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l'Artugna 122 - Aprile 2011

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Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XL · Aprile 2011 · Numero 122 Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia


di don Maurizio Busetti

la lettera del Plevàn

I l 25 febbraio a mezzogiorno, come ormai da uso consolidato, la Sala Stampa del Vaticano, il Vescovo di Verona nell’Episcopio della città scaligera e il nostro Vescovo Ovidio Poletto a Pordenone hanno dato ufficialmente l’annuncio che il Papa aveva scelto e nominato Vescovo di Concordia-Pordenone Mons. Giuseppe Pellegrini, fino a quel momento Vicario Generale della Diocesi di

mande che mi sono state fatte in questi giorni, tenterò di dare una risposta esauriente. Quando Gesù venne nel mondo per compiere la sua opera di redenzione dell’umanità con la sua predicazione, con i miracoli e soprattutto con la sua Passione, Morte e Risurrezione (il mistero pasquale che celebriamo in questi giorni) scelse dodici apostoli per istruirli e mandarli poi nel mondo intero a predi-

È arrivato il nuovo Vescovo

Mons. Giuseppe Pellegrini Verona. Sabato 26 marzo Monsignor Pellegrini veniva ordinato al sommo grado del sacerdozio nella Cattedrale di Verona dal suo Vescovo, Mons. Giuseppe Zenti con l’assistenza di parecchi vescovi in una chiesa gremita di sacerdoti e fedeli, una rappresentanza dei quali giunti sulle rive dell’Adige dal Noncello. Domenica 10 aprile ha fatto l’ingresso solenne nella nostra Diocesi e l’inizio ufficiale del suo ministero. Che cosa significa per una chiesa locale cambiare il Vescovo e soprattutto chi è il Vescovo in una Diocesi? A questa e ad altre do2

care il Vangelo e a continuare la sua opera. Questi, giunti nei vari luoghi, fondarono le comunità cristiane (Chiese) con i nuovi battezzati e convertiti e lasciavano a guidare queste comunità un sorvegliante (episcopo) e dei presbiteri (preti) che lo coadiuvassero nella guida della comunità cristiana. Ad un certo punto gli apostoli lasciarono questa misera valle di lacrime per raggiungere il premio promesso nella celeste Gerusalemme e il collegio degli episcopi prese il loro posto. Con l’andare dei secoli al collegio dei vescovi venne messo a capo il


vescovo di Roma, successore dell’apostolo Pietro che divenne così Pastore della Chiesa universale. Il vescovo fa parte del collegio dei successori degli apostoli, guida la comunità affidatagli, la nutre con la Parola di Dio e con tutti i sacramenti con l’aiuto dei preti e ha la responsabilità con il Papa e gli altri vescovi di tutta la Chiesa. Da chi e come viene scelto un Vescovo per una Diocesi? Il Vescovo viene scelto ed inviato dal Papa che si avvale, per sceglierlo, della proposta della Congregazione dei Vescovi, che si avvale a sua volta dei nominativi che gli propongono i Vescovi della regione in cui si trova la Diocesi da provvedere. Il nunzio apostolico (rappresentante del Papa in una nazione) fa le necessarie indagini sulla persona proposta come vescovo e le invia a Roma. Una volta scelto e se ha accettato la scelta, il nuovo Vescovo va a Roma a fare la professione di fede ed il giuramento di fedeltà alla Chiesa, se non è ancora vescovo riceve l’ordinazione al massimo grado del sacerdozio (i gradi sono tre: diaconato, presbiterato, episcopato e per ogni grado c’è un’ordinazione particolare) e poi fa l’ingresso ufficiale nella sua Diocesi. Da quel momento è il Pastore della sua Chiesa. L’articolo 401 del Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «Il Vescovo Diocesano che abbia compiuto i settantacinque anni di età è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo Pontefice, il quale provvederà, dopo aver valutato tutte le circostanze. Il Vescovo Diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all’adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all’ufficio». Questa norma è dettata dal fatto che l’evangelizzazione e la guida di una comunità cristiana esigono Pastori in grado di svolgere adeguatamente il loro compito. A questo punto la do-

manda che tutti si fanno è: chi è il nostro nuovo Vescovo? Per il momento sappiamo solo quanto ci dice la sua biografia. Si chiama Giuseppe Pellegrini ed è nato a Monteforte d’Alpone, provincia e diocesi di Verona il 10 novembre 1953; è stato ordinato sacerdote il 2 giugno 1979. Ha fatto per tre anni il vicario parrocchiale a Bovolone e si è laureato in sociologia presso l’Università di Trento. Ha insegnato sociologia in Seminario a Verona e poi ha avuto incarichi presso la Conferenza Episcopale Italiana per i giovani e in seguito per le Missioni visitando diversi paesi dell’Africa e dell’America Latina. Ultimamente era, dal 2007, Vicario Generale della Diocesi veronese. Con l’andar del tempo lo conosceremo anche sotto l’aspetto umano e pastorale. Il Vescovo emerito Mons. Ovidio Poletto, dopo aver speso le sue energie in questo decennio trascorso per portare l’annuncio della fede nelle nostre terre e guidare le nostre comunità cristiane ha deciso di rimanere qui in Diocesi. È alloggiato presso la Casa di Riposo dei sacerdoti a San Vito al Tagliamento dove, finché avrà forza e salute, continuerà ad esercitare il ministero sacerdotale in aiuto al vescovo titolare e continuerà a pregare e ad

Monsignor Ovidio Poletto, Vescovo uscente, in occasione della visita pastorale avvenuta il 9 febbraio 2008.

offrire la sua esistenza per la nostra Chiesa Diocesana. Noi lo ringraziamo per il servizio egregiamente svolto e gli auguriamo vita, serenità e salute insieme con la preghiera perché lo Spirito Santo riempia dei suoi carismi il Vescovo Giuseppe e lo faccia essere per tutti l’icona del Buon Pastore. A tutti parrocchiani e lettori de l’Artugna i migliori auguri di una lieta e Santa Pasqua!

Monsignor Giuseppe Pellegrini Nasce a Monteforte d’Alpone (Verona) il 10 novembre 1953. Segue gli studi della maturità classica presso il liceo del Seminario Minore e poi il curriculum teologico presso lo Studio Teologico «San Zeno». Ordinato sacerdote da S. E. Mons. Giuseppe Amari nella Cattedrale di Verona il 2 giugno 1979. Vicario parrocchiale a Bovolone (1979-1983). Vicerettore in Seminario maggiore (1983-1993). Iscritto alla facoltà di Sociologia di Trento. Docente di Sociologia presso lo Studio Teologico San Zeno (1991-2007) e Istituto di Scienze Religiose (1992-1999). Assistente diocesano Azione Cattolica (1993-1996) e del settore Giovani di A.C. (1993-1998). Direttore del Centro diocesano di Pastorale Giovanile (1994-1998). Ministero presso la Conferenza Episcopale Italiana a Roma (1998-2007). Incaricato per la Giornata Mondiale Gioventù (1998-2000). Licenza in Scienze Sociali all’Angelicum (2001). Vice Direttore Ufficio Nazionale Cooperazione Missionaria tra le Chiese e Pontificie Opere Missionarie (2000-2006) e poi Direttore Nazionale (2006-2007). Cappellano di Sua Santità (2004). Assistente Centrale del Movimento Giovanile Missionario (2000-2006). Direttore Generale Missio e Presidente Fondazione CUM (2006-2008). Vicario Generale Diocesi di Verona (2007-2011). Eletto Vescovo di Concordia-Pordenone il 25 febbraio 2011.

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[ la ruota della vita]

NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Enrico Andreazza di Mirco e Sonsiade Parisotto – Budoia Alessandro Zambon Pala di Simone e Tania Martinuzzi Battan – Dardago Giorgia Milito di Francesco e Cristina Chiesa – Milano Giulia Ermacora di Edi e Claudia Zambon – Dardago Eva Ermacora di Edi e Claudia Zambon – Dardago Sophia Beatrice Bernardis di Walter e Genny Baldassin – Budoia Filippo Verardo di David e Alessandra Zambon – Dardago

M AT R I M O N I Felicitazioni a... Nozze d’oro Redento Carlon e Tranquilla Batistuzzi – Budoia Angelo Fort e Renza Cauz – Santa Lucia Valentino Carlon Brolo e Lilliana Puppin – Budoia Celestino Del Zotto e Vania Piccoli – Budoia Aldino Carlon e Lina Artico – Budoia Nozze diamante Giovanni Calderan e Ornella Zambon – Dardago

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Angela Cipolat di anni 92 – Ferrara Claudio Varnier di anni 82 – Alencon – Francia Angelo Fontana di anni 91 – Dardago Valeria de Tuoni di anni 58 – Aviano Giacomina Castelli di anni 82 – Dardago Alfeo Angelin di anni 81 – Tolmezzo Vincenza Ianna di anni 97 – Budoia Franco Coronica di anni 64 – Budoia Marino Rigo di anni 96 – Milano Cecilia Zambon Pala di anni 56 – Dardago Paolo Marson di anni 20 – Chions Giovanni Zambon di anni 88 – Venezia Luigi Signora di anni 78 – Budoia Maria Rigo di anni 92 – Dardago Maria Scarpat di anni 91 – Santa Lucia Milandou Mederic Batoukounou di anni 48 – Budoia Nives Dapas di anni 60 – Dardago Attilio Marcuz di anni 74 – Budoia Elvio Lacchin di anni 59 – Santa Lucia Paolo Buscema – Milano Clara De Valerio di anni 67 – Santa Lucia Alpidio Bocus di anni 86 – Dardago Angelina Gislon di anni 97 – Santa Lucia Bice Leporatti Zambon di anni 74 – Milano Mario Carlon di anni 76 – Budoia Angelo Varnier di anni 80 – Verona – Budoia


In copertina. 17 marzo 1861-2011. Per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, sventola il tricolore nei nostri paesi.

Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

a n n o XL

·

[foto di Vittorio Janna]

apr

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La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti

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La ruota della vita

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Viole sul rivàl di Anna Pinàl

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Due volte vent’anni di Vittorio Janna Tavàn

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Per il 150° compleanno d’Italia di Marta Zambon

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Italiani per sempre di Vittorina Carlon

ile 2011

122 sommario

Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.artugna.blogspot.com e-mail direzione.artugna@gmail.com

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’N te la vetrina

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Lasciano un grande vuoto...

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Cronaca

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Inno alla vita

«Gracias» per tutto il bene di Suor Sara e Comunità di Cochabamba

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I ne à scrit

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S.O.S. Bilancio

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L’angolo della poesia di Laura Moro e Angelo Janna Tavàn

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Programma religioso, auguri

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El pì bel pan e vin di Massimo Zardo

e inoltre...

Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Pier Carlo Begotti, Sonia Sfreddo, Antonietta Torchetti, Massimo Zardo Spedizione Francesca Fort

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Ed inoltre hanno collaborato Pier Carlo Begotti, Francesca Janna, Espedito Zambon

90 anni fa... Dardago ha le nuove campane di Roberto Zambon 4 by-pass e 4 ospedali di Alessandro Fontana

Albero genealogico I Rosìt a cura di Roberto Zambon

Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn

Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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Quando i pensieri si ingarbugliano per stanchezza, per ripetitività, e girano a vuoto, è ora di fare una passeggiata in luoghi come questi.

Viole sul rivàl di Anna Pinàl

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ciamps i é là distiradi, come i mus che no i vol fa gnent. Straccs. Stanchi di che cosa? Di un passato fatto di fatiche proverbiali. Ora sono pensionati, oziosi. Messi a riposo. Percorri la pedemontana e ti viene offerto una visuale rilassante: fatiche zero. Al posto di forment e sarturc, ciuffi d’erba fitti e ben regolati come per giardini di palazzi reali. E viole sul rivàl. Un campo ben arato e riordinato dava soddisfazione a chi ci aveva faticato. Ma anche a chi passava occasionalmente di lì e guardava. Le cose ben fatte fanno arrivare una strana beatitudine in chi le nota, anche se non ha mosso un dito. Ma oggi non vedi più la fatica sotto il sole, ha cambiato stile, si è ritirata in ambienti chiusi. Nelle città, dove ha un’altra natura.

I friulani considerano le difficoltà come reali difficoltà solo per gli altri. Per se stessi, invece, come cose da by-passare, per andare oltre, senza tante moine. Pena la perdita del carattere duro e autosufficiente della friulanità, che ci portiamo dietro, ovunque andiamo. Una vecchia regola del DNA. Non la cambiamo finché non ne troviamo una migliore. Anche se siamo passati dai campi alle scrivanie. Ogni uomo è irripetibile. Ma più di tutti lo sono stati i ‘vecchi’ dai quali abbiamo appreso molto, nel loro essere e nello stare insieme a tutto ciò che allora viveva. Chi ama troppo la macchina diventa una macchina. È il nostro destino. Ma quando la abbandoni lasciandola lungo il ciglio della strada e ti addentri nello scenario della Valgranda, ti senti contagiare da qualcosa che ritorna dentro, con tutta la sua forza. Una libertà 6

spaziale che ci è mancata da quando ci siamo separati da questo luogo di vita. Noi siamo fatti del nostro passato, quello conosciuto e vissuto, presente nella memoria come cartoline a colori, e quello sentito ricostruire con le parole degli altri, parole antiche cioè ereditate come un bene comune, usate nel modo di guardare, accettare e descrivere le cose, gli affetti, la vita. Il presente è l’utilizzo di quello che abbiamo raccolto e imparato da piccoli, tradotto nella lingua ufficiale, che comunque ha impoverito il significato originale di una intera mentalità. Chi parla il friulano trasmette un timbro di autenticità che è come una sfida. Ti accorgi che avere buttato via la tua lingua iniziale, hai buttato via un po’ di te stesso, con tutti i nomi delle cose vere. Ti guardi intorno e man mano che sali lungo queste stradine, tut-


te un po’ in pendenza, ti allontani dall’abitato e ti inoltri lungo il corso dell’Artugna, ti vengono incontro esseri viventi che ti rallegrano e ti liberano dalle ossessioni che ti comprimono. Scompaiono le idee degli impegni, delle scadenze, dei progetti di lavoro da mettere in piedi con altri e da rendere operativi. Cioè ti senti lavare l’anima. Riscopri il sapore di essere libero e leggero. Quando i pensieri s’ingarbugliano per stanchezza, per ripetitività, e girano a vuoto, è ora di fare una passeggiata in luoghi come questi, a incontrare uccelli, arbusti, fiori, brezze, e vedere che tutto è eternamente giovane, come lo eri tu quel dì. I grandi spazi verdi ispirano ancora libertà e respiro ampio. Ti rigiri, e l’orizzonte infinito, verso la bassa, è d’incomparabile bellezza. La compagnia di creature belle e operose nel loro vivere programmato, rilassante, si ripresenta. Le

api, il ronzio a chi serve? È solo agitazione delle alucce per il volo? E la variazione dei verdi in migliaia di foglie, perché è così differenziata, sfumata? La colorazione non potrebbe essere uniforme, che per gli alberi sarebbe lo stesso? Meno male che non siamo stati consultati nei criteri della creazione. Avremmo bocciato gran parte della bellezza. Per razionalità organizzativa. Sul Crep de San Tomé i arthins (narcisi) inviano un messaggino: ‘sii felice e libero dagli affanni’; in te l’Artugna i piccoli garofani rossi crescono tra i sassi e lanciano inviti: la vita sboccia anche in modi impossibili. L’uomo non è riuscito a cambiare i ritmi della natura. A fare crescere le pannocchie con lo zoom, a far deporre le uova a scatto, con un clic, a spazzare le nuvole con il soffione delle cartacce usato in città per pulire i marciapiedi. Ha bacchettato il mus perché corresse di più, e la povera bestia più che crollare non avrebbe potuto. Così siamo passati ai cavalli meccanici. L’auto più modesta ha 55 cavalli, non uno solo. Ma è ferraglia oleata per far girare velocemente ingranaggi e ruote, e trasmetterci il suo vorticare, e un senso di vivere sempre con il motore acceso, per essere pronti. Ma le regole le ha fatte il Creatore, e le ha rese ferree perché ci ama e siamo suoi. Abbiamo una sola libertà, essere felici e quando non ci riusciamo cominciamo a rovinare un po’ di cose o a guardarci in giro. Per imparare la vita. È bello se piove, il ticchettio delle gocce, come uno scorrere di perle, dà allegria. È bello con il sole, perché i fiori sbocciano, si colorano, le foglie si distendono per farsi carezzare, le pite gironzolano con un’aria disoccupata, di chi è in cerca di chiacchiere. 7

Con il ritrovamento di questo mondo ti viene l’idea che anche il paesaggio sussulti nel rivederti. Dicono che la vita riconosce la vita e che nell’incontro c’è scambio di esultanza. Gli affetti di un tempo si mescolano con il panorama e diventa tutto accoglienza, festa. Come se fosse stato sempre così. E gli altri avvenimenti fossero stati interruzioni come i filmetti della pubblicità. El restel, la falth, el martel par bate la falth, la britola par fa ciane, par tajà i vencs pa’ le theste, i finimenti del mus prolungamento della forza, e compagnia viva, el cortelath par tajà rumath e spine sono gli strumenti che girano ancora per casa, prolungamento delle mani. Fare le cose rustiche è più difficile che farle artistiche. Perché le rustiche devono reggere agli urti e all’usura di lavori pesanti, di maltrattamenti e trascuratezze. Devono essere pensate per superare ogni durezza. Le artistiche sono fatte per essere ammirate, sfiorate appena. Non sono strumenti, sono idee, si fanno per bellezza, per il gusto di guardarle. Sono ninnoli che esprimono l’assenza di durezza nella nostra vita. Comperiamo tutto fatto. E diventiamo obbedienti a ciò che hanno fatto, pensato e realizzato gli altri. Anche noi siamo diventati un po’ cose nelle mani di fabbricanti astuti e abbiamo perso le capacità creative di provvedere autonomamente. Siamo creature assistite da fornitori super organizzati. Tu guardi e scegli, cioè allunghi le mani come scimmie in gabbia che ricevono i contentini. Ma quando ritorni alla vista delle tue montagne ti senti scollare di dosso tutte le briglie e i cappi che ti sei lasciato mettere addosso, e ti riprende la voglia di rimpossessarti delle abitudini sane, con la libertà totale come stile di vita.


Affresco semiserio delle mutazioni sociali negli ultimi quarant’anni di storia

due volte vent’anni di Vittorio Janna Tavàn

Un corso d’acqua è elemento di unione e di separazione allo stesso tempo. Accomuna genti e terre che lungo il suo corso hanno edificato le loro case ed avviato le loro attività, divide il territorio di una sponda da quell’altra. Ma può unire e separare astrattamente anche il tempo. Il torrente Artugna è stato scelto per dare il nome al nostro giornale che oramai scorre da quarant’anni. Con lento addomesticamento o impetuosa energia è sceso sempre a valle facendosi spettatore passivo o attento osservatore di ciò che il tempo ha disciolto nelle sue acque. Mode, tendenze, cambiamenti epocali, atteggiamenti privati e pubblici, figli di un felice progresso o di una pericolosa involuzione della nostra società. In questo articolo vogliamo accogliere piccoli àmbiti quotidiani ed ispezionarli con la leggerezza della satira di costume e la sottile malinconia di una semplicità perduta, unendo e comparando l’anno della nostra fondazione, il 1972, e quello della nostra attualità, il 2011, e separando le reazioni allo stesso accadimento nelle due epoche. Unire e separare… proprio come un fiume.

A SCUOLA

i fatti

2011

Franco e Daniele si azzuffano nel cortile della scuola durante la ricreazione. Daniele cade a terra, si lacera i pantaloni e si sbuccia un ginocchio. Il maestro interrompe la lite, li sgrida e li rimanda in aula, mettendo poi una nota sul registro di classe.

Franco e Daniele si rialzano minacciando una sanguinosa resa dei conti all’uscita da scuola. Il maestro, nel tentativo di sedare la lite, colpisce inavvertitamente Franco al mento e questi reagisce sferrandogli un pugno. Il maestro chiede scusa. I compagni di classe riprendono la scena con il cellulare e pubblicano il video su youtube. Il padre di Franco denuncia il maestro per maltrattamento di minore. Il maestro denuncia il padre di Franco per minacce ed aggressione dopo la lite, ed il figlio per il pugno. I genitori di Daniele denunciano quelli di Franco per aggressione al loro figlio. Denunciano poi la scuola per la mancanza di sorveglianza al suo interno. A scuola intervengono i Carabinieri. Daniele è portato al Pronto Soccorso e quindi al reparto di Traumatologia. Rimane per alcuni giorni in osservazione. Un chirurgo estetico ricostruisce infine la parte lesa della pelle del ginocchio.

1972 Franco e Daniele si rialzano, si spolverano alla meglio e rientrano seguiti dai compagni che hanno assistito alla scena. Il maestro assesta un bel ceffone sulla nuca a Franco che ha provocato per primo. Franco e Daniele chiedono scusa. Quando Daniele rientra a casa sua madre lo sgrida per aver rotto i pantaloni e poi disinfetta la piccola ferita con acqua ossigenata prima di mandarlo a dormire senza cena e prima che suo padre gli molli un altro ceffone per la litigata a scuola e la nota sul registro. Franco e Daniele rimangono amici per la vita. 8


Anno XL · Aprile 2011 · Numero 122

Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

AL SUPERMERCATO

i fatti

Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Sei invitato ad una cena tra amici. Vuoi portare loro un buon dolce fatto in casa ma ti accorgi che il latte, il burro e le uova che hai non sono sufficienti. Esci per andare a comprarli.

1972

Dal suo letto d’ospedale, grazie all’iphone che i genitori gli hanno regalato per stemperare il trauma conseguente alla lite, Daniele posta su facebook un messaggio in cui racconta la sua esperienza alle 3.475 persone di cui ha l’amicizia. Un analista ne segue la riabilitazione psicologica. La scuola, a causa dell’episodio, chiude. Il telegiornale nazionale apre con un servizio sul bullismo. Il video realizzato dai compagni di classe è trasmesso integralmente previo avviso agli spettatori del contenuto altamente drammatico delle immagini. Dagli schermi di un tg locale il vulcanico direttore lancia anatemi sulla mancanza di sicurezza nelle scuole italiane con parallelismi al degrado sociale delle nostre città dopo l’arrivo degli immigrati clandestini. In seconda serata, il talk show di punta dedica una puntata speciale alla tematica dal titolo La vita è bulla. Ospiti in studio un criminologo, uno chef, il Ministro della Difesa, uno psichiatra e una showgirl. Nel centro dello studio campeggia il plastico del cortile della scuola.

Scendi sotto casa e a piedi raggiungi la latteria cooperativa. Il gestore ti accoglie col sorriso, ti chiede come stanno i parenti, posa il bidone in alluminio e ti porge il latte crudo di mucca (munto in giornata), un panetto di burro (che sa di fattoria) e mette una mezza dozzina di uova (deposte in giornata) in un vaso di vetro. Termini di conversare in dialetto del tempo, paghi e risali a casa dieci minuti dopo che sei uscito.

2011 Esci di casa e vai in garage. Per impiegare meno tempo possibile imposti il navigatore con la via del più vicino ipermercato. Sbagli strada a causa di una rotonda di nuova costruzione non contemplata dal satellitare. Arrivi al parcheggio dell’ipermercato, gironzoli una buona mezz’ora in cerca di un posto libero. Insegui a passo d’uomo una signora con alcune buste della spesa confidando che se ne vada per lasciare libero il suo posto. Ti guarda, intuisce la tua intenzione ma ti fa «no» con il dito. Stremato, parcheggi sul posto riservato ai disabili inserendo le «quattro frecce». Cerchi in tasca una moneta per ritirare un carrello. Non ne hai e chiedi a qualcuno di cambiarti un 9

pezzo da cinque euro. Ti guardano con sospetto e ti negano il favore finché trovi degli spiccioli nel portaoggetti della tua auto. Entri nell’ipermercato, l’addetto alla sorveglianza ti chiede di sigillare il tuo marsupio ma dopo una breve discussione riesci a tenerlo integro con te. Cerchi il reparto latticini dai cartelli sospesi sulle corsie. Ne intuisci le lettere ad un centinaio di metri, sulla parte opposta della struttura. Arrivi accaldato nell’area banchi frigo e la temperatura cala di una decina di gradi. Metti la mano sul primo panetto di burro che vedi (necessariamente fatto con latte comunitario) ma, volgendo per errore lo sguardo, scopri che ci sono altre dodici marche a disposizione differenziate per quantità di grasso e colesterolo presente. Prosegui nel settore del latte e sei assalito dai dubbi: devi scegliere tra quello intero, di alta qualità, scremato o parzialmente scremato, a lunga conservazione, nutriente, sterilizzato, delattosato o in offerta speciale. Telefoni col cellulare a tua moglie per un consiglio ma lei «non è al momento raggiungibile» (naturalmente la vocina meccanica ti suggerisce di «riprovare più tardi»). Scegli a caso, controllando accuratamente data di scadenza ed origine e passi al reparto uova. Un universo avicolo si apre al tuo passaggio: uova fresche, extrafresche, biologiche, da allevamento a terra o da galline libere. Naturalmente suddivise per dimensione: grandi, medie, piccole. Prendi quelle che dal colore sembrano più indicate per dolci illudendoti che qualcuno le abbia studiate appositamente per quella funzione. Controlli la data di deposizione, di scadenza, l’origine della filiera dimenticando però di verificare che siano integre.


Una ti si rompe nel carrello. Arrivi alla cassa e ti si pone il dilemma della fila: cassa veloce (massimo 10 articoli), «Salvatempo», cassa per madri con bambini o cassa normale? Deponi i tuoi acquisti sul rullo separandoli da quelli del precedente con la targhetta apposita e tenti un dialogo con la cassiera. Senza alzare lo sguardo e con accento marcatamente straniero lei ti

chiede semplicemente se hai la tessera dell’ipermercato e se vuoi una borsa ecologica, termica, normale o ad alta resistenza. Paghi, deponi il carrello, recuperi la moneta e cerchi di ricordare quale sia il numero della corsia di dove hai parcheggiato. Fuori piove ma la multa per aver occupato il posto riservato ai disabili è in bella mostra sul parabrezza. Sali, tenti di mettere

in moto ma la batteria è scarica. Le «quattro frecce» accese l’hanno esaurita. Ti fai venire a prendere da tua moglie. Sono passate due ore dalla tua uscita di casa. La sera a cena scoprirai che i tuoi amici sono diventati spiritualisti new age e vegetariani «vegani» per cui non mangiano prodotti di derivazione animale. Come burro, latte e uova.

IN VACANZA

i fatti

2011

È ferragosto, tempo di ferie. Parti con la famiglia per la mèta che hai scelto. Trascorri due settimane di vacanza prima di rientrare al lavoro.

Cerchi su Internet, il giorno prima della partenza, un viaggio last minute per una località esotica. Non importa quale purché sia alla moda. Inserisci on line i dati della tua carta di credito e paghi il viaggio. Partirai da solo perché non ti sei mai sposato nella ferma convinzione che rimanere single sia la condizione ideale per non dover divorziare o avere una «famiglia allargata» come i tuoi amici. Prendi la macchina per dirigerti all’aeroporto e ti fermi in autogrill solo per una sosta veloce in bagno. Fingi di non avere monete da lasciare all’addetta alle pulizie della toilette e decidi di berti rapidamente un caffè. Dopo aver consumato un «Menù colazione» (caffè + brioche + spremuta) ed un panino «Positano», compri tre «Gratta e vinci» ed esci con due confezioni di Toblerone gigante e diversi prodotti regionali. Risali in macchina ma sei in ritardo per il check in. Superi i limiti di velocità ed il sistema tutor calcola ed immortala le tue infrazioni. All’aeroporto sistemi la macchina in un parcheggio costosissimo. Al banco registrazioni ti comunicano che il tuo posto non risulta prenotato e che, probabilmente, con un sistema di truffe telematico, hanno clonato la tua carta di credito.

1972 I preparativi cominciano 15 giorni prima della partenza. Nel giorno prestabilito sistemi solamente le valigie, coperte da un telo di nylon, sul portabagli della tua Fiat 127 bianca e le assicuri con la corda elastica. Qualche panino con la frittata preparato a casa, dell’acqua in una borraccia e qualche zolletta di zucchero consumati in una piazzola di sosta con la famiglia, saranno da sostentamento durante il viaggio. Dopo quattro ore sei al mare nella pensione che frequenti da anni e dove i proprietari ti attendono col sorriso. Incontri i clienti degli anni precedenti con i quali trascorrerai quindici piacevolissimi giorni. Spedisci qualche cartolina agli amici e porti a sviluppare le 24 fotografie che hai scattato con la famiglia. Rientri al lavoro riposato.

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L’addetta riesce a trovarti ugualmente una sistemazione sull’aereo ad un prezzo triplicato rispetto a quello on line. Il viaggio dura dieci ore per un problema al sistema di atterraggio dell’aereo. Arrivi all’aeroporto di destinazione e scopri che i tuoi bagagli sono stati smarriti, probabilmente dirottati in una parte del mondo, opposta alla tua, di cui ignori l’esistenza geografica. Arrivi al villaggio turistico e capisci il potere persuasivo della pubblicità e quello magico di Photoshop: rispetto al catalogo promozionale, le palme sono piccole e secche, i bungalow confortevoli come una cabina telefonica, l’aria condizionata difettata, il capoanimatore di Gioia Tauro. Non conosci nessuno e hai difficoltà a socializzare. Decidi di aderire ad un’escursione guidata per visitare la barriera corallina e scatti 360 fotografie, una per ogni grado prospettico. Passi quindici giorni d’inferno a causa di un’invasione di formiche giganti nel tuo bungalow. Riparti per l’Italia su un aereo in ritardo di sei ore per uno sciopero dei controllori di volo. Ritorni al lavoro stressato ed impieghi una settimana per riprenderti dal fuso orario.


150° UNITÀ D’ITALIA

Per il 150°

compleanno d’Italia di Marta Zambon

Anche il Comune di Budoia ha voluto partecipare attivamente ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Nella serata di mercoledì 16 marzo, la «Notte tricolore», è stato presentato in Teatro a Dardago lo spettacolo «Da Tremeacque all’Italia: sulle orme di Francesco Dall’Ongaro», prodotto dall’Associazione Culturale altoliventina XX Secolo.

Un reading che ha ripercorso la biografia e la produzione artistica del patriota risorgimentale originario di Mansuè, Francesco Dall’Ongaro. Mazziniano, Dall’Ongaro diresse tre giornali: La Favilla a Trieste, Fatti e parole a Venezia e il Monitore a Roma. Venne eletto all’assemblea costituente della Repubblica


romana, retta dal triumvirato Armellini-Mazzini-Saffi. Costretto all’esilio, rientrò in Italia nel 1859 e nel 1861 venne nominato primo docente di letteratura italiana drammatica del Regno d’Italia con cattedra a Firenze e

poi a Napoli dove morì nel 1873. L’orazione funebre venne pronunciata da Francesco De Sanctis. Lo spettacolo ha visto avvicendarsi sul palcoscenico il giornalista Giacinto

Bevilacqua, voce narrante e autore dei testi, il poeta Fabio Franzin, l’attrice Paola Tomasella e il pianista Alberto Ravagnin. Il 17 mattina la popolazione si è ritrovata in piazza a Budoia

Vorrei rivolgere il nostro pensiero ai padri della nostra nazione, a tutti gli eroi risorgimentali che si sono sacrificati per l’identità italiana, per realizzare una nazione indivisibile, unita nei valori e nella cultura maturati in un territorio storicamente fertile. Il risorgimento non sarebbe mai esistito, e non sarebbe mai esistita la nostra nazione di cui oggi celebriamo i 150 anni di storia, se le idee maturate e concretizzate dagli eroi risorgimentali non fossero state nell’aria; parafrasando Camillo Sitte il quale sosteneva che

un libro ha successo solo quando le tesi riportate sono già presenti nelle masse, allo stesso modo possiamo dire che l’unità nazionale non sarebbe mai avvenuta se il popolo italiano non avesse condiviso nell’inconscio la volontà di identificarsi in un territorio definito in cui esprimere degli ideali condivisi e rappresentati da un sistema istituzionale, giuridico, culturale e produttivo. Vorrei portare pertanto il ricordo alle masse composte da individui i cui nomi non compaiono nei libri di storia, ma che decidono la storia e l’hanno decisa

Riportiamo di seguito il discorso tenuto dal Sindaco arch. Roberto De Marchi.

Gentili Consiglieri Comunali e Cittadini di Budoia, oggi, 17 marzo dell’anno 2011, ci troviamo riuniti a celebrare i 150 anni della nostra amata patria: l’Italia; traguardo ambito per secoli da milioni di patrioti e nostri connazionali, che uniti dal sacrificio e dalla passione hanno dato vita alla nostra nazione, e oggi ci troviamo ad onorare in questa sede comunale, a rappresentanza della repubblica democratica italiana identificata dalla nostra amata costituzione e dal vessillo tricolore che ci unisce come stato e come popolo.


alle 11.00 per l’alzabandiera, momento reso solenne dalla presenza degli Alpini della sezione Ana di Budoia e dal canto dell’Inno di Mameli da parte del Collis Chorus e del Gruppo folcloristico Artugna.

La cerimonia è proseguita in Sala Consiliare dove si è tenuta una riunione del Consiglio Comunale con gli interventi del Sindaco e dei Capigruppo. Hanno contribuito alla buona riuscita la Pro Loco ed il Comitato Festeggiamenti Dardago che hanno organizzato i rinfreschi a conclusione dei due eventi. Come sempre la Protezione Civile era presente per regolare il traffico. Nel pomeriggio di giovedì un gruppo di donne di Budoia ha partecipato ad una lezione organizzata dall’Università della Terza età di Montereale Valcellina. La dottoressa Anna Maria Poggioli ha trattato il tema: «Il ruolo delle donne nel Risorgimento Italiano».

sopportando per secoli il dominio straniero in casa propria, ribellandosi e definendo i confini della propria identità territoriale, politica e sociale. Le lotte, che hanno portato all’indipendenza del nostro popolo ed alla libertà e uguaglianza, sono state scritte col sangue; la lapide in onore di Agostino Stefani, i nomi riportati sui monumenti nelle piazze dei nostri paesi ci ricordano il peso della nostra realtà. Altre lotte hanno caratterizzato il nostro paese e lo hanno reso grande: il diritto allo studio, base fondativa di una società consapevole; il diritto/dovere al lavoro, indispensabile alla dignità sociale degli individui ed al funzionamento di uno stato; il diritto ad essere giudicati equamente senza discriminazioni di sesso, razza e religioni. Una lotta ancora sostanziale è in corso, la lotta alle associazioni mafiose, che rappresentano un limite nell’esprimere in termini pieni e sostanziali la nostra identità, è questa l’azione necessaria per dare coerenza al Risorgimento. In questa giornata mi sento di ricordare quell’esercito di persone che ha combattuto e tutt’ora combatte contro la mafia per la necessità di una identità di

stato, mi sento di citare questi uomini come eroi risorgimentali, tesi a fare dell’Italia uno stato di diritto, questo è l’ambito di conquista per il quale lottano ed hanno lottato. Per quanto impropriamente gli italiani vengano identificati all’estero con la generalizzazione di mafiosi, non rappresenta nella sostanza il popolo italiano, che ha attraversato ed è riuscito a superare condizioni di estrema difficoltà; una nazione che da un modello protocapitalista ottocentesco è diventato tra i paesi più industrializzati e competitivi al mondo, grazie all’intelligenza ed alla cultura del lavoro, un paese che ha concepito il fascismo e lo ha superato affrontando una guerra civile, un paese che ha concepito la strategia della tensione ed il terrorismo politico e lo ha superato in nome della democrazia. Tutto ciò è avvenuto grazie alle basi solide della nostra cultura evolutasi attraverso varie fasi, solo per citarne alcune l’impero romano, la storia dei Comuni e le basi del Cristianesimo, che da secoli contribuiscono alla nostra etica. Per quanto impopolare, in questa giornata vorrei portare l’attenzione su alcuni limiti del nostro sistema paese, mi

150° UNITÀ D’ITALIA

Il momento ufficiale dell’alzabandiera. A destra. Francesco Dall’Ongaro, patriota risorgimentale.

sento di ricordare e condividere le preoccupazioni del presidente della repubblica evidenziate nel discorso di fine anno: stiamo rischiando che le opportunità saltino a piè pari una generazione, ed una generazione salti a piè pari le opportunità. Un nostro impegno si rende necessario affinché ciò non accada, per il bene della nostra nazione. Altresì dobbiamo rinnovare il nostro impegno fondamentale per superare anacronistici schemi culturali derivati dalla tradizione e che attualmente rappresentano un nostro limite, ovvero il ruolo sociale per le donne, ancor oggi disatteso. Un paese che si distingue per intelligenza, eleganza, sensibilità e che si chiama Italia, non può creare una distanza dal protagonismo femminile. Alle donne e ai giovani voglio guardare con tanta voglia di futuro. Viva l’Italia, ieri, oggi e soprattutto domani. ROBERTO DE MARCHI SINDACO


150° UNITÀ D’ITALIA

Chi è fra gli italiani che non si sente compreso d’ammirazione per questi due figli d’Italia!

M i chiamo Angela Zambon Pinal, sono cresciuta tra il Vaticano e la Crosera. Siccome stiamo festeggiando i 150 anni dell’unità d’Italia mi è venuto in mente di scrivere un mio ricordo, magari condiviso da altri. Dove adesso c’è lo spiazzo del bar da Pippo o della Rossa, come continuo a chiamarlo io, c’era una casa con un portone bellissimo, muro in sassi, rientrante con una o due panche sempre in sasso. La famiglia si chiamava Toscan. In quella casa, che a me sembrava più signorile delle nostre di allora, con giardino e scalini d’ingresso, nel corridoio su cui si affacciavano diverse porte c’era una vetrinetta con una camicia rossa e cimeli vari di qualcuno della famiglia che avrà partecipato alla spedizione dei Mille. Sarà stata una visita organizzata dai maestri, probabilmente Umberto Sanson, amante di storia e di cose come queste. Io ero affascinata da Garibaldi: il mio maestro

mi ha trasmesso la sua passione e ho un ricordo di quella unica visita molto forte. Chissà se c’è qualcuno che sa cosa è successo a quella vetrinetta! Mi ricordo anche che sul muretto di una villa entrando a Budoia, forse Villa Maria o Olga, c’era un piccolo busto di Garibaldi. Quando andavo a Budoia con mia madre (era il centro commerciale di allora, ricordate Baratela, Gildo, la Coca?) lo accarezzavo sempre finché un giorno l’ho fatto cadere spaventando a morte un vecchietto che era seduto sotto la pergola! Me ne à dit un sac e ‘na sporta! Mia mamma, poi, mi ha dato il resto! Ma l’amore per Garibaldi cosa fa fare! Mi ha fatto piacere condividere con voi questi ricordi, se poi vi serviranno sarò ancora più contenta. Leggo sempre l’Artugna che mi spedisce mio fratello Roberto. È come un ritorno a casa.

italiani per sempre di Vittorina Carlon

C i fa piacere, gentile signora An-

Attestato della Società friulana Veterani e Reduci dalle Patrie Battaglie, datato 13 luglio 1911, a favore di Ferdinando Brussato quale socio effettivo per le Campagne 1848-49 (Venezia) e 1849 (Roma).

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gela, ricevere la sua testimonianza che ci permette di aggiungere un ulteriore tassello, seppur contenuto, alla documentazione finora rinvenuta sulla storia risorgimentale dei nostri paesi, aggiornandola proprio nella ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Non conoscevamo l’esistenza di cimeli garibaldini conservati in modo così amorevole e con grande cura nell’abitazione dei Toscans, anche se la cosa doveva essere ovvia. Ne capirà il perché. Pur con l’occhio di bambina, lei aveva ben intuito che la casa era diversa dalle altre architetture tipiche dei nostri paesi; vi abitavano, infatti, un ramo degli Antonelli,


famiglia di lapicidi1, famosa già sul finire del XVII secolo per la sua artistica lavorazione della pietra. Ma che legame c’era tra gli Antonelli, i Toscans e i cimeli garibaldini? Una dei discendenti degli Antonelli era Teresa2, figlia di Giuseppe e Valentina Pupin Fereal, nata a Dardago il 16 marzo 1801, esattamente 60 anni prima della proclamazione dell’Italia unita. Sposatasi con il lagunare Giuseppe Brussato, si stabilì a Murano dove lavorò nella prima vetreria industriale per la produzione seriale del vetro comune, la Marietti, fondata nel 1826. La coppia ebbe un figlio, Ferdinando, nato nel 1834, che appena tredicenne approdò a Venezia per partecipare ai moti del 1848-’49 contro gli Austriaci, mischiandosi subito (probabilmente fin dal marzo 1848) alla folla degli insorti. La madre, contagiata pure lei dagli ideali patriottici e sostenuta da un forte amore materno, decise di raggiungere l’unico figlio e da quel momento le due vite non si divisero più, sino alla sua morte. Per vivere accanto a lui, Teresa frequentò con coraggio e determinazione i posti di guardia più pericolosi, vendendo cibarie e bevande ai soldati della difesa, nei forti del Lido e di Marghera, luoghi frequentati anche dal comandante militare della Legione Romana per la difesa di Venezia, generale Guglielmo Pepe. Con l’evolversi degli eventi le fu assegnata una dispensa più ampia dal generale Camillo Zanetti, comandante della Legione Civica Mobile Bolognese, unità militare che subentrò a quella romana. Teresa fu nominata ufficialmente dallo stesso Zanetti vivandiera della legione, ovviamente a patto che avesse seguito ovunque i volontari. Era il 4 novembre 1848. Dopo alcuni mesi, madre e figlio seguirono fedelmente l’unità militare trasferitasi a Roma, in aiuto alla Città Eterna, sotto l’abile guida militare di Garibaldi, metten-

Documento indicante i servizi sostenuti da Ferdinando Brussato durante i moti del 1848-49. Passaporto di Marco Antonio Brussato. (Documentazione gentilmente fornitaci dal signor Ferdinando Rodolfo Brussato).

do a repentaglio le loro vite in difesa degli ideali. La donna operò più che da vivandiera, da «Madre del battaglione», da sorella dei legionari, da suora di carità, spesso pronta ad abbandonare il suo carretto di vivande per prestare amorevolmente servizio d’infermiera all’arrivo dei feriti. Era pure la depositaria di tutti gli oggetti preziosi dei suoi superiori3. Ferdinando, invece, fu arruolato come tamburino l’11 gennaio 18494, dividendo le stesse sorti della madre. Teresa conobbe di persona l’eroe dei due Mondi: non potevano, perciò, mancare «camicia rossa e cimeli vari» nella sua casa paterna, e tra

Atto di nascita di Teresa Antonelli.

Atto di morte della vivandiera.

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quei cimeli erano sicuramente conservati anche gli autografi del generale Garibaldi come scritto ne «Il Libro d’oro del patriottismo italiano»5, in cui si parla dell’opera provvidenziale e confortatrice dell’Antonelli apprezzata anche dal generale Garibaldi, il quale come risulta da autografi che si conservano, più volte fece chiamare pregandola di recarsi or qua or là, dove si aveva bisogno di lei. Purtroppo anche la Repubblica Romana cadde il 3 luglio 1849. Piangendo della sorte di Roma, sprovvista di tutto e non potendo ritornare al paese natio perché soggetto alla dominazione austria-


Ferdinando Brussato, l’ex tamburino.

ca6, dopo tanto vagabondare Teresa con il figlio Ferdinando raggiunse Bologna, dove i due rimasero nascosti per quattro mesi. Decisero, infine, di rifugiarsi in Toscana, dove trovarono lavoro in una fabbrica di vetri a Castelfiorentino e dalla provincia di Firenze passarono nel cuore della Maremma a Castiglione della Pescaia, sempre alle dipendenze del medesimo proprietario. Dopo otto lunghi anni, alla fine del 1857, madre e figlio rientrarono a Venezia, ancora invasa dallo straniero. Nella città lagunare rimasero il tempo necessario per organizzare la fuga verso Dardago, luogo ritenuto più sicuro, dopo che il figlio ebbe acquisito il cognome materno per evitare le persecuzioni austriache come renitente alla leva. Da quel momento, in paese, il ramo di Teresa assunse il soprannome Toscan, per la lunga peregrinazione dei due in terra toscana. Nel frattempo, una grave malattia colpì Ferdinando; egli poté riaversi, ma l’udito rimase compromesso, tanto che fu riformato pur avendo tentato di farsi reclutare nella seconda Guerra d’Indipendenza, nel 1859, prima al servizio di Vittorio Emanuele II e poi di arruolarsi con Garibaldi nel corpo volontario dei Cacciatori delle Alpi. Riuscì in questo secondo tentativo ma solo per un brevissimo periodo. Gli fu così tolta la

possibilità di continuare a dimostrare i suoi valori in cui credeva, valori di libertà e di indipendenza per uno stato unitario. Rimase con la madre a Dardago e vissero insieme il momento patriottico della proclamazione dell’Unità d’Italia, il 17 marzo 1861, data in cui fu votata una legge che consentì a Vittorio Emanuele II di dichiararsi re d’Italia e di assumere tale titolo per sé e per i suoi successori. L’opera del Risorgimento era a buon punto, anche se mancavano all’annessione all’Italia Veneto e Friuli (annessi nel 1866), Roma (nel 1870) e Trentino, Venezia Giulia, Istria (accorpati nel 1918). Il 19 marzo 1865, all’età di 64 anni, la nostra Teresa Antonelli si spense nella sua casa paterna in via de Vetori (attuale via San Tomé), assistita amorevolmente dal suo unico e inseparabile figlio. L’11 maggio 1865, Ferdinando sposò Carolina Benedetti di Benedetto soprannominato Bartiul perché originario di Bertiolo (Ud), e di Anna Zambon; ebbe tre figli, Leopoldo Benvenuto (1866), Anna Teresa (1868), Marco Antonio (1870) e Pietro (1873). Fu anche nonno di Basilio (1902), Vittorio Luigi (1905), Anna Maria (1907), Luigia Candida (1910) e Carolina Angelina (1912), figli del terzogenito, Marco Antonio7 che sposò Caterina Janna e morì giovane all’età di 46 anni, nel 1913.

Fu lo stesso Ferdinando a mantenere la giovane nuora rimasta vedova con i 4 nipoti (l’ultimogenita, Carolina Angelina morì a un anno di età), pur percependo solo un soldo di pensione. Nel 1895, in occasione del venticinquesimo anniversario della liberazione di Roma, Ferdinando, orgoglioso dei suoi ideali, si recò nella capitale per rivendicare con dignità la valorosa figura materna e gli antichi ufficiali di quel battaglione gli offersero del denaro, ma quel fiero popolano rifiutò, ché non gli stava a cuore che la memoria della madre.8 Il 13 luglio 1911, ricevé l’iscrizione alla Società Friulana dei Veterani e Reduci dalle Patrie Battaglie, con sede a Udine, quale socio effettivo per le campagne 1848-49 (Venezia) e 1849 (Roma).9 Il nostro «vecchio» tamburino fu spettatore anche dei tragici eventi della prima guerra mondiale fino al 1° gennaio 1917, data in cui si spense alla veneranda età di 82 anni. E con lui fu sepolta anche la sua inseparabile divisa garibaldina10. *** Quale fine fece la casa? Purtroppo la «più signorile delle altre» fu venduta e in seguito demolita per lasciar spazio al parcheggio della Rossa. In pochi minuti scomparve sotto alcuni colpi di piccone uno scrigno di storia e d’arte, che, oggi,

Atto di matrimonio di Ferdinando Brussato con Carolina Benedetti.

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sarebbe potuto divenire un piccolo museo per l’esposizione dei cimeli risorgimentali e forse anche di documenti e progetti delle numerose opere degli scultori e altaristi «antonelliani», opere tuttora presenti nelle nostre chiese e in varie parrocchiali del pordenonese. Abbiamo perso un’occasione. Come ad Agostino Stefani,11 altro eroe risorgimentale delle nostre terre, fu dedicata una delle vie principali del capoluogo, si potrebbe pensare d’intitolare alla vivandiera Teresa e al tamburino Ferdinando la piazzetta dove gli Antonelli e i Brussato vissero o il primo tratto di via San Tomé, oppure nuove strade del comune come suggeriva a suo tempo il maestro Sanson. E perché no, anche ai Burigana e Carlon, i due giovani morti in combattimento sul forte di Marghera, nel 1849, sempre per la difesa delle idee di libertà e d’indipendenza. Persone umili, che hanno creduto in un’Italia unita che prefigurava un’Europa altrettanto unita, e che hanno servito con coraggio, generosità e sacrificio, coscienti del significato della lotta per l’indipendenza e per la democrazia. Ideali alti da trasmettere alle nuove generazioni.

Nel lungo elenco degli abbonati del periodico abbiamo rinvenuto il nome di Ferdinando Rodolfo Brussato, residente a Saronno, figlio di Basilio e di Eufemia Bustchovich. Il nostro direttore si è messo in contatto con lui per avere altre informazioni sul casato. Qualcuno sicuramente ricorderà Ferdinando perché visse a Dardago fino al 1946, anno in cui emigrò a Saronno. Pure la sua sposa, Ambrogina Rigo Moreal, è di origini dardaghesi. Il padre Basilio, guardacaccia del conte Marzotto, una volta rimasto solo, raggiunse il figlio a Saronno dove morì nel 1972.

Atto di morte di Ferdinando, il tamburino. (Documenti conservati nell’Archivio Storico della Pieve).

NOTE 1. Cfr. V. Carlon, Gli Antonelli, lapicidi dardaghesi, in l’Artugna 2003, 99, pp. 9-13.

mento gentilmente fornita dal Signor Ferdinando Rodolfo Brussato.

2. Fu il maestro Umberto Sanson ad interessarsi di Teresa e a pubblicare nel nostro periodico un suo articolo (cfr. U. Sanson, Una valorosa vivandiera in l’Artugna 38, 1982), che fu ulteriormente approfondito su suggerimento di Gero Zambon, (Redazione, Antonelli-Brussato, per un unico ideale in l’Artugna 85, 1998). Recentemente l’argomento con Teresa, la valorosa vivandiera di Dardago e Il tamburino dardaghese è stato analizzato nell’Appendice (curata dalla Redazione de l’Artugna) del volume della «Storia di Budoia» di Alessandro Fadelli, edito dalle Edizioni Biblioteca dell’Immagine, di cui consigliamo la lettura.

8. Il Tagliamento, op. cit.

3. Ulderico Grottanelli, Il libro d’oro del patriottismo italiano. Biografie e ritratti dei combattenti dal 1848 al 1870, Roma, 1902. 4. Cfr. documento del Ministero della Guerra, datato 29 ottobre 1892, sul servizio svolto dal giovanissimo Ferdinando, nominato l’11 gennaio 1849 e congedato per scioglimento di Corpo colla gratificazione di un mese di soldo, il 5 luglio 1849. Si legge anche: Ha fatto la campagna del 1849 alla difesa di Roma. (Documentazione gentilmente fornita dal Signor Ferdinando Rodolfo Brussato). 5. Il Tagliamento, periodico settimanale, Anno XXV, n. 40, Pordenone 5 ottobre 1895. 6. Il Tagliamento, op. cit. 7. Marco Antonio, di media statura con capelli, barba e occhi castani, di professione faceva lo scalpellino; fu l’ultimo erede della plurisecolare attività dei suoi avi. All’età di 22 anni lavorò in Romania, come registrato nel passaporto, copia del docu-

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9. Cfr. documento riprodotto gentilmente fornito dal Signor Ferdinando Rodolfo Brussato. 10. Testimonianza del Signor Ferdinando Rodolfo Brussato, tramandata da una delle zie. 11. Ancora incerte sono le generalità del nostro Agostino. Lo Stefani, scalpellino a Venezia, alle dipendenze dell’architetto Seguso, si mise a disposizione del Comandante Ulloa della seconda linea di difesa della città lagunare, con la sua squadra composta di 14 scalpellini. Il 29 maggio 1849 ricevette l’ordine di minare il ponte, ma l’operazione non diede esito positivo, tanto che il giorno successivo fu incaricato dal colonnello Cosenz di posizionare una mina proprio vicino alla terraferma per bloccare il nemico, con l’ordine perentorio di non avvisare i superiori, né altri. Il tutto per un premio di 40 lire. Purtroppo il gesto fu letto come un tradimento e Agostino fu lapidato a furor di popolo. Pagò con la sua vita la mancanza di una strategia unitaria. Cfr. G. Pillinini, La muart assurde di un furlan al timp dal assedi di Vignesie (1849) in Ce fastu?, anno LXV, 1, Rivista della Società Filologica Friulana, pp. 81-88; Patrioti caduti per la difesa di Venezia in Appendice, Schede di approfondimento a cura della Redazione de l’Artugna, in A. Fadelli, Storia di Budoia, Ed. Biblioteca dell’Immagine, 2009, pp. 161-163.


90 anni fa...

Dardago ha le nuove campane di Roberto Zambon L’archivio della Pieve di Dardago conserva due volumi manoscritti in cui il pievano don Romano Zambon segnava le intenzioni delle messe da lui celebrate e, per quelle festive, anche l’argomento dell’omelia. Tali documenti, però, sono interessanti anche perché don Romano annotava saltuariamente anche gli avvenimenti che lui riteneva importanti per la vita del paese. Ne l’Artugna di due anni fa (n. 118 – Aprile 2009) tali volumi ci hanno permesso di scoprire alcuni aspetti della Grande Guerra a Dardago. L’analisi di tali appunti, ci dà, ora, la possibilità di stabilire che esattamente 90 anni fa (marzo 1921) Dardago poteva fare un passo significativo verso la normalità dopo l’uscita dalla guerra, con l’inaugurazione delle nuove campane in sostituzione di quelle requisite dagli Austriaci nel 1918. Altri articoli pubblicati dal nostro periodico,

che si basavano su testimonianze orali, datavano l’inaugurazione delle campane nel 1922. A Dardago, come in ogni paese, le campane rivestono un particolare significato per gli abitanti. I loro rintocchi sono un suono pieno di suggestione e, per chi è costretto a vivere lontano, sono sinonimo di nostalgia. Non ci stupisce perciò, la velocità con cui i parrocchiani, nonostante i tempi grami del primo dopoguerra, decisero di rifare le nuove campane. Era il gennaio del 1918 quando venne emesso dal comando austriaco l’ordine di requisirle. Il 23 vennero staccate e gettate sulla piazza le due più piccole, mentre il 13 giugno seguente venne portata via anche la campana grande. Il paese restò senza campane: più povero e più triste. Fu un avvenimento che rimase fissato nella memoria di chi fu

presente. Camillo Zambon Pinal Bavan aveva solo quattro anni, ma ancora oggi, che di anni ne ha quasi 97, ha ben chiaro in mente quel fatto. E ricorda che fu accompagnato in piazza da Agostino Ianna Bocus (classe 1903), che abitava vicino a casa sua in via San Tomé. Non era passato neanche un anno dalla fine della guerra quando, durante le messe di domenica 19 ottobre 1919 don Romano invita la popolazione ad una riunione per la costruzione delle campane. La sera stessa si tenne l’adunanza a cui parteciparono circa 70 capi famiglia. Si decise di procedere subito. E già il 30 ottobre don Romano è a Venezia, probabilmente per definire le modalità del contratto con l’aiuto dell’«Opera di soccorso per le chiese rovinate dalla guerra».1 Il contratto venne firmato nel gennaio del 1920 con la Ditta


Francesco De Poli di Vittorio Veneto. Il «concerto» delle tre campane pesava complessivamente 2.700 chilogrammi (1250, 850, 600) rispondenti alle note RE, MI, FA Diesis. Si pattuì un prezzo di L. 2,50 per chilo per un totale di L. 6.750. In quel periodo furono frequenti i viaggi di don Romano da Dardago a Vittorio Veneto per seguire i lavori. Una volta, il 5 gennaio, fu accompagnato dall’intera Commissione pro Campane. Se la scelta fu fatta in poche settimane, l’anno 1920 deve essere stato pieno di contrattempi per il lavoro. Non di secondaria importanza il fatto che l’inflazione in quel periodo era impressionate. Si calcola che i prezzi aumentassero di circa il 20% all’anno. Anche questa è una conseguenza delle guerre! La ditta esigeva un congruo aumento del prezzo concordato e don Romano, il 3 gennaio 1921, un anno dopo la firma del

Sopra e nella pagina accanto. Le campane sui carri esposte nel cortile della canonica. (Archivio fotografico di Giacomo Del Maschio).

contratto, si recò a Venezia «per trattare con Mons. Costantini circa l’aumento del bronzo chiesto dal fonditore De Paoli». L’intervento del prelato valse a mettere d’accordo il pievano e il fonditore e il 21 febbraio successivo don Romano si trasferì per qualche giorno a Vittorio per «portare il battaglio della campana» e assistere alla fusione delle nuove campane. Fusione che venne effettuata il 23 febbraio. Ora bisognava pensare al trasporto e don Romano il 28 febbraio si recò, a piedi, a Pordenone per concordare, presso gli uffici del Ministero delle Terre Liberate dal nemico, «le modalità da usarsi nell’andar a Vittorio a levar le nuove campane». Il pievano non ebbe aiuti di uomini e mezzi e si decise di trasportare le campane su due carri trainati da buoi. Era il 10 o l’11 marzo. I ragazzi e i bambini dardaghesi si recarono fino alle Crositole di Budoia per veder arrivare il piccolo corteo. Un carro portava la campana grande, sul secondo erano state sistemate le altre due. Era un pomeriggio pieno di sole, ricorda Camillo Pinal, e i bambini facevano a gara per salire sui carri. Una volta in paese, le campane furono scaricate nel cortile della canonica. Negli appunti di domenica 13 marzo, don Romano annota testualmente: «Andirivieni incessante di persone per vedere le nuove splendide campane poste nel mio cortile». Possiamo immaginare la grande curiosità dei dardaghesi per questo avvenimento. Il giorno dopo, «alla presenza di un popolo festante» le campane furono issate sul campanile. Finalmente sabato 19, vigilia delle Palme, il paese fu allietato dal suono dei sacri bronzi dopo più di tre anni di forzato silenzio. Per l’inaugurazione e la consacrazione delle nuove campane si fecero le cose in grande. Vennero programmate funzioni e

manifestazioni nell’arco di 10 giorni subito dopo la Pasqua. Nel frattempo, il 22 marzo vennero bollite le corde delle tre campane per renderle meno rigide. Arrivò il grande giorno. Il 28 marzo 1921, Lunedì dell’Angelo, dopo una solenne Santa Messa in terzo per tutti i defunti della parrocchia, celebrata da don Romano, assistito da don Pietro Corona e don Vittorio Sala, si inaugurarono le nuove campane. Il pievano annota che fu una «giornata indimenticabile, folla enorme di forestieri, pesca di beneficenza pro Caduti, gioco delle pignatte e corsa nei sacchi. Alla sera illuminazione brillante della cella campanaria». Qualche giorno dopo, la sera del 4 aprile, fece il suo « ingresso trionfale» il vescovo Mons. Luigi Paulini: venne esposto il SS. Sacramento e le confessioni continuarono fino «ad ora inoltrata». Il giorno seguente, alle 9.30 molti giovani ricevettero la Cresima e, al pomeriggio, il vescovo, con una solenne funzione, consacrò le tre campane.2 La sera, il Vescovo scese a Budoia. Il 6 e il 7 aprile fu a Santa Lucia per consacrare le campane e benedire il nuovo cimitero. I nostri paesi cominciavano ad uscire dagli anni tragici della Grande Guerra.

1. Ente promosso da monsignor Celso Costantini e dal fratello Giovanni. L´Opera, istituita nel 1918 presso il Palazzo patriarcale di Venezia, aveva lo scopo di rimediare ai danni causati al patrimonio ecclesiastico dagli eventi bellici, con il ripristino degli arredi negli edifici sacri, la ricollocazione delle campane asportate, la ricostruzione delle chiese. 2. Queste campane scandirono le giornate dei dardaghesi fino al 1934, quando a seguito della rottura della «mezzana» si decise di rifare, più grandi, tutte e 3 le campane presso la Ditta Colbacchini di Bassano del Grappa. (Cfr. Umberto Sanson: Le nostre ciampane, l’Artugna n. 28, aprile 1979)


di Alessandro Fontana

Quando la salute fa le bizze, fisico e psiche vengono segnati profondamente. C’è chi vive e supera queste situazioni difficili nel silenzio del proprio io e dei propri affetti e chi preferisce esternarle per liberarsi dagli incubi che ancora l’attanagliano, per riprendere ad essere «il leone [che] ruggirà di nuovo», e per far sì che «non se ne parli più», dopo aver scritto tutto quello

4 by-pass e 4 ospedali che è accaduto. È letto come un atto liberatorio l’articolo che ci propone Alessandro Fontana. Ci auguriamo che serva a far ritornare alla normalità la sua vita e quella di coloro che sono stati colpiti, in questo ultimo periodo, da simili problematiche esperienze.

No, no! Nessuno pensi che mi abbiano applicato un by-pass per ciascun ospedale! Per carità! In realtà questa mia vicenda si è snodata su quattro ospedali ma i quattro by-pass mi sono stati applicati in una volta in un solo ospedale: quello di Trieste. Gli altri tre, come vedrete in seguito, sono ampiamente coinvolti perché Pordenone mi produce la diagnosi d’estrema urgenza, Trieste esegue l’intervento (appena detto) mentre Motta di Livenza prima e Sacile in seguito concretano la riabilitazione del mio fisico svuotato di molta parte della muscolatura, causa la quasi assoluta immobilità protrattasi per quindici giorni. In totale quattro ospedali (e relativo personale) di cui manterrò sempre il più grato ricordo. 13 GENNAIO 2011 «Basta! Basta! Non ne devi parlare più! Devi guardare avanti! Quello che è stato non c’è più!» Tono guerresco, deciso e, come un’eco, le stesse parole ritornano anche dalla stanza vicina. «Si! Va bene, d’accordo! Capisco che hai ragione; ma che ci


posso fare se il pensiero, anzi vari pensieri mi ritornano lì?» Aria contrita e piagnucolosa. «E tu scacciali, allontanali, dimenticali, cassali! Insomma fai qualcosa! Così non si può continuare, e lo dico per te! Te l’hanno confermato tutti: dottori e infermieri, amici e fratelli; ora basta!» Perentorietà propositiva. «E secondo voi due sapientone cosa dovrei fare?» Difesa in extremis. «Ma esci, leggiti un po’ di libri, incontra qualcuno, scrivi! Ecco! Scrivi. Sono due mesi che non hai fatto altro che mettere firme, solo firme! Ammissioni, dismissioni, prospetti informativi, consensi informati e tutto il resto e neanche un rigo di poesia o di romanzi. Dai! Riprendi a scrivere e ti sentirai meglio!» Questo colloquio si tiene tra me, mia moglie Paola che si è auto-investita delle funzioni di Florence Nightingale e mia figlia che assiste facendo l’eco. Credo però che abbiano ragione. Bisogna esorcizzare il mio piagnucolio, gettar via il ricordo ossessivo dello scampato pericolo e, insomma, liberarsi dalla rottura di scatole che s’induce agli

altri quando si frigna e ci si piange addosso. Ma ora il leone (io) ruggirà di nuovo e scriverà tutto quello che è accaduto e non se ne parlerà più. Chi vorrà sapere fatti, antefatti, misfatti e conclusioni si troverà in mano questo racconto. E questa è una minaccia! PRIMI DI NOVEMBRE 2010 Ora mi sono stancato davvero: sono ormai due anni che qualsiasi attività io compia di fretta o che comporti un’azione faticosa più lunga di due minuti, ecco che mi viene l’affanno. Devo quindi rallentare o addirittura fermarmi e lasciar trascorrere qualche minuto perché la frequenza del respiro ritorni normale. Dopo questi due momenti posso riprendere la mia attività sia correndo, sia pedalando, sia giocando a tennis oppure

salendo lunghe scale: non rimane nessuno strascico. Ma la cosa è comunque seccante soprattutto alla presenza di amici o avversari o competitori sportivi. Bisogna fare qualcosa! Ho quindi intensificato l’attività preparatoria pensando che soffrissi di scarso allenamento ma senza alcun beneficio: l’affanno, anche se di breve durata continuava imperterrito a fermarmi. E così, dopo due anni (alla faccia della tempestività!) di questo strazio mi sono deciso e sono andato dal mio medico. Considerate tutte le possibili alternative – e scartatene la maggior parte – alla fine rimane soltanto la verifica del motore: ecco quindi la richiesta per un elettrocardiogramma da fare al più presto all’ospedale di Pordenone. La precisazione dell’urgenza mi permette di non aspettare tempi geologici e dopo quattro


giorni sono sul prescritto lettino con il torace punteggiato di elettrodi e collegato con cavetti alla macchinetta registratrice. Alla fine la cardiologa emette una sentenza solo in parte rassicurante: «Sembra tutto a posto tranne questo puntolino qui. Per essere sicura al cento per cento io farei un altro elettrocardiogramma, ma sotto sforzo. Non c’è bisogno che lei torni dal suo medico. La prenoto io stessa.» Chissà perché ma mi viene in mente quella poesia di Sergio Corazzini dove i medici «con una ridicola matita azzurra gli fanno un circoletto sotto la clavicola.» Ma lui era giovane e soffriva di TBC. Io invece sono anziano e ho i polmoni a posto. La dottoressa sfoglia un librone e mi dice: «Ah! Ecco qua. C’è stata una rinuncia e se lei potesse, andrebbe bene dopodomani altrimenti passerà almeno un mese». «No, no. Va senz’altro bene dopodomani. Grazie. A che ora?» Siamo arrivati al 14 novembre 2010 e due giorni dopo sono su una macchina da palestra: un tapis-roulant. Soliti elettrodi e soliti cavi attaccati a una vicina macchinetta più grande. Si parte. Comincio a camminare a passo per niente accelerato, come se mi muovessi in piano. Dopo circa un minuto la dottoressa, sempre lei, mi avvisa che ora camminerò come su una leggera salita. Ed io salgo per circa venti secondi ma all’improvviso la dottoressa, quasi gridando: «Ferma tutto! Non si muova! Si sdrai lentamente su questo lettino.» Chiama l’infermiera e assieme mi aiutano a sdraiarmi. «Ma che è successo?» protesto allibito e spaventato. «Guardi qua, nel monitor. Vede? Queste sono extra sistoli molto, molto preoccupanti.» Ma io protesto ancora: «Dottoressa, esattamente dieci giorni fa io ho giocato per un’ora e mezza la finale di un torneo di

tennis, di doppio! Come è possibile che in così poco tempo si sia determinato un deterioramento così radicale del mio cuore?» «Signore! È quello che accerteremo con una coronarografia urgentissima, magari proprio domani. Non guidi, non faccia nessuno sforzo, non salga le scale, non si emozioni, non assuma troppo cibo e stia sdraiato quanto più possibile.» Riguarda nello stesso librone dell’altra volta, toglie il tracciato dalla macchinetta e corre a parlare con lo specialista. Quando ritorna mi conferma tutto ed io sono un prenotato: per il pomeriggio di tre giorni dopo e fin dal mattino dovrò essere in ospedale per la «preparazione». In preda alla più nera preoccupazione ritorno a casa e riaggancio il mio medico: gli racconto tutto mostrandogli anche il «tracciato». Anche lui mi conferma la apprensione della dottoressa ma mi consola: «Non si preoccupi. È una cosa semplicissima: liquido di contrasto ed eventuale applicazione di una molletta, uno ‘Stent’, che elimina la strozzatura e lei torna come nuovo». «Sicuro?» «Sicuro.» E così il 17 novembre, confortato da questa sicurezza entro in ospedale: lotto 23, reparto di cardiologia, stanza 15. La coronarografia si farà tra ventiquattro ore circa e la giornata odierna trascorre tra analisi, prelievi, elettrocardiogrammi e visite varie: tutto in preparazione dell’evento di domani. Mi hanno anche applicato al polso un nastrino di plastica sputato da una macchinetta che ha inciso nome, cognome e data di nascita: come a un neonato in una ‘nursery’. Nascerò anch’io a vita nuova? Mi rimane del tempo per stare da solo e guardo dalla finestra. Il cielo è una sequenza infinita di strisce di piombo che gravano 22

sulla pianura. Un’accozzaglia di padiglioni e di strutture senza nome denuncia la violenta crescita non propriamente armonica di questa città nuova. Tanta gente arrivata da ogni dove, bisognosa di tutto: gente da sostenere, da seguire, da curare. Un intrico di tubi di falso argento spezzetta la vista sui tetti e una sorta di camino multiplo sembra un lungo mazzo di canne d’organo puntate al cielo. Le basse colline e le non lontane montagne sono nascoste alla vista da nubi pesanti e questa invisibilità per me non è il più grato dei segnali celesti. Basta! Guardare fuori non fa bene! Oggi bisogna fare i conti anche con un incipiente stato di depressione. Esco dalla stanza e cammino nel corridoio. Nelle stanze, tanta gente che come me ha problemi al ‘motore’. Speriamo di cavarcela, tutti! In fondo al corridoio ci sono due stanze identificate da un cartello: «Dozzinanti», 1 e 2. Chi sono i dozzinanti? Devo chiederlo a qualcuno ma poi mi passa di mente. Me lo ricordo adesso e corro a interrogare il vocabolario. Scopro che il dozzinante è una persona che sta ‘a dozzina’, un ‘pensionante’! Potenza della fantasia malata di chi ha elevato il familiare e benvoluto ‘spazzino’ al livello di un incomprensibile e scostante ‘operatore ecologico’.


18 NOVEMBRE 2010 Finalmente arriva il 18 novembre, il gran giorno. Attendo il mio turno e verso le quattro del pomeriggio una sonda mi entra in una vena nel braccio destro. Sono leggermente sedato ma sento ogni cosa: le infermiere che mi avevano in precedenza depilato l’avambraccio, l’inguine e una parte del pube, lo specialista che mi domanda se sono allergico a qualcosa, io che lo rassicuro con un bel ‘no’ e lui che mi spiega passo passo tutta questa ‘semplice’ operazione. Semplice un cavolo! La sonda ha difficoltà a passare nella spalla ma poi supera l’ostacolo e si avvia al cuore: tutto in diretta! Lo specialista parla ed io semiassopito ascolto. E poi arriva la mazzata: «Porca miseria! non riesco a entrare. Né avanti né dietro. Queste coronarie sono completamente ostruite!» Poi si rivolge all’infermiera: «ma come fa questo cuore a battere senza apporto di sangue!» È il mio cuore o quello di un altro? Poi si accorge che lo sento e si zittisce un momento. Ora riprende e mi dice: «Signore, lei deve essere operato d’urgenza, di grande urgenza. Purtroppo non possiamo farlo qui a Pordenone e quindi devo farla trasportare all’ospedale di Trieste, a Cattinara. O vuole andare a Udine? Sono entrambe strutture all’avanguardia: sono davvero bravi. Speriamo che possano intervenire subito.» Non so perché scelgo Trieste, forse perché ci ho lavorato due anni, nel ’71 e nel ’72. E poi a Trieste c’è il mare, mi dico. Il dottore approva e: «Ora telefono io al primario e organizzo il trasporto. Lei stia calmo e se vuole può addormentarsi.» Lo sento trafficare ancora con strumenti e apparecchi, mi toglie la sonda e mi lascia nelle mani di due infermiere che mi controllano

a vista, mi medicano, mi mettono su un lettino e qualcuno telefona a casa mia. Riesco appena a immaginare il preoccupato bailamme che questa notizia procura in casa, a Paola e la conseguente frenetica informazione dei figli. Non sono in grado di reagire, di intervenire ma neanche di addormentarmi. Mantengo un pallido ‘all’erta’ per registrare quanto più possibile di questa inopinata situazione. Restiamo in attesa dell’esito della conversazione con Trieste e dopo un po’ arriva la notizia: mi aspettano al più presto. Non sarà che per risparmiare tempo hanno già il bisturi in mano? «Ok!. Preparatelo. Sta arrivando il 118.» Mettono i miei panni e le carte in un sacchetto di plastica poi posizionato ai miei piedi, sul lettino. Intanto arriva una giovane: è un medico che mi preannuncia la propria presenza, assieme a un’infermiera, nella lettiga che ci porterà tutti a Cattinara. «Per Giove» mi dico, «devo essere conciato proprio male se mi danno perfino la scorta. Ma come?» mi dico, «il corridore, il grande tennista, lo spadaccino, il cestista, il saltatore ridotto così? Infilzato con un catetere attraverso le vie della vita fino al cuore? Ma non è che stia sognando?» Dai vetri di una finestra vedo che è già buio, buio pesto. Un orologio segna quasi le diciotto quando la mia barella comincia a muoversi verso un destino ignoto attorniata dalla dottoressa, dall’infermiera e dai due autisti del ‘118’ che mi spingono e ci piloteranno fino a Trieste. Mi agganciano al lettino e mi coprono con una coperta. Poi l’autolettiga si mette in moto e la sirena parte lamentosa ad aprirci la strada ai semafori di città e verso la tangenziale per Portogruaro e da qui fino a Cattinara. La giovane dottoressa è attentissima al mio volto e m’interroga 23

continuamente, a ogni smorfia o serrare di labbra o sospiro chiedendo come mi senta. Capisco di essere sempre sedato ma non tanto da non riconoscere la sana bellezza dell’infermiera che mi tiene una mano. Poi, ricordo soltanto lo sbarco dall’autolettiga e l’ingresso nella gigantesca struttura dell’ospedale e più nulla. Non so dopo quanto tempo mi risveglio e mi accorgo che nella stanza ci sono mia moglie, mia figlia e mia nipote Sara: tre generazioni al capezzale del marito, padre e nonno. Poi saprò che sono arrivate in auto verso le venti di quella stessa sera in preda a spavento e piene d’ansia. Ma è solo un momento e poi non ricordo altro. Qualcuno mi risveglia. Sembra mattino presto: è un dottore (l’anestesista, mi dirà Paola quattro giorni dopo) con le mani ingombre di carte da firmare. Mi parla, capisco che devo firmare qualcosa ma senza comprendere, perché leggere e firmare mi sembrano le cose più difficili al mondo. Lui insiste a parlarmi ma io non capisco bene: gli sorrido continuamente. Qualcosa mi dice che ha un ruolo importante nella mia vicenda: meglio tenerselo buono e continuo a sorridere. Dopo qualche minuto non avverto più niente tranne la sensazione che il mio letto si sia messo a camminare: ma dura pochissimo. Poi è il buio.

...continua nel prossimo numero.


Gracias

Anche quest’anno, in occasione del Santo Natale, suor Sara e la Comunità di Cochabamba hanno inviato un ringraziamento al «Gruppo Adozioni a distanza» della Parrocchia di Budoia, che da alcuni decenni collabora con il Gruppo Missionario della Parrocchia del Sacro Cuore di Pordenone per un aiuto alla popolazione giovanile della Bolivia. Pubblichiamo il testo.

per tutto il bene

Alcuni bambini adottati.

Cochabamba, Bolivia 2010 Carissimi amici e benefattori, in questo tempo di Avvento ci sentiamo tutti accompagnati dalla gioia dell’attesa di Gesù e dalla speranza che ci donate continuamente con la vostra mano provvida. Assieme alle famiglie, a tanti bimbi e ragazzi della scuola, alle nostre orfanelle e alla comunità delle suore, voglio mandare a ognuno di voi in particolare, un ricordo pieno di gratitudine, di affetto e amicizia. Grazie a voi, anche quest’anno, il Signore ha compiuto vari miracoli, ha salvato tante vite. Dico questo, perché molte persone hanno chiesto aiuto per poter essere operate, altre hanno bisogno di visite specialistiche e grazie alla vostra Provvidenza, a tutti è stato possibile dare una risposta favorevole. Le famiglie aiutate sono molto riconoscenti e molte di loro hanno ringraziato piangendo di commozione. Il nostro centro medico continua il lavoro di coscientizzazione perché le famiglie diano valore alla vita e alla salute. Anche il dentista sta facendo 24

un lavoro molto grande anche di prevenzione alle famiglie adottate. La parte educativa va abbastanza bene, i bambini frequentano la scuola, ma ogni anno ci sono esigenze nuove, come il materiale scolastico che non è mai sufficiente e la quota mensile che la popolazione deve pagare per inadempienza del governo che non paga bene i maestri. Col vostro aiuto, tutti i ragazzi che vanno a scuola sono sostenuti sia per il materiale scolastico che per la quota mensile. Il lavoro di formazione per le mamme e i loro figli continua ogni mese. L’équipe del centro medico – medico, dentista, biologa, infermiera e suora – si presta per le riunioni. A volte invitiamo persone qualificate per parlare della difesa e dei diritti della donna, o un sacerdote per la formazione spirituale. Tutte queste attività danno tante soddisfazioni, ma non è tanto facile, carissimi benefattori, perché ci sono tanti chiodi da battere… tanti valori da coltivare, a volte è difficile educare alla responsabilità, alla solidarietà, al valore della famiglia, però il Signore ci sostiene e ci accompagna e ci dona la gioia, grazie a voi tutti, di manifestare a queste famiglie la bontà, la misericordia e la Provvidenza del Padre. Il panorama politico della Bolivia come sempre porta con sé tanta instabilità. È un periodo di riforme e di cambi di leggi costituzionali, di conflitti e manifestazioni continue contro il governo. Le migrazioni interne sono continue: gente che va in cerca di un domani migliore. I problemi familiari sono molti: quest’anno, la percentuale del maltrattamento e abbandono familiare è dell’80%. Non mi resta che unirmi a tutti voi, per dirvi nuovamente «gracias» per tutto il bene che ci donate e che il Signore vi benedica e vi protegga. Che la nascita di Gesù ci apra sempre più alle aspettative e necessità dei nostri fratelli e possa rinnovare la nostra vita. SUOR SARA E COMUNITÀ DI COCHABAMBA


L’angolo della poesia

IL MENDICANTE Son novanta già i suoi anni e lontan tutti i parenti. Contro i giorni e negli affanni sol parole senza stenti. Cielo azzurro e sol cocente, mezzogiorno è su in campana, lenti i passi tra la gente verso il parco, la sua tana.

IL POSTO DELL’ANIMA [in ricordo di Paolo]

C’è una luce che sta qui intorno. Sorprende, viene dal primo cammino del tempo. Era già accesa ieri. Stanotte sarà ancora accesa. E anche domani. Metti di vedere la stella che sembra inseguire la luna. Sai quel cielo azzurro cupo che sta alla fine di ieri e all’annuncio di domani? Oppure il colore del tramonto verso la notte o quello dell’angolo a ovest dove l’alba ancora non arriva. L’hai mai notato? È un attimo soltanto, fuggente; si perde dentro il buio o si stempera nel chiaro del mattino. Viene, lo vivi e se n’è andato.

Invece ti senti fermo fino alle ultime guizzate d’inverno dove il vento incide ancora un poco nei giorni e nel cuore. Ti serve un segno, uno sguardo dall’alto. Ancora una carezza e un’altra ancora, velo ed essenza di un amore vibrante come il soffio impavido del tuo viaggio. Ecco, puoi di nuovo andare. Passo dopo passo verso alte vette infuocate da tramonti. Testimoni del cammino degli angeli. Passo dopo passo. Il posto dell’anima. Quiete e respiro di un profondo Infinito.

Resta all’ombra di un bel noce, sogna aiuto senza mano; stride il canto in una voce di cicala sopra il ramo. Bianco è il cane che lo tocca, Fido il nome sul collare. S’avvicina e dalla bocca può guair solo dolore. Nei suoi occhi un abbandono nelle zampe una preghiera tra le man del vecchio solo, sui ginocchi fino a sera. Fame e pianto sente il cane. Solo un pasto di mattina acqua a sorsi di fontane finché s’alzan di panchina. Scatta Fido quando all’uomo per la via cade il bastone Prende il legno e di nuovo poi lo porge al suo padrone.

È dove vive l’anima. LAURA MORO

È il giorno che si muove con le sagome dei tetti nell’ombra, il profumo d’oro profondo che sale dal bosco e passi fruscianti sul sentiero. Ci devi per forza passare a contare i ricordi che hai lasciato ogni volta che lì ti sei perso. Malinconici sorrisi e duri rimpianti vivi come il respiro, presenti come le stelle, sussurrati come preghiere.

«In ’sta bestia vi è più cuore che in umana carità»: la sentenza di un signore che passò testé di là. Muri stanchi fanno un «tetto» basta un po’ di fantasia c’è coperta a fianco al letto pace, guardia e compagnia. Giunge ancor nuovo mattino ma il problema resta uguale: bussa porte e fa un inchino per un soldo che è vitale.

Anche qui vive l’anima.

Or con Fido sempre a fianco screzi e scherzi son lontani mostra i denti a quel branco di ragazzi assai villani.

Nel tuo viaggio reale o sognante c’è una voce segreta nella memoria che ti cammina accanto, dall’avvento di bronzo dell’autunno all’immobile tempo dell’attesa. Dal rame e dall’oro al chiaroscuro tra le pietre e il cielo. Quella voce è la speranza con il suo volo che vorresti libero.

Però è triste da accettare il tuo «grazie» a chino viso. perché prendi senza dare e umiliato è il tuo sorriso. ANGELO JANNA TAVÀN

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di Massimo Zardo

El pì bel pan e vin Una parte degli organizzatori con la coppa vinta nella manifestazione del 1971.

La tradizione dei falò epifanici risale ad epoche remote, già prima che i Celti (V secolo a.C.) celebrassero il solstizio d’inverno e l’allungarsi delle giornate e cercassero auspici per il nuovo anno, ingraziandosi la divinità del fuoco, il dio Beleno. In epoca successiva il rito pagano, con l’evangelizzazione delle campagne venete assunse connotazioni cristiane e fu spostato all’Epifania con la riforma del Calendario Giuliano. Con l’andare del tempo gli aspetti religiosi, come la benedizione dell’acqua, del sale e del fuoco si fusero a quelli propiziatori di antica memoria, gli auspici per il nuovo anno tratti dall’osservazione del fumo e delle faville. Quando infatti soffiano i venti dell’ovest carichi di umidità si pre-

Gennaio 1971. Pietro Zardo con il figlio Massimo.

vedono buoni raccolti (quan che el fun va a garbin, tol su el sac e va al mulin), il contrario quando il vento arriva da nord o da est (quan che el fun el va a marina tol su el sac e va a farina cioè ad elemosinare). Questa tradizione del rogo dell’Epifania, del fuoco come purificazione e rinnovamento è tipica dell’area veneto-friulana, assumendo vari nomi (pan e vin, casera, piroaparoa, foghera, pignarùl) a seconda della zona ed aspetti molto particolari in alcuni paesi del Friuli come Tarcento, Paularo, Comeglians e Pesaris. Particolarmente curata, specie in questi casi, la costruzione del falò, con il ricorso a materiali provenienti dal lavoro dei boschi e delle campagne, almeno quando ancora reperibili. La forma classica dei pan e vin è quasi ovunque quella che noi conosciamo, simile a un grande covone di fieno, una «meda» per intenderci. Ma anche le tradizioni più consolidate ammettono delle eccezioni (semel in anno licet insanire): nel gennaio del 1971 fu realizzato a Dardago il pan e vin più strano che si ricordi. Avevano iniziato come sempre i soliti ragazzi che, co la careta e la mussa de Ilario, andavano per i campi a «prendere» el sorgial, primo elemento della costruzione del falò, già il 2 gennaio, in attesa dell’intervento dei più grandi per completare l’opera. Grande fu la loro sorpresa quando sulle rive dell’Artugna iniziarono ad arrivare sempre più numerosi uomini e giovani del paese che, a parte poche eccezioni, normalmente non partecipavano alla realizzazione del pan e vin, tutti ben muniti di attrezzi e trat26

tori. Cos’era successo? In Comune avevano deciso di indire un concorso per il più bel pan e vin tra le tre frazioni: Budoia, Dardago e Santa Lucia. La sfida aveva naturalmente mobilitato i paesi e stimolato la competitività tra le tre comunità. Sulle rive dell’Artugna si assistette alla nascita di un cantiere: tracciato il disegno fu costruita una intelaiatura di pali a forma di cavallo, con poderosi zoccoli formati da copertoni di camion (l’ecologia era lontana!), i ragazzi vennero divisi in squadre di tre per trattore e spediti a raccogliere in giro per la campagna sorgial, fascine, spine e quant’altro: per noi fu un invito al saccheggio, per fortuna ormai è tutto prescritto. Nel volgere di due giorni fu costruito uno strano cavallo con la coda formata da un bordicio lungo tre metri e la testa rivolta all’Artugna. Ovviamente le polemiche non si fecero aspettare, le «spie» andavano a controllare i progressi dei pan e vin degli avversari: a fronte di un lavoro basato su forme tradizionali e sulla quantità come a Budoia e Santa Lucia, Dardago aveva puntato sulla fantasia, stravolgendo la tradizione. La sera della vigilia la giuria fu accolta con luminarie e assistette meravigliata al rogo del cavallo: andò a finire che Dardago vinse la gara, che però non fu più ripetuta, forse perché, esagerando con le prese in giro, complici le abbondanti libagioni e la rivalità di campanile mai sopita tra Dardago e Budoia, venne sfiorata la rissa, per fortuna senza gravi conseguenze. A distanza di quarant’anni ancora se ne parla, di quel ciaval che bruciò sulla riva dell’Artugna il 5 gennaio del 1971.


’N te la vetrina

UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI

Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.

SCUOLE ELEMENTARI DI DARDAGO, PRESUMIBILMENTE ANNO SCOLASTICO 1937-’38; ALUNNI NATI DAL 1924 AL 1928. DA SINISTRA INIZIANDO DALLA PRIMA FILA IN ALTO: ROMUALDO ZAMBON ROSÌT, ALPIDIO BOCÙS DOLFIN, CIUTI, GINO BOCÙS FRITH, GINO DE CHIARA, FAUSTO BOCÙS FRITH, VALENTINO IANNA SIMÒN, ANGELO IANNA GEROMIN, GINO BUSETTI MONTE, NATALINO (EGIDIO) ZAMBON CURADELA, MARIO ZAMBON MARIN, FABIO ZAMBON PINAL, EUGENIO ZAMBON MARIN, PIETRO ZAMBON SARTOREL, NON CONOSCIUTO, SERGIO ZAMBON MOMOLETI, NON RICONOSCIBILE, MARIO BASTIANELLO CARNITHA, AGOSTINO VETTOR CARIOLA. SECONDA FILA DA SINISTRA: MARIO BASSO, VITTORIO RIGO CROSTA, PASQUALINO RIGO CROSTA, PASQUALINO ZAMBON TARABIN-CANTA, VEGLIO PIOL, SERAFINO ZAMBON PINAL, GERARDO VETTOR, GIOVANNI ZAMBON PINAL-FEDELE, MAESTRA IRMA BURIGANA, SILVANO ZAMBON MOMOLETI, ANTONIO BASTIANELLO THISA, GIOVANNI BASTIANELLO THISA, SANTE ZAMBON PINAL, ALFREDO IANNA SIMÒN. TERZA FILA DA SINISTRA: ANTONIETTA BOCÙS FRITH, GIOVANNA ZAMBON LÙTHOL, RESI BUSETTI CAPORAL, PAOLA ZAMBON MARIN, RINA BASTIANELLO THISA, FERNANDA RIGO VENDRAMIN, GIACOMA (LINA) CALDERAN MILANÈS, VITTORIA SANTIN TESSÈR, RITA PONTE, CESARINA ZAMBON MARIN, PIA ZAMBON PÈTOL, MARIA ZAMBON PINÀL, BRUNA BASTIANELLO THISA. ULTIMA FILA SEDUTE: ANGELA (CELI) BASSO, GIOVANNA MARCON, ADELIA ZAMBON BISO, MARIA IANNA CIANPANÈR, ROSA VETTOR CARIOLA, BRUNA BASTIANELLO CARNITHA, SANTA BOCÙS FRITH, NORINA IANNA STORT, BRUNA BUSETTI CAPORAL, IL BIMBETTO È FRANCO BASTIANELLO THISA. PROPRIETÀ DELLA FOTO: MARIA IANNA-BOCÙS CIANPANÈR-FRITH. DIDASCALIA: FLAVIO ZAMBON TARABIN-MODOLA.

ANNO SCOLASTICO 1951-52. CLASSE SECONDA ELEMENTARE. MAESTRO GIACOMO ZANCHET. IN PIEDI DA SINISTRA: SAVINA BASSO, GRAZIELLA ZAMBON PINAL NONTHOLO, LUISA (LUIGINA) ZAMBON MARIN, ANGELA TIZIANEL, MARIA RIGO MOREÀL, SILVANA ZAMBON PETOL, VINCENZA (VINCENZINA) ZAMBON PETOL, MIRELLA IANNA CIANPANÈR, MADDALENA VETTOR MUCI E FRANCA VETTOR CARIOLA. SEDUTI DA SINISTRA: BRUNO ZAMBON MOMOLETI, GINO PELLEGRINI LUTHOL, STANISLAO (STANI) BOCÙS DOLFÌN-CUNÌCIO, SERGIO IANNA BERNARDO, MARIO ZAMBON MOMOLETI E ROBERTO BUSETTI CAPORAL. FOTO E DIDASCALIA DI FLAVIO ZAMBON TARABIN-MODOLA.

ESEMPIO DI AMOR FILIALE. DARDAGO, 28 GENNAIO 1957: NELL’ANTICA CASA DEI CANTA. ROSA ZAMBON FESTEGGIAVA IL 50° DI MATRIMONIO CON IL SUO PIERO CANTA; PASQUALINO, L’ULTIMO DEI SUOI SETTE FIGLI, LE ERA VICINO CON TUTTO IL SUO INCOMMENSURABILE AFFETTO. FOTO E DIDASCALIA DI PASQUITA MAIORANO ZAMBON


l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Lasciano un grande vuoto...

Luigi Signora Caro nonno, la tua scomparsa, il 9 febbraio, ha lasciato in noi un grande ed incolmabile vuoto. Porteremo sempre dentro di noi i ricordi dei bei momenti trascorsi assieme e faremo tesoro delle cose che ci hai sempre insegnato. Siamo state proprio fortunate ad avere un nonno come te, continua a proteggerci come hai sempre fatto anche da lassù. SILVIA, FEDERICA, GIORGIA

Valeria De Tuoni Te ne sei andata in silenzio subito dopo Natale, alla fine di una lunga malattia. La vita con te non è stata tenera e ti ha messo a dura prova in molte occasioni: nonostante questo non hai mai perso la voglia di andare avanti, di scoprire cose nuove, di interessarti alla vita ed ai tuoi numerosi amici. Vogliamo ricordarti così. Ciao Valeria.

Alfeo e Vilma Angelin Alfeo era un appassionato e generoso abbonato de l’Artugna. Il 29 dicembre ci ha lasciati. Nacque il 4 settembre 1929 a Dardago, nel cortile dei Pinai Bavan in via san Tomé, da Riccardo Angelin e Vittoria Zambon. Da piccolo si trasferì con i genitori a Tolmezzo. Era un apprezzato dentista, conosciuto in tutta la Carnia. L’anno precedente fu preceduto in cielo dalla sorella Vilma nata a Tolmezzo nel 1933. La sorella Maria Teresa, i figli di Alfeo, Patrizia, Tiziana e Michele e il figlio di Vilma, Roberto, desiderano ricordali ai lettori de l’Artugna. 28


Nives Dapas Zambon Sono passati appena due anni da quando l’Artugna, in occasione del pensionamento di Nives, la ringraziava per la sua lunga collaborazione. Ora che ci ha lasciati così prematuramente vogliamo ricordarla con un aneddoto. Nives distribuiva molto volentieri l’Artugna; lo faceva gratuitamente e con entusiasmo. Avvicinandosi il periodo della pubblicazione chiedeva spesso se era stata pubblicata. Quando finalmente le consegnavamo lo scatolone con le copie del nuovo numero, anche se c’erano dei clienti, lasciava per un attimo il suo lavoro

dietro il banco, dava una rapida occhiata alla copertina e ringraziava: come se fossimo noi a farle un piacere. Una volta le regalammo una copia di un libro fresco di stampa. Lo ammirò quasi commossa e ringraziò dicendo che… era troppo! Questa era Nives: disponibile, cortese e sorridente. Così vogliamo ricordala.

Angelo Fontana Nella chiesa di Dardago gremita di fedeli, arrivati anche da Budoia, Santa Lucia, San Martino di Campagna e Sedrano, il Vescovo e più di venti sacerdoti si sono stretti attorno a don Maurizio e alla sua mamma Pia per l’ultimo saluto terreno ad Angelo Fontana. Angelo è stato per anni prezioso collaboratore de l’Artugna. Curava la contabilità annotando con zelo e precisione entrate ed uscite. Suo era anche il compito della spedizione agli abbonati in Italia e all’estero. Un lavoro impegnativo ma che lui affrontava

volentieri. Anche la parrocchia lo ebbe come efficiente contabile. Particolare fu il suo impegno in occasione della grande raccolta di offerte «Un cop a paron» organizzata negli anni 1978/79 per il restauro del tetto della chiesa. Quando don Maurizio fu nominato parroco di San Martino, Angelo e Pia si trasferirono in quella canonica. Solo lo scorso ottobre, Angelo fece ritorno a Dardago, dove cessò di vivere il giorno di santo Stefano. La redazione porge a don Maurizio e alla Signora Pia cristiane condoglianze.

Iolanda Burigana ANNIVERSARIO

Il 24 aprile 2011, giorno di Pasqua, Iolanda Burigana avrebbe compiuto 100 anni e sarebbe stato un compleanno davvero speciale. La figlia Franca, la nipote Monica e i pronipoti la ricordano con immenso affetto e riconoscenza.

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Cronaca Cronaca delle spese, si riesce a destinare parte delle offerte per qualche esigenza della parrocchia. Quest’anno sono rimasti 900 euro che gli organizzatori hanno deciso di utilizzare per l’acquisto delle sede presidenziale del presbiterio.

El Collis Chorus pa’ ricordà don Nillo Il Ministro della Corea del Sud, alla guida di un gruppo di giovani, con il Sindaco in visita alla mensa scolastica.

Coreani a Buduoia

Delegati del ministero coreano dell’agricoltura sono stati ospiti dell’amministrazione comunale di Budoia. Dopo alcune tappe nelle città di Roma e di Firenze per visite a mense biologiche, la delegazione è giunta anche da noi per ricevere informazioni sulla nostra mensa biologica scolastica, ideata nel 2002 grazie all’iniziativa di un gruppo di genitori e attivata dalla precedente amministrazione comunale. Ad accogliere gli ospiti, particolarmente soddisfatti della visita e pronti ad importare un modello di qualità, era la giunta comunale guidata dal sindaco Roberto De Marchi.

Medaia d’onor al reduce de Cefalonia Lucio Carlon Fassiner, classe 1922, è stato insignito di medaglia d’onore dal prefetto di Pordenone come reduce di Ce-

falonia e deportato nel campo di concentramento in Germania, durante la seconda guerra mondiale. Il nostro periodico pubblicò alcuni anni fa le sue testimonianze: drammi e angosce vissute da Lucio, fante nella 317a Divisione Acqui, durante i due lunghi anni – dal 1942 al 1944 – trascorsi a Zante, Cefalonia, Patrasso, Jugoslavia, Ungheria, fino al campo di concentramento tedesco di Grafenwher.

I madhi

Anche durante le recenti feste natalizie, la chiesa di Dardago è stata caratterizzata dalla presenza dei madhi. La collaborazione di diverse persone tiene viva, ormai da otto anni, questa bella tradizione, ripristinata dopo alcuni decenni di oblio. È consuetudine che le famiglie delle vie in cui si preparano i madhi contribuiscano con le loro offerte alle spese per l’allestimento degli alberi. Ogni anno, al netto 30

A dieci anni dalla scomparsa, il Collis Chorus ha voluto dedicare il tradizionale concerto del 26 dicembre a Don Nillo Carniel. L’organo della chiesa di Santa Lucia, realizzato due lustri orsono grazie alla caparbietà del compianto parroco, ha risuonato per merito delle talentuose mani di Stefano Maso, affermato musicista di «improvvisazione» del Triveneto. Ad uno spazio dedicato alla musica per solo organo è seguito un repertorio che ha visto, o meglio sentito, dialogare le nostre voci con i suoni delle canne del raffinato strumento; un con-


nubio a tratti sperimentale che è stato comunque apprezzato dagli ascoltatori. Il Collis Chorus ha infine augurato a tutti un prospero 2011, sperando di continuare a ripetere i successi nazionali che lo hanno visto orgoglioso protagonista nell’anno appena concluso. ROBERTO CAUZ

Capolinea Dardago

Da qualche tempo campeggia a Pordenone, sulla facciata della biglietteria Atap del grande piazzale degli autobus della stazione ferroviaria, un pannello che promuove la campagna abbonamenti ai mezzi pubblici. Una signorina, ripresa in primo piano, mostra sorridente il suo abbonamento dimostrando la facilità nell’ottenere e rinnovare la tessera online. È a tutti gli effetti una promozione su vasta scala giacché alla stessa maniera sono stati personalizzati anche i mezzi di servizio dell’azienda. Ciò che desta curiosità è la tessera dimostrativa adottata per la fotografia. Si legge infatti, accanto alla foto dell’abbonato, la destinazione del suo itinerario: da Pordenone Centro a Dardago Piazza.

Una scelta dettata probabilmente dalla casualità ma a noi piace pensare che sia un invito indiretto a visitare il nostro paese e il suo rinnovato centro.

In lateria i a’ tacat i lavori Già sul finire dello scorso anno, la ditta appaltatrice ha dato l’avvio ai lavori di ristrutturazione della vecchia latteria di Budoia, restauro che si dovrebbe concludere entro l’anno. La costruzione diverrà sede di museo della vita contadina,

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oltre che centro per la vendita di prodotti locali. Cosicché anche quell’angolo di via Bianco, abbandonato da molti decenni, riacquisterà la sua identità a beneficio dell’intera via.

Pan e vin 2011

Finalmente una Epifania baciata dal sole: anche quest’anno la premiata organizzazione si muove con efficienza e puntualità ma con animo più sereno. Già il primo giorno di lavoro si procede alla realizzazione del pan e vin, grazie alla grande quantità di materiale già presente ed alla clemenza del tempo che lo ha mantenuto asciutto e ben aereato. Con la consueta perizia Massimiliano sistema tutti i materiali, sotto la attenta regia di Gigi Basso, mentre il gruppo dei giovani va a raccogliere gli ultimi carichi in giro per il paese. Gruppo ben integrato dai giovanissimi Giacomo e Pietro, Federico e Alessandro: bene, abbiamo bisogno di forze nuove. A proposito di materiali: mancando ormai da tempo i classici come sorgial, bordici, fassine vecie, ci si arrangia come al solito con bancali, paglia e rami di pino a realiz-


Coassin in mostra a Pordenon

zare quella stratificazione che consenta una accensione rapida e sicura unitamente ad un bell’aspetto del pan e vin. Non manca neanche stavolta la vecchia, opera dei soliti Andrea, Alessandro, Alessio, Matteo, Federico, Michele, che stavolta ha l’aspetto di una prosperosa giovane, munita di capace borsa, pronta a rappresentare il vecchio anno che va. Una ampia tettoia garantisce il ricovero al reparto salmerie, guidato come sempre da Alberto e Brunetto pronti per preparare e distribuire vin brulè e pinza. Due giornate di lavoro in allegria, scandite da sostanziose e meritate merende, e tutto è pronto. La sera della vigilia, all’orario stabilito, la benedizione del fuoco da parte di don Maurizio Busetti saluta le fiamme che si alzano rapide, lasciandoci tutti un felicemente sorpresi: eravamo abituati a ben altre fatiche e tempi lunghi per accendere il falò, causa la neve e la pioggia degli anni passati, ma va bene così: la premiata organizzazione può godersi in relax la serata. Intanto le fiamme e il fumo salgono dritti verso il cielo, poi piegano leggermente a marina, mentre la vecchia resiste a lungo anche stavolta per poi cedere alla forza del fuoco: traiamo da questo un buon auspicio per l’anno nuovo, con la speranza che il lavoro ben fatto venga sempre premiato, come in questa vigilia dell’Epifania.

Fede e ciavai de ’na volta A febbraio, nell’azienda agricola di Sabrina Staffus, in via Pordenone, è giunta la RAI per riprendere l’unico allevamento di pecore alpagote e cavalli norici, in regione. Sono 550 capi di razze in via d’estinzione, che per le loro caratteristiche ben si adattano al nostro territorio. Nel servizio televisivo sono stati presentati anche i prodotti dell’allevamento biologico, dall’agnello alla pitina di pecora d’Alpago, dai salumi alle bresaole di cavallo norico. L’obiettivo è conservare il patrimonio genetico di queste specie per il futuro.

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Giovedì 24 febbraio 2011, nella sede della Società Filologica Friulana di Pordenone è stata dedicata una serata in onore dell’artista Umberto Coassin ed inaugurata la sua personale di pittura. Riportiamo alcuni brani della presentazione curata da Sergio Gentilini: ...Egli da sempre vive e opera nella tranquillità di Budoia, ma è impegnato anche come attivo componente e animatore del «Gruppo d’arte Giovanni Sigalotti» di Sesto al Reghena, sodalizio sorto per favorire l’espressione artistica a Sesto e in tutto il Sanvitese. Coassin lavora, lavora intensamente, in silenzio, un silenzio meditativo e fecondo, con grande passione e operosità: le sue esposizioni non sono tante in verità, ma mirate, solide e fruttuose, che dimostrano la sua autentica misura artistica e lo ‘spessore del suo impegno’ profondamente sincero. Il suo ‘dire’ si esprime per sentimenti ed intense emozioni, lievi e delicate come le sue ‘piume’ che compaiono sulla carta e danzano lungo ‘itinerari del suo spirito libe-


ro’ e sono il segno di una leggerezza impalpabile, frutto di grande maestria espressiva e forse anche di una ritrovata serenità interiore che commuove. Va ricordata la sua bravura nel ritrarre la natura nei suoi diversi aspetti e nel suo ciclico mutarsi, attento e quasi estatico dinanzi al volgersi delle stagioni, ricche di colori e delle più diverse sfumature, che Umberto interpreta con toni e tocchi decisamente poetici perché lui sa come esprimere ed esprimersi, e far dire a pennello e bulino ciò che lui vuole, al meglio della sua matura capacità espressiva. E le sue sono opere pregne

di significato umano e artistico insieme, e dense di suggestivo intimismo: perché l’artista vero, o meglio l’uomo-artista ‘vede’ e interpreta la realtà con l’anima, e sa intingere il pennello o lo stilo nel colore e nel calore dell’anima...

Idà ’l prossimo

Tantissime persone, giovani ed anziani, di nazionalità e di religioni diverse, hanno gremito la parrocchiale di Sant’Andrea per dare l’ultimo addio a Millandou Batou-

kounou, il quarantottenne congolese, abitante a Budoia, tragicamente scomparso in un incidente stradale, e per testimoniare vicinanza ai 5 figli rimasti orfani e soli. La solidarietà si è subito concretizzata: alcune famiglie del paese e dei centri vicini si sono rese disponibili ad ospitare i ragazzi. È stata, inoltre, attivata una raccolta di fondi a sostegno della formazione educativa e scolastica dei giovani ragazzi, lanciata dall’amministrazione comunale e dalle parrocchie di Budoia, Dardago e Santa Lucia. La somma raccolta da quest’ultime è di 2.636,00 euro.

Curiosità statistiche In questi giorni il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha pubblicato i dati relativi al reddito medio di tutti i comuni italiani sulla base dell'imponibile dichiarato nel 2010 relativamente al 2009. Dando un’occhiata alla nostra provincia si scopre che Budoia, con 22.315 euro, è all’8° posto della classifica per quanto riguarda il reddito medio pro capite.

Prima di Budoia, troviamo nell’ordine Pordenone (25.521), Roveredo in Piano (24.303), San Quirino, Cordenons, Porcia, Sacile e San Vito al Tagliamento. Negli altri 44 comuni si dichiara un reddito medio inferiore. Se si elabora una classifica dei 28 piccoli comuni con meno di 2.000 contribuenti (che versano IRPEF) scopriamo addirittura che Budoia è in testa alla

classifica, seguita da Cordovado (21.445) e Polcenigo. Interessante è anche elaborare la graduatoria dei comuni appartenenti al nostro ambito socio-sanitario. Naturalmente, primo è Sacile (22.838), ma Budoia è al secondo posto; seguono Fontanafredda (21.733), Polcenigo (21.115), Aviano (20.559), Caneva (20.438) e Brugnera (20.098).


Auguri dalla Redazione!

Inno alla vita

Mi chiamo Edoardo Colussi, figlio di David e Michela Fort. Sono nato il 16 settembre 2010 e sono la gioia dei miei genitori. P.S. Voglio mandare un bacione grosso grosso alla mia nonna Benvenuta.

Velio Fort con il figlio Stefano, Generale comandante della 46° Brigata Aerea di Pisa. Stefano, attratto fin da piccolo dal mondo aeronautico, (il papà Velio ha trascorso circa 30 anni nell’aviazione civile), dopo essere entrato all’Accademia di Pozzuoli e dopo un lungo percorso di studi che gli ha permesso di ottenere anche la laurea in Scienze Politiche all’Università di Trieste, ha continuato la sua carriera militare raggiungendo il grado di Generale di Brigata.

Ciao a tutti, il 21 dicembre 2010 è nata la mia sorellina Giulia con tanta gioia mia, della mamma Federica e di papà Guido. Filippo Morson

Una giornata speciale, il 20 gennaio 2011, per Anna Vettor ved. Dotto, ovvero la Neta Martina, che ha festeggiato il 90° compleanno, attorniata dall’affetto del figlio Paolo e dei nipoti e da parenti e amici.

Se alcuni degli storici cognomi dardaghesi in paese vanno, purtroppo, scomparendo a causa delle poche nascite, così non è, per fortuna, lontano da Dardago. Un esempio di ciò ci viene dalla Francia, dove nella cittadina di Tourves nel dipartimento del Var, in cui vive la famiglia di Silvayn ed Alexandra Basso, dopo la nascita di Solal nel 2008 si è aggiunta, il 31gennaio 2011, quella di Sacha un vispo maschietto, che sicuramente manterrà e proseguirà il legame con la terra d’origine del bisnonno Domenico, il quale, come molti altri compaesani, molti anni fa lasciarono il natio paesello per cercare miglior sorte in terre lontane. Nella foto Sacha, con i genitori ed il fratellino.

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Il 21 gennaio 2011, Liliana Puppin e Valentino Carlon Brolo hanno festeggiato con gioia il loro 50° anniversario di matrimonio, partecipando al rito religioso di ringraziamento nella stessa chiesa dove il 21 gennaio 1961 pronunciarono il loro «si». Attorniati dall’affetto dei figli Paola e Diego con le loro rispettive famiglie, gli sposi d’oro hanno proseguito la festa per l’intera giornata.

Il 13 gennaio scorso nonna Antonietta Sanson ha raggiunto il traguardo dei 98 anni che ha voluto festeggiare con i suoi famigliari. A questa nonna speciale un forte ringraziamento per aver trasmesso a ben quattro generazioni l’amore per la vita e l’attenzione per il prossimo. Eccola ritratta con i 6 pronipoti: (da sinistra) Francesco, Pietro, Giorgia, Benedetta, Tommaso e Pietro.

Il 9 gennaio 2011 nel santuario di Madonna del Monte, mons. Angelo Santarossa ha celebrato il 50° anno di matrimonio di Vania e Celestino Del Zotto. Gli sposi, oltre ai nostri auguri hanno avuto l’onore di ricevere il telegramma di benedizione del Santo Padre. Auguriamo loro tanti altri anni si serenità da trascorrere insieme. I nipoti Cristina, Vanessa e Luca.

186 anni in due: Lidia Zambon compie 90 anni. È festeggiata dal marito Camillo di anni 96 che assiste amorevolmente la moglie, da anni inferma. Nella foto anche i figli Laura, Beniamino e Roberto. A rappresentare le giovani generazioni, Linda, una dei tre pronipoti.

Redento Carlon Ros e Tranquilla Batistuzzi hanno festeggiato le nozze d’oro con i loro cari, il 28 dicembre 2010. Un pensiero in rima, particolarmente affettuoso, dai nipoti Lucia, Diego e Mauro. *** Redenti e tranquilli, eccoli qua tutti arzilli. Cinquanta anni son passati, non certo sopportati. Cose belle con gioia vissute, cose brutte con amore combattute. Cento anni ancora, al nonno e alla sua signora.

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Ci potete scrivere... l’Artugna · Via della Chiesa, 1 · 33070 Dardago (Pn)

o inviare una e-mail... direzione.artugna@gmail.com

I ne à scrit

Saronno, 4 febbraio 2011

Gent.le Redazione, mi associo all’iniziativa della Signora Pia Zambon Sclofa, alla quale invio un affettuoso saluto, partecipando con un contributo «rinforzato» all’indispensabile proseguimento del meraviglioso periodico l’Artugna. Oltre alla lodevole veste editoriale, voi, con le vostre pubblicazioni, avete il gran merito di non far dimenticare. Ho avuto il piacere di conoscere Pia quand’era ancora bambina e l’aiutavo a declinare «ros-a, rosa-ae…». Anni meravigliosi quelli! 19461956, il decennio della rivincita, della libertà e della voglia di vivere. Allora, trionfava l’Amore, tutti si volevano bene: figli e genitori, fratelli e sorelle, insegnanti e alunni, imprenditori e operai. C’era dentro di noi una forza prepotente che ci spronava a progettare, ad operare per un futuro migliore e non si badava ai sacrifici e alle rinunce, si accettava tutto con pazienza e, alla fine, si riusciva a realizzare i propri sogni. Perciò è necessario che l’Artugna continui a raccontare la vita di quegli anni avvalendosi della col-

laborazione ammirevole di tutti coloro che, come il signor Espedito Zambon, possono ricordare e raccontare affinché non venga cancellata la memoria di una meravigliosa generazione. N.B. In memoria della morte di Pasqualino Zambon Canta, avvenuta il 31 maggio 2008 vi pregherei di pubblicare la foto che Vi invio. Ringrazio. PASQUITA MAIORANO VED. ZAMBON

Gentile signora Pasquita, grazie del generoso contributo e della sua bella lettera. La storia è maestra di vita e dal passato possiamo capire come fare per affrontare i problemi attuali. Dalle crisi, anche le più grandi si può e si deve uscire. Importante è riuscire ancora a ritrovare dentro di noi quella forza prepotente che sprona a progettare e ad operare per un futuro migliore. Abbiamo pubblicato la fotografia nella rubrica ’N te la vetrina.

Aix les Bains, 24 febbraio 2011

Gentile Redazione, sono Sergio Zambon Momoleti e 36

abito a Aix les Bains, in Francia, da 59 anni, ma il cuore è sempre a Dardago. Mi sono sposato il 14 aprile 1966 e ho fatto il mio viaggio di nozze proprio nel mio paese. Non sono più italiano né francese, ma sono friulano! Desidererei tanto ritornare, ma da solo non è facile. Sono un affezionato lettore de l’Artugna e nell’ultimo numero ho trovato l’articolo su Natalino Zambon, una persona amica che l’ultima volta che sono venuto a Dardago, quattro anni fa, mi ha regalato un suo quadro fatto con i fossili trovati nelle nostre montagne. Quando entro nella stanza dove l’ho appeso, lo fisso sempre, come guardo con ammirazione la foto di Piero Canta nella copertina del secondo numero de l’Artugna. Vi spedisco la foto di questo quadro che desidererei vedere pubblicata. V’invio un’offerta per l’Artugna che continuo a ricevere con grande piacere. SERGIO ZAMBON MOMOLETI

Gent.le signor Sergio, la ringraziamo per la sua generosa offerta. La sua lettera è intrisa di nostalgia per il suo paese natio, nonostante i quasi sessant’anni trascorsi in Francia. Riusciamo a capire quanto valore affettivo


[...dai conti correnti]

In memoria dei defunti Pusiol. GIORGIO PUSIOL – LUGANO

l’Artugna è un bel ricordare. Grazie! VERENA ZAMBON – TORINO

Infiniti e sinceri auguri per la redazione e la comunità. SILVANA ZAMBON – ROMA

Per ricordare Pasqualino Zambon Canta che ci ha lasciati il 31.05.2008. PASQUITA MAIORANO VED. ZAMBON – SARONNO

In occasione del nostre nozze d’oro, grati a l’Artugna. REDENTO E TRANQUILLA CARLON – BUDOIA

Sinceri auguri di buon lavoro a tutti voi. DANIELA ANGELIN CARGIOLI – SANTA MARGHERITA (GE)

Ricevo con molto piacere l’Artugna. Grazie ancora. hanno per lei la composizione di fossili di Natalino e la foto di Canta, perché ha in casa il suo Dardago, che sente pulsare nel cuore ogni qualvolta entra in quella stanza. Troverà la sua foto pubblicata in quarta di copertina.

BRUNO ZAMBON BISO – MESTRE

Ringrazio infinitamente per tutte le notizie che ci date. ERMENEGILDA BASTIANELLO – VENEZIA

In memoria di mio marito Zambon Girolamo. MARIA DEMATTEIS – TORINO

In ricordo di Natale De Marchi. CARLA RIGO – SANTA LUCIA Fiume Veneto, 25 marzo 2011

Cara Redazione, eccoci anche quest’anno al consueto appuntamento in cui rinnoviamo il nostro grazie per l’impegno che offrite nel creare questa bellissima rivista. In ciascuna sua pagina è contenuta la storia, il presente e il futuro della nostra amata terra. Questo ci fa sentire vicini ai luoghi e ai ricordi delle nostre origini e della nostra infanzia, ma come scriveva un famoso scrittore: il ricordo è un modo per incontrarsi. Grazie ancora e buon lavoro.

In memoria di Rigo Marcella, Nando, Anna, Elisa e di Natalino De Marchi. RITA CHICCO – TORINO

Sempre gradite le notizie della nostra comunità. Auguro un prospero 2011 a tutta la Redazione. DONATELLA ANGELIN – MILANO

Buon Lavoro! ANNA JANNA – MILANO

In memoria dei defunti delle famiglie Busetti di Dardago e Bonneau di Santa Lucia. MARCO TULLIO BUSETTI – DARDAGO

In occasione della nascita di Giulia, un grazie a l’Artugna. FIORELLA BOSCO – BUDOIA

PIETRO, PIERINA, LEONIDA, ANNA ZAMBON

Ricordando l’Artugna che ricevo sempre con piacere. Carissimi, tocca a noi dire grazie per le belle parole e per la generosa offerta. La vostra vicinanza ci sprona a proseguire sulla strada iniziata ormai 40 anni fa.

VINCENZO BURIGANA – USA


S.O.S.

La chiesa di Dardago, recentemente restaurata, ha la necessità di essere dotata di una scala esterna di accesso al sottotetto. Per le necessarie visite periodiche di controllo per verificare che non ci siano infiltrazioni d’acqua o altri inconvenienti, i volontari devono affrontare una pericolosa salita sul tetto della sacrestia e poi arrivare con difficoltà fino alla porticina d’accesso. Il Consiglio parrocchiale per gli affari economici ritiene indispensabile realizzare una

scala metallica fissa e una passerella che permettano di operare senza pericolo. La spesa per la realizzazione di tali strutture è di circa 10 mila euro. Considerato che il bilancio della parrocchia risente dell’impegno per il pagamento delle rate dei mutui per il restauro della chiesa e del campanile, il Consiglio ha deciso di fare appello alla generosità dei dardaghesi perché si arrivi a raccogliere tale importo.

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 121

entrate

Costo per la realizzazione

uscite 4.911,00

Spedizioni e varie

365,00

Entrate dal 9.12.2010 al 28.03.2011

5.107,00

Totale

5.107,00 38

5.276,00


programma religioso

SETTIMANA SANTA

DOMENICA DELLE PALME

Dardago

Budoia

Santa Lucia

sagrato 11.00

piazza 9.30

sagrato 9.30

–

18.00

–

9.30/11.30

16.00/18.00

9.30

9.00/12.00 16.00/18.00 18.00

18.30

20.00

18.00

17.00 –

15.30 –

– 20.00

Ingresso di Gesù in Gerusalemme

• Benedizione dell’Ulivo, Santa Messa di Passione • Santa Messa Vespertina e apertura dell’Adorazione Eucaristica delle 40 ore LUNEDI, MARTEDI, MERCOLEDI SANTO • Apertura della solenne Adorazione Eucaristica delle 40 ore • Santa Messa

18.00

GIOVEDI SANTO Ultima Cena

• Santa Messa Vespertina, lavanda dei piedi Riposizione del SS. Sacramento all’Altare del Sepolcro Raccolta salvadanai «Un pane per amor di Dio» e presentazione comunicandi (Budoia) VENERDI SANTO Digiuno e astinenza

• Azione Liturgica, Santa Comunione • Via Crucis • Solenne Via Crucis, con partenza dalla Chiesa di Budoia e conclusione nella Chiesa di Dardago [in caso di maltempo, la Via Crucis si svolgerà nella Chiesa di Budoia]

20.00

SABATO SANTO Vigilia di Pasqua

• Benedizione del fuoco ed accensione del Cero Pasquale sul sagrato, Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione

20.30

22.30

20.30

DOMENICA DI PASQUA • Santa Messa Solenne • Santa Messa Vespertina

11.00 –

10.00 18.00

10.00 –

LUNEDI DI PASQUA • Santa Messa

11.15

10.00

10.00

10.00/10.30 16.30/17.00 16.00/18.00

17.30/18.00 15.00/15.30 16.00/18.00

16.30/17.00 – 18.15/19.30

CONFESSIONI Lunedi, martedi, mercoledi Santo Venerdi Santo Sabato Santo

Buona Pasqua! MIO FIUME ANCHE TU Fa piaga nel Tuo cuore La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l’uomo; Il Tuo cuore è la sede appassionata Dell’amore non vano. Cristo, pensoso palpito, Astro incarnato nell’umane tenebre, Fratello che t’immoli Perennemente per riedificare Umanamente l’uomo, Santo, Santo che soffri,

Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri Per liberare dalla morte i morti E sorreggere noi infelici vivi, D’un pianto solo mio non piango più, Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffri. Giuseppe Ungaretti [1888-1970] Da Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1977


Laip in Ciavalir Il problema del rifornimento di acqua ha sempre condizionato l’attività pastorizia sui nostri monti costringendo a vari espedienti, come l’utilizzo delle «lame» di cui abbiamo già raccontato. Dove però le pendenze dei pascoli non ne consentivano la realizzazione ecco la risposta: il laip, vasca scavata nella pietra per raccogliere l’acqua piovana per dissetare uomini e animali, simili a quelle che troviamo ancora in qualche vecchia stalla o in qualche cortile. Quello fotografato da Carlo Carlon si trova nella zona dei ruderi della casera Ciavalir, testimonianza dimenticata di tempi lontani. di Massimo Zardo

O El mar drento la piera I nostri monti conservano anche altre pietre, molto e molto più antiche: i fossili. È facile trovarvi conchiglie allungate ad indicare l’origine marina delle rocce, durante il periodo Cretacico. Natalino Zambon, recentemente scomparso, ha creato delle composizioni con i fossili locali. Quella raffigurata fu donata all’amico Sergio Zambon Momoleti, residente in Francia.


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l'Artugna 122 - Aprile 2011 by L'Artugna Dardago - Issuu