HISTORIQUES 222 Referenza 4200H, oro giallo Calibro 2455/2
LA MISURA
DELLA LUCE Dalla Venezia di Goethe a Homo Faber 2026, un viaggio nella luce come materia, ispirazione e linguaggio del saper fare. Tra maestri d'arte, colori, trasparenze e creazioni d'eccellenza, un numero dedicato alla forza creativa che continua a illuminare il nostro tempo.
di Alberto Cavalli
Nel 1786 un viaggiatore molto particolare arrivò in Italia: Goethe. La sua visita a Venezia avrebbe avuto un impatto molto importante sulla sua successiva produzione: la sua Teoria dei Colori, opera ibrida tra arte e scienza, pare sia stata profondamente influenzata dalla sua analisi della pittura veneta, e da quelle Nozze di Cana che il Veronese dipinse per il refettorio del monastero di San Giorgio Maggiore. “L’occhio si educa secondo gli oggetti, che è assuefatto a vedere dall’infanzia; ecco perché il pittore veneziano deve necessariamente vedere tutto più luminoso e più sereno. Noi non possiamo rappresentarci nei nostri Paesi uno spettacolo così letificante”, scrisse il poeta, accomiatandosi dalla città lagunare. Ed è proprio a questo modo luminoso e sereno di vedere la vita, attraverso il prisma del talento, che dedichiamo questo nuovo numero di Mestieri d’Arte & Design: arti, artisti, mestieri e maestri che la luminosità la plasmano come materia, per tradurla in oggetti che rischiarano il mondo e accendono di bagliori le nostre case, oltre che i nostri sguardi. Lampadari o candele realizzati per incanalare la luce attraverso l’opera della mano; lustri e finiture che fanno risplendere la materia; colori, sfumature, trasparenze create ad arte per far sì che i raggi creino effetti sempre nuovi; i maestri scelti per
questo numero fanno scaturire scintille creative dai loro gesti, e con le loro creazioni firmano un alfabeto di senso che brilla per originalità e creatività. Un alfabeto che Es Devlin, artista britannica e visionaria creatrice di scenografie per i più importanti plachi scenici del mondo, ha portato a Venezia per l’edizione di Homo Faber 2026: per la sua quarta edizione, la kermesse internazionale dedicata all’alto artigianato creativo e contemporaneo ha infatti chiesto alla direttrice artistica di trasformare la Fondazione Giorgio Cini in un’isola di luce. Quindici mostre e installazioni, settecento oggetti, cinquecento artigiani selezionati in oltre 70 Paesi del mondo faranno risplendere con il loro talento le sale e i chiostri dell’ex convento di San Giorgio Maggiore, a Venezia, immersi nel filo narrativo, poetico e autenticamente luminoso immaginato da Es Devlin. E chissà che Goethe, osservando di nuovo le Nozze di Cana nel Cenacolo palladiano esaltate dallo splendore degli oggetti in mostra, tra i mille colori sfolgoranti dei materiali e delle tecniche, non si congratuli con sé stesso per la sua intuizione ancora attuale: l’occhio si educa attraverso gli oggetti. Buona lettura! • MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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N°33 SEMESTRALE DELLA FONDAZIONE COLOGNI
EDITORIALE
La misura della luce Alberto Cavalli
62 Il riflesso più autentico della verità Andrea Bertuzzi
Album Stefania Montani
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L’uomo che frammenta la luce Luca Bergamin
28 Fuoco e oro Ugo La Pietra
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An Island of Light Alberto Cavalli
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80 An Alphabet of Objects Giulio Mazzoleni
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36 Architetture di luce Jean Blanchaert e Irina Eschenazi
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44 Il poeta dello specchio Anna Carmen Lo Calzo
88 An atelier alive Andrea Tomasi
50 Affrettati lentamente Stefania Montani
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102 Twenty Silent Songs Giovanna Marchello
Emozioni di luce Francesco Rossetti Molendini
An Infinite Birdsong Alessandro Pilot
108 Il Salone dell’Alto Artigianato di Venezia Fabrizio D’Oria 114 English Version
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LE OPINIONI
14 Isole di luce Ugo La Pietra 16 La materia invisibile Alessandra Quarto 112 Elogio dell’imperfezione Franco Cologni
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MESTIERI D’ARTE & DESIGN. CRAFTS CULTURE Semestrale – Anno 17 – Numero 33 - Settembre 2026 mestieridarte.it DIRETTORE RESPONSABILE
MESTIERI D’ARTE & DESIGN. CRAFTS CULTURE
Alberto Cavalli
è un progetto della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte
DIRETTORE EDITORIALE
Franco Cologni DIREZIONE ARTISTICA
Lucrezia Russo CONSULENTE EDITORIALE
Ugo La Pietra
Via Lovanio, 5 – 20121 Milano fondazionecologni.it © Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, seppur parziale, di testi e fotografie.
Susanna Ardigò Alessandra de Nitto Lara Lo Calzo Francesco Rossetti Molendini TRADUZIONI
Giovanna Marchello
IN COPERTINA:
Maurizio Tittarelli Rubboli,
REDAZIONE
Il Sole il Muro il Mare, 2025,
PUBBLICITÀ E TRAFFICO
maiolica a lustro oro e rubino su
Mestieri d'Arte Srl Via Statuto, 10 - 20121 Milano
Blu di Sèvres e Blu Klein, Ø 40 cm. Il lustro è una particolare tecnica decorativa che consente di ottenere un tono metallico con sfumature cangianti o iridescenti.
PRESTAMPA E STAMPA
Grafiche Antiga Spa
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Artigiani della parola I caratteri tipografici fanno parte della collezione della Tipoteca Italiana (www.tipoteca.it)
Fabrizio D’Oria
Luca Bergamin
Luca Bergamin scrive da sempre, con lo sguardo di un esploratore curioso. Autore di libri e collaboratore di Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, racconta luoghi e storie con uno stile appassionato e radicato nella realtà dei territori e delle persone. Andare a piedi e incontrare dal vivo è l’unico modo che conosce per essere autentico.
Andrea Bertuzzi
Giornalista, ha maturato una lunga esperienza nel settore luxury. Collabora, fra gli altri, con Domus e Fondazione Dynamo. Conduce dal 2017 il Dreamers Day, evento dedicato ai sognatori. Ha scritto il libro per bambini Artùpertu con Enrica al museo, in collaborazione con il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia. 10
Jean Blanchaert
Fabrizio D’Oria, dopo diverse esperienze all’interno della pubblica amministrazione, ha consolidato la sua posizione in seno alla società Venezia Marketing & Eventi, poi confluita in Vela spa. È direttore generale dell’intero comparto relativo a turismo, marketing, eventi tradizionali e progetti speciali, oltre che bigliettazione del trasporto pubblico veneziano.
Gallerista, curatore, critico d’arte e calligrafo, da più di trent’anni conduce la galleria di famiglia fondata dalla madre Silvia nel 1957 e da sempre specializzata in materiali contemporanei. Dal 2008 è collaboratore fisso del mensile Art e Dossier (Giunti Editore). È stato curatore della sala Best of Europe di “Homo Faber” (2018) e della sala Next of Europe (2022), alla Fondazione Cini, a Venezia. È autore del volume dedicato ai maestri del vetro Irina Eschenazi di Murano Musica senza suono (Marsilio Editori / Collabora con la Galleria Fondazione Cologni). Blanchaert da vent’anni e affianca Jean Blanchaert nelle sue attività di curatore. Ha partecipato come assistente a Best of Europe a Homo Faber 2018 ed è stata co-curatrice di Next of Europe a Homo Faber 2022.
Ugo La Pietra
Artista, architetto, Compasso d’Oro, designer e soprattutto ricercatore nella grande area dei sistemi di comunicazione. La sua attività è nota attraverso mostre, pubblicazioni, didattica nelle Accademie e nelle Università. Le sue opere sono presenti nei più importanti Musei internazionali.
Anna Carmen Lo Calzo
Ex modella internazionale, musa ispiratrice di stilisti come Gianfranco Ferrè e Giorgio Armani, archiviate le sfilate e i servizi fotografici, ha trasformato in professione la passione per il mondo del lusso e del made in Italy. Giornalista pubblicista dal 2003, è scrittrice e consulente di comunicazione.
Francesco Rossetti Molendini
Giovanna Marchello
Consulente e ricercatrice, per Homo Faber 2024 e 2026 ha sviluppato progetti collaborativi con opere commissionate a maestri artigiani provenienti da tutto il mondo. Coautrice di The Master’s Touch. Essential Elements of Artisanal Excellence, di Alberto Cavalli, che delinea i criteri di eccellenza nell’artigianato d’arte e sviluppa una corrispondente metodologia valutativa.
Stefania Montani
Giornalista, ha pubblicato tre guide alle botteghe artigiane di Milano e una guida alle botteghe artigiane di Torino. Ha ricevuto il Premio Gabriele Lanfredini dalla Camera di Commercio di Milano per aver contribuito alla diffusione della cultura e della conoscenza dell’artigianato.
Laureato in Lettere e in Design degli Interni, coordina presso la Fondazione Cologni il Premio MAM – Maestro d’Arte e Mestiere, riconoscimento biennale ‘indipendente’ che valorizza la straordinaria opera di alcuni dei più significativi protagonisti dell’alto artigianato italiano. Si occupa della stesura di articoli dedicati ai maestri d’arte per varie testate e siti.
Alessandra Quarto Giulio Mazzoleni
Curatore di eventi artistici e culturali, manager di artisti musicali, conferenziere e docente di music business, Giulio Mazzoleni è reporter dall’Europa per la testata americana Cool Hunting. Scrive di arte, design, cultura e musica. Il suo libro Madonna Songbook (2024) è edito da Antiga.
Alessandro Pilot
Esperto di comunicazione per il mondo dell’alta orologeria, del lusso e dell’alto artigianato, è consulente della Fondazione Cologni per i Mestieri d’Arte e della Fondazione Michelangelo di Ginevra per il progetto Homo Faber. Ha in corso collaborazioni editoriali con La Stampa, Icon, The Good Life, Homo Faber Guide.
Architetto e museologa, master di sviluppo manageriale in Bocconi, è Direttrice del Museo Poldi Pezzoli di Milano dal 2023. Già Direttore tecnico e poi vicedirettrice della Pinacoteca di Brera, dove ha insegnato, è docente di Museologia e Museografia presso l’Università Cattolica. A luglio 2024 Forbes Italia la inserisce nella lista delle 100 donne più influenti e meritevoli dell’anno.
Andrea Tomasi
Laureato in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo al DAMS di Bologna, ha lavorato per vent’anni come giornalista presso diverse testate internazionali. Nel 2018, in occasione della prima edizione di Homo Faber, ha iniziato la sua collaborazione con la Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship. Dopo aver curato il lancio della Homo Faber Guide, una guida online a oltre 3.500 artigiani in 51 paesi in tutto il mondo, è oggi responsabile delle Relazioni Strategiche e Istituzionali della Fondazione e si occupa della ricerca di artisti e artigiani per i vari progetti Homo Faber.
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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1 - 4 ottobre 2026
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OPINIONI
Isole di luce
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Disseminati sul territorio, custodi di tecniche e conoscenze uniche, gli artigiani rappresentano ancora oggi presìdi di conoscenze e competenze indispensabili per l'evoluzione del progetto e della cultura del fare.
Il grande artigiano Michele Moro, di Paullo (a sud di Milano), esperto nella lavorazione del metacrilato trasparente, riuscì a piegare una lastra dello spessore di alcuni centimetri in modo tale da assecondare il passaggio della luce creando Acrilica, la famosa lampada a forma di C, progettata dal giovane Gio Colombo all’inizio degli anni Sessanta. Michele Moro passò alla storia per le tante lavorazioni e trasformazioni del metacrilato: materia trasparente capace di condurre la luce; basterebbe ricordare l’intervento al Teatro Regio di Torino dove l’estroso Mollino caratterizzò tutto il soffitto con un migliaio di colonnine in metacrilato. Michele Moro è stato uno dei tanti artigiani che non solo hanno contribuito con la loro maestria a rinnovare il design della luce, ma che hanno rappresentato per decenni un punto di riferimento, soprattutto negli anni Sessanta quando si scoprirono le caratteristiche di questo particolare materiale.
FATTO AD ARTE
Artigiani innovatori: “punti luce” per l’evoluzione del mondo del design! Per decenni il progetto si è sviluppato facendo riferimento a particolari botteghe capaci di rinnovare il mondo del design anche attraverso il loro contributo. Ad esempio, sono stati alcuni progettisti a riscoprire gli artigiani di Volterra che negli anni Ottanta hanno contribuito, attraverso la lavorazione dell’alabastro, a valorizzare questo materiale capace di creare un nuovo tipo di paesaggio luminoso. L’alabastro, materiale dimenticato per decenni, ha quindi riscoperto le sue qualità di trasparenza, che ben si adattavano a realizzare lampade caratterizzate da sottili venature, che solo l’alabastro “scaglione” riusciva a restituire. La trasparenza del materiale, che di fatto è una pietra, era garantita grazie alla maestria degli artigiani di Volterra che seppero portarlo a sottilissimi spessori. “Punti luce”: artigiani che ancora oggi rappresentano per il progetto riferimenti utili alla sua evoluzione. Li troviamo distribuiti su tutto il nostro territorio, tali da illuminare il percorso del designer e dell’artista verso mete inesplorate. La luce, non solo quindi come sorgente per oggetti di illuminazione realizzati attraverso i tanti materiali adatti a questa funzione: non solo i già citati alabastro e metacrilato, ma anche il vetro, il cristallo, la porcellana… ma anche luce che attira sempre più spesso la cultura del progetto. “Isole di luce”: è così che vanno chiamati questi artigiani, un modo per riconoscerli all’interno della vastissima area dell’artigianato artistico italiano che ancor oggi non ha trovato strumenti capaci di distinguere l’eccellenza dai “sottoprodotti” di consumo destinati al turismo di massa. •
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cartier.it - +39 02 3026 548
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OPINIONI
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Dall'arte all'architettura, fino all'artigianato, la luce attraversa la storia della creatività umana. Invisibile ma essenziale, rivela lo spazio, modella la materia
PENSIERO STORICO
e orienta lo sguardo.
La materia invisibile Isaac Newton sancì che ciò che chiamiamo colore altro non è che luce di diversa qualità. Proprio di queste qualità si serve Es Devlin – direttrice artistica della quarta edizione di Homo Faber Biennial, An Island of Light – per “mettere in luce” la bellezza e la potenza del talento umano avvolgendo con la sua forza primordiale le creazioni dei maestri d’arte e artisti del craft selezionati in tutto il mondo. Devlin sceglie la luce come mezzo per rendere visibili le connessioni invisibili tra persone, luoghi, memoria e natura, trasformando lo spazio in un’esperienza condivisa di conoscenza e immaginazione. An Island of Light è un progetto straordinario che fa riflettere sul rapporto profondo tra luce e creazione artigianale, proprio come accade nell’arte e nell’architettura. Luce non come elemento tecnico o fenomeno fisico, ma come presenza simbolica, linguaggio emotivo e strumento potente di conoscenza. Nell’arte la luce è materia compositiva, è un elemento espressivo capace di trasformare un’immagine, creare atmosfere e comunicare emozioni. Fin dall’antichità pittori e scultori hanno utilizzato la fonte luminosa per guidare lo sguardo dello spettatore, creare profondità, evocare emozioni o attribuire significati simbolici alle opere. Allo stesso modo, nel nostro lavoro quotidiano al museo utilizziamo la luce per guidare lo sguardo dei visitatori, per favorire l’esperienza emotiva e valorizzare colori, volumi e dettagli di ogni singola opera. Ripercorrendo la storia, nell’arte medievale la luce è associata alla dimensione spirituale e divina, basti pensare ai mosaici bizantini in cui l’oro è utilizzato per riflettere una luminosità ultraterrena o alle vetrate delle cattedrali gotiche che trasformano la luce in un racconto sacro. Durante il Rinascimento la luce diviene oggetto di osservazione scientifica, rende il chiaroscuro pittorico più sofisticato nella modellazione delle figure, diventando narrazione, tensione drammatica, rivelazione. I “Pittori di luce” come Domenico Veneziano, Beato Angelico o Piero della Francesca sviluppano una pittura fondata sul rigore prospettico e sulla scelta di un registro cromatico vivace e luminoso, seguendo quei principi scientifici elaborati nel 1436 da Leon Battista Alberti nel suo trattato De Pictura. Con Caravaggio, la luce assume una forza teatrale che crea forti contrasti con il buio, isola i gesti, porta il reale dentro una dimensione assoluta e diventa lo strumento con cui l’artista costruisce il dramma umano. Nei secoli successivi, gli impressionisti inseguiranno invece la luce mutevole del giorno, le vibrazioni atmosferiche, l’istante fuggevole. Non più una luce eterna, ma una luce viva, mobile, quasi imperfetta. La luce gioca un ruolo fondamentale anche in architettura diventando una componente strutturale, il materiale da costruzione “immateriale” indispensabile per modellare forme, volumi e percezioni. Le architetture sacre del passato erano concepite come dispositivi luminosi, basti pensare al Pantheon e al suo oculo al centro della cupola. Attraverso questo foro, il fascio di luce solare entra nell’edificio e si sposta sulle superfici interne seguendo il percorso del sole durante il giorno e nel corso delle stagioni. Gli studiosi hanno osservato che il Pantheon
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OPINIONI
fu progettato in modo tale da utilizzare la luce come uno strumento di misurazione del tempo. Il movimento della luce trasforma così l’architettura della basilica in una gigantesca meridiana. Ne è testimonianza il dipinto di Giovanni Panini conservato nelle collezioni del Museo Poldi Pezzoli che ritrae l’interno del Pantheon con la macula di luce che consente di stabilire la stagione in cui fu dipinto. In epoca medievale, nelle architetture gotiche la luce aveva prevalentemente un significato mistico, così come in pittura, mentre nel Rinascimento gli architetti la utilizzano per esaltare l’ordine, la proporzione e l’euritmia propri della nuova concezione umanistica. Grazie allo studio della prospettiva e delle proporzioni matematiche, la luce viene progettata in modo razionale: finestre, logge e cortili sono disposti per illuminare gli ambienti in maniera equilibrata, mettendo in evidenza la chiarezza delle forme architettoniche. La luce diventa così la quarta dimensione dell’architettura. La storia dell’architettura può essere letta anche come una storia della luce nel suo continuo tentativo di catturare, controllare e interpretare quell’elemento invisibile che rende gli edifici non soltanto funzionali, ma anche capaci di stupire e favorire il benessere della vita umana. Oggi la luce è al centro della riflessione architettonica contemporanea, sia per il suo valore estetico sia per la sostenibilità energetica. Architetti come Tadao Ando o Peter Zumthor utilizzano la luce naturale per creare esperienze sensoriali intense, vere e proprie architetture per i sensi, dimostrando come essa continui a essere uno degli strumenti più potenti per definire il rapporto tra l’uomo, lo spazio e il tempo. An Island of Light mostra come anche nell’ambito dell’artigianato la luce svolga un ruolo centrale perché, più di ogni altra materia, rende visibile il gesto del fare. La lavorazione del vetro, della ceramica smaltata, dei metalli preziosi, dei ricami, del legno implica una conoscenza empirica delle proprietà ottiche dei materiali. Trasparenza, riflessione, rifrazione, diffusione e assorbimento della luce determinano infatti l’aspetto finale dell’oggetto. L’artigiano, spesso attraverso pratiche tramandate da generazioni, sviluppa una sensibilità che anticipa e integra principi successivamente formalizzati dalla fisica dei materiali e dall’ottica. Particolarmente significativo è il caso del vetro, materiale che rende visibile la relazione tra scienza e sapere artigianale. Le sue proprietà dipendono dalla composizione chimica, dalla struttura microscopica e dalle tecniche di lavorazione, ma anche dalla capacità di interagire con la luce generando effetti di trasparenza, rifrazione e dispersione cromatica. Le tradizioni vetrarie storiche, in primis quelle veneziane, dimostrano come l’osservazione e la sperimentazione pratica abbiano prodotto risultati di straordinaria complessità ben prima della formulazione delle moderne teorie scientifiche. In questo scenario, artisti, designer, ricercatori e artigiani condividono sempre più spesso linguaggi e metodologie che danno origine a forme di collaborazione interdisciplinare in cui la luce diventa un terreno comune di ricerca. Essa rivela come la separazione tra sapere tecnico e sapere artistico sia spesso più apparente che reale. In questa prospettiva, la luce continua a essere una risorsa inesauribile per la ricerca scientifica e per l’innovazione artistica e artigianale, mantenendo intatta la sua capacità di coniugare rigore conoscitivo e immaginazione creativa. • MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Album di Stefania Montani
Eclissi Paralumi Via Pietro Micca 12 10122 Torino +39 011 5627636 eclissiparalumi.it
Abilità manuale, creatività, desiderio di innovare. Potremmo sintetizzare così la fabbrica di paralumi Eclissi di Torino, inaugurata quarant’anni fa da Pietro Mazza, abile artigiano già esperto del settore, che ha voluto dare un’impronta personale e moderna alle abat-jour. In aiuto è arrivata sua moglie Monica, una grafica creativa, che ha messo da parte la sua attività per dedicarsi a quella del marito, costituendo una squadra vincente. «A noi diverte giocare con i materiali», ci racconta Monica. «Rafia, pergamena, shantung di seta, tessuti di ogni tipo. E soprattutto sperimentare forme nuove. Il nostro ispiratore è stato Carlo Mollino, che costruiva delle strutture aperte: abbiamo seguito i suoi passi e abbiamo dato libero sfogo alla nostra fantasia. Abbiamo spesso unito diversi tessuti e materiali per realizzare dei paralumi originali, un po’ fuori dal comune». I clienti spesso collaborano con loro nel decidere che forma dare ai loro paralumi. Nel laboratorio sopra il negozio
ci sono infinite sagome, rotoli di tessuti di diversi materiali, telai pronti o da costruire. «Realizziamo anche disegni personalizzati, riportando sui paralumi i particolari dei tessuti che arredano le stanze. Oppure utilizziamo le carte da parati o i tessuti di arredamento che ci portano i nostri clienti. Recentemente abbiamo disegnato dei simboli benaugurali giapponesi con foglia d’oro sulla superficie di alcune abat-jour che dovevano schermare delle lampade provenienti dal Giappone. Ci siamo divertiti a cercare la grafia che rappresentava la felicità, quella dell’amore, quella della pace. Quando le lampadine si accendono, la luce illumina gli ideogrammi con un effetto davvero speciale». Oltre ai paralumi in stoffa, in rafia, in pergamena, da Eclissi si possono trovare anche strutture in ottone o alluminio elettrificate con led. «Nel nostro laboratorio», conclude Monica, «abbiamo anche delle basi per lampade, alcune recuperate in giro per mercatini di antiquariato, e degli oggetti d’epoca particolari che si possono scegliere per creare luci originali».
L.A.R. Paralumi Via del Leoncino 29 00186 Roma +39 06 6878175 – +39 333 5045208 paralumi.it
Una bottega artigiana piena di charme, nel cuore di Roma: straordinaria testimonianza di eccellenza del saper fare italiano. Stiamo parlando della famiglia Gualdani, che nel 1938 aprì un laboratorio di paralumi e che oggi continua l’attività grazie alla bravura e alla competenza della terza generazione rappresentata dai cugini Antonino e Fabrizio. Tre vetrine su strada, un primo locale a piano terra con tanti modelli di paralumi, campioni di tessuto, passamanerie, poi una piccola scala che conduce al laboratorio, al piano superiore. Qui le pareti sono tappezzate da sagome di cartoncino, rotoli di filo di ferro, scaffali pieni di tanti materiali e accessori decorativi diversi. Sul tavolo da lavoro, colle, matite, forbici, pinze e pennelli, mollette per fissare le rifiniture sui bordi. «Realizziamo tutto a mano, dalla struttura dei telai al rivestimento nei diversi materiali, dalle sete alla pergamena, dai tessuti cosiddetti crudi ai cotoni», racconta Antonino, nipote di Giulio, uno dei fondatori. «Ogni modello è unico, fatto interamente a mano. Possiamo creare i paralumi nelle
forme desiderate dai clienti, anche le più complesse, abbinando materiali e colori. Grazie alla conoscenza delle tecniche che ci hanno tramandato i nostri genitori e all’esperienza affinata negli anni, lavorando a fianco di designer e architetti, siamo in grado di realizzare anche i progetti più fantasiosi», confida Antonino. Molti loro clienti appartengono al mondo dello spettacolo, della politica, della moda, altri sono stranieri, designer americani e australiani. Alcune lampade uscite da questa bottega sono in Senato e al Quirinale. «Molti nostri clienti si affidano a noi per avere consigli e suggerimenti sulle realizzazioni più indicate per i diversi ambienti e gli stili. Abbiamo lavorato anche per set cinematografici, creando paralumi fuori dall’ordinario: delle vere avventure di artigianato. Dopo tanti anni di esperienza riusciamo a trovare le soluzioni che soddisfano tutti», conclude sorridendo Antonino. Oltre alla perfezione con cui vengono realizzati i singoli paralumi, L.A.R. è conosciuto per l’originalità delle creazioni.
Relight Venice Calle Zancani, Cannaregio 2430 30121 Venezia +39 349 1688590 relightvenice.com
Nella zona di Cannaregio c’è una piccola bottega-salotto che accoglie i visitatori tra candele variopinte, saponi dalle forme inusuali, specchi e comode poltrone. È il quartier generale di Michela Bortolozzi, artista artigiana che ha dato vita a Relight Venice, una poetica realtà che ha lo scopo di ridare luce alla sua città natale e di creare rete. Ci racconta la vulcanica architetta: «Dopo la laurea all’Accademia di Belle Arti mi sono allontanata da Venezia perché non riconoscevo più i luoghi che avevo tanto amato. Troppi turisti in branco, troppa merce dozzinale di dubbia provenienza che nulla aveva a che fare con le nostre tradizioni. Così sono partita, ho viaggiato in Sud Africa, Palestina, Marocco, dove ho collaborato con artigiani e designer locali, sperimentando tecniche di lavorazione sui diversi materiali. Poi è arrivato il Covid e sono tornata a casa. Qui, nel silenzio di una Venezia semi deserta, ho pensato di creare un’attività che restituisse luce alla città e alle sue tradizioni». Una vera missione d’amore, la sua, per avvicinare i visitatori alla bellezza della città attraverso oggetti che riproducessero i particolari goticofloreali che la caratterizzano. E consentissero loro di portare a casa un souvenir d’ispirazione architettonica, come ai tempi del Grand Tour. «Il mio primo manufatto è stato un grande lecca-lecca di zucchero che riprendeva le forme architettoniche veneziane, un sogno di bambina quando immaginavo una Venezia wonderland di zucchero. Poi è nato il progetto delle candele. Sono tutte realizzate con ceri recuperati dalle chiese (ce li portano i frati), fusi insieme a pastelli colorati e inseriti in stampi creati a mano». Anche i supporti provengono da materiale di recupero: quelli in legno sono i residui delle forcole delle gondole,
mentre quelli in ottone provengono dalla Fonderia Artistica Valese. «Le mie creazioni sono realizzate con materiali locali di recupero oltre che sostenibili, con l’intento di supportare e preservare il territorio. Mi piace trasmettere i segreti del mio mestiere, per questo tengo corsi in laboratorio, compresi quelli sulla modellazione dell’argilla, le creazioni degli stampi, la confezione delle candele. Li frequentano anche i turisti di passaggio che poi portano a casa le loro creazioni». Ma i suoi progetti visionari non finiscono qui. Per sostenere il tessuto sociale della sua città, una parte della produzione avviene nel carcere femminile della Giudecca nell’ottica delle attività rieducative. Michela tiene un corso di formazione per le detenute che in questo modo possono avere piccoli introiti con le candele e i saponi da loro stesse realizzati. Anche a Marrakech, ha organizzato delle attività artigianali, facendo lavorare insieme anziani artigiani e bambini di strada. Rivolto alle donne è invece il suo ultimo progetto di realizzare giacche e vestiti in lino e cotone, ricamati. Il suo motto: Wherever you are, feel local.
Antonietta Mazzotti Via Firenze 240 48018 Faenza (RA) +39 340 6368370 ceramichemazzottiemaldi.com
Antonietta Mazzotti, maestra artigiana faentina di rara abilità e inventiva, ha aperto il suo laboratorio giovanissima, nelle serre della storica villa Emaldi, a Faenza. Un luogo magico come magiche sono le sue creazioni. «Quando ho iniziato a lavorare la maiolica all’Istituto d’Arte Ballardini di Faenza avevo 11 anni e da allora la passione per la lavorazione dell’argilla non si è mai spenta. Studiare le forme, gli smalti, i colori mi ha fatto entrare in un mondo straordinario. Certo ci vuole molta disciplina ma una volta appresi i vari livelli di lavorazione, può entrare in campo la creatività. Ed è un momento esaltante», confida la Maestra. Nella sua serralaboratorio piena di luce, ci sono i tavoli per disegnare i progetti, ripiani con le opere in lavorazione, strumenti del mestiere, pennelli, taglierine, il tornio, un forno. E tanti scaffali con gli stampi e gli oggetti finiti o da ultimare. «Ho iniziato a progettare delle collezioni a numero limitato, disegnando, facendo formatura, creando gli stampi per i diversi oggetti. Ho messo insieme gli stilemi della tradizione classica con la mia fantasia. Mi sono avvicinata anche allo studio delle antiche maioliche faentine, lavorando molto
sulle riedizioni di alcuni pezzi, ma ho sempre sentito il desiderio di forme originali, di modelli più contemporanei». Così sono nati i suoi vasi con i fiori, le corolle, le pigne colorate, le piccole sculture applicate ai cachepot, le forme geometriche aerodinamiche. Smalti lucidi, colori verdi accesi come in natura, dorature. Una gioia per gli occhi. L’eclettica Antonietta realizza anche servizi per la tavola personalizzati, con disegni e cifre a seconda dei desideri dei clienti. «Qui seguiamo tutte le fasi della lavorazione, dal disegno iniziale fino al prodotto finito, per questo è possibile ordinare pezzi personalizzati», spiega la Signora della Maiolica, che per il suo talento ha ricevuto numerosi premi internazionali, dall’America al Giappone, ha esposto le sue creazioni a Homo Faber, ha ricevuto il premio MAM-Maestro d’Arte e Mestiere. Svolge un’intensa attività didattica tenendo corsi di vario livello. E poiché la passione per la maiolica è contagiosa, soprattutto se si proviene da una città come Faenza, anche Viola Emaldi, sua figlia, ne è appassionata. Viola è diventata storica dell’arte, coordinatrice dei corsi per tecnico del prodotto ceramico a Faenza, oltre a occuparsi di conservazione e divulgazione del patrimonio faentino.
Emanuel Toffolo Via San Mauro 330 30142 Burano, Venezia +39 041 735562 – +39 320 6708023 emanueltoffolo.com
Nipote e figlio d’arte, Emanuel Toffolo ha saputo fare tesoro della tradizione di famiglia nella lavorazione del vetro, sviluppando una tecnica tutta sua che lo ha reso celebre a livello internazionale. Sono infatti molti i collezionisti dei suoi insetti e animali invertebrati in miniatura. Antenne sottilissime, ali impalpabili, zampette filiformi, corpi traslucidi dai mille colori, danno forma a maggiolini, api, scorpioni, coleotteri. «I Toffolo sono da sempre una famiglia di vetrai», spiega Emanuel. «Il mio bisnonno Giacomo, mio nonno Florino, mio padre Cesare sono stati stimati maestri. Florino in particolare è stato il primo lavoratore a lume della nostra famiglia e ha tramandato quest’arte a suo figlio Cesare e a me.» Di padre in figlio, fino a Emanuel. «Ho unito le mie due passioni, quella della lavorazione a lume e quella del mondo animale. Sono un grande osservatore e amo riprodurre nei minimi particolari gli insetti che popolano le nostre campagne. Ho anche tenuto in casa una mantide per studiarla nei minimi particolari. Era voracissima», confida ridendo Emanuel. Un lavoro da certosino svolto con una tecnica straordinaria, che l’ha reso un artista del vetro contemporaneo. Infatti, le sue opere sono state esposte in
diverse gallerie d’arte in tutto il mondo. Nel suo laboratorio-fucina di Burano, Emanuel racconta come avviene la nascita dei suoi piccoli animali: «La tecnica del vetro a lume è un’antica arte vetraria che consiste nel fondere bacchette di vetro colorato tramite un apposito bruciatore, il cannello. La bacchetta di vetro viene introdotta nella fiamma finché non raggiunge una consistenza morbida. Il materiale viene poi modellato a mano libera con estrema precisione, con l’aiuto di pinze e di strumenti refrattari, per creare le forme desiderate. Fondamentale per la riuscita dell’oggetto è anche il processo di raffreddamento, necessario per abbassare gradualmente la temperatura ed evitare che il pezzo si rompa, a causa degli shock termici.» Per proteggere le sue fragilissime creazioni Emanuel Toffolo le chiude sotto delle campane di vetro soffiato, per lo più prodotte dalla sua famiglia. Ha anche progettato delle piccole techecornici che servono a incorniciare i suoi coleotteri. «Ho preso spunto da alcune tavole antiche per assemblare i miei coleotteri fino a formare delle figure geometriche, delle specie di caleidoscopi.» L’eclettico artista è anche regista e ha realizzato dei poetici documentari sulle arti applicate veneziane, particolarmente sulla tecnica del vetro a lume e sui grandi maestri vetrai.
G.B. Tansini Via Privata Tre Castelli 41 20142 Milano +39 02 8132880 tansinigb.eu
A Milano, nascosto in mezzo ai campi vicino al Naviglio Grande, c’è un vasto capannone dove vengono realizzati con straordinaria abilità modelli di lampade in tutti gli stili. Un’attività artigianale iniziata alla fine dell’Ottocento da Giovan Battista Tansini, rilevata negli anni Sessanta da Michele Chiodo e portata avanti con passione e dedizione da sua figlia Cristina fino ai nostri giorni. All’interno della grande cascina-laboratorio si può trovare di tutto: dalle lampade a sospensione in ferro o ottone alle lampade a colonna Impero da tavolo, dalle appliques con campane in vetro alle lanterne da giardino. All’ingresso ci sono due ampi locali attrezzati con mole, frese, lunghi tavoli da lavoro: muniti di strumenti di vario tipo, una équipe di abilissimi artigiani taglia componenti in ferro e ottone, assembla forme, elettrifica i lumi. Incredibile la varietà di modelli che qui vengono creati, rigorosamente a mano, anche su misura e su ordinazione, con le vecchie tecniche della tradizione. «Tra i nostri clienti
ci sono molti architetti e designer per i quali realizziamo lampade su misura dai loro disegni», racconta Cristina Chiodo che fin da bambina ha vissuto in questo mondo e conosce perfettamente ogni stile. «Oltre al catalogo con i nostri pezzi classici, siamo in grado di creare forme di illuminazione ad hoc. Grazie ai nostri straordinari artigiani, che collaborano con noi da tanti anni, riusciamo a realizzare delle lampade secondo il progetto del cliente. E siamo pronti a dare vita a ogni idea!» Tansini è anche un punto di riferimento per il restauro: «Abbiamo sempre conservato gelosamente un vasto archivio storico con pezzi di ricambio che ci permette di restaurare i lumi d’epoca. Abbiamo ad esempio degli scaffali nei quali conserviamo le gocce in cristallo per ristrutturare i vecchi lampadari, oppure i bracci in vetro di Murano stile Maria Teresa, le campane dei primi Novecento, le bocce e i cilindri in vetro soffiato per i lumi a petrolio, le cupole tonde per gli orologi da tavolo», conclude Cristina. Una vera caverna di Alì Babà, ideale per portare a nuova vita complementi d’arredo del passato, sia riassortendo i pezzi mancanti sia facendo molare le parti in vetro sbeccate.
Giusto Manetti Battiloro Via Tosca Fiesoli 89 M 50013 Campi Bisenzio (FI) +39 055 436261 manetti.it
Una delle più antiche famiglie di maestri artigiani italiani è quella dei Manetti, rinomati battiloro di fama internazionale. Tutto iniziò nel Seicento quando Matteo, doratore fiorentino, si trasferì a Roma per realizzare la palla d’oro della cupola di San Pietro di Michelangelo. La sua fama crebbe tanto che poco dopo fu richiamato a Firenze per restaurare la sfera che sormonta Santa Maria del Fiore. Da allora l’importanza della famiglia è cresciuta insieme all’eccellenza dei suoi prodotti, fino a diventare leader mondiale nella produzione della foglia d’oro e d’argento. Racconta Niccolò Manetti, quindicesima generazione e uno dei sei discendenti oggi alla guida dell’azienda: «Penso che il merito dei miei antenati sia stato quello di crescere insieme ai loro tempi, cavalcando le innovazioni, come fece Luigi che nel 1820 trasformò la bottega artigiana in una fabbrica meccanizzata e Giusto che seppe affiancare all’artigianato la produzione industriale». I numerosi
riconoscimenti internazionali lo confermano. «Abbiamo lavorato per il British Museum, la Nasa e, negli ultimi anni, per il Teatro La Fenice di Venezia, il Louvre e Buckingham Palace», racconta con orgoglio. Non sono mancati momenti difficili, come la piena dell’Arno del 1966 che distrusse il laboratorio e i macchinari. «Ma non ci siamo mai arresi.» Nel nuovo stabilimento di Campi Bisenzio, 120 dipendenti trasformano ogni anno circa 500 chili d’oro in 30 milioni di foglie. «La foglia d’oro è il risultato di un’alchimia: richiede abilità artigianale, tecnologie sofisticate e la conoscenza di un’antica tradizione. Partiamo dall’oro puro, che fondiamo insieme a rame e argento secondo ricette gelosamente custodite. Dai lingotti otteniamo sottili nastri metallici che vengono laminati e infine battuti a mano con martelli di pesi diversi fino a ottenere foglie impalpabili come la seta. L’ultimo passaggio è il taglio manuale e l’inserimento nei libretti di carta.» Grazie all’elevata conducibilità elettrica e alle proprietà riflettenti e schermanti, l’oro trova impiego anche nella ricerca scientifica e tecnologica avanzata. La foglia d’oro viene utilizzata nei restauri, nell’arte, nell’arredamento, nella gastronomia e nella cosmesi. «L’espressione “indorare la pillola” nasce nel Medioevo, quando i cerusici veneziani rivestivano con foglie d’oro le medicine destinate ai signori per mascherarne il sapore», spiega Manetti. «Di recente abbiamo sviluppato anche una linea cosmetica, Beauty Gold, ispirata alle antiche tradizioni di Cina e Giappone, che già secoli prima di Cristo conoscevano le proprietà dell’oro. Essendo un metallo nobile, incorruttibile e inalterabile nel tempo, conserva caratteristiche uniche», conclude sorridendo.
Màlleus Via Lorenzo Nina 100 62019 Recanati (MC) +39 071 7574393 malleus.it
Difficile descrivere Enrico Ragni, in arte Màlleus, personaggio eclettico che spazia dal suono all’arte calligrafica e amanuense. Appassionato di musica e tecnico del suono fin da giovanissimo, nel 1978 ha dato vita al primo studio di registrazione nelle Marche, componendo lui stesso colonne sonore pubblicitarie e partecipando a registrazioni con musicisti del calibro di Mina, Zucchero, Chet Baker, Renato Zero, Roberto Cacciapaglia. Poi nel 1988, con l’avvento del digitale, della crisi discografica e la morte di un amato fratello, Màlleus entra in una crisi profonda. Ma non si perde d’animo: grazie a un periodo di meditazione in un monastero, decide di dar vita a un’altra sua grande passione, quella per la calligrafia. Con l’aiuto di un esperto in geomanzia individua una zona ricca di energia a Recanati e lì fonda il suo castello neo-medievale. Un luogo ideale per vivere e lavorare con la luce, uno scriptorum per esercitarsi nell’arte della scrittura e riportare in vita l’antica tradizione della copiatura a mano dei manoscritti, dei codici miniati. Nasce l’Antica Bottega Amanuense. Ci racconta Màlleus: «Ho avuto il classico “segno” quando, durante questo periodo di riflessione, un caro amico mi ha portato in dono una
penna a punta piatta che usano gli amanuensi. La calligrafia è sempre stata una mia grande passione, tanto che gli amici si affidavano a me per scrivere le loro partecipazioni. Così ho deciso di specializzarmi: sono partito per l’Inghilterra e ho preso lezioni dai massimi calligrafi, tra i quali Donald Jackson, il calligrafo ufficiale di Buckingham Palace, e Giovanni De Faccio. Sono tornato e ho iniziato a tenere corsi per insegnare quest’arte ai giovani, anzi, alle giovani. La tradizione amanuense si è sempre svolta nei monasteri ed erano i monaci a dedicarsi alla scrittura e alla pittura. Io ho voluto rivolgermi alle donne, per colmare dopo secoli questa lacuna», ci racconta il Maestro. Lo troviamo intento a ultimare una pergamena, mentre segue i processi di cottura della pittura a smalto. Splendidi i capilettera dipinti, come nella tradizione. Complessa la preparazione dei gessi, dei colori con le terre, delle tempere, il trattamento dell’oro in lamina. «Il diploma in perito chimico mi è stato di aiuto», confida. Straordinari i suoi quadri-pergamene con stemmi e dipinti realizzati per i Comuni, per le lauree honoris causae, per gli attestati per le premiazioni. Oltre all’arte amanuense, Màlleus tiene viva l’altra sua passione, quella per la musica. «Organizzo dei concerti multisensoriali con musica composta da me, Opera Totale. Per cinquanta minuti gli spettatori sono avvolti dai suoni e dai profumi. Con uno straordinario effetto catartico».
M’I lumina Viale Einaudi 15 20044 Arese (MI) +39 346 0689665 mi-lumina.com
Luciana Grazia Menegazzi è una giovane e brillante architetta che si è formata studiando con grandi maestri del design. Da una quindicina d’anni ha deciso di affiancare al lavoro di progettazione e ristrutturazione di immobili un’attività di artigianato: ed è stato subito successo. Grazie alla sua straordinaria manualità e inventiva, crea ciotole, vasi, lampade originali, con la tecnica del paper clay. Sono vere e proprie sculture, tutti pezzi unici da lei progettati e realizzati a mano. «Ho studiato a fondo e sperimentato varie tecniche di lavorazione dell’argilla, perché credo che la manualità sia una delle forme più importanti per esprimere la nostra fantasia», racconta la dinamica signora. «Quando ho scoperto la produzione nordica della porcellana ne sono rimasta affascinata. Ho deciso di dedicarmi alla tecnica del paper clay, che consiste nell’aggiungere dei componenti, nel mio caso la carta riciclata, all’argilla. Questo metodo di lavorazione permette di unire diversi pezzi tra loro anche da asciutti, senza modellarli, contrariamente alla ceramica che
rimane più corposa. Il risultato è l’estrema leggerezza di ogni pezzo, la trasparenza e la luminosità. È una tecnica molto antica: già i romani erano soliti unire all’argilla dell’erba secca per rendere più leggeri i loro manufatti», ci confida, «e consente una grande libertà espressiva. Io sono affascinata dalla luce, che ricerco in ogni mia creazione: per questo ho chiamato il mio laboratorio M’I lumina». I suoi vasi, le sue ciotole sono vere e proprie sculture che riprendono i petali e le corolle di un fiore, forme archetipiche fuori dal tempo. Anche l’utilizzo dei colori è frutto di uno studio ispirato alla natura. «Per realizzare le mie lampade collaboro con un piccolo laboratorio artigianale che crea i supporti in metallo, su mio disegno. Perfezionandomi nella tecnica sono riuscita a essere sempre più libera di dare spazio alla mia creatività ed evolvere nell’ispirazione artistica. C’è ancora bisogno di nuove lampade? Io credo di sì. La luce disegna lo spazio, crea i colori, definisce l’ambiente in cui viviamo. Non c’è luce uguale a un’altra e la più bella è quella in cui ci riconosciamo, quella che corrisponde al nostro modo di essere o al nostro stato d’animo.» Per questo è nato M’I lumina, il suo brand di lampade e complementi d’arredo in paper clay: perché non c’è una luce uguale a un’altra.
Donatella Zaccaria Via Belgirate 15 20125 Milano +39 347 1248040 donatellazaccaria.it
Vetrate artistiche dai mille colori, assemblate con grande maestria, per conferire un’atmosfera speciale agli ambienti. O anche vetrate totalmente bianche, realizzate con paste di vetro di 19 sfumature di tonalità e intensità: per amplificare l’effetto della luce solare nelle diverse ore del giorno. Le realizza Donatella Zaccaria, sensibile maestra artigiana, che da anni si dedica allo studio delle varie tecniche per la lavorazione del vetro. Nel suo atelier milanese nel quartiere Maggiolina ci sono scaffali con lastre di vetro di infiniti colori, contenitori di tessere per la realizzazione di mosaici, tanti attrezzi del mestiere, un tavolo affollato da schizzi e disegni, un forno ad alta temperatura per la cottura. «Il mio primo amore è stata la tecnica messa a punto da Louis Comfort Tiffany», ci confida l’abile artista-artigiana. «E le opere di tanti artisti dei primi del Novecento che hanno unito la pittura all’arte del vetro. Mi riferisco a Chagall, Matisse, Braque… Ho sperimentato diverse tecniche, mi sono specializzata nel restauro delle vetrate a piombo, ma realizzo le mie creazioni con
legature a stagno, più malleabili e meno tossiche. Indispensabile la qualità dei materiali base: per i miei mosaici utilizzo le tessere di vetro prodotte a Venezia dallo straordinario Orsoni, mentre per le vetrate mi rifornisco di lastre in vetro soffiato provenienti dalla Francia e dalla Germania. Con la tecnica del mosaico creo molti complementi d’arredo, soprattutto a specchio, tra cui le cornici per gli specchi bombati e i piani dei tavoli. Ogni oggetto è ideato da me ed è pezzo unico. Gli unici lavori su ordinazione sono state le vetrate realizzate per Alessandro Mendini e per Ignazio Moncada», ci confida Donatella. Oltre al vetro, l’eclettica maestra d’arte utilizza anche altri materiali, quali l’alabastro, la madreperla, le pietre dure, il cotisso. Notevoli sono le sue lampade Tiffany dalle cupole elaborate e i suoi gioielli, tra cui le collane “corpetto” nate da una collaborazione con Giorgio Vigna. Esperta nella delicata arte del restauro del vetro, Donatella Zaccaria è la restauratrice ufficiale dei fragilissimi vetri di Venini. «Amo insegnare le tecniche e trasmettere la passione per il vetro: per questo sono sempre disponibile a organizzare corsi, anche per le scuole», conclude la generosa maestra.
Ceramica Gatti 1928 Via Federico Pompignoli 4 48018 Faenza (RA) +39 054 6634301 ceramicagatti.it
Pittore, scultore ceramista, Riccardo Gatti è stato il creatore di questa bottega artigiana che, a un secolo dalla fondazione, continua ad avere la stessa vitalità degli inizi. Famose sono le collaborazioni con Gio Ponti, Giovanni Guerrini, Giacomo Balla, Tommaso Marinetti, continuate poi nei decenni seguenti con Alessandro Mendini, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Ettore Sottsass. Sempre al passo con i tempi. Innovativi, ma nel segno della grande tradizione ceramica artigiana. Alla guida oggi ci sono i bisnipoti del fondatore, Marta e Davide Servadei, che insieme a una decina di collaboratori continuano a tener viva la tradizione faentina della ceramica con prodotti sempre nuovi. «La nostra sede è rimasta la stessa», racconta Marta Servadei. «E oggi come allora la bottega si caratterizza per l’intero ciclo di lavorazione, dall’argilla alla manipolazione, dagli impasti agli stampi, dalla smaltatura alla cottura
finale. Dal celebre vaso creato dal mio bisnonno negli anni Venti per le amarene Fabbri, sono numerose le opere uniche e i progetti industriali che sono nati all’interno di queste mura». Straordinari i loro vasi dai riflessi dorati, iridescenti, ottenuti con impasti e colorazioni naturali. Notevoli le collezioni platino, smaltate in maiolica, dipinte a mano con decorazioni in platino terza cottura, così come le finiture in lustro madreperla. E poi le ciotole Corona, in maiolica realizzata al tornio con applicazioni modellate a mano, rifinite internamente con foglia d’oro zecchino e dettagli in oro e platino applicati a mano. «Tra le ultime creazioni, ci sono le lampade a sospensione Fregio nate dalla collaborazione con Foscarini: sono costituite da bassorilievi in ceramica e illuminazione a led; mentre le lampade della serie Battiti sono pannelli ceramici realizzati da disegni provenienti dall’archivio Gatti. Entrambe progettate da Andrea Anastasio con Davide Servadei». Ceramiche nate per illuminare gli ambienti, sia che esse siano elettrificate, sia come oggetti decorativi dalla materia luminosa.
Specchi Veneziani Via Monte Sommo 28 30034 Oriago di Mira (VE) +39 346 0511384 specchiveneziani.com
Quando la tradizione passa attraverso le mani di un sapiente maestro artigiano, allora nascono gli oggetti più straordinari. È il caso degli specchi che Paolo Zornetta realizza vicino a Venezia, nel suo laboratorio di Oriago, veri capolavori di estro e precisione ormai richiesti in varie parti del mondo, dall’America al Kuwait, da Cipro a Parigi. «Sono rimasto affascinato dal vetro guardando mio nonno che era un mago nel realizzare i lampadari», ci racconta l’abile artigiano. «Nel suo laboratorio molava le coppe in vetro di Murano con grande maestria. Poi quando ha iniziato a incidere gli specchi ho capito che quella era la mia vera passione». Così Paolo inizia giovanissimo a studiare le varie tecniche di lavorazione, a documentarsi sui motivi decorativi delle diverse epoche. E soprattutto apprende l’utilizzo del tornio col braccio filettato sul quale si inseriscono le ruote. «Ho circa una cinquantina di ruote di arenaria abrasiva che utilizzo a seconda
dei disegni e delle profondità che voglio ottenere», racconta il giovane maestro. «Io inizio sempre col disegnare a mano con un pennarello lo specchio che voglio realizzare: si parte dal vetro grezzo. Ho un falegname che realizza su misura i telai sui quali appoggio gli specchi, che vengono poi argentati una volta incisi. Per le incisioni bisogna saper dosare la forza ed è essenziale il movimento dei polsi». Questa è la vera bravura che distingue gli incisori, la precisione del gesto calibrato. I suoi specchi sono di vari modelli e dimensioni, personalizzabili su ordinazione. «Gli specchi francesi sono caratterizzati da incisioni lucide, mentre quelli veneziani hanno incisioni opache. Spesso li abbellisco assemblando rosette e canne di Murano che mi procuro da una fornace, oppure unendo piccoli decori. Realizzo quasi tutto su ordinazione. Pensi che mi è capitato di realizzare un grande specchio di 3 metri che mi è stato commissionato per un emiro del Kuwait, confida Zornetta. «L’imballo per la spedizione è stato impegnativo, ma lo specchio è arrivato sano e salvo», conclude sorridendo lo straordinario artigiano.
Maurizio Tittarelli Rubboli, Il Sole il Muro il Mare, 2025, maiolica a lustro oro e rubino su Blu di Sèvres e Blu Klein, Ø 40 cm. Quest’opera nasce dalla suggestione suscitata dalla lettura della poesia Il Sole il Muro il Mare della poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen, dalla quale riprende anche il titolo.
fuoco e
oro
Custode e innovatore dell'antica tecnica del lustro, Maurizio Tittarelli Rubboli rinnova una tradizione familiare centenaria, dando forma a ceramiche che uniscono ricerca tecnica, sensibilità artistica e visione contemporanea.
di Ugo La Pietra Fotografie Courtesy Archivio Rubboli
“Impara le regole come un professionista, affinché tu possa infrangerle come un artista” Questa affermazione, attribuita a Pablo Picasso, è la migliore descrizione del modo di pensare e operare del ceramista (artista/artigiano) Maurizio Tittarelli Rubboli. Maurizio rappresenta oggi la grande tradizione della sua famiglia: il bisnonno fondò la manifattura che introdusse nel territorio di Gualdo Tadino, nella provincia di Perugia, una tecnica che ha sempre stupito per i suoi “procedimenti alchemici” e per le sue vibrazioni cromatiche. Usando antichi forni ottocenteschi “a muffola”, dove i pezzi vengono cotti a terzo fuoco, gli oggetti, dalle forme semplici, ci aiutano a guardare, o meglio ad ammirare, i particolari riflessi di oro, blu cobalto, verde ramino, giallo ocra… che questa tecnica offre. Una spettacolare quantità di colori che vibrano al riflesso della luce. È la tecnica del “lustro”, che Maurizio Tittarelli usa con la maestria dei pionieri di quest’arte, già praticata alla metà dell’Ottocento dal suo bisnonno. Già nel Cinquecento erano stati sperimentati per la prima volta i
particolari forni per ottenere certe iridescenze, e quindi da quella tradizione sono stati poi costruiti tre secoli dopo quelli della famiglia Rubboli. Una tradizione, quella della lavorazione della ceramica, che sembra sia nata e si sia sviluppata dalla Persia alla Mesopotamia, fino ad arrivare in Italia nel Cinquecento, stimolando veri capolavori; poi scomparve, per essere ricoperta nella seconda metà del XIX secolo. Si può dire che la formazione di Maurizio Tittarelli inizi fin dalla nascita: a 26 anni realizza la sua prima opera, recuperando tutta la tradizione familiare, la maiolica a lustro di tradizione mastrogiorgesca. Tittarelli ne fu ossessionato nel suo lungo percorso di ricerca tecnica ed estetica. L’arte del maestro non è però solo conoscenza, capacità e fedeltà alla tradizione ma è anche, e soprattutto, capacità di saperla rinnovare. Maurizio Tittarelli rappresenta oggi, per gli studiosi di questa antica arte, l’esempio di un creativo/artigiano che, pur operando all’interno della tradizione mediterranea che ha ereditato, sperimentato e comunicato, convinto del valore delle sue opere, è capace di confrontarsi con l’alta sperimentazione delle più varie tradizioni del craft europeo. MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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L’artista-artigiano Maurizio Tittarelli Rubboli durante alcune fasi di lavorazione dell’opera Elephas portans mundum nell’atelier di Gualdo Tadino (Perugia).
Le sue ceramiche, dalle forme semplici, ci riportano alla consapevolezza di un valore lontano dalle esperienze cui il mondo di oggi ci sottopone, fatte di oggetti “estremi”, di cui non percepiamo gli effetti e la durata, non conoscendo le conseguenze della loro fine e della loro sepoltura; le ceramiche, invece, nascono dalla terra e morendo torneranno alla terra. Tittarelli ne è perfettamente consapevole, e guarda con affetto le sue opere, immaginandone una lunga vita, per la gloria della tradizione di Gualdo Tadino. Le sue forme essenziali dimostrano la continua capacità di trasferimento e di dilatazione: da una parte verso la scultura, e dall’altra verso il design, con uno “sguardo innamorato” verso la pittura. Segni, suggestioni, atmosfere che nascono dai segreti della bottega tramandata di padre in figlio, e confermano l’evidente attaccamento al territorio. Questi i caratteri delle opere di un maestro che si ostina a sperimentare, nello sforzo 30
quotidiano di guardare alla tradizione della sua famiglia e allo stesso tempo entrare nella contemporaneità. Ciotole, vasi, brocche, candelabri, piatti, mattonelle sono forme sobrie che esaltano la lavorazione del lustro, a cui si aggiungono opere come L’amore è un cubo, che meglio rappresenta la combinazione tra forma, colore e decorazione, e Gloria Mundi, sculture sferiche realizzate sempre con la tecnica del lustro, ma caratterizzate da una superficie ruvida, imperfetta, “tormentata”, completate dall’inserimento di un piccolo specchio tondo a evocare un “globo oculare” nel tentativo metaforico di rivolgere lo sguardo verso l’infinito. Il Museo Opificio Rubboli, voluto da Maurizio, che contiene tutte le esperienze della storia della sua famiglia di ceramisti, rappresenta l’orgoglio di questo artista del lustro; un museo che è nato per non disperdere un prezioso patrimonio artistico per la città di Gualdo Tadino, per l’Umbria e per l’Italia. •
Maurizio Tittarelli Rubboli, Elephas portans mundum, 2026, maiolica a lustro oro su Blu di Sèvres, h. 45 cm. Quest’opera nasce da una rilettura dell’immagine dell’elefante presente nei bestiari medievali, simbolo di forza, saggezza e integrità morale, reinterpretata attraverso un linguaggio contemporaneo.
Maurizio Tittarelli Rubboli, A Tribute to William Morris, 2023, maiolica a lustro oro su Blu di Sèvres, Ø 45 cm. Questa tipologia di opere, sviluppata negli anni in diverse declinazioni, vuole rendere omaggio al grande artista inglese William Morris (1834 – 1896).
Maurizio Tittarelli
a Faenza nel settembre
Rubboli, L’Amore è un
2016 durante Argillà
Cubo, 2016, maiolica a
Italia. Il concept è
lustro oro e rubino su Blu
semplice: l’amore ha
di Sèvres, foglia d’oro,
tante facce, tanti volti
20 x 20 x 20 cm.
che ruotano e rotolano
Quest’opera è nata
senza soluzione di
per il progetto “Cube
continuità ma nessuna
– Compressi”, una
faccia è uguale all’altra.
mostra che ha debuttato
Maurizio Tittarelli
l’artigiano ha modo di
Rubboli, vasi Linea,
osservare un esemplare in
2024, maiolica a lustro
porcellana che lo spinge
oro e rubino su Blu di
a sperimentare una
Sèvres, 30 x 25 x 40
particolare lavorazione
(h) cm. Questi lavori
del biscotto, scavando
nascono dal tentativo di
sottili ma profonde linee
trasferire nella maiolica
orizzontali sulla superficie
la finezza e la leggerezza
dei vasi in argilla:
della porcellana. Durante
un’importante occasione
una visita al MIC-Museo
di ricerca sui limiti e sulle
Internazionale delle
potenzialità espressive
Ceramiche in Faenza,
della maiolica.
LENNY KRAVITZ
Torin o, Via C. B at t i st i | M i l a n o, Vi a M o n ten a p o l eo n e Bologn a , G a lle ria C avou r | F i ren ze, Vi a d eg l i St roz z i | Ro m a , Pi a z z a d i S p a g na
Fabio Fornasier, lampadario LU, vetro soffiato di Murano, color champagne, realizzato a mano. Appartenente alla collezione LU Murano, rappresenta l’evoluzione contemporanea nell’illuminazione moderna di design.
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Architetture
di luce di Jean Blanchaert e Irina Eschenazi Fotografie Courtesy Archivio Fornasier
A Murano, Fabio Fornasier raccoglie l’eredità dei grandi maestri vetrai e la reinterpreta con uno sguardo contemporaneo. Le sue opere esplorano le potenzialità del vetro attraverso forme essenziali, sospese tra memoria, sperimentazione e progetto.
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Fabio Fornasier lavora nella sua
A sinistra, mentre realizza un elemento
fornace a Murano, in calle del Paradiso
del lampadario LU, assemblato poi
14, dove affianca la produzione alla
nella foto successiva.
sperimentazione.
A Murano esiste ancora una parola che possiede un peso quasi sacrale: maestro. Non indica soltanto chi conosce una tecnica, ma chi ha attraversato il fuoco abbastanza a lungo da trasformare la materia in linguaggio. Essere maestro, qui, significa appartenere a una genealogia del gesto. Significa custodire una conoscenza che si trasmette non solo attraverso le parole, ma attraverso il corpo: lo sguardo, il ritmo delle mani, il tempo dell’attesa, la capacità di comprendere il vetro nel suo stato instabile e incandescente. Nel panorama contemporaneo, tuttavia, questa figura sembra attraversata da una tensione nuova. Il maestro non è più soltanto garante della tradizione: è chiamato a reinventarla. Fabio Fornasier appartiene profondamente a Murano. Figlio del maestro Luigi Fornasier, figura storica dell’arte del lampadario muranese, capace di fondare oltre mezzo secolo fa una propria vetreria, Fabio cresce dentro una dimensione in cui il mestiere non è soltanto lavoro, ma linguaggio quotidiano, disciplina tramandata quasi per osmosi. Nella Murano di 38
quegli anni la fornace è ancora un universo totale: un luogo duro, fisico, dominato del calore, dalla precisione del gesto e da tempi che non ammettono esitazioni. Il giovane Fabio osserva il padre e i maestri vetrai muoversi attorno al vetro incandescente come all’interno di una coreografia antica, fatta di esperienza, intuizione e controllo assoluto della materia. A sedici anni entra per la prima volta nella fornace paterna. È un passaggio quasi rituale. Il vetro, ancora liquido e luminoso all’estremità della canna gli rivela immediatamente la propria natura ambigua: fragile e resistente, imprevedibile e capace di trasformarsi continuamente sotto l’azione del fuoco. Da quel momento nasce un rapporto che non sarà mai soltanto professionale, ma quasi esistenziale. La sua opera nasce dalla conoscenza radicale del mestiere, una conoscenza fisica, quotidiana, sedimentata negli anni trascorsi in fornace, ma rifiuta qualsiasi forma di virtuosismo fine a sé stesso. Il sapere tecnico non diventa mai spettacolo: tende invece a rarefarsi, a farsi quasi invisibile, come accade nelle
Fabio Fornasier, lampadario LU, vetro soffiato di Murano, color acquamare, 200 x 200 cm.
opere più mature, dove la complessità del processo è nascosta dietro una forma essenziale. Questa è forse una delle qualità più rare del vero maestro: fare apparire naturale ciò che richiede una disciplina estrema. Murano è da secoli “isola della luce”, non soltanto per la rifrazione unica del vetro lagunare, ma per una tradizione che ha saputo trasformare la sabbia e il fuoco in strumenti di conoscenza. Nella tradizione veneziana, il lampadario rappresenta l’emblema più riconoscibile del dominio tecnico. È il luogo della magnificenza, della proliferazione ornamentale, della luce come celebrazione. Per secoli, Murano ha costruito attraverso il lampadario la propria immagine internazionale: una geografia luminosa fatta di trasparenze, riflessi e teatralità. Fornasier affronta questa eredità con rispetto ma senza nostalgia. La serie LU, uno dei nuclei più significativi della sua ricerca, segna in questo senso una svolta radicale. Qui il lampadario perde la ridondanza decorativa e si trasforma in struttura, in architettura luminosa. Non occupa semplicemente uno spazio: lo modifica. La tecnica e la ricerca poetica sembrano nascere dallo stesso gesto. Il sapere artigianale non è supporto dell’opera: è il luogo stesso del pensiero. Le opere di Fornasier 40
sono state presentate in mostre e contesti internazionali legati al vetro d’arte e al design contemporaneo, contribuendo al rinnovamento dell’immagine di Murano come luogo di ricerca oltre che di tradizione. In questo senso, il suo lavoro restituisce anche una riflessione importante sul futuro di Murano. Per decenni l’isola ha rischiato di essere percepita esclusivamente attraverso la lente della tradizione o del lusso decorativo. Artisti come Fornasier dimostrano invece come il patrimonio tecnico muranese possa ancora essere uno straordinario territorio di ricerca contemporanea. Ho conosciuto Fabio Fornasier in concomitanza con la Biennale d’Arte 2005. Philippe Daverio ideò un padiglione italiano esterno alla Biennale, concepito come una reazione alla malattia dell’arte italiana, a un sistema che non dimostrava rispetto per la produzione artistica nazionale. Una sorta di contro-biennale. Alla Chiesa di San Gallo, a pochi metri da Piazza San Marco, furono convocati ben 1600 artisti che proposero ognuno un piccolo lavoro di 13x17 cm. Una specie di ex voto. Daverio si portò dietro un autentico esercito di artisti e artigiani giunti da tutt’Italia. Fabio Fornasier, allora quarantenne e già artista affermato, capì al volo l’importanza
dell’evento e con incredibile generosità mise a disposizione la sua vetreria muranese ospitando per quattro giorni, su divani, poltrone e brande da campeggio, più di cinquanta persone che si muovevano con cautela fra le preziose sculture di vetro, senza mai romperne una. Prima di addormentarci non potevamo non notare sopra le nostre teste i meravigliosi lampadari fluttuanti come navicelle spaziali. Anch’io, in qualità di coordinatore, ero fra di loro. Sono passati più di vent’anni. Fabio Fornasier ha tenuto seminari alla Gerrit Rietveld Academy di Amsterdam, al Royal College of Art di Londra, alla Pilchuck Glass School di Washington D.C. Ad Amsterdam ha ricevuto da Richard Meitner un insegnamento che tiene sempre ben presente: «voi muranesi avete una tecnica favolosa, ma tu cerca di essere essenziale». Fornasier rappresenta la continuità di una tradizione familiare che si tramanda di generazione in generazione e oggi porta avanti questa eredità insieme ai figli Nicolò e Valentina. «Il mio progetto del cuore è diventare l’assistente di mio figlio Nicolò», confida il maestro. «Oggi è lui che assiste me, ma il giorno in cui potremo invertire i ruoli sarà quello in cui potrò riconoscere che è arrivato». •
PAGINA ACCANTO: Dettaglio di
lavorazione. Nel 2023 Fabio Fornasier ha realizzato un progetto pionieristico di sostenibilità ambientale che trasforma la sua fornace in un modello di economia circolare. IN ALTO: Fabio Fornasier, LUctopus,
scultura luminosa a forma di polpo, in vetro soffiato di Murano, 160 cm. Ora installata sull’iconico superyacht Khalilah costruito dal cantiere americano Palmer Johnson.
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Fabio Fornasier, lampadario LU, cristallo pulegoso, caratterizzato da una densa inclusione di innumerevoli bollicine d’aria, realizzato a mano.
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di Michele Cariati
Fornasetti Store, corso Venezia 21/A angolo via Senato, Milano, nel cuore del Quadrilatero della moda. Quello di Fornasetti è un mondo sospeso tra immaginario e realtà, denso di rimandi culturali e citazioni artistiche. Foto: ©Ludovic Balay
Il poeta dello specchio di Anna Carmen Lo Calzo
Dallo specchio barocco agli universi visionari di Piero Fornasetti: un viaggio tra illusioni ottiche, artigianato, surrealismo e poesia visiva, dove il riflesso diventa linguaggio e lo spettatore parte integrante dell’opera.
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Lo specchio è forse l’unico artefatto della storia umana a non aver mai mutato funzione pur mutando di significato: da attributo divino a emblema della vanità, da strumento profetico a soglia dell’inconscio, ha sempre restituito un’immagine lasciando agli uomini il compito di decidere cosa rivelasse o nascondesse. Agli albori dei tempi, l’essere umano vide “fotoni rimbalzati nell’acqua” senza capire nulla. Ci vollero millenni prima di giungere a spiegazioni, ma quell’ignoranza fu il motore della civiltà. Come è noto, il desiderio primordiale di spiegare fenomeni naturali potenti e ingovernabili ha dato origine a miti, divinità, poesia, letteratura, psicanalisi, domande cruciali in ambito filosofico. Dopo essere riuscito ad attribuire una spiegazione scientifica al fenomeno del riflesso, l’essere umano provò il potente desiderio di trattenere quella seducente immagine del “doppio di sé”. Da semplice lastra di metallo lucidato, nel corso dei secoli lo specchio si trasformò in oggetto artigianale sempre più prezioso. In epoca barocca, grazie alla sofisticata maestria dei vetrai veneziani, divenne simbolo di lusso assoluto, di vanità e seduzione: un vero e proprio gioiello di corte. È nel Novecento che lo specchio subì la sua più radicale metamorfosi concettuale, convertendosi in strumento critico e sovversivo. L’indiscusso artista visionario che diede inizio al dialogo tra memoria artigianale e sensibilità moderna e alla sintesi tra dimensione artistica e maestria manifatturiera fu Piero Fornasetti (Milano, 1913-1988). 46
Fornasetti, specchio
in legno serigrafato laccato
Egocentrismo,
a mano e i giochi di rifrazione
Ø 50 cm (a sinistra) e
creati dalla convessità
specchio Architettura,
dello specchio donano
Ø 28 cm. Le linee astratte,
un tocco di magia a questi
il ritmico alternarsi dei
due oggetti da parete.
decori, le cornici realizzate
Entrambe le foto: ©Fornasetti
Pittore, scultore, decoratore d’interni, stampatore di libri d’arte, genio surrealista e trasognato, Piero Fornasetti, il “rinascimentale europeo”, il “filosofo produttivo” delle arti applicate, l’“artigiano con troppe idee”, ha saputo trasformare oggetti in enigmi e arte concettuale in “follia pratica”. Senza riconoscere mai la frontiera tra arte e vita quotidiana, talento artistico e ironia, incontrò artisti del calibro di Ernst, Fontana, Dalì, De Chirico, Campigli, trasformando la sua Stamperia d’Arte milanese in un crocevia creativo virtuoso. Ma fu l’incontro con Gio Ponti, avvenuto nel 1940 alla VII Triennale di Milano, il momento cruciale e decisivo per la poetica fornasettiana: le due personalità si fusero in un gioco di elementi contrastanti, in un’illusione onirica e metafisica; divennero “anime gemelle”, riflesse l’una nell’altra, proprio come in un gioco di specchi. Ossessionato dall’illusione ottica e dalla deformazione tridimensionale come forma di rivelazione, Piero Fornasetti realizzò un oggetto iconico: lo specchio convesso della serie Trompe-l’œil (“inganno dell’occhio”) rifacendosi all’estetica magica e misteriosa dei maestri fiamminghi, dai quali era
particolarmente suggestionato. In Trompe-l’oeil il potente gioco visivo, in cui i volti frammentati si fondono con quello dello spettatore, crea un’illusione ottica unica nel suo genere, trasformando il riflesso in un’esperienza surreale. Fonte di ispirazione fu il celebre specchio convesso raffigurato nel Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434) di Jan van Eyck. Chi guarda in uno specchio bombato si trova al centro di un universo che converge su di lui, ma quel centro è distorto. L’artista ha dunque compiuto una scelta filosofica: lo specchio convesso non distorce per errore, ma per vocazione. E quella distorsione ha sempre un significato. L’intuizione straordinaria di Piero Fornasetti fu la capacità di comprendere che l’unico oggetto la cui superficie non può mai essere completamente dominata dall’artista è proprio lo specchio. Si può lavorare sulla cornice, sulla forma, ma è sempre lo sguardo dello spettatore a governare la superficie riflettente, a innescare il dialogo, a
Salotto verde di Casa Fornasetti.
Città Studi. Oggi è testimonianza unica
Dimora storica della famiglia
di quella creatività inconfondibile che
Fornasetti dalla fine del XIX secolo,
ha dato origine all’omonimo brand
è situata nel quartiere milanese di
italiano. Foto: ©Andrea Delle Case
creare quella potente tensione sospesa che rende l’arte – e ogni oggetto realizzato – immortale. Negli anni Quaranta e Cinquanta la produzione fornasettiana di specchi in vetro convesso si ispirò anche a riti e superstizioni, come quella del “terzo occhio” o dell’“occhio della strega”. Il famoso Specchio Magico, potente amuleto, elemento di leggende e fiabe, aprì una nuova finestra sul mondo onirico e fantastico e rivoluzionò i salotti milanesi del dopoguerra, ripercorrendo un immaginario collettivo dimenticato. Piero Fornasetti non ha mai creduto alla neutralità degli oggetti e anche le cornici dei suoi specchi lo testimoniano. Si tratta di vere e proprie “cornici narranti” che, attraverso simboli ed elementi evocativi come farfalle, chiavi, fiori, conchiglie, architetture classiche, gioielli, soli con volti, fitte trame di malachite stampate su cornice laccata, ci fanno entrare in un racconto magico, cosmico, enciclopedico. L’artista invita MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Fornasetti, Trumeau Litobar.
centrale (a sinistra). Il Trumeau Riflesso
lo spirito enciclopedico di Fornasetti
Il mobile nasce da un raffinato incontro
di Panoplie rinnova la riflessione sul
(a destra). Questi due pezzi unici inediti
di materiali: dalle originali lastre
vetro come superficie sensibile da
sono stati presentati in occasione della
litografiche in zinco, a eleganti radiche
disegnare, esplorando il decoro degli
terza edizione di Design Miami.Paris 2025.
di noce, dominate dallo specchio
anni Cinquanta che meglio interpreta
Entrambe le foto: ©Fornasetti
ad una visione privata, elegante, nella quale lo spettatore si immerge in silenzio, si guarda allo specchio ed entra in un mondo fantastico. Gli specchi Fornasetti, che oggi il figlio Barnaba – erede attivo e creativo – continua a sviluppare e reinterpretare servendosi di uno straordinario linguaggio visivo e progettuale, sono tra i componenti d’arredo più iconici del design italiano; rappresentano l’essenza del genio dal quale è scaturita una vera e propria “poeticizzazione” dello spazio domestico, un’estetica surrealista sospesa tra arte e savoir-faire. Tra i progetti di Barnaba spicca lo straordinario Il Trumeau Litobar Specchio Magico. Le lastre in lega di zinco, incise con disegni originali Fornasetti e prodotte da Piero negli anni Cinquanta, vengono riproposte come rivestimento, insieme a eleganti radiche di noce, tra cui si distingue un sorprendente specchio convesso 48
centrale. Tra le creazioni più recenti figurano anche Il Trumeau Riflesso di Panoplie e Specchio Riflesso di Venezia (presentato a Design Miami.Paris nel 2025, ispirato al vassoio Piazza San Marco con corona dei fiori degli anni Cinquanta). Entrambi realizzati in collaborazione con Barbini Specchi Veneziani, rappresentano un’eccellenza nell’attuale produzione di Barnaba, esposta presso l’Atelier milanese di Corso Venezia, recentemente rinnovato in collaborazione con lo studio di design Tutto Bene. Specchiarsi in una cornice fornasettiana significa avere il coraggio di partire per un viaggio. Non a caso, Piero Fornasetti sosteneva che quello che faceva era qualcosa di più di una decorazione: si trattava di un invito alla fantasia, al pensiero, all’evasione; un biglietto di sola andata per l’immaginazione più pura e segreta. •
Piero Fornasetti (1913-1988) riflesso
riflette l’immaginazione senza limiti
nello Specchio magico, struttura in
di Fornasetti, creando nel contempo
ottone con specchio serigrafato, 1950.
sorprendenti effetti visivi.
La forma bombata di questo specchio
Foto: ©Fornasetti
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Affrettati lentamente TRA PROFUMO E LUCE di Stefania Montani Fotografie Courtesy Marta Mondelli
Festina Lente Milano. Ogni prodotto, dalle candele ai profumatori per ambiente, è confezionato a mano con ingredienti di altissima qualità e materiali riciclabili. Perché il lusso – come sostiene la founder Marta Mondelli – può essere sostenibile.
C’è chi misura il tempo in ore e chi in emozioni. Nel suo laboratorio milanese, Marta Mondelli crea candele artigianali che restituiscono alle fragranze e ai gesti quotidiani una nuova dimensione sensoriale.
Ha poco più di quarant’anni ma ha già vissuto tante vite: laureata in storia antica a Bologna, con una passione per i Greci, diplomata in recitazione, attrice teatrale e cinematografica, esperta di marketing a New York, scrittrice di libri e giornalista, blogger, collaboratrice dell’associazione Artemest per promuovere l’artigianato artistico e il design italiano. Poi il ritorno in Italia nel 2017, a Milano, e l’inizio di una nuova avventura: con ritmi completamente diversi. Un curriculum decisamente “affollato” per una quarantenne. Ci racconta Marta Mondelli: «Ho scelto di trasferirmi a New York nel 2000 perché ero affascinata dalla vitalità di questa città dove mi sembrava che tutto fosse possibile. E in effetti ho vissuto degli anni entusiasmanti sperimentando vari campi di lavoro. Poi, quando sono tornata in Italia, con due figli piccoli, ho sentito il desiderio di dare una svolta alla mia vita, di creare qualcosa di mio, con le mie mani e secondo ritmi diversi da quelli frenetici delle metropoli. Così è nato Festina Lente, il celebre ossimoro latino che è anche il mio mantra». Il suo laboratorio di Milano è una piccola oasi di pace, nel cuore del quartiere Isola: uno spazio espositivo con un retrobottega dove prendono vita le sue creazioni. Qui nascono le sue candele, rigorosamente vegetali e vegane, senza paraffina, con cera di soia colata a mano nei pentolini di alluminio. Un lavoro che richiede tempi lunghi e operazioni precise, come l’aggiunta di fragranze a base di oli essenziali, prive di alcol, e il riscaldamento dei contenitori finali per la cera, per evitare che gli sbalzi di temperatura danneggino il prodotto. «Festina Lente era il motto dell’Imperatore Augusto», ci spiega Marta, «e significa corri lentamente, abbi uno scopo ma non MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Fasi di lavorazione per la realizzazione
biodegradabile, prodotta in Europa,
delle candele Festina Lente: candele
a combustione pulita e stoppino in
colate a mano in piccoli lotti nel
cotone intrecciato prodotto in Italia.
laboratorio di Milano, cera di soia
affrettarti, vola con la fantasia ma con i piedi per terra. Anche nell’urgenza, prenditi tempo. Assapora ogni istante. Fai le cose con calma: falle bene e con gioia. Ho scelto la farfalla e il granchio come simboli per sintetizzare il mio pensiero: la leggerezza della farfalla che vola libera, lieve, come la fantasia; il granchio ben radicato a terra con le sue chele, che procede con cautela, attento ai pericoli. Bisognerebbe attingere a entrambe le personalità di questi due esemplari del mondo animale per avere il giusto equilibrio nella vita», aggiunge ridendo Marta, che ha il dono di comunicare il suo entusiasmo ai suoi interlocutori. Un sottofondo di musica, un leggero profumo nell’aria, una comoda poltrona, tanti scaffali con oggetti di vario tipo, tra cui le sue profumate candele e i diffusori. Nel retrobottega trovano posto fornelli, mestoli di diverse dimensioni, pentole e colini. Anche oggetti recuperati nei mercatini di antiquariato, quali tazze o vasi, da riempire insieme ai vasetti creati appositamente 52
con il suo logo, per dare loro una seconda vita. «Gli odori sono molto importanti nella vita di ognuno di noi: hanno un potere evocativo fortissimo. Per questo collaboro con un naso che ho avuto la fortuna di incontrare e che riesce a tradurre le mie descrizioni in fragranze, rendendo palpabile il ricordo.» Le profumazioni che nascono in bottega sono nove, ognuna racchiude la propria poesia. «Ho voluto riprodurre gli aromi che hanno un significato per me, sia il ricordo di un luogo, sia quello di un momento della vita. A ognuno ho dato un nome evocativo. E Luca Maffei, il fantastico naso con cui creo i profumi, riesce sempre a interpretare alla perfezione i miei desideri. Le candele più richieste sono Prima Luce, una combinazione di note di pino marittimo, iris e agrumi che ricorda le calde mattine d’estate nel Cilento. Poi Ad Astra, che ha il profumo del sale che si sprigiona dal mare nelle notti d’estate e a me ricorda le stelle cadenti. C’è poi Carpe Diem, il profumo dell’energia, un misto di sandalo e tabacco
Festina Lente, candela Carezze:
di vaniglia e frutti di bosco. È colata
Marta Mondelli (a lato) nel 2019
fragranza iconica del brand artigianale
a mano con cera di soia 100% naturale,
è tornata a vivere in Italia e ha aperto
eco-luxury, che evoca l’atmosfera
vegana e priva di sostanze tossiche.
il suo atelier nel quartiere Isola
rilassante di un bagno caldo con note
a Milano, in cui vive.
che invita all’azione. E Hic et nunc, che può essere definito il profumo della serenità, l’invito a vivere intensamente ogni attimo, a fermare i momenti belli, con leggerezza ma non con superficialità: un profumo fresco misto di felce, cardamomo, lavanda, cipresso, iris, vetiver. Sono anche riuscita a produrre una candela che mi ricorda la casa dell’infanzia, quella dei miei nonni, con il profumo del bucato, del muschio bianco e dei fiori sul balcone. E infine molto richiesto è anche Carezze, ideale per chi desidera coccolarsi, assaporando la quiete. L’ho ideato con un misto di vaniglia, frutti di bosco, muschio, rosa rossa, bergamotto». Nella concretezza dei suoi oggetti Marta Mondelli è riuscita a racchiudere anche una dimensione effimera ed emozionale. Come una piccola fata delle fiabe, con le sue candele riesce a dare vita ai ricordi più lontani per farli rivivere nelle sensazioni olfattive. «Perché non bisogna rinunciare mai al sogno e alla fantasia», conclude con il sorriso della pace interiore. • MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Festina Lente, candela Borea, con cera di soia e infusa di un accordo fresco al pino, menta e eucalipto, e candela Hic et nunc, talcata e fiorita, ricca di fiori e spezie, che evoca il profumo della serenità.
Dalle feste patronali del Salento alle installazioni per il lusso internazionale, Mariano Light reinterpreta l'arte delle luminarie, intrecciando tradizione familiare, innovazione tecnica e cultura del progetto.
Mariano Light, installazione nella città di Racale, in provincia di Lecce, 2009. Dalla sua fondazione nel 1898, l’azienda salentina trasforma le piazze e le strade delle feste patronali in vere e proprie cattedrali di luce e architetture scenografiche.
Emozioni di luce
LA TRADIZIONE DELLE LUMINARIE di Francesco Rossetti Molendini Fotografie Courtesy Mariano Light
IN QUESTA PAGINA: Making of in bottega
e decorate con le classiche lampadine
A LATO: Mariano Light, installazione
e in cantiere. Le strutture sono
a incandescenza o con tecnologia LED
monumentale nella città di Diso,
realizzate artigianalmente in legno,
moderna, fino ai milioni di colori della
nel versante orientale della penisola
come quello di pioppo,
scala RGB.
salentina.
L’estate scivola lentamente verso la sua fine, ma ci sono luci destinate a restare accese ben oltre la bella stagione. Basta attraversare la piazza di un paese del Sud Italia durante una festa patronale: gli occhi si alzano verso il cielo e, tra archi luminosi e geometrie che sembrano ricamare la notte, lo stupore diventa immediato. Dal latino lumen, luce: è da questa radice antica che prende forma un sapere fatto di mani, visione e memoria collettiva, che Mariano Light – a Corigliano d’Otranto, nel cuore della Grecìa salentina – continua da generazioni a tramandare e reinterpretare attraverso l’arte delle luminarie. Dal 1898, quando Salvatore Mariano avviò la sua attività di “paratore” (le antiche “parazioni” erano strutture decorate con fiori, cartapesta, tendaggi e lumi a olio, antesignane delle moderne luminarie) la storia dell’azienda è passata attraverso il figlio Eliseo, fondatore della F.lli Mariano nel 1946, fino a Lucio Mariano, protagonista dell’evoluzione contemporanea dell’impresa a partire dal 1986. Oggi la 58
tradizione prosegue con la quarta generazione, rappresentata da Giulio e Simone Mariano, impegnati nel portare avanti il patrimonio familiare con una visione orientata all’innovazione, alla progettazione su misura e alla valorizzazione delle luminarie artistiche in contesti urbani, commerciali e internazionali. «La luminaria nasce come architettura effimera, pensata per vivere pochi giorni in occasione di feste patronali o processioni religiose. È un modo per trasformare lo spazio pubblico, per dare a una strada o a una piazza una veste straordinaria. Quando entra nel mondo del design, dell’arte, dell’hospitality o del lusso, cambia invece il tempo della sua presenza: non è più soltanto un’opera destinata a essere montata, fruita e smontata, ma diventa un segno capace di abitare uno spazio in maniera più stabile», racconta Lucio Mariano. Cambia quindi anche il rapporto con il luogo: «Per noi significa prestare ancora più attenzione ai materiali, alla durata, alla manutenzione e all’equilibrio tra decorazione e funzione. Tuttavia, la mission
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Mariano Light, installazione nella città di Racale, in provincia di Lecce. Oltre alla gamma di luminarie già presenti in archivio, l’azienda offre un esclusivo servizio che permette una personalizzazione in toto.
resta la stessa: una luminaria deve emozionare. Che sia accesa per tre giorni durante una festa popolare o che diventi un’installazione permanente, deve conservare la capacità di meravigliare il pubblico». Nella storia di Mariano Light colpisce il dialogo tra innovazione tecnologica e memoria manuale, dai lumini a olio ai sistemi RGB interattivi. Eppure ci sono gesti che gli artigiani non hanno mai voluto cambiare: «La costruzione di una luminaria non è mai soltanto un processo industriale. C’è sempre una componente manuale: la scelta della forma, il controllo delle proporzioni, l’assemblaggio del legno, la verniciatura, la cablatura, la cura del dettaglio. Uno dei saperi più importanti è la capacità di immaginare l’effetto finale nello spazio, la resa della luce, il rapporto tra pieni e vuoti. È una competenza che si acquisisce sul campo, lavorando accanto a chi ha più esperienza. La tradizione vive proprio in questo equilibrio: innovare senza cancellare la memoria». Chi guarda una luminaria non deve pensare ai cavi 60
o alle strutture di sostegno: deve vivere un sogno. Le luminarie salentine hanno sempre avuto una funzione collettiva, riunire una comunità nello spazio pubblico, e questo accade ancora oggi: «Viviamo in un’epoca in cui molte esperienze passano attraverso uno schermo, in modo individuale e veloce. I nostri progetti, invece, invitano le persone a uscire, incontrarsi, a guardare insieme. Oggi tutto viene fotografato e condiviso sui social, ma il primo momento resta “fisico”: bisogna essere lì, davanti alla luce, dentro lo spazio illuminato». Nel corso degli anni sono state numerose le commesse firmate dalla famiglia leccese: installazioni per sfilate e allestimenti per Maison come Fendi, Dolce & Gabbana, Kenzo, Pomellato e Bulgari, oltre a progetti internazionali dalla Spagna alla Svizzera, passando per il Qatar fino al Giappone. Ma restano nel cuore anche le grandi feste popolari, da cui tutto è partito: «Penso all’albero con effetto vetro realizzato sulla scalinata di Trinità dei Monti a Roma, al gigantesco serpente luminoso
A SINISTRA: Uno dei molteplici fashion
le tradizionali luminarie in elementi
A DESTRA: Mariano Light, arredo
SOTTO: Lucio Mariano, titolare,
show a firma Mariano Light.
di haute couture e scenografie
urbano al Castello di Copertino,
designer e direttore artistico
La famiglia Mariano ha rivoluzionato
d’avanguardia per i marchi del
in provincia di Lecce.
della Mariano Light.
il mondo dell’alta moda trasformando
lusso globale.
interattivo e autoportante creato a Singapore o a una festa di fidanzamento a Bangkok, con luminarie alte 28 metri installate su una piattaforma galleggiante. Progetti diversi, che raccontano una tradizione locale capace di parlare un linguaggio contemporaneo e internazionale, senza perdere la propria anima». Ma cosa rappresenta oggi una luminaria per il titolare Lucio Mariano? «È un oggetto artistico, un segno identitario che racconta il Sud e il territorio di Lecce. È un’eredità culturale che porta con sé il lavoro delle nostre maestranze artigiane. Per me rappresenta continuità familiare, profumo di legno, attesa del momento dell’accensione. Un mix di fatica, responsabilità e orgoglio». La luminaria è forse l’ultima grande arte popolare capace di unire fede, artigianato e meraviglia. Quando la luce si accende – molte e colorate lucine, in realtà – smette di appartenere solo a chi l’ha realizzata e diventa di tutti. • MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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IL RIFLESSO
più autentico DELLA VERITÀ
Da secoli Venezia trasforma la luce in arte. Tra vetro inciso, riflessi e lavorazioni tramandate di generazione in generazione, lo specchio veneziano continua a esprimere uno dei saperi più raffinati della tradizione lagunare.
di Andrea Bertuzzi Fotografie Courtesy Ongaro & Fuga
Ongaro & Fuga, Laguna, specchio veneziano artigianale con finitura cristallo e blu, 90 x 130 (h) cm. La finitura cristallo e blu dei vetri di Murano conferisce un tocco di freschezza e luminosità, mentre l’effetto anticato arricchisce il pezzo con un fascino senza tempo.
Ritrovarsi davanti a uno specchio significa, prima di tutto, fare i conti con la propria immagine. Possiamo scegliere di osservarci con fare severo, cercando difetti e confessando verità scomode, o di imboccare la via della leggerezza, deformando i lineamenti del viso con una smorfia irriverente. Lo specchio ci confonde così nell’eterno dualismo tra verità e illusione. «Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?», domanda la regina di Biancaneve. E lo specchio risponde senza pietà, perché lo specchio non inventa: restituisce la verità, che però non coincide mai con tutta la verità. E allora allunghiamo una mano e con il dito proviamo a instaurare un contatto con la nostra immagine riflessa, immaginando di attraversare la superficie come Alice nel Paese delle meraviglie. Perché Lewis Carroll ci ha insegnato, sin da bambini, che lo specchio può anche essere una porta di luce, un invito a entrare in un mondo capovolto. Senza luce, del resto, lo specchio non avrebbe ragione di esistere. E non è un caso che a Venezia la luce appaia mobile e cangiante come in nessun’altra città: si spezza nei canali, rimbalza sulle facciate, filtra nelle stanze attraverso l’acqua della laguna. Forse è così che è riuscita a trasformare la luce in materia da plasmare. Come avviene nel laboratorio artigianale di Ongaro & Fuga, nato nel 1948 su iniziativa di Franco Fuga e Tullia Ongaro, due abili artigiani, compagni di vita e di lavoro, desiderosi di realizzare specchiere veneziane, che ben presto fecero il giro del MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Il viaggio per la creazione di uno
Fuga trasformano materie prime in
meticoloso di migliaia di elementi
specchio inizia nella quieta sacralità
straordinarie opere d’arte. Il processo,
decorativi, ciascuno posizionato
del laboratorio muranese, dove le mani
che può durare oltre 100 ore per
con precisione e cura.
sapienti degli artigiani di Ongaro &
specchio, implica un assemblaggio
mondo. L’eredità è passata prima nelle mani di Giuliano Fuga e oggi del figlio Ludovico, cui spetta il compito di mantenere luminosa la tradizione di famiglia. Nel laboratorio lavorano 12 artigiani. «Questi maestri non sono semplici fabbricanti di specchi; sono autentici artisti che infondono vita nel vetro, creando riflessi che incarnano la cultura e l’arte artigianale di Venezia», spiega Ludovico, che si occupa del settore commerciale e di product management. «La creazione di ogni specchio è una delicata danza tra la mano dell’artigiano e le possibilità del vetro. Partiamo sempre dal progetto e realizziamo a mano anche il disegno, di dimensioni 1:1, per scolpire le basi in legno. Solo in una successiva fase si passa tutto a computer». È l’unico momento in cui si chiede aiuto alla tecnologia. «Dopo la fase di design, si procede manualmente al taglio e alla molatura. I pezzi di vetro vengono tagliati con precisione e poi modellati per aderire perfettamente ai disegni. L’incisione aggiunge il tocco distintivo, mettendo in risalto figure come dame e cavalieri 64
o motivi come ramoscelli, rosette e intricate trame floreali, aggiungendo strati di texture e profondità narrativa. Il culmine del processo di creazione è rappresentato dalle fasi di argentatura e antichizzazione. In queste fasi, il vetro si trasforma in specchio utilizzando tecniche tradizionali, applicando cioè uno strato di nitrato d’argento per ottenere una superficie perfettamente riflettente. Si può poi creare un effetto che invecchi artisticamente lo specchio, replicando le caratteristiche macchie che si formano naturalmente nel corso dei decenni. Questo non solo ne esalta l’estetica, ma lo collega anche all’essenza storica dell’artigianato veneziano». Il processo di lavorazione richiede in media 10 ore, ma dipende dal livello di decorazione. «Per un esemplare in stile francese, che si trova al Museo del Vetro a Murano, ci sono volute oltre 400 ore di lavoro», racconta Ludovico. Il record per le dimensioni, invece, è di uno specchio per un cliente mediorientale: 6 x 4 metri. «È stato progettato per essere spedito in otto pezzi,
Ongaro & Fuga,
veneziana. I cerchi
Cerchi color, collezione
in vetro di Murano con
specchi contemporanei,
finitura colorata donano
110 x 175 (h) cm. Questo
al pezzo una vivacità
specchio con dettagli
sofisticata, rendendolo
in vetro colorato è
ideale per ambienti che
una fusione di design
richiedono un tocco
moderno e tradizione
di colore e stile.
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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A SINISTRA: Ongaro & Fuga, Top,
i dettagli colorati in pasta aggiungono
A DESTRA: Nastri, specchio veneziano
specchio veneziano artigianale con
un tocco di originalità e stile. Le delicate
artigianale. Negli ultimi anni, Ongaro &
finitura cristallo, 90 x 130 (h) cm. La
incisioni realizzate a mano arricchiscono
Fuga propone anche specchi colorati e
finitura cristallo dei vetri di Murano dona
il design, mentre l’effetto anticato
ossidati, utilizzati anche per realizzare
al pezzo una lucentezza unica, mentre
conferisce un fascino senza tempo.
opere d’arte contemporanea.
con relative istruzioni per l’assemblaggio». Il 90% delle opere realizzate da Ongaro & Fuga sono su misura: quasi sempre ci si relaziona con architetti e designer più che con il cliente finale. «Bisogna rispettare i limiti fisici del vetro e delle lavorazioni artigianali. Ed è proprio in questo dialogo tra creatività e materia che nasce ogni nuova sfida». Sfide che possono dar vita a esemplari meravigliosi come quello presentato all’ultima edizione di «Doppia Firma», in collaborazione con Christian Pellizzari. Ludovico, che oggi ha 25 anni, spiega com’è stato crescere tra gli specchi. «Da bambino andavo spesso a trovare mio padre in bottega e c’è un ricordo che ancora oggi associo immediatamente all’infanzia: l’odore dell’argentatura. È qualcosa che mi è rimasto dentro. Mi affascinava assistere a quella trasformazione quasi magica: vedere il vetro trasparente che lentamente diventava specchio. A un certo punto la superficie cambiava, iniziava a riflettere il mondo, e io restavo lì incantato a guardare. Forse è stato proprio quel senso di meraviglia a legarmi a questo 66
mestiere. Non tutti quelli che crescono respirando l’aria della bottega poi decidono di continuare, ma io sentivo il desiderio di provarci, consapevole che questa è ormai un’arte rara, quasi scomparsa. Sentivo il bisogno di custodirla». Ludovico ha scoperto che nel lavoro artigianale l’errore non è sempre qualcosa da evitare. A volte è proprio lì che nasce la bellezza. «È successo anche di recente, in occasione dell’ultimo Salone del Mobile: per sbaglio era stato ordinato un vetro diverso da quello previsto. Provando a recuperarlo e a lavorarlo in modo differente, abbiamo scoperto un effetto nuovo che non avevamo mai sperimentato prima. Il risultato è un vetro fuso e colato, che ricorda la superficie lunare. Un effetto impossibile da creare a tavolino». In un’epoca dominata dagli schermi, specchi digitali che moltiplicano immagini e identità distorte, lo specchio artigianale conserva quindi un tesoro inestimabile: la lentezza del gesto umano, l’unicità irripetibile della materia, il riflesso più autentico e profondo della verità. •
Ongaro & Fuga, Lacus, specchio in vetro di Murano, incisione con tecniche di molatura e argenteria, 150 x 150 (h) cm, 2026. L’ispirazione è la natura. Opera realizzata con il designer Christian Pellizzari per Doppia Firma ed esposta durante la Milano Design Week 2026 alla Casa degli Artisti. Foto: ©Laila Pozzo
L’uomo
che frammenta la luce
di Luca Bergamin Fotografie di Ezio Manciucca
Dai mosaici di Galla Placidia agli specchi contemporanei, Davide Medri indaga il rapporto tra vetro, luce e percezione. Un percorso artistico e spirituale in cui riflessi, frammenti e bagliori diventano strumenti di contemplazione.
Davide Medri, Stone,
in una continua
scultura rivestita in
metamorfosi, dando vita
mosaico di specchio,
a un dialogo ininterrotto
i cui riflessi danzano
tra l’opera, l’ambiente e
nello spazio circostante,
chi la osserva. Stone,
trasformando la luce
in ferro, lamiera,
in una materia viva,
polistirolo, specchio
Ø 100 × 230 (h) cm. Ogni
argentato e specchio oro,
tessera cattura frammenti
è un equilibrio tra solidità
di realtà e li restituisce
e immaterialità.
Davide Medri, Mirror Tablecloth,
riflette la luce e l’ambiente,
design e moda: non è soltanto
tessuto di mosaico di specchio che
trasformandosi in una trama di
un oggetto da osservare, ma
sfida la percezione, Ø 120 × 90 (h)
bagliori in continuo mutamento.
un’esperienza da vivere, in cui
cm. Il tessuto si piega, si muove, segue
Mirror Tablecloth, in juta e specchio
chi lo indossa entra a far parte
il gesto della mano e accompagna il
argentato, può essere indossato.
dell’opera stessa, fondendosi
movimento del corpo. La superficie
L’opera supera il confine tra arte,
con i suoi infiniti riflessi.
Se Davide Medri, cinquantanove anni, si è innamorato ancora giovanissimo della luce è merito di una donna. La lei in questione, non è una donna qualunque, bensì la regale Galla Placidia. L’incontro con il mausoleo commissionato nel V secolo proprio dall’imperatrice reggente, figlia di Teodosio e sorella dell’imperatore Onorio, porta Davide Medri a capire che la sua vita non sarebbe mai stata più la stessa, bensì tutta presa dal chiarore delle tessere dei mosaici. «L’incantamento per quel luogo non è mai venuto meno. Del resto, ammirando quella volta con il suo cielo stellato si avverte tutta la forza ammaliatrice della magia», spiega Davide, «anche perché il soffitto basso, pervaso dal cielo blu cobalto e dalle infinite stelle dorate, ti porta a sentirti autenticamente a contatto con una dimensione spirituale potente. Da quell’emozione sono scaturite la mia volontà di conoscenza e la voglia di sperimentazione che 70
ancora oggi mi guidano». Dopo aver terminato le esperienze formative all’Accademia Belle Arti di Ravenna e gli studi presso l’Istituto statale d’arte per il mosaico Gino Severini di Ravenna e il Centro di formazione professionale Albe Steiner, Medri decide di dedicare l’intera propria esistenza al mosaico, prima ravennate bizantino, poi contemporaneo con l’impiego di tessere di specchio. «Decisivo per me è stato sicuramente l’incontro con Bruno Rainaldi, figura pregnante nell’evoluzione del design che ha permesso a un ragazzo artisticamente ancora incerto d’indirizzare le proprie energie creative sul binario giusto», prosegue Davide. «Proprio quel flusso di fiducia ed energia mi ha portato a dare vita alle serie delle specchiere con la cornice tridimensionale interamente rivestita da un mosaico di specchi. Poi sono arrivati i tavoli chiamati Narciso, composti anch’essi da un tessuto di mosaico di specchi.
Davide Medri, Freedom,
prezioso, diffondendo
catena luminosa alta
energia, speranza e
350 cm che unisce i
libertà. Ogni riflesso
legami più importanti e
racconta la forza delle
spezza tutto ciò che ci
connessioni autentiche e
limita, ci appesantisce
la capacità di liberarsi da
o ci ferisce. Design by
ciò che non appartiene
Bruno Rainaldi. In PVC,
più al proprio cammino.
LED e specchio argentato,
Un simbolo di unione e
la luce di Freedom
rinascita, un’opera che
attraversa la notte come
trasforma la luce in un
quella di un diamante
messaggio di libertà.
A SINISTRA: Davide Medri, Emisfero
dove ogni riflesso genera nuove
A DESTRA: Davide Medri, Narciso,
Ogni frammento di specchio cattura la
destro, opera in vetroresina, specchio
possibilità e ogni frammento di
serie di tavoli in lamiera, vetro, LED e
luce e la restituisce in infinite direzioni,
argentato e Swarovski, 77 × 120 × 87
specchio ricompone una visione in
specchio argentato, Ø 100 × 40 (h)
trsformando l’opera in un universo di
(h) cm. «Mi piace perdermi nel mio
continua trasformazione». In questo
cm; Ø 60 × 60 (h) cm; Ø 50 × 45 (h)
bagliori. Narciso invita a guardarsi,
emisfero destro, dove il pensiero si
spazio interiore, la luce non illumina
cm. I riflessi dei tavoli si espandono
oltre la propria immagine, scoprendo
libera da ogni schema e la creatività
soltanto l’opera: illumina le idee,
nell’ambiente come un pulviscolo
nel riflesso un dialogo continuo tra
diventa luce. È il luogo dell’intuizione,
i sogni e la libertà di creare.
di stelle, avvolgendo lo spazio in
luce, spazio e identità.
dell’immaginazione e della sensibilità,
un’atmosfera sospesa e mutevole.
Per queste creazioni sono partito da una tessera posta nel loro centro, assai piccola, che ho immaginato replicarsi in una successione di cerchi concentrici a rivestire l’intero invaso del tavolo. Illuminato tramite diversi Led si trasforma in un pozzo di luce». Quest’uomo delicato e forte abita nel borgo di San Carlo adagiato sopra una collina del Cesenate, all’interno di mulino recuperato valorizzandolo nel suo stile razionalista. La luce è chiaramente per Davide Medri compagna di vita e fonte d’ispirazione. «La considero un’entità divina, tramite di comunicazione tra Dio e l’uomo. Quando guardo dentro le mie opere, vedo il mio volto completamente frammentato, ma poi, all’improvviso, succede di cogliere l’iride dell’occhio in una tessera e allora resto stupito», confessa Medri che si dichiara profondamente religioso. «Questo perché non si comprende pienamente se è l’opera che ti guarda o sei tu che osservi lei. Pare, in quell’attimo preciso, che essa abbia
un’anima; forse perché ancora dopo trent’anni realizzo le mie opere con molto amore e cura, come la prima volta». Questa passione si denota sia nella serie delle sculture realizzate con un’anima in ferro, sulla quale si deposita un rivestimento di polistirolo, plasmato e levigato, ricoperto da un tessuto di tessere di specchio e vetro rosso; sia nella serie degli Specchi Segnali Stradali. Quest’ultima è una creazione assai divertita di Medri: «Ho voluto ridare dignità a questi oggetti seriali, togliendoli dalla strada per portarli nelle case con una veste che si rifà alla pop art. Li vedi sempre, ma non gli dai la giusta importanza», dichiara il designer. «Li ho presi, puliti, trasformati in pezzi di arredo che ti fanno compagnia. Penso che piacerebbero a Marcel Duchamp e ad Andy Warhol. Del resto, ogni volta che porto un mio oggetto in casa di un cliente mi accorgo di come cambi l’atmosfera dell’abitazione, proprio perché le mie tessere di vetro creano un rimando
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Davide Medri, Atollo, specchio-
di specchio moltiplica lo spazio,
scultura in lamiera, polistirolo,
cattura la luce e la restituisce in un
specchio oro, 170 × 70 cm. Come un
continuo mutamento, trasformando
occhio di luce, Atollo crea un dialogo
ogni osservatore in parte integrante
silenzioso tra chi osserva e ciò che
dell’opera stessa. L’artista-artigiano
viene osservato. Di fronte all’opera,
(in basso) al lavoro nel suo atelier
il confine si dissolve. Il mosaico
di Cesena (FC).
magico: quando un raggio di luce colpisce quegli oggetti, essi irradiano un chiarore stellato nell’ambiente, come un nimbo di frammenti luminosi che durante il giorno si sposta, grazie al variare della luce, senza che l’opera si muova». L’energia di Davide Medri è adesso dedicata alla sua ultima creazione: interpretare alcune delle icone della storia dell’arte su forme specchianti. Poiché gli artisti amano sperimentare, Davide Medri ha avviato una ricerca anche nell’ambito dell’oreficeria con una serie di gioielli in bronzo e argento e pure nel campo della pittura con una serie di acquerelli di ampie dimensioni. In questi ultimi il principio del riflesso viene richiamato attraverso l’impiego della foglia d’oro. «In questa fase della vita mi sto divertendo molto. Prendiamo, ad esempio, questi acquerelli: la luce della notte li illumina naturalmente in un modo che definirei emozionante. Ecco, in loro vedo segni divini». • MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore, Venezia. Dal 2018 la Fondazione ospita Homo Faber, la biennale internazionale dedicata all'eccellenza dell'artigianato contemporaneo, offrendo un dialogo unico tra architettura, storia e maestria artigiana. Per l'edizione 2026 i suoi spazi diventano parte integrante del racconto ideato da Es Devlin. Foto: ©Courtesy of Fondazione Giorgio Cini
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An Island of Light
di Alberto Cavalli
Per Homo Faber 2026, Es Devlin trasforma l'Isola di San Giorgio Maggiore in un percorso tra luce, memoria e maestria artigiana, grazie a installazioni poetiche che raccontano il talento umano come forza capace di illuminare il presente.
Può la luce scrivere parole, plasmare pensieri, suggerire emozioni? Può la luce far crescere ed evolvere il nostro cuore esattamente come fa con le piante, i fiori e i raccolti? Può, infine, la luce uscire dalle scienze dell’ottica e della fisica per diventare una filosofia, un prisma interpretativo di un modo nuovo di vivere e di creare? Es Devlin sa che la risposta a tutte queste domande è positiva, perché sa che la luce è l’elemento primordiale che genera non solo visioni, ma anche memorie. E in un’epoca in cui tutti, come ricordava Alessandro Mendini, cercano di raccontarci storie, il compito dell’artista è invece forse quello di aiutarci a formare memorie: un tesoro che il tempo non può corrodere. Artista britannica nota proprio per il suo uso innovativo e suggestivo della luce, scenografa, autrice di spettacoli memorabili per Lady Gaga e Beyoncé ma anche raffinata protagonista dei più importanti teatri d’opera del mondo (le sue scene per il Tristan und Isolde, al MET Opera di New York, sono state acclamate come magnifiche), Es Devlin è la direttrice artistica dell’edizione 2026 di Homo Faber. È stata scelta dalla Michelangelo Foundation per dispiegare sull’Isola di San Giorgio Maggiore il racconto poetico ed eroico della maestria artigiana e artistica, articolata in più di 700 oggetti 76
realizzati da quasi 500 maestri di oltre 70 Paesi del mondo. E alla Fondazione Giorgio Cini, tra i chiostri e i giardini, tra le sale palladiane e le audaci architetture del ventesimo secolo, Es Devlin non ha portato solo una visione: ha portato una filosofia. Un modo nuovo di intendere il lavoro delle mani, soprattutto in un momento in cui l’intelligenza artificiale mette in discussione la necessità umana di creare. Un approccio radicale, in cui la bellezza del prodotto si moltiplica nello sguardo dei visitatori grazie al raffinato contesto in cui è immersa. Es Devlin, infatti, ha immaginato un Homo Faber che si dipana lungo 15 tappe, ognuna delle quali è un tributo al talento umano – certo – ma anche agli elementi che gli esseri umani sanno manipolare e plasmare con intuizione e maestria, immersi in una luce che non è soltanto bagliore, ma soprattutto poesia. La curatela, affidata alla Michelangelo Foundation e supervisionata da Hanneli Rupert, si è dunque orientata verso le indicazioni che Es Devlin ha fornito per ciascuno dei 15 spazi. C’è la grande torre cinetica che presenta solo oggetti dalle forme bizzarre, quasi fossero ideogrammi o geroglifici, le cui ombre proiettano sulle pareti sillabe misteriose; c’è la mezzaluna che sorge sull’acqua dell’ex piscina Gandini
e che all’acqua rende tributo, grazie a decine di vasi simili alle moon jars coreane; c’è uno spazio dedicato al legno e ai materiali che le mani intrecciano, e che sorgono dalla terra proprio grazie all’acqua e alla luce; c’è la celebrazione dell’aria attraverso decine e decine di uccelli, insetti e abitanti del cielo (reali o immaginari) che brillano dietro finestre ispirate alle architetture veneziane; c’è un banchetto di luce che si dispiega nel Cenacolo Palladiano; c’è il trionfo del colore, come se Goethe fosse ritornato al Convento di San Giorgio Maggiore per riprendere in mano la sua Farbenlehre; ci sono venti rintocchi silenziosi che vibrano non nell’aria ma nella materia, su pannelli realizzati da artigiani di tutto il mondo; ci sono capolavori delle arti applicate che dialogano con i maestri del fare, in una sala che sembra una manifattura settecentesca rivista in un sogno contemporaneo; c’è un grande arazzo che celebra le creature del mondo, c’è una lente monumentale che moltiplica le architetture della Fondazione Cini tra acqua e cielo, ci sono uccelli monumentali di carta che si librano sotto cieli di pietra. Ma soprattutto c’è la passione per le mani che lavorano: con la loro imperfetta inquietudine, con la loro appassionata determinazione, con le mille differenze di provenienza,
A Great Turning, installazione nel Chiostro del Palladio. Una sottile lama d'acqua e un grande specchio cinetico trasformano la geometria del chiostro in un paesaggio di riflessi in continua evoluzione, ispirato ai cerchi concentrici della pioggia sulla laguna. Foto: ©Es Devlin STUDIO
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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formazione, esperienze ed età che però non cancellano l’elemento unificatore che Homo Faber da sempre celebra – la loro capacità di raccontare il talento, che è il dono più prezioso. Ogni maestro scelto per Homo Faber rivela il suo dono attraverso la sua opera, o il suo gesto; ogni maestro offre al pubblico un accesso privilegiato al suo mondo creativo ed espressivo; ogni maestro rappresenta un’unicità che Es Devlin ha saputo valorizzare lavorando sui colori e sulle tonalità, sui materiali e sui riflessi, affinché gli occhi si nutrano senza che la mente sia sopraffatta, così che il bello non sia soltanto esteticamente rilevante, ma anche profondamente memorabile. E dunque utile, per illuminare nuovi percorsi a chi – magari giovane, magari fragile, magari insicuro – sa che quando l’oscurità si fa più fitta, solo la luce della bellezza può illuminare il cammino verso sé stessi, verso la propria felicità, verso quella “casa” che si raggiunge con il coraggio di una vita di impegno, lavoro e determinazione. Perché, come dice Es Devlin, questo è il dono più bello che ogni homo faber porta nel mondo: il proprio talento, illuminato dalla luce della vita. • 78
A Full Moon Rising, installazione nell'ex piscina della Fondazione Giorgio Cini. Una luna emerge sopra un mare riflettente, illuminando una selezione di moon jar e vasi provenienti da culture diverse e celebrando l'acqua come origine della vita e dell'ispirazione creativa. Foto: ©Es Devlin STUDIO
Es Devlin, artista, scenografa e direttrice artistica di Homo Faber 2026. Per An Island of Light ha concepito un percorso in quindici tappe in cui luce, architettura e arti applicate accompagnano il visitatore alla scoperta del talento umano. Foto: ©Victor Picon
QUI: Masaya Hashimoto,
PAGINA ACCANTO:
Flame. Realizzata con
Siyabonga Fani,
radici di alberi caduti
Nkosazana. Scultura
recuperate in montagna
realizzata con la
e scolpite seguendo
tecnica del colombino
le venature del legno,
in terracotta riciclata.
l'opera nasce dalla
La superficie, levigata
visione del fuoco che
e cotta in riduzione,
divampa e traduce in
rivela segni e fessure
forma il movimento e
naturali. Le forme sinuose
l'energia della fiamma.
evocano un collo arcuato
Foto: ©All rights reserved
e un busto femminile. Foto: ©All rights reserved
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AN ALPHABET OF OBJECTS di Giulio Mazzoleni
Nella sala An Alphabet of Objects, Homo Faber 2026 esplora il legame tra luce, ombra e conoscenza. Attraverso una ricca selezione di creazioni d’eccezione provenienti da tutto il mondo, gli oggetti diventano le lettere di un linguaggio universale che celebra l'ingegno e l'espressività umana.
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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Con An Island of Light, Es Devlin concepisce un percorso volto a illuminare l’espressione della creatività dei maestri d’arte di Homo Faber 2026. In questo contesto, lo spazio intitolato An Alphabet of Objects si distingue per un’indagine specifica sulla luce e sulla trasmissione della conoscenza. Si tratta di un allestimento che mette in gioco un elemento narrativo centrale della luce: l’ombra, intesa non come sua assenza, ma come effetto diretto della sua presenza e del suo impatto. Ne emerge una dualità che si configura come dispositivo comunicativo, capace di generare significato. Ecco, dunque, la proposta di un linguaggio visivo, formulato dall’accostamento di singole lettere, rappresentate da oggetti di altissimo artigianato. Questo alfabeto degli oggetti è presentato in una struttura circolare e in movimento, due aspetti ricorrenti nel linguaggio di Es Devlin, in particolare in occasione di Homo Faber. Tale scelta ha il preciso effetto di rappresentare la non staticità del processo di conoscenza. Una dinamica costante di evoluzione e rivoluzione posiziona il visitatore in un continuo cambio di prospettiva, a tutto tondo. In questo contesto si inserisce un nuovo elemento: la proiezione. Non solo quella metaforica, ma anche letterale: in un gioco di movimento e luci, gli oggetti esposti proiettano ombre sulle pareti, rappresentando
Marta Blanc, Everything is Connected. Scultura realizzata all'uncinetto con filo di rame, poi modellata, elettroformata e rifinita con smalti e ossidazioni selettive. L'opera riflette sull'interconnessione tra gli individui e sull'umanità che li accomuna. Foto: ©France Bellmas
nuove visioni degli artefatti stessi. Un chiaro riferimento a una tradizione ancestrale, quella dei giochi di ombre e delle incisioni rupestri. Tra le primissime espressioni non verbali e artistiche dell’uomo in epoca paleolitica, rappresentano anche alcune delle più antiche forme di intrattenimento. Un immaginario che richiama il mito della caverna di Platone, la presa di coscienza del valore suggestivo e illusorio delle ombre e il processo di esplorazione della conoscenza umana. È proprio tramite la costruzione di un linguaggio che si trasmette la conoscenza stessa. Il manufatto assume una duplice identità di segno linguistico: significante e significato, materia e senso del messaggio. L’intero allestimento è concepito per invitare i visitatori a “leggere” gli oggetti come se fossero lettere dell’alfabeto di un linguaggio del craft internazionale. Le creazioni sono state scelte per le loro silhouette evocative, per la loro forza espressiva e per le mutevoli ombre che esse stesse possono proiettare. Una modulazione differente per ognuna di esse, in risposta alla luce, dalla più densa opacità alla massima trasparenza. La sequenza di trasmissione e interruzione della luce è essa stessa espressione intrinseca di quel linguaggio. I colori di ogni elemento esposto sono gradienti di ruggine, nero e crema, a rappresentare l’oscurità,
Sandra Munier, Chinara. Scultura in argilla che fonde tre forme in un'unica struttura che sembra sfidare la gravità. Caratterizzata da molteplici volti, l'opera cambia espressione a seconda del punto di osservazione. Foto: ©All rights reserved
Driaan Claassen, Finding Balance. Scultura in ceramica scolpita, resa conduttiva e immersa in un bagno di solfato di rame. L'elettrodeposizione genera cristalli che evocano percorsi neuronali, metafora della guarigione psicologica. Foto: ©All rights reserved
la luce, la terra: gli elementi del contesto preistorico della nascita del linguaggio. Una collezione di centosessanta oggetti presentati in sequenza, su sette piani orizzontali. Sui livelli centrali, una selezione di ottanta creazioni di artigiani e designer da tutto il mondo: opere realizzate in materiali appartenenti alla nostra storia da secoli, se non millenni, come ceramica, porcellana vetrificata, fili di rame e di bronzo, carta, cotone, cera, oro, argilla. C’è naturalmente anche il legno in versioni ricercatissime, con opere elaborate dalla radica di ulivo, da un fossile di quercia di 6.500 anni fa o dalle radici di alberi caduti sulle montagne del Giappone. In un dialogo tra passato e presente, questi capolavori invitano alla riflessione su valori eterni per la specie umana – l’identità, il dialogo, l’armonia, la cura, l’abbondanza, l’introspezione – in una rappresentazione di antichi e contemporanei rituali espressivi che riflettono il craft nelle sue molteplici forme. Sui ripiani più alti, una collezione di inestimabile valore
Mitsuru Mochizuki, Symbolized
come processo introspettivo che
Shape. Scultura composta da gocce
favorisce la relazione con gli altri
d'argilla modellate singolarmente
e una più ampia consapevolezza
a mano. Attraverso la ripetizione
del mondo.
del gesto, l'opera interpreta il fare
Foto: ©All rights reserved
storico, con i manufatti della vetreria Pauly: una raccolta rappresentativa dell’azienda di antica tradizione di Murano, i cui tesori sono stati acquistati da iDogi, leader contemporanea nella produzione vetraria e nell’illuminazione. Eccezionalmente per Homo Faber, iDogi acconsente a mettere in mostra alcuni oggetti che non appaiono in pubblico da diversi decenni. Sui ripiani più bassi, la narrazione si rivolge al futuro. La Casa d’Arte San Patrignano porta a Homo Faber le decorazioni su carta dei suoi laboratori artigianali: tutte creazioni ispirate all’universo botanico della comunità, in un connubio tra ambiente, lavoro e rinascita personale. Una collezione che restituisce appieno la riflessione sul valore comunicativo degli oggetti e il percorso di trasformazione e di riscatto umano. An Alphabet of Objects attraversa il savoir-faire umano nelle sue molteplici declinazioni, restituendone, tra luce e ombra, una lettura che mette in scena la dimensione più concreta e universale dell’espressività umana. • MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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QUI: Andriy & Olesya
PAGINA ACCANTO:
Voznicki, Night Flower.
Racso Jugarap, Clypeas.
Scultura modellata a
Sculture realizzate
mano in argilla chamotte.
a mano con strutture
La cottura ne rivela
radiali in filo metallico,
tensioni e texture
rifinite con resina e
naturali. Tra controllo e
minute foglie d'oro.
imprevedibilità, la forma
Ispirate ai dollari della
fluida evoca, secondo lo
sabbia, invitano alla
sguardo, animali, insetti
quiete, alla pausa e alla
o volti umani.
contemplazione silenziosa.
Foto: ©All rights reserved
Foto: ©All rights reserved
Dale Chihuly, Garnet Flame Basket Set. Scultura in vetro soffiato composta da più elementi a forma di cesto inseriti l'uno nell'altro. Ispirata all'intreccio tradizionale delle popolazioni indigene del Pacifico nord-occidentale, ne reinterpreta la struttura attraverso il vetro. Foto: ©All rights reserved
AN ATELIER ALIVE | H O M O FA B E R 2 6 |
di Andrea Tomasi Da Venezia al Libano, dal vetro alla carta, oltre settanta artigiani provenienti da tutto il mondo trasformano Homo Faber 2026 in un grande laboratorio vivente, dove il sapere manuale si intreccia con cultura, dialogo e trasmissione.
Al centro dell’esperienza di Homo Faber sin dal debutto nel 2018, la presenza di artigiani invitati a dimostrare al pubblico il proprio savoir-faire assume in questa quarta edizione un’importanza ancora maggiore. Sono infatti ben dieci gli spazi a loro dedicati, per un totale di oltre settanta artisti provenienti – ed è questa la grande novità – da ogni parte del mondo e non soltanto dall’Europa. Artigiani che lavorano il legno, il vimini e altre fibre naturali sono i protagonisti di An Ascending Audience, la mostra ospitata negli spazi dell’ex tipografia sull’Isola di San Giorgio. Un centro che è anche fisico, perché se la sala è rigorosamente divisa in due, con una selezione di oggetti dedicata a entrambe le categorie, a creare la connessione tra materiali differenti sono proprio le mani sapienti di chi quei materiali li lavora. Grazie alla cesteria, una forma di artigianato che si può ritrovare ad ogni latitudine, il visitatore viene poi trasportato in mondi 90
lontani, dalla Malaysia presente quest’anno con l’artigiana Senia Jugi, tra le massime maestre asiatiche nell’arte dell’intreccio delle fibre naturali, al piccolo stato di eSwatini, che debutta a Homo Faber anche con la realizzazione di coloratissime scope già divenute oggetto di culto tra gli appassionati di design. L’interazione tra artigiani e pubblico raggiunge il suo culmine in An Atelier in Action, la più grande delle sale di Homo Faber, dove talenti già affermati e nuove promesse dell’artigianato contemporaneo dialogano intorno a otto macro-famiglie ben definite di mestieri: ceramica e pietra, vetro, metallo, materiali naturali, carta, pelle, tessile e restauro. Quest’ultima categoria segna anche l’inizio di un’importante collaborazione tra la Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship – la fondazione svizzera che organizza Homo Faber – e il World Monuments Funds, organizzazione non profit americana attiva in tutto il mondo nella preservazione
di siti con rilevanza storico-culturale attraverso il lavoro sul campo con l’impiego e la formazione di maestranze locali. Nella prima metà di settembre si celebra la nascita del capitolo italiano del World Monuments Fund attraverso il restauro di alcune opere del museo milanese Poldi Pezzoli, che grazie al sostegno dell’ente americano riallestirà la sala dedicata ai suoi capolavori. Sul finire di Homo Faber, invece, il World Monuments Fund si racconta attraverso le mani di Eshraq Alabrash, restauratrice siriana protagonista di un importante intervento conservativo in Libano e che oggi, grazie al supporto del World Monuments Fund, sta proseguendo il proprio percorso di intagliatrice della pietra alla prestigiosa City & Guilds di Londra. A differenza delle precedenti edizioni di Homo Faber, nel 2026 nessuna delle Maison del gruppo Richemont partecipa all’evento con i propri artigiani al lavoro. Quest’anno, il team
PAGINA ACCANTO: Simone Crestani,
Garden of Reflections. Centrotavola in vetro borosilicato lavorato a lume, con base incisa a mano, sei candelabri, tre alzate e due coppe. La composizione richiama un giardino in fiore, mentre la base specchiante amplifica giochi di luce e riflessi. Foto: ©All rights reserved QUI: Emma Rosa, Passiflora. Scultura
realizzata in seta, filo, argilla e inchiostro con ricamo free-motion e tecnica giapponese somebana. Ispirata al ciclo vitale della passiflora, racconta la crescita e la trasformazione del fiore. Foto: ©All rights reserved
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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A SINISTRA: Tomonari Hashimoto,
Le variazioni di texture e colore
A DESTRA: Xia Lin, Undercurrent. Pannello
Strati di filo creano rilievi e texture
Untitled. Scultura modellata a mano in
invitano a un'esperienza contemplativa,
realizzato con il ricamo tradizionale
evocando un universo microscopico
argilla, smaltata con ossidi metallici e
aperta all'interpretazione personale.
di Taizhou, che combina punti
trasformato in paesaggio monumentale.
cotta con bucce di grano saraceno.
Foto: ©All rights reserved
tridimensionali e tecniche sottrattive.
Foto: ©All rights reserved
curatoriale di Homo Faber ha pensato di invitare diversi brand a supportare la presenza di artigiani indipendenti al lavoro, un invito accolto con grande apertura, partecipazione e generosità. Buccellati, Maison d’eccellenza nella lavorazione dell’argento e di altri metalli preziosi, ha scelto di presentare il lavoro della giovane artista indipendente inglese Jessica Jue, che realizza opere dalle linee pulite e minimaliste. O ancora Cartier che ha voluto portare a Venezia grandi maestri con cui da anni la Maison ha stabilito una collaborazione, dal maestro del legno Etienne Rayssac all’artista dell’intarsio in paglia Valérie Colas des Francs. Fino alla manifattura orologiaia Vacheron Constantin, che a Homo Faber svela una collezione di sei pezzi unici realizzati assieme ad altrettanti artisti del craft: Anna Le Corno (intarsio in legno), Julien Vermeulen (piumeria), 92
Marianne Guély e Anya Midori (carta), Laura Baverstock (ricamo) e il talentuosissimo vetraio italiano Simone Crestani. Ognuno degli artigiani si ferma a Venezia per quattro giorni, cedendo poi il proprio spazio a un altro collega. Per una precisa scelta curatoriale, si è cercato di dare la precedenza ad artisti che fino a oggi non hanno mai avuto l’opportunità di presentare il proprio lavoro a Homo Faber. Come il giovane origamista Giuseppe Romeo, l’unico presente per tutta la durata dell’evento: spetta infatti a lui supervisionare il laboratorio creativo al quale tutti i visitatori di Homo Faber sono invitati a partecipare, realizzando un fiore in carta che andrà poi a comporre alla fine della mostra un enorme bouquet. Un atto creativo partecipato, un’installazione che porta la firma di migliaia di appassionati di artigianato. •
Silke Lazarević, Sonnensturm, Wolkenblau. Centrotavola in pergamena di vitello e maiale, tinta e modellata a umido. Durante l'essiccazione il materiale sviluppa forme e texture uniche, con variazioni cromatiche che, alla luce, ricordano il vetro o il tessuto. Foto: ©All rights reserved
Stuart McLachlan, Cardinal Sins. Scultura in carta per acquerello tagliata e assemblata a mano. La chiesa arroccata sulla scogliera diventa metafora della fragilità delle istituzioni e della forza delle comunità nel ricostruirsi. Foto: ©All rights reserved
Roberto Lugo, Stagecoach Mary. Vaso in ceramica ispirato alle porcellane di Sèvres del XIX secolo, reinterpretate in chiave contemporanea. La figura centrale, simbolo di libertà, rende omaggio alle persone e alla comunità che hanno segnato la vita dell'artista. Foto: ©Logan Jackson
Loretta Yang, Where Abundance Emerges. Realizzata in pâte de verre con la tecnica della cera persa, l'opera intreccia lichi e uccelli in una composizione che sembra crescere spontaneamente, evocando l'abbondanza come processo naturale di trasformazione. Foto: ©All rights reserved
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An Infinite Birdsong CREATURE DEL CIELO di Alessandro Pilot
La sala di Homo Faber 2026 dedicata all'elemento aria raccoglie creature leggere che sembrano modellate dalla luce, sospese – come Venezia – tra materia e infinito.
Clare Celeste Börsch, Plunder I.
riflette sulla colonizzazione delle
Cartapesta, metallo e farfalle di carta
Americhe da parte delle potenze
danno forma a due navi coloniali che
portoghese e spagnola.
avanzano su un mare d'oro. L'opera
Foto: ©All rights reserved
“Il faut être léger comme l’oiseau et non comme la plume” — Paul Valery
Nel progetto di Es Devlin per Homo Faber 2026, l’allestimento della stanza An Infinite Birdsong, dedicata all’elemento aria, sembra rispondere a una domanda antica: come può la materia riprodurre ciò che è immateriale? Può il gesto umano evocare l’infinito, fino a trasformare un’esperienza sensoriale in qualcosa di più elevato? Sono interrogativi che hanno attraversato la storia dell’arte e dell’umanità, trovando spesso una possibile risposta in uno degli elementi più simbolici del creato: la luce. Metafora di vita, di fede e intelligenza, di ascesa fisica e spirituale, la luce accompagna l’uomo dall’alba della coscienza, e in essa l’umanità ha sempre visto una soglia attraverso cui immaginare una forma di elevazione. Al centro di una Fondazione Giorgio Cini trasformata da Es Devlin in un’isola di luce, An Infinite Birdsong si presenta come 98
un caleidoscopio di colori e riflessi, capace di trasformare il reale in una fantasmagoria, vibrante di luce e di vita. Se nessun artefice possiede il potere di infondere vita alla materia, l’uomo conserva quello, altrettanto rivoluzionario, di rappresentarla: naturalisticamente, simbolicamente, poeticamente. In questa stanza, ogni elemento concorre a questa missione, in un’accecante e seducente moltiplicazione di senso. Quale materia è più lucente di quella preziosa? Quale creatura più leggera di quella che può librarsi nell’aria? Quale suono più etereo del canto degli uccelli? E quale città è più sospesa di Venezia, tra l’infinito del mare e quello del cielo? Complici della designer britannica, in questo viaggio verso l’infinito, sono maestri artigiani provenienti da tutto il mondo e manifatture che da decenni – talvolta da secoli – incarnano l’eccellenza assoluta dei rispettivi mestieri. Ognuno di essi ha portato all’interno di An Infinite Birdsong una costellazione di creature alate, preziose e scintillanti e, come tutto ciò che vola, naturalmente attratte dalla luce.
IN ALTO: Stian Korntved Ruud e Vera
Giardino Botanico di Oslo, queste casette
IN BASSO: Märta Mattsson, Drip Drop.
Creature ibride e sorprendenti,
Marianne Bain, Birdhouses 1–5. Realizzate
per uccelli si ispirano alle geometrie
Queste spille combinano vere cicale
trasformano insetti reali in preziosi
durante l'Homo Faber Fellowship
dell'Art Déco e all'estetica del film
rivestite in rame con code in vetro
esseri immaginari.
2024/25 con legno recuperato dal
Metropolis. Foto: ©All rights reserved
borosilicato lavorato a fiamma.
Foto: ©All rights reserved
Decine di artigiani indipendenti hanno creato, nel silenzio dei loro atelier, gli insetti e gli uccelli che hanno fatto spiccare il volo alla ceramica, al vetro, alla pietra, alla carta, ai materiali che grazie al talento hanno dimenticato il proprio peso per librarsi in un cielo simbolico, dietro le finestre veneziane che Es Devin ha disegnato lasciandosi ispirare dalle bifore che si aprono sul Canal Grande. Al centro della sala, la voliera più variopinta è quella di Van Cleef & Arpels: oltre venti spille-gioiello che, tra naturalismo e poesia, conducono il visitatore su un’ideale Arca di Noè interamente riservata agli uccelli. Accostando creazioni che spaziano dagli anni Venti del Novecento a oggi, la Maison ha riunito uno stormo impossibile ma scintillante di rondini, passeri, martin pescatori, trogoni testablu, cicogne e pappagalli, tutti plasmati nei metalli più preziosi e animati da gemme che evocano le infinite sfumature della natura. Anche Cartier – i cui maestri si confrontano da sempre con la rappresentazione del mondo animale – ha portato a Homo Faber MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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A SINISTRA: Surya Mathew, The Eternal
nascono da acquerelli dell'artista e
A DESTRA: Emanuel Toffolo, Praying
campana di vetro, evocando il fragile
Hummingbird. Realizzate in argento
celebrano la straordinaria ricchezza
Mantises. Realizzata in vetro di Murano
equilibrio tra forza, delicatezza e
e oro 18 carati con pietre preziose,
cromatica della natura.
lavorato a lume, la scultura raffigura
continua trasformazione della natura.
perle e piume di pavone, queste spille
Foto: ©All rights reserved
due mantidi custodite sotto una
Foto: ©All rights reserved
la sua preziosa arca, in questo caso abitata non solo da uccelli ma anche da insetti-gioiello: coccinelle, scarabei iridescenti, farfalle variopinte. L’attenzione è però subito catturata da una grande spilla del 1948: un pezzo unico con le fattezze di un uccello dall’aspetto assolutamente regale, realizzata in platino, oro bianco e diamanti, straordinario compendio di tagli e incastonature. Anche l’uccello del paradiso disegnato da Gianmaria Buccellati nel 2002 è un pezzo unico: una spilla costruita come un’esplosione perfettamente controllata di diamanti, generata attorno a una grande perla barocca irregolare che ne costituisce il corpo centrale. Inserita come tutte le altre nell’abbacinante gioco di riflessi della sala, la creazione dispone anche di una ulteriore, prestigiosa scenografia lucente: un ventaglio di piume interamente lavorate a mano dai maestri argentieri della Maison. La rassegna dei grandi gioiellieri si allarga a diversi maestri indipendenti e si chiude con Vhernier, i cui pinguini e tucani si distinguono per la contemporaneità delle cromie e delle forme – tanto essenziali quanto sofisticate – e per la sottile ironia di una ulteriore presenza: una famiglia di preziosi bruchi 100
in diamanti e cristallo di rocca, ancora incapaci ma in qualche modo già pronti a prendere il volo. La maestria artigiana sembra infondere vita anche alle altre opere presenti nella sala. Uccelli e insetti tornano negli accendini da tavolo Acquarium di dunhill, dove i volatili paiono fluttuare nel vuoto grazie alla tecnica del Reverse Intaglio, e nelle opulente penne-scultura di Montblanc: preziose edizioni limitate dedicate alla cultura giapponese, decorate con fagiani, libellule e anche una fenice pronta a levarsi in volo, attraverso intarsi, incisioni, smalti e lacca Maki-e. Smalti raffinati e virtuosismi di snowsetting animano anche le creazioni orologiere di Vacheron Constantin e Jaeger-LeCoultre, due Maison che da secoli integrano l’eccellenza dei mestieri d’arte nella loro creatività al servizio della misurazione del tempo. Tra l’allestimento di Es Devlin e la selezione di capolavori esposti, An Infinite Birdsong è di per sé una piccola mostra, che si apre con una domanda forse destinata a rimanere irrisolta, ma lascia al visitatore almeno una certezza: ciò che eleva l’uomo, alla fine, è sempre la bellezza. •
Junmin Zhu, Fame and Prosperity.
dell'imperatore Zhao Ji e richiama
Realizzata in rame fuso e rifinita
l'eleganza della dinastia Song come
con cesello, saldatura e doratura,
simbolo di prosperità.
l'opera si ispira a un dipinto di litchi
Foto: ©All rights reserved
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Il progetto Twenty Silent Songs è composto da 20 pannelli rettangolari che sembrano di pietra in cui è ritagliata una semplice forma circolare: un richiamo all’apprendistato di Andrea Palladio come scalpellino e ai suoi successivi studi della geometria sacra vitruviana. Foto ©Es Devlin STUDIO
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Twenty Silent Songs
di Giovanna Marchello
Nel Chiostro dei Cipressi, venti artisti e atelier provenienti da tutto il mondo trasformano le frequenze delle campane di San Giorgio in opere d’arte. Un coro silenzioso di tecniche, materiali e culture immaginato da Es Devlin.
Homo Faber 2026 consolida la formula del progetto collettivo inaugurata nella terza edizione, trasformando il Chiostro dei Cipressi in un laboratorio a cielo aperto dove saperi antichi dialogano con sperimentazioni contemporanee, dando vita a opere che sorprendono tanto per maestria tecnica quanto per inventiva. Per concludere il percorso espositivo e narrativo di Homo Faber 2026: An Island of Light, Es Devlin si è ispirata ai rintocchi delle campane della basilica di San Giorgio, che un tempo scandivano la vita monastica nell’antico complesso benedettino. Nel portico colonnato del Chiostro dei Cipressi prendono oggi forma le Twenty Silent Songs “composte” da Es Devlin: canti silenziosi che trascendono luoghi e genti e cristallizzano le frequenze di venti campane in grafie cimatiche. I venti canti silenziosi sono stati interpretati da altrettante 104
realtà del dinamico universo dell’artigianato artistico internazionale. Nelle loro rappresentazioni della risonanza si intrecciano e dialogano tecniche e materiali eterogenei: il mosaico di Fondazione Bisazza (Italia), raffinato esito dell’incontro tra tradizione e design; l’arte vetraria medievale che Geoffrey Wallace (Australia) ripropone in chiave contemporanea; lo sfavillante intreccio metallico della giovane artista Shehrbano Salahuddin (Pakistan); la matericità del legno intagliato da Ahmed Al-Fawzan (Arabia Saudita), che attualizza il retaggio millenario delle porte Najdi. Come già nel 2024, uno degli aspetti più affascinanti di questo progetto collettivo è che da percorsi profondamente individuali, maturati in contesti distanti per geografia, clima e cultura, emerge una composizione tanto armoniosa quanto articolata. Un elegante contrappunto visivo, dove il canto
silenzioso di Miriam Ellner (Stati Uniti), indiscussa maestra del verre églomisé, dialoga con l’eredità culturale dell’artista Princia Matungulu (Repubblica Democratica del Congo), che tesse le storie del suo popolo intrecciando tessuti stampati. Accanto a loro, i giovani studenti della City & Guilds of London Art School (Regno Unito) scolpiscono nella pietra Moleanos la propria visione del futuro dell’artigianato; Ramón Gamboa (Cuba) affida la sua voce all’arte plumaria; Jian Yoo (Corea del Sud) forgia misteriosi vortici di madreperla; Alberte Svendsen (Danimarca) trasforma la paglia in un acquarello; Layla May Arthur (Paesi Bassi) stratifica la carta in micro-motivi ispirati proprio alle architetture dell’Isola di San Giorgio; Anastasia Kovaleva (Polonia) “dipinge” con semi e fiori pressati. Nell’intarsio in legno di Maqueson Pereira Da Silva (Brasile) riecheggia il cuore dell’Amazzonia; la sorprendente
PAGINA ACCANTO: l’artista cubano
Ramón Gamboa utilizza una tecnica ancestrale per creare una composizione contemporanea che mette in dialogo tradizione, identità e natura. Foto: ©Ramón Gamboa Feather Art QUI: Toyoumi Kenta dispone minuscoli
frammenti di gusci d’uovo di quaglia sulla superficie laccata. Piccoli tondi ricavati dalle ali di coleottero gioiello puntualizzano il motivo grafico. Foto: ©Toyoumi Kenta
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QUI: Miriam Ellner applica sul retro di
di vetro, madreperla, oli artistici e
PAGINA ACCANTO: La composizione di
movimenti. Le tonalità del nastro interno
una lastra di vetro foglie d’oro bianco,
lacche crea un effetto caleidoscopico
Shoson Thatawakorn / Atelier Ausara si
sono più intense, come a rappresentare
palladio e caplain. L'aggiunta di
in perpetuo movimento.
ispira alla musica classica thailandese,
la concentrazione di energia prima che
scaglie e polveri di mica, perline
Foto: ©Miriam Ellner Studio
che articola la melodia in sette
questa si dispieghi in luce. Foto: ©Ausara
compsizione di Toyoumi Kenta (Giappone) fonde lacca urushi, ali di scarabeo gioiello e gusci d’uova di quaglia; il cuoio intrecciato da Sofia Shazak (Francia) si rifà alla tradizione ungherese; le sofisticate tecniche decorative di Shoson Thatawakorn / Atelier Ausara (Thailandia) prendono forma in un ipnotico nastro di Möbius; nello stucco di Spektro Atelier / Oliver Braun Company (Repubblica Ceca) si sospende il ritmo frenetico di una spirale cinetica; nel micromosaico di Frozen Music (India) sboccia un tridimensionale fiore in pietre dure; le migliaia di perle di cristallo orchestrate da Brilliance Bead Atelier (Sudafrica) pulsano di colore e vita; in sottilissime strisce di seta l’artista Seeker Li (Cina) inventa una nuova dimensione per il celeberrimo ricamo Su. 106
Nel Chiostro dei Cipressi la tecnica si fa racconto e l’oggetto si carica di significati che vanno oltre l’uso e l’origine. Ogni pannello infatti raccoglie un mondo, lo mette a confronto con gli altri e lo restituisce trasformato. Questo coro muto di superfici e materiali è lo specchio di un artigianato capace di tradurre memoria, luce e risonanza in opere che parlano del presente. Dove il talento si manifesta anche nella curiosità, nel confronto, nell’interpretazione. Es Devlin ha collocato le venti opere circolari su grandi pannelli che ne esaltano la bellezza e che, nello spirito di Homo Faber, consentono al pubblico di ammirarne ogni dettaglio da vicino. Una dimensione che invita il pubblico a esplorare e a lasciarsi incantare. •
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Artefact Mosaic Studio è un laboratorio di mosaico artistico a Venezia, dove si realizzano a mano mosaici italiani e creazioni contemporanee, fondato da Alessandra Di Gennaro e Romuald Mesdagh. Anche quest’anno presente all’edizione 2026 del Salone dell’Alto Artigianato Italiano.
IL SALONE DELL’ALTO ARTIGIANATO DI VENEZIA
Dove la materia
di Fabrizio D’Oria Fotografie Courtesy Vela Spa
diventa racconto
Tra tradizione e innovazione, il Salone dell’Alto Artigianato Italiano celebra l’eccellenza del saper fare. All’Arsenale di Venezia, maestri artigiani, imprese e creativi ne mettono in luce il valore culturale, economico e umano.
Nel dibattito sul futuro dell’artigianato emerge con chiarezza una tensione centrale: la contrapposizione tra la standardizzazione globale e l’unicità umana. In un mondo dominato dalla velocità, dalla replicabilità e dalla produzione seriale, l’artigianato assume il valore di un gesto controcorrente. Non rappresenta un ritorno nostalgico al passato, ma una risposta concreta alla ricerca di autenticità, identità e significato. È in questo scenario che si colloca la quarta edizione del Salone dell’Alto Artigianato Italiano, ospitata da giovedì 1 a domenica 4 ottobre 2026 nello storico compendio dell’Arsenale di Venezia. Un luogo simbolico, dove per secoli si sono intrecciati ingegno, tecnica e trasformazione della materia, e che oggi torna a essere teatro di un sapere che evolve nel rispetto delle sue radici. Promosso dal Comune di Venezia e organizzato da Vela Spa, il Salone nasce con l’obiettivo di valorizzare e far conoscere
l’eccellenza del “saper fare” italiano, offrendo una vetrina nazionale alle imprese che custodiscono e reinterpretano le tradizioni manifatturiere del Paese. Le lavorazioni in legno, vetro, ceramica, tessuti, pelle, metalli e pietre preziose compongono un mosaico di competenze che racconta la ricchezza di territori, culture e tecniche tramandate nel tempo. Accanto a questa missione, il Salone è stato progettato nel rispetto dei principi di sostenibilità, con l’obiettivo di promuovere un turismo più consapevole e rispettoso verso la città di Venezia. La manifestazione valorizza le tradizioni artigiane locali – a partire da Venezia – e italiane, sostenendo la trasmissione degli antichi mestieri e, allo stesso tempo, favorendo un dialogo aperto con le nuove tecnologie. Un equilibrio che permette di mantenere vivi i saperi storici senza rinunciare all’innovazione. L’artigianato contemporaneo, infatti, non si definisce più soltanto attraverso la maestria manuale. Accanto al gesto, oggi assume un ruolo centrale la capacità di raccontare. Ogni oggetto porta con sé un processo, una materia, un’origine, un’identità: elementi che il pubblico desidera conoscere e riconoscere. La narrazione diventa quindi parte integrante del valore, trasformando il prodotto in esperienza, relazione, testimonianza culturale. In questo contesto, la figura dell’artigiano si evolve: non più solo esecutore esperto, ma interprete del proprio territorio, innovatore capace di coniugare tradizione e tecnologia, protagonista di un’economia che unisce dimensione locale e visione globale. La comunicazione digitale amplifica questa trasformazione, MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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QUI: Lavorazione del merletto, a cura
(MUVE) offre masterclass, workshop
PAGINA ACCANTO: Gli Aminti, di
sono completamente tagliati e cuciti
di MUVE Academy. Il progetto di
ed esperienze pratiche su arte,
Michela Martini, è un laboratorio
a mano, e vengono realizzati a San
alta formazione e aggiornamento
management culturale e artigianato
storico toscano specializzato nella
Gimignano, nel senese, dove uomo
professionale promosso dalla
storico veneziano.
creazione di calzature e accessori
e natura conoscono ancora i ritmi
Fondazione Musei Civici di Venezia
made in Italy. Qui, i capi di pelletteria
armoniosi del tempo.
permettendo a un laboratorio di dialogare con il mondo attraverso immagini, video, storytelling visivo ed e-commerce. Il Salone interpreta questa evoluzione con un programma articolato di workshop, conferenze e momenti di approfondimento dedicati al design, all’innovazione di prodotto, al turismo esperienziale e alle nuove forme di imprenditorialità culturale. Non solo spazio espositivo, dunque, ma luogo di confronto e formazione, capace di generare connessioni e nuove opportunità professionali. I risultati dell’edizione 2025 confermano la crescita dell’evento: oltre 180 espositori provenienti da tutta Italia, più di 20.000 visitatori nei quattro giorni di manifestazione, un palinsesto di convegni e dimostrazioni dal vivo con oltre 40 appuntamenti e una presenza crescente di buyer e operatori internazionali. Dati che testimoniano l’interesse verso l’artigianato d’eccellenza e la capacità di Venezia di attrarre un pubblico qualificato e attento.
Tre elementi emergono come fondamentali per il futuro del settore: formazione, capace di integrare tecnica, design e cultura; comunicazione, per valorizzare processi e differenze; visione imprenditoriale, per competere in mercati sempre più globali. L’artigianato si conferma così non come residuo del passato, ma come forma di innovazione lenta, sostenibilità concreta ed economia locale con respiro internazionale. In un’epoca che tende a uniformare, l’artigianato restituisce valore al gesto, alla materia, al tempo. Ricorda che il futuro non appartiene a chi produce di più, ma a chi produce significato. E il Salone dell’Alto Artigianato Italiano, nel cuore dell’Arsenale veneziano, ne offre ogni anno una testimonianza tangibile. La campagna informativa del Salone dell’Alto Artigianato Italiano è sostenuta dal progetto “Venezia e la sua laguna: gestione e valorizzazione dei flussi turistici”, finanziato dal Ministero del Turismo. • Per informazioni: www.saloneartigianato.venezia.it
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OPINIONI
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La vera bellezza non nasce dalla perfezione, ma dalle tracce lasciate dalle mani. Gli oggetti dei maestri artigiani custodiscono tempo, cura e umanità, invitandoci
RI-SGUARDO
a riscoprire il valore del fare e a immaginare un futuro in cui autenticità e talento continuino a generare bellezza.
Elogio dell’imperfezione La massima espressione della bellezza e dello splendore, ovvero Venezia e le sue terre, e la più alta rivelazione del talento umano, ovvero la maestria artigiana, hanno una cosa in comune: avrebbero già dovuto scomparire da tempo. Perché sono imperfette, scalene, dispendiose, persino difettose, se la perfezione si misura con il gelido metro dell’efficienza. Ma se invece si cambia unità di riferimento, e si passa dal furore di una modernità senz’anima alla poesia di una contemporaneità che parli di noi, la prospettiva si inverte: ed ecco che la bellezza, lo splendore, il talento si incontrano appunto nella poesia di oggetti che resistono allo scorrere del tempo non perché sono formalmente perfetti, ma perché sono significativi e umanamente evoluti. Appunto, poetici: e non prosaici. Una poesia non certo priva di labor, come ben potrebbero raccontare i maestri artigiani: ma è un labor necessario, adamantino, lontano dalla cieca fatica d’insetto che diventa disumanizzante e omologante, quando applicata alle azioni umane. Una poesia che, come tutto ciò che è concentrato e potente, si declina in forme sempre diverse: forme lontane dalla serialità, dalla dozzinalità, dalla banalità. Nella loro apparente semplicità, o nella loro maestosa rarità, gli oggetti creati dagli artigiani propongono un efficace antidoto all’opacità dei nostri giorni: ritrovare la felicità del fare. E anche, perché no, ritrovare in questi oggetti un modo per esprimere sé stessi e la propria autenticità, rifiutando dunque l’imposizione di dogmi stilistici che hanno la triste sterilità dell’anonimato, significa riprendere consapevolezza dei propri sogni, e permettere ai nostri desideri di godere dello splendore che nasce dai gesti generosi delle mani. Scoprire quali segreti si celino dietro l’apparente imperfezione che il lavoro delle mani, a volte, imprime a un oggetto significa lasciare che lo stupore della bellezza risvegli in noi l’anelito alla rinascita, per investire in un futuro più umano: un futuro fatto ad arte, con cura e passione, come ogni Homo Faber auspica per sé stesso. La Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship e la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte investono e si impegnano perché questi oggetti, che ci incantano e ci ispirano, possano sempre rappresentare non solo un simbolo dello splendore passato, ma anche la direzione più saggia per uno straordinario futuro. Che nasca da tutti noi, artefici consapevoli di una bellezza collettiva, in cui ciò che le mani imprimono alla materia non sia visto come imperfezione, ma come il segno di ciò che siamo davvero: individui unici in grado di sognare, e di trasformare i sogni in realtà. •
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ENGLISH VERSION
THE MEASURE OF LIGHT Alberto Cavalli In 1786, a distinguished traveller arrived in Italy: Goethe. His stay in Venice had a significant impact on his later work, most notably the Theory of Colours that, straddling art and science, is believed to have been largely influenced by Goethe’s reflections on Venetian painting and by The Wedding at Cana in particular, which was commissioned to Paolo Veronese for the refectory in the monastery of San Giorgio Maggiore. “The eye forms itself by the objects it beholds from youth, thus the Venetian painter must see all things in a clearer and brighter light than most people. We [who live amidst duller surroundings] can never attain such a cheerful view of nature,” wrote the poet as he bid farewell to the city on the lagoon. We dedicate our latest issue of Mestieri d’Arte & Design to this positive and refreshing perspective on life, viewed through the prism of creative talent: art, artists, craftsmanship and masters who mould light into objects that enrich our lives and brighten our homes, as well as our eyes. Chandeliers and candles crafted by skilled artisan’s hands; lustres and finishes that make materials glow; colours, nuances and transparencies masterfully contrived to yield everchanging light effects: the talents featured in this issue express their creativity through every gesture, their artwork forming a vocabulary that bursts with originality and imagination. British artist and visionary designer Es Devlin, whose breathtaking stage sets have graced the world’s most prestigious theatres, has brought her alphabet to Venice for Homo Faber 2026. For its fourth edition, the international showcase of outstanding creative and contemporary craftsmanship has appointed Devlin as its artistic director, inviting her to transform the Fondazione Giorgio Cini into an island of light. In Venice, the halls and cloisters of the ancient monastery of San Giorgio Maggiore will be set aglow in 15 exhibitions and installations showcasing 700 objects and 500 craft artists selected globally from over 70 countries, all woven into the poetic and authentically luminous concept imagined by Devlin. Who knows whether Goethe, setting his gaze one more time upon The Wedding at Cana in Palladio’s refectory, now enhanced by the splendour of the objects on display, amidst the myriad dazzling colours of the materials and techniques, might congratulate himself on an insight that remains relevant to this day: the eye is trained by the beauty it sees. Enjoy your reading!
THE DYNAMICS OF CRAFTSMANSHIP AND DESIGN Ugo La Pietra Master craftsman Michele Moro, from Paullo (south of Milan), was an expert in working with transparent methacrylate. He crafted Acrilica, the famous C-shaped lamp designed by Gio Colombo in the early 1960s, by bending a sheet several centimetres thick in such a way that it let light pass through. Michele Moro gained lasting fame from the many different ways in which he processed and transformed methacrylate, a clear material that transmits light. A prime example can be found at the Teatro Regio in Turin, which the ingenious Carlo Mollino adorned by covering the entire ceiling with a thousand small methacrylate cylinders. Moro’s outstanding skill made him one of the many artisans who not only contributed to the renewal of lighting design, but were also an important point of reference, especially in the 1960s, when the properties of this particular material were first explored. 114
Those innovative craftspeople were the true ‘beacons of light’ leading the advancement of design! For many decades, design evolved by drawing on the competence of specific workshops that actively contributed to its evolution. In the 1980s, for example, designers brought about a renewed interest in the artisans of Volterra, whose alabaster creations shaped a new light-filled landscape. Long overlooked, alabaster was rediscovered for its transparency, a property perfectly suited to lamps, characterised by a subtle grain unique to ‘scaglione’ alabaster. Technically a natural stone, alabaster owes its sheerness to the expertise of Volterra’s artisans, who can fashion it into paper-thin sheets. To this day, artisan ‘beacons of light’ provide valuable guidance to the evolution of design. They are scattered across Italy, illuminating the path for designers and artists looking for uncharted destinations. Light represents more than just a source of illumination for lighting fixtures crafted from the many materials suited to this purpose (not just alabaster and methacrylate, but also glass, crystal, porcelain…). Light has increasingly become a key element in design culture. We should be referring to these artisans as ‘Islands of Light’. A way to identify them within the vast field of Italian artistic craftsmanship, which is still struggling to differentiate excellence from serialised ‘offshoots’ targeted at mass tourism.
INTANGIBLE MATTER Alessandra Quarto Isaac Newton established that what we call colours are nothing but light of diverse qualities. Qualities that Es Devlin – artistic director of the fourth edition of the Homo Faber Biennial, An Island of Light – draws upon to ‘spotlight’ the beauty and power of human talent, embracing in its primeval force the creations of master artisans and craft artists selected from around the world. Light is Devlin’s chosen medium to reveal invisible connections between people, places, memory and nature, transforming the exhibition into a collective experience of knowledge and creativity. An Island of Light is a remarkable project encouraging reflection on the intimate bond that connects light and craftsmanship, much like art and architecture. Devlin does not treat light as a technical element or a physical phenomenon, but rather as a symbolic presence that speaks the language of emotions and is a powerful source of knowledge. Light is essential to art: it can transform an image, create atmospheres and communicate emotion. Throughout the centuries, painters and sculptors have employed light to direct the viewer’s gaze, add perspective depth and emotional impact, or lend symbolic meaning to their creations. Similarly, we use light in our daily work at the museum to engage visitors, enrich their experiential journey and emphasise the colours, volumes and details of each exhibit. In Medieval art, light was associated with the spiritual and the sacred, as reflected in Byzantine mosaics, where gold was used to evoke an otherworldly glow, and in the stained-glass windows of Gothic cathedrals, where the religious message is conveyed through light. During the Renaissance, light became the subject of scientific investigation, leading to an increasingly refined use of the chiaroscuro technique in the representation of figures, which gained a narrative function in the creation of dramatic tension and revelation. ‘Painters of Light’ such as Domenico Veneziano, Beato Angelico and Piero della Francesca developed a pictorial style characterised by an accurate perspective and a lively, brilliant colour palette, according to the scientific principles set out in 1436 by Leon Battista Alberti in his treatise De Pictura. In Caravaggio’s
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hands, light acquired a dramatic intensity through the stark contrast with darkness: gestures were singled out, reality was projected into an absolute dimension, light itself became the artist’s tool to depict the drama of human existence. Over the following centuries, Impressionist painters sought to capture the changing light of the day, atmospheric variations and the fleeting moment. It was no longer an eternal light, but a living, moving, almost imperfect radiance. In architecture, too, light plays a pivotal role as an ‘immaterial’ building material that is indispensable for shaping forms, volumes and perceptions. In the past, places of worship were planned to maximise natural light, such as the Pantheon with its oculus in the centre of the dome. Rays of sunlight penetrate the building through this circular opening and are reflected on the internal surfaces, changing their course throughout the day and across the seasons. Experts have observed that the Pantheon was designed in such a way that light could serve as a means to measure the passing of time. Thus, the shifting light transforms the basilica into a gigantic sundial, as evidenced by Giovanni Panini’s painting, part of the Poldi Pezzoli Museum’s collection, depicting a patch of light inside the Pantheon that reveals the season in which it was painted. In the Middle Ages, the use of light in Gothic architecture and painting was characterised by a mystical symbolism, while architects of the Renaissance employed light to exalt the structure, harmony and balance underlying the new concepts of humanism. Thanks to perspective and mathematical proportions, light was incorporated with a rational approach: windows, arcades and internal courtyards were designed to provide evenly distributed illumination throughout the building, thus underscoring the purity of its architectural features. In this way, light became architecture’s fourth dimension. The history of architecture runs parallel to that of light, reflecting an ongoing endeavour to capture, control and interpret the intangible element that makes buildings both functional and enjoyable, thus enriching the quality of our lives. Light is key also in contemporary architectural projects, both in terms of its aesthetic value and environmental sustainability. Architects such as Tadao Ando and Peter Zumthor use natural light to create powerful sensory experiences, demonstrating how it remains one of the most powerful resources in defining the relationship between people, space and time. An Island of Light explores how light performs a key role also in craftsmanship: more than any other substance, it reveals the act of creation. The crafting of glass, glazed ceramics, precious metals, embroidery and wood requires an empirical understanding of the optical properties of materials. Transparency, reflection, refraction, diffusion and absorption of light all determine the final appearance of the object. The artisan, who often employs techniques handed down through generations, develops a sensitivity that anticipates and incorporates principles eventually formalised by the physics of materials and optics. Glass is a particularly interesting example, as it reveals the relationship between science and craftsmanship. The properties of glass depend on its chemical composition, microstructure and the techniques used to shape it, but also on its ability to interact with light, through transparency, refraction and chromatic dispersion. Historical glassmaking traditions, most notably those of Venice, demonstrate how observation and practical experimentation produced results of extraordinary complexity long before the formulation of modern scientific theories. In this context, artists, designers, researchers and craftspeople increasingly share languages and working methods that give rise to forms of interdisciplinary collaboration in which light becomes a common ground for research. This shows how the distinction between technical and artistic knowledge is often more apparent than real. From this perspective, light continues to be an
inexhaustible resource for scientific research and artistic and craft innovation, preserving its ability to combine intellectual accuracy and creative imagination.
ALBUM Stefania Montani Eclissi Paralumi Via Pietro Micca 12, Torino tel. +39 011 5627636 Manual skill, creativity and the thirst for new ideas: the essence of the Eclissi lampshade factory, in Turin, can be captured in these key words. The manufactory was established forty years ago by Pietro Mazza, a skilled and experienced craftsman in the field, who wanted to offer a personal and fresh take on lampshade designs. Pietro’s wife Monica, who is a graphic designer, set her own work aside in order to support his venture. Together, the couple make a winning team. “We really enjoy working with different materials,” says Monica. “Raffia, parchment, silk shantung and fabrics of all kinds. Above all, we love experimenting with new styles. We were inspired by Carlo Mollino, who was known for designing open-frame structures. Taking his lead, we let our creativity run free. Many of our lampshades incorporate a mix of different fabrics and materials, which make them truly original and unique.” Pietro and Monica often consult with their customers before deciding on the design of a particular lampshade. Their atelier, situated above the actual shop, is piled high with templates, rolls of fabric and frames in various stages of production. “We also customise designs by incorporating into the lampshades some details from the room’s furnishings. Additionally, we use wallpaper or upholstery fabrics supplied by our customers. To screen some lamps imported from Japan, we recently decorated their lampshades with Japanese symbols of good fortune in gold leaf. We took great pleasure in researching the ideograms that represent happiness, love and peace. When the lights are switched on, they create a very special effect.” Alongside lampshades made with fabric, raffia and parchment, Eclissi supplies electrified brass or aluminium frames fitted with LEDs. “We also offer lamp bases that we buy in antique markets,” concludes Monica, “as well as one-of-akind vintage fixtures that can be crafted into original designs according to our customers’ wishes.” eclissiparalumi.it L.A.R. Paralumi Via del Leoncino 29, Roma tel. +39 06 6878175 – +39 333 5045208 An artisan workshop overflowing with character offers an outstanding example of exceptional Italian craftsmanship in the heart of Rome. The Gualdani family opened the original lampshade business in 1938, while cousins Antonino and Fabrizio, representing the third generation, now manage it with skill and competence. The showroom on the ground floor contains a large assortment of lampshade designs, fabric samples and trimmings. A narrow staircase leads up to the workroom, where the walls are lined with cardboard templates, rolls of wire and shelves loaded with materials and accessories of all kinds. Glue, pencils, scissors, pliers, brushes and pegs used for keeping the trimmings in place are scattered on the workbench. “We make everything ourselves, from the frame structure to the lampshades in silk, parchment, cotton and so-called ‘crude’ fabrics,” explains Giulio’s grandson Antonio. “Every single light shade is unique and completely handmade. We make them to suit our customers’
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wishes, even the most complex ones, combining different materials and colours. Thanks to our parents we have acquired knowledge of the techniques, and we have gained even more skills over the years by working alongside designers and architects. We can execute even the most challenging designs,” says Antonino. Many of their clients work in entertainment, politics and fashion, whilst others are foreigners, including American and Australian designers. Some of the lamps produced here can be found in the Italian Senate and the Presidential Palace. “It’s normal for our clients to come to us for advice when they want to know what designs are best suited to different environments and styles. We have also worked on film productions, crafting extraordinary pieces that are adventures in themselves. With our experience, we can meet everyone’s expectations,” concludes Antonino with a smile. Renowned for the perfection of each individual lampshade, L.A.R. is also appreciated for the originality of its designs. paralumi.it Relight Venice Calle Zancani, Cannaregio 2430, Venezia tel. +39 349 1688590 A cosy little shop in Venice’s Cannaregio district welcomes visitors with colourful candles, unusually shaped soaps, mirrors and comfortable armchairs. This is the creative headquarters of artisan-artist Michela Bortolozzi, founder of a poetic project named Relight Venice, with which she seeks to bring renewed light to her native city and establish a network of connections. “After graduating from the Academy of Fine Arts,” explains the charismatic architect, “I fled Venice because I could no longer recognise the places I had grown to cherish. There were too many tourists, too many cheap gadgets of uncertain origin that had absolutely nothing in common with our cultural heritage. I travelled to South Africa, Palestine and Morocco, where I worked with local craftspeople and designers, learning various techniques involving different materials. When Covid broke out, I was forced to return home, and in the stillness of a half-deserted Venice, I came up with the idea of setting up a business that would inject new energy into the city and its traditions.” Michela’s mission consists in introducing visitors to the city’s beauty through objects that reproduce its characteristic Gothic floral details, enabling them to return home with an architecturally themed souvenir, just as in the days of the Grand Tour. “To fulfil my childhood dream of a sugar-coated Venetian wonderland, my first creation was a big lollipop inspired by the city’s architecture. After that, I started my candle project, which consists in recycling half-consumed candles that priests bring me from local churches. I melt them with coloured crayons and pour the mixture into hand-crafted moulds.” Even the holders are made from waste materials: those in wood are offcuts from gondola oars, while those in brass come from the Fonderia Artistica Valese. “My creations are crafted from local, upcycled and sustainable materials, in an effort to support and preserve the environment. I love sharing the ins and outs of my craft, which is why I run workshops in clay modelling, mould-making and candle-making. Even tourists attend my courses, and then take their creations home.” Her endeavours, however, reach well beyond. As part of her commitment to supporting the local community, part of her production is carried out at the Giudecca correctional facility for women, within the framework of rehabilitation programmes. Michela runs a training course for the inmates, who receive a small income from the candles and soaps they make. She also organised craft workshops in Marrakesh, involving elderly craftspeople and homeless kids. Her most recent project, designed for women, consists in
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creating embroidered jackets and dresses in linen and cotton. Michela lives by the motto: “Wherever you are, feel local.” relightvenice.com Antonietta Mazzotti Via Firenze 240, Faenza (Ravenna) Tel. +39 340 6368370 Antonietta Mazzotti is a master ceramicist famed for her skill and originality. Early in her career, she converted the greenhouse of the historical Villa Emaldi into her atelier: a magical setting, much like her creations. “I was 11 years old when I started working with majolica at the Istituto d’Arte Ballardini in Faenza, and my passion has never waned. While learning about the shapes, glazes and colours I was led into an extraordinary realm. It certainly takes a great deal of discipline, but once you master the process, your creativity can step in. And that’s a very exciting moment,” she confides. Her light-filled atelier is crowded with tables covered with sketches, shelves lined with ongoing projects, professional tools, brushes, cutters, a potter’s wheel and a kiln. Many racks are loaded with moulds and finished objects, along with others waiting to be completed. “I started designing limited-edition collections, drawing sketches, shaping the pieces and creating the moulds for each object. I combined traditional design elements with my own imagination. I enjoy studying classical Faenza majolica, at times re-editing historical pieces, but I’ve always felt a desire to create original and more contemporary designs.” Her vases feature flowers, corollas, colourful pine cones, small sculptures attached to cachepots and aerodynamic geometric structures. Her use of shiny glazes, the brilliant greens of nature and gilding is a real feast for the eyes. In addition, Antonietta also develops customised tableware decorated with patterns and monograms that reflect her clients’ requirements. “We are involved in every stage of the production process, from the initial concept to the finished product, which enables us to offer fully customised solutions,” she explains. From America to Japan, many international recognitions were awarded to the talented ‘Lady of Majolica’. Her works have been exhibited at Homo Faber, and she also received the MAM – Master of Arts and Crafts award from Fondazione Cologni. Antonietta is very active in teaching, holding courses across various skill levels. Given that the majolica fever is contagious (especially if you happen to grow up in Faenza) it’s no surprise that her daughter, Viola Emaldi, shares the same passion. She graduated in art history and is the coordinator of the technical courses in Faenza ceramics, in addition to being involved in the preservation and promotion of Faenza’s cultural heritage. ceramichemazzottiemaldi.com Emanuel Toffolo Via San Mauro 330, Burano (Venezia) tel.+39 041 735562 – +39 320 6708023 Born into a family of glassmakers, Emanuel Toffolo has successfully drawn on his heritage to develop a distinctive technique that has earned him international recognition. Prized by many collectors, his miniature insects and invertebrates, including beetles, bees and scorpions, feature exquisitely delicate antennae, impalpable wings, finely tapered limbs and translucent, multicoloured bodies. “The Toffolos have always been glassmakers,” explains Emanuel. “My greatgrandfather Giacomo, my grandfather Florino and my own father Cesare were well-respected masters. Florino, in particular, was the first lampworker in our family, and his knowledge was passed down first to his son Cesare and then to me. I have combined my two passions in my practice: lampworking and the animal kingdom. I’m a keen observer and I really enjoy reproducing the insects
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that live in our countryside down to the smallest detail. I even kept a mantis at home to examine it thoroughly. It was an absolutely insatiable creature,” reveals Emanuel with a chuckle. His meticulous work, carried out with extraordinary skill, has secured his reputation as a contemporary glass artist, and his works have been exhibited in art galleries around the world. Emanuel explains how his little animals come to life in his Burano workshop: “Lampworking is an age-old technique that involves melting coloured glass rods by means of a special torch. The rod is heated in the flame until it reaches a malleable state. The softened glass is then shaped freehand with tongs and refractory tools. The cooling process is equally important, as the temperature needs to be reduced very gradually in order to prevent the piece from cracking.” To protect his incredibly delicate creations, Emanuel Toffolo places them under hand-blown glass domes, mostly crafted by family members. He also designed small display cases to frame his beetles. “I was inspired by some historical illustrations to arrange my beetles in a geometric structure, almost like a kaleidoscope.” Besides being a highly creative artisan, Emanuel is also a documentary filmmaker. His productions are a poetic exploration of Venetian applied arts, focusing on the art of lampworking and Venice’s greatest glass masters. emanueltoffolo.com G.B. Tansini Via Privata Tre Castelli 41, Milano tel. +39 02 8132880 Nestled in the fields that run along Milan’s Naviglio Grande waterway, there is a spacious facility where lamps are crafted in a broad range of styles. Founded in the late 19th century by Giovan Battista Tansini, the atelier was taken over in the 1960s by Michele Chiodo. Today, his daughter Cristina continues the family legacy with the same passion and commitment. The atelier is packed with all sorts of lighting fixtures: iron and brass ceiling lamps, Empire-style table lamps, wall lights with glass shades and outdoor lanterns. In two spacious rooms equipped with grinding wheels, milling machines, long workbenches and a variety of tools, highly skilled artisans cut iron and brass components that they then assemble and fit with electrical parts. The sheer diversity of the production, entirely handmade following traditional techniques, is quite remarkable. “We have an exceptional team of craftspeople, most of whom have been working with us for years,” says Cristina Chiodo, who grew up in this environment and is an expert across all styles. “Thanks to their expertise, in addition to our standard catalogue we can offer tailored lighting solutions to our clients, including many architects and designers.” The Tansini atelier also serves as a centre of excellence for restoration: “We have maintained a wellstocked historical archive of original components, so that we can restore lamps from any period. These range from crystal pendants, Maria Teresa-style Murano glass chandelier arms, early 20th-century lampshades, blown-glass globes and cylinders used in oil lamps, and round domes for table clocks,” concludes Cristina. A genuine treasure trove, and the perfect choice for anyone who wishes to give a new life to their vintage furnishing accessories. tansinigb.eu Giusto Manetti Battiloro Via Tosca Fiesoli 89 M, Campi Bisenzio (Firenze) tel. +39 055 436261 The Manetti family is one of Italy’s longest-standing lineages of master gold beaters, renowned internationally for their craftsmanship. Their story began
in 1600 when Matteo, a Florentine gilder, travelled to Rome to work on the Golden Ball crowning the dome of St Peter’s Basilica in the Vatican. His reputation grew to such an extent that, shortly afterwards, he was summoned to Florence to restore the gilded bronze sphere that crowns Santa Maria del Fiore. The importance of the Manetti family continued to grow alongside the outstanding quality of their creations. Today, the business enjoys leading global standing in the production of gold and silver leaf. Niccolò Manetti, one of Matteo’s six descendants currently at the helm of the company, represents the 15th generation. “I believe my ancestors were successful because they kept pace with the times,” he explains, “and always welcomed innovation. In 1820, Luigi revolutionised the artisan workshop by introducing modern mechanisation, while Giusto successfully integrated industrial processes with traditional craftsmanship.” This success is reflected in the company’s international awards and accolades. “We have provided consultancy services to the British Museum and NASA, and in recent years we have worked for the La Fenice theatre in Venice, the Louvre and Buckingham Palace,” he tells us with understandable pride. The company has had its share of challenges, too, not least the flooding of the River Arno in 1966, which destroyed the workshop and wrecked the machinery. “But we never surrendered,” continues Manetti. Around 120 people are currently working in the company’s new 8,000-square-metre plant in Campi Bisenzio. Approximately 500 kilograms of gold are used annually to produce 30 million gold leaf sheets. Niccolò explains that “making gold leaf is an alchemical process that requires exceptional craftsmanship, advanced technology and an in-depth knowledge of the secrets of an age-old tradition. The process involves melting pure gold at 1000° together with other metals such as copper and silver. The exact proportion is a closely guarded secret, and our formulations vary depending on the materials and the colour we plan to achieve. Once the ingots are ready, we flatten them through cylinders that transform them into thin strips just a few millimetres thick, which are flattened again before the final stage of handbeating. To perform this extremely delicate process, we use hammers of various weights, shapes and sizes to produce gold leaves that are smooth and as light as silk. Finally, we place the leaf on a cushion and trim the edges by hand before inserting them into paper booklets.” Because of its excellent conductivity and reflective and insulating properties, gold is also employed in advanced scientific and technological research. Gold leaf is also used for a wide variety of purposes: from picture frames to books, from the restoration of works of art to cosmetics, from the decoration of home furnishings to gastronomy. All these practices originated in by-gone times. “The expression ‘to sugar the pill’ comes from the Middle Ages, when Venetian surgeons would wrap medicines in gold leaf to cover their unpleasant taste,” explains Manetti. “We recently developed a cosmetics range, Beauty Gold, offering treatments containing gold leaf. We drew inspiration from ancient China and Japan, where gold’s virtues were known hundreds of years before Christ. Being a refractory metal that does not absorb radiations, it remains untarnished and essentially unchanged over time.” manetti.it Màlleus Via Lorenzo Nina 100, Recanati (Macerata) tel. +39 071 7574393 Enrico Ragni, aka Màlleus, is a multifaceted individual whose interests range from music to calligraphy and illuminated manuscripts. His early passion for music brought him to become a sound engineer: in 1978, he started the first recording studio in the Marche region, writing advertising jingles and
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collaborating with renowned musicians of the calibre of Mina, Zucchero, Chet Baker, Renato Zero and Roberto Cacciapaglia. Following the advent of digital technology, the crisis in the record industry and the passing of his beloved brother, in 1988 Màlleus suffered a deep personal crisis. He did not, however, give up. After spending time in meditation in a monastery, he resolved to pursue his other great interest: calligraphy. Following the counsel of an expert in geomancy, he found a spot in Recanati that was particularly charged with energy, the perfect place to live and work with natural light. He built a neo-medieval castle and set up a scriptorium that he named Antica Bottega Amanuense, in which he could practise the art of writing and revive the ancient tradition of illuminated manuscripts. “During this soul-searching period,” Màlleus shares. “I received the proverbial ‘sign’ the day a dear friend surprised me with a flat-tipped pen commonly used by calligraphers. I’ve always taken a keen interest in the art of beautiful writing, to the extent that my friends would often ask me to pen their wedding announcements. Having realised that this was my true calling, I moved to the UK to study under some of the world’s leading calligraphers, including Donald Jackson, Senior Illuminator to the Crown Office of Queen Elizabeth II, and Giovanni De Faccio. After returning to Italy, I began running courses addressed to young people, or rather, to young women. Manuscript illumination was traditionally practised in male monasteries, but I was determined to make it accessible to women, thereby bridging a gap that had existed for centuries,” explains the artist, who is busy finishing a parchment with magnificently illuminated head letters whilst supervising the firing of coloured enamel. “My diploma in chemical technology proved to be a great help,” he confides. His extraordinary scroll-like paintings, featuring coats-ofarms and other motifs, are often commissioned by local councils, universities (for honoris causa degrees) and for awards. Màlleus also continues to nurture his passion for music. “I organise multisensory concerts, which I call Opera Totale, to my own music. For fifty minutes, the audience is immersed in sounds and scents that produce a powerfully cathartic experience.” malleus.it M’I lumina Viale Einaudi 15, Arese (Milano) +39 346 0689665 A talented young architect, Luciana Grazia Menegazzi studied with some of the great masters of design. Some fifteen years ago, she decided to start a craft activity alongside her work in property design and renovation. Endowed with extraordinary manual skill and inventiveness, Luciana met with immediate success. The original paper clay creations she designs and craft herself are all one-of-a-kind, and range from bowls and vases to lamps. “I researched and experimented extensively with different techniques, since I believe that craftsmanship is one of the most important ways of expressing one’s creativity,” she explains. “When I came across Scandinavian ceramics, I was completely captivated. I decided to specialise in paper clay, which involves adding other materials – in my case, recycled paper – to the mixture. This process makes it possible to join different pieces together even when they are already dry. Unlike ceramic, which has a thicker consistency, you don’t need to mould it. Every piece comes out extremely light, with a translucent, luminous quality. It’s a very ancient technique, even the Romans used to mix dried grass into their clay to make their artefacts lighter,” she adds, “a process that allows for great creative freedom. I’m fascinated by light, which I always try to capture in my creations: this is why I named my workshop M’I lumina.”
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Luciana’s sculptural vases and bowls incorporate timeless archetypes, such as the petals and corollas of a flower. Even her use of colour was inspired by nature. “I collaborate with a small artisan workshop that makes the metal frames that I design myself. In perfecting my technique, I have gained confidence to unleash my creativity and pursue my artistic inspiration. Is there still room for new types of lighting? I think so. Light defines and brings colour and character to the spaces we live in. No two lights are the same, and the one we find the most beautiful is the one that reflects who we are, the one that matches our lifestyle and the way we feel.” mi-lumina.com Donatella Zaccaria Via Belgirate 15, Milano tel. +39 347 1248040 Donatella Zaccaria is a master artisan who has devoted years to acquiring many different glassworking techniques: from multicoloured stained-glass windows, expertly crafted to create a special atmosphere in any room, to totally white stained-glass window panes, crafted with glass paste in 19 different shades, which amplify the effect of sunlight at different times of the day. Her studio, in Milan’s Maggiolina district, is stocked with sheets of glass in an endless spectrum of colours, boxes of mosaic tiles, countless tools, a table overflowing with sketches and drawings, and a firing kiln. “I first became enamoured with the technique developed by Louis Comfort Tiffany,” she confides, “and with the works of many early 20th-century painters, like Chagall, Matisse and Braque, who successfully explored the potential of glass art. I tried out many different techniques and became an expert in the restoration of traditional lead-matrix windows, even though I prefer to use tin-based solder, which is more malleable and less toxic. Of course, the quality of the materials is very important: for my mosaics I use the extraordinary glass tiles produced by Orsoni in Venice, and for my stained-glass windows I prefer to use mouth-blown glass from France and Germany. I use mosaic tiles, especially reflective ones, to create a range of home accessories, including frames for convex mirrors and table tops. Every individual piece is entirely my own design and unique. My only commissioned works to date are the stained-glass windows I made for Alessandro Mendini and Ignazio Moncada,” shares Donatella. Besides glass, the eclectic artist employs other materials, such as alabaster, mother-of-pearl, semi-precious stones and cotisso. Equally remarkable are her Tiffany-style lamps, characterised by elaborate domes, and jewellery, such as the Corpetto necklace created in collaboration with Giorgio Vigna. Donatella Zaccaria, an authority on the challenging art of glass restoration, is also the official conservator of Venini’s extremely fragile glassware. “I love to teach these techniques and inspire others with the same passion for glass, which is why I’m always happy to organise classes, even for schools,” she concludes. donatellazaccaria.it Ceramica Gatti 1928 Via Federico Pompignoli 4, Faenza (Ravenna) tel. +39 054 6634301 One century after it was established, the artisan workshop of painter, sculptor and ceramicist Riccardo Gatti preserves the dynamic spirit of its early days. Gatti’s noteworthy collaborations with Gio Ponti, Giovanni Guerrini, Giacomo Balla and Tommaso Marinetti were followed in the ensuing decades by those with Alessandro Mendini, Bruno Munari, Ugo La Pietra and Ettore Sottsass. Though aligned with the changing times, their innovative approach always remained
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true to the highest values of a time-honoured ceramic tradition. Gatti’s greatgrandchildren, Marta and Davide Servadei, now run the business with a team of ten, each committed to upholding Faenza’s ceramic tradition through a range of ever-changing products. “Our workshop is virtually unaltered,” says Marta Servadei. “The production process continues to be carried out entirely in-house: from the clay to the preparation of the various mixtures, from the moulds to the glazing and the final firing. Many one-of-a-kind artworks and industrial designs have seen the light within these walls, beginning with the iconic jar made by my great-grandfather in the 1920s for Amarena Fabbri.” Ceramica Gatti’s golden, iridescent vases, made from natural clays and pigments, are nothing short of extraordinary. Other noteworthy designs include the platinum collections, glazed in majolica and hand-painted with third-firing platinum decorations, and mother-of-pearl lustre finishes. The Corona bowls in majolica are wheel-thrown and embellished with handcrafted decorations; the inside is gilded in pure gold with hand-applied gold and platinum details. “Recent creations include the Fregio ceiling lamps, developed in collaboration with Foscarini, featuring ceramic bas-reliefs and LED lighting and the lamps in the Battiti series, which are composed of ceramic panels incorporating designs from the Gatti archive. Both collections were designed by Andrea Anastasio in collaboration with Davide Servadei.” Whether powered by electricity or decorative objects with a glossy finish, these ceramics are perfect to brighten up any environment. ceramicagatti.it Specchi Veneziani Via Monte Sommo 28, Oriago di Mira (Venezia) tel. +39 346 0511384 When tradition flows through the hands of a skilled master artisan, exceptional objects come to light. The mirrors crafted by Paolo Zornetta in Oriago, near Venice, are a case in point: masterpieces of creativity and precision that are highly sought after by enthusiasts in countries as diverse as the United States, Kuwait, Cyprus and France. “I was fascinated by my grandfather working, he had a real gift for glass chandeliers,” he recalls. “He could grind Murano glass with incredible skill. When he eventually started etching mirrors, I knew where my true calling lay.” Paolo began to study different techniques and explore decorative patterns from across the ages. Most importantly, he became skilled in operating the lathe onto which the grinding wheels are fitted. “I have about 50 sandstone wheels that I use depending on the patterns and depth I aim to achieve,” explains the young master artisan. “First, I sketch the design on raw glass with a marker pen. A local woodworker makes the custom frames onto which I mount the mirrors, which are silvered once they’ve been engraved. It’s a delicate process, requiring great dexterity in moving your wrists in order to have full control of the pressure you apply.” This is what really sets the best engravers apart: the precision of their measured movements. Paolo’s mirrors range in style and size, and can be made to order. “French mirrors have polished engravings, whilst Venetian ones are mattefinished. I often embellish them with Murano glass rosettes and rods that come from a nearby glassworks, or by adding small decorative elements. Almost everything I make is bespoke. I once produced a huge 3-metre mirror for a Kuwaiti emir,” he confides. “Crating it for the shipment was probably the biggest challenge, but the mirror arrived perfectly intact to its destination,” he concludes with a satisfied smile. specchiveneziani.com
FIRE AND GOLD Ugo La Pietra “You must master the craft in order to break the rules like an artist.” These words, attributed to Pablo Picasso, best describe the creative and technical approach embraced by ceramic artist-artisan Maurizio Tittarelli Rubboli, standard-bearer of a great family legacy. His great-grandfather established a manufactory at Gualdo Tadino, in the province of Perugia, introducing a technique to the area that has never ceased to fascinate for its ‘alchemical process’ and vibrant chromatic effects. Made in traditional 19th-century muffle kilns where the pottery undergoes a third firing, these simple objects invite us to observe, indeed admire, the spectacular spectrum of shimmering colours (reflections of gold, cobalt blue, copper green and ochre yellow) achieved through the lusterware technique, which Maurizio Tittarelli masters like the ancient pioneers of this unique art. Believed to have originated and developed between Persia and Mesopotamia, this technique reached Italy in the 16th century, when special kilns had already been developed to obtain distinctive iridescent effects that sparked the creation of true masterpieces. It subsequently disappeared, only to be revived three centuries later, in the second half of the 19th century, when it was taken up also by the Rubboli family in their manufactory. Maurizio Tittarelli began his artistic training at birth. He produced his first work at the age of 26, recovering the family tradition of lustre-glazed majolica in the style of Mastro Giorgio, and was deeply committed to exploring its technical and aesthetic possibilities throughout his long personal journey. Indeed, the master’s skill is not limited to expertise, competence and staying true to tradition; it includes, above all, the talent to constantly update and renew it. To scholars of this centuries-old practice, Maurizio Tittarelli personifies the creative artisan who, rooted in the Mediterranean tradition he has absorbed, explored and shared, is confident of the significance of his work, and willing to engage with the cutting-edge experimentation carried on across the most diverse traditions of European craftsmanship. With their simple shapes, his ceramics bring us back to values far removed from the experiences imposed on us by today’s world: those of ‘extreme’ objects whose effects and lifespan we fail to perceive, not understanding the consequences of their end and disposal. Ceramics, by contrast, are born of the earth and, in dying, return to the earth. Tittarelli, who is well aware of this, takes pride in his works, which he wishes to live on for a long time, thus contributing to the glory of Gualdo Tadino’s traditions. His essential designs reflect Tittarelli’s enduring versatility and creative range: from sculpture to design, never neglecting his deep love for painting. These features, references and atmospheres originate from the secret knowledge handed down from father to son, confirming his tangible attachment to the local identity. These are the defining features of the artworks created by a master who continues to experiment, tirelessly striving to balance his family’s legacy while embracing the contemporary world. In their simplicity, his bowls, vessels, jugs, candlesticks, plates and tiles exalt the quality of lusterware craftsmanship. Other works include L’amore è un cubo, the perfect example of the harmony between form, colour and decoration, and Gloria Mundi, a series of spherical sculptures characterised by a rough, imperfect, distorted surface, featuring a small round mirror evoking an eyeball whose gaze is metaphorically turned towards infinity.
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The Museo Opificio Rubboli, dedicated to the family’s ceramic history, was initiated by Maurizio to ensure that the town of Gualdo Tadino, Umbria and Italy will never become separated from such a remarkable artistic heritage.
LUMINOUS ARCHITECTURES Jean Blanchaert and Irina Eskenazi In Murano, one word still carries an almost sacred meaning: maestro. It doesn’t just define someone who masters a technique, but rather someone who has weathered the flames long enough to transform glass into a whole new language. Being a maestro, in Murano, implies descending from a lineage of craftsmanship. It’s about preserving skills that are handed down through words and gestures: attentive gaze, measured movements, patience and understanding of the unpredictable nature of molten glass. Today, master glassmakers are facing a whole new challenge, not just as keepers of tradition, but as the ones tasked with reinventing it. Fabio Fornasier’s roots run deep in Murano. His father, Luigi Fornasier, was a legendary figure in the art of Murano glass chandeliers. He started his own glassworks over half a century ago, and Fabio was brought up in an environment where glassmaking was a way of life, rather than a profession, a discipline that was learned almost by osmosis. In those days, Murano furnaces were a world apart: a tough environment, physically exacting, characterised by intense heat, precisely coordinated tasks and a relentless pace of work that left no room for hesitation. Young Fabio would watch his father and fellow glassmakers perform their routine around the molten glass as if following a centuries-old choreography, drawing on experience, intuition and uncompromising control of matter. At the age of sixteen, Fabio made his debut in his father’s glassworks, in what was almost a coming-of-age ritual. The molten glass, still glowing at the end of the blowpipe, immediately revealed its ambiguous nature: fragile and resilient, unpredictable and endlessly transformed by fire. That moment marked the beginning of an almost existential partnership. His creations reflect an in-depth knowledge of the craft gained through material, everyday experience, consolidated by years spent in the glassworks. Despite this, he never indulges in any form of unnecessary virtuosity. His technical expertise is never pretentious. It tends to blend into the background, becoming almost invisible, especially in his later works, which conceal the complexity of the process within the simplicity of their forms. This is one of the most remarkable qualities of a true master: the ability to accomplish with apparent effortlessness what actually requires a rigid discipline. Since time immemorial, Murano has been known as the ‘island of light’, only in part owing to the unique reflective quality of its glass. The island represents a cultural heritage capable of transforming sand and fire into instruments of knowledge. In Venice, the chandelier is the most recognisable symbol of technical mastery. With its overflow of decorations, it represents splendour, and light a form of celebration. For centuries, Murano’s chandeliers have defined the island’s international prestige: a luminous landscape of transparency, reflections and theatrical flair. Fornasier carries on the legacy respectfully, but without nostalgia. The LU series, one of his most significant bodies of work, marks a radical turning point. The chandelier sheds its decorative complexity and, more than simply occupying a space, it transforms it, becoming a luminous piece of architecture. Technique and lyrical exploration seem to spring from the same gesture. Craftsmanship is not just
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about making beautiful objects: it is the foundation of the creative spirit. Fornasier’s artworks have been exhibited in international shows and events focusing on contemporary glass art and design, and have played a major role in updating Murano’s identity as a centre driven by innovation as well as rooted in tradition. From this perspective, the artist’s production represents an important insight also into Murano’s future. For decades, the island was perceived solely through the lens of tradition and decorative luxury. Artists such as Fornasier, on the other hand, have shown that Murano’s heritage of expertise can indeed represent an extraordinary breeding ground for contemporary research. I was introduced to Fabio Fornasier in 2005, during the Venice Art Biennale. Philippe Daverio conceived an Italian pavilion outside the Biennale itself, which was his response to the malaise afflicting Italian art caused by a culture that neglected the value of domestic artistic production. His undertaking was a sort of counter-biennale. Daverio invited 1,600 artists to contribute with a smallscale work (measuring just 13x17 cm, almost like an offering made in fulfilment of a vow) to be exhibited at the Church of San Gallo, just steps away from St Mark’s Square. The event brought together a cohort of artists and craftspeople from all over Italy. Fabio Fornasier, who was by then a well-established artist in his forties, was quick to understand the value of the event and, with remarkable generosity, offered his Murano glassworks to host more than fifty attendees for a period of four days. The accommodation consisted of sofas, armchairs and camp beds, and everyone moved very cautiously amongst the precious glass sculptures, without ever accidentally knocking one down. Before settling down to sleep, we couldn’t help but notice the amazing chandeliers suspended like spaceships above our heads. Being the coordinator, I shared this unique experience. More than twenty years have since gone by. Fabio Fornasier has held workshops at the Gerrit Rietveld Academy in Amsterdam, the Royal College of Art in London and the Pilchuck Glass School in Washington D.C. During his time in Amsterdam, Richard Meitner gave him a piece of advice that he has never forgotten: “Murano glassmakers master a superb technique, but you really should try to keep it simple.” Fornasier carries on a family tradition that has been passed down from generation to generation, and today his children Nicolò and Valentina continue the legacy. “My ambition is to become my son’s assistant,” confides the maestro. “Now he is the one assisting me, but when we eventually swap roles, I will know he has reached his full potential.”
POET OF MIRRORS Anna Carmen Lo Calzo The mirror is possibly the only artefact that has never lost its function, even while its symbolic meaning has changed through the ages. From the attribute of the gods to the instrument of human vanity, from prophetic device to gateway to our unconscious, the mirror has always reflected an image, leaving the user to interpret what it was revealing or concealing. In the dawn of time, early human beings simply saw ‘photons bouncing off the water’, without understanding what they represented. Thousands of years passed before this phenomenon was understood, but its mystery provided the driving force that propelled civilisation forward. Indeed, our primordial instinct to explain the powerful and uncontrollable forces of nature has inspired the origin of myths, deities, poetry, literature, psychoanalysis and fundamental philosophical questions. Having established a scientific explanation of the principle of reflection, our ancestors also developed a compelling desire to preserve the alluring illusion
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of their ‘other selves’. Initially a simple sheet of polished metal, over the centuries the mirror evolved into an increasingly refined object of craftsmanship. In the Baroque era, the sophisticated skill of Venetian glassmakers transformed it into the ultimate symbol of luxury, vanity and seduction: nothing less than a royal jewel. It wasn’t until the 20th century that the mirror underwent its most radical conceptual transformation, evolving into a revolutionary tool. The undisputed creative flair of Piero Fornasetti (Milan, 1913–1988) pioneered the dialogue between traditional know-how and modern thinking, blending artistic vision with masterful craftsmanship. Painter, sculptor, interior designer, publisher of art books, surrealist genius with a whimsical imagination, Piero Fornasetti (the ‘European Renaissance man’, the ‘productive philosopher’ of the applied arts, the ‘artisan with too many ideas’) transformed objects into mysterious creations and conceptual art into ‘practical madness’. Always blurring the line between art and the everyday, artistic talent and irony, he crossed paths with legendary artists such as Ernst, Fontana, Dalí, De Chirico and Campigli, transforming his Milanese Stamperia d’Arte into a thriving creative hub. The turning point in Fornsetti’s artistic journey, however, occurred in 1940, when he met Gio Ponti during the 7th Milan Triennale: their personalities converged in the interplay of contrasting elements, giving rise to a visionary and metaphysical cosmos. They became kindred spirits, reflecting each other’s souls like in a hall of mirrors. Intrigued by optical illusions and three-dimensional distortion as a vehicle for revelation, Piero Fornasetti conceived his iconic convex mirror, part of the Trompe-l’œil (‘deception of the eye’) series, referencing the enchanting and enigmatic aesthetic of Flemish masters, whose work deeply inspired him. Trompe-l’oeil offers a powerful visual effect, in which fragmented features blur into those of the viewer, producing a unique optical illusion that turns the reflected image into a surreal experience. Fornasetti’s inspiration came from the mirror depicted in Jan van Eyck’s The Arnolfini Portrait (1434). If someone looks into a convex mirror, they find themselves in the middle of a universe that converges upon them, but the centre itself is warped. The artist’s philosophical choice is clear: the convex mirror does not distort by accident, but by deliberate design. And the distortion itself always carries meaning. His remarkable insight consisted in realising that the mirror is the only object whose surface can never be fully controlled by the artist. You can play with the frame and the shape, but it’s the viewer’s gaze that always reigns over the reflective surface, sparking a dialogue and creating the powerful, suspended tension that makes art immortal. In the 1940s and 50s, his production of convex mirrors was influenced also by rituals and superstitions, including the myth of the ‘third eye’ and the ‘witch’s eye’. The Specchio Magico, a legendary and powerful talisman found in fairy tales and folklore, introduced a new perspective on the realm of dreams and the imagination, and sparked a revolution in post-war Milanese households, restoring a long-forgotten shared cultural heritage. Piero Fornasetti has never subscribed to the idea that objects are inherently neutral, and the frames of his mirrors embody his beliefs. They are ‘narrative frames’ which, through symbols and evocative details such as butterflies, keys, flowers, shells, classical architecture, jewellery, suns with faces and intricate malachite patterns printed on lacquered frames, lead us into a magical, cosmic, encyclopaedic dimension. The artist offers a private, tasteful experience in which spectators are silently immersed and, seeing their reflection, they step into an imaginary realm. Fornasetti mirrors, which his son Barnaba continues to develop and reinterpret today through an extraordinary visual language, are among the most iconic decorative elements of Italian design. They represent the spirit of a creative
genius who reinvented domestic spaces in a poetic key, introducing a surrealistinspired aesthetic that bridges art and craftsmanship. One of Barnaba’s most remarkable projects is Il Trumeau Litobar Specchio Magico: clad in zinc alloy panels engraved with original Piero Fornasetti designs from the 1950s, and complemented by elegant walnut burl, it features at its heart a striking convex mirror. His recent creations include Il Trumeau Riflesso di Panoplie and Specchio Riflesso di Venezia (presented at Design Miami/ Paris in 2025 and based on the 1950s platter Piazza San Marco con corona dei fiori). Developed in collaboration with Barbini Specchi Veneziani, these two pieces represent the very best of Barnaba’s current production displayed at the Fornasetti Showroom in Corso Venezia, Milan, which recently underwent extensive renovations in collaboration with design studio Tutto Bene. Looking at one’s reflection in a Fornasetti frame is like setting off on a journey. Not surprisingly, Piero Fornasetti used to say that his work was something more than just decoration. It stimulated the imagination, encouraged reflection and provided opportunities for escapism. His objects were a one-way ticket to the purest and most secret recesses of the imagination.
THE EVOCATIVE POWER OF SCENT Stefania Montani Though only in her early forties, Marta Mondelli has already packed a remarkable number of experiences into her life: a degree in ancient history, with a personal penchant for classical Greece; a drama diploma, with acting sprees in both theatre and film productions; a career in marketing in New York; a prolific activity as a writer, journalist and blogger; a long-standing collaboration with the Artemest platform, promoting Italian arts, crafts and design. Returning to Italy, in 2017, she decided to settle in Milan and embark on a new adventure, this time with a completely different approach. “I moved to New York in 2000 because I was attracted by the energy of a city where everything seemed possible,” she explains. “Indeed, I spent some incredible years there, exploring different career paths. Returning to Italy with two young kids, I was ready to change the course of my life. I wanted to start something that I could create with my own hands and at my own pace, far from the frenzy of a big city. That’s how Festina Lente was born, named after the famous Latin oxymoron that is also my mantra.” Her workshop is a peaceful retreat in the very heart of Milan’s Isola district. A showroom at the front is connected to a back room where her candles are brought to life from paraffin-free, vegan soy wax hand-poured into aluminium containers. Crafting these candles is a lengthy and meticulous process, which involves incorporating alcohol-free fragrances from essential oils and gently warming the containers to prevent damage from temperature shocks. “Festina Lente was the motto of Emperor Augustus,” Marta explains. "It means ‘hasten slowly’: aim for a goal but don’t hurry. Let your imagination roam but keep your feet on the ground. In urgent situations, allow yourself the necessary time. Savour every moment. Take everything step by step and accomplish your tasks conscientiously and with joy. I chose a butterfly and a crab to represent my philosophy: the butterfly, flying freely and gracefully like the imagination; the crab, advancing cautiously, its claws anchored firmly to the ground, mindful of possible dangers. To find the perfect balance in life, we should combine the characteristics of both these creatures from the animal kingdom,” cheerfully adds Marta, whose enthusiasm is infectious. Soft music plays in the background while a delicate fragrance fills the room furnished with a comfortable armchair and many shelves stacked with all sorts
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of items, including her scented candles and diffusers. The back room contains stoves, ladles of various sizes, cooking pots and strainers. Some items, such as cups and vases, are recovered from flea markets, only waiting to be filled with wax alongside custom made jars bearing her logo. “Scents play a very important role in our lives, since their evocative power is incredibly strong. Consequently, I work with a perfumer whom I was fortunate enough to cross paths with, and who translates my thoughts into fragrances, giving tangible form to memories.” Nine fragrances are made in her workshop, each with its own story. “I wanted to recreate the scents that mean something to me, whether they evoke the memory of a place or a moment in my life,” she continues. “I gave each one an evocative name. And Luca Maffei, the brilliant perfumer with whom I develop my fragrances, always manages to interpret my creative vision perfectly. The most sought-after candles are Prima Luce, a blend of maritime pine notes, iris and citrus recalling Cilento’s sun-filled mornings. Another favourite is Ad Astra, reminiscent of the scent of salt rising from the sea on summer nights, which makes me think of shooting stars. Carpe Diem is the scent of vitality, a blend of sandalwood and tobacco that invites you to take action. Hic et nunc, a fragrance blending fern, cardamom, lavender, cypress, iris and vetiver, could be described as the very essence of serenity: an exhortation to live every moment to its fullest, to savour good times with light-heartedness, but not superficiality. I also created a candle that takes me back to my childhood in my grandparents’ house: the scent of white musk and flowers from freshly washed laundry hanging from the balcony. Carezze is also very well-liked, ideal for anyone who wants to enjoy a moment of tranquillity wrapped in a blend of vanilla, wild berries, musk, red rose and bergamot.” Marta Mondelli has successfully captured an ephemeral and emotional dimension within the tangible nature of her products. Much like a genie in a fairy tale, she creates candles that awaken distant memories, reigniting them through their evocative scent. “After all, we should never surrender our dreams and imagination,” she remarks with a smile that radiates inner peace.
A GLOWING TRADITION Francesco Rossetti Molendini As summer slowly draws to a close, some lights keep glowing long after the warm season has ended. If you find yourself in the piazza of a small town in southern Italy during the celebrations for the local patron saint, you’ll be staring up in awe at the light-filled arches and geometric patterns that seem to be embroidered across the nighttime sky. The luminarie, from the Latin lumen, represent the ancient origin of the art of light installations: a heritage of craftsmanship, creativity and collective memory that Mariano Light has preserved and reinterpreted for generations in Corigliano d’Otranto, in the heart of Grecìa Salentina. Since 1898, when Salvatore Mariano set up his production of traditional parazioni (installations decorated with flowers, papier-mâché, drapes and oil lanterns that were the forerunners of modern luminarie) the family business was carried on by his son Eliseo, who founded F.lli Mariano in 1946, and Lucio Mariano, who spearheaded the company’s contemporary development from 1986. Giulio and Simone Mariano represent the fourth generation, committed to carrying on their legacy with a focus on innovation, bespoke design and the promotion of artistic lighting in urban, commercial and international contexts. “Originally, luminarie were conceived as ephemeral architecture, designed to last just a few days during patron saint festivals and religious processions. They transform public spaces by dressing streets and squares in spectacular guises.
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But when they step into the worlds of design, art, hospitality or luxury, their lifespan changes: rather than something that’s simply set up, enjoyed and then taken down, they become a feature that can occupy a space more permanently,” explains Lucio Mariano. Likewise, the relationship with the location changes too: “In our case, this translates into paying even greater attention to materials, durability, maintenance and the balance between decoration and purpose. Still, our mission remains the same: a light installation must spark emotion. Whether it’s lit up for three days during a village feast or it becomes a permanent feature, it should always inspire awe in the public.” A striking element in the history of Mariano Light is the relationship between technological innovation and traditional craftsmanship, evolving from oil lamps to interactive RGB lighting systems. Even so, there are certain techniques that the artisans have never wanted to change: “It’s never merely an industrial process. A degree of manual work is always involved, like deciding on the layout, adjusting proportions, assembling the wood, applying paint, setting up the wiring and of course meticulous attention to detail. One of the key skills is the ability to anticipate the end result’s impact within a location, the way the light will perform, the harmony between empty and full spaces. It’s something you learn on the job, working with more experienced craftspeople. This is how tradition endures: balancing innovation without erasing the past.” When looking at a light display, nobody should be aware of the cables or the supporting structures: they should simply feel like they are in a dream. In the Salento area, luminarie have always served the purpose of drawing a community together in public spaces, a function that continues to this day: “We live in an age where many events are consumed rapidly and individually through personal screens. Instead, our projects invite people to step outside, gather together and enjoy the display as a shared experience. Even when it is photographed and posted on social media, the initial moment remains ‘physical’: you have to be there, immersed in the light that illuminates the space.” Over the years, the Lecce-based family has undertaken numerous commissions: fashion shows and exhibitions for brands such as Fendi, Dolce & Gabbana, Kenzo, Pomellato and Bulgari, as well as international projects stretching from Spain to Switzerland, Qatar and Japan. Major public festivals, where it all began, continue to hold a special place in the company’s heart: “The glasseffect tree we installed on the Spanish Steps in Rome, the large-scale interactive luminous snake erected in Singapore, the engagement party held in Bangkok featuring 28-metre-high light displays mounted on a floating platform. In their diversity, these projects showcase a local tradition that communicates in a contemporary and international language, while remaining true to its roots.” What exactly does a luminaria represent for Lucio Mariano, today? “It’s an artwork, a symbol of the identity of southern Italy and the Lecce area. It’s a cultural legacy that embodies the work of our master artisans. For me, it evokes a family tradition, the scent of wood, the anticipation of the moment when the lights are lit. It’s a mixture of hard work, responsibility and a sense of pride.” Luminarie are one of the remaining great expressions of folk-art, combining religious faith, craftsmanship and wonder. When the countless colourful lights are turned on, the luminaria ceases to belong to the person who created it and becomes a collective experience.
REFLECTIONS OF AUTHENTICITY Andrea Bertuzzi Looking into a mirror involves, first and foremost, coming to terms with our own image. We can decide to look at ourselves critically, hunting for flaws and
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taking in uncomfortable revelations, or we can opt for a more relaxed approach, twisting our features into a cheeky grimace. The mirror invariably plunges us into the eternal conflict between reality and delusion. “Mirror, mirror on the wall, who is the fairest of them all?”, asks the queen in Snow White. The mirror gives a merciless answer, since its function is not to make things up, but to reflect reality; though that, too, never amounts to the whole truth. We reach out and try to connect with our reflection with our fingers, as if we could cross the surface like Alice in Wonderland. After all, ever since we were children Lewis Carroll’s stories have taught us that a mirror can also be a gateway of light, an invitation to step into an upside-down world. Light is essential to the very existence of a mirror. The fact that, in Venice, light possesses a fluidity and iridescence like no other city does not come as a surprise. It is refracted in the canals, bounced off the façades and filtered indoors by the lagoon. This may well be how the city has been able to transform light into a mouldable material. The Ongaro & Fuga workshop, founded in 1948 by Franco Fuga and Tullia Ongaro, offers an excellent example of this evolution. Both skilled artisans, Franco and Tullia were partners in life and work, whose Venetian-style mirrors quickly gained worldwide recognition. Their legacy, first taken up by Giuliano Fuga, is now in the hands of his son Ludovico, who continues it in the family’s footsteps. Twelve artisans are currently engaged in the workshop. “These masters are not ordinary mirror-makers. They are exceptional artists who instil life into glass, creating reflective surfaces that embody the culture and craftsmanship of Venice,” explains Ludovico, who oversees commercial operations and product management. “Every mirror is created in the graceful interplay between the artisan’s hand and the limitless potential of glass. The process always begins with the design, followed by a hand-drawn, 1:1 scale template, which we use to carve the wooden framework. The design is only transferred into a computer at a later stage.” This is the only phase requiring the contribution of technology. “After this phase, the cutting and grinding are carried out by hand. The segments of glass are meticulously shaped to match the design. The engraving process delivers our signature touch, with figures of ladies and knights or patterns featuring twigs, rosettes and intricate floral motifs, thus enriching each piece with layers of texture and narrative depth. The glass finally becomes a mirror through the traditional technique of silvering, which consists in applying a layer of silver nitrate to obtain a perfectly reflective surface. It is also possible to recreate the effect of an artistically aged mirror by reproducing the characteristic stains that appear naturally over the decades. Not only does this enhance the mirror’s overall beauty, but it also establishes a connection with the very essence of Venetian traditional craftsmanship.” The production process typically takes around 10 hours, but this varies depending on the complexity of the decoration. “A French-style mirror displayed at the Venice Glass Museum in Murano required over 400 labour-hours,” reveals Ludovico. Their largest mirror, made for a client in the Middle East, measures 6 by 4 metres: “It was designed to be shipped in eight sections, and it was accompanied by detailed mounting instructions.” Ninety percent of the projects undertaken by Ongaro & Fuga are bespoke. The company generally liaises with architects and designers rather than with the end customer. “We must work within the natural limits of glass, respecting traditional craft techniques. Every new challenge begins in the dialogue between the idea and the material.” These challenges often give rise to spectacular creations, such as the mirror developed in collaboration with Christian Pellizzari that was presented at the latest edition of Doppia Firma. Ludovico, now 25, describes what it was like to grow up surrounded by mirrors. “I would visit my father quite often in his workshop, and there’s one particular
memory that I always associate with my childhood: the smell of the silvering process. That’s something that has stuck with me. I was fascinated by the almost magical transformation of clear glass into a mirror. A slow process, during which the surface would suddenly change and begin to reflect the world around it, leaving me standing wide-eyed and spellbound. I think what really drew me to this craft was the amazement I felt. Not everyone raised in the atmosphere of a workshop chooses to carry on in the trade. But I had my mind set, well aware how this rare art was on the verge of disappearing. I found myself wanting to preserve it.” In his journey as a craftsman, Ludovico also realised that mistakes aren’t always something to be dreaded. Sometimes that’s exactly how beauty is born. “It happened quite recently, working for the last Salone del Mobile. We ordered the wrong type of glass, and while we were trying to figure out how to use it in a different way, we discovered a new effect we’d never encountered before. We ended up with a fused and cast glass that resembles the surface of the moon: an effect that would have been impossible to conceive beforehand.” In a digital world, where screens multiply and distort images and identities, handcrafted mirrors preserve an invaluable treasure: the intentionality of the human gesture, the unique, irreplaceable nature of the material and the most authentic expression of reality.
THE MAN WHO SHATTERS LIGHT Luca Bergamin What made Davide Medri, now fifty-nine, develop a youthful passion for light can be credited to the influence of a lady. Not just any lady, but the imperial Galla Placidia, daughter of Theodosius and half-sister of Honorius. Her mausoleum, commissioned in the 5th century by the empress regent herself, led Davide Medri to realise that his life was to change forever, as he became completely absorbed by the radiance of mosaic tiles. “The enchantment with that place has never worn off. Looking up at the vaulted ceiling with its starry sky, you can really experience the magic,” explains Davide. “The low ceiling, covered in cobalt blue and countless golden stars, transports you into a very spiritual dimension. This feeling triggered the thirst for knowledge and hunger for experimentation that still drive me today.” After graduating from the Academy of Fine Arts in Ravenna and completing his studies at the Istituto Statale d’arte per il mosaico Gino Severini in Ravenna and the Vocational Training Centre Albe Steiner, Medri resolved to commit his life to mosaic art, first in the classical Byzantine style of Ravenna, and later in more contemporary expressions involving the use of reflective tiles. “The turning point for me was meeting Bruno Rainaldi, a key figure in the history of design who encouraged an inexperienced young artist to channel his creative energies in the right direction,” continues Medri. “Indeed, that outpouring of confidence and energy prompted me to create a number of mirrors with threedimensional frames entirely clad in a mosaic of reflecting surfaces. Next came a range of tables called Narciso, also covered in a mosaic of mirrors. These designs originate from a single, tiny tile positioned in the centre of the tabletop, which multiplies in a sequence of concentric circles that cover the entire surface. When illuminated by a system of LEDs, it turns into a pool of light.” Gentle-natured and steadfast, Medri lives in the village of San Carlo, stretching across a hillside in the Cesenate area, in a converted mill that he refurbished to reflect its original rationalist style. In his world, light is both a natural companion and a source of inspiration. “I consider it a spiritual presence, connecting God and humankind. When I observe my face in my works, the reflection is completely fragmented. Then, suddenly, I catch a glimpse of my
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iris in one of the tiles, and it blows me away,” shares Medri, who says he is very religious. In that instant, you can’t tell whether you are looking at the artwork or the other way round. It seems to have a life of its own. That’s possibly because, even three decades on, I still pour my heart and soul into my work.” The artist’s passion comes through in all his works: from the series of sculptures sheathed in a mosaic of reflective and red glass tiles over an iron framework coated with a layer of polystyrene, to the Specchi Segnali Stradali series inspired by road signs. The latter is one of Medri’s most light-hearted creations: “I wanted to restore dignity to these mass-produced objects by taking them off the streets, decorating them in a Pop Art style and placing them in people’s homes. We see them everywhere, but we fail to give them due recognition,” the designer continues. “I cleaned them up and transformed them into decorative pieces of furniture. I like to think that Marcel Duchamp and Andy Warhol would have appreciated them. After all,” adds Medri, “whenever I bring one of my objects to a client’s home, I notice the way the atmosphere of the room changes, simply because my glass tiles create a magical effect: when a ray of light strikes them, they cast a glow around the room, just like a halo of luminous fragments that keeps changing throughout the day, even though the piece does not move.” Davide Medri is currently focusing his energy on his latest endeavour: interpreting some of art history’s icons on mirrored surfaces. Knowing that artists always like to experiment, Davide Medri has also embarked on a creative exploration in goldsmithing, with a range of bronze and silver jewellery, and in the field of painting, with large-scale watercolours. In these pieces, the theme of reflection is expressed through the use of gold leaf. “I’m really enjoying myself in this phase of my life. Take these watercolours, for example: the way the light of the night illuminates them is simply breathtaking. That’s when I see the spiritual messages they carry.”
AN ISLAND OF LIGHT Alberto Cavalli Can light spell out words, shape thoughts and spark emotions? Can light nurture and enrich our hearts like it does for plants, flowers and crops? Most importantly, can light transcend the boundaries of optics and physics and become a philosophy, a prism through which we can explore new ways to live and create? For Es Devlin, the answer to all these questions is affirmative, because she knows that light is the primeval force that generates not only insights but also memories. Indeed, in this age where everyone, as Alessandro Mendini once remarked, is trying to tell us stories, the artist’s purpose is rather to help us shape our memories and create a treasure that time cannot consume. Acclaimed for her innovative and inspiring use of light, Es Devlin is a British artist, set designer and creator of memorable productions for Lady Gaga and Beyoncé, as well as a distinguished contributor to the world’s leading opera houses (her staging of Tristan und Isolde at the MET Opera in New York was described as magnificent). As artistic director of Homo Faber 2026, Es Devlin was called upon by the Michelangelo Foundation to transform the island of San Giorgio Maggiore into a poetic and epic showcase of virtuosity and creativity, featuring more than 700 objects made by nearly 500 craft artists from over 70 countries. What Es Devlin brought to Fondazione Giorgio Cini, amongst its cloisters and gardens, within its Palladian halls and bold 20th-century architecture, is something more than just a vision: it is a philosophy. She brought a new perspective on craftsmanship
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at a moment in time when artificial intelligence is questioning the very existence of human creativity. In her radical approach, the beauty of the objects on display is magnified by the exquisite setting in which they are immersed. For Homo Faber 2026, Es Devlin conceived an itinerary that unfolds across 15 exhibitions, each of which celebrates human talent – of course – as well as the natural resources that human ingenuity and skill can manipulate and transform, enveloped in a poetic play of light. The curatorship, led by the Michelangelo Foundation under the watchful eye of Hanneli Rupert, followed Es Devlin’s directions for each of the 15 spaces: the large kinetic tower filled with bizarrely shaped objects, whose silhouettes become mysterious symbols when projected onto the walls, reminiscent of ideographs and hieroglyphs; the crescent-shaped structure rising from the former Gandini swimming pool, which pays homage to water through scores of vessels inspired by Korean moon jars; the room dedicated to wood and to materials that are used to weave objects, which are born from the earth and nurtured by water and light; the space where the air we breathe is celebrated by countless birds, insects and other inhabitants of the sky (both real and imaginary), shimmering behind windows inspired by Venetian architecture; the light-filled banquet in the Palladian Refectory; the room where colour triumphs, as if Goethe had returned to the Monastery of San Giorgio Maggiore to revisit his Farbenlehre; the cloister where the sound of twenty silent bells resonates not in the air but in matter, suspended on panels crafted by artisans from the four corners of the world; the hall presenting masterpieces of decorative arts in dialogue with master craftspeople, evoking an 18th-century workshop reimagined in a contemporary dream; the huge tapestry honouring the creatures of the natural world; the monumental lens that reflects Fondazione Giorgio Cini’s architectural beauty against a backdrop of water and sky; and monumental paper birds, whose flight is suspended in a stone cosmos. Above all, the exhibition showcases an unflagging passion for skilled artisan hands: the imperfect restlessness, the passionate perseverance, the extensive range of backgrounds, training, experiences and generations that do not alter the shared spirit that Homo Faber consistently celebrates, and that lies in the ability to reveal talent, surely the most precious gift of all. Each master selected for Homo Faber 2026 reveals their skill through their work and gestures; each master offers the audience a privileged perspective into their creative and expressive worlds; each master reflects a uniqueness that Es Devlin expertly highlights through her choice of colours and shades, materials and reflections. The eyes of the public are nourished without the mind being overwhelmed, allowing beauty to be not only aesthetically significant but also truly memorable. Memorable and useful, while it shows new horizons to those – maybe young, vulnerable or insecure – who realise that when darkness deepens, only the light of beauty can illuminate the path that leads to self-discovery, to personal happiness, towards the ‘home’ one bravely reaches through dedication, hard work and determination. As Es Devlin suggests, this is the most valuable gift that every homo faber brings into the world: talent infused with the light of life.
AN ALPHABET OF OBJECTS Giulio Mazzoleni Es Devlin’s An Island of Light celebrates the creativity of the master craftspeople featured at Homo Faber 2026. Within this framework, the exhibition An Alphabet of Objects explores light and the passing on of craft knowledge. In this space, shadows are the key element of the narrative, understood not
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as the absence of light, but as the result of its very existence. This duality serves as a communicative device that produces meaning. What emerges is a visual language generated by the arrangement of individual symbols representing the finest examples of craftsmanship. An Alphabet of Objects is staged within a kinetic circular installation, both of which are recurring features in Es Devlin’s artistic language. Perpetually rotating, it represents the dynamic nature of knowledge and provides visitors with ever-changing perspectives. This setting introduces projection as a metaphorical and figurative element. While they interact with movement and light, the exhibited artifacts cast shadows on the surrounding walls, offering new readings of the objects themselves, evoking the age-old tradition of shadow play and ancient cave paintings, the very first non-verbal and artistic forms of human expression dating back to the Palaeolithic era. Such imagery evokes Plato’s Allegory of the Cave, the discovery of the ambivalent nature of shadows (both evocative and illusory) and the pursuit of human knowledge. Indeed, knowledge is shared through the establishment of a common language. The manufactured object thus becomes a linguistic expression with a dual identity: that of the signifier and of the signified, of the material substance and the significance of the message. The exhibition space is designed to stimulate visitors to ‘read’ the objects as if they were letters forming the alphabet of the international language of craftsmanship. The exhibits are handpicked for their evocative silhouettes, their expressiveness and the ever-changing shadows they project. Each piece responds to light in a different way, from full opacity to sheer transparency. The alternating sequence of brightness and shadow reflects the inherent nature of this symbolic language. The objects on display, in shades of rust, black and cream, represent the elements of earth, darkness and light characterising the prehistoric context in which language first originated. A sequence of 160 objects is arranged across seven horizontal tiers. The central levels feature a selection of 80 creations by craftspeople and designers from around the world, which are made from materials that have been part of our history for hundreds, if not thousands, of years, such as ceramics, vitrified porcelain, copper and bronze wire, paper, cotton, wax, gold and clay. Wood is also represented, of course, in some extremely rare varieties, such as objects elaborately crafted from olive burl, a 6,500-year-old oak fossil, and the roots of fallen trees from the mountains of Japan. In a dialogue between past and present, these masterpieces invite us to reflect on the eternal values of humanity – identity, communion, harmony, nurturing, prosperity, introspection – represented in contemporary and traditional rituals that showcase the manifold expressions of craftsmanship. The upper levels boast a collection of priceless historical value: a representative selection of artifacts from the Pauly glassworks, a long-established Muranobased company, whose treasures have been acquired by iDogi, a leading manufacturer of contemporary glassware and lighting. Exclusively for Homo Faber, iDogi presents a series of objects that have remained behind closed doors for several decades. The lower display levels are dedicated to the future. San Patrignano Design Lab craft workshops present their paper decorations inspired by the community’s botanical universe, which blends the environment, craftsmanship and personal regeneration. The collection provides a valuable insight into the communicative power of objects and the process of personal evolution and empowerment. By exploring the diversity of skill and creativity, An Alphabet of Objects reveals, through light and shadow, the most tangible and universal dimension of human expressiveness.
AN ATELIER ALIVE Andrea Tomasi Since its inception, in 2018, one of the key features of the Homo Faber experience is the presence of craftspeople demonstrating their savoir-faire to the public. In the fourth edition, this element plays an increasingly significant role. For the very first time, over 70 craft artisans, not only from Europe but from every corner of the world, will engage the public with live demos held in ten dedicated spaces. Artisans take centre stage in the exhibition An Ascending Audience, hosted in the premises of what used to be a print shop on the island of San Giorgio. The space is divided into two distinct sections, one dedicated to wood and one to wicker and other natural fibres, while the artisans who skilfully transform these raw materials create a link between the two at the centre of the room. Thanks to basket weaving, widely practiced all over the world, visitors are transported to faraway lands: from Malaysia (represented by Senia Jugi, one of Asia’s leading masters in the art of weaving natural fibres) to the small kingdom of eSwatini, which makes its debut at Homo Faber with brightly coloured brooms that already enjoy cult status amongst design enthusiasts. The interaction between craftspeople and the public reaches its height in An Atelier in Action, the largest exhibition space at Homo Faber 2026. Here, established and up-and-coming contemporary craftspeople share their expertise with the public in eight different categories: ceramics and stone, glass, metal, natural materials, paper, leather, textiles and restoration. The latter marks the inauguration of a significant collaboration between the Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship – the Swiss foundation behind Homo Faber – and the World Monuments Fund, an American non-profit organisation committed to preserving sites of historical and cultural significance worldwide through community-based projects involving local craftspeople and their training. The launch of the Italian chapter of the World Monuments Fund in the first half of September is marked by the restoration of a number of objects in the permanent collection of Milan’s Poldi Pezzoli Museum, which the American charity is sustaining in revamping the section dedicated to its masterpieces. Later in the month, the World Monuments Fund shares its experience from the perspective of Eshraq Alabrash, a Syrian restoration expert who led a major conservation project in Lebanon and who, thanks to the support of the World Monuments Fund, is continuing her training as a stone carver at the prestigious City & Guilds of London Art School. Unlike past editions, none of Richemont Group’s maisons are participating in Homo Faber 2026 with workshops showcasing their own master craftspeople. This year, Homo Faber’s curatorial team invited several leading brands to sponsor the participation of independent craftspeople: an invitation that received an enthusiastic response, both in terms of participation and patronage. Buccellati, renowned for its exquisite craftsmanship in silver and other precious metals, promotes the talent of young independent British craft artist Jessica Jue, whose creations are characterised by a clean-cut minimalism. Similarly, Cartier invited to Venice some of the finest craftspeople with whom it has been collaborating for years, such as master woodworker Etienne Rayssac and straw marquetry expert Valérie Colas des Francs. Right up to Vacheron Constantin, unveiling at Homo Faber 2026 a collection of six unique pieces created in collaboration with six craft artists: Anna Le Corno (wood marquetry), Julien Vermeulen (featherwork), Marianne Guély and Anya Midori (paper), Laura Baverstock (embroidery), and accomplished Italian glassmaker Simone Crestani. Participants spend four days in Venice before leaving their workspace to fellow artisans. In line with a precise curatorial approach, priority has been given to
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craft artists who have never showcased their work at Homo Faber, such as the young origami artist Giuseppe Romeo, who is also the only one to be present throughout the entire event. Romeo’s role includes supervising the creative workshop to which all Homo Faber 2026 visitors are invited to contribute by making a paper flower, which will be assembled to form a huge bouquet at the end of the exhibition. This participatory project will yield an installation carrying the personal touch of thousands of craft enthusiasts.
AN INFINITE BIRDSONG Alessandro Pilot “Il faut être léger comme l’oiseau et non comme la plume” – Paul Valery. For Homo Faber 2026, Es Devlin designed an entire room dedicated to the element of air. Entitled An Infinite Birdsong, the installation seems to address a timeless dilemma: can solid matter reproduce the intangible? Can the work of our hands capture infinity and uplift a purely sensory experience to a higher plane? These questions have crossed the history of art and humanity, frequently finding a plausible answer in one of the most symbolic elements of the universe: light. As a metaphor for life, faith and intelligence, for physical and spiritual ascent, light has accompanied our existence since the dawn of consciousness, serving as a threshold beyond which our species has constantly pursued its spiritual elevation. Staged within the setting of Fondazione Giorgio Cini, which Es Devlin transformed into an island of light, An Infinite Birdsong offers a kaleidoscope of colours and reflections, transporting reality into a fantastic world bursting with light and life. Although neither artist nor artisan holds the secret to generating life from matter, human beings possess the equally revolutionary power to represent it: realistically, symbolically, poetically. In this space, every element serves this purpose, in a dazzling and compelling multiplication of meaning. What substance is more lustrous than a precious material? What creature is more ethereal than one that can take to the air? What sound is more sublime than birdsong? And what city is more suspended than Venice, set between the endless expanse of sea and sky? The British designer presents a journey towards infinity accompanied by master artisans from around the world, as well as historical manufacturers that have represented the pinnacle of excellence for many decades, sometimes for centuries. To An Infinite Birdsong they have contributed a host of precious and sparkling flying creatures, all of which are naturally attracted by light. In the quiet of their studios, dozens of independent craft artists have also created insects and birds in ceramic, glass, stone, paper. Thanks to the artisans’ skill, these creatures shed their physical weight and spread their wings in a symbolic sky, visible through the Venetian double-arched windows designed by Es Devin, who drew inspiration from the historical palaces on the Grand Canal. At the centre of the room stands Van Cleef & Arpels’ colourful aviary, housing over twenty precious jewel brooches, whose naturalism and poetry invite visitors onto an imaginary Noah’s Ark entirely reserved for birds. A collection of exquisite jewellery pieces, made by the French Maison between the 1920s and the present day, forms an improbable flock of gleaming swallows, sparrows, kingfishers, blue-headed trogons, storks and parrots, all crafted from the most precious metals and adorned with gemstones that capture the endless variety of nature’s colours. Cartier’s master craftspeople, too, have always been inspired by the animal kingdom. The precious treasure chest they bring to Homo Faber 2026 is
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inhabited by birds and jewelled insects: ladybirds, iridescent beetles and colourful butterflies. A large brooch, dating back to 1948, takes centre stage: a unique piece depicting a bird of regal grace, made in platinum and white gold, with a breathtaking arrangement of diamonds set in many different cuts and mounts. The Bird of Paradise designed by Gianmaria Buccellati in 2002 is also one-ofa-kind: a brooch structured like a perfectly controlled explosion of diamonds surrounding a single irregular baroque pearl that constitutes its body. This creation is immersed in the brilliant play of light and reflections that characterises the entire room, with the addition of a prestigious and gleaming backdrop: a hand-crafted fan of silver feathers made by the Maison’s master silversmiths. Vhernier’s minimalist and sophisticated penguins and toucans stand out for their contemporary design and bold use of colour, topped by the subtle irony of a family of charming caterpillars in diamonds and rock crystal, which seem on the verge of sprouting wings and flying off. Craftsmanship breathes life into all the pieces displayed in the room: Dunhill’s Aquarium table lighters, whose birds defy gravity thanks to the ‘Reverse Intaglio’ technique, and Montblanc’s luxurious sculptural pens, adorned with pheasants, dragonflies and a phoenix preparing to take flight, featuring inlays, engravings, enamels and Maki-e lacquer inspired by Japanese traditional art. Vacheron Constantin’s refined enamels and Jaeger-LeCoultre’s skilful ‘snowsetting’ motifs grace the timepieces of two Maisons whose centuries-old heritage is characterised by the integration of outstanding artistic craftsmanship in their creative approach to the measurement of time. Es Devlin’s staging and the selection of masterpieces on display make An Infinite Birdsong an exhibition in itself, which opens with a question that may well remain unanswered, but leaves the public with at least one certainty: beauty is, and always will be, the one thing truly capable of enriching the human spirit.
TWENTY SILENT SONGS Giovanna Marchello Consolidating the creative formula inaugurated in the third edition, the Cypress Cloister hosts an open-air workshop where timeless traditions engage with contemporary exploration, resulting in artworks that are as remarkable for their craftsmanship as they are for their inventiveness. The narrative journey of Homo Faber 2026: An Island of Light culminates with an installation inspired by the tolling bells of the Basilica of San Giorgio Maggiore, which once punctuated monastic life within the ancient Benedictine complex. Today, the columned portico reverberates with Es Devlin’s Twenty Silent Songs: soundless chants that transcend time and place, and crystallise the chiming of bells into cymatic patterns. These silent songs are interpreted by an impressive line-up of international craft artists and ateliers. Within their interpretations of resonance, a variety of techniques and materials intersect and interact: the glass mosaic created by Fondazione Bisazza (Italy) in a stylish blend of tradition and design; medieval stained glass reinterpreted in a contemporary key by Geoffrey Wallace (Australia); shimmering metal intertwined by emerging talent Shehrbano Salahuddin (Pakistan); the sculptural quality of hand-carved woodwork by Ahmed Alfawzan (Saudi Arabia), updating the age-old legacy of Najdi doors. Just as in 2024, one of the most fascinating characteristics of this shared project lies in the fact that each panel, representing the product of personal journeys within contexts that differ deeply in terms of geography, climate and stage of life, is as harmonious as it is complex. In a striking visual counterpoint, the silent song of Miriam Ellner (United States), acclaimed master of verre
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églomisé, engages in a dialogue with the woven textiles narrating the cultural legacy of artist Princia Matungulu (Democratic Republic of the Congo), while students from City & Guilds of London Art School (United Kingdom) carve their ‘artisan future’ in Moleanos stone and Ramon Gamboa (Cuba) entrusts his voice to feather art. Jian Yoo (South Korea) crafts mysterious patterns in mother-of-pearl; Alberte Svendsen (Denmark) transforms rye straw into a watercolour; Layla MayArthur (Netherlands) layers paper into micro-motifs inspired by the architecture of the island of San Giorgio; Anastasia Kovaleva (Poland) “paints” with seeds and pressed flowers. The heart of the Amazon beats in the wood marquetry by Maqueson Pereira Da Silva (Brazil); a striking composition by Toyoumi Kenta (Japan) blends urushi lacquer, jewel beetle wings and quail eggshells; the leatherwork by Sofia Shazak (France) echoes Hungarian traditions; the sophisticated decorative techniques of ShosonThatawakorn / Ausara (Thailand) are channelled into a hypnotic Möbius strip; the plasterwork by Spektro Atelier / Oliver Braun Company (Czech Republic) suspends the feverish rhythm of a kinetic spiral; a three-dimensional flower blossoms in a mosaic by Frozen Music (India); hundreds of thousands of crystal beads, orchestrated by Brilliance Bead Atelier (South Africa), pulsate with colour and life; and artist Seeker Li (China) explores a whole new dimension for traditional Su needlework. In the Cypress Cloister, each artwork is imbued with meaning stretching beyond its function and origin. Indeed, each panel contains a world within it, which interacts with the others and reemerges as something entirely new. This silent gathering of surfaces and materials reveals how craftsmanship can translate memory, light and resonance into works that speak the language of today. Where talent is not limited to manual skill, but embraces curiosity, exchange and interpretation. Es Devlin devised oversized panels to enhance the beauty of the twenty circular panels and, in the spirit of Homo Faber, enable visitors to admire their every detail even up close, encouraging the public to explore and be enchanted.
VENICE’S SALONE DELL’ALTO ARTIGIANATOWHERE MASTERY RULES Fabrizio D’Oria Two opposing forces emerge from the ongoing debate on the future of craftsmanship: globalisation and the uniqueness of the human touch. In a society ruled by speed, standardisation and mass production, craftsmanship represents a counter-cultural alternative. Not a throwback to the past, but a meaningful contribution to the pursuit of authenticity, identity and purpose. The fourth edition of the Salone dell’Alto Artigianato Italiano, running from from Thursday 1 to Sunday 4 October 2026, addresses this scenario in the setting of the Venice Arsenale. This symbolic location (for many centuries the crossroads of ingenuity, technical skill and the transformation of materials) is now the showcase of craft knowledge that continues to advance without losing sight of its roots. Promoted by the City of Venice and organised by Vela spa, the exhibition aims to celebrate Italian craftsmanship of excellence, providing a national spotlight for businesses preserving and reinterpreting Italy’s manufacturing heritage. Wood, glass, ceramics, textiles, leather, metals and precious stones come together to create an amalgam of expertise that reflects the richness of Italy’s regional cultural heritage, traditions and skills that have been handed down across countless generations. In addition, in order to encourage a more responsible and mindful form of tourism in Venice, the exhibition was designed
in accordance with the principles of sustainability. The event presents local traditional crafts (beginning with those of Venice) and Italian craftsmanship, encourages the passing on of historical skills and, at the same time, fosters an active dialogue with new technologies. By striking this balance, traditions are preserved without compromising innovation. Contemporary craftsmanship is not defined only by manual expertise anymore. Today, storytelling has become as important as craftsmanship itself. Every artefact reflects materials, a process, an origin and an identity, which the public are keen to explore and understand. The narrative component plays a central role in the creation of value, thus transforming the object itself into an experience, a connection and a cultural statement. The role of the artisan is evolving in this context: no longer just a skilled craftsperson, but an interpreter of specific traditions, an innovator capable of blending past and present, a key player in creating an economic system that bridges local roots and global perspectives. Digital communication is amplifying this transformation, making it possible for a craft workshop to engage with the world through images, videos, visual storytelling and e-commerce. The exhibition reflects this transformation in a comprehensive programme of workshops, conferences and in-depth meetings focusing on design, product innovation, experiential tourism and new forms of cultural entrepreneurship. More than an exhibition space, the event is an opportunity for exchange and knowledge-sharing, where new networks are forged and professional opportunities can be explored. The figures for the 2025 edition underscore the event’s growth: over 180 exhibitors from every part of Italy, more than 20,000 visitors attending the four-day event, a programme of conferences and live demonstrations featuring over 40 sessions, and a steady increase in the number of international buyers and industry professionals. These results confirm the widespread interest in high-quality craftsmanship and Venice’s ability to attract a discerning and knowledgeable audience. Three factors will be decisive for the craft sector’s future: training, encompassing technology, design and cultural awareness; communication, showcasing processes and diversity; and strategic vision, supporting international competitiveness in a highly globalised economy. In this way, craftsmanship will not be a relic of the past, but it will establish itself as a form of slow innovation, tangible sustainability and locally-based economies with an international outlook. While society tends towards uniformity, craftsmanship restores the value of the human touch, of materials and time. It reminds us that the future is not determined by mass production, but by the creation of meaning. Year after year, the Salone dell’Alto Artigianato Italiano offers proof of this phenomenon in the heart of Venice’s Arsenale. The exhibition’s information campaign is supported by the project Venice and its lagoon: management and promotion of tourist flows, funded by the Italian Ministry of Tourism. www.saloneartigianato.venezia.it
IN PRAISE OF IMPERFECTION Franco Cologni The ultimate expression of beauty and splendour – Venice and its lagoon – and the highest manifestation of human talent – master craftsmanship – share one common trait: both should have ceased to exist a long time ago. They are imperfect, unbalanced, costly, indeed even blemished, if perfection is measured by the impersonal yardstick of efficiency.
MESTIERI D’ARTE & DESIGN
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If, however, we change perspective and decide to look past the frenzy of a spiritless modernity to the poetry of a contemporary world, more attuned to our present selves, the picture changes altogether. Beauty, grace and talent thus converge in the poetic nature of objects that defy the passing of time; not because they are objectively perfect, but because they are meaningful and reflect the evolution of human experience. Indeed poetic, not prosaic. This poetry is by no means void of labor, as master craftspeople can attest. However, this labor, though inevitable and relentless, is far removed from the blind toil of an insect, which results in dehumanisation and conformity when applied to human endeavour. Like all things that are intense and meaningful, this poetry is expressed in ever-changing ways, steering clear of standardisation, predictability and triviality. Whether by their apparent simplicity or their majestic uniqueness, the objects created by craftspeople offer an effective antidote to our dreary times, allowing us to reconnect with the joy of making. It is also (why not?) a way to express oneself and one’s authenticity, rejecting the stylistic dogmas that carry the barrenness of anonymity. It means reclaiming our dreams and allowing our desires to thrive in the beauty born of the bountiful work of our hands. By discovering the secrets within the seemingly imperfect marks left upon objects by the work of human hands, we allow the wonder of beauty to reawaken our hope for rebirth, encouraging us to invest in a more humane future: a future crafted with skill, thoughtfulness and passion, which is what every homo faber strives to achieve. The Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship and the Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte are committed to ensuring that these enchanting and inspiring objects will always continue to reflect the splendour of the past while guiding us towards a richer future. A future that will come from all of us, mindful creators of a universal beauty, where the signs of our hands on matter are not seen as imperfections, but as a testament to who we truly are: unique individuals capable of dreaming and of turning those dreams into reality.
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