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Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia Anno XXX Aprile 2001 Numero 92


Sommario

Non giudichiamo!

in questo numero... 2

Non giudichiamo! di Roberto Zambon

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La lettera del Plevan di don Adel Nasr Riflessioni di Giovanna Grazie, Signore!

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Grazie, don Nillo! di Fabrizio Fucile La grandezza di don Nillo di Stefania Gioia Wiley

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Cefalonia: ricordo di un’odissea di Lucio Carlon

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I Pup(p)in(i) di Osvaldo Puppin

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Mimma di Polcenigo, ultima nobile castellana di MGB. Altàn

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Trentatré anni tra noi di Giacomo Del Maschio

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’N tel masonil de... a cura di Cornelio Zambon

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El mus co’ quatro thocui di Anna Pinal

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I cavaliers di Clelia Zambon

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Lascito testamentario Angelo Antenore Carlon di Mario Povoledo

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Gruppo Famiglia di Aide Bastianello

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’N te la vetrina

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Segni religiosi nelle vie e nelle case a cura della Redazione

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Intorvìa la tóla a cura di Adelaide e Melita Bastianello

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Cronaca

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I ne à scrit

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Palsa, Auguri e Bilancio

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Avvenimenti

ed inoltre… nel supplemento ’l Cunàth 1

Ritrovarsi per cantare

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Un carnevale... tanti carnevali Francesca e Martina

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L’autunno e l’inverno al Progetto Giovani I ragazzi del Progetto Giovani

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Il congresso dei Pueri Cantores a Loreto Marina Carlon

7

A tu per tu con Gianni Morandi Paolo Puiatti

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La posta de ’l Cunàth

In copertina. Il Gruppo Famiglia di Dardago «tutto al maschile». Dopo 20 anni di vita ha cessato ufficialmente di esistere. Sempre vivo, invece, è lo spirito giovanile che ha contribuito ad alimentare la loro vita fino ad oggi. In piedi, da sinistra. Alfredo Zambon Pala (ex presidente), Silvestro Zambon Tarabin, Agostino Vettor Cariola, Camillo Zambon Pinal, Guerrino Zambon Luthol. Seduti, da sinistra. Guerrino Bocus Frith e Giovanni Calderan Milanes. Nel gruppo manca Enrico Zambon Pinal. (foto Vittorio Janna)

Periodico quadrimestrale della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia (PN) Direzione, Redazione, Amministrazione Tel. 0434/654033 - C.C.P. 11716594 Internet: http://www.naonis.com/artugna E-Mail: l.artugna@naonis.com Direttore responsabile Roberto Zambon - Tel. 0434/654616 Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna Ed inoltre ha collaborato Espedito Zambon, Ennio Carlon, Melita Bastianello Autorizzazione del Tribunale di PN n. 89 del 13-4-73 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Stampa Arti Grafiche Risma - Roveredo in Piano/Pn

Lo scorso mese di febbraio, la televisione, la radio e la stampa ne hanno talmente parlato che i due sciagurati ragazzi di Novi Ligure ci sono diventati tanto familiari, quasi li avessimo sempre conosciuti. I loro nomi evocavano automaticamente uno dei più grandi delitti che l’uomo possa commettere. Su questo gravissimo fatto sono calati come avvoltoi giornalisti, psicologi, psichiatri, commentatori, esperti, «quelli-che-sanno-sempre-tutto». Chi per professione, chi perché invitato, chi perché non vede l’ora di dire la sua davanti ad un microfono o ad una telecamera; migliaia di persone ci hanno fornito la loro versione o la spiegazione su come un episodio tanto grave possa accadere anche nelle famiglie «normali» e «per bene». Noi non vogliamo aggiungerci a questa lunghissima lista: non ne abbiamo né i titoli né la competenza. Già troppi sono stati i commenti e i giudizi. Alcuni, per la verità, sconcertanti. Talvolta sembrava di essere tornati ai dibattiti dei cineforum – tanto in voga alla fine degli anni sessanta – in cui risultava che la colpa era sempre e dovunque della società, come se non esistesse una responsabilità individuale. Noi non siamo in grado e non vogliamo dare giudizi, ma sconvolti e preoccupati da quanto accaduto, vorremmo chiedere al Signore che aiuti i genitori e gli educatori a guidare i nostri ragazzi alla maturazione umana e cristiana attraverso le molte difficoltà che purtroppo intralciano il loro cammino. Sappiamo bene quanto un giovane possa essere influenzato nel bene e nel male dalle persone che incontra e dalle esperienze quotidiane. Molti sono gli ostacoli per una sana crescita: da quei film in cui tutto si può ottenere con la violenza o con il denaro; a quegli «amici» che tutto cercano fuorché la sincera amicizia; fino al richiamo della droga – falsa soluzione dei problemi – presente, purtroppo, anche nei nostri piccoli paesi. Che il Signore Risorto aiuti i genitori a comprendere le reali necessità dei figli e aiuti i nostri giovani a scegliere – tra le tante strade sbagliate – quella che conduce verso una vera crescita umana e cristiana per diventare i futuri protagonisti della comunità. ROBERTO ZAMBON


La lettera del Plevan

Cari fratelli e sorelle, il Signore è Morto e Risorto per salvarci dalla morte e donarci la Vita Eterna. La morte è frutto di Satana il quale pensa che, con la morte del corpo, gli uomini si disperino e pensino nel loro cuore che nulla esiste dopo, e niente è eterno. Così viene cancellata ogni memoria dell’eternità nell’uomo. Quando il segno dell’immobilità nel cuore umano viene sostituito con il segno della mortalità, si producono angoscia e disperazione. Gesù Signore, «Dio con noi» ha ridonato a noi quello che per invidia abbiamo perso; con la sua morte ha fatto morire la morte. Io credo che la morte non è soltanto un momento, ma avviene nell’arco della vita. In Cristo la morte trova un ostacolo che è la risurrezione. La risurrezione inizia nella vita dell’uomo, quando entra nel cuore e nella mente la vita nuova di Gesù. Questi discorsi sembrano teorici ma sono profondamente pratici. Cerchiamo di fare sintesi: la vita, la morte. Analizziamo queste due parole per introdurci nel

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mistero del Risorto. La vita significa respiro crescita, bellezza, bontà, accoglienza... La morte indica scuro, buio, viltà, paura, mancanza di dialogo, cattiveria, rifiuto, chiusura... Siamo sempre davanti alla vita e alla morte. Mi viene in mente la parabola del figlio perduto e il figlio fedele: «il figlio prodigo». Apparentemente il figlio fedele indica la vita e il figlio perduto indica la morte, invece viceversa. La vera vita non sta in un comportamento esteriore quello che l’uomo mostra all’esterno e soprattutto davanti a una platea di gente o davanti a tanti applausi, la vera vita sta quando uno sceglie atteggiamenti vitali come la carità, il perdono, l’accoglienza, la generosità, il coraggio, il coprire con il manto dell’amore chi ha sbagliato. Insieme a don Aldo Gasparotto, che dal mese di aprile reggerà la parrocchia di Santa Lucia, e al buon don Silvio, che sempre di più ci vuole bene, vi benediciamo e auguriamo a tutti voi in questa Pasqua Gloriosa di scegliere la vita nuova in Gesù Cristo. IL VOSTRO PIEVANO DON ADEL NASR

Riflessioni

Grazie, Signore!

«Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» La mia sofferenza non è venuta per caso e non è stata vana. Il Signore l’ha permessa dando risvolti positivi al mio modo di conoscere e vivere la realtà, la vita, la fede, ora, in modo diverso. Dio permette anche il male, ma sempre per trarne un bene e per affiorare la Verità. La fede è una perla preziosa; non si può né acquistare, né copiare, né imitare; nasce nel nostro intimo: è personale e individuale. L’Amore guarisce. E l’Amore è fatto di gesti e di parole buone. Se Dio è Amore, il suo Amore vive negli atti buoni. Sono questi che attestano la sua esistenza e la sua presenza in chi dona e in chi riceve. Manda sempre e solo benedizioni a chi incontri, a chi ti è vicino, a chi non ti ama. Se la persona a cui invii la tua benedizione è in grado di recepirla, rimane a lei come beneficio. Se, però, la persona non è in sintonia con te, la benedizione ritorna a te, come un boomerang, ti crea uno scudo di difesa per cui non rimani intaccata dalla sua «negatività».

Signore, con immensa gioia nel cuore ti ringrazio. Io credo fermamente che sei presente in mezzo a noi e guidi ognuno di noi. È meraviglioso, Signore, scoprirti così vicino ascoltando la tua parola. Grazie per la luce che mi doni meditando queste tue parole, riescono sempre a farmi provare vergogna per non aver saputo essere una buona cristiana. Grazie Gesù per rischiarare le tenebre che ci sono in me, accumulate da troppi anni di indifferenza, accompagnate dalla solita frase «Forse esiste forse no». Come Tommaso che ha dovuto toccare per credere. Grazie per aver allontanato da me questa tentazione. Grazie per avermi fatto capire che non si può vivere senza accendere il lume del nostro cuore. Quanti anni Signore ho camminato nel buio senza riuscire a vedere chiaro intorno a me: Gesù permettimi che io possa dare luce anche a chi si trova a percorrere la mia stessa strada, aiutami a tenere questo lume sempre acceso per indicare a chiunque incontro dove tu abiti.

GIOVANNA


Grazie, don Nillo!

Il giorno di Santo Stefano è morto don Nillo Carniel, parroco di Santa Lucia. Questa scomparsa lascia un grande vuoto nella nostra comunità che per oltre 40 anni ha potuto apprezzare la sua instancabile opera pastorale e sociale. Originario di Vigonovo, don Nillo nacque a Romainville (Francia) il 28 settembre 1926. È stato ordinato sacerdote il 1° luglio 1951 (avrebbe festeggiato tra pochi mesi i 50 anni di messa). Dopo alcuni anni passati

Caro don Nillo, non l'ho mai fatto, né mai mi è venuto in mente di rivolgermi a te dandoti del tu, ma in questa occasione permettimelo. Quando mi hanno chiesto di dare voce al mio paese, un paese che ti salutava, non ho fatto fatica a raccogliere l'invito. Erano già tante le cose che avrei voluto dirti, tutte quelle che non ti avevo mai detto. Non per mancanza di tempo, non per pigrizia, non per negligenza. Ma perché da buoni, o forse cattivi friulani, a volte preferiamo tacere i sentimenti del cuore per lasciare spazio alla praticità, alla solidità dei fatti, alla collaborazione attiva. La difficoltà è stata quella di trovare parole comuni, quelle taciute, che sapessero dare voce a quanto si agitava dentro tutti: dispiacere, smarrimento, incertezza. Ci ho provato comunque, nella speranza che quella energia racchiusa e compatta potesse in qualche modo aiutarti e farti compagnia nel tuo viaggio verso la casa celeste. Prima di tutto GRAZIE. Per i quarant'anni della tua vita trascorsi a Santa Lucia e per essere stato uno dei nostri. Quando ti ho visto per la prima volta in bicicletta, con la tua tonaca nera, ho pensato che fosse stata scritta per te quella strofetta del «plevan in bicicleta». Poi ho scoperto che era stata parafrasata per un altro. Anche la tua comunque è stata per molto tempo il segno di una quotidiana presenza, appoggiata fuori la chiesa o fuori le case che andavi a visitare. Presenza fisica, intendo, perché ben in altro modo hai lavorato dal 1959 ad oggi. Per tutti i bambini che hai portato al fonte battesimale e che poi hai prepara-

come vicario parrocchiale a Rivarotta e a Bannia, dal 16 febbraio 1960 è stato parroco a Santa Lucia fino alla morte.

A soli 25 anni don Nillo celebra la sua prima messa nella chiesa dell’Assunta, a Vigonovo, suo paese d’origine.

DAL TESTAMENTO SPIRITUALE DI DON NILLO Ai miei carissimi Parrocchiani, ...se vi leggeranno queste righe vuol dire che è giunta la mia ora di presentarmi al Padre nostro che è nei cieli. Vi chiedo scusa se ho mancato nei vostri confronti e non ho adempiuto tutto il mio dovere. Nonostante le mie debolezze umane, vi ho voluto bene. Pregate per me perché ne ho bisogno. Ricordate quello che vi ho sempre detto: il nostro fine è raggiungere Dio per la vita eterna. Vi saluto tutti affettuosamente in modo particolare i bambini e le bambine di tutte le classi di catechismo e i chierichetti. Dio vi benedica DON NILLO 26.12.1999

to alla confessione, alla comunione, alla cresima. È a loro che hai rivolto un saluto particolare nel tuo «testamento». Hai sempre richiesto il rispetto della puntualità, della diligenza, della precisione, unito però ad una gioiosa simpatia verso i chierichetti che affollavano la stretta sacrestia o alle bambine che si fermavano in chiesa sedute nei primi banchi. Per tutti quelli che hai unito in matrimonio, per don Luigi e don Daniele che hai sostenuto nella loro scelta sacerdotale. Da don Luigi in poi lo spirito missionario è bruciato in te. Quanta gioia quando ti scrivevano dalle missioni dell'America Latina, o dell'Asia. Quanto zelo nel sensibilizzare, raccogliere e donare. Grazie per il tuo impegno pastorale, per aver fatto filtrare e crescere lo spirito del Concilio Vaticano II e averci fatto capire di essere neces-


sari alla costruzione del regno di Dio, di averci responsabilizzato ad essere presenti non come comparse, ma come protagonisti nella vita della comunità cristiana. Grazie per la tua attenzione ai bisogni della comunità, la tua presenza costante nei cantieri di lavoro per il restauro delle chiese e del campanile; grazie per il nuovo organo che negli anni canterà la tua fatica, il tuo impegno, il tuo amore per il nostro paese. Quando eri più in forze, non ti sei mai preoccupato di sporcarti le mani o il vestito scuro che portavi. Hai sempre dato il tuo contributo in fatica. Gli alberi della piazza ti hanno visto, arrampicatore senza paura, attaccare ai loro rami i fili di luci colorate per le feste di Natale e la scala a pioli ha sentito spesso il tuo peso se non c'era nessuno che salisse sui cornicioni della chiesa a fissare i paramenti rossi che un tempo venivano attaccati per le feste. Non voglio dimenticare nemmeno tutti quei vecchi che aspettavano speranzosi, seduti sulla panchina della canonica, il tuo aiuto per ottenere in tempi brevi la pensione. Venivano anche dai paesi vicini e attendevano un tuo consiglio competente e amico. Grazie per tutte le processioni, per tutti i rosari, per le messe, per le raccolte carta, per i pacchi di medicine e di vestiario che abbiamo confezionato, per le gite, per le feste, per tutte le persone che ci hai fatto conoscere: dai cori polacchi ai bambini bielorussi. Don Nillo! Per tutte le volte che hai percorso la strada del camposanto per accompagnare i tuoi parrocchiani all'ultima dimora. Pensa quanti chilometri, piviale sulle spalle, avrai percorso. L'hai amato questo paese, d'amore paterno e d'amore filiale. Se uno mette questi momenti, questa teoria di volti e cuori, l'uno accanto all'altro, il loro susseguirsi, giorno dopo giorno, crea la nostra storia. Sicuramente anche grazie a te oggi siamo uomini migliori. Dopo il grazie, ti chiediamo SCUSA. Se non abbiamo saputo essere ascoltatori attenti delle tue parole, se non abbiamo capito le tue preoccupazioni, se non siamo stati al tuo fianco quando ne avevi bisogno, se involontariamente o con consapevolezza non ti abbiamo rispettato, se abbiamo deluso le tue aspettative. Se non ci siamo ricordati che prima di essere prete eri uomo. Scusa soprattutto se ti sei sentito solo.

E infine ARRIVEDERCI. Mi piace pensare che ti affidiamo alle mani del Signore, ma anche a quelle di tua zia Maria e della maestra Anna. A loro che per tanti anni, ti hanno aiutato nel tuo lavoro di sacerdote. In chiesa, una a destra, dietro i chierichetti, l'altra a sinistra insieme alle ragazze del coro. Ugualmente impegnate nella catechesi, nella pastorale. Insieme a loro la Bice: negli ultimi anni seduta su una sedia in sacrestia, stanca e affannata dall'asma. In tutte lo stesso sguardo di rispetto e di affetto quasi materno. Ti hanno preceduto nella vita eterna e nella luce divina che tutto illumina e rischiara tendi loro la mano, quella stessa che negli ultimi giorni cercava conforto e coraggio da quelli che ti stavano vicino. Che il Signore la stringa e ti accolga. Nei campi del cielo continua a pregare per noi e per tutti quelli a cui hai voluto bene. FABRIZIO FUCILE

***

La grandezza di don Nillo La grandezza di don Nillo si è manifestata nella fedeltà e nell’obbedienza al compito che gli era stato affidato: il servizio alla comunità di Santa Lucia. Fedeltà ed obbedienza ad un compito affidatogli, non a un qualcosa che lui aveva scelto. Nella vocazione sacerdotale, la sua libertà aveva detto quel «sì» alla chiamata che il Signore aveva fatto alla sua vita. Come Simon Pietro, che nell'impeto della sua affezione per una Presenza che si palesava nella fisicità di Gesù, aveva detto: «Sì, Signore. Lo sai che ti amo.», anche in don Nillo quel «sì» era diventato la stoffa del suo animo. E quel «sì» iniziale, ripetuto quotidianamente, nella concretezza di una realtà non sempre facile, e a volte anche ostile, testimonia oggi a noi tutta l’affezione a Cristo presente, di un uomo che ha vissuto l’appartenenza al Mistero che fa tutte le cose, come coscienza costitutiva della sua persona. Don Nillo ha servito quarant’anni una piccola parrocchia non per un «guadagno» personale, ma per servire Cristo nella contingenza delle circostanze della vita di tutti i giorni. Per lui i suoi parrocchiani, i bambini in particolare, e tutti i poveri del mondo erano il volto di Gesù.

A sinistra. Don Nillo nel suo giorno solenne di ordinazione sacerdotale. 1° luglio 1951. A destra. Accolto con entusiasmo dalla piccola comunità di Santa Lucia. È il 16 febbraio 1960.


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La prima volta che lo incontrai, otto anni fa, nel settembre del 1993, appena arrivata a Santa Lucia, rimasi subito colpita da un’umanità sicuramente diversa. Venne lui a casa mia, ad incontrarmi. Arrivò con la sua vecchia bicicletta, che noi tutti conosciamo. Sapeva che lo avevo cercato perché volevo mandare le mie bambine a catechismo. Lui non sapeva chi fossi, ma si interessò subito a me e alla mia famiglia. E nel tempo, quella prima impressione che io ebbi di lui – un uomo senza tanti «fronzoli» ma che sapeva guardare dritto all’essenziale – si è continuamente confermata ed è cresciuta in un rapporto fecondo di amicizia e paternità. Il santo non è l’uomo perfetto e coerente, forte e generoso, filantropo ed energico. Il santo è colui per il quale il Signore è tutto. È colui, che più di ogni altro, sente il bisogno della misericordia del Padre. «Il santo è un vero uomo, perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore, e di cui è costituito il suo destino.» Questa è stata la forza di don Nillo che ha vissuto la sua vita e la sua morte testimoniando quale era la consistenza e la radice del suo essere: «sia che viviate, sia che moriate, siete di Cristo». Don Nillo è stato instancabile e potrebbe essere lungo l’elenco di tutto quello che ha realizzato. Ma la sua opera più straordinaria si è compiuta nella circostanza che agli occhi del mondo può apparire come la definitiva sconfitta. A settembre dello scorso anno, un sabato mattina, mi disse che il suo stato di salute stava peggiorando e dopo neanche una settimana arrivò la conferma del male. Paradossalmente era lui che negli ultimi momenti della sua vita ha sostenuto me. La domenica in cui si ricoverò mi chiese di andare in Canonica dopo Messa. Ed io mi misi a piangere e gli dissi che il mio cuore si stava ribellando di fronte a quello che stava accadendo e lui replicò: «Ti devi mettere nelle mani del Signore. Ti devi affidare.» Certo lui poteva dirmi quelle cose, perché per lui era già accaduto. La malattia, la sofferenza e la morte che rappresentano in maniera più prepotente il limite ultimo della condizione umana, sono stati l’occasione per rendere più` chiara ed efficace la sua testimonianza dell’appartenenza a Cristo. Don Nillo ha abbracciato con vero amore tutto quello che il Signore gli chiedeva e il suo letto di ospedale, quel letto in cui egli si preparava ad incontrare il Padre Celeste, era diventato come l’altare su cui quotidianamente per cinquant’anni

Attorniato da un gruppo di chierichetti, verso i quali nutriva una «gioiosa simpatia».

aveva celebrato l’Eucarestia. Ma adesso si compiva il suo sacrificio personale: «sacrum» «facere», non lo sforzo stoico di chi affronta eroicamente una situazione difficile, ma il «fare» «sacro», cioè la realtà, anche quella della morte, che diventa sacra, cioè segno di Altro. La malattia e la sofferenza nella carne erano l’ultima circostanza che il Signore gli aveva chiesto di abbracciare, perché anche una condizione cosi paradossale e negativa fosse rivelatrice di una testimonianza di fede, che al vertice della ragione riconosce una Presenza che cambia il significato delle cose. A noi cristiani non è né tolto né risparmiato il dolore e la sofferenza: ne è rivelato il senso. Per cui nulla è più vano e, nella circostanza che il mondo considera una sventura, emerge un segno che costringe a pensare al Mistero di Cristo presente. Lo «sguardo» di don Nillo, quello a cui lui guardava ed il suo modo di guardare, ci ha reso evidente qual è il significato e la consistenza di tutto ciò a cui ognuno di noi è chiamato a vivere come coscienza del proprio essere: «Cristo redentore dell’uomo, centro del cosmo e della storia». STEFANIA GIOIA WILEY


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Cefalonia: ricordo di un’odissea

Monumento ai Caduti di Cefalonia eretto a Verona

La strage di Cefalonia è una dolorosa e gloriosa pagina di quel tragico capitolo della storia italiana rappresentato dai fatti del Settembre 1943. Migliaia di morti e di prigionieri causati dall’assurda e colpevole confusione e disinformazione che accompagnarono l’armistizio dell’8 settembre. Le forze armate non erano state né preparate né preavvertite e i comandi militari sia in Italia sia nei territori occupati appresero la notizia dell’armistizio solamente dall’annuncio radiofonico del gen. Badoglio. Accadde così anche per gli 11.500 uomini di truppa e i 525 ufficiali della Divisione di Fanteria da Montagna «Acqui», che presidiavano l’isola greca di Cefalonia nel mar Ionio. Tra questi, anche dieci soldati provenienti dai nostri paesi, tutti poco più che ventenni: Lucio Carlon, Vincenzo Bastianello Thisa, Ilario Zambon, Costante Zambon, Lino Pusiol, Giovanni Zambon Trantheot, Sante Zambon Canta, Ettore Burigana Ciampaner (Budoia), Silvio Zambon Colus, Ferruccio Del Maschio. La mancanza di ordini da parte del Comando Supremo e il rincorrersi di ordini contraddittori del Comando d’Armata crearono uno stato di estrema e pericolosa incertezza nell’isola presidiata anche da un contingente degli ormai ex-alleati tedeschi che intimavano la resa e la consegna delle armi.Dopo alcuni giorni di attesa, il comando della Divisione, ap-

Quanto mi appresto a scrivere lo indirizzo alla memoria dei commilitoni caduti in tale contesto. *** Dicembre 1942 Ho compiuto vent’anni e vengo arruolato a Merano al 317° Reggimento Fanteria «Acqui». Dopo tre mesi di istituzione mi inviano a Cefalonia in qualità di soldato semplice. Vengo chiamato a svolgere l’incarico di attendente del Comandante il Reggimento col. Ricci. Settembre 1943 Alla resa delle Forze armate italiane, il Comandante, che per me aveva un atteggiamento quasi paterno, mi informava che le Compagnie ai suoi ordini volevano attaccare i tedeschi; secondo il suo punto di vista era uno sbaglio.

poggiato dalla volontà dei reparti, decise di resistere ai tedeschi. Dal 15 al 22 settembre l’isola fu teatro di una delle battaglie più cruente della Seconda Guerra Mondiale. Dopo alcuni episodi favorevoli alle truppe italiane, i tedeschi appoggiati dall’aviazione e costantemente rinforzati da continui arrivi di truppe travolsero la resistenza della Divisione Acqui. Durante l’avanzata, i tedeschi non fecero prigionieri ma, non appena catturati in combattimento, ufficiali e soldati vennero sottoposti ad esecuzioni in massa. Al termine della battaglia, i tedeschi passarono per le armi circa 250 ufficiali tra cui il Gen. Gandin, comandante della Divisione. Degli 11.500 soldati, più di 6.000 morirono in quei terribili giorni. La tragedia, però, non era ancora finita: più di metà dei superstiti trovarono la morte tra le acque dello Ionio in seguito all’affondamento delle navi in cui erano stati imbarcati. Solamente poco più di 2.000 uomini della gloriosa Divisione Acqui ebbero la fortuna di tornare, dopo varie peripezie, in Italia. Tra questi il nostro Lucio Carlon che ci racconta la propria odissea.

Dovevo attenderlo tutte le sere al suo rientro in albergo, dopo il suo servizio; una sera lo attesi invano, attendendolo sino al mattino. Fui informato che una Compagnia del suo reggimento lo aveva trattenuto, per forzargli la mano e dare l’ordine di attacco. Al mattino seguente rientrò nell’alloggio e mi informò che sarebbe iniziato l’attacco contro i tedeschi. Tutto il Comando si trasferì a Kardakata ed il col. Ricci seguiva i combattimenti dall’alto di una montagna ove aveva trasferito lassù il suo posto di comando. Lo raggiunsi in quota ma, a seguito di vari bombardamenti, la notte del 14-15 settembre il Gruppo si ritirò perché non poteva contrastare l’avversario. Dopo aver corso invano per cercare un riparo, caddi prigioniero con un gruppo di commilitoni; fummo depredati di tutto e a pedate ci inco-


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lonnarono verso la località Valsamata; sotto degli ulivi, in attesa del rancio, un gruppo sparuto di connazionali tentò, ma inutilmente, di disarmare i tedeschi. Furono all’istante fucilati. Ci venne raccomandato di non cercare di commettere altri atti simili, pena la morte. Con la scena terribile appena descritta, continuò la nostra odissea; fummo caricati di attrezzi pesanti e iniziammo il tragitto, durante la notte, alla conquista dell’Isola di Cefalonia. Giunti ad una postazione italiana, i tedeschi ci intimarono di ridurli alla resa, ma un soldato italiano gettò una bomba a mano verso i tedeschi. Nonostante lo scoppio della bomba, i tedeschi ebbero ancora una volta la meglio, fucilando l’intera postazione italiana. Arrivati ad Argostoli, capitale dell’isola, fummo internati nel campo di concentramento della caserma «Benito Mussolini» in riva al mare. Descrivere i patimenti subiti in detto luogo potrebbe essere superfluo: niente viveri, niente acqua, sporcizia; in questo campo forzato, ritrovai tutti i miei compaesani, ridotti a larve umane; come eravamo partiti in dieci, ci ritrovammo in nove; uno, poiché parlava il francese, fu trattenuto all’esterno del campo, quale interprete. Dopo pochi giorni, arrivò l’ordine di imbarco alla volta di Patrasso. Fummo imbarcati (circa 1200) su una nave tedesca la quale, dopo alcune miglia, incappò in una mina e la prua saltò in aria. In pochi secondi, visto che la nave affondava, tutti decisero per la salvezza. Tra i numerosi affogati anche Pusiol Bruno da Santa Lucia. Anch’io mi buttai a mare, pur non sapendo nuotare e, fortunatamente, raggiunsi un salvagente, cercando di aggrapparmi ad un battello di salvataggio. Mi accorsi di essere completamente nudo. Ma in quel battello, era troppa la gente che cercava di salire ed allora decisi di raggiungere la riva. Fui rifatto prigioniero ed insieme ai superstiti, circa la metà (600 persone), fummo ricondotti al medesimo campo di concentramento. Senza cibo per altri tre giorni, venimmo rimbarcati sopra un’altra nave e raggiungemmo Patrasso (30 settembre). A Patrasso, rinchiusi in un altro campo di prigionia, venimmo rifocillati e ci fu chiesto di collaborare come operai in un deposito di benzina, che serviva per il rifornimento logistico dei mez-

Lucio Carlon in divisa militare, nel periodo della strage di Cefalonia.

zi. La vita cambiò, il trattamento migliorò e per circa due mesi continuammo il nostro servizio. Fummo trasferiti a Corinto e dopo alcuni giorni ci veniva comunicato che la nostra destinazione era così definita: o in Russia o in Germania oppure in Italia, sempre, però loro prigionieri. Insieme ai miei compagni, decidemmo di accettare quanto ci veniva proposto. Fummo caricati in un treno senza destinazione; infatti non ci era stato comunicato il luogo ove eravamo destinati. Passammo la Bulgaria, Ungheria e ci trovammo verso Skopje (Jugoslavia). Scesi dal treno, fummo disinfestati, puliti, e con gli stessi abiti, ricaricati nuovamente in treno con destinazione Germania. Giunti a Grafenwoer, scesi dal treno, in fila indiana fummo portati per un colloquio dal quale ci veniva chiesto di affiliarci alla Repubblica di Salò. Considerato che non avevamo altra scelta, piuttosto che subire altri tormenti, decidemmo di accettare la proposta di adesione alla Repubblica di Salò. Come bersagliere, fui incaricato di mantenere efficienti le armi, poi accettai di fare il giardiniere ed infine il postino. Dopo 14 lunghi e tormentati mesi, ci fu ordi-


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nato di rientrare in Patria sempre ovviamente «scortati» dai tedeschi; destinazione Vercelli ad una località chiamata «Cappuccini». Erano gli ultimi giorni di Salò e con alcuni commilitoni, tra i quali un sergente, approfittando di un momento di confusione al Comando tedesco, riuscimmo a fare un foglio di via, ovviamente falsificato, ci preparammo a fuggire per far ritorno a casa. Saliti su autocarri di munizioni tedesche, durante il tragitto, mentre l’autocolonna era ferma per una sosta, scesi dal camion e una bomba a mano mi scoppiò a pochi metri; benché ferito ed inseguito, fuggivo insieme al sergente e riuscimmo a trovare ricovero in un rifugio di civili. Rifocillati e medicato dalla ferita, al mattino un repubblichino della Muti mi raccolse e mi portò con una ambulanza fra i feriti civili raccolti per strada e ci avviammo verso Milano. Mentre, disteso nell’ambulanza, verso la destinazione prefissata, nell’intento di guardare il panorama, fissai lo sguardo sui tetti delle case e vidi parecchi partigiani pronti a colpire la colonna e la stessa ambulanza ove ero coricato. Il primo istinto di difesa fu il prendere il materassino e ripararmi dai vetri che cadevano colpiti dalle pallottole, mentre il caos provocato da questa imboscata era grande. Il tutto durò circa un quarto d’ora; subito dopo si pensò ai numerosi feriti di entrambe le parti; mi accorsi di essere già giunto a Milano di fronte l’Istituto Farmaceutico «De Angelis». Furono aperte le porte di questo Istituto ed insieme ad altri sfortunati compagni di sventura riuscii a scappare e rifugiarmi all’interno, mentre, fuori, riprendeva il combattimento. Cessata l’ostilità, giunsero del camion e delle vetture con issata la bandiera del Vaticano (bianco-gialla); raccolsero tutti i feriti, me compreso, e ci portarono all’Ospedale di Baggio. Durante la degenza, arrivò la notizia che il Duce, Mussolini, era stato ucciso a Dongo ed impiccato a P.le Loreto in Milano. Questa notizia ci riempì di gioia e di speranza, perché avevamo intuito che tutto sarebbe finito presto. Dopo alcuni giorni il C.L.N. mi rilasciò un certificato di licenza e, a piedi, iniziai il viaggio verso casa. Con mezzi di fortuna dell’epoca, autovetture, carretti trainati da muli, cavalli ecc, giunsi a Castelfranco Veneto, e mentre camminavo in centro, si fermò una colonna di bersaglieri; mi feci co-

raggio e chiesi la loro destinazione. Guarda caso, senza però riconoscerci, l’autista del camion era del mio stesso paese; durante il tragitto facemmo conoscenza e con grande fortuna mi trasportò fino a Budoia, il mio paese. Era il 18 maggio 1945 e l’odissea era finita; dopo 41 mesi di peripezie, rivedevo i miei cari!

Cinque compaesani a Cefalonia. Da sinistra, dopo l’autista, Lucio Carlon, Ilario Zambon, Sante Zambon, Giovanni Zambon e Lino Pusiol.

*** Questo breve riassunto di un pezzo della mia vita, vissuta in un particolare momento, mi porta a considerare il dramma della guerra che è spaventoso, per tutto ciò che questa comporta, perdita di vite umane, distruzioni, odio ecc. senza raggiungere alcun risultato positivo. LUCIO CARLON

Cefalonia, gennaio 1943. Il 317° Reggimento Fanteria «Acqui».


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I Pup(p)in(i) Quattro nuclei familiari in Friuli dal 1250-1400

La ricerca delle proprie radici è un po’ il ritrovare la nostra identità,… un’esigenza che si fa sempre più viva oggigiorno, in presenza di un mutamento antropologico epocale, che sta trasformando il nostro linguaggio e la nostra cultura; un mutamento che, ponendo la nostra memoria nei calcolatori e nelle banche-dati, corre il rischio di deporvi anche il nostro futuro… ed il nostro cervello. Non riprendo qui la descrizione dei sentimenti che mi hanno coinvolto in questa ricerca (v. l’Artugna n.50-1987: inserto); voglio invece, attraverso l’evolversi di un cognome e seguendo le tracce lasciate negli ultimi 6-7 secoli (i documenti son più numerosi di quanto si possa immaginare…), tentare di far conoscere la storia di quattro gruppi di famiglie che fin dal 1400 erano solidamente radicate nel territorio friulano. L’intenzione sarebbe quella di pubblicare un libro, sicuramente «corposo» dato il gran numero di informazioni, iconografie… ma oltre dodicimila nomi raccolti a partire dall’anno 1000, sovente con aneddoti, dettagli sulla professione, testamenti, si svolgono in non meno di 700 pagine, di 160 tavole genealogiche, ci sono foto di fine 1800… La realizzazione editoriale di tutto ciò comporterebbe costi di stampa tali per cui non è facile trovare uno sponsor! I Pup(p)in(i) italiani sono relativamente pochi e numericamente superati dai discendenti degli emigrati. La scelta è stata pertanto quella di divulgare almeno lo scheletro, le linee portanti, di questa ricerca che dura da ormai più di 15 anni, perché questo patrimonio non vada perduto e nella speranza che possa esser ulteriormente arricchito. Per non appesantire il testo ho volutamente tralasciato i numerosi riferimenti bibliografici che suffragano le tesi e le descrizioni riportate. *** 1. La doppia P centrale ed altre deformazioni PU(=O)P(P)IN(I) Correttamente dovremmo ripristinare il PUPIN originario che troviamo nelle prime grafie che ci son note (fin dagli anni 1100, 1300, 1500..). In realtà il cognome PUPPIN veniva indifferentemente trascritto, fino ai primi dell’Ottocento, anche nelle forme PUPIN, PUPINO e, al femminile, PUPINA (queste ultime almeno fino a tutto il 1700); la geminazione della P centrale è un fenomeno più recente, comunissimo nel secolo scorso in gran parte dell’Italia settentrionale, e

Facciamo dunq ue l’elogio degl i uomini illustri dei nostri ante nati che ci hann o generato… Alcuni di loro ha nno lasciato un nome dietro di che ancora è ric sé ordato con lode Altri ve ne sono che non han la sciato un ricord svanirono com o e se non fosser o mai esistiti, e furono come non fossero m ai stati loro, e i loro fig li dopo di essi . Ma essi erano uomini virtuosi la cui rettitudi ne non è stata dimenticata Nella loro disc endenza dimor a una preziosa er edità, i loro ni poti. La loro discen denza resiste fe rmamente, ed i loro figli, per causa loro . La loro progen ie resterà per sempre e la loro gloria non sarà canc ellata. I loro corpi fu rono sepolti in pace, il loro nome vi ve per sempre SIRACIDE XL

IV 1.8-14

non crea alcun problema all’interpretazione etimologica e genealogica. Dobbiamo segnalare tra le varie deformazioni temporanee verificatesi, quella occorsa a Schio da PU(P)PIN a PO(P)PIN, che ha coinvolto anche il noto pittore Valentino sia pure limitatamente ad alcuni registri dell’anagrafe ecclesiastica; tale deformazione la ritroviamo anche in Polonia per i PUPIN polo-lituani citati dall’araldica come POPIN e compare pure in Brasile già nel «Certdào do desembarque» il certificato rilasciato al momento dello sbarco dal piroscafo per alcuni PUPPIN emigrati a fine secolo ed i cui discendenti ora risiedono a Paz San Carlos e a S. Paulo. L’aggiunta della I finale è invece scaturita, come appare a Cavazzo Carnico (UD), dall’estro di un ufficiale dell’anagrafe austriaca che nel 18331834 si prese la briga di «italianizzare» il cognome Puppin aggiungendovi appunto la I finale. Il puntiglio di detto funzionario non è stato del tutto inutile in quanto ci consente ora di delimitare un grande gruppo di appartenenza: chi porta il cognome PUPPINI ha infatti quasi sicuramente qualche antenato che al 1833 risiedeva in Cavazzo. Quasi sicuramente, perché altri PUPPINI soResti romani nell’antico Forum Julium Carnicum, l’attuale Zuglio.


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no presenti, con cognome così cristallizzato, anche a Bologna a partire da almeno il 1750 (a Calderara), ma probabilmente fin dal 1550; a tale data abbiamo per ora le sole notizie relative al pittore veneto Biagio Dalle Lame (opere in S. Pietro in Vincoli), amico del Giorgione che portava infatti il cognome PUPPINI (o PIPINI o PUPIN). La deformazione divenuta definitiva da PUPPIN in PUP(P)IM, con la desinenza IM tipica della lingua portoghese, appartiene agli ultimi cento anni di storia ed ha coinvolto alcuni PUPPIN discendenti da Giuseppe, ma per lo più quelli discendenti da Sante emigrati in Brasile, da S. Giovanni di Polcenigo, e parte degli altri da quella dozzina di famiglie partite dal Quartier del Piave (Oderzo e dintorni) tra il 1887 ed il 1889. Analoga deformazione in IM si è colà sovente riscontrata anche per il cognome PUTTIN che sovente diviene PUTTIM. *** 2. Ipotesi di origine/modifica del cognome suffragate da eventi storici che possono aver coinvolto l’appellativo PUP(P)INI. L’ipotesi più affascinante ci riporta all’antica Roma, quando Giulio Cesare assegnò alla tribus rustica PUPINIA, [originaria di una poco fertile plaga del Lazio sui colli Albani tra Velletri e Tuscolo (citazioni di Columella, Varrone, Valerio Massimo, Orazio, Livio e Cicerone), il territorio della colonia di Tergeste, l’odierna Trieste, attorno al 52 a.C., a presidio delle incursioni degli Histri e dei Gallo-Carni, tribus collegata alla più famosa gens PUPIA della quale sembrano esservi tracce a Forum Julium Carnicum (l’attuale Zuglio). PUPINUS era comunque anche un cognomen latino, come dimostrato da iscrizioni su reperti archeologici. Cognomen perpetuatosi dal V sec. a.C. fino al termine del primo millennio, infatti il Liber Anniversariorum della Diocesi di Concordia, al 1100, menziona tra le persone da ricordarsi nelle s. messe di suffragio perpetuo Lanus uxor (=moglie) PU(L)PINUS e PUPINUS qm(=fu) Jacobi. Un’ipotesi affascinante, ma impossibile da dimostrare dal punto di vista della continuità genealogica, in quanto la formazione dei cognomi, nella accezione attuale, ha avuto luogo in epoche più recenti, tra il 1250 ed il 1600. Non a caso proprio nel corso di tale periodo alcune famiglie chiamate PUPIN, di Cimetta (Cessalto-TV), diverranno MUNARO…

Pastorale detto «di Poppone» (fine del XII - prima del XIV secolo), conservato a Gorizia nella Cattedrale metropolitana.

*** 3. PUPIN da PUPON, nome proprio dell’Alto tedesco, introdotto al seguito dei patriarchi ghibellini. Tra il 900 ed il 1000 la nobiltà friulana (cavalieri Franchi e ’ultimi’ Longobardi) venne annientata da ripetute invasioni di Ungari; conseguentemente nel 1019 l’imperatore Enrico II affidò al Patriarca del Friuli, il tedesco PUPON (Poppone) Volfango di Treffen [località della Carinzia situata una decina di Km a nord di Villaco] l’incarico di proteggere le vie per la Germania. PUPON è infatti un nome di origine germanica, diffuso tanto tra i nobili quanto tra il popolo e al 13 gennaio del 1313 troviamo un Joannes filius qm PUPONI arbitro per conto della villa (=paese) di Cavazzo in una questione con la confinante ’villa’ di Alesso. Tale citazione, di ambito civile (si usa il Pupon alla tedesca), è pressoché contemporanea a citazioni di ambito religioso: 1350… Candida PUPIN ved. Venuti da Tolmezzo, in cui entra il PUPIN alla latina. Le schede Corgnali, conservate in Biblioteca a Udine raccolgono 24 citazioni riferite al periodo tra il 1273 ed il 1450 e sono equamente ripartite tra PUPON, PUPIN inclusi anche tre PUPAN [ed abbiamo qui un rafforzativo che deforma le finali in A, come in Carnia]. Dal 1450-1500 l’uso di PUP(P)IN(I) è pressoché generalizzato in Italia, i PUPIN sono al 1560 percentualmente molto numerosi in Cavazzo ove non vi è più traccia del cognome PUPON. Diversa è la situazione francese (Alsazia, Marna, Champagne) ove entrambe le forme si cristallizzano come cognome.


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E tra questi colli budoiesi s’insediò uno dei clan dei Puppin. Cartolina d’epoca. Anno 1926. (Collezione privata)

Un breve cenno meritano anche i relativamente numerosi PUPINO (cognome pressoché scomparso dal Friuli da fine 1700) presenti in Puglia; la loro origine è da ascrivere ad una colonia di PUPPI genovesi insediatasi nei sec. XI-XII nella penisola salentina come testa di ponte all’epoca delle repubbliche marinare. Una citazione particolare va anche ai PU(O)PINSKI polacchi [la ò accentata di POPINSKI in polacco si pronuncia in tonalità grave, quasi come una U e quindi Pòpinski può venir sicuramente tradotto come «DI PUPIN»]. Infatti in Polonia, oltre ai PUPIN di documentata origine Lituano-bielorussa, [ma provenienti dal Banato serbo ove ai primi del 1700 qualche PUPIN friulano si era installato come colono militare della frontiera (v. l’Artugna n.58-1989:79 e n.62-1991:8-10)], son presenti anche i POPINSKI. Ricerche condotte nel luglio del 1990 negli archivi di Varsavia mi han portato alla scoperta di un certo Marco di POPINO (Markusz alla latina, non Malek alla slava…) castellano (ossia comandante e fabbro) nella città di Rawa Mazowiecki, ca. 80 km a sw di Varsavia, famiglia che si sposta gradualmente più a sud ed oggi presente in Europa e Nord America. I riferimenti storici per eventuali collegamenti più antichi possono esser ricercati fin dagli anni 1218 (Bertoldo di Andechs è nominato Patriarca ed è cognato del Duca di Polonia), 1251 (possedimenti in Stiria e Carniola del Patriarca Bertoldo vengon donati alla Chiesa di Aquileia), 1388 (è nominato Patriarca Giovanni Sobieslav di

Moravia); non va poi dimenticato che gli imperatori, ed i governatori di Polonia erano soliti attraversare il Friuli per i loro spostamenti non solo verso l’Italia (Bona Sforza nel 1532), ma anche verso la Francia. Contrariamente a quanto viene suggerito da vari istituti privati di araldica, non vi è alcun collegamento con i PUPP, nobili altoatesini, né con i PUPPI toscani presenti in Friuli dal 1258; ove fosse stata possibile una qualsiasi confusione la grafia nei registri è sempre estremamente accurata e precisa (es. Cividale o Roverbasso) tale da non dar adito a collegamenti arbitrari. Al 1500 troviamo in Friuli PUP(P)IN(I) a Budoia, a Cavazzo Carnico, a Costalunga sopra Faedis, e a Roverbasso di Codognè (quest’ultimo oggi terra trevisana, ma storicamente legata al Friuli tramite il Comune di Brugnera e l’influenza dei conti di Porcia). È a partire da questi quattro centri che si intrecceranno le storie di circa 15000 persone che cercheremo di seguire per circa 500 anni fino a oggi. *** Da tutta questa ricerca, che intendiamo presentare negli sviluppi successivi concentrandoci sulle persone, scaturisce la certezza che da almeno otto secoli i PUP(P)IN(I) sono originari di quella terra al confine tra tre mondi diversi, quello latino, quello tedesco e quello slavo, tre mondi che pur nella loro differenza, sono tutti e tre così tipicamente europei. OSVALDO PUPPIN


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Mimma di Polcenigo, ultima nobile castellana

Con la sua consueta discrezione – discrezione della quale aveva fatto una regola di vita – è tornata nel mondo dei più la contessa Mimma di Polcenigo. Con questa distintissima gentildonna scompare una rilevante pagina di storia di questo nostro Friuli di confine, una storia incentrata su questo nobilissimo casato durata, all’incirca, più di mille anni. I di Polcenigo ebbero il terzo voto nel Parlamento della Patria del Friuli; terzo posto subito dopo il Patriarca di Aquileja e la più rilevante casa nobile friulana: i di Porcia e di Prata (che erano dello stesso sangue). Questa collocazione parlamentare dice da sola di che rilevanza nobiliare, politica, militare ebbero, per una smisurata scia di secoli, i nobili polcenighesi. Il fortilizio – o meglio, il castello dei di Polcenigo – si erge ancora sulla vetta del colle dallo stesso nome, con le sue torri scomparse, con la cappella gentilizia aperta a cielo e da titolo di, ben antico, San Pietro. Il profilo delle mura e torri corrusche riposa oramai nelle antiche carte. Il fortilizio, su progetto del Lucchesi, era diventato una splendida dimora veneta. Splendida dimora secondo i canoni elegantissimi dettati, architettonicamente, dalla Serenissima. Oggidì, faticosamente, riemergono i lineamenti di quella che fu una delle più belle dimore nobiliari del Friuli occidentale. Dimora fatta di buon gusto, raffinatezza, equilibrio aureo, raffigurazione di un mondo che aveva perso il tratto rude e guerriero di un Medioevo scomparso per sempre. Una villa bella e grande, ma difficile da sostenere. Ed i Polcenigo scesero al piano e si allogarono in una, «pur», dignitosissima residenza. Forse lo splendido isolamento sul colle isolava troppo. La residenza al piano consentiva meglio il contatto con la gente, la sua gente: quella di Polcenigo (la contessa di Polcenigo, pur nella sua innata distinzione, era di una affettuosa semplicità del tutto disarmante) e quella che veniva – i suoi pari – dal di fuori. Aveva scelto lei di tornare nella sua Polcenigo dove, gelosamente, aveva voluto sempre «tener casa». Tutti la conoscevano, tutti avevano un debole per lei, gran signora. Aveva riattivato le sue radici polcenighesi, aveva ritrovato le sue persone.

La contessina Mimma con il sindaco dott. Mario Cosmo, nel 1979, in visita al castello di Polcenigo, per discutere la possibile destinazione d’uso della villa come centro scolastico alberghiero. (Archivio privato Cosmo)

La sua presenza la si avvertiva, come costante, ma con il suo modo di essere, chiara, precisa, gentile, ma in punta di piedi, con quella sua classe inconfondibile. Lei era Polcenigo e Polcenigo era lei. Mai un luogo fu così incarnato in una persona. Era una presenza imprescindibile. Al di fuori dell’ultimo periodo – periodo nel quale la salute non la sovvenne molto – fu sempre interessata, fu sempre figura di risalto nel suo piccolo regno polcenighese. Distinta, serena, affascinante, coltissima, circondata da non moltissime, ma adoranti, amiche/i. E questo era frutto dei suo carattere, del suo tratto stupendo, della sua vivacità folgorata dai suoi sguardi attentissimi, intelligentissimi. Non v’erano molte di queste persone a questo mondo e ce ne saranno sempre di meno; ma resta il rammentare della sua presenza, del suo silenziosissimo esempio, da lei a noi, regalato. La posero nel camposanto del paese, l’ultima della sua stirpe: francese, friulana, veneziana, polcenighese. Noi avremmo avuto un altro pensiero circa questa sua ultima collocazione. L’avremmo inumata sul colle, dentro il suo castello, dove, per mille anni o giù di lì, conti di Polcenigo con il loro punto munito, hanno sorvegliato i confini di questo nostro Friuli occidentale. Lì, noi pensiamo, forse, lei avrebbe amato riposare per sempre. La contessina Mimma di Polcenigo, ultima della sua millenaria casata, era nata a Lovere in quel di Bergamo, ma esplicò la sua attività di profondo significato sociale a Castelfranco, da


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dove rientrò nella sua Polcenigo nel 1976; e da Polcenigo non si mosse più. Alla sua inumazione ed al rito religioso che l’aveva preceduta assistette tutto il paese compresa l’amministrazione comunale, (25 novembre 2000), ed i nostri rappresentanti del comune di Cavasso Nuovo, sopra Fanna di Sopra, alias Castello di Mizza. MGB. ALTÀN

Mimma di Polcenigo in un importante momento culturale tra amici, la presidentessa della Pro Loco dott.ssa Liliana Serafin, il sindaco dott. Mario Cosmo e il maestro Sanson. Palazzo Zaia, 1975. (propr. Mario Tomasi)

MANZANO F., Annali, vol. II, p. 250 e sgg., Udine, 1858.

Nobiles castellani Le origini della famiglia comitale dei nobili di Polcenigo sono sempre circondati dalla nobiliare mitologia e dal mistero. Pur essendo feudatari-concessionari del vescovo di Belluno (un di Polcenigo fu anche vescovo di Feltre) ebbero non comune prestigio nel Friuli, arrivando a «ferri corti» abbastanza spesso con il principe teocratico di Aquileja, principe teocratico al quale, i nobili di Polcenigo dovevano avere degli obblighi; obblighi oltreché feudali, anche di altra natura. Sebbene vi siano dei dubbi da parte di studiosi, oltreché a Polcenigo, essi avevano il diritto di sovranità feudale anche sul feudo di Fanna di sopra, o meglio di Cavasso («Cjâvac»),o meglio della giurisdizione feudale del castello di Mizza. La loro potenza in Friuli ebbe sempre un velo di inspiegabilità. Purtuttavia il sintomo di avere diritto di sedersi, nel parlamento della Patria del Friuli, occupando, tra i «nobiles castellani» il terzo posto (dopo i conti di Porcia e quelli di Prata (prima i conti di Prata) da la misura della loro potenza morale, feudale e militare. Eran tenuti ad assicurare all’esercito del patriarca di Aquileja, VIII elmi, e III baliste, oltre a tutto il personale di servizio addetto all’esercizio di questo non minimo numero di guerrieri. Il di Manzano, stringatamente e sapientemente, così dice dei nobilissimi polcenighesi signori; testo che passiamo pur sorvolando di qualche minuscola stesura: «Del castello di Polcenigo abbiamo già detto; di quello di Fanna poi, posto sotto ai monti, e fu fatto fabbricare da Ludovico di Polcenigo.

TOPPO F., L’ingresso del patriarca Bertrando, sta in, AA.VV., Monografie friulane, Udine,1847, p.16.

La famiglia dei conti di Polcenigo e Franconia o Fanna si distingue per una considerevole antichità, giacché, qué nobili vengono nominati sino da tempi di Ottone I; avvocati della chiesa di Belluno riconoscevano da quel vescovo il primo dei suddetti castelli e dal patriarcato aquilejese molte possessioni o molti villaggi nel contado di Aviano. Portavano il titolo di Nobili Liberi ed occupavano nel Parlamento il III posto tra i «nobiles» castellani. Questa famiglia non avea feudo patriarcale, ma avevalo dal vescovo di Feltre, eppericò era feudataria episcopale; né il titolo di conte essa godea per possesso d’un contado, essendo i Polcenigo stati creati conti palatini; come per Mizza o Micca, castello di Fanna (di sopra) ebbe il titolo di marchese; e si distinse singolarmente per svegliati ingegni sì nelle civili ché ecclesiastiche dignità. Nell’epoca XVI poi vedremo i conti Manini di Udine possedere parte del feudo dé conti di Polcenigo, e ciò a cagione della servitù di cui i Turchi tenevano due fratelli conti di Polcenigo, ai quali fu accordata la vendita di una porzione del loro feudo per riscattarsi; e questa venne acquistata dai Manini come diremo, più innanzi». MGB. ALTÀN

SPRETI V., Enciclopedia storico nobiliare italiana, RomaMilano, 1926-1936, vol. V, p. 424. Lo stemma dei Polcenigo vien, dai testi, così: «In quartato: nel I e IV, contro inquartato d’oro e di rosso (Polcenigo) nel II e III, troncato sopra d’argento sotto dello stesso, incappato di nero (Fanna). Sul tutto d’azzurro al giglio, alla francese, d’oro».


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Trentatré anni tra noi Il dottor Licata al servizio dei budoiesi

Abbiamo intervistato il dottor Aurelio Licata nella sua abitazione di Via Pordenone per raccontare ai lettori de l’Artugna un po’ della sua vita di medico; lui ci accoglie cordiale e disponibile come sempre e...

Giunsi in Friuli, dalla Sicilia, per obblighi militari (1957) come ufficiale medico prima a Casarsa e poi a Udine. Dieci giorni prima del congedo incontrai una delle più belle e sagge ragazze friulane, Liliana che diventerà poi mia moglie. Questo incontro deciderà il futuro della mia vita. Difatti, dovendo scegliere se andare a Boston (USA) dove risiedeva la mia famiglia o rimanere in Friuli, ho scelto per questioni affettive di rimanere in questa regione. Qui nascono i miei due figli Maurizio a San Vito al Tagliamento e Massimo a Tolmezzo. La mia carriera di medico condotto interino inizia a Socchieve/Ud (dicembre del 1965-maggio 1967). Durante questo periodo, concorro per la condotta del Comune di Budoia e vinco, così il 1° giugno 1967 iniziai la mia attività di medico-condotto e ufficiale sanitario in questo piccolo e ridente Comune pedemontano. Friulano acquisito, all’inizio non è stato facile godere della simpatia dell’amministrazione pubblica e della popolazione, anche perché il medico precedente (dott. Sartor Narciso) dovette a malincuore dopo tre anni di condotta lasciare Budoia. Infatti, la casa del medico restò occupata dalle masserizie del collega per parecchi mesi, cosicché il sottoscritto con tutta la famiglia dovette in un primo tempo alloggiare da Renè e successivamente dalla signora Benvenuta di Budoia. La casa del medico, dove attualmente c’è l’ambulatorio, mi fu lasciata libera dopo molto tempo con l’obbligo di pagare l’affitto e di provvedere a mie spese all’impianto di riscaldamento. Comunque superai bene queste prime difficoltà e con professionalità e buona volontà mi dedicai alle cure ed ai bisogni dei miei pazienti. Fare il medico in quei tempi non è stato sempre facile, (sono passati 33 anni e penso di essere stato, fino ad ora, il medico più longevo) bisognava comprendere il loro carattere, le loro richieste, le loro esigenze che spesso non erano di carattere strettamente medico e diventare, a volte, anche il loro confidente. Oltre alla professionalità ho fatto, spesso, ricorso alla pazienza, alla tolleranza, alla elasticità di adattamento e soprattutto alla disponibilità, qualità quest’ultima non ricorrente, anche perché a quei tempi non esistevano le guardie mediche

notturne o festive, pertanto giorno e notte si era sempre in servizio. Della mia attività di medico ho molti ricordi belli e, per fortuna, pochi brutti. Ricordo di un paziente, con problemi psichici, che spesso, colto da raptus, brandiva un lungo coltello minacciando di uccidere tutti nel cortile dove abitava, ero l’unico che poteva avvicinarlo, seguiva poi una puntura sedativa per tranquillizzarlo per un mese; un altro di Castello che ha voluto essere operato in bocca per una calcolosi della ghiandola salivare sottomandibolare perché rifiutava il ricovero in ospedale, intervento non facile, riuscito bene; un veneziano in soggiorno a Budoia che, aggredito dal suo cane lupo, presentava una vasta e profonda ferita al viso, ci vollero più di quaranta punti di sutura per riparare lo squarcio, lo vidi dopo un anno contento perché quell’ampia ferita non aveva lasciato sfregiato il viso. Ci sarebbero tanti altri episodi da raccontare molti dei quali hanno il sapore della barzelletta, come quella signora che aveva preso le supposte contro i dolori per bocca ed era venuta a lamentarsi in quanto le medicine le avevano procurato il «gomito»; un’altra che rifiutava di prendere le supposte perché queste gli avrebbero fatto perdere la «verginità»; mi ricordo anche di un’altra signora venuta in ambulatorio per medicarsi che, caduta dalle scale, si era «sbocciata il polso del piede sinistro», al che, ridendo replicai, meno male signora che le rimangono ancora tre polsi da «sbocciare». Era sempre la stessa che in precedenza aveva sofferto parecchio perché le «amministrazioni» non erano regolari. A parte questi episodi, che servivano a volte anche a sollevare il morale, tanti anni di servizio lasciano il segno: troppo stress troppa burocrazia, troppe leggi riduttive hanno finito col tempo nel rendere la medicina materia molto complessa e difficile nell’eseguirla correttamente, finendo spesso in una mancanza di fiducia e di rispetto nei riguardi del medico e dei pazienti. A questo punto andare in pensione è stato l’atto ultimo di un meritato riposo. Al dottor Aurelio Licata, che ancora una volta ha voluto rendersi disponibile, giunga da parte dell’Amministrazione Civica di Budoia un sentito ringraziamento per il lavoro svolto ed un augurio di serena prosecuzione nella vita di ogni giorno. GIACOMO DEL MASCHIO

Sopra: il dr. Aurelio Licata , 33 anni di servizio nel Comune di Budoia dal 1.6.1967 al 7.12.2000. Sotto: negli anni del suo arrivo tra noi.

Anche la redazione ringrazia il dr. Aurelio Licata per la competente professionalità medica svolta a favore della Comunità e gli augura di proseguire la sua esistenza – a lungo e serenamente – insieme con la gentile signora Liliana e attorniato dall’affetto dei cari figli, Maurizio e Massimo. Gli augura, inoltre, di continuare a dar forma alla sua creatività con colori e pennelli.


’N tel masonil de... 100 anni fa e oltre. Articoli Parziali e Generali per l’affittanza delle malghe

«La toponomastica è una disciplina che invoglia a continue ricerche. Il frutto dei due volumi sulla toponomastica del Comune di Budoia è stato che uno dei lettori del nostro periodico l’Artugna e precisamente il perito Cornelio Zambon di Dardago ha scoperto il “Regolamento per la novennale affittanza delle malghe o casoni del Comune di Budoia dall’anno 1893 al 1901 inclusivi”. Spero che altri continuino le ricerche suggerite dal documento qui riportato.» (Umberto Sanson). È sì un valido documento per lo studio della toponomastica, ma assume maggior importanza perché contribuisce ad arricchire la ricerca etnografica sulla vita pastorale del Comune di Budoia, svolta dallo stesso maestro Sanson nel 1979 e apparsa nella rivista «Sot la nape» della Società Filologica Friulana. È un ulteriore tassello che si aggiunge alla storia della nostra economia rurale. Sotto il profilo tipografico il documento uscì nel 1893 dai caratteri dell’antica tipografia pordenonese, la Gatti, fondata da Silvestro Gatti il 15 giugno 1799, con l’intento di mettersi al servizio della città. Continuò fino a quando fu acquisita dalla famiglia Cosarini.

ARTICOLI PARZIALI ARTICOLO 1 Le Malghe o Masonili del Comune di Budoja in numero di undici (11) sono limitate ed utilizzabili separatamente, non essendo tollerato il pascolo promiscuo da Malga a Malga. A tal uopo vennero segnate con confini stabili, e per maggior conoscenza descritte come segue: 1. Malga Pra del Biser; confina colle Malghe Ceresera, Tarsia e Busa del Figariol del Comune di Polcenigo, col Pian dei Agri, colla Malga del Comune di Budoja denominata col delle Plase nei seguenti punti: Pian dei Agri sopra la Lama del Carbon, alla lama e sperlonga del Pian dei Agri, e la lama esistente viene assegnata metà al Pra del Biser e metà al Col delle Palse; continua il confine alla lama veccia del Pian dei Agri, alla busa dell’Orso, al Col della Meda, in cima le buse di Santa Lucia, sopra la busa del Grass. Il carico è stabilito in Pecore 500, Capre 0. 2. Col delle Palse confina colla sopradescritta Malga Pra del Biser, col Pian dei Agri e colla Malga Bachet nei seguenti punti: in cima della lama del pian della Fontana, sul vertice d’un mammellone a Sud Ovest della Fontana, sopra la busa della Gardizza, la qual busa è assegnata metà al Col delle Palse e metà al Bachet, circa alla metà del versante a Sud della Busa della Gardizza, in cima allo spigolo che guarda il Zimpò, fuori della Busa del Fornat, continuazione della busa del Fornat, ove confina anche la Malga Busa del Giaz, Busa delle Volpere che confina anche la Malga Bachét.

Il carico è stabilito il Pecore 550, Capre 6. 3. Bachét, confina colla Malga Col delle Palse sopradescitta e colla Malga Ralt nei seguenti punti: alle zoppe, alle stesse zoppe sulla busa, sulla Fontana della Val alla lettera V ultima della confinazione fatta col Comune di Polcenigo il 16 agosto 1883, poi al pian della Val, al pian della Fontana, sul versante del Palèr della Val, sullo spigolo che divide le Buse di Santa Lucia dal Pian della Fontana, pian del Tas al di qua fino alla punta delle Ronciade con tutte due le buse e le stesse Ronciade, tutta la busa grande del Monteon verso Ovest fino alle croci vecchie; mezzo il Paler della Grat discendendo al Traghenat fino alla busa di Restote. Il carico è stabilito in Pecore 370, Capre 4. 4. Ralt, confina parte colla Busa del Gaspero del Comune di Polcenigo e parte col Pra del Biser e Bachét Malghe del Comune di Budoja nei punti soprascritti. Colla Malga Val de Lama nei seguenti punti: sul Palèr della Pera ove termina il muro che chiude il Prato di Carlon Giuseppe, sul Crep di Ralt a circa quaranta metri a Ovest dell’attuale Casera, poi a mezza costa dello stesso versante, poi alla lama del Crep del Bachet, ove confina la Malga Bachèt, poi beni particolari di Budoja e Polcenigo. Il carico è stabilito in Pecore 300, Capre 0. 5. Val de Lama, confina colla Malga Ralt sopradescitta, piega pel Col del Zouf, Paler della Grat, ascende fino al pian dei Vaccheri e continua a metà del Laipaz, da qui ripiega e discende fino al punto della crodata e continua lambendo le così dette prese o beni allivellati.


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Il sopracitato Paler della Grat è abbracciato per una metà. Il carico viene stabilito in Pecore 400 Capre 2. 6. Busa del Giaz, confina con Val de Lama sopradescitta, Bosco del Cansiglio, la Malga, i Fanghi e i Beni enfiteotici, comprendendo le Beccherie, tutto Col Grande, tutte le Seraie e i Laipaz. Il carico è fissato in Pecore 380, Capre 5. 7. I Fanghi, confina colla Malga Busa del Giaz, bosco Cansiglio, la Malga Valle e i Beni allivellati, comprende tutta la fossa del Mus, le buse dei Coi, tutte Canderen le buse scure fino alla crodata. Non è compreso ma resta fuori l’usurpo Janna Tavan alla Centolina, a disposizione del Municipio. Il carico fissato è di Pecore 380, Capre 5. 8. Valle, confina colla Malga i Fanghi fino alla Riva del Losch, con la R. Selva Cansiglio, dalla Riva del Losch fino alla busa di Bortolo; dalla Busa di Bortolo a tutto il pendio dei Larg, alla metà della Ghiacciaia naturale sul Tremol fino in cima al Cornier, continuando alla busa della Gallina e il filone Condolle, terminando ai beni enfiteotici. Il carico stabilito è di Pecore 700, Capre 12. 9. Campo, confina con la Malga Valle, ascende alla Val dei Sass, e discende fino alla busa granda, comprende la Val dei Tranzeot e discende pel filone del Monte Sboada, terminando coi beni allivellati. Il carico fissato è di Pecore 660, Capre 12. 10. Il Prat, confina coi beni enfiteotici, ascende il filone del Monte Sboada e continua confinando la Malga Campo, entra alla metà della Busa granda alla parte del Palazzat che guarda l’Ovest e partendo dalla croce del Cason delle Vacche di Tarabia fa linea col buso dei Danelon, continua per la traghia fino al Pian dei Friz, comprendendo una costa, l’altra facendo parte del Pian Grande. Il carico fissato è di Pecore 400, Capre 2. 11. Pian Grande, confina con la Malga Prat e coi beni del Comune di Aviano. Il carico è fissato di Pecore 460, Capre 2. ARTICOLO 2 Ogni Malga o Masonile sarà coltivata scupolosamente dall’affittuale in due modi, col camgiare ogni due notti la mandra delle pecore, e col portarvi il concime e spargerlo razionalmente sulla Malga. Chi esporterà il concime dal Masonile, o non lo coltiverà come conviensi, oltre che essere passivo d’un ammenda, il Consiglio Comunale,

se lo crede, potrà farlo decadere dall’affittanza. ARTICOLO 3 I Pastori saranno obbligati a rispettare per quanto è possibile le località suscettibili a Bosco, né s’intenderanno, quantunque segnate entro i confini, appartenere alla Malga le zone boschive soggette al regime forestale. ARTICOLO 4 Nessun Pastore in nessuna epoca potrà condurre a pernottare il Bestiame da una Malga all’altra e men che meno in stalle o in terreni privati. ARTICOLO 5 È severamente proibito condurre sul monte bestiame affetto da malattie contagiose ed epizootiche; se tali malattie si sviluppassero duran-

Mappa del Comune di Budoia.


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te la monticazione, sarà il pastore tenuto a rendere immediatamente avvisato il Municipio per gli opportuni provvedimenti. ARTICOLO 6 Le ghiacciaie naturali saranno di esclusiva proprietà del Comune, potranno essere usate dai Malghesi per l’uso del Bestiame e del Caseificio soltanto, i quali avranno poi la cura possibile nell’inverno di coltivarle. Dovranno gli affittuali poi lasciar libera la esportazione del ghiaccio ad un ordine del Municipio e a quantunque cittadino dietro ricetta del Medico comunale, vistata dal Municipio o dalla Congregazione di Carità. ARTICOLO 7 Quelle Malghe che pel caseificio dovranno essere della legna nei Boschi comunali pagheranno un annuo canone, che a seconda dell’importanza verrà stabilito dall’onorevole Consiglio Comunale. ARTICOLO 8 Essendo proibito il pascolo promiscuo fra Malga e Malga, sarà libero l’accesso ai pascoli in primavera ai Pastori, quando lo crederanno opportuno; non potranno però ascendere e discendere coi bovini che una sol volta, cogli ovini due volte, tenendosi il più possibile presso i sentieri montuosi, e non danneggiando i Beni enfiteotici, accedendo per le vie più dirette e naturali. Il Comune declina ogni responsabilità sui danni che venissero fatti dai pastori ai beni dei privati per il passaggio del bestiame. ARTICOLO 9 Gli affittuali che caricassero le Malghe con un numero di bestiame eccedente a quello stabilito, saranno passibili di un’ammenda di L. 3,00 (tre) per ogni capo di bestiame sopranumerato. ARTICOLO 10 Le Guardie Campestri e Boschive sole o accompagnate, o mandate da un Membro o da un Delegato della Giunta Municipale sono designate per la sorveglianza speciale delle Malghe, e nessun affittuale, sotto nessun pretesto, in nessun momento, potrà contrastare alle Guardie l’accesso al Masonile, e la numerazione del Bestiame, o quella qualunque altra verifica che fosse loro stata ordinata dal Municipio. ARTICOLO 11 Il Bestiame sopranumerario, non denunciato, trovato nelle visite che verranno fatte dalle Guardie Campestri e Boschive, sole o accompagnate, sarà

sequestrato dalle medesime, che avranno diritto di scegliere i Capi d’animali da sequestrarsi e non quelli che venissero designati dai pastori. Il bestiame sequestrato, il pastore dovrà riscattarlo pagando l’ammenda stabilita dall’articolo 9 in unione alle spese di conduzione e stallaggio entro otto (8) giorni, in caso diverso sarà venduto all’incanto, ed il ricavato, detratte le spese e l’ammenda, sarà restituito al pastore, a danno del quale fu operato il sequestro. Gli affittuali delle Malghe per le ammende delle quali fossero possibili, non potranno farsi rifondere dai costi detti caburri, e proprietari del Bestiame, che affidarono a essi per la monticazione, come da questi non potranno pretendere che un compenso ragguagliato al canone d’affitto coll’aggiunta delle sole spese di contratto e scossione. ARTICOLO 12 Per capo di bestiame s’intende, nei riguardi del presente Regolamento, una Pecora, ogni animale bovino adulto, equivalendo ad otto pecore, i vitelli o vitelle sopra l’anno fino a due anni a quattro pecore, i vitelli sotto l’anno e le capre a due pecore. ARTICOLO 13 Ogni anno, prima che sia condotto sui monti l’armento, dovrà essere sparso regolarmente il concime nella Malga per coltivarla. I contravventori, oltre che puniti severamente, a volontà del Consiglio comunale, potranno essere dichiarati decaduti dall’affittanza. ARTICOLO 14 Quando l’affittuale condurrà i propri animali alla monticazione sulla Malga, dovrà parimenti

Inizio anni ’70. Malga Ciàmp.


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condurre quello dei proprietari del Comune, e dovrà tenerlo fino a tanto che egli fa pascolare il proprio, salvo a consegnarlo anche prima o riceverlo anche dopo a tali epoche a volontà del proprietario. ARTICOLO 15 L’affittuale d’ogni Malga potrà condurre alla monticazione invece di vacche e capre un corrispondente numero di pecore, ed invece di pecore un corrispondente numero di vacche; non potrà però alterare in più il numero prefisso delle capre. ARTICOLO 16 Ogni affittuale potrà riservare una zona di 2 pertiche censuarie (Ettari 0,20) a prato da sfalcio, affine di poter mantenere qualche animale che ammalasse. Il fieno ricavato da una tal zona dovrà essere consumato sul luogo, non potrà essere tradotto al piano, né alienato sotto verun pretesto. ARTICOLO 17 È severamente proibito, sotto pena d’immediata destituzione, alle Guardie del Comune di ricevere regali o doni o mancie di qualunque genere dai pastori e malghesi. ARTICOLO 18 Saranno puniti con ammenda da L. 5 a 15 i contravventori agli articoli 6 e 8. Da L. 15 a 50 i contravventori alle disposizioni degli articoli 3, 10, 15. Da L. 30 a 50 quelli degli articoli 1, 2 ,4 ,5, 13, 14, 16. Sarà tenuta nota esatta delle contravvenzioni, per punire i recidivi con ammenda doppia la prima

volta, tripla la seconda, le altre senza pregiudizio del raddoppiamento dell’ammenda, potrà, se lo crederà opportuno il Consiglio Comunale, pronunciare la decadenza dal beneficio della affittanza, il Malghese o pastore recidivo alle contravvenzioni. ARTICOLO 19 Il canone annuo sarà pagato al Comune in due eguali rate scadibili nei mesi di Luglio e settembre di ogni anno, in moneta legale, a mani dell’Esattore comunale colle spese di scossione, mediante ruolo. I morosi saranno passibili verso l’Esattore delle pene stabilite dalla legge sulla esazione delle imposte, ma verranno esecutati in via civile, non permettendo l’esecuzione fiscale, la nuova legge per le entrate Comunali.

ARTICOLI GENERALI ARTICOLO 1 L’Asta per la novennale locazione delle Malghe del Comune di Budoia sarà aperta nell’Ufficio Comunale coll’assistenza della Giunta Municipale. ARTICOLO 2 L’incanto seguirà col metodo della candela vergine e la delibera di ciascuna Malga sarà fatta al miglior offerente dopo esperimentati i fatali e vistato l’atto d’incanto. ARTICOLO 3 Quindici giorni prima dell’incanto verrà pubblicato il relativo avviso; la sorte deciderà al primo esperimento d’asta l’ordine col quale saranno poste all’incanto le singole Malghe. Il docile gregge all’abbeveraggio.


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ARTICOLO 4 A quanto riguarda l’incanto e la stipulazione dei contratti, saranno osservate le regole e modalità del Regolamento approvato con R. Decreto 4 Maggio 1885, N. 3074, serie 3. ARTICOLO 5 Gli aspiranti dell’Asta che devono essere benevisi alla stazione appaltante dovranno fare un deposito del 20% sulla base del prezzo d’incanto. All’atto poi della stipulazione dei contratti, i deliberatari dovranno o depositare nella Cassa Comunale un anno d’affitto che servirà per pagamento del fitto dell’ultimo anno, o presentare un fideiussore garante beneviso alla stazione appaltante. ARTICOLO 6 Si procederà a termine dell’art. 299 del codice penale vigente, contro coloro che tentassero impedire la libertà d’asta od allontanassero gli accorrenti con promessa di denaro o con altri mezzi si violenti che di frode, quando non si trattasse di fatti colpiti da più gravi sanzioni del Codice stesso. ARTICOLO 7 Il deliberatario all’asta dovrà presentarsi a richiesta del Municipio per la stipulazione del relativo contratto, nel quale, oltre ciò che sarà trovato opportuno d’inserire, sarà esposto il carico deliberato dal consiglio Comunale per ogni Malga. ARTICOLO 8 Si dichiara che qualunque sia il numero dei soci nella locazione d’una Malga, il Municipio non riconoscerà che i soli deliberatari e fideiussore. ARTICOLO 9 È vietato qualunque subappalto o subaffitto senza l’assenso dell’Autorità Municipale. ARTICOLO 10 Nel caso di morte dell’affittuale o del suo fideiussore, i loro eredi saranno tenuti agli obblighi contratti. Il Municipio però sarà libero di continuare o meno l’affittanza cogli eredi. ARTICOLO 11 Le spese d’Asta, del relativo Contratto, di registrazione e tutte quelle inerenti all’affittanza delle Malghe, staranno a carico dei deliberatari. ARTICOLO 12 Per tutte le emergenze che potessero insorgere, inerenti le Malghe, l’affittuale non dovrà riconoscere che il locale Municipio, e assoggettarsi a tutti quei provvedimenti che questo credesse

opportuno emanare, in quanto non sieno contrari al presente Regolamento ed alla Legge. ARTICOLO 13 Se venisse recato pregiudizio alle Malghe, o cogli usurpi, o in qualunque altra maniera da terze persone, l’affittuale sarà tenuto entro cinque giorni di rendere avvertito il Municipio, altrimenti le conseguenze derivanti per la sua trascuratezza staranno tutte a suo carico. ARTICOLO 14 Ogni qualunque tassa che in virtù di leggi pubblicate o da pubblicarsi fosse imposta, o derivasse dal presente Contratto, così pure che fosse imposta la sorveglianza d’un Veterinario per bestiame condotto alla monticazione, dovrà stare a carico degli affittuali. ARTICOLO 15 Qualora la persona a cui sarà aggiudicata l’affittanza di qualche Malga non abitasse in Comune o da questo dovesse trasferirsi in altro Comune, sarà obbligato a nominare un rappresentante pegli effetti di legge residente in questo Comune, ed entro otto giorni notificato al Municipio. ARTICOLO 16 Tutti gli articoli del Codice Civile sulle locazioni, che non fossero contrari al presente Regolamento, saranno al caso invocati dal Municipio locale, per tutelare le affittanze fatte. Fatto, letto, confermato e firmato nella seduta della Giunta Municipale 6 Maggio 1892. IL SINDACO Fir. Cecchelin Giuseppe LA GIUNTA MUNICIPALE fir. Besa Angelo (Assessori effettivi) fir. Rigo Vincenzo fir. Patrizio Antonio fir. Besa Alessandro (Assessori supplente)

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IL SEGRETARIO fir. A. Cardazzo Approvato dal Consiglio Comunale nella seduta del 10 Giugno 1892. IL SINDACO fir. Giuseppe Cecchelin IL SEGRETARIO IL MEMBRO ANZIANO fir. A. Cardazzo fir. A. Patrizio N. 3357 Visto sotto l’osservanza del R. Decreto sull’Amministrazione e Contabilità dei Comuni. Pordenone, 22 Giugno 1892. IL R. COMMISSARIO fir. Marcialis

A cura di CORNELIO ZAMBON


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El mus co’ quatro thocui

Le mucche andavano nei campi quasi sempre a due a due. Per farsi compagnia, come comari indaffarate. Come pure i buoi uscivano in coppia, ben equilibrati come piatti di una bilancia. E anche i pui e le fede uscivano allegramente in gruppo, a claps, liberi e sguinzagliati come ragazzi all’uscita della scuola. Ma lui, el mus, pora bestia, doveva sempre cavarsela nelle fatiche e negli spassi dei suoi padroni, in opprimente solitudine, e passare alla storia come un essere disgraziato, solitario, incompreso, ignorante. A ogni cenno di stanchezza, bacchettate. E come ricompensa, nel cianal una grampa misera e scadente. C’è da sorprendersi che fosse testardo e scontroso? Godeva di un rapporto confidenziale con il suo padrone. Ciononostante doveva tollerare briglie, stanghe, paraocchi, morso, e una robusta bacchetta per essere tenuto a disciplina, cose che a mucche e buoi erano generosamente risparmiati. Così imbrigliato, andava a fa ciane: che noia uscire di mattina presto. A tò la fóia pai cavaliers: quei repellenti vermiciattoli ricevevano più attenzioni di lui. Doveva fare chilometri sempre guardando in avanti, mai di lato, con il paraocchi che era come una muraglia nera che impediva distrazioni. Pora mus... E a molin? Massima tortura. Iiieeee... Doveva affrettarsi anche in salita, con la carretta a pieno carico. E se su la riva del plevan dongia la glesia, el tirava la splenda, e strac, el sperava da fà una palsa... giù una bacchettata per convincerlo a riprendere un buon passo. I preziosi sacchi che portava a casa mandavano un profumo fresco di farine appetitose. Anche la semola che sarebbe finita nel pastone delle galline, o nel beverone delle mucche, sprigionava un aroma invitante. Di tutto quello, niente era per lui. Quello che gli spettavano erano s’ciatus, torsoli secchi delle pannocchie gettati in un angolo della tieda dopo la sgranatura. Cioè rifiuti. Se ti viene un brutto carattere ci sarà pure un motivo, vero? Ma non si lasciava né abbattere né sfruttare più di tanto; non lo mungevano e non elemosinava le cure speciali riservate agli animali delicati: un mus mangia anche paglia, a testa alta, così non deve dire grazie a nessuno. Era un mus furlan senza moine, stava sulle sue, come un vero mus.

Quindi non riceveva carezze, come le mucche che figliavano, perché lui non avrebbe mai scodellato figli da portare al mattatoio per farne fettine da mettere in tavola. Orrore quelle mucche incoscienti: perché non tiravano calci al padrone, come avrebbe fatto lui in casi estremi? Perché si limitavano a burtolà per ore? Se voleva discutere di questo nei momenti di pausa nella stalla, il suono sgraziato della sua voce rovinava la finezza del ragionamento. Da parte sua la mucca lo considerava un asino in tutto e gli rispondeva voltando le terga. A lui non restava che chiudere l’incidente con la classica sbruffata asinina. Non ragliava mai quando veniva maltrattato. Allora, cosa ragliava a fare, quando ragliava? Piangeva su di sé o rideva delle nostre stranezze? L’opinione dei poveracci non conta, pensava lui. Perché sforzarsi a farsi capire? Tanto a nessuno importa niente di me: sono troppo sfavorito dalla sorte. Nella stalla gli destinavano sempre l’angolo più freddo, a ridosso del muro, in vicinanza della porta: tutte le sventagliate di aria gelida erano sue. Non per caso esiste il detto se à inglathat al mus per significare insostenibile temperatura polare. Unico vantaggio della scomoda posizione erano le asperità del muro, che gli servivano come spazzola per strofinare il dorso, cioè volgarmente grattarsi. Magra consolazione. Le mucche invece erano al centro della stalla, come matrone, e godevano di tutti i privilegi. Alla sera venivano slegate e fatte abbeverare

Scomparso dalle scene, qualche raro esemplare pascola oggi tra i nostri colli senza più briglie, stanghe, paraocchi e morso.


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con calma e rispetto, secondo un rito che rifletteva l’antico amore per gli animali. Forse lui non era un animale apprezzabile come gli altri, perché poteva solo bere da un recipiente messo lì occasionalmente, che ogni tanto si ricordavano di riempire. Fedele alle regole del perfetto mus, non si sdraiava mai a riposare, né di giorno né di notte, come fanno i ruminanti al chiuso o all’aperto, i leoni nelle oasi della savana, le galline nel pollaio. Restava sempre in piedi come una sentinella. Ciononostante era considerato campione di lazzaronate. Per la ragione che rifiutava qualunque ordine a lui estraneo o incomprensibile. Quando si impuntava, la sua volontà andava in corto circuito. Nessuno lo smuoveva, a costo di mille sflanconade. Le zampe erano impiantate e inamovibili, come avvitate al suolo. Accadeva ogni volta che lo costringevano a deviare dai percorsi abituali. Quando alla fine si decideva a ripartire, era capace di portare con la carretta tutti nel fosso, se lo pilotavano con disattenzione e inesperienza. La domenica della benedizione annuale degli animali, condotti in piazza in gran parata, era un giorno di amare riflessioni per lui. Sembrava la passeggiata delle razze più prestigiose e fortunate: tutti i bovini ben strigliati, infiocchettati, con nastrini sulle corna, i rametti di alloro sul ciavestre, apparivano nella loro solennità; alcuni cavalli da calesse, trattenuti con sforzo in mezzo alla bassa forza lavoratrice, scalpitavano con impazienza per distinguersi. Il mus, nella sua semplicità, e questa volta libero da paraocchi, osservava i cugini equini malevolmente, ma senza dare nell’occhio. Non era presenzialista come i cavalli, sempre altezzosi nei loro ornamenti luccicanti che lui considerava inutili striamenth. Con la sua aria povera e modesta, guardava, scrutava ed era implacabile nei giudizi: tutto ciò che era al di sopra di un mus, in apparenza e vistosità, non era granché. Solo scena. La sua scala di valori si fermava all’altezza delle sue orecchie, le più lunghe del creato. Sopra di quelle non poteva esserci niente di buono. Naturalmente, tra tutti quegli animali nessuno avrebbe condiviso pensieri da asini all’infuori di un asino. Ve ne erano alcuni lì presenti. Ma con loro non aveva scambiato neppure uno sguardo.

Ogni solitario ignora i suoi simili. Sapeva di passare alla storia come un tipico ignorante, ma non gliene importava molto. Quando gli erano concessi il tempo e la libertà de stravoldese nel cortile, si abbandonava a una ginnastica di capriole liberatorie. Era ridicolo, senza dignità, ma si toglieva tutte le rabbie. Era el mus co’ quatro tocui, roba senza importanza. È scomparso dalle scene e non tornerà più. Nessuno lo rimpiange. Il suo ruolo è stato usurpato da ferraglia costosissima che al posto dei s’ciatus mangia costosissima benzina. Per tirare ancora e soltanto quatro rode. ANNA PINAL

I cavaliers Papà Paolin ritorna a casa tutto contento e mostra alla famiglia l’acquisto fatto. Le figlie più grandi Rosa e Antonietta sanno di che si tratta, ma le due più piccole guardano sorprese e disgustate questi animaletti neri. Sembrano formiche in gran movimento. Sono i cavaliers. Bachi da seta. Improvvisamente via la grande tavola in cucina dove si può mangiare in 24 persone. Si portano giù dal blaver (granaio) le grisiole. Le piccole, Clelia sette anni e Graziosa di cinque, guardano tutti questi preparativi e pensano che ci sia uno sbaglio. Tutto quello spazio per questi vermetti. Nei magreith c’è un campo con tante file di gelsi, sono apposta per i cavaliers. Questi animaletti mangiano le loro foglie. I primi giorni ne bastano poche ma ben presto mangiano e crescono così in fretta che tutta la famiglia è mobilitata. Dopo giorni che si sono divorati carrettate di foglie di gelso finalmente si mettono a digiuno! Altro trasloco, via tutte le cose dal blaver per fare posto a dei covoni di paglia messi in piedi dove possono attaccarsi e filare finalmente i bozzoli di seta. Le piccole guardano con grande soddisfazione la trasferta. Papà Paolin ha lasciato qualche gelso intatto, in modo che si maturino le more bianche e nere delle quali le bambine vanno ghiotte. Per loro i cavaliers non sono fonte di reddito, ma vermetti voraci che mangiano la loro frutta. CLELIA ZAMBON


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Lascito testamentario Angelo Antenore Carlon

La storia Angelo Antenore Carlon nasce a Budoia il 13.11.1906 e, come tanti budoiesi, lascia molto giovane il paese ed emigra negli Stati Uniti, dove la passione per il lavoro, l’intuito e la creatività, lo portano a lavorare sodo e costruirsi così un successo economico. Lontano da Budoia non si dimentica del paese da cui ha avuto le origini, rientrando spesso per godersi la visione delle mai scordate montagne e ritrovare amici e parenti. Non nasconde il suo amore per la Comunità e già dichiara che alla sua morte non si dimenticherà di Budoia. A Budoia, peraltro, sono sepolti i suoi genitori, la moglie Nilde, deceduta nel 1990 ed il cugino professor Carlo, sepolto nella stessa tomba di famiglia. Alcuni anni fa, viene dichiarato non più in grado di intendere e volere, quindi interdetto e sotto tutela del sig. Graziano Carlon, figlio di Carlo, medico a New York, che diventa automaticamente esecutore testamentario. Antenore muore all’età di anni 91, il 12 febbraio 1997. L’esecutore testamentario informa il Comune e la Parrocchia, con due lettere distinte della morte di Antenore e anticipa che alla data dei funerali, previsti per il 17 maggio ’97, si premurerà di consegnare quanto lo zio – così lo chiama testualmente – ha disposto per i due enti. Immediatamente dopo le esequie, il signor Graziano Carlon consegna in cimitero al Parroco di allora sac. Italico Josè Gerometta ed al Sindaco Antonio Zambon, due assegni: per la Parrocchia L. 130.000.000, per il Comune L. 40.000.000, riservandosi di chiudere la partita dopo la contabilità finale. Soltanto nel 1998, viene saldata la partita con altri due versamenti: alla Parrocchia L. 6.000.000, al Comune L. 4.000.000. Quindi, in riepilogo: Parrocchia L. 136.000.000; Comune L. 44.000.000. Invia pure delle ricevute da firmare: il Sindaco firma la propria; il Parroco, in mancanza del testamento, si rifiuta di firmare e chiede più volte di poter conoscere il testo del lascito. Non solo non viene inviato, ma vengono più volte mandate delle ricevute con importi superiori a quanto incassato, sempre respinte da don Italico. Le voci Nel paese, cominciano a circolare voci strane, circa l’entità del lascito, troppo esiguo, rispetto alle reali possibilità di Antenore. Voci così insisten-

L’Amministrazione Comunale e la Parrocchia di Budoia, riconoscenti al budoiese Angelo Antenore Carlon per il gene roso lascito post mortem, desideran o congiuntamente informare i lettori de l’Artugna, voce genuina delle nostre Comunità, circa la situazione creatasi dopo l’apertura del te stamento del defunto e già resa no ta durante l’Assemblea pubblica di febbraio.

ti e calunniose che allarmano non poco il Consiglio per gli Affari Economici della Parrocchia, il parroco e lo stesso Sindaco i quali, per arrivare alla verità, decidono di comune accordo di affidarsi ad un Avvocato esperto e con possibilità di operare negli Stati Uniti. Viene chiamato a svolgere questo compito l’avvocato Massimo Sterpi di Torino, il quale, con non poche difficoltà, sempre sostenuto da documentazione e da alcune persone residenti a New York, riesce a mettersi in contatto con l’esecutore testamentario il quale, afferma di non ricordarsi nulla e che comunque, non ha tempo per occuparsi di queste cose. Viene contattato lo Studio presso il quale è stato redatto il TRUST e, con grande sorpresa, non risulta depositato presso la Probate Court di Palm Beach, ultima residenza di Antenore. Peraltro, sembra non esista una copia del lascito e, comunque, non può essere visionato perché segreto. Ma l’avvocato non demorde e dopo altri contatti, più fruttuosi, riesce ad ottenere una copia parziale del lascito, la corrispondenza intercorsa con il Comune e le ricevute delle due somme incassate dal Sindaco. Esperite nuove indagini, cominciano a saltar fuori notizie più precise in fase di valutarne l’autenticità: come quella che Antenore non paga le tasse negli anni ’94, ’95, e ’97, quindi, il suo patrimonio è ridotto per le altissime multe dovute

Antenore, il primo a sinistra, con amici durante uno dei suoi soggiorni budoiesi.


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Gruppo Famiglia All’epoca giovani pensionati sessantenni

al fisco americano.

22 febbraio 2001: l’Associazione di volontariato «Gruppo Famiglia» cessa di esistere.

Il falso Dal contatto con lo studio legale che ha curato il TRUST escono improvvisamente alcune ricevute, palesemente false ed artefatte: PARROCCHIA L. 172.812.500 con firma di don Italico, ricevuta mai firmata, quindi una falsa ricevuta; COMUNE L. 76.050.000 con dichiarazione: Io sottoscritto Alberto Tonzi, sindaco di Budoia e firmato Antonio Zambon. Risulta peraltro, dalla ricevuta firmata dal Sindaco Alberto Tonzi, che una parte era da inviare all’Asilo di Dardago che, a detta del signor Graziano Carlon, l’asilo non esisteva più e che la quota era stata versata allo stesso Comune. Pertanto le cose non quadrano e i conti non tornano.

Dopo 20 anni d'onorato servizio il Gruppo Famiglia ha delegato il Presidente, Alfredo Zambon Pala, a riconsegnare nelle mani del Sindaco le chiavi dell’aula n.1 della scuola di Dardago. Il Gruppo nacque spontaneamente a Dardago circa 20 anni fa con Don Giovanni Perin mettendo a frutto un’idea di Piero Zambon Sartorel, il quale si prese l’impegno di chiedere, all’allora Sindaco di Budoia, l’utilizzo di un’aula della scuola per farne la sede del Gruppo Famiglia. All’epoca questo gruppo di «giovani pensionati sessantenni», pieni d'entusiasmo ed iniziativa, cominciò a prendersi carico dei bisogni di prima necessità della comunità di Dardago. Ad esempio si offrivano nell’imbiancare l’asilo, nel sistemare l’area verde del sagrato o della canonica o quant’altro ci fosse bisogno. Il lavoro non mancava mai anche perché lo facevano bene, sempre di buon umore e, non senza importanza… GRATIS. Visto che erano così bravi e disponibili, dall’opera manuale si chiese loro di pensare ai piaceri della tavola. Ogniqualvolta erano invitati gruppi per qualche manifestazione o per onorare i caduti o festeggiare qualche ospite essi erano sempre pronti a preparare aperitivi, stuzzichini, bibite e tutto quello che potevano procurarsi, spesso mettendoci anche del proprio. A questo punto ecco l’idea: perché ritrovarci solo per lavoro, pensiamo anche a divertirci. Sistemarono per bene la sede a loro riservata e un passo alla volta da buoni friulani riuscirono, nel corso degli anni, ad attrezzarla di tutto: piatti, bic-

Conclusioni Dalla riunione congiunta tenutasi in febbraio, alla presenza del Legale avv. Sterpi, si è evinta la necessità di andare sino in fondo, non solo per rispettare appieno le volontà di Antenore, ma anche per tacitare le malignità e ripristinare la legalità e la verità. A chi ha messo in piedi questa meschinità, a norma del codice di procedura penale, sono ipotizzabili i reati seguenti: – art. 485 falsità in scrittura privata (ricevuta don Italico Gerometta); – art. 646 appropriazione indebita; – art. 468 contraffazione di pubblici sigilli (timbro del Comune); – art. 640 truffa aggravata ai danni di un ente pubblico. Da ultime notizie da parte dell’avvocato Sterpi, vi è continuazione delle indagini, per risalire al colpevole e l’istruttoria di una denuncia, per la quale il Comune intende rivalersi; la parrocchia valuterà il da farsi. Contiamo di tenervi costantemente informati anche perché abbiamo fatto nostre le parole conclusive della riunione pronunciate dall’avvocato Massimo Sterpi: «Credo, non sia stato reso un buon servizio alla memoria di Antenore Carlon». Effettivamente si ritiene giusto continuare fino alla fine, perché episodi del genere, poco edificanti e meschini, non abbiano a ripetersi. MARIO POVOLEDO

Su incarico del Sindaco Antonio Zambon e del Parroco sac. Adel Nasr

Risposta favorevole dell’Amministrazione Comunale, nel 1983, alla richiesta di utilizzo di un’aula della scuola di Dardago per la collocazione della sede del Gruppo Famiglia.

Venezia. Momenti di serenità e di allegria del gruppo. Nella pagina accanto: a sinistra, con il Gruppo Alpini di Crescenzago, nel 1989. (Foto di Mario Signora) A destra, volti gioiosi per una abbondante vendemmia.


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chieri, posate, pentole, cucine, fino ad arrivare a poter cucinare e servire 60 persone comodamente sedute. Bisogna riconoscere che non è certo uno sforzo da poco, potevano bagnare il naso a molti ristoranti della zona, anche perché i buoni cuochi non mancavano! Nelle feste di S.Silvestro, Epifania, carnevale e in ogni altra occasione le prenotazioni per le cene aumentavano sempre di più: segno questo che la gente si trovava bene, si divertiva e trascorreva ore in serenità. A questo punto l’Associazione Gruppo Famiglia non è più ai primi passi, ma è pronta per spiccare il volo e varcare i confini del Brait: il Gruppo si gemella con gente di Venezia, anch’essi pensionati, organizzano gite turistiche e pellegrinaggi: vanno in Austria, nell’ex Iugoslavia, Sardegna, Sicilia, ed infine a Lourdes e San Giovanni Rotondo. Lo spirito che li accomuna è sempre lo stesso: il divertimento, il farsi compagnia e la solidarietà. Ora tutto questo non esiste più. Già un anno fa il Gruppo lanciò un appello a quelli un poco più giovani «Dateci una mano, abbiamo un’età che da soli non possiamo fare tutto – dicevano – gli acciacchi sono aumentati e non tutti possiamo rendere fisicamente come 15 anni fa. Se ci aiutate noi non molliamo, siamo sempre pronti ad aiutare e partecipare, ma non possiamo più essere in prima linea noi». L’appello è caduto nel vuoto, la mano tesa non ha trovato l’altra per aggrapparsi. Così si è presa la decisione di chiudere. È stato smantellato tutto e tutta l’attrezzatura è stata donata ad un Centro Monastico di Caorle, che molto riconoscenti hanno accolto l’offerta. Certo il disappunto è notevole, le giornate in-

vernali sono lunghe da trascorrere e solo l’idea di avere la possibilità di impegnarsi, di avere un posto dove incontrarsi, dimenticare i malanni e le tristezze, e perché no, divertirsi semplicemente con una cena e quattro salti in compagnia era utile a mantenere lo spirito ed il corpo giovane. Si parla tanto di solitudine dell’anziano, di socializzazione, di volontariato, il Gruppo Famiglia ha fatto la sua parte, ampiamente. Ha lasciato un segno nella storia di Dardago e continua ancora a dare, compatibilmente con le possibilità fisiche che possono avere settantenni e oltre in buona salute. C’è da chiedersi se forse sono riusciti a mantenersi così in gamba proprio perché occupati a godere (o trovare, scegliete voi) del lato positivo della vita, a stare insieme ed insieme affrontare i problemi che la vita non manca mai di elargire in quantità. Se uno di loro aveva bisogno di conforto, aiuto o assistenza sapeva di poter contare su un nutrito gruppo d'amici che non si faceva pregare per dare il proprio contributo. L’amicizia coltivata durante gli incontri conviviali serve anche a questo. Non isolarsi dunque ognuno nelle proprie case, ma cercare l’unione, l’aggregazione (come dicono i giovani d’oggi). È veramente un peccato che la generazione successiva si sia lasciata sfuggire questa occasione, questa mano tesa che avrebbe dato piacere a chi dà e a chi riceve. Spero non abbiano a pentirsene e a rammaricarsene nel futuro prossimo, quando figli e nipoti ormai grandi prenderanno altre strade e toccherà a loro gestirsi il tempo libero che oggi magari è poco, ma abbondante sarà in vecchiaia.

Ringraziamento della Comunità Monastica di Marango, Caorle Ringrazio di cuore il Gruppo Famiglia di Dardago per il bel gesto di generosità. Anche con il vostro aiuto altre persone potranno iniziare un’esperienza di vita più positiva. Con amicizia d. GIORGIO

MARANGO, 10 FEBBRAIO 2001

AIDE BASTIANELLO


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’N te la vetrina

Un folto gruppo di chierichetti – negli anni ’40 – con il parroco don Luigi Agnolutto, sul sagrato della parrocchiale di Budoia. Cercatevi e trasmetteteci i vostri nomi. ( Foto di proprietà di Giuseppe Lachin)

Chi ha a cuore la microstoria del paese collabora con passione e disinteresse. In questo periodo l’Artugna ha ricevuto la disponibilità di un giovane, Giovanni Bufalo, che «ha aperto» generosamente il suo archivio, ricco d’interessanti documenti ottocenteschi di varia tipologia, di foto, di cartoline del nostro Comune, mettendole a disposizione della redazione. In attesa d’inserire la documentazione nel periodico o in altri volumi, vi offriamo un paio di foto del matrimonio di Luigi Cardazzo e Luigia Panizzut, avvenuto nella seconda metà degli anni ’40.

Giovani sposi degli anni ’30: Lucia Angelin Tonela e Giuseppe Ariet. Le figlie Iride e Adelina li ricordano sempre con affetto. (Foto di proprietà di Iride e Adelina Ariet)

SOPRA: Luigia e Luigi con il loro testimone di nozze, Pietro Rigo, nella chiesa di Budoia SOTTO: Gli sposi tra i genitori di Luigi, Vincenzo Cardazzo Roco e Luigia Stefinlongo, nel cortile della loro abitazione.


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El scarper Cesare Bocus de la Rossa di Dardago, nato nel 1897. Da ragazzo imparò il mestiere del calzolaio a Santa Lucia da Luigi Gislon Thibate; quindi, si trasferì a Venezia dal noto artigiano di calzature Mancuso. Dopo un’esperienza alberghiera, ritornò in paese per riprendere il mestiere giovanile in via Cardazzo, in un ristretto locale della famiglia Lachin. Le figlie lo ricordano con affetto. (Foto di proprietà di Luciana e Amelia Bocus)

Il servizio militare: dovere del cittadino. Passati sono quei tempi quando il servizio militare veniva considerato «sacro dovere» al servizio della Patria (18-24 mesi) e non perdita di tempo come oggi – a tutti i costi – si vuol far apparire. Era motivo di orgoglio indossare la divisa militare ed appartenere al Corpo degli Alpini dove, la maggioranza delle «leve» delle nostre comunità ha militato in pace ed in guerra. La vecchia foto (anno 1925/1926) ritrae, alla caserma Cantore di Tolmezzo, seduti da sinistra: Fiori Del Maschio Mosc’ion, Giovanni Carlon (fratello di Antenore) Angelo Del Zotto (Angelin Coth), Angelo Burigana (chiamato Nano) Bastianela, tutti appartenenti alla classe di ferro del 1904. I quattro alpini in piedi sono amici dei suddetti, che non conosco. (Testo e foto di proprietà di Ferdinando Carlon)

La guardia comunale assumeva un ruolo importante nella vita civile di un paese: la difesa del territorio. Fiscale, preciso, rispettoso della legge: era così Toni Giathinto o Toni Guardia ovvero Antonio Del Maschio. Eccolo ad un controllo di normale amministrazione in piazza a Budoia con la sua lucente e rombante motocicletta assieme a Domenico Besa, l’allora macellaio. Erano gli anni ‘50/’60. (Foto di proprietà di Ines Zambon Puppin e di Pietro Del Maschio)


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Segni religiosi nelle vie e nelle case Ci è giunta la segnalazione della presenza di segni religiosi non inseriti nel censimento di una decina di anni fa. Siamo lieti di proseguire la ricerca.

TIPOLOGIA: nicchia UBICAZIONE: Dardago,Via Rui de Col, 14 PROPRIETARIO: Angelo Zambon Rosit ICONOGRAFIA: San Giovanni Battista EPOCA: sec. XIX AUTORE: Pietro Zambon Rosit (1861-1921) MISURE: 0,50 x 0,60 cm ca. STATO DI CONSERVAZIONE: buono DESCRIZIONE. La piccola e raffinata nicchia racchiude una statua lapidea di San Giovanni Battista finemente scolpita, buon esempio di arte minore. NOTIZIE STORICHE. Testimonianze. La famiglia Rosit ha da secoli sfornato artisti del legno e della pietra. L’indimenticabile Giovanni e lo stesso Angelo furono autori di cassapanche e di camere da letto, oltre che di piccole sculture di animali e di altri oggetti eseguite con eccezionale maestria. Pietro, invece, amava scolpire la pietra. Portano il suo nome, oltre che il segno religioso, rimasto all’esterno della casa, e la tomba di famiglia, anche le statue del Mosè e di San Pietro, poste nella facciata della chiesa parrocchiale. E la tradizione continua con Gianni, Riccardo e Massimiliano. INFORMATORE: Gianni Zambon Rosit DATA DI SCHEDATURA: 1999 TIPOLOGIA: affresco UBICAZIONE: Budoia, via Panizzut, 22 PROPRIETARI: Giannina Signora e Mario Povoledo ICONOGRAFIA: Madonna con Bambino EPOCA: XX secolo, 2000 AUTORE: ignoto MISURE: 0,60 x 0,70 cm ca. STATO DI CONSERVAZIONE: ottimo DESCRIZIONE. L’opera moderna è copia di arte rinascimentale. Dolcezza e serenità traspaiono dai volti della Madre e del Bambino. NOTIZIE STORICHE. Testimonianze. Il segno religioso, a ricordo del solenne Giubileo del 2000, fu benedetto da don Adel, nel maggio del 2000, dopo la recita del Santo Rosario. INFORMATORE: Mario Povoledo DATA DI SCHEDATURA: novembre 2000

TIPOLOGIA: nicchia UBICAZIONE: Dardago, Via Rivetta, 8 PROPRIETARI: Famiglia Attilio Bastianello Thisa ICONOGRAFIA: Madonna Immacolata EPOCA: XX secolo, 1962 AUTORE: Attilio Bastianello Thisa e Angelina Bocus Frith MISURE: 100 x 200 cm ca. STATO DI CONSERVAZIONE: buono DESCRIZIONE. Edicola sacra, costruita con sassi del torrente Artugna raffigurante la grotta di Lourdes. NOTIZIE STORICHE. Testimonianze. L’opera fu costruita da Attilio Bastianello come segno di ringraziamento e devozione alla Madonna Immacolata per averlo salvato dalle conseguenze di una rovinosa caduta, avvenuta sul posto di lavoro il giorno 8 dicembre 1935. Le pietre dell’Artugna, utilizzate per la costruzione dell’edicola, furono scelte e trasportate nel cortile di casa dai figli. INFORMATRICE: Melita Bastianello DATA DI SCHEDATURA: marzo 2001


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TIPOLOGIA: nicchia UBICAZIONE: Budoia, via Colli, 9 PROPRIETARIO: Rosetta e Giovanni Gislon ICONOGRAFIA: Gesù Bambino di Praga EPOCA: XX secolo, 1993 AUTORE: proprietario MISURE: 0,40 x 0,50 cm ca. STATO DI CONSERVAZIONE: ottimo DESCRIZIONE. Lineare è la nicchia, protetta da vetro, illuminata e sempre adorna di fiori, che conserva la statuetta di gesso del Bambino di Praga, unicum nel territorio. NOTIZIE STORICHE. Testimonianze. La committente, signora Rosetta Gagliardi, particolarmente devota al Bambino Gesù di Praga, chiesta e ricevuta la grazia nel santuario ligure di Arenzano, promise di far conoscere ai budoiesi questo culto, piuttosto insolito per la nostra zona, e così fece erigere la nicchia nel muro a fronte strada della casa dei cognati Elio e Teresina Gislon. Il sacro fu benedetto da don Alfredo, nel 1993. Il culto del Bambino di Praga si diffuse in Italia nel XIX secolo, ma in Friuli pare essere retrodatato: nella parrocchia di San Giacomo di Rigolato, il culto è presente già nella seconda metà del ’700. Secondo la tradizione orale gli emigranti di Rigolato salvarono da un incendio, in una chiesa di Praga, l’effige del Bambino, e la trasferirono in paese, la cui popolazione l’accolse con fervore ed entusiasmo. La statuetta, in parte di legno (busto e basamento) in parte di cera (testa, mani e mondo), era vestita secondo la tradizione, e, proprio perché addobbata con abiti, l’immagine venne sostituita da una lignea secondo le rigide disposizioni ecclesiastiche. INFORMATRICE: Rosetta Gagliardi DATA DI SCHEDATURA: novembre 2000 a cura della Redazione

Alcune doverose osservazioni Ai numerosi segni di fede e di rispetto del sacro se ne contrappongono altri d’indifferenza e di abbandono o, peggio, di disprezzo. Ne sono esempi la croce de Cial de Mulin, in questi anni ripetutamente profanata, e la Cros de Spinel, attorniata dai cassonetti della spazzatura. Ci si augura maggior impegno civile per la conservazione dei valori religiosi e culturali del paese.

La croce sul Plan de Cial de Mulin, già precedentemente danneggiata ed in seguito restaurata, da un paio d’anni – come risulta dalla foto – è ancora bisognosa di restauro.

Arrivando dalla pianura... ecco come appare la Cros de Spinel.


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Intorvìa la tóla

e a lettric la nostr ia r z e a p r g imon Si rin Ianna S miglie Brigida Spu e ll e d a la ricett

Butholai Ingredienti 1 kg di farina 00 350 g di zucchero 100 g di burro 10 uova (5 intere e 5 tuorli) 1 bustina di lievito 1 bicchierino di rhum 2 fialette di vaniglia un pizzico di sale Preparazione Sbattete le uova con lo zucchero, unite il burro tenuto a temperatura ambiente in modo che sia cremoso, aggiungere il rhum, le fialette di vaniglia, il lievito ed un pizzico di sale. Ottenere un impasto abbastanza compatto ma non troppo sodo. Prendere quindi dei pezzetti di pasta così ottenuta e formare con le mani degli anelli del diametro di circa 7/8 cm. Disporli su una teglia da forno precedentemente unta con del burro e infornare per 15 minuti a forno caldo a 160/170 °C.

N.B. La ricetta ci è stata fornita dalla sig.ra Anna Zava di Vigonovo in occasione della locale «Sagra del Butholà e della Spumiglia».

Spumiglie (meringhe) Ingredienti 4 albumi 70-80 g di zucchero a velo per ogni albume 1 pizzico di sale Preparazione Montare molto bene a neve gli albumi con un pizzico di sale (il tutto deve diventare ben denso).

Aggiungere molto lentamente lo zucchero. Imburrare la placca del forno oppure ungere la carta da forno. Con un cucchiaino oppure utilizzando la tasca di tela per dolci fare dei piccoli ciuffi ben distanziati uno dall’altro. Lasciare cuocere per circa mezz’ora finché sono asciutti. Il forno deve essere appena tiepido (80-100 °C). Staccare dalla placca e lasciare raffreddare.

RINGRAZIAMENTI Nel numero 91 de l’Artugna (dicembre scorso) ci siamo dimenticate di ringraziare il sig. Silvestro Zambon per la sua collaborazione nell’averci gentilmente fornito la ricetta «Trippe di casa nostra». AIDE E MELITA BASTIANELLO


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Cronaca

I COMUNS DE LE ALPI AL VIA

Di turismo rurale con prospettive e concrete possibilità di evoluzione si parla per tre giorni – dall’8 al 10 marzo – con inizio a San Floriano di Polcenigo e prosecuzione a Comeglians, in Carnia. Si tratta di un convegno organizzato dalla Rete di Comuni «Alleanza nelle Alpi», una realtà di collaborazione tra comuni alpini emergente in questi anni, il cui precursore è proprio il nostro sindaco, Antonio Zambon. L’obiettivo è di promuovere lo sviluppo sostenibile a livello comunale, dotando i Comuni partecipanti – italiani, austriaci, tedeschi, svizzeri, sloveni – di strumenti metodologici quali l’elaborazione di politiche e programmi ambientali, la costituzione di team per la realizzazione di sistemi di gestione e di verifica ambientale. Il convegno vuole rappresentare non solo un momento di sintesi del lavoro svolto, ma anche una riflessione di prospettiva su un possibile modello di sviluppo da proporsi e sostenere nell’ambito della programmazione comunitaria Interreg III 2001/2006. Proprio al Comune di Budoia viene affidato l’incarico di coordinamento del progetto; inoltre la Regione Friuli Venezia Giulia lo convoca – unico comune in regione – per la partecipazione ad un incontro con la Regione Lombardia per programmare il futuro di Interreg.

I CONSILIERS DE LA PRO LOCO

In febbraio viene eletto il nuovo consiglio della Pro Loco: il neo presidente è Davide Fregona, il vice presidente Gian Pietro Fort. Il comitato di presidenza annovera alcuni volti nuovi, anche se, con lo scambio di cariche tra vice presidente e presidente, non ci sono particolari cambiamenti al vertice. Questa scelta, appoggiata da tutto il consiglio, vuole anche indicare che il programma e gli intenti dell’Associazione, pur puntando ad un continuo miglioramento, rimangono sostanzialmente fedeli alla tradizione degli anni scorsi. A ciascun consigliere è assegnato un settore a cui dedicarsi più specificamente, in funzione

delle attitudini e degli interessi personali. L’organigramma dell’associazione prevede che il presidente funga da coordinatore. C’è un ufficio di segreteria, costituito da una segretaria (Maria Antonietta Torchetti), una cassiera (Patrizia Bettin) e un’addetta stampa (Marta Zambon). Maurizio Carlon, Andrea Del Maschio, Luigino Morson, Paolo Puiatti e Sonia Varnier formano il gruppo responsabile della gestione delle attrezzature, dei lavori e installazioni. Gian Pietro Fort, Pietro Donadel e Michele Graniero si occupano della ristorazione. La promozione turistica e ambientale è affidata a Alessandro Baracchini e Stefano Zambon, mentre la promozione della cultura sarà compito di Davide Fregona e Aldino Carlon. Ruoli più specifici saranno assegnati in occasione di singole iniziative, tra cui la Festa dei Funghi e dell’Ambiente. Naturalmente non si tratta di una rigida divisione in comparti, perché è scontato lo spirito di collaborazione che deve stare alla base di tutte le iniziative.

DARDAC, BUDOIA E SANTA LUTHIA

Il 30 Aprile 2000, si è svolto il Congresso Nazionale FIDAS. Le sezioni di Budoia, S. Lucia e Dardago hanno partecipato con alcuni rappresentanti al Congresso nazionale FIDAS che raggruppa le varie sezioni sparse in tutta Italia.

Volti femminili tra i labari delle sezioni di Donatori di Sangue.


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A PADOVA PA’ COGNOSSE GIOTTO Nel programmare le attività del 2001 la Pro Loco ritiene fondamentale il rispetto dei soliti obiettivi, favorendo l’incontro, la sensibilizzazione culturale e ambientale, e la promozione turistica del territorio, con la valorizzazione delle sue tradizioni e del patrimonio naturalistico. Sotto il versante culturale, il primo appuntamento è per il 1° aprile, in occasione della mostra «Giotto e il suo tempo»: alla gita aderiscono otre 50 persone. Il programma prevede l’arrivo a Este verso le 9.00 per una breve sosta nella suggestiva e storica cittadina; seguirà la visita al museo dei Colli Euganei di Cinto. Il pranzo si tiene in un ristorante a Bocon di Vo con la degustazione di un menù tipico della zona. Nel pomeriggio si parte alla volta di Padova, per meglio conoscere le opere e il contesto storico culturale del famoso artista.

DHENT NO´VA L’andamento demografico comunale è in crescita. Tante persone, scegliendo i nostri paesi per vivere tranquillamente, ristrutturano vecchie abitazioni di sasso o ne acquistano di nuove. In questi giorni i prati di via de la Madoneta, a Budoia, stanno cedendo il posto ad una nuova lottizzazione, in cui sorgeranno delle villette. Anche nell’edificio ad uso albergo di via Bianco, rimasto incompleto negli anni ’70, riprendono i lavori, così pure lo Chalet Belvedere subisce una radicale ristrutturazione e sarà riaperto ai primi tepori primaverili.

BON SEGNO! Candide chiazze su esili trampoli zampettano fin dalle prime luci dell’alba tra i campi scuri di terra appena arata: sono due splendidi esemplari di airone che hanno scelto di svernare nella nostra campagna, accanto ai ruderi della ciasa mata de Carlon, attirati dal primo tepore di primavera anticipata. Altrettanto fece una coppia di cicogne, un paio di anni fa.

MEIO IN LIGONT CHE SU LA PEDEMONTANA Da un po’ di tempo non è tanto difficile trovare qualche cinghiale nelle nostre zone. Ci si può imbattere in qualche esemplare di questi maiali selvatici tra i boschi del Ligont o sulle pendici della Brognasa; normalmente scappano e quindi l’incontro può anche risultare piacevole. Non così per Giampietro Sanson che i cinghiali se li è trovati sulla Pedemontana proprio mentre transitava con la sua Saab. Nonostante la frenata, non ha potuto evitare di investirne uno: l’animale è morto e la macchina è stata fortemente danneggiata. Tanta paura e tanti milioni da pagare in carrozzeria: è stato proprio uno spiacevole incontro.

Cantieri aperti in via Bianco e allo Chalet Belvedere in Val de Croda


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Opera lignea di Angelo Michelin, raffigurante il pellicano, simbolo dei donatori di sangue.

ANCIAMÒ LAVORS IN GLESIA Continuano a ritmo serrato i lavori di risistemazione all’interno della chiesa di Budoia. Grazie anche alla generosità della nostra gente è terminata l’imbiancatura delle sacrestie e degli ingressi laterali della chiesa da parte del pittore edile Giorgio Varnier; nella sacrestia è tornato alla sua funzionalità il capiente ed antico armadio che custodisce i parametri sacri ed alcuni altri suppellettili (cassapanche e porte di collegamento). In previsione dell’inizio lavori della Casa della Gioventù, la seconda piccola sacrestia è stata adibita a studio del parroco, ove potrà ricevere ed intrattenere la gente. Rinnovate pure la toilette, grazie alle abili mani dell’idraulico Angelin Luigi il quale, ha offerto a titolo gratuito le oltre 160 ore di lavoro e sistemato gli stendardi dei vari altari, con nuovi fissaggi in ferro battuto. È in fase di lavoro anche la seconda sacrestia che sarà adibita a Cappella feriale e della Riconciliazione (confessioni), grazie al lascito testamentario del prof. Signora; sarà intitolata alla memoria dei fratelli mons. Aurelio e prof. Mario Signora. La Parrocchia desidera ringraziare non solo Luigi Angelin, ma anche Lucio Carlon Fassiner, il quale, in questi tre anni di lavoro della chiesa ha gratuitamente custodito presso il dismesso opificio i banchi ed altre suppellettili, Rosetta Gagliardi Gislon e Teresa Santarossa Gislon per la custodia dei parametri sacri. In questi primi giorni di Quaresima sono state collocate nel suo originario sito le stazioni della Via Crucis, restaurate dalla dott.ssa Gherbezza di Udine.

AFDS DEL COMUN Domenica 22 ottobre 2000 si è svolta a Dardago la tradizionale Festa del Donatore, organizzata dalla sezione AFDS di Dardago insieme alla sezione di Budoia–S. Lucia. Durante la messa, accompagnata dal coro di Dardago, significativo è stato il dono di un pellicano di legno realizzato dall’amico Angelo Michelin. Numerosa è stata come sempre la partecipazione della comunità, meno numerosa, purtroppo, le presenza dei rappresentanti delle altre sezioni della Provincia, a causa della concomitanza, di altre feste del Donatore.

I CANAIS IN BIBLIOTECA

M. POVOLEDO

W LE MASCARE Tempo di carnevale, tempo di maschere e di divertimento. Sul carro e trattore addobbati, Marcello Callegari fa salire bambini e ragazzini insieme a don Adel e a suor Albertina. Al seguito, genitori, nonni, parenti, simpatizzanti. Il corteo si snoda lungo le vie di Budoia, Santa Lucia e Dardago, tra le pungenti raffiche di bora degli ultimi giorni di febbraio. Complimenti al gruppo di genitori che, periodicamente, si impegna ad organizzare attività ricreative per i ragazzi.

La biblioteca civica «mons. Lozer» entra nelle classi della scuola materna ed elementare. L’obiettivo della responsabile – dott.ssa Anna Puiatti – è far scoprire agli alunni i diritti dell’infanzia secondo quanto stabilito dalla Convenzione Internazionale, approvata dall’ONU. Attraverso la lettura animata di testi, i bambini pervengono alla realizzazione della carta dei loro bisogni. È importante acquisire, contemporaneamente, anche la carta dei loro doveri.


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Pillole di saggezza Parlando del più e del meno con altre signore in attesa di iniziare le prove con Emanuele Lachin, si criticava quella sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione per quel padre che nel 1990 aveva mollato un ceffone al figlio minorenne che aveva il vizietto di appropriarsi di denari non suoi. Mi è venuto in mente che nel ’46 o ’47, quando avevo appunto 6 o 7 anni, mio padre mandò me e mio fratello, che ha due anni meno di me, a comprare qualcosa dal tabaccaio. Aspettando di essere serviti, ci guardavamo in giro e notammo delle grosse caramelle rosa che ci guardavano da un cestino. Caramelle così non ne avevamo mai viste! Allungai la mano e ne presi due: una anche per il mio fratellino. Quando tornammo a casa, andammo ad imboscarci in un cortile vicino e cominciammo a mangiare la nostra caramella; ma mangia, mangia, questa caramella non finiva mai (e fu così che scoprimmo il chewing gum). Dopo un po’ nostra madre cominciò a chiamarci: Cicci... Ciccio... Mentre io tacevo, mio fratello gridò: siamo qui che mangiamo la cicca americana. Cominciarono gli interrogatori e mio fratello confessò subito: la Cicci l’ha rubata dal tabaccaio! Mio padre mi chiese con che mano l’avevo rubata e, quando gli mostrai la destra, me la picchiò più volte. Ancora oggi non posso che ringraziarlo per la lezione impartitami. MARIA ANTONIETTA TORCHETTI

’N TE LA CASERA DE VAL DE LAMA

Preghiera per nonna Attilia

La malga el masonil de Val de Lama furono – per secoli – luoghi di duro lavoro dei nostri antenati. Oggi, da luglio ad ottobre, a 1108 metri di altitudine, funziona il fogher de la casera per uno spuntino agrituristico biologico e per pernottamento in camerata tra la quiete dei monti. Si raggiunge a piedi e in mountain bike su un panorama mozzafiato. All’arrivo ci sono sdraio per l’abbronzatura, giochi da tavolo, libri a volontà e animali domestici e non. È un tuffo nella natura e nelle tradizioni.

Ti affidiamo, Signore, la nostra nonna Attilia, certi che tu saprai apprezzare la sua bontà e la sua generosità che la hanno resa cara a tanti durante la sua vita tra di noi. Ti ringraziamo, nonna, per la tua disponibilità, per il tuo altruismo e per tutto l’amore che ci hai donato e che conserveremo per sempre nei nostri cuori. Proteggi, Signore, l’anima della nostra nonna Attilia, certi che la terrai con te nel cielo dei buoni. FRANCESCO, SILVIA, GIANMARCO, RICCARDO, MASSIMILIANO, DAVID, ALEXANDRA.


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Inno alla vita... Matea Bastianello con i suoi genitori, Petra e Attilio, e con don Adel, il giorno del suo battesimo.

Ornella Zambon e Giovanni Calderan, il giorno del loro 50째 anniversario di matrimonio

Gruppo di quattro generazioni: Silvia Zambon con Beatrice, Costantina Zanus Perelda, Italia Bastianello Thisa, Eliana Zambon con Manuela


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I ne à scrit

Florida, 22 febbraio 2001

Carissimi, proprio oggi ho ricevuto la vostra bella rivista. È fatta molto bene e mi devo congratulare con voi tutti. È un bel lavoro sono cose che ci mantengono attaccati alle radici. Pregate per noi tutti, frati che lavoriamo qui. A luglio, probabilmente, avremo con noi quattro suore che lavoreranno nella scuola cattolica e nella parrocchia. Ciao a tutti. P. ANTONIO FORTUNATO

Caro Padre Antonio, siamo contenti che abbia apprezzato l’Artugna. Si fa quel che si può! Abbiamo appreso dal vostro notiziario delle molte iniziative della parrocchia della Transfigurazione. Penso che anche noi dobbiamo imparare molte cose. Complimenti e… avanti sempre col Signore.

Granada, 10 marzo 2001

Carissimi lettori e collaboratori, un caloroso saluto unito ai miei più sinceri auguri di Buona Pasqua. Un saluto al Signor Parroco. DON ITALICO GEROMETTA

Carissimo Don Italico, siamo lieti di avere sue notizie e di apprendere che l’Artugna alberga nei suoi pensieri. La ringraziamo e ricambiamo auguri cordiali di Buona Pasqua.

Porcari (Lucca) 22 gennaio 2001

Cara l’Artugna, te so propio brava a core drio ai to furlans, che i va in giro pa ’l mondo, ància se un fià manco de ‘na vólta, parchè i é un fià de manco e parchè i sta un fià miéi dei nostre veci intor al fogher. I era tant puoreti, che me nona cuerdheva le bronthe co la thenisa pa sparagnà i fuminanti a impithà el fuoc. I postins i te porta ancia in Toscana, vithin a Lucca, un là che stae adhés. Co te védhe, te liédhe dhut de un flat, perché

el furlan dei me paes no l’àe dismintiàt, ància se cadhò dhuti (ància i cians e i giàt) i parla pa’talian. Son un fià massa lontan, ma veve tanta guoia de vegnì a fà i thinquanta ains de Messa insieme con Don Nillo. Invethe lui li fa in Paradiso e mi cadhò. E Padre Luigino Da Ros i so vintithinque al cialt de l’Africa. I nostri paesani i è semenadi un fià dapardhut. Te ricordeto el vescovo Domenico Comin che l’era in America? El mal de lavorà l’avon in tel sanc. Dhute le piere de le nostre ciase vecie le vigneva da la Val Granda, portade co sguoitha e carete. Ma son boni de pensà ancia a chéi altres. I conta che dopo el teremoto del 1976 da nealtre, le vegnùt ancia in Campania e i nostri i é dhudhi a dà una man. Co i à tiràt fora un da sote la so ciasa, l’avéa bisoin de trasfusion. Un furlan al à oferto el soo, ma el malàt el disèa: «No, no lo vuòe» «Parché?» l’à domandàt el dotor. «Lui ‘l à el lavoro in tel sac e dopo me tòcia lavorà ància mi». Elo soltanto barzeleta? Basta liedhe i giornai de’ sti mesi che i dhis che al Sud al è la disocupathiòn e al Nord mància i operai. Proprio vero chel che diséva Cavour: «Al è fata l’Italia. Adhes bisogna fà i Italians!». (ma pense: no i Furlans!) P. RITO L. COSMO

Porcari (Lucca) 22 gennaio 2001

Cara la me Artugna, I pan e vin no sae se i li fa ancia adès. La sera prima de la Befana, co le ciane de sarturc se fea dei pan e vins e se li impithava parchè i Re Magi i vedés la strada par dhì a Betleme. Ogni contrada la fea el sio e dopo thena se se ciatava insieme, se dea fuoc e se ciantava: «Pan e vin! Che Dio ne mande del pan e del vin!» Ancia un momento de alegria l’avea la so devothiòn. P. RITO L. COSMO

Caro Padre Rito, grazie delle belle parole e della sua costante collaborazione. Congratulazione per i suoi 50 anni di messa. Che bello sarebbe stato festeggiarli insieme a don Nillo! Ma «l’uomo propone e il Signore dispone». I panevin bruciano ancora la sera del 5 gennaio, ma l’atmosfera non è più quella che lei ricorda. Si vuol salvaguardare la tradizione, ma si dimentica la devozione.


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Mogliano Veneto, 10 marzo 2001

Diego Patron e Ivana Basso annunciano con gioia la laurea in Lettere e Filosofia della loro figlia Lara all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

DAI CONTI CORRENTI Per l’Artugna 2001 con gli auguri più sinceri MARIA ANGELIN – TRIESTE

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I più fervidi e sinceri auguri a tutta la comunità e alla redazione de l’Artugna. SILVANA ZAMBON – ROMA

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Jamaica - Montego Bay, 24 febbraio 2001

Tanti Auguri per 2001. Avanti! Via, nel nome del Signore. ALFEO MARIN CEP – MESTRE

Spett. Redazione, ho ricevuto in data odierna l'ultimo periodico de l'Artugna e ve ne sono molto riconoscente per la Vs. pronta spedizione, anche se in effetti ci sono voluti due mesi prima che raggiungesse questa spettacolare isola Caraibica piena di verde ed attorniata da un mare cristallino che io ammiro dalla veranda dove abito, in collina. Qui fa caldo tutto l'anno e quindi non ho bisogno di accendere di sicuro stufe, o tantomeno di fasciarmi con pellicce, sciarpe ecc. Non ho certo bisogno di spiegarVi cosa faccio in questa isola, anche perché sarete di certo informati da mia mamma o da mio fratello Mario che ringrazio loro di cuore per avermi abbonato a l'Artugna. Il periodico l’Artugna è pieno di culture vecchie e nuove tutte da scoprire così mi è bastato aprire la busta ed in una sola e pacifica ora sono riuscita a divorarla. Aspettando il prossimo numero, Vi invio i miei più cari saluti ed una felice Pasqua anche se chiaramente molto anticipata a tutta la Redazione. ManteneteVi sempre così attivi. Ciao a tutti dal caldo della Jamaica......!

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Buon lavoro per il 2001!

ANNA JANNA – MILANO

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Un bravo a tutta la redazione de l’Artugna. Auguri. LUCIANO BESA – BOLOGNA

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Auguri di buon lavoro e cordiali saluti. MARIO AGOSTI – REGGIO EMILIA

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Saluti e auguri.

AURELIO ZAMBON – MILANO

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Auguri di buon lavoro a tutta la Redazione. DONATELLA ANGELIN – MILANO

Saluti e auguri a tutti.

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GIOVANNINA ZAMBON – BROZOLO (TO)

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Buon anno a l’Artugna il torrente della mia infanzia. PIETRO COVRE – TRIESTE

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Cordiali saluti.

ANGELO E GIUSEPPE ZAMBON – VERONA

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Buon lavoro e complimenti per la rivista: è proprio bella. NADIA MARAVIGNA – MONZA

DIANA POVOLEDO

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Buon 2001 a tutti.

BRUNO GAGLIARDI – VENEZIA LIDO

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Cologno Monzese, 17 marzo 2001

Con un cordiale augurio per il vostro ammirevole lavoro! GIOVANNI ZAMBON – VENEZIA

Tanti cari saluti a tutti voi della redazione de l'Artugna, colgo l'occasione di questo nuovo mezzo per segnalarvi la nascita della mia seconda figlia, di nome Marzia. Vi faccio tanti auguri di buon lavoro e anticipatamente, di buona Pasqua.

Il mio contributo per l’Artugna. Buon proseguimento!

MONICA VETTOR E MAURO PENNA

MARIA LILLIANA PATRON DEL MASCHIO – TREVISO

Grazie per l’Artugna!

* PALMIRO DE MAIO – BUDOIA

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Palsa

Alla ricerca della luce

Gli occhi dell’anima Due uomini, entrambi gravemente ammalati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. Uno dei due doveva sedersi sul letto un’ora al giorno durante il pomeriggio per respirare meglio. Il suo letto si trovava di fianco all’unica finestra della stanza. L’altro uomo era costretto a passare supino le sue giornate. I due compagni di sventura si parlavano per ore. Parlavano delle loro mogli, delle loro famiglie, descrivevano le loro case, il loro lavoro, la loro esperienza al servizio militare ed i luoghi dov’erano stati in vacanza. Ed ogni pomeriggio, allorché l’uomo nel letto vicino alla finestra si poteva sedere, passava il tempo a descrivere al suo compagno di stanza tutto quello che vedeva fuori. L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere nient’altro che per questi periodi di un’ora, durante i quali il suo mondo si apriva. Dalla camera, la vista dava su di un parco con un bel lago. Le anatre ed i cigni giocavano nell’acqua, mentre i bambini facevano navigare i loro modelli di battelli in scala. Gli innamorati camminavano a braccetto in mezzo a fiori dai colori dell’arcobaleno. Degli alberi secolari decoravano il paesaggio e si poteva intravedere in lontananza la città profilarsi. Mentre l’uomo alla finestra descriveva questi dettagli, l’altro chiudeva gli occhi e si immaginava le scene pittoresche. Durante un pomeriggio, l’uomo alla finestra descrisse una parata che passava lì davanti. Sebbene l’altro uomo non avesse potuto udire l’orchestra, riuscì a vederla con gli occhi della propria immaginazione, talmente il suo compagno la descrisse nei minimi dettagli. I giorni e le settimane passarono. Una mattina, l’infermiera trovò il corpo esanime dell’uomo vicino alla finestra, palesemente morto nel sonno. Rattristata, chiamò gli addetti alla camera mortuaria perché venissero a ritirare il corpo. Non appena sentì che il momento fosse più appropriato, l’altro uomo chiese se poteva essere spostato in prossimità della finestra. L’infermiera, felice di potergli accordare questo favore, si assicurò del suo comfort e lo lasciò solo. Lentamente, sofferente, l’uomo si sollevò un poco, appoggiandosi su un sostegno, per gettare un primo colpo d’occhio all’esterno. Finalmente, avrebbe avuto la gioia di vedere lui stesso quanto il suo amico gli aveva descritto. Si allungò per girarsi lentamente verso la finestra vicina al letto... e tutto ciò che vide fu un muro! L’uomo domandò all’infermiera perché il suo compagno di stanza gli avesse dipinto tutta un’altra realtà. L’infermiera rispose che quell’uomo era cieco e che non poteva nemmeno vedere il muro. «Forse ha solamente voluto incoraggiarvi», commentò. ROBERTA

Auguri di Buona Pasqua! «Alla ricerca della luce». Questo è il titolo del bozzetto che il dardaghese Ruggero Zambon – da anni residente in Svizzera – ci ha inviato per porgere a tutti i lettori de l’Artugna gli auguri per la Santa Pasqua d’inizio millennio. L’autore esprime il profondo desiderio dell’uomo di elevarsi dalle tenebre alla ricerca della Vera Luce divina.

Bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 91

entrateuscite

Costo per la realizzazione + sito Web Spedizioni e varie Entrate dal 12/12/2000 al 13/3/2001

6.764.000

Totali

6.764.0008.201.000

Differenza

7.300.000 901.000

1.437.000


39

Avvenimenti

Nascite

Matrimoni

Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di:

Hanno unito il loro amore: felicitazioni a…

Ettore Ansilio di Angelo e Manuela Zambon–Mestre/Venezia Nicolò Zambon di Paolo e Anna Maria Re – Milano Matea Bastianello di Attilio e Petra Pavic – Milano Sara Puiatti di Armando e Erica Gandin – Sacile/Pordenone Rocco Carlon Targa di Oscar e Tiziana Carlon – Padova Greta Carlon di Diego e Isabella Bariani – Venezia Marzia Penna di Mauro e Monica Vettor – Cologno Monzese/Mi Ashley Cari di Mauro e Anita Hudorovic – S.Lucia Ivan Kahol di Nabil Khalil e Francesca Callegari – Budoia Maraja Bottecchia di Ivan e Annarita Calderan – Dardago Alessandro Quaia di Vanni e Cora Carlon – Budoia David Andreazza di Massimo e Salima De Re – Budoia Maria Dorigo di Lucio e Cristina Sempere Montes – Dardago Lisa Bosser di Dario e Silvana Pagnucco – Dardago Alessandra Greco di Filippo e Letizia Gallo – Budoia Roberto Palmieri di Massimiliano e di Sabrina Bonanno – S. Lucia Marco Turri di Sandro e Lorella Varnier – Verona

Ottaviano Conzato con Antonella Maccioccu – Dardago Mckinley Lamont Taylor con Lucia Marinai – S.Lucia Stefano Cozzi e Sandra Dotta – Dardago

I nominativi pubblicati sono pervenuti in Redazione entro il 22 marzo 2001. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

* Nozze d’oro Giovanni Calderan e Ornella Zambon – Dardago

Lauree

Defunti

Complimenti...

Riposano nella pace di Cristo: condoglianze ai famigliari di…

Francesco Busetti – Chimica Industriale – Scorzè/Venezia Laura Patron – Lettere e Filosofia – Mogliano Veneto Andrea Zorzetto – Economia e Commercio/Sacile

Renato Zambon di anni 42 – Milano Ezio Bastianello di anni 53 – Milano Fausta Janna di anni 80 – Dardago Gina Grigoletto di anni 81 – Aviano Luigia De Lorenzo di anni 79 – Budoia Liberale Carlon di anni 91 – Budoia don Nillo Carniel di anni 74 – S. Lucia Attilia Busetti di anni 78 – Dardago Felice Bernardis di anni 77 – Budoia Emilio Basso di anni 92 – Dardago Orsolina Menegoz Ursol di anni 92 – Dardago Bruno Zambon di anni 70 – Dardago Maria Zambon di anni 79 – Castelfranco Mario Cecchin di anni 77 – Tarquinia Bruna Redolfi De Zan di anni 71 – Aviano Edoardo Zambon di anni 66 – Inghilterra Teresa Zanus Michiei di anni 82 – Castel d’Aviano Cesare Mario Burigana di anni 67 – Samoggia/Sondrio Santa Del Maschio di anni 88 – Dardago Tullio Besa di anni 51 – Sarcedo/Vicenza Iolanda De Zan di anni 87 – Aviano Luigi Carazzina di anni 70 – Budoia Antonio Zambon di anni 81 – Dardago Luigia De Lorenzo di anni 79 – Budoia Paolo Biscontin di anni 75 – Budoia Pietro Ianna di anni 73 – Dardago

IMPORTANTE Giungono talvolta lamentele per omissioni di nominativi nella rubrica Avvenimenti. Ricordiamo che la nostra fonte di informazioni sono i registri dell’Anagrafe comunale. Pertanto, chi è interessato a pubblicare nominativi relativi ad avvenimenti fuori Comune o relativi a particolari ricorrenze (nascite, nozze d’argento, d’oro, risultati scolastici, ecc.) è pregato di comunicarli alla Redazione.


Farfalla · Melitaea Phoebe Foto di Sergio Vaccher - Pordenone Canon Eos 1V obb. 180m f 3,5 Velvia È ormai noto che le farfalle sono indis solubilmente legate al mondo della natura e che ne rivelano i diversi mutamenti. Lo sviluppo della farfalla è tra i più complessi che in natura si conosca, infatti il primo stadio è rappresentato dalle uova che possono essere di forme diverse, alla schiusa si formano le larve chiamate anche bruchi che per nutrirsi scelgono piante ben precise. L’ultima fase è chiamata muta durante la quale il bruco resta apparentemente immobile, però in realtà al suo interno avvengono profondi processi di trasformazione che porteranno alla nascita della farfalla adulta, che si ciba posandosi sui fiori.

O Associazione Fotografi Naturalisti Italiani Sezione Friuli Via della Liberazione, 6 · 33070 Budoia / Pn Tel. 0434/654322

l'Artugna 92-2001  

Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia Anno XXX Aprile 2001 Numero 92