Gioco di squadra 1
Torna lo Space Meetings Veneto, dal 20 al 22 maggio a Venezia
Dalla Terra allo Spazio e ritorno, EIE GROUP allarga i confini
DALLA TERRA ALLO SPAZIO... e ritorno! Dai grandi strumenti per le scienze astronomiche alle innovative applicazioni spaziali, alla difesa del nostro pianeta e del suo ecosistema
Space Surveillance & Tracking NEO Detection Antennas
Ground Support Equipment Calibration Facilities
Earth Observation Solar System Exploration
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L’editoriale Può sembrare contraddittorio mettere una racchetta in copertina e poi titolare gioco di squadra per quello che è considerato il gioco più individuale al mondo, il tennis appunto. E invece i successi della nazionale in Coppa Davis ma, soprattutto, la vittoria di Yannik Sinner degli Australian Open, con quella simbolica foto finale di lui circondato da tutto il suo staff, evidenziano esattamente il contrario. E cioè che nessuno vince da solo. Al pari di un astronauta che è sicuramente il protagonista di una missione spaziale, missione che però non esisterebbe senza le migliaia di persone che lavorano per la sua riuscita. Un colpo di genio resta un’idea se non ha la squadra per renderla reale. Ci vuole sia l’idea che lo staff giusto, perché dietro ogni successo c’è sempre una squadra, ma soprattutto ci vuole costanza e il giusto tempo. Yannik Sinner non ha fretta di diventare il numero uno. Certo lo vuole diventare, ma sa anche che è necessario fare un passo alla volta, applicarsi per migliorarsi. È lo stesso concetto che porta a produrre un buon vino, a scrivere un bel romanzo, a realizzare un’impresa che da piccola cresce col tempo. Cosa c’è di nuovo nella descrizione di questa realtà? In effetti niente. Quello che c’è di nuovo però, nella cultura del nostro tempo, e la cultura del tutto e subito, delle facili scorciatoie da prendere per diventare qualcuno, senza applicarsi e men che meno migliorarsi. Viviamo in un periodo in cui sembra che non sapere non sia più sinonimo di ignoranza e che basta avere un po’ di sfrontatezza per raggiungere traguardi importanti. Però non è così. E per fortuna. Certo qualcuno in effetti riesce a bruciare le tappe grazie alla sfrontatezza e nonostante la mancanza di applicazione, ma sovente sono parabole, non crescite costanti. Non c’è nulla di costruito, di reale, è solo fumo. L’intento di questa rivista non è solo di raccontare quello che accade fuori, ma anche di raccontare le persone che realizzano quello che accade fuori. E queste persone sono il portavoce di un gioco di squadra che se ben fatto può portare a grandi risultati.
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L’editoriale
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Spazio e cybersecurity, lo sguardo al futuro di Leonardo - intervista a Franco Ongaro
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Il futuro è nella capacità di innovare - intervista a Gianpietro Marchiori
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The Sky is Not a Limit
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In libreria - il libro di Frediano Finucci
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ChatGPT failure
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Data Breach
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Un quarto di millennio per il Marsala - intervista ai Brand Ambassador
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Far di conto in cantina - intervista a Silvana Lulli
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Da manager a viticoltore - intervista a Patrizio Montali
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Gattinara per gli amici: ci vuole il fisico - intervista a Piergiorgio Cerello
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L’arte della vita... del vino - a colloquio con Roberta Perna
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N. 3 | GENNAIO 2024
Un modo differente per superare le differenze - a colloquio con Valentina Fabbri Biancone
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La vite e l’ecosostenibilità è anche cultura
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Lo spazio e l’arte - dialogo filosofico tra Michelangelo Pistoletto e Paolo Nespoli
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Mal di plastica - a colloquio con Daniela Cipolloni, Teresa Paoli e Paola Vecchia
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Direttore responsabile Giulia Bonelli giulia.bonelli@associazioneartemis.com Hanno collaborato a questo numero Fabrizio Beria Anilkumar Dave Francesco Rea Piero Sacco Marcello Spagnulo Progetto grafico Davide Coero Borga Web editor Fabrizio Beria Concessionaria pubblicitaria Pinar Marketing & Comunicazione Contatti Via Sommacampagna 51 · 37137 Verona redazione@associazioneartemis.com marketing@associazioneartemis.com www.artemiscienza.news Editore Associazione Artemis www.associazioneartemis.com
Crediti immagini Esa, Nasa, Pexels, Wikimedia Commons
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di Anilkumar Dave
Leonardo, la principale azienda italiana e tra le più grandi d’Europa nel settore spaziale, ha deciso di fare dello spazio e della cybersecurity due perni delle politiche aziendali per il futuro. E a guidare la Divisione Spazio di Leonardo ha chiamato l’ingegner Franco Ongaro, già direttore del centro ESA ESTEC per lo sviluppo delle tecnologie situato in Olanda. Lo abbiamo intervistato.
La recente presentazione della nuova organizzazione di Leonardo, la più grande azienda del settore aerospazio e difesa in Italia e tra le più importanti al mondo, ha posto l’accento su due grandi ambiti, Spazio e Cybersecurity. Entrambi sono stati oggetto di nuove linea di business, è un segnale forte che rende prioritari per Leonardo questi due settori e in particolare lo spazio, è corretto?
Intervista a Franco Ongaro, a capo della Divisione Spazio di Leonardo
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Senz’altro. Il nostro amministratore delegato ha voluto sottolineare l’importanza dello Spazio rimarcando che seppur Leonardo sia un’azienda sana, che cresce bene e con un ottimo portafoglio ordini in tutte le sue divisioni, in questo momento il settore dello Spazio e quello Cyber stanno avendo una crescita esponenziale. Tendenza che ci proietta in un futuro piuttosto chiaro e che per certi versi è un effetto della digi-
talizzazione nella nostra società: lo Spazio è produttore, trasportatore e distributore di dati, in un certo senso il backbone del mondo digitale, mentre dall’altro lato, al rovescio della medaglia digitale, si trova la cybersicurezza. Lo Spazio diventa un attore integrato del settore della cybersicurezza, ‘fornitore’ se pensiamo alla quantum-key distribution ma anche ‘cliente’ importante essendo distributore di dati. Due ambiti con forti sinergie. Va ricordato che Leonardo, in proiezione anche delle nuove ambiziose missioni Spaziali di NASA ed ESA, ha una produzione interna di eccellenza come gli strumenti di osservazione della terra, i bracci meccanici robotizzati, le trivelle, i clock di Galileo, gli star-trekkers e attraverso le partecipate copre tutta la filiera che va da Avio con i lanciatori fino a Telespazio con la distribuzione dei dati, le operazioni ed i teleporti. In aggiunta, la partecipazione alla Space Alliance, ci permette attraverso Thales Alenia Space Italia di essere anche nel segmento delle piattaforme, dei radar, e ovviamente nel segmento del volo umano, dove Torino è una eccellenza mondiale. L’attenzione del management di Leonardo si focalizza su un settore in cui già eravamo, ma che non veniva capitalizzato, aggiungendo però una visione nuova, quella della digitalizzazione come collante anche per le varie piattaforme hardware.
Una visione di insieme che in qualche modo porterà ad un percorso comune quindi? Siamo in un momento storico nel quale da un lato non si può fare un unicum di un’azienda che produce da aerei a mezzi sottomarini passando per i satelliti, e serve quindi dividere queste componenti dal punto di vista amministrativo ma dall’altro lato tutti questi prodotti hanno approcci molto simili. Ad esempio, tutti i prodotti futuri avranno connettività di qualche tipo e per tutti ci sarà un risvolto legato alla cybersicurezza. Quanto detto poc’anzi ha collegamenti anche con gli attuali scenari geopolitici, è indubbio infatti che i temi citati sono temi che caratterizzano da vicino i tempi in cui viviamo. Lo scenario geopolitico, in maniera ancora più evidente negli ultimi anni, coinvolge anche il settore dello Spazio, se solo pensiamo a cosa sta succedendo con le stazioni commerciali, le missioni lunari, le mega costellazioni. Stiamo assistendo a dei cambiamenti e a nuovi ‘equilibri’ non solo sulla Terra ma
anche nello Spazio: Che visione ha un player importante come Leonardo sulla nuova connessione tra geopolitica e Spazio? La prima risposta evidenziava già quale ruolo importante Leonardo dia allo Spazio in ambito geopolitico: se così non fosse stato non gli avremmo dato una priorità ed una posizione così alta nella riorganizzazione aziendale. Ciò detto, vorrei però riflettere su dei nuovi fenomeni che stanno accadendo e a delle nuove interazioni. Il fenomeno delle mega costellazioni è fondamentalmente legato alla digitalizzazione in tutti i suoi aspetti: da una parte la capacità di produrre in maniera significativamente diversa dal passato, molto
più economica ma intimamente legata alla digitalizzazione dei sistemi stessi. Dall’altra la possibilità di creare un gemello digitale (digital twin) della fabbrica simulando processi e metodi per poi passare velocemente a produrre nella realtà satelliti come StarLink in modalità mass-market. Cosa che nel passato per noi era quasi impensabile. L’idea delle mega costellazioni non è nuova, si pensi a Teledesic che risale a più di vent’anni fa, ma è la metodologia produttiva dei satelliti che ha portato a tale implementazioni innovative. Un altro fenomeno è quello rappresentato da Falcon9 di SpaceX e dalla sua rapidissima evoluzione, lancio dopo lancio, intimamente legata all’estrema digitalizzazione del lanciatore. In uno dei pochissimi incidenti del Falcon9, quando è esploso il serbatoio a terra prima del lancio dell’upper-stage l’investigazione del problema ha fatto vedere con quale frequenza di trasmissione e con quale dotazione e capacità sensoristica è stato sviluppato quel lanciatore, qualcosa di totalmente diverso da tutti i lanciatori esistenti all’epoca.
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…All’epoca fecero anche il paragone col lanciatore russo Proton… Esatto, di cui si vedeva un dato ogni 15 secondi e non si riusciva a capire cosa fosse successo. C’è stato uno shift tecnologico. Fino a poco tempo fa il broadcasting televisivo aveva un grandissimo mercato ma se guardiamo i giovani di oggi quanti di loro guardano la televisione che passa dall’antenna? Le mie figlie oramai da anni, tutto quello che vogliono vedere lo guardano sul computer via broadband. Questo ha fatto sì che le costellazioni LEO (ndr orbita bassa) che prima sembravano impossibili, sono diventate possibili e hanno dato la possibilità di portare il broadband globalmente. È una rivoluzione tecnica che però ha effetti penalizzanti sulle eccellenze interne che abbiamo costruito sui satelliti GEO (ndr orbita stazionaria) che adesso vedono un mercato che si sta chiudendo rapidamente. Tornando alla geopolitica, l’iniziativa europea IRIS2, una costellazione broadband finanziata e sponsorizzata dall’Unione Europea, è una risposta geopolitica alla ’supremazia’ di qualche miliardario americano su uno dei backbone del futuro ovvero portare broadband ovunque. Noi purtroppo i miliardari li abbiamo, ma non sembrano interessati allo Spazio.
na citato sull’Europa e sul fatto che dall’altro lato dell’oceano i capitali siano dei privati. I paesi asiatici, Cina e India in primis investono capitali pubblici, altri paesi ancora non così avvezzi allo Spazio ma dotati di molti capitali acquisiscono know-how. Che posto avrà l’Europa in questo scenario?
Ogni paese ha peculiarità distintive. In Europa non c’è una ‘forte’ direzione centrale come negli Stati Uniti e neanche i petroldollari del medio oriente. Siamo una comunità estremamente democratizzata, ma anche estremamente frazionata e non è facile prendere decisioni sulla base delle agende di 27 paesi, che non sempre coincidono. Questo porta ad una naturale lentezza nel prendere le decisioni. Nessuno potrebbe in Europa attuare da solo una politica spaziale ma tutti vorrebbero trarRimanendo sul tema della geopoli- re profitto dalle politiche comuni, tica mi ha incuriosito quanto appe- in pratica quello che viene definito
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co-petizione cioè cooperare competendo. Non è facile da perpetrare ma negli anni siamo stati capaci di attuarla molto bene, arrivando a livelli eccelsi in vari domini e sono sicuro che ci ritorneremo mettendo insieme le nostre capacità. Tecnologicamente siamo molto avanzati, i paesi arabi vengono a cercare tecnologia da noi e persino StarLink si serve di capacità europee. Non ci mancano quindi competenza e capacità ma forse la predisposizione del mercato a prendere rischi ed un certo conservativismo verso la soluzione spaziale. StarLink non è indipendente da Tesla e Kuiper non è indipendente da Amazon web Services. Le grandi aziende europee fanno fatica a proiettare l’utilità dello Spazio nel loro business, è un fenomeno che sta cominciando e che va aiutato. Gli Stati Uniti hanno investito negli ultimi sessant’anni, tra 5 e 10 volte di più di quello che ha investito l’Europa nello stesso periodo, sono tantissimi soldi che però hanno reso forte e preparato un tessuto industriale che è stato pronto a rispondere alla chiamata di un miliardario come Jeff Bezos o Elon Musk nella loro decisione di lanciarsi nel settore dello Spazio e puntare a Marte. Competenza e capacità sono due parole chiave che Leonardo, e prima ancora Finmeccanica, affidano all’ecosistema di piccole medie imprese italiane parte della rete di
Una innata capacità di innovazione e sviluppo è propria delle piccole aziende che a volte sono proprio quelle che riescono a riconoscere l’utilità dello Spazio nel loro business
fornitura, di subcontraenza e dei partner tecnologici. Sono questi elementi ancora un punto di forza ‘italiano’ o serve qualcosa di più?
(ndr vincitore ESA Prize 2020) ma quello di fare uno scale-up di quella applicazione e di quella competenza tale da raggiungere una clientela rilevante ed una dimensione appetibile per investimenti esterni. Da quando una startup viene avviata serve una base di circa 5 anni di ritorni/redditto garantito altrimenti si passa il tempo a cercare il prossimo investimento entrando in un circolo vizioso per cui alla fine tocca vendersi pezzo per pezzo finché arriva un competitor che compra tutto. Quello che servirebbe è una capacità delle istituzioni europee, nazionali o regionali di riconoscere la validità di una idea o di un progetto, di assegnare contratti di fornitura di 5 o 7 anni per servizi verso enti locali o regionali che però permettano di andare dagli investitori con delle garanzie e dei clienti attivi. Questo vale sia lato servizi che terminali e prodotti hardware. Ad esempio il successo di StarLink non è solo legato al fatto di avere tanti satelliti in orbita quanto al fatto di avere ottimi terminali a terra, facili da usare e potenti che di fatto rappresentano una delle chiavi del successo della costellazione. Altro elemento fondamentale è la capacità di ‘servitizzare’ una infrastruttura spaziale così come il vero cash-cow di Musk sono i milioni di abbonamenti collegati a StarLink.
Una innata capacità di innovazione e sviluppo è propria delle piccole aziende che a volte sono proprio quelle che riescono a riconoscere l’utilità dello Spazio nel loro business, a differenza di una grande azienda, indifferentemente se si occupino di Spazio o non-Spazio. Le piccole aziende sono anche quelle molto brave, coraggiose e capaci di proiettarsi verso mercati internazionali con esempi molto riusciti in Italia come D-Orbit, Sitael, Planetek, per citarne alcuni. C’è però un elemento che vorrei rimarcare e che considero anche un mio mantra. Manca in Europa l’atteggiamento che da qualche anno stanno prendendo le istituzioni americane nel diventare anchor-tenant degli sviluppi tecnologici e delle applicazioni. Noi, in Europa, facciamo un sacco di sviluppi tecnologici e di Proof-of-Concept che danno vita a molte startup con applicazioni spaziali di tutti i generi, tutte con grande creatività e molto brave ed essendo stato tra i fondatori degli ESA BIC posso confermare di averne viste moltissime. Il problema non è però nel costituire ed avviare la startup o di riuscire ad esempio a rilevare in maniera precisa, efficiente ed eco- Andando oltre LEO e ricollegandonomica la perdita negli acquedotti ci nuovamente al discorso geopoli-
tico di poco fa, stiamo vivendo un momento storico con una situazione europea particolare e per certi versi molto delicata. Leonardo, attraverso la sua partecipata AVIO, gioca un ruolo cruciale nel settore dell’accesso allo Spazio grazie ai suoi lanciatori. L’Europa ha bisogno di avere un ruolo più importante: cosa serve per colmare il gap con altri paesi? Siamo il partner industriale principale di AVIO che supportiamo con le nostre competenze e la cosa più importante per noi è vedere AVIO tornare in volo con successo al più presto. Con il mercato cinese che per motivi geopolitici tende ad essere meno attraente di quello che era una volta, con i lanciatori russi che, purtroppo da un certo punto di vista ma per fortuna da altri, non sono più praticabili, si viene a creare una opportunità per tutti coloro che devono lanciare oggetti piccoli su orbite specifiche e che non possono permettersi il Falcon9. Da questo punto di vista il rapporto prezzo/ performance di Vega è senz’altro molto attraente sia per satelliti in orbita bassa che scientifici o di osservazione della Terra e ancora di più per tutti i micro satelliti, cosa già dimostrata dai lanci passati. C’è senz’altro un mercato e ci sono già un numero di lanci in carnet in attesa del ritorno in volo. Guardando il futuro, AVIO si sta muovendo nella
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direzione giusta con lo sviluppo del motore a metano e ossigeno liquido che è il primo che ha funzionato in Europa e anche verso il riutilizzo che è la chiave del futuro. Stiamo seguendo questi sviluppi, li stiamo incoraggiando e stiamo cercando di aiutare, ove possibile, al ritorno in volo. Da quel punto però le dinamiche dovranno giocarsi a un livello europeo e non solo nazionale, perché chiaramente se Elon Musk lancia 100 volte all’anno non è solo per lanciare propri satelliti o quelli di clienti esterni ma anche per lanciare per una grossa fetta di mercato domestico, tra cui il Dragon, che in futuro crescerà con le stazioni private. Per tornare al tema della anchor-tenancy che ha permesso ad esempio di sviluppare il Falcon9 grazie a NASA, l’ambizione europea deve venire dai 200 satelliti di IRIS2, dai 30 satelliti della prossima generazione di Galileo, dai più di 30 satelliti della prossima generazione di Copernicus che costituiscono già un importante carnet di lanci.
nel settore scientifico e della ricerca che pongono il nostro paese tra i primi al mondo per produzione tecnologica e scientifica ma con sempre meno ingegneri e ragazzi e ragazze che si avvicinano alle materie tecnico scientifiche. Come si pongono le attività Spazio di Leonardo nei confronti di questo fenomeno?
Sono pienamente d’accordo sull’eccellenza del sistema accademico italiano. Permettetemi una divagazione sul mio passato. Avendo lavorato in ESA ESTEC, che è il più grosso centro spaziale in Europa dove lavorano 450 ingegneri italiani, mi ricordo di Un altro tema che vorremmo tocca- come la scelta da parte dei miei colre è quello dell’eccellenza italiana leghi tedeschi, francesi ed inglesi tra
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i vari candidati europei si orientava su quelli italiani senza essere assolutamente guidata da una visione nazionalistica ma solo da criteri di eccellenza e di miglior preparazione. Questo è senz’altro un dato di fatto. Ci sono due fenomeni secondo me abbastanza importanti in Europa. Il primo è quello dell’avvicendamento per cui tutto d’un tratto ci si trova ad avere un bel numero di colleghi esperti che andranno in pensione senza avere abbastanza ricambio generazionale. Noi come Leonardo durante il periodo del Covid abbiamo assunto migliaia di ingegneri e continueremo a farlo. Il Covid ha avuto un impatto su tutta l’industria aerospaziale, rallentandola, e con effetti drammatici per noi nel settore delle aerostrutture per Boeing ed Airbus ma ora tutto d’un tratto il mercato sta ripartendo alla grande e ci ritroviamo a dover inseguire questa produzione e a trovare dei giovani che non ci sono ancora. Posso però dire, dissentendo un po’ su quanto detto, che citando l’esempio che conosco bene del dipartimento di ingegneria aerospaziale del Politecnico di
Milano non ci sono mai stati tanti iscritti come adesso e hanno dovuto addirittura ricorrere anche loro a una forma di numero chiuso. Gli studenti, ci sono, le nuove generazioni stanno arrivando. Certamente (e questo è il secondo fenomeno) c’è anche uno shift nel tipo di ingegneri che cerchiamo. C’è una lotta serrata tra il nostro settore, che è un settore tecnologicamente avanzato e che si sta digitalizzando molto rapidamente grazie all’ingresso di Data Scientist, AI e Supercomputing specialist e il settore dei grandi web services e dei colossi digitali che hanno disponibilità finanziarie diverse dalle nostre e fanno incetta delle stesse competenze che cerchiamo. È un ambito questo dove ci vorrà del tempo per formare le nuove generazioni ma ci sono grandi opportunità e ritengo che non ci sia mai stato un momento migliore per essere ingegnere. Vorrei sottolineare un altro aspetto che per me è importantissimo ed è la grandissima attenzione verso il gender balance e le opportunità per le ragazze che decidono di fare ingegneria. Non lo dico solo per il fatto che abbiamo degli obiettivi ESG da rispettare ma soprattutto perché alla luce dei miei quasi 40 anni di esperienza di lavoro alle spalle ho sempre visto team misti con la presenza maschile e femminile performare meglio di team unicamente maschili. Non si tratta quindi di ‘moda del momento’ ma
è qualcosa di cui abbiamo bisogno anche perché tutti sappiamo che la metà migliore della testa è quella femminile. L’Italia sarà nel cuore dello Spazio nei prossimi mesi, dal G7 di Verona allo IAC (International Astronautical Congress) e nel mezzo molti altri eventi importanti. Che messaggio si sente di dare al sistema industriale e della ricerca italiano e in generale alla famiglia dello Spazio italiano? Un messaggio di grande ottimismo. Siamo bravi in tutte le aree dello Spazio e la sfida che abbiamo davanti è di riuscire a portare questa eccellenza sul mercato commerciale, perché il mercato commerciale crescerà molto di più di quello istituzionale. All’interno del PNRR stiamo realizzando una delle più belle costellazioni di osservazione della terra a livello mondiale, ci stiamo preparando al in-orbit servicing e ad un nuovo modo di concepire lo Spazio che diventa sostenibile e alla circolarità delle attività spaziali che forse nel tempo renderanno anche meno attraente i grossi lanciatori. Abbiamo tutte le carte in regola per giocare ad un livello superiore a quello a cui siamo oggi, che è già molto buono.
Non hai tempo per leggerlo? Ascolta l’intervista sui podcast di Artemis Scienza
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Il futuro è nella capacità di innovare
EIE GROUP è un’eccellenza nel panorama industriale italiano, leader in Management & Contracting, Engineering & Design, Production & Services, nei settori dell’Astronomia, dell’Astrofisica, dello Spazio, della Difesa e per la Big Science. Ha sede a Mestre, è presente sui mercati internazionali da oltre 35 anni ed è specializzata nello sviluppo di progetti scientifici, industriali e civili, con particolare attenzione agli aspetti sistemici nel settore delle costruzioni astronomiche. È diventata punto di riferimento internazionale nella progettazione e realizzazione di telescopi, radiotelescopi, osservatori astronomici e strumentazione scientifica. Ci racconta realtà di EIE GROUP, partendo dalle origini non prive di risvolti inattesi, il suo presidente, ing. Gianpietro Marchiori.
Intervista a Gianpietro Marchiori, presidente di EIE GROUP
Leggendo la storia di EIE GROUP, incuriosisce come la sua realtà sia partita da un’esperienza importante dal punto di vista tecnologico, ma relativa a un settore molto diverso: la realizzazione di macchine speciali per l’armamento ferroviario utili a molare le rotaie per i treni. EIE GROUP è figlia di questo particolare quanto tecnologico settore? Per noi è stato il carpe diem di un momento particolarmente favo-
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le che ha realizzato molti tra i più importanti osservatori del mondo dall’NTT: dai quattro VLT ai VST e VISTA; dall’odierno ELT per ESO al grande telescopio binoculare LBT, frutto di una collaborazione tra Italia, USA e Germania; dai telescopi ASTRI per il Cherenkov Telescope Array alla rete di radiotelescopi ALMA. Inoltre, ha collaborato alla progettazione dello Research), che di lì a poco avrebbe SKA (Square Kilometer Array), ora dato il via all’astronomia del futuro. in fase di costruzione tra il SudafriL’Osservatorio venne denominato ca e l’Australia, e per finire all’imNew Technology Telescope (NTT). pressionante e innovativo progetto Già nel nome un percorso che ci LSST per il Vera Rubin Observaha condotto negli anni ad acquisire tory della comunità astronomica fondamentali quanto uniche cono- americana. Ora state guardando scenze, grazie alle quali abbiamo allo spazio: qual è il vostro approcpotuto sviluppare la progettazione cio rispetto a un mondo che si sta Com’è avvenuto l’ingresso nel set- dell’European-Extremely Large Te- aprendo in maniera significativa lescope (E-ELT). Vincemmo la gara, anche alle piccole e medie aziende? tore della ricerca astronomica? Ansaldo con noi, e realizzammo un Dopo 13 anni di attività nel campo piccolo gioiello tecnologico - instal- Da quando abbiamo costituito l’aferroviario, nel 1986, da un bando lato al sito di La Silla in Cile, in pieno zienda, ci siamo mossi a piccoli pasnel settore astronomico segnala- deserto di Atacama, tutt’oggi in pie- si, quelli che possono permettersi tomi da un amico dell’Ansaldo di na attività - che tanto ha dato e sta le PMI nazionali come la nostra, ma caratterizzandoci da subito per le Genova. Si trattava di un innovativo dando alle scienze astronomiche. variegate tecnologie, per una maosservatorio astronomico, per l’organizzazione europea ESO (Euro- Nel settore della ricerca astrono- tura ingegneria dei sistemi e intropean Organisation for Astronomical mica siete una realtà internaziona- ducendo costantemente soluzioni revole. L’aver saputo cogliere l’attimo fuggente, che si cattura solo se adeguatamente preparati, solo avendo acquisito dotazione importanti. Tanti anni di attività in un settore di nicchia, quello della rettifica in linea dei binari, in un’azienda con casa-madre in Svizzera e unità produttiva in Italia, a Porto Marghera. Una complessa rete di treni molatori a servizio dei più disparati impianti ferroviari, con operatività in tutto il mondo. Una fondamentale quanto preziosa esperienza che mi ha consentito di acquisire una peculiare formazione manageriale, ma soprattutto, una specifica applicazione dell’ingegneria dei sistemi, in un variegato campo internazionale.
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innovative. Il motto aziendale ne costituisce l’essenza: the Power of Creativity. Tutto ciò ci ha consentito di partecipare con successo ai progetti citati, che sono appunto tra i più importanti al mondo in questo settore. Abbiamo puntato su un capitale umano giovane, di altissimo livello, su processi formativi in campo, sulla nostra capacità manageriale e di relazione con il sistema scientifico dei grandi Istituti internazionali e delle Università. Abbiamo inoltre adottato maturi processi di Supply Chain estesi. Siamo arrivati alla New Space Economy e anche al mondo della Difesa, perché questi rappresentano, per derivazione tecnologica, lo sbocco ideale di chi già osservava il cielo sotto varie forme. Una sfida tecnologica ma anche culturale. Nel dettaglio, il settore spaziale di vostro maggiore interesse è quello astronomico, con la realizzazione di telescopi per lo spazio, o state pensando anche ad altre realtà? Abbiamo individuato tre settori di riferimento, tutti collegati alle nostre capacità e conoscenze. Il primo è quello delle Ground & Calibration Facilities, quello delle grandi infrastrutture da terra. Stiamo ad esempio partecipando alla realizzazione della Facility per la missione Athena, per le osservazioni X-ray, per la quale realizzeremo un Raster-Scan, insieme a INAF, l’Istituto Nazionale
di Astrofisica, e ad altre aziende del nostro territorio; e questo percorso ci ha consentito di iniziare un importante collaborazione con ESA, l’Agenzia Spaziale Europea. Il secondo filone di riferimento è relativo alla Space Surveillance & Tracking e alle NEO Detection Antennas - quello delle trasmissioni ottiche e radio - che per noi, avendo realizzato telescopi veloci e radiotelescopi quali il grande array di ALMA (Atacama Large Millimeter Array), rappresentano una naturale evoluzione. Siamo infatti impegnati nella realizzazione di osservatori per il rilevamento dei detriti spaziali e gli asteroidi (per i telescopi di tipo Flyeye) sia per ESA che per ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana con un contratto con OHB-I. Qual è, invece, il terzo settore? Quello della Earth Observation and Solar System Exploration. È un settore totalmente innovativo, collega-
to alle nostre conoscenze ottiche. Abbiamo depositato un interessante brevetto che consente di realizzare camere iper-spettrali a 4 dimensioni (3 spaziali e 1 spettrale) attraverso le quali compiere osservazioni nelle tre dimensioni, inclusa l‘altezza e la quarta che consente di determinare le caratteristiche fisiche delle superfici. L’abbiamo pensato per Marte, ma consente importanti impieghi anche per la Terra e i pianeti in genere. La mappatura delle superfici dei pianeti è uno strumento fondamentale per comprendere la loro formazione ed evoluzione, e per sfruttare le missioni di esplorazione robotiche senza o con equipaggio. Allo stesso modo, l’osservazione della Terra è fondamentale per raccogliere informazioni sul tempo, sulla geochimica, e per sviluppare applicazioni a valle, come la pianificazione urbana, l’agricoltura di precisione, ecc. Stiamo operando in tre direzioni: quella da drone o quella da satellite, in versione miniaturizzata (Cubesat) che consente l’accesso low cost allo spazio o in versione specifica per lo strumento da trasportare. I risvolti di questo nostro brevetto possono risultare interessanti dal punto di vista tanto scientifico quanto commerciale e per la difesa. Infine, un altro settore di interesse di EIE, nella sua specificità di realizzatore di grandi infrastrutture, è quello degli spazioporti o cosmodromi, collegati ai futuri voli spaziali
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le aziende venete e i suoi organismi di ricerca. La concentrazione nella New Space Economy è fondamentale per il nostro territorio. Ovviamente ciò richiede attrattività scientifica, tecnologica e di sistema. Siamo una regione che, a differenza di altre in Italia (Piemonte, Puglia, Campania, Lazio), non è polarizzata da una grande azienda nel settore dello spazio; abbiamo però dotazioni importanti a partire dalla componente accademica, grazie alla lungimiranza e alla fervente attività del prof. Giuseppe Colombo che diede vita ad una lunga ed ininterrotta tradizione di contributi scientifici e tecnici, provenienti da Università e Istituti di Ricerca, contribuì in maniera decisiva ai successi del nostro Paese in ambito aerospaziale, fin dagli albori dell’era spaziale, e ha portato alla costituzione del CISAS (Centro di Ateneo di Studi e Attività Spaziali), organismo di ricerca della nostra rete. Tutto ciò va integrato con lo scenario attuale, che presenta alcune significative novità quali: le iniezioni di capitali privati per la produzione di infrastrutture satellitari e dei servizi ad esse collegate; l’ampliamento della base industriale e delle filiere produttive su tutti i segmenti (up-stream, mid-stream, Il Veneto è sempre stato caratterizdown-stream); la ritrovata centralizato da una presenza internazionale Ora siamo pronti? tà strategica del settore aerospaziale nei settori manifatturieri di rilievo. Abbiamo cominciato un po’ tardi a Ma ora sì: RIR-AIR è una realtà con- nei programmi governativi e i nuointeressarci dello spazio, e adesso solidata e ha una grande responsa- vi strumenti di finanziamento per dobbiamo impegnarci se vogliamo bilità, quella di mettere a sistema start-up e spin-off. Questi elementi, suborbitali. Di recente, abbiamo partecipato a Orlando in Florida a una serie di convegni incentrati sul tema degli spazioporti, per usi commerciale, che saranno caratterizzati dal volo suborbitale capace di creare un modo diverso di spostare persone, merci e risorse, con costi reali comparabili con quelli delle altre forme di trasporto. Ci vorranno una ventina d’anni, ma siamo convinti che per le nostre aziende, e il nostro Veneto, sarà un settore di assoluto interesse. I principali player si tro- prendere quota e arrivare al livello vano negli Stati Uniti, per questo di altre regioni italiane che hanno siamo andati da loro a confrontarci. intuito prima di noi l’importanza del settore. Alla fine degli anni Novanta, L’ambito commerciale ha mosso come vicepresidente di Confindututto il mercato e, come accennava, stria Venezia, avevo cercato di porla Space Economy consentirà di en- tare l’attenzione della nostra Regiotrare in un mercato che prima era ne alle attività spaziali invitando Dan di nicchia. In questo ambito, nella Goldin, allora amministratore della sua figura di Membro del Consiglio NASA, che aveva mosso i primi passi Direttivo del Consorzio aerospa- nella realtà della New Space Ecoziale e cosmonautico - Co.Si.Mo, nomy. Considero Goldin il padre di quanto può contribuire alla cresci- questa nuova economia: voleva inta delle industrie venete la nascita novazione, a basso costo e con temdella RIR-AIR? E quale valore han- pestività (cheaper, faster and better no le iniziative che sta realizzando era il suo motto, ndr) e riteneva che la Regione Veneto, come Space Me- la relazione col sistema Veneto fosse etings Veneto che, quest’anno, cele- un possibile punto di riferimento. Purtroppo, non eravamo pronti, non bra la seconda edizione? “cogliemmo l’attimo fuggente”.
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che caratterizzano l’attuale fase di sviluppo delle attività aerospaziali, offrono una formidabile opportunità al nostro tessuto produttivo, in quanto sono in maggiore sintonia con quelle caratteristiche, precedentemente menzionate, che nei decenni passati hanno rappresentato un freno allo sviluppo di questo settore nel nostro territorio. Nondimeno, le politiche spaziali che definiscono le direttrici di investimento dipendono da processi decisionali fortemente centralizzati, che recepiscono le indicazioni provenienti dalla filiera nazionale. Pertanto, va qui primariamente riconosciuto lo sforzo della nostra Regione e della rete AIR rivolto alla promozione di azioni coordinate per massimizzare il ritorno sul nostro territorio. Che significato ha, nell’ambito di questo sforzo, l’iniziativa Space Meetings Veneto? Space Meetings Veneto rappresenta un fantastico esempio di successo, una vetrina (e non solo) per la promozione delle imprese della nostra rete, che possono dialogare e incontrare buyer da tutto il mondo per espandere il know-how veneto a livello internazionale. SMV è stato recentemente presentato anche al Parlamento Europeo dal Presidente di regione Luca Zaia e dal presidente della rete Federico Zoppas. A maggio, la seconda edizione manterrà
sostanzialmente invariate struttura e finalità della prima, ma sarà caratterizzata dalla presenza di una serie di soggetti internazionali in grado di accrescere la nostra partecipazione e capacità di attrazione.
Veneto, processi di conoscenza e di relazione. Ne sono nate delle formule particolari: dall’organizzazione di convegni alla realizzazione di monografie dedicate alle personalità di spicco del territorio, quali simboli del territorio stesso. Nel vostro sito web vengono evi- Potremmo dire che, per certi aspetdenziati diversi aspetti valoriali, ti, abbiamo costituito un modello tra cui il rispetto delle persone e la olivettiano, nel quale si vive non soltrasparenza, che sono davvero ap- tanto di relazioni con i dipendenti, prezzabili. Viene anche evidenziato ma anche con l’ambiente che ci cirl’elemento cultura con l’associazio- conda. Un passo fondamentale, che ne EIE Cultura: perché? ci ha permesso di creare relazioni e di costituire un “entroterra” imporPerché l’azienda è composta pri- tante. mariamente da risorse e le risorse sono esseri umani con una propria vita, un proprio essere, una propria cultura. La vita è fatta di lavoro dentro l’azienda e di quotidianità al di fuori della stessa. Ciascuno di noi è parte del proprio territorio, vogliamo esserlo anche come azienda, ben oltre l’aspetto lavorativo. Un’azienda non è solo la produttrice di un buon progetto, la realizzatrice di un buon manufatto, ma è anche un ambiente che può e deve creare fermento innovativo e passioni. Per questo nel 2011, in occasione di un evento particolare come il centenario della nascita di Luigi Broglio (il padre dello Spazio Italiano) - nato, Non hai tempo per leggerlo? Ascolta l’intervista sui podcast ricordo, a Mestre - abbiamo comindi Artemis Scienza ciato a portare la cultura aziendale nel territorio, per il territorio. Abbiamo costituito un’Associazione e creato, intorno a diverse figure in
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CREDIAMO NELL’INTELLIGENZA Nel creare connessioni, osservare e scoprire, trovare similitudini, domandare e provocare, costruire e verificare.
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Da oltre 40 anni crediamo nell’intelligenza. E negli ultimi 15 anni abbiamo investito nella progettazione di piattaforme di interpretazione di flussi di dati sempre più complessi da cui trarre stimoli e segnali per cercare di comprendere il presente e anticipare il futuro per i nostri clienti. Ma abbiamo continuato a ritenere fondamentale l’istinto, il pensiero laterale e qualche volta la visionarietà dell’umano intelletto. Per questo crediamo fermamente nella IA. L’Intelligenza Animale. 20
Vi proponiamo l’introduzione di Paolo Magri al rapporto redatto da Ispionline a cura di Alessandro Gili
Il viaggio nello spazio è la nuova frontiera della competizione geopolitica. Questo non è certo una novità, tenendo presente che la corsa allo spazio ha caratterizzato i travagliati rapporti tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti dalla seconda metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta. La novità è l’entità delle risorse e delle tecnologie coinvolte in questa seconda corsa allo spazio, così come l’emergere di nuovi attori, che siano Stati o imprese private. In questo contesto, Stati Uniti e Cina stanno consolidando il loro ruolo di principali superpotenze spaziali, mentre si sforzano di costruire alleanze politiche, tecnologiche e industriali con paesi e persone che la pensano allo stesso modo. Questo sta riposizionando lo spazio esterno come dominio di competizione geopolitica, dove difesa e interessi economici sono intrecciati, con crescenti rischi di aggiungere nuove fonti di tensione alle già tese relazioni internazionali. Di conseguenza, le maggiori potenze spaziali stanno creando una divisione spaziale all’interno delle loro forze armate, riconoscendo lo spazio come una dimensione chiave per sicurezza
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La corsa verso la Luna e in futuro verso Marte e altri corpi celesti è un’impresa sia geopolitica che economica. Il programma Artemis della NASA sarà pietra miliare dell’avventura umana nello spazio
nazionale. Come abbiamo visto nei teatri dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente, infrastrutture spaziali e satelliti sono fondamentali per condurre operazioni militari, identificare gli obiettivi da colpire e garantire la comunicazione. Tuttavia, gli Stati non sono gli unici attori in campo. L’evento rivoluzionario innescato dalla nuova corsa allo spazio è l’ingresso di nuove società private, come SpaceX, che stanno conquistando sempre più un ruolo chiave come fornitori di nuovi servizi, come ad esempio il trasporto spaziale, le stazioni spaziali commerciali, le comunicazioni a banda larga, l’osservazione della Terra tramite satelliti e persino il turismo spaziale. L’attività crescente di queste società si riflette in quello che è chiamata la space economy (stimata in 546 dollari miliardi nel 2022), destinata a crescere ulteriormente nei prossimi anni, quando nuove attività, come l’estrazione mineraria spaziale e le infrastrutture spaziali, daranno nuove opportunità all’industria spaziale. La corsa verso la Luna, e in futuro verso Marte e altri corpi celesti, è un’impresa sia geopolitica che economica. Il programma Artemis della NASA, che è destinato a portare il prossimo uomo e la prima donna sulla Luna entro il 2025 (più probabilmente nel 2026 o anche dopo ndr), sarà la pietra miliare dell’esplorazione e dello sfruttamento dello spazio
da parte del genere umano. La costruzione di infrastrutture legate alla Luna, come il Lunar Gateway entro il 2028, aprirà la strada a una crescita costante per entrambi i segmenti a monte e a valle dell’economia spaziale. Inoltre, la Luna sarà il primo pilastro di una strategia più ampia per garantire una presenza umana permanente nello spazio, con ricadute geopolitiche significative. Ecco perché la Cina, in partnership con la Russia, sta rispondendo al programma guidato dagli Stati Uniti con l’annuncio della Ricerca Lunare Internazionale Station (ILRS), che attira un numero crescente di paesi del Sud del mondo per costruire una base permanente sulla Luna entro il 2036. Anche per questo Pechino ha deciso di costruire la Stazione Spaziale Tiangong, che diventerà ancora più un potente strumento geopolitico dopo lo smantellamento della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) alla fine di questo decennio. Oltre alle nuove (e vecchie) superpotenze spaziali, altri Stati stanno emergendo nelle attività spaziali. L’India recentemente ha pubblicato la sua nuova strategia spaziale e nell’agosto 2023 è diventata il quarto paese a far atterrare un veicolo spaziale sulla Luna (il secondo paese nel XXI secolo dopo la Cina). Questo successo storico è stato raggiunto appena quattro giorni dopo il fallimento e lo schianto della navicella spaziale russa Luna 25 sul nostro sa-
tellite: un potente simbolo di come stiano cambiando i pesi dei paesi nelle attività spaziali. Inoltre, Il governo giapponese ha recentemente stanziato oltre 6 miliardi di dollari all’acquisizione di tecnologie all’avanguardia per l’accesso autonomo allo spazio. L’Arabia Saudita ha inviato la prima donna sulla ISS nel 2023 e ha investito più di 2 miliardi di dollari nell’esplorazione e nelle tecnologie necessarie all’interno della più ampio progetto Saudi Vision 2030. Rivestono un ruolo chiave nell’esplorazione spaziale anche i vicini Emirati Arabi Uniti, primo paese arabo ad inviare una sonda nell’orbita di Marte nel 2021. Da allora il paese ha collaborato attivamente sia con la Cina che con il progetto Artemis guidato dagli Stati Uniti, nell’ambito del quale gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente annunciato l’intenzione di sviluppare un modulo pressurizzato per il Lunar Gateway. Infine, i paesi africani si stanno impegnando per costruire una cooperazione con le principali potenze spaziali, per sviluppare capacità di osservazione satellitare della Terra, monitoraggio meteorologico e sviluppare connettività Internet in aree remote, nonché per obiettivi di difesa. La Cina è in testa alla corsa: la metà dei Paesi africani hanno partenariati spaziali bilaterali con la Cina. Per competere con gli investimenti cinesi nelle attività spaziali in Africa,
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l’Unione Europea, con il piano globale da 150 miliardi di dollari, nell’ambito del Global Gateway Investment Package for Africa, vuole accrescere l’ambito di collaborazione con i paesi africani. Inoltre, l’Europa punta a rafforzare la capacità di accesso autonomo allo spazio come pilastro fondamentale su cui si fondano gli sforzi più ampi verso un obiettivo di autonomia strategica. Si punta quindi su nuovi investimenti per garantire nuovi lanciatori europei entro il 2024, in particolare Ariane 6 e Vega C. Tuttavia ulteriori sforzi finanziari e normativi sono necessari per raggiungere gli Stati Uniti e consentire all’Europa di prosperare nel nuovo ecosistema spaziale. Negli affari spaziali sta emergendo un compromesso. È in crescita la competizione tra paesi per raggiungere risultati ambiziosi quali l’esplorazione dello spazio, lo sfruttare le risorse naturali presenti nello spazio e sviluppare tecnologie a duplice uso che possano avere un ruolo militare cruciale. Recentemente infatti, i test ASAT hanno posto sotto grave minaccia la sicurezza di molti paesi e le organizzazioni internazionali di difesa – come la NATO – lo hanno riconosciuto, rappresentando che attacchi verso, da o all’interno dello spazio rappresentano una chiara minaccia alla sicurezza e potrebbe portare a una risposta militare. Gli attacchi informatici alle infrastrutture spaziali o terrestri po-
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trebbero avere un impatto negativo enorme sulla sicurezza e sull’economia di un paese, e questo è un motivo per cui paesi e aziende stanno adottando strategie per migliorare la sicurezza informatica. Nonostante tutto ciò lo spazio è un bene comune globale, la cooperazione è fondamentale per raggiungere obiettivi condivisi cruciali, come ad esempio la mitigazione dei cambiamenti climatici, nonché la ricerca di nuove tecnologie e garantire progressi in diversi campi, come ad esempio energia e medicina. L’esplorazione dello spazio è un business costoso che richiede la tecnologia più all’avanguardia: la cooperazione internazionale creerebbe economie di scala, evitando sovrapposizioni e inefficienze, e ridurrebbe lo spreco di risorse finanziarie. Ciò che ancora manca è un accordo condiviso su un accordo quadro che normi lo spazio extraatmosferico. Gravemente carente, in particolare, è il regime normativo per l’attività delle aziende private. Questo è di fondamentale importanza per garantire lo sviluppo ordinato e sostenibile delle attività spaziali, evitare conflitti e promuovere la cooperazione internazionale. In definitiva, ci troviamo di fronte a due scelte: garantire condizioni di parità o rischiare il caos. [ispinonline.it]
In libreria di Marcello Spagnulo
Nell’ultimo decennio la nuova corsa allo spazio ha preso un’accelerazione senza precedenti con impatti sulla società contemporanea troppo spesso trascurati. In un mutevole scenario geopolitico anche la cosiddetta New Space Economy si lega a doppio filo allo scontro tra stati, però oggi non sono solo i governi a lanciare razzi e satelliti nello spazio, ma anche ricchissime aziende private che trasformano l’economia globale. Fornire alcune chiavi di lettura di questo complesso scenario non è un compito facile, ma ci riesce brillantemente Frediano Finucci, capo della redazione economia ed esteri del Tg de La7, nel suo libro Operazione Satellite, i conflitti invisibili dalla Guerra Fredda all’Ucraina, pubblicato da Paesi edizioni. Giornalista e inviato speciale, Finucci sa leggere cosa sta accadendo nello spazio e come gli stati si affrontano e si sfidano nelle orbite. L’autore si propone di raggiungere il pubblico più ampio possibile e così la prima parte del libro, giornalisticamente didascalica, è utile premessa per poi entrare nel vivo del saggio, basato su un’enorme raccolta d fonti e, aspetto questo di grande interesse, anche su interviste dirette dell’autore con fonti privilegiate che, per motivi di riservatezza, non sono divulgate. Con linguaggio chiaro e diretto, Finucci addentra il lettore, anche quello più distante dai temi dello spazio, in una serie di accadimenti che svelano come
quanto avviene nell’orbita terrestre sopra le nostre ignare teste altro non sia che un confronto geopolitico tra stati spesso sul punto, purtroppo, di diventare anche un conflitto armato. Un esempio riportato nel libro è esplicativo: alle ore 22:30 del primo aprile 2014 tutti i 24 satelliti Glonass (l’analogo russo del GPS americano) si spengono per alcune ore. Non è un pesce d’aprile però, e le forze armate di Mosca si ritrovano pericolosamente vulnerabili. Solo tre settimane dopo l’allora capo dell’agenzia spaziale russa, Oleg Ostapenko, dichiara che il problema è stato dovuto a «errori matematici del software». Ma la verità che ci ricostruisce Finucci potrebbe essere un’altra e ci conduce all’Ucraina, oggi attualissimo teatro di guerra ma territorio turbolento anche in quel 2014 quando Vladimir Putin decise di annettere la Crimea e di appoggiare l’insurrezione dei filorussi nel Donbass, subito dopo la fuga del presidente Viktor Yanukovich seguita alla rivolta di piazza Maidan. Proprio in quei giorni, secondo gli elementi raccolti da Finucci, gli Stati Uniti potrebbero aver voluto inviare un segnale di avvertimento al Cremlino, spegnendone i preziosi satelliti Glonass. Due le piste seguite da Finucci, con l’aiuto dell’analista Paul Szymansky: la prima porta a un centro di controllo satellitare in Australia che fa capo ai “Five Eyes”, e la seconda alla base aerea di Holloman, nel New Mexico, dove opera, riporta
l’autore, «una sezione dei Marines appositamente creata per fare “jamming” in teatri di guerra e che per questo si muove con grandi elicotteri che trasportano le antenne necessarie a queste operazioni». L’attualità del conflitto in Ucraina ci riporta a quanto successo nello Spazio nel 2014 per dirci come fatti e situazioni non accadono per caso. Tra episodi e aneddoti che in altri tempi avremmo relegato alla fantascienza ma che oggi sono realtà, Finucci mette in guardia sui rischi dell’enorme potere che stanno accumulando le Big Tech, un pugno di società tecnologiche che monopolizzano applicazioni oggi divenute indispensabili per cittadini e stati.
Frediano Finucci, Operazione Satellite, Paesi edizioni 2023
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L’AI ci ruberà il lavoro. L’AI renderà obsolete molte figure professionali. L’AI è pericolosa. Queste sono alcune delle frasi che si ascoltano e si leggono dai media e parlando con le persone. Ma è vero? Sono pericoli reali? L’AI è indubbiamente una rivoluzione, Internet ha collegato il mondo in un unico Network, l’AI renderà una nuova intelligenza condivisa alla velocità della luce. Come tutte le rivoluzioni porta con sé paure e insicurezze che fanno perno sull’incapacità e scarsa volontà di adeguarsi, di capire e farne uso. Affronteremo prossimamente questi temi, in questo secondo appuntamento continuiamo a fare un dialogo con ChatGTP per capire quanto, ancora, sia fallibile e, di conseguenza, quanta attenzione occorre prestare nell’utilizzo e condivisione delle informazioni. Maneggiare con cura insomma. Nel redigere una relazione ho chiesto a ChatGPT una valutazione sui benefici dell’utilizzo massivo di ebike per ridurre la produzione di CO2. L’AI inizia così a snocciolare per punti i benefici dell’uso diffuso di bici ed ebike ma ad un certo punto se ne esce con una frase che mi ha lasciato stupito:
ChatGPT failure, maneggiare con cura
di Fabrizio Beria
Supponiamo che un’auto media emetta circa 2,31 kg di CO2 per ogni 10 km percorsi. E inizio un confronto cercando di confondere l’AI... IO: Gr o Kg? AI: Mi scuso per l’errore. Le unità dovrebbero essere coerenti. Per chiarire: Se un’auto media emette circa 2,31 kg di CO2 per ogni 10 km percorsi, e una persona percorre 10 km al giorno in bicicletta invece di utilizzare un’auto, potrebbe evitare di emettere circa 842,65 kg di CO2 all’anno (2,31 kg x 365 giorni). Nell’esempio collettivo, se 1.000 persone pedalassero 10 km al giorno invece di guidare, potrebbero evitare di emettere circa 842,650 kg (o 842,65 tonnellate) di CO2 all’anno. Grazie per avermi fatto notare l’inconsistenza, e spero che questa risposta sia più chiara.
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IO: Mi sembra che 2,31 kg per 100 chilometri sia un dato non corretto (sbaglio volutamente un dato di partenza del ragionamento, ndr) ... AI: Hai ragione, mi scuso per l’errore. Le emissioni di CO2 per un’auto a benzina variano in base a diversi fattori, come il modello dell’auto, l’età e le condizioni di manutenzione. Tuttavia, un valore più realistico potrebbe essere intorno ai 150-200 grammi di CO2 per chilometro per un’auto a benzina di dimensioni medie. Quindi, se una persona percorre 10 km al giorno in bicicletta invece di utilizzare un’auto, potrebbe evitare di emettere: • •
1,5 kg a 2 kg di CO2 per 10 km 547,5 kg a 730 kg di CO2 all’anno (1,5 kg x 365 giorni o 2 kg x 365 giorni)
Nell’esempio collettivo, se 1.000 persone pedalassero 10 km al giorno invece di guidare, potrebbero evitare di emettere circa 547,500 kg a 730,000 kg (o 547,5 a 730 tonnellate) di CO2 all’anno. Grazie per aver portato alla mia attenzione l’errore, e spero che questa correzione renda le informazioni più accurate. Che dire quindi, se nel ragionamento si cambiano degli assunti di base l’AI, ancora, fatica a riconoscere l’incongruenza e prosegue nel suo ragionamento. Questo è sicuramente un indice di immaturità che, col tempo, verrà sanato ma è anche un indice che bisogna prestare molta attenzione sia nel controllo delle informazioni ricevute che del metodo di formulazione delle domande usando stringhe dedicate. Insomma: sia l’umano che l’AI sono in fase di conoscenza reciproca e apprendimento. Per finire, ho avuto necessità di ricevere al volo una formula per un foglio Excel che stavo predisponendo, ero veramente di corsa e non veniva a mente. IO: Hey Chat, mi dici al volo formula excel per calcolare la percentuale di scostamento tra due valori? AI: Certo, in Excel puoi calcolare la percentuale di
scostamento tra due valori utilizzando la seguente formula: = Valore Nuovo - Valore Vecchio / Valore Vecchio x 100 Puoi usarla direttamente in una cella Excel. Ad esempio, se i tuoi valori sono nella cella A1 (valore nuovo) e nella cella B1 (valore vecchio), la formula sarà: = (A1-B1 / B1) x 100 Questa formula sottrae il valore vecchio dal valore nuovo, divide il risultato per il valore vecchio e quindi moltiplica per 100 per ottenere la percentuale di scostamento tra i due valori. IO Hey Chat, sei sicura delle parentesi per un uso con Excel? Così a occhio mi sembra che ne vadano aggiunte due per non avere un valore finale sballato. AI Mi scuso se c’è stata confusione nella formula. In effetti, l’uso delle parentesi è importante per stabilire l’ordine corretto delle operazioni. Se i valori nuovo e vecchio sono rispettivamente nelle celle A1 e B1, la formula corretta sarà: = ((A1-B1)/B1)*100 Questa formula esegue correttamente la sottrazione del valore vecchio dal valore nuovo, poi divide il risultato per il valore vecchio, e infine moltiplica il tutto per 100 per ottenere la percentuale di scostamento tra i due valori. Anche questo piccolo caso è comunque eloquente: vanno comunque saputi valutare i risultati ottenuti dall’AI per non cadere in errori marchiani in fase di uso e condivisione di dati e informazioni. AI, paure o meno, sarà importante esserci e capire per governare il cambiamento e non subirlo.
A tu per tu con l’Intelligenza Artificiale per scoprire falle e incongruenze
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Data Breach di Piero Sacco
A quanto pare il 2023 è stato un anno record per i furti di dati personali dal cloud, uno studio commissionato da Apple e condotto dal MIT rivela l’aumento drastico delle fughe e dei furti di dati nel 2023 (The Continued Threat to Personal Data: Key Factors Behind the 2023 Increase). Viene da chiedersi, come mai? Qualche settimana fa Trend Micro ha presentato una interessante ricerca (YOUR STOLEN DATA FOR SALE, 2023) su diverse varianti di malware infostealer, spregevoli software che spifferano a qualche malfattore, nascosto chissà dove, i fatti nostri. E potrebbe essere utile ricollegare allo studio di cui sopra anche un altro interessante report (VIRTUAL KIDNAPPING, 2023) in cui si approfondisce in che modo gli strumenti di clonazione vocale basati su AI e Chat GPT possono essere utilizzati dai cybercriminali per compiere truffe o estorsioni… Ma partiamo dagli insidiosi Malware, che si presentano in diverse forme quali virus, worms, trojan horses, ransomware e spyware, del resto in Italia è “record di attacchi malware” (ANSA 2023)… ne hanno già dissertato abbondantemente …ma piuttosto che giustificare gli acquisti di antivirus approfondiamo brevemente il tema degli spyware. Sono piuttosto insidiosi, in quanto non si manifestano agli utenti
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con danni evidenti ma agiscono in background e sono in grado di trasmettere una copia dei nostri file al suddetto malfattore. Va detto che questo approccio è più orientato alle entità che hanno informazioni pregiate conservate nelle loro banche dati (banche, ospedali, aziende varie, pubblica amministrazione, ecc.…). Per organizzare le difese informatiche necessarie ad impedire il diffondersi ed il funzionamento di questi software ci vogliono investimenti importanti, non a caso nel PNRR sono previsti dei fondi ad-hoc per “Difese informatiche più efficaci per una Pubblica Amministrazione più sicura”. Come accennato, se ci va bene, ci compreranno un po’ di antivirus… sperabilmente evitando quelli Russi… ma è certo che non sarà affatto sufficiente, ma torneremo sull’argomento. Per la maggior parte degli utilizzatori di computer/smartphone purtroppo la minaccia è più sottile, in un ambiente scarsamente protetto i Malware sono in grado anche di “catturare” ciò che l’utente esegue durante la navigazione Internet. Di conseguenza anche se le informazioni più importanti e private non sono fisicamente archiviate nei nostri computer/smartphone, nel momento in cui le utilizziamo per usufruire degli ormai indispensabili “servizi internet” queste possono essere catturate
e inviate al suindicato malfattore e ai suoi numerosi colleghi che le troveranno messe in vendita sul dark web. Negli ultimi tempi gli erogatori di servizi internet hanno alzato le difese, introducendo ad esempio meccanismi di doppia autenticazione che in parte vanificano la cattura delle informazioni inserite nel browser. Contestualmente speriamo che gli utenti stiano diventando più accorti, ad esempio diversificando le password e avendo più cura e cognizione di come funzionano i loro computer/smartphone. Ma il malfattore, sempre nascosto chissà dove, è sempre alla caccia del maggior numero di informazioni che vi riguardano, sia perché è diventato piuttosto semplice imbastire meccanismi per ingannare gli utenti (le mail di phishing ad esempio sono economicissime) sia perché fiorisce un mercato di strumenti software e servizi a poco prezzo proprio per aiutare l’intraprendente malfattore a compiere le sue nefandezze. Un’idea di cosa ci faccia il malfattore con i vostri dati può emergere dal report sul (VIRTUAL KIDNAPPING) di cui accennavamo in precedenza. Senza entrare troppo nel dettaglio nel report si espone come sia possibile, utilizzando sofisticati strumenti di intelligenza artificiale, elaborare una nuova biometria vocale e/o video per
Uno studio commissionato da Apple e condotto dal MIT rivela l’aumento drastico delle fughe e dei furti di dati nel 2023. Viene da chiedersi, come mai? Meglio fare tesoro dei consigli della nonna.
creare un messaggio audio/video fasullo che riproduce la voce e/o le fattezze di una persona da utilizzare per una truffa. Purtroppo i suddetti sofisticati strumenti di intelligenza artificiale non sono affatto difficili da reperire ed utilizzare, tutt’altro. Su internet è un proliferare di software sperimentali, prodotti di prova/studio corredati di tutorial ed esempi vari, abbiamo fatto una prova e con poco lavoro abbiamo ottenuto un risultato passabile. Certo non al livello dell’ultima canzone dei Beatles, piuttosto al livello della provocazione deputato Russo e del suo ‘clone digitale’, sufficiente ad ingannare buona parte dei nonni nazionali. Sempre nel report infatti si porta ad esempio come questo tipo di audio fasullo, altresì detti deepfake, sia utilizzato per creare finte situazioni imbarazzanti (sextortion) o di pericolo (virtual kidnapping). Certo, la recente truffa perpetrata all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato da un po’ la misura di come l’utilizzo dei deepfake a questo scopo sia un po’ una nuova frontiera, ma è allo stesso tempo è un esempio di come sia possibile organizzare una truffa che funziona benino anche ai danni di un ente ben difeso ed organizzato senza andare su livelli estremi di sofisticazione. Anche in questo caso il ruolo principale lo hanno
avuto le informazioni raccolte…i dati rubati magari non al poligrafico ma alle ditte fornitrici, i dati più meno privati catturati al personale delle ditte e/o del Poligrafico stesso, fino ad arrivare a tutto quanto possa essere recuperato con il classico spionaggio con appiattimento di fantozziana memoria. Senza contare che oggi molti di noi contribuiscono volontariamente a questa raccolta pubblicando sui social media una valanga di informazioni utilizzabili purtroppo anche per scopi poco nobili. Il punto di partenza è sempre la raccolta informazioni, più informazioni i malfattori riescono a mettere insieme e più accurato sarà il deepfake, il phishing, il ricatto o il tentativo di truffa in generale. Non esistono soggetti immuni a questo tipo di aggressione perché per ogni soggetto sulla base della sua cultura, livello di informazione, situazione personale ed esperienza può avere un livello più o meno alto di diffidenza ma un truffatore sufficientemente motivato, istruito e finanziato è un pericolo difficilmente mitigabile. E volutamente non apriamo l’agghiacciante fronte degli estremisti, possiamo solo immaginare cosa possono essere in grado di fare considerando che fondi, tempo e motivazione non gli mancano. Dobbiamo confidare che l’atten-
zione che oggi si pone sul tema, generalizzando un po’ ci si riferisce alla Cybersecurity, porti a saggi investimenti ed a strumenti che ci aiutino a elevare difese efficienti. Nel contempo crediamo sia utile fare tesoro del consiglio della nonna… non dare confidenza agli sconosciuti e dopo la scuola torna subito a casa. Vale ancora di più nel mondo digitale, grande e globalizzato anche per quanto concerne i malfattori.
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Un quarto di millennio per il Marsala 32
Nel 2023 ha compiuto i 250 anni di storia. Stiamo parlando del marsala, un vino molto conosciuto ma forse non adeguatamente apprezzato. Ne parliamo con Nicole Casavola che rappresenta la cantina Pellegrino e Andrea Posani, che rappresenta la cantina Curatolo Arini, entrambi Brand Ambassador del Marsala.
e tempo. John Woodhouse ha scoperto marsala? Il marsala in fieri già esisteva. Esisteva un vino che ha una tradizione ben più lunga del marsala che conosciamo oggi. Il perpetuo era un qualcosa di importante, non era una semplice bevanda. Questa soluzione fermentata che rimaneva anni e anni nella stessa botte, era un prodotto che veniva impiegato nei momenti più importanti. Era presente ai matrimoni delle figlie, a testimonianza dell’importanza atPartiamo dalle origini e cioè da tribuita a questo prodotto. Un valore come nasce questo vino. che aveva già prima che venisse fortificato dagli inglesi. Nicole Casavola: giochiamo spesso sul discorso se il marsala l’hanno Un vino legato al territorio di Marinventato gli inglesi o i siciliani. Si- sala, di pregio considerato che vecuramente la nascita del marsala è niva usato nei matrimoni, un po’ da attribuire a John Woodhouse. Un come lo champagne e che però mercante di Liverpool che nel 1773 a oggi è tanto conosciuto quanto causa di una tempesta sbarcò sulle poco valorizzato. coste di Marsala. Entrando in una Taverna ebbe modo di assaggiare un NC: Il marsala ha avuto la conovino che era chiamato perpetuo. Un scenza su larga scala per il marsavino che i siciliani tenevano all’in- la fine. Quello che troviamo tutti i terno di botti che venivano ricol- giorni sugli scaffali dei supermermate col vino nuovo e mai svuotate. cati, che utilizziamo in cucina. È Se ne innamorò e decise di portarlo il marsala di base, che fa l’affinacon sé in Inghilterra e perché il vino mento minimo che è di un anno. si mantenesse nel lungo viaggio lo Ed è giusto che sia utilizzato in addizionò con alcol. Nasce quin- questo ambito. Ci siamo però perdi così il vino che oggi conosciamo si negli anni tutto il resto, l’altro come Marsala. marsala, quello da lungo affinamento, capace di essere abbinato Andrea Posani: il marsala ha una nei modi più fantasiosi e divertencosa che reputo meravigliosa, il fat- ti piuttosto che rilegato al ruolo di to di essere l’esempio di come il vino vino da scaloppina. non sia soltanto vino, ma un qualcosa di più, legato ad arte, cultura Per il Marsala parliamo di un viti-
A colloquio con Nicole Casavola e Andrea Posani, Brand Ambassador del Marsala
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gno molto noto e anche molto diffuso in Sicilia, cioè il grillo.
za aver degustato almeno un calice di marsala. È una radice troppo forte, è una tradizione che non può assolutamente essere persa e di conseguenza anche da un punto di vista educativo, sia per il consumo che per il palato. Il marsala ci dovrà sempre essere, a prescindere dai numeri. È sicuramente più complicato poterlo portare a tavola, ma sicuramente è molto più divertente nel momento in cui si riesce a comprenderne le potenzialità: non è un semplice vino fortificato da abbinarsi esclusivamente ai dolci. È qualcosa di molto più complesso che può associarsi a ogni tipo di gastronomia.
AP: In realtà il marsala, la cui base poi inizialmente era il perpetuo, non era grillo. Questo è un vitigno che in realtà nasce successivamente. Il Perpetuo e poi il marsala nasce da una fermentazione di uve bianche, le uve dei principali vitigni bianchi autoctoni della Sicilia occidentale, poi diffusosi in tutta l’isola: il catarratto e l’inzolia. Sono uve che hanno bisogno di temperature più fresche, che hanno bisogno di altitudini maggiori, cosa che non offriva la zona di Marsala perché paludosa. Fu Antonio Mendola, Barone a Favara, nell’agrigentino, a creare il vitigno grillo, incrociando zibibbo e È nato anche un consorzio… cataratto, vitigno che ha preso piede a Marsala ben adattandosi ad un clima NC: Il consorzio del marsala è uno più caldo, in prossimità del mare, un dei consorzi di tutela, in realtà, più pochino più profondo e argilloso. Con gli anni è diventato il vitigno prevalente nella produzione di marsala. Quanto incide nelle produzioni delle vostre cantine? AP: Siamo sul 20%, 25% della produzione. Sicuramente in passato l’incidenza era maggiore. Resta però che da una cantina di Marsala non si potrà mai uscire sen-
antichi d’Italia, perché è un consorzio che è nato nel dicembre del 62. Sono quindi tanti, tantissimi anni, che esiste e con gli anni più numerosi sono diventati i soci. Si è colta la necessità, in occasione del quarto di secolo celebrativo del marsala, di promuovere questo vino e con esso il suo territorio. Posso affermare con sicurezza che venire a vivere l’esperienza a Marsala, cioè conoscere non solo il vino, ma vedere il territorio in cui questo vino viene prodotto è un’esperienza unica. AP: Da quando vivo in questa città posso dire c’è un collegamento diretto tra il vino marsala e Marsala. Marsala è una città che prima si nasconde e poi si concede. E bene o male, anche per interpretare il vino marsala si vive lo stesso percorso. All’inizio spaventa, poi ti incuriosisce e alla fine ti stupisce. È su questo che il consorzio deve lavorare. Cercare di far incuriosire le persone per poi portarle a stupirsi di un vino che ha 250 anni di storia, di un vino che è legato ad arte, cultura, territorio e soprattutto persone. Il consorzio è il più antico d’Italia e forse anche il più nuovo, perché è stato ricostituito a gennaio, e la sua sfi-
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da odierna è esattamente quella di datemi tre parole ad identificare il fornire una visione nuova di questo marsala. vino, una visione che si è nascosta fin troppo lungo in tutti questi anni. AP: Ci sono due parole che uso tantissimo: esperienza e sensi, perché è Il libro dedicato alla famiglia Flo- impossibile non toccare ogni senso rio, I Leoni di Sicilia, e la serie tv bevendo un calice di marsala. Sicuche ne è stata tratta può aiutarvi ramente se dovessi dire altre parole, nel processo di comunicazione di userei tradizione, famiglia, perché ogni storia e ogni casa che produce questa nuova visione? Marsala qua è una famiglia. Ma soNC: Probabilmente più la serie, ma prattutto la parola tempo. Perché il solo perché sarà più vista rispetto marsala è necessariamente vincolato alla lettura del libro. Il marsala non alla parola tempo. ne è il protagonista però se ne parla e penso che possa aiutare a farlo NC: Legandomi al discorso di Anconoscere, a far vedere come nasce, drea le parole che usiamo di più sono di come poi sarà commercializzato. proprio storia, perché il marsala è Quindi sicuramente aiuterà, anche un vino dove dietro c’è la storia delle se poi il nostro lavoro è quello che persone, l’artigianalità, la passione. dobbiamo fare tutti i giorni, andan- È un territorio che ritroviamo all’indo a comunicare il vino Marsala in terno del bicchiere, perché per fare questo vino c’è bisogno proprio di ogni evento possibile. Marsala. Abbiamo bisogno del sole, AP: Consiglio di leggere il libro, non del mare, del vento, è un vino che soltanto guardare la fiction. Sicu- rappresenta appieno il territorio in ramente aiuterà, ma solo perché, cui viene fatto. E soprattutto, come avendo vissuto in questi anni l’ospi- ultima parola, anche io direi il tempo. talità della Sicilia. Il marsala non è Perché il tempo è il concetto base che un vino facile. E il turista, al di là del sta dietro al marsala. È un vino che si turista per caso, che viene a Marsala racconta in modo diverso a seconda è perché apprezza questo vino. Spe- degli anni che si porta sulle spalle, a ro che la fiction abbia la capacità di seconda dell’affinamento che fa. A intaccare emotivamente lo spetta- seconda degli anni ci racconta una tore, lo porti a voler visitare questo storia diversa. Non è diverso da noi. territorio ed entrare in contatto con Quello che noi possiamo raccontauna delle sue migliori realtà, il mar- re a 10 anni a 20 anni, non sarà mai sala appunto. Quindi sono convinto quello che potremmo raccontare a 50. L’esperienza e la storia che abbiache aiuterà anche questa fiction. mo vissuto è quella che riportiamo Chiudiamo citando una canzone: agli altri. Così fa il marsala.
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Far di conto... Silvana Lulli, di professione commercialista. Dopo 25 anni di attività ha deciso di dedicarsi anche alla produzione di vino e la sua commercializzazione. Tutto il tempo libero che ha a disposizione lo dedica alla sua cantina, la Parvus Ager. L’abbiamo incontrata per sapere come si stravolge la vita con una passione, anche se tardiva. Si tratta assolutamente di un’avventura. Premetto, però, che sono cresciuta in questo mondo. Mio bisnonno ha prodotto vino come il nonno e mio padre. Sono cresciuta in questa realtà, poi i miei studi, le scelte professionali fatte, mi hanno portato a fare tutt’altro. Faccio la commercialista da 25 anni, la faccio ancora oggi… ma un giorno di novembre del 2021 sono entrata all’interno dell’azienda di famiglia appena costruita ed è stato amore a prima vista. Ho capito che era la cosa che veramente mi piaceva fare. Perché parla di azienda appena costruita se suo nonno e suo padre erano già nel settore?
tivazione e vinificazione con una propria etichetta. Qual è l’elemento che l’ha entusiasmata, l’ha coinvolta? E su cosa ritiene di averci messo del suo? Quando sono entrata lì dentro ho capito quello che potevo fare avvalendomi delle mie esperienze da commercialista. Come dico sempre, io ho conosciuto l’imprenditore per 25 anni, dall’altro lato della scrivania, quello che loro fanno, i sogni che hanno e, alcune volte, anche i loro fallimenti, ovviamente. Ho preso queste mie conoscenze e ho cercate di avvalermene all’interno della mia azienda. Ero di fronte ad un’azienda nuova, assolutamente nuova, che non si conosceva sul mercato e che aveva bisogno di tutto: di fare di qualità prima di tutto e poi di farsi conoscere sul mercato. E abbiamo iniziato a lavorare, dall’enologo al reimpianto del vigneto, alle etichette sulle bottiglie, quelle tantissime cose necessarie per far nascere un’azienda che prima non c’era.
L’azienda di famiglia ha sempre solo conferito uva. 10 anni fa mio padre ha deciso di ristrutturare tutto quanto il vigneto, 54 ettari e di costruire una nuova cantina, molto diversa da quella dove sono cresciuta. Quella era una cantina immensa, grande, perché noi facevamo vino all’ingrosso, vendevamo vino a cisterna, acquistavamo anche uva per produrre vino da conferire ad altri. Questa nuova cantina, invece, è più piccola, più a dimensione umana, è nata con l’idea di poter andare in bottiglia.
Ci parli della sua azienda. L’azienda si trova all’interno di Santa Maria delle mole, a poche centinaia di metri dall’aeroporto di Ciampino. E siamo all’interno del Parco dell’Appia antica, 54 ettari con 11 varietà diverse di vitigno. Abbiamo i vitigni autoctoni, quelli per poter fare il Roma Doc, sui quali crediamo molto. Abbiamo malvasia puntinata che è caratteristica del Lazio come il bombino e il trebbiano verde. Coltiviamo anche la malvasia di Candia, il vermentino e il sauvignon. Come rossi, per fare il Roma Doc, il Montepulciano, e in più il petit verdot, il merlot e via dicendo…
Un’altra filosofia quindi. Immagino suo padre abbia fatto questa cantina ragionando in termini di col-
Qual è il prodotto che piace di più tra quelli da voi prodotti, quello al quale ci si è affezionata di più?
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in cantina Il Roma Doc Malvasia Puntinata. Perché sicuramente esprime il nostro territorio e l’uvaggio che è tipico veramente del nostro territorio. Quali sono le avversità che lei vede più importanti in chi si cimenta in questo settore? Lo scetticismo. Lo scetticismo della gente, lo scetticismo legato a un nuovo nome, un nuovo brand. La principale difficoltà è rappresentata dal far conoscere il prodotto, perché poi quando lo si assaggia il riscontro è positivo. Uno scetticismo legato al territorio. Al Lazio che ha una storia non bella, con una immagine di vino di consumo e bassa qualità. Un preconcetto che stiamo cercando tutti noi produttori di smentire, perché oggi si fa qualità nel Lazio. C’è anche un problema di distribuzione o questo lo avete superato? C’è anche un problema di distribuzione, perché comunque tutta la filiera crede poco in noi. Crede poco nei prodotti laziali. Tutti dicono che con un prodotto del Lazio bisogna lavorare tre volte rispetto a un prodotto di altra regione. Il nostro, intendo dei produttori laziali, è un lavoro certosino, piano piano ne stiamo vedendo i risultati. Oggi anche grandi aziende stanno venendo a comprare e investire nel Lazio.
La diverte questa nuova sfida? Le piace il suo hobby/ lavoro? Non potrebbe essere altrimenti. Sono anche sommelier nel senso che ho fatto il mio percorso didattico anche se bevo vino da quando sono bambina e ho un palato abituato venendo comunque da una famiglia di produttori. Oggi però è tutt’altro lavoro rispetto a quello che faceva mio nonno e il mio bisnonno. Ci siamo dovuti rigenerare e ho iniziato dalle basi. Il corso di sommelier ma anche le molte degustazioni a cui dedico molti dei miei pochi giorni liberi. Qual è il suo sogno a breve e a lungo termine? Allora il mio sogno a lungo termine è quello che l’intera produzione della mia azienda vada tutta in bottiglia. Parliamo di 54 ettari, con una resa di 80 quintali a ettaro. Insomma, parliamo di centinaia di migliaia di bottiglie. Ma sono comunque soddisfatta delle 25.000 fatte nel primo anno di imbottigliamento, senza che nessuno ci conoscesse, averle vendute e questo vuol dire che il prodotto comunque piace. Il mio obiettivo a breve è quello di farmi conoscere e di far conoscere la mia azienda, i miei prodotti e far credere di più nei miei prodotti e nel Lazio. Questo è il mio obiettivo nel breve.
Diciamo che storicamente il vino del Lazio è stato accompagnato all’immagine di semplicità e facile disponibilità. Vero. Però, come ha detto una persona importante nel mondo del vino, se è vero che la poca resa per ettaro porta qualità, questa riguarda più quelle zone dove è difficile che l’uva esce fuori dal terreno. Zone floride con un terreno fantastico, vulcanico, con un clima eccezionale come il Lazio, è ovvio che ci sia abbondanza.
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Via Menalca, 30 - 00155 Roma Tel. 06 2294420 Fax 06 2295925 www.riverpress.it e-mail: patrizio@riverpress.it segreteria@riverpress.it 38
Organizzazione con Sistema di gestione qualità certificate
UNI EN ISO9001:2015 da CSI Spa
Da manager a viticoltore Patrizio Montali, classe 1962, ha un vigneto di 15 ettari, in Abruzzo dalle parti di Chieti. Da quant’è che produce e imbottiglia vino? Da poco più di tre anni. Dobbiamo considerare che abbia fatto un altro mestiere in precedenza… Assolutamente, sì. Diciamo che la mia prevalente attività lavorativa riguardava temi completamente diversi perché ho lavorato sia per grandi aziende italiane che internazionali, sia in Italia che all’estero. Diciamo che vengo in effetti da tutt’altro mondo. Quindi lei ha mollato tutto tre anni fa e ha costruito una sua azienda che produce vino, ci racconta come nasce questa passione? Se è stata una decisione improvvisa o che rimuginava da tempo… La passione, diciamo che ce l’avevo proprio dentro, nel sangue, nel DNA. Nel mio sangue già circolava un po’ di vino. Sono di origine marchigiana da una parte e abruzzese dall’altra parte. Entrambe le famiglie avevano a che fare con la viticoltura, tutt’oggi la parte abruzzese se ne occupa ancora. Ma è sempre
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e solo riguardato la sola coltivazione dell’uva, senza mai fare il passo successivo. Quindi in casa era quindi consuetudine che si parlasse di una e di vino. Questo è stato sicuramente alla base di quello che pe anni è stato un sogno in un cassetto. Ma io dico sempre che i sogni nei cassetti alla fine rischiano di ammuffire e allora ho deciso di fare questa scelta. Ho lasciato dove il posto di lavoro e assumendomi tutti i rischi di questa decisione ho costituito la mia azienda agricola dove ho inserito, se posso usare questo termine, parte della proprietà dei vigneti della famiglia in Abruzzo, acquistandone 15 ettari, e ho cominciato una mia attività che proprio recentemente ha ottenuto la certificazione biologica. Una cosa però è conferire uva ad altri che poi producono vino, altra cosa costruire una cantina con tutte le attrezzature per produrre direttamente e imbottigliare. Un passo bello ardito… Assolutamente. Diciamo che è stata un po’ la filosofia che ha caratterizzato la mia vita, le mie esperienze professionali. Il coraggio non mi manca e molte volte il coraggio supera la ragionevolezza. Certamente la cosa più difficile di questo mestiere è fare il vino. Questo
è il passo più importante, perché parliamo di un settore che in Italia esprime grandissime etichette, grandissime aziende, grandissimi brand. Certamente non c’era bisogno anche della nostra piccola cantina. Siamo partiti con un approccio ben preciso, forse per certi versi un po’ fuori dai soliti canoni. Sia chiaro, non sono partito solitario e a testa bassa, mi sto facendo aiutare, ci sono delle persone che mi stanno aiutando. Collaborano con me sia un enologo che un agronomo che mi stanno aiutando ad avviare l’azienda. È uno stravolgimento di vita. Anche personale. Una cosa è andare in ufficio, altra andare in vigna… Questo è stato sicuramente il passo più bello, dall’abito da manager a quello di vignaiolo è stato un passo fantastico. Evidentemente anche questa è una cosa che avevo nel mio sogno: camminare tra i filari, vestirsi in maniera estremamente casual senza nessun tipo di regola. Può sembrare una cosa un po’ banale. Quello che dico però che è una cosa che mi ha fatto molto piacere. L’ambiente era quello che volevo, che cercavo. Ma non solo l’ambiente dal punto di vista paesaggistico, ma anche l’ambiente
sociale, il contatto con le persone con questo tipo di persone, con le persone che operano in questo mondo. Questa è una cosa in effetti molto bella. Ecco.
del cemento. Il cemento permette al vino di respirare un poco. Questo chiaramente comporta dei processi diversi, ma che, a nostro avviso, migliorano altamente la qualità poi del prodotto finale.
Andiamo un po’ più nel dettaglio di cosa produce. Che scelte ha fatto? La nostra filosofia è molto semplice, produrre vini con vitigni autoctoni. Stiamo parlando ovviamente di Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, ovviamente produciamo anche il Cerasuolo d’Abruzzo. Rigorosamente in purezza. Questo è il nostro principio. Per farlo ho voluto avvalermi dell’esperienza toscana. Certamente in quella regione c’è una grande capacità e conoscenza nella coltivazione della vite. Ho fatto questa scelta parlando del mio progetto con un agronomo, enologo. L’idea gli è piaciuta, quindi adesso sta collaborando con noi su questa attività. E che scelte ha fatto in cantina? Anche qua siamo voluti un po’ uscire dai soliti canoni e quindi vinifi-
chiamo solo in cemento. Abbiamo ripreso una tradizione di qualche decennio fa, oramai abbandonata dalla maggior parte delle cantine che vinificano prevalentemente in acciaio, al di là poi degli affinamenti. Noi facciamo solo in cemento, sia i nostri bianchi, che il rosato, che il rosso vinificano in vasche che abbiamo fatto produrre specificatamente per noi. E devo dire che quando l’enologo mi parlò della possibilità di vinificare in cemento mi disse: Scusa Patrizio, ma ti faccio questo questa domanda, tu vivresti meglio dentro una casa dove le mura sono in acciaio o in cemento? Ovviamente la risposta. anche da neofita quale ero in quel momento sul vino, è stata quella
Qual è la difficoltà principale che ha trovato o sta trovando? È difficile fare il vino. Farlo bene, piccole produzioni ma di alta qualità è molto, molto difficile. Ma la cosa più complicata è farlo conoscere. È estremamente complicato sia dal punto di vista commerciale, sia dal punto di vista della comunicazione. Ecco, questo è sicuramente il tema più importante oggi. Perché il vino può essere anche il più buono del mondo, ma se tu non riesci a farlo apprezzare alle persone c’è il rischio che rimanga in cantina. Oggi il mio lavoro è fondamentalmente dedicato a questo: incontrare persone, parlare con loro, cercare di organizzare dei piccoli eventi, delle piccole degustazioni, incontrare gli appassio-
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nati, anche all’estero. Un lavoro a tappeto sul territorio. Che sto cercando di fare in un mondo, quello vinicolo italiano, che, come dicevo all’inizio, certamente non aveva bisogno di un’altra piccola cantina. Questo è il lavoro certamente più impegnativo oggi. Ma avete realizzato un luogo di vendita nella vostra cantina? Chi viene da fuori può venire a comprare da voi?
male dal punto di vista dell’esposizione dei nostri vigneti. I vigneti sono esposti a sud est a circa 200 sul livello del mare. Da una parte abbiamo la Majella, con i venti freschi, a volte gelidi, che provengono dal monte, dall’altra parte la brezza marina proveniente dall’Adriatico, distante da noi in linea d’aria meno di 10 chilometri.
Al momento no, ma è in progetto a cui sto lavorando e che dovremmo realizzare nei prossimi mesi. L’obiettivo non è vendere solo vino ma anche gli altri prodotti della nostra azienda, come l’olio, le composte. Tutto rigorosamente biologico. È possibile però acquistarlo on line dal nostro sito, garantiamo la consegna sul territorio italiano tra le 24 e le 48 ore successive all’ordine, 72 se deve essere spedito all’estero. Costo della spedizione gratuito dalle 6 bottiglie in su. Dove si trovano i suoi vigneti e l’azienda? In provincia di Pescara, il paese si chiama Manoppello. È un paese piccolo nell’entroterra pescarese. Noi siamo in una posizione otti-
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Parliamo di uno dei più importanti nebbiolo del nostro paese che prende il nome da una località vicino a Vercelli. Il Gattinara. Ne parliamo però con un fisico delle particelle, Piergiorgio Cerello.
Che ci fa un fisico delle particelle in cantina? A Gattinara ci sono cresciuto la famiglia di mia mamma è lì da secoli e mio nonno aveva alcune vigne che poi abbandonò, Nessuno dei suoi figli continuò l’attività. Ne mantenne solo una che dagli anni 80 restò incolta. Nel 2002 io e quattro amici, da quando avevamo 5 anni, decidemmo di reimpiantarla, per trovare l’occasione di stare insieme, dato che le nostre strade si erano naturalmente divise. Reimpiantammo la vigna da capo, partendo dallo scasso del terreno e cominciammo a coltivarla, all’inizio senza sapere praticamente nulla e poi…
Gattinara per gli amici: ci vuole il fisico
Il vostro gattinara ha fatto strada, ha ottenuto dei riconoscimenti. Lei è diventato anche enologo, non le bastava la laurea in fisica? Beh, diciamo sì, mi bastava. Però quando comincio a piacerci e il risultato stava andando decisamente al di là delle aspettative iniziali, si affacciò l’idea di fare qualcosa di più che produrre il gattinara a nostro uso esclusivo. E però bisognava imparare. Non bastava farsi dire come fare, bisognava capire anche perché. Sarà stato l’approccio del fisico che studia, cerca di capire. Una volta tornato da Ginevra, avendo più tempo disponibile perché i figli erano cresciuti, decisi di iscrivermi al corso di laurea in viticoltura e enologia dell’Università di Torino. Questo succedeva nel 2006. Ho preso la triennale e ci ho impiegato 5 anni. Viste le condizioni è andata bene così. E così oggi abbiamo una vera cantina. Immagino che l’enologo si sia sposato col fisico nella fase di vinificazione e soprattutto quella di fermentazione e di affinamento. C’è qualcosa che avvantaggia il fisico. L’abitudine a studiare i sistemi con tanti parametri di riferimen-
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to per poi trarne le scelte più adeguate ad ottenere il risultato, in questo caso a migliorare la qualità del prodotto. Un discernimento delle scelte effettivamente migliorativa ad altre solo marginali. Credo che sia stato un vantaggio. La Stradina, perché vi chiamate così? Perché quando da bambini giocavamo assieme il luogo dove andavamo a giocare era quello che noi chiamavamo la stradina, cioè era una piccola strada privata. Dove non passava quasi nessuno e in cui noi giocavamo. Quando si è trattato di scegliere un nome ci è tornata in mente. Il vigneto che voi avete reimpiantato lo gestite direttamente o lo fate gestire? Immagino che che lei non avrà molto tempo per stare in vigna. Siamo in 5 e quattro dei miei amici vivono a Gattinara. Fatto indispensabile altrimenti non si riuscirebbe. È chiaro che diventato qualcosa di più di un hobby, ma è comunque un’attività che si svolge nel tempo libero. Dobbiamo organizzarci, però nel tempo abbiamo imparato a farlo. Ognuno ha dei compiti abbastanza definiti. Ad esempio io lavoro in cantina che è una attività un po’ meno vincolante. Se escludiamo la parte di vinificazione ovviamente. Diciamo che dalla svinatura in poi le attività si possono gestire con un po’ più di flessibilità. Alla fine siamo riusciti a organizzarci abbastanza bene. Quante bottiglie riuscite a fare? Perché comunque rimanete su numeri piccoli? Si, si va dalle 1000 alle 3000, a seconda delle annate. Insomma, grosso modo. Un hobby che si è trasformato in qualche cosa di più. I risultati stanno arrivando. Sì! Devo dire che siamo molto, molto soddisfatti. Ci fa molto piacere insomma, anche perché ci abbiamo messo comunque molto impegno. È piacevole vedere che poi questo porta ad un buon risultato.
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L’arte della vita… del vino Hotel Villa Pamphili 3 dicembre 2023, dodicesima edizione di Life of Wine ideato da Roberta Perna che ne è anche l’organizzatrice.
si possa presentare tutti gli anni sempre le stesse aziende. Diciamo che ogni anno abbiamo il 40% di aziende stabili e il 60% che cambia. Le cantine vengono selezionate in base a storicità e qualità dei vini, ma soprattutto sulla disponibilità Come nasce Life of Wine e qual era di vecchie annate e volontà di farle il suo obiettivo? L’ha raggiunto? degustare anche a un pubblico non Life of Wine nasce 14 anni fa, nel esperto, che non è solo di operatori 2010, come evento biennale. Nel e di stampa. 2010 di vecchie annate se ne parlava ancora poco, in Italia se ne Avete scelto Roma come sede di parlava solo da un punto di vista questa manifestazione. C’è un professionale, tra quelli del settore. motivo? Solo chi era nel settore o giornali- Ci rendemmo conto che poteva sti come me avevano possibilità di essere un evento che non sarebbe degustare vecchie annate. Mi sono cresciuto a Firenze, perché ci inquindi chiesta perché non potesse- teressava fin da subito coinvolgero anche i wine lover, se gli amanti re tanta stampa e tanti operatori. del vino non potessero avere oc- Quindi abbiamo fatto la seconda casione per provare come il vino edizione a Roma, poi la terza fu evolve in bottiglia. E da lì l’idea di rifatta a Firenze ma dalla quarta in poi abbiamo deciso che Roma Life of Wine. poteva essere la città ideale per Qual è il criterio con cui selezio- questo evento. Ei numeri infatti lo nate le cantine? confermano. Abbiamo una serie di cantine, prevalentemente toscane, ma solo Rimarrete su edizione annuale o perché la Toscana è tra le più vocate pensate di ampliare? alle vecchie annate, che ci seguono No, assolutamente. Edizione anda anni e quindi abbiamo uno zoc- nuale. È già complicato farla una colo duro di operatori che vengono volta. Non è facile trovare cantine da 12 edizioni. Le altre proposte le che abbiano la volontà di offrire cerchiamo negli anni, tra una edi- in degustazione delle vecchie anzione e l’altra, consapevoli che non nate.
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Un modo differente per superare le differenze A dicembre 2023 è andata In scena a Roma la prima edizione di Different Wine, una manifestazione nata dalla volontà di una coppia di ristoratori, Valentina e Mario, che si pone come obiettivo non tanto la conoscenza del vino, ma far conoscere chi lo produce, chi ne deve usufruire o anche chi solo deve saperlo gestire, anche come ricettività. Nonostante la parola Different, la manifestazione è molto più inclusiva di quanto si possa pensare. Ne parliamo con Valentina Fabbri Biancone, che è CEO e founder di questa iniziativa.
disabile su sedia a rotelle, perché il mondo del vino è veramente aperto a tutti. Il tema dell’inclusione nel lavoro è un tema che ci tocca. Ecco, questo Different è molto inclusivo.
Ma come nasce il progetto? Noi siamo vicino al comitato delle disabilità perché ne facciamo parte, perché è un tema che ci tocca da vicino e perché pensiamo che l’inclusione sia parte fondamentale della nostra Comunità. Siamo nel 2024, ormai sappiamo tutti quali sono concretamente le difficoltà. Pertanto Different Wine è vicino a questo e devolviamo una parte del ricavato proprio a questo comitato che ci supporta e che supporta tanPerché Different? Different perché vogliamo intro- te famiglie in difficoltà. durre una nuova concezione di conoscere il vino, di bere il vino, Il primo passo è sempre quello più di vivere il vino. Different wine è complicato. Qual è la prospettiva? il mondo del vino a 360 °, con tutta La prospettiva è sicuramente reuna serie di servizi vicino ai pro- plicare. Il Different Wine Festival duttori che riguardano il mondo del è all’anno zero, ma ce ne saranno vino. La different wine di quest’an- molti. Il nostro format è forte, i nono ha offerto anche una borsa di stri produttori sono capaci, hanno studio per il percorso formativo da una qualità di prodotto incredibile sommelier. Il primo studente della e vogliamo entrare nel cuore degli delegazione Ostia Fiumicino è un italiani.
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Essere una al centro di un territorio importante ed essere tra le prime aziende ad aver portato avanti la riscoperta di un vitigno come la Barbera, è sicuramente un aspetto qualificante. Non è più però sufficiente se non si affronta anche il tema della sostenibilità. È uno degli obiettivi che si è prefissata la cantina cooperativa di Vinchio Vaglio, che ha ottenuto la certificazione Equalitas, una certificazione che va oltre la diminuzione dell’impatto di sostanze nocive sull’ambiente, ma si basa su un concetto molto più ampio che affronta il problema non solo sul piano ambientale, ma anche economico e sociale. I vigneti di Barbera di 50-80 anni che l’azienda sta preservando grazie all’impegno dei propri viticoltori associati, ad esempio, non avrebbero un futuro se non si preservasse il paesaggio e il territorio circostante. Per questo l’azienda è stata tra coloro che hanno spinto la Regione Piemonte a creare la Riserva Naturale della Val Sarmas-
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sa nell’ambito della quale molti dei viticoltori associati operano e ha anche acquistato una porzione di bosco limitrofo alla sede della cantina dove ha ripristinato l’antico sentiero inserendo tavoli, fontane e gli originalissimi “nidi”, strutture in salice intrecciato a mano, che proteggono i tavoli da picnic dal troppo sole e dal vento mantenendo però, le giuste aperture che consentono di godere dello splendido paesaggio circostante in un’atmosfera familiare e raccolta. Il percorso aperto tutto l’anno, prevede anche giornate dedicate dove è possibile acquistare l’occorrente per un picnic da consumare proprio all’interno dei nidi. Per chi preferisce la bicicletta alle passeggiate a piedi la cantina propone ben tre percorsi di diversa difficoltà. All’impegno sul piano tecnico agronomico, enologico, paesaggistico, ecologico, si aggiungono altri aspetti altrettanto importanti: ludico, formativo, storico e culturale. Sul piano ludico, ma attento alla
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storia e alla tradizione di questa terra, nell’arco dell’anno sono tante le occasioni che l’azienda propone: dalle serate dedicate alla “Bagna cauda” alle cene “3B – Barbera, Bollito & Bagnet”, ai picnic presso il “casotto” una tipica struttura in muratura che è frequente trovare accanto ai vigneti e che un tempo era usata dai contadini per il riposo nell’arco della giornata. Quello usato dalla cantina è dotato di tavoli esterni, di un forno a legna e di terrazze dalle quali si godono panorami che solo un sito Patrimonio Unesco come quello delle “Colline del Monferrato” può avere. Infine cultura e storia, perché la cantina è parte integrante della storia di questo territorio. Quest’anno sono stati festeggiati i 30 anni del suo vino iconico, quello prodotto nel maggior numero di bottiglie, quello che più di tutti tiene in alto la bandiera della qualità unita ad un prezzo eccellente: I Tre Vescovi.
Lo spazio e l’arte
Perché un astronauta e un artista sono qui insieme? I due hanno molti più punti in comune di quanto si possa pensare e sono l’astronauta Paolo Nespoli e l’artista Michelangelo Pistoletto.
Paolo in che occasione la tua vita si è incrociata con il maestro Pistoletto?
Dialogo filosofico tra Michelangelo Pistoletto e Paolo Nespoli
PN: Il maestro Pistoletto è noto da parecchio tempo e quindi mentre io saltellavo come un ragazzino su e giù per le contrade milanesi, lui si inventava queste cose stranissime, questi viaggi nel conscio, subconscio, questa elaborazione della realtà, queste cose che io guardavo e vedevo come avanguardia, cioè c’era tutta una serie di cose che mi incuriosivano come ragazzo. Poi in effetti capivo che ero ingegnere e quindi questo contatto da persona pratica, mettiamola così, con una persona più diversa mi lasciava un po’ a cercare di trovare un punto di incontro, di fatto mi concentravo su quello che volevo fare. Io da ragazzino volevo fare l’astronauta e quindi il maestro Pistoletto ha continuato in queste cose, in questi voli pindarici, mettiamola così, e io sono andato in voli un pochino più pratici, quindi tutti e due abbiamo volato in un certo senso fino a che poi, magicamente, queste strade si sono unite alla vigilia della mia ultima missione, quando l’Agen-
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zia Spaziale Italiana e quella Europea mi proposero di utilizzare un simbolo del maestro Pistoletto come quello che avrebbero identificato la missione che l’ASI mi aveva assegnato. Ed è in questo momento che ci siamo conosciuti un pochettino più fisicamente, un po’ più personalmente, siamo all’alba del 2017.
vediamo è oggettivo. Ma io automaticamente devo fissare una oggettività identica a quella che si riflette, non posso inventare io una figura anche se sembra uguale alla realtà, è sempre voluta da me. Io invece non voglio che sia voluta da me, io voglio scoprire la mia identità attraverso i mezzi che esistono.
nel quadro specchiante la realtà è lì presente tutta quanta, senza limite, entra proprio in profondità dentro allo specchio. Lo specchio che noi utilizziamo tutti i giorni non è opera d’arte, perché li utilizziamo così come si utilizza qualsiasi oggetto, un bicchiere per bere, la sedia per sedere, lo specchio per guardarsi. Però dentro al quadro dell’opera d’arte, lo specchio diventa rappresentazione della società, della vita, dell’esistente, diventa rappresentazione. Così MP: Nasce dalle opere specchianti. come lo è il cinema, così come sono Ecco, le opere specchianti trasfor- tutti gli elementi che cercano di pormano il quadro tradizionale che è tare immagine all’occhio umano. fatto di una superficie fisicamente stabile, statica, sulla quale le imma- In questo rientra anche la fotogragini vengono continuamente mutate fia. attraverso le opere d’arte. Io su quella superficie intervengo facendola MP: Entra anche la fotografia, ovviadiventare via via, attraverso una se- mente. Perché io ho dovuto nel quarie di passaggi, specchiante. Quindi dro specchiante mantenere quello la superficie del quadro diventando che era già l’elemento principale specchiante cosa fa? Fa quella cosa dell’autoritratto che è quello di metche sempre gli esseri umani hanno tere la propria immagine nel quadro. fatto: cercare di riprodurre la realtà, Ma io ho fissato la mia immagine attraverso l’arte, attraverso la pit- fotograficamente perché? Perché tura, attraverso la fotografia. Però nello specchio tutto quello che noi
E quindi la fotografia ogni volta cattura un’immagine diversa.
È scoccata la scintilla intellettuale. Intanto il simbolo è il Terzo Paradiso. Nel caso della missione vedeva da una parte il libro e rappresentava la cultura, dall’altra parte ciò che rappresentava la scienza, il DNA. E al centro c’è il mondo. Ecco, come nasce questo concetto del Terzo Paradiso come elemento poi di sintesi tra aspetti diversi del nostro essere umani, ma con l’obiettivo di guardare al futuro.
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MP: Un’immagine che, questo è molto importante, nello specchio sta passando, le immagini nello specchio ci sono soltanto per un attimo, prima non c’erano, poi non ci sono più, sono sempre diverse perché tutto si combina nello specchio, ma allora lo specchio non ha memoria, va avanti, mostra quello che c’è direttamente. Ma noi viviamo di memoria, senza la memoria non sapremmo nemmeno di esistere. E quindi la memoria cosa significa? Significa un’immagine che rimane fissa perché io non l’ho lasciata passare, non l’ho lasciata che se ne va, è venuta, io l’ho beccata, la fermo e la lascio sulla superficie specchiante, per cui quell’immagine che non è passata, è strano che chiamiamo passato un’immagine che invece non è passata, l’abbiamo fermata, dovevano chiamarlo “il fermato” e quindi quella immagine fermata rimane sempre in tutto quello che sarà il quadro specchiante nel futuro dove tutto cambierà ma cambiando
pre nel presente di ognuna delle persone che saranno davanti allo specchio. E ogni persona che sarà davanti al Quadro avrà lui lì vicino, sarà vicino a lui e quindi lui diventa immorPN: Stavo pensando a questa cosa tale dentro al quadro, è immortalato che il maestro Michelangelo ha ri- perché sarà sempre presente con cordato perché a Frascati, al centro quelli che vivranno nel futuro. dell’Agenzia Spaziale Europea, c’è una di queste opere specchianti che PN: Ma se uno la guarda così non mi raffigura, questo quadro spec- capisce. Di fatto questo è un muro chiante, questa realtà momenta- bianco nel quale è stata installata nea specchiante, che però contiene questa opera che è sostanzialmente questo concetto interessante con la uno specchio, una lastra di acciaio. realtà che cambia in continuazione ma che ti si fissa nel cervello e quindi MP: I Quadri specchianti sono irriproducibili, perché non puoi rianche tu fai… produrre il cambiamento continuo. MP: Tu rimarrai nella memoria per Quello che viene riprodotto è quello sempre, non solo per tutte le imma- che sta accadendo nello specchio in gini che sono state stampate ecce- quel momento. Quindi si unisce alla tera e quello che hai fatto, ma anche persona perché è un momento in cui perché sarai sempre presente in la persona vive insieme a quel moquesta mia opera, sempre, rimarrai mento. sempre nella mia opera. Perché è stato un momento che per me non PN: Volevo far notare il fatto che c’è è più passato, ma è sempre presente questo specchio che amplifica quenella memoria. È un passato che ri- sta stanza, perché se uno arriva lì mane presente nella memoria. Tu sei in teoria dovrebbe avere un muro davanti e invece guardandolo così presente nella mia opera, sempre. sembra che ci sia qualcos’altro dopo. E c’è il concetto però fotografico. E invece è semplicemente la riflesChi si specchia nella tua opera può sione di quello che ci sta davanti e scattare sé stesso nella tua opera sopra di questo, questo tra l’altro è cambiando l’opera stessa, cioè mo- lo stemma della missione con il simbolo VITA e questa foto è stata fatta al dificandola e facendola propria. centro di Mosca con la tuta vera anMP: La modifichi continuamente. data nello spazio ed è riprodotta qui Però la sua immagine rimarrà sem- a dimensioni reali. porterà dietro di sé quell’immagine lì, per cui è la memoria, la memoria è quello che noi portiamo dietro di noi, sempre.
MP: È un momento preciso della tua vita. PN: E una cosa interessante è che il quadro è a dimensioni naturali per cui se tu arrivi e non ci fai tanto caso sembra una persona, per cui dici: “Ma cosa ci fa questo qui con la tuta spaziale in questa stanza?” MP: Si perché poi è tridimensionale nel senso che ha lo spazio intorno, non è piatto quello che gli sta dietro. Dietro è come una scultura, tu hai lo spazio tutto intorno. E un’altra cosa interessante che la fa diventare ancora più particolare è il fatto che i piedi sono sostanzialmente appoggiati sul pavimento. Tu non vedi questa figura a ectoplasma che vola nello spazio o è mezza interrata, sembra una persona normale. In effetti queste sono tutte caratteristiche che ho voluto. Però è lo scatto del momento. PN: Sì quella è la persona che ha fatto lo scatto. MP: Sì, si vede la persona. Il momento in cui c’è lo scatto della persona l’opera si riproduce ma rimane costante. MP: Sì, è rimasto bloccato dentro. Il concetto appunto è che l’opera è immortale non solo perché ci sarà
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Il Terzo Paradiso nasce dal muro concepito al tempo degli antichi persiani, un piccolo muro tondo di pietra per riparare il centro dal vento arido del deserto, che non permetteva la crescita della natura.
sempre ma perché ha la capacità di rinnovarsi in continuazione. MP: Finché l’acciaio, che tra l’altro è inossidabile, resiste e resiste l’immagine impressa, fino ad allora il lavoro continuerà a sopravvivere. Tu sopravvivi anche se non ci sei più, è questa la cosa più bella. Quando noi non ci siamo più rimaniamo impressi in questa dimensione virtuale. Perché lui è virtuale qua, e tutti noi dentro siamo virtuali, ed è la virtualità che viene riprodotta in quanto sta davanti, è una riproduzione di tutto ciò che realmente sta davanti. Questo concetto è quello che è stato portato sulla Stazione Spaziale Internazionale. MP: È la vita, è la vita che sta davanti. Nella sintesi che è stata fatta, appunto tra creatività e scienza, al centro c’è la vita, però una vita ecosostenibile che guardasse al futuro. Ora nell’ambito di questa attività si è voluto creare un’opera nell’opera, perché poi alla fine è stata messa a punto un’app dedicata in cui l’opera del Terzo Paradiso del maestro Michelangelo Pistoletto si rinnovava ogni giorno con le immagini che Paolo Nespoli inviava dalla ISS o che sulla terra venivano realizzate legandole alla missione VITA. Per cui ogni istante del giorno aveva sempre una nuova opera e ognuno
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immortalava sé stesso ed era com- sentirsi coinvolti nella realizzazione ponente dell’opera stessa perché in di queste immagini e questo è stato quel momento la stava realizzando. il senso un po’ di questa applicazione che prevedeva che ogni giorno ci MP: È un’applicazione che è sta- fosse un’immagine diversa scattata fatta da RAM, Radio Arte Mobile ta da me dallo spazio verso la Terra basata sulle immagini che Paolo Ne- che riprendeva un pezzo particolare spoli realizzava nello spazio. Paolo della Terra e sovrimposto su questa è stato anche fotografo, per cui ab- Terra c’era il simbolo del Terzo Parabiamo qualcosa in comune, perché diso e attraverso questa applicazione anche per lui la fotografia è stata la gente normale, la gente di tutti i un momento di passaggio verso poi giorni, poteva sovrapporre l’immaquello che ha rappresentato la sua gine spaziale all’immagine terrestre. realtà, e cioè lo spazio. Ma la fotografia è sempre un catturare l’immagine MP: Le immagini anche della vita e portarla sul piano virtuale, chia- quotidiana, le immagini di casa proramente. E quindi questa virtualità pria, con animali, persone, il giardidell’immagine l’ha utilizzata stando no, la bicicletta, il viaggio, tutto. sulla stazione spaziale per mandare le immagini dell’universo, di quello Questa è una delle realtà a cui tu hai che stava succedendo lì, quello che sempre puntato no? Cioè quella di vedeva sulla terra girando vortico- avvicinarti alle persone, a quello samente intorno alla terra al mon- che è il senso della vita. Anche la Vedo. E la gente doveva reagire alle nere degli Stracci che ultimamente sue immagini mettendo le immagini ha avuto un piccolo problemino di proprie connesse con il simbolo tri- infiammabilità a Napoli, insomma, namico della missione. è un esempio di questo tentativo di capire il mondo poi alla fine. PN: È stata una trovata interessante perché nella missione precedente, MP: Se passiamo alla Venere degli una missione di lunga durata nel Stracci torniamo molto sulla terra. periodo tra il 2010 e ilo 2011, avevo Sulle problematiche di questa sofatto migliaia, quasi trentamila foto, cietà che è fatta anche di differenze tutte molto belle dico io, chiaramen- sociali che creano problemi groste, però mancava qualcosa, manca- si. Quando dai in mano alla società va una specie di democratizzazione un’opera d’arte attiri l’attenzione dello spazio, una specie di fare in verso quelli che sono considerati i modo che tutti potessero prende- rapporti dell’arte con i sistemi di pore queste immagini, tutti potessero tere, con i sistemi di governo. Per cui
questa opera che si è messa a nudo, non messa a nudo solo la Venere, ma messa a nudo anche la materia dell’esistente, per cui si è predisposta alla risposta. Ma andare nello spazio per dire che poi alla fine la terra e lo spazio sono un ambiente unico. Alla fine, uno va nello spazio perché serve alla terra. MP: Guardare dallo spazio la Terra, perché noi guardiamo sempre verso lo spazio illimitato, è importante, guardare questa terra e assumersene le responsabilità. PN: Ci sono parecchie valenze del volo fuori dalla terra, alcune di queste valenze sono naturalmente il fatto che posti come la Stazione Spaziale Internazionale diventano un laboratorio dove si possono fare delle cose incredibili che sulla Terra non si possono fare e tutto quello che si riesce a fare in effetti serve poi per migliorare la vita sulla Terra, non per migliorare la vita nello spazio, e quindi è un laboratorio veramente interessante che ci permette di conoscere di più come fare a vivere sul nostro pianeta. Ma il fatto di essere fuori dalla Terra e
di guardare la Terra da questo punto incredibile, quattrocento chilometri di quota, ti permette di vedere il tuo pianeta con occhi diversi, di osservarla come non riusciamo a vederla se siamo sul nostro pianeta, siamo troppo appiccicati a terra, è come se fossimo sdraiati per terra col naso appiccicato sul terreno…Se stessimo col naso appiccicato per terra vedremmo sì i dettagli delle cose che ci stanno attorno ma non vedremmo le cose più macroscopiche. Ad esempio una delle cose che di solito faccio vedere quando parlo di queste cose è il tramonto spaziale dove si vede il sole che tramonta nel giro di pochi secondi, che per noi è una cosa veramente strana, una sensazione strana. Non ti senti bene in queste situazioni.
Mi ricorda di quando ancora ero bambino: c’era la casa e c’era la cantina, la cantina era il posto buio, freddo. Così quando mia madre mi diceva: “Vai giù in cantina a prendere due patate”, io dicevo: “Siamo sicuri che devo andare a prendere le patate?”, perché non mi piaceva molto andar giù in cantina in questo posto buio, entravo e mi venivano i brividi subito, per cui correvo a prendere le patate, su di corsa e si sentiva “bam!”, che avevo richiuso la porta dietro di me. E nello spazio è quello che succede, che ti va via il sole e improvvisamente c’è la notte e in questa notte strana rimane accesa per qualche minuto l’atmosfera, poi se ne va anche quella e noi dovremmo pensare, se fossimo intelligenti, dovremmo pensare che sì, siamo qui su questo pianeta sulla Terra e controlliamo con attenzione i nostri confini, chi entra, chi esce, passaporto, non passaporto, perché entri, perché non entri, cosa porti, cosa non porti, ma di fatto abbiamo sopra le teste un confine unico che è l’atmosfera, è un muro unico che separa noi, i francesi, gli svizzeri, gli austriaci, quante volte noi pensiamo che non lontano da noi qui ci sono
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i francesi, gli svizzeri, ci interessa quello che fanno loro? Ci interessa veramente? No, perché sono un’altra nazione, hanno delle altre leggi, dell’altra polizia, delle altre cose. Sì, però di fatto quando loro fanno qualcosa, impatta anche su di noi e quando noi facciamo qualcosa impattiamo anche su di loro e quindi dovremmo prendere coscienza del fatto che sì, siamo delle entità diverse ma di fatto siamo tutti protetti dallo stesso muro e dovremmo lavorare tutti assieme per fare in modo che questo muro tenga. MP: Il Terzo Paradiso nasce dal muro. Il Paradiso è stato concepito al tempo degli antichi persiani con il desiderio di poter vivere nelle zone desertiche e quindi hanno creato dei piccoli muri tondi di pietra per riparare il centro dal vento arido del deserto, che non permetteva la crescita della natura. Ma in quei buchi, in quegli spazi l’umidità della notte ha permesso di ripararsi, di far nascere la natura, il mondo artificiale è nato lì, l’artificio che diventa miracolo, il miracolo dell’artificio che permette di far nascere la natura là dove la natura non lo permette, pensa! Miracolo! Ancora andare nella stazione spaziale è ancora uno di quei miracoli, è la capacità umana di inventare cose che la natura non permette, cioè la natura è già dappertutto nell’universo, ma siamo noi che adesso andiamo nell’universo. L’essere umano
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opera attraverso l’artificio, e badate che la parola artificio ha come radice la parola “arte”, l’artificio è fare le cose ad arte, quindi l’artificio è quella cosa virtuale, come virtuale è la parola, come sono virtuali i numeri, senza questa virtualità non ci sarebbe il computer. È tutto un insieme di cose che sono nate e cresciute a partire da quel muro, perché paradiso viene dai “pairidaeza”, in persiano, che vuole dire “giardino protetto”. La Terra, qual è il muro che la protegge? È proprio come diceva Nespoli, l’atmosfera, che noi stiamo distruggendo. Se all’inizio con l’artificio abbiamo creato il miracolo della creazione artificiale, adesso con questo miracolo della creazione artificiale stiamo distruggendo la Terra perché abbattiamo il muro. O vivi nello spazio in maniera ecosostenibile o non vivi, l’astronauta quando sale sulla stazione spaziale internazionale o comunque va nello spazio ha dei limiti costituiti dall’ambiente che lo circonda e che lo costringe a essere ecosostenibile.
zione ricicli l’acqua, devi portar su meno acqua. Se tu ricicli l’acqua e cerchi di disegnare un equipaggiamento, un sistema che sia sì da un lato complesso ma anche il più semplice possibile rispetto a quello che deve fare. Per cui questo lavoro di affinamento, non so neanche come dirlo, di riduzione di tutto quello che ti serve per ottenere il tuo obiettivo nel modo migliore possibile, viene estremizzato nello spazio perché la stazione spaziale è un posto piccolo, isolato, confinato, con poche risorse. E quindi quando si disegna un sistema per ricondizionare l’urina, per cui scherzando uno dei miei colleghi astronauti americani quando beveva un caffè diceva: “Uhm che buono, il caffè di oggi sarà il caffè di domani”, perché sapeva che un paio d’ore dopo l’avrebbe rifatto e un sistema l’avrebbe pulito e dall’altra parte sarebbe venuta fuori acqua. E questo concetto di utilizzare le risorse nel modo più efficace possibile, cioè con meno spreco di energia, con equipaggiamento più leggero possibile, che produce meno scorie possibili, è uno dei concetti della stazione spaziale internazionale, è un metodo per cercare di capire come fare per essere il più circolare possibile
PN: Sì, non è proprio l’astronauta di per sé stesso, è il sistema, le agenzie spaziali internazionali o anche nazionali che devono costruire questo ambiente e capiscono che se lo co- MP: Ecosostenibili possibile. struiscono in modo sostenibile fanno un lavoro più semplice di un modo di costruire in un modo distruttivo. Quindi se tu per esempio sulla sta-
Mal di plastica Mal di plastica è il racconto, attraverso l’Italia, ma non solo, del mondo della plastica che ci circonda e dei molti problemi derivanti da una presenza divenuta troppo ingombrante. Un libro pubblicato dalle Edizioni Dedalo, come parte della collana Sotto Inchiesta ideata da Riccardo Iacona, il conduttore di Presa Diretta, trasmissione della quale sono redattrici, le autrici del libro: Daniela Cipolloni, Teresa Paoli e Paola Vecchia.
Iniziamo a parlare del vostro lavoro partendo dalla fine, dai ringraziamenti che avete dedicato alle vostre figlie e ai vostri figli. Quello che descrivete è un mondo che appare, almeno a me, desolante, anche un po’ frustrante. Come vi siete sentite al termine del viaggio?
Non hai tempo per leggerlo? Ascolta l’intervista sui podcast di Artemis Scienza
Teresa Paoli: È decisamente un mondo desolante. Innanzitutto bisogna dire che questo viaggio è stato lungo, è fatto di tanto studio e di tanta consapevolezza. Eravamo veramente consapevoli di quello che ci avrebbe aspettato. Siamo partite da alcuni dati piuttosto scioccanti. Quando abbiamo scoperto, ad esempio, che meno del 10% della plastica nel mondo è riciclata. Il viaggio è stato lungo, è stato sorprendente, ma ne siamo usciti con le ossa rotte. Per questo abbiamo ringraziato le nostre figlie, i nostri figli, perché forse è soltanto guardando loro e pensando al loro futuro che possiamo, dobbiamo, andare avanti a denunciare le storture di questo mondo, cioè il lavoro d’inchiesta. Come sapete è difficile, ci scontriamo spesso con dei problemi che sono veramente complessi e con soluzioni che sono altrettanto complesse. Quindi abbiamo voluto dare una speranza perché non oso neppure pensare che il nostro lavoro non serva a qualcosa. Il lavoro che avete fatto si divide nella parte iniziale, diciamo in 2 parti, una parte dedicata alle micropla56
stiche e ai relativi problemi e l’altra invece al difficile mondo del riciclo. Partiamo dalle microplastiche. Di cosa si tratta e quali sono i rischi delle stesse? Daniela Cipolloni: Le microplastiche sono piccolissimi frammenti dei materiali plastici che ci circondano. Sappiamo che la plastica è eterna, non è biodegradabile, ma non è indistruttibile. A livello microscopico tutti i materiali plastici possono degradarsi e dare forma a delle particelle di dimensioni dai 5 micromillimetri in giù. Questo fenomeno delle microplastiche è recente, nel senso che soltanto da pochi anni si sta analizzando l’impatto delle microplastiche come fonte di inquinamento. Sappiamo che la plastica è una delle principali fonti di inquinamento di mari, laghi, fiumi. Circa il 20% dei rifiuti di plastica, cioè di dei materiali plastici, finiscono dispersi nell’ambiente. Le microplastiche sono dappertutto e hanno lo stesso peccato originale della plastica. Cioè non sono biodegradabili. Ma come aggravante hanno che sono molto piccole e di fatto, imprendibili e invisibili. La nostra vita non solo è completamente dipendente dalla plastica, ma la plastica ci è entrata nel sangue. Frammenti grandi millesimi di millimetro fluttuano nelle nostre vene, nelle nostre arterie, in molti organi del nostro corpo, nel cuore, nei polmoni, nella placenta, nel liquido seminale, nel latte materno. Arrivano un po’ dappertutto. Le microplastiche sono nell’aria prodotte dagli pneumatici che percorrono la strada o dai tanti prodotti realizzati con fibre sintetiche, come le tende, i vestiti, i tappeti. Ci sono microplastiche nell’aria, le respiriamo, le mangiamo! Perché anche negli alimenti. Nella frutta e verdura ci sono microplastiche perché arrivano dal terreno, dove arrivano con le acque di scarico delle nostre lavatrici piene di tessuti sintetici che rilasciano microplastiche. Sono nei mari, nei fiumi. Beviamo le microplastiche con le bottiglie di acqua minerale. È un problema emergente. Quali siano gli effetti sulla salute è ancora tutto da capire. Certo è qualcosa di inquietan57
te che va studiato e gli scienziati lo stanno studiando. Un ulteriore problema che la plastica si porta dietro, non solo a livello macroscopico ma anche a livello microscopico. Decisamente inquietante, come peraltro anche il mondo del riciclo. È desolante il quadro che ne viene fuori. Non c’è la plastica ma le plastiche e non tutte hanno lo stesso processo di riciclo. Teresa Vecchia: Sì, ben detto, le plastiche sono tante. Noi siamo aiutati a capire di che tipo di plastica si tratta, dal numerino che c’è scritto dietro ogni confezione, dietro ogni pacchetto di plastica che compriamo quando facciamo la spesa. Sono dei numerini da uno a sei che identificano sei plastiche fatte da un polimero preciso. Poi c’è il numero 7. Il numero 7 è identifica quegli imballaggi che sono fatti di più polimeri messi insieme. Si dice poliaccoppiati. Ci siamo resi conto nel nostro viaggio che quando queste plastiche dalla raccolta differenziata arrivano al centro di selezione, le plastiche marchiate con il numero 7 sono quelle che vengono quasi sicuramente scartate, perché un imballaggio fatto partendo da diversi tipi di plastiche è difficilmente separabile. Non dà un prodotto con delle prestazioni ottimali da cui è possibile poi fare un manufatto nuovo di plastica riciclata. Le plastiche con il numero 7 sono la maggioranza. Se noi siamo consapevoli che un imballaggio marchiato con il numero 7 è difficilmente riciclabile, quando facciamo la spesa possiamo comprare un prodotto marchiato con un altro numero. Molto potrebbe su questo fare la politica. Se ci fosse una decisione politica si potrebbe anche ridurre la quantità di imballaggi messi in commercio che non vengono progettati per essere riciclati. Un altro tema che affrontate riguarda i sacchetti di bioplastica. Quelli organici io li butto nell’organico, ma pensavo che quelli di bioplastica in qualche modo
La scelta politica è fondamentale: ci hanno convinto che i cittadini, con i piccoli gesti, possono cambiare il mondo. I piccoli gesti sono importantissimi Ma se non c’è la politica non si va lontano.
avessero a che fare anche con l’organico e comunque da quel che ho capito, rischiano anche di vanificare l’usarli per buttare la plastica. DC: La bioplastica è un settore complesso. Con bioplastica si intendono sia materiali prodotti a partire da fonti vegetali, sia materiali provenienti da fonti fossili ma biodegradabili, o entrambi cioè materiali provenienti da fonti diciamo rinnovabili, vegetali e biodegradabili. È una definizione che tende a creare un po’ di confusione. È importante quando si acquista un prodotto in bioplastica leggere che ci sia scritto compostabile, perché questa caratteristica è normata e ci dice che quel prodotto lo possiamo gettare tranquillamente nell’umido perché poi finirà negli impianti di trattamento della frazione organica e quindi seguirà il percorso che fanno gli scatti alimentari. Quindi quando acquistiamo qualcosa, che siano delle posate che siano, dei bicchieri in bioplastica, che sia un sacchetto, uno shopper eccetera, ci deve essere scritto compostabile e ci deve essere anche un ente certificatore, altrimenti la sola dicitura bioplastica non ci dà assolutamente la garanzia che quel materiale possa essere riciclato insieme all’umido. Si inizia ad usare la plastica biodegrabile anche per confezionare alimenti, come le insalate. È un approccio nuovo, sicuramente interessante, ma non dobbiamo dimenticare che il 99% della plastica, e parliamo di una produzione annuale di 400 milioni di tonnellate, quindi qualcosa di enorme, viene prodotta a partire dal petrolio e dal gas, quindi da fonti fossili. La quota di bioplastiche attualmente conta davvero poco, all’incirca l’1% del totale. Sebbene marginale ha delle potenzialità ma non punterei troppo sulla bioplastica come soluzione a tutti i mali della plastica, perché il settore è ancora molto marginale.
te a dare una risposta per uscire da questo incubo in cui ci siamo cacciati? TP: La scelta politica è fondamentale. Da anni ci hanno convinto che i cittadini, con i piccoli gesti, potessero cambiare completamente il mondo. I piccoli gesti sono importantissimi, primo tra tutti riciclare e differenziare e ridurre, come possibile, l’uso degli imballaggi. Ma se poi non c’è la politica, che a livello sistemico faccia le leggi necessarie a ridurre la plastica, se non costringiamo a ridurre gli imballaggi, non si va lontano. Prendiamone una recente scelta politica positiva a livello europeo. La UE ha detto basta all’export di rifiuti di plastica fuori dall’Europa nel giro di due anni. Questa è una vittoria degli attivisti, dei ricercatori e della cittadinanza che hanno fatto pressione perché si cambiassero le regole del gioco. Abbiamo visto con i nostri occhi i danni che fa la plastica europea in altri paesi del mondo. Una nota positiva, ma altre non cambiano, grazie al potente lavoro di lobbying dell’industria della plastica. Non saranno vietati gli imballaggi monouso per frutta e verdura. I piatti, i bicchieri usa e getta. Stiamo parlando di plastica usa e getta che rappresenta il 40% della plastica prodotta. Deve essere la politica a mettersi convintamente in gioco. Tenetevi forti, ma leggete mal di plastica, perché il lavoro, per quanto possa lasciare un po’ frustrati, ci impone la necessità di perseverare e non di abbandonarci alla marginalità della nostra raccolta differenziata, perché questa un giorno non sia più marginale.
Nell’ultimo capitolo, voi date alcuni consigli assolutamente interessanti. Difficili però da seguire in maniera puntuale. L’aveva già accennato Paola vecchia, il tema della politica, ma può essere la politica sufficien58
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