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l'Artugna 113-2008

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Anno XXXVII · Marzo 2008 · Numero 113

Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

Visita Pastorale Storico incontro con il papa e il re saudita

Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Un’emigrazione lunga secoli

Auguri alla «prima cittadina» di Dardago


di Roberto Zambon

[ l’editoriale ]

L’ignoranza ha vinto alla Sapienza Noi italiani sappiamo come farci dedicare qualche titolo in prima pagina sui giornali stranieri. Di solito parlano poco di noi e quasi sempre male ma, ammettiamolo, siamo davvero bravi a fornir loro lo spunto. Di recente, oltre alla consueta crisi politica e alle immondizie di Napoli, un’università romana, di fatto, ha rifiutato la visita del Papa! Ricordiamo brevemente i fatti dello scorso gennaio. Il Rettore dell’Università La Sapienza di Roma aveva invitato Benedetto XVI ad intervenire alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico. Apriti cielo! Un gruppo di docenti, una minoranza, prima con una lettera allo stesso Rettore poi con vari interventi sulla stampa e alla televisione si sono scagliati, «in nome della laicità della scienza», contro la visita del Papa. Naturalmente, gruppi di studenti ne hanno approfittato per creare una sarabanda di cortei, manifestazioni, slogan più o meno sensati, a favore della libertà della scienza e per impedire al Pontefice di parlare nella «loro» università. Tra le tante assurdità, quella che mi ha colpito è l’arroganza e la supponenza di quegli studenti che urlavano slogan in difesa della scienza. C’è da scommettere che la maggior parte di loro vivacchia infruttuosamente da mesi e anni all’università col il solo riusultato di essere una spesa per le loro famiglie e per la collettività. Altro che paladini della scienza! In poco tempo, quel clima di colpevole e incivile intolleranza si è talmente infuocato tanto che Benedetto XVI ha ritenuto opportuno annullare la visita. E in questo modo al Papa, già professore universitario e riconosciuto come uno tra i più grandi teologi contemporanei, è stato impedito di parlare ai docenti e agli studenti di un’università romana, quando, al giorno d’oggi, gli atenei invitano tutti,

sportivi, musicisti, comici, esponenti politici e religiosi. Ma di cosa avevano paura quei professori e quegli studenti, veri campioni di intolleranza e di ignoranza? Avevano paura delle parole del Papa? Ecco come terminava il discorso che Benedetto XVI aveva preparato per l’occasione. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Avevano paura di queste parole? Per non sentire queste parole urlavano i loro slogan? Oggi è di moda urlare. E insultare. I dibattiti televisivi sono diventati una palestra di urlatori dove si fa a gara tra chi urla di più: lo spettacolo è penoso e indecoroso, un vero inno alla mancanza di argomenti validi, all’intolleranza e all’ignoranza. Proprio come quella che ha vinto alla Sapienza. Passiamo molte ore, troppe, davanti al televisore: impariamo, almeno, a diffidare da chi urla, cerchiamo di non accettare passivamente le «verità» urlate! La nostra intelligenza e il ragionamento devono aiutarci a filtrare e a scegliere tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che merita veramente attenzione e ciò che è spazzatura di frasi vuote di personaggi che tentano in tutti i modi di ammaliarci. 2


«Perchè mi hai veduto, Tommaso, hai creduto. Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». (Gv 20,29)

la lettera del

Plevàn

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù che ci ha donato il suo Corpo e il suo Sangue nell’ultima cena il Giovedì santo, che è salito al calvario per consegnarsi alla morte di croce il Venerdì santo e sepolto il Sabato santo, è veramente risorto e lo attendiamo finchè Egli venga. Questa è la nostra fede! Nella sua grande misericordia, Dio ha disposto che la Croce, sulla quale spirò il suo Figlio, diventasse per gli uomini sorgente di vita, segno di speranza, promessa di vittoria. Dal legno della Croce è venuta la gioia e la salvezza in tutto il mondo.

La Veglia pasquale del Sabato santo ci aiuta a fissare lo sguardo sul Risorto glorioso; da Lui promana la luce vera che rischiara il mondo. Il Signore è passato dalla morte alla vita e ha così messo la parola fine anche sulla morte, aprendo le porte del Paradiso a tutti. Pasqua, la tomba vuota, lo stupore dei discepoli, la novità imprevista di una nuova vita. È la festa della nostra fede, la causa del nostro credere. Non dobbiamo essere dubbiosi come Tommaso; anzi pieghiamo le ginocchia in adorazione e come lui esclamiamo convinti: «Mio Signore e mio Dio». Mentre la nostra vita scorre, con i suoi alti e bassi, l’unico a rimanere fermo sulla sua promessa è Gesù, che rimane con noi, sempre, fino alla fine. Celebrare la Pasqua significa ricordarci che nulla andrà mai perduto, che tutto di noi sarà salvato. Che nel trascorrere dei giorni, degli anni, dei secoli, niente e nessuno ci potrà portare via ciò che non appartiene al tempo: l’amore di Dio per noi! Dinnanzi alle nostre porte chiuse, alle nostre insensibilità, ai nostri tradimenti, ai nostri no, Gesù non si ferma, viene sempre a noi e ci dona la pace vera. Alla nostra incredulità risponde con pazienza e ci fa sentire la sua voce rassicurante: «Non temete, sono io. Chi mangia di me, vivrà in me». All’inizio della Quaresima le nostre comunità hanno accolto il Vescovo Ovidio Poletto in Visita Pastorale. Egli è venuto, da successore degli Apostoli a confermarci nella fede, a incoraggiarci a non aver paura e a fidarci di Dio. Lo abbiamo accolto con grande gioia; ha visitato le nostre realtà, i nostri anziani e ammalati, ha accolto i piccoli, i giovani e i loro genitori e si è intrattenuto con la nostra gente. Ora sta a noi, mettere in pratica quanto abbiamo udito, vivere da cristiani maturi e convinti la nostra fede, partecipare attivamente alla vita della parrocchia, frequentando la domenica la Santa Messa. A tal proposito ringrazio le Comunità Parrocchiali, i miei collaboratori dell’aiuto perchè la Visita Pastorale riuscisse in tutti gli incontri stabiliti. A tutte le famiglie di Budoia, Dardago, Santa Lucia, ai lettori de l’Artugna l’augurio cordiale: «Cristo risusciti in tutti i cuori, Alleluja». Buona e Santa Pasqua. DON ADEL · DON DOMAS


[ la ruota della vita]

NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Giuseppe Carlon Cech di Loris e Anna Rita Dioguardi – Budoia Agata Moretton di Andrea e Claudia De Silvestri – Dardago Gabriele Castellet di Mauro ed Emanuela Lot – Budoia

M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a... 25° di matrimonio Giuliano Moreal e Gloria Carlon – Dardago 50° di matrimonio Angelo Varnier e Clelia Dedor – Verona

L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Lauree Jessica Zambon – Psicologia del Lavoro – Dardago Fabio Zambon – Fisica – Dardago

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Antonio Puppin di anni 92 – Treviso Paolo Zambon di anni 69 – Dolo Angelo Cecchini di anni 63 – Milano Maria Fort di anni 86 – Santa Lucia Maria Zardo di anni 76 – Milano Ambrogina Invernizzi di anni 83 – Dardago Giuseppe Busetti di anni 89 – Dardago Vincenza Zambon di anni 71 – Castello d’Aviano Adriano Bazzeghin di anni 67 – Chirignago (Venezia) Assunta Vicenzi Bravin di anni 93 – Santa Lucia Attilio Zambon di anni 90 – Francia Onorina Janna di anni 80 – Dardago Francesco Bastianello Fuser di anni 79 – Valdobbiadene


In copertina. Settimana Santa 2008.

Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

[...] troppo bello sei a Pasqua! Fede vera è al venerdì santo quando Tu non c’eri lassù! [...] DAVID MARIA TUROLDO

Nella luce, tra crode, case e archi in pietra, l’umanità cerca, guarda alla Croce e al suo Mistero di salvezza.

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L’ignoranza ha vinto alla Sapienza di Roberto Zambon

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Attenti al lupo! di Massimo Zardo

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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr e don Domas Gatautas

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Orathion de la sèra, de ’na volta di Tino Ite

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La ruota della vita

Da Broadway a Torre del Lago di Sara Zambon

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Visita Pastorale di Mario Povoledo

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Sperimentare l’accoglienza a cura di «Amici di don Nillo Carniel»

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Recensione

[Foto di Massimo Zardo]

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rzo 2008

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Don Domas, giovane sacerdote lituano a cura di Vittorio Janna Tavàn

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113 sommario a

Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594

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Le Cascate. Piccola locanda nell’antico borgo di Polcenigo di Sandra Puiatti

e-mail l.artugna@naonis.com

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Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616

Un’emigrazione lunga secoli a cura di Vittorina Carlon

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Storico incontro tra il papa e il re saudita a cura della Redazione

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Lasciano un grande vuoto...

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Cronaca Inno alla vita

Internet www.naonis.com/artugna www.artugna.it

Per la redazione Vittorina Carlon

Pa’ no perdhe le tradithions di Adelaide Bastianello e Rosalia Bocus

Impaginazione Vittorio Janna

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Asilo, pì grant e pì bel a cura della Redazione

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Spedizione Francesca Fort

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I ne à scrit, Bilancio

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Ancora restauri nella parrocchiale di Budoia di Stefano Tracanelli

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Programma religioso e auguri pasquali

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Ritorno in Africa di Luigi Zambon Pala

e inoltre...

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Auguri alla «prima cittadina» di Dardago di Vittorio, Sante Ugo e Angelo Janna Tavàn

Albero genealogico dei Bastianello Thisa di Adelaide Bastianello, Melita Bastianello e Vittorio Janna [ventesimo inserto]

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L’inquinamento delle auto? Lo risolvo con l’acqua! di Stefano Di Maria

Ed inoltre hanno collaborato Adelaide Bastianello, Espedito Zambon, Marta Zambon Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn

Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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SIATE CRISTIANI CONVINTI

Visita Pastorale di S.E. Vescovo Mons. Poletto a Budoia, Dardago e Santa Lucia di Mario Povoledo

L’incontro con i bambini e giovani «Come dobbiamo chiamare il Vescovo?» Questa domanda è stata posta dai ragazzi di catechismo a Ugo, loro insegnante. Il Vescovo ha subito risposto: «Mi chiamo Ovidio». È iniziato con questo dialogo franco e costruttivo il primo incontro che Monsignor Poletto ha avuto nell’aprire la visita pastorale. Un centinaio di ragazzi fra i sette e i quindici anni con i loro in-

segnanti ed alcuni genitori riuniti nel salone dell’oratorio di Budoia. Il Vescovo fra i ragazzi si è trovato subito a suo agio. L’incontro è iniziato con la preghiera e l’accensione da parte del Vescovo del cero, segno della vera Luce che viene da Dio e che illumina la notte, come è stato cantato durante questa fase. Poi la catechesi, improntata alla spie-


gazione dei primi quattro comandamenti, al ruolo dei genitori di primi educatori e di primi responsabili dell’avvenire dei loro figli: «Bene la scuola, bene l’oratorio ma la prima responsabilità è di papà e mamma: voi bambini non dovrete mai commettere una grossa mancanza, far piangere i vostri genitori». Ai genitori ha fortemente raccomandato di non dire solo di sì, a tutti i costi ai figli; qualche no, diventa pure educativo. Poi la simpatica battuta: «quale stagione vedete nel Vescovo», subito raccolta da uno più grandicello: «L’autunno!» Il volto di Monsignor Poletto si è sciolto in un sorriso: «Ti ringrazio della bontà; hai forse ragione. L’autunno significa la caduta delle foglie. Quello che è accaduto a me», ha replicato togliendosi lo zucchetto e facendo vedere l’ampia calvizie. Nel suo discorso ha pure ricordato suor Ernesta, delle Elisabettine, dalla quale Mons. Poletto aveva imparato a cantare e suonare, poi passata quale superiora alla Scuola Materna di Dardago. L’incontro si è concluso con un brindisi preparato dai genitori.

Nella pagina accanto. Il Vescovo durante la celebrazione nella chiesa di Dardago e lo scambio di doni con il Sindaco. Sotto. Tra le nostre genti dopo la Santa Messa.

L’incontro con gli ammalati Il momento forse più discreto e più commovente. Il Vescovo, accompagnato da Don Adel, ha iniziato un cammino casa per casa e qui ha potuto toccare da vicino lo spaccato di vita di persone avanti con l’età, colpite da varie sofferenze, anche da menomazioni fisiche. Per tutti il Vescovo ha avuto una parola di conforto e di speranza, e dopo la recita dell’Ave Maria e la benedizione, la promessa che li avrebbe tutti ricordati alla Santa Messa dell’indomani, 11 febbraio, nel Santuario della Madonna di Marsure nel 150° anniversario dalla prima apparizione dell’Immacolata a Lourdes. All’incontro nella Comunità di Santa Lucia il Vescovo era accompagnato dal medico di base, dottoressa Daniela Fort, componente dei consigli parrocchiali della frazione. Uscendo poi da una abitazione, una donna, alla quale il presule aveva incoraggiato ad essere forte nella fede gli ha ripetuto: «Grazie, la fede mi ha sempre aiutato molto». Come la riscoperta della fede ha portato una coppia di sposi alla decisione di unirsi per sempre nel sacramento del matrimonio. Decisione comunicata dagli interessati a Monsignor Poletto. In tutte le famiglie il Vescovo è stato accolto con calore e gioia. Non c’è stata abitazione ove non avessere predisposto un minimo

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di rinfresco, un caffè, un bicchiere di aranciata. Mons. Vescovo ha ringraziato dell’accoglienza spiegando che la sua era una visita di conoscenza alle persone. Ha accettato molto volentieri l’omaggio di barattoli di miele, dono di Florio e Fiorina Bernardis.

Le celebrazioni eucaristiche Nelle tre chiese ha presieduto la Santa Messa, accompagnata dai rispettivi cori parrocchiali. Commentando le scritture della prima domenica di Quaresima, in particolar modo il vangelo delle tentazioni, Monsignor Vescovo ha preso spunto dalla nota pastorale dell’inizio Quaresima, sottolinenando che come successore degli Apostoli, veniva all’incontro con le mani vuoti e con l’unico strumento da Lui posseduto: il Vangelo, la Parola di Dio. Ha raccomandato di non essere cristiani paurosi e di non fermarsi di fronte alle difficoltà della vita: «Noi, abbiamo una marcia in più. Dentro nel nostro cuore abbiamo Cristo risorto e lo dobbiamo testimoniare con lealtà e coerenza, nel rispetto di tutti, nell’accoglienza ai fratelli più bisognosi, anche solo di una parola di incoraggiamento». Ha poi calcato sul verbo essere: «Essere cristiani convinti, non di facciata; essere luce per dipanare le tenebre; essere


portatori di vita per sconfiggere la noia, la disperazione, che produce il vuoto e quindi la morte». Alzando la croce pettorale con la mano destra ha raccomandato di non vergognarci mai di essere seguaci di Cristo, morto per noi. Ha augurato a tutti una santa Quaresima in preparazione alla grande gioia pasquale. Nell’incontro con le tre comunità, al termine di ogni celebrazione, si è intrattenuto con i nuclei familiari e con i presenti. A Budoia ha anche ricevuto il Sindaco e i Presidenti delle varie associazioni di volontariato, Il Vescovo tra gli anziani e gli ammalati.

Il saluto del parroco Eccellenza Reverendissima, un sentito grazie per il dono della sua presenza e della sua parola. La visita pastorale che Ella compie nelle nostre comunità della Diocesi e che La vedrà impegnata sino al 2010, rappresenta non solo un dovere prescritto dal Codice di Diritto Canonico, ma sicuramente il desiderio di vivere da vicino le ansie, i desideri, le speranze del popolo affidatole dal Santo Padre. Il Vescovo, successore degli Apostoli ha, come dice San Paolo, il compito «di convincere, correggere, stimolare, con sapienza, con pazienza, con dottrina». Lei ha incontrato le nostre Comunità Parrocchiali e spero vivamente che questo incontro rimanga scolpito nel cuore e nella mente dei piccoli, dei giovani e loro genitori, degli ammalati e di coloro che si sono avvicinati durante le celebrazioni. Come Parroco, sento il dovere non solo di confidarle la gioia, a nome di tutti per la sua presenza, ma anche la difficoltà che oggi noi sacerdoti incontriamo nel gravoso ruolo di educatori e ministri della Parola e dell’Eucaristia. Il mondo propina altre realtà, toccabili, visibili,

facilmente raggiungibili; però, sono certo, che con la buona volontà di tutti, dei laici impegnati, delle famiglie cristiane, dei catechisti, anche la Parola di Dio e gli incontri domenicali servano a corroborarci nella fede, nella speranza e nell’amore fraterno. Desidero ringraziare le mie comunità parrocchiali di Budoia, Dardago e Santa Lucia, i miei collaboratori, quanti sono vicini nei vari ambiti della Parrocchia e che mi hanno aiutato a preparare materialente e spiritualmente questa visita. Un sentito grazie alle autorità comunali per quanto si 8

adoperano nella comunità civile, in stretto contatto con le nostre Parrocchie. Un lavoro di sinergia per migliorare in tutti i campi il vivere onesto, civile e cristiano degli abitanti. Le chiedo una grande benedizione che abbracci tutti i nostri paesi e si dilati anche all’estero, ove risiedono tanti nostri emigranti che scenda copiosa proprio in questo tempo forte di Quaresima in preparazione al grande giorno della Pasqua di Risurrezione. Grazie eccellenza e auguri di ogni bene.


Il Vescovo visto dai ragazzi

presenti alla Messa. Ad essi ha raccomandato di vivere il servizio ai cittadini solo ed esclusivamente per il bene comune, tralasciando la tentazione del tornaconto personale. Un sincero grazie lo ha rivolto al nostro Parroco don Adel Nasr e al suo collaboratore festivo il sacerdote lituano don Domas, studente al Marcianum di Venezia. Altri due incontri hanno caratterizzato la visita pastorale: la sera del 13 febbraio nell’oratorio di Budoia con gli operatori pastorali e il giorno successivo a Polcenigo con i Consigli delle Parrocchie

dell’Unità Pastorale di Budoia e Polcenigo, accompagnati dai rispettivi parroci Don Adel, Don Silvio e Don Massimo. Il Vescovo ha pure preso visione dei registri canonici delle parrocchie, apponendo timbro e firma a sugello e ricordo della sua visita e ha elogiato i collaboratori parrocchiali per lo zelo e la cura con le quali sono tenute le chiese e il decoro delle celebrazioni. Sta a noi, ora, impegnarci a tutti i livelli perchè questa visita risvegli la nostra fede di cristiani maturi e convinti.

La catechista Francesca Begotti ha raccolto impressioni e riflessioni di alcuni ragazzi delle scuole medie. Ascoltiamo i loro pensieri.

zo era stato troppo gentile, considerato che nelle sopracciglia (bianche) aveva già la neve e in testa gli mancavano i capelli. Ci ha colpito in modo particolare la frase del Vescovo riguardante i giovani di oggi che non devono essere puine ma, anzi, formaggi stagionati di sei mesi: ci ha colpito perché il Vescovo ci tiene a noi che non dobbiamo essere fannulloni o pigri.

Prima di conoscerLo mi aspettavo che fosse come alcuni anziani che si scandalizzano per alcune nostre idee. Invece mi ha sorpresa che fosse totalmente diverso: simpatico, scherzoso e, addirittura, usava parole dialettali che noi tutti possiamo comprendere.

*

Mi ha colpito in particolare questa frase pronunciata: – Che stagione mi dareste, guardandomi? Uno di noi gli ha risposto: «Autunno». Il Vescovo ha commentato dicendo che quel ragaz-

*

Il Vescovo ci ha molto sorpreso perché ha ancora lo spirito di un ragazzo e perché conosce lo stile di noi giovani.

*

Il Vescovo ci ha dato speranza perché ci ha indicato la strada da percorrere.

Nell’oratorio di Budoia all’incontro con i bambini, ragazzi, genitori e catechisti (servizio fotografico di Vittorio Janna e Fulvia Mellina).

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Don Domas giovane sacerdote lituano a cura di Vittorio Janna

Quando il suo Vescovo l’ha destinata a partecipare all’aggiornamento di studi a Venezia, come ha accettato di vivere la nuova esperienza?

È tra noi da più di un anno per aiutare don Adel nell’attività pastorale don Domas Gatautas, nato a Plunge in Lituania, il 21 luglio 1980, e ordinato sacerdote il 6 agosto 2005 nella Cattedrale di «Sant’Antonio di Padova» di Telsiai. Lo abbiamo intervistato.

Don Domas con il nostro Vescovo e don Adel, il giorno della Visita Pastorale.

Quando e come è maturata la decisione di diventare sacerdote? Avevo 10 anni, quando ho iniziato a sentire la vocazione, aiutato anche dalle mie nonne molto devote e convinte. Anche il mio Parroco don Alvydas ha avuto un ruolo fondamentale nella mia scelta, certo che il mio futuro fosse quello di fare il prete. I miei genitori hanno espresso una grande gioia per la mia scelta e mi hanno incoraggiato. Anche mio fratello e le mie quattro sorelle hanno subito capito che avevo intrapreso la strada giusta. 10

Ogni sacerdote è tenuto all’obbedienza al proprio Vescovo che è anche un Padre e un Pastore. Quando il Vescovo chiede si risponde sempre docilmente; ho un poco temuto all’inizio questa nuova disposizione, ma poi, piano piano, mi sono inserito nella nuova realtà, sempre tenendo presente che si migliora continuamente anche con nuove esperienze. Ci può descrivere il suo primo incontro con realtà italiana? Ho toccato per la prima volta il suolo italiano il 1° luglio 2005, a Perugia, per iniziare un corso di lingua italiana. Ero talmente all’oscuro di questa lingua tanto da non sapere dire neanche «ciao». Giunto in tarda notte, senza che nessuno mi attendesse, mi sentivo spaesato. A Venezia, nel settembre 2005, con qualche parola


in lingua italiana e l’indirizzo del Marcianum ho così iniziato lo studio. Qui ho potuto capire ancora una volta che Dio non abbandona nessuno, anzi, è vicino proprio nel momento delle necessità, secondo la sua promessa. Come sta vivendo il servizio apostolico nei nostri piccoli paesi? Nel settembre 2006, il Parroco don Adel Nasr è venuto al nostro Convitto Internazionale «Beato Giovanni XXIII» in Venezia, ha richiesto un sacerdote per le giornate festive che lo aiutasse nelle celebrazioni, nelle parrocchie a lui affidate: di Budoia, di Dardago, di Santa Lucia. Ho subito accettato per conoscere le situazioni delle parrocchie in Italia. Devo dire che mi sono trovato subito bene, ho fraternizzato con don Adel. La gente è buona e discreta, gli operatori parrocchiali mi hanno subito preso in simpatia e ho così iniziato il servizio di aiuto parroco. Ho vissuto con particolare predisposizione la vita delle tre parrocchie e quando arriverà il momento di lasciarle, non dimenticherò tutte le persone che ho incontrato: «Mi mancheranno tanto e le ricorderò sempre nella preghiera». Spero che l’Artugna mi arrivi anche in Lituania. Tra il clero lituano e quello italiano esistono delle attenzioni diverse nel porsi all’ascolto, all’insegnamento, al servizio delle gente? La Buona Novella portata da Gesù è una per tutti, i valori cristiani sono universali e validi per tutti i membri della Chiesa sia in Italia, sia in Lituania, sia in tutto il mondo. I sacerdoti sono chiamati a servire i fedeli, ciò che cambia è il luogo, la mentalità, il proprio vissuto. Queste sono le sfide pastorali della Chiesa, che sono abbastanza comuni in tutta l’Europa.

Ci può presentare una breve comparazione tra l’essere cattolico in Lituania e in Italia?

Come affrontate in Lituania questo scottante tema educativo, ammesso che esista?

Mi viene in mente la lettera a Diogneto: «Siamo nel mondo, ma non siamo del mondo» dove si fa una descrizione di ciò che sono i cristiani. Cosi per un cristiano, per un cattolico tutto il mondo è luogo di santificazione e di incontro con Cristo. Le esperienze e il modo di vivere possono essere diversi, ma non l’essere.

Non sarei del tutto d’accordo nel sostenere che mancano gli esempi da parte degli adulti. La gente è buona. I giovani anche. Solo che hanno bisogno di personalità forti che aiutino i giovani a capire i veri valori della vita e a viverli.

È sentita anche nel suo paese la crisi dei valori? Eventualmente fosse, in quale modo la state affrontando? Sì, la crisi è sentita. È stata causata dal passaggio dal totalitarismo sovietico al liberalismo democratico d’oggi. La Chiesa prospettava e s’aspettava questo, ma il consumismo e la libertà mal interpretata hanno fatto molto danno. Un esempio di questo sono la crisi di vocazioni al sacerdozio. All’inizio degli anni 1990 il Seminario Diocesano di Telsiai contava una ottantina di seminaristi, ora sono una trentina. Sono dati del tutto tristi, ma non perdiamo la speranza e la fiducia nel Signore. La crisi è stata provocata anche dai mass-media, attraverso i quali sono entrati un relativismo e soggettivismo esasperato. Accanto al progresso e agli studi che formano, noto un certo lasciar perdere le verità fondamentali e anche religiose. La Chiesa risponde a queste sfide attraverso una buona esposizione della dottrina, con persuasione e pazienza cercando di rispondere agli errori del nostro tempo. Speciale attenzione si dà al lavoro pastorale, attraverso il contatto con i fedeli e la loro formazione. Diventa sempre più difficile far acquisire le virtù ai nostri giovani, perché mancano gli esempi da parte dell’adulto.

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Il Santo Padre, rivolgendosi alla nostra società e a quella più numerosa dell’Europa, ha recentemente parlato di «urgente bisogno di rievangelizzazione». Come affrontare questo tema? Cominciando da sé stessi. Solo attraverso la santità personale si può dare la vera testimonianza di fede in Dio e iniziare la rievangelizzazione. E accanto alla contemplazione e alla preghiera non sarebbe giusto dimenticare l’azione. Nella Chiesa ci sono tanti movimenti, iniziative, opere. Bisogna accogliere il loro carisma. Difendere i valori e i diritti vitali e principali: quelli della famiglia e della vita umana. Solo se siamo uomini veri, possiamo essere veri cristiani, «sale della terra e luce nel mondo». Questo è il mio augurio che di cuore rivolgo ai cristiani di Budoia, Dardago e Santa Lucia. E il mio Grazie per il bene che mi avete dimostrato. Dio, la Vergine Maria e i Vostri Santi Patroni Vi benedicano e Vi proteggano.


Ricordi.

Le Cascate

T ardo pomeriggio del 30 dicembre 2007. De Le Cascate non resta che uno scorcio, fulmineo, tra muri di pietra, là dove il torrente ha appena lasciato, impetuoso, la terrazza dal tetto di glicine; lo sguardo vi si attarda incredulo, trattenendo i passi che procedono in là, lungo case da presepe disabitate, senza luci. L’odore denso dell’acqua spumosa, maestosa di piogge infinite, sfiora l’umido dei muri, s’insinua nelle crepe verdi di capelvenere, incurante del gelo della notte. Altri odori svegliano ricordi, inebriati da serate estive, quando il fresco vivo della polvere d’acqua saliva tra le assi sospese e scendeva sulle spalle nude, avide, dopo la calura del giorno, di brividi e morbidi scialli. Non sapevamo ancora, seduti ai tavoli della terrazza sospesa sul torrente, tra parole indolenti nel fragore dell’acqua, che solo qualche anno ci era ancora lasciato di quel luogo, immobile nella stasi di un tempo che ritornava ad ogni estate, senza ripetersi, grati alla follia di quell’acqua che precipitava, sventata, ad ogni salto ma sicura del proprio andare. D’inverno la guardavamo dai vetri della porta, azzardando sempre un passo fuori, al gelo, appena a sentirne meglio la voce, a rincuorarci, come all’arrivo di ogni estate, della sua

piccola locanda nell’antico borgo di Polcenigo

selvatichezza sprezzante di ogni addomesticamento. All’interno, il focolare, mai spento o sonnecchiante, divorava i ceppi e il languore dei volti infreddoliti, divenuti accesi negli occhi insaziabili di fuoco, di dolci, di te bollenti. A voler fermarsi a pranzo o a cena, quando faceva freddo già all’affacciarsi dell’autunno, si doveva valicare un passaggio, tra il bancone e la minuscola cucina quadrata, dove chi cucinava stava sulla porta, testimone austero del via vai solenne di quel luogo, con cenni e saluti che dissuadevano da vane domande. Entravamo allora in due piccole sale, una raccolta e discreta, con un pavimento d’assi danzanti e sonore

di Sandra Puiatti

La memoria crede prima che il conoscere ricordi. Crede più a lungo di quanto rammenti, più a lungo di quanto il conoscere immagini. WILLIAM FAULKNER

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ai nostri passi, l’altra luminosa di vetrate tenute in equilibrio da stucchi ammuffiti, arrese del tutto al paesaggio, a quell’acqua allegra e vociante di gradino in gradino o ai suoi rivoli stanchi nei tempi di secca, premonitori di un’epoca ancora sconosciuta. Così il torrente inesauribile delle cascate, sceso dalla sua sorgente del Gorgazzo, aveva iniziato, ogni tanto, a non scorrere più, a sparire per un po’, di anno in anno, avvertendoci di una fatica nuova, quella del viandante che perde i luoghi del suo andare, della sua pace. Eppure Le Cascate, a dispetto dei tempi oscuri, non chiudevano le porte, vivevano ancora sulla terrazza sospesa e, più giù, in riva al torrente appena sceso, sulla ghiaia minuta e le sponde viola di iris, sulle felci e le ortensie grondanti, sul rumore dell’acqua che zittiva ogni voce. Là andavamo, appena scesi dall’alto di San Giacomo, leggeri nella frescura estiva, a finire di gustare l’eco delle ultime note di quei giovani concerti di musica antica.

Scendevamo accanto al muretto di pietra che fiancheggia la salita alla chiesa; la cascata si annunciava indiscreta mano a mano che si scendeva alla piazza, ci si sporgeva a cercarla nel buio, nel desiderio dell’appuntamento imminente, con un gelato, una bibita, o il volto ridente di qualcuno. Di là della via, di fronte all’entrata della locanda e della modesta casa che l’ospitava, rivaleggiava per età la nobile dimora di un palazzo, nella presunzione di dover rappresentare l’antichità del borgo dopo che, del vecchio maniero medievale, erano rimasti solo dei ruderi in cima al colle. Ma Le Cascate non sfiguravano a quel confronto, strette, nel cuore più antico del borgo, tra una fila di case e il piccolo giardino sull’acqua, ombroso e fedele, in ogni stagione. I bambini ne erano gli abitanti più degni, curiosi a non finire, in fuga dagli sguardi da sempre affannati che temevano la vicinanza oltraggiosa di quelle acque e la loro voracità nel possedere subito, vorticosamente, qualsiasi cosa vi fosse caduta. Ma essi, impavidi nel loro desiderio, si spingevano fino al limitare del piccolo giardino, attraverso un ponticello, cercando ancora più in là, dove i grandi rabbrividivano a entrare. Sordi ai richiami, nel privilegio dell’estraneità del luogo singolare, tornavano ad animarsi fuori dalla noia cittadina, si chiamavano l’un l’altro a mostrarsi quelle meraviglie, a rannicchiarsi negli angoli dove il muschio tingeva di un verde sfacciato i loro abiti.

Vi era ancora il sollievo, in quel luogo, della ruvidezza degli uo-mini che aveva resistito ad ogni restauro, ad ogni tentazione di modernità appena visibile in qualche miglioria non più evitabile. Ad ogni ritorno cercavamo i vecchi tavoli da giardino fatti di pietra, fissati al suolo, finalmente inamovibili; cercavamo i piatti, gli stessi, di cui spiavamo la preparazione nella piccola cucina; cercavamo la cascata e il suo torrente, allungando le mani fino a sfiorarne l’acqua, fredda anche in estate. Ogni tanto ci coglieva il brivido di non avere più ritorni, più tavoli di pietra e muschi odorosi, assi di legno scricchiolanti sotto i piedi e ceppi nel fuoco del camino, ter-razze sospese su una cascata e glicini sopra la testa. Negli anni avevano iniziato a mancare l’acqua sulle pietre dei torrenti, custodi dell’ antica mappa dei luoghi, e le nevi sulle cime desolate delle Prealpi e sulla piana tra i monti dove la foresta, in-torno, reclamava ciò che a ogni stagione le destinava. La civiltà di alcuni luoghi, non immaginabili con altre forme, altre case, altri abitanti, altri alberi, se non quelli di sempre, è stata cacciata dalla sua dimora. Insieme ai luoghi più cari, ai palazzi svenduti della piazza, alle terre aperte di vigne, alle risorgive ignare del loro destino, anche Le Cascate sbarrate, chiuse alle nostre voglie, visibili solamente salendo a San Giacomo, ma là troppo lontane. Nella via, lungo la fila di case, più vicino, ne resta ancora un piccolo scorcio.

Sala del caminetto. In alto. Gli «storici» gestori, Anna Maria Mella e Angelo Modolo. Nella pagina accanto. Autunno e piena del Gorgazzo (foto di Alida Lucà Cosmo).

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SPARSI DALLA STORIA E DISPERSI DALLA GEOGRAFIA

Un’emigrazione lunga secoli da Dardago a Tirgu Ocna in Romania a cura di Vittorina Carlon

La signora Catalina (seconda da sinistra) tra i genitori, una cugina, il figlio e un cugino. In alto. Seduto al tavolo è Valentino Zambon con la moglie Amabile Pescador. Davanti, seduti, i tre figli. Le altre persone sono amici o dipendenti (forse qualche dardaghese emigrato in Romania?) (foto di proprietà di Catalina Zambon).

L’emigrazione friulana in terra romena risale al 1880, quando quel territorio, compresa la Transilvania, apparteneva all’Impero asburgico, e fu proprio l’appartenenza allo stesso organismo politico a favorire il movimento di persone. In quel periodo la Romania, indipendente dai Turchi dal 1859, aveva bisogno di manodopera specializzata e di qualità; i romeni, infatti, non sapevano eseguire determinati lavori, come il costruire traversine dei treni o lo scolpire lapidi cimiteriali, cosicché si mossero, soprattutto dal Friuli occidentale, scalpellini, tagliapietre, muratori, falegnami, singoli soggetti e poi nuclei interi che si stanziarono in grande numero nelle regioni romene. Sparse dalla storia e disperse dalla geografia, sono rimaste in quella terra alcune centinaia di friulani tra le novemila persone d’origine italiana organizzate in tredici piccole comunità. Vicino al delta del Danubio sorge una

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di queste comunità d’italiani: il paese di Greci, in cui tuttora vive una quindicina di famiglie d’origine friulana. Al loro arrivo in quel luogo, le nostre genti furono impegnate come scalpellini, e anche i loro discendenti continuano ancor oggi a operare nelle vicine cave di pietra. Conservano la lingua degli avi, l’architettura delle case, i costumi, certi piatti tradizionali. Sono presenti anche cognomi friulani. Tirgu Ocna è invece un piccolo centro nella regione nord-orientale di Bacau, ai piedi della catena dei Carpazi, ad un’altezza di 267 metri s.l.d.m., in cui è ancora vivo il cognome Zambon. Si è giunti a tale scoperta tramite la richiesta – inoltrata lo scorso anno alla Parrocchia di Dardago e al Comune di Budoia dalla signora Catalina Zambon Mihai – di certificazione di nascita o di battesimo di Valentino ed Angelo Zambon, rispettivamente nonno e bisnonno. Ricevuta la documentazione, la signora Catalina ritenne di approfondire amichevolmente con noi la storia della sua famiglia, come si fa con persone che si conoscono, e ci comunicò delle notizie inedite sul nonno dardaghese. Nei secoli scorsi anche Valentino si staccò da Dardago così come tanti che «sparivano» dal paese, tagliando a volte il cordone ombelicale con la terra d’origine, per cause non dettate dalla loro volontà. Diamo spazio al suo testo.


Targu Ocna, 28 gennaio 2008

Albero genealogico di Valentino Zambon Pinal

Cara Redazione de l’Artugna, ringrazio il parroco e voi per le copie degli atti di battesimo di mio nonno e di mio bisnonno che mi avete inviato. Non vi ho scritto prima perché speravo di ottenere la cittadinanza italiana e darvi così la buona notizia, invece, sfortunatamente, i certificati inviati non sono stati presi in considerazione dal Consolato, perché non erano stati rilasciati dal Comune; pur avendo mostrato la risposta del Comune di Budoia, non hanno voluto neppure leggerla.

Z. Bon (n. 1620)

Osvaldo (n. 1650) sposa Domenica

Zuane (n. 1688) sposa Maria

Giomaria (n. 1718) sposa Pasqua

Giovanni (n. 1750) sposa Giovanna

Giomaria (n. 1779) sposa Domenica Anzelin

Vincenzo (n. 1811) sposa Teresa Zambon

Purtroppo mio padre, Zambon V. Giovanni, con il suo matrimonio e il tipo di lavoro, aveva ricevuto la cittadinanza romena, rinunciando a quella italiana. Ciò è stato determinante.. Non mi dispiace di aver provato a rimediare una situazione anormale, perché ho ricevuto da voi gli atti della mia famiglia: è questo che conta! Allego alla mia risposta due foto di famiglia che mi sembra siano le più importanti: una con i genitori, quattro anni prima della loro morte. Io sono tra i miei genitori, e mio

Sono testimonianze che ci permettono di aggiungere un piccolo puzzle alla microstoria locale. Grazie, Catalina! Per farla sentire italiana, le trasmettiamo l’albero genealogico della sua famiglia, risalendo fino al 1620 con Zuane Bon, da cui il cognome Zambon (= Giovanni Buono). Pinal, invece, è il soprannome. Nonno Valentino, nato il 15 marzo 1862, fu l’unico ad emigrare; sia la sorella maggiore, Caterina (1859), sia il fratello Alessandro, nato nel 1864, rimasero a Dardago. Il fratello ebbe otto figli che continuarono la dinastia di uno dei rami degli Zambon Pinai, quello di Alessandro (Issandro Pinal) (cfr. Albero genealogico de La grande famiglia degli Zambon Pinal di Roberto Zambon).

Angelo (n. 1836) sposa Luigia Bastianel

Caterina (n. 27.09.1859)

Valentino (n. 15.03.1862) emigra in Romania sposa Amabile Pescador

Giovanni

Alessandro (n. 10.09.1864) sposa Gertrude Zambon

Gregorio (n. 1891)

Vittorio (n. 1896)

Santa (n. 1893)

Emma (n. 1900)

Angelo (n. 1898)

Andreanna (n. 1905)

Tranquillo (n. 1902)

Costante (n. 1908)

figlio tra Pietro Zambon e sua moglie, cugini del padre di Italia che abita a Torino. Nell’altra foto, a tavola, seduto sulla panca è mio nonno, Valentino Zambon, accanto alla nonna Amabile Pescador a cui io assomiglio tanto. Davanti, seduti, sono i loro tre figli: mio padre con le due sorelle. Gli altri raffigurati nella foto non li conosco, erano forse amici o i suoi dipendenti. Mio nonno è arrivato in Romania attorno al 1900, si è stabilito nella città di Agas, distretto di Bacau dove è nato mio padre, il primogenito; poi si sono stabiliti a Tirgu Ocna insieme alla famiglia. Faceva l’imprenditore edile, dirigeva un equipe di muratori e lavorava a Tirgu Ocna e nello Spa di Slanci Moldova, a 18 km da Tirgu Ocna. Mio padre ha seguito i corsi di scuola commerciale. Ha fatto il segretario presso il Ginnasio di Tirgu Ocna, poi ha lavorato nella Banca Nazionale come ispettore, fino alla pensione. Io sono nata nel 1942, due anni dopo il matrimonio dei genitori. Nel 1953, con un decreto, ai nonni è stata concessa la cittadinanza romena. In quel periodo, tutte le persone di origine italiana o tornavano in patria oppure diventavano cittadini romeni. Nel 1958, i nonni sono morti. Mio padre aveva la famiglia e tante responsabilità, così ha fatto ciò che era normale fare. Se desiderate altri chiarimenti, sono pronta a fornirli, nelle misura in cui sarò in grado; se sono necessarie altre foto ne ho altre in vari periodi della vita. Spero che un giorno possa visitare il posto natio della famiglia di mio padre e incontrarvi. Per ora ringrazio moltissimo voi, il parroco e il Comune di Budoia per l’aiuto ricevuto. Auguro a tutti Buon Anno con pace, salute e serenità! CATALINA MIHAI ZAMBON


Don Adel consigliere ed interprete

Storico incontro tra il papa ed il re saudita L o scorso 6 novembre molti di noi sono rimasti sorpresi e quasi increduli quando nelle immagini mandate in onda dai vari telegiornali abbiamo riconosciuto il nostro parroco don Adel Nasr tra il Santo Padre Benedetto XVI e il re dell’Arabia Saudita, S.M. Abdallah bin Abdulaziz Al Saud. Sapevamo che ultimamente egli si era recato spesso a Roma, ma non avremmo mai immaginato di vederlo in compagnia del Papa e del re saudita. Oltretutto, questo non è stato un incontro di routine tra il papa e una personalità politica, ma quel giorno si è scritta una pagina di storia perché si trattava della prima visita di un re dell’Arabia Saudita al Santo Padre. Il Vaticano non ha rapporti diplomatici con il principale regno arabo e, quindi, quest’incontro può aprire la strada ad importanti sviluppi e al miglioramento dei rapporti tra il cattolicesimo e l’Islam, specialmente dopo le violente polemiche scoppiate in alcuni ambienti islamici in seguito al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona: una frase estrapolata dalla citazione di un testo medioevale era diventata un pretesto per episodi di violenza e di intolleranza nei confronti dei cattolici.

I colloqui sono stati molto cordiali, il Papa è andato incontro al re saudita nella sala del Tronetto ed ha stretto con tutte e due le mani quelle dell’importante ospite che ricopre anche l’altissima carica religiosa di Custode delle Due Sacre Moschee della Mecca e di Medina. Per tutta la durata dell’incontro Benedetto XVI ha parlato in italiano e Abdullah in arabo, con l’assistenza di due interpreti, entrambi sacerdoti.

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Uno di questi, appunto, era il nostro don Adel. Definire don Adel solo interprete sarebbe, però, alquanto riduttivo poiché, nei mesi precedenti l’incontro, egli si è molto impegnato per il superamento degli ostacoli che spesso rendevano difficile il concretizzarsi dell’importante visita. LA REDAZIONE Don Adel tra il Santo Padre Benedetto XVI e il re dell’Arabia Saudita. [Servizio fotografico de «L’O.R.», Città del Vaticano]


Asilo pì grant e pì bel Grande festa il 20 gennaio per l’inaugurazione dei lavori di ampliamento e di sistemazione dei locali della Scuola per l’Infanzia «Giovanni XXIII» di Dardago. L’asilo – noi che non siamo più giovanissimi, lo chiamiamo ancora così – dopo 50 anni di preziosa attività aveva bisogno di urgenti lavori di ristrutturazione e, considerato il numero di bambini frequentanti, anche di ampliamento per poter accogliere dignitosamente tre sezioni. Da qualche anno, la parrocchia ha concesso i locali in affitto al Comune. Recentemente, dopo aver stipulato un’apposita convenzione, l’Amministrazione Comunale ha ottenuto dalla Regione un consistente mutuo per affrontare i lavori. L’intervento è consistito nella costruzione di un nuovo corpo di fabbrica in cui trovano posto al piano terra un’aula didattica, un ufficio e i servizi igienici, e al primo piano un’aula per attività speciali e una per riunioni. Questa parte di fabbricato è di proprietà comunale eccetto l’aula per riunioni la cui proprietà è parrocchiale. È stato costruito anche un nuovo ingresso. Nella parte già esistente dell’edificio sono stati ampliati il dormitorio e la mensa, si è creata un’aula per attività libere ed è stato installato un elevatore per facilitare l’accesso ai portatori di handicap. Tutti gli impianti tecnologici sono stati rifatti come pure la vecchia pavimentazione.

La cerimonia d’inaugurazione, alla presenza di molte autorità regionali e locali, è iniziata con una Santa Messa in ricordo di tutti i benefattori, vivi e defunti, di questa preziosa opera. Quindi il sindaco, Antonio Zambon, ha ricordato le varie tappe per arrivare alla conclusione dei lavori, ha ringraziato la Regione per il contributo concesso e l’assessore ai lavori pubblici Pietro Janna che ha seguito con passione tutte le varie fasi. Il Vice Presidente della Giunta Regionale, Gianfranco Moretton, si è congratulato per la realizzazione ed ha annunciato la concessione di un ulteriore contributo di 300.000 euro per la sistemazione dell’area esterna, la creazione di un angolo giochi e per ulteriori interventi. Inoltre, ha ricordato l’assessore Moretton, è stato assegnato un contributo di 480.000 euro per la riqualificazione della piazza di Dardago e delle vie d’accesso. Anche la parrocchia è beneficiaria di un contributo regionale per interventi strutturali al campanile. La cerimonia, svoltasi alla presenza di un pubblico numeroso che ha sfidato una giornata fredda ed uggiosa, è terminata con un ricco buffet nel cortile delle scuole offerto dalla parrocchia con la collaborazione del Comitato Festeggiamenti Dardago. LA REDAZIONE Momenti significativi dell’inaugurazione. Benedizione, taglio del nastro e interno di un’aula della scuola.

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Ancora restauri

di Stefano Tracanelli

nella parrocchiale di Budoia Le opere, oggetto di restauro, sono state le cappelle laterali poste a destra della navata, dedicate a san Giuseppe e alla Madonna Immacolata. Particolarmente impegnativo è stato il lavoro per riportare allo splendore la seconda cappella.

Riportiamo la relazione del restauratore sulla cappella della Madonna Immacolata.

gnea intagliata e dorata di fattura tardo ottocentesca.

La cappella si compone di un vano a pianta rettangolare con volta a botte ed un ampio arco trionfale d’ingresso. L’intervento ha compreso: il restauro delle decorazioni murali della cappella, un intervento di pulitura e manutenzione dell’altare centrale in pietra e marmo e il restauro della cornice lignea della nicchia centrale dell’altare. Le decorazioni parietali sono dipinte a tempera ed eseguite probabilmente nella prima metà del novecento. La volta a botte è decorata con tecnica a trople-oeil e riproduce un soffitto a cassettoni di stile neoclassico. Sulle pareti, tra fasce e lesene di finti marmi di varie fogge, è dipinta una tappezzeria con motivi fitoformi. Le pareti sono distinte dalla volta da una cornice in stucco che si estende dai capitelli dell’arco trionfale per tutto il perimetro interno della cappella a guisa di marcapiano. L’altare è un’elegante opera marmorea di tradizione settecentesca. La grande edicola incapsula la statua della Vergine nella nicchia centrale; quest’ultima è stata protetta, in tempi relativamente recenti, da un vetro sorretto da un’importante cornice li-

Intervento di restauro Decorazioni parietali · Vista l’alta sensibilità all’acqua delle tempere originali, sulla scorta delle prove di solubilità dei materiali da rimuovere, si è preferito una pulitura a secco dei depositi. La rimozione è stata praticata mediante l’uso meccanico di pennelli, aspiratori e dov’è stato necessario, compatibile con lo strato cromatico sottostante, con l’uso di gomme tipo Wishab-AKAPA White special. Le decoesioni del colore, circoscritte sulle zone investite da infiltrazioni d’acqua, sono state risolte applicando il fissativo Idrossipropilcellulosa tipo Klucel – G in soluzione d’acqua distillata al 3%. AI fine di evitare abrasioni delle setole del pennello sul colore pulverulento, il fissativo è stato steso sulla cromia mediante uno strato d’intervento costituito da un velatino giapponese che ha consentito l’acquisizione del prodotto senza l’azione meccanica distruttiva. Per i distacchi più consistenti degli strati preparatori, per volume ed estensione, sono state eseguite iniezioni di calce idraulica naturale Lafarge o PLM-A a seconda i casi. L’uso dell’emulsione acrilica Primal 18

AC33 al 5% in acqua distillata è stata limitata ai distacchi più circoscritti sia per volume sia per estensione. Tutte le crepe, fessurazioni, lesioni profonde e cadute strutturali dell’intonaco sono state stuccate con malte simili per composizione, granulometria ed effetto cromatico alla materia calcarea originale. In alcuni casi si è provveduto ad aggiungere all’impasto l’additivo antiritiro PLM-S, in particolare per le zone aggettanti e sottosquadro. Per ripristinare il tessuto visivo e la leggibilità dell’opera nel rispetto della sua storicità, si è intervenuto applicando le metodiche classiche riconosciute dalle Soprintendenze e previste dalla «Carta del Restauro», tenendo presente il caso specifico su cui si è intervenuti. Per le grandi lacune costituite da mancanze di motivi ornamentali ripetitivi, a scopo di ridare funzionalità estetica all’insieme decorativo, è stata applicata la tecnica di reintegrazione filologica delle mancanze, soprattutto e in considerazione del fatto che i degradi sono di recente formazione. Anche le abrasioni e le piccole lacune sono state trattate con tecnica a velatura. I materiali usati sono tempere con legante al silicato puro di potassio in soluzione acquosa al


50%; il legante ha dimostrato di essere qualitativamente superiore ad ogni altra materia organica per stabilità cromatica e strutturale. Le rosette in stucco dorato presenti sugli incroci del cassetto nato della volta e mancanti nella zona dell’infiltrazione d’acqua già descritta, sono state integrate rilevando con calchi in pasta a base di siliconi le originali sopravvissute, e fuori opera, rifatte fedelmente in scagliola. In seguito dorate e ricollocate al loro posto mediante perni in acciaio. L’altare · L’intervento di pulitura è stato preceduto dalla rimozione dei macro depositi di polveri, cataboliti e residui di intonaci frantumati che ricoprivano tutte le zone piane della sommità dell’altare, l’operazione è stata ausiliata da elettroaspiratori, pennelli ecc. La rimozione generale delle pati-

La cornice · Il manufatto è stato rimosso e trasporto in laboratorio. Tutte le instabilità strutturali della preparazione e della foglia d’oro sono state fissate mediante iniezione di Acetato di polivinile. Anche l’assetto generale della struttura è stato oggetto di una revisione strutturale e a un consolidamento delle quattro assi costituenti l’ossatura della cornice. In seguito è stata eseguita la stuccatura delle lacune e delle parti scultoree intagliate integrate, mediante la stesura in pluristrato di una preparazione di gesso di Bologna e colletta animale secondo la tecnica artistica tradizionale. Dopodiché, la superficie è stata levigata e modellata seguendo la plasticità degli intagli e delle modanature dell’opera. L’applicazione della foglia d’oro zecchino è stata eseguita con tecnica a bolo secondo il metodo artistico tradizionale. Poiché la cornice è a tutti gli effetti un’anta di una nicchia, e soggetta ad un uso continuo, a scopo di proteggere le dorature dall’usura e dalle manomissioni, è stata eseguita una verniciatura di sacrificio a base di vernici Dammar in essenza di petrolio. 19

inaugurazione degli altari restaurati

nature e dei particellati coerenti è stata condotta, prima spolverando e aspirando il materiale mobile, poi proseguendo l’intervento con l’uso di soluzione acquose di Desogen e carbonato di ammonio, EDT A opportunamente dosati al caso. Le instabilità degli elementi scultorei siti sulla cimasa dell’altare, costituiti dagli arti superiori dei due angeli trionfanti (già oggetto in passato di manutenzioni), sono stati fissati con perni in acciaio e resine termoindurenti (Araldite), i giunti sono stati suturati mediante stuccature con materiali per caratteristiche estetiche e meccaniche al marmo originale. La stuccatura è stata estesa nelle zone di giunzione degli elementi architettonici in cui la malta d’allettamento era consunta o mancante. L’operazione è stata seguita con malta di calce idraulica Lafarge e inerte carbonatico. A termine della pulitura, le superfici sono state protette mediante un trattamento di lucidatura a base di cere minerali.

La festività dell’Immacolata ha visto ancora una volta la Comunità di Budoia riunita nella Chiesa Parrocchiale, non solo per onorare la compatrona ma anche per la benedizione degli Altari della Madonna e di San Giuseppe, dopo i lavori di restauro, sapientemente eseguiti da Stefano Tracanelli, Franco Bravo e Michele Pezzutto di Spilimbergo. Sono stati restituiti al primitivo splendore, dopo accurato soprallugo della Soprintendenza, e l’inaugurazione dell’organo del Bazzani avvenuta in settembre. Il Parroco don Adel ha raccolto questi sentimenti in un unico grazie a Dio, alla Vergine, a coloro che hanno contribuito e a quanti hanno lavorato. Per l’occasione ha presieduto la Santa Messa solenne il Guardiano del Convento dei Cappuccini di Conegliano, Padre Giorgio, accompagnato dal noto Padre Venanzio Renier, Vice postulatore della causa di canonizzazione del B. Marco d’Aviano. Al termine del sacro rito, accompagnato dal Coro «Insieme Vocale Elastico», diretto dal maestro Fabrizio Fucile, con all’organo il maestro Andrea Tomasi, prima della benedizione delle due cappelle, è stata fatta una documentata illustrazione dei lavori eseguiti e delle tecniche usate. Menzionata la compaesana benefattrice Elsa Mainardi, molto devota alla Madonna, alla cui memoria è stato dedicato il restauro, effettuato grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia di 11.232 euro, dalla Fondazione CRUP di 10.000 euro e offerte della popolazione per 3.500 euro. All’uscita di chiesa, a cura dell’Oratorio Parrocchiale è stata fatta una vendita di torte preparate e ben confezionate, il cui ricavato, 725 euro, è stato devoluto all’Area Giovani del CRO di Aviano, una struttura interna da poco sorta per aiutare i ragazzi ricoverati. Un bell’esempio di carità cristiana e di aiuto a quanti vivono un momento difficile della vita, molto sentito ed apprezzato dalla nostra gente. MARIO POVOLEDO

Gli altari interessati al restauro (foto di Vittorina Carlon). Pagina accanto. La benedizione degli altari da parte di Padre Giorgio (foto di Fulvia Mellina).


Luigi Zambon ci scrive: per tutta la vita mi sono occupato di cantieri e di costruzioni, e da quando sono in pensione collaboro con la fondazione «Aiutare i Bambini»...

Ritorno in Africa con la fondazione «Aiutare i bambini» di Luigi Zambon Pala

La fondazione «Aiutare i Bambini» – già il nome stesso lascia capire l’obiettivo del suo impegno – servendosi di vari canali ed iniziative, ma, soprattutto, con volontari, raccoglie fondi e risorse che utilizza poi per finanziare progetti di assistenza, diretta o indiretta, in cui siano coinvolti i bambini. Utilizzatori di questi finanziamenti in genere sono missionari, religiosi o laici, in tutto il mondo, senza alcun pregiudizio politico, etnico, culturale o religioso. Non si tratta mai di grandi progetti o che richiedono grandi investimenti. Ad esempio, in Africa, anche con solo 20 o 30 mila euro a progetto si possono finanziare e realizzare interventi che in modo efficace portino proprio un aiuto concreto ai bambini. Piccole scuole, presìdi sanitari, ampliamenti di strutture preesistenti come comunità infantili, case famiglia, orfanotrofi, fornitura di farmaci antiretrovirali per le mamme affette da Aids, o ad aiutare a risolvere tantissimi altri problemi. Comunque e sempre, però, debbono essere i bambini i beneficiari finali dei vari progetti. Per poter trasferire agli utilizzatori delle risorse il massimo di quanto viene raccolto è indispensabile l’impegno di volontari che liberamente e gratuitamente mettano a disposizione della fondazione «Aiutare i Bambini» le loro capacità e specificità. Tanti volontari collaborano con la normale attività di routine in sede. Altri collaborano alla realizzazione di manifestazioni e rac-

colta fondi nelle piazze. Altri ancora coordinano, con le varie missioni nel mondo, le adozioni a distanza. Altri ancora portando un aiuto diretto sul posto come medici, infermieri, operai specializzati o altro. Io, portando la mia esperienza di perito edile, verificando sul campo le opere eseguite e, soprattutto, riportando immagini e relazioni su quanto visto. Non sono visite o controlli fiscali, assolutamente no. È molto importante però, per la credibilità della Fondazione, portare la diretta testimonianza, dell’avvenuta realizzazione dell’opera finanziata e/o di ulteriori necessità. Beninteso che le spese di viaggio sono a carico del volontario che si reca sul posto. La soddisfazione di poter fare qualcosa di utile, il rapporto umano che si instaura sia con i missionari che con le popolazioni locali, poter vedere e vivere realtà che mai ci saremmo immaginati, compensa abbondantemente i costi ed i disagi inevitabili di questi viaggi. Avuta la conferma che la zona che andremo a visitare è relativamente tranquilla mi unisco a pochi altri volontari per questo viaggio. 13 marzo 2007 ore 15,35 partenza da Malpensa destinazione Khartoum, capitale del Sudan. Il Sudan, l’antica Nubia. È la più grande nazione africana. Grande circa 8 volte l’Italia, con una popolazione di circa 40 milioni di abitanti. Una giunta militare ditta-

toriale paraislamica governa da anni questo Stato. Islamico quasi da sempre il nord del Paese, cristiano il sud. Questo, al governo centrale non sta bene visto che il sud, oltre che ad essere ricco di petrolio, vuole anche l’autonomia! Credo che tutti conosciamo la tragedia del Darfur. Bande armate musulmane, «tollerate» dal governo di Khartoum, da anni stanno sterminando le popolazioni, cristiane e non, residenti in questa regione del Sudan. Con la pressoché totale indifferenza del mondo si sta consumando una delle più infami tragedie dell’umanità. Si parla di milioni di morti. Il Sudan ora è una Federazione di 26 regioni ma in realtà tutto viene deciso a Khartoum. Verifica scadenza passaporto. Vaccinazioni varie, profilassi antimalarica. Partenza rinviata e messa in dubbio sino all’ultimo momento per problemi di visti ed autorizzazioni. Finalmente l’aereo si stacca dal suolo lombardo. Dopo una lunga attesa per il cambio aereo al Cairo ed infinite formalità burocratiche, atterriamo a Khartoum. Sono le 7 di mattina, ora locale, del 14 marzo. Temperatura circa 40 °C. Città caotica, immensa, disordinata. Si parla di circa 8 milioni di abitanti. Questa grande metropoli africana si trova nel cuore dell’Africa, nel punto di confluenza del Nilo Azzurro, proveniente dal lago Tana in Etiopia, e del


Nilo Bianco, proveniente dal lago Victoria in Uganda. Breve sosta presso la casa dei padri Cappuccini poi via subito, in pulmino, verso Kassala, in direzione Est, al confine con l’Eritrea a circa 700 km!! Arriveremo a Kassala dopo un viaggio durato più di 12 ore! Strade africane, ossa tritate! È notte fonda. Ma perché venire proprio a Kassala? Già, perché in questo sperduto paese dell’Africa? Negli anni, si sono qui rifugiati decine di migliaia di profughi eritrei. Prima a causa della guerra

con l’Etiopia durata oltre 30 anni e poi, come tuttora, a causa del governo eritreo dispotico e dittatoriale. Kassala è vicinissima al confine con l’Eritrea. Il governo sudanese ha tollerato e in qualche modo tollera ancora questo esodo epocale e un po’ alla volta Kassala è diventata grande. Tanti eritrei si sono ormai integrati nelle comunità sudanesi, tanti altri sono ancora sistemati in un immenso campo profughi non molto lontano da Kassala, al piede delle Ambe. Ebbene, i padri Cappuccini, quasi tutti sono di origine eritrea, tra le varie attività di supporto ed assistenza a queste popolazioni, hanno realizzato in Kassala, alcune scuole per i profughi rifugiati tra cui la «Eritrean Refugees Elementary School WedSherifey». Ospiti nella spartana missione dei frati Cappuccini, di prima mattina visitiamo l’Ospedale Generale di Kassala. Ospedale realizzato anche con il determinante aiuto degli italiani durante il «Ventennio». Le condizioni in cui troviamo il reparto pediatrico ci lasciano sconcertati. Nel pomeriggio la festa di fine anno scolastico in una scuola in Kassala, realizzata dai Cappuccini, riempie di canti e colori la giornata. Il giorno successivo, nei dintorni di Kassala, dopo un posto di controllo della polizia vicinissimo al confine eritreo, ci troviamo in una immensa spianata dove da anni si sono sistemati, entro innumerevoli capanne e ricoveri precari, circa 40 mila profughi eritrei. Al piede di spettacolari montagne di granito rosso fuoco, le Ambe, ecco la «Eritrean Refugees Elementary School Wed-Sherifey», ovvero la scuola elementare dei rifugiati eritrei. Un grandissimo piazzale coperto da teloni colorati accoglie il nostro arrivo con tanti bambini festosi. Nume-

rose scritte colorate e nelle varie lingue, italiano, inglese, arabo, tigrigno ci danno il benvenuto e segno di ringraziamento per gli aiuti loro dati. La scuola è stata restaurata recentemente, grazie a tanti donatori italiani, a mezzo di «Aiutare i Bambini». È una scuola elementare di circa 900 alunni. Sono state rifatte tutte le coperture in acciaio e realizzati i controsoffitti interni opportunamente coibentati. Sono stati rifatti tutti gli infissi, sistemati gli intonaci e arredi vari. In precedenza le coperture erano in paglia e vi si annidavano dentro serpenti, quasi sempre molto velenosi. Spesso qualche serpente cascava tra i banchi, in mezzo ai bambini. La mattinata passa tra canti etnici dei bambini, recite, discorsi vari celebrativi e di circostanza, scambi di doni (anche qui il pretesto è sempre la festa di fine anno scolastico). Ci viene regalata una fascia ricordo. Finita la cerimonia alla scuola, rapida carrellata tra le capanne dei rifugiati nella immensa piana dei profughi e rientro a Kassala. Nel pomeriggio lasciamo Kassala direzione Khartoum, non senza aver visto prima una caratteristica località detta «del Pozzo Sacro» in un caratteristico canalone delle Ambe. Saremo a Khartoum nella tarda mattinata del giorno successivo, sabato 17 marzo. Nel pomeriggio veloce giro in taxi per la città. Stridente è il contrasto tra le immense zone diseredate, squallide e super abitate dei più miserabili e i moderni quartieri delle istituzioni pubbliche e residenziali delle classi più ricche. In nottata partenza per l’Italia dove arriveremo domenica pomeriggio. Dalla partenza all’arrivo sono trascorsi poco più di 5 giorni. È stata dura. È Africa.


auguri alla «prima cittadina» di Dardago 1908-2008 Zia Rosa (la Rosa Tavàna) compirà cento anni il prossimo 3 aprile. Un traguardo decisamente significativo se si considera che è stato raggiunto a cavallo di un secolo, quello passato, che ha segnato profondamente e drammaticamente la storia di questo mondo. Ad attestarne la data di nascita è un’iscrizione su una vecchia cassettiera della camera da letto di suo padre – mio nonno – incisa nei tempi in cui la burocrazia si risolveva anche come un valore privato, un marchio indelebile di identità, radici e memoria, unica ricchezza possibile da lasciare in eredità ai figli. Zia Rosa ha visto e vissuto entrambe le Guerre Mondiali con il pa-

dre Sante partito soldato e fatto prigioniero durante il primo conflitto e la madre Anna rimasta da sola a ‘tirar su’ i figli e a gestire la magra economia di casa. Ma la sfida più dura con la vita è stata quella di dover assistere alla morte delle persone care… soprattutto quelle del marito e del figlio Carlo. Per lei la famiglia è stata il fondamento stesso della sua vita, l’unica e vera ragione che ha dato un senso al suo ruolo di figlia e di sorella, di moglie e di madre. La famiglia è stata il luogo che ha definito il valore del suo essere donna, il fondamento dei principi di civiltà, cultura e sacrificio, l’ambiente in cui

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dare solidità e continuità a questi stessi principi per le generazioni future. Nata Janna Tavàn, sposò nel 1930, senza esserne parente, un altro Tavàn, Giovanni Nani Janna e fu accolta nella sua famiglia patriarcale dove si dedicò, con dedizione e amore, ai sei anziani della casa, assistendoli nelle loro piccole attività quotidiane, rimanendo al loro fianco nella malattia ed accompagnandoli con profonda sensibilità verso il loro esilio terreno. Ha conosciuto il rispetto per questi uomini, l’ammirazione per la loro profonda dignità fatta di aspra fatica sui campi da cui ricavare sostentamento per la famiglia; ha conosciuto il dolore della separazione dai figli partiti


*

Grazie zia Rosa per l’esempio che, con la tua vita, hai rappresentato e rappresenti ancora per noi nipoti, per i figli e i pronipoti. Grazie per quel filo che tiravi con forza nel confezionarci le s’cianpinele e che ci donavi quando venivo a trovarti, con mio fratello Santino, da Milano. A te i nostri migliori auguri di serenità e di gioia per i tuoi cento anni. VITTORIO JANNA

Nella pagina accanto. Nella foto a sinistra. Zia Rosa attorniata dai figli Bruna e Angelo e dai pronipoti Federico, Simone, Giulia e il piccolo Riccardo. Nella foto a destra. La piccola Rosa, cent’anni fa, in braccio alla madre Anna Parmesan. Sotto. Il «certificato» di famiglia dell’intero gruppo di Sante Janna Tavàn, stilato nell’interno di un cassetto.

Cara zia Rosa

A nonna e bisnonna Rosa

Ho una lettera di tuo padre, (mio nonno) datata 17.12.1916, era al fronte, scrive alla nonna (tua madre) chiedendo notizie del «… bimbo Lino e tieni informato come si porta…» era l’ultimo nato nel settembre 1916. All’epoca erano anche già nati i tuoi fratelli: Maria, Maria Assunta, Rita, Ettore (mio padre). Purtroppo erano anche già morte Maria e Rita (Lino sarebbe morto nel settembre 1917) quindi, come dice Vittorio nei suoi auguri veramente «la sfida più dura con la vita è stata quella di dover assistere alla morte delle persone care...» Con qualcuno questa sfida è veramente accanita. Restando sempre nel campo delle sfide hai attraversato lo scorso secolo vincendone molte e resistendo ad altre in modo ammirevole. Come si usa dire a Dardago «…cossa voto, soi ca…» che sembra proprio il motto del capitano, fermo-immobile sulla prua di una antica nave durante una tempesta. Quando poi arrivano i momenti di mare calmo questi vengono apprezzati maggiormente. In effetti il piccolo mondo antico di via Castello 8 (casa madre dei Tavàns) ti ha visto protagonista discreta ed attenta al bene ed alla guida della tua famiglia. Con questi brevi e semplici pensieri voglio ringraziarti per l’esempio datoci e… tanta serenità per i tuoi cento anni. Ciao, Santino

Cento anni tu ben hai ed ancor serena sei. E quando il dì nel suo ‘mattin’ vestir, sorridi e col tuo sguardo fiero ancor comandi e raccomandi.

SANTE UGO JANNA

Se è tepor di sole al giorno, siedi in cortil sulla soglia di casa ché camminar non puoi mai più, tua condanna per te che hai ancor mente lucida e su quella sedia a rotelle puoi solo occhiar il lungo giardin di casa che l’anno veste d’ogni frutto e d’ogni cosa. Sebben nelle due guerre passasti paure, dispiacer e molti guai, ora hai figli, nipoti e pronipoti che a te nulla manca mai. Il tuo pensier per tutti noi è l’augurio del tuo buon cuor. Come vecchia bandiera dai tre colori, anche questa ha i suoi, l’ho colta in giardin, bianca, rossa e rosa. O mamma, stringi in tua man questa mia bella rosa. TUO FIGLIO ANGELO

[Poesia dedicata alla mamma come augurio per il traguardo raggiunto].

Rosa Janna Tavàn

all’estero alla ricerca di un lavoro che garantisse loro prospettive più benevole di quelle dei nostri paesi. Zia Rosa ha di certo vissuto. Una vita che è significata condivisione delle difficoltà, soddisfazione per le piccole cose conquistate, sicuramente sacrificio ma anche pienezza e generosità negli affetti. Valori che nella società di oggi suonano oramai, ahimè, solo come echi di vite passate. Magari centenarie.

Nasce a Dardago il 3 aprile 1908. A soli undici anni lascia il paese per prestare servizio presso la famiglia milanese «Bricarelli» o «Briccarello» (lui avvocato, lei maestra) e per accudire i due figli della coppia. Rientrata a Dardago, sposa Giovanni Janna Tavàn il 25 gennaio 1930, mantenendo, anche dopo il matrimonio, un lungo e affettuoso scambio epistolare con la famiglia milanese. Da Rosa e Giovanni nascono tre figli: Bruna (23 ottobre 1930), Angelo (4 novembre 1932) e Carlo (24 agosto 1939).

Auguri vivissimi dalla Redazione de l’Artugna e da tutta la Comunità. 23


GENIALE L’INVENZIONE DI PASQUALINO ZAMBON CANTA

L’inquinamento delle auto? Lo risolvo con l’acqua! Nonno «Roccia» ha colpito ancora. Pasqualino Zambon Canta, classe 1927, cuore e nascita dardaghese ma saronnese di adozione, è di nuovo alla ribalta sul quotidiano di Varese La Prealpina per una sua speciale invenzione che denota la sua anima ecologista, retaggio forse di una passione antica nata sui nostri monti. Già protagonista di un articolo apparso sul n. 107 de l’Artugna nell’aprile del 2006, in cui si

raccontava della sua tenace battaglia contro la glomerulo nefrite che lo costringe da oltre trent’anni alla dialisi, ha intrapreso ora una nuova sfida per risolvere uno dei problemi più sentiti del nostro tempo, il cosiddetto e sempre attuale inquinamento dalle polveri sottili. «Mio nonno Pasqualino Zambon Canta», ci scrive la nipote Sara, «è riuscito a far brevettare un filtro contro l’inquinamento causato dalle polveri sottili M 10 prodotte

dai motori a scoppio. Egli, che è ormai anziano, sarebbe felice che tale suo progetto potesse venir usato per il benessere di tutti contro l’inquinamento.» Al nostro fedele lettore Pasqualino, i nostri auguri per la sua quotidiana battaglia contro la malattia e la sincera speranza che il suo progetto possa incontrare un concreto accoglimento e che possa fare, è il caso di dirlo, molta strada.

SARONNO – Brevettato con il nome di «camera per l’abbattimento delle micropolveri prodotte dai motori a scoppio», è un marchingegno che – se prodotto su larga scala – abbatterebbe l’inquinamento atmosferico. Ad averlo ideato è Pasqualino Zambon, 80 anni, ecologista convinto, che l’ha sperimentato con successo. «Il sistema di filtraggio è molto semplice», spiega: «I fumi di scarico dell’auto, passando attraverso la marmitta, vengono convogliati in un contenitore munito di griglie: grazie al semplice apporto di acqua, i fumi vengono ‘puliti’ ed immessi nell’aria

purificati». Grande l’entusiasmo di Zambon quando, dopo diversi tentativi, ha appurato che la sua invenzione funzionava: in 20 chilometri di tragitto da Saronno a Vertemate con Minoprio l’acqua del contenitore è diventata nerissima, a dimostrazione che i fumi di scarico della sua vecchia Fiat Uno erano stati davvero purificati. Stesso risultato con le auto munite di marmitta catalitica, provando così che sono comunque inquinanti. Quella di Pasqualino Zambon è partita come invenzione innovativa, che per poter essere concretizzata avrebbe avuto bisogno dell’appoggio politico: per questo, già due anni fa Zambon e sua moglie avevano incontrato l’allora sindaco di Varese per parlargli del progetto. Dopo aver brevettato il filtro, si sono rivolti all’assessorato all’Ecologia di Saronno, «i cui responsabili hanno mostrato parecchio interesse, ma non si sono mai attivati per aiutarci ad avviare la produzione», dice la coppia. Per nulla intenzionato ad arrendersi, Pasqualino Zambon ha preso carta e penna per scrivere al ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. «Il mio particolare filtro», si legge, «non solo ferma le micropolveri carboniose ma condensa anche il vapore acqueo, la cui abnorme produzione va ad

ingrossare le nuvole, aumentando la probabilità di alluvioni. Le chiedo quindi di riflettere sulla possibilità effettiva di sperimentare e mettere in produzione il mio brevetto». Purtroppo non è arrivata alcuna risposta: «Eppure», commenta Zambon, «sembra che Pecoraro Scanio sia molto interessato al problema dell’inquinamento atmosferico.» Il costo della produzione del dispositivo anti-inquinamento è tutt’altro che oneroso: varia dai 60 ai 70 euro, si può adattare a tutti i tipi di auto e non riduce le prestazioni del motore come l’aria condizionata. «Purtroppo», riflette, «devo constatare che si cerca di risolvere i grossi problemi dall’alto ma se le possibili soluzioni arrivano dal basso non se ne tiene minimamente conto». L’ottantenne Zambon, che ha lavorato come perito chimico, è talmente convinto dell’efficacia della sua invenzione che si rammarica di non essere più giovane: «Purtroppo sono anziano e malato», dice, «ma se fossi un trentenne non esiterei un istante a fare un investimento per avviare la produzione. Questo impianto funziona, eccome.»

LA REDAZIONE

STEFANO DI MARIA da La Prealpina, domenica 3 dicembre 2007

Per saperne di più è possibile vedere un’intervista a Pasqualino Zambon collegandosi al seguente sito internet www.pierodasaronno.eu/released/programma.aspx?ID_Programma=802 24


È

una bella mattina di gennaio: il campanile suona le undici e la nonna è già pronta sulla porta della cucina e dice al bambino: – Svelto piccolo, che il nonno e il tuo papà ci aspettano nel bosco: dobbiamo portargli da mangiare! Il bambino svelto finisce di vestirsi, si mette il berretto di lana e via fuori dalla cucina, vicino alla nonna che chiude la porta e si avvia lungo la strada. Sotto il braccio tiene la cesta dei viveri, il fazzoletto in testa e lo scialle sulle spalle: durante la notte ha nevicato e fa freddo, anche se il sole splende nel sereno. Il bambino cammina svelto dietro alla nonna: è curioso perché non è mai stato in Ligont e quel bosco gli sembra grande e misterioso. Cammina, cammina, a un certo punto la nonna si ferma: di lato al sentiero c’è la neve, ghiacciata, e si vedono delle impronte lasciate da…

Attenti al lupo! – Nonna, che roba è questa? – Vedi, piccolo, è passato di qua il lupo e ha lasciato le impronte delle zampe nella neve, stiamo attenti che sarà ancora qui intorno! Il ragazzino comincia a guardare di qua e di là spaventato: gli viene in mente la storia di Cappuccetto Rosso e del lupo. Dopo un po’ che camminano, arrivano dove il nonno e suo papà tagliano la legna. La nonna apre la cesta e tira fuori il cibo per gli uomini: polenta abbrustolita, formaggio, un pezzetto di salame, una bottiglietta col vino e il thermos col caffè (di orzo!). Mentre loro mangiano, il ragazzino guarda di qua e di là che non ci sia il lupo nascosto dietro ai muretti. Quando gli uomini hanno finito di mangiare, la nonna e il bambino tornano indietro lungo il sentiero, il bambino continuando a guardarsi attorno, la nonna che non pensa più al lupo o ad altri animali: ci sono i «mestieri» che aspettano. Arrivati a casa, la nonna apre il portone ed entra nel cortile: il gatto, che era sul muro, salta giù e di corsa si mette davanti alla porta della cucina. Nell’angolo, sotto al muro, è rimasta un po’ di neve: il bambino si avvicina, guarda bene per terra e subito chiama la nonna e le dice: – Nonna, guarda qua queste impronte: o il lupo è passato per il nostro cortile o il nostro gatto è andato a passeggio in Ligont! MASSIMO ZARDO


Orathion de la sèra, de ’na volta ’L era tant che i me fioi i me diseva de scrive a l’Artugna chista pithola, ma (par mi) béla orathion, che me nona Romana la me feva dise co’ liena dute le volte che dheve a dhormì su ’l so liet. Bel che fin a quindese ains ai sempro dhormit co’ liena (pi ’n avant al me a robàt el posto me fradhel pi pithol), e sta ’rathion ’l ài dita par tains e tains ains dute le sere, ma ’n chela volta ’l era pì ’na usantha, thentha nissun pensier su ’l vero de la religion, che la ’rathion la diseva par me nona; uncòi spere che i plase ancia a qalchedun altre, e che qualche nona de uncòi i la fathe dise ai so nevodhi quan che i li porta a dhormì.

Vado in leto co’ l’angelo perfeto co’ l’angelo de Dio, soi con Voi, Signor Iddio. Me pogne unchì, no sai se rivarai a dì; rivà o no rivà tre cose Sante voi racomandà: Confession, Comunion, Oio Sant. ’N tel nome del Padre, del Figlio e del Spirito Sant. Amen

L’angelo custode era sempre invocato nelle preghiere del mattino e della sera. Questa versione di Italia Bastianello Thisa è piuttosto insolita.

Angioletto del mio Dio, di te degno non son io. Angioletto del mio Dio, che fai tu vicino a me? Son l’amico del tuo cuore, sono un angelo del Signore. Quando vegli e quando dormi, sempre sempre son con te. ITALIA BASTIANELLO (di anni 95)

Dardago. Particolare de «L’incoronazione della Beata Vergine avvolta da angeli festanti». Affresco ottocentesco della cupola.

TINO ITE


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Da Broadway a Torre del Lago passando per Piancavallo di Sara Zambon Natale a Broadway non è, come potrebbe sembrare, un lungometraggio della coppia Boldi e De Sica, bensì il titolo del concerto con cui noi del Coro da Camera Gabriel Fauré (in formazione mista) abbiamo preso commiato dallo scorso anno 2007. In dicembre ci siamo esibiti ad Aviano e a Polcenigo eseguendo dei brani tratti dai Musical West Side Story di Berstein, Jekyll & Hide e The Scarlet Pimpernel di Wild Horn, Rent di Larson e infine abbiamo presentato un medley di pezzi tratti dalle opere di Andrew Lloyd Webber, tra le più famose si possono citare Jesus Christ Superstar, Evita, Cats, The Phantom of the Opera. Abbiamo dato il benvenuto al 2008 con il concerto La Voce Femminile e L’Arpa allietando la serata ai turisti che trascorrevano le ferie sulle piste innevate del Piancavallo. Il concerto, che si è aperto proprio con un pezzo scritto dal compositore francese a cui è intitolato il nostro coro, ha visto noi dell’Ensemble Vocale Femminile Gabriel Fauré, esibirci in brani tratti dalla colonna sonora del film Les Choristes, composta da Coulais e dalla raccolta Ceremony of Carols di Britten. Durante il concerto siamo state accompagnate dal suono melodioso dell’arpa le cui corde erano superbamente pizzicate o, a seconda del caso, accarezzate dalle agili dita di Paola Baron. Ai pezzi corali si alternavano alcune arie di opere pucciniane

interpretate incantevolmente dal soprano lirico Stefania Antoniazzi e dalle sonate per sola arpa eseguite appunto da Paola Baron la quale, dallo scorso anno, è prima arpa del Teatro dell’Opera di San Paolo in Brasile. Dopo aver cantato il 15 marzo nella Pieve dardaghese, la sera del lunedì di Pasqua (24 marzo) saremo ospiti del Duomo di Aviano. Ci accompagnerà all’organo il Maestro Andrea Tomasi, organista del Duomo di Pordenone. In queste due serate proporremo la Messe Basse composta da Gabriel Fauré sul finire dell’ottocento e la Missa Brevis di Benjamin Britten che risale al 1959. Entrambe sono opere di breve durata. La Messe Basse è un concentrato dell’estetica del linguaggio di Gabriel Fauré e ne esprime tutto il vocabolario armonico. Alla delicatezza eterea degli spartiti di questa, si contrappone l’uso spinto ma affascinante delle dissonanze, dei tempi e controtempi inconsueti di Britten, compositore contemporaneo, ai quali il nostro orecchio non risulta essere avezzo, abituato com’è allo stile classico romantico. In questo anno, in cui cade il 150° anniversario dalla nascita di Giacomo Puccini, anche l’Associazione renderà omaggio all’illustre compositore, mettendo in scena l’opera lirica Suor Angelica, la drammatica vicenda di una giovane, costretta dalla perfidia dei familiari alla vita monacale per un pec27

Per qualsiasi informazione e per essere sempre aggiornati sull’attività dell’associazione è sufficiente spedire una e-mail all’indirizzo gabrielfaure@tele2.it o chiamare al numero 347.4219976

cato commesso durante la sua giovinezza. L’attività proseguirà poi per tre domeniche fra luglio e agosto, durante le quali verrà riproposta l’iniziativa Note tra le Malghe che accomuna semplici escursioni in mezzo alla natura e concerti di vario genere nei luoghi meta delle camminate. Quest’anno le casere che si apriranno a cantanti, strumentisti e a tutti coloro che vorranno trascorrere un domenica fra note e natura, sono le malghe Busa Bernart di Polcenigo, Pian Mazzega sopra Aviano e Valle Friz di Dardago. Il repentino susseguirsi di impegni e l’esperienza di repertori sempre nuovi e dai generi più svariati che ci propone il nostro direttore Emanuele Lachin, ci spronano e ci danno quella grinta e quella fresca voglia di cantare necessarie perché il coro non smetta mai di crescere e possa puntare a traguardi sempre più ambiziosi.


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Sperimentare l’accoglienza con gli «Amici di Don Nillo Carniel»

Natascia con il suo piccolo nella loro casa italiana.

Con la fine di ottobre, l’associazione «Amici di Don Nillo Carniel» ha concluso le sue attività per l’anno sociale 2006-2007, attività che riguardano principalmente l’accoglienza e il sostegno a bambini e ragazzi bielorussi che vivono in patria situazioni di disagio. L’estate, in particolare, è stato il periodo più impegnato e i progetti realizzati sono stati davvero tanti, nonostante l’anno si fosse aperto con tutte le incertezze e le discussioni legate al famoso caso di Maria e la famiglia di Cogoleto. Tutta la nostra attività, insieme a quella di decine di associazioni in Italia che si occupano di accoglienza di bambini bielorussi, è stata messa in dubbio ed in pericolo a causa di un singolo caso che ha riempito per giorni e giorni le pagine di giornali e telegiornali con la diffusione di una miriade di informazioni molte delle quali imprecise o addirittura scorrette. Teniamo a precisare anche noi, in 28

qualità di operatori del settore, che l’attività di accoglienza temporanea non ha nulla a che vedere con l’adozione; le due esperienze sono completamente differenti e l’accoglienza temporanea non può e non deve essere considerata la scorciatoia per l’adozione. L’accoglienza è l’esperienza della famiglia che apre le porte ad un ospite, nel nostro caso a bambini provenienti da un paese che continua a soffrire per le conseguenze del disastro di Cernobyl; è stato ampiamente constatato che un soggiorno in Italia, seppure per un periodo limitato, produce notevoli benefici sul loro sistema immunitario. Ma il risultato positivo non si ferma qui: l’esperienza dell’accoglienza produce dei legami di amicizia tra famiglie italiane e famiglie bielorusse, legami profondi e duraturi nel tempo. Questa amicizia ha un significato socialmente interessante, al di là del discorso risanamento; a noi piace pensare


che sia, nel nostro piccolo, un modo per diffondere dalla base i principi della pace, del rispetto tra i popoli, della tolleranza verso l’altro e un mezzo per stimolare reciprocamente la curiosità e l’interesse per stili di vita e per usi e costumi diversi dal proprio. Gli «Amici di Don Nillo Carniel» raccolgono famiglie ospitanti da tutta la provincia di Pordenone e quest’anno i ragazzi ospitati in famiglia durante l’estate sono stati 60, di cui 16 vivono nell’Istituto per Minori con Problemi nello Sviluppo Fisico di Ivenez, regione di Minsk, istituto con il quale siamo legati da più di 10 anni e che è il destinatario della maggior parte della nostra attività al di fuori della accoglienza. Per il terzo anno consecutivo, è proseguita, la collaborazione con un gruppo di dentisti e di assistenti di studio dentistico membri dell’ AIO (Associazione Odontoiatri Italiani) della provincia di Pordenone che hanno fornito a tutti i ragazzi cure dentarie gratuite. Con la vacanza di quest’anno per qualche ragazzo si è conclusa l’esperienza di accoglienza in Italia, perché tra poco maggiorenne. Sarebbe interessante poter riflettere su che cosa resta nella vita di questi ragazzi bielorussi dopo l’esperienza di accoglienza, in famiglie di un altro paese, durante gli anni della loro crescita e della loro formazione. Potrei parlarvi di Roman, ragazzo disabile e senza famiglia, molto intelligente e determinato, che nei suoi 11 anni di Italia ha imparato che si può e che si deve lottare per poter decidere della propria vita e del proprio futuro, anche se la società in cui vive potrebbe sembrare non preparata a sostenerlo. Durante quest’anno abbiamo riproposto il progetto di accoglienza al mare di ospiti davvero speciali: il 19 agosto sono sbarcati all’aeroporto di Venezia 6 ragazzi dell’Istituto di Ivenez, tutti con gravi problemi di deambulazione, 3 dei quali in carrozzella, accompa-

gnati da un medico, un interprete e due assistenti, dipendenti dell’Istituto stesso. Purtroppo solo sei ragazzi e per sole due settimane: non sono i numeri di cui avremmo voluto parlare, ma questo tipo di accoglienza, finanziato completamente dalla nostra Associazione, è un serio impegno dal punto di vista economico e più di così non siamo riusciti a fare per quest’anno. Non serve essere medici per riconoscere quanto sia salutare per la loro situazione fisica trascorrere ore e ore a nuotare con i braccioli nell’acqua del mare. Edik, che passa la vita in carrozzella, faceva sforzi incredibili per stare dritto in piedi nell’acqua e ci chiedeva di cronometrare: magari erano due o tre secondi, ma che conquista! Un altro progetto del 2007 ha riguardato altri 33 ragazzi dell’Istituto di Ivenez, per la maggior parte gravemente disabili, che hanno trascorso un periodo di vacanza in Bielorussia presso un centro che si occupa di riabilitazione sociale del disabile attraverso la danza sulla carrozzella. Si tratta di un centro privato molto ben organizzato che collabora con l’Istituto di Ivenez grazie al sostegno della nostra associazione: qui, durante tutto l’anno, si allenano cinque coppie di ragazzi in carrozzella che partecipano a gare e concorsi nazionali e internazionali. Questo centro ha ricevuto l’approvazione dal Comitato Paraolimpico di Berlino per l’organizzazione nell’ottobre 2008 dei Campionati Mondiali di Danza sulla Carrozzella; in quell’occasione gareggeranno anche i nostri amici di Ivenez. Pensate che obiettivo importante e con quale orgoglio e impegno lo stanno affrontando! Con gli anni, i nostri amici crescono, diventano adulti e l’esperienza di accoglienza si interrompe. La domanda ovvia che ci si pone è: «Cosa fanno questi ragazzi da grandi?» E di conseguenza: «Cosa possiamo continuare a fare 29

noi per loro?». Tenendoci in contatto con loro e continuando a seguire da vicino le loro vite, almeno quelle dei più bisognosi, qualcosa si può fare. Quest’anno ci siamo dedicati a Natascia, una donna ormai ventenne, cresciuta nell’Istituto di Ivenez a causa dei suoi problemi fisici e accolta per tanti anni in Italia proprio a Santa Lucia di Budoia, all’inizio della nostra attività quando ancora Don Nillo era in vita. Natascia ha incontrato un compagno con il quale ha costituito una famiglia allietata un anno fa dall’arrivo del piccolo Sascia; le loro condizioni di vita erano però piuttosto difficili, soprattutto per la mancanza di una casa. Ebbene, ora una casa ce l’hanno, i vecchi amici italiani hanno dato fiducia a questi ragazzi e li hanno aiutati a comperare una casa, nella quale sono già andati a vivere da quest’autunno. AMICI DI DON NILLO

L’associazione «Amici di Don Nillo Carniel» ha sede in via Lachin, 29 a Santa Lucia di Budoia. Chi volesse contattarci può chiamare il numero 338.9939496 o scrivere a: amicidonnillocarniel@libero.it L’esperienza dell’accoglienza fa crescere le nostre famiglie!


[ recensione ]

Anche il piede È da poco stato dato alle stampe il libro La quarta luna di Giove di Alessandro Fontana. Ve ne consigliamo la lettura perché è un libro appassionato, un libro che rifugge il sangue e la violenza e parla di sorte, di destini incrociati tra loro e della fortuna che miscela persone e personaggi, ministri, presidenti, artisti, bancari, pescatori, conciatori, albergatori, studenti e avvocati, tutti hanno il loro insondabile momento di fortuna per il solo fatto di essersi incontrati e non scontrati, mettendo il meglio di sé stessi, confidando in sé stessi. E racconta soprattutto della sorte di Callisto, l’uomo con i piedi più belli del mondo, omaggio generoso del pianeta che governa la fortuna, Giove. Questo libro ha il pregio che, appena si inizia a leggerlo, coinvolge e conduce per mano il lettore fino alla sua inaspettata conclusione.

vuole la sua arte…

Alessandro Fontana La quarta luna di Giove Campanotto Editrice, Udine, 2008 15,00 euro Lo si può trovare Pordenone Libreria «Al Segno» Libreria «Minerva»

Alessandro Fontana è un ingegnere, che ha scelto Budoia come luogo di residenza. La sua esistenza è stata variata e mai volutamente mischiata nella monotonia. Partecipe di correnti ed eventi portanti del mondo contemporaneo, l’ingegnere Fontana ha visto molti luoghi e frequentato molti caratteri raccogliendo ed incanalando esperienze vive per il suo cassetto letterario.

Sacile Libreria «Al Segno» Libreria «Brunetta» Udine Libreria «Friuli» Libreria «Tarantola» Libreria «Ribis»

Pa’ no perdhe le tradithiòns Adelaide Bastianello Thisa e Rosalia Bocus Ciuti In una bella giornata di agosto, parlando dei nostri nonni durante un incontro tra amici, è nata l’idea di raccogliere modi di dire dialettali e proverbi che venivano utilizzati dai nostri «vecchi» per esprimere dei concetti, ad esempio: «lonc come el Passio», «l’è un scurta tabàri», «drio el thoc se taja la stela» ecc... Queste espressioni si usavano nella vita quotidiana e specialmente nelle operazioni di vita pratica. Purtroppo, col passare del tempo, stanno andando via via in disuso e quindi tra non molto saranno dimenticate: andremo così a perdere un patrimonio importante del nostro dialetto e della nostra cultura. Questo è il motivo per cui chiediamo la vostra collaborazione: aiutateci a mettere insieme tutto quello che siamo in grado di ricordare, scavando nella nostra memoria per tentare di conservare questa ricchezza della nostra tradizione popolare.

Il nostro obiettivo è quello di tentare di conservare questo patrimonio mettendo «nero su bianco» tutte le espressioni ri-trovate, così che questa testimonianza non sia lasciata solo alla tradizione orale. In seguito, in base alla quantità di materiale che riusciremo a raccogliere, vorremmo pubblicare un «libretto». Ogni famiglia potrà, in questo modo, essere in grado di tramandare ai propri figli o nipoti quella saggezza spicciola, popolare che veniva usata dai nostri nonni e che era capace, pur nella sua semplicità, di rendere immediati quei concetti che faticheremmo a tradurre nella lingua italiana con un termine che ne descriva l’idea con la medesima efficacia. Chi si sente motivato da questa iniziativa ed è in grado di ricordare anche un solo modo di dire, o un proverbio, una filastrocca, una villotta o una particolare espressione che il nonno, la mamma o chiunque altro

soleva dire in un contesto della vita quotidiana, può comunicarcelo in due modi: – o scrivendo la frase su un semplice foglio «imbucandolo» nella cassetta postale di piazza Vittorio Emanuele 10 (casa Carnitha). Verrà ritirato da Marcella e consegnato alla Redazione de l’Artugna. – oppure inviando i testi via e-mail al sito de l’Artugna l.artugna@naonis.com Naturalmente tutto può essere comunicato in forma anonima o firmato. Forse questo progetto a qualcuno potrà apparire ambizioso, ma nasce da un desiderio che sentiamo fortemente in noi per la conservazione della nostra cultura a cui siamo molto legati e affezionati e sappiamo che l’amore smuove le montagne. Ringraziamo tutti coloro che vorranno contribuire alla realizzazione di questa idea.


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Vittoria Santin Cara nonna, la tua scomparsa il 27 ottobre ha lasciato in tutti noi un grande vuoto. Nei nostri cuori e nella nostra mente riaffiorano tanti bei momenti passati assieme. Ricordiamo con amore tutto l’affetto che provavi per noi e come ogni piccola ricorrenza volevi che fosse occasione per riunire tutta la famiglia e stare insieme. Dagli anni ’50 in poi sei stata anima integrante della piazza. Tutti ricordano il tuo squisito gelato forse perché accompagnato dal sorriso speciale che avevi sempre. Quante sagre, quanto lavoro… Hai sempre avuto un carattere altruista e

sei sempre stata disponibile a partecipare a tutte le iniziative del paese con generosità e spontaneità. La tua «porta» era sempre aperta a tutti e gioivi quando la tua cucina si riempiva di gente. Tanti, troppi sono i ricordi che ci legano a te; ognuno di noi li conserva nel proprio cuore. Tu nonnina così speciale che nel giorno dell’addio il tempo era molto triste e a salutarti non mancava proprio nessuno. Continueremo a sentire la tua voce far parte del coro nei canti della nostra chiesa. Con tanto affetto, la tua famiglia.

Assunta Vicenzi e Ettore Bravin renza e la malattia fanno capolino nella nostra vita. Ora il seno della terra li ha accolti nell’ultimo abbraccio terreno. A Rosa Pia e congiunti tutti la nostra vicinanza e il nostro cordoglio.

Madre e figlio scomparsi a pochi giorni di distanza l’una dall’altro, si sono ricongiunti per sempre. Assunta all’età di 93 anni, dopo una vita di lavoro e di famiglia, amorevolmente assistita dalla figlia con l’aiuto di Aurelia; Ettore a soli 62 anni, improvvisamente, nel lontano Messico, sempre con il pensiero e il cuore alla sua famiglia e alla sua terra natia. La lontananza però riafferma ancora di più l’amore verso i propri congiunti, in modo particolare nel momento in cui la soffe-

M. P.

Rosemarie Krebs, vedova Zanchet fronte alla morte, lei la desiderava, perché l’ultimo anno non è certo stato facile. Ma una grande dignità e consapevolezza l’hanno accompagnata in questo ultimo viaggio e noi, che le siamo stati vicini, abbiamo vissuto insieme a lei questa esperienza, con tenerezza, commozione, nel silenzio della preghiera e col sorriso nel cuore. È stata una grande lezione di vita e di amore e ora il suo ricordo ci accompagna leggero ed è pieno di speranza. Pace a lei e a tutti coloro che le hanno voluto bene.

Zurigo 27.3.1918 – Dardago 7.12.2007 «Si sta compiendo il mio destino... Vi ringrazio tutti e scusatemi se a volte ho sbagliato...». Queste sono state le ultime parole di Rosemarie, la sera prima di addormentarsi in quella che doveva essere la sua ultima notte in questa vita. Poi ci ha salutato e ci ha mandato a dormire: voleva restare sola. Era, serena, in pace con sé stessa e con gli altri. Era preparata a morire. Sapeva che era giunto il suo momento e, malgrado la sofferenza e l’impotenza che tutti abbiamo di

BEATRICE

31


Cronaca Cronaca

giornata di sole passata in luoghi stupendi, abbiamo avuto l’opportunità di ritrovarci, talvolta anche dopo vari decenni che non ci vedevamo, recuperando un rapporto che risaliva fino alla prima infanzia. La cosa stupefacente, in questi incontri, è constatare quanto forte rimanga il legame tra noi, pur diversamente caratterizzati dalle differenti situazioni della vita, avendo avuto in comune l’infanzia e la prima giovinezza a Dardago, Budoia, Santa Lucia. Non ci sono dubbi: è una grande ricchezza, questa che abbiamo, e la vogliamo mantenere. Ci siamo così lasciati con l’impegno ad intensificare questi incontri e mantenere i contatti. ANTONIO VETTOR

La classe del ’47 in festa Ebbene sì, anche per la classe 1947 è arrivato il fatidico 60° compleanno che caratterizza il passaggio verso la…..terza età. I coscritti di tutto il Comune di Budoia con i/le rispettivi/e consorti, provenienti anche da residenze lontane, si sono trovati assieme la sera del 7 Settembre nella Chiesa di Budoia ed hanno partecipato alla Santa Messa di ringraziamento

celebrata dal Parroco don Adel, seguita da un aperitivo presso il Bar da Renè. Con l’ottima regia degli organizzatori, la festa è poi continuata il giorno dopo con una bella gita in pullman fino alle isole Brioni (Croazia). Abbiamo trascorso l’intera giornata in visita alle bellezze naturali del luogo, con pranzo all’aperto a Fazana in riva al mare, imbarco per Veliki Brioni, visita dell’intera isola col trenino panoramico e la guida, rientro con sosta a Parenzo. Oltre ad una bella

Sfilata di presepi in chiesa a Dardago e sul Sagrato. In alto. I sessantenni in festa alle isole Brioni.

32

Nadhal

La nostra chiesa splende di luce nuova dopo i lunghi restauri e al suo interno troviamo, per Natale, piacevoli novità. Vi ricordate che il presepio eravamo abituati a vederlo nella sacrestia di sinistra, una volta opera dei vecchi e poi di noi, allora, giovani? Negli ultimi anni è uscito allo scoperto, ha recuperato le vecchie statue e si è conquistato nuovi spazi, ma rimanendo ancora un po’ in disparte e poco visibile. Quest’anno, con felice intuizione, Gigi, Alberto, Flavio e Bruno aiutati dagli «apprendisti» Michele Lacchin de Stort e Elia Zambon Sartorel, hanno portato il presepio vicino al battistero, ampliandolo ed offrendolo come benvenuto a chi entra in chiesa. Davvero un bel lavoro, giocato sulle prospettive e sulla semplicità, ricreando un ambiente pastorale senza luogo e senza tempo, se non fosse per la presenza dei Magi e del cammello. Questo scenario in piena luce ci consente inoltre di ammirare in tutta la loro austera bellezza le


chi tagliando le rame de peth, chi allestendo il presepio e i collegamenti elettrici, fino all’inevitabile finale preparazione del brulè di mezzanotte. MASSIMO ZARDO

Se stava mejo quan che se stava pedho

vecchie statue, recentemente restaurate. Fanno da contrappunto, nei due altari a destra, i due presepi artigianali: quello in legno realizzato da Bruno Zambon Rosit e quello tradizionale (lisp, crode, lenc) di Bruno Zambon de la Rossanda: la scenografia natalizia è così completa. La sensazione di luminosità e di colore è accentuata dalle macchie verdi dei madhi, disposti lungo le navate e al centro della chiesa, resi multicolori dall’abbondanza degli addobbi, poveri di sostanza ma ricchi di fantasia: complimenti a tutti! Le varie contrade hanno esibito i loro alberi anche allo scopo di raccogliere fondi che in questa occasione ammontano a 1.242 euro di cui 100 euro da offerte del presepio della chiesa. Grazie ai vari collaboratori e alle famiglie che hanno contribuito con le loro offerte che saranno devolute interamente per il restauro del tetto della chiesa di San Tomè. Non poteva mancare, fuori sul sagrato, la capanna di Betlemme costruita, sotto l’attenta regia di Vittorio Janna Tavan, da una squadra numerosa ed operosa composta da: Omero Bocus de la Rossa, Antonio Zambon Mao, Corrado Zambon Tarabin, Adelaide Bastianello Thisa, Espedito Zambon, Marco Ianna Bocus, Nino Cosmo, Luigi Basso, Giorgio Bocus Dolfin, Bruno Zambon. Ognuno ha dato il suo contributo, chi procurando la paia e le tole,

Un tempo si attendeva il 15 di agosto per poter assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio. Maestri di cerimonia, coadiuvati da volontari del paese, erano sempre persone autorizzate dalla ditta che li aveva confezionati e venduti. Esplodeva così di luce e colore la notte e la piazza di Dardago in onore all’Assunta e per la gioia di adulti e bambini. Oggi, ahimè, tutti noi, con la complicità di alcuni rivenditori, ci stiamo improvvisando artificieri e maneggiamo con disinvoltura (spesso con incoscienza) quegli strumenti pirotecnici per ‘celebrare’ qualsiasi occasione o ricorrenza. Si avverte oramai una corsa frenetica allo stupore, la necessità di consacrare l’evento con ‘magnificenza’ «a qualsiasi prezzo e a tutti i costi», con il dovere sempre più

incessante di dover meravigliare. Spesso a prevalere è però la noncuranza di alcune persone, evidentemente plagiate da mentalità e costumi non nostri, nel scegliere i luoghi in cui dare sfogo alla festa, come nel caso dell’ultimo Capodanno. Nelle strade del paese, nei cortili, negli orti si sono improvvisate rampe di lancio, vere e proprie ‘katiusce’ da cui in seguito vomitare, allo scoccar della mezzanotte, centinaia di razzi. Fuochi colorati, sempre più sofisticati, botti sempre più assordanti sparati con spavalderia incurante dell’incolumità delle persone e della sensibilità degli animali domestici. E così dopo i bagliori e i boati anche l’odore acre della polvere da sparo combusta si spande in aria per salutare il nuovo anno salvo poi l’indomani bonificare i terrazzi, i tetti e gli orti dai residui della festa piovuti dal cielo. Forse servirebbe un’esuberanza più contenuta e maggior attenzione nella scelta dei fuochi d’artificio e nel rispetto dei luoghi. Vivere sì l’evento ma con più sobrietà, liberi da preoccupazioni per la propria e l’altrui incolumità. Mediatiamo. Perché, se festa dev’essere, che sia per tutti. VITTORIO JANNA

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El pan e vin ’l era bagnat, avòn brusat la vecia Anche quest’annno il «gruppo pan e vin», forte dei soliti cinquantenni e oltre, validamente assistiti da figli e nipoti nel segno della continuità delle tradizioni, ha organizzato l’evento con largo anticipo: la raccolta del materiale era già stata avviata con il concorso del comune, al fine di risparmiare sullo smaltimento delle ramaglie presso il centro ecologico. Così se una volta il pan e vin era l’occasione per «smaltire» tenendo puliti i boschi e le vigne adesso serve anche per dare il nostro contributo all’ecologia e al risparmio energetico, in linea con i tempi. Nonostante il meteo incerto «pronti via» al mattino del 3 gennaio per raccogliere spine, rumath, e ripulire ciamps, orth e spinade, con un imprevisto: l’abbattimento dei pini della canonica. Poiché stavano danneggiando il muro di cinta con lo sviluppo delle radici, si è deciso di tagliarli, approfittando dell’occasione per unire le forze dei volontari a quelle degli addetti del comune: così la piazza ha avuto un nuovo aspetto e il pan e vin due carichi di legna in più. Sperando in un miglioramento del tempo, venerdì è continuato il lavoro di raccolta, ma il 5 mattina, sotto la pioggia, si è deciso il rinvio: – «Intant lo fon su, se stasera plof lo brusaron sabo che vin». Purtroppo il maltempo costringeva alla rinuncia anche il sabato successivo, fu-

nestato da una pioggia ancora più battente: nessuno ricordava un tempo cosi inclemente ai primi di gennaio: «no avon proprio podut brusalo, el pan e vin». Ecco allora la decisione di rinviare alla successiva occasione il falò: – «Brusaron la vecia a metà quaresima», rinnovando l’antica tradizione, a metà strada tra sacro e profano, come d’altra parte è il pan e vin, che prevedeva il processo alla vecchia nella piazza del paese, con il racconto degli eventi positivi e negativi dell’anno appena trascorso e la condanna finale al rogo purificatore che annuncia la nuova stagione. Tutti d’accordo: appuntamento al 23 febbraio. La cronaca della giornata vede il solito gruppo intento alla realizzazione del fantoccio: vecchi vestiti, paglia e altre imbottiture, la vecia si rivela alla fine un bel donnone di due metri che viene innalzato sul pan e vin tra risate e prese in giro, ricreando in parte quel clima di festa di piazza tipico dell’occasione. L’appuntamento è per la sera in via Rivetta, davanti al buffet preparato dall’organizzazione che comprende, oltre al classico vin brulè, come sempre magistralmente preparato da Bruno, torte e pinza cucinate da alcune amiche (grazie e complimenti). Alle venti e trenta l’accensione: complici il tempo secco di febbraio che ha asciugato fras-cie, spine e rumath e la accurata preparazione, il fuoco è salito rapido ad avvolgere la vecia, innalzandosi nella sera a illuminare il prato e la gente che nel frattem34

po è arrivata in numero ben superiore alle aspettative. Anche quest’anno ci siamo così ritrovati attorno al fuoco, dardaghesi vecchi e nuovi e «turisti» a scaldarci, a bere e mangiare, rinnovando un rito che ha le sue radici nel nostro lontano passato, attorno al fuoco che muove in noi ricordi ancestrali, che attira i bambini senza che ne sappiano il perché, che è luce e calore e speranza che il buio rimanga sempre fuori dalle nostre vite. Le fiamme si sono allungate nel cielo scuro e il fumo se n’è andato su dritto senza volgere «ne a mont ne a marina», almeno fin quando l’aria dell’Artugna non si è fatta sentire, spingendo le faville verso Castello. Ma ormai gli auspici erano stati tratti e, a detta di tutti, sono di buon augurio per il nuovo anno, e Dio sa se ne abbiamo bisogno, di un anno migliore dei trascorsi. A riviodisi: sto an che vin brusaron, dopo la vecia, un altro pan e vin. MASSIMO ZARDO

El pan e vin de l’oratorio

Anche quest’anno si è tenuto il tradizionale pan e vin dell’Oratorio allestito dai volontari della Parrocchia di Budoia. Tutto era programmato come sempre per il 5 gennaio ma come ben si sa... «al tempo non si comanda!» Il maltempo ha fatto rimandare l’iniziativa a sabato 16 febbraio, metà quaresima: serata fredda e secca ed il fuoco ha bruciato il vecio e la vecia in cima alla catasta con gran velocità. Numerosi i partecipanti nonostante il cambio di programma. È stato offerto musetto, pinza, vin brulè, tè caldo e dolci vari, il tutto preparato da cuochi patentati! Alle 21.30 si è dato inizio alla tombola, seguita poi da una lotteria fi-


Direttivo dei Donatori di Budoia-Santa Lucia

nale con tanti premi offerti da numerosi commercianti di Budoia, ai quali va un doveroso ringraziamento. FULVIA MELLINA

La sezione dei Donatori di Sangue A.F.D.S. di Budoia-Santa Lucia ha rinnovato il consiglio direttivo per il quadriennio 2008-2011. Questo il risultato delle elezioni e della distribuzione delle cariche. Il Presidente Pietro Zambon ha come vice Pietro Del Maschio. Il rappresentante dei donatori è Valerio Arlati mentre risultano eletti consiglieri Lucio Carlon, Fabio Scussat, Luca Signora, Luigino Morson, Luisa Malverni, Gian Pietro Fort. I revisori dei conti sono Umberto Coassin e Maurizio Carlon.

I «Puffi» grains e pithui

In bocca al lupo, Matteo!

Primo su 115 atleti partecipanti, italiani e stranieri, Matteo Signora continua a stupire per le sue ottime capacità atletiche di pattinatore; ha raggiunto il gradino più alto del podio all’Arena Ritten di Collalbo (Bz), sbaragliando qualificati atleti austriaci, olandesi, tedeschi, russi e romeni con la vittoria in tutte e quattro le distanze disputate, migliorando anche il record personale sui 500 m con 40” 26. Al termine delle gare disputate, Matteo ha ricevuto la convocazione in Nazionale, per partecipare, nel mese di marzo, alla Viking Race a Heereveen in Olanda, gara di livello mondiale con la partecipazione di 288 atleti. In bocca al lupo, Matteo!

Un carro mascherato in grande stile quello allestito dal gruppo Oratorio Sant’Andrea della Parrocchia di Budoia. I puffi con il mago Gargamella ed il gatto Birba, intorno alla loro casetta a forma di fungo, bella e coloratissima, hanno rinnovato la tradizione del carnevale. Dopo tanto lavoro per confezionare gli abiti, la cartapesta, i colori, la colonna sonora, per allestire con fantasia e brio il carro dei «Puffi» oltre alle... torte ed i dolcetti che hanno accompagnato i pomerig-

gi, le domeniche e le tante serate trascorse tutti insieme, ecco finalmente arrivare la prima sfilata! Più di 80 i partecipanti: bambini accompagnati dai loro genitori e amici che, con i loro costumi blu e i grandi cappelli bianchi, hanno ravvivato le strade del centro di Budoia. Alle ore 10,00 del 27 gennaio appuntamento davanti alla chiesa parrocchiale per partecipare alla Santa Messa officiata dal parroco don Adel Nasr: al termine benedizione del carro e partenza per la sfilata allietata da musica, balli, coriandoli e tanta tanta allegria, per finire poi con un rinfresco «con i fiocchi» offerto dal ristorante Ca’ Del Bosco. L’iniziativa ha unito grandi e piccini delle tre parrocchie di Budoia, Dardago e Santa Lucia in un unico progetto, culminato con la partecipazione, nello stesso pomeriggio, al Carnevale di Aviano, dove hanno ricevuto un simpatico premio e tanti applausi. Ha destato molta curiosità e apprezzamento anche la partecipazione al Carnevale di Montereale, di Maniago e Cordenons. Un plauso va a tutti i volontari che sono riusciti a coinvolgere tanti bambini con mamma e papà, a don Adel per la sua entusiastica partecipazione ed un ringraziamento agli sponsor che hanno dato il loro contributo a questa bella iniziativa. FULVIA MELLINA

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Inno alla vita Ciao a tutti! Sono la nuova abitante di Dardago. Mi chiamo Agata e ho visto la luce il 13 febbraio. Sono stata il regalo di San Valentino per papà Andrea e mamma Claudia.

Il piccolo Nicola Crestan il giorno del suo battesimo celebrato il 21 ottobre 2007 con la bisnonna Vincenza, il nonno Pietro, la nonna Rita, la mamma Lucia Ianna Theco, il papà Roberto e gli zii Alessandro e Fabio.

Mi presento nel giorno del mio battesimo: sono Rita Muraretto Fontana, la gioia di papà e di mamma.

Clelia Dedor ed Angelo Varnier festeggiati, oltre che da figli, nipoti, parenti ed amici, anche dal sindaco di Verona, Flavio Tosi, in occasione del loro 50° anniversario di matrimonio.

I coniugi Gloria Carlon Scopio e Giuliano Moreal, attorniati da mamma Rina Bastianello Thisa, papà Luciano Moreal e da don Giovanni dopo la Santa Messa presso l’Abbazia di Sesto al Reghena in occasione del 25° anniversario di nozze. In tale occasione un caro ricordo a mamma Serena e papà Angelo Scopio che da oramai lungo tempo ci hanno lasciati.


Sessant’anni insieme. Sabato 1 dicembre 2007 ci siamo stretti vicino a Maria e Guerrino, anzi ci hanno chiamati a raccolta accanto a sé, per festeggiare il loro 60° anno di matrimonio. Festeggiare per Guerrino e Maria è stato condividere con le persone care questo importante traguardo di vita, è stato un modo di riversare su tutti il loro affetto e gratitudine, il loro ringraziamento per essere stati aiutati e sorretti lungo il loro cammino di vita. Si perché passo dopo passo si ama e si è amati, si aiuta e si è aiutati. Tutti insieme ci siamo ritrovati in chiesa per la Santa Messa. Maria e Guerrino un po’ ansiosi ed emozionati, ma allo stesso tempo stupiti per il grande giorno, con gli occhi umidi e le mani un po’ tremanti, si sono raccolti in preghiera. Infatti era questo il loro principale impegno della giornata: la preghiera di ringraziamento al Signore per il sostegno ricevuto e per quello che ancora avrebbero avuto bisogno; ora che il passo della vita si è fatto lento e pesante. La celebrazione della messa è stata allietata dal coro, che poi all’uscita dalla chiesa ha rallegrato tutti cantando un tipico ritornello friulano. Gesto questo di grande attenzione ed amicizia. Vivere in un piccolo paese come Dardago è come far parte di un’unica grande famiglia in cui tutti partecipano e condividono, con cuore sincero, gli eventi felici di ciascuno. Vedere Maria e Guerrino insieme così uniti e sereni ci ha riempito il cuore di gioia, ci ha riconfermato che l’amore è l’unico sostegno della famiglia nel tempo. Maria e Guerrino ringraziano tutti coloro che con la loro presenza hanno reso speciale e gioioso il loro anniversario. LE FIGLIE

Auguri dalla Redazione!

Ofelia Biscontin e Claudio Parmesan al termine della Santa Messa di ringraziamento per i 50 anni di vita in comune.

15 settembre 2007. Claudia Pez, figlia di Alberto e Lucia Bastianello Thisa, e Stefano Santarossa nel giorno del loro matrimonio celebrato nella chiesa di Dardago.


[...dai conti correnti]

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Con i più cari e fervidi auguri di un sereno anno 2008. SILVANA ZAMBON – ROMA

Un saluto e un grazie per il vostro impegno. Buon anno a tutta la Redazione. DONATELLA ANGELIN – MILANO

Un’offerta per l’Artugna e per la chiesa. AURELIO ZAMBON – MILANO Fiume Veneto, 21 gennaio 2008

Trezzano Rosa, 17 febbraio 2008

Rinnoviamo anche quest’anno l’abbonamento alla vostra bella rivista alla quale siamo particolarmente affezionati. Grazie.

Nella ricorrenza del decimo anniversario della morte di Letizia Zambon, i figli, il nipote e la nuora desiderano ricordarla con un’offerta al periodico da lei tanto amato. Grazie per tutto quello che fate. Cordiali saluti a tutti.

Con tanti auguri.

PIETRO, PIERINA, LEONIDA, ANNA ZAMBON

Siamo noi che dobbiamo ringraziarvi dell’affetto che continuamente ci dimostrate. Faremo di tutto per continuare a meritarcelo. Un grazie anche per l’offerta veramente generosa!

MARIO ZAMBON

Grazie a lei, caro Mario. Cogliamo l’occasione, anche, per ringraziare coloro che, per ricordare i loro cari, devolvono un’offerta al nostro periodico.

Per l’Artugna, in memoria del padre Ferdinando. ROMANO CECCHINI – DARDAGO

Mi fate rivivere i giorni miei più belli della vita passati nel mio paese natale: Dardago. Vi ringrazio. PASQUALINO ZAMBON CANTA – SARONNO

Buon lavoro per il 2008. ANNA IANNA – MILANO

Auguri di serenità per il 2008. Felicitazioni per l’amore, l’impegno, l’operosità che rendono questi piccoli paesi un esempio per tutti.

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 112

RAMIRO PANIZZUT – MILANO

entrate

Costo per la realizzazione + sito web Spedizioni e varie Entrate dal 1.12.2007 al 01.03.2008

4.653,50

Totale

4.653,50

uscite

AURORA CERRONI AURELI – ROMA

4.650,00

Un grazie cordiale e buon lavoro alla Redazione.

150,00

ROSELLA DEDOR – CASTELNUOVO DEL GARDA (VR)

4.800,00

Con gli auguri di Buona Pasqua alla Redazione, un’offerta per l’Artugna. SILVANA ANGELIN BRAVIN – SAN GIOVANNI DI POLCENIGO


DELLA SETTIMANA SANTA

programma religioso

DOMENICA DELLE PALME

Dardago

Budoia

Santa Lucia

sagrato 11.00

piazza 9.30

sagrato 10.00

–

18.00

–

10.00/12.00

15.00/17.00

9.30

9.00/12.00 15.00/18.00 18.00

18.30

20.00

17.00

17.00 –

15.30 –

15.00 20.00

Ingresso di Gesù in Gerusalemme

• Benedizione dell’Ulivo, Santa Messa di Passione • Santa Messa Vespertina e apertura dell’Adorazione Eucaristica delle 40 ore LUNEDI, MARTEDI, MERCOLEDI SANTO • Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore • Santa Messa

17.00

GIOVEDI SANTO Ultima Cena

• Santa Messa Vespertina, lavanda dei piedi Riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro Raccolta salvadanai «Un pane per amor di Dio» e presentazione comunicandi VENERDI SANTO Digiuno e astinenza

• Azione Liturgica, Santa Comunione • Via Crucis • Solenne Via Crucis, con partenza dalla Chiesa di Dardago e conclusione nella Chiesa di Budoia [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà nella Chiesa di Dardago]

20.00

SABATO SANTO Vigilia di Pasqua

• Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione

20.30

22.30

20.30

DOMENICA DI PASQUA • Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina

11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

LUNEDI DI PASQUA • Santa Messa

11.00

10.00

10.00

10.00/10.30 16.30/17.00 18.15/19.30

17.30/18.00 15.00/15.30 16.00/18.00

16.30/17.00 – 17.00/19.00

CONFESSIONI Lunedi, martedi, mercoledi Santo Venerdi Santo Sabato Santo

Bambini e ragazzi (con l’orario del Catechismo)

Ai nostri lettori Buona Pasqua

23 marzo: Pasqua bas sa, anzi bassissima Pasqua si celebra nella prima domenica dopo il plenilunio di primavera e, quindi, questa grande festività può cadere in uno dei 35 giorni tra il 22 marzo e il 25 aprile. Non sequitur Marcum, non precedit Benedictum, cioè, Non può seguire la festa di San Marco, nè precedere quella di San Benedetto, recitava a tale proposito una locuzione latina. Tradizionalmente Pasqua è definita bassa se ricorre in marzo o nei primissimi giorni d’aprile o alta, invece, se cade dopo la metà di quest’ultimo mese.

Quest’anno, pertanto, è Pasqua bassa, bassissima. Per il complicato fenomeno dei cicli astronomici, è molto raro che la festa si celebri il 23 marzo (e ancor più il 22). Basti pensare che nei 1500 anni che vanno dal 1600 al 3100, in tale giorno è Pasqua solo 13 volte, vale a dire – di media – ogni 115 anni. L’ultima volta che si è celebrata Pasqua il 23 marzo, è stato nel 1913 (95 anni fa) e la prossima sarà nel 2160, in pratica fra ben 152 anni!


Salamandra pezzata Salamandra salamandra – Bissanegola

O Bosc de Sant’Agnol. Un fruscio lento sale dalle foglie del sottobosco quasi a mimetizzarsi nel rumore dell’incedere dei miei passi. Mi fermo. Volgo il mio sguardo all’indietro e da sotto la naturale lettiera fa capolino un animaletto dalla lucida livrea nera sulla quale spiccano macchie di un intenso color giallo. La sua andatura ondeggiante e goffa mi fa sorridere ed allontana quel sottile timore generato da una presenza che percepivo vicina ma che non riuscivo a decifrare visivamente. Questo, vent’anni fa, fu il mio primo e bizzarro appuntamento con la bissanegola di cui nonno Sante mi aveva generosamente parlato e descritto ma che mai avevo incontrato.

O Di questo anfibio tipico degli ambienti umidi subalpini s’è scritto e inventato molto fin dai tempi antichi, ritenendolo, a torto, un animale pericoloso, capace, stando a quanto sentenziò anche Plinio il Vecchio, di resistere al fuoco e di avvelenare con il liquido secreto dalla pelle ogni frutto, legno, acqua o animale che ne fosse venuto a contatto provocandone morte sicura a chi avesse attinto a quelle fonti. La salamandra è invece decisamente più innocua ed il liquido urticante serve solamente da deterrente nei confronti dei potenziali predatori. Da adulta (12-20 cm) predilige mostrarsi quando l’umidità dell’aria è elevata, soprattutto di notte mentre di giorno si rintana sotto le foglie marcescenti del sottobosco, tra le radici degli alberi e sotto le pietre cibandosi di piccoli animali come molluschi, lombrichi e millepiedi. La deposizione delle larve, fino a 50-60 (lo sviluppo delle uova e la prima fase di vita avviene nel corpo della madre), si verifica invece nelle acque dei ruscelli boschivi o in pozze d’acqua stagnante, luoghi dai quali attinge anche il cibo per il suo primo nutrimento. Foto di Massimo Zardo e testo di Vittorio Janna


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