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Anno XLI · Aprile 2012 · Numero 125 Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia
di Vittorio Janna Tavàn
[ l’editoriale]
«Un uomo può avere due volte vent’anni – scriveva Vitaliano Brancati – senza averne quaranta». Non so se questo possa valere anche per un giornale ma mi carezza il pensiero che l’Artugna sia, per la nostra comunità, qualcosa di vivo, passionale, dinamico e che incarni in sé la duplicità della sua indole: possedere una lunga storia pur preservando nel tempo la medesima giovinezza. Le sue pagine infatti guardano al futuro senza mai annebbiare il passato, anzi, lo custodiscono come qualcosa di prezioso, come memoria, monito, valore di confronto e di reinterpretazione per la sua evoluzione. L’Artugna compie con questo numero quarant’anni e, per tutta la redazione, per me, e credo anche per voi lettori, rappresenta qualcosa di speciale.
«Vivere» l’Artugna Perdonatemi l’intrusione. Generalmente l’editoriale porta la firma del direttore responsabile; è lo spazio per il suo pensiero, la sua voce, il suo commento ma in questa primavera, come in quella dardaghese di quel lontano 1972 l’aria si riempie dei pollini di una dolce allergia che monsignor Giovanni Perin, fondatore, e Roberto e Vittorina (attuali direttore e capo redattore) hanno lasciato mi contagiasse, allora come oggi, del protagonismo di una riflessione. «A te che l’hai vista nascere, che come un padrino, tanti anni fa, l’hai tenuta ad un laico battesimo – mi hanno detto gli amici in redazione – potresti celebrare per primo questo traguardo». Molto è cambiato da quel tempo, nell’universale come nel particolare, nel mondo, nella società italiana come nelle nostre piccole comunità. Molto è cambiato ed in quasi 4.300 pagine abbiamo cercato di raccontarlo col lento progredire dell’attualità; molti volti non ci sono più a scrivere o a leggere le nostre righe, quelle righe un tempo redatte e consegnate a mano, dattiloscritte su vecchie Olivetti, tramutate in linee di linotype per poi «tirare» quelle bozze che emanavano l’odor acre dell’inchiostro tipografico ma pur sempre profumate al mio olfatto che oggi non trova più egual ebbrezza con le asettiche mail o nei file dei computer. Molto, per non dire tutto, è cambiato. Le stesse modalità di impaginazione e di stampa del giornale hanno inseguito suggestioni diverse (so che si chiamano tecnologie ma preferisco, da vecchio grafico quale sono, inebriarmi di «sapori»): dal «piombo» per la stampa tipografica dei primi
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un sepolcro S ono ormai circa duemila anni che nella notte tra il Sabato Santo e la domenica di Pasqua la Chiesa continua a proclamare questo sconvolgente annuncio: «Gesù di Nazareth uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano dei pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (discorso di Pietro nel giorno della Pentecoste in At. 2,22 – 24). Gesù risorge con il suo corpo glorificato e ci tiene a dimostrarlo in tutte le apparizioni pasquali che egli fa ai suoi apostoli, ai discepoli, alle pie donne che l’avevano seguito. Fa vedere che mangia del cibo con loro, fa loro vedere i segni della Passione rimasti impressi nel suo corpo: i chiodi nelle mani e nei piedi, la cicatrice lasciata dalla lancia di Longino nel suo petto. Naturalmente quello di Gesù è il corpo glorificato libero dalle condizioni spazio-temporali nelle quali ci troviamo ancora noi fino a quando anche il nostro corpo o ciò che rimane di esso risorgerà nell’ultimo giorno e sarà glorificato. Egli appare e scompare in un batter d’occhio, entra in locali a porte sprangate, si fa riconoscere o non riconoscere. L’accoglierlo implica la fede, una fede pasquale. Proprio in vista della risur-
la lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
vuoto, un corpo vivo
Gesù è risorto! rezione della carne (ultimo articolo del Credo), la cultura ebraico – cristiana ha sviluppato lungo i secoli tutta una serie di servizi al cadavere del defunto che volevano proprio indicare l’importanza che si dà da parte di queste religioni al corpo che è chiamato a ricongiungersi con la sua anima tramite lo spirito vitale, nel giorno della risurrezione. Gli ebrei accompagnavano con la preghiera le varie fasi della morte, la preparazione e vestizione del cadavere, lo avvolgevano in un lenzuolo detto il sudario o la sindone coprivano il volto con un velo e poi c’era la sepoltura. Ogni parente o amico lasciava sulla tomba un sasso in ricordo. Anche la tradizione cristiana assume le stesse modalità di celebrazione funebre. La sua consapevolezza della risurrezione è più sicura di quella giudaica in quanto nasce dalla fede pasquale nel Cristo Risorto. La Chiesa, lungo i secoli, ha elaborato tutta una liturgia esequiale che, pur con significativi e importanti cambiamenti rituali, è giunta sostanzialmente fino ai nostri giorni. Sono stati abbandonati dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, drappeggi neri, catafalchi alti con scritte intimidatorie e ornati con immagini di teschi e ossa da morto, spaventosi richiami al giudizio di Dio (il Dies irae con il richiamo alla dies illa tremenda, cioè a quel giorno tremendo del giudizio) per adeguarsi di più al mistero pasquale della morte cristiana, in cui il cristiano insieme con
Gesù Cristo compie il suo esodo da questo mondo per partecipare pienamente alla vita di Dio. Un passaggio che ci impegna ma che deve esser fatto con serenità. La Chiesa ci accompagna pregando, celebrando l’Eucarestia, domandando, insieme con noi, il perdono dei nostri peccati, accompagnandoci con preghiere e benedizioni fino all’ultima dimora, la sepoltura. La Chiesa, seguendo l’antica tradizione, ha sempre ritenuto di proporre ai propri figli che lasciano questo mondo il metodo della sepoltura ritenuto il più adatto ad esprimere la fede nella risurrezione di quei corpi, che nel sonno della morte attendono il risveglio. Proprio per questo motivo si sono diffusi dapprima intorno alle chiese parrocchiali e poi nei pressi di ogni agglomerato abitativo i Cimiteri. Questi luoghi destinati ad accogliere e custodire in tombe modeste o elaborate, in cappelle familiari o gentilizie o sotto un cumulo di terra, traggono il loro nome da un termine greco: «coemeterion» cioè dormitorio, luogo di riposo, luogo dal quale si attende il risveglio. E sappiamo come nella nostra tradizione e sensibilità siano i luoghi che custodiscono le persone che abbiamo conosciuto o amato e come sentiamo una specie di attenzione affettuosa e di desiderio di visitarli, di ricordare, di pregare. Lo sanno in particolar modo coloro che sono partiti giovani da casa ed hanno fatto lunghi anni o forse una vita intera lontano dal paese 3
e, quando ritornano, ormai carichi di anni e di avventure, vanno nel camposanto per rivedere, ricordare ed asciugarsi, per un momento di pace e serenità, gli occhi umidi e cercano di individuare attraverso le fotografie e le iscrizioni quali sono le persone note, per risentire dentro suoni di voci, aneddoti, ricordi. Questa è la nostra tradizione cristiana ed il nostro sentimento alimentato da essa. Oggi si fa avanti la moda della cremazione. A suo favore si portano varie tesi: evitare l’incomodo ad altri di dover provvedere alla custodia della propria tomba, il risparmio economico rispetto alla sepoltura o al loculo, qualche timore recondito verso il disfacimento del corpo o qualche poetica emozione nel pensare alle proprie ceneri galleggianti nella Laguna o immerse tra le «orse» del proprio orto tanto amato e coltivato in vita o deposte su qualche mobile di casa per non poter mai uscire dal ricordo di chi ci ama. Desideri più o meno nobili che però mal si adattano all’insegnamento della Chiesa che, pur avendo tolto la scomunica canonica a coloro che si fanno cremare e a coloro che li inducono a tale decisione, scomunica comminata in tempi passati quando lo scegliere la cremazione era dovuto per lo più ad una prassi legata alla massoneria che negava la dottrina cristiana della risurrezione dei corpi, rimane ancorata nel difendere la prassi della sepoltura cristiana. Ed anche nel caso che uno, a tutti i costi, scelga la cremazione, richiede che almeno le ceneri vengano deposte nel luogo sacro del cimitero. Qualcuno, quasi sicuramente, si domanderà come mai, in occasione della Pasqua, abbia deciso di fare questa riflessione così impegnativa e per qualche verso pesante. Non l’ho certamente fatta per gettare la tristezza o, meno ancora, la polemica, in occasione di una festa così luminosa ed importante per noi cristiani, la massima delle solennità, ma per dare questo annuncio gioioso: Cristo è risorto e con lui siamo chiamati a risorgere per una vita immortale nella gioia con la nostra anima e col nostro corpo rinnovato dalla luce pasquale: quel corpo che abbiamo seminato animale e risorge spirituale, quel corpo che abbiamo seminato morto e risorge vivo, quel corpo fatto di terra e che viene vivificato dallo Spirito, quel corpo debole che risorge potente per mai più morire. Questa è la Parola di Dio su di noi. Buona Pasqua a tutti.
[ la ruota della vita]
NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Marco Bocus Frith di Alberto e Carmen Fasano – Venezia Matilde Donadel di Valentino e Eleonora Serafin – Budoia
M AT R I M O N I Felicitazioni a... Raffaele Serrecchia e Francesca Del Puppo – Polcenigo Nozze d’argento Glenn Wiley e Stefania Gioia – Santa Lucia
L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Laurea Alessandro Paolo Manzi – Laurea in Economia Aziendale e Management – Milano Alice Zardo – Laurea in Lingue e letterature straniere – Venezia
DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…
IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.
Maria Carlon di anni 100 – Parigi (Francia) Angelo Zambon Pinal di anni 93 – Verona Franco Zambon Glir di anni 63 – Udine don Carlo Luigi Puppin di anni 88 – Chirignano (Ve) Paola Rigo di anni 65 – Dardago Maria Raccanelli di anni 75 – Sarone Flora Bonassi di anni 86 – Vittorio Veneto Dionora Busetti di anni 67 – Santa Lucia Sergio Parmesan di anni 73 – Londra Vittorio Vispino di anni 70 – Budoia Bruna Parmesan di anni 84 – Dardago Silvana Tassan di anni 71 – Santa Lucia Anna Maria Mezzarobba di anni 74 – Budoia Attilio Giusto di anni 87 – Santa Lucia Antonio Zambon di anni 75 – Milano Rolanda Burigana di anni 84 – Budoia Gensomina Marcandella di anni 86 – Budoia Olinda Lachin di anni 78 – Santa Lucia Ida Busetti di anni 92 – Roma Maria Soldà di anni 94 – Santa Lucia Regina Angelin di anni 96 – Budoia Luigi Zambon di anni 62 – Dardago Ferruccio Bocus di anni 66 – Dardago Amelia Pia Diana di anni 90 – Budoia Teresa Panizzut di anni 92 – San Giovanni di Polcenigo
LI
Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia
2
«Vivere» l’Artugna di Vittorio Janna Tavàn
3
La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti
4
La ruota della vita
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Una calvia di frumento, un congio di buon vino di Roberto Zambon
· aprile 201 2
anno X
In copertina. Nascosto nella vegetazione dei colli l’obiettivo di Rita Marson coglie furtivo il panorama primaverile di Dardago, con le abitazioni ed il bianco campanile racchiusi nella spinosa cornice di un ramo di more selvatiche e dominati da un cielo affrescato d’azzurro. [foto di Rita Marson]
125 sommario
Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594
12
Su i pai de Ite a fà la varda di Anna Pinàl
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A... Dio, don Carlo! a cura della Redazione
Internet www.artugna.blogspot.com
14
Archeologia del paesaggio di Moreno Baccichet
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Lasciano un grande vuoto...
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Cronaca
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Tasselli per un mosaico di Eleonora Zambelli
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Inno alla vita
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Le nostre origini: ricordi e amore di Orfeo Gislon Bodaman con Eligio Soldà Maur
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I ne à scrit
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Bilancio, auguri
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Programma religioso
e-mail direzione.artugna@gmail.com Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Moreno Baccichet, Vittorio Janna, Massimo Zardo Spedizione Francesca Fort
I soprannomi e la loro importanza di Leontina Busetti 24
Condanna d’affitto di Carlo Zoldan
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Il maso di Range poco oltre il confine di Budoia di Claudio Sottile
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L’angolo della poesia
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’N te la vetrina
Ed inoltre hanno collaborato Daniela Fort, Fabrizio Fucile, Francesca Janna, Rosa Oliva, Espedito Zambon, Carlo Zoldan Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn
Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.
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ed inoltre... Albero genealogico de «I Del Maschio Danelin Mos’cion da Giacomo... alle nuove generazioni (Luca, Silvia...)» Ventisettesimo inserto a cura di Vittorina Carlon
Una calvia di frumento, un congio di buon vino Le antiche misure di Budoia e del pordenonese di Roberto Zambon
Per trovare alcune informazioni ho consultato il bel volume di Carlo Zoldan, La pieve di Dardago tra XIII e XVI secolo – Le pergamene dell’archivio, che l’Artugna ha pubblicato nel 2008. Nei vari documenti (testamenti, contratti...) ho trovato spesso indicazione di pesi e misure utilizzati nei secoli scorsi. Una quarta colma di frumento, una calvia di buon frumento, due libbre di olio, una piantata di 17 coverie, un maso di undici campi, uno staio di frumento, un congio di buon vino, quattro iugeri di terra, un prato di tre sectores, un quartarolo di frumento, un secchio di vino... È veramente difficile comprendere la portata dei contratti descritti se non si conosce la corrispondenza di tali misure con quelle attuali. La curiosità di saperne di più mi ha spinto ad approfondire questo argomento.
Non è molto facile trovare il ragguaglio tra le unità di misura dei secoli passati e quelle del nostro sistema metrico decimale. La difficoltà è aumentata anche dal fatto che nel tardo Medioevo esse avevano un valore diverso da località a località, anche se si chiamavano allo stesso modo. Nel mondo antico le varie misure erano riferite ad elementi del corpo umano o a recipienti di utilizzo quotidiano. Senza andare troppo a ritroso nel tempo, i Romani avevano come unità di misura lineare il piede (utilizzato anche nel modo greco) che corrispondeva a 29,65 dei nostri centimetri. Di questa misura esistevano sottomultipli, palmo, oncia, dito, e multipli, cubito (gomito), passo, pertica, stadio, miglio ecc. Per le misure di capacità, l’anfora era l’equivalente di un recipiente di un piede cubico (circa 26 litri). Il congio era 1/8 di un 6
anfora e conteneva 6 sesteri (dal latino sextarius). Un sestero equivaleva a circa mezzo litro. Durante l’egemonia di Roma, tali misure si diffusero un po’ in tutta Europa e, alla caduta dell’impero, esse diedero origine a numerosissimi sistemi di misura tra loro molto differenti. Nel Medioevo le varie autorità locali, tra le varie prerogative, si riservavano anche quella di stabilire le unità di misura da adottare nei vari territori. Si spiega, in tal modo, come località molto vicine tra loro utilizzassero pesi e misure diverse. In questo contesto, capire a cosa corrispondevano la calvia di frumento o il congio di vino delle pergamene di Dardago non è impresa facile. *** Prima di tutto è necessario individuare quali erano le misure utilizzate nel comune di Budoia. Non ci sono, o non conosciamo, documenti dell’epoca delle
pergamene che trattino delle misure in uso nella nostra zona. Gli unici documenti che ne fanno cenno sono gli Atti Preparatori al Catasto Austriaco – Comune di Budoia (datati 31 luglio 1826, 1 agosto 1826 e 29 ottobre 1827).1 Le informazioni che possiamo avere dagli Atti Preparatori sono importanti perché elencano le misure utilizzate (misure lineari, agrarie, di capacità, ecc) ma non sono sufficienti per poterle ragguagliare alle misure attuali. Una paziente e, fortunatamente, fruttuosa ricerca ha permesso di reperire in due preziosi volumi dell’Ottocento la chiave di lettura per raggiungere lo scopo: trattasi dell’Almanacco per le provincie soggette al Imp. Regio Governo di Venezia per l’anno bisestile 1836 2 e del saggio dal titolo chilometrico Dizionario universale dei Pesi e delle Misure in uso pressi gli Antichi e Moderni con ragguaglio ai Pesi e Misure del Sistema Metrico.3 L’Almanacco che, come dice la parola, veniva preparato ogni anno, riportava tutte le informazioni che riguardavano il territorio e l’amministrazione pubblica della parte veneta del Regno Lombardo Veneto. È un volume di più di 500 pagine diviso in due parti. La prima elenca dettagliatamente la genealogia della regnante casa imperiale d’Austria (Imperatore era Ferdinando I, padre di Francesco Giuseppe), l’elenco completo dei membri dei Dicasteri Aulici (i ministeri dell’Impero), della corte, dei dignitari e del personale del Regno Lombardo Veneto e delle Autorità Venete di ogni ordine e grado. La seconda parte inizia con serie di tavole delle singole provincie divise per distretti, comuni, popolazione, estimo e superficie e l’elenco delle strade principali, dei fiumi e dei canali e dei navigli; seguono informazioni sui servizi postali, sui trasporti, sulle fiere e mercati, l’elenco dei vari professionisti (medici, ingegneri, agronomi, farmacisti...) e, infine, l’elenco delle misure delle varie località.
Il Dizionario è un elenco dettagliato di grandi e piccole località italiane e estere, con l’elenco delle misure utilizzate e il ragguaglio al sistema metrico decimale. Alla data della pubblicazione del Dizionario (1860) il nuovo sistema non era ancora ufficiale poiché venne reso obbligatorio in tutte le provincie del Regno con una legge del 28 luglio 1861. Le date di questi documenti sono di molto posteriori alle pergamene, ma possiamo ritenere che, non essendoci stati grossi sconvolgimenti politici nella nostra zona tra il XIV e il XVIII secolo (con il dominio di Venezia), i dati forniti non differiscano di molto da quelli delle nostre pergamene. Le misure in uso nel territorio di Budoia a inizio ’800 Gli Atti Preparatori al Catasto Austriaco – Comune di Budoia precisano che le misure lineari, agrarie e le misure da vino erano quelle di Sacile mentre le misure per grano erano quelle di Pordenone e del trevigiano. Eccone il dettaglio, come indicato negli Atti. Misure per pesare L’unità di misura è la libbra che si divide in dodici oncie.4 La libbra sottile (per le drogherie) si divide in dodici oncie vale 7/12 della libbra.
Misure lineari L’unità di misura è il passo che vale 5 piedi. Il piede si divide in dodici oncie. Misure agrarie L’unità di misura è la pertica che si divide in 6 piedi. Il piede si divide in dodici oncie. Il campo è composto da 1250 pertiche ed è uguale alla misura grande campo della provincia.5 Non è utilizzata la nuova pertica censuaria metrica.6 Il campo corrisponde a 5,21 nuove pertiche censuarie metriche. Misure per grano L’unità di misura è lo staio che si divide in 4 quarte o in 16 quartarioli (o quartieri) Corrisponde alla misura di Pordenone (17 quartaroli?) Misure per vino L’unità di misura è la botte che si divide in 4 orne; l’orna vale 16 secchi e un secchio si divide in 10 boccali. La botte di Budoia corrisponde a 66 secchi nella misura di Pordenone. Per il mosto, la misura della botte è aumentato di 4 secchi. Misure per fieno L’unità di misura è il carro che vale 2400 libbre. *** Abituati come siamo ad utilizzare il sistema metrico decimale, quanto sopra esposto può sem-
Una cialvèa dardaghese. La cialvèa, così era chiamato il recipiente per misurare i cereali, era comune nelle case dei contadini. La calvia corrispondeva a 1 ottavo dello staio. Questa, di proprietà di Espedito Zambon, è un cilindro di legno con il diametro di 38,5 cm e alta 10,5 cm. La sua capacità, quindi, è di 12,150 litri, 1 ottavo dello staio budoiese.
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brarci molto complesso. Consideriamo poi che i vari distretti e, talvolta, i vari comuni utilizzavano diversi metodi per misurare e per pesare. Solo per restare nel nostro ambito locale, a Sacile le misure avevano un valore diverso da quelle Aviano; quelle di Aviano differivano da quelle di Porcia, ecc. Pordenone, poi, non aveva proprie misure ma utilizzava quelle di Porcia (misure lineari, di peso e da vino) e quelle di Valvasone (misure agrarie). Il comune di Polcenigo aveva una situazione ancora più complessa; utilizzava la libbra grossa come a Treviso e la libbra sottile come a Venezia, lo staio di Porcia e l’orna di Sacile, il braccio da panno di Padova e il braccio da seta di Venezia e, infine, il piede e il campo come a Sacile. Sembrerebbe quasi impossibile che i nostri antenati potessero districarsi in mezzo a questo ginepraio! *** Elaborando queste informazioni con quanto reperibile sui documenti sopra menzionati è stato possibile, anche se non proprio facile, creare le tabelle delle misure utilizzate nella nostra zona con il ragguaglio delle stesse al sistema metrico decimale. Nella tabelle, oltre alle località geograficamente più vicine alla zona di Budoia, sono state inserite anche le città che, per la loro im-
portanza, erano punto di riferimento per i paesi più piccoli. Le misure evidenziate in neretto sono quelle utilizzate come riferimento anche da altre località
MISURE PER GRANO E CEREALI PAESE O CITTÀ
STAIO
Budoia
97,1983
Sacile
93,5077
Polcenigo
101,6600
Misure per grano e cereali
Aviano
97,1983
L’unità di misura per il commercio del grano (e degli altri cereali) era lo staio, usato fin dall’antichità. Deriva, infatti, dal sextarius romano. Lo staio era anche il nome del contenitore cilindrico utilizzato per le misurazioni. In alcune località (Sacile ed altre) era chiamato anche sacco. Generalmente lo staio si divideva in 4 quarte e la quarta in 4 quartieri. Nella zona di Udine lo staio era composto da 6 pezzinali. Erano frequenti, nelle piazze dei mercati, i contenitori dalla capacità di uno staio, in pietra o legno, per poter verificare le quantità delle contrattazioni. I valori della tabella sono espressi in litri. Per trovare la corrispondenza in chilogrammi è necessario moltiplicare il valore per il peso specifico del prodotto. Ad esempio, il peso specifico del grano è 0,77 circa: di conseguenza lo staio usato a Budoia corrispondeva a litri 97,1983 o chilogrammi 74,84 di grano. In alcune regioni, lo staio era anche una misura di superficie, molto variabile da zona a zona, e rappresentava il terreno occorrente per seminare uno staio di grano.
Udine
73,1591
Treviso
86,8120
Venezia
83,3172
Pordenone
97,1983
Azzano
76,5800
Brugnera
101,6600
Porcia
101,6600
Prata
93,5077
San Vito
76,5813
8
Spilimbergo
89,3507
Valvasone
89,3507
Gaiarine
101,6600
Conegliano
93,5077
Motta
93,5077
Padova
289,8347
Misure per vino Per misurare il vino, si usavano modalità molto variegate da località a località; conzo, mastello, orna..., con molti multipli e sottomultipli. A Budoia si utilizzavano botte (litri 848,67), orne, secchi, boccali; a Pordenone conzo e boccali; a Udine conzo, boccali e bozze; a Venezia mastello e secchi: tutti nomi abbastanza conosciuti di contenitori. L’orna è un termine antico per indicare l’attuale tino (brenta) e conzo è il vecchio nome del mastello (dal latino congius) Alla luce della tabella, si può verificare l’affermazione degli Atti Preparatori al Catasto Austriaco: «La botte di Budoia corrisponde a 66 secchi nella misura si Pordenone». Sapendo che il conzo era formato da 60 boccali, possiamo calcolare che il boccale di Pordenone corrispondeva a litri 1,287667 (77,2645 / 60) e il secchio, (10 boccali) erano litri 12,87667. Quindi 66 secchi nella misura di Pordenone equivalevano a litri 849,8602 (66 x 12,87667) pari alla botte nella misura di Sacile. Nonostante la com-
MISURE PER VINO PAESE O CITTÀ
CONZO
MASTELLO
Budoia
212,1675
Sacile
212,1675
Polcenigo
212,1675
Aviano
69,5700
Udine
79,3045
Treviso
77,9800
Venezia
75,1169
Pordenone
77,2645
Azzano
77,2645
Brugnera
84,1200
Porcia
88,7500
Prata
84,1200
San Vito
97,4043
Spilimbergo
150,4365
Valvasone
132,26
Gaiarine
84,1200
Conegliano Motta
40,05879 87,6226
Padova
plessità dei calcoli, quindi, i commerci erano possibili! Misure per pesare La libbra che si divide in dodici oncie è una misura che deriva direttamente dalla libra dell’antica Roma: era anche il nome latino della bilancia. La libra romana equivaleva, secondo le stime degli studiosi, dai 324 ai 328 grammi. La libbra inglese (pound) oggi corrisponde a 453,6 grammi. Nei secoli scorsi, come si vede dalla tabella, si utilizzavano due unità di misura. La libbra grossa e la libbra sottile; quest’ultima utilizzata in drogheria e in farmacia (dove esistevano). Nella maggior parte della zona analizzata, veniva usata la libbra grossa di Treviso (13 località). A Spilimbergo e Valvasone, pur essendo in Friuli, utilizzavano la libbra grossa di Venezia. Relativamente alla libbra sottile, prevaleva l’utilizzo della misura di Venezia, seguita da quella di Padova. La tabella ci permette di notare
ORNA
71,2766
la particolarità di Aviano che utilizzava la libbra grossa di Venezia e la sottile di Padova, mentre nei paesi vicini (Budoia, Polcenigo, Sacile) e nel pordenonese era in
uso la libbra grossa di Treviso e la sottile di Venezia. I valori della tabella sono espressi in chilogrammi.
MISURE PER PESARE PAESE O CITTÀ
LIBBRA GROSSA
LIBBRA SOTTILE
Budoia
0,5167486
0,3012297
Sacile
0,5167486
0,3012297
Polcenigo
0,5167486
0,3012297
Aviano
0,4769987
0,3388834
Udine
0,5962000
0,4200000
Treviso
0,5167486
0,3388834
Venezia
0,4769987
0,3012297
Pordenone
0,5167486
0,3012297
Azzano
0,5167486
0,3012297
Brugnera
0,5167486
0,3012297
Porcia
0,5167486
0,3012297
Prata
0,5167486
0,3012297
San Vito
0,5167486
0,3012297
Spilimbergo
0,4769987
0,3012297
Valvasone
0,4769987
0,3012297
Gaiarine
0,5167486
0,3012297
Conegliano
0,5167486
0,3388834
Motta
0,5167486
0,3388834
Padova
0,4865387
0,3388834
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Misure lineari mercantili
ra più uniformemente diffusa nelle varie regioni della penisola, anche se il valore differiva leggermente da zona a zona. Come si può notare dalla tabella, esisteva il brac-
Il braccio era la misura usata per il commercio di stoffe, panni, ecc. Probabilmente era l’unità di misu-
MISURE LINEARI PAESE O CITTÀ
BRACCIO DA PANNO
BRACCIO DA SETA
Budoia
0,6785994
0,6317756
Sacile
0,6785994
0,6317756
Polcenigo
0,6809806
0,6387213
Aviano
0,6954697
0,6362516
Udine
0,6809806
0,6362516
Treviso
0,6761983
0,6349136
Venezia
0,6833956
0,6387213
Pordenone
0,6954697
0,6362516
Azzano
0,6954697
0,6362516
Brugnera
0,6954697
0,6362516
Porcia
0,6954697
0,6362516
Prata
0,6954697
0,6362516
San Vito
0,6809806
0,6362516
Spilimbergo
0,6809806
0,6362516
Valvasone
0,6809806
0,6362516
Gaiarine
0,6954697
0,6362516
Conegliano
0,6761983
0,6349136
Motta
0,6761983
0,6349136
Padova
0,6809806
0,6375638
MISURE DA FABBRICA E AGRARIE PIEDE LINEARE
PIEDE AGRIMENSORIO
Budoia
0,34049037
0,34049037
Sacile
0,34394763
0,34394763
5323,50
Polcenigo
0,34394763
0,34394763
5323,50
Aviano
0,34773485
0,34773485
4291,43
Udine
0,34049037
0,34049037
5217,02 (1)
PAESE O CITTÀ
CAMPO
5217,02
Treviso
0,40810548
0,40810548
5204,69
Venezia
0,34773485
0,34773485
3022,99
Pordenone
0,34773485
0,34773485
3656,61
Azzano
0,34773485
0,34773485
3656,61
Brugnera
0,34773485
0,34773485
3656,61
Porcia
0,34773485
0,34773485
3656,61
Prata
0,34773485
0,34773485
3656,61
San Vito
0,34773485
0,34049037
3505,83
Spilimbergo
0,34049037
0,34773485
3656,61
Valvasone
0,34049037
0,34773485
3656,61
Gaiarine
0,34773485
0,34773485
3656,61
Conegliano
0,34773485
0,34773485
5441,38
Motta
0,40810548
0,40810548
5204,69
Padova
0,35739415
0,35739415
3861,57
10
cio da panno e il braccio da seta (che a Venezia era chiamato braccio da lana). Il primo era 5 o 6 centimetri più lungo del secondo. Quasi tutte le località qui riportate basavano le loro misure su quelle di Treviso, Venezia e Padova. Sacile, invece, aveva le proprie misure alle quali faceva riferimento Budoia. Aviano, come le località del pordenonese, utilizzava le misure del Cadore. Il braccio si divideva in 4 quarte o 12 once. I valori della tabella sono espressi in metri. Misure da fabbrica e agrarie La misura da fabbrica, detta anche da muro o da falegname, era il piede, derivante dall’antichissimo piede greco e romano. Il piede si divideva in 12 once. La maggior parte delle località oggetto della ricerca, utilizzavano il piede di Venezia e di Udine. Sacile aveva una propria misura, utilizzata anche a Polcenigo. A Budoia si usava la misura di Udine. Il piede corrispondeva, a seconda delle località, dai 34 ai 40 centi-
metri: più lungo del piede dell’antica Roma (cm 29,65) e di quello attualmente usato nei paesi di cultura anglosassone (cm 30,48). I multipli erano il passo (5 piedi) e il miglio (mille passi). In alcune località veniva usata anche la pertica lineare (6 piedi). La pertica lineare di Budoia valeva, quindi, metri 2,04. Ad Aviano, invece, la pertica corrispondeva a 6,5 piedi (m 2,26). In alcune località, il piede utilizzato per le misure agrarie (piede agrimensorio) era diverso dal piede da fabbrica (vedi San Vito, Spilimbergo e Valvasone). La misura di superficie più usata era il campo, il cui valore era equivalente a un determinato numero di passi quadrati. Altra misura era la Tavola che equivaleva, generalmente a 36 piedi quadrati (dai 4 ai 5 metri quadri a seconda delle località) A Sacile, il campo corrispondeva a 1250 tavole. A Pordenone, invece, era di 840 tavole. Il campo di Aviano era formato da 840 pertiche quadrate. Udine aveva 2 tipi di campo: il campo grande (cjamp a la grande), o zuoja grande corrispondente a 1250 tavole pari a mq 5.217,02 - utilizzato nei territori tra Livenza e Tagliamento, anche a Budoia, ad esclusione di Pordenone e di Sacile – e il campo piccolo (cjamp a la pizzule) o zuoja piccola di 840 tavole pari a mq 3.505.83 in uso in quasi tutta l’attuale provincia udinese e anche in alcuni comuni della destra Tagliamento.7 *** Nelle pergamene di Dardago si trova spesso citata una misura non più usata nel XIX secolo: lo iugero. Si tratta di una antica misura di superficie equivalente al terreno che era possibile arare in una giornata di lavoro con una coppia di buoi aggiogati (iugum = giogo). Lo iugero, ai tempi dell’antica Roma, corrispondeva a circa un quarto di ettaro (2.520 mq).
Lo iugero del Medioevo perse il significato di terreno lavorabile in una giornata. Non ci sono molti documenti che ci aiutino a ragguagliarlo al sistema metrico decimale. Secondo alcune fonti, la misura era pari a 288 tavole o pertiche quadrate. Se fosse così, lo iugero delle pergamene equivarebbe a mq 1202. Conclusione
Spesso sono stati trovati refusi o imperfezioni. Pertanto è possibile che anche in questo lavoro ci siano imprecisioni ed è anche probabile che il rinvenimento di altra documentazione possa chiarire alcuni dubbi e rendere possibile una integrazione di quanto esposto. Ringrazio anticipatamente per eventuali segnalazioni di errori od omissioni.
Per la realizzazione delle tabelle è stato necessario consultare diversi documenti, confrontarne i dati, verificarne la correttezza.
NOTE
1. Gli Atti sono stati pubblicati nei due volumi «Budoia e il suo territorio, l’antica toponomastica di Santa Lucia, di Budoia e di Dardago», editi a cura de l’Artugna nel 1997 e nel 2000. 2. Pubblicato presso Francesco Andreola – Tipografo guberniale. 3. Compilato dal Ragionier Giovanni Croci e pubblicato a Milano nel 1860. 4. Come si può notare, i nomi delle misure e, talvolta, anche i rapporti con multipli e sottomultipli sono gli stessi usati nell’antica Roma. Questi termini sono ancora usati (tradotti in inglese) nei paesi di origine anglosassone che non hanno adottato il sistema metrico decimale. L’oncia, presente in vari tipi di unità di misura, è la dodicesima parte dell’unità.
11
5. Si intende la provincia di Udine. Pordenone diventerà provincia solo nel 1968. 6. Il sistema metrico decimale diventerà obbligatorio qualche decennio dopo, ma i Francesi, che avevano occupato queste zone all’inizio del secolo, lo avevano adottato già nel 1801. 7. Le antiche misure friulane di G. Ellero su Agenda Friulana, 1980, Chiandetti Editore. L’autore riporta anche i risultati di uno studio secondo i quali il campo grande e il campo piccolo trovano origine nella centuriazione romana a nord di Concordia. Un centesimo di una centuria corrisponde a mq 5.040 (simile al campo grande). Il campo piccolo, che è pari ai due terzi del grande, forse deriva dall’obbligo che i coloni latini avevano di cedere un terzo delle loro terre ai nuovi invasori, prima ai Goti e poi ai Longobardi.
I pali di Ite, balconata della crosera a Dardago, antica piazzetta del Cristo, sono il posto degli sfaccendati. Il palco di osservazione di tutto ciò che passa per quel crocevia, dhent, ciars, muss, vace, femene col thampedon voit o plen, canais che i duia a scondesse intor la ciasinela, cioè gente, carri, asini, mucche, casalinghe con il portasecchi carico o scarico, ragazzi che giocano a nascondino attorno all’isolato. Quell’allineamento di tronchi, sdraiati e ammassati, come a fare una gradinata sotto le finestre di Ite, sono le scorte per i pali della luce, di cui Tino Ite si serve per l’incarico ricevuto della manutenzione comunale. Ma funzionano anche come posti a sedere di un anfiteatro sul quale gli uomini alla sera si siedono, per scambiare opinioni
sulle previsioni di piogge sperate, e sugli esiti di una guerra che dà poco da sperare. Nelle altre ore i tronchi sono lì per gli oziosi di ogni età, quelli che le preoccupazioni le lasciano agli altri. Alla sera Tino Ite è seduto sui pai come un capo-tribù, assieme ad altri. Dal suo portone spalancato ad una certa ora escono le sue mucche, lente, disciplinate, una dopo l’altra, e vanno ad abbeverarsi nella apposita vasca della crosera (ora non c’è più traccia), alimentata dalla pompa che in quel periodo la buta sempre. Acqua limpida, tenuta pulita con rispetto. Non sono disturbate dall’arrivo di mucche di altri padroni, che, invece vanno a bere nel laip della stalla, che mantiene l’acqua a temperatura ambiente. Bevono sotto lo sguardo della padrona che mostra
Su i pai de Ite a fà la varda di Anna Pinàl
la scuria in man (la frusta) per abbreviare al minimo la libertà della povera bestia, che un giretto all’aperto lo vorrebbe fare e che dopo essersi dissetata tira di lungo con il muso che sfiora l’acqua giocherellando. Le mucche di Tino fuori non trovano l’acqua climatizzata come quella del laip, ma non rischiano l’incolumità digestiva perché nei mesi di luglio e agosto l’acqua è ‘giusta’ e il benessere sotto controllo. Si mostrano belle, spazzolate, pulite, e si muovono con la grazia di chi ha un’alta considerazione di sé e del suo padrone. Tino dal suo osservatorio el fa la varda tranquillo e fiero. A non amarle sono i bambini, perché quando compaiono bloccano i loro frenetici e rumorosi giochi a mela, cioè a nascondino. Alcuni hanno paura che con le grida si imbizzarriscano e perdendo la pacatezza disobbediscano agli ordini di Tino, correndo dietro ai bambini per divertirsi anche loro, come fanno i cani. Cosa impossibile, ma la paura c’è. Così quelle due mucche sono odiate, malgrado non perdano la loro aria placida e rassicurante. Perciò i bambini sono costretti a restare fermi nei loro nascondigli in attesa che scompaiano in fretta
dalla piazzetta, per poi riprendere a sciamare e gridare. Ma loro invece, dissetate, si voltano, abbandonano la vasca, e con aria annoiata invece di imboccare il portone fanno un giro largo e si guardano intorno. I bambini le spiano dalle fessure dietro i portoni e si sentono cercati. Come toreri di una corrida. La maggior parte di quei bambini sono eccessivamente paurosi, perché provengono per sfollamento dalle grandi città abbandonate per i micidiali bombardamenti del 40-45. Non hanno confidenza con animali corpulenti come le mucche che non vorrebbero trovarsi di fronte per non morire di paura. Il padrone è lì sui pai, vigile, ma non lancia richiami mentre le due bestie si avvicinano a un portone che tiene al riparo un carro rincasato carico di erba medica da scargà’. Una ghiottoneria che emana aromi inebrianti e fa avvicinare i bovini, fiutando. I bambini si sentono braccati e già sbranati. Ma Tino non si accorge? Non fa nulla? pensano. È occupato ad ascoltare le notizie del fronte russo e greco dove si trovano tanti giovani dardaghesi, nipoti, figli, figliocci di intere parentele, esposti a rischi estremi con dotazioni insufficienti per affrontarli. Paure e silenzi di anziani, accanto a paure e silenzi di bambini. È uno di quei giorni in cui la crosera, solitamente animata e festosa, è triste e spaventata come in una morsa di presentimenti. Ma poi tutto riprende ordine, le mucche rincasano senza avere assaggiato un filo d’erba né divorato ragazzini terrorizzati, e cala l’imbrunire. Il giorno successivo, gli schiamazzi dei bambini riprendono puntualmente e coprono con la loro allegria i discorsi degli anziani seduti sui pali di Ite, che allegri non sono. La presenza festosa di creature felici contagia sempre, distrae dalla paura e mette in circolo un tipo di vitalità che arriva come un balsamo. I bambini della crosera spandono nell’aria quella loro gioiosa spensieratezza sulla malinconia dei vecchi. Giorno dopo giorno. Tutte
le creature felici lavorano per armonizzare le esistenze. Gli uccelli cantano per rallegrare la cupezza degli alberi che danno loro appoggio e stabilità. Il vento soffia per togliere dalla vista mucchi di residui che sono senza vita. Siamo fatti l’uno per l’altro e ci aiutiamo nei modi più impensati.
saziabili, con percentuali e virgole manovrate dall’avidità. Ha l’occhio sulle grandezze che lo circondano, di cui è abbagliato, ammirato, ospite, abitante. Seduto su quei pali, rilassato, non avrà bisogno di fitness, il benessere promesso dalle palestre con aria a circuito chiuso. Agli altri,
Dove c’è un miglioramento nel mondo è perché molti hanno fatto la loro piccola parte in più, che non si vede. I bambini, ad esempio, ci sostengono più di quanto noi sosteniamo loro. Ci addolciscono, ci recuperano, ci rimettono in piedi. Se qualcosa non li spaventa, ci danno lezioni di fiducia e di umiltà. Sentono che il mondo è pieno di opportunità. Non sono contrariati a dover chiedere aiuti in alto. Più di tutti, il contadino è l’uomo che accetta di dipendere da Dio. Non è risentito e diffidente come l’uomo urbano. Non è fanatizzato dal valore dell’utile monetario, controllato, valutato, pianificato. ‘Se te arleve no te fae formai’. Se fai allattare il vitello non puoi avere il latte per produrre formaggio. Vuol dire o hai l’uno o hai l’altro. Non ha in mente la perfezione maniacale orientata al reddito, con numeri in-
che vivono in metropoli affollate, sembra occupato a sfinirsi per ricavare cibo dalla terra, ma non è così. Nei campi, nel vigneto, nella stalla si dà da fare restando nel piacere, nella partecipazione a ogni forma di vita, secondo regole vissute in un apparente tran tran, che assomiglia a una schiavitù ma è un gioco libero, intelligente, spontaneo. È un uomo di una specie speciale, appagato dalla vastità di paesaggi che ha davanti a sé, in continuo cambiamento, e di contatti umani sempre accoglienti e amichevoli. L’esistenza cristiana è edificata sul prossimo, su esortazioni e testimonianze di rappresentarsi gli altri come se stesso, e di liturgie di fede con misteri provvisoriamente nascosti. Quando si riveleranno sarà splendore e chiarezza inimmaginabile. In una condizione diversa al cento per mille, con tutto regalato.
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L’ insediamento medievale di Longiarezze a Budoia
Archeologia del paesaggio di Moreno Baccichet
Nel teatro di Dardago, sabato 25 febbraio, è stata inaugurata la mostra Archeologia del paesaggio. L’insediamento medievale di Longiarezze a Budoia, curata dal docente universitario Moreno Baccichet e commissionata da Amministrazione comunale, Ecomuseo Lis Aganis e Legambiente. La mostra espone le indagini, iniziate nel 2000, sul ripiano di Longiarezze, per comprendere il valore di un insediamento diffuso, distribuito su di un terrazzo dotato di abbondante suolo coltivabile. Il racconto delle conoscenze e l’idea di ridare spessore temporale ai paesaggi del selvatico sono esposti in ventun tavole, giocate sulla capacità evocativa dei disegni di Eugenio Belgrado e sull’osservazione geografica delle foto e dei disegni di Walter Coletto. Riportiamo in sintesi l’indagine.
Vivere ai piedi dell’altopiano Il territorio dell’antica giurisdizione di Polcenigo aveva la particolarità di svilupparsi su un territorio che aveva una forte verticalità, pur essendo segnato nei settori più bassi dai paesaggi dell’alta pianura e da quelli delle zone umide delle risorgive. L’interpretazione dell’uomo nel formare insediamenti e superfici produttive doveva fare i conti con ambienti che partivano da una quota altimetrica di poco più che trenta metri fino ad arrivare a cime che sfiorano i 2000 metri. Se da un lato l’escursione termica associata al procedere della colonizzazione verso l’alto metteva a dura prova l’adattamento delle pratiche di allevamento e agricoltura, allo stesso tempo la speciale conformazione geomorfologica del territorio costrinse gli abitanti a elaborare diverse forme insediative. Dardago e Budoia si distribuiscono su pianori asciutti, mentre Santa Lucia e San Giovanni sono sparsi al piede dei colli dove sono ricche le sorgenti. Il versante [di Longiarezze] aveva una componente calcarea omogenea, ma aveva anche il vantaggio di essere ben assolato e le precipitazioni piovose 14
erano abbondanti. Quel territorio arido, roccioso e contemporaneamente permeabile poteva essere abitato solo se si fosse stati in grado di conservare l’acqua costruendo serbatoi artificiali. […] Soprattutto d’estate era difficile trovare filoni acquei lungo il versante esposto. Solo in età basso medievale si pervenne a formulare una politica di colonizzazione dei settori più fertili disegnando proprietà e attrezzandole con case e stalle per una popolazione che, risiedendo sui terrazzi del versante, si sarebbe trovata facilitata nell’opera di sfruttamento delle terre alte. Percorsi antichi e nomi moderni Le indagini che l’Università di Ferrara ha condotto sui siti del paleolitico del Cansiglio sembrano ora legare tra loro testimonianze diverse. Le industrie litiche rintracciate nell’altopiano si legano a quelle della pedemontana friulana, dimostrando come già migliaia di anni fa ci fossero dei collegamenti diretti tra le terre alte e quelle della pianura. I cacciatori paleolitici si muovevano lungo sentieri che probabilmente sono stati nel tempo riutiliz-
zati dalle comunità successive, soprattutto durante le fasi di addomesticamento dell’ambiente nel neolitico. Del resto l’interpretazione delle pendenze e dei percorsi che dovevano collegare il pedemonte con le terre alte non lasciava spazio a molte interpretazioni. La Valle dell’Artugna forniva una rapida penetrazione nel territorio montano e garantiva acqua all’accampamento, mentre il sentiero che passava per Salere e Chiavalir era caratterizzato da una costante distribuzione delle pendenze. L’indagine che abbiamo condotto sulla microtoponomastica, invece, dimostra che il nome dei luoghi ha poco a che fare con le età antiche e si caratterizza per la presenza di toponimi per lo più medievali. È probabile che a un sistema di percorsi mantenuti dalle popolazioni che si sono succedute si sia sovrapposta l’opera di rinominare i luoghi condotta dai coloni che nel basso medioevo iniziarono a vivere a Mezzomonte e Longiarezze.
une alle altre, chiamate masi o mansi, e affidate a un capofamiglia, il massaro, che avrebbe corrisposto un livello annuale composto di prodotti agricoli provenienti dalla produzione locale e a volte integrato da una quota in denaro. Non abbiamo documenti antichi a questo proposito, ma i documenti di età veneziana ricostruiscono le pratiche d’uso più antiche e ci permettono di cogliere come, a partire dal XVI secolo, mentre a Mezzomonte le attività agricole erano ancora in piena efficienza, a Longiarezze i masi erano in gran parte ridotti a praterie […] e le case d’abitazione ebbero un uso temporaneo. Le famiglie abitavano a Budoia e a Dardago e, a partire dal XVI secolo si recavano quotidianamente a Longiarezze per coltivare e allevare il loro bestiame. Dal documento al terreno: l’indagine sul campo L’indagine che è seguita alle prime ricognizioni sul territorio ha avuto
I masi di Monte e i signori di Polcenigo I masi posti sul versante di Mezzomonte e Longiarezze sono tutti riconducibili a diritti feudali acquisiti dai signori di Polcenigo in età bassomedievale, cioè nel momento in cui iniziò a costituirsi la signoria locale. I diritti facevano riferimento esplicito a una regia di colonizzazione dei ripiani fertili del versante con un sistema insediativo rado e sparso. Non si costruirono, quindi, dei veri e propri villaggi, ma delle proprietà ampie e unitarie, affiancate le 15
due diverse fasi. Nel 2010 si è concentrata sulla ricostruzione dei paesaggi e sui percorsi, mentre nel 2011 ha cercato di riconoscere lo stretto rapporto che unisce l’insediamento alle fonti idriche. Per fare questo si è programmata un’opera di restituzione sulla cartografia moderna di tutti gli edifici censiti dalla cartografia del Lombardo Veneto. Sono state costruite una carta d’uso del suolo e una carta della microtoponomastica che hanno permesso di confrontare i paesaggi agrari originali con quelli attuali. Successivamente con una serie di esplorazioni abbiamo individuato gli edifici e i recinti pastorali delle Longiarezze cercando di riscoprire, oltre ai segni dei sedimi, anche quelli delle lame d’acqua che rendevano abitabile il luogo. Durante tre escursioni sono stati liberati gli edifici invasi dalla vegetazione selvatica, è stato eseguito un sommario rilievo dei sedimi e una consistente documentazione fotografica. Tutti gli oggetti che si ritenevano fossero stati costruiti per raccogliere l’acqua sono stati rilevati e rappresentati. A quest’operazione di esplorazione si sono avvicendati una trentina di volontari. […] L’addomenticamento dell’ambiente Oggi siamo abituati a leggere la zona di Longiarezze come un luogo ricco di copertura arborea, mentre gli anziani la ricordano come una prateria in alcuni casi alberata. Questo spazio addomesticato per le pratiche agricole fu conquistato
dall’uomo in età antica, forse già nel neolitico producendo una progressiva riduzione del manto arboreo a favore delle praterie artificiali. […] La necessità di aumentare le praterie per pascolare le greggi costrinse gli abitanti a bruciare il versante applicando la tecnica del cercenedo. Gli alberi venivano incisi nella corteccia esportando un settore circolare e venivano fatti morire in piedi. Quando il legname era secco, veniva appiccato il fuoco e le ceneri avrebbero fertilizzato il suolo, allora molto più ricco di copertura terrosa. Gli alberi all’interno delle nuove praterie erano tutti funzionali alla produzione agricola ed erano fortemente selezionati. Il castagno forniva paleria maggiore, ma anche farina di castagne. Carpini e ornielli erano utili per la paleria, noccioli e sorbo fornivano frasca per gli animali, il prunus spinosa veniva usato per le difese passive dei recinti. Le diverse forme dei paesaggi del passato oggi inducono anche nelle forme dell’ambiente selvatico. […] L’azione del nuovo «paesaggio in movimento», secondo dei progressi naturali dovuto all’abbandono delle pratiche agricole, in realtà interpreta ancora l’impronta che l’uomo ha dato a questi territori nella fase di costruzione di un insediamento coerente con l’economia tradizionale. Costruire il suolo In un territorio calcareo e prevalentemente roccioso guadagnare spazi da adibire alla coltivazione era un’impresa di non poco conto. Bisognava non solo liberare il terreno da piante e arbusti ma anche costruire l’ambiente pedologico adatto alla coltivazione. […] Le fasi più difficili della colonizzazione vide i nuovi coloni allargare lo spazio della coltivazione costruendo cumuli di sassi o recinti che garantissero sicurezza ai seminativi. Quest’operazione fu fatta con pochissimi strumenti a disposizione dei contadini. […] Se la terra non era abbastanza spessa, con i cesti di vimini i contadini sarebbero andati a raccoglierne sugli spazi di terre pubbliche
rimpinguando gli spazi coltivati del proprio maso. Nel Catasto Napoleonico del 1808 un terreno posto vicino al sentiero di Val Salere era ancora coltivato con seminativi. Operazioni simili, anche se meno radicali, dovevano essere messe in campo per garantire la pulizia dei prati da sfalcio del maso ancor oggi facilmente riconoscibili dalle numerose «masiere». I recinti I recinti lapidei sono una presenza immanente nel paesaggio delle Longiarezze nonostante l’abbondante copertura arborea li abbia per lo più coperti. Avevano il compito di delimitare le aree produttive più importanti degli antichi masi, ma in altri casi assumono degli aspetti funzionali come nel caso del moltrin legato alla mungitura del gregge. Dall’indagine storica e dai rilievi eseguiti sembra che i principali recinti della località vadano ricondotti alla prima fase di colonizzazione medievale e di generale spietramento dei terreni dei masi. La loro presenza rende evidente il conflitto che s’innescava nel tentati-
vo di separare i terreni interessati dalle pratiche di coltivazione da quelli adibiti a un pascolo estensivo al quale si dedicavano anche i villaggi pedecollinari più antichi. Questi recinti rendevano esplicito il potere dei signori di Polcenigo che avevano riservato per i loro massari l’uso esclusivo dei suoli più ricchi. Possiamo credere che la divisione patrimoniale della nobile famiglia nel 1222 facesse riferimento ai masi di Mezzomonte e Longiarezze quando ricordava i diritti vantati su «omnibus juribus illius poderis in montibus». Trattenere l’acqua Le terre di Longiarezze subirono un lento processo di selezione e miglioramento per essere adattate all’agricoltura, ma senza sufficienti scorte di acqua ogni sforzo delle famiglie dei masi sarebbe stato del tutto inutile. Qui come a Mezzomonte si svilupparono le tecniche di impermeabilizzazione del suolo per realizzare dei piccoli serbatoi a cielo aperto per la raccolta dell’acqua. Le lame erano poco profonde e venivano costruite utilizzando argil-
la, a volte portata a spalle dalla pianura, foglie e sedimenti fini, che venivano costipati per rendere il fondo il più possibile impermeabile. Una volta costruite le lame, bisognava realizzare il sistema dei canaletti che conducevano la poca acqua che corrivava verso la depressione. Le indagini, che abbiamo condotto costruendo un sondaggio su due lame abbandonate, tenderebbe a dimostrare che lo strato «lavorato» superava i venti centimetri e aveva un aspetto e un colore del tutto diverso da quello assunto dai sedimenti dei prati e delle terre coltivate. […] Senza dubbio non si riusciva a garantire una sufficiente qualità del liquido. Non è da escludere che in alcuni periodi dell’anno la comunità fosse costretta a garantire l’acqua, reperendola molto distante, alle sorgenti dell’Artugna. Alcune lame costruite lungo i sentieri fanno pensare che il comune nel suo insieme si preoccupasse di fare la manutenzione ad alcuni depositi di acqua che sarebbero stati utili alle greggi in transito durante le migrazioni dai villaggi ai pascoli alti. Le terre coltivate Gli spazi depressi e pianeggianti furono scelti fin dal primo momento per costruire il patrimonio più prezioso di terre coltivabili con colture di pregio. Questi spazi erano molto piccoli e coltivati per lo più a seminativo. Ancora oggi sono facilmente riconoscibili per il carattere del suolo ricco e sicuro perché qui, per secoli, gli abitanti concentrarono le loro cure nel formare la terra arricchendola con abbondanti concimazioni. Le tecniche di rinnovo del coltivo potevano essere caratterizzate dall’uso di aratri leggeri, che non abbisognavano di animali da tiro e dall’efficiente zappa. La produzione di cereali minori sul versante non era sufficiente alle famiglie dei masi e correva sempre il rischio di essere messa in crisi dalla siccità. Oggi, gli spazi un tempo coltivati sono facilmente riconoscibili perché privi di sassi, molto spesso sono difesi da muri a secco e sono invasi
da popolazioni selvatiche di noccioli, acacie e betulle. Il prevalere dell’economia dell’erba Tra gli elementi che di tanto in tanto emergono nel paesaggio delle Longiarezze ormai selvatiche, ci sono dei precisi cerchi di pietre che solitamente sono posti in luoghi poco inclinati. Questi cerchi non hanno nessun significato misterioso, ma sono le basi che venivano usate per attrezzare, anno dopo anno, i covoni di fieno. In questo senso sono la memoria della seconda fase di colonizzazione del versante, quella moderna che prevedeva usi del suolo estensivi per quello che ormai era diventato un villaggio temporaneo. I campi coltivati divennero prati molto produttivi che venivano falciati d’estate e pascolati da ovini e bovini a primavera e autunno durante le fasi della transumanza da e per pascoli alti. […]
ma non è escluso che fossero usate anche staccionate e che fosse diffuso l’uso di difese vive e morte in prugnolo. Il sentiero che conduceva al monte passando per la Val delle Salere veniva delimitato lungo tutto il suo percorso nel borgo sparso, definendo una dimensione molto larga e irregolare, lasciando anche lo spazio per qualche lama pubblica, in modo da garantire l’abbeverata per gli animali in transito. Longiarezze oltre al principale sentiero di salita all’alpe era raggiunto anche da quello che lo collegava con i masi di Mezzomonte e che si univa alla via proveniente da Budoia. Un altro sentiero sfiorava l’insediamento giungendo dalla Valle dell’Artugna, più o meno all’altezza della chiesa di San Tomè. I due sentieri principali si sarebbero poi uniti nei pressi delle stalle di Chiavalir, ma è pur vero, che al di sopra di Longiarezze le pecore e le capre cominciavano ad abbandonare il sentiero alla ricerca della miglior erba.
Sentieri inclinati Le terre private e coltivate si ponevano all’interno delle praterie pubbliche e per questo i sentieri erano rari e poco utili per la popolazione di Longiarezze che si muoveva liberamente tra i prati. Invece il problema principale per il villaggio era il transito degli animali che provenivano dagli insediamenti pedecollinari di Budoia e Dardago e che nel dirigersi verso i pascoli alti potevano entrare nei recinti e nelle proprietà coltivate. […] Senza dubbio un tempo erano diffuse le recinzioni vive, […] 17
Insediamenti temporanei lungo il versante A monte di Longiarezze all’interno delle proprietà comunali si formò già in età medievale l’insediamento temporaneo di Chiavalir. Si trattava di una stalla privata legata a uno dei masi che si trovavano poco sotto o di un temporaneo tentativo fallito di costruire un ulteriore maso, come era stato per il maso del Figarazzo a Mezzomonte. Le strutture che oggi attrezzano i prati privati di Chiavalir sono in muratura e presentano nelle
per ogni uso, dal ricovero di prodotti o strumenti, agli alloggiamenti per gli animali o a ricoveri temporanei per gli uomini addetti alle pratiche agricole. […] Gli insediamenti temporanei e precari, invece, venivano costruiti con pali, frasche e segala. Ma si trattava di ripari costruiti per boscaioli, carbonai e pastori. Le pietre lavorate
tessiture murarie diverse tradizioni costruttive, dichiarando una sedimentazione delle esperienze di sviluppo dell’insediamento impropriamente chiamato casera. In realtà i manufatti, costruiti lungo il versante montuoso, ce n’erano molti, simili a quello che fino a qualche decennio fa ancora si poteva osservare percorrendo il vicino sentiero del Pissol. Questi ricoveri per i pastori o per chi doveva falciare il fieno nei mesi di maggior soleggiamento erano costruiti con semplici bastoni legati tra loro e ricoperti di paglia, fieno o frasche. La loro funzione era quella di riparare dal sole e dalla rugiada e non erano delle vere abitazioni temporanee perché mancavano del focolare. I siti dove sorgevano questi ricoveri a volte sono ancora riconoscibili perché è ancora evidente il lavoro di sterro e di riporto fatto per creare una superficie pianeggiante. Il ruolo, che assumevano recinti in legno e l’uso di frasche come delimitazioni temporanee o chiusure di mandre e di moltrin, non è più facilmente documentabile. Ipotesi per la ricostruzione degli insediamenti medievali Sappiamo poco di come potessero essere le case costruite durante la prima fase della colonizzazione medievale di Longiarezze. La maggior parte delle strutture erano lignee e con il tempo sono andate perdute, mentre, invece, le basi dalle abita-
zioni più antiche si riconoscono ancora in alcuni recinti lapidei di scarsa altezza. Solo con specifici scavi archeologici riusciremo ad avere più informazione su queste case. Per ora possiamo limitarci a costruire delle ipotesi interpretative. Per cominciare i muri erano a secco, privi di malta, e costruiti con poca attenzione. Erano il frutto di un’operazione di spietramento e non erano più alti dei recinti che difendevano i campi dalle pecore. […] Tutto l’apparato ligneo che proteggeva gli abitanti era costruito con paleria in legno e un manto di copertura in paglia di segala, provenienti dalle coltivazioni locali. Le pendenze della copertura dovevano necessariamente essere molto ripide per garantire il deflusso dell’acqua. Tecniche costruttive in legno Gli edifici in muratura sono evocati dalle loro rovine e l’indagine sul campo ha permesso anche di riconoscere le diverse tecniche costruttive. Per contro alcuni edifici segnalati nei catasti ottocenteschi non sono stati individuati a causa della fragilità dei segni che hanno lasciato dopo l’abbandono. Si tratta degli edifici costruiti in legno che all’interno delle comunità agricole erano molto diffusi. Poco sappiamo delle tecniche costruttive degli stessi e l’ipotesi che abbiamo fatto è frutto di fantasia, ma non va escluso il fatto che ci fossero molti tipi diversi 18
[…] A Longiarezze, solo gli edifici più moderni (XVIII-XIX secolo) presentano opere lapidee elaborate dagli scalpellini e non ci sono, sul ripiano del villaggio, cave di pietra. Le poche opere realizzate dagli scalpellini riguardano stipiti di porte e finestre, per moderni edifici con paramenti in muratura corsata su letto di calce magra. Fanno eccezione alcuni recipienti in pietra scolpiti sulla roccia viva e che servivano per far abbeverare gli animali, vicino all’abitazione. Altre pietre incise artificialmente erano pietre da sale, cioè pietre sulle quali veniva lasciato un po’ di sale per attirare le capre nei pressi della proprietà. […] Nuove tipologie edilizie A partire dal XIV secolo i masi medievali cominciarono ad essere divisi nella proprietà mano a mano che le famiglie originarie aumentavano di numero e frazionavano il loro nucleo. I signori di Polcenigo riscuotevano sempre il loro livello annuale sulla proprietà, ma questa di fatto si frantumava negli usi. Poco alla volta i masi iniziarono a essere insufficienti alla popolazione, che iniziò ad usare Longiarezze come un insediamento temporaneo. A fianco delle antiche costruzioni sorsero nuovi e diversi edifici, facilmente riconoscibili per diffuso uso della muratura legata con malta di calce. […] Le piccole stalle avevano piante geometriche, paramenti murari a piombo e corsati, finestre ricavate con erte di pietra, pietre angolari finemente lavorate sul posto. In queste piccole stallette trovavano riparo gli animali più preziosi e gli uomini, durante il periodo primaverile e autunnale.
Anche se oramai sfruttata e cotta in tutte le salse, l’espressione «La storia è un grande mosaico fatto di innumerevoli tasselli, anche minimi…», continua a mantenere la sua attualità. Ne sono una prova le notizie che in questa rivista vengono periodicamente pubblicate, anche in relazione alle ricostruzioni degli alberi genealogici delle varie famiglie.
Tasselli per un mosaico di Eleonora Zambelli
Riportiamo un esempio di micronotizia relativa ad una famiglia di Budoia: un contratto di ratifica di compravendita, trovato tra gli innumerevoli manoscritti dell’Archivio di Stato di Pordenone da Eleonora Zambelli, che, dopo averlo, trascritto, tradotto e fatto revisionare da Carlo Zoldan, ce l’ha gentilmente passato.
I n data 29 ottobre 1580, il nobi-
viene precisato che il terreno, oggetto di compravendita, era stato acquistato dal venditore già nel 1546, come da documento del notaio Francesco Lupini di Sacile. Il venditore dichiara inoltre di aver ricevuto dal compratore il denaro pattuito per mano del nipote Pompeo. Nell’atto, oltre al prezzo pagato da Domenico Del Maschio per l’acquisto del terreno – 18 ducati
le Ruberto Palazzolo di Vigonovo aveva venduto per 18 ducati, come risulta da manoscritto di Riccardo de Portuneriis di Udine, un appezzamento di terra situato in Campo della Valle, a Domenico del fu Bartolomeo Del Maschio di Budoia; a distanza di alcuni giorni, il 10 novembre 1580, lo stesso Ruberto, sollecitato dal compratore, fa redigere l’atto, nel quale
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da 6 lire e quattro soldi per ducato – sono elencate anche le confinazioni, l’intermediario del pagamento, i notai redattori dei contratti, i testimoni… tutti piccoli tasselli utili soprattutto per la storia locale e in particolare della famiglia Del Maschio. Per questo riportiamo qui di seguito il testo dell’atto e una traduzione essenziale, perché resti a disposizione di chi eventualmente volesse proseguire la ricerca.
Pro Dominico Del Maschio de Budolea cessio sibi facta per dominum Rubertum Palazolum. *** 1580, indictione octava et die Xmo mensis novembris. Actum Sacilli, domi mei infrascripti notarii posit in Burgo Ricco. Ubi cum sit quod dominus Rubertus Palazolus, habitans ville Vicinovi, territorii Sacilli, cessarit et alienaverit Dominico quondam Bartholomei Del Maschio de Budolea, comitatus Pulcinici, unam petiam terre aratorie, plantate et vitigate, posite in loco dicto il Campo de la Valle, regulatus Dardaci similiter comitatus Pulcinici, alias per dominum Rubertum acquisitam de anno 1546, 7 octubris, ut constare dictum fuit manu spectabilis domini Iohannis Francisci Lupini notarii publici Sacilli, cui a mane Bernardinus Bocus, a meridie strata publica, a sero terrenum tentum per Dominicum Mi(…) et a quarto salvis (etc), pretio ducato rum 18 de libris 6 solidorum 4 pro ducato, ut constat chirographo manu spectabilis domini Richardi de
Portuneriis civis Utini et Sancti Danielis, sororii dicti domini Ruberti, diei 29 octubris proxime decursi, a me notario viso et lecto. Nunc vero, ex quo non apparet per publicum instrumentum de tali cessione, ipse dominus Rubertus, sic requisitus a predicto Dominico, rogavit me notarium ut de ipsa cessione hoc publicum instrumentum conficere habeam, confitens habuisse et recepisse ab ipso Dominico predictos ducatos mediante domino Pompeo eius nepote eius nomine, renuntians etc, constituens etc, donec quam etc, promitensque per se etc, ipsi cessionario presenti etc de evitione et legitima defensione et manutentione, in forma iuris de suo dato et facto proprio (…) acquisitum secum citra. Pro quibus omnibus et singulis sic firmiter observandis et plenius attendendis, obligavit omnia bona sua presentia et ventura. Presentibus Sebastiano de Bibano habitante ville Sancti Iohannis Linquentie et magistro Bernardino tinctore habitante Portusnaonis, testibus etc. 20
Sacile, 10 agosto 1580, presso l’abitazione del sottoscritto notaio in Borgoricco. Avendo il nobile Ruberto Palazzolo venduto, per 18 ducati di 6 lire e 4 soldi l’uno, come risulta da manoscritto del notaio Riccardo Portunerio, cittadino di Udine e San Daniele, a Domenico del fu Bartolomeo Del Maschio di Budoia, contea di Polcenigo, un appezzamento di terra con piante e viti, situato in Campo della Valle, regola di Dardago e pure contea di Polcenigo, a sua volta acquistato dal venditore con atto del notaio Francesco Lupini di Sacile, in data 7 ottobre 1546, confinante a mattina con proprietà di Bernardino Bocus, a mezzogiorno con la strada pubblica, a sera con terreno condotto da Domenico (…) [non sono riportati i confinanti a sera e settentrione, n.d.r.]; ora il medesimo Ruberto su richiesta di Domenico Del Maschio, ha pregato me notaio di redigere un documento pubblico, dichiarando di aver ricevuto dal medesimo i ducati predetti per mano del nipote di questi Pompeo, rispettando tutte le condizioni previste, con obbligazione dei propri beni, alla presenza di Sebastiano da Bibano, abitante a San Giovanni di Livenza e Bernardino tintore di Pordenone in qualità di testimoni.
Sottomultiplo Lira da 6 Soldi di Girolamo Priuli (1559-1567), Ø mm 21, argento. Diritto: ·HIR·PRIOL· – ·AVE·G·PL· La Beata Vergine, seduta in trono, tiene il Bambino sulle ginocchia che benedice il Doge, genuflesso ai loro piedi; il Doge regge il vessillo con ambo le mani. Lungo l’asta DVX. All’esergo ·?·R·. Rovescio: · S·MARCVS·VENETVS· Leone di San Marco in soldo.
le nostre origini
ricordi e amore di Orfeo Gislon Bodaman con Eligio Soldà Maur Non potrò mai dimenticare le mie origini, la mia terra; mi fa sentire bene ricordare le immagini che purtroppo piano piano stanno dissolvendosi dalla mia mente, immagini che scompariranno nelle generazioni che verranno. Eligio ed io, due nostalgici innamorati di Santa Lucia, abbiamo voluto imprimere in una mappa il fievole ricordo (fievole, perché alcune cose si sono perse) di come ci riconoscevamo. I Fort, i Besa, i Gislon, i Soldà, i Rizzo erano solo delle scritture all’anagrafe, invece ci riconoscevamo con i soprannomi. La nostra non vuole essere una documentazione scientifica ma una fotografia approssimativa di quello che ricordiamo e, pertanto, perdonateci di alcune inesattezze. Ai nostri figli e ai nostri nipoti vogliamo lasciare queste traspa-
renze perché – magari troppo presi dalle vicende del Grande Fratello o dalle avventure di Star-Treck – potrebbero dimenticare che forse discendono dai Polat o dai Maur o dai Bodaman o dai Burela o Provedon.
Forse alcuni sorrideranno di questa cosa, ma lasciateci credere che ci sarà ancora qualche persona innamorata delle nostre origini e capace di tramandarla ai loro figli e nipoti.
i soprannomi
e la loro importanza di Leontina Busetti I soprannomi sono importanti non solo per motivi storici, ma perché attribuiscono un’ulteriore identità alle persone. Gli antichi Romani chiamavano il nostro soprannome «cognomen», che poi diventava un tutt’uno inscindibile, come per esempio Caio Giulio Cesare, Marco Tullio Cicerone, Marco Furio Camillo. Dove Cesare derivava da un verbo latino che significava «tagliare», e
Cesare nacque dal taglio del ventre della madre (da cui anche taglio cesareo); Cicerone derivava da parola latina «cicer» (cece), in quanto un suo antenato aveva una specie di bitorzolo (cece) sul naso; Camillo, perché faceva il «camillo», cioè il giovane che assisteva alle funzioni sacre, un po’ il nostro chierichetto. Ai nostri tempi, diciamo fino a qualche decennio fa, il soprannome 21
non aveva sempre una durata costante; talvolta non andava oltre un paio di generazioni e poteva sottolineare una caratteristica fisica. Non di rado il soprannome era «pesante», se non offensivo, dato magari da ragazzetti senza pietà e alla fine sopportato con fatalismo. Soprannomi più generici durano tuttora e spesso sono difficili da decifrare dal punto di vista
etimologico, anche perché la nostra gente è stata spesso a contatto con persone «da fuori» e molti si sono allontanati dal paese per motivi ben noti e, ritornando, hanno portato quella che, in questi anni, è definita «cultura», intendendo disinvoltamente qualsiasi forma di informazione, formazione e conoscenza. Ad esempio per il soprannome Nart, che da alcuni membri della famiglia viene scritto con fierezza accanto al proprio cognome Fort, è difficile risalire al significato, si nota solo che sono due parole tronche. Famoso e decisamente simpatico è il soprannome Caraco da un’imprecazione in lingua spagnola del bisnonno degli attuali eredi. Alcuni soprannomi sono facilmente decifrabili (come per esempio Macia, da una macchia sul volto), ma i più sono indecifrabili e, quando si è tentato di spiegarli, il risultato non è stato sempre convincente. Se sentiamo dire Pevere pensiamo al «pepe» in dialetto; ma poi perché questo soprannome? Molte volte non c’è risposta. Altre volte si può pensare a delle onomatopee, ma anche qui si brancola nel buio. Fin qui noi. Ma Fabrizio Fucile, per Santa Lucia, e la Redazione de l’Artugna stanno preparando sull’argomento una ricerca arricchita e documentata in archivi di stato, parrocchie e testi storici, che certamente colmerà un vuoto storico per noi importante.
Mi soi de...
Mappa a cura di Orfeo Gislon Bodaman ed Eligio Soldà Maur
di Carlo Zoldan
Condanna d’affitto UN TIPICO CONTRATTO DI LOCAZIONE DI CASE E TERRENI NEL XVI SECOLO
P erché questo titolo? È presto detto. Leggendo, in un atto notarile del 1591,1 un contratto di locazione stipulato tra un proprietario terriero e un contadino di Vigonovo, si è avuta la sensazione, per tutto il tempo della lettura, di avere a che fare con la sentenza di un processo; mancava solamente l’indicazione del reato commesso: quella sorta di peccato originale con cui nascevano i poveri… Solo doveri per il locatario; se qualcosa gli viene concesso, c’è subito un ulteriore impegno che ne diminuisce i vantaggi, es.: Le legne et canne siano del habitador, ma sia obligato stroppar horto et bruolo… Venti capitoli racchiudono una serie di doveri per il mezzadro e di diritti per il proprietario, che oggi si fatica a comprendere; non è invece difficile immaginare le condizioni in cui si trovavano le famiglie contadine nei secoli passati. Si riportano qui di seguito il testo dell’atto ed alcune annotazioni per ogni singolo punto, ove ne-
cessario per la comprensione e a commento delle condizioni contrattuali. 1591 marzo 5, Sacile 1591, indictione 4°, alli 5 marzo, in Sacile nel scrittorio di me nodaro, per messer Nicolò Magalucio fu fatta locatione a Piero d’Urban quondam Martin da Vi-
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gonovo, ivi presente per cinque anni, quali cominciarano a San Martin di novembre venturo prossimo, del cortivo, case et terre di ragion di esso Megalucio, già tenute per Marco de Toffol et Battista Cescarel […] con gli capitoli notati nella pollicia qui sotto […] fatta di pugno del detto Megalucio, gli qual […] letti et publicati ad intelligentia delle parti […].
1591 Questi sono li capitoli 1. Tutte le terre che solea tenir Marco de Toffol e Battista Cescarelo de Beltrame alla mittà d’ogni cosa e dar la semenza per mittà d’ogni cosa. 2. Le legne et canne siano del habitador, ma sia obligato stroppar horto et bruolo. 3. La segallina2 tutta mia, ma in luogo della sua parte io debba comprarle tanta paia o strame per sternir3 quanto sarà stimata esser la mità di detta segallina spettante al conduttor. 4. Sia obligato coltar ogni anno le vide con ledame de piegora, ma prima sapparle et governarle, come si convien a tutte sue spese et non le coltando, che io le possa far coltar a tutte sue spese. 5. Non possa far foglia per li arbori, ma solo cerpirli quando si cerpisse le vide. 6. Non possa semenar lini né canevo né rave senza licenza. 7. Se le paglie che si sunano4 non bastarano per sternir, se ne debba comprar per mità e l’habitador le vada a pigliar dove sarà a tutte sue spese. 8. Sia obligato darmi la mità del vin over uva a mia elettione, condutto dove mi parerà nella villa, se vorrò l’uva, se veramente vorrò il vin, sia obligato condurmilo a Sacil insieme con tutta la mia parte di biave et altro a tutte sue spese; et volendo io l’uva, l’habbia da follar, travasar e condur a tutte sue spese. 9. Non possa senza mia licenza o presenza semenar, tagliar biave, batterle, partirle, vendemar uva né follarla o partirla. 10. Non possa menar ledami nelli campi per semenarli sopra, se prima non haverà il mio parer et licentia, et facendo altramente io possa far desarar a tutte sue spese. 11. In fin della locatione, la qual habbia da esser per anni et racolti cinque, debba lassar ogni sorte de paia, ledami, così nella corte
come dove ne sarà, canne zarpe et ogni cosa che si cava dalli campi et che si mette in essi campi; né in fin di essa locatione possa pretender meglioramento di coltar, di arar, grappar, condur con carri qual si voglia ledami over robba, né alcuna cosa, eccetto che se l’havesse fatto piante nove quelle solamente li debbano esser pagate secondo la constitution della Patria. 12. Sia obligato governar tutte le piante che hora gli dago, così vecchie come nove, a tutte sue spese, renovando etiam per tutto dove per dette piante mancasse vide o arbori, pur a sue spese, senza che le sia pagato cosa alcuna per meglioramento. 13. Sia obligato pagarmi per le case, cortivo, broilo et horto, galline 2, spalle 2, pollastri 2, caponi 2, ovi 50, tutto a suoi tempi debiti. 14. Sia obligato farmi doi carreri all’anno, de un giorno l’uno. 15. Non possa tenir terre né bestiami d’altri, se non mie o sue proprie. 16. Non possa andar a carrero alcuno, né far zoia con alcuno né per alcun modo né per qual si voglia occasion imprestar li suoi bestiami, che l’haverà havuti da me né altri che da quelli havesse allevati senza mia espressa licentia. 17. Debba pagar tutte le colte
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et angarie et far pioveghi et tutto quello che accade a sue spese, avendo lui anco a galder le rason communali. 18. Li fitti over rate delli campi si debba pagar del grumo (?) et così le Xme a chi aspettano. 19. Sia obligato ogn’anno piantar almeno cento arbori con le sue vide et più se più potrà. Dovendosenele pagar quando non tenesse più dette terre. Sicome è detto nel capitolo XI. 20. Che, mancando ad alcuna delle predette cose, stia a me il mandarlo via, dovendomi però restar obligata ogni sorte de animali, instrumenti rurali, biave de sua parte et vini sarano nei campi et ogni altra cosa dove esso habitador havesse rason sovra, fin che io sia pagato di quanto m’andasse debitore. *** Si tratta dunque di un contratto di mezzadria – come sottolineato anche dal primo capitolo –, perciò tutti i raccolti andranno divisi a metà tra le parti, che provvederanno pure alla semente in ragione della metà ciascuno (cap. 1). Al conduttore rimarranno tutte le canne e la legna, ma egli dovrà provvedere, appunto con siepi di canne e rami, alla recinzione dell’orto e del brolo (cap. 2).
La paglia della segale, più pregiata di quella del grano perché più lunga e perché usata per le coperture, sarà tutta del proprietario, che provvederà ad acquistarne di quella comune insieme a strame per il letto degli animali da stalla, in ragione del valore della metà di quella di segale (cap. 3). È previsto un trattamento speciale per le viti; concimazione con letame di pecora e zappatura; se il conduttore non lo facesse, sarà il locatore a provvedervi, ovviamente a spese del conduttore (cap. 4). Gli alberi potranno essere solo potati, come le viti, e quindi è fatto divieto al conduttore di tagliare rami: per questo i contadini non avevano mai legna per scaldarsi, ma appena appena per cucinare i cibi; così si rifugiavano nelle stalle per stare al caldo (cap.5). Per seminare la canapa o il lino – fatto straordinario, che si rendeva necessario in vista di matrimoni di ragazze – ci vuole il permesso del proprietario; si doveva infatti individuare la porzione di terreno da destinare a caneval, che veniva sottratta alle colture ordinarie (cap. 6). Se il materiale per fare il letto alle vacche non sarà sufficiente, il colono lo dovrà procurare, condurre a destinazione a proprie spese e solo a questo punto il padrone pagherà la sua metà (cap. 7). Gli impegni per il conduttore si facevano più intensi al momento
della vendemmia e della vinificazione: il proprietario poteva scegliere se dividere a metà l’uva oppure il vino; nel primo caso il colono doveva condurre l’uva dove decideva il padrone e lì provvedere alla pigiatura e al travaso del vino; nel secondo caso il conduttore, dopo aver ottenuto il vino doveva, a proprie spese, portare al proprietario la sua metà (cap. 8). I grandi lavori, come la semina, il raccolto dei cereali, la vendemmia si effettuavano sempre alla presenza del proprietario o comunque dopo la sua autorizzazione. Anche la concimazione e l’aratura dovevano essere autorizzate e nel caso in cui il conduttore lo avesse fatto senza il permesso, il padrone poteva far ‘disarare’ il terreno e destinarlo ad altra coltura, sempre a spese del conduttore. (cap. 9-10). Al momento della scadenza del contratto (dopo cinque anni e cinque raccolti), se questo non verrà rinnovato, il conduttore dovrà lasciare ogni cosa al suo posto, senza nulla pretendere se non eventuali nuove piante appena messe a dimora, le quali gli verranno pagate secondo quanto prevedono le leggi della Patria del Friuli in proposito, mentre saranno a sue spese quelle sostituite o aggiunte – almeno un centinaio – nel corso della locazione (cap. 11-12-19). Tra gli oneri aggiuntivi vi sono la consegna di vari capi di pollame, uova, spalle di porco e tra26
sporti col carro a scadenza periodica (cap. 13-14). Il conduttore non potrà tenere nelle stalle animali d’altri né imprestare quelli della colonia; non potrà inoltre eseguire trasporti per terzi. Il conduttore pagherà tutte le tasse previste per la sua parte, mentre i livelli e le decime saranno pagati attingendo alla cassa comune (18). Qualora venisse disattesa anche una sola delle clausole indicate, il proprietario avrà facoltà di allontanare il conduttore, trattenendo in pegno eventuali raccolti, animali, attrezzature, fino all’avvenuto saldo dei debiti (20). Ora, per fortuna, di questi contratti non se ne fanno più e le campagne abbandonate, le vecchie case coloniche in rovina, le stesse ville dei proprietari d’un tempo chiuse e disabitate, stanno a testimoniare la vendetta della storia per i soprusi perpetrati nei confronti di tanti poveri diavoli del passato. Verrebbe da dire: peccato che non siano qui anche loro a vedere! Ma forse è meglio così: sarebbero costretti ad una nuova sofferenza, vedendo in quelle condizioni i luoghi in cui sono vissuti. Il contratto riguarda Vigonovo, ma rispecchia una realtà comune per l’epoca a cui si riferisce; del resto basta guardarsi intorno per vedere ovunque segni delle conseguenze prodotte dalla trasformazione di un sistema che per forza doveva mutare. NOTE 1. ASPN, b.898, f. 6255. c.165r 2. Paglia di segala, usata per la copertura dei tetti delle case e delle stalle. 3. Per fare il letto alle vacche nelle stalle. 4. Che si raccolgono. A pagina 25 e 26 disegni di Eugenio Belgrado.
Veduta odierna dell’edificio (lato sud).
il maso di Range poco oltre il confine di Budoia di Claudio Sottile
L a Repubblica di Venezia ci ha lasciato in eredità una quantità enorme di documenti ora depositati presso l’Archivio di Stato di Venezia riguardanti tutte le tipologie delle attività umane e i territori ad essa soggetti. Fonte inestimabile di notizie per scoprire personaggi, avvenimenti e momenti di vita, altrimenti sconosciuti. Nel fondo archivistico veneziano dell’Aggiunto sopra monasteri sono presenti anche i documenti che riguardano la soppressione del convento di San Giacomo di Polcenigo avvenuta nel 1769, con il relativo incanto dei beni immobili posseduti. Nel 1781 fu redatto un catastico dei beni del convento, con disegni a colori. Nel catastico, contenuto nella busta D-4, troviamo rappresentata in modo dettagliato un’abitazione colonica vicino ad un torrente nell’angolo di un fondo agricolo di discrete dimensioni, il cui cortile è circondato da mura con un cancello verso i campi e un portico verso la strada pubblica presente sul retro.
Guardando il disegno, eseguito in modo molto dettagliato, possiamo notare che l’edificio ha una sua dignità di palazzotto con archi e portale da villa. Possiamo notare anche una costruzione a destra dell’ingresso che può assomigliare ad un capitello o a una piccola cappella. Di modeste dimensioni, la costruzione non compare mai né sul Catasto Napoleonico né sul Catasto Austriaco-Napoleonico della prima metà dell’Ottocento, segno che, se presente, non era soggetta a tassazione, quindi poteva essere benissimo una costruzione a carattere sacro, anche se a memoria d’uomo nella stessa posizione perimetrata anche ai nostri giorni esisteva una costruzione usata come fienile e deposito attrezzi (ma è comune che gli edifici nel tempo cambino aspetto e destinazione d’uso). All’incanto dei beni del convento partecipò anche la famiglia Rossi di Polcenigo, che acquistò terreni ed immobili già di San Giacomo, frutto di lasciti e donazioni dei devoti pol27
cenighesi. I Rossi erano un ramo di una facoltosa famiglia di commercianti e bottegai, originaria di Ceneda, dove esiste ancor oggi un loro palazzo nell’attuale piazza Giovanni Paolo I di fronte alla cattedrale. Presenti a Polcenigo già nel Seicento, erano nominati spesso nei registri parrocchiali del Settecento, quando i Camerari (amministratori) delle varie chiese parrocchiali degli odierni Comuni di Polcenigo e di Budoia si recavano presso la bottega Rossi di Polcenigo per acquistare principalmente olio de lin e cera. Erano proprietari di diversi terreni ed immobili nel centro di Polcenigo. La loro abitazione sulla riva del Gorgazzo, intestata a Rossi Antonio e Andrea quondam Francesco, nella prima metà dell’Ottocento era il palazzetto nobiliare nell’attuale vicolo Municipio Vecchio al civico n° 12 e la bottega con annessa abitazione, gestita direttamente, ai civici 2 e 4 dello stesso vicolo, sulla cui facciata verso la piazza spicca oggi il civico orologio.
Veduta odierna dell’edificio (lato nord).
Altre case con bottega non gestite direttamente e intestate a Rossi Antonio e Andrea erano gli immobili identificabili oggi in piazza con casa Riet e casa Tomasi nell’odierna via Gorgazzo, allora Strada Comunale detta Slas. Di proprietà Rossi Antonio e Andrea quondam Francesco figura anche il mappale 152 identificata come di là dal rugo con casa e corte da massaro (ovvero da affittuale) che corrisponde alla costruzione così ben rappresentata sul nostro catastico. Nell’archivio parrocchiale di Polcenigo è conservato un carteggio denominato Mansioneria Rossi, che documenta una cessione da parte della famiglia Rossi alla parrocchia di numerosi beni di loro proprietà. Il 24 novembre 1849 in Polcenigo veniva istituito coll’atto di cessione per parte di Rossi Francesco fu Andrea e di accettazione per parte della Fabbriceria della Parrocchiale Chiesa di San Giacomo di Polcenigo rappresentata dall’arciprete don Carlo Blasoni, Biscontini don Mattio e Quaglia don Pietro la Mansioneria del S.S. Crocifisso e dei S.S. Francesco e Antonio amministrati dalla Fabbriceria di Polcenigo. Dopo questa cessione la chiesa di San Giacomo aumentò i propri introiti con censi, livelli, interessi di capitali e affitti di alcuni terreni situati a San Giovanni, qui sotto riportati con tanto di numero di mappale, luogo e tipo di coltura (1198 Musil prato in
piano; 4254 San Zorzi arativo; 4270 San Zorzi arativo; 4422 Baianin arativo; 4520 Baianin arativo; 4521 Baianin arativo; 4543 Meler arativo; 40 Dozza arativo; 5240 Musil prato in piano). I Rossi si estinsero a Polcenigo il 14 aprile 1866, quando a 88 anni morì Francesco Rossi fu Andrea, sepolto dopo un solenne rito funebre presso il vecchio cimitero di Polcenigo, già dei frati del convento, vicino la chiesa di San Giacomo. Torniamo alla nostra casa a nord di Range. La costruzione in oggetto rispettava le caratteristiche principali del tempo, dove gli elementi fondamentali dell’azienda contadina erano la casa (e altri edifici minori come casali, casette, casere, casoni e casotti), il cortivo e la stalla. Questa pluralità corrispondeva alle esigenze funzionali della famiglia contadina, che andavano dal ricovero per uomini, per animali e per attrezzi, al magazzino per il deposito dei raccolti, oltre che il luogo per una loro prima lavorazione. Nel ‘600 la quasi totalità degli edifici risulta costruita in muratura e rari sono ormai i casi in cui la costruzione è in muro e paglia o canne e paglia. Quanto al tipo di copertura, vediamo man mano prevalere il numero delle case coperte di coppi su quelle coperte di paglia o parte in coppi e parte in paglia, fenomeno che indica un progressivo miglioramento delle abitazioni. 28
Una funzione importante e integrante rispetto ai cortili e alle case era svolta dalle stalle per il ricovero degli animali con sopra i fienili. Altri locali o edifici complementari sono la caneva (cantina), il pozzo e il forno. Talvolta sono presenti anche i portici; non si tratta solo del frutto di scelte ornamentali, perché qui trovano ricovero gli attrezzi, a volte vi si completava l’essiccazione dei cereali al riparo della pioggia e si svolgeva una parte della vita sociale della famiglia. Accanto alla casa dovevano inoltre esistere gli stavoli per i porci, i pollai e i ricoveri per i piccoli animali da cortile. Infine, al di là degli edifici ed oltre i cortili, facevano di contorno alle abitazioni i broli e gli orti. Nel libro «Cento e dieci ricordi che formano il buon fattor di villa» di Giacomo Agostinetti, stampato in prima edizione a Venezia nel 1679, così si scrive al riguardo: Circa l’abitazione colonica: è bene che il cortile e la casa colonica del contadino siano a una certa di-
Disegno del Catastico del 1781.
Particolare del Catasto Napoleonico-Austriaco (1830 ca.).
stanza da quella del padrone perché s’è vicinali patroni sentono sempre quelli strepiti di polami, porci et altri rumori rusticani, perché le donne delli contadini si dilettano tener ogni sorta di polami, che di continuo fanno danni grandissimi nelli orti bruoli, giardini;[…] secondo perché quando si tibiano li formenti et altre sorte di grani, il polvere non dannifichi l’habitatione del padrone;[…] terzo per non havere sempre quelli rumori rusticani delli contadini, loro donne, figlioli e famigli, che in una maniera o nell’altra fanno diversi e replicati strepiti […]. L’immobile in questione nei secoli che seguirono fu molto modificato con vari ampliamenti, con l’aggiunta di porte e finestre, della scala esterna, dei poggioli (pioi) e la chiusura dei due portici trasformati in locali chiusi. Dopo la seconda guerra mondiale fu in parte trasformato con assurde modernizzazioni e in parte abbandonato; le mura di recinzione rovinarono. La strada pedemontana, quando fu tracciata, divise la strada ed il fondo in due parti, lasciando l’ingresso della strada padronale verso la frazione di Range, ben visibile nella planimetria, staccata dal resto degli allora terreni pertinenti. I due pilastri dell’ingresso, anche se in parte diroccati, si possono ancora notare in mezzo alla vegetazione sulla strada comunale che da Range porta a Budoia, l’odierna via Piantuzze.
Particolare del Catasto Austriaco (1850 ca.).
I proprietari del maso dal 1850 (notizie tratte dall’Archivio di Stato di Pordenone) 1850
Rossi Antonio fu Andrea.
30 giugno 1852
Spiga Lucia fu Antonio maritata Rossi.
05 ottobre 1875
una parte Rossi Maddalena maritata Trevisan dott. Antonio.
03 maggio 1877
per acquisto passa a Ceconi Maria fu Angelo maritata Zaro.
04 ottobre 1881
va a Zaro Giuseppe – Lorenzo – Antonio – dott. Pietro – Angelo – Margherita vedova Puppi – Angela maritata Curioni – … di Gio Batta – proprietari. Zaro Gio Batta fu Giuseppe usufruttuari.
06 giugno 1882
trasportato a Zaro Giuseppe fu Gio Battista. Frazionamento in tre parti A – B – C A – pertiche 0.21 a Zaro Guglielmo fu Giuseppe.
04 luglio
B – pertiche 0.22 a Zaro Angelo fu Giuseppe. C – pertiche 0.22 a Zaro Rizzardo fu Giuseppe.
1889
Proprietari parte A 14 marzo 1901
trasportato a De Zan Pietro e Gio Batta fu Francesco e consorti.
15 febbraio 1909
trasportato a De Zan Francesco e frazionato in A – D.
06 febbraio 1936
per successione passa a De Zan Marco e Amalia fu Francesco e Modolo Maria fu Osvaldo.
Proprietari parte D 06 febbraio 1936 1939
De Zan Antonio – Ugo – Emma – Ida – Luigi – Adele fu Luigi. Tizianel Augusta fu Pietro usufruttuaria in parte. muore Tizianel Augusta.
Proprietari parte B 14 marzo 1901
va a De Zan Pietro e Gio Batta fu Francesco.
04 febbraio 1930
va per successione a De Zan Giuseppe – Caterina – Anna – Gio Batta – Antonio – Maria fu Pietro.
Proprietari parte C 14 marzo 1901
per compravendita a De Zan Pietro fu Francesco.
26 sett.
De Zan Giacomo – Pietro – Teresa – Santa fu Gio Batta – Bravin Teresa fu Giacomo usufruttuaria.
1927
05 maggio 1928
per successione a Bravin Teresa morta il 20 aprile 1926, tutto passa a De Zan Giacomo – Teresa – Santa fu Gio Batta – De Zan Luigi – Giovanni – Umberto – Vittorio – Clara fu Pietro. Bravin Luigia fu Luigi usufruttuaria.
L’angolo della poesia Dialogo – Ancora prendimi per mano. Vorrei la purezza della madre, un bisbiglio appena, una promessa ritrovata che torna qui, ora, di nuovo. E io fragile che giunsi nel dolore così impreparata. Non tacere, vieni a chiedermi se tutto va bene, Fammi stare un poco nella tua anima. Comprendimi. Non ti vedrò mai più.
– È un’altezza nuova, di luna. È la forma dell’aria e del vento e in questa forma amami sempre. Non puoi fermare l’acqua che scorre o tenere il fuoco che arde, ma segui le armonie e le vecchie cantilene e sentirai i confini che percorro. Là il mio volo è libero, il cielo cresce lieve e non è mai un rimpianto.
– Non aver paura, non me ne sono andata. Non è notte. È un nuovo, misterioso creato. È soave conforto. Devi solo aprire la porta e in un traboccar di battiti entrerai nella mia anima. Più volte. Più volte. Ti stringo in un abbraccio lieve come l’aria. Stella. Anima mia.
– Il tempo che ti ha strappato è divenuto il tuo custode. La mia tenerezza sconvolta non ha respiro nella notte. L’ombra che sale è pietra dura. È spina in una luce che non giunge questa mia illusione di vederti ancora.
– Ancora prendimi per mano, come quando si viveva nella casa vicino alla roggia. Amor di sussurro in quel tuo: «Non andare là! Resta qui vicino a me». Segno dischiuso della memoria, la mia infanzia delle viole e delle voci. E di nuovo torna la tua mano. Un triste tocco. – Ma l’ansia dei miei occhi, piccola, si è calmata cantando. Laggiù, tra il roseto e il sentiero sedute sui tronchi tagliati. Mai senza riparo. Noi due, colme di voglie di sorrisi e di promesse infilate nei giorni. «È vero! Sempre accanto a te».
– Non aver paura, non me ne sono andata. Sparso e sussurrato è il tremore del tuo cuore. Chiamami. Raccogli ogni segno che attraversa il cielo e l’attimo. Calda sarà la mia mano. Non sogni. Nel tuo viso, brilla il mio. I tuoi gesti sono i miei gesti. È uguale il sorriso. Lo stesso è il passo spedito. Rivivo in te, mia colomba. Serve fede. Trasparente e non trafitto è il domani. E se Dio si espone, non esistono albe perdute. Vivi. Fanne seta del tuo cuore intanto io colmerò i tuoi vuoti e d’amor avvolta, mai ti mancherò. LAURA MORO
– O mio cuore, dove ristagna il silenzio e il sospiro lo sai che non è vero! Tenera, serena ombra, madre, in che forma ora sei creata? E nelle lunghe gallerie dell’infinito quale strada hai preso tra stella e stella? 30
Le rondini amiche
Se l’inverno freddo fa soffrir noi di molti guai a San Giuseppe è già primavera. Fiorisce il mandorlo in giardino specchiar, baciar fa il sole; velluti i suoi petali rosa, incanto a veder, è vestito da sposa. Nonna in cortile lacrima e sorride: «Venite fuori a veder, son ritornate le rondinelle amiche». Volan lente sopra noi, cantan festose vit uik ulia. «È stagion ché fan compagnia» nonna dice, «dal mar lontano, se impervio è il cielo loro non perdon mai sua strada per ritornar a nostra casa». Al portico sul vecchio trave il suo nido i rondinini avranno, portargli insetti da mattin fin sera coprirli a notte con sue ali nere. Al finir di settembre si radunan su fili e campanili. Le vecchie sanno che l’inver ritorna salutan nel partir gran sciame, ronzio in cielo dal vibrar sue ali. Come scintilla va il pensier lontano più rapido ancor ritorna chi ha dei suoi lontani. Sognar ci fate o rondinelle amiche ardua un bacio stringersi al cuor che al rivederci ancor fa sempre primavera. ANGELO JANNA TAVÀN
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In questa poesia Angelo considera, con il consueto lirismo bucolico, l’arrivo delle rondini comuni (hirundo rustica) nei nostri paesi. Questo uccello migratore infatti, appartenente all’ordine dei passeriformi, è quello che più si avvicina agli insediamenti umani, nidificando sotto i cornicioni dei tetti delle case. La poesia si concentra in esordio sul passaggio dalla stagione fredda, portatrice di malesseri per gli uomini (fa soffrir noi di molti guai), a quella del tepore primaverile che Angelo anticipa idealmente al 19 marzo (a San Giuseppe è già primavera) anziché all’ufficialità del 21, giorno dell’equinozio primaverile e tradizionalmente caratterizzato dall’arrivo delle rondini. Con il risveglio stagionale della natura lo sguardo di Angelo si muove d’intorno ad osservare il fiorire degli alberi. In particolare indugia, con accentazioni naïf e favolistiche, alla descrizione del mandorlo, destinatario di baci e riflessi da parte del sole, incantevole come abito nuziale, vellutato nelle infiorescenze rosate. Se gli alberi vivono l’arrivo della primavera come trasformazione benefica della propria natura attraverso la generazione floreale, gli uomini, qui rappresentati da un’anziana donna in cortile, ne percepiscono i segni scrutando l’arrivo delle rondini. La donna pare quasi colta di sorpresa, commossa ed intenerita dalla loro visione (nonna in cortile lacrima e sorride) tanto da richiamare l’attenzione delle persone che sono dentro la casa («Venite fuori a veder, son ritornate le rondinelle amiche»). Il lieto evento si vivacizza con la gioiosa e lenta danza degli uccelli, con la loro compagnia e col loro festoso canto espresso – caratteristica consueta nelle poesie di Angelo – dall’onomatopea tipica della specie (cantan festose vit uik ulia). L’autore riprende poi con un’annotazione legata alla migrazione ed alla ritualità degli uccelli, sottolineando come, per quanto le ostilità climatiche ed atmosferiche possano complicarne il volo, mai dimenticano la rotta verso i nostri paesi (dal mar lontano, se impervio è il cielo / loro non perdon mai sua strada / per ritornar a nostra casa). La descrizione si sofferma quindi sulla locazione consueta del nido – sotto il vecchio trave del portico – e sull’attività quotidiana delle rondini madre intente a procurar cibo ai piccoli e a proteggerli di notte sotto l’ala. Dalla primavera le parole di Angelo balzano poi temporalmente all’inizio dell’autunno quando gli esemplari più anziani radunano lo stormo su fili e campanili e, percependo il sopraggiungere del freddo, decidono per la migrazione verso terre dai climi più miti. Anche la loro partenza, com’è stato per l’arrivo, è caratterizzato dal suono, in questo caso delle ali sbattute nel volo (ronzio in cielo dal vibrar sue ali). L’identificazione con l’indole e la saggezza umana (le vecchie sanno che l’inver ritorna) è un’altra caratteristica preminente della poesia di Angelo ed in questo contesto è ancora più evidente dalle ultime righe allorché attribuisce la maggior rapidità del volo di alcuni uccelli alla preoccupazione per qualche «caro» lontano desideroso di abbracciare (Come scintilla va il pensier lontano / più rapido ancor ritorna / chi ha dei suoi lontani). L’epilogo è una commossa dichiarazione d’affetto verso questi uccelli e sembra beffeggiare, sovvertendolo, il motto proverbiale per il quale «una rondine non fa primavera» (Sognar ci fate o rondinelle amiche / ardua un bacio stringersi al cuor / che al rivederci ancor / fa sempre primavera).
’N te la vetrina
DUE IMPORTANTI MOMENTI DI VITA DELLA CLASSE 1944 DI BUDOIA. NEL 1950, IL GRUPPO FREQUENTA LA PRIMA CLASSE ELEMENTARE ED È RITRATTO NEL CORTILE DELLE SCUOLE. NEL 1952, GLI STESSI BAMBINI RICEVONO LA PRIMA COMUNIONE. ECCOLI SUL SAGRATO DELLA CHIESA INSIEME AL PARROCO DON ALFREDO PASUT. FILA IN ALTO, DA SINISTRA A DESTRA: LUIGI BURIGANA BASTIANELA, GIORGIO VARNIER MENAO, CARLO BISCONTIN MASTELA, EGIDIO CARLON DRUGO, GIAMPIETRO PANIZZUT, GIOVANNI ANDREAZZA, GIOVANNI DEL ZOTTO COTH, VINCENZO BURIGANA PUSTIN. AI LATI: ANGELO MEZZAROBBA PIAI E GIACOMINO DEL ZOTTO COTH. AL CENTRO: DON ALFREDO PASUT. FILA IN BASSO: LAURA DEDOR SOELA, ELENA CARLON SACCON, GABRIELLA CAPRANI, ONORINA CARLON, LIDIA PANIZZUT CUTHO, ORIETTA LACHIN BOF, MIRELLA CARLON CECH. DOPO LA PRIMA COMUNIONE, TUTTI A BERE LA CIOCCOLATA NEL CORTILE DELLA VECCHIA CANONICA. ECCOLI ATTORNO AL TAVOLO CON VOLTI SODDISFATTI E SORRISI RAGGIANTI DAVANTI ALLA SCOTTANTE CIOCCOLATA PREPARATA DALLA SIGNORA MATILDE, ZIA DI DON ALFREDO. (FOTO E TESTO DI GIACOMINO DEL ZOTTO COTH)
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UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.
LA GIOVENTÙ BUDOIESE ALLA SAGRA DI SANT’ANTONIO ABATE DI MEZZOMONTE, NEL 1959. DA SINISTRA: GIACOMO SANTIN (NINO TRES), MARIA TERESA ANGELIN TONELA, FERRUCCIO CARDAZZO, RAMIRA BESA, RENATA ANGELIN PELADA, MARCELLINA CARLON PERTIA, ANTONIETTA PANIZZUT (ETTA) SCUSSADA, IVANO SIGNORA, MARIANGELA BOSCO COCA, OSCAR PANIZZUT SCUSSAT, COSTANTINA DEL ZOTTO COTH, FRANCA ANGELIN, FRANCA ARIET, LIDIA LACHIN, MARILLA SIGNORA. FOTO IN ALTO: FELICITA VARNIER COCA E IL MARITO LUIGI BOSCO CON LA LORO FIGLIA MARIANGELA NEL LORO 25MO ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO, NEL 1961. (FOTO E TESTO DI MARIANGELA BOSCO COCA)
SFOGLIANDO L’ALBUM DI FOTOGRAFIE, MI SONO SOFFERMATA SU QUESTA IMMAGINE CHE MI RIPORTA LONTANO NEL TEMPO, QUANDO COORDINAVO LA FORMAZIONE DELLE BAMBINE E DELLE GIOVANI DELL’ASSOCIAZIONE DELL’AZIONE CATTOLICA DI BUDOIA. È IL 1943. UN BEL GRUPPO DI BENIAMINE E DI ASPIRANTI POSA NEI PRESSI DEL CAPITELLO DELLA MADONNA DI COSTA. GUARDATE BENE SE VI RICONOSCETE! (FOTO E TESTO DI ENRICHETTA ANGELIN)
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Rallegratevi, fate festa con me. Ora vivo accanto a Lui nella splendida dimora dei Santi.
A… Dio, don Carlo! «Dopo una lunga esistenza terrena vissuta da consacrato nella famiglia religiosa di don Orione e nella missione dell’insegnamento a tanti ragazzi dei Centri di formazione professionale a Montebello della B. (Pv) (dal 1960 al 1969), e al Berna di Mestre (dal 1971 al 1989), don Carlo Puppin è tornato alla casa del Padre il 17 febbraio 2012. Fu presenza buona, responsabile nel condividere impegni e doveri accompagnati da saggi e opportuni consigli. Portato, per carattere, a stare un po’ defilato, in realtà la sua presenza era desiderata e anche cercata soprattutto da parecchi dei suoi ex allievi che in lui continuavano a vedere una persona degna di riconoscente e affettuosa considerazione.
Dal 1989 al 2005 ricoprì l’incarico di vicario a Fubine e dal 2005 all’ottobre del 2011 visse e fu consigliere del Centro di Chirignago in provincia di Venezia. Dall’alto dei suoi 88 anni di età ultimamente manifestava, in modo più marcato del solito, qualche problema di salute, sempre affrontato con lodevole interesse di cura e di tanta pazienza. Dall’ottobre scorso, con il parere favorevole dei suoi Superiori, decise di passare nella nuova comunità di Trebaseleghe, quale realtà sociosanitaria e assistenziale certamente più adatta al suo stato di salute. Noi abbiamo continuato a frequentarlo scambiando con lui suggestioni sempre ricche di tanta umanità.»
Così i Confratelli hanno annunciato la scomparsa di don Carlo. *** Carlo Luigi Los nacque a Budoia il 18 luglio 1923 e fu consacrato sacerdote il 29 giugno 1953, a seguito della sua prima professione avvenuta nel 1942 e quella perpetua nel 1948. Ritornava al suo paese natale in occasione di particolari eventi ed era sempre accolto con affetto e stima dai cugini Teresina e Ferruccio Puppin Los e dalle loro rispettive famiglie.
Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari
Assunta Alfier Ciao nonna Sunta, la tua scomparsa il 3 novembre ha lasciato in tutti noi un grande vuoto. Non ci sono parole, ma solo tanti bei ricordi di te nelle nostre menti e nei nostri cuori. Te ne sei andata tra le braccia amorevoli dei tuoi figli, dopo una lunga vita d’innumerevoli sacrifici. Nonostante le tue umili origini, con orgoglio affermiamo che sei stata una piccola grande donna: moglie fedele, madre autorevole, nonna molto affettuosa e bisnonna amorevole, sempre combattiva nella difesa della tua famiglia, sempre pronta ad accogliere nella tua casa chiunque ne avesse bisogno, senza mai pretendere nulla in
cambio. La tua profonda fede religiosa ti ha sempre aiutata e sostenuta, qualsiasi cosa succedesse, fino all’ultimo tuo respiro. Orgogliosa delle tue origini «mezzamontine» ed infaticabile lavoratrice, è vivo in noi il ricordo di tutte le storie e avventure che ci raccontavi sulla tua infanzia vissuta a Mezzomonte nella tua numerosa famiglia. Ora sei in pace e hai raggiunto il tuo amato Fiori, la metà della tua vita, ricordo sempre presente fino alla fine dei tuoi giorni. Ora niente vi potrà più separare. Riposa in pace nonna Sunta, e veglia sempre su tutti noi. TAIRA E MARZIA
Nino Zambon Il tratto di simpatia e di amabilità che aveva nei contatti umani, l’ha portato ad avere cura oltre che degli affetti di famiglia, anche di tante amicizie, di cui era ricco. Dai suoi coetanei «coscritti» era chiamato Tonin Cep, perché portava il nome del nonno materno, ma era Nino Pinal, figlio di Piero. Nato e cresciuto a Milano, amava Dardago come paese di origine, dove aveva trascorso il periodo di sfollamento, assieme ai fratelli e alla mamma, a causa dei bombardamenti degli anni 43-44.
Aveva legato con i ragazzi della sua età e ritornava quando si organizzavano feste dei coscritti, anche perché era doppio Zambon, di padre e di madre, quindi con un DNA radicato. Nell’ultima recente festa era assente. Era impegnato in una lotta sempre più dura, con la rassegnazione e la calma di un uomo straordinariamente paziente e buono. PAOLA
Luigi Zambon Marìn Caro Gigeto, ci mancherà la tua discreta e laboriosa presenza nella vita delle nostre case e dell’intero paese. Tu c’eri sempre! La tua disponibilità quasi scontata... Attento agli altri e disponibile sempre, tanto che con questo tuo modo d’es-
sere sei entrato nel cuore di tanti. Amico mio d’infanzia, poi amico caro di molti, sarà sempre vivo, nel nostro cuore, il ricordo della tua generosità d’animo, la tua umanità e il tuo sereno e accogliente sorriso. LILIANA
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Pellegrinaggio a
Medjugorje Le nostre tre parrocchie organizzano dal 3 al 7 settembre una gita-pellegrinaggio a Medjugorje con visita anche delle città di Mostar, Sarajevo e Zagabria. Le iscrizioni si effettuano in parrocchia dove si può ritirare il programma completo. La quota di partecipazione è di 470 euro (di cui 400 all’iscrizione e il resto entro il 20 agosto). Si richiedono decisioni sollecite per poter organizzare bene il viaggio. Per maggiori informazioni contattare il parroco don Maurizio.
PROGRAMMA 3 settembre DARDAGO · MEDJUGORJE Nelle prime ore del mattino partenza per Medjugorie, sosta per la seconda colazione lungo il percorso. Arrivo nel pomeriggio, sistemazione in albergo, cena e pernottamento.
3 e 5 settembre MEDJUGORIE Intere giornate dedicate ad attività religiose, proposte dalla parrocchia, a Medjugorie. Verranno inoltre organizzati, quando possibile, incontri con i veggenti, con i frati Francescani, con padre Zovko e con alcune comunità presenti a Medjugorie. È possibile la salita al Podbrdo, la collina delle prime apparizioni, al Krizevac, il monte della grande croce, con momenti di preghiera e riflessione comunitaria. Possibilità di partecipare all’adorazione serale in parrocchia. Nel pomeriggio del terzo giorno, escursione a Mostar.
6 settembre MEDJUGORIE · SARAJEVO Partenza per Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, una delle più belle città balcaniche. Pranzo cena e pernottamento. Incontro con la guida e intera giornata dedicata alla visita della città.
7 settembre SARAJEVO · ZAGABRIA · DARDAGO Partenza di buon mattino per Banja Luka, Zagabria, capitale della Croazia. Seconda colazione in ristorante. Nel pomeriggio incontro con la guida per visita della città. Partenza per ritorno a Dardago. Arrivo previsto in tarda serata.
Per conoscere il programma dettagliato rivolgersi in parrocchia.
Cronaca Cronaca
DAL 3 AL 7 SETTEMBRE 2012
Santa Luthia in festa pa’ don Daniele Domenica 11 dicembre 2011 – annunciata da carburo e glathade fino alla mezzanotte della sera precedente – Santa Lucia ha festeggiato la santa patrona ed i cinque lustri di sacerdozio del compaesano don Daniele Fort ordinato a Concordia il 7 dicembre 1986. A memoria dei presenti non si ricordava una sagra così calda: il clima estremamente mite ha permesso che i festeggiamenti iniziassero dal mattino fino a sera inoltrata, senza che i presenti dovessero avvertire come di consueto giambe e recie induride dal fret che suggeriscono di correre a casa. Tra la collina e la piazza si sono celebrati i riti religiosi e i festeggiamenti che da qualche anno hanno ridato alla festa uno smalto brillante. Don Daniele ha concelebrato con don Maurizio la messa del pomeriggio a cui hanno partecipato le tre comunità e presieduto la processione per le vie del paese. Ci diamo un appuntamento con lui su l’Artugna di agosto per una conversazione su questi 25 anni di servizio pastorale. Ancora una volta il plauso va al comitato festeggiamenti composto da collaboratori parrocchiani e volenterosi paesani che anche per questa edizione hanno saputo con le scarse forze a disposizione, ma tanta buona volontà e fatica, dare il meglio si sé: il calendario 2012 con foto d’epoca, il chiosco gastronomico attivo da mezzogiorno a sera inol-
trata con degustazione di pasta e fagioli, trippe, formaggio e salame locali accompagnati da buon vino, la lotteria a sostegno delle opere parrocchiali.
Colombo a Buduoia
C’era il pubblico delle grandi occasioni, la sera del 13 dicembre nell’aula consigliare di Budoia. Ospite dell’Amministrazione comunale, Gherardo Colombo era tra noi per la conferenza-dibattito «Sulle regole. La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole». Come giudice o pubblico ministero, Colombo ha partecipato a numerosissimi processi, alcuni molto celebri come quelli relativi alla Loggia P2, al delitto Ambrosoli, a Mani pulite, alle inchieste Imi-Sir, Sme e Lodo Mondadori. Dopo trentatrè anni di magistratura egli si è dimesso perché, come ha scritto, si era convinto che, per aiutare la giustizia a cambiare, era utile girare per le scuole, università, parrocchie, circoli, associazioni per dialogare sul tema delle regole. Il suo giro l’ha portato anche a Budoia e Budoia ha risposto con una sala gremita di persone attente e partecipi. Qualche ora pri-
ma, l’ex magistrato aveva incontrato i bambini più grandicelli delle Elementari.
AFDS de Buduoia e Santa Luthia L’assemblea dei soci della Sezione dell’A.F.D.S. di Budoia-Santa Lucia rinnova il Consiglio Direttivo per il quadriennio 2012-2015. È riconfermato presidente Pietro Zambon; vicepresidente è eletto Pietro Del Maschio, mentre Valerio Arlati è responsabile dei donatori. Tra i consiglieri figurano Lucio Carlon, Vicenzino Gislon, Remigio Zambon, Luigino Morson, Giulia Bravin, Maurizio Carlon. Umberto Coassin e Guido Giusto sono stati nominati revisori dei conti. Buon lavoro alla benemerita associazione!
Il sindaco Roberto De Marchi a colloquio con il dottor Gherardo Colombo, prima dell’incontro con la popolazione.
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Ciarta, pena e…
Tra i dieci vincitori della Sezione Narrativa della XVI Edizione del «Premio Letterario Internazionale città di Melegnano» del 2011 figura il compaesano Alessandro Fontana, con il racconto «Incontro nel deserto» con un’accattivante motivazione della giuria. Oltre all’attestato di merito, l’ingegner Fontana, da alcuni anni cittadino budoiese, vedrà pubblicato il suo racconto su Internet e in un volume antologico dei testi vincitori, edito dalla casa editrice Montedit. A lui vanno i nostri più vivi complimenti.
Un nuof loc a la biblioteca del Comun A inizio anno si è effettuato il trasloco della biblioteca comunale «mons. Giuseppe Lozer» dalla vecchia sede della Ciasa del Comun a quella moderna e accogliente attigua al nuovo lotto della scuola elementare. Uno spazio aperto, ampio e luminoso, invita il lettore di tutte le età. Per i più piccini è riservato pure un angolo tra due ampie vetrate con arredo alla loro portata, che sta per essere completato: sarà la gioia del mondo dell’infanzia, che continuerà a partecipare all’iniziativa «Nati per
leggere». Il percorso più suggestivo per accedere alla nuova struttura è il viottolo che attraversa il giardinetto interno della sede ambulatoriale. Rimaniamo in attesa della sua inaugurazione.
Pite, giài, thuìte… de lenc Sono state molto apprezzate le originali sculture lignee, rappresentanti galli, galline, pulcini, civette, gufi dell’artista Marco Busetti, esposte al teatro di Dardago, durante i festeggiamenti dello scorso Dardagosto.
che per il cosiddetto «ultimo miglio», cioè le connessioni fino all’utente finale, Budoia fa un enorme balzo in avanti passando da comune «Cenerentola» a uno dei comuni tecnologicamente più avanzati nel campo delle telecomunicazioni. La cablatura, oltre a garantire da subito una maggior qualità e velocità di tutti i servizi internet attualmente esistenti, potrà in un prossimo futuro essere lo strumento per l’assistenza sanitaria domiciliare (telemedicina). In un convegno a Pordenone, dove è stato presentata la cablatura di Budoia, si è parlato proprio di questa prospettiva. I nostri piccoli paesi sono i primi in Italia ad avere questo tipo di cablaggio. Nel comune, ad oggi si contano circa 250 utenze. NCS Group, la società proprietaria delle rete, ha già completato la cablatura di Santa Lucia, dove il servizio e già attivo, e sta ultimando i lavori a Budoia e a Dardago.
Madhi 2011
Anche quest’anno le varie vie di Dardago hanno realizzato i tradizionali madhi per abbellire la chiesa durante il periodo natalizio. Per l’occasione sono state raccolte le offerte. Al netto delle spese, sono state versate in parrocchia 760 euro.
Fibra ottica ’n tele cjase
Stanno per essere ultimati i lavori per la posa della fibra ottica nelle vie dei nostri paesi e fino alle abitazioni di chi ne ha fatto richiesta. Le tecnologie basate su Internet stanno rivoluzionando il nostro modo di vivere permettendo di abbattere costi tempi e distanze. Budoia soffriva, come moltissimi altri piccoli comuni italiani, del «digital divide» o divario digitale, dovuto alla mancanza di un accesso veloce alla rete internet. In un periodo caratterizzato da una progressiva informatizzazione in ogni settore, tale divario comporta molte limitazioni. Ora, grazie alla banda larga e alla cablatura tramite fibra ottica, an-
Panevin, no ston a perdhe ’sta tradithion Anche quest’anno il copione è stato rispettato e il panevin 2012 è andato in scena come da programma: nel giro di un paio di mattine di lavoro, tutto è stato predisposto: ormai ognuno cono38
sce bene il suo compito e tutto scivola via liscio. Si conferma l’ampia partecipazione dei dhóvins, efficienti e disponibili come sempre e di anno in anno più capaci di fare da soli, lasciando a noi vecchi la gestione delle salmerie e degli aspetti burocratici. Quest’anno l’abbondanza di materiali ha consentito di preparare un panevin più grande del solito ed il clima secco ha favorito una accensione rapida ed omogenea del falò, anche se la sera della vigilia dell’Epifania un acquazzone improvviso ha messo in allarme gli organizzatori. Per fortuna è durato pochi minuti senza far danni, grazie anche all’efficiente ed ampia tenda/baracca che ospitava il reparto salmerie: torte e brulè non hanno corso nessun rischio e la gente è arrivata lo stesso numerosa, così appena smesso di piovere le fiamme si sono alzate alte e vivaci. La «vecchia» quest’anno è salita sul panevin seduta su una vecchia sedia, appesa ad una croce: involontaria allegoria del momento che il nostro Paese sta attraversando. La sua cocciuta resistenza nel fumo denso ci fa
comunque ben sperare nel futuro. Fin qua poco di nuovo da dire se non fosse che quest’anno siamo stati sicuri di rispettare la tradizione solo l’ultimo giorno: già da metà dicembre, infatti, sui giornali locali si era accesa una discussione sulla opportunità di bruciare i falò epifanici o di impedirne l’accensione in nome di un non ben quantificato rischio ecologico, legato alle percentuali di polveri sottili, sempre più alte grazie anche al clima particolarmente secco degli ultimi mesi. Così si leggeva di appelli al prefetto, di permessi da negare, della richiesta di interrompere una tradizione secolare in nome della salute pubblica e non soltanto nella città di Pordenone ma anche «nei paesi contermini» (Messaggero Veneto, 12 dicembre 2011). La polemica si è protratta per molti giorni e non si è placata nemmeno quando i permessi sono stati concessi: sembrava infatti che i falò dell’Epifania fossero i pericolosi responsabili dell’aumento delle polveri sottili, dimenticando quelle che forse sono le reali cause del problema derivato da emissioni inquinanti di ben altra – e più insistente – natura, dall’industriale a quella del traffico automobilistico ed aereo, fino a quella del riscaldamento domestico a gasolio. Senza entrare nel merito della questione riteniamo che il preservare le nostre tradizioni come quella del panevin, purché si svolgano – come è sempre stato – nella totale garanzia di sicurezza per le persone e per l’ambiente, abbia un’importanza di rilievo per la vita e la cultura dei nostri paesi. La perdita di queste antiche ritualità impoverisce l’evoluzione stessa di una comunità dal punto di vista sociale perché ne limita le occasioni aggreganti e la condivisione delle relazioni. Priva cioè i paesi della ciclicità della sua vita scandita da sempre da ricorrenze simboliche fondanti l’identità stessa delle sue persone. Non importa
quindi la dimensione dei falò (se vi saranno problemi di qualsivoglia origine siamo disposti a limitarne l’imponenza) basta che non ci venga negato del tutto affinché il nostro spirito di allegria possa ancora nutrirsi di nuova vitalità. MASSIMO ZARDO
Nof sistema de tò su le scoathe Il problema dei rifiuti è uno dei più importanti della società contemporanea che ne produce in misura impressionante e pericolosa per il nostro ecosistema. La legge obbliga i Comuni alla raccolta differenziata e stabilisce le percentuali minime di riciclo. Il nostro Comune si è sempre impegnato in tale raccolta con numerose piazzole ecologiche in cui potevano essere conferiti nelle apposite campane la carta, il vetro e la plastica. Talvolta, però, a causa delle cattive abitudini di qualcuno, queste piazzole diventavano piccole «discariche». Per evitare questi spettacoli e per sensibilizzare la popolazione a una sempre più accurata differenziazione dei rifiuti, dal mese di febbraio è partito il servizio di raccolta porta a porta, oltre che del secco e dell’umido, anche di carta, vetro, plastica e lattine. È stato distribuito alle famiglie un calendario con le date di raccolta.
Stabat Mater
Il coro «Insieme vocale Elastico» diretto da Fabrizio Fucile si è esibito sabato 31 marzo (Chiesa di San Giovanni a Vittorio Veneto), domenica 1° aprile (Parrocchiale di Santa Lucia) e martedì 3 aprile (Duomo di Porcia), nello Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi e nel De torrente in via libet 39
tratto dal Dixit Dominus di Händel. Accompagnati magistralmente all’organo da Stefano Maso, i soprani Elena Bazzo, Caterina Brugnera, Cinzia Del Col, Luisa Doretto, Elena Lachin, Anna Masutti ed i mezzi Charlene Chi, Anna Del Maschio, Taira Del Zotto, Sandra Pasut, Cinzia Pessot e Daniela Zecchin hanno riscosso un notevole apprezzamento da parte del pubblico.
Amazzonia ’n tel teatro
Nello scorso mese di novembre, il nostro compaesano Ezio Burelli ha accompagnato don Odorico Raffin, parroco di Piancavallo, in una visita alla diocesi di Sao Gabriel de Cachoeira, nell’Amazzonia brasiliana. Per l’occasione Ezio Burelli ha realizzato un interessante filmato che documenta le bellezze naturalistiche, i riti religiosi, la vita quotidiana degli abitanti. L’11 marzo, l’interessante filmato è stato proiettato nel teatro di Dardago.
AI LETTORI Siamo stati sollecitati dalla Redazione del sito www.artugna.it a precisare che il periodico l’Artugna e il loro sito sono due diverse realtà. Tale chiarimento è necessario poiché i due nomi sono simili e possono creare confusione. Noi ci chiamiamo l’Artugna già dal lontano 1972. Ricordiamo che l’indirizzo email per contattarci è direzione.artugna@gmail.com Il nostro sito, in cui si possono consultare i numeri arretrati del periodico, è www.artugna.blogspot.com
inno alla vita
Sofia Santarossa di Stefano e Claudia Pez manda i suoi saluti a tutti i lettori de l’Artugna!
Francesca Del Puppo e Raffaele Serrecchia hanno iniziato con la vitalità dell’amore il loro percorso di coppia, il 22 ottobre 2011, nella Chiesa di San Giacomo di Polcenigo. Un affettuoso augurio ai giovani sposi dalla famiglia e dagli amici.
Il 12 novembre 2011 è nato Marco Bocus Frith a Venezia. È un dono del cielo. Eccolo con i genitori, Alberto e Carmen, e con i nonni, Umberto e Andreina.
Auguri
dalla Redazione!
Il 15 ottobre scorso è stato un giorno speciale per Noemi Alberta Panizzut che ha festeggiato il suo 90° compleanno, circondata dall’affetto del figlio Pierluigi, della nuora Rosanna e degli amatissimi nipoti, Alberto, Alessandro e Anna Maria.
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[...dai conti correnti] Grazie, siete sempre i migliori perché portate serenità. GASTONE BURIGANA – LIDO VENEZIA
In ricordo della maestra Eutimia Pajalich Carlon. LOREDANA CARLON – VALLEGGIA (SV)
Praturlone, 1 marzo 2012
Cari amici della Redazione, anche quest’anno vogliamo rinnovare il nostro «grazie» per l’impegno che offrite nel creare questa bellissima rivista: essa è il filo conduttore con la nostra terra, con le nostre radici. Ogni volta che arriva nelle nostre mani ne sfogliamo le pagine con l’emozione e l’entusiasmo di un bambino per poi assaporare riga per riga la storia, il presente e il futuro della nostra amata Dardago. Grazie ancora e buon lavoro.
dati ed è uscito, cercando su google, il nome di mio padre, apro il link che è un PDF, ed è una pagina de l’Artugna del 2001 (quella dedicata a matrimoni, lauree e lutti come nel caso di mio padre che è stato tumulato al cimitero di Budoia in quell’anno) e da lì ho visto alcuni numeri della rivista disponibili on line. Dato che ho passato tutte le estati della mia infanzia nel paese di mio nonno e di mamma, ho ritenuto simpatico ed interessante l’abbonamento alla vostra pubblicazione, anche se sono Friulano e Budoiese solo per metà. Saluti.
Grazie e tanti auguri. RAMIRO PANIZZUT – MILANO
Buon lavoro per il 2012. ANNA JANNA – MILANO
Tanti auguri per un lieto e sereno anno nuovo a tutta la Comunità parrocchiale. SILVANA ZAMBON – ROMA
Auguro un prospero 2012 a tutta la redazione che con costante impegno ci aiutate a mantenere i legami con la comunità. Cordiali saluti. DONATELLA ANGELIN – MILANO
DR. GIUSEPPE CARAZZINA PIETRO, PIERINA, LEONIDA, ANNA ZAMBON
Carissimi, troppo buoni! Noi ci mettiamo impegno e passione, ma se l’Artugna ha compiuto 40 anni è merito dell’affetto e della concreta vicinanza dei lettori e collaboratori.
Invio il mio contributo per l’Artugna. Gentile dr. Giuseppe, ci ha conosciuti «in rete»; ora le invieremo a casa la rivista! Grazie. Continui a seguirci!
LUCA GIOVANNI FORT – GARBAGNATE MONZESE
Per ricordare mio marito Momi Zambon Pinàl. MARIA DEMATTEIS – TORINO
In memoria del mio amatissimo marito Pasqualino Zambon Canta. PASQUITA MAIORANO – SARONNO (VA) Mestre, Natale 2011
27 novembre 2011
Spettabile Redazione, ho conosciuto la vostra rivista con una modalità perlomeno curiosa. Cercavo se fosse stato inserito il sottoscritto in una banca
Sinceri auguri a tutta la Redazione de l’Artugna. Complimenti e buon lavoro. AGNESE E DOMENICO DIANA
Vi ringraziamo e ricambiamo i cordiali auguri. 41
In memoria di Savina Basso. ANNA LIS – PIACENZA
[ da pagina 2 ] «Vivere» l’Artugna numeri si è passati alla pellicola e alla «luce» della fotocomposizione, alla stampa offset, fino al moderno «digitale» che tutto riduce ad un codice binario (non più triste e solitario come cantava Claudio Villa un tempo). Scusatemi le concessioni a frivoli giochi di parole ma trattandosi di un giornale e quindi di uno strumento di comunicazione, ho riscontrato che anche il linguaggio stesso in questi quarant’anni è cambiato – a tratti anche impoverito se non addirittura scomparso – e con esso i concetti, il pensiero ed il valore di cui era espressione verbale. Basti pensare ai testi dei «messaggini» che navigano nell’etere e che poi si visualizzano sui piccoli schermi dei telefonini tra emoticon e parole forzatamente private di vocali. Non voglio cedere a facili e nostalgici sentimentalismi, ma lasciatemi pensare, almeno oggi, a quel tempo, quando non esisteva ancora la «banda larga» ma se mai quella musicale di paese (e per di più ristretta), a quando ancora potevi confrontarti con persone nate sul finire dell’Ottocento, a quando – ma ancora non lo potevi prevedere – almeno due generazioni di lettori si sarebbero succedute negli anni. In fondo l’Artugna era ed è come un cantiere. Mi sembra questa l’immagine più
appropriata che possa stimolare tutti noi, uomini, donne, giovani, anziani, studenti, lavoratori, lettori vicini e lontani. Tutti noi che l’Artugna la facciamo o la «viviamo», proprio come in un cantiere, il luogo dove un progetto si realizza, dove si ricercano e si sperimentano nuove tecniche e nuove procedure. Dove si vede crescere, giorno dopo giorno, il risultato del proprio lavoro o delle proprie aspettative. In un cantiere c’è chi pensa, chi disegna, chi lavora, chi assiste e chi brontola con le mani incrociate dietro la schiena. Tutti sono accomunati dallo stesso panorama, mossi dalla medesima finalità, veder costruire cioè qualcosa che è in continuo divenire e che progressivamente si fa più reale, concreto e strutturato. «Vivere» l’Artugna non significa semplicemente partecipare alla sua costruzione o pensare solo ai suoi contenuti, ad impaginarla, a leggerla o a sostenerla economicamente. Viverla significa soprattutto amarla. Solo così siamo riusciti, tutti insieme, parafrasando un’altra massima riferita agli uomini, a rendere questo giornale «bello a vent’anni, forte a trenta e saggio a quaranta». Grazie ancora a tutti, grazie per l’amore.
bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 124
entrate
Costo per la realizzazione
uscite 4.905,00
Spedizioni e varie
345,00
Entrate dal 09.12.2011 al 25.03.2012
5.159,00
Totale
5.159,00 42
5.250,00
Ora sei nostra madre Vergine, o natura sacra piena di bellezze, tu sei l’isola della speranza. Sei la terra che passa carica di luce nella nostra notte. Noi ti abbiamo ucciso il figlio, ma ora sei nostra Madre, viviamo insieme la resurrezione. DAVID MARIA TUROLDO
Buona Pasqua!
SETTIMANA SANTA
programma religioso DOMENICA DELLE PALME
Dardago
Budoia
Santa Lucia
sagrato 11.00
piazza 9.30
sagrato 9.30
• Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore
–
17.00
–
• Santa Messa Vespertina
–
18.00
–
9.30/11.30
9.00/12.00 16.00/18.00
16.00/18.00
9.30
18.00
18.00
18.00
18.00
20.00
17.00
15.30
–
–
–
20.15
22.30
20.30
11.00
10.00
10.00
–
18.00
–
11.00
10.00
10.00
Ingresso di Gesù in Gerusalemme
• Benedizione dell’Ulivo, Santa Messa di Passione
LUNEDÌ, MARTEDÌ, MERCOLEDÌ SANTO • Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore con turni di preghiera per via • Santa Messa GIOVEDÌ SANTO Ultima Cena di Gesù, istituzione dell’Eucaristia
• Santa Messa Vespertina, rito della lavanda dei piedi Riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro Raccolta salvadanai «Un pane per amor di Dio» e presentazione comunicandi (Budoia) VENERDÌ SANTO Ricordo della morte di Gesù. Digiuno e astinenza
• Azione Liturgica, adorazione della Croce, Santa Comunione • Via Crucis • Solenne Via Crucis, con partenza dalla Chiesa di Dardago e conclusione nella Chiesa di Budoia [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà nella Chiesa di Dardago]
20.15
SABATO SANTO Vigilia di Pasqua, attesa della Risurrezione
• Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione
20.30
DOMENICA DI PASQUA DI RISURREZIONE • Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina LUNEDÌ DI PASQUA • Santa Messa
CONFESSIONI Lunedi, martedi, mercoledi Santo Venerdi Santo Sabato Santo
10.00/10.30 16.30/17.00 16.00/18.00
17.30/18.00 15.00/15.30 16.00/18.00
Santa Comunione per anziani ed ammalati durante la settimana.
16.30/17.00 – 18.15/19.30
Che cosa avevano poi di così gustoso le dita di Luigi Zambon (Fregona) incrociato sul greto del Cunath, proprio in corrispondenza del guadoponticello verso la chiesetta di San Tomè? Era il sale disciolto nel sudore che trasudava dai suoi pori. Così il nostro maschietto (il sesso è riconoscibile dalla livrea) di Polyommatus coridon Poda (fam. Lycaenidae), distesa la spiritromba, la sua bocca a forma di tubo normalmente arrotolata sotto la testa, non voleva più staccarla dalle pliche dell’indice dell’amico. Alla fine c’è voluto il soffio concentrato di ben 4 polmoni per convincerlo al decollo.
Una farfalla socievole, ma con esigenze particolari Testo e foto di Osvaldo Puppin
Strane farfalle i Polyommatus! Le larve della specie coridon iniziano lo sviluppo solo su Compositae (Margherite) del genere Hypochaeris L. A circa metà crescita cominciano poi a secernere un liquido inebriante, che richiama formiche di tre generi tra cui Lasius e Myrmica, le quali, per meglio cibarsene, le trasportano nel formicaio, provvedendo al loro nutrimento. Qui si trasformano in crisalide; ma, alla loro schiusa, si interrompe la secrezione di tale liquido ed è necessario che gli adulti di Polyommatus neosfarfallati si allontanino molto velocemente per evitare di diventare loro stessi pasto delle formiche che li hanno accuditi nella seconda fase del loro sviluppo. Altri Polyommatus spp. sono legati ad una sola specie vegetale ed a un solo genere di formiche nutrici. Purtroppo la modifica di molti siti naturali ha comportato la manomissione di microambienti tale da determinare la sparizione di parecchi di questi socievoli Lycaenidae (sia per la mancanza della pianta ospite o delle formiche nutrici) soprattutto nel Nord Europa. [Un grazie al dr. Pietro Zandigiacomo dell’Università di Udine per la determinazione]