà le vit, intant che i doi furbi i taiava la corda. Par fortuna dei ciastelans dhopo poc l’è passat par de là un de Borc che i fa: «Cossa feo mai, l’è anciamò dhovene le vit!». I conta, bestemant, de l’ingegner. «Qual ingegner, se l’era chi doi che ai incontrat, mi no sai dive chi che lè, ma de segur i è o da Budhuoia o da Dardac». Dople besteme! Sempre in te chel periodo Mario e la so compagnia i n’à combinat ’n altra. I Fantins i veva un toc de mont in te la Bassa del Vanc ’na che d’istat i deva a fa fen e i steva qualche dì. Un an, prima da dhi su, sicome che i veva ’na vacia che la veva finit el temp, i diss alle femene de ciasa: «Se vedheit che la vacia la se mof, inpieit un fuoc in te la crosera, che un de noi el vin do de corsa. Se po’ le robe le è pi serie, impieit doi fuocs». O parchè i à parlat forte o parchè ’na femena l’à ciacolat massa, fato sta che la roba l’è dhudha in recia a Mario. Dhopo doe sere i tre omis de Fantin, che in mont i veva pena magnat la po-
lenta, i veith tre fuocs su la crosera (’na che dhess a l’è Visoto). «Prest, prest, fantath, dhon do che forse i vediei i è doi». Ris’ciant de stralociase, in nencia un ora i era a ciasa; ma i à ciatat le porte seradhe, dhut scur e le femene che le dormeva de la grossa. Par finila propio benon, el dì dhopo la vacia ’l è dhudha co ’n bò (no l’era nencia plena, cossì almanco i me la contava i me veci!).
La volta scorsa, per un banale errore frutto della non più giovane età, una delle protagoniste del racconto è stata chiamata Giona invece che Gioana (Giovanna). Mi scuso con i lettori. Approfitto per precisare che normalmente le persone che compaiono nei miei racconti sono ben individuabili dal nome e dal soprannome. Spero che i loro discendenti non abbiano niente in contrario.
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Ogni tant se sent dise che la dhent ’na volta l’era pi bona e pi respetosa. Su la base dei scherthi che i feva no pararave propio! Un dei dhovins pi scherthosi l’era Mario Bastianela. Un bel dì el se vestis da festa (giacheta, cravata, ciapel da sior, ociai da sol, pene in tel scarselin e busta de coran sote el brath) e co so compare Severino Putelate (bon da brodo ancia chel!) el va verso le prime ciase de Ciastel ’na che i veith doi o tre omis che i è drio a tharpì le vit. Thentha dise gnent i se met a misurà co la cordela metrica in lonc e in larc. I ciastelans i dimanda che che i fa. «Me...me de...de...desplass «el dis Severino, che l’era schechè, «ma un...unchì l’à da passsà la no...nova strada pro...provincial. L’in...ingegner l’è vi...vignut aposta da Udin par se…segnala. Ve...ve convin a no in...insolentalo parchè senò el fa a...ancia pedho: anthi gia...giaveit suito le vit ch’el ve se...segnarà, parchè do…doman l’impresa la sco...scominthia e se i à da gia...giavà le vit i ve fa paià le ore». Imaginase le besteme e resie che l’è vignut fora da le bocie de chiei che i era drio a
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Angelo Ianna Tavàn ...instancabile narratore CIAO, ANGELO
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Ciao Angelo, adesso l’ora del tramonto l’hai saputa. Credo che se non fosse per quello che mi hai insegnato o meglio trasmesso, attraverso l’azione e il fare, non sarei in questo momento dall’altra parte del mondo. È incredibilmente più facile e più veloce, al giorno d’oggi, andare in Tasmania rispetto ad andare in Svizzera come tu hai fatto 50 anni fa. Io ho deciso che avrei dovuto imparare qualcosa da te e che avrei potuto guadagnare e quindi a 13 anni sono salito sull’«Ape» e lì... si è aperto il mondo. Un mondo fatto di passione, sudore, imprenditorialità, l’arte di arrangiarsi e soprattutto dell’imparare facendo. Ore e ore a rastrellare, ore e ore a curare sassi, mestieri che non esistono più, ma che ti insegnano la ‘resilienza’ prima ancora che Vacchi* la inventasse. Mi hai insegnato ad essere imprenditore, a rispettare e coltivare la natura e di essere umile ma anche avere forza e nerbo. E sempre grazie a te che sono finito in America dalla Wendy. Poche persone hanno trasmesso insegnamenti e passioni come l’hai fatto tu. Fare del bene al prossimo regalando una poesia, portando un po’ di sana nutrizione con la tua frutta e verdura dell’orto, dicendo un insegnamento o raccontando una storia delle tue, mentre si beveva un’ombra, dando un po’ di pomata che è andata in quattro continenti almeno.
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Il capriolo
Ordina un’ombra alla Teresina, anzi due, una anche per Gigetto oppure ‘fai un giro’ a tutti quelli presenti al bar lassù, sempre aperto e che mai potrà chiudere perché non esiste cattiveria, invidia, crisi e disuguaglianza... Ciao, Àndol! ANDREA USARDI 14 gennaio 2019
* Frase di Gianluca Vacchi Resilienza è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. È la parola perfetta dei nostri tempi.
BARBA ÀNDOL L’órt, le vèrdhe, i fenòci, le patate, i pomidori, i fasói, le légne, ’l Travèrs, i Triói; le ciàrpine, i óvres, i péth, le manère, le brìtole, i cortelàth, le pantiàne, i tramàis, i giàth; chél amolèr ’n te la Mont da Daviàn, al féva ’na brentèla de àmui ogni an; la rasa, la thèra, l’oio, la pignata, èco pronta da nóf la pomata; le tortorèle, i mèrles, i stornèi, le càpie, le théste, i restièi, i falcèrs, le cròthole, i martièi; le sape, le force, la baramìna, minestra de verdure e ’na nica de puina; sabo, dominia, lune dut un drét, a tajà spine pur da vede nèt; masaróns, àrdhins, bancéle e rivài; col falthìn, la fórfe e un pèr de stivài; co’ la slóitha, ’l biròc e la marénda, a lavorà co’ tanta pathiéntha. MAURO THUCIÀT
La famiglia
La solitudine
La pastorella
Il mendicante
La salute
[SIRACIDE 27,5-8]
NULLA ACCADE PER CASO, TUTTO È GIÀ SCRITTO Buon Natale, Angelo! «Ecco, ti ho portato una copia de l’Artugna, fresca di stampa». «Grazie! L’aspettavo, la desideravo, avevo già chiesto di comprarla...». È iniziato così, la sera della vigilia di Natale, il nostro ultimo colloquio... Un colloquio denso di ricordi, carico di significati e valori, ricco di buon senso. Mentre parlavi, ti guardavo con ammirazione e le tue parole, anche se pronunciate da un letto d’ospedale, mi sembravano come giungere dall’alto di una cattedra. Quella sera, con sorprendente e ritrovata lucidità, hai ricordato avvenimenti e fatti della tua vita condotti sempre con sottile ingegno e grande saggezza. Una saggezza che non si apprende sui banchi di scuola, ma che si ‘respira’ e si ‘vive’ lungo i sentieri della vita.
Con gusto e piacevolezza hai rievocato episodi che ci hanno visto protagonisti e, nel ricordare i particolari, alle parole hai unito la tua mimica spontanea... il battito delle ciglia e lo sgranare dei tuoi grandi occhi azzurri. Solo oggi ho compreso la volontà, quasi ostinata, che guidava quel tuo raccontare: il desiderio di riuscire a riassumere alcune pagine della tua vita per farne un ultimo e prezioso dono di Natale. E sei riuscito con quelle pagine a formare i capitoli di un libro che narra la tua giovinezza: dalla vita militare tra gli alpini in Abruzzo, alle esperienze d’agricoltore e a quelle di emigrante in Svizzera. Dal lavoro della fienagione con i tuoi fratelli e con nonno Sante nella Mont da Daviàn, dove soggiornavi e dormivi nel casòn de i Tavàns, sino a quelle come ‘tuttofare’ nell’esercizio commerciale di famiglia.
L’ARTUGNA PORGE LE PIÙ SENTITE CONDOGLIANZE AI FAMIGLIARI
LASCIANO UN GRANDE VUOTO
I vasi del ceramista li mette alla prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo.
Tanti sono i capitoli, tanti i periodi che ricordano la tua vita vissuta in armonia e simbiosi con le persone e con la natura. Mi hai insegnato ad amare gli animali e le piante... sei stato ‘ecologista’ ante litteram. Il tuo vivere con semplicità e con grande sensibilità è ampiamente testimoniato nelle parole delle tue poesie e composizioni. Nella natura hai trovato sostentamento per lo spirito e per il corpo, come pure dalla natura hai ricavato le essenze per la segreta formulazione della tua pomata. L’unguento «contro ogni male», che orgogliosamente hai sempre donato a coloro che lo richiedevano. Grazie, Angelo. Per ciò che hai rappresentato, per ciò che hai fatto, per ciò che hai detto. La bocca dell’uomo saggio esprime e regala ciò che sovrabbonda nel suo cuore. Buon Natale!
La vecchia lepre
Sempre ricordo te, mamma
La primavera
La nostra vita
... sono solamente alcune delle composizioni scritte da Angelo, che negli anni sono state pubblicate sul nostro periodico.
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VITTORIO JANNA TAVÀN
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Francina Celant
APRILE 2019 / 146
Durante quella fredda mattina del 21 gennaio 2019 te nei sei andata in silenzio, senza disturbare nessuno, come eri solita fare. Nata in Francia nel 1935, da qui il tuo nome Francina, sei poi ritornata in Italia all’età di soli cinque anni assieme a tuoi genitori e alle tue sorelle, arrivando così a San Giovanni di Polcenigo, luogo in cui hai trascorso gli anni della tua infanzia. Dalla prima giovinezza hai cominciato a lavorare nelle case, arrivando fino a Milano a servizio di una famiglia benestante. Di quel periodo il ricordo che ci raccontavi spesso era il trasporto del carbone dalla cantina fino ai piani alti del palazzo utilizzando solo le scale; quanti sacrifici. A diciotto anni hai sposato il tuo «Piero Sartorel» e sei arrivata per la prima volta a Dardago, dove hai vissuto per tutta la vita e dove ti sei sempre resa disponibile per la comunità. Tanto tempo l’hai dedicato all’assistenza agli ammalati, al Gruppo Famiglia per allietare i momenti di festa, al Gruppo Folkloristico Artugna
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accompagnando i ragazzi nelle varie trasferte, alla parrocchia contribuendo alle attività di pulizia della chiesa, alla sistemazione dei fiori, alla partecipazione nel coro parrocchiale, alla gestione degli abbonamenti e distribuzione del settimanale Famiglia Cristiana, alla gestione dei foglietti per le messe festive, alla conta delle offerte, alla preparazione dei biglietti per la pesca di beneficenza. Sei sempre stata il faro ed il punto fermo della famiglia, anche dopo la dipartita di tuo marito Pietro, sempre presente in ogni nostra necessità, discreta nel tuo modo di fare e di agire, mai invadente. Anche quando è subentrata la malattia l’hai sempre affrontata con coraggio, con determinazione, con fiducia nell’operato dei medici che ti hanno seguita. Hai lasciato un profondo e significativo ricordo a tutte le persone che ti hanno conosciuta e questo ti fa molto onore. Si è conclusa una bella storia; ora riposa in pace. Ti ricorderemo sempre con grande affetto e riconoscenza.
Celestino Del Zotto
I TUOI CARI
Caro Nonno, lo scorso gennaio ci hai lasciati. Sei stato una persona speciale e splendida, sempre disponibile ad aiutare il prossimo. Non stavi mai fermo! Ora che sei un angelo ti vogliamo immaginare sereno e scherzoso in compagnia di tutti i tuoi fratelli e amici. Grazie nonno per tutti i dispetti che eri solito fare e per quegli abbracci che soltanto tu sapevi dare. I TUOI NIPOTI: CRISTINA, LUCA E VANESSA
L’ARTUGNA PORGE LE PIÙ SENTITE CONDOGLIANZE AI FAMIGLIARI
VIVIANA ED ANTONELLA
Filippo Del Zotto ...il suo ricordo non sfuma
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Da quel giorno, il 17 marzo 2019, è passato solo poco più di un mese. Sembra pochissimo tempo e nel contempo tanto tempo, ma è una data che noi figlie non dimenticheremo mai, come non dimenticheremo mai nessun giorno passato insieme a nostra madre. Ci ha dato tanto, ci ha dato la vita e dal giorno della nostra nascita non ci ha trascurato un istante; è stata con noi sempre e nei passaggi cruciali della nostra vita non è mai mancato il suo appoggio, il suo sostegno ed il suo consiglio. Ha seguito i suoi nipoti, Marina, Fabio e Matteo con tutta la gioia di una nonna, colmandoli di un affetto sovrabbondante. Di nostra madre ci mancherà tutto questo, ed anche la sua gioiosità, le sue battute scherzose che sdrammatizzavano e che univano le persone. Ha vissuto con il cuore non solo la sua famiglia ma anche il suo paese, Budoia, una comunità a cui si è sempre sentita molto unita, partecipando con entusiasmo e lavoro alle varie manifestazioni
collettive, da quelle della Pro Loco a quelle del gruppo Ana «Bepi Rosa». Di lei vorremmo condividere anche il nostro ricordo di quando c’era ancora nostro padre, Filippo, che ormai non è più con noi da 30 anni. Sono stati marito e moglie profondamenti uniti, dando a noi figlie testimonianza vivente del vero, autentico amore coniugale. Abbiamo accolto con piacere di scrivere della nostra famiglia, del ricordo dei nostri genitori anche per ringraziare tutta la comunità che ci è stata accanto in questo difficile periodo. Un grazie a tutti voi.
LASCIANO UN GRANDE VUOTO
Maria Carlon
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LA CR ON ACA
LA CRONACA DELLA COMUNITÀ DI DARDAGO BUDOIA / SANTA LUCIA
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Requiem: una duplice esperienza
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Sono le strade dell’amicizia e della collaborazione che portano come frutto l’esecuzione del Requiem di Mozart a Budoia il 10 novembre 2018 (in memoria dei caduti di tutti i conflitti nel centenario della fine della prima guerra mondiale) e a Vittorio Veneto il 31 marzo scorso. L’insieme Vocale Elastico in gran forma, diretto da Fabrizio Fucile e rinforzato da amici provenienti da cori stabili – con il patrocinio dell’amministrazione comunale ed il sostegno dell’assessorato alla cultura – presenta la prima edizione accompagnato dalle fisarmoniche marchigiane di Marco Gemelli e Cesare Chiacchiaretta, in una versione da loro appositamente trascritta. È invece accanto agli amici del coro Hierophonia Vocalis e all’orchestra giovanile Aliestese preparati e diretti con passione dal maestro Gaetan Nasato Tagné, nel pomeriggio della domenica Laetare nella cattedrale di Ceneda, presentando la composizione nella versione originale per coro e orchestra (in tutto circa 80 elementi). Le emozioni per esecutori e pubblico giungono generose dall’ascolto di questa pagina che riflette più il mistero della vita che il dolore della morte. Nel prossimo numero de l’Artugna – direttamente dalle voci di protagonisti – le riflessioni e i sentimenti che hanno animato questa esperienza.
Cattedrale di Ceneda-Vittorio Veneto. Circa 80 elementi, tra coro e orchestra, diretti dal M.o Gaetan Nasato Tagné durante l’esecuzione del Requiem di Mozart.
Grazie Presidente Achille! Achille Pivetta, per otto anni Presidente del Gruppo Artugna, ci ha lasciati. Per ricordarlo riportiamo il testo del saluto del Gruppo, letto durante la cerimonia funebre. A nome di tutti i componenti del gruppo Artugna ragazzi, giovani, insegnanti, genitori e direttivo, vogliamo salutare e ricordare il nostro Presidente Achille Pivetta. Per tanti anni ha curato con amore, dedizione e smisurata disponibilità la vita del Gruppo. Gli anni allora erano «ruggenti» il gruppo contava tanti componenti
e le prove di canto e ballo si tenevano due o tre volte alla settimana. Era necessario trasportare su e giù da Roveredo a Budoia o viceversa grandi e piccoli, un impegno e responsabilità non da poco ma Achille con pazienza, autorevolezza e con l’ausilio della inseparabile moglie Ivette riusciva a gestire al meglio tutte queste complicazioni. Con l’esempio, lavorando in un progetto quale quello del nostro gruppo folcloristico, ha saputo insegnare molte ed importanti regole di vita e civiltà che spesso oggi rischiamo di dimenticare, ha portato in giro per l’Europa tanti ragazzi e giovani e con essi ha vissuto esperienze, e perché no
anche avventure indimenticabili. Come non ricordare i viaggi durati giorni e giorni, alloggiati spesso in alberghi modestissimi, lontano dalle comodità di casa, solo per partecipare a quel convegno o quella rassegna folcloristica. Ci piace ricordare anche come Achille sapesse districarsi con le lingue, il francese non era un problema, lui lo conosceva benissimo, ma in una trasferta in Polonia, dove le complicazioni linguistiche erano veramente un problema, Achille ricorreva anche al latino pur di trovare il modo di intendersi con chi ci ospitava, questi dialoghi estemporanei erano uno spasso per tutti noi, ma indubbiamente i problemi logistici e organizzativi venivano superati. Lo abbiamo visto con noi in occasione della pubblicazione dei nostri due libri editi per il trentennale e quarantesimo di vita dell’Artugna, sì interessato ai due testi, ma soprattutto felice di incontrare e scambiare qualche battuta con i suoi vecchi danzerini. Un carattere schietto e deciso nel rapporto con genitori, direttivo ed insegnanti ma nello stesso tempo amabile e disponibile con i ragazzi
guidando il gruppo nel perseguire gli obiettivi che ancor oggi l’Artugna si prefigge. Ricordiamo infine a tutti i componenti attuali dell’Artugna che fu proprio il presidente Achille ad ideare ed a dare un nome ad uno strumento di informazione all’interno del gruppo che ancora oggi utilizziamo il «notiziario», così ogni volta che vedremo arrivare l’ultima stesura di questo documento ricorderemo anche Achille, che tanto aveva a cuore l’efficienza ma soprattutto il bene dei nostri giovani. Noi lo ricorderemo così con il suo esempio e con le sue parole di sprone ed invito a continuare, grazie Presidente Achille pensaci anche da lassù.
Morì a vintithinque ains
carpenteria pesante, nonostante il rispetto delle norme di sicurezza. La vittima, Jurica Pintar, un esperto operaio venticinquenne di origini croate residente a Coltura, stava effettuando una saldatura quando la piastra ha ceduto ed egli è rimasto schiacciato dal peso di due tonnellate di acciaio. Per lui ogni tentativo di rianimarlo è stato vano. Jurica aveva lasciato il suo paese d’origine alcuni anni fa per sostenere la famiglia, madre e fratelli, dopo la scomparsa del padre. Un dramma straziante per una famiglia già duramente colpita.
Prepariamoci per il Dardagosto Come da alcuni anni, anche nel prossimo Dardagosto le vie di Dardago diventeranno lo scenario per la manifestazione «DardArtisti sote
Ennesimo incidente mortale sul lavoro. Questa volta, purtroppo, è accaduto nella zona industriale di Budoia, all’interno del capannone dell’azienda I.M. di Flavio Marcon, fabbrica specializzata in lavori di
i Portons» che si terrà nella giornata dell’11 agosto. I portoni aperti fungeranno da gallerie per gli artisti. Gli organizzatori invitano gli artigiani creativi, pittori, scultori, fotografi, illustratori, artisti del riciclo,
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Capodanno 1993. Il Gruppo è a Roma in occasione del Congresso Internazionale dei Pueri Cantores. Il Presidente Achille è in alto a destra. Alla sua sinistra la moglie Ivette, instancabile collaboratrice.
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madonnari ecc. ad iscriversi entro il prossimo 30 giugno. Per informazioni e iscrizioni scrivere a info@dardagosto.it
Grathie, Meneti!
Ci ha lasciato un amico de l’Artugna, Domenico Verardo di Tamai di Brugnera. Lo vogliamo ricordare per la sua grande bontà d’animo, di cui anche il nostro periodico ha beneficiato. Negli anni Novanta del secolo scorso Meneti, infatti, s’interessò presso un amico mobiliere per arredare gratuitamente la sede-archivio de l’Artugna. Lo ricordiamo anche per il suo attivo impegno nella Società Filologica Friulana e nella Civiltà Alto Livenza.
Deborah Zambon e Marco Soldera sono felici di annunciare la nascita del piccolo Philip.
L’ INNO ALLA VITA AUGURI DALLA REDAZIONE!
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Lucio Fassiner ’l ne à lassat
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Lucio Carlon (classe 1922), sopravvissuto all’eccidio di Cefalonia, ha smesso di raccontare all’età di 95 anni, ma ha lasciato ne l’Artugna le sue testimonianze di protagonista della tragica vicissitudine del 1943, quando fu catturato e imprigionato in un campo nemico a Cefalonia. È stato ricordato nel 2013, quando fu convocato dal tribunale militare di Roma per esporre la sua versione sull’eccidio nel processo all’imputato tedesco Erich Abram per concorso in omicidio, e nel 2015, anno in cui fu insignito della medaglia della libertà, consegnata dal Prefetto in occasione della cerimonia del 4 novembre, alla presenza del sindaco De Marchi e della popolazione. Ha pure collaborato alla ricostruzione dell’albero genealogico della sua famiglia, pubblicato come inserto del nostro periodico.
Cari tutti, nessuno di voi dardaghesi sa chi sono. Mi chiamo Asia Guerini e sono nata il 21 dicembre 2018 a Milano. Ho sentito tanto parlare di Dardago ma non ci sono ancora stata da quando sono nata. Vi prometto però che verrò presto a trovarvi. Vi domanderete che cosa mi lega al vostro paesello, il motivo che ha portato i miei genitori a scrivere questo piccolo pensiero... il ricordo. Una persona a me molto cara, la nonna che non ho avuto il piacere di conoscere ma che vorrei ricordare insieme a voi. Sono la nipotina di Nives; so che la nonna era una persona speciale e io voglio dedicare a lei questo momento... e dirle grazie perché lei oggi è il mio angelo custode. ASIA
I NE À SCRIT...
Fiume Veneto, 5 febbraio 2019
Cari amici della redazione, desideriamo anche quest’anno trasmettervi la nostra stima e il nostro grazie: l’amata rivista rappresenta per noi un insostituibile cordone con le nostre origini, un modo per «vivere» Dardago nel suo presente, leggendo e ricordando il suo passato. I luoghi nei quali hai respirato amore, rimangono per sempre. Non stanno nel tuo cuore, ne fanno parte. ANONIMO
Grazie ancora e buon lavoro! Con affetto. PIETRO, PIERINA, LEONIDA, ANNA ZAMBON
Carissimi Pietro e sorelle, siamo noi che dobbiamo ringraziare per la vostra bella lettera. I sentimenti che esprimete ci fanno molto piacere ma servono, anche, a spronarci a continuare. Alcune volte ci chiediamo se ha ancora senso impegnare tempo e risorse per far uscire ogni quattro mesi l’Artugna. Ci chiediamo se sono ancora molti che la attendono, che la leggono con piacere. Poi, quando arrivano messaggi come questi – e come altri che accompagnano le offerte con i conti correnti postali – ci torna la fiducia e la voglia di continuare. Grazie anche per la generosa offerta.
Venezia 12 marzo 2019
Spettabile redazione, sono Edda Zambon Bellini. Mia cugina Lidia Basso Smeraldi, di Milano, mi ha mandato questa foto del
@
DIREZIONE.ARTUGNA@GMAIL.COM
1950 di un gruppo di giovani. Io ho fatto l’ingrandimento. Io sono in prima fila. Secondo voi è una foto interessante? La nostra vita a Dardago era fatta di gite in bicicletta, di raccolta di nocciole, di gite a piedi in Piancavallo (c’era solo un rifugio) e, sabato e domenica, «ballo» a Santa Lucia. Per noi non esistevano le automobili. Eravamo molto contenti per tutto quello che facevamo e, soprattutto, non esisteva la noia. È con la noia che si diventa violenti, per sé e per gli altri. Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro buon lavoro. Bravi!
DAI CONTI CORRENTI Per l’Artugna che continuo a leggere con grande emozione e commozione. Grazie. CATERINA BOCUS PIZZINI MELEGNANO (MI)
Grazie e Buon Anno a tutti. ANTONELLA ZAMBON – MILANO
Saluti e auguri a tutta la Redazione. DONATELLA ANGELIN – MILANO
Auguri vivissimi per l’Artugna e tutta la Comunità.
P.S. mi scuso per la calligrafia, ma ho quasi novant’anni.
SILVANA ZAMBON – PORDENONE
EDDA ZAMBON
In memoria dei miei cari. Un saluto alla Redazione.
Gentilissima signora Edda, non deve assolutamente scusarsi per la calligrafia; le assicuriamo che ci sono moltissimi giovani studenti delle scuole superiori e dell’università che scrivono molto meno bene di lei, sia per la grafia che per il lessico. Purtroppo è vero, come dice lei, che la noia – un tempo praticamente sconosciuta – accompagna la vita di molti giovani. E stiamo accorgendoci delle conseguenze. Sono ormai molti gli studi che accertano che l’aumento della noia giovanile è legato all’aumento del vandalismo e di vari fenomeni di criminalità. Auguriamoci che la società riesca a porre un freno a questo fenomeno. Pubblichiamo la bella foto nell’apposita rubrica.
CARLA DEL MASCHIO MUNSINGEN (SVIZZERA)
Penso sia fondamentale mantenere vivo il contatto con le proprie radici. GINO ZAMBON – MESTRE
Ricordando Maria Lachin detta Anna. PAOLO EMILIO SFRISO – PERUGIA
In memoria del caro Rizzieri. LA FAMIGLIA – VENEZIA
Per l’Artugna. Saluti a tutti! ENRICO SPINA – CANADA
Leggo sempre con piacere le notizie de l’Artugna. Così mantengo vivo il legame con la mia terra d’origine. ANGELO MICHELE CARLON ROS – MILANO
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VIA DELLA CHIESA, 1 / 33070 DARDAGO [PN]
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LE PUNTURE DI SPILLO AFORISMI / MALDICENZE / PROVERBI / FREDDURE
A CURA DI SANTE UGO JANNA
1. Politica Molta gente chiede che il governo protegga i consumatori. In realtà il problema più urgente è proteggere i consumatori dal governo (Friedman). 2. Politica Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto (Makaresko). 3. Antipolitica Dicono che l’Italia sia una colonia degli USA. Mah… Secondo me non è neanche un deodorante… ( Del Conte).
E CONSIGLI PARROCCHIALI
5. Maggioranza Non è detto che la maggioranza abbia sempre torto (Burnett). 6. Voti Visto che non posso avere la maggioranza, mi accontenterò dell’unanimità (Stalin). 7. Amarezza La guerra alla povertà è finita con la sconfitta dei poveri. (Chiesa). 8. Fame A questo mondo c’è chi può permettersi una cena d’affari e chi fa un affare se cena. (Stefanon). 6. Iosif Visariononovic Dzugasvili (detto Stalin) Gori Tbilisi 1879-Mosca 1953. Uomo politico sovietico di origine 19341938 eliminò fisicamente gli oppositori. Dopo la sua morte e specialmente dal 1956 (XX Congresso del PCUS) si avviò il così detto processo di «destalinizzazione».
IL BILANCIO NUMERO 145 Situazione economica del periodico l’Artugna entrate
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Costo per la realizzazione
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uscite 4.213,00
Spedizioni e varie
267,00
Entrate dal 01.12.2018 al 28.03.2019
4.440,00
Totale
4.440,00
Buona e Santa Pasqua DON MAURIZIO, DON MATTEO
4. Democrazia Il cinquanta per cento più uno di imbecilli, sono una maggioranza di imbecilli (Clericetti).
1. Friedman Milton (1912) economista statunitense di ispirazione liberista, premio Nobel 1976. «Saggi di teoria economica positiva» (1953) – «Teoria della funzione del consumo» (1957). 5. Burnett William Riley (1899-1982) narratore USA. Romanzi e racconti neri ad effetto. «Piccolo Cesare» (1929), «La giungla d’asfalto» (1949).
Cristo risusciti in tutti i cuori
4.580,00
SETTIMANA SANTA
PROGRAMMA RELIGIOSO
o ag rd a D
DOMENICA DELLE PALME 14 APRILE
ia do Bu
ia uc L a nt Sa
Ingresso di Gesù in Gerusalemme
• Raccolta offerte Pro Missioni Parr. Sacro Cuore (Pn) • Benedizione dell’Ulivo, processione Santa Messa di Passione
11.00
10.45
9.30
–
–
17.00-17.45
9.30-11.30
–
–
–
9.30-11.30
–
–
–
20.30
–
15.00
15.00
20.30
–
–
–
21.00
–
11.00
11.00
10.00
18.00
11.00
10.00
go da r Da
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LUNEDÌ SANTO 15 APRILE Adoriamo il Signore
• Santa Messa e Confessioni Solenne Adorazione Eucaristica Raccolta Salvadanai «un Pane per amor di Dio» MARTEDÌ SANTO 16 APRILE • Santa Messa e Confessioni Solenne Adorazione Eucaristica Raccolta Salvadanai «un Pane per amor di Dio» MERCOLEDÌ SANTO 17 APRILE • Santa Messa e Confessioni Solenne Adorazione Eucaristica Raccolta Salvadanai «un Pane per amor di Dio» GIOVEDÌ SANTO 18 APRILE Ultima Cena di Gesù, istituzione dell’Eucaristia e Sacerdozio
Per le tre Comunità • Santa Messa Vespertina in «Coena Domini» rito della lavanda dei piedi; riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro; spogliazione degli Altari e adorazione; presentazione comunicandi VENERDÌ SANTO 19 APRILE Ricordo della morte di Gesù. Digiuno e astinenza
• Via Crucis in chiesa e Adorazione della Croce Per le tre Comunità • Azione Liturgica della Passione del Signore; adorazione della Croce; Processione SABATO SANTO 20 APRILE Vigilia di Pasqua, attesa della Risurrezione
Per le tre Comunità • Benedizione del fuoco ed accensione dei Ceri Pasquali delle tre parrocchie. Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione DOMENICA DI PASQUA 21 APRILE Alleluja, Cristo è risorto, alleluja
• Santa Messa Solenne LUNEDÌ DI PASQUA 22 APRILE • Santa Messa
CONFESSIONI Lunedì Santo Martedì Santo Mercoledì Santo Sabato Santo
– 10.00-11.15 – 15.30-17.30
– – 10.00-11.15 15.30-17.30
cia Lu a nt Sa 17.00-17.45 – – 18.00-19.00
Il laborioso ronzio delle api ❖ Sono insetti pacifici, laboriosi, che fanno del loro lavoro una filosofia di vita. Alle api non dobbiamo solo quella magnifica creazione che è il miele. Addomesticate e allevate, ci regalano anche propoli, cera e sostanze energetiche come la pappa reale. Ma non c’è solo questo. In natura la loro importanza consiste nel fatto che sono responsabili dell’impollinazione dei fiori di numerosissime piante, molte delle quali fondamentali per il nostro sostentamento e per quello degli animali. Trasportando il polline favoriscono infatti la fecondazione e la formazione di frutti e fiori. Parte della produzione alimentare dipende da questo processo. Indubbiamente, questi insetti sono protagonisti indispensabili per l’equilibrio dell’ecosistema. Ed è per questo che il ripetersi del fenomeno della moria delle api è così preoccupante. La loro mortalità viene segnalata da diversi anni in numerosi Paesi, tra cui l'Italia. Più recentemente tali episodi hanno assunto aspetti particolarmente gravi. In Friuli Venezia Giulia ad esempio è stato segnalato un calo del 50% della produzione di miele e una moria stimata in circa 20 mila api ad alveare. Le ricerche svolte hanno evidenziato che diversi potrebbero essere i fattori di rischio; particolarmente critici sono i trattamenti fitosanitari, l’andamento climatico e la gestione del territorio. Lasciar crescere anche un semplice prato fiorito può aiutare le api, e quindi anche noi stessi, ad avere un ambiente più vivibile. ❖