I FUCIL ATI DAL FUOCO AMICO
Vittime di una disumanità
• •
Un capitolo di storia volutamente dimenticato per quasi un centinaio d’anni, che va incluso a pieno titolo nella ricorrenza del centenario della Grande Guerra: la fucilazione di soldati italiani ‘dimenticati’. Furono oltre millecento i militari non considerati degni di essere ricordati: si tratta di soldati ritenuti disertori o sovversivi, che furono condannati, dopo un sommario processo, e fucilati dagli stessi soldati ‘fratelli’. Per inquadrare l’argomento occorre rileggere le numerose e sprezzanti circolari del generale Luigi Cadorna: «Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi». «Non vi è altro mezzo idoneo per reprimere reati collettivi che quello di fucilare immediatamente i maggiori colpevoli, e allorché accertamento identità personale dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati e di punirli con la pena di morte». «La lettura delle numerose circolari di Cadorna sulla disciplina è mortificante, così come l’elenco dei provvedimenti che prescriveva in termini ultimativi: azione immediata ed esemplare di tribunali regolari e straordinari; decimazione di 6°
reparti; abbattimento di vili per mano degli ufficiali, insomma fucilazioni e galera. Da rilevare la sua convinzione assoluta che fosse il disfattismo del Paese a inquinare le truppe: un modo per evitare di mettere in discussione le condizioni reali dei combattenti e la sua azione di comando. Né si può dimenticare il disinteresse di Cadorna per la vita dei soldati (vitto, alloggiamenti, turni di riposo, licenze)» (da La Grande Guerra di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat). Le condanne a morte, stabilite dai tribunali militari, sarebbero oltre 4000, di cui 750 eseguite al termine di un regolare processo e altre 50 a conclusione del conflitto; a queste cifre andrebbero aggiunte circa 350 decimazioni e fucilazioni, eseguite direttamente dai superiori, e un numero imprecisato di soldati uccisi durante i combattimenti dal ‘fuoco amico’ per impedire l’arretramento dalle posizioni loro assegnate. La reale renitenza era attorno al 2%. Le fucilazioni nella Grande Guerra non erano una peculiarità italiana, ma una pratica aberrante diffusa anche negli eserciti degli altri paesi; soltanto la giustizia militare italiana colpì, però, in prevalenza i soldati e non i civili come negli altri stati. Fino ad alcuni anni fa si credeva nell’esistenza di soldati codardi, ma, esaminando i vari casi si sco-
Uno degli aspetti più tragici e crudeli furono le condanne a morte a carico dei soldati .
40 > 41
1915
>
2015
C E N T ’A N N I D A L L A G R A N D E G U E R R A
la cronologia 1917 23 gennaio Si riunisce lo Stato Maggiore unificato degli Imperi Centrali. Il generale Konrad propone una nuova offensiva contro l’Italia: 23 divisioni avrebbero operato nel Trentino, 19 sul Carso. 2 febbraio Stati Uniti e Germania interrompono le relazioni diplomatiche. In marzo In Russia il regime zarista viene travolto dalla grande rivoluzione. 23 marzo Il generale Cadorna e il premier inglese Robertson, incontratisi a Udine, trattano dei rinforzi in caso di una grande offensiva austro-tedesca. 6 aprile Gli Stati Uniti d’America dichiarano guerra alla Germania. 16 aprile Lenin torna in Russia dall’esilio. Ha inizio l’offensiva francese. In questi giorni il generale Cadorna dà l’avvio alla sua ennesima offensiva sull’Isonzo. L’obiettivo è la conquista del Monte San Gabriele, del Monte Santo e l’allargamento della testa di Ponte di Plava per una maggiore libertà d’azione. Sul fronte italiano la situazione è critica: il Carso è teatro di ardue battaglie. 12 maggio - 31 maggio Si combatte sul Monte San Gabriele, Monte Santo e su tutto il fronte dell’Isonzo. I monti non vengono conquistati, si ottiene soltanto un allargamento della testa di Ponte di Plava. Un successo viene ottenuto dagli Italiani sul Monte Hermada. La battaglia ha un epilogo inatteso il 4 giugno quando le truppe austriache passano al contrattacco sull’Hermada. Tre reggimenti italiani sono accerchiati. L’attacco nemico viene presto contenuto e le riserve italiane ristabiliscono la situazione, ma le perdite sono gravi: 1.400 morti, 7.927 feriti, 12.557 prigionieri e dispersi.
prirono le numerose ingiustizie perpetrate nel nome della giustizia militare. Si trattava di soldati che, seppur con precedenti ottimi comportamenti, siano stati giustiziati solamente per aver subìto momenti di cedimento. Ci furono tanti casi, ma fu la decimazione di Cercivento a toccarci più da vicino. Il 1° luglio 1916, 80 alpini della 109 a Compagnia del Battaglione Monte Arvenis vennero accusati di rivolta per non aver ubbidito all’ordine del comandante di attaccare il nemico a 2000 metri, sul monte Cellon. Quattro di loro, che non erano nemmeno presenti al momento del tumulto – Angelo Primo da Maniago, Gaetano Ortis, Silvio di Naunina, Basilio Matiz di Timau e Giovanni Battista da Forni di Sopra – furono condannati alla pena capitale. Il Comune di Cercivento fece erigere un cippo nel 1996 e la gente li ricorda
non come traditori ma come ragazzi che rifiutarono un ordine, tentando di far capire al capitano che, attendendo la sera, avrebbero avuto più possibilità di guadagnare la cima. Ricordiamo pure il caso della Brigata Ravenna, nel marzo del 1917, in cui i soldati furono portati in prima linea sul Carso, per un turno di riposo. Dopo due giorni, i superiori imposero loro di avanzare, ma i soldati protestarono, spararono qualche colpo in aria ma si convinsero poi a partire. Il giorno seguente il generale di divisione ordinò una decimazione: furono uccisi otto soldati e – a protesta rientrata – altri cinque. Finalmente, dopo cent’anni, una proposta di legge di Gian Paolo Scanu e del pordenonese Giorgio Zanin sulla riabilitazione di questi soldati fu approvata dalla Camera dei Deputati a fine maggio. Il disegno di legge prevede la revisione
[ d a p a g i n a 40]
«LE MEMORIE» DI
Antonio Parmesan
Il 1° gennaio 1917. Oggi pure a letto con la febbre fra i 39 e 40. E così il 2, 3 e ancora non vedo nessuno che pensa a me, solo i miei compagni convalescenti si dimostrano premurosi, né medici né infermieri si fanno vedere; avrei voluto protestare per il contegno poco umano di questi barbari, ma le mie misere forze non lo permettono. [...] Il giorno 12, mi fanno ritornare al mio reparto; si parte per Palmanova e da qui con un carro mi portano a Pagnacco, dove trovo il paesano Zambon Felice, con lui passo due ore e mi regala una camicia e un maglione così non sento tanto freddo. Il 15, si parte con un carro per Sagrado e arrivo al Vallone [...] e da qui mi mandano in trincea. La mia compagnia si trova in una posizione poco buona, sulla strada da Castagnevizza si va a Oppachiasella. Con altri vado di guardia al comando di Battaglione; qui si trova anche il posto di medicazione e per tutta la notte vanno e vengono dalla prima linea portando
morti e feriti, persino il maggiore Baiè cav. Luigi piange per i suoi soldati. Il 18 mattina, comincia un terribile bombardamento che mai vidi una cosa simile, si sparava in continuazione; alle 3 del pomeriggio non si sapeva come salvarsi, non esistono più i reticolati, si sente un odore di gas asfissiante e ci mettiamo le maschere: vedo che questo è il giorno che tutti dobbiamo morire perché non si trova pezzo di terreno che non sia battuto dalle granate. Sul far della notte mi vedo perduto e mi ricordo dei miei bambini e di mia moglie, dei miei genitori e mando con il cuore un saluto a tutti perché oggi solo un miracolo potrebbe salvarmi. Ad un certo punto le Artiglierie allungano il tiro per non permettere ai nostri di venire in rinforzo, giù si vedono gli Austriaci che avanzano a plottoni affiancati e si vede molto bene che questi devono essere tutti ubriachi. Le nostre artiglierie, vedendoli avanzare, cominciano il terribile tiro di sbaramento; di noi nessuno più sperava, ci credono tutti morti, così ci troviamo sotto il bombardamento austriaco e sotto il tiro di sbaramento delle nostre artiglierie, così chi non perde la vita col bombardamento austriaco deve morire con le granate delle nostre stesse artiglierie.
di 750 sentenze di condanna per restituire dignità e onore di vittime della guerra e ricordare queste persone cadute innocentemente (con iniziative da svolgersi nelle scuole superiori). «Un Paese dalle solide radici come l’Italia non deve avere il timore di guardare con coraggio anche alle pagine più buie e controverse della propria storia recente. Ricordare e capire non vuol dire necessariamente assolvere o giustificare. La memoria di quei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione interpella oggi la nostra coscienza di uomini liberi e il nostro senso di umanità». Così scrisse il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del convegno sui fucilati ‘dimenticati’, organizzato dal «Museo storico italiano della guerra», svoltosi a Rovereto nel Trentino, lo scorso maggio.
1916-17. Rovine nel centro del paesino di Oppachiasella situato sul Carso, di cui il nostro Antonio Parmesan fa riferimento; ora, territorio sloveno a 500 metri dal confine italiano.
I genitori di Antonio, Francesco Parmesan e Santa Zambon.
La notte è già oscura e il fuoco continua, si vede di nuovo gli Austriaci che cercano di avanzare, questa volta però gridano, urlano e bestemiano che sembra di sentire tanti leoni. Noi pochi che siamo rimasti non sentiamo la forza di muoverci per respingerli sotto una mitragliatrice che si trova al mio fianco destro, comincia a sparare e vedo molti cadere a terra morti e feriti poi loro si ritirano ed anche l’artiglieria non spara più. Ritornata la calma, mi muovo e per la trincea cerco di vedere in che condizioni si trova la mia compagnia, vedo delle cose che non mi sento di poter descrivere, poco dopo vedo il nostro Capitano Signor Bertini che piange e ci bacia tutti, lui non sente la forza di poter parlare e lo vedo con una legera ferita alla testa. Noi ci aspetta il cambio ma questo non arriva: la brigata che doveva arrivare non ha potuto per il forte bombardamento, così noi continuiamo a conservare il nostro posto. Il 19 gennaio fino a mezzogiorno arriva solo qualche granata qua e là, ma aeroplani austriaci si trovano sopra di noi; si vede che questi hanno visto dove ci troviamo, perché subito dopo cominciano sparare dei colpi precisi contro i nostri miseri ripari; alla sera
42 > 43
1915
>
2015
C E N T ’A N N I D A L L A G R A N D E G U E R R A
«LE MEMORIE» DI
Antonio Parmesan
SANTA MESSA AL CAMPO Foto-cartolina spedita il 29 marzo 1917.
La conclusiva espressione di saluto, che sottintende un commiato definitivo, fa presagire momenti drammatici. Proprietà di Luciano Angelin.
cominciando l’oscurità ritorna la calma e si può avere il cambio, prima però di partire si deve dar sepoltura ai nostri morti e soccorrere i nostri feriti. Andiamo al Vallone e si prende i zaini, si parte e al mattino del 20 arriviamo a Strauzina; prima ancora di entrare nelle baracche il furiere fa l’appello per vedere chi manca della compagnia e per sapere se i mancanti sono morti o feriti. Fino al giorno 28 si riposa tranquillamente. Alla sera di questo giorno già tutti siamo coricati, quando sentiamo un ufficiale che ci dice di tenerci pronti perché vicino a noi la filanda brucia. Lì si trovano molte munizioni di artiglieria e noi siamo incaricati di salvarle dal fuoco. Più tardi arrivano delle grosse pompe da Udine e da Palmanova e il fuoco è presto domato. Il 4 febbraio si ritorna al Vallone. Il 5, io fui aggregato al genio e vado a lavorare in una galeria che si trova nel vallone stesso, mentre i miei compagni tutte le notti vanno in prima linea a portare retticolatti e altre cose. Il 19, di nuovo in prima linea ma non più dove siamo già stati ma ci troviamo in un posto che si spera di star abbastanza bene: ci troviamo in un boschetto di pini non più alti di 5 metri e con questi la trincea si trova completamente nascosta, molto di rado arriva qualche granata ma anche questa senza precisione.
La notte del 23 e il 24, mi trovo di vedetta, però mi sento assai stanco, il sonno supera le mie forze e mi addormento [...]. Il 26, mancano pochi minuti a mezzogiorno, un mio compagno che si trova di vedetta si accorge che nel bosco si trova un austriaco che con molta precauzione cerca di avvicinarsi ai nostri retticolati. La vedetta dà l’allarme e tutta la compagnia è pronta con i fucili spianati e con le bombe in mano per difenderci da qualche attacco, il comandante però ci prega di non sparare perché vuole vedere con precisione che idee ha l’austriaco. Lui è nascosto dietro un cespuglio per la paura di essere visto e mai si decide di muoversi. Il Capitano dice che deve essere una spia per scoprire la nostra trincea; noi siamo pronti con i fucili puntati su di lui. Il Capitano spara un colpo nella direzione del soldato, che si distende a terra, ma poco dopo si rialza e sventola un pezzo di tela bianca, subito si capisce che deve trattarsi di qualche soldato che cerca di darsi prigioniero, poi lo vediamo che con passo svelto cerca di avvicinarsi a noi, entra nella nostra trincea, con le lacrime bacia qualche mio compagno e dice: «Io dare prigioniero, io fame, io sete, tre giorni nulla pane. Austria tanto lavorare, niente mangiare, italiano buono, tanto mangiare».
Viene ristorato e mandato al comando di Reggimento per essere interrogato e internato in Italia. Noi rimaniamo in trincea fino al 5 marzo. [...] Si riparte per Santa Maria la Longa, [...] dopo breve sosta si parte per Mortegliano, dove troviamo alloggio nelle case [...], trovo mio cognato Gio Maria, con lui vado in osteria e passo un paio di ore in compagnia, si parla di tante cose. Alla sera lui prende la bicicletta e ritorna a Palmanova. Il giorno 22 [...] mi viene a trovare mio padre, chiedo al capitano di permettermi il congedo giornaliero per passarlo in sua compagnia. Il permesso lo ebbi e andiamo all’Albergo Stella e mangiamo molto bene. Qui si domanda un letto perché mio padre vuole fermarsi la notte per restare in mia compagnia anche il giorno seguente. Così rimango con lui fino al giorno dopo, quindi lui deve partire a piedi verso Chiopris dove lavora. Lo vedo partire con le lacrime agli occhi per dovermi lasciare in queste misere condizioni. Fino al giorno 28 [...] rimaniamo per l’istruzione. Il 30 si cambia paese e si va a Valeriano sempre per continuare l’istruzione. Il 3 aprile andiamo nel campo di aviazione, oggi il generale consegna le medaglie e tutte le onorificenze ai valorosi della Brigata.
SAN MARTINO DEL CARSO Valloncello dell’Albero Isolato, il 27 agosto 1916
Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro. Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Ma nel cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato. GIUSEPPE UNGARETTI
[CONTINUA]
44 > 45
1915
>
2015
C E N T ’A N N I D A L L A G R A N D E G U E R R A
i nostri eroi
POESIA ALL’ALPINO* Anonimo di Villotta
Lassù in una casetta d’Italia sul confin viveva una vecchietta, la madre di un alpin. Col figlio suo accanto nella chiete tra i monti viveva in un incanto la vecchia col suo alpin. Su, parti figlio mio la patria ti chiamò e t’ accompagni Iddio per te io pregherò. Di notte su quel monte dove tu combatterai la madre tua verrà. Infatti a mezzanotte la vecchia arrivava e invano chiamava, invano chiamava il suo amato alpin. Figlio orsù son qui Madre mia ci rivedren Lassù. * Testo fornito da Ines Pellegrini. La poesia le veniva spesso recitata dalla madre Santa Bastianello.
Costante Zambon Pinàl di Luigi e fu Ernesta Maschio, nasce il 9 ottobre 1884 a Dardago. Sposa Giovanna Zambon.
«31 Luglio, messa per la deposizione del def. Soldato Cecchelin Battistella Angelo, morto sotto le armi li 21 mese corr.».
Marco Cardazzo di Tommaso e di Regina Paulin, nasce il 31 luglio 1884 a Budoia. *** Viene arruolato nel 76° Reggimento di Fanteria che , con il 75°, forma la Brigata Napoli. Nella seconda metà del 1916, la brigata partecipa attivamente alla Battaglia di Gorizia (6-17 agosto) e alla settima, ottava e nona Battaglia dell’Isonzo (dal 13 settembre al 4 novembre). In queste tre ultime battaglie la brigata perse circa 1800 soldati. In questo contesto, Marco si ammalò e cessò di vivere il 21 gennaio 1917 all’Ospedaletto da campo numero 30.
*** Non abbiamo notizie sulla vita militare di Costante. Si sa che è morto all’Ospedale Militare di Padova il 26 marzo 1916 grazie al diario di don Romano, pievano di Dardago. Oltre alle Sante Messe di «settimo» e di «trigesimo», altre vennero fatte celebrare dalla Società Filodrammatica. Il nome di Costante non appare nel monumento dei caduti.
Ernesto Zambon di Giovanni Battista, nasce in Francia il 20 giugno 1881. *** È arruolato nel 17° Reggimento di Fanteria che, con il 18°, forma la Brigata Acqui. La Brigata è in linea presso Selz (Go) dal 21 marzo. Dopo aver attaccato e conquistato alcune trincee, lasciando sul terreno centinaia di soldati, nella notte tra il 21 ed il 22 aprile, arriva l’ordine di prepararsi per l’attacco. Dalle baracche si levano proteste e vengono sparati alcuni colpi di fucile in aria. Tre soldati vengono immediatamente fucilati per «rivolta». In quel clima i fanti si buttano all’attacco. Molti muoiono: tra questi Ernesto. È il 22 aprile 1916. Il nome di Ernesto non appare nel monumento dei caduti di Dardago.
Angelo Cecchelin Battistella di Giobatta e di Maria Santin, nasce il 22 maggio 1889 a Dardago. *** Anche per Angelo non si conoscono i particolari della vita militare. Le uniche notizie ci arrivano dal diario di don Romano; sono relative alla morte avvenuta il 21 luglio 1916.
Daniele Pellegrini Luthol di Domenico e di Rosa Bocus, nasce il 12 agosto 1893 a Dardago. *** Viene arruolato nel 116° Reggimento di Fanteria che, con il 115°, forma la Brigata Treviso. Dall’inizio del 1916 la Brigata Treviso opera sul Carso; dal 6 agosto partecipa alla Battaglia di Gorizia. Dopo 3 giorni di duri e sanguinosi scontri, la brigata conquista la riva sinistra dell’Isonzo e la città. Centinaia sono i caduti della Brigata. Tra questi, Daniele che muore l’8 agosto 1916 nelle vicinanze di Oslavia.
Pietro Angelin
Antonio Santin
di Osvaldo e di Giuseppina Carlon, nasce il 27 settembre 1896 a Budoia.
di Giovanni e di Santa Signora, nasce il 18 maggio 1893 a Dardago.
*** Viene arruolato nel 117° Reggimento di Fanteria che, con il 118°, forma la Brigata Padova. Successivamente guadagna i gradi di Caporale. Nel 1916 la Brigata Padova combatte sull’Altopiano di Asiago prima di essere inviata sul Carso. In una delle numerosissime azioni Pietro viene ferito. Muore il 24 febbraio 1917.
*** Viene arruolato nel 64° Reggimento di Fanteria che, con il 63°, forma la Brigata Sassari. Viene promosso fino al grado di Sergente Maggiore. Muore 27 febbraio 1917 sul Monte Coston d’Arsiero (altopiano di Asiago) per ferite riportate in combattimento. (N.d.r.) Relativamente all’anno, forse si tratta di un errore, perché la Brigata Sassari ha combattuto sul Monte Coston nel febbraio del 1916.
Avviso «Coi dovuti riguardi» alla famiglia
Quando moriva un soldato… Leggendo le cronache di guerra che riportano l’elevato numero di caduti (decine, centinaia o migliaia per ogni battaglia) si corre il rischio di fare considerazioni statistiche senza soffermarci sul dramma che
ognuno di quei morti ha significato per la famiglia che, a casa, viveva con il quotidiano terrore di ricevere la ferale notizia. Per ognuno di questi caduti si apriva una procedura che, oltre alle varie incombenze burocratiche – quali l’aggiornamento dei dati sulle schede individuali (ruoli matricola ecc) – aveva il compito di avvisare i famigliari. Apposite strutture dei Comandi di Reggimento provve-
devano a questo compito inviando al Sindaco del comune di residenza una lettera o un telegramma contenenti la triste notizia e la preghiera di avvisare «coi dovuti riguardi» la famiglia. Difficile compito, questo, che – specialmente nei piccoli paesi – veniva spesso affidato al parroco. Siamo venuti in possesso di alcune riproduzioni fotografiche del carteggio relativo alla morte del soldato Marco Cardazzo di Budoia (vedi rubrica «I nostri eroi» a pagina 46). Il primo documento si riferisce a una lettera inviata dall’Ufficio Matricola del 76° Reggimento di Fanteria al Sindaco di Venezia. C’è da ritenere che la famiglia di Marco, come molte altre dei nostri paesi, si fosse trasferita a Venezia per lavoro. Eccone il contenuto: All’Ill.mo Sig. Sindaco di Venezia Col più vivo dolore debbo comunicare alla S.V. Ill.ma la morte del soldato: Cardazzo Marco fu Tommaso e fu Paolin Regina di anni 33 da costì, avvenuta nell’Ospedaletto da Campo n. 30 il 21 gennaio 1917 per catarro enterico. Mentre la S.V. Ill.ma vorrà coi dovuti riguardi parteciparla alla famiglia residente costì, pregola vivamente rendersi interprete
Il soldato Marco Cardazzo. Foto restituita ai famigliari.
delle condoglianze più sentite… Il Comune lagunare, con molta probabilità, inviò i dati del caduto al Comitato Nazionale per la Storia del Risorgimento presso il Ministero della Pubblica Istruzione, un organismo sorto nel 1906 con il compito di: «raccogliere, preparare ed ordinare i documenti, i libri e tutte le altre memorie che interessano la storia del risorgimento italiano e di prepararne e facilitarne lo studio». Infatti, è proprio il Comitato che, con un documento datato Roma 21 marzo 1917, chiede al Comune di Budoia di inviare copia dell’atto di nascita di Cardazzo Marco «per completare l’incartamento del militare nato in codesto comune e morto combattendo...». In un apposito fascicolo chiamato Documenti staccati e intestato al militare, venivano catalogate le varie comunica46 > 47
1915
>
2015
C E N T ’A N N I D A L L A G R A N D E G U E R R A
Sopra. Lettera di risposta del Comune di Budoia al Comitato. Sotto, a destra. Documento di restituzione della fotografia del soldato Marco Cardazzo alla famiglia da parte del Comitato Nazionale per la Storia del Risorgimento.
comunale non risulterebbe caduto per la gloria e grandezza della Patria sul campo dello onore Marco; ma bensì Antonio Cardazzo di Eugenio...». Antonio Cardazzo era morto il 1° novembre 1915 (vedi rubrica I nostri Eroi, pag 12, l’Artugna n. 135 – agosto 2015). Viene naturale chiederci perché il Sindaco abbia voluto fare questa precisazione e possiamo ipotizzare due risposte: o a Budoia non era ancora giunta la notizia della morte di Marco oppure, considerato che Antonio era caduto combattendo mentre Marco era stato vinto da una malattia in ospedale militare, quest’ultimo non poteva essere definito «caduto per la gloria e grandezza della Patria sul campo dello onore». Dal Comitato si rispose con una lettera dal tono un po’ piccato, precisando che le informazioni arrivate da Venezia si riferivano con certezza a Cardazzo Marco e che se…» negli uffici di codesto Comune apparisce come morto il militare Cardazzo Antonio, prego inviare l’atto di na-
scita, di morte… e la fotografia dello stesso, avendo per fine questo Comitato, la raccolta dei documenti relativi a tutti i figli d’Italia che caddero per la Sua grandezza». L’ultimo documento del fascicolo è la lettera al Sindaco di Budoia con la quale il Comitato restituisce la fotografia di Marco. È stata spedita da Roma il 25 agosto 1917. «Restituzione di fotografia Questo Istituto sciogliendo la promessa fatta con precedente nota, si pregia restituire alla S.V. Illma la acclusa fotografia del Militare Cardazzo Marco, caduto sul campo dell’onore, con preghiera di volerne cortesemente curare la consegna e di presentare le dovute azione di grazie in nome di questo Comitato alla famiglia del valoroso militare». Quando moriva un soldato… erano necessarie tutte queste procedure: ma niente poteva lenire il dolore e cancellare il dramma della morte di tanti giovani causata da quell’assurda invenzione umana chiamata guerra! ROBERTO ZAMBON
zioni con l’indicazione del luogo di destinazione e della data. Il fascicolo intestato a Cardazzo Marco elenca otto documenti spediti nel periodo febbraioagosto 2017. Tra questi, la lettera di risposta del Comune di Budoia a firma del Sindaco Del Zotto e spedita il 20 aprile 1917 che si presta a interpretazioni... Infatti, viene allegato l’atto di nascita ma si chiede di «verificare esattamente se il defunto militare portasse effettivamente il nome di Marco; perché a questo ufficio