Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.
Anno XXXVI · Aprile 2007 · Numero 110
Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia
Sgrafà moréna Da Dardàc ai poli Quel gesto incredulo visto da uno scultore Per «una giornata» Budoia come Cinecittà
di Roberto Zambon
[ l’editoriale ]
Scuola maestra di vita?
N on passa giorno, in questo inizio del 2007, in cui la cronaca non riporti notizie di avvenimenti nelle aule delle scuole italiane che definire sconcertanti è troppo generoso. Ad ogni telegiornale si viene a conoscenza di classi in cui gli studenti (non si sa se il vocabolo, in questi casi, sia appropriato) utilizzano il cellulare per telefonare e per scambiarsi messaggini durante le ore di lezione – e già questo sarebbe riprovevole – ma per videoregistrare. Il loro repertorio va dalle scene di violenze di tutti i generi, molte punibili severamente anche penalmente, agli atti di prepotenza verso compagni più deboli, a scenette tragicomiche che vedono protagonisti, più o meno consapevoli, anche gli insegnanti. Il fatto grave è che, nonostrante la diffusione di tali notizie, in molte scuole non si sia stati capaci di mettere subito un freno a tali attività indegne di una società civile. E ancor più grave è il fatto che
in alcune realtà, in cui presidi o professori hanno tentato di agire, questi sono stati oggetto di minacce e, talvolta, di percosse. Molti genitori hanno avuto il coraggio di protestare per i provvedimenti presi verso i loro «bravi» figli. Una madre ha, perfino, protestato perché, telefonando alla sua bimbetta durante le ore di lezione, ha trovato il telefono spento, per disposizione dell’insegnante! Certamente non tutta la scuola è così; si sa che le notizie brutte fanno rumore e occupano le pagine dei giornali. È vero, esistono i bulli, gli insegnanti non preparati o poco portati pedagogicamente, i presidi non proprio coraggiosi. Ma la maggioranza di alunni e docenti non è così. È necessario riflettere attentamente su questi fatti. Lo dobbiamo fare tutti, ragazzi e genitori che hanno il loro fardello di responsabilità. Nessuno vuol mettere in dubbio l’utilità del telefonino; non ser2
ve, però, tenerlo acceso durante le ore di lezione. Se questa è una regola, va rispettata. Da tutti. È necessario far capire che il cellulare non va portato a scuola o, almeno, non deve entrare nelle aule. Se questa regola non si rispetta, è giusto che siano prese le contromisure. Non è debolezza, questa, ma segno di responsabilità. Una riflessione seria devono farla i genitori che sono sempre dalla parte dei loro figli, sempre pronti a giustificare tutte le loro azioni, anche quelle più censurabili, e a dir sempre di sì ad ogni loro richiesta. Non c’è miglior metodo per rovinare i propri figli. Aiutiamo la scuola, diamo una mano agli insegnanti perché questa importante istituzione possa svolgere in pieno il suo delicatissimo compito. La scuola è il futuro della nostra società, è qui che si formano gli uomini di domani. Dovrebbero esserne convinti i ragazzi e, prima di loro, i genitori.
DON ADEL E DON DOMAS
«Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato!» [MC. 16,6]
Plevàn
Cero Pasquale. La Chiesa, ridestata dal silenzio e dalla mestizia della morte del Figlio di Dio, grida: «Cristo, Luce del mondo». «Non è qui, è risorto». La tomba non poteva trattenere il Vivente, cioè la sorgente stessa della Vita. Che giorno, quel sabato! Un giorno solenne, come scrive l’evangelista Giovanni, il più solenne della storia perché il Figlio dell’Uomo, Signore anche del Sabato, portò a compimento l’opera della creazione, elevando l’uomo e l’intero cosmo alla libertà della gloria dei figli di Dio. Nel giorno di Pasqua, si compie la promessa del Creatore; in questa nostra epoca segnata da incertezza e da inquietudini, riviviamo l’evento della Risurrezione che ha cambiato il volto della nostra vita. La Risurrezione del Vivente in eterno è di speranza per noi che portiamo il nome di cristiani, quindi suoi seguaci. Non abbiamo paura. Cristo nostra Pasqua ci ha preceduto e noi lo seguiremo, sino alla fine. Chiediamogli il dono della perseveranza per giungere alla salvezza. A Maria, Madre dei risorti, chiediamo che la nostra vita non si perda nelle tenebre, ma rifulga sempre di gioia per una nuova umanità, rappacificata dal sangue del Suo Figlio risorto e vivente in eterno. Chiediamo a Lei nostra Madre, di vivere sempre con rinnovata fede questo grande mistero, QUESTO GIORNO DI CRISTO SIGNORE, in fiduciosa attesa di contemplare il Volto di Dio nella beatitudine eterna del Paradiso. A tutte le famiglie di Budoia, Dardago, Santa Lucia l’augurio cordiale: «Cristo risusciti in tutti i cuori, Alleluja». Buona e Santa Pasqua.
la lettera del
Fratelli e sorelle, anche quest’anno ringraziamo il Signore che ci ha preparato con la Quaresima a vivere intensamente la Settimana Santa. I frutti della penitenza, del silenzio, della riflessione personale e della carità accompagnano questo tempo forte, iniziato il Mercoledì delle Ceneri, quando la Chiesa con un suggestivo rito ci ha ricordati che siamo polvere e che in polvere ritorneremo. L’evangelista insegna che la preghiera, l’elemosina, il digiuno vanno presentati a Dio nel segreto del nostro cuore. «E il Padre nostro che vede nel segreto ci ricompenserà». Abbiamo meditato ed accompagnato il Signore lungo la VIA CRUCIS. Abbiamo ripensato alle tante vie della Croce cui è costellata la nostra umanità. La Croce di Cristo abbraccia il mondo; davanti ad essa non possiamo essere solo spettatori o dichiararci neutrali come Pilato, che si lavò le mani, prendendo così posizione contro la giustizia, per il conformismo della sua carriera. Nelle braccia della Croce Gesù assume la posizione di riunire tutta l’umanità nel suo grande amore. In essa è racchiusa tutta la sofferenza causata dalle guerre, gli attacchi e le minacce alla famiglia naturale e alla vita; la divisione del mondo nella superbia dei nuovi ricchi Epulone che non scorgono Lazzaro davanti la porta e la miseria di tanti che soffrono fame e sete e tendono le mani nella speranza di ottenere aiuto, conforto, solidarietà. «O Croce, veramente gloriosa!». La Risurrezione di Cristo è la risposta definitiva dell’amore del Padre, che illumina la notte del Sabato Santo con la fiamma del
Pomponio Amalteo. La Resurrezione. Parigi, Louvre
[ la ruota della vita]
NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Filippo Zambon Tarabin di Cristian e Paola Cattarinussi – Dardago Emanuele Minto di Stefano e Sarah Zambon Pinal – Mestre Simone Terruzzi di Paolo e Valentina Janna – Milano Luca Del Zotto di Denis e Laura Ardemagni – Budoia Edoardo Zambon Tarabin Modola di Alessio e Ester Graziosi – Genazzano (Roma) Thomas Foscarini di Manrico e Giordana Piovesan – Budoia Nicole Fort di Fabio e Claudia Pugnetti – Rorai Piccolo (Pn) Martina Toffoli di Luca e Monica Bilinko – Budoia
M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a... Francesco Milito con Cristina Chiesa – Milano Matteo Zanus Perelda con Luciana Eplite – Castello di Aviano Michele Zambon e Deborah Ungaretto – Dardago
L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Lauree Claudio Zambon – Laurea in informatica – Dardago
DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…
IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.
Santina Santin Ramuccini – Roma Caterina Signora di anni 100 – Francia Robert Pilot di anni 71 – Francia Don Mario Del Bosco di anni 84 – Roveredo in Piano Anna Cozzaniga di anni 76 – Milano Pellegrina Busetti «Teresina» di anni 90 – Budoia Amelia Colussi di anni 95 – Dardago Massimo Barugolo di anni 49 – Mestre Ermellina Zambon di anni 82 – Dardago Antonio Zambon di anni 94 – Stevenà Giuseppina Zambon di anni 87 – Dardago Irma Modolo di anni 80 – Santa Lucia Eleonora Agelli di anni 83 – Santa Lucia Veronica Lucchese di anni 96 – Budoia Arturo Bocus di anni 92 – Dardago Angela Scussat di anni 85 – Santa Lucia
Periodico quadrimestrale della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia (Pn)
In copertina.
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Scuola maestra di vita? di Roberto Zambon
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Vita in oratorio di Mauro Castellet e don Adel Nasr
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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr e don Domas
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Pregar cantando di Cecilia Astolfi
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La ruota della vita
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Sgrafà moréna di Anna Pinàl
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Cent’anni fa, la Madoneta de Costa a cura della Redazione
Da Dardàc... ai poli di Roberto Zambon
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Lasciano un grande vuoto
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Cronaca
Uno scultore dimenticato Napoleone Alessandro Della Janna di Alessandro Fadelli
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Inno alla vita
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I ne à scrit
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Quel gesto incredulo visto da uno scultore di Vittorio Janna Tavàn
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Programma religioso della Settimana Santa auguri, bilancio
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Lo scopetòn Il sapore forte di un’antica povertà di Francesco Guazzoni e Vittorio Janna Tavàn
Mascherone in pietra posto sopra la porta della torre campanaria di Dardago. * Uomo «De chi sóto?» Il tuo volto è bruciato dal sole d’agosto e dal freddo dei lunghi inverni è stato provato. Più volte la pioggia e il vento ti hanno scombinato i capelli e la folta barba. Ma fermo, fiero e imperturbabile rimani sempre con il tuo sguardo su di noi.
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Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.naonis.com/artugna www.artugna.it e-mail l.artugna@naonis.com
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Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna Spedizione Francesca Fort Ed inoltre hanno collaborato Osvaldo Puppin, Espedito Zambon, Marta Zambon, Mario Povoledo
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Ora et labora di Flavio Zambon Modola
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Per «una giornata» Budoia come Cinecittà di Francesco Guazzoni
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Sulla strada del dialogo di Alessandro Suma
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Al comando della nave Garibaldi di Domenico Diana
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Nell’abside della Pieve restauro e consolidamento di Giancarlo Magris e Angelo Cappeller
Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn
Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.
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ed inoltre... Albero genealogico della famiglia Diana Scunsòr a cura di Vittorina Carlon, Domenico Diana e Maria Diana [diciasettesimo inserto]
Sgrafà moréna Nei disegni a lato e sopra pianticelle di Moréna ovvero Panicastrella (nome scientifico Setaria P.R.)
«Lascia che la zizzania stia con il grano. Perché strappandola, non strappi anche il grano. Aspetta a separarla alla fine.» Che favore ha fatto nostro Signore alla zizzania. L’ha resa rispettabile fino all’ultimo giorno di vita.
di Anna Pinàl
Ma a forza di vedere la zizzania prosperare, anche con la siccità, e il grano patire sempre più intristito in una terra smagrita dalle erbacce, gli agricoltori hanno deciso di farla finita con i nemici del buon grano e di non tollerarli più, né tanto né poco. Hanno fatto mettere a punto un apposito veleno, chiamato diserbante, e ne hanno fatto uso a piene mani per poter vedere piantagioni di grano fitte, rigogliose, compatte, omogenee. Coltivazioni depurate da quelle cattive compagnie, che rubavano nutrimento succhiando avidamente la terra. Mio nonno avrebbe esultato all’idea. Sgrafà moréna? Frase ignota, da tanto tempo. Fa parte di un lavoro trapassato remoto. Quanta fatica e quante reni spezzate a stare curvi o in ginocchio a strappare quelle erbacce. Bastavano due gocce di pioggia, o anche la sola umidità della notte, per farle riapparire e tappezzare nuovamente le cuiere con la loro perfida presenza. Tale era l’inimicizia secolare, che quei piccoli steli ti tagliuzzavano la pelle dei palmi se non prestavi attenzione nello strapparli. 6
Sembravano innocenti fili d’erba ma ai lati avevano quella peluria, quasi invisibile, che diventava come una sottile microsega. Tutto piccolo ma fastidiosissimo. Una aggressione in più. Quando arrivò il veleno che doveva toglierle dalla vista, una sabbiolina anch’essa in apparenza innocente, si trattava di un nemico ingordo che non si accontentava di far fuori pianticelle di cattiva reputazione: si rivoltava anche contro il seminatore. Se qualche granello sfiorava mani e volto a causa di qualche soffio d’aria, il granello mordeva e ustionava come un essere vivo incattivito.
Il seminatore aveva il campo fitto di pianticelle forti ma prendeva su di sé quell’urto inflitto alla natura. La zizzania o si mangia il pane dell’uomo o si mangia l’uomo, che la voleva eliminare. Con le mani piagate o qualche brivido sinistro che correva giù per la schiena rifletteva: «Dicono che le erbacce cattive sono erbe buone ma con proprietà sconosciute». Qualcuno avrà provato a scoprire quelle proprietà sconosciute, ma resteranno tali. La zizzania, con quello che ci è costata, non sembra avere bontà nascoste, desiderabili, che incuriosiscono. Che conclusione trarre? In ognuno operano energie ostili alla vita altrui, che appesantiscono l’esistenza in comune, e a volte hanno una forza distruttiva. Come si risponde a questo ostacolo? Con il desiderio di comprendere, lo sforzo responsabile di vedere l’agire dell’altro, di riflettere sul perché fa così, dice così, insiste così... Molte conquiste sociali intese a portare gioia e benessere nella vita, sono in parte avvelenate da posizioni e arroganze personali. La giustizia come dovrebbe essere, non si raggiunge mai. L’esperienza infatti è lì a mostrare che l’entusiasmo sulle forze del progresso, come via che eleva l’uomo, lascia perplessi. Perché all’interno dell’uomo è presente un disordine che ricomincia in continuazione, con ogni uomo che viene sulla terra. Ma in ognuno c’è la forza di incominciare, che nasce dalla libertà, dove colui che cerca in profondità raggiunge un’intesa con se stesso e con l’esistenza come fiducia al di là di ogni prova. O come consapevolezza che tutto è regalato da ricevere come dono assieme alla propria esistenza.
100 anni fa
la Madoneta de Costa
Compie 100 anni l’edicola de la Madoneta de Costa, eretta infatti nel 1907, in sostituzione di un segno precedente, più antico. Committente fu Maria Del Maschio Mos’cion, persona pia che intraprese in giovane età la via del convento, ma che si trovò a doverla subito abbandonare per motivi di salute. Dopo una vita al servizio di famiglie benestanti, rientrata in paese fece edificare l’attuale sacro. Ne fu custode sino alla morte. L’incarico passò, poi, ad un’altra persona devota, Santa Carlon Miai. Cento anni fa, un gruppo di giovani coscritte del 1889 – Giovanna Panizzut Sanson, Luigia Burigana Scussat, Maria Carlon Burigana e un’altra ragazza di cui non si conosce il nome – trasportò la statua della Vergine, che pare facesse parte del patrimonio della parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, dalla chiesa al sito di Costa. LA REDAZIONE La costruzione è ben conservata e il merito del restauro, avvenuto nel 1985, va al Gruppo Alpini di Budoia, in particolare all’instancabile e compianto Nando Carlon Cech. Attualmente, responsabili del segno sacro sono le signore Gislon, che provvedono a mantenere sempre adorna di fiori e di luci l’immagine della Vergine.
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da Dardàc...
ai poli
Viaggio virtuale lungo il meridiano di Dardago di Roberto Zambon
VI PIACE LA GEOGRAFIA? A ME, MOLTO. MI HANNO SEMPRE AFFASCINATO I MAPPAMONDI E LE CARTE GEOGRAFICHE CHE, CON L’AIUTO DELLA FANTASIA, PERMETTONO DI GIRARE TUTTO IL MONDO SENZA MUOVERSI DA CASA.
Oggi vorrei fare un viaggio un po’ particolare: vorrei seguire il meridiano che passa per Dardago e scoprire quali sono i paesi, le città, i monti che si trovano sulla stessa longitudine del paese. Siete curiosi anche voi? Volete fare questo viaggio con me? Allora andiamo: di sicuro scopriremo qualcosa di molto, molto interessante. Per prima cosa, rinfreschiamoci la memoria e ricordiamo cos’è un meridiano. Immaginiamo di piantare un picchetto al Polo Nord e uno al Polo Sud e di unirli con un filo. Il semicerchio formato dal filo che unisce i due poli è il meridiano. Certo ci vogliono molte matasse perché servono ben 20 mila chilometri di filo (esattamente 20.004 chilometri e 58 metri). Ogni meridiano è identificato da una longitudine che è la distanza angolare tra il meridiano stesso e quello che passa sull’osservatorio di Greenwich (quartiere alla periferia sud est di Londra). Il meridiano che tocca il campanile di Dardago ha longitudine 12° 32’ 3,48’’ E. Ciò significa che, rispetto all’asse terreste, il campanile di Dardago si trova a 12 gradi, 32 primi e 3,48 secondi ad est del meridiano di Greenwich. E ora siamo pronti per il viaggio: armiamoci di fantasia e andia8
mo virtualmente verso il Polo Sud. Ci diamo appuntamento sotto il campanile e guardiamo verso le montagne per vedere da dove arriva il nostro filo che parte dal Polo Nord e che ci porterà al Polo Sud. Eccolo! Lo vediamo: passa un po’ più a destra dei ripetitori di Castaldìa e scavalca Brognasa e Ligònt. Attraversa l’Artugna, passa sulle ultime case di via Caporàl, taglia a metà il vicolo Busetti, passa in piazzetta del Cristo, attraversa ’l cortìf del Vaticano, passa sopra la canonica ed eccolo qua, sul bel campanile. Ora non ci resta che seguire il nostro meridiano e partire: il Polo Sud ci aspetta. Fra più di 15 mila chilometri! Il filo ci porta verso il Bràit; passiamo circa 30 metri ad est dell’incrocio con la Pedemontana, all’altezza della casa di Giampietro Zambon e scendiamo verso Budoia. Attraversiamo via Friuli, tra le case di Nando e Ferruccio Zambon Petenela e via Verdi, restiamo quasi paralleli a via Cial de Gaia, attraversiamo via Anzolet e passiamo sopra l’orto recintato della Gena Munara a qualche metro dalla ex pesa pubblica. Tagliamo via Roma, ora sotto di noi c’è la casa della famiglia Carlon, attraversiamo via Stefani all’altezza del negozio di Luigi Lacchin Bof, passiamo sul cortile di Mario Andreazza e ci
Dardago visto dal campanile.
troviamo in via Capitan Maso e via Cialata. Scavalcate le ultime falde della collina, passiamo esattamente al confine tra Budoia e Santa Lucia, attraversiamo via Viola, poi via Lachin, proprio all’incrocio con via Villa e scendiamo fino ad attraversare via Dante; passiamo sullo spiazzo di fronte alla casa di Stefania Gioa Willey e ci dirigiamo verso la ferrovia. La passiamo circa 200 metri a sud ovest della stazione, per un po’ restiamo paralleli a via della Lama e poi troviamo solo campagna fino a Ranzano. Lasciamo la chiesa del paese sulla nostra sinistra a 50 metri; poi ancora campagna. Attraversiamo la zona di risorgiva Val Grande tra Ranzano e Romano. Ora alla nostra destra vediamo la zona industriale di Vigonovo, ci dirigiamo sempre verso il Polo Sud e attraversiamo la Pontebbana tra le ultime case di San Giovanni del Tempio e il raccordo dell’autostrada. Dopo aver incrociato l’autostrada e la ferrovia, eccoci in piena zona del mobile. Attraversiamo il centro di Brugnera e dopo aver sfiorato San Cassiano di Livenza, lasciamo la nostra provincia ed il Friuli. Subito dopo, sulla nostra sinistra, troviamo la bella Portobuffolè e quindi Mansuè. Siamo in provincia di Treviso. 9
Passiamo tra Oderzo e Gorgo al Monticano e poi ci aspetta tanta pianura; attraversiamo molte strade secondarie ma pochi paesi, borgate per lo più. Dopo una ventina di chilometri eccoci sopra il piazzale del casello autostradale di San Donà di Piave. Se ci voltiamo indietro, seguendo con lo sguardo il nostro filo, possiamo vedere nitidamente la Cima Manera del Monte Cavallo. E sappiamo che proprio in quella direzione c’è il Polo Nord. Ma non divaghiamo, la nostra meta è il Polo Sud, e ne abbiamo ancora molta di strada. Subito dopo attraversiamo Noventa di Piave e il fiume sacro alla Patria, che qui è molto più ricco di acqua rispetto a quello che siamo abituati a vedere tra Conegliano e Spresiano. Lasciamo San Donà di Piave sulla nostra sinistra e proseguiamo verso il mare. Eccoci arrivati. Più che il mare è un misto di isolotti e di piccole paludi. Ci aggrappiamo al nostro bel meridiano e attraversiamo la laguna di Venezia da Caposile fino al Cavallino. Qui sul litorale possiamo riposarci un attimo guardando il golfo davanti a noi. Ora dobbiamo fare un lungo volo sul mare prima di toccare la terraferma. Ma è un volo molto suggestivo. Andiamo. Ecco, siamo appena partiti, e
se guardiamo verso destra possiamo ammirare la splendente Venezia che domina la laguna. Piazza San Marco è ad appena 15 chilometri da noi. Ecco, passiamo al largo di Chioggia e ora, sotto i nostri piedi, c’è l’ultimo lembo di terraferma del Polesine, dove il Po si confonde con il mare Adriatico. Abbiamo lasciato anche il Veneto. Aumentiamo la velocità, perché in linea d’aria abbiamo percorso poco più di 120 chilometri. In lontananza, sulla nostra destra, vediamo Ravenna e le famose spiagge romagnole. La terraferma si avvicina e la raggiungiamo a Viserbella di Rimini. Proseguendo verso sud, sfioriamo il piccolo Stato di San Marino ed entriamo nelle Marche. Il paesaggio sotto di noi è montuoso e selvaggio. Qualche strada più importante penetra nelle strette valli e altre strade secondarie conducono a piccolo borghi o a casolari isolati. Ora sulla nostra sinistra, a 8 chilometri da noi possiamo scorgere Urbino. Poi montagne sempre più spopolate per chilometri e chilometri. Eccoci ora in Umbria. Passiamo vicinissimi a Gubbio e poco dopo sorvoliamo Bastia Umbra. Sulla collina, alla nostra sinistra, ammiriamo Assisi (6 km). Certo che il meridiano del campanile di Dardago attraversa luoghi meravigliosi e unici al mondo! Scendendo verso sud, lasciamo sulla nostra sinistra Foligno e Spoleto. Poco dopo c’è Todi, poi San Gemini e Narni. L’Umbria è una regione unica nel suo genere! Incominciano a vedere colline più dolci e un po’ di pianura. Ecco un fiume pieno di anse: è il Tevere; e quel lungo nastro di asfalto è l’Autostrada del Sole. Passiamo a duecento metri ad est di un grosso svincolo autostradale: ecco Settebagni. Vuol
dire che siamo vicini a Roma! Si, stiamo andiamo dritti dritti verso la città eterna! Abbiamo fatto, fino a qui, un viaggio – in linea d’aria – di 450 km. In nostro meridiano ci fa attraversare la capitale; non proprio per il centro storico ma molto vicini. Passiamo per il quartiere del Tufello, poi Pietralata. Ora passiamo sopra un gran numero di binari che confluiscono, alla nostra destra, verso la Stazione Termini. La possiamo vedere a circa 2500 metri. Siamo a due passi dai luoghi famosi in tutto il mondo: il Colosseo dista 4 chilometri e San Pietro è a circa 7 chilometri da noi. Vi avevo avvisati che il viaggio sarebbe stato interessante. Dopo un ultimo sguardo al centro storico di Roma, proseguiamo verso sud, attraversando molti quartieri della città: il Quadraro, Tuscolano ecc. Sulla nostra
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sinistra possiamo vedere Cinecittà. Attraversiamo la Via Appia Antica a due passi dal Mausoleo di Cecilia Metella e da tante altre rovine che caratterizzano questa antichissima strada. A sinistra ecco l’ippodromo di Capannelle e poco dopo l’aeroporto di Ciampino. Salutiamo la capitale e ci inoltriamo in aperta campagna. Sotto di noi, qualche piccola borgata, molti casolari, qualche villa, alcune con parchi e piscine di quelle che si vedono nei film. Lasciamo sulla nostra sinistra i castelli romani: Albano, Marino, Rocca di Papa e proseguiamo verso sud. Ecco che rivediamo il mare. Tocchiamo il mar Tirreno a Tor San Lorenzo Lido a circa 14 chilometri a nord di Anzio. Ci aspetta una traversata di 390 km fino alla estrema punta occidentale della Sicilia. Tocchiamo terra esattamente a tra Erice e Trapani, attraversia-
mo la città, sorvoliamo chilometri di campagna coltivata ma con rarissime case fino alla periferia est di Marsala. Ritorniamo a vedere il mare a Mazzara del Vallo dopo aver percorso una cinquantina di chilometri di terra siciliana. Siamo a 933 chilometri in linea d’aria da Dardago. Dopo un balzo di 200 chilometri passiamo sulla punta occidentale dell’isola di Lampedusa, un lembo di terra lungo e stretto in mezzo al mare. La attraversiamo per 1500 metri. Ci dirigiamo verso la costa libica che dista 300 chilometri dall’ultima isola italiana. Tocchiamo il suolo africano nelle vicinanze di Sabrata, insediamento commerciale fenicio che fece parte dell’impero di Cartagine e poi dell’impero romano. È famosa per le sue rovine, tra cui un grande anfiteatro. Ora non ci resta che inoltrarci nel continente africano. … Ma lo faremo nel prossimo numero.
Tabella delle distanze, in linea d’aria, dal campanile di Dardago LATITUDINE
Dardago – campanile Polo Nord Polo Sud Località lungo il meridiano del campanile Pedemontana Budoia – pesa pubblica Budoia – via Capitan Maso/Cialata Santa Lucia – inizio di via Julia Santa Lucia – ferrovia Ranzano – chiesa San Giovanni del Tempio Brugnera Portobuffolè San Donà di Piave – casello autostradale Cavallino Venezia (15 km a est) Delta del Po ad est di Porto Tolle San Marino Gubbio Assisi Periferia nord di Roma – Tuffello Colosseo – Roma San Pietro – Roma Tor San Lorenzo Lido Erice – Trapani Mazzara del Vallo Lampedusa Costa libica
gradi
primi
secondi
46
3
11 4.884,11 15.120,47
46 46 46 46 46 45 45 45 45 45 45 45 44 43 43 43 41 41 41 41 38 37 35 32
Inizia il nostro fantastico viaggio. Venezia, Gubbio, Assisi, Roma, la Sicilia e... la costa libica.
11
km
2 2 2 2 1 59 57 53 51 40 27 21 57 56 21 3 56 53 54 32 2 39 31 47
59 38 23 10 49 52 57 57 27 5 55 18 37 23 0 49 51 24 8 39 32 10 45 38
0,37 1,02 1,48 1,88 2,53 6,14 9,69 17,10 21,73 42,79 65,32 77,58 121,45 234,87 300,41 332,24 456,28 462,67 461,31 501,10 890,30 933,58 1.169,59 1.473,58
di Alessandro Fadelli
Uno scultore dimenticato Napoleone Alessandro Della Janna Con la scoperta di uno Janna Bernardo ‘scultore’ uno studioso aggiunge un prezioso tassello alla ben nota schiera di lapicidi locali
In alto. Sacile, piazzale del Duomo, quasi un suggestivo campiello veneziano. A sinistra palazzo Gobbi. Nel 1868 Emilia figlia del dottor Antonio Gobbi sposò Alessandro Della Janna.
T empo fa, mentre sfogliavo presso la Biblioteca Civica di Pordenone un vecchio e davvero ingiallito numero del settimanale «Il Tagliamento», più precisamente quello del 5 aprile 1873 (dunque di ben 134 anni fa!), alla ricerca di notizie su un argomento sul quale stavo compiendo ricerche, l’occhio mi è caduto a pagina 3 su un piccolo annuncio pubblicitario, qualificato come «inserzione a pagamento» e posto in un angolo ad occupare pochi centimetri quadrati. Già a quell’epoca i giornali ospitavano infatti piccole pubblicità locali: su quello stesso numero de «Il Tagliamento» ci sono per esempio quella del miracoloso «Liquore di Ferro», preparato da Luigi Olivieri, farmacista di Aviano, 12
e venduto a tre lire al flacone, e quella delle squisite focacce della premiata fabbrica di Francesco D’Olivo in Pordenone, giusto per citarne due piuttosto curiose. Ebbene, l’annuncio pubblicitario che mi aveva particolarmente colpito recitava così: Pregiatissimo Sig. Il sottoscritto artista, che si è occupato parecchi anni in Parigi e Lione in lavori come scultore ed altarista, in unione al proprio genitore, dopo la di lui mancanza a’ vivi, portò in patria il proprio domicilio, ed ora lo ha fissato in Sacile, da dove à l’onore di partecipare ai Sig. Parrochi, Fabbricieri, Possidenti, Ingegneri ed Architetti e corpi morali che egli si assume l’incarico di eseguire con tutta la perfezione dell’arte altari,
pulpiti, balaustrate, pavimenti, e tuttociò che concerne per chiese, palazzi, monumenti funebri, epigrafi ed altri lavori di ogni genere di architettura e scultura, di ogni stile tanto moderno che gotico, tanto in marmo di Carrara bianco, e di ogni colore, come in pietra. I lavori verranno eseguiti secondo i disegni che gli verranno imposti dai sig. committenti, ed occorrendo si assume di fare i disegni secondo lo stile e le idee dei sig. che lo desiderano. L’artista sarà sempre moderatissimo nei suoi prezzi, e non esige pagamento che dopo eseguito il lavoro: affinché i Signori che lo onoreranno di affidargli qualsiasi lavoro, possano essere più tranquilli sulla coscienziosa esecuzione della committenza. Innoltre offre anche delle facilitazioni sul modo dei pagamenti rateali. L’umile sottoscritto spera di essere incoraggiato da V. S. mediante qualche commissione, pronto a portarsi ove venisse chiamato. Budoia, Distretto di Sacile Il suo divotissimo servo Alessandro Della Janna
Spinto dalla curiosità, ho fatto allora qualche indagine nell’archivio parrocchiale di Sacile (un ringraziamento alla cortese archivista dott.ssa Graziana Modolo), dove lo scultore pareva aver spostato la sua residenza. Dopo un paio d’ore di inutili ricerche mi sono finalmente imbattuto nell’atto di matrimonio del nostro, compreso nell’apposito registro che va dal 1861 al 1911. Infatti Napoleone Alessandro Della Janna (questo il suo nome completo!) s’era sposato il 10 ottobre 1868 nella chiesetta sacilese della Madonna della Pietà con Emilia Gobbi, figlia del dottor Antonio, appartenente a una ricca e importante famiglia della borghesia cittadina (gli stessi Gobbi che erano diventati padroni del magnifico Palazzo Ovio-Linardelli poco lontano dal Duomo, ora sede della parrocchia di Sacile e dello stesso archivio parrocchiale). L’atto non riporta purtroppo l’età degli sposi, ma precisa che Napoleone Ales-
sandro era figlio del defunto Antonio Della Janna e di Rosa Balduzzi, che era nato a Milano (ecco perché era sconosciuto all’archivio dardaghese!) e che risultava in quel momento domiciliato a Dardago. Un’altra ricerca nel registro dei battesimi dal 1856 al 1886 ha permesso di appurare che i due sposini avevano avuto un figlio giusto un anno dopo il matrimonio, visto che Antonio Pietro Giuseppe Della Janna era nato a Sacile il 31 ottobre 1869 e aveva ricevuto il primo sacramento l’otto novembre. Altre notizie l’archivio sacilese non ha permesso per ora di ricavare: né la nascita di eventuali altri figli della coppia, né la morte di Napoleone Alessandro (sono stati però esaminati gli atti di morte solo fino al 1910). Appare chiaro che dopo il matrimonio lo scultore aveva presto portato la sua residenza a Sacile, forse in casa della moglie (in cuc!), e aveva preferito farsi chiamare solo Alessandro, come nell’inserzione a pagamento, scegliendo di liberarsi dell’ingombrante «Napoleone», nome che evocava uomini e tempi controversi. Il fatto poi che fosse nato a Milano potrebbe suggerire che il padre Antonio, anche lui scultore, fosse stato impegnato per lavoro in Lombardia. In mancanza di altre informazioni, arrestiamo qui la nostra indagine su un artista senza dubbio importante e da approfondire. Un artista che, ritornato da poco dalla Francia, dove si era distinto con molteplici lavori, si trovava nel 1873 disoccupato o comunque sottoccupato anche se benissimo accasato, straniero in terra propria dopo anni di emigrazione e bisognoso di farsi conoscere attraverso una pubblicità da parroci e possidenti in cerca di scultori e altaristi (il periodo era d’altronde buono, visto che in zona si ampliavano o ricostruivano parecchie chiese e non pochi palazzi nobiliari o signorili). Chissà se l’annuncio a pagamento avrà funzionato, e se il 13
nostro Alessandro, magari grazie anche agli auspici e alle conoscenze del potente suocero dottor Antonio Gobbi, sarà riuscito a lasciare qualche sua opera a Sacile, nel Pordenonese o nel vicino Veneto orientale... Speriamo che il futuro ci riservi qualche altra novità per illuminare la figura di un artista ben inserito nella secolare tradizione dei valenti e operosissimi taiapiera budoiesi, giustamente celebrati anche nel recente volumetto Paesi di pietra, pubblicato dal Comune di Budoia e da l’Artugna.
Albero genealogico di Alessandro, ricostruito con i dati rinvenuti nell’Archivio della Pieve di Dardago.
1670 circa Zuanne Janna
1700 circa Bernardin Janna
Sposa Lucietta Zambon
1727 Simon Janna
Sposa Menega Vettor
1760 Domenico Janna (Bernardo) 1784 Antonio Janna (padre di Alessandro)
Sposa Gioseffa Parmesan Sposa Rosa Balduzzi
1823 Pietro Domenico Janna (fratello di Alessandro)
Non risultano in archivio fratelli o figli di Pietro Domenico. La famiglia di Antonio si è trasferita a Milano, come risulta dall’atto di matrimonio di Alessandro. (a cura della Redazione).
Un bozzetto per una statua di San Tommaso vive nell’arte di Giorgio Igne dopo una visita alla chiesetta di San Tomè
Quel gesto incredulo di Vittorio Janna Tavàn
La passeggiata, salendo Val de Croda, scivola lenta. Ad ogni passo i nostri occhi indugiano sul particolare, ogni nostro senso può cogliere con meditata attenzione i profumi, i rumori e il ‘sapore’ dell’aria. La natura ci dona il suo antico e meraviglioso incanto. Perché guardare i nostri monti e la nostra valle con una visione d’insieme ti provoca la sottile inquietudine che deriva dallo stupore e dalla consapevolezza di non averli ancora conosciuti del tutto. E allora bisogna affrontarli piano piano, passo dopo passo, interrogarne i segreti, sicuri nel procedere ma fermandosi ogni tanto con piccole palse per porsi in umile ascolto.
Conosco Giorgio Igne da più di vent’anni. Meno di quanto conosca la nostra terra ma con lo stesso rispetto e la stessa ammirazione mi sono sempre avvicinato a lui.
visto da uno scultore Un giorno di cinque anni fa l’ho accompagnato alla chiesetta di San Tomè, un luogo che ho sempre vissuto con «magica» devozione, custode d’acque e di antica vita di uomini. Un luogo protetto, racchiuso dagli alberi, a volte graffiato dal rumore dell’Artugna ma sempre avvolto e ammorbidito dall’austero silenzio del Crep. Giunti sul pianoro dove sorge la chiesetta Giorgio rimase incantato di ciò che lo circondava, direi ‘incredulo’ se non fosse che l’aggettivo sia già stato proverbialmente attribuito al santo a cui la chiesetta è dedicata. Varcammo la vecchia porta. La temperatura, la luce e l’odore cambiarono. L’umidità irrigidì il nostro movimento, lo spiraglio di sole che entrava dall’absidiola e dalle tre finestre ci fece guardare con più fatica. Il profumo pungente dei muschi 14
ci portò una nuova suggestione. Il silenzio fu l’unico commento che ci concedemmo. Poi, quando uscimmo, l’argomento della nostra conversazione ricadde proprio su Tommaso, l’apostolo che, come scrisse Giovanni Battista Bastianello «con la sua incredulità pignola ha dato alla nostra fede malferma una inconfondibile affermazione della divina Resurrezione di Cristo». Giorgio, come uomo e come artista è sempre stato sensibile ai temi sacri e ha saputo interpretare con lirismo «gli universi stilistici che meglio esprimono la religiosità dell’animo cristiano» (Carlo Munari). Ci congedammo quel giorno con una vaga promessa, Giorgio avrebbe abbozzato un modellino in creta raffigurante il santo. L’ultima volta che sono andato
a trovarlo è stata la settimana scorsa. Mi accoglie come sempre con la semplice bonarietà del suo sorriso nel barocchismo del suo laboratorio di scultore. Il caffè, che mi offre sempre, è l’inconfondibile sigillo della sua ospitalità. In testa ha il baschetto d’ordinanza ed affida ogni dichiarazione emotiva a quel poco di spazio che il folto pizzetto bianco ha concesso al suo volto. Proprio nella metafora del suo viso è racchiuso il suo segreto di scultore, la semplice complessità della sua arte, espressa con pochi tratti materici, di un impressionismo fatto di «pennellate» quasi pittoriche, nelle quali bloccare lo spirito, l’attimo, il racconto della vita di un uomo.
Il bozzetto in creta del San Tommaso (alto circa 30 cm). Potrà mai concretizzarsi in statua?
Mentre sorseggio il caffé il discorso finisce su Dardago e sui suoi monti… e allora prendo coraggio e gli ricordo di quel bozzetto che in altre occasioni mi aveva mostrato e che aveva realizzato dopo la nostra passeggiata a San Tomè cinque anni prima. Lui lo va a cercare e me lo ripresenta, ma trovandolo stanco e «sciupato» dal troppo tempo trascorso decide di rivitalizzarlo con nuovi piccoli tocchi. Con i suoi strumenti solca la figura di una drammatica bellezza. «Mio Signore e mio Dio», queste le parole dell’apostolo Tommaso quando riconobbe in quell’Uomo il Cristo Risorto; nel bozzetto di Giorgio gli occhi sbarrati, la bocca spalancata ed il dito indagatore raccontano la vicenda, la tensione delle vesti, della postura, delle gambe nodose esprimono un animo contrastato, una nervosa sospensione tra l’umano dubbio e la mistica rivelazione. Basta questo, come bastano gli occhi sorridenti di Giorgio da sopra il pizzetto a farmi capire la sua risposta alle mie docili insistenze sulla realizzazione della statua per la chiesetta di San Tomè. Mi chiede solo di essere riaccompagnato in quel luogo ispiratore. Non so se e non so quando realizzerà la statua, se la donerà alla nostra comunità oppure se andrà ad impreziosire un’altra chiesa. Il mio desiderio sarebbe quello di poterla ospitare lassù, nella valle di San Tomè. Vorrei parlarne con il Pievano, con il Consiglio Pastorale, la Commissione d’Arte Sacra e con la Comunità dardaghese perché credo che quella statua possa essere un ulteriore tributo all’incanto di quel luogo e al rispetto per il valore che rappresenta. Ma ormai l’ho imparato, gli artisti vanno lasciati ‘decantare’ in tranquillità e ‘vissuti’ a piccoli passi. Come i nostri monti. 15
Giorgio Igne Lo scultore Giorgio Igne è nato a Milano nel 1934 da famiglia originaria di Sarone (Pn). Dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte a Venezia ha completato gli studi all’accademia Belle Arti «Brera» di Milano, allievo di Francesco Messina. Per diversi anni ha insegnato al Liceo Artistico di Padova. Ha iniziato ad esporre nel 1957 in Italia (Venezia, Roma, Milano, Padova) e nelle gallerie di tutta Europa fra cui in Germania (Amburgo, Herne, Lubecca, Monaco, Kiel, Colonia, Hannover), in Belgio (Charleroi, Liegi, Bruxelles, Anversa, Muscron), in Olanda (Amsterdam, Lyngby), in Danimarca (Copenhagen), in Svezia (Stoccolma), in Austria (Salisburgo), in Francia (Grenoble) raccogliendo larghi consensi. Fra la sua produzione (che comprende il bozzetto del premio biennale «Donna Maior» del Club di Pordenone del Soroptimist) alcune sue grandi opere caratterizzano le località nelle quali sono collocate come Millstadt (Austria) dove il suo «San Domiziano», che si staglia netto verso il cielo dal lago dove ha trovato la sua naturale dimora, è diventato il simbolo della città. Una delle ultime grandi sculture da lui realizzate in ordine di tempo è altresì quella collocata a Vittorio Veneto e dedicata a Lorenzo Da Ponte. Ma ha realizzato grandi sculture anche in Sudamerica fra cui un suggestivo Cristo «Ona» per le popolazioni della Terra del Fuoco, il monumento sovrastante la fontana in piazza Italia a Mendoza (Argentina), e il recentissimo «San Carlo Borromeo» ed alcune acquasantiere in Bolivia. La condizione umana nella sua intima tragicità, tema caro al maestro, ha reso nota l’opera scultorea di Igne, apprezzata per la sua straordinaria tensione e forza lirica.
CIBI E RITI QUARESIMALI DELLE NOSTRE TAVOLE
Lo scopetòn il sapore forte di un’antica povertà Venditrice ambulante di aringhe in abiti quattrocenteschi.
di Francesco Guazzoni e Vittorio Janna Tavàn Informazioni di Nino Roman «Sii benvenuta, o aringa, companatico della povera gente. Tu che ci sazi a tutte le ore e a tutte le ore ci bruci le budella. Tu che sei venuta dal mare, e andrai a finire sottoterra (…)». Sono parole di Bertold Brecht in un motto accorato rivolto a questo pesce di umili natali ma espressione della più nobile e preziosa utilità: la sopravvivenza delle genti di un tempo. I palati più raffinati oggi la definiscono sardina del Nord Atlantico, ma di esotico, una volta, aveva solo la rarità della presenza che spezzava la povera e quotidiana monotonia della polenta. Scopetòn o renga, questo il nome che rende vero onore al suo antico prestigio, e poco importa se per alcuni l’uno è il maschio dell’altra, l’una è da latte o da uova e l’altro ne è privo, o appartengano, per quanto simili, a specie diverse. L’importante era la dimensione (più grande ed economico 16
lo scopetòn), il profumo affumicato ed il gusto pungente che sanciva il rito gastronomico del Mercoledì delle Ceneri nel desco contadino.
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Un rito povero, di quando la miseria serpeggiava davvero come un nemico insidioso nelle case delle grandi famiglie patriarcali di fine Ottocento e poi degli inizi del Novecento. Un rito e una miseria conosciuti anche da noi e che ritornano con nostalgica e dolorosa commozione nei racconti dei nostri nonni, di quando radìcia, fasòi, ’na part de formài, un fià de late e l’immancabile polenta rappresentavano l’unica dieta possibile, di quando chi si recava nelle botteghe a chiedere pane o un pezzo di carne riceveva in cambio l’inappellabile domanda «chi ato a ciàsa che stà mal?»; ricordi che si rincorrono di famiglie intere riunite intorno al tavolo mentre attingono dal medesimo tegame qualche
brodaglia, un po’ di cao o qualche sugo e solo i più avveduti, con abile sagomatura di dita, ricavano nel pezzo di polenta loro spettato una piccola conca per contenere quanto più alimento possibile. Racconti di tenera tristezza al pensiero del patriarca che tagliava il formaggio a fette talmente sottili «che te vedheve Budhoia», come si diceva allora a Dardago. Ecco perché lo scopetòn rappresentava un’attesa novità. Pur essendo acquistato anche in altri periodi dell’anno, era nel tempo quaresimale che assurgeva a cibo per eccellenza anche del venerdì quando i precetti religiosi imponevano il digiuno dalle carni e dai grassi animali (tutti i venerdì e le vigilie di festa) e l’astinenza dal cibo «fuori pasto» il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.
piastra» sulla stua, o avvolto sulla carta oleosa e cucinato sotto la cenere, poi aperto, diliscato e conciato, inizialmente con aceto, poi con olio, ed in tempi più recenti con pepe, aglio, prezzemolo, limone e cipolla (uno scopetòn doveva bastare per quattro persone). I più anziani raccontano poi del leggendario rito diffuso in tutti i paesi del Veneto e del Friuli Occidentale che consisteva
Oggi, in tempi in cui la miseria echeggia solo nel ricordo, questo rito è stato abbandonato per più ortodossi, e meno solidali, banchetti ma lo scopetòn e la renga rimangono ancora la celebrazione gastronomica che consacra il Mercoledì delle Ceneri. A cambiare è solo la fame e quella sottile voglia che fa la differenza tra il nutrirsi e il mangiare.
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Il suo consumo era già diffuso nel mondo antico e soprattutto nel Medioevo cristiano in tutti i Quattro Tempora, (tre giorni per ogni stagione dedicati al jenunium et abstinentia), specie nelle regioni più distanti dal mare, prive del pesce indispensabile. Più economico del merluzzo e più facile da preparare, lo scopetòn giungeva nelle nostre botteghe essiccato, affumicato e conservato sotto sale in barili o grosse casse. Era poi dissalato, un tempo tramite un’accurata ripulitura o un lavaggio in acqua corrente, accompagnato, specie nei paesi della Bassa, dalla presenza di un tutolo di pannocchia che ne assorbisse il sale e ne rendesse più tenue il sapore (oggi è invece immerso nel latte o nell’acqua calda; il tutolo è stato sostituito, con la medesima funzione, dalla patata). Poteva essere consumato brustolit sul trepiè del foghèr (cotto alla brace), bollito, «alla
Bottega di pescivendolo. Miniatura del 1407, Bibliothèque Nationale, Parigi. A destra. Operazione di scarico merci al porto di Amburgo. Miniatura del XV secolo.
nell’appendere il pesce sôra la tola, alle travi del soffitto della cucina, alla cappa del fogolâr/foghèr, alla cjadena, o a un’ala del cjavedâl e i commensali, spartitisi la dose di polenta in base all’età e alla pesantezza del lavoro (secondo la consuetudine officiata dal patriarca, custode della chiave della dispensa), la intingevano con piccoli «colpetti» fino alla consumazione della polenta e dello scopetòn (spesso il suo consumo vero e proprio era riservato per il cibo dell’indomani e la polenta era solo insaporita dai sughi rilasciati dal pesce appeso). 17
Bibliografia Giosuè e Rita Chiaradia, I giorni della renga, Edizioni Propordenone, 2000, Pordenone Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, 1856 Emilio Ninni, Pesci, crostacei e molluschi nel vernacolo veneziano, 1920 Aldo Toffoli, Le ricette inutili, passeggiata nel passato dalle parti dei mangiari inutili, Dario De Bastiani Editore, 2000, Vittorio Veneto
Ora et labora
di Flavio Zambon Modola Subiaco è una splendida cittadina a 70 chilometri da Roma. Qui, Benedetto da Norcia iniziò e perfezionò quel tipo di vita monastica presentato nella sua Regola che si può riassumere nel famoso motto «Ora et labora».
A lcuni giorni fa navigando nel sito www.artugna.it, mi sono imbattuto sulle foto che celebravano il giorno 12 agosto, l’inaugurazione, presso l’asilo, della retrospettiva di pittura del compaesano Ruggero Zambon Pinàl e della mostra fotografica Vòf e coràio organizzata in occasione del 50° anniversario della posa della prima pietra dell’asilo stesso. Tra le altre foto una in particolare mi ha fatto riflettere; in essa era ritratto il nostro ex pie-
A lato. Monastero di Santa Scolastica, famoso anche per la sua ricca ed antichissima biblioteca. A pagina 19 sopra. Un particolare della prima pagina del De Divinis Istitutionibus del Lattanzio (sec. XV). A pagina 19 sotto. Monastero di San Benedetto. I successori del Santo Patrono d’Europa fondarono in questa zona 12 monasteri. Ora ne rimangono solamente due.
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vano don Giovanni Perin mentre si stava rivolgendo agli intervenuti. Mi sovviene con chiarezza che ricordando le reverende suore, che per 40 anni si prodigarono nell’istruzione di molti bimbi, citò (da abate dell’abbazia di «Santa Maria in Silvis» di Sesto al Reghena, un tempo retta dai monaci benedettini non poteva non farlo) il famoso motto «Ora et labora». «Prega e lavora», ben sedici secoli orsono San Benedetto coniò questa at-
tualissima massima, i suoi monaci, nei secoli, si sparsero su tutti i continenti, fondando, maestose abbazie ricche sì di vaste proprietà ma anche di vaste biblioteche colme di preziosissimi libri, famosissimi erano gli amanuensi benedettini. Senza il loro prezioso lavoro molte opere antiche sarebbero andate perse. Come tutti saprete, il giorno 19 aprile saranno 2 anni che Joseph Ratzinger è salito al soglio di Pietro e che da allora porta il nome di Benedetto XVI, di sicuro alla scelta di questo nome avrà influito la devozione, che l’allora Cardinale, aveva per il santo di Norcia. Infatti proprio il giorno antecedente la dipartita di papa Giovanni Paolo II, si trovava in visita ai monasteri benedettini di Subiaco. Questa cittadina del Lazio, situata ad un settantina di chilometri da Roma, è molto cara allo scrivente, avendo egli ivi vissuto, per un non breve periodo, agli inizi degli anni settanta, ed avendovi colà degli affetti molto importanti. Subiaco da molti è posta in second’ordine rispetto alla ben più rinomata Montecassino, ciò però è un errore, perché fu nella vallata Sublacense, percorsa dal fiume Aniene, che Benedetto da Norcia pose le basi e le regole del suo ordine monastico. La regione Su-
blacense si estende lungo la valle dell’Alto Aniene che scorre, nel suo primo tratto, tra strette gole. In tempi pre romani queste zone erano abitate dagli Equi che difesero strenuamente la loro indipendenza contro i Romani, ma dopo una lunga lotta furono sottomessi nel 304 a.C. Da qui partirono i quattro più importanti acquedotti che tuttora riforniscono Roma, il più importante tra questi è quello dell’Acqua Marcia. Nerone poi fece sbarrare la valle in tre punti, costituendo così tre laghi artificiali, si deve appunto a questi laghi il nome di Subiaco «Sub-Lacum», e vi costruì anche un’immensa villa , di
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cui oggi si possono vedere solo i ruderi. Benedetto nacque a Norcia nel 480 da genitori patrizi, aveva una sorella di nome Scolastica, che molto influirà nella sua futura vita religiosa. Mandato a studiare a Roma, ben presto l’abbandonò, innorridito dalla sua corruzione e si rifugiò con la nutrice ad Affile, un paesotto vicino Subiaco. Desideroso di maggior solitudine abbandonò anche la nutrice e si avviò lungo la valle dell’Aniene, quivi trovò una grotta poi chiamata «Sacro Speco» e vi rimase eremita per tre anni, ignorato da tutti, tranne che da Romano, un monaco che ogni tanto gli portava da mangiare. La vita da eremita fu asprissima, non mancarono momenti di scoraggiamento, ma furono sempre vinti. La popolazione venne avvertita della sua presenza e così terminò il suo eremitaggio. Iniziò così la sua vita cenobica, fondò un primo monastero – in tutto nella valle Sublacense saranno 12 – dedicandolo a San Clemente. Numerosi discepoli vennero a lui da ogni parte. Mauro e Placido, poi santi, furono i suoi primi aiutanti fedelissimi. Qui iniziò e gradualmente perfezionò quel tipo di vita monastica presentato nella sua Regola, la cui prima stesura risale al periodo di permanenza nel cenobio sublacense. L’astio e l’invi-
dia di un prete di nome Fiorenzo l’obbligarono ad emigrare, nominò i superiori in ciascun monastero e con pochi discepoli si diresse verso Cassino. Era l’anno 529, ivi fondò un monastero e vi rimase per 18 anni fino alla morte. Questo è uno stringatissimo riassunto della vita di San Benedetto ma le sue opere e quelle dei monaci suoi successori, fra i quali si annoverano diversi santi e parecchi papi, sono innumerevoli. Uno dei suoi primi successori, fu San Gregorio Magno che fu papa, un grande e
che consta di ben 100.000 volumi, 380 preziosi manoscritti e 212 incunaboli; l’archivio possiede circa 4500 pergamene ed oltre 25.000 documenti cartacei. Nell’anno 1465 venne eretta la prima tipografia in Italia per opera dei tedeschi Corrado Sweynheym ed Arnoldo Pannartz. In questi monasteri, per chi avesse la possibilità di visitarli, oltre che agli innumerevoli ed inestimabili opere d’arte visibili, si respira un aria di profonda spiritualità che induce anche il turista più frettoloso a
le nazioni del nord Europa, Belgio, Germania, Polonia ed Olanda in principal modo. Infatti in quelle terre lo spirito e lo stile benedettino sono ancora molto vivi e presenti: tra l’altro è doveroso rammentare che San Benedetto è patrono d’Europa. Alle persone che leggeranno questo articolo, vorrei rivolgere un invito: se mai dovessero recarsi a Roma per un viaggio turistico, dedichino anche un giorno alla visita dei monasteri di Subiaco, sono un po’ distanti, ma quando li avranno visitati, diranno che
munifico pontefice, ideatore, tra l’altro, del famoso e sempre attuale canto liturgico gregoriano. Attualmente dei 12 monasteri ne rimangono solo 2, il Sacro Speco e l’abbazia di Santa Scolastica, con pochi monaci, purtroppo. L’abbazia di Santa Scolastica durante l’ultima guerra, a causa di bombardamenti aerei, ha subito dei danni rilevanti, soprattutto ai suoi antichi chiostri; ha un campanile in stile romanico, semplice e maestoso, che è il più antico di tutta l’Italia centrale. Il fiore all’occhiello di questa antica abbazia, però, è la sua biblioteca
fermarsi e meditare nei luoghi che furono la culla dell’ordine benedettino. Anche il nostro pievano don Adel, quando era seminarista a Roma, era solito trascorrere dei periodi, di studio e meditazione, abbastanza lunghi presso il monastero di Santa Scolastica ed ancor oggi, quando gli impegni glielo consentono, ritorna con molta devozione ed entusiasmo in quei luoghi. Dopo l’elezione a papa di Benedetto XVI si è registrato, nella regione Sublacense, un notevole incremento di visite, specialmente di persone e fedeli provenienti dal-
ne è valsa la pena, perché oltre che essersi riempiti gli occhi di ammirazione, nel vedere luoghi ed opere d’arte stupendi, si riempiranno anche l’animo di gioia, serenità e pace!
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I due affreschi rappresentano San Benedetto con Santa Scolatica e frate Francesco.
Luca Coassin «al lavoro»
Con la complicità di Luca Coassin… nell’ex distilleria Carlon a Budoia è stato allestito il set per gli interni del cortometraggio La giornata di Eva di Clara Salgado.
di Francesco Guazzoni foto di Enrico Vazzoler
Per «una giornata»
Budoia come Cinecittà Una donna esausta, prigioniera del suo vivere secondo ritmi, apparenze ed atteggiamenti verso il cibo che la modernità ha istigato senza attenuanti alla sua volontà e a cui lei non è riuscita ad opporre la naturalità del suo essere. In questa drammatica prospettiva si colloca la vita di Eva, un nome simbolo che descrive l’allegoria di un nuovo peccato originale. È la vita comune di molte ragazze sintetizzata con esasperato realismo da un cortometraggio in uscita, La giornata di Eva della regista equadoregna (ma pordenonese d’adozione), Clara Salgado.
«Il cinema è un alto artificio che mira a costruire realtà alternative alla vita vera, che gli provvede solo il materiale grezzo.» Sono parole di Umberto Eco che sicuramente Luca Coassin, budoiese per vita e nostalgia, bresciano per amore e residenza, cosmopolita per lavoro, conosce e che ha adattato alla sua professione cinematografica di direttore della fotografia perché di questo film ha firmato, oltre che le scelte di inquadratura, di illuminazione e di movimenti di macchina, anche quelle delle location. «Invece di cercare ambienti esistenti – racconta in riferimento alle scene girate in una camera 21
da letto, in cucina e in salotto – abbiamo deciso di ricrearli da un ambiente vuoto come si faceva un tempo nei teatri di posa e, con costi meno onerosi e assecondando necessità ottiche di ripresa da lunga distanza, abbiamo scelto il capannone dismesso della gloriosa Distilleria Carlon di mio zio Lucio.» È così che l’estate scorsa il capannone di via Cialata a Budoia è diventato set cinematografico in cui la scenografa Maria Grazia «Ciaccia» Guarini ha allestito le stanze dell’appartamento di Eva, la protagonista del corto (interpretato dall’attrice rodigina Federica Bert), e sotto la
Sopra. Federica Bert in pausa (con la regista) e durante le riprese del cortometraggio. In alto. Fasi di allestimento del set.
direzione della regista è stato ambientato il racconto. «Avevo già lavorato con Clara Salgado un paio d’anni fa in un altro cortometraggio, e ora mi ha chiamato per questo nuovo progetto – Luca Coassin ha all’attivo più di settanta cortometraggi e una dozzina di lungometraggi con produzioni nazionali ed internazionali – nel quale ho ritrovato le condizioni ideali per lavorare, un clima sul set sereno e piacevole e la collaborazione di una troupe di amici, con i figli della regista e i miei a scorazzare tra le scenografie. E poi per me quel capannone ha sempre esercitato un fascino particolare, un ritorno alla mia giovinezza, alla vitalità di mio zio che ogni tanto, anche durante le riprese, faceva capolino sul set, tra lo sbigottito ed il curioso. E poi ricordo quel senso di terrore che non ho mai confessato…» Già, perché se l’atmosfera esterna era per tutti rilassata, Luca Coassin viveva dentro di sé un’antica angoscia, riaffiorata con prepotenza durante l’ultimo ciak. 22
«Abbiamo girato le scene ambientate in camera da letto di notte in una stanza/corridoio comunicante con lo spazio del magazzino dove un tempo albergavano alambicchi e ‘pozioni’. Per la scena finale ho elaborato un’immagine con poca luce; la nostra posizione dietro la macchina da presa era quasi al buio che si faceva sempre più fitto ed impenetrabile man mano che ci si allontanava dalle nostre spalle… Ho sentito di nuovo su di me quegli occhi, senza vederli ma sentendo ancora viva la presenza e quel ghigno che un tempo mi inquietava e terrorizzava tutti noi ragazzi… Satàn!… il cane lupo nero che veniva liberato nelle ore di chiusura a sorveglianza dello stabilimento…» Ora Luca è in Marocco, a Casablanca, alla terza settimana di riprese di Casanegra, un film per il cinema ispirato alla tradizione neorealistica italiana «ma appena posso torno a Budoia con la mia famiglia e porto i miei figli a giocare do par Gor, e mi piace accompagnarli, attraversare il bosco fino alla
con una serie di flashback, per dirla alla maniera filmica, a cui lui saprebbe costruire un’architettura di luci che ripagano della tenerezza del ricordo. Nella testa di Luca rimane solo un contrastato controluce che traduce in un appello: «Credo di aver preso parte all’ultima cuccagna dei nostri paesi organizzata nel cortile delle scuole di Dardago. Penso fosse il 1983 o il 1984, l’impresa non fu facile ma il mio gruppo conquistò la vetta e arraffò i salami appesi. Fu un trionfo. Purtroppo nessuno dei partecipanti ha una fotografia di quel giorno e vorrei chiedere, attraverso il giornale, se in qualche polverosa soffitta qualcuno possiede e custodisce qualche ricordo di quella gloriosa sfida…» Dissolvenza al nero. Titoli di coda.
Luca Coassin classe 1967
Lucio Carlon Fassinèr durante una visita sul set.
chiesetta di Santa Lucia al colle, esplorare e risalire l’Artugna, cercare nuovi sentieri o correre attorno al fuoco del pan e vin. Ritrovo negli occhi dei miei figli la gioia e la spensieratezza che hanno accompagnato la mia infanzia, un periodo vissuto intensamente senza stancarmi mai delle persone e dei luoghi dei nostri paesi, le feste, il Gruppo Artugna, le luci che ho acceso negli spettacoli del teatro di Dardago e le prime proiezioni dei film con Bud Spencer, i pionieristici campeggi in carovana dalla piazza di Dardago con Franco Bastianello Thisa e le corse in motorino giù per la campagna. E poi ancora gli odori della nostra terra, i riti stagionali, la vendemmia, l’uccisione del maiale, il grasso dell’albero della cuccagna…» La conversazione con Luca si dilata dal cortometraggio girato a Budoia all’amarcord dell’infanzia,
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La passione per la fotografia nasce già nell’infanzia quando «disegnavo con gioia ogni cosa che mi emozionava.» Si diploma in Fotografia nel 1989 presso l’Istituto Europeo di Design di Milano-Roma e successivamente, nel 1990, presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma sotto la guida di Giuseppe Rotunno con il quale sperimenta il lavoro di ripresa e di illuminazione dei set cinematografici presso il laboratorio di Cinecittà. Oltre ad essere stato selezionato al Seminario Europeo per studenti in Direzione della Fotografia (1993) di Budapest, frequenta seminari e corsi di tecnica di ripresa ed utilizzo della steadycam. Come direttore della fotografia ha lavorato in 12 film tra italiani ed esteri, tra i quali Occhi di Cristallo (2005) di Eros Puglielli Cattleya (vd. l’Artugna n. 103, dicembre 2004), 5 documentari internazionali, 65 cortometraggi, 30 in qualità di operatore, 35 come direttore della fotografia, e molti spot andati in onda sulle reti nazionali. Come operatore steadycam ha all’attivo oltre 200 produzioni fra cortometraggi, videoclip, spot dirette televisive, video d’arte e documentari. È stato anche docente di riprese cinematografiche presso lo IAL di Pordenone (1993).
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L’incontro con Mariagrazia Zambon, missionaria laica ad Antiochia
Sulla strada del dialogo di Alessandro Suma
Nella terra dei cristiani «Il vero dialogo interreligioso inizia dalla vita». Così si è espressa Mariagrazia Zambon, consacrata laica dell’Ordo Virginum e missionaria in Turchia da cinque anni. Sabato 4 novembre, accettando l’invito della nostra comunità, è venuta al seminario di San Pietro per presentarci la reale situazione religiosa, culturale e politica della Turchia, a poche settimane dal viaggio del Santo Padre in questa terra. La Zambon vive ad Antiochia, al confine con la Siria, in una piccola comunità parrocchiale, composta da una settantina di persone. «Penso che la nostra presenza abbia un senso profondo – ci ha detto – perché viviamo e rimaniamo in un territorio dove il cristianesimo ha vissuto tappe significative. Ad Antiochia per la prima volta i cristiani sono stati chiamati così, molte città citate nella Bibbia ed attraversate da San Paolo nei suoi viaggi sono in
questa terra. Nasce così nei nostri cuori un senso di gratitudine e di responsabilità nei confronti di questo popolo».
Il sacrificio di don Santoro Inevitabile parlare a questo punto della morte di don Andrea Santoro. «Per la nostra piccola comunità è stato veramente uno shock – ha ricordato la Zambon – nessuno lo avrebbe mai immaginato, 24
anche perché gli orientali hanno sempre dimostrato una grande ospitalità verso tutti, ed in particolare verso gli uomini di Dio. A seguito dell’attentato, la situazione si è fatta molto caotica e difficile, abbiamo vissuto un’escalation di calunnie e violenze, di sospetti, anche se molte persone sono venute in comunità a portare la loro solidarietà e vicinanza, si sono informate sul nostro credo, hanno voluto saperne di più». La Zambon ha spiegato come sia difficile comprendere fin nel profondo la situazione turca, un
Paese che vanta 70 milioni di abitanti, di diversi credi religiosi e minoranze etniche, dove i cristiani rappresentano lo 0,15% della popolazione, compresi i cattolici di rito occidentale. Una minoranza nella minoranza.
Al comando della nave
Garibaldi
Il dialogo interreligioso «Ci sentiamo di rimanere e di vivere in mezzo a questo popolo perché crediamo nel dialogo interreligioso – ha detto la missionaria – e siamo certi che esso passa attraverso la nostra vita, la nostra testimonianza e la nostra fede». La religiosa ha poi sottolineato come, nonostante l’ostilità verso i cattolici, (la Santa Messa può essere celebrata solo nelle chiese riconosciute dallo Stato), ci sia comunque una grande ricerca da parte della gente, e come il Vangelo, il credere che Dio si fa vicino all’uomo in Cristo Gesù sia veramente una rivoluzione del cuore, che li sblocca e li libera, aprendoli al confronto. Portando come testimonianza di ciò il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, che ha suscitato tante polemiche, ha precisato: «I fondamentalisti hanno reagito in modo violento, ma le parole del Papa hanno aiutato anche la gente a riflettere, ad andare più in profondità». A proposito del viaggio in Turchia di Benedetto XVI, la Zambon ha commentato: «La scelta del Santo Padre è molto significativa, di grande valore. Ed anche l’intuizione di venire proprio nella ricorrenza di Sant’Andrea, fratello di Pietro e patrono delle chiese d’oriente, mostra attenzione e vicinanza ai cristiani di Turchia ed a tutta la popolazione». Articolo tratto da «Comunità propedeutica e del biennio teologico»
G iorgio è figlio di Marisa Diana Scunsòr e di Francesco Lazio (cfr. albero genealogico allegato). Nato a Treviso nel 1960, dopo gli studi si è trasferito a Livorno, dove risiede tuttora con moglie e due figli. Conseguita la maturità presso il Collegio Navale «F. Morosini» a Venezia, entra in Accademia Navale di Livorno nel 1979 e dopo quattro anni ne esce con il grado di Guardia Marina. Successivamente ricopre diversi incarichi a bordo di varie unità della Squadra Navale, assumendo il comando in operazioni di disinquinamento di idrocarburi da navi affondate. Dal 1991 è entrato a far parte dello Stato Maggiore della Marina Militare, nel secondo reparto, assumendo il comando dei corsi normali di formazione in Accademia Navale di Livorno e frequentando il 25° corso superiore presso l’I.G.M. di Livorno. Nel 1997, per un anno, presta servizio presso l’allora comando della Flotta d’attacco della NATO in Atlantico con base a Norfolk negli U.S.A. durante il quale consegue il diploma N.S.D.M. presso il Collegio Navale di Newport. Nel 1998, tornato in Italia, si trova impegnato in molteplici incarichi e attività, tra i quali un corso dell’Istituto Superiore dello Stato Maggiore Interforze a Roma, poi come comandante della fregata «A/S Scirocco» operante nel Mediterraneo e in Atlantico. Dal 2001 fino al 2006 riprende servizio nello Stato Maggiore M.M. presso il terzo reparto coprendo vari incarichi formativi e progettuali nell’ambito della NATO che lo ha portato nel 2002 a frequentare un impegnativo corso presso la scuola NATO di Shape (U.S.A.). Ha conseguito con lode il diploma di laurea in Scienze Marittime e Navali presso l’Università di Pisa e il Master «Studi Internazionali Strategico-Militari» presso l’Università di Milano. Il 6 ottobre 2006 ha assunto il comando della nave Garibaldi impegnata nelle operazioni di attuazione ONU in Libano. DOMENICO DIANA
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di Giancarlo Magri e Angelo Cappeller
Nell’abside della Pieve
restauro e consolidamento Relazione tecnica del restauro conservativo e pittorico della zona absidale.
I lavori, che da un paio di mesi interessano la zona absidale della Chiesa di Santa Maria Maggiore, stanno volgendo al termine e già si possono apprezzare i risultati ottenuti. Riteniamo opportuno pubblicare le relazioni tecniche per dar modo ai lettori di conoscere dettagliatamente i vari interventi resisi necessari per consolidare la volta, pulire e restaurare le decorazioni.
• Il restauro delle raffigurazioni ad affresco è stato eseguito da Giancarlo e Giovanni Magri. Il consolidamento statico e il restauro delle decorazioni sono stati eseguiti da Angelo Cappeller. Direzione ai lavori per la Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia dott.ssa Elisabetta Francescutti.
La chiesa attuale è stata costruita nel 1786 e compiuta nel 1823. Di stile neoclassico è adornata di stucchi e altari marmorei. L’altare maggiore proviene dalla chiesa demolita di Santa Maria Nova di Venezia. Il presbiterio, riccamente decorato nel 1946, conserva sui paramenti ampie specchiettature a finto marmo. Nelle pareti del catino vi è raffigurata una decorazione a finta tappezzeria, realizzata a stampigliatura. Le volte sono finti cassettoni, con al centro rosoni modellati in cartapesta, con policromie e dorature a foglia d’oro. Al centro della cupola vi è raffigurata ad affresco «L’Incoronazione della Beata Vergine, avvolta da angeli festanti». Nei quattro spicchi sono raffigurati, sempre ad affresco, i Santi Martino, Andrea, Lucia e Tommaso. Opere di epoca ottocentesca, mentre le campiture a finto mosaico, che contornano le raffigurazioni, sono coeve alle decorazioni. Il lavoro è iniziato con la preventiva pulitura a secco dei depositi di accumulo e con una successiva particolareggiata pulitura mediante impacchi con soluzione di bicarbonato di ammonio, interponendo preventivamente carta giapponese. Proseguendo con successivi risciacqui con acqua deionizzata, restituendo al tessuto pittorico la primitiva vivacità. 26
Nelle zone, con la pellicola pittorica sollevata a squame è stata fatta riaderire facendo uso di sostanze e metodi appropriati. Le fenditure e le piccole lacune sono state colmate con malte a granulometria similare alle originali. Le integrazioni pittoriche hanno interessato le parti stuccate e le zone cadute, mediante colori ad acquarello a più stesure sovrapposte a tono delle originali. Sopra l’altare maggiore campeggia una corona lignea scolpita con simboli eucaristici, policromie e dorature. La struttura era ricoperta da una diffusa coltre di polvere aggregata a sostanze grasse. Dopo le preliminari prove per un corretto utilizzo dei solventi, si è proseguito con la pulitura delle sostanze di accumulo e con l’asportazione delle ridipinture, mediante tamponcini di cotone. Dove le tavole erano sconnesse, si è intervenuti con sverzature lignee stagionate della stessa natura. Dove la mestica gessosa era decoesa, è stata fissata con iniezioni di collante acrilico. Le lacune sono state stuccate con gesso di Bologna e colletta. Le zone abrase e le stuccature sono state integrate con colore a tono, con minime riprese a dorature. Infine, si è steso un filo protettivo, mediante nebulizzatore, di Paraloid B72, diluito al 3% con clorotene.
Consolidamento delle volte e intradossi. Le attività di consolidamento si possono riassumere in: • pulizia della parete soprastante mediante rimozione di parti decorse e l’impiego di aspirapolvere; • stuccatura delle parti sottostante con creta degassata di fessurazioni e buchi, onde prevenire la fuoriuscita di materiale; • ripetuta inibizione della parte soprastante con resina Primal RS133 opportunamente diluita su tutta la superficie; • trattamento con prodotto consolidante dato a spruzzo su tutte le parti lignee. Inoltre: • alcune zone in legno completamente fatiscenti sono state imbibite con resina bicomponente, applicando successivamente un impasto di segatura e resina bicomponente e ripristinato a livello come l’originale; • si è proseguito con un getto d’impasto a base di polvere di pomice e RS133, posa di rete Ferflex graffettata ad aderenza su listelli di collegamento e orditura e secondo getto di impasto di pomice e di RS133 ad annegamento della rete. Il tutto previa puntellazione della parte sottostante.
Consolidamento della parte sottostante la superficie decorata. Sono stati rimossi i rosoni a soffitto al fine di eseguire un intervento di consolidamento supplementare con inserimento di viti sulle cantinelle in legno e scontri in plastica. I rosoni sono stati riposizionati con viti.
Consolidamento di cornicioni ed archi. Questa fase ha comportato: • scarnimento superficiale per circa 4 mm, inserimento di barrette in alluminio, fissate con viti sulla struttura lignea sottostante l’intonaco; intervento su tutte le parti fortemente decoese; • foratura in prossimità del suddetto intervento e iniezioni a più stesure di resina bicomponente. L’intervento pittorico delle superfici decorate è stato preceduto da una spolveratura mediante pennellesse morbide, dal fissaggio della pellicola pittorica pulvirulenta con Paraloid B72 opportunamente diluito con solvente idoneo e dalla stuccatura delle zone lesionate e lacunose con materiali appropriati. La ricostruzione pittorica delle 27
zone con cadute di pigmento è stata condotta con sostanze e pigmenti similari agli originali. I rosoni plastici sono stati oggetto di pulitura con solventi combinati e di una successiva stesura di prodotti conservativi.
Dall’alto. La corona lignea nella volta absidale durante le fasi del restauro. Particolare dell’affresco dell’Incoronazione della Vergine Assunta con tassello di pulitura. Particolare della corona lignea con tassello di pulitura. Particolare della decorazione della volta prima del restauro.
Vita in oratorio
Elenco delle principali attività svolte nel periodo invernale
Intensa come sempre l’attività dell’oratorio Sant’Andrea, con la partecipazione attiva e vivace delle tre comunità parrocchiali. Le classi di catechismo in preparazione ai Sacramenti della Confermazione e della prima Comunione proseguono con discreta partecipazione; meno costanza però si segnala alla Santa Messa domenicale. Confidiamo nella sensibilità delle famiglie per una presenza non di costrizione ma di partecipazione. I flash (foto) che proponiamo sono le realtà che abbiamo vissuto nei mesi trascorsi, senza tralasciare il futuro che ci attende. Un sentito grazie va rivolto alle famiglie, alle mamme che si dedicano alla pulizia e al decoroso mantenimento di una struttura onerosa perché grande; all’impegno dei papà nei lavori più impegnativi e a quanti, in qualsiasi modo e forma, si adoperano per il buon funzionamento dell’oratorio. Un grazie di cuore ai catechisti che con grande impegno e grande amore si dedicano all'educazione spirituale e culturale dei giovani, dei ragazzi e dei bambini. È pure sorta una piccola cantoria di bimbi (scuola di canto) insieme alle
Parrocchie dell’Unità Pastorale di Polcenigo. Un piccolo segno di unità e fraternità fra di noi. C’è lavoro per tutti: l’appello è rivolto alle persone di buona volontà perché partecipino all’attività. Riportiamo un elenco delle principali attività svolte nel periodo invernale. 16 dicembre: nutella party con l’arrivo del babbo natale e festa per tutti; un momento di gioia con il pensiero rivolto anche ai meno fortunati. 25 dicembre: Messa della Notte: al termine viene offerta ai numerosi convenuti cioccolata calda e vin brulè. Scambio gioioso degli auguri nonostante la notte fredda. 28
28 dicembre con le Parrocchie dell’Unità Pastorale di Polcenigo e Budoia partenza in pullman per Jesolo per il grande presepe di sabbia. Il mare fa da sfondo al grande evento del Natale: la nascita di Gesù Bambino per un mondo in pace. Al termine pizza per tutta la grande comitiva. 5-6 gennaio 2007 preparazione del Pan e Vin del vecio e de la vecia. Per il terzo anno viene riproposta una tradizione antica: brucia il falò e con esso vengono distrutte tutte le cose cattive che possono dividere gli animi. Poi al caldo nella sala cinema la tradizionale tombola con doni offerti dalla Farmacia «Due Mondi», dalla Fioreria «Petalo Rosa» e dalla Parrocchia.
Pregar cantando In alto. L’artistico presepe di sabbia realizzato a Jesolo. Nelle altre foto. Alcuni momenti dell’intensa attività dell’oratorio.
I soliti bravi cuochi fanno inoltre gustare il muset, i dolci preparati con cura dalle mamme, nonne e zie, il vin brulè. Buona la partecipazione. Il giorno dopo tutti ad assistere alla calza più lunga, preparata dalle nostre brave donne; discesa dal campanile sino in piazza. Un successo senza precedenti per i nostri paesi organizzato e curato dalla Pro Loco. Il Carnevale ha segnato un altro momento di aggregazione e di lavoro: per la prima volta viene organizzato e preparato dai volontari un vero carro mascherato denominato «Cars» e seguito con allegria da circa un centinaio di bambini e ragazzi accompagnati dai genitori tutti vestiti con costumi preparati per l’occasione. Oltre alla sfilata fatta per alcune vie di Budoia (17 febbraio); a seguire crostoli, frittelle, bibite e dolci e la proiezione del film «Cars». Il carro con seguito ha partecipato alle sfilate organizzate ad Aviano (11 febbraio), a Maniago (18 febbraio), grande soddisfazione per tutti e i riconoscimenti da parte dei due Comuni per la partecipazione. MAURO CASTELLET E DON ADEL NASR
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D a gennaio 2007 un gruppo sempre più numeroso di bambini si riunisce, alternativamente negli oratori delle parrocchie di Budoia e Polcenigo, a cantare e suonare. Guidati da tre mamme e patrocinati dalle parrocchie, questi giovani partecipano, cantando e pregando, alle Messe dei vari paesi di residenza. L’idea, già presente nelle menti di alcuni genitori, ha trovato, in una gita interparrocchiale ai presepi di sabbia di Jesolo, la giusta occasione d’incontro per iniziare: obiettivo comune è riunire le parrocchie partendo dai bambini. Così, tre mamme e circa 10 bambini si sono riuniti, per la prima volta sabato 13 gennaio, a provare i brani che poi avrebbero interpretato durante le Messe domenicali. Il progetto è sostenuto dai parroci: don Massimo (parrocchia di Polcenigo e San Giovanni), don Silvio (parrocchia di Coltura), don Adel (parrocchie di Budoia, Dardago e Santa Lucia). Oltre a cantare, i bambini suonano la chitarra e gli strumenti Orff (sonagli, tamburelli, triangoli, maracas e oltre): si viene così a creare un’allegria che trapela tra i banchi dei fedeli, riempiti dalla presenza di numerosi genitori. Il calendario prevede incontri di prova e partecipazione cantata a varie messe fino al 3 giugno, nella chiesa della Santissima Trinità. L’iniziativa porta i bambini dei due comuni a riunirsi, a cantare, quindi a pregare due volte, con più entusiasmo. Il giusto collante per le divisioni tutt’ora presenti tra le varie parrocchie: un modo simpatico per avere un’attività che unisca veramente. Gli interessati possono trovare il programma appeso negli oratori e nelle chiese. CECILIA ASTOLFI
Per maggiori informazioni telefonare a: Sara 0434.749601 Emanuela 0434.653182 Mariarosa 0434.749387
Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari
Amelia Colussi Mas Amelia Colussi Mas, moglie del compianto Valentino Bocus è venuta a mancare alla bella età di quasi 96 anni. Originaria di Plan de le Merie (Poffabro), dopo la morte del marito nel 1957, partì con la figlia Nadia per raggiungere l’altro figlio Antenore in Canada. Rimase in quella nazione lontana fino alla morte. Ora riposa, accanto al marito, nel cimitero di Dardago. I figli, i nipoti, il pronipote e i parenti tutti la ricordano con affetto.
Giacomina Busetto Bronte Lentamente la malattia ti ha allontanato da tutte quelle cose che amavi fare, ma il colore dei tuoi occhi è rimasto intatto. Nelle nostre menti sono impressi gli sguardi di quei occhi azzurri come il colore del cielo senza nuvole da cui sappiamo ci stai guardando con lo stesso amore di sempre. Ora sei in pace, angelo tra gli angeli abbracciata al nostro Dario, continuerete insieme a proteggere tutti noi. Niente ci può separare… vivete nei nostri cuori… vi vogliamo bene.
Ciao nonna Mina.. non ci sono parole, ma tanti bei ricordi nel cuore di ognuno di noi, nella nostra mente e nei nostri occhi… Amore e tanta malinconia… vorremmo averti qui, nonna Mina. Hai cresciuto una grande famiglia, davvero Grande, facendo sacrifici, lavorando molto, senza dimenticarti mai di regalare un sorriso o una parola a chi incontravi per la strada. Ci hai colmato di coccole e di baci, hai trasmesso valori importanti e ci hai educato anche attraverso i racconti della tua vita. Hai amato e hai voluto bene incondizionatamente perché il tuo cuore era Grande e aveva un posto per tutti.
I TUOI CARI
Mario Zambon Ite chei che i lo incontrava pa strada, o che i se fermava a fa due ciacole co lui te la crosera del Cristo, dove che el se sentava su una pithola carieguta a «vardà i turisti» che i deva su par la via San Tomè. Pur avendo passat duta la vita fora del Dardàc, no l’aveva mai volut lassalo, e da quan che l’era dut in pension al feva fadia ancia a dì fin a Pordenòn o Sathìl; al steva benon a ciasa soa, tel so ambiente (sempre co la so Irma barisela tacada a lui come un coder da 57 ani), e el deva volentiera via altre che par dì a ciatà i so nevodi, ma a dise al vero ancia i fioi, e le nore che le ghe voleva bin pì che a un pare. Al l’è un altro tochetin de vero paese «san e saggio» che avon perdut, ma ne resta el profumo de serenità e semplicità che Mario Ite al ne ha lassat. Grassie de dut e ciao nono Mario.
Ancia Mario Ite al ne ha lassat… Serenamente, cussì come che l’ha sempre vivut, al ne ha saludat duti quanti; l’aveva anciamò tanta voia de vive e de continuà a godese i so 4 nevodi (che i ghe magnava metà de la pension in «balute e gelati» là de la Nives), ma purtropo l’aveva «finit la bensina» e la Madona i lo ha clamat co Liena. Sarave da scrive un libre gros su la so vita pasada tei meio alberghi e ristoranti de Venethia, Cortina, Roma e in Svissera (ma ancia a Budoia da Renè, unà che l’ha lavorat i so ultimi ani prima da dì in pension), ma savendo che l’è sempre stat una persona discreta e riservada e de poce parole, nol avarave gradit tante ciacole sul so cont. No l’avon mai vedut rabiat e nencia perde la pathientha, ma l’aveva sempre una parola intelligente e un sorriso par duti
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Cronaca Cronaca La cialtha pì longia del mondo
Gianni Morandi a Pordenon
Da tanti anni conosco Gianni Morandi e, naturalmente, quando si è esibito al Palazzetto dello Sport di Pordenone sono andato da lui prima del suo concerto. Ci siamo incontrati fuori del suo camerino è mi ha subito riconosciuto. Si è ricordato dell'incontro precedente quando abbiamo suonato insieme la chitarra. Prima di salutarci mi ha dato il suo indirizzo di posta elettronica così adesso possiamo comunicare via e-mail. Durante il concerto ho scattato tantissime foto. C'era moltissima gente ad ascoltarlo: ha cantato sia canzoni vecchie che quelle del suo album «A chi si ama veramente». Assistere al suo concerto è stata una grande emozione e una bellissima esperienza. Spero tanto che, vista la nostra amicizia, un giorno suoneremo insieme la chitarra ad un suo concerto. PAOLO PUJATTI
Tra le iniziative organizzate dalla Pro Loco di Budoia, rimarrà senz’altro memorabile quella della scorsa Epifania, quando migliaia di persone e numerosi media si sono ritrovati in piazza per assistere all’esposizione dal campanile della Calza da Guinness, realizzata a maglia da decine di mamme, nonne e zie del paese. L’occasione, per rivivere quegli emozionanti momenti insieme alle fautrici dell’opera, è sabato 17 marzo 2007 alle ore 17.30 presso la Casa del Comune di Budoia, in piazza Umberto I, 6. Viene proiettato il filmato della splendida manifestazione e viene presentato il DVD realizzato raccogliendo le più belle foto e i servizi dei telegiornali. Inoltre viene presentato un progetto che conferisce un notevole valore all’iniziativa, visto che la calza sarà trasformata in coperte destinate a missioni della Bolivia e della Romania che accolgono bambini in condizioni disagiate. Entusiasta è stata la partecipazione a questo progetto umanitario, a dimostrazione che è bello essere in tanti non solo per divertirsi ma anche per compiere un piccolo grande gesto di solidarietà.
Novi incarichi in te la Pro Loco
Paolo e Gianni prima del concerto.
In febbraio viene eletto il nuovo Consiglio direttivo della Pro Loco di Budoia, alla cui presidenza è designato Alessandro Baracchini. 31
A ciascun consigliere è affidato un settore a cui dedicarsi più specificamente, in funzione delle attitudini e degli interessi personali. Gian Pietro Fort coordinerà il gruppo addetto agli allestimenti, lavori esterni e gestione magazzino, formato da Angelo Cosmo, Luigino Morson e Roberto Andreazza, mentre Giovanni Fabbro si occuperà della ristorazione, con il valido supporto di Francesco Del Maschio e Federico Rigo per la gestione delle casse, e di Michele Graniero e Nadia Modolo per il chiosco. L’aggiornamento del sito Internet, strumento ormai indispensabile a livello comunicativo, è stato demandato a Marco Marcoz e Alessandro Baracchini. Un punto di forza dell’associazione, particolarmente apprezzato dai soci, è l’organizzazione di gite e viaggi culturali, che rimane compito di Fernando Del Maschio. Andrea Usardi e Matteo Bocus si occuperanno delle Marce e del nuovo Percorso Circolare del torrente Artugna, che nel 2006 è stato effettuato da oltre 400 appassionati. La Mostra Micologica, perno della Festa dei Funghi e dell’Ambiente, sarà coordinata da Alessandro Baracchini e Marco Marcoz, il quale seguirà anche la Rassegna Tartuficola e il Concorso Fotografico. A Roberto Andreazza sono state nuovamente affidate la «Mostra mercato dei prodotti tipici» e la mostra «Hobby e mestieri a Budoia», la Pesca di Beneficenza sarà coordinata da Stefano Zambon. Anche quest’anno si ripeterà la Rassegna Gastronomica «I sapori del bosco», che sarà curata da Giovanni Fabbro e Gian Pietro Fort. Naturalmente non si tratta di una ri-
gida divisione in comparti, perché è scontato lo spirito di collaborazione che deve stare alla base di tutte le iniziative. Tutti coloro che fossero interessati a collaborare in qualche settore sono invitati ad avvisare i relativi coordinatori, in modo da poter essere contattati all’occorrenza.
Da Boccioni a Vedova
Inno alla vita
La prima gita sociale della Pro Loco per il 2007 si tiene a Treviso, in occasione della mostra «’900 Veneto: da Boccioni a Vedova» presso la Casa dei Carraresi. A sentire i partecipanti, l’esposizione comprende numerose e interessanti opere, splendidamente illustrate da guide competenti, giovani e belle. Dopo la mattinata culturale, è la volta di una boccata d’aria per il
centro di Treviso e dell’abbondante e gradito pranzo a Solighetto. Nel pomeriggio le condizioni atmosferiche peggiorano e una pioggerellina insistente e noiosa accompagna la comitiva sulla collina di Feltre, dove si visita il Duomo, grazie alla guida, magari meno giovane e bella, del nostro Fernando Del Maschio. Comunque i gitanti non si perdono d’animo e concludono in allegria in un’accogliente cantina a Farra di Soligo.
Note in glesia
Tra qualche giorno l’organo, opera del ben noto costruttore Pietro Bazzani, successore del Callido, riprenderà ad echeggiare nella splendida e ricca cornice della parrocchiale di Sant’Andrea di Budoia, dopo un silenzio di quasi una decina d’anni. Dato il suo va-
lore artistico, la Regione ha finanziato i lavori di restauro, affidati alla nota ditta Zanin di Codroipo. Un bel modo per festeggiare i 117 anni dalla sua installazione.
I madhi del 2006
Anche lo scorso Natale, la chiesa di Dardago è stata arricchita dalla presenza dei 10 madhi, allestiti da alcuni volontari in rappresentanza delle famiglie di tutte le vie del paese. È un’antica tradizione che, abbandonata nella seconda metà del secolo scorso, è stata felicemente ripresa da qualche anno. Un grazie ai vari collaboratori e alle famiglie che hanno contribuito con le loro offerte. In questa occasione sono stati raccolti 1.205 euro che sono stati utilizzati in questo modo: • 60 euro per acquisto alberi in sostituzione di quelli morti;
Mi presento da solo. Mi chiamo Simone Terruzzi e sono nato a Milano il 10 febbraio. Desidero salutare il mio papà Paolo, la mia mamma Valentina Janna Tavàn e tutti i lettori de l’Artugna.
Soraya, sei il nostro tesoro... tanti auguri per il tuo primo compleanno da mamma Annalisa Quaia, papà Ali Fakih, nonna Vanda, nonno Bruno e zio Federico.
Cristian Zambon Tarabìn e Paola Cattarinussi sono felici di presentare ai lettori de l’Artugna i loro due tesori: Gaia, nata il 27 agosto 2005, e Filippo, nato il 13 gennaio 2007.
Via Crucis da Ciàmpore a Ciastelàt
Enrico Zambon (primo a sinistra) con moglie, figlia (quarta e quinta da sinistra) e le autorità presenti nel giorno dell’inaugurazione della nuova e moderna stalla.
1.100 euro per il restauro delle grandi statue del presepe della chiesa; • 45 euro per acquisto fiori. Rimangono dalle raccolte degli anni scorsi: • 500 euro per fondo cassa; • 721 euro versati nel conto bancario della parrocchia. •
Stale nóf
Domenica 18 marzo 2007 viene inaugurata a Dardago la nuova stalla dell’azienda agricola di En-
rico Zambon e della figlia Claudia. Tra le varie autorità giunte a visitare la nuova struttura, che risponde ai più moderni requisiti tecnici e normativi, ci sono il dott. Luigi Rollo dell’Ispettorato Agrario di Pordenone e il dott. Ivano Clabassi del Servizio Centrale Risorse Agricole, Naturali, Forestali e della Montagna del Friuli Venezia Giulia. Congratulazioni alla giovane Claudia che ha scelto di impegnarsi nel portare avanti l’attività della famiglia, cimentandosi con passione in questo duro mestiere, che offre soddisfazioni ma richiede costanti sacrifici e dedizione per 365 giorni all’anno.
Circa 150 tra bambini, ragazzi e adulti hanno partecipato nella serata di venerdì 23 marzo ad una suggestiva Via Crucis organizzata dai catechisti in collaborazione con alpini e volontari. Partita dalla località Ciampòre, la processione quaresimale si è avviata verso la cima del Ciastelàt lungo il sentiero interno, sostando in preghiera e in meditazione della passione e morte di Gesù presso le croci appositamente allestite. La riuscita di questa prima edizione è di buon auspicio per la riproposta di questa Via Crucis giovanile anche nei prossimi anni. Ricordiamo che nella serata del Venerdì Santo, ormai da diversi anni le parrocchie di Dardago e di Budoia partecipano a una Via Crucis comunitaria che si svolge nel percorso tra le due chiese. Questa volta la processione parte da Budoia per salire fino a Dardago.
Auguri dalla Redazione!
Matteo Diana, figlio di Alessandro e di Rita Zaia, nipote di Domenico e Agnese, nato il 17 gennaio 2007, è l’ultimo arrivato in casa Diana (cfr. albero genealogico allegato).
Luca e Silvia si sono sposati il 7 ottobre 2006: momenti felici per la famiglia Diana. Gli sposi sono attorniati dai genitori di Luca, Agnese e Domenico, e dai fratelli Alberto con Anna, Paola con Roberto e le bambine, Alessandro con Rita (cfr. albero genealogico allegato).
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Riguardo alla rivista l’Artugna non ci sono parole, solo grazie. GIANCARLO ZAMBON – ROMA Milano, 18 gennaio 2007
Cara Redazione, ho ricevuto l’Artugna di Natale 2006, l’emozione è stata incontenibile; mentre tutte le altre volte mi limitavo a commuovermi per alcuni articoli o per delle foto che ricordavano i nostri momenti passati sino a farmi inumidire gli occhi, questa volta ho pianto. È stato quando a pagina 44 ho visto l’albero genealogico della famiglia Fort Chischi che mostrava alla fine anche il nome di mio nonno Giobatta Pitùs deceduto nel 1935 dopo pochi mesi che ero nato io. Era un uomo eccezionale! Vi ringrazio infinitamente per la ricerca che avete fatto su richiesta del mio biscugino Antonio Fort di Firenze al quale avevo, qualche anno fa, indicato l’esistenza della nostra meravigliosa rivista. Ringrazio anche Antonio per l’amore e la passione che conserva per il dialetto e per le nostre belle terre e per l’iniziativa che ha avuto. Ringrazio ancora la Redazione per aver donato a me e ai miei cugini Teresa S., Teresa B., Gianfranco di Pordenone e Guglielmo
di Budoia, quel bellissimo regalo di Natale. MARIO FORT PITÙS
P.S. Colgo l’occasione per chiederVi di usare caratteri più grandi nella pagina «La ruota della vita»… Caro sig. Mario, siamo contenti che l’Artugna riesca a suscitare tali sentimenti! Quasi non ci crediamo, ma le lettere come la Sua sono una grande testimonianza di affetto e di attaccamento verso i nostri paesi. La ringraziamo per i suggerimenti «grafici» che ha voluto inviarci. Ne terremo conto, come del resto di tutti i consigli che ci sono giunti tramite le risposte al sondaggio dei mesi scorsi.
ERRATA CORRIGE A pagina 28 ’N te la vetrina del n. 109, nella prima didascalia, alla sesta riga, anziché «don Alfredo Pasut» leggasi «don Luigi Agnolutto». E ancora nella seconda didascalia, alla sesta riga, anziché «don Genesio», leggasi «don Gelindo». Ci scusiamo con i lettori. 34
Buon lavoro per il 2007. ANNA JANNA – MILANO
Un grande grazie per l’Artugna. Saluti a tutti. SERGIO ZAMBON – AIX LES BAINS – FRANCIA
Grazie per il vostro impegno. Cari saluti e buon anno a tutta la Redazione. DONATELLA ANGELIN – MILANO
In ricordo dei propri cari defunti Girolamo, Gino e Romana Zambon. FABIO E BETTA ZAMBON – BELLEGRA (ROMA)
Un caro saluto e un grazie per il vostro lavoro così gradito e prezioso. DANIELA ANGELIN – SANTA MARGHERITA LIGURE
In memoria dei miei cari defunti. ZAMBON CAMILLO – TRIESTE
DELLA SETTIMANA SANTA DOMENICA DELLE PALME
Dardago
Budoia
Santa Lucia
sagrato 11.00
piazza 9.30
sagrato 10.00
_
18.00
–
10.00/12.00 9.30
9.00/12.00 15.00/18.00 18.00
15.00/17.00 17.00
18.30
20.00
17.00
17.00 –
15.30 –
20.00 15.00
Ingresso di Gesù in Gerusalemme
• Benedizione dell’Ulivo, Santa Messa di Passione • Santa Messa Vespertina e apertura dell’Adorazione Eucaristica delle 40 ore LUNEDI, MARTEDI, MERCOLEDI SANTO • Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore • Santa Messa GIOVEDI SANTO Ultima Cena
• Santa Messa Vespertina, riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro, spogliazione degli altari e adorazione. Raccolta salvadanai «un pane per amor di Dio» VENERDI SANTO Digiuno e astinenza
• Azione Liturgica, Santa Comunione • Via Crucis • Solenne Via Crucis, con partenza dalla Chiesa di Budoia e conclusione nella Chiesa di Dardago [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà nella Chiesa di Budoia]
20.00
SABATO SANTO • Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione
20.30
22.00
20.30
DOMENICA DI PASQUA • Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina
11.00 –
10.00 18.00
10.00 –
LUNEDI DI PASQUA • Santa Messa
11.00
10.00
10.00
10.00/10.30 16.30/17.00 18.15/19.30
17.30/18.00 15.00/15.30 16.00/18.00
16.30/17.00 – 17.00/19.00
CONFESSIONI Lunedi, martedi, mercoledi Santo Venerdi Santo Sabato Santo
Bambini e ragazzi (con l’orario del Catechismo)
bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 109
entrate
Costo per la realizzazione + sito web Spedizioni e varie Debito precedente Entrate 08.12.2006 al 18.03.2007
4.453,00
Totale
4.453,00 35
uscite 3.753,00 128,00 664,00
4.545,00
Buona Pasqua
programma religioso
IL SEGNO Laddove le vie fan crocicchio poggiata a un cipresso è la croce. Sul nero del legno risplendono i numeri bianchi. La gente passando si ferma [un istante, e sol con due dita toccando [leggero quel legno fa il segno di croce. Aldo Palazzeschi, Poesie, Mondadori, Milano 1971
Giorgio Igne Trittico-Crocifissione, 1982. Cemento. Cristo 350x260x140 cm, Figura femminile (Fede) 300x100x100 cm, Figura distesa (condizione umana) 170x300x100 cm Collezione privata
O Nato originariamente per essere allestito in una chiesa di Pordenone, l’opera riassume in maniera per così dire definitiva la poetica di Giorgio Igne. (…) Dati apparentemente contradditori si compongono in un equilibrio raro: la sofferente, quasi urlata apertura delle mani del Cristo, la potenza rudemente contadina dei grandi piedi, la scarnificata espressività del volto, le grandi spine, il corpo così disumanato eppure così vivo non contraddicono affatto alla figura della Fede, che richiama alla base addirittura la perfezione della colonna greca, e che si dispone in un atteggiamento composto, appena mosso dalla veste che si allarga sulla destra. (…) La terza figura – l’uomo disteso – ripete nella schiena la potente curvatura del Cristo e dice l’invocazione dell’essere sofferente, improvvisamente drammatizzata nella stretta della mano sinistra sul polso della destra. Se si parla di arte sacra «contemporanea», questo ne è certo un esempio tra i più cospicui. Paolo Goi (a cura di), In hoc signo, il tesoro delle croci, Skira editore, Milano, 2006