Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.
Anno XLII · Marzo 2013 · Numero 128 Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia
[ l’editoriale ] di Vittorina Carlon, Vittorio Janna e Roberto Zambon
una storia di uomini e di cooperazione All’interno della ristrutturata ex latteria di Budoia, trovano posto il Museo e la Mostra permanente sulla storia delle tre latterie del Comune che tanta importanza ebbero per la crescita economica e sociale dei nostri paesi nel secolo scorso. l’Artugna è stata incaricata dall’Amministrazione Comunale di curarne la realizzazione. È stato un lavoro difficile ma entusiasmante. Risalire alle origini di queste realtà analizzando la documentazione esistente ci ha permesso di fissare la memoria di un fenomeno unico dal punto di vista economico, sociale e culturale. La mostra, che verrà inaugurata prossimamente, si sviluppa su una ventina di pannelli. Nell’atrio, cinque sono dedicati all’analisi economica della nostra zona all’inizio del XX secolo e alla spiegazione del processo di lavorazione del latte, nel casello sociale. L’esposizione prosegue nell’ampia sala, già stanza per la trasformazione del latte. In una gigantografia a intera parete delle montagne budoiesi, si staglia la sequenza di vette interrotta dall’ampia Val Granda. Fra il verde dei boschi sono incastonati i pannelli che ricostruiscono la storia delle tre Latterie Sociali. Completano lo spazio museale oggetti di cultura materiale esposti nella sala. Nella loro sede originaria sono collocate le tre caldaie di rame che servono per la dimostrazione didattica sulla lavorazione del latte fresco, proposta a scolaresche dallo stesso gestore, il Cansiglio Centro Caseario Allevatori, produttore di latte da agricoltura biologica, che ha installato il Bar Bianco negli ex locali della salatura e della conservazione del formaggio.
*** Le informazioni raccolte e quelle che riusciremo a reperire (chi è in possesso di materiale può contattarci) ci daranno la possibilità di realizzare un volume per ricordare e non perdere la memoria di questa importante storia di uomini e di cooperazione che tanto può insegnare anche agli uomini di oggi e di domani. 2
M ercoledì 13 marzo intorno alle 20 il tanto atteso annuncio. Grazie ai moderni mezzi di comunicazione, il mondo intero sta col fiato sospeso in attesa. In una piazza San Pietro e via della Conciliazione gremite fino all’inverosimile, sotto la pioggia battente, si aspettava il fatidico annuncio dopo la cara, vecchia e bianca fumata. Chi sarà il nuovo Papa che 115 cardinali hanno votato nel segreto della Cappella Sistina? I vaticanisti avevano tutto previsto: un ballottaggio sicuro tra l’italiano Scola, arcivescovo di Milano e Scherer, arcivescovo di San Paolo del Brasile. I book makers accettavano scommesse su una rosa di 6 nomi (tra i quali non c’era assolutamente Bergoglio) e poi tutti che avevano attese e previsioni: ci vuole un giovane come il filippino Tagle per svecchiare il messaggio della Chiesa e portarlo ai giovani, ci vuole uno tra i sessanta e i settant’anni che conosca i meccanismi della Curia Romana per fare una grande riforma della Chiesa. Ci vuole un sudamericano o comunque un non italiano e non europeo per portare un’aria diversa nella Chiesa. Ci vuole un papa nero anche per dar la licenza di profeti ai «Pitura Fresca». Non può comunque essere il cardinal Bergoglio per due motivi che assolutamente rendono impossibile la sua elezione: perché è stato il cardinal perdente nel precedente conclave dove si trovava in competizione con Ratzinger e perché ormai settantaseienne è troppo in là con gli anni per avere l’energia necessaria per affrontare le sfide che il nostro tempo pone alla Chiesa. Lo Spirito Santo, intanto, che è il vero elettore nel Conclave, se la rideva ascoltando tutti questi pronostici e aveva già deciso quale sarebbe stato l’uomo che avrebbe dovuto guidare la Chiesa in questo tempo di nuova evangelizzazione e di riforma non tanto delle strutture esterne (occorre anche quella)
la lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
Habemus Papam: Georgium Marium Bergoglio qui sibi nomen imposuit
Franciscum ma soprattutto della vita dei cristiani, chiamati a portare il messaggio di Cristo senza pesanti sovrapposizioni, all’uomo d’oggi. Ed ecco il nome che si sceglie il nuovo Papa: Francesco. Nessun Papa aveva mai osato tanto. Si sa che nei Papi «nomen, omen» il nome è un programma, in questo caso un programma di Pontificato. Francesco il patriarca dei poveri. Colui che si spoglia di tutti i suoi beni di fronte al vescovo di Assisi e sposa madonna Povertà. Il vero costruttore di pace: «Pace e Bene» sarà il motto suo e dei suoi seguaci. Colui che andrà da papa Innocenzo III per mettersi a servizio della riforma della Chiesa non con programmi eclatanti, non con linguaggio oltraggioso verso nessuno non, come diciamo dalle nostre parti, con muso duro e bareta fracada. Incomincia la riforma da se stesso con uno stile semplice, vivendo in povertà, annunciando la pace, predicando il Vangelo «sine glossa» (senza una sua interpretazione o commento) ma così come sta scritto, rifiutando perfino di fare dei suoi seguaci un Ordine religioso strutturato. L’Ordine dei francescani verrà creato in seguito dal suo grande successore san Bonaventura. Papa Francesco ha già cominciato a
lanciare segnali in questo senso fin dai primi istanti della sua elezione, rifiutando insegne, vestimenti e mezzi Pontificali. Scegliendo una semplicità di approccio con le persone: semplicità non affettata, studiata per l’occasione o per ricevere consensi ed applausi. Una semplicità che è stata la sua scelta di vita come sacerdote e vescovo in Argentina. Questo la gente lo ha capito subito e ha già cominciato a sentirlo e ad amarlo come il suo Papa. Si è presentato non come Sommo Pontefice della Chiesa Universale ma come Vescovo di Roma. È l’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II: il Papa presiede alla carità di tutte le Chiese in quanto è vescovo di Roma, la sede vescovile dell’apostolo Pietro. Papa Francesco parlando il giorno dopo la sua elezione ai cardinali ha detto che il discepolo di Cristo non può fuggire dalla croce. Gesù ha portato la croce. Anche per papa Francesco, dopo i tripudi della sua elezione e dell’inizio solenne del suo ministero petrino arriva la croce. Il nemico dell’uomo ha già escogitato la calunnia per gettare ombre oscure sul nuovo Papa. Durante il governo sanguinario di Jorge Rafael Videla in Argentina, alla fine degli 3
anni ’70, l’allora padre provinciale dei gesuiti, P. Jorge Mario Bergoglio non avrebbe difeso dei preti suoi confratelli perseguitati e torturati dal regime. Accuse infondate e false dicono anche Amnesty International e molte testimonianze, compresa quella del prete superstite di quella triste vicenda. Altre croci si faranno avanti per il Papa soprattutto quando vorrà imprimere il suo stile francescano al papato. Non tutti lo capiranno, lo accetteranno e condivideranno le sue scelte. Stiamo vivendo i giorni della Pasqua. Pasqua per il cristiano è il passaggio. Passaggio dalla morte alla vita, dall’impero del male alla luce del Sommo Bene. Questo passaggio avviene attraverso la Croce, segno della nostra salvezza. Viviamo questi giorni, celebrando fruttuosamente la Pasqua nella nostra vita, lasciandoci inondare dalla luce del Cristo Risorto che vince le nostre tenebre facendoci sperimentare la gioia e la pace del suo regno d’amore. Preghiamo anche per il Papa che il Signore lo accompagni nel suo ministero al servizio della Chiesa e per il bene dell’umanità. Buona Pasqua a tutti.
[ la ruota della vita ]
NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Leonardo Zambon di Romano e Uhi – Londra Elisa Furlani di Roberto e Mariarita Del Maschio – Trieste Silvia Vago di Fabrizio e Francesca Cancian – Budoia Elio Moretton di Andrea e Claudia De Silvestri – Dardago Azzurra Zambon di Michele e Deborah Ungaratto – Dardago Filippo Edoardo Quaia di Lorenzo e Marina Castelli – Dardago Massimo Miori di Riccardo e Tania Busetti – Riva del Garda Francesca Zambon di Fabio e Maria Amelia Da Vitoria – Dardago Annalisa Bernardis di Walter e Genny Baldassin – Budoia Victoria Zambon di Fulvio e Morena Visentin – Aviano Mattia Zambon di Massimiliano e Vera Disarò – Dardago
MATRIMONI Felicitazioni a... Claudio Feller e Serena Chiesa – Besenello (Trento) 40° di matrimonio Pietro Ianna e Rita Sandrin – Dardago Nozze d’oro Raoul (Mario) Tizianel e Teresa Busetti – Dardago Nozze di diamante Francesco Lacchin e Ermellina Signora – Gloucester (Inghilterra)
LAUREE, DIPLOMI Complimenti! Laurea Alida Cimarosti – Laurea in Amministrazione e Controllo, Direzione d’Impresa – Udine
DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di… IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.
Angela Bastianello di anni 91 – Venezia Licia Bastianello di anni 90 – Dardago Giuseppe Bianchi di anni 90 – Santa Lucia Ermanno Sola di anni 83 – Dardago Albina Carlon di anni 92 – Budoia Celestina Zorko di anni 93 – Santa Lucia Maria Dorigo di anni 86 – Budoia Anna Carlon di anni 89 – Budoia Fiorina Zambon di anni 99 – Dardago Bruna Zambon di anni 77 – Milano Celeste Del Puppo di anni 84 – Budoia Olga Zambon di anni 97 – Dardago Gil Zambon di anni 51 – Parigi Danilo Bellet di anni 78 – Vallenoncello Pierina Angelin di anni 87 – Budoia
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In copertina. Umberto Coassin, La Risurrezione, acrilico su tavola di compensato (mm 2050x1020).
Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia
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Editoriale di Vittorina Carlon, Vittorio Janna e Roberto Zambon
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La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
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La ruota della vita
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La Risurrezione di Umberto Coassin di Sergio Gentilini
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Un secolo di vita di Antonietta Sanson di Daniela Cozzarin
anno XLI
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sommario arzo 2013 ·m
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Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.artugna.blogspot.com
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Tempi duri per un Sindaco di Alessandro Fadelli
e-mail direzione.artugna@gmail.com
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Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616
Il Beato Marco fu a Dardago? di Walter Arzaretti
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Rivive una storia di uomini e cooperazione di Roberto De Marchi
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Il ritorno dei cavaliérs di Vittorio Janna Tavàn
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Per la redazione Vittorina Carlon
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Applausi ai bimbi della Scuola dell’Infanzia a cura delle Insegnanti
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L’angolo della poesia
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’N te la vetrina
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Lasciano un grande vuoto...
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25 anni del Collis Chorus di Roberto Cauz
Cent’anni fa, in Libia di Vittorina Carlon
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Come in un film di Bruno Fort
Una storia come tante… da non dimenticare di Adelaide Bastianello
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Cronaca
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Inno alla vita
Una «Dardaghese» a Montecitorio di Roberto Zambon
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I ne à scrit...
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Recensione, bilancio
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Giovanni Malisani Tenente degli Alpini della Brigata Alpina Julia di Luciano Bocus
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Programma religioso
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Il ricordo di un suo alpino a cura della Redazione
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Suor Maria Venanzia, una vita per i «suoi» bambini di Alberta e Gabriella Panizzut
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Dalla mia finestra… di Paola Melocco
Impaginazione Vittorio Janna Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Vittorina Carlon, Vittorio Janna, Francesca Romana Zambon Spedizione Francesca Fort
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Ed inoltre hanno collaborato Francesca Janna, Maria Antonietta Torchetti, Espedito Zambon, Francesca Romana Zambon Stampa Sincromia · Roveredo in Piano/Pn Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.
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la Risurrezione di Umberto Coassin di Sergio Gentilini
Umberto Coassin, con quest’opera affronta per la prima volta un argomento di carattere religioso per lui insolito, dopo essersi impegnato nell’olio, nella grafica e in svariate altre tecniche artistiche, come il disegno, la xilo e la litografia.
Si tratta di un’opera che è il centro e il fulcro del nostro credere e del nostro «sentire cristiano»: la Risurrezione del Cristo, evento decisivo per la storia dell’umanità intera, che la Chiesa, dopo secoli, proclama ancor oggi a Pasqua, in tutte le chiese del mondo: Surrexit spes nostra! Non est hic! Proclamano gli Angeli alle sconfortate donne, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome e altre con loro, recatesi al sepolcro, appena fuori le mura di Gerusalemme: pie donne, già presenti ai piedi della Croce, che portano gli unguenti per completare l’unzione del corpo del Cristo. E saranno proprio queste pie donne mirofore ad essere le prime testimoni di quest’eccezionale avvenimento. 6
Ed ecco come Coassin ce le propone sull’ampia superficie del suo dipinto. Appena giunte dinanzi al sepolcro, con la pesante pietra rovesciata a terra e l’imboccatura aperta, vestite di nero, simbolo del lutto, ombre scure fanno da contrasto con tutto il resto del dipinto; basta alzare lo sguardo, salendo gradualmente verso l’alto, per incontrare il chiarore e lo splendore divino della Luce che inonda e abbraccia il Cristo risorgente. Anche gli alberi sembrano meravigliati e forse quasi spauriti per l’avvenimento: in parte contorti, ma comunque protesi tutti in un’aura di colore rossastro. L’albero di sinistra, colto nella sua robusta possanza e ben radicato al suolo, sovrasta simbolicamente il
sepolcro, presentando due buchi neri alla base, sulle radici, come occhi che scrutano l’osservatore e ti guardano fin dentro, profondamente, quasi a interrogarti per una risposta… che riguarda e spetta a ciascuno di noi. Un albero vecchio dalle radici profonde e ben radicato che rappresenta la vita: l’albero non è morto, ma è vivo e le sue ‘braccia’ si alzano verso il cielo, in alto nel cielo verso la luce, come la vita di una persona. Ed ecco il dipinto secondo l’Artista: simbolicamente in basso la parte terrena, il dato reale e umano, con le ‘tre Marie’ vestite a lutto (che l’occhio quasi abbina ai due buchi neri nelle radici), e in alto, il cielo, la parte celeste, verso cui anche l’albero protende i suoi rami, e ben tre di questi in sembianza di croce. Il nostro sguardo si innalza seguendo il Cristo immerso in un chiarore divino, intenso e diffuso, che abbraccia e circoscrive il Risorto, che risplende e rifulge d’irresistibile luce nella pienezza della sua gloria, in alto nei Cieli. Un impianto descrittivo e un lavoro di grande impegno, pensati e ben costruiti dal nostro bravo Umberto Coassin, che ha operato sa-
pientemente per successive velature: dal nero al marrone, al rosso e all’azzurro, che poi si va sperdendo per diluirsi in una sorta di nebuloso marino chiarore, profondamente luminoso, onde ottenere una luce intensa e diffusa, quella vera luce che segue l’innalzarsi del Cristo dalla terra, segno della sua umanità, al cielo, segno della sua divinità (Cristo, luce e fuoco vivificante e salvifico). Pasqua, dunque, così ben rappresentata dal nostro pensoso e delicato artista, per degnamente celebrare quella misteriosa realtà: la Festa delle feste, la nostra, la Festività principe del nostro credere, nel terzo giorno successivo alla morte in croce. Il Christus della ‘passione’ (patiens) è ora glorioso (triumphans): i due volti del Dio salvatore, morte e risurrezione; lo scandalo della Croce, patibolo infamante e vergogna per i primi secoli cristiani, discussa e poi ammirata ed esaltata, simbolo di redenzione e profezia. Certamente l’Artista ha tenuto ben presente il passo di Paolo che scrive «Se Cristo non è risuscitato allora è vana la nostra Fede: Cristo è primizia di tutti coloro che risorgeranno».
Umberto Coassin, La Risurrezione, particolari.
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Umberto Coassin nasce a Dardago nel 1938. Ha iniziato la sua carriera artistica come autodidatta, perfezionandosi presso la Scuola Internazionale di Grafica a Venezia, dove ha studiato la tecnica del nudo con Rainer G. Mordmuller, xilografia e grafica contemporanea con Franco Vecchiet, acquarello con Matilde Dolcetti e Ivani F. R. de Castilho, litografia con Marcello De Vecchi, olio con Cesco Magnolato, acrilico con Mario Pauletto, nonché il linguaggio del colore con Andreas Kramer. Attualmente vive e lavora a Budoia.
un secolo di vita di
Antonietta Sanson di Daniela Cozzarin
Nel Comune di Budoia, il 17 gennaio 1913 nasceva Antonietta Sanson, figlia di Teresa e Francesco, ultima di cinque figli. Come tante ragazze di Budoia e della Pedemontana di allora, la-
sciò il paese in giovane età alla volta di Venezia e poi di Milano dove lavorò nelle case dei «signori» per poter aiutare economicamente la famiglia d’origine. Anni che Antonietta ricorda molto critici per
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la lontananza dai familiari e per la non sempre serena accoglienza ricevuta. Si sposò il 15 gennaio 1938 con Liberale Carlon, uomo conosciuto e stimato per il suo impegno sia nella vita politica che sociale del paese. Da questo matrimonio saldamente fondato sull’amore e il rispetto reciproco nacquero tre figli: Angela, Gioconda e Silvano. Nella sua vita Antonietta si è spesa in modo completo, generoso e tenace per il benessere della sua famiglia. Il lavoro ha caratterizzato la sua vita, prima nell’attività agricola al fianco del marito fino agli anni Sessanta e poi a Roma dove, insieme a lui e ai figli Angela e Silvano ha contribuito nella gestione dell’attività di un bar nei pressi di San Giovanni in Laterano. I compiti di Antonietta erano molteplici dovendo gestire la casa e provvedere ai bisogni di tutti i componenti di questa famiglia al-
largata. A Roma, infatti, nacquero anche le due nipoti, figlie di Angela e del genero Achille le quali, con emozione, ricordano ancora i tanti bei momenti trascorsi in quegli anni, in compagnia di entrambi i nonni. Nell’anno 1977 i coniugi Carlon rientrarono a Budoia per trascorrere serenamente la loro vecchiaia. Tornarono a vivere in via Dei Pozzi, accanto alla loro secondogenita Gioconda, il genero Pietro e i loro quattro figli che tuttora in
molti momenti della giornata sono presenti nella vita di Antonietta per ogni suo bisogno. Il figlio Silvano si sposa con Rinangela e nei dieci anni di matrimonio ha tre figli. Purtroppo nel settembre del 1988 Silvano muore e Antonietta e Liberale pur stringendosi accanto alla nuora e ai nipotini, vivono forse il momento più difficile della loro esistenza, ma anche questa volta l’amore della coppia, l’affetto delle figlie, la vicinanza di tanti parenti e amici, e
A sinistra. Antonietta e Liberale con la nipotina Daniela lungo le vie di Roma. Sopra. Momenti di festa con i pronipoti, le figlie Angela e Gioconda, la nuora Rinangela e i generi Pietro e Achille.
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non ultima la fede, gli permettono di colmare quel grande vuoto lasciato dal figlio. Nel 2001 si spegne serenamente anche Liberale, assistito fino all’ultimo giorno da Antonietta e dalle figlie. A tutt’oggi Antonietta vive nella sua casa, e pur essendo così anziana, ha mantenuto integro l’entusiasmo nel ricevere visite e nello scambiare qualche parola con le persone a lei care. Si può sicuramente affermare che l’accoglienza è stata la caratteristica che da sempre l’ha contraddistinta, i dolcetti pronti in ogni momento, sopra il tavolo in cucina, rimangono il simbolo di un desiderio inesauribile di convivialità e di condivisione. Da anni le fa compagnia e l’assiste Ina, signora ucraina, che non solo provvede ai bisogni materiali, ma in parte, anche a quelli affettivi e per questo la famiglia le è riconoscente. Una delle nipoti sente di esprimersi a nome anche degli altri otto, dicendo: «Nonna Antonietta ha avuto la fortuna in questi 100 anni di essere attorniata da tante persone che con il loro affetto l’hanno sostenuta e amata, che non l’hanno mai lasciata sola ad affrontare le avversità della vita, ma non è possibile dimenticare tutto quello che lei per prima ha saputo dare ai figli, ai nipoti e ora ai pronipoti. La ringraziamo per l’esempio, che ci ha offerto, di generosità, di tenacia e di dedizione agli altri». I festeggiamenti per i cento anni di Antonietta si sono svolti in due momenti: il primo, nel giorno del suo compleanno, che ha visto la partecipazione del Sindaco, di alcuni Assessori comunali, del Parroco e di numerosi compaesani. Il secondo, la domenica successiva, al quale hanno partecipato tutti i componenti della famiglia e soprattutto i pronipoti che rappresentano la continuità, stringendosi intorno a lei in un brindisi benaugurale.
tempi duri per un Sindaco di Alessandro Fadelli
A gli inizi del 1810 – si era, val la pena di ricordarlo, sotto la dominazione napoleonica, all’indomani della guerra con l’Austria e della grande battaglia dei Camolli del 1809 – i nostri paesi sono agitati da una difficile situazione, venutasi a creare in febbraio.1 Da Treviso, capoluogo della Prefettura del Tagliamento comprendente allora il Pordenonese e il Trevigiano, erano infatti arrivati un giorno quattro gendarmi con il preciso compito di arrestare tre dardaghesi, i fratelli Pietro e Giovanni più un terzo di nome Matteo, dei quali tacciamo per discrezione i cognomi e i soprannomi, regolarmente annotati nel documento dal quale traiamo le notizie che seguono.2 Quali imputazioni pesassero sui tre non lo
sappiamo, visto che le carte al riguardo sono mute: forse erano implicati nel contrabbando di sale o tabacco, all’epoca assai diffuso dalle nostre parti; o forse avevano commesso furti, anch’essi allora comunissimi, oppure erano refrattari alla sgraditissima leva obbligatoria imposta da Napoleone, o risultavano colpevoli di qualche altro reato. Sia come sia, i quattro gendarmi trevigiani arrivano nei nostri paesi per eseguire l’arresto, come stabilito dalla corte di giustizia, e subito si rivolgono al sindaco di Budoia, Francesco Cardazzo detto Schiavon, perché indichi loro dove sono le case dei tipi da catturare. Il sindaco chiama allora il cursore comunale, Gio Batta Angelin, e lo manda a scortare gli sbirri fino 10
alle case dei rei, dove però non si riesce a trovarli (erano stati forse avvisati da qualcuno, insospettito da tutto quel movimento, e prudentemente si erano dati alla macchia, protetti da familiari e amici?). Mentre i gendarmi se ne tornano con le pive nel sacco a Treviso, cominciano i problemi per il sindaco e il cursore, colpevoli di aver «collaborato» con la giustizia, rompendo così l’antica e collaudatissima «solidarietà di paese», quella fitta rete di connivenza e omertà che in passato generalmente regnava nei nostri villaggi per coprire i piccoli e talvolta anche i grandi reati.3 Il giorno seguente infatti Pietro, evidentemente assicuratosi della partenza dei temuti gendarmi, rispunta fuori, va infuriato dal curso-
re, lo assale con insulti, parolacce e bestemmie di ogni sorta e minaccia di ammazzarlo perché ha guidato gli sbirri dritto fino a casa sua. Chiede poi allo spaventatissimo Gio Batta di riavere una cherubina (carabina?) che, secondo lui, si trovava nella sua camera ma che era sparita dopo la spiacevole «visita» dei gendarmi, intendendo che gli fosse stata sequestrata dagli stessi o dal cursore. Non contento di ciò, Pietro sfodera un coltello – quasi tutti i maschi adulti all’epoca ne avevano uno sempre a portata di mano – e gli taglia minaccioso il collo del mantello, senza comunque spingersi oltre. Il povero cursore comunale, atterrito, scappa a gambe levate e si rifugia nella bottega dei fratelli polcenighesi Rossi esistente a Budoia; testimoni del parapiglia e delle minacce erano stati, secondo il documento, Flaminio Romano (in realtà un Roman, originario di Poffabro), agente dei predetti Rossi, e il budoiese Domenico Sanson. Tutto finito? Certamente no: Pietro, davvero imbufalito, va con propositi altrettanto bellicosi e vendicativi da Giuseppe Rigo detto Caporal di Dardago, anziano di Comune (una sorta di odierno assessore: ne venivano nominati due nei comuni sotto i tremila abitanti, com’era allora quello di Budoia), ritenuto anch’egli complice del sindaco e del cursore nella delazione contro di lui. Vede uscire di casa il povero Giuseppe e lo affronta, imbracciando uno schioppo carico – a dimostrazione di un suo davvero cospicuo «arsenale»... – e riempiendo anche lui di minacce di morte per la «collaborazione» con gli sbirri. Un certo Domenico, che era insieme con lui, gli fece abbassare lo schioppo e tentò alle buone di farlo acquietare, riuscendo fortunatamente nell’impresa prima che l’alterco degenerasse in un fatto di sangue, e così il facinoroso Pietro si era finalmente allontanato, sempre ricolmando però il Rigo di tremende intimidazioni. Testimone
del fattaccio è questa volta Osvaldo Bastianello, che conferma parola per parola quanto accaduto. Conseguenza di tutto questo putiferio è che nei giorni seguenti il sindaco, il cursore e l’intera municipalità (ossia l’amministrazione locale budoiese) non riescono più a dormire sonni tranquilli, anzi, intimoriti dalle minacce di morte più volte proferite da Pietro nei loro riguardi, se ne vogliono addirittura andare dal paese con le famiglie per preservare le loro esistenze, lasciando il comune totalmente privo di governo. Interviene allora il preoccupatissimo podestà di Aviano, cantone amministrativo nel quale Budoia era stata da poco ricompresa, il quale si rivolge direttamente al Prefetto del Dipartimento del Tagliamento, il nobile lombardo Carlo Del Majno, per chiedere consiglio e soprattutto aiuto concreto (massiccio intervento di gendarmi?) contro le prepotenze di Pietro e soci. Interessante è quanto sostiene nell’occasione il podestà avianese, certo Variola, il quale, di fronte a persone d’una violenza la più sfacciata e capaci di tutto intraprendere, dà la colpa... al passato: secondo lui infatti in quella Comune (Budoia) si è a lungo vissuto sotto il regime feudale di conti deboli e pusilamini (sic: pusillanimi!), tanto che nessuno può scordarsi le massime apprese fin dall’infanzia, e molti così conservano quell’aria minacciosa e violenta che fu insinuata nella lor anima dal silenzio delle leggi in cui erano tenute sotto un debole governo. In queste pesantissime affermazioni del podestà avianese si legge una forte critica, se non addirittura disprezzo, sia verso i conti di Polcenigo, feudatari ritenuti incapaci di instillare nei loro sottoposti il giusto rispetto per la legge e il necessario timore verso la Giustizia, sia verso l’ormai trapassata Repubblica di Venezia (che, a dir il vero, non era stata proprio un modello di equità e di controllo sociale); emerge anche una scarsa, anzi 11
pessima, considerazione per i Budoiesi, ritenuti rozzi e violenti. Non che non ci fosse un fondo di verità nelle considerazioni del Variola (lo dimostrano altri spiacevoli casi dell’epoca, qui non ricordati), ma senza dubbio c’era una notevole esagerazione nelle sue parole, che bollavano indiscriminatamente tutti gli abitanti dei nostri paesi come brutali, maneschi e pericolosi per le colpe di qualche scalmanato o delinquente. Senza contare che nemmeno gli Avianesi, giusto per guardare in casa sua, erano degli stinchi di santo, stando ad altri episodi davvero poco edificanti avvenuti sia nello stesso periodo, sia in quelli precedenti e seguenti... Ma, si sa, i vicini di casa sono sempre peggiori di noi! In filigrana, si avverte comunque il difficile e contrastato pas-
Sopra. Eugenio di Beauharnais (1781-1824), principe francese. Nominato vicerè d’Italia da Napoleone Bonaparte (di cui era figliastro) nel 1805, trasferì la sua residenza nella Villa Reale di Monza. Storica fu la sua sconfitta alla guida dell’esercito francese il 16 aprile 1809 nei Camolli, tra Sacile, Fontanafredda e Brugnera, in una sanguinosa battaglia che lo vide soccombere sotto gli attacchi delle truppe austriache condotte dall’arciduca Giovanni d’Asburgo. A sinistra. Mappa ottocentesca di Budoia dal Catasto austriaco.
Monete napoleoniche.
saggio dall’antico regime, dal feudalesimo dei conti di Polcenigo e dalle antiche forme di autogestione dei villaggi (per secoli fatte di merighi, vicinie di capifamiglia, votazioni tramite ballottazioni), definitivamente soppresse quattro anni prima (1806), alle nuove forme amministrative di stampo napoleonico, basate invece su precise leggi scritte e con un complesso intreccio di poteri e di compiti (sindaci, anziani di Comune, consigli comunali, giudici di pace e cancellieri del censo, prefetti e viceprefetti, dipartimenti, distretti e cantoni...). Un passaggio necessario verso la modernità, ma non compreso e non accettato da moltissimi, ritenuto com’era soltanto un’ingiusta limi-
NOTE
1. Sui primi dell’Ottocento nei nostri paesi cfr. A. Fadelli, Storia di Budoia, Pordenone 2009 [ma in realtà 2010], soprattutto pp. 75-77, nonché N. Roman, Nell’età napoleonica Dardago diventa Comune, l’Artugna, XXIV (1995), 74, pp. 4-5, utile per comprendere la tormentata evoluzione amministrativa dell’epoca. Più in generale, E. Pessot, 1805-1813. Treviso e il Dipartimento del Tagliamento. Amministrazione pubblica e so-
tazione di prerogative millenarie a tutto vantaggio di poteri opprimenti e lontani, sia fisicamente che psicologicamente. Nella vicina Coltura ad esempio si era scatenata l’anno prima una querelle non da poco, con un’autoconvocazione del tutto illegittima della defunta vicinia, ormai eliminata dal nuovo ordinamento, per discutere e deliberare su questioni di proprietà comunali, come sempre s’era fatto; convocazione che aveva giustamente mandato su tutte le furie il Prefetto di Treviso per l’isprezzo alle leggi rivelato dai Colturani, richiamati a seguire d’ora in poi le vie regolari (leggi sindaco e consiglieri comunali) per la risoluzione dei loro problemi, pena sanzioni davvero pesanti contro i testardi sostenitori dei vecchi sistemi di autogoverno.4 A subire i più diretti e fastidiosi effetti di questa «resistenza» contro le novità napoleoniche erano spesso i nuovi amministratori locali, con i sindaci in testa, nonché i funzionari comunali preposti all’applicazione delle norme, come le guardie e i cursori. Nel 1809 ad esempio il sindaco di Prata doveva denunciare alcune persone, fra le quali Almorò Gozzi, fratello dei famosi scrittori Gasparo e Carlo, per dileggio, maltrattamento e minaccie nei suoi confronti. Nello stesso anno proprio il sindaco di Budoia si era lamentato con il Prefetto di Tre-
viso perché riteneva che la sua vita fosse addirittura insidiata dal compaesano Antonio (nuovamente glissiamo sul cognome...), uomo torbido e cattivo.5 C’erano dunque dei pesanti precedenti al caso del 1810, che avevano evidentemente esasperato il primo cittadino budoiese, stufo di rischiare la vita per la gestione del Comune. Ma il tempo e l’azione repressiva, anche severa, contro i dissenzienti avranno alla fine ragione dei «resistenti», e così sindaci e comuni potranno nei decenni seguenti lavorare in pace. Quasi sempre...
cietà in epoca napoleonica, Treviso 1998, e G. Frattolin, Istituzioni pubbliche e classe dirigente a Pordenone nel XIX secolo, Pordenone 2006. 2. Il documento è in Archivio di Stato di Treviso, Prefettura di Treviso, Prima serie, b. 909. 3. Per il periodo veneziano, si vedano i molti casi menzionati in F. Bianco, Contadini, sbirri e contrabbandieri nel Friuli del Settecento, Pordenone 1995; per una generale sollevazione del popolo di Dardago e poi di Budoia nel 1779 contro gli sbirri venuti ad arrestare Angelo Parmesan vedi A. Fadelli, Ucciso «in
occasione di sbiraglia». Un delitto impunito a Mezzomonte nel 1778, «La Mont. Rivista di studi su Mezzomonte», 3 (1998), pp. 3750, alle pp. 49-50. 4. Ne abbiamo parlato più diffusamente in A. Fadelli, Nell’anno della battaglia ai Camolli. Noterelle archivistiche sul Friuli Occidentale nel 1809, «La Loggia», n. s., 12 (2009), pp. 93-103, precisamente alle pp. 99-100. In quell’articolo compare un cenno anche al caso avvenuto a Prata. 5. La notizia è sempre nel predetto fondo archivistico trevigiano, b. 875.
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il Beato Marco fu a Dardago? La risposta è sì! E la si può ricavare dall’atto di cresima di Carlo Domenico Cristofori, che l’arciprete di Aviano don Agostino Andreussi certifica nel 1904 dai registri dei cresimati del suo archivio in occasione del processo svoltosi a Venezia. Dal documento si evince che il sacramento fu impartito il 21 giugno 1643 (370 anni fa!) a un ragazzo neanche dodicenne; ma esso è anche la prova indiretta della frequentazione con la nostra Dardago dell’ora Beato Marco. Il parroco di Aviano riporta infatti il nome del padrino di cresima, che è un sacerdote. Crediamo di averlo già scritto in passato che questo «santolo» di Padre Marco fu il nostro pievano dell’epoca, e si chiamava don Fiorentino Fiorentini. Non ne avevamo però tratto la deduzione della presenza di Marco d’Aviano, adolescente, a Dardago: la scelta di un tale testimone per la cresima del ragazzo ci dice infatti della consuetudine di rapporti che la famiglia Cristofori aveva con questa comunità. Dal particolare si ricava anche qualcosa di più: e cioè che il tramite del rapporto sia stato lo zio prete di Padre Marco, don Cristoforo Cristofori, pievano di Vigonovo dal 1637 al 1671 (e prima parroco di San Leonardo di Campagna, oggi Valcellina): lui stesso avrà suggerito (o scelto) «il M.R. Pievano di Dardago» (così il documento) come padrino della cresima impartita ad Aviano al piccolo Carlo (il confratello, vicino di pieve, era probabilmente anche un suo amico o condiscepolo). Appare dunque plausibile esclamare: quante volte il beato avrà preso le strade e i sentieri che, partendo dalla natia Somprado, conducevano (e conducono) a Dardago e nei paesi della pieve! In una delle poche superstiti lettere al fratello don Giovanni Battista (lui pure sacerdote e succeduto allo zio nella guida della pieve di Vigonovo, dal 1671 al 1702) Padre Marco scrive, il 18 giugno 1686 – con riguardo ai numeri di fanti e cavalli che compongono l’armata imperiale «in vicinanza di Buda» (la rocca della capitale ungherese sarà presa dagli austriaci di lì a poco, il 2 settembre) – che non si «capirebbe nelle campagnie d’Aviano et altre confinanti». Indizio prezioso a conferma della presenza del beato (in anni giovanili) pure nel territorio dell’antica pieve dardaghese. Possiamo così a buon diritto invocare oggi Padre Marco come beato «nostro»! E lo facciamo volentieri e doverosamente ricordandosi il 27 aprile il decimo anniversario della sua desiderata beatificazione, il cui iter, negli ultimi tempi, le nostre comunità cordialmente appoggiarono condividendo l’anelito dell’indimenticabile padre Venanzio Renier, che molto affetto, ricambiato, mostrò a tutti noi. Anche a Budoia, Dardago e Santa Lucia egli fu annunciatore convinto e convincente delle virtù del «suo» beato e godette dell’accoglienza e amicizia dei nostri sacerdoti (ricordiamo quella con don Alfredo, don Franco, don Adel, e con don Maurizio in quel di San Martino) e, 13
di Walter Arzaretti
specie a Budoia, della popolazione. Lo potemmo conoscere, grazie a una certa periodicità di visite, pure come confessore e predicatore infiammato, alla scuola di santità di Padre Marco. A cinque anni dalla morte (17 giugno 2008), il suo affetto permane e si fa preghiera benedicente per queste comunità in Paradiso, nella compagnia del beato che, con semplicità e fede, ricordiamo ogni 13 agosto nella messa della memoria liturgica e che più volte abbiamo celebrato nelle nostre chiese dove il culto a lui è favorito dall’esposizione in ciascuna di un’opera che lo ritrae, doni del Comitato per la beatificazione. A ulteriore dilatazione della devozione, che fu come «ufficializzata» dalla Chiesa con l’atto compiuto da Papa Giovanni Paolo II dieci anni fa, il 27 aprile 2003, pubblichiamo le foto del dipinto di Elio Poloni conservato nella cappella feriale «Domina mea» a Budoia e di quello di G. C. Bigai nella cappella feriale di Santa Lucia.
rivive una storia di uomini e cooperazione * di Roberto De Marchi
A nome dell’Amministrazione comunale rivolgo a tutti i presenti un saluto ed un ringraziamento, per esserci in questa giornata importante per la nostra comunità, la vostra presenza così numerosa è evidente testimonianza che oggi stiamo celebrando un risultato di anni. Vorrei rivolgere un particolare ringraziamento a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto, a cominciare dagli ex soci della latteria di Budoia che circa 10 anni fa hanno donato l’edificio al Comune, affinché trovasse nuova vita come
centro di promozione del territorio. Ringrazio le precedenti Amministrazioni comunali presiedute da Antonio Zambon, che hanno avviato questo percorso ottenendo dalla Regione Friuli Venezia Giulia il finanziamento e progettando la ristrutturazione dell’edificio al fine di promuovere i prodotti locali. Questo edificio è parte della memoria diretta delle famiglie di Budoia, poiché ogni famiglia ha contribuito con il proprio fare a costruire la storia di questo edificio. Per quanto possa essere strano
non è un edificio «vecchio», in quanto non è passato nemmeno un secolo dalla sua realizzazione, ma è un edificio che testimonia un tempo, che per quanto recente, ormai è passato, non c’è più; e questo edificio è stato testimone di un passaggio della vita economica e sociale della comunità di Budoia. L’idea di costituire una latteria sociale risale al 1927, grazie alla volontà di parte della popolazione di Budoia motivata dalla figura di Gio Batta Scussat, che ha rappresentato la guida di tutto il processo, facendosi interprete del pro-
Nelle foto, alcuni momenti significativi dell’inaugurazione con le autorità comunali e regionali, l’esponente del Parlamento europeo, Debora Serracchiani, e il presidente del Centro Caseario Cansiglio, Mirko Breda.
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Vista del punto vendita del nuovo Bar Bianco. A sinistra. Nell’ex sala per la trasformazione del latte, una gigantografia delle montagne, che ricorda il duro lavoro dei nostri avi, e una serie di pannelli, che ricostruisce la storia delle tre latterie del Comune.
getto edilizio e di costituzione della cooperativa stessa, e trovando anche la morte nell’impegno a raggiungere il risultato da lui ambito. Il messaggio, che guidava la comunità di Budoia all’epoca, era: usciamo dalle case e mettiamoci assieme, perché solo uscendo dalle case e mettendoci assieme riusciamo a superare i nostri limiti individuali e migliorare il processo produttivo investendo in tecnologia (ed oggi le attrezzature della latteria sono qui esposte), ed investendo in conoscenza: la figura del casaro come competenza tecnica che guida le lavorazioni. Ed ecco che questo investimento collettivo ha come ritorno il beneficio per tutti. E così le famiglie di Budoia, stando assieme e condividendo questo edificio, hanno attraversato tutte le fasi, comprese quelle durissime del dopoguer-
ra, fino ad un passato recente dove si è esaurito un modo di fare allevamento e agricoltura, concludendosi così il ruolo esercitato da questo edificio. E da questo punto si parte con il progetto di recupero e rifunzionalizzazione dell’edificio, ma il messaggio rivolto alla comunità è sempre lo stesso che ha animato la concezione della struttura negli anni 20 del ‘900: uscire dalle case e promuovere il territorio e la comunità! Questo è il messaggio rivolto agli agricoltori ed alle associazioni affinché colgano le opportunità offerte da questa scatola magica al cui interno possono essere promossi e venduti i prodotti della Pedemontana pordenonese, azione che può essere condotta con fare sinergico insieme ai cuochi e tutta quella cultura della ristorazione che fa parte di questo territorio. Vi è uno spazio dedicato al-
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l’esposizione delle attrezzature della latteria ed un allestimento museale curato con molta serietà e precisione (come sempre) dal periodico l’Artugna, che verrà reso «dinamico» attraverso delle dimostrazioni pratiche, curate dai gestori della Cooperativa Cansiglio che eseguiranno delle attività didattiche per le scuole. Al piano superiore entro l’anno verrà allestita la mostra permanente dei funghi, elemento che premia il lavoro portato avanti in più di 50 anni dalla Pro loco Budoia, che su questo tema legato alla valorizzazione dell’ambiente ha costruito un importante elemento identitario per la nostra comunità ed una riconoscibilità oltre gli stessi confini regionali. La mostra permanente, la sala riunioni e mostre sarà elemento di attività non solo durante la festa dei funghi ma per una serie di opportunità che possono essere colte, anche come centro per la formazioni dei micologi. Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto ed invito ciascuno di noi ad «uscire dalle case» per contribuire al successo di questa struttura e di Budoia.
* Discorso tenuto dal Sindaco in occasione dell’inaugurazione della ristrutturazione dell’ex latteria di Budoia (9 marzo 2013).
il ritorno dei
di Vittorio Janna Tavàn
cavaliérs
Gelsicoltura e bachicoltura: una nuova ed «antica» opportunità di lavoro
D alla lontana Cina alla globalizzata Cina: la storia e l’evoluzione della sericoltura sembra procedere con lineare coerenza. Eppure dai tempi di Confucio (2600 a.C.) – da quando cioè è fatta risalire, in termini leggendari, la scoperta della seta – ai giorni nostri, la produzione del prezioso tessuto ha attraversato numerose vicissitudini che hanno proclamato, di volta in volta, di Paese in Paese, il predominio della sua lavorazione. Se un’aura di mistero ancora avvolge l’arrivo in Italia, è tuttavia acclarato che tra le prime località sericole settentrionali vi furono Bologna (XIII secolo) specializzata nella produzione di tessuti leggeri, Venezia per i drappi più pesanti, Genova e Trieste per i velluti.
Fu però da Firenze nel XV secolo che l’attività si perfezionò a tal punto che condizionò l’espansione nel resto d’Italia tanto che la nostra penisola, fino al XVII secolo, arrivò a detenere il monopolio dell’arte serica. Quando però la produzione di seta si diffuse nel resto d’Europa, e quando si assistette all’industrializzazione automatizzata della sua lavorazione, iniziò il declino italiano ed il primato fu ceduto alla Germania, all’Inghilterra e, soprattutto, alla Francia. In Italia non cessarono comunque la bachicoltura, specie nelle campagne, e l’esportazione delle materie prime in quei Paesi nei quali l’industria della seta cominciava ad espandersi.
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1. Uova e baco in successive fasi di sviluppo. 2. Baco che comincia a filare il bozzolo. 3. Bozzolo e sezione di bozzolo con crisalide.
UNA CONCRETA OPPORTUNITÀ IMPRENDITORIALE
Oggi il monopolio è «ripassato» alla Cina che può contare sulla disponibilità di manodopera a basso costo e determinare così il prezzo internazionale della seta, controllando il 90% del commercio internazionale della materia prima ed il 70% della produzione mondiale. Seppur penalizzata dall’impossibilità di un approvvigionamento autonomo, l’Italia rimane comunque fra i Paesi più importanti al mondo per la produzione e l’esportazione di tessuti pregiati di seta. Sacrificata è soprattutto la filiera a monte (produzione di semebachi, allevamento e filatura) ma è proprio in queste fasi che si sta assistendo in Italia ad un risvegliato interesse e alla riscoperta delle pratiche di allevamento. Certamente non su scala industriale ma limitata a quella artigianale di piccole imprese agricole o di singoli – l’investimento iniziale è molto basso – che possono così trovare una possibile fonte di integrazione del proprio reddito. La gelsicoltura e la bachicoltura sono consigliate anche a chi dispone di strutture inutilizzate per l’allevamento di altri animali e a chi può unire l’attività produttiva a quella di fattoria didattica o è inserito in un circuito turistico rurale. Le esigenze di questa attività aderiscono infatti perfettamente a quelle di un’agricoltura ecocompatibile, in linea con le richieste delle politiche europee che sostengono economicamente le iniziative ed auspicano una diversificazione delle colture a sostegno dell’ambiente agricolo in alternati-
va alle colture dominanti ed eccedenti. Il gelso è infatti adatto alla riforestazione in quasi tutti i tipi di terreni, compresi quelli marginali e collinari, limita l’erosione del suolo e non necessita di trattamenti con antiparassitari, tutt’al più con prodotti biologici o mezzi meccanici perché il baco da seta risente di qualsiasi prodotto chimico utilizzato sulla pianta. «La bachicoltura oggi può essere svolta in maniera razionale e specializzata – sostiene Silvia Cappellozza, ricercatrice dell’Unità di Apicoltura e Bachicoltura di Padova –. Il gelso viene allevato in impianti dedicati, la forma d’allevamento è di media altezza per un’agevole raccolta e l’allevamento non occupa più gli spazi abitativi dalla famiglia come un tempo». La bachicoltura è inoltre considerata una fonte di opportunità per il recupero e la valorizzazione di un patrimonio culturale tecnicoscientifico che si sta inesorabilmente perdendo. Dal punto di vista dell’utilizzo, infine, il filo della seta ricavata dai bachi, oltre al settore tessile dove trova le applicazioni più evidenti, è impiegata in campo chirurgico da secoli come materiale di sutura, in virtù delle sue proprietà meccaniche e di non rigetto da parte del sistema immunitario. Se l’ambito bio-medicale fornisce numerose altre opportunità di impiego (in ottica ad esempio), vi sono altri campi che utilizzano la fibroina, la proteina fibrosa prodotta dai bachi. Recenti studi scientifici stanno valutando la possibilità di utilizzo nel campo dell’elettronica e dell’optoelettronica. I dispositivi basati su filamenti naturali saranno infatti il futuro prossimo della tecnologia che ci permetterà di trasmettere informazioni attraverso le fibre di seta: un’«elettronica verde» a basso impatto ambientale, biodegradabile, ecosostenibile che sostituirà per sempre gli inquinanti e oramai superati materiali come la plastica e il silicio. 17
Era noto anche al Tasso allorché scrisse: «il verme, che cavaliero in queste parti è nominato». Nella tradizione veneto-friulana (invero anche in altre parti d’Italia), è così chiamato il baco da seta. L’origine non è del tutto chiarita ma più fonti sono concordi nell’identificare il pittoresco appellativo con la postura che il baco assume prima della muta e durante la «salita al bosco»: solleva infatti la parte anteriore del corpo ed il torace ricorda una grossa testa, come di un cavaliere in sella; l’immagine è ulteriormente rafforzata dall’aspetto corazzato conferito dagli anelli del suo corpo e dal cornetto che sporge dalla parte posteriore. Un’altra ipotesi giustifica la denominazione al fatto che – al pari del Cavaliere d’Italia (uccello) il cui corpo è issato su lunghe gambe – anche il baco, durante l’allevamento, è posto in alto, sul «cavallone» o «castello» composto dai graticci sormontati.
la curiosità del nome
Fu solo tra le due guerre mondiali che anche questa attività cessò il suo vigore a causa dell’inurbamento e delle modificazioni del contesto socio-economico: un dirottamento degli ambiti produttivi dall’agricoltura all’industria, l’avvento delle fibre artificiali come nylon e poliestere.
La miracolosa immagine di Maria Vergine protettrice del raccolto delle Gallette. Questa icona veniva collocata negli ambienti abitativi predisposti per l’allevamento dei bachi.
UNA TRADIZIONE «TUTTA» NOSTRA
Il territorio della Pedemontana e della Piana pordenonese non è infatti nuovo a queste colture e non sono mancati, nella storia, esempi di filande di notevole pregio. Basti pensare che l’attività serica nei nostri paesi è documentata già nel corso del XVI secolo laddove si tratta ampiamente di coltivazione di gelso e di commercio dei bozzoli. Sorsero ovunque complessi industriali che segnarono l’economia ed il panorama rurale di questa terra così sospesa tra l’agricoltura e l’industria, tra la tradizione e la modernità. Simone Follini (Simon Folin nei documenti) fu il primo, in tutta la Patria del Friuli, ad ottenere dalla
Serenissima, nel 1670, l’investitura necessaria per l’utilizzo di alcune scoladizze, acque provenienti dal Monte Cavallo, incanalate in un acquedotto (il rujàl) e destinate a muovere un orsoglio «alla bolo-
A sinistra. Un tratto del rujàl in località Triòi. Sopra. Disegno del tracciato del rujàl fatto costruire nel 1670 da Simone Follini per condurre l’acqua al filatoio di Dardago che passerà poi, nel 1711, in eredità a Giovanni Battista Follini. Quest’ultimo, nel 1775, farà richiesta di utilizzare l’acqua anche per muovere un mulino da grano.
UN MESE ALL’ANNO CON DEGLI OSPITI SPECIALI ...dalle testimonianze di Angelo Janna Tavàn e Fernando Del Maschio
I bachi da seta un tempo erano, per amore o per forza, «componenti» stessi delle famiglie dei nostri paesi. Te li ritrovavi dappertutto, in cucina, nel granaio, se non, addirittura in camera da letto. Quando la primavera rilasciava i primi tepori e i rami del gelso producevano le foglie si correva da Aniceto Besa a Santa Lucia per acquistare la saméntha, ovvero le larve (o le uova) da allevare a baco. Era lui infatti, verso la metà di aprile, che si occupava della nascita dei bachi nella soffitta della sua filanda riscaldata da una stufa. Ogni famiglia ne acquistava un quarto di oncia, mezza oncia, un’ontha intera (50.000 esemplari circa) o più, secondo le possibilità. Portati a casa si sistemavano su un foglio di carta ed erano nutriti con fòie de morèr (foglie di gelso) tritate finemente, (anch’esse, a volte, comprate e trinciate con uno speciale ap-
parecchio), posizionate su una carta forata di copertura, di modo da permettere il passaggio dei bachi e la sostituzione del «letto» sottostante. Questa operazione, praticata ciclicamente per mantenere l’igiene, permetteva di togliere i bigàth (bachi anneriti dudhi in vacia a causa dello stato di macilenza) e di eliminare eventuali muffe, cause di possibili epidemie. Erano quindi trasferiti ed «allargati» sulle grisiòle, arelle con telaio in legno e fondo cannucciato, poste nelle stanze di casa con un clima mite dove continuavano il loro ciclo biologico. Dopo circa cinque giorni (durante i quali il baco dormiva e si nutriva in continuazione), iniziava la prima muta, ovvero il cambio della pelle, continuamente sostituita per adattarsi alle nuove dimensioni del corpo. Seguivano altre 3 mute (da noi le chiamavamo dhormìdhe) a distanza di 8 giorni l’una dall’altra; l’ultima era
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caratterizzata da un sonno più prolungato in preparazione alla successiva chiusura nel bozzolo. Le grisiòle erano quindi posizionate nelle soffitte per permettere la maturità del baco e la sua «salita al bosco» ovvero la fase di arrampicata sulle estremità di rametti di gelso (grisolóns) o fili di paglia di segale posti allo scopo di concedergli un punto luminoso e con un buon numero di appigli dove cominciare la filatura. Era questa una fase alquanto delicata (la cosiddetta «quinta età» che dura circa sette giorni), minacciata dalle insidie di topi e pantegane ghiotte di cavaliérs. Non a caso un tempo si usava infatti far benedire della crusca con olio spargendola poi nei granai con la speranza che i roditori fossero attratti più dal cereale che dai bachi. Durante la «quinta età» l’insetto, prima di chiudersi in bozzolo, rifiutava di alimentarsi per spurgarsi dalle
gnese». L’edificio sorgeva vicino alla piazza di Dardago, nei locali che, in tempi più recenti, diventò sede dell’ufficio postale (oggi ha cessato l’attività). Come per gli opifici ottocenteschi di Caneva, Stevenà, Polcenigo e Dardago, in generale tutta l’area della Pedemontana era considerata produttrice di eccelse sete in virtù dell’acqua utilizzata che conferiva al prodotto una lucentezza particolare. Il sorgere e la specializzazione delle attività in queste zone fu favorita anche dalla tradizionale esperienza nell’ambito della filatura e della tessitura dei canapi, come nel caso della Filanda Vecchia Besa a Santa Lucia di Budoia esistente dal Settecento. Molti toponimi attuali risentono poi di queste antiche coltivazioni; il Ponte dei Moreri a San Martino di
I disegni rappresentano la ‘carta forata’ utilizzata per la nascita e l’allevamento dei bachi da seta. La grandezza dei fori variava secondo l’età e la dimensione dei cavaliérs. Sopra. Spelatrice manuale per togliere la bavela dai bozzoli.
Campagna, Morera a San Giovanni di Polcenigo ed Aviano, Col de Morer a Santa Lucia di Budoia e San Giovanni di Polcenigo, Campo dei Morari a Range, Campo del Moraro a Caneva. Una terra dunque vocata alla bachicoltura che meriterebbe di essere riscoperta ed essere ancora praticata. Lontani sono i tempi in cui i nostri vecchi si affidavano all’espressione se refarón co’ la galéta («ci rifaremo con i bozzoli») per confidare nel ricavato della vendita quale copertura di insoluti economici o ricambio di favori, ma questa attività potrebbe essere ancora un’ottima, preziosa ed alternativa integrazione al reddito, oggi più che mai indebolito dalla precarietà della situazione economica internazionale.
sostanze di rifiuto. Quindi saliva i rametti di gelso e cominciava la costruzione di un’impalcatura secernendo la spellaia (bavéla) per ancorarsi agli appigli e sostenere il futuro bozzolo. Con la «salita al bosco» il baco cominciava quindi a filare la seta producendo una bava (che si solidificava all’aria) con un moto continuo del capo intorno al corpo fino ad ispessire l’involucro e a chiudersi interamente in esso. L’operazione durava dalle 24 alle 72 ore, al termine della quale le galéte sane (i bozzoli giallo dorati o bianchi) erano separate dalle falòpe (bozzoli non formati completamente per la morte del baco) e da quelle dóple (bozzoli con due bachi), meno prestigiose per la difficoltà a trovare l’estremità del filo di seta. I bozzoli «buoni» erano quindi staccati, ripuliti dalla bavéla (utilizzata poi dalle donne per imbottire cuscini e sedie) e venduti a privati, a
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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA CNR-IBIMET, L’arte di allevare il baco da seta, Firenze, 2011. DON MATTEO PASUT, Virginia Turchetto, L’ultima filanda (4a ristampa), Azzano Decimo, 2012. INGRID FELTRIN, Museo del baco da seta, in Insieme con fiducia, 54, 16-18, 2011. MARILISA DA RE, ANTONIO ROS, FRANCESCO VECCHIES, La seta a Sacile (a cura di), Comune di Sacile, Pordenone, 1996. LICIA BASTIANELLO, Corrispondenza in l’Artugna, 35, 25, 1981. VITTORINO PIANCA, Museo del Baco da seta (a cura di), Città di Vittorio Veneto, Conegliano, 2003. http://sitoentecra.it (sito web del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura).
prezzo «chiuso» e pagamento immediato, o all’essiccatoio bozzoli di Sacile, a prezzo «aperto» con acconto iniziale e saldo finale dopo la vendita. Spesso si «rivendevano» anche ad Aniceto Besa ed al ritorno qualcuno si concedeva la fermata da Riseta (negozio De Carli) a Santa Lucia per un bicchiere di vermuth bianco dolce con i savoiardi – delizia dei bambini – o per uno di vino per gli adulti al «grido» de «se refarón co’ la galéta». Gli ultimi bachi da seta a Budoia furono allevati, negli anni ’70, dal maestro Umberto Sanson per gli alunni della scuola elementare a tempo pieno, in una sorta di laboratorio dimostrativo delle vecchie procedure di bachicoltura. Sempre a Budoia è ancora ricordata la figura di Emilia De Roia, perpetua di don Alfredo Pasut, e storica operaia filandiera in Cordenons.
Cent’anni fa, in Libia di Vittorina Carlon
e così spero mo. Io sto bene Fratello carissi questo iglia. Vi mando di te e tutta fam te tante cose de e non preten o nt lta so to et grup può fare lavoro e non si perché siamo al ho niente mio conto non di meglio. Per o sempre qui i. Per ora mi trov rt di da o ov nu di baci, do tanti saluti e a Merg. Vi man figlio e fratello Giomaria. arrivederci renti e amici e Saluti a tutti pa tti assieme. il vino nuovo tu presto a bevere
Sopra. Enrico Angelin.
Se non fosse per la località, sembrerebbe un’ordinaria corrispondenza tra un emigrante e la sua famiglia: le amorevoli rassicurazioni ai famigliari sulla propria salute e la profonda speranza che siano altrettanto buone le condizioni di tutti i parenti. C’è un benevolo rimprovero a non pretendere troppe informazioni, perché il lavoro è incombente, e, tra i saluti, assicura i suoi cari di ritrovarsi insieme in allegria nei giorni di san Martino, davanti ad un bicchiere di vino novello. 20
La citazione del luogo, Merg, e della data, 14 agosto 1913, scritta sulla foto-cartolina postale, ci riconduce, invece, alla guerra libica del 1911-’13. L’emittente è Giomaria Angelin, Biuti Pelat, figlio di Giuseppe di Valentino e di Agata Carlon, nato a Budoia il 14 giugno 1891, arruolato nel Battaglione «Tolmezzo». Si rivolge al fratello maggiore, Valentino, al padre Giuseppe e alla sua numerosa famiglia composta di dieci fratelli.
La foto lo riprende insieme con una trentina di soldati alpini, appartenenti sia allo stesso battaglione sia ad altre forze militari alpine. Biuti, come gli altri giovani del «Tolmezzo», lasciò i suoi affetti per partecipare alla conquista di nuove terre per un’Italia affamata di colonialismo, e sbarcò a Tripoli nel settembre 1912, quando oramai era già stato firmato il trattato di pace tra Italia e Turchia, ma rimaneva da completare la penetrazione in Tripolitania e in Cirenaica, luoghi in cui non tutti i capi arabi avevano accettato la sottomissione. Nell’ottobre 1912, dopo un periodo d’intenso allenamento alla marcia nel deserto, il suo Battaglione si unì agli altri – il Feltre, il Susa, il Vestore – per costituire l’8° Reggimento Alpini Speciale al comando del colonnello Antonio Cantore. Adattandosi a combattere tra le dune, Giomaria avanzò con gli altri soldati contro le tribù berbere e in opposizione ai musulmani alla conquista dell’Altipiano di Gorian, luogo in cui, alla fine di febbraio 1913, cadde la neve che diede al giovane l’illusione di trovarsi tra le sue montagne. Il 20-21 marzo fu impegnato a Megarba, mentre il 23, giorno di Pasqua, nella sanguinosa battaglia di Assaba che segnò la fine della resistenza dei ribelli in Tripolitania. Giorni d’intenso logorio. Biuti fu pure coinvolto il 15 aprile nella battaglia di Ograd e il 18-19 giugno nell’operazione per la conquista dell’altipiano di Ettangi, quartiere generale del nemico, combattimenti che normalizzarono tutti i collegamenti nei territori della Cirenaica. Prese parte, quindi, agli scontri di Mdauar, il 18 luglio, e di El Merg il 18 agosto, esattamente quattro giorni dopo la spedizione della sua cartolina. Nel rivolgersi ai suoi cari, il giovane, infatti, aveva ragione a sostenere di non pretendere da lui tante cose perché siamo al lavoro e non si può fare di meglio. Il suo contributo militare nella
guerra libica cessò il 16 settembre, a Tecniz, luogo in cui l’8° Reggimento degli alpini respinse e disperse notevoli masse di beduini. I primi giorni di novembre, il Battaglione «Tolmezzo» fu rimpatriato e con lui il nostro Biuti Pelat, come egli stesso aveva anticipato ai suoi cari. *** Furono molto aspri i conflitti nel teatro libico di Cirenaica e Tripolitania, tra le nostre truppe e quelle turche appoggiate da arabi e beduini: esplosero in modo particolarmente cruento a Assaba, in cui morirono sette soldati del Battaglione «Tolmezzo» tra i quali gli avianesi Giovanni Basso (soldato) e Giuseppe Patessio (caporale), a Ettangi in cui ne perirono quattro,
e nelle boscaglie di Tecniz, altri quattro militi. «E ciascun nome in pietra si scalpelli», scrisse il D’Annunzio, in riferimento ai caduti nell’impresa libica. In questo elenco non figura fortunatamente alcun budoiese. Furono, invece, diversi i soldati del Battaglione «Tolmezzo» che rimasero feriti,1 tra cui Angelo Fort, nato a Santa Lucia il 27 aprile 1892, alpino dell’8° Reggimento che fu insignito di Medaglia di Bronzo, perché nell’attraversare l’Uadi Bumsafer, mentre si esponeva arditamente per incitare i compagni con l’esempio, cadde ferito ad una gamba. (Ettangi, Cirenaica, 18 giugno 1913). Ricordiamo pure Enrico Angelin, figlio di Angelo e di
Alpini al lavoro in Libia.
Libretto pubblicato in onore al Battaglione Tolmezzo (1912-1913).
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Carlon Lucia, nato a Budoia nel 1890, che fu colpito a una gamba e, rientrato in Italia, nonostante il ferimento fu nuovamente impiegato come tanti altri giovani soldati nella Grande Guerra in cui morì durante la battaglia sul Carso. Fu proprio per onorare la grande prova di eroismo data dal Battaglione Tolmezzo e dal suo comandante colonnello Antonio Cantore dell’8° Reggimento Alpini che fu pubblicato un opuscolo, curato da
vari enti e associazioni della provincia udinese. Opuscolo che Valentino, fratello di Giomaria, conservò intatto tra i suoi ricordi e che giunse a noi tramite il nipote Luciano. Così recita: «Settembre 1912-novembre 1913 Al valoroso Battaglione reduce dalla guerra di Libia, al quale va il plauso del Friuli» per le vittorie de’ bei nomi selvaggi per citare l’espressione dannunziana. E prosegue. «Friulani! Il Battaglione Alpini ‘Tol-
mezzo’, fiore della gioventù friulana, bello possente incrollabile fascio di energie fisiche e morali, per la grandezza d’Italia fece in Libia rifulgere le virtù della stirpe. Otto battaglie, otto vittorie! Quando la fama le annunziava al mondo, in ogni cuore friulano era un palpito d’orgoglio. […]» *** E Giomaria continuò a servire la Patria pure lui nella Grande Guerra.
Preghiere per la Pace dal Diario di don Romano Don Romano Zambon annotò periodicamente nel suo Diario i momenti più ardui della guerra italo-turca (1911-’12), invitando i fedeli alla preghiera per il conseguimento della Pace. Un mese circa dall’inizio delle operazioni belliche contro l’impero turco per l’occupazione della Libia, il 13 novembre il pievano radunò i suoi parrocchiani ai piedi dell’altare della Beata Vergine della Salute per affidare alla Madre celeste i soldati partiti per Tripoli e per invocare la cessazione della guerra; il giorno seguente affidò alla Madonna i primi soldati periti nella guerra di Tripoli, in cui le perdite subite dall’esercito italiano furono molto elevate. A Natale il sacerdote commentò: Predicai parlando di Gesù Bambino, Principe della Pace. Di questa Pace tutti anche oggi sentono il bisogno: gli individui, le famiglie, la società. Altrettanto annotò a Capodanno del 1912:
tra i voti da me fatti pel nuovo anno, ricordai quelli fatti dal Cardinale Capecelatro,2 circa la fine e l’esito felice della guerra italo-turca. Ma don Romano riprese fiducioso ancora il tema della Pace, il 14 aprile, in occasione dell’Ottava di Pasqua, dopo il Vangelo tenni io stesso dal pulpito il discorso della Pace. Le trattative iniziarono solo a metà luglio. Il 16 settembre, il pievano esultò finalmente con immensa gioia: Ebbe luogo la Pace! anche se il trattato di Losanna, che riconosceva la sovranità dell’Italia sulla Libia, fu stipulato un mese dopo, il 18 ottobre 1911. Le invocazioni alla Madonna della Salute non s’interruppero, perché il 18 settembre don Romano chiese la protezione pel soldato Basso Antonio3 residente a Tripoli, e due giorni dopo, lesse l’ordine del Vescovo pel canto del Te Deum per la pace conchiusa con la Turchia. 22
E il 27 ottobre 1912 il sacerdote invitò a pregare per i defunti della Libia, con esequie al Catafalco. Il Trattato di Pace era stato firmato, ma rimaneva da attuare la sottomissione di alcuni territori delle regioni nordafricane della Cirenaica e della Tripolitania; per tale motivo gli interventi militari si protrassero fino all’autunno del 1913. La resistenza araba continuò però per molti anni ancora.
NOTE 1. Il Battaglione ebbe feriti 10 Ufficiali e 111 uomini di truppe. 2. Alfonso Capecelatro (Marsiglia 1824-Capua 1911). 3. Si tratta di Basso Antonio Giuseppe di Lorenzo di Antonio e di Rigo Santa, nato in Dardago, il 19 marzo 1891. Sarebbe interessante riuscire a individuare qualche parente e magari ricevere documentazione per approfondire questo tema.
Nel particolare ingrandito di una foto del 1946 si vedono i smurath (ruderi) della vecchia osteria, in piazza a Dardago, dopo l’incendio effettuato per rappresaglia.
una storia come tante… da non dimenticare 1939. Scoppia il secondo conflitto mondiale. Nonno Toni spera di non dover partire per la guerra: confida sul fatto di avere già 44 anni, di essere il capofamiglia, inoltre una guerra lui l’ha già fatta, tanto è vero che è un reduce della prima guerra mondiale, partito a soli diciassette anni. Quindi spera… invece una mattina arriva ‘la cartolina’… richiamato. Fanteria. Destinazione: Palermo. È disperato e preoccupato: deve lasciare il padre anziano, la moglie, due figli grandicelli e due più piccoli, un’attività commerciale, l’attività di contadino ed infine, ma per questo non meno importante, il suo impegno di nontholo di don Romano. Che fare? Non può certo scegliere o dire di no. A chi meglio chiedere consiglio se non proprio al suo pievano? E don Romano lo rassicura: «Va’ Toni, parti tranquillo, soi ca mi a vardà i canais e la fameja, no sta preoccupate. Va’ e fa’ el to dhover.» E così Toni, tranquillizzato, par-
te. Fortunatamente il suo impegno non è di lunga durata ed il nonno farà ritorno da Palermo dopo cinque o sei mesi. Come promesso, don Romano mantiene fede al suo impegno e tutte le sere puntualmente si presenta da Cariola, e con la sola sua presenza rassicura la famiglia: a Rosina che, come tutte le giovani, sta preparando il suo corredo da sposa don Romano dispensa i suoi consigli…«attenta, il lavoro deve essere bello dal rovescio come dal diritto!» Finalmente ‘la Sicilia’ non ha più bisogno del nonno e Toni torna a casa sano, salvo e cosa più importante: per sempre, tuttavia il conflitto è ancora lontano dall’essere concluso ed i tedeschi fanno fatica a ritirarsi specialmente nel nord-est. Il lavoro nei campi riprende, la botega è sempre aperta e le incursioni della guerra s’inaspriscono. Di giorno i tedeschi vengono a perlustrare le case seminando terrore tra le persone per la crudeltà 23
di Adelaide Bastianello
delle loro azioni; di notte scendono dalle montagne i partigiani che razziano tutto quello che trovano nelle case, portando via sia viveri sia uomini o donne per aiutare altri partigiani nascosti sui monti ed i malcapitati, volenti o nolenti, non possono opporsi per timore di altre, più pesanti rappresaglie. Il nonno avendo, oltre ad una rivendita, anche una bella stalla con otto mucche che forniscono latte, burro e formaggio è più facilmente preso di mira per i rifornimenti alimentari; di conseguenza le ‘visite’ notturne dei partigiani sono quasi quotidiane e le provviste razziate… abbondanti. Una mattina, verso la fine di febbraio del 1945, come accade tutti i giorni appena alzato, nonno Toni svolge il suo primo impegno della giornata: andà a sonà dì; poi lasciato suo padre a governà el stale, va con la careta dho de le Grave a restelà foia, tranquillo perché la moglie aiutata dai due figli più giovani manda avanti la bote-
ga e adempie tutti gli altri numerosi compiti quotidiani della famiglia. All’improvviso, sono circa le nove del mattino, fulminei arrivano in piazza i tedeschi. Da un camion e da un paio di camionette scendono rapidi una quindicina di soldati e con i fucili puntati invadono la botega. Immaginatevi lo sgomento, il terrore di nonna Catina, dei figli e dei presenti: «Che succede, cosa vorranno, cosa faccio ora?» Che cosa può essere passato nelle loro menti in quei primi attimi? Che angoscia può provare una madre che vede due dei suoi figli più giovani in quella situazione di grave pericolo? Tra i militari è presente anche il famigerato ‘boia’ e questo non lascia presagire niente di buono vista la pessima reputazione che si è guadagnato in quegli anni di presenza nei nostri paesi, tanto da meritarsi il soprannome di ‘boia’ ovvero giustiziere, fucilatore, esecutore, assassino (dalle varie testimonianze ascoltate nel corso degli anni queste definizioni gli si addicono tutte!) Il mistero è presto svelato: «…fuori tutti, il negozio deve essere bruciato e all’interno anche la giovane figlia, colpevole di essere segretamente fidanzata con il capo dei partigiani…», oltre a ciò l’accusa che viene rivolta è che «in questa osteria si dà aiuto e ospitalità ai partigiani». Questo è il verdetto di colpevolezza, senza se e senza ma, senza processi, senza difesa, senza possibilità di replica. Non importa se questo poi non corrisponde a verità, perché la ragazza che cercano in realtà è un’altra ragazza di Dardago più grande e matura di lei, non importa se Rosina è troppo giovane, non importa se gli ‘aiuti’ vengono estorti, rubati: questa è la sentenza, una sentenza senza appello. Qualcuno corre a chiamare il pievano, don Nicolò; si fa avanti anche Bondio Ponte e Carlo Moreal, persone in grado di dialogare
con i tedeschi e naturalmente nonno Gigi. Tutti cercano di spiegare al capitano, di fargli comprendere che tutto ciò non corrisponde al vero, è troppo giovane la ragazza, ha solo diciassette anni! L’impresa è ardua, la trattativa lunga e difficile. La gente del paese è tutta rintanata in casa, nessuno osa uscire per timore di essere portato via o di
cadere in disgrazia dei tedeschi. Dopo lunghe, difficili e interminabili trattative o le argomentazioni sono convincenti o per la vita di Rosina è previsto dall’Alto un progetto diverso, sta di fatto che si arriva ad un compromesso con i tedeschi: la ragazza sarà risparmiata, ma tutta la casa va bruciata e subito. Quindi vengono ammassati sul-
Sono passati circa dodici anni dal quel terribile momento. Antonio Vettor Cariola, nella foto, ha realizzato il suo sogno. Anche in lui come in tutta la comunità – dopo gli anni tremendi della guerra – forte è il desiderio di rinnovare, di ripartire. Bruciata la vecchia Osteria «Là da Moreàl» ora c’è l’Albergo, Bar, Ristorante Montecavallo che per tutti diverrà «Là da Cariola».
il «boia» chiamato In pochi lo conoscevano col suo nome anagrafico, per tutti era il sadico ed efferato «boia» che disseminava il terrore nei nostri paesi. Alfred Donnenburg, nato il 22 gennaio del 1916 a Wuppertal in Germania, è stato infatti un ufficiale nazista, colpevole di eccidi e torture nel territorio della Pedemontana pordenonese. Laureato in Medicina con specializzazione in Odontoiatria, divenne tenente della Luftwaffe e della Sicurezza agli inizi degli
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anni ’40. Fu nominato comandante del presidio di Roveredo in Piano dove guidò la repressione antipartigiana tra la fine del 1944 e l’aprile del 1945. In questo periodo si distinse anche con il soprannome di Foghìn per le sue barbarie incendiarie ai danni di abitazioni ed edifici appartenenti ai partigiani ed ai loro sostenitori. Rientrato in Germania al termine della guerra, concluse la sua carriera come primario di Odontoiatria dell’Ospedale
la piazza, sotto il Balèr, sedie, tavoli, bicchieri, masserizie varie, il banco, le camere da letto e tutto quanto si può portar fuori dalla casa, mentre i tedeschi attendono che tutto sia pronto. Quando il trasloco è terminato i soldati spargono paglia un po’ ovunque ed accendono il fuoco. La famiglia, sotto il Balèr, stretta al suo plevan, assiste angosciata ed impotente al rogo: vede ardere, bruciare, andare in fumo la sua abitazione, il suo lavoro, i sacrifici di tanti anni, a causa di un malinteso, di una soffiata errata, della ferocia della guerra, per fortuna che almeno si è riusciti ad avere salva la vita di un’innocente! Nel frattempo Toni, dho de le Grave mentre che ’l sea, vede da lontano le fiamme ed il fumo alzarsi alti nel cielo e si domanda che mai stesse accadendo a Dardago, s’incammina veloce verso il paese, veloce quel tanto che gli permettono la careta e le vacie, ma è presto raggiunto da un ragazzo inviato di corsa da nonno Gigi per informarlo dell’accaduto e per dirgli di non muoversi e non raggiungere il paese, perché può essere
23 novembre 1946. La sposa Rosina Vettor Cariola apre il corteo nuziale accompagnata dal fratello Agostino. Dietro lo sposo Camillo Bastianello Thisa. Sullo sfondo i muri dell’osteria portano ancora i segni dell’incendio.
pericoloso per la sua persona. Così, angosciato, tormentato, come un leone in gabbia osserva da lontano la distruzione di tutto ciò che lui aveva creato negli anni con sacrificio, pazienza e determinazione. Conoscendo il carattere com-
Foghìn di Colonia, prima di ritirarsi in Renania, nel nord del Paese, dove morì nel 2005. Dai primi anni del 2000 è stato sotto inchiesta dalla Procura militare di Padova con l’accusa di «violenza privata contro privati nemici mediante omicidio». L’incriminazione è avvenuta dopo 70 anni dalla fine del conflitto quando fu riconsiderata ed analizzata la documentazione secretata e Donnenburg fu identificato con precisione.
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battivo del nonno, immagino che non si saranno neppure spenti gli ultimi fuochi dell’incendio che già nella mente prendeva forma la ricostruzione, il suo nuovo progetto: l’Albergo Montecavallo. Questo sogno si realizzerà con successo dopo circa dodici anni… Questa è una storia come tante. Ogni famiglia a Dardago e in Italia può raccontare testimonianze anche molto più crudeli, brutali e dolorose di questa. Il mio vuole solo essere il racconto di un tragico fatto accaduto nella mia famiglia, un fatto che viene alla mente ogni volta che guardiamo le foto del matrimonio di mamma, perché lì si può vedere l’osteria bruciata. I ricordi e le narrazioni di queste testimonianze non devono mai spegnersi, perché la mia generazione che ha avuto la fortuna di non aver vissuto, almeno qui in Italia, i momenti tremendi e orribili che la guerra porta inevitabilmente con sé, ha il dovere di farsi portavoce per le generazioni future affinché le guerre continuino a non avvenire. MAI. Parlarne sempre per non dimenticare.
Le elezioni del 24 e 25 febbraio scorso hanno portato al Parlamento una Deputata di origini dardaghesi: Gianna Malisani capolista del Partito Democratico.
una «Dardaghese»
a Montecitorio di Roberto Zambon
NOTE 1. Anche il Senatore Democratico dello Stato del Vermont (USA), Patrick J. Leahy, aveva origini nel nostro Comune. I nonni materni Pietro Zambon Vialmin e Vicenza Burigana emigrarono negli Stati Uniti all’inizio del ’900. (cfr l’Artugna n. 38, anno 1982).
Non è un avvenimento molto frequente; anzi, deve essere la prima volta che ciò accade nel Comune di Budoia.1 Chi è Gianna Malisani? Riportiamo molto succintamente il suo curriculum. È nata a Udine il 7 febbraio 1954. Dopo aver frequentato il Liceo Classico «Stellini», si è laureata in Architettura a Venezia. Lavora alla Soprintendenza per i beni architettonici del Friuli Venezia Giulia ed è Assessore alla Gestione Urbana del Comune di Udine. Per i dardaghesi, Gianna è la figlia di Teresa Parmesan Danùt; i suoi nonni materni erano Paolo Parmesan, figlio di Luigi, e Luigia Bocus Friz, di Giomaria. Quando era piccola, Gianna trascorreva diverse settimane ogni anno a casa della zia Attilia. La storia della sua famiglia è caratterizzata da alcuni momenti molto tristi. Pochi mesi prima della nascita di Gianna, moriva tragicamente ed eroicamente il papà, Tenente Giovanni Malisani. 26
Sulla «Voce del Pastore», il bollettino parrocchiale di Dardago, nel marzo 1954 vennero ricordati questi fatti. Vent’anni dopo, in un incidente stradale nei pressi di Rivolto, persero la vita Luigia Bocus (nonna e madre di Gianna e Teresa) e il fratello Antonio Bocus. Erano diretti a Udine. l’Artugna riportò questo tragico evento nel novembre 1974. In questo numero Luciano Bocus Friz e Giuseppe Zambon Modola ricordano la figura del Tenente Giovanni Malisani, papà della neo Deputata.
...dalla «Voce del Pastore», marzo 1954
La piccola Gianna era spesso ospite della prozia Attilia Bocus, a Dardago, nelle case dei Rosit.
Giovanni Malisani TENENTE DEGLI ALPINI DELLA BRIGATA ALPINA JULIA di Luciano Bocus La Seconda Guerra Mondiale era terminata. Il Ten. Giovanni Malisani Giovanin, ritorna dalla prigionia. Sul suo diario, il 27 luglio 1945, annota: «Finalmente, dopo due anni, rivedo il suolo italiano alle ore 17,05 precise. Al Brennero sono sceso dal treno e ho baciato un pugno di terra. Dopo mezz’ora si riparte alla volta di Verona». Dopo l’esperienza della guerra e della prigionia, Giovanni Malisani di Udine, classe 1921, desiderava lasciare l’Esercito, per dedicarsi al suo lavoro. I suoi superiori lo pregarono insistentemente di riprendere la carriera militare e lui rimase. Aveva tutte le doti di un vero comandante alpino; era un uomo forte, instancabile, esperto di montagna, rocciatore. Era caparbio, autorevole, ma altruista e con un grande cuore come hanno testimoniato molti Alpini dardaghesi che prestarono il servizio di leva nella Compagnia da lui comandata: la famosa 6 a, «La Bella». Nel 1948 conobbe Teresa Parmesan che divenne in seguito sua
moglie. Venivano spesso a Dardago, a casa nostra, dai nonni e zii di Teresa. Io mi affezionai subito, avevo 12 anni e lui mi voleva molto bene. Mi raccontava tutte le sue vicende e avventure passate in guerra e in prigionia e mi insegnava le tecniche per salire in montagna. Per me era come un fratello maggiore. Ottobre 1953. Le nostre forze militari del nord est vennero convogliate verso il confine con la Jugoslavia di Tito: era ancora aperta la «Questione di Trieste» e i rapporti
Il Tenente Giovanni Malisani a Madonna di Campiglio per un corso di specializzazione di roccia (anno 1950).
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Lapide commemorativa a Nimis.
tra i due Stati erano molto tesi. Il Ten. Malisani con la sua Compagnia doveva accamparsi nelle vicinanze di Attimis. Il 29 ottobre, venne allestito l’accampamento nel greto del Malina, un torrente che, a ricordo d’uomo, era sempre asciutto. Improvvisamente il tempo peggiorò e un’abbondante pioggia cadde incessantemente. Alle nove di sera il ten. Malisani e gli altri ufficiali si allontanarono dall’accampamento per una riunione con i comandi superiori. Dopo pochi minuti li raggiunse di corsa una guardia per avvisarli che, all’improvviso, l’accampamento era stato raggiunto dalle acque che scendevano tumultuose nel torrente. Gli alpini erano riusciti a mettersi in salvo con quasi tutta l’attrezzatura. Ma un mezzo militare, con sei alpini a bordo, era rimasto in balia dell’acqua. Gli uomini erano riusciti ad assicurarlo alla riva con una corda di canapa ma c’era il rischio che questa si rompesse. Era necessario intervenire. Senza pensarci due volte, il Ten. Malisani prese una fune d’acciaio, ne assicurò un capo alla riva e se la mise a tracolla: pesava 50-60 kg. Con grande coraggio e forza d’animo scese nell’acqua tumultuosa e, aggrappandosi alla corda di canapa, riuscì a raggiungere gli alpini in pericolo e ad agganciare la fune di
acciaio. Ce l’aveva fatta! Purtroppo, subito dopo, una trave o un masso lo colpì violentemente alle gambe. Il Tenente fu sommerso dalle acque ma, con le poche forze che gli rimanevano, riemerse e alzò un braccio per aggrapparsi alla fune. Uno degli Alpini, il caporale Armando Ranucci, marchigiano, si allungò per soccorrere il suo Tenente: le due mani si strinsero. Fu un attimo. Anche Ranucci cadde in acqua e i due uomini furono travolti dalle rapide. I corpi furono recuperati nel tardo pomeriggio del giorno dopo, un paio di chilometri più a valle. Finiva così, tragicamente, la vita di un grande uomo e di un vero ufficiale degli Alpini. I funerali si svolsero in forma solenne nella caserma di Cividale del
Teresa Parmesan, madre dell’Onorevole Gianna Malisani, con la cugina Fernanda Zambon.
Le origini dardaghesi di Gianna Malisani 1798 GIOMARIA DANUT PARMESAN
MARIA PELLEGRINI
1824 MARIA IANNA
ANGELO PARMESAN
1858
1887
1891
1893
LUIGI PARMESAN
TERESA ZAMBON
1895
1901
1898
1904
1899
1901
113
LUIGIA MARIA
ANGELO
SILVIO
ROMANA
EUGENIO
PASQUALE
PAOLO
LUIGIA
1921 GIOVANNI MALISANI
TERESA
1954 GIANNA
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AUGUSTA
Friuli, dove prestava servizio. Lasciava la moglie Teresa che era in attesa della loro primogenita. Nel febbraio del 1954 nacque Gianna che ricorda, con il nome, il suo eroico papà. Al Ten. Giovanni Malisani vennero conferiti un Encomio solenne militare e la Medaglia d’Oro al Valor Civile della Fondazione Carnegie. Vicino al luogo della tragedia fu eretto un monumento con una lapide che ricorda il sacrificio del Tenente Malisani e del Caporale Ranucci. Molti furono i trofei per gare di sciatori e di rocciatori dedicati alla sua memoria. La figura del Tenente Malisani è ricordata in vari libri sugli Alpini della Julia e anche nel Museo della Brigata nella Caserma Di Prampero a Udine.
1818
1819
GIOMARIA FRIZ BOCUS
ANTONIA MARIN ZAMBON
1841
1838
SANTO
LUIGIA BASTIANELLO
1874
1878
GIOMARIA
AGATA PINAL ZAMBON
1903
1905
1906
1911
1914
ATTILIA
VALENTINO
ADAMO
ANTONIO
GENOVEFFA
Il ricordo di un suo alpino a cura della Redazione
Giuseppe Zambon Modola, classe 1928, è commosso quando ricorda la figura del Ten. Giovanni Malisani. «’l era pì che un pare: al me portava ’n tel palmo de la man. Era più che un padre: mi portava nel palmo della mano». Questo è il primo commento sul suo comandante. Negli anni 1949/50, Bepi faceva il servizio militare nella 6a Compagnia, detta «La Bella», del Battaglione Tolmezzo. «Nella Caserma Del Din, a Tolmezzo, c’erano diversi alpini di Dardago e di Budoia, e il Tenente, che era fidanzato con la Teresina Danut,1 aveva una certa simpatia per noi che eravamo compaesani della morosa. Mi ricordo di Ugo Zambon Curadela, di Mario Bastianello Carnitha, di Ferne Zambon… Era benvoluto, però, da tutti i suoi alpini. Durante le marce, se qualcuno era in difficoltà, lui era capace di prendergli lo zaino per fargli riprendere fiato. Sapeva comandare e farsi obbedire senza ricorrere alle punizioni. Nella Compagnia c’era un tenentino appena arrivato dalla Scuola Militare. Seguiva scrupolosamente tutte le regole e le punizioni fioccavano. Più di qualche volta, Malisani lo consigliava di buttar via il manuale: «Gli alpini devi capirli, bisogna saperli prendere 29
dal verso giusto» gli diceva. Mi ricordo che avevo ricevuto un permesso: non vedevo l’ora di tornare ma non avevo i soldi per il viaggio. Il Tenente mi diede i soldi necessari raccomandandomi di salutargli la «nonna» Agata. Quando giunse il momento del congedo, il Tenente mi consigliava di rimanere: «Bepi resta sotto le armi, qui ti trovi bene; fuori son tempi grami e non si trova lavoro». Ma io non ero tagliato per quella vita e tornai a casa. «’l era, propio, pì che un pare: al me portava ’n tel palmo de la man».
NOTE 1. Teresina Parmesan Danùt, figlia di Paolo e di Luigia Bocus, di Dardago.
Suor Maria Venanzia, una vita per i «suoi» bambini di Alberta e Gabriella Panizzut
Amalia Panizzut nacque il 27 gennaio del 1911 a Budoia, da Marianna Del Maschio e Giovanni, ultima di sette figli: Umberto, Riccardo, Igino (morto a quattro anni), Ines, Igina, Marco e Amalia appunto.
In alto. Suora Maria Venanzia con la piccola Gabriella Panizzut.
M arianna era rimasta incinta dopo un periodo di tre mesi trascorso a Venezia per un intervento ad un occhio; in quella città il marito lavorava come scalpellino e la donna dovette subire i rimproveri della suocera, che vedeva aumentare le bocche da sfamare. Amalia si rivelò subito una bimba di carattere, intelligente, curiosa di conoscere. La maestra delle elementari era Jone Landi Patrizio, di origine senese; frequentò fino alla terza elementare ma il desiderio di sapere la portò a leggere molto, abitudine condivisa con molti famigliari appassionati lettori, chi di poesia, chi del melodramma, tutti delle vite dei santi e di romanzi di avventure. Amalia leggeva e rileggeva Cuore, si commoveva sempre all’episodio Dagli Appennini alle Ande, quando Marco, da Genova, si imbarca alla volta del Sud America (Argentina), e forse la scelta di vita che avrebbe fatto in futuro ha le sue origini in questa storia. 30
Trascorse la sua infanzia serenamente nella sua numerosa famiglia e dimostrò subito un particolare attaccamento alla religione Cattolica, ma i genitori, pur essendo praticanti e religiosi, temettero una ipotetica «vocazione». Quando Igina si sposò e seguì il marito, maresciallo dell’esercito, a Bologna, Amalia venne mandata presso questa nuova famiglia, per aiutare la sorella che aveva una bimba, Aurora, ed aspettava il piccolo Sergio. L’intento era di distrarla e farle vedere una grande città; ma accompagnando i bambini all’asilo dalle suore, la ragazza rafforzò il suo desiderio di appartenere alla Chiesa. Come ultimo tentativo i suoi decisero di mandarla a «servizio» dall’avvocato Vitozzi a Venezia, in Calle dei Avocati, su interessamento della zia Giovanna. La retribuzione era misera, ma i «signori» regalavano anche vestiti dismessi, infatti il fratello Riccardo con una
Sopra. Suor Amalia con Giovanna Panizzut e Ramiro Panizzut. In alto. Da sinistra, in piedi: Giosuè e Amalia (prima di prendere i voti); sedute Maria e Rosina Panizzut.
giacca dell’avvocato ha accompagnato all’altare la figlia Noemi (Alberta). Aveva avuto anche una simpatia particolare, forse un amore adolescenziale, per un ragazzo della famiglia Cardazzo (de Martignol), poi il giovane si trasferì in Toscana e probabilmente anche questa delusione contribuì a rafforzare la vocazione. A questo punto la famiglia non si oppose più e Amalia partì per Parma per far parte delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, un istituto religioso femminile di diritto pontificio fondato a Parma dal sacerdote Agostino Chieppi. Tra le principali attività delle Piccole Figlie ci sono l’assistenza agli orfani e ai bambini abbandonati, l’istruzione e l’educazione cristiana della gioventù, la cura agli infermi e agli anziani. Oltre che in Italia, le suore sono presenti in Cile, Congo, Perù, Svizzera e Turchia. Diventata Suor Maria Venanzia, durante la Seconda Guerra Mondiale fu mandata a Villa Minozzo, un Comune in Provincia di Reggio Emilia che ottenne la Medaglia d’Oro alla Resistenza. Raccontava sempre di un soldato che chiese alle suore la carità di un po’ di farina in uno strano contenitore: un pezzo di stoffa con le frange, l’«assorbente igienico» di allora. Finita la guerra la assegnarono a Potenza, nel Rione Chianchetta. Parlava con i familiari della sua sofferenza per non avere un titolo di studio, infatti doveva svolgere solo mansioni umili, non poteva insegnare ai bambini degli asili. Covava il sogno di andare in missione, ma la mamma si ammalò di un male allora incurabile e che dava molta sofferenza; ebbe il permesso di rimanere lungamente a casa e amorevolmente la accudì fino alla morte. Dopo la perdita dell’amata madre si sentì libera di intraprendere il suo sogno: partire in nave da Genova per andare in Sudamerica come Marco. Per lei la meta era il 31
Cile, sede di missione delle suore Chieppine. Come regalo, dalla famiglia, volle una chitarra, uno spartito di «O’ sole mio» e partì; fu commovente per Alberta sua nipote e il marito Umberto vedere la suorina salire sulla motonave Giuseppe Verdi nel viaggio inaugurale della rotta Genova-Valparaiso con la sua piccola valigia e mescolarsi alla moltitudine di persone. Durante il tragitto si curò di mettere sempre i fiori freschi sull’altare della cappella a bordo della motonave ed ebbe il tempo di confezionarsi un maglione, infatti il viaggio durò 22 giorni. A Santiago trovò una realtà difficile, un disastro morale e fisico soprattutto a carico dei bambini abbandonati o orfani. Si dedicò a loro per molti anni con tutte le sue forze e con l’entusiasmo e l’allegria che non la abbandonarono mai. Insegnava, cuciva, dipingeva sulla stoffa, pregava, rallegrava l’ambiente con il suono della sua chitarra. Perse la vista da un occhio sforzandosi di cucire anche al buio per fornire da vestire ai «suoi» bambini. Avrebbe potuto trascorrere gli ultimi anni della sua vita in Italia, ma qui si sentiva in prigione, la sua felicità era stare in mezzo alle persone che avevano bisogno di lei, in terra di missione, e lì morì, il 19 giugno 1988 forse per disturbi cardiaci, nel sonno. Una suora vicino al suo letto la sentì sussurrare: «Dio mio misericordia». Al funerale parteciparono molti Italiani che in quella terra avevano avuto occasione di conoscere la sua bontà e generosità, arrivarono con due pullman. La sua sepoltura in un primo momento fu in un luogo poco appropriato e i familiari offrirono una cospicua somma di denaro e interessarono l’Ambasciata d’Italia affinché la salma riposasse in un luogo decoroso dove si potesse leggere il suo nome e fermarsi per una preghiera.
STORIE DI FAMIGLIE
dalla mia finestra… di Paola Melocco
La famiglia Melocco sul sagrato. Da sinistra. Bruna, Rina, Linda, sior Piero e Paola.
D alla mia finestra vedo il profilo della montagna: là sono le case di Dardago, un bel paese sotto una famosa montagna, il Piancavallo. Penso che erano altri tempi, che eravamo più giovani e anche più poveri. Non avevamo tutte le comodità che oggi abbiamo. Noi eravamo una bella famiglia. Il nostro papà «Sior Piero Melocco», come lo chiamavano tutti in paese, era venuto da Venezia in un momento veramente brutto, 1944. Era scappato dagli orrori della guerra e si era rifugiato a Dardago, che allora era un piccolo centro ma dava la sensazione di essere un luogo riparato e sicuro. Era un paese dove la gente si conosceva per nome e dove ognuno, a modo suo, collaborava affinché quella fosse una comunità serena ed unita in quei momenti così difficili. A Dardago mio padre Piero ritrovò quella serenità e quella pace che aveva perduto a Venezia, in una Venezia dove lui aveva lavorato per anni e dove aveva conosciuto la mamma mia, Linda Zambon, di Dardago. A Venezia si erano innamorati e sposati ed avevano avuto due figli: Guerrino e Rina. Ma la guerra non ha mai guardato in faccia nessuno e, senza complimenti, ha cominciato a creare problemi un po' a tutti. Mio Padre e la sua famiglia erano in pericolo a Venezia e quindi hanno dovuto cercare un riparo altrove. Fu così che un giorno del 1944 decisero di trasferirsi a Dardago, in casa della nostra nonna materna. Io e mia 32
sorella Bruna venimmo alla luce in questo paese. Per la nostra povera nonna fu una vera «invasione della casa» ma, come ogni famiglia con dei bambini, fu anche per lei una gioia, un modo per sentirsi uniti e per poter godere della presenza dei nipoti e della sua amata figlia Linda. La comunità dardaghese era piccola ma aveva bisogno di tanti piccoli lavori e sostegni. Mio papà «Sior Piero» era sempre lieto di mostrare la sua disponibilità. Lui era un raffinato intagliatore ed un incisore del legno, un artigiano ed un artista di rara abilità e a Dardago egli fece tante cose per la comunità e per la nostra Parrocchia che aveva ben 700 anni. Egli riparò e restaurò i banchi, i confessionali e sistemò e creò altre cose per poterla abbellire. Suor Aidana, che era quella che lo sapeva affrontare con un bel sorriso, gli diceva: «Sior Piero, abbiamo bisogno del suo aiuto per il nostro asilo. »E mio padre rispondeva: «Mi dia qualche minuto per organizzarmi e mi raccomando mi metta da parte un paio di Ave Maria nel mio armadio!» Ridendo la suora si allontanava dicendo: «Beh, il solito pagamento! Chissà che un giorno non le tornino utili!» «Sì, non si sa mai!» concludeva il mio papà. Come passano in fretta certi anni e come volano via anche le persone a noi più care: la mia mamma e lo stesso papà non ci sono più e così la mia nonna e mio fratello Guerrino. Tutti andati. Andati a riposare ai piedi della montagna. Ora siamo rimasti in pochi ma ci vogliamo ancora bene e siamo uniti nel ricordo dei nostri cari. Mi sono ancora vicine le mie sorelle Rina e Bruna. Vorrei ricordare anche lo zio di mio padre, Giovanni Melocco. Era un uomo magro ed allegro. Non si sposò mai e lavorò con il papà per tanti anni. Anche lui era un buon artigiano ed un uomo pieno di buona volontà. Noi gli eravamo affezionati e, anche lui, era una parte importante della nostra bella famiglia. Ora il sole sta calando e dalla mia finestra vedo l'ombra che sta avvolgendo la montagna e con lei anche Dardago e i tanti ricordi ad esso legati. Mi piacerebbe poter dire quanto bene ancora voglio a questo mio Paese, a mio Padre, a mia Madre e a tutti quelli con cui ho condiviso questi ricordi. Mi piacerebbe poter condividere questo amore per la terra che ci ha ospitato e cresciuto e mi piacerebbe dire un semplice «grazie» a tutto il paese perché mi ha riempito il cuore di gioia e di splendidi ricordi. Vorrei anche poter condividere questi sentimenti di amore con i miei figli, come una vera eredità spirituale, e spero che un giorno loro stessi possano essere grati per l'ospitalità e l'amore che abbiamo ricevuto in questa terra.
La Scuola Statale dell’Infanzia di Dardago si è classificata al 2° posto del «Concorso presepi delle scuole del Friuli Venezia Giulia» di Villa Manin di Passariano. La premiazione si è tenuta venerdì, 1 febbraio, all’Auditorium Regionale di Udine. Tale premio è frutto dell’impegno delle insegnanti e dei piccoli alunni che hanno lavorato settimane per progettare e realizzare i presepi. A loro i complimenti e i ringraziamenti della Redazione.
Applausi ai bimbi della Scuola dell’Infanzia
Desiderando inserire quest’iniziativa nell’ambito del Progetto Annuale «Dalla famiglia, alla scuola, alla società» che prevede, come tappa iniziale, la conoscenza del contesto ambientale, i bambini, in varie uscite nel territorio, hanno scoperto le case, i negozi, la chiesa, la piazza, l’ambiente naturale, il bosco e il torrente Artugna. Qui hanno potuto raccogliere i materiali per la preparazione dei lavori di Natale. Per i presepi, sono stati affrontati due percorsi, uno con
le insegnanti di sezione e uno con l’insegnante di religione. Il primo, partendo dal racconto Neveade (Nevicata) di Emanuele Bertossi, ha inserito il presepe nel contesto di un paesaggio innevato dove, in una capanna tra le case del paese, nasce il Bambino. Ogni alunno ha disegnato la propria casa sui sassi: gli stessi, un tempo utilizzati per la costruzione dei tipici edifici di questi paesi. Il percorso sviluppato dall’insegnante di religione è iniziato con la spiegazione 33
Classe dei «medi» accanto al presepio innevato.
’N te la brentela
L’essenziale natività, collocata all’interno del tino (la brentela) in cui veniva pigiata l’uva con i piedi, richiama il lavoro sapiente del vignaiolo. Le spighe che tracciano la scia della Cometa alludono alla vita contadina dei campi. Il tronco – grotta che proviene dai sentieri della pedemontana, ricorda i boscaioli che là si procuravano la legna. I sassi raccolti nel greto dell’Artugna ricordano le vecchie case del paese costruite, con sacrificio, pietra su pietra.
dell’origine francescana del presepe (Greccio, 1223) per poi affrontare il racconto evangelico della nascita di Gesù (Lc 2, 1-24) valorizzando, così, il significato cristiano del Natale. Il presepio, che significa mangiatoia, rappresentando gli aspetti più famigliari ed umani, crea sentimenti di meraviglia, stupore e partecipazione affettuosa. Per la raffigurazione della nascita di Gesù è stato scelto di utilizzare i materiali che richiamano la vita e i simboli del vissuto della nostra gente, riferito a un passato non tanto lontano, ma troppo spesso dimenticato, un tempo, in cui la vita contadina, il contatto con la natura, i lavori artigianali davano grandi significati alle piccole cose della gente comune. Il Figlio di Dio, Gesù, nasce in una famiglia semplice e povera: un papà falegname e una mamma dedita alla cura della casa, che custodivano nel silenzio del cuore un mistero straordinario,
Dio che si fa bambino. L’incanto del presepio rivive con il lavoro delle piccole mani dei bambini che toccando, scoprendo, raccogliendo e incollando i materiali naturali hanno trasmesso ai personaggi e all’ambientazione la loro emozionante fantasia e meraviglia. A CURA DELLE INSEGNANTI
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I materiali utilizzati per rappresentare i personaggi: spezie, bacche, frutta secca, semi, legno.., richiamano l’ambiente naturale con il quale l’uomo sapeva vivere con maggior armonia e rispetto.
L’angolo della poesia Piccole fortezze
Nomi, sorgenti, luoghi di campane, giorni di neve. Piccole storie estinte a cui voltar le spalle nel largo del mondo. Qui il mio sguardo.
Spiriti inchiodati chissà perchè e per come in angoli dormienti. Eppure gemme fiorenti. Sussulto di incupite stagioni a verdeggiare. Diviene monte, diviene paese. Mi è permesso tornare. Valle tenera, terra confinata. Cenni di cristallo, pensieri custoditi, in anime antiche murati, di colpo premono. Sono fontane gorgoglianti e sciolte come le cantilene. Figure improvvise, scaturite, emerse, lasciate aperte alle pagine color seppia del sillabario. Segrete le parole sulle pietre. Aperte al cielo le primule e le viole. Liete le mani, gli occhi, il sorriso nel sussulto del gioco che brilla. Nel conta e riconta del sole e la rosa, di lucciole e regine, di chitarre e contadini. Fanciulle e le trecce disciolte. Leggero è il discendere del tempo all’indietro. È una danza di sagra, di lumi e di vento. Traboccante di canti, di storie e disegni di stelle. E poi tremore al finire del giorno. Non voglio andare a dormire. Intanto chiamavo gli anni «domani». E sapevo di miele. Erano basse le nubi di brina. Dimesso era il sole confinato al pallore dell’inverno, con le sere svelte a venire. Una macchia d’inchiostro sui versi inventati. Il ritmo della voce che legge svogliata, distratta. Col fumo dei camini. (Le braci si consumano nei veli dei mattini). 35
Piccole fortezze, dalla memoria contese, dolcemente violate. Fisso è lo sguardo ai giorni fragili. Ombra con ombra. Pena e abbandono. Temi bambina dal cuore accalorato il buio della notte e il vento. L’ignoto è così gelido! China e taciturna alla tristezza e ai suoni. In disparte giochi e fuggi. Vieni primavera! Vieni che si stemperano i fiati di cristallo. Si disperde indietro il tempo, si adagia una scena diversa. È giorno. È caldo. È quasi sera. Profumo dei gigli sull’orto. Scricchiola il balcone. Luci di tramonto svelano la curva della via. Din. Don. Rito di campane. Tocco e silenzio. Un colpo al cuore. Din, Don. Il cielo doloroso sulla strada polverosa. Din. Don. Ti arride lieve il sospiro appeso a un filo. Din. Don. Il cielo appassionato con la luna ricamata. Valle tenera, giardino oltre la porta. Fu tuo, fu mio quel sollievo che dilata l’anima? Arriva sferragliando la vecchia corriera blu dal muso camuso. Sulla strada polverosa. L’ultima della sera. – Torna gioia! Torna! – LAURA MORO
’N te la vetrina
I Carlon Favre Foto di proprietà di Oscar Carlon Favre.
I novelli sposi Ermenegilda (Gilda) Del Maschio e Vincenzo (Cencio) Carlon Favre.
Cencio e Gilda nel cortile della loro casa.
Le nozze di Adriano e Leda Rasi, alla chiesa dei Frari, a Venezia, il 25 aprile 1949.
Adriano Carlon, uno dei figli di Cencio e Gilda, motorista in aeronautica, accanto all’aereo S79, all’aeroporto Gandurrà di Rodi, nel 1941.
Adriano con i figli Oscar e Andrea, a Milano, nel 1958.
La famiglia nel cortile di casa, negli anni Settanta.
l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari
Lasciano un grande vuoto... Fine anni Cinquanta. Alcuni membri del «Gruppo delle Donne di Azione Cattolica» sul sagrato della Chiesa di Budoia. Prima fila. Da sinistra. Don Alfredo Pasut, ?, Teresina Gislon, signora Tucci, Benvenuta Del Maschio Ariet, … Del Maschio. Seconda fila. Veronica Carlon, Amabile Angelin Carlon, Maria Del Maschio, Luigia Santin. Terza fila. Caterina Carlon Burigana, Caterina Mezzarobba Piai, Gilda Del Maschio, Argelia Vettor Panizzut.
Bruna Zambon
(Proprietà di Milena Burigana, trasmessa da Antonietta Torchetti).
Cara mamma, il tuo ricordo sarà sempre vivo nei nostri cuori. I TUOI FIGLI FLAVIO E MARIA GRAZIA LORENZINI
ANNIVERSARIO
Anni Cinquanta. Giovanni Besa Coda con il pronipote Mario e la sorella Rosa (moglie di Angelo Dedor Soela), nel cortile della sua casa in via Comin a Santa Lucia.
15 dicembre 1938, nel cortile della canonica di Dardago, Rossanda Bocus Frith col thanpedon, le theste e ’l restel assieme a Romano Zambon Pinal, nipote del plevàn, vestito con la divisa da Balilla. (Proprietà degli eredi di Vittoria Santin).
Natale De Marchi
A tre anni dalla scomparsa di Natale De Marchi (Natalino) la moglie, i nipoti e la famiglia lo ricordano con affetto. FAMIGLIA RIGO
s ass oc ioni i iaz
i ion az
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25 anni
Gli orchestrali, il coro e il direttore Roberto De Luca (sulla destra), protagonisti della serata musicale nella Pieve di Santa Maria Maggiore.
del Collis Chorus Venticinque anni! Penso, in tutta sincerità, che sia proprio un bel traguardo per un’associazione e ancor di più per un coro. Il coro è una metafora della nostra esistenza. Come nella vita, nel gruppo è basilare l’«equilibrio»: le voci devono amalgamarsi affinché nessuna prevarichi le altre, le sezioni devono distinguersi affinché siano riconosciute per la loro melodia, che però ha la giusta importanza solamente se rapportata alle altre, i solisti devono ricamare con la loro unicità timbrica la base corale, ma senza quest’ultima non brillerebbero, il direttore deve trasmettere il sentimento ed esigere rispetto. Se un coro emoziona l’ascoltatore vuol dire che ha gli equilibri giusti come del resto dovrebbe esserlo una società che vuol vivere bene. Purtroppo in un mondo solo apparentemente «globale», dove tutti dovrebbero lasciare spazio agli altri, constatiamo che, anche inconsapevolmente, ognuno di noi talvolta si chiude in se stesso sfuggendo al dialogo e alla ricerca di soluzioni condivise. Evidentemente nella vita manca il collante fondamentale che esiste nel coro: la musica, linguaggio universale che insegna a vivere e tollerare. E per questo che dopo cinque lustri di esistenza tutti i protagoni-
di Roberto Cauz
Alcuni dei momenti più significati del concerto. I due attori Valentina De Carlo e Silvio Pasqualetto hanno narrato la storia del coro e presentato i vari brani riproposti durante la serata.
sti che ne hanno fatto parte devono andare fieri del Collis Chorus. «In primis» chi ha voluto e fondato il gruppo, perchè se non ci fosse stato l’amico Fabrizio Fucile non sarei qui a scrivere questo articolo. E poi a seguire, in ordine di importanza, i direttori, i presidenti, i consiglieri, i coristi ed i musicisti che negli anni si sono avvicendati. Non ho fatto un conto preciso, ma ritengo che le persone che hanno fatto parte di questa stupenda avventura, comincino davvero ad essere numerose, soprattutto se rapportate alla piccola comunità di «Santa Lucia» da dove tutto è nato. Se poi, come me, si ha avuto la fortuna di ricoprire nel tempo tutti i vari «ruoli» elencati e dopo aver guardato sempre tenacemente 38
avanti per superare difficoltà e raggiungere traguardi, si è deciso di fermarsi anche per guardare indietro, si scoprono l’orgoglio e le emozioni per ciò che si è dato e ciò che si è ricevuto da questa splendida avventura. Cose che gelosamente custodirò nel cuore e che potrò raccontare agli amici ed ai miei figli esclamando: c’ero anch’io! Voglio quindi ringraziare tutti coloro che in questi anni mi hanno aiutato ed hanno condiviso fatiche e gioie, augurando ad Anita, neo eletta presidente, un buon lavoro ed al Collis lunga vita!
Come in un film di Bruno Fort
Se penso a quello che provo quando canto mi viene in mente un bel film che ho visto anni fa al cinema: Billy Elliott. Anch’io, come il protagonista, in certi momenti, a prove o durante un concerto, «sparisco». È una sensazione di grande benessere, di pienezza, un vero massaggio dell’anima. Se penso alle emozioni che ho vissuto in tutti questi anni non
È stata un’esperienza indimenticabile in cui è emersa ancora una volta la parte goliardica che ha sempre caratterizzato il gruppo tant’è che a distanza di anni nella memoria dei più, di quella gita, è rimasto indelebile quel gioco tra amici. Per non parlare del sogno che coltivo da anni di fare una grossa vincita alla lotteria per far diventare i coristi dei professionisti
posso non ricordare le telefonate che mi faceva Fabrizio in ufficio da Mestre, all’indomani della prova infra-settimanale. Voleva sapere tutto: i presenti, gli assenti, i brani che avevamo eseguito, le eventuali difficoltà ed io cercavo con dovizia di particolari di soddisfare la sua sete di «Collis» perché poi il tutto veniva trascritto in un quaderno speciale. Se penso invece a quella volta che partiti in corriera da Santa Lucia di buon mattino alla volta della capitale per strada abbiamo forato un pneumatico e per ingannare l’attesa, mentre gli autisti riparavano la gomma, abbiamo improvvisato una gara «al fazzoletto» con il foulard di Francesco che aveva al collo.
e girare tutto l’anno a far concerti. Lo so che è un sogno ma anche i sogni aiutano a vivere. Ma anche tornare a casa tardi dopo un concerto e trovare sulla specchiera del corridoio un post-it giallo con una scritta in grande: Grazie per la serata. Bravi! Anche questa è una grande emozione. Il coro nella sua storia ha visto passare tante persone che sono come delle luci: alcune si spengono da sole, altre sono intermittenti, alcune le spegniamo noi, ed altre sono sempre fisse ed illuminano la nostra vita. Questo è il «Collis Chorus».
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il pubblico delle grandi occasioni ha gremito la Pieve di Santa Maria Maggiore di Dardago il giorno 26 dicembre 2012 alle ore 17.00 in occasione dell’anniversario per il 25° anno di attività del «Collis Chorus». Una magia avvolgeva tutti i coristi perché siamo riusciti a trasmettere quel «pathos» che solo l’armonia di voci e la musica sentita riesce a infondere. Abbiamo ripercorso i 25 anni di attività presentando i brani che ci hanno caratterizzato nelle varie fasi del nostro percorso con la presenza di due attori che
in un dialogo molto avvincente hanno raccontato la nostra storia in un susseguirsi di aneddoti e ricordi molto graditi da tutti i presenti. Il momento più toccante è stato quando prima dell’inizio del «Fantasma dell’Opera» ero immobile con lo sguardo fisso verso il pubblico. La sala immersa nel buio, silenziosa e trepidante. In attesa. Poi… la musica, il virtuosismo degli orchestrali, la direzione impeccabile, il coro… L’applauso liberatorio della platea. Qualcosa di unico da vivere. Per pochi istanti. Da portare dentro di sé. Per sempre.
Cronaca Cronaca Lucio Fassiner a Roma
Sono trascorsi 70 anni dai terrificanti fatti accaduti a Cefalonia durante la seconda guerra mondiale, avvenimenti che Lucio Carlon Fassiner, classe 1922, ebbe modo di
Grecia. Lucio non l’ha riconosciuto e non ebbe mai avuto modo di conoscerne il nome. Quest’esperienza romana è stata condivisa anche dal figlio Daniele e dal nipote Rocco, figlio di Tiziana. Ricordiamo che nel 2011 Lucio fu insignito di medaglia d’argento, offerta dal suo Reggimento ai Reduci dell’Acqui, a Pordenone, che si aggiunse a quella d’onore assegnata nella Giornata del Ricordo a tutti i Cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti, nel 1943-45.
I parla de nealtre
raccontare nel suo articolo «Cefalonia: ricordo di un’odissea», pubblicato nel n. 92, aprile 2001 del nostro periodico. «Il dramma della guerra è spaventoso – concludeva così il suo articolo – per tutto ciò che questa comporta: perdita di vite umane, distruzioni, odio ecc., senza raggiungere alcun risultato positivo». A seguito della visita di un generale nella sua abitazione per un’intervista sull’eccidio di Cefalonia del 1943, in questi giorni, Lucio ha evocato con lucidità la sua odissea in qualità di testimone, anche presso il tribunale militare del Celio di Roma. L’obiettivo era identificare uno degli imputati dell’esercito tedesco accusato di carneficina del 317° Reggimento Acqui, stanziato in
Ci ha fatto piacere trovare sul Messaggero Veneto dell’8 gennaio 2013 un bell’articolo sul nostro periodico. L'autore, Sigfrido Cescut, dopo aver ricordato che l’Artugna ha superato il traguardo dei quarant’anni di pubblicazioni, si complimenta con la redazione e si sofferma sulla «missione» del periodico: Si può ben dire che l’Artugna sia la voce della comunità di Dardago, di
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Budoia e di Santa Lucia,... svolge il compito, oltremodo prezioso, di mantenere in contatto con il proprio paese d’origine, tante persone emigrate a Milano, Venezia e in altre località lontane, anche all’estero, dall’Australia alla Svizzera. Segue un dettagliato resoconto degli articoli pubblicati sull’ultimo numero. Un grazie sincero a Sigfrido Cescut per questo «pezzo»… non richiesto.
Festa co’ i Salesiani a Santa Luthìa Gli ex allievi del Don Bosco di Pordenone, promuovono ogni anno varie manifestazioni. Tra queste, il Trofeo Don Bosco è una delle più importanti e significative. Ogni anno, una statuina in bronzo, con una reliquia del Santo, viene consegnato a una parrocchia in cui si svolgono attività ispirate alla vita e all’insegnamento del grande salesiano. Per la tredicesima edizione, il trofeo è stato consegnato a Santa Lucia, in occasione dei cinquant’anni dalla morte del compaesano Mons. Domenico Comin, salesiano vescovo in Equador. La cerimonia si è svolta il 17 febbraio con la Santa Messa presieduta da don Silvio Zanchetta, di-
rettore del Don Bosco e animata dai giovani e ragazzi delle nostre parrocchie e dagli ex allievi salesiani. Dopo il rito sul sagrato c’è stato il lancio di palloncini contenenti messaggi a don Bosco scritti dai bambini del paese.
In tei Prath
Nei primi giorni di marzo, Danilo Bellet di Vallenoncello era andato a tagliare legna, come faceva spesso, in tei Prath, in un bosco di proprietà della moglie Renata Angelin Pelat. Non vedendolo rincasare, nella tarda serata i famigliari si sono allertati. Il figlio Franco ha raggiunto Budoia e, scattate subito le ricerche, con le forze dell’ordine si è messo a cercare il padre. In poco tempo, il corpo di Danilo è stato rinvenuto purtroppo senza vita accanto a una catasta di legna: un infarto l’ha ucciso. Era una persona molto stimata e benvoluta nel quartiere pordenonese. A Renata e al figlio Franco le nostre sentite condoglianze.
Il nuovo presidente è Renato Poletto coadiuvato da due vice: Alessandro Baracchini e Maurizio Carlon. Il segretario è Mario Povoledo. Questi i nomi dei consiglieri: Rosa Pia Bravin, Marina Carlon (cassiere), Oscar Carlon, Luigi Deodato, Gianna Lorenzin, Nadia Modolo, Luigino Morson, Riccardo Poletto, Michele Zambon. Al nuovo consiglio, gli auguri di un proficuo lavoro.
BUDOIA
DARDAGO
SANTA LUCIA
TOTALE
Partito Democratico Sinistra Ecologia a Libertà Centro Democratico
174 20 7
106 10 3
116 6 2
396 36 12
Coalizione Pierluigi Bersani
201
119
124
444
123 64 1 3 3
101 70
33 20
8 1
3
257 154 1 14 4
Coalizione Silvio Berlusconi
194
180
56
430
28,65
Movimento 5 Stelle
181
143
83
407
27,12
80 5 1
38 3
40 1
158 9 1
Coalizione Mario Monti
86
41
41
168
11,19
Fare per fermare il declino
16
5
3
24
1,60
Rivoluzione Civile
12
3
7
22
1,47
2
2
2
6
0,40
692
493
316
1501
7
5
2
14
19
14
8
41
BUDOIA
DARDAGO
SANTA LUCIA
TOTALE
Partito Democratico Sinistra Ecologia a Libertà Centro Democratico
169 21 9
106 5 4
112 7 2
387 33 15
Coalizione Pierluigi Bersani
199
115
121
435
Il Popolo della Libertà Lega Nord Fratelli d'Italia La Destra
118 56 5 4
96 67 9 2
35 14 4
249 137 18 6
Coalizione Silvio Berlusconi
183
174
53
410
29,00
Movimento 5 Stelle
160
125
72
357
25,25
Con Monti per l'Italia
80
39
40
159
11,24
Rivoluzione Civile
14
3
8
25
1,77
Fare per fermare il declino
Scelta Civica UDC Futuro e Libertà
Bianche Nulle
Nóvi consiliérs a la Pro Loco Il 15 febbraio i soci della Pro Loco hanno eletto il nuovo consiglio direttivo per il periodo 2013-2014.
%
Il Popolo della Libertà Lega Nord Grande Sud Fratelli d'Italia La Destra
Voti
Finalmente il Gruppo Ana «Bepi Rosa» di Budoia ha la sua sede. È stata firmata un’apposita convenzione con l’Amministrazione comunale che concede in comodato d’uso agli alpini un’aula al pianoterra dell’ex scuola di Dardago, certamente funzionali alle esigenze del Gruppo. L’inaugurazione della nuova sede avverrà domenica 28 aprile.
Il 24 e il 25 febbraio si sono svolte le elezioni politiche per eleggere i Deputati e i Senatori della XVII legislatura. Nel nostro Comune su 1938 aventi diritto (940 maschi e 998 femmine), si sono recati alle urne 1556 elettori (77,45%). Questo l’esito del loro voto.
CAMERA Lista
Forza Nuova
La ciasa dei Alpins
Son dudhi a votà
29,58
SENATO Lista
%
30,76
14
4
2
20
1,41
Forza Nuova
3
1
2
6
0,42
Movimento Sociale Fiamma
1
1
0
2
0,14
654
462
298
1414
6
4
2
12
21
11
7
39
Voti Bianche Nulle
41
El marciàt a Dardàc
Non avrà il prestigio dell’antico mercato del bestiame che si svolgeva all’ombra del grande Balér ma anche il piccolo mercato settimanale di Dardago comincia a muovere i primi passi e a crescere assieme al più giovane albero della piazza.
Frutta, verdura e pesce (direttamente da Chioggia) sono una bella opportunità che l’Amministrazione comunale ha concesso ai dardaghesi. Una comodità per tutti, ma soprattutto per le persone più anziane impossibilitate a spostarsi in altri mercati o nei centri commerciali, per poter avere a disposizione prodotti freschi e una maggiore varietà di scelta.
Un’angolo della mostra filatelica: «Natale nel Mondo».
Nadhal in tei bói, a Buduoia La filatelia è quella grande realtà che al di sopra di ogni barriera politica, sociale e religiosa, riesce a tenere in contatto fra di loro una moltitudine di persone sparse in ogni continente di questo nostro caro Mondo, aggiornandole continuamente con sempre nuove informazioni. Da questo, l’idea di alcuni volontari di Budoia di portare una nota gioiosa nel Natale 2012, reso meno allegro a causa dell’inagibilità della nostra Chiesa, presentando una vasta e interessante collezione filatelica dal tema: Natale nel Mondo. Una paziente ricerca ha fatto mettere insieme emissioni postali dei regimi comunisti, dal Continente Nero, dal cuore dell’Asia musulmana e tibetana, nonché dagli stati di fede protestante dell’Oceania, per finire con le due Americhe e l’Europa. Questi piccoli quadrettini hanno portato in giro per il mondo la riproduzione delle opere dei grandi Maestri italiani e stranieri, facendoli così conoscere anche a quelle persone che per varie ragioni non possono visitare chiese o musei. Si spera che con l’aiuto dei soliti volontari di poter presentare per il prossimo Natale una nuova interessante tematica il cui titolo potrebbe essere «L’uomo e le ali».
Puntualmente ogni martedì mattina in piazza a Dardago il piccolo mercato anima la comunità (foto di Roberta Zambon Marin).
1942-2012
Sabato 3 novembre 2012, i settantenni del Comune hanno festeggiato il traguardo raggiunto. Dopo la Santa Messa nella chiesa di Dardago, celebrata da don Maurizio, è seguito un momento conviviale tra i molti ricordi di una vita. L’appuntamento è per il… prossimo traguardo.
FORTUNATO RUI
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Il Madho del 2012. Sopra. Il profilo delle persone messo in risalto dalla luce del panevin. (le foto sono di Francesca Romana Zambon).
Auguri dalla Redazione!
Il panevin epifanico di Dardago si svolge, come da tradizione, con notevole partecipazione di pubblico che, osservando la direzione intrapresa dal fumo, ricava gli auspici per l’anno a venire. Si ringraziano gli organizzatori e i collaboratori che ogni anno rendono possibile e rinnovano questo nostro antico rito.
inno alla vita
Panevin doimilaetredese
Il 28 febbraio 2013 è nato Massimo, a Riva del Garda, per la gioia di mamma Tania Busetti e di papà Riccardo Miori. Anche i nonni Jeannie e Arnaldo Busetti Caporal sono estremamente felici assieme allo zio Stefano e prozia Olga.
Ciao e Buona Pasqua a tutti! Sono Maya Zambon Rosit, figlia di Massimiliano e Vera Disarò. Vi presento il mio fratellino Mattia nato lo scorso 5 marzo. Continuerà la tradizione di falegnami di famiglia?
’Sto an, un madho sol
Alla tradizione dei madhi non si rinuncia mai. Nemmeno se, in via eccezionale, la chiesa si riempie di molti fedeli in più rispetto agli anni passati e lo spazio antistante l’altare è occupato per l’esibizione del Collis Chorus in occasione dei 25 anni di attività. Anziché 10 madhi in rappresentanza delle vie del paese, quest’anno si è scelto di addobbarne solo uno grande per tutto il paese. L’appuntamento con le singole personalizzazioni è solamente rimandato al prossimo Natale.
Ciao a tutti, sono Mariarita Del Maschio e vi presento mia figlia Elisa. Abitiamo a Trieste, la bambina si chiama Elisa Furlani ed è nata il 19 ottobre 2012. Io e il papà Roberto siamo molto felici di questa meravigliosa novità. Vi invio la foto, vi ringrazio e vi auguro un bellissimo 2013.
inno alla vita
I 90 anni di nonna Cencia. Domenica 30 dicembre ci siamo stretti attorno alla nonna Cencia per festeggiare i suoi 90 anni di vita. Dopo la Santa Messa per ringraziare il Signore per i doni ricevuti e ricordare le persone care che non ci sono più, la nonna ha spento le novanta candeline e ci siamo dati l’appuntamento per i prossimi compleanni e chissà a Dio piacendo ai 100... Auguri da tutti i tuoi pronipoti Bianca, Nicola e Alessandro.
Agnese Mazzarolo, figlia di Valeria Zambon e di Giuseppe Mazzarolo ha ricevuto il battesimo nella chiesa di Dardago, il 20 gennaio 2013. Madrina e padrino sono gli zii Eleonora Zambon e Marco Bonacin. Congratulazioni a genitori, zii, nonno Danilo e bisnonna Teresina.
Serena Chiesa e Claudio Feller hanno celebrato il loro matrimonio sabato 5 gennaio 2013 nell’innevata Besenello, piccolo borgo di una valle trentina. Eccoli felici dopo la cerimonia in un’immagine scattata tra i filari di vite, l’antico simbolo di unione e di prosperità.
9 febbraio 1963 – 9 febbraio 2013. Raoul Mario Tizianel e Teresina Busetti hanno festeggiato il loro 50° anniversario di matrimonio. Hanno festeggiato una vita insieme attorniati da parenti e amici. Felicitazioni e congratulazioni.
A Gloucester, in Inghilterra, il 14 gennaio 2013, Ermellina Signora e Francesco Lacchin hanno festeggiato il loro sessantesimo anniversario di matrimonio assieme ai figli Rudy e Sonia, alla nuora Vanda e ai nipoti e pronipoti. Congratulazioni!
l’Artugna · Via della Chiesa, 1 33070 Dardago (Pn)
I ne à scrit...
Cari amici della Redazione, eccoci anche quest’anno al consueto appuntamento in cui rinnoviamo la nostra gratitudine e ammirazione per l’amore e l’impegno che investite nel realizzare la bella rivista l’Artugna. Essa riesce a ridurre la distanza fa noi e l’amata Dardago a cui dedichiamo questa poesia: Un luogo è molto più della somma delle sue parti fisiche; è un deposito di ricordi, un archivio di tutto ciò che è successo entro i suoi confini.
direzione.artugna@gmail.com
Grata per qualsiasi indicazione siate in grado di fornirmi, vi saluto caramente e vi auguro un buon lavoro. NADIA MARAVIGNA
Gentile signora Nadia, grazie per gli auguri, che contraccambiamo, e per il cortese e gradito apprezzamento per il nostro lavoro. Cerchiamo di impegnarci sempre di più, perché i lettori continuino ad attendere «con curiosità» l’arrivo de l’Artugna. Abbiamo provveduto a procurare e a spedirle una copia del «Lunare di Santa Lucia».
PIETRO, PIERINA, LEONIDA, ANNA ZAMBON
Carissimi Pietro e sorelle, sempre gentilissimi e generosi. Grazie per la bella dedica.
Dardago, 28 febbraio 2013
Gentile Redazione de l’Artugna, desideriamo porgere i nostri più sentiti ringraziamenti per il servizio, nell’ultimo numero, dedicato alla mostra di pittura di nostro padre Angelo Modolo, in particolare la nostra sentita riconoscenza a Vittorina Carlon per il suo articolo. I FIGLI
25 gennaio 2013
Gentile Redazione, innanzi tutto desidero augurarvi un felice 2013 e ne approfitto per esprimere tutto il mio apprezzamento per la rivista che è sempre così bella e ricca di notizie e notiziole, grazie ad un impegno costante, serio e professionale di tutti coloro che vi lavorano. Non vi nascondo che a metà gennaio incomincio a guardare con curiosità la casella della posta in attesa di ricevere la rivista che sfoglio subito con gioia. Ed è proprio leggendo che ho scoperto l'articolo «un bel lunare» e pertanto vi chiedo, cortesemente, a chi mi posso rivolgere per acquistarne una copia da regalare alla mia mamma che è originaria di Santa Lucia.
CARLA DEL MASCHIO
Cara Carla, siamo noi a ringraziarti per aver fatto conoscere l’Artugna a tante persone.
Auguri vivissimi di Buon Anno a tutta la comunità de l’Artugna.
Kate Morton
Grazie ancora e buon lavoro! Con affetto,
venire su de Fantin per assistere alla mia nascita. Ho fatto leggere l’Artugna ai miei figli, nipoti, sorella e amici. Una bella lode per il vostro lavoro! Per me sarà un bellissimo ricordo! Se tutto andrà bene ci vedremo a Pasqua, a Budoia.
Carissimi, grazie a voi che ci avete dato l’opportunità di parlare di vostro padre. Vi auguriamo di continuare a farlo conoscere oltre i nostri confini.
[...dai conti correnti ]
Fiume Veneto, 21 gennaio 2013
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SILVANA ZAMBON – ROMA
Grazie e Buon Anno. GASTONE BURIGANA – VENEZIA
In memoria del mio caro marito Pasqualino Zambon Canta. PASQUITA MAIORANO – SARONNO
Auguri di buon anno a tutta la redazione che con impegno e sensibilità aiuta a mantener vivo il legame con i luoghi a noi cari. DONATELLA ANGELIN – MILANO
In ricordo dei miei nonni Gino Zambon e Romana Basso e di mio papà Girolamo Zambon. FABIO ZAMBON – BELLEGRA (ROMA)
l’Artugna, sempre letta con grande attenzione e piacere. VERENA ZAMBON – TORINO
Munsingen, 30 gennaio 2013
In ricordo di Ferdinando, Anna, Elisa, Marcella e di Natale De Marchi. RIGO CARLA – BUDOIA
Gentilissima Redazione, tante grazie per l’Artugna. L’aspettavo giorno per giorno e il 21 gennaio era nella mia posta. Ho subito aperto e con grande emozione ho visto la mia lettera pubblicata, poi quella foto del prof. Carlo e anche il mio atto di Battesimo ben documentato. Ho sorriso. vedendo l’ora esatta di nascita e ho pensato al giovane dottore che ha dovuto alzarsi presto e 45
Vi ringrazio per l’Artugna e vi auguro Buon Anno. PIETRO FORT – AIRDRIE (SCOZIA)
Grazie! È sempre una gioia leggere l’Artugna. Un saluto a tutti. LAURA CARLON SACCON – PADOVA
Sono nipote di Leone Busetti Caporal e di Genoveffa Zambon. Scrivete le ricette dardaghesi! Grazie. LAURA TRADATI – MILANO
[ recensione ]
La voce del silenzio
L’amore accanto Antonio Zanchet Studio LT2 Venezia, 2009
«L’amore accanto» è un romanzo affascinante e particolare in cui il lettore si sente coinvolto dalla storia della protagonista. Lo stile diretto, incalzante, elegante e armonioso rende il romanzo avvincente, e, per la fluidità che lo caratterizza, si legge tutto d’un fiato. «La vicenda si svolge a Venezia in
un bellissimo palazzo gotico, affacciato sul Canal Grande, dove abita Dafne, una illustre scrittrice dal carattere imperioso…». È da leggere per scoprirne pian piano tutti i dettagli e i diversi significati. Il lettore non se ne pentirà. Il libro è acquistabile nelle librerie. A Venezia, a «La Toletta Librerie».
CON LA PARROCCHIA A ROMA E DAL PAPA Le nostre tre parrocchie organizzano una GITA A ROMA DAL 27 AL 31 AGOSTO 2013. La gita vedrà il primo giorno la visita di Orvieto con la splendida Cattedrale che conserva il corporale del miracolo di Bolsena. A Roma verranno visitati i principali monumenti della Città Eterna sia quelli religiosi che quelli dell’antichità romana. Avremo modo il mercoledì 28 di partecipare all’udienza col Papa Francesco nell’Aula Paolo VI, ci sarà un’escursione in notturna a piazza Navona e centro. Concluderemo con una escursione a Subiaco famoso centro monastico benedettino immerso in un panorama mozzafiato. Si concluderà la gita visitando la Cappella Sistina dove è stato eletto il Papa e i musei vaticani. LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE È DI 640 EURO SU ALMENO QUARANTA PARTECIPANTI. Il viaggio sarà effettuato su pullman gran turismo. Il prezzo comprende tutti i servizi. Stanza singola 27 euro a notte. Hotel tre stelle vicino a piazza San Pietro, quindi nel centro della Città. Le iscrizioni si raccolgono da subito in parrocchia. Il programma più dettagliato lo si può ritirare in parrocchia. Verranno esposti programmi anche in Chiesa.
bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 127
entrate
Costo per la realizzazione
uscite 3.900,00
Spedizioni e varie
300,00
Entrate dal 09.12.2012 al 09.03.2013
5.146,00
Debito precedente
949,00
Totale
5.146,00 46
5.249,00
È timido, è semplice, è piemontese… Chissà se gli basterà essersi chiamato Francesco per seppellire la pompa della Chiesa e la società dei consumi, entrambe degenerate a livelli insostenibili. Di sicuro uno che al suo primo affaccio dal balcone si mette in ginocchio e riesce a fare tacere per quasi mezzo minuto la folla di Roma può essere capace di qualsiasi impresa. Mezzo minuto di silenzio, cioè di spiritualità, qualcosa di molto più ampio della religiosità. Le parole trasmettono emozioni e pensieri. Il silenzio, sentimenti. Erano anni che lo aspettavamo. Anni orribili di applausi ai funerali e di minuti di silenzio inquinati da coretti da stadio… Questo terrore di entrare in contatto con se stessi, contrabbandato per empatia ed espansività. Questo bisogno di buttare sempre tutto fuori, per paura di sentire che cosa c’è dentro, fra la pancia e la testa. Il cuore. Il gesuita Francesco ha mandato nel mondo il suono dimenticato del silenzio. Per trentadue secondi: in televisione un’eternità… una Roma improvvisamente e miracolosamente afona non gli ha sporcato il primo e fondamentale discorso a bocca chiusa. Ora il suo cammino può cominciare… Massimo Gramellini La Stampa, 14 marzo 2013.
Budoia
Santa Lucia
sagrato 11.00
piazza 9.30
sagrato 9.30
• Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore
–
17.00
–
• Santa Messa Vespertina
–
18.00
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16.00/17.00
9.30 10.00/11.30
– –
– –
– – 20.30/21.30
9.30 10.00/11.30 –
– – –
20.15
–
–
• Benedizione dell’Ulivo, Santa Messa di Passione
LUNEDÌ SANTO • Solenne Adorazione Eucaristica e Santa Messa MARTEDÌ SANTO • Santa Messa • Solenne Adorazione Eucaristica MERCOLEDÌ SANTO • Santa Messa Solenne Adorazione Eucaristica • Solenne Ador. Eucaristica per le tre Comunità e confessioni GIOVEDÌ SANTO Ultima Cena di Gesù, istituzione dell’Eucaristia
• Santa Messa Vespertina, per le tre comunità; rito della lavanda dei piedi; riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro; raccolta salvadanai «Un pane per amor di Dio» e presentazione comunicandi VENERDÌ SANTO Ricordo della morte di Gesù. Digiuno e astinenza
15.00
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• Azione Liturgica, adorazione della Croce, Santa Comunione per le tre comunità
• Via Crucis in chiesa
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17.30
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• Solenne Via Crucis per le tre comunità lungo le vie [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà nella Chiesa di Santa Lucia]
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20.15
20.30
22.00
20.30
11.00
10.00
10.00
–
18.00
–
11.00
10.00
10.00
SABATO SANTO Vigilia di Pasqua, attesa della Risurrezione
• Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione DOMENICA DI PASQUA DI RISURREZIONE • Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina LUNEDÌ DI PASQUA • Santa Messa
CONFESSIONI Lunedi Santo Mercoledì Santo Sabato Santo
– 20.30/21.30 –
– 10.00/11.15 15.00/17.00
Santa Comunione per anziani ed ammalati durante la settimana.
16.15/17.15 _ 18.00/19.00
Settimana Santa
Dardago
Ingresso di Gesù in Gerusalemme
programma religioso
DOMENICA DELLE PALME
la tradizione del gioco delle uova di Flavio Zambon Tarabìn Modola
Per vestire a festa la tavola nel periodo pasquale, ancor oggi, è in uso decorare le uova. Un tempo i santoli – oltre alla fugatha fata in ciasa – regalavano ai figliocci uova sode colorate: rosse ottenute con le bucce di cipolla, verdi con le ortiche, marroni con i fondi del caffè. Non tutte venivano consumate. I ragazzi ne riservavano alcune per il gioco del «tiro all’uovo». Dopo Messa o nel pomeriggio, i giovani con qualche adulto si ritrovavano per la singolare sfida. Posizionate a terra le uova, in base al numero dei partecipanti, a debita distanza e a turno, si lanciava la moneta per cercare di conficcarla nell’uovo. A volte il soldo (quasi sempre fuori corso) veniva da qualcuno affilato per incastrarlo meglio. Quando un giocatore riusciva ad infilarlo, si usava scuotere tre volte l’uovo per assicurarsi che la moneta fosse ben piantata. Solo allora la posta in gioco era vinta. I più abili, i più fortunati potevano vincere molte uova: in un solo giorno ne mangiavano più che in un intero anno. Con un po’ di buona volontà, perché non provare ancor oggi a riprendere questo gioco in famiglia? Sono cambiate solo le monete, dalle «aquilette» della Monarchia alle «lire» della Repubblica, agli «euro» dell’Europa… Ma la tradizione rimane immutata.