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Artemis Giugno 2026

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a Firenze la più importante mostra dedicata a Mark Rothko

NASA e Artemis III, Pilota Luca Parmitano
GIUGNO

L’editoriale

Il 2026 non sarà ricordato solamente come l'anno con il mese di giugno più caldo di sempre, come testimoniato dai satelliti della costellazione europea Copernicus, ma anche, e forse soprattutto, come l’anno maggiormente contrassegnato da un clima di incertezza. Accanto, infatti, alle incertezze dovute al conflitto russo-ucraino si sono aggiunte le incertezze derivanti dall’approccio alla politica del presidente statunitense Donald Trump. Incertezze geopoitiche: il quadro mediorientale si è aggravato grazie al supporto politico fornito a Netanyahu, quadro che gli USA hanno inasprito entrando in guerra con l’Iran e trascinando tutto il mondo, ma soprattutto l’Europa, in una nuova crisi energetica. E l’Europa ha mostrato tutte le incertezze di chi non sa che pesci prendere, con posizioni spesso conflittuali che in qualche caso si sono ricomposte grazie allo stesso inquilino della Casa Bianca. Incertezze che producono un disordine generalizzato, in cui l’economia è diventato oggetto per produrre speculazioni, in cui la guerra è divenuto un modo per costringere ad investire in armi, in cui la stessa Intelligenza Artificiale è divenuta un’arma militare assai pericolosa. In questo contesto l’auspicio può essere solo che si sia, finalmente, toccato il fondo e non resta che provare a risalire onde evitare il peggio, effettuando una svolta epocale, di quelle che cambiano il mondo. Vi sono due immagini di questo 2026 che spingono a pensare che oltre non si possa andare: quella di Papa Leone XIV, oggetto degli strali del suo connazionale Donald Trump, che attraversa il portale di Lampedusa e ricorda che sono stati gli immigrati a plasmare gli Stati Uniti. L’altra è di Donald Trump al G7 di Evian che entrando nella sala del vertice in ritardo si autodefinisce il boss.

Due immagini di due mondi molto diversi tra loro. Che non basta ricomporre. È necessario scegliere e l’Europa deve finalmente decidere se vuole essere una realtà autonoma e unita o continuare ad essere una mera alleanza economica di singoli paesi che cercano di trarne il massimo vantaggio. Il covid sembrava aver dato delle opportunità, uno stimolo a crescere e a fare insieme. Non è stato così. Oggi non c’è il covid ma forse c’è di peggio: c’è il conflitto, non solo fisico ma anche valoriale. Insomma, il clima è rovente.

L'uomo sulla Luna 09

Che fine ha fatto Marte? 11

La SpaceEconomy nel paniere Istat 12

Al via la fase operativa di IRIDE

14

Scoprendo Palantir - di Farizio Beria

22

L'enciclica "Magnifica Humanitas" e l'intelligenza artificiale

25 DoctorWine celebra 15 anni

26

Fabio Mecca, 20 anni in cantina

27

Premio eccellenza della Sala italiana 2026

28

Tredici bicchieri di Amarone

30

Il giullare ribelle.

- vita apocrifa di Dario Fo.

33 Mark Rothko a Firenze

- La mostra a Palazzo Strozzi dal 14 marzo al 23 agosto 2026

36

Burri e Beckett

- a cura della casa editrice succedeoggi

42

Riaperto il cimitero Fontanelle di Napoli

44

Le estati di Carlo Cassola

48

Dacia Maraini e Grazia Deledda

N. 8 | GIUGNO 2026

Direttore responsabile

Paola Nardella pinar2019@gmail.com

Hanno collaborato a questo numero

Paola Nardella

Fabrizio Beria

Susanna Schivardi Succede Oggi Editore

Progetto grafico e realizzazione

Maria Carlotta Spina

Web editor

Fabrizio Beria

Concessionaria pubblicitaria

Pinar Marketing & Comunicazione

Contatti 0683425014 www.artemiscience.news

Editore

Pinar Marketing & Comunicazione

Crediti immagini

Esa, Nasa, Pexels, Unsplash, Gemini, ChatGPT, FISAR, Wikimedia Commons, Wikipedia, Adobe Stock, Succedeoggi, Britannica, Rizzoli, Tommasi Family

L'uomo sulla Luna

La NASA abbandona il progetto Lunar Gateway. È quanto si è palesato da un aggiornamento dei piani della NASA presentato dal suo nuovo Amministratore Jared Isaacman, durante un evento tenutosi lo scorso 24 marzo, a pochi giorni dal lancio di Artemis 2. La nuova realtà è puntare direttamente alla realizzazione di una base lunare umana permanente, abbandonando la complessa progettualità e gestione della stazione orbitante cislunare. Ad essere precisi la realizzazione di infrastrutture sulla Luna fa già parte del progetto, tant’è che il nostro paese sta già lavorando, in accordo con l’agenzia spaziale statunitense, alla costruzione di strutture abitabili per la Luna. Il modulo abitativo Mph (Multi Purpose Habitation) è, infatti, un progetto a guida italiana coordinato dall'ASI e sviluppato da Thales Alenia

Space (Thales-Leonardo) nei laboratori di Torino. Quello che cambia è la presa d’atto da parte della NASA della poca facilità di integrare la necessità, per i lander lunari, di viaggiare dalla stazione spaziale Gateway, scendere sulla superficie e poi tornare indietro. Per permettere questo la Lunar Gateway dovrebbe essere posizionata in una orbita halo intorno alla Luna, con un apogeo ben al di sopra della superficie lunare che richiederebbe rigidi limiti di carburante per i lander, strettamente necessari a percorrere la distanza Stazione-Luna e viceversa.

C’è poi un altro elemento che spinge verso un relativo cambio di strategia, con il ridimensionamento del progetto Lunar Gateway e un’accelerazione per la stazione Lunare: competere con le ambizioni lunari della Cina. «Ci

troviamo di fronte a un vero rivale geopolitico, che sfida la leadership americana nelle alte sfere dello spazio», ha affermato, infatti, Isaacman. La NASA si è impegnata a riportare gli astronauti sulla Luna «prima della fine del mandato del presidente Trump», ha dichiarato Isaacman. «Non dovrebbe sorprendere nessuno che stiamo sospendendo Gateway nella sua forma attuale per concentrarci su infrastrutture che supportino operazioni sostenute sulla superficie lunare».

La NASA punta quindi all'espansione dell'architettura di superficie del programma Artemis attraverso lander con e senza equipaggio, rover e habitat. In quest'ottica, l'hardware esistente di Gateway e i contributi dei partner internazionali saranno riutilizzati, ove possibile, per i sistemi di superficie o altre esigenze del programma.

In questo nuovo contesto il 9 giugno, la NASA ha annunciato l'equipaggio della missione Artemis III, nominando l'astronauta italiano dell'ESA, Luca Parmitano, come pilota. Volerà insieme a tre astronauti della NASA: il comandante Randy Bresnik e gli specialisti di atterraggio Frank Rubio e Andre Douglas.

Artemis III sarà una missione con l’obiettivo di prepararsi per i futuri atterraggi lunari, testando in orbita terrestre come la capsula Orion riesca ad agganciarsi agli elementi di un sistema di atterraggio lunare. Luca Parmitano prenderà i comandi di Orion per

effettuare manovre di avvicinamento e di attracco, con due prototipi del sistema di atterraggio lunare.

L'ESA fornisce il Modulo di Servizio Europeo, il cuore della navicella Orion della NASA. Il modulo fornisce aria e acqua all'equipaggio, genera energia elettrica tramite quattro pannelli solari di fabbricazione europea e fornisce la propulsione grazie ai suoi 33 motori. Queste capacità consentono le manovre precise richieste per Artemis III, dimostrando le tecnologie che porteranno gli astronauti sulla superficie lunare.

Il nuovo approccio della NASA prevede una tempistica molto ravvicinata, nel tentativo di recuperare il gap con la Cina. Almeno 3 lanci per creare infrastrutture abitabili sulla Luna nel 2027 e il ritorno umano sulla Luna nel 2028, senza però passare dalla Stazione lunare.

Luca Parmitano, astronauta italiano ESA che sarà pilota di Artemis III

Che fine ha fatto Marte?

Le recenti scoperte di una possibile presenza di materiale biotico sul pianeta rosso stridono con l’ipotesi di cancellazione del programma Mars Sample Return

Ma che fine ha fatto Marte? Può sembrare un paradosso ma le annunciate “presunte” firme di origine biotica rinvenute grazie al lavoro del Rover della Nasa Perseverance e dallo staff che lo guida, oltre che dai ricercatori che ne analizzano i ritrovamenti, sottolineano come la centralità di Marte nell’evoluzione umana, la sua colonizzazione a valle di una più attenta analisi del pianeta e della sua attuale realtà, oggi resti su uno sempre più lontano e anche un po’ sfocato.

La colonizzazione di Marte non si è resa meno attraente esclusivamente dalla rottura tra Elon Musk e l’inquilino della Casa Bianca Donald Trump, ma soprattutto da un cambio di visione che Europa e Stati Uniti hanno dovuto, nel primo caso e voluto, nel secondo, assumere.

La guerra Russo-Ukraina ha messo fuori giorno la decennale missione Europea ExoMars. Era questa, infatti, una missione che prevedeva una forte componente russa come il lander da cui poi sarebbe sceso il rover Rosalind Franklin.

Un tentativo di sostituire i russi con gli statunitensi è stato portato avanti durante l’ultima parte del mandato di Biden, e sembrava andato a buon fine.

Nonostante l’iniziale riluttanza la NASA si apprestava a compensare il mancato ruolo russo. Ma poi sono arrivate le elezioni statunitensi e con la vittoria di Trump è iniziato un saliscendi. Se nel settore spaziale la parte ricerca subiva qualche trauma, la propaganda su Marte e la sua conquista, quando Musk era il suo principale sponsor, assumeva un peso rilevante. Però il dissidio tra i due, nonostante Musk risulti comunque un perno fondamentale per la politica spaziale statunitense, a partire dal programma lunare, che ha nella conquista della Luna l’obiettivo della

nuova guerra fredda, ha spazzato via la propaganda marziana e il suo relativo resort di lusso.

Ma il fatto grave non è questo: la conquista di Marte da parte dell’uomo è ancora una remotissima ipotesi, con troppi problemi fisici, biologici e tecnologici da risolvere prima di cimentarsi in tale impresa. La colonizzazione della Luna sarà un passaggio fondamentale per poterli affrontare e risolvere. Il nuovo ordine mondiale, sancito recentemente a Pechino dalle tre potenze spaziali Cina, India

e Russia, con una Europa che fatica a trovare spazio considerata l’autarchia trumpiana, pone su uno sfondo molto lontano, come già scritto, la conquista di Marte. Ci sono ben altri interessi.

Chi ci perde è la conoscenza. Le recenti ipotesi avanzate sui dati ottenuti con Perseverance si aggiungono alle molte potenziali prove di una pre-esistente vita biologica sul pianeta rosso. Se ne discute da 20 anni. E per risolvere questo dilemma è chiaro a tutto il mondo della ricerca spaziale che ci vorrebbe l’analisi diretta da parte dell’uomo. Essendo improponibile farlo in loco, nacque il progetto Mars Sample Return, ambizioso ma fattibile programma congiunto NASA-ESA. Ipotizzato alla fine dello scorso decennio avrebbe dovuto concretizzarsi in questo decennio. Ma, come già anticipato, i recenti tagli decisi nello studio ovale della Casa Bianca rischiano di far cancellare il programma. Resta in pista quello cinese, Tianwen 3, con obiettivo lancio nel 2028 e rientro dei campioni sulla Terra nel 2031. Manca ancora tanto, ma non sarebbe la prima volta che la Cina parte ultima e arriva prima.

La Space Economy nel paniere Istat

L’Istat a confronto con la Space Economy. In collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana, l’Istituto di Statistica ha ospitato il convegno Towards a thematic account of the space economy in Italy. Methodology and first evidences, evento che rientra nel progetto di ricerca realizzato per la raccolta di dati sulle caratteristiche delle imprese del comparto spaziale e sul loro contributo al sistema economico nazionale.

I risultati di questo lavoro di ricerca hanno messo in luce come l’economia legata alle attività spaziali abbia una marcia in più in termini di ritorno economico in rapporto agli addetti impiegati rispetto alle attività imprenditoriali non legate allo Spazio, come le retribuzioni siano in genere più alte, dovuto in gran parte alla esigenza di avere professionalità con livelli d’istruzione maggiori e di come il flusso import/export sia decisamente rilevante.

E se il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha voluto sottolineare come, con la pubblicazione dei dati chiave sull'economia dello spazio in Italia nell'ambito dei conti Nazionali, l'Istat amplia ulteriormente la produzione di conti tematici coerenti, strumento essenziale per garantire sia una prospettiva di analisi integrata non sempre disponibile dalle statistiche di base al fine di produrre risultati coerenti con le stime del Pil, il Presidente dell’ASI, Teodoro Valente, ha sottoli-

neato come tale ricerca, fornendo un valore puntuale, fornisca il giusto risalto al contributo che il settore spaziale ha nell'economia nazionale.

Partendo dalla premessa che i dati riferiscono al 2021, praticamente una era geologica fa considerata l’espansione accelerata della Space Economy, i dati sono decisamente positivi: l’economia dello spazio ha generato una produzione di 8 miliardi di euro, impiegando poco più di 23mila addetti, con un valore aggiunto di 2 miliardi di euro, pari allo 0,1 per cento del Pil; la componente upstream, ovvero le attività incluse nella filiera produttiva dell’economia dello spazio, impiega poco più di 14mila addetti con una produzione di 4,1 miliardi di euro e un valore aggiunto di 1,3 miliardi; le esportazioni sono 2,1 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi riferibili ad attività upstream; le importazioni ammontano a 1,6 miliardi, di cui 1,2 generate dall’indotto produttivo; le imprese operanti nell’economia dello spazio hanno investito in beni materiali per circa 0,8 miliardi di euro, destinati principalmente a macchinari e attrezzature. Gli investimenti in ricerca e sviluppo intra muros sono pari a 0,6 miliardi.

Vi sono però anche dei dati che devono fa riflettere: quasi l’80% del valore aggiunto della Space Economy, pari a 1,5 miliardi di euro, è generato dalle grandi imprese (250 addetti e oltre),

che occupano circa 17,8mila addetti; il 90 per cento del valore aggiunto dell’economia dello spazio è generato da imprese appartenenti a gruppi multinazionali (1,8 miliardi di euro) che impiegano 20,5mila addetti; le imprese appartenenti a gruppi multinazionali attivano la quasi totalità dei flussi con l’estero: 1,5 miliardi euro di importazioni e poco meno di 2 miliardi di euro di esportazioni.

Ovviamente l’analisi dei dati proposta dalla ricerca realizzata da Istat e ASI è ben più ampia ed è consultabile sui siti di entrambe le istituzioni. Ci sono però dei dati che sottolineano un approccio univoco nel mondo del lavoro. Se i tempi indeterminati sono maggiori di quelli del settore non space, se gli stipendi sono maggiori, se gli investimenti in ricerca e sviluppo sono più ampi, resta più ampia la componente maschile, si conferma, sebbene in misura un po’ inferiore, il divario retributivo di genere, permane il divario nord-sud: la maggior parte delle attività sono infatti ricomprese tra il Nord-Ovest e il centro Italia. Ovviamente vale anche per questi aspetti che la ricerca realizzata ha fatto riferimento ai dati economici del 2021, anno del Governo Draghi, il primo post covid. L’auspicio che le prossime analisi compongano, invece che confermare, tali divari.

Al via la fase operativa di IRIDE

Dal 1° luglio ha preso il via la fase operativa di IRIDE. L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) ha infatti annunciato la progressiva messa a disposizione di dati satellitari e, per la prima volta, di servizi geospaziali operativi, sviluppati sulla base delle esigenze espresse dalla Pubblica Amministrazione, a supporto della sicurezza, della sostenibilità ambientale e dello sviluppo del Paese.

A regime IRIDE comprenderà 68 satelliti appartenenti a sei costellazioni caratterizzate da sensori radar e ottici con differenti risoluzioni spaziali, temporali e spettrali. La complementarità delle diverse missioni consente di osservare il territorio nazionale in differenti condizioni di illuminazione e meteorologiche, fornendo informazioni che costituiscono la base per la generazione dei servizi geospaziali di IRIDE.

IRIDE è il più importante programma italiano per l’Osservazione della Terra e uno dei maggiori investimenti spaziali realizzati in Europa nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e sarà possibile avere accesso ai dati satellitari e ai servizi geospaziali del sistema attraverso il Marketplace di IRIDE, la piattaforma dove gli utenti potranno consultare il catalogo dei dati disponibili, richiedere nuove acquisizioni satellitari e accedere ai prodotti e ai servizi geospaziali operativi che entreranno in esercizio con l’evoluzione del sistema.

Si è avviato così il trasferimento progressivo del sistema IRIDE dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) all’ASI, proprietaria dell’infrastruttura nazionale. L’entrata in esercizio di IRIDE sarà graduale e seguirà il com-

pletamento dello sviluppo delle costellazioni satellitari, delle infrastrutture di terra e dei servizi geospaziali che costituiscono l’ecosistema nazionale del programma di Osservazione della Terra. Il sistema metterà progressivamente a disposizione dati satellitari, prodotti e servizi geospaziali destinati a supportare le attività delle amministrazioni pubbliche e, successivamente, di una più ampia platea di utenti nazionali e internazionali.

Se, infatti, la prima fase del programma è dedicata agli utenti istituzionali italiani, che potranno accedere gratuitamente ai dati e ai prodotti previsti dalla Data Policy di IRIDE, successivamente il sistema verrà aperto all’utenza internazionale e alle imprese, favorendo lo sviluppo di nuove applicazioni, servizi a valore aggiunto e opportunità di crescita per la space economy nazionale.

La gestione delle infrastrutture e l'erogazione dei servizi legati a questo primo avvio operativo del sistema vedono il coinvolgimento industriale dei seguenti Prime Contractor: Argotec, e-GEOS Exprivia, OHB Italia, Planetek, S&T.

ENGINEERING

Scoprendo Palantir

In questi ultimi due anni, su queste pagine digitali, abbiamo iniziato un percorso di conoscenza verso l'Intelligenza Artificiale (AI). Ci siamo avvicinati piano piano, dapprima con un atteggiamento di curiosità improntato sul dialogare con Chat GPT su vari argomenti per testarne la “consapevolezza” e lo “spirito critico”.

Abbiamo poi anche testato errori e paradossi fino ad arrivare a comparazioni tra diverse tecnologie, occidentali e orientali, ma anche alla classificazione delle varie AI e gli impieghi per cui sono finalizzate e quindi adatte rispetto ad altre.

Certo è che il trend di accelerazione è impressionante e rileggere oggi quegli articoli ci fa sia sorridere ma anche ci fa capire quanto tutto sia in evoluzione con ritmo esponenziale e di come ciò che leggiamo oggi sia già quasi storia rispetto invece a chi ne è davvero protagonista: le varie compagnie di sviluppo che si stanno scontrando con una realtà fatta non solo di performance, qualità e affidabilità ma anche con aspetti collaterali quali l’eco-sostenibilità e le pressanti richieste dei governi per avere accesso e controllo sulle informazioni e i processi inferenziali che ne possono derivare.

Una frattura di ispirazioni, tra chi accetta i diktat governativi, tra cui l’uso dell’AI in scenari di guerra attiva e chi,

invece, non è disposto a cedere anche a costo di essere messo ai margini e perdere fonti di finanziamento.

In queste ore in cui scriviamo si iniziano a leggere articoli sul profit warning, ovvero la necessità di iniziare ad avere modelli di business che generino presto profitti e non solo promesse, ma anche la spudorata offerta di coinvolgere direttamente i governi nel capitale per avere uno sprint sui concorrenti e non per qualità ma per "apparentamento". Su questo punto si potrebbe già aprire una serie riflessione sugli scenari futuri.

(https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/ teleborsa/finanza/openai-propone-una-quota-del-5-al-governo-usa-37_2026-07-02_ TLB.html?lang=it)

Volutamente non sto citando, fino ad ora, nomi e brand, lasciando libero il lettore di approfondire con ricerche personali e sviluppare così un proprio convincimento interiore.

Quello che sembra, almeno in questi ultimi mesi, è che ci sia una frattura nel mondo dei media, agevolata certo dal volere politico, tra gli argomenti oggetto dell’informazione mainstream e quelli inerenti l’AI.

Siamo subissati di informazioni e allarmi su argomenti che rivolgono lo sguardo e l'attenzione su problematiche e ansie molto “materiali” e da secolo scorso: guerre, controllo del

petrolio, transizione ecologica in stallo, opere pubbliche immaginarie per il traffico su ruota e altri aspetti che ci tengono la testa girata indietro e in qualche modo ci distraggono dal cambiamento che sta avvenendo ancora sotto traccia e aspetti di consapevolezza reale che prima o poi ci pioveranno addosso come una valanga che non abbiamo visto arrivare, o meglio, abbiamo preferito ignorare accontentandoci di trastullarci con un uso dell’AI a dir poco superficiale e grottesco.

Usare Chat GPT, magari in versione pro come un motore di ricerca preso a guisa di oracolo non è usare e saper usare l’AI; usare l’AI per fare grafiche goliardiche e meme per i social non è usare l’AI: è solo sentirsi all’avanguardia e “fighi” consumando energia, acqua e producendo CO2.

Siamo ancora in una sorta di bolla sensoriale che riporta alla memoria Dino Buzzati e il suo libro “Il Deserto dei Tartari”.

Quello che si percepisce, ma solo fermandosi in silenzio attivando anche sensi di percezione, è una sorta di tsunami in arrivo senza argini legali e sociali pronti per poterlo gestire. Un cambiamento potente per ora ancora silente, che sta avvenendo in una sorta di limbo ovattato caratterizzato, di fatto, dalla quasi completa deregolamentazione favorita da un lato da chi lo sta sviluppando e dai governi che potran-

no aspirare a governarlo e, dall’altro, da una classe politica inadeguata che solo ora sembra svegliarsi e porsi domande sull’opportunità della dipendenza tecnologica: dai cloud ai pagamenti elettronici. Ma ora è forse già troppo tardi, la logica del più forte ha un già vantaggio difficile da colmare.

Solo in questa prolissa introduzione abbiamo introdotto argomenti che meriterebbero di essere approfonditi singolarmente e poi armonizzati tra loro con un lavoro intenso e ragionato sviluppato per capitoli.

Quello che, invece, vogliamo mettere a fuoco oggi, è un aspetto importante e inquietante già in corso, una presenza immateriale che sta già scorrendo tra reti e network raccogliendo dati, organizzandoli e utilizzandoli commercialmente a beneficio di se stessi, del più forte e del più ricco e, perchè no, del vassallo più fedele che aspira ad averne almeno qualche briciola.

Un uso dell’AI a 360 gradi, come detto, che si sta nutrendo di deregolamentazione di fatto mentre noi siamo distratti da una narrazione dei media pervasa da notizie che sembrano provenire dal secolo scorso. Un uso dell’AI che va dal controllo sociale alla gestione e partecipazione in conflitti in modo attivo, scegliendo target e lanciando missili. AI offerta e piegata al volere di pochi governi e persone in cambio di potere e soldi.

AI Companies che, prima o poi, aspireranno ad ergersi a paladini di giu-

stizia prima e governanti poi facendo impallidire quello che oggi è il concetto di algocrazia con cui ci trastulliamo.

Signore e signori, oggi vi presento PALANTIR.

Iniziamo con una rapida sintesi per introdurvi alla conoscenza di questa società ancora oggi, purtroppo, non nota ai più.

Palantir Technologies è un'azienda statunitense leader nell’integrazione e nell’analisi di big data tramite software avanzati (Gotham, Foundry …).

Fondata da Peter Thiel e guidata da Alex Karp, la società ha acquisito un’influenza senza precedenti grazie a stretti legami con l'amministrazione di Donald Trump e a massicci contratti con il settore militare e l'intelligence.

Il nome, come spesso accade negli ambiti che odorano di estrema destra, è ispirato alle pietre veggenti di Tolkien, riflette l'ambizione di monitorare eventi globali, sollevando però profonde preoccupazioni etiche legate alla sorveglianza di massa e alla possibile discriminazione algoritmica.

Le critiche principali che si possono rivolgere a Palantir riguardano l'opacità dei sistemi usati per il controllo dei migranti e la cooperazione in conflitti armati, delineando il rischio di una futura "algocrazia estrema e irreversibile" dove il potere statale è mediato da tecnologie private invasive.

Palantir punta a espandersi nei servizi pubblici europei, il dibattito si sposta sul delicato equilibrio tra l’efficienza della sicurezza nazionale e la tutela dei diritti civili fondamentali.

Questi i temi che proveremo a toccare in questo articolo iniziando con la presentazione delle due figure chiave che muovono, sviluppano e promuovono Palantir e la nuova visione del mondo.

Peter Thiel, il fondatore

L'ideologia di Peter Thiel, co-fondatore e presidente di Palantir, influisce in modo determinante sulla concezione, sugli scopi e persino sulla nomenclatura del software dell'azienda, trasformandolo da semplice strumento tecnico in un'estensione della sua visione politica e filosofica.

Principi ispiratori:

1. Il superamento della "neutralità tecnologica"

Thiel rifiuta l'idea che la tecnologia debba essere neutrale o cosmopolita. Per lui, il software deve essere un asset strategico dell'Occidente. Questa visione si traduce in:

• Supporto all'Hard Power: Il software non serve solo per l'efficienza aziendale, ma deve essere uno strumento di potere duro (hard power) capace di rendere gli Stati Uniti e i loro alleati "più letali" e superiori militarmente.

• Selezione dei clienti: Palantir

non è "neutrale" nelle vendite; il software viene fornito solo a governi occidentali o strettamente alleati (come i membri della NATO), escludendo nazioni ritenute ostili come Cina o Russia.

2. Il software come alternativa alla politica ("Algocrazia")

Thiel è noto per il suo scetticismo verso la democrazia liberale tradizionale, che ritiene inefficiente. Questa ideologia modella il software come:

• Infrastruttura di governo algoritmico: L'idea è sostituire i "farraginosi" processi decisionali umani con un'algocrazia, dove l'intelligenza artificiale gestisce lo Stato (dalle ferrovie alla sicurezza) con una logica di pura efficienza aziendale.

• Infrastruttura della sovranità: Il software diventa la base su cui poggia la capacità di decisione dello Stato, portando critici a parlare di un nuovo "tecnofeudalesimo" in cui il potere pubblico dipende da sistemi privati opachi.

3. Simbolismo e mitologia (Tolkien e Batman)

L'ossessione di Thiel per la letteratura di J.R.R. Tolkien impregna l'identità stessa dei prodotti:

• Palantir (le "Pietre Veggenti"): Il nome richiama sfere magiche che permettono di vedere lontano e comunicare, ma che possono corrompere chi le usa se non ha una volontà forte.

• Gotham: La piattaforma per l'intelligence prende il nome dalla città di Batman, descri-

vendo implicitamente un mondo immerso nell'oscurità e nel crimine che necessita di un "paladino" tecnologico per ristabilire l'ordine.

• Cultura aziendale: Persino gli uffici hanno nomi tolkieniani (La Contea, Gran Burrone) e i dipendenti sono spesso chiamati "Hobbit".

4. Sicurezza nazionale e "Polizia Predittiva"

Thiel ha fondato Palantir sull'intuizione che i sistemi antifrode di PayPal potessero essere applicati alla lotta al terrorismo post-11 settembre. L'influenza ideologica qui si manifesta in:

• Controllo preventivo: Il software è progettato per identificare minacce prima che si manifestino, promuovendo una forma di polizia predittiva.

• Focus sulla difesa dell'Occidente: Software come Project Maven (per il targeting militare tramite IA) sono visti come necessari per vincere una sfida esistenziale contro i regimi autoritari.

5. Preoccupazioni religiose e apocalittiche

Negli ultimi anni, Thiel ha mostrato un crescente interesse per temi come l'Anticristo, inteso come una forza che sfrutta la paura globale (clima, guerre) per instaurare un controllo mondiale. Questa prospettiva rafforza l'idea che il suo software debba essere uno scudo per le "democrazie liberali occidentali" contro derive globaliste o autoritarie.

Chi è Alex Karp, CEO Palantir

Alex Karp (all'anagrafe Alexander Kaidmon Karp) è l'amministratore delegato (CEO) e co-fondatore di Palantir Technologies. Descritto come una figura eccentrica e un "filosofo prestato alla tecnologia", Karp ricopre un ruolo centrale non solo nella gestione aziendale, ma anche nella definizione dell'identità ideologica della società.

Ecco i dettagli principali sulla sua figura emersi dalle fonti:

Formazione e background intellettuale

• Studi: Ha conosciuto il co-fondatore di Palantir, Peter Thiel, alla Stanford Law School negli anni '90.

• Carriera accademica: A differenza di molti leader della Silicon Valley, Karp ha una formazione prettamente umanistica. È un filosofo e sociologo che ha conseguito un dottorato in teoria sociale presso la Goethe Universität di Francoforte nel 2002.

• Specializzazione: La sua tesi di dottorato, scritta in tedesco, trattava dell'aggressività nel mondo della vita e proponeva una reinterpretazione del pensiero di Theodor Adorno. Questa formazione nella "Scuola di Francoforte" lo pone in un curioso contrasto intellettuale con le posizioni libertarie e neoreazionarie del suo socio Peter Thiel.

Ruolo in Palantir

• Nomina: Thiel lo scelse come CEO nel 2004, ritenendo che per il successo di Palantir servisse un "narratore", qualcuno capace di spiegare e legittimare l'uso di

tecnologie complesse e invasive presso i governi, piuttosto che un semplice ingegnere.

• Visione aziendale: Karp ha trasformato Palantir in uno strumento del dominio tecnologico e militare statunitense. Sotto la sua guida, l'azienda è passata dall'essere una startup di nicchia finanziata dalla CIA a un colosso da centinaia di miliardi di dollari di capitalizzazione.

Ideologia e posizioni politiche

• "La Repubblica Tecnologica": È co-autore (insieme a Nicholas Zamiska) del libro manifesto The Technological Republic (2025), in cui sostiene che la Silicon Valley abbia un debito morale verso l'Occidente e debba sostenere attivamente la difesa nazionale tramite l'intelligenza artificiale.

• Pro-Occidente e Hard Power: Karp difende apertamente l'idea che la cultura occidentale sia "superiore" e che gli Stati Uniti debbano essere "più letali" dei propri avversari per garantire la pace globale. Considera l'intelligenza artificiale come il nuovo strumento di deterrenza strategica, destinato a sostituire l'arsenale nucleare nell'equilibrio del potere mondiale.

• Contraddizioni politiche: Pur descrivendosi come un progressista (ha dichiarato di aver votato per Kamala Harris), la sua operatività aziendale è strettamente legata a politiche conservatrici e ad apparati di sorveglianza, come dimostrano i contratti con l'ICE per le deportazioni o con l'esercito isra-

eliano per le operazioni a Gaza.

• Ispirazione: In alcune interviste ha giustificato l'operato della sua azienda ricorrendo a un linguaggio quasi teologico, affermando ad esempio che la protezione offerta dalla Costituzione americana deriva da una "potenza superiore: Dio".

Cosa offre Palantir al Governo Americano

Palantir Technologies si è affermata come lo "sviluppatore di software di riferimento" per il governo degli Stati Uniti, fornendo piattaforme in grado di integrare e analizzare enormi quantità di dati provenienti da fonti precedentemente isolate tra loro. Circa il 55% dei guadagni dell'azienda deriva proprio dai contratti stipulati con le agenzie governative americane.

Ecco nel dettaglio cosa offre Palantir alle diverse branche del governo:

1. Difesa e Intelligence (Software Gotham e Maven)

Palantir fornisce strumenti avanzati per la sicurezza nazionale e la conduzione di operazioni belliche:

• Analisi dei dati e targeting: Attraverso la piattaforma Gotham, l'azienda permette di unificare archivi di informazioni (come registri penali, transazioni e post sui social) per individuare pattern invisibili e ricostruire reti criminali o terroristiche.

• Project Maven: È un programma fondamentale del Pentagono che utilizza l'intelligenza artificiale per analizzare immagini satellitari, video di droni e

dati dal campo per la designazione degli obiettivi militari e la guida di missili.

• Titan (Tactical Intelligence Targeting Access Node): Una stazione di terra mobile basata su IA progettata per accelerare la sequenza temporale "dal sensore al tiratore", integrando dati satellitari e sensori terrestri.

• Simulazioni di guerra: Il software può funzionare come una simulazione in cui vengono previsti gli esiti di uno scontro e ottimizzata la logistica sul campo.

• Clienti principali: L'azienda lavora stabilmente con CIA (suo primo investitore tramite il fondo In-Q-Tel), FBI, NSA, Marines, Air Force e il Comando delle Operazioni Speciali. Recentemente ha vinto un appalto decennale da 10 miliardi di dollari con l'esercito statunitense.

2. Controllo delle frontiere e Immigrazione (ICE)

Palantir offre soluzioni specifiche per la gestione dei flussi migratori:

• ImmigrationOS: Un software utilizzato dall'agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement) per monitorare il ciclo di vita dell'immigrazione, localizzare le famiglie di migranti e ottimizzare la logistica delle deportazioni.

• Mappatura urbana: Il sistema permette di mappare la presenza di immigrati irregolari in specifiche aree, includendo fascicoli personali, fotografie e stime sulla probabilità che si trovino in casa.

3. Agenzie Civili e Ottimizzazione dei Processi (Software Foundry)

Oltre alla difesa, Palantir supporta il governo federale nella gestione burocratica e dei servizi pubblici:

• Lotta alle frodi: I software sono stati utilizzati con successo per identificare frodi nei programmi di incentivi economici (RATB) e nei sistemi sanitari come Medicare e Medicaid.

• Sanità (FDA e HHS): L'azienda ha sviluppato Tiberius, un software per la distribuzione dei vaccini durante la pandemia di COVID-19, e collabora con la Food and Drug Administration (FDA) per l'analisi dei dati sanitari.

• Altre agenzie: Fornisce piattaforme alla Social Security Administration per la gestione delle pensioni e all'Internal Revenue Service (IRS) per il controllo del fisco. Recentemente ha iniziato a sviluppare un portale per il Dipartimento dell'Istruzione per monitorare le donazioni straniere alle università.

4. Infrastruttura Unificata e "Algocrazia"

Sotto l'amministrazione Trump, Palantir è stata incaricata di progettare un'infrastruttura capace di aggregare su base nazionale i dati di tutte le varie agenzie federali. L'obiettivo è eliminare i "silos di dati", creando un unico archivio centralizzato che permetta al governo di avere un dossier completo (transazioni, attività lavorativa, dati sanitari) su ogni cittadino o residente, trasformando lo Stato in una sorta di "Repubblica Tecnologica" gestita da algoritmi.

Cosa

sta offrendo oggi Palantir all’Italia

Palantir Technologies sta portando avanti una decisa strategia di espansione in Italia, proponendo i propri software sia agli apparati di sicurezza dello Stato che al settore privato.

L'offerta più significativa riguarda la fornitura di una piattaforma AI per le forze dell'ordine italiane:

• Supporto alle indagini: Palantir ha proposto un software (probabilmente Gotham) progettato per aiutare la polizia a scovare terroristi e criminali attraverso l'incrocio di dati sensibili.

• Destinatari specifici: La proposta è stata indirizzata alla Direzione centrale della Polizia di prevenzione (Dcpp), l'ufficio che presiede il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa). L'obiettivo è far "parlare" i dati della Digos per un controllo più efficace di soggetti pericolosi.

• Dettagli economici: Si tratta di un accordo di quattro anni dal valore stimato di venti milioni di euro.

• Stato della trattativa: Sebbene le interlocuzioni siano in corso da mesi, il governo italiano sembra orientato verso una gara pubblica anziché un affidamento diretto, anche a causa delle preoccupazioni sull'accesso della società allo Sdi (Sistema di Indagine) e ad altri database del Viminale.

Palantir ha già consolidato la sua presenza negli apparati militari nazionali:

• Accordi esistenti: L'azienda ha già stretto accordi con la Difesa italiana.

• Contesto NATO: In quanto membro della NATO e stretto alleato statunitense, l'Italia è considerata un cliente naturale per le tecnologie militari di Palantir, che punta a rendere le forze armate occidentali tecnologicamente superiori e "più letali".

Oltre ai contratti governativi, l'offerta di Palantir si estende alle imprese italiane:

• Foundry: Alcune aziende italiane utilizzano già la piattaforma Foundry per l'analisi dei dati industriali e l'ottimizzazione operativa.

• Logistica e industria: Il software permette alle aziende di gestire meglio le catene di approvvigionamento e prevedere i rischi.

L'ingresso di Palantir in Italia ha sollevato un acceso dibattito, alcuni osservatori ritengono che l'uso di tali software da parte della polizia possa violare il diritto alla privacy sancito dall'articolo 15 della Costituzione italiana.

Esiste il timore di affidare dati segreti di agenzie governative a un soggetto privato statunitense, con i relativi rischi di hackeraggio o di un uso improprio delle informazioni.

Se non bastasse: la visita di Peter Thiel a Roma nel marzo 2026, dove ha parlato di "Anticristo e modernità", ha alimentato polemiche sulla visione "tecnocratica" e "neoreazionaria" dei fondatori dell'azienda.

Tra la presentazione generale di Palantir, dei personaggi apicali e dei servizi offerti oggi al Governo USA e

Italiano, si possono già intuire spunti di criticità.

Punti critici generali di Palantir

Riepilogando, le principali critiche rivolte a Palantir toccano ambiti che vanno dalla violazione dei diritti umani alla sorveglianza di massa, fino a preoccupazioni di carattere ideologico e di sovranità nazionale.

1. Sorveglianza di massa e "Polizia Predittiva"

Palantir è accusata di alimentare un sistema di sorveglianza onnipresente attraverso la sua capacità di aggregare enormi moli di dati (big data) provenienti da fonti eterogenee (dati sanitari, finanziari, biometrici, post sui social media) in un unico database centralizzato.

• Panopticon virtuale: La piattaforma Gotham è descritta come uno strumento che permette di schedare ogni cittadino, creando un "panopticon virtuale" in grado di attuare un controllo preventivo.

• Algocrazia e opacità: Viene criticata l'opacità dei suoi algoritmi, definiti come "scatole nere" che possono prendere decisioni o segnalare individui senza trasparenza né possibilità di controllo democratico.

• Polizia predittiva: L'azienda promuove l'idea di prevedere i crimini prima che avvengano, sollevando dubbi etici sulla possibilità che vengano punite o monitorate persone che non hanno ancora commesso alcun illecito.

2. Violazioni dei diritti umani e immigrazione

Una delle critiche più aspre riguarda

la collaborazione con l'agenzia statunitense ICE (Immigration and Customs Enforcement).

• Deportazioni: Il software di Palantir, in particolare ImmigrationOS, è utilizzato per localizzare, monitorare e facilitare l'espulsione dei migranti irregolari, portando in alcuni casi alla separazione delle famiglie.

• Mancata due diligence: Amnesty International ha denunciato che l'azienda non rispetta gli standard internazionali e non effettua i dovuti controlli preventivi sul rispetto dei diritti umani nei suoi contratti governativi.

3. Coinvolgimento in conflitti armati ed etica militare

Palantir è profondamente integrata negli apparati di difesa e intelligence, sollevando polemiche per il suo ruolo attivo nelle guerre contemporanee.

• Conflitto in Medio Oriente: L'azienda ha stretto una partnership strategica con le forze armate israeliane (IDF). Rapporti delle Nazioni Unite suggeriscono che i suoi strumenti siano stati utilizzati per la designazione degli obiettivi (targeting) nella Striscia di Gaza, rendendo l'azienda potenzialmente complice di crimini di guerra.

• Letalità e IA: Il CEO Alex Karp ha dichiarato apertamente di voler rendere gli Stati Uniti "più letali" e l'Occidente militarmente superiore grazie all'intelligenza artificiale, superando il concetto di neutralità tecnologica.

• Project Maven: L'azienda è il partner principale del Pentagono per l'integrazione dell'IA nel targeting militare e nella guida di droni e missili.

4. Ideologia dei fondatori e rischi democratici

Le posizioni politiche dei fondatori, Peter Thiel e Alex Karp, sono fonte di grande preoccupazione.

• Antidemocraticità: Thiel è noto per il suo rifiuto dei valori democratici tradizionali e per il sostegno a ideologie antieuropeiste e reazionarie.

• Il "Manifesto" di Palantir: Il documento The Technological Republic è stato criticato per la sua retorica sciovinista e per la proposta di un "hard power" tecnologico che sfida i limiti legali e internazionali.

• Tecno-feudalesimo: Esiste il timore che il potere pubblico venga delegato a un'azienda privata, creando una forma di dipendenza degli Stati da infrastrutture opache controllate da pochi miliardari.

5. Pregiudizi algoritmici e discriminazione

• Profilazione etnica e religiosa: Gli algoritmi di Palantir sono stati accusati di "flaggare" le persone sulla base del profilo etnico o religioso, incorporando pregiudizi sistemici.

• Discriminazione nel lavoro: Nel 2016, il Dipartimento del Lavoro degli USA ha citato in giudizio Palantir per aver sistematicamente discriminato i candidati asiatici durante i processi di assunzione.

6. Perdita di sovranità digitale

Molti osservatori europei avvertono che affidarsi a Palantir significa cedere la sovranità nazionale agli Stati

Uniti, poiché l'azienda è considerata una vera e propria propaggine dell'apparato di sicurezza nazionale americano. In Germania, ad esempio, l'uso del software è stato oggetto di sentenze di incostituzionalità per violazione del diritto alla privacy.

Infine, dal punto di vista finanziario, alcuni analisti ritengono che la valutazione di borsa di Palantir sia eccessiva e basata su un entusiasmo ingiustificato per l'IA, definendola una "pura fantasia" rispetto ai reali fondamentali economici dell'azienda.

Lo scetticismo europeo Tardivamente, certo, si sta affermando a livello europeo uno scetticismo nell'apertura totale a Palantir e aziende AI similari di matrice americana ma non solo.

La Francia, ad esempio, figura tra i paesi europei che hanno manifestato una chiara resistenza o un esplicito rifiuto verso l'adozione delle piattaforme di Palantir per scopi governativi, di intelligence e sicurezza interna. Le riserve francesi toccano anche temi quali la difesa e lo sviluppo della sovranità digitale.

La stessa posizione stanno assumendo Germania e Svizzera temendo un tecnofeudalesimo di fatto.

E l’Italia?

Abbiamo riportato in questo articolo le linee di offerta Palantir al Governo Italiano ma riportiamo in questa sezione l’atteggiamento attuale con cui è stata accolta e viene trattata.

La reazione della politica italiana all'offerta di Palantir sembra essere

caratterizzata da una fase ancora di interlocuzione e trattativa, accompagnata da una comprensibile cautela istituzionale e dalla richiesta di procedure trasparenti.

Palantir Italia srl ha presentato, tramite una lettera datata fine gennaio, una proposta d'acquisto per un software basato sull'intelligenza artificiale (probabilmente Gotham) con l’obiettivo di agevolare la Polizia di prevenzione (Dcpp) e il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa) per incrociare dati sensibili e scovare criminali e terroristi. L'accordo proposto prevederebbe un costo di venti milioni di euro per una durata di quattro anni.

Sebbene i dirigenti della Polizia ne abbiano discusso approfonditamente tra gennaio e febbraio 2026, la trattativa è ancora in corso. Nonostante l'apertura al dialogo, le istituzioni italiane hanno posto delle condizioni chiare sulla necessità di una gara pubblica anziché un affidamento diretto.

Esistono anche forti preoccupazioni circa l'accesso, anche solo parziale, che Palantir avrebbe allo Sdi (Sistema di Indagine) e ad altri database sensibili del Viminale nonché di una successiva e stretta dipendenza tecnologica verso un governo esterno.

Come ciliegina finale ecco sotto riportato il Manifesto che in aprile Alex Karo, CEO Palantir, ha pubblicato sull’account ufficiale Palantir su X. Non lo commenteremo qui, lo inseriamo solo come nota affidata alla storia di questo nuovo ordine mondiale in arrivo. Ognuno è libero di fare le proprie riflessioni e definire così la

propria posizione in merito.

Il Manifesto di Alex Karp

Il manifesto politico-tecnologico di Alex Karp, intitolato The Technological Republic (La Repubblica Tecnologica), è stato pubblicato il 18 aprile 2026 attraverso l'account ufficiale di Palantir su X, sotto forma di 22 tesi programmatiche tratte dal suo omonimo libro che qui, per ragioni di spazio, sintetizziamo per blocchi tematici. Chi vorrà approfondire potrà facilmente recuperare per intero tramite un motore di ricerca online.

1. Il Debito Morale della Silicon Valley

• Debito verso gli Stati Uniti: La Silicon Valley ha un obbligo morale verso il paese che ha reso possibile la sua ascesa economica e culturale.

• Abbandono delle "app consumer": Le aziende tecnologiche devono smettere di concentrarsi solo su social media e app pubblicitarie (definite "tirannia delle app consumer") per dedicarsi a sfide infrastrutturali e di sicurezza nazionale.

• Dal Soft Power all'Hard Power: Il potere della persuasione culturale non è più sufficiente; nel XXI secolo, la forza (hard power) deve essere costruita sul software.

2. Militarizzazione dell'Intelligenza Artificiale

• Inevitabilità delle armi AI: La domanda non è se le armi basate su IA saranno costruite, ma chi le costruirà per primo.

• Obiettivo Letalità: Lo scopo dichiarato è rendere l'America "più letale" e i suoi avversari

sempre più impauriti.

• Servizio Nazionale: Il servizio alla nazione deve essere considerato un dovere universale, equiparando il ruolo dell'ingegnere di software a quello del Marine in prima linea.

3. La Tecnologia come Alternativa alla Politica

• Insufficienza della Democrazia: Il punto 4 del manifesto dichiara esplicitamente che la democrazia tradizionale non è più sufficiente per preservare la società occidentale; l'unica soluzione è l'uso della forza bruta tecnologica (hard power).

• Algocrazia: Viene proposta una forma di governo algoritmico in cui le decisioni strategiche sono delegate a sistemi computazionali avanzati per superare i processi decisionali umani, ritenuti troppo lenti e inefficienti.

4. Superiorità e Riarmo dell'Occidente

• Superiorità Culturale: Karp afferma apertamente che l'Occidente possiede un modo superiore di vivere e organizzarsi.

• Rifiuto del Pluralismo "Vacuo": Il manifesto invita a resistere alla tentazione di un pluralismo "vuoto e vacuo" (spesso associato alla cultura "woke") per proteggere l'identità occidentale.

• Riarmo di Germania e Giappone: Si propone di ribaltare il pacifismo post-bellico di queste nazioni, spingendole a riarmarsi sotto la supervisione tecnologica statunitense.

5. Nuova Aristocrazia Tecnocratica

• Critica alla classe politica: I dipendenti pubblici non devono essere considerati "sacerdoti"; occorre mostrare più fiducia e "grazia" verso i grandi leader tecnologici e militari.

• Elogio degli imprenditori: Viene lodato l'operato di figure come Elon Musk che costruiscono dove il mercato tradizionale ha fallito.

6. Aspetti "Umanistici" e di Deterrenza

• IA come deterrente nucleare: L'era atomica è stata sostituita dall'era dell'IA; la deterrenza ora risiede nell'algoritmo che decide come e quando colpire.

• Toni del dibattito: Nonostante la retorica aggressiva, alcune tesi chiedono maggiore umanità nei toni del dibattito pubblico e invitano a non gioire della sconfitta degli avversari (una contraddizione definita "paradosso" da alcuni analisti).

Questo articolo si basa sull'analisi di una serie di fonti eterogenee tra loro, testi, video e blog, selezionate dall'autore tra le più recenti e, si spera, autorevoli. La catalogazione e l'estrazione di alcuni dati e passaggi sono stati eseguiti con il supporto di Google NotebookLM mediante una serie di prompt finalizzati, generati, contestualizzati e affinati sempre dall'autore. Questo avveniva tra la fine di giugno e l'inizio di luglio 2026

L'Enciclica "Magnifica Humanitas"

e l'Intelligenza Artificiale

Il santo Padre Leone XIV ha promulgato la sua prima enciclica dal titolo “Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. La presentazione è stata affidata ai prefetti dei Dicasteri della Dottrina della fede e del Servizio allo sviluppo umano integrale per richiamare che il nuovo paradigma inaugurato dagli agenti digitali robotici non rappresenta unicamente una sfida tecnologica, ma anche dottrinale e antropologica. L’enciclica nel suo incipit richiama la centralità della ‘humanitas’. L’umano è la capacità dell’uomo di apprezzare, valutare e ricercare le ‘buone arti’. La storia dell’uomo è la storia della coevoluzione di homo sapiens con i suoi artefatti. Oggi l’IA se non governata eticamente rischia di consegnare a pochi ‘eletti’, appartenenti alla specie homo technosapiens (Big Tech della Silicon Valley) il controllo dei molti appartenenti alla specie homo sapiens. Assistiamo alla trasformazione del capitalismo industriale e globalizzato nel capitalismo cognitivo o neurocapitalismo come fattore determinante per la promozione e la definizione degli obiettivi della “rivoluzione digitale” con finalità tutt’altro che “scientifiche”. Leone XIV ci ricorda che l’hu-

manitas è magnifica (‘fatta grande’) e che all’uomo è affidato il compito di ‘custodire’ la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

La tecnofilia priva della necessaria alfabetizzaziovne rischia di trasformarsi in tecnocrazia e di limitare l’autonomia della decisione umana e il libero svolgersi della vita. Siamo eterodiretti da pochi technosapiens dominanti (big tech), che centralizzano potenza computazionale, proprietà dei dati, conoscenze algoritmiche e costellazioni satellitari. Il tutto si compie con il nostro acritico e deliberato consenso. Paghiamo l’accesso a confortevoli e gratuiti servizi digitali (ricerche di informazioni, partecipazione a social media, telelavoro, piattaforme multimediali, realtà aumentata…) con comode rate di cessione della privacy e della libertà, che ci trasformano in ‘oggetti’ da profilare, manipolare e imboccare.

Da sempre l’uomo ha progettato e usato la tecnologia (la pietra, il fuoco, il bronzo, il ferro, il motore, l’elettricità, la forza nucleare…). Grazie alla tecnologia abbiamo imparato a dominare la natura, a colonizzare la terra, a navigare, a volare, a produrre energia… Possiamo dire che la storia dell’uomo è la storia della coevoluzione di homo sapiens con i suoi artefatti. La tecnologia è l’arte del fare (artificio). Non si può negare, tuttavia, che accanto ad usi appropriati ci siano stati anche abusi e veri e propri usi deviati. Il problema non è se homo

sapiens debba o meno accettare l’artificialità come componente coevolutiva del suo percorso esistenziale, ma quali obiettivi tale condizione debba assumere in un futuro fatto di ibridazioni e surrogazioni continue e spesso immotivate, in cui pochi ‘eletti’, appartenenti alla specie homo technosapiens, avranno il controllo dei molti, esclusi perché residui della specie homo sapiens.

Il professor Giorgio Grossi preconizza che siamo nell’era del Tecnocene, legata al nesso tra vita umana e vita artificiale, e alle prospettive utopiche o distopiche che questa ibridazione può generare. Assistiamo alla trasformazione del capitalismo industriale e globalizzato nel capitalismo cognitivo o neurocapitalismo come fattore determinante per la promozione e la definizione degli obiettivi della “rivoluzione digitale” con finalità tutt’altro che “scientifiche” o “bio-sociali”. L’IA è piena di difetti e contraddizioni perché è costruita e allenata dagli stessi Sapiens, che ci stanno portando sempre più verso una ‘società guidata dai dati’ (data driven society) e una connessa datacrazia. Stiamo sostituendo il concetto di società tipicamente umanista con un nuovo tipo di sociazione bio-tecno-sociale antropotecnica. La rivoluzione digitale sta modificando non solo l’esistenza in società, ma l’idea stessa di socialità, di associazione, di soggettività e di coscienza di esistere. La svolta del Tecnocene può essere contrastata e modificata solo se homo Sapiens saprà non solo

criticare la rivoluzione digitale in atto, ma anche ripensare e adeguare il proprio patrimonio cognitivo, sia abdicando alla centralità antropomorfa che promuovendo la ridefinizione di una concezione dell’esistenza e della vita sociale in una prospettiva davvero oltre-moderna. La tecnologia digitale con le sue applicazioni ha colonizzato il tessuto sociale della vita dell’uomo: l’economia, la finanza, la politica, la scienza, la sanità, la scuola, la religione, la comunicazione, il commercio… Il pensiero dominante (mainstream) dell’uomo technosapiens è l’algoritmo. Tutto è programmato e tutto è programmabile… Ma non tutto è computabile. Per il tecnocentrismo ogni problema ha una soluzione algoritmica. La concessione di un mutuo, la fissazione dell’età pensionabile, l’indirizzo delle politiche sanitarie, la ricerca scientifica, la riforma scolastica, la valutazione dei candidati ai concorsi, la competizione elettorale, l’attività legislativa, la nascita di start up… e tante altre decisioni sono orientate e talvolta decise da un algoritmo. Siamo eterodiretti dal pensiero unico tecno-razionale deciso e imposto da gruppi di potere.

Si va imponendo un nuovo paradigma antropologico elaborato e progettato con cinica determinazione dai guru della Silicon Valley. Il transumanesimo mira, da una parte alla costruzione di una società informatizzata e gestita da una élite di umani super-ricchi che controlla, tramite imprese, istituzioni, capitali

e software, l’intera esistenza digitalizzata mediante la promozione del mito della “felicità universale”, accelerando così ulteriormente tutte le aporie e le degenerazioni delle nostre società storiche fino ad alimentare il mito dell’iperumano.

Nei prossimi anni per la prima volta la specie umana potrà non solo modificare il proprio software – cioè la cultura come fattore di trasformazione – ma anche il proprio hardware, cioè il suo stesso profilo genetico. In altre parole, la maggior parte della materia sulla terra sarà progettata anziché essere il risultato dell’evoluzione. Nell’era del Tecnocene l’intelligenza umana sarà sempre più sostituita dall’IA che non ha nessuna sensibilità etica, politica ed ecologica. Va da sé che la perfezione e l’esattezza esibite nella tecnoscienza non esistono nell’universo, e a maggior ragione nella vita animale, e quindi non si vede perché debbano governare sempre più la specie antropomorfa. In un futuro non troppo lontano la specie umana potrebbe essere colonizzata dall’homo technosapiens del Tecnocene, esseri proteiformi con protesi tecnologiche. Si declinerà l’uomo “manipolato”, “ibridato”, “minotaurizzato”, “bionico”, “chimerico”, “dematerializzato”, “olo-grammato” e le sue diverse antropomorfizzazioni.

Il papa con questa enciclica ha operato un passaggio dalla “Rerum novarum” (Leone XIII), che rispose alla sfida del mondo proto-industriale

alla “Rerum digitalium”, per dirla col neologismo di Roberto Manzi, in cui si auspica un magistero dedicato ai temi dell’IA, che sia in grado di rileggere il ruolo della tecnica alla luce di una “dottrina sociale della conoscenza”, capace di custodire la fragilità e la libertà dell’uomo come risorsa e non come difetto da correggere. Mi sembra molto illuminante la sua recente affermazione: “Ci sono poi le sfide che interpellano il rispetto per la dignità della persona umana. L’intelligenza artificiale, le biotecnologie, l’economia dei dati e i social media stanno trasformando profondamente la nostra percezione e la nostra esperienza della vita. In questo scenario, la dignità dell’umano rischia di venire appiattita o dimenticata, sostituita da funzioni, automatismi, simulazioni. Ma la persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero.

DoctorWine celebra 15 anni

Una grande festa dedicata al vino italiano e ai suoi protagonisti: si è svolta sabato 9 maggio presso Le Méridien Visconti Rome la celebrazione dei 15 anni di DoctorWine, il network indipendente fondato da Daniele Cernilli. L’evento ha riunito a Roma oltre 850 appassionati, professionisti del settore, giornalisti e operatori che, nel corso del pomeriggio, hanno partecipato all’Open Tasting dedicato ai produttori insigniti delle Tre Stelle DoctorWine, una selezione che rappresenta alcune tra le realtà più autorevoli del panorama vitivinicolo nazionale.

Per tutto il pomeriggio il pubblico ha avuto l’opportunità di degustare

etichette simbolo della produzione enologica italiana, incontrare direttamente i produttori e prendere parte a momenti di approfondimento e confronto che hanno raccontato la ricchezza, la varietà e l’evoluzione del vino italiano contemporaneo. Grande partecipazione anche per le due masterclass dedicate a Masciarelli e San Leonardo, entrambe sold out, che hanno offerto un approfondimento esclusivo su alcune tra le etichette più rappresentative del panorama italiano. La celebrazione del quindicesimo anniversario è stata anche l’occasione per condividere con il pubblico le nuove iniziative firmate DoctorWine, a partire dall’app “DoctorWine –

Guida Vini Italia”, evoluzione digitale della Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2026. Disponibile per iOS e Android, l’app mette a disposizione oltre 3400 vini recensiti, 1348 cantine, contenuti dedicati all’enoturismo e strumenti di ricerca intuitivi pensati per accompagnare gli utenti in un’esperienza di consultazione pratica e immediata.

«Ci tenevamo che questa ricorrenza fosse soprattutto una festa aperta ai nostri lettori e agli appassionati. Una festa per tutti noi e anche per il mondo del vino italiano di qualità, che in momenti come questi ha bisogno di affermare la sua esistenza e la sua vitalità. Rilanciandosi anche attraverso eventi come questo» il commento di Daniele Cernilli. «DoctorWine è nato come luogo di racconto e condivisione del vino italiano e continua a evolversi mantenendo questo spirito. Anche la nuova app nasce con questa idea: offrire uno strumento utile, autorevole e facile da consultare, capace di accompagnare chi ama il vino nella degustazione, nei viaggi e nella scoperta dei territori»

Nel 2025, un anno fa, Fabio Mecca veniva insignito da la Guida dell'Espresso del titolo di miglior enologo dell'anno. Classe 1982, Fabio Mecca è nato in Basilicata, a Barile in provincia di Potenza, nel Vulture. Diplomato al Liceo Classico per volere del padre, medico, ha poi intrapreso la strada dell'enologo andando a studiare a Conegliano Veneto.

Nel 2026 Fabio Mecca ha compiuto i venti anni di attività, opera per diverse cantine ed ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tanto che la Federazione Italiana Sommelier (FIS) ha voluto dedicargli un Fabio Mecca Day, con una masterclass dedicata alle cantine che hanno potuto fregiarsi del suo aiuto e che tutt'ora se ne fregiano. Un modo per Fabio Mecca di raccontarsi, perché la sua scelta da enologo è caratterizzata da un rapporto stretto con il territorio, ogni vino prodotto non può prescindere, secondo la sua visione, dal luogo nel quale è prodotto, dalla storia di chi lo produce, deve essere testimone del luogo dove nasce e vive. Fabio Mecca, ha raccontato, ha dovuto ritrovarsi, ricostruire un percorso che sembrava già segnato. Dall'azienda di famiglia, quella degli zii. La centenaria Tenuta Paternoster nel Vulture. Ma

Fabio Mecca, 20 anni in cantina abio Mecca, in

doveva essere destino che il suo essere enologo non poteva trovare compromessi con chi non condivideva quella visione di espressione territoriale che è invece intrinseca nei vini prodotti grazie, anche, al suo contributo. E il felice paradosso è che a quella cantina ci è tornato, da enologo, quando lo hanno chiamato, nel 2016, i nuovi proprietari, la Famiglia Tommasi, una delle realtà storiche dell'Amarone.

Ovviamente la masterclass è stata un viaggio attraverso le differenti esperienze e soprattutto le differenti

espressioni territoriali del suo lavoro, dal vesuviano caprettone e falanghina di Cantina Villa Dora al Moscato di Saracena dei Fratelli Barone. Non ho compreso la scelta di annate "agée", perché non sempre hanno prodotto un effetto positivo nella valutazione del vino. Fatalità ha, poi, voluto che l'unico vino che non è stato possibile degustare è quello della sua cantina familiare, la Cantina Paternoster, perché servito con la posa e, la responsabile del servizio dei sommelier FIS (immagino lo fosse, solo perché serviva il tavolo dei relatori) ha ritenuto inutile cambiarci il calice e relativo vino perché lo avremmo comunque avuto con posa. Vabbè, non tutte le ciambelle riescono col buco... anche per chi degusta.

Premio Eccellenza della Sala Italiana 2026

In effetti mancava. Mancava un riconoscimento agli operatori di sala nel mondo della ristorazione. Lo scorso maggio è stata celebrata la prima edizione del Premio Eccellenza della Sala Italiana, promosso da Milano Wine Week e Wine List Italia con il patrocinio del Senato della Repubblica che ha ospitato l'evento.

Un appuntamento atteso, e per molti versi necessario. I programmi televisivi, quelli radiofonici, i molti blog e i tanti influencer ci inducono a considerare la singola bottiglia, il singolo ristorante, il singolo piatto, che sia gourmet o da trattoria. L'unica cosa che rimane fuori da questo processo è la cultura che accompagna questi elementi singoli e che potrebbe accompagnare, quando grazie a queste limitate considerazioni che ci propongono, pensiamo di poterne fare a meno.

Nel corso della cerimonia sono intervenuti il Sen. Gian Marco Centinaio, Vice Presidente Vicario del Senato della Repubblica; Federico Gordini, Presidente di Milano Wine Week; Marco Reitano, Sommelier e co-curatore di Wine List Italia; Giacomo Bullo, Communication Manager ALMA; Alessia Meli, chief operating officer del Gruppo Ginobbi; Mario Di Paolo, Founder di Spazio Di Paolo; e Fran-

cesca Romana Barberini, conduttrice RadioTv e narratrice gastronomica. A moderare i lavori, Michele Cagiano, Vicedirettore di Sky TG24.

Ma voi andreste da un meccanico che vi deve riparare la macchina con la presunzione di sapere cosa deve fare? Si forse sì. C'è tanta gente che grazie ai social ed a internet pensa di saperne di più. E poi però ne pagherà il prezzo e al meccanico dovrà tornarci pagando pegno e chiedendo scusa. Il fatto è che chi sta accanto a voi è una persona dedicata a quel lavoro. Sia chiaro, a volte sono dei rider della sala, gente sfruttata per portare un piatto dalla cucina alla tavola. Ma così non dovrebbe essere, senza necessariamente far diventare l'andare al ristorante in famiglia o con gli amici un evento di lusso.

E questo è stato un approccio che ho apprezzato, sia da parte del Senatore Centinaio, viticoltore dell'Oltrepo' Pavese insieme alla sorella e dediti alla ricettività, che da parte del Presidente del MWW, Milano Wine Week, Federico Gordini. La tavola che sia enologica o gastronomica è cultura e questa deve essere una esperienza aperta a tutti, nelle modalità possibili, ma soprattutto formando operativi in Sala che facciano della diffusione di que-

sta cultura una parte fondamentale del proprio "mestiere".

I premiati

1. Raffaele Alajmo - Alajmo; 2. Piero Alciati - Da Guido; 3 Riccardo Andreoli - Duomo; 4. Nadia Benech - La Ciau del Tornavento; 5. Valentina Bertini - Langosteria; 6. Cinzia BoggianLa Peca; 7. Mariella Caputo - Taverna del Capitano; 8. Ivana Capraro - Castel Fine Dining; 9. Rossella CereaDa Vittorio; 10. Maurizio Cerio - Don Alfonso; 11. Luca Costanzi - Mirabelle; 12. Giuseppe Cupertino - Borgo Egnazia; 13. Nicola Dell’Agnolo - Aimo e Nadia -; 14. Umberto Giraudo - Romeo; 15. Oscar Mazzoleni - Al Carroponte; 16. Luca Nicolis - Antica Bottega del Vino; 17. Sokol Ndreko - Principe; 18. Mariella Organi - Madonnina del Pescatore; 19. Giuseppe PalmieriOsteria Francescana; 20. Nando Papa - Verdura Resort; 21. Manuele Pirovano - D’O; 22. Leopoldo Ramponi - Al Bersagliere; 23. Marco Reitano - La Pergola; 24. Cristiana Romito - Reale; 25. Antonio Santini - Dal Pescatore; 26. Michela Scarello - Agli Amici; 27. Alberto Tasinato - L’Alchimia; 28. Giulia Tavolaro - Maxi; 29. Alessandro Tomberli - Pinchiorri; 30. Catia Uliassi - Uliassi

Tredici bicchieri di Amarone

Tredici bicchieri di Amarone. Non è il titolo di un thriller alla Agata Christie, ma i calici che si sono trovati davanti gli ospiti della masterclass dedicata a questo bene del Veneto, l’Amarone appunto, invitati dall’Associazione Famiglie Storiche di questa realtà vitivinicola in occasione di Vinitaly 2026. Tredici famiglie per tredici calici.

Titolo della masterclass “Amarone: il tempo, la sala, la scelta – Evoluzione stilistica e versatilità gastronomica dell’Amarone attraverso il confronto tra annate, tra equilibrio, precisione e dialogo con la tavola”. L’obiettivo degli organizzatori era dimostrare come questo vino, nelle sue diverse interpretazioni, tredici famiglie, tredici amarone, non tutti egualmente comparabili perché di annate diverse, non ha più bisogno di una particolare cucina, che ha volutamente perso quell’elemento “piacione” del grado zuccherino, cercando una maggiore raffinatezza e evoluzione dei sentori, restando in un range di volume alcolometrico gestibile in un semplice pasto.

Ce lo ha ricordato Pierangelo Tommasi, dell’omonima cantina, Presidente dell’Associazione Famiglie Storiche: «L’Amarone non è un vino fermo nel tempo. Oggi la sfida non è più spiegare cosa sia, ma come proporlo in modo attuale: nella sua versatilità, nella precisione stilistica e nella sua naturale vocazione alla tavola».

Destinatari di questa rinnovata affermazione dell’Amarone, operatori del canale Ho.Re.Ca., sommelier e stampa di settore, sia nazionali che internazionali. Già perché il mercato del vino ha una componente fondamentale nell’estero, soprattutto per le produzioni più conosciute e apprezzate.

A condurre la masterclass Roberto Anesi, chef e Miglior Sommelier d’Italia 2017 per l’Associazione Italiana Sommelier (AIS), che ci ha portato in viaggio attraverso le tredici degustazioni e le tre annate ad esse dedicate. Dalla 2021 alla 2016 per concludere con la 2012. E fare da coreografia a questa masterclass il professionale

servizio dei sommelier AIS che versano per file all’unisono (vedi foto). Altro elemento caratterizzante della masterclass è stata la storicità delle cantine, che in almeno 11 casi andava dalle 7 alle nove generazioni. Ma ancora più importante il fatto che il concetto di famiglia non è legato al nome, ma ai numerosi membri della famiglia che ci lavorano, dividendosi i compiti e condividendo gli obiettivi. C’è da chiedersi se il calo demografico coinvolga o meno il mondo della viticoltura: a vedere l’approccio delle Famiglie coinvolte in quella Masterclass, verrebbe da pensare anche no.

Indubbiamente l’intento delle Famiglie Storiche è riuscito, l’Amarone presentato è un vino molto più evoluto, in cui l’appassimento è divenuto più che una tecnica, un’arte a cui poi si accompagnano le diverse interpretazioni in cantina, ma a partire dal suolo che caratterizza l’uva, dalla sua altezza, dal vento e dalle temperature. Questo perché, consapevolmente, nessun vino, anche se con lo stesso disciplinare, deve essere uguale all’altro ma avere l’impronta genetica della Famiglia che lo ha realizzato.

Non volendo fare classifiche, sarebbe inopportuno anche perché i vini proposti non appartenevano tutti alla stessa categoria, ritengo corretto mostrare le 13 famiglie e i prodotti presentati

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Il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo

A cento anni dalla nascita e dieci anni dalla morte era doveroso un omaggio all’ultimo italiano insignito del premio Nobel per Letteratura, Dario Fo. A Stoccolma fu premiato per il suo Grammelot, una lingua immaginifica che ha superato le frontiere della comunicazione, facendo intendere che, in un modo o nell’altro, è sempre possibile capirsi. Ha fustigato i potenti e difeso i deboli, con un atteggiamento da giullare.

Oggi lo ricordiamo in occasione di una visita eccezionale, quella della Principessa Kate Middleton in Italia, a Reggio Emilia, il 13 e 14 maggio, per la prima volta in veste ufficiale. La destinazione è legata a uno dei temi che lei cura da sempre, l’infanzia. E la città con il suo Reggio Emilia Approach rappresenta un primato nella ricerca

sulla prima infanzia e l’attenzione al bambino. Reggio Emilia era appunto città molto cara a Dario Fo, ne amava la vivacità intellettuale e soprattutto gli asili più belli del mondo, aveva sostenuto associazioni e difeso i bambini dalla pedofilia e le donne dalla violenza, agendo concretamente a favore di case di prima accoglienza, donando loro sicurezza e fiducia.

Recensione

Un genio incontrastato, un animo ribelle, libero, gioioso. L’autore, Matthias Martelli, ne è rimasto folgorato a nove anni quando vide per la prima volta Mistero Buffo. E da lì mai si è spento l’interesse per questo personaggio eclettico, incredibile, istrionico, che ha voluto vivere una vita degna di essere raccontata. Dario Fo e Franca Rame sono stati ispiratori diretti di Matthias che per colpa loro, dice, ha deciso di fare l’attore. Il percorso di Dario Fo è un racconto appassionante, fatto di un teatro molto istintivo, senza regole fisse, senza copioni, dove vita e finzione non hanno mai smesso di dialogare. Pochi insegnamenti ma fondamentali. Una delle cose più importanti nella vita di Dario Fo, le crisi, e dopo gli incontri. E poi l’improvvisazione, lui arrivava sempre prima del testo. E la sua capacità di affabulare invadeva anche lo spazio dell’attualità, la realtà sociale, politica e artistica sfondava sempre le porte della sua scrittura. Un quadro toccante di Dario e Franca, sempre insieme, tra battaglie, spettacoli, scene, persone, incontri, speranze, migliaia di pagine

scritte, applausi, angosce e immense soddisfazioni. La più grande di Matthias? Quella che Dario Fo gli diede telefonandogli in risposta a una sua e-mail. Matthias aveva 24 anni, Dario Fo ottantaquattro. Da rileggere il ricordo in queste parole: “non posso giudicare Dario Fo come uomo. L’ho conosciuto troppo poco. Sono di parte, per me ha il grande merito di avermi telefonato dopo aver letto una mia mail. Come dicevo nell’introduzione, una lezione folgorante per un giovane: può accadere qualsiasi cosa, se ci credi. Quando l’ho visto e ci ho parlato, mi pareva un grande vecchio, un nonno o un bisnonno, una specie di Papa laico, che ne ricordo mi sembra enorme per stazza e per carisma”. (cit. pag. 312). Il libro si dispiega tra racconti, brani di sceneggiature, ricostruzioni, passione profonda distillata in ogni riga, per un personaggio illustre, amabile e dotatissimo. E questo libro ce ne regala un ritratto preciso e godibile per tutti.

di Susanna Schivardi

Grazie alla casa editrice Baldini+Castoldi

Mark Rothko a Firenze

La mostra a Palazzo Strozzi dal 14 marzo al 23 agosto 2026

Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903-1970), indiscusso maestro dell’arte moderna.

A cura di Christopher Rothko, figlio dell’artista, ed Elena Geuna, Rothko a Firenze rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze. L’architettura del palazzo e la città stessa sono lo scenario ideale per esplorare come Rothko traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita attraverso il colore a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela.

Da Palazzo Strozzi il progetto si estende poi alla città di Firenze, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista in due sezioni satellite: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo.

La mostra ci è sembrata un inno religioso alla visionarietà dell’artista, un’attitudine forte a sviscerare, attraverso forme essenziali e bagni di colore, l’intimo di ciascuno.

Chiariamo intanto il rapporto di Rothko con l’arte italiana, che è stato asse por-

tante di tanta sua creatività. Folgorato da Pompei, ammaliato da Michelangelo, esaltato da Beato Angelico, l’arte italiana ha raffinato gli estremismi del pittore russo, ne ha definito i contorni, ne ha addolcito le asperità, ne ha spiegato le contraddizioni. Rothko assurge a un’aurea quasi mistica, riemergendo dalle folgorazioni dell’arte rinascimentale italiana che gli ha aperto le porte a una forma intimistica ancor più avvincente. Ciò che attirava Rothko delle perfette architetture cinquecentesche legate alla spiritualità, era la dimensione segreta della cella, piccola, angusta, eppure illuminata da una luce bellissima che filtrava dalle piccole aperture. L’unico spiraglio oltre cui guardare e scorgere la verità.

Di intimo Rothko ha molto, la sua vita

è parallela alla sua arte e senza le sue vicende esistenziali non ne capiremmo l’ispirazione e la tensione.

Le sezioni della mostra sono dieci e seguono l’andamento delle sue diverse tappe artistiche. La prima fase dal 1936 al 1946, gli anni di New York, dove regnano forti le correnti artistiche dell’epoca, Rothko emerge ancora in parte figurativo, ritornano sulle tele le strutture architettoniche che lo aiutano a ricomporre uno stato d’animo già dismesso. Lo studio degli spazi e delle ombre e delle luci, in un gioco sim-

metrico sempre attento. Man mano le figure si sfocano, sempre meno raffigurativo, si scompone. Si arriva al Multiforms, le figure diventano macchie, Surrealismo e Dada si fanno sempre più sentire. Un vocabolario visivo a noi molto più vicino e per noi riconoscibile, le opere composte da rettangoli e quadrati di colore.

Nel periodo tra gli anni ’50 e i ’60 percorriamo la strada delle tinte accese, dai rossi e gialli magnetici, tele immense, densità cromatiche pazzesche, profondità indicibili. Rothko viene a contatto in questo periodo con Michelangelo e la Biblioteca Laurenziana, l’imponente scalinata, alternanza tra aperture e muri, spazi schiacciati, limiti strutturali e finestre in un ambiente unconventional. Sulla scorta di questa esperienza lavora ad altri murales, quelli del ristorante Four Seasons a New York, che gli ha commissionato un’opera monumentale in un luogo sofisticato e ultramoderno (frutto del genio di Mies van der Rohe). Un progetto mai portato a termine perché troppo intensa era stata l’esperienza con Michelangelo.

Così diverso, così estraneo alla modernità. Rothko si rifiuta di cedere alle mode, agli accademismi, alle richieste. Si chiude in sé stesso, non cede all’oscenità del plauso pubblico. Non gli interessa.

Procedendo con il percorso della mostra, si passa attraverso la sala dei rossi pompeiani, la strada verso il trascendente è sempre più impervia. Il rosso che si mostra al pubblico è soprannaturale, inquieta, fa sobbalzare, non è sereno, non è rassicurante, è come un bagno nel sangue.

Poi arrivano i blu e i verdi intensi con lo sfondo nero scurissimo, un’evoluzione del dolore, che si fa crosta, disincanto, assuefazione. Fino alla decima sala, che dopo i severi Black and Grey, ci restituisce del colore, un’ampiezza cromatica più vivida, felice quasi. Riaffiorano le tonalità pastello, il rosa, il celeste. Un cenno alla resurrezione, una sorta di fine espiazione, un inno alla speranza di riemergere dall’oscurità.

La vita di Rothko

Mark Rothko, pseudonimo di Markus Rothkowitz, nasce nell’attuale Lettonia a Daugavpils, oggi Dvinsk, nel 1903 e muore suicida a New York nel 1970, all’apice del suo successo. Scappa con la famiglia mosso dalle persecuzioni

antisemite, si stabilisce a New York, poi torna in Europa, viene folgorato dall’arte italiana e ritorna a New York dove si toglie la vita. La sua è un’attitudine alla pittura innata, da autodidatta, studia a Yale per un paio di anni poi stanco delle imposizioni accademiche, va via e sarà dopo molti anni che proprio dall’università che lo aveva emarginato riceverà la Laurea ad honorem. Inizia a dipingere per caso, accompagnando un suo amico a una lezione di nudo. Avrebbe esclamato “questo è quello che voglio fare nella vita!”. Magnifico esordio per un’anima sofferente, troppo introspettiva, troppo tesa verso il non detto, l’invisibile, le corde estreme del profondamente umano, oltre il quale l’abisso. Si era separato dalla sua seconda moglie a cui era molto affezionato e di sé pensava che forse sarebbero stati tutti meglio se lui si fosse tolto la vita. Quella sera, prima del suicidio, aveva organizzato un ricevimento, erano presenti molte persone ma lui non parlò con nessuno tranne una sua cara amica a cui rivolse un saluto a fine serata. Dopo di che si tagliò le vene e inghiottì un flacone di barbiturici.

Brevi conclusioni. L’impressione che ne può avere lo spettatore è un senso di spaesamento. L’iniziale fase figurativa del pittore si disintegra facilmente andando a cogliere l’essenziale in queste campiture di colore molto

profonde. È necessario fermarsi a guardare i dipinti, immergendosi nelle pitture a olio, acrilico, con tecniche miste su vari supporti, fino a vederne le particelle quasi muoversi, come in un vortice. La visione dei quadri comporta una predisposizione d’animo che non è sempre immediata e risoluta, talvolta scomoda, perché si sente in quel fondo pittorico tutta l’angoscia che l’animo tormentato dell’artista deve aver riversato in quei dipinti. Arrivare alla mostra e sperare di viverla da rilassati è un ossimoro, perché quello che si coglie è un tormento sotteso che non cede mai il passo alla calma, alla quiete. Seppur composto in figure geometriche, la linea netta, definita dal colore, è pur sempre un viaggio interiore per immergersi in una catarsi estetica e spirituale. Non è da tutti ma a tutti si consiglia di farne esperienza, perché come diceva George Bernard Shaw “Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d'arte per guardare la propria anima”.

Foto in parte originali in parte concesse da ufficio stampa

Burri e Beckett

Pagine a cura della casa editrice Succedeoggi

È improbabile che Alberto Burri e Samuel Beckett si siano mai conosciuti. Ma, se si fossero incontrati, il loro sarebbe stato sicuramente un convegno silenzioso e contradditorio nelle forme: fisicamente rigidi e spigolosi entrambi, Beckett era alto e filiforme mentre Burri nelle fotografie sembra sempre ben piazzato per terra. Entrambi sono conficcati nella memoria culturale occidentale più per quello che non hanno detto che per quello che hanno effettivamente enunciato in pubblico. O, più precisamente, sono entrambi celebri per quanto hanno sottratto all’universo e alla materia. Senza troppe spiegazioni.

Si tratta di una forzatura, forse, accostare questi due giganti della creatività del Novecento eppure, guardando le opere di uno e leggendo quelle dell’altro (o assistendo alla loro rap-

presentazione) spesso mi è capitato di incrociarne le intenzioni; quando non i risultati. E qui, dunque, si vorrebbero analizzare alcuni dei temi che li accomunano. Che sono parecchi: la fede incrollabile nell’immagine (da parte di entrambi); la capacità di rappresentare la ferita che ha spaccato in due l’umanità nel Novecento; la totale assenza di psicologia nelle loro opere; la determinatezza assoluta con la quale entrambi hanno inteso svuotare la propria arte di “giudizi” sull’uomo in assoluto e sui propri personaggi in particolare; infine la loro estrema, sostanziale solitudine creativa, anche lì dove può essere apparso il contrario.

Ma per capire davvero questi due autori è essenziale riflettere sul tempo storico nel quale entrambi sono approdati alla rispettiva convinzione creativa: vale a dire la pietra angolare del secolo scorso, quel grumo d’anni (fra i Trenta e i Quaranta) in cui tutto è cambiato. Beckett, nato nel 1906, scelse definitivamente la vita da scrittore alla fine degli Anni Trenta: alle spalle aveva una vita da docente universitario punteggiata da una serie di delusioni (al Trinity College di Dublino, principalmente), da una lusinghiera produzione saggistica e da qualche sparuto azzardo poetico. Negli stessi anni, Alberto Burri (nato nel 1915) abbandonò la professione medica per dedicarsi totalmente alla pittura, prima durante la prigionia in Texas nel cuore della Seconda Guerra Mondiale e poi, con una decisione definitiva, dopo il rientro in Italia nel 1946. Volen-

do indicare due date precise: Beckett sceglie la scrittura nel 1939, Burri opta per la pittura alla fine del 1944.

Entrambe le scelte, solo apparentemente improvvise o inattese, sono comunque legate a una circostanza traumatica. Nella notte del 6 gennaio 1938, rientrando in casa con degli amici, Beckett viene accoltellato lungo Boulevard Saint Michel, a Parigi, senza apparenti motivi. L’aggressore è uno squilibrato: al processo dirà di non sapere perché ha colpito proprio Beckett e la vittima, per così dire, lo perdona rimettendo la denuncia. La percezione della caducità dell’esistenza (la lama dell’aggressore mancò il cuore di Beckett per pochi millimetri), secondo tutti i biografi dello scrittore franco-irlandese è alla base della sua scelta di non dissipare la propria “vocazione letteraria” (ma nel lessico e nello stile di vita di Beckett questa definizione non esiste!). Sta di fatto che dopo l’incidente, lo scrittore conosce in ospedale colei che sarà la donna della sua vita, Suzanne Dechevaux-Dumesnil, dopo di che rientra momentaneamente in Irlanda e pubblica il suo primo romanzo, Murphy, appena completato. È nel corso dell’anno successivo che abbandona in modo definitivo il paese d’origine e si trasferisce a Parigi con la ferma intenzione di vivere di scrittura: cosa che effettivamente farà, da questo momento, sia pure nei primi anni a prezzo di notevoli ristrettezze economiche.

Una manciata d’anni dopo, Alberto

Burri vive un’esperienza altrettanto (intimamente) violenta seppure molto diversa: durante la guerra, è ufficiale medico sul fronte africano. Qui, l’8 maggio del 1943, viene fatto prigioniero dagli inglesi (l’esercito fascista in Africa è in rotta) per poi passare sotto la gestione delle forze americane che lo trasferiscono in Texas. È in questa circostanza che a tutti i prigionieri italiani viene offerta la possibilità di abiurare il fascismo e cooperare liberamente con gli americani. Nella primavera del 1944, Burri rifiuta di sottoscrivere la dichiarazione di collaborazione e per questa ragione viene iscritto tra i «fascisti irriducibili». Gli viene anche sottratta la borsa contenente i suoi strumenti medici: non potrà essere inserito, sia pure quale prigioniero, nei ranghi dell’organizzazione sanitaria del campo. In tutta risposta, Burri si fa dare degli oggetti per dipingere e comincia a ritrarre i paesaggi circostanti: questi saranno i suoi primi quadri. E, dietro il profilo della campagna texana, si intuisce il segno di quella umbra dove egli è nato e cresciuto, sia pure con una attenzione tutta particolare alla relazione tra i volumi. Una propensione (quella di esprimersi mediante il rapporto tra pieni e vuoti) che darà corso, poi, al suo stile pittorico. Perché Burri, al di là di tutto, ha sempre voluto essere considerato un “pittore” benché non solo con i pennelli abbia realizzato le sue opere; allo stesso modo in cui Beckett (malgrado la sua attività specifica nel teatro o nella radio come regista) ha sempre voluto essere definito “scrittore”.

Ma torniamo al tempo delle scelte operate dai due. Lo spartiacque che divide la storia del Novecento – e non solamente quella – è la Shoah: la scoperta (quasi) inattesa dell’orrore perpetrato con mostruosa banalità dalla Germania nazista (con la complicità fattiva dell’Italia fascista) rappresenta una ferita mai realmente sanata nel cuore dell’Occidente. Che una parte dell’umanità potesse ridurre in disumana schiavitù un’altra parte di sé, senza apparenti ragioni che non fossero la presunta superiorità razziale, era evidentemente un traguardo tragico che la società occidentale non aveva mai raggiunto prima in epoca moderna. Per di più, tutto era avvenuto da un lato con scientifico rigore (le testimonianze concordano sul fatto che l’organizzazione dei lager fosse collettiva, minuziosa, spaventosamente efficiente) e dall’altro nel silenzio colpevole di grandi fasce di cittadini non militari che «non potevano non sapere». Insomma, la Shoah venne vissuta dalla comunità internazionale come una vergogna collettiva.

Caduto in questo precipizio etico, il

mondo intellettuale e artistico rispose in due modi, principalmente. C’è stato chi si è impegnato a capire come fosse stato possibile arrivare a quel punto: la grande letteratura di lingua tedesca nata dopo la fine della Seconda Guerra (Heinrich Böll, Günter Grass, Ingeborg Bachmann…) si è occupata principalmente di scavare nella propria identità con questa finalità. Sul fronte opposto, altri scrittori o intellettuali hanno inteso utilizzare la letteratura per segnare la ripartenza, per costruire la geometria del futuro: trovare i valori condivisi dai quali ripartire. Magari anche andando a sottolineare i distinguo di chi, come in Italia, aveva scelto di schierarsi dalla parte opposta del fascismo, in tal modo favorendo una ricostruzione dell’identità condivisa. Questo è il caso, felicemente eclatante, del neorealismo in narrativa, nel cinema e in pittura che lanciò l’Italia nel cuore della creatività globale dopo il 1945. Né Beckett né Burri seguirono queste due piste. Non si occuparono di capire e giudicare il passato, non gettarono le basi per la rinascita: scelsero la strada dell’allegoria; della rappresentazione di “ciò che siamo”. Ciò

che siamo diventati all’indomani della Shoah. In questa opzione controcorrente e sostanzialmente solitaria sta la ragione profonda della sintonia che è possibile ravvisare tra le opere di Burri e quelle di Beckett. Beckett, molto impropriamente, è stato accomunato a quello che il grande critico inglese Martin Esslin in un saggio epocale del 1961 ha chiamato “teatro dell’assurdo”. «Il Teatro dell’Assurdo –scrive Esslin – può essere considerato il riflesso di ciò che sembra essere l’atteggiamento più rappresentativo del nostro tempo: la seconda guerra mondiale ha spazzato via tutti i surrogati della fede religiosa in declino, come la fiducia nel progresso, nel nazionalismo e in vari totalitarismi». E ancora: «Un sentimento di angoscia metafisica di fronte alla assurdità della condizione umana: è questo, in generale, il tema delle commedie di Beckett, Adamov, Ionesco, Genet e di altri scrittori presenti in questo libro. Del resto non è soltanto l’argomento ciò che definisce quello che qui viene chiamato Teatro dell’Assurdo. (…) Il Teatro dell’Assurdo si sforza di esprimere questa insensatezza della condizione umana e la inadeguatezza della ragione con deliberato abbandono dello stratagemma razionale e del pensiero raziocinante». Ma dire che l’opera di Beckett sia priva di razionalità è improprio: Esslin era affascinato principalmente da Eugéne Ionesco. Lo scrittore franco-romeno aveva sorpreso il mondo nel 1951 con La cantatrice calva, un testo teatrale esile e folle nel quale due coppie (i signori Smith e i signori Martin) chiacchiera-

no del più e del meno senza realmente capirsi né scambiare alcunché. Finché irrompe in scena un pompiere che straparla di una certa cantatrice calva… Questo è, precisamente, “teatro dell’assurdo”: uno scioglilingua dell’anima assente. E, del resto, la situazione de La cantatrice calva è la stessa che si può trovare in Watt, un romanzo che Beckett scrisse quasi dieci anni prima, tra il 1943 e il 1944, nell’esilio di Roussillon dov’era sfollato con la moglie per sfuggire ai rastrellamenti nazisti. Per così dire, un Beckett prima maniera (il romanzo venne pubblicato solo nel 1953) nel quale un chiacchiericcio indistinto ammanta la descrizione ossessiva e iperrealista – come sarà tipico del nouveau roman a cui Beckett aderisce – di una quotidianità nella quale ciascuno affoga la propria solitudine. Si vuol dire, insomma, che l’autore irlandese non ha molto da spartire con il teatro dell’assurdo così come lo definisce Esslin: Beckett prende spunto dalla lezione di Joyce per andare oltre il mero espediente del “monologo interiore”. Inoltre, nell’opera di Ionesco (e di Adamov in più ancora) c’è un tono giudicante inequivocabile ignoto a Beckett: la realtà dei rapporti interpersonali è ridotta a una congerie di parole vuote, egoismi, sentimenti accidiosi. Tutto ciò si manifesta, in Ionesco e Adamov, come una colpa della società ch’è precipitata nell’orrore. Da qui, Ionesco muove per la sua sostanziale adesione all’anticomunismo militante (in gioventù era stato nazista nel suo Paese), mentre Adamov fa la scelta opposta, fino ad abbandonare il campo dell’as-

surdo e approdare al teatro politico alla maniera di Brecht. Ebbene, questo giudicare e schierarsi è ciò che Beckett rifugge con una tenacia fuori dal comune: si parla di schierarsi attraverso le proprie opere, ché invece Beckett prese sempre posizioni nette nelle dispute sociali e politiche, prima partecipando attivamente alla Resistenza francese, poi affiancando la dissidenza cecoslovacca. A ulteriore dimostrazione di questa limpida lontananza, mai si instaureranno rapporti cordiali fra lui e gli altri autori celebrati da Esslin.

Ma nei primissimi anni Cinquanta, quando Beckett e Ionesco e gli altri si fecero conoscere, era difficile capire fino in fondo le differenze tra gli uni e gli altri. Diciamo che Beckett consegnò al mondo le sue allegorie senza troppo dilungarsi in spiegazioni (non ha mai accettato di parlare in pubblico di sé e obbligava gli amici giornalisti a impegnarsi a non trascrivere le proprie conversazioni private). Si è sempre limitato a scrivere a, nella parte finale della sua vita, a mettere in scena le sue opere.

Allorché, nel 1953, andò in scena a Parigi En attendant Godot (scritta in francese e stampata l’anno precedente), i più non ci capirono nulla, probabilmente a cominciare da Roger Blin che di quello spettacolo curò la regìa interpretando anche il ruolo di Pozzo. Forse è utile annotare – pensando al travaglio creativo di Burri – che Beckett aveva cominciato a lavorare a Aspettando Godot molto prima, forse fin dal 1947 (l’anno della conversione di

Burri all’informale, per altro) quando, dopo aver mancato il successo come narratore (il romanzo era la forma verso la quale egli si sentiva più disposto), l’autore mise mano a una prima commedia che poi cestinò, Eleutheria.

Che in Aspettando Godot non accada nulla è arcinoto: due individui, Vladimiro e Estragone, aspettano un certo Godot che dovrebbe dare una svolta alla loro vita. Aspettano, e basta. Perché questo Godot non arriva mai lungo l’arco di due lunghi atti: due cicli identici uno all’altro, salvo che nel primo c’è un albero spoglio che nel secondo si copre di foglie (a segnalare il passaggio del tempo). Sicché la critica, invece di soffermarsi sul verbo (aspettare) puntò tutto sul complemento oggetto (Godot). Qualcuno, seguendo la pista che poi sarebbe stata battuta anche da Esslin, disse che God-ot era dio, il dio bestemmiato dall’umanità e ormai fuggito dall’orizzonte della terra. «Se avessi voluto parlare di Dio, avrei chiamato quel personaggio God, direttamente» confessò più tardi Beckett a un amico, il critico americano Mel Gussow. E, data la sua ritrosia e la sua ossessiva propensione al silenzio, chissà quanto gli sarà costata quella dichiarazione. Insomma, si scrisse e si disse che Aspettando Godot era un apologo tragico sulla solitudine e sulla impossibilità di futuro. La testimonianza di una ferita non più rimarginabile. E lo stesso in quegli stessi anni si diceva di Burri: il pittore che materializzava sulle tele la ferita subìta dall’umanità e che, anzi, utilizzando i sacchi di farina

e di zucchero con i marchi della dotazione americana del Piano Marshall contestualizzava la ferita in un’epoca storica e una circostanza precise. Ma, è davvero così? Forse, in Aspettando Godot, la questione in campo è un’altra. Shakespeare – in Amleto –diceva: «La volontà e il destino hanno vie differenti e sempre i nostri calcoli sono buttati all’aria: i pensieri son nostri, non già i loro esiti». Tradotto in altre parole: la vita non è quello che reclamiamo da lei ma ciò che il caso ci impone. Vladimiro e Estragone “aspettano Godot” perché vorrebbero che costui ponesse rimedio alla loro vita: il loro progetto d’esistenza, si potrebbe dire, è affidarsi alle cure di Godot, che probabilmente darà loro lavoro, o almeno l’opportunità di sfamarsi. I dialoghi tra i due lasciano trasparire questa volontà. Ebbene, Godot non arriva, ma arrivano Pozzo e Lucky. Ossia due esseri improbabili come i due protagonisti che con loro trascorrono lietamente del tempo e scoprono qualche segreto dell’esistenza. La vita è quello che ti succede mentre stai aspettando Godot. Anzi, la vita è rappresentata da quei due personaggi sorprendenti che compaiono mentre tu stai aspettando Godot. Ma, suggerisce Beckett, se non aspetti qualcosa o qualcuno, se non ti predisponi all’attesa, non succederà nulla. O, meglio, non ti sarà data l’opportunità di meravigliarti perché invece di Godot sono arrivati Pozzo e Lucky. Occorre aspettare, insomma. Consapevolmente. Per il semplice fatto che in questo consiste vivere: aspettare qualcosa o qualcuno che non verrà

e che sarà sostituito da qualcun altro.

Nel 1993, gli attori del San Quentin Drama Workshop (una sublime compagnia di ex ergastolani) ottennero la grazia e poterono costituirsi in una normale compagine teatrale in grado di girare liberamente il mondo con i propri spettacoli: nell’occasione il loro leader, Rick Cluchey, chiese a Beckett (che per la concessione della grazia si era molto speso pubblicamente, contravvenendo al suo stile riservatissimo) di dirigerli in una nuova edizione di tutti i suoi capolavori. Beckett accettò e si fece regista dei suoi testi.

L’Aspettando Godot che ne venne fuori (l’anno dopo fu rappresentato anche in Italia e vederlo fu un’esperienza meravigliosa e traumatica insieme) era uno spettacolo fondamentalmente comico. Vladimiro e Estragone parevano due vecchi attori d’avanspettacolo, giacchetta piccola e lisa, pantaloni corti e bombetta alla Charlot, gesti rapidi e buffi. Pozzo entrava in scena come un impresario di varietà (con un cappotto col collo di astracane, avrebbe detto Totò) e Lucky recitava il suo proverbiale monologo del primo atto (assai sfoltito da Beckett, per l’occasione) come un discorso imbrogliato degno del miglior Pietro De Vico, il più geniale tra i “balbuzienti” della tradizione comica popolare. Vivere è aspettare, diceva la regìa di Beckett, altro che solitudine, tragedie e incomunicabilità: solo predisponendosi all’attesa di sé si può essere sorpresi dalla vita. E il suo Aspettando Godot era effettivamente

sorprendente in quanto dotato di una levità prima mai immaginata né vista dalla critica o dai maggiori interpreti. Con un colpo di straccio Beckett aveva ripulito il suo copione da tutte le illazioni sull’incomunicabilità, sulla disperazione e via dicendo. Perché le ferite si rimarginano; e si continua a vivere. Aspettando. Certo, non è detto che questo sia un dato positivo, ma è semplicemente così. Beckett per tutta la sua vita ha continuato a scrivere testi per la scena o azzardi narrativi con questa intenzione: esporre al pubblico o al lettore le circostanze in cui i personaggi vivono. Che non sono né buone né cattive: sono, e basta. Nessun giudizio è consentito all’autore, nessun giudizio è chiamato a esprimere chi sta in platea: quel che conta è rendersi conto della situazione. Al massimo, accettandola. Beckett insiste spesso su un dato, specie nelle prose degli anni finali: malgrado tutto si vive; non c’è situazione sgradevole o disperante che ci impedisca di continuare ad andare avanti.

A Roma, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, c’è una buona collezione di opere di Alberto Burri capaci di testimoniare tutte le stagioni della sua pittura, anche se il panorama più pieno della sua creatività è visitabile a Città di Castello, negli spazi rinascimentali e sontuosi della Fondazione Albizzini e in quelli da archeologia industriale degli ex Seccatoi di tabacco. Una sola gita nella cittadina dell’Alta Umbria è sufficiente a inseguire tutti i passaggi compiuti da Burri. Perché un dato

colpisce immediatamente quando si è davanti al complesso delle sue opere: Burri ha continuamente cambiato il suo modo di maneggiare la materia. Non si è accontentato del successo che suscitarono, per esempio, i primi sacchi all’inizio degli Anni Cinquanta. Come molti altri artisti di valore, segnati da un’unica intuizione geniale, avrebbe potuto vivere di rendita. E invece ha continuato a sperimentare fino alla fine: dopo i sacchi è stata la volta dei legni, dei ferri, delle plastiche, dei combusti, dei cretti, del cellotex. Una furia costante rivolta al primato della materia trattata sempre come elemento di pittura. Molto beckettiano, in questo.

Delle prime opere di Burri si disse che erano una “ferita aperta sul mondo”, e questa sembra sicuramente l’impostazione di partenza della sua opera. Burri entrò nel mondo dell’arte italiana dell’immediato dopoguerra con lo stigma del mancato antifascismo e con la vocazione alla ricerca solitaria. Tornato in Italia, nel 1946, tramite Pericle Fazzini (uno scultore sospeso tra arte astratta e figurativa, cofondatore con Vedova e Guttuso del Fronte Nuovo delle Arti nel 1947), entrò in contatto con la cosiddetta Scuola Romana che, negli anni Trenta, aveva favorito una sorta di neo-espressionismo italiano che si era fatto beffe della retorica fascista imperante: da Giuseppe Capogrossi nella sua iniziale fase figurativa a Fausto Pirandello, da Emanuele Cavalli a Scipione. Però, nel 1948, Burri iniziò a fare di testa sua, fondendo cere e ca-

trami per opere che, piuttosto, guardavano alla grande tradizione astratta del primo Novecento, da Paul Klee a Hans Arp. Segnato da alterne fortune (subito apprezzato negli Stati Uniti ma accettato solo molto tardi alla Biennale di Venezia, per esempio), egli era guardato da molti con un certo sussiego e amato da pochi. Quando cominciò ad avere successo (parecchi anni dopo), i più si spicciarono a metterlo nel mazzo degli strani con Lucio Fontana (un altro solitario impenetrabile con cui Burri ebbe un lungo sodalizio artistico) e il Giuseppe Capogrossi astratto delle forchette (con Capogrossi, Burri aveva fondato il movimento Origine). E tutti i critici videro nelle sue combustioni, nelle sue tele di sacco strappate, nei suoi legni macerati e infine nei suoi cretti (letteralmente materia rinsecchita) il segno di una ferita: la ferita terribile che il mondo aveva subìto con la guerra voluta dai nazisti e dai fascisti e più ancora, poi, con l’Olocausto. Alberto Burri, si scrisse e si disse, con le sue bruciature che parevano segni di lebbra, e con i suoi rottami di juta, ferro o legno esponeva le pugnalate della storia. E molti si sono comodamente accodati a questa interpretazione semplice ancorché terribile: perché negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra molte strane cose sono successe nel teatro, nell’arte e nella creatività in genere: cose oscure, sovente, o difficili da capire. Anche da parte di chi le realizzava come portando fuori di sé, in trance, un grumo interiore incomprensibile. Come Burri e Beckett, appunto.

Quando poi, nel 1978, Alberto Burri decise di sistemare le sue opere a Città di Castello diede vita prima alla collezione di Palazzo Albizzini e poi a quella, straordinaria, degli ex Seccatoi di tabacco che egli provvide personalmente a restaurare. Si tratta di una struttura industriale destinata in origine alla conservazione del tabacco coltivato nella zona dell’Alto Tevere. Burri ne progettò il recupero e l’uso: un enorme corpo squadrato interamente tinto di nero all’esterno e bianco all’interno, che ora conserva le grandi e grandissime opere dipinte, sotto forma di veri e propri cicli, tra il 1974 e il 1993 (Burri è morto due anni dopo, all’inizio del 1995).

A parte i neri monocromi e altri, bellissimi, nero e oro, ci sono centinaia di opere che sfavillano di colori. Vere e proprie esplosioni di vitalità tramite forme ora geometriche ora sinuose. Un assoluto piacere per gli occhi. E son ricuciture, suture, ricostruzioni dopo i tagli e le combustioni: «le ferite si rimarginano». Basta saper aspettare, si potrebbe chiosare con Beckett.

Riaperto il cimitero Fontanelle di Napoli

“Il Cimitero della Fontanelle è ufficialmente aperto al pubblico. Per sempre.”

di volta della cultura partenopea e della sua umanissima “religio”, intessuta di un fitto ed ininterrotto colloquio con i trapassati, che diventano spesso custodi delle sorti dei vivi.”

Marino Niola, che scrive queste parole nel suo saggio “Anime. Il purgatorio a Napoli”, è forse il maggiore antropologo italiano, certamente il più autorevole in materia di miti e riti (e non solo in questo).

Di Ida Meneghello

Inizia così il comunicato congiunto del Comune di Napoli e della cooperativa sociale La Paranza che annuncia la riapertura del Cimitero delle Fontanelle nel Rione Sanità, avvenuta sabato 18 aprile con il clamore di un evento irripetibile. Per sempre: un’espressione che nessun amministratore di nessun’altra città italiana oserebbe, il “sempre” non appartiene alla politica che è mestiere effimero per antonomasia. Ma a Napoli si può, perché con le Fontanelle si entra nella dimensione della Storia, anzi del Mito.

“Il culto delle anime abbandonate del purgatorio, cioè di una schiera di defunti anonimi, rappresenta una grande testimonianza di solidarietà con gli ultimi, di questo e dell’altro mondo. […] La pietà per i morti era ed è la chiave

Da secoli, dalla grande pestilenza del 1656 che fece trecentomila morti, l’ossario delle Fontanelle è il luogo per eccellenza di questa liaison, il ponte dove si materializza l’incontro tra l’al di qua e l’aldilà. “In questi inferi la società popolare napoletana ha elaborato la sua concezione della morte, ha ambientato il suo incontro con l’aldilà facendone il sacrario di un’umanità minore, quella che nessun monumento celebra e che nessuna lapide commemora”.

In questa antica cava da dove è stato estratto per secoli il tufo che ha costruito Napoli, nelle sue tre gallerie alte quindici metri e lunghe cento, sono ammucchiati ossa e teschi delle “anime pezzentelle”, la schiera immensa e ignota dei dimenticati dell’aldilà, coloro che nessuno ricorda e che non meritano fiori e preghiere. Fantasmi benevoli di cui sono piene le case di Napoli, come ci ha raccontato Eduardo, una familiarità con la morte che li rende parenti di tutti e che non fa paura a nessuno. Generazioni di bambini della Sanità hanno giocato

parlando alle “capuzzelle”, i teschi dei morti senza nome nelle epidemie di peste e colera.

Il cimitero è per gli abitanti del rione un luogo familiare come i tabernacoli nei vicoli accanto ai portoni dei bassi, dove mettere candele e fiori, dove ci si inginocchia per implorare la misericordia dei santi e i numeri del lotto dei cari defunti. Perché non c’è differenza tra i diseredati di oggi e quelli di allora, le anime identificate con i crani raccolti nelle cripte della Napoli antica e nelle catacombe extra moenia della valle della Sanità. Per tutti, morti e vivi, c’è la stessa tenerezza, la stessa pietas.

La riapertura di questo cimitero chiuso da anni, avvenuta non per caso il 18 aprile, “World Heritage Day" dell’Unesco, giornata internazionale dei monumenti e dei siti culturali, è qualcosa di più dell’evento che restituisce alla città un luogo simbolo destinato a richiamare visitatori da tutto il mondo: è stata una manifestazione popolare, un corteo di cittadini, anzi una “marcia di comunità” con in testa il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e l’arcivescovo cardinale Domenico “Mimmo” Battaglia, partita dalla casa natale di Totò e che ha attraversato la Sanità fino all’ossario. Con loro tutte le organizzazioni che hanno reso possibile la riapertura, a cominciare dalla cooperativa sociale La Paranza che gestirà con i suoi ragazzi (tutti del rione) l’accesso del pubblico alle Fontanelle, come fa da anni negli altri siti archeologici della Sanità (il “Miglio Sacro”

e le straordinarie catacombe di San Gennaro e San Gaudioso). La Paranza è un miracolo come il sangue liquefatto del famoso patrono, una storia nata vent’anni fa grazie al coraggio di un prete visionario come don Antonio Loffredo, il parroco della basilica di Santa Maria della Sanità specializzato nel furto con destrezza di ragazzi sottratti alla strada e alla camorra.

“Il Cimitero delle Fontanelle non è un museo del passato, ma un santuario della dignità che non muore. Per troppo tempo questo luogo è rimasto nel silenzio, chiuso dietro cancelli che sembravano dire: qui la speranza si è fermata”, ha detto il cardinale Battaglia. A Napoli succede che il potere religioso e il potere politico pronuncino le stesse parole e che un luogo di morte si trasformi in un’occasione di lavoro e di riscatto. Istituzioni, fondazioni, imprese, tutti uniti per riaprire le Fontanelle: privati che hanno creduto nel progetto, tra cui la Fondazione

con Il Sud, la Fondazione di Comunità San Gennaro, la Fondazione De Agostini, ed Europa Nostra, il più grande network europeo di organizzazioni che si occupano del patrimonio culturale. Nel progetto c’è anche il recupero degli spazi esterni affidato a "G124 –Sanità" coordinato dall’architetto Renzo Piano e realizzato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II. Il progetto di rigenerazione urbana degli spazi esterni ha potuto contare sul finanziamento di Unione Industriali Napoli Gruppo Giovani Imprenditori e di numerose aziende.

È la Napoli del presente che abbraccia la Napoli eterna e le sue “anime pezzentelle”, quasi dovesse saldare con loro un debito antico di secoli. I diseredati, i reietti, i più miseri tra i miseri che ancora immaginiamo in mezzo a noi, noi che sopravviviamo a stento in un presente feroce così simile al loro.

Le estati di Carlo Cassola

A Marina di Cecina le onde non si arrendono mai: altrove non so, ma lì no di certo. Sono passati anni dal mio ultimo studio sistematico su Carlo Cassola. Erano, infatti, i primi anni Novanta quando detti forma a una vibrazione, meglio sarebbe parlare di una intuizione, servendomi di un registro lirico, più che critico, basata sull'esistenza di una fonte foscoliana, di un fragile ma significativo esempio del modello letterario ortisiano dentro la struttura di Fausto e Anna.

In queste ultime settimane, mi sono di nuovo soffermato a leggere e a rivedere alcuni inediti di Carlo, presenti nel fondo della Biblioteca volterrana, per completare un lavoro, da me sempre cercato, sul paesaggio subliminale, per usare un termine inventato da Manlio Cancogni, nella produzione cassoliana tra il dopoguerra e gli anni Sessanta, dal Taglio del bosco alla Ragazza di Bube. In

un classificatore verde primavera, dove sono raccolte le fotocopie degli scritti cassoliani preparatori dei romanzi, ci sono ben 28 trascrizioni dei colori, della luce, delle tonalità di una medesima marina. Fra queste, ovviamente quella che poi lo scrittore sceglierà per includerla in Cuore arido. Così, armato di taccuini, "rubati" in qualche vecchia e mefitica mesticheria tra "Cecina e Corneto", lavorava Carlo. Pronto sempre a dipingere con le parole, a scrivere seguendo l'ispirazione. Io che conoscevo questo suo modo di lavorare, infatti, dentro di me lo chiamavo il Corot della letteratura.

La lettura dei suoi appunti mi ha richiamato ricordi che avevo dimenticato di avere. E ho rivisto il suo passo frettoloso lungo la battigia in pantaloncini e maglietta, il volto spesso rivolto all'orizzonte, e le improvvise soste meditative. Da solo o, spesso, in compagnia dello scultore Trafeli sempre in piena gesticolazione cólta, quest'ultimo, e pronto ad afferrare pietruzze e piccoli legni levigati dalla salsedine, che diventavano da quel momento, parte di un racconto, anzi protagonisti di storie. E proprio per questo mi è venuta la febbricitante voglia di narrare i luoghi di queste magie. Anche perché, leggendo "le descrizioni di descrizioni", ho rivisto i luoghi evocati e "pitturati" come se li avessi davanti. Sono del resto angoli che fanno parte di un vissuto che è diventato parte integrante anche del mio paesaggio interiore. E sono partito, non so perché, da una immagine di me ragazzo, anzi bambino, in attesa, assieme a mia madre, del treno per andare a Marina di Cecina

il luogo che, assieme a Marina di Castagneto Carducci, scoperto più tardi, quando ormai ero all'Università, mi ha permesso di vivere atmosfere irripetibili. Gli ombrelloni di Carlo Cassola e di MinoTrafeli erano infatti mèta di approdi e partenze, di rumorosi cenacoli di un numero imprecisato di giovani artisti, di critici affermati, di galleristi, di militanti giellisti, di azionisti, di dirigenti della vecchia Unità Popolare e di teorici originali di un socialismo nuovo di zecca ,anche se di antica inquietudine.

Io comincerei così la mia onironautica nel gioco degli specchi della memoria.

Prima visione

Non so che anno di preciso potesse essere. Di sicuro, eravamo nei primi anni Cinquanta, considerando che la locomotiva asmatica, che gremagliava con fatica nel tratto di erta che preludeva la stazione di Volterra, nel 1958, aveva già terminato la sua esistenza. Mi rivedo però con una leggera blusetta azzurro aviazione e un cappello di paglia vagamente somigliante, come forma, all'ovoidale copricapo coloniale degli inglesi e un retino da pesca squallidamente a legno, acromatico, visto che tanti vezzi non si coltivavano in quel periodo. Bastava la gioia della pace ritrovata e il non avere più paura quando, nel pervinca dei cieli primaverili, si delineava la presenza di un aereo. Tornando a me bambino, ero talmente bambino da trovare normale, e non ridicolo, passeggiare, a passo militare, con in testa una marcetta che sentivo cantare a mia madre, con un

retino sulla spalla. E lì vicino vedevo un mio coetaneo o giù di lì che, guardandomi, sussurrava "il vispo Tereso.." parodia demenziale della nota poesia di Luigi Sailer. Ma smise subito perché capì velocemente che il suddetto cestello pescatorio sarebbe diventato un'arma, di lì a poco.

L'aria blu, anzi azzurra, piena di luce parlava il linguaggio della bella estate, quella bruciante ma non afosa, musicata dal canto delle cicale, dei grilli nei campi tranquilli e pitturata dalle lucciole, misteriose e sublimi, a carezzare e dorare, col loro lume, vivido e sussurrante, le spighe non ancora raccolte nei campi. Aspettavo con mia madre il treno lento, panoramico microscopico che ci avrebbe portato a Saline da dove con una "sculettante littorina", per usare un'espressione del Manga, saremmo poi andati a Cecina e, da lì, a Marina. Come tutti gli anni, immancabilmente, ospiti dei bagni Bisori. Li vedo così come erano prima degli anni Sessanta: una capanna che pareva aver riassunto i caratteri di precarietà e durata delle casette dei tre porcellini: canne, paglia, legno e mattoni. E poi le poltrone e gli ombrelloni che, se non vado errato, erano color maglia del Toro. Di contro al celeste Aida... dell'Armida. Vicino alla capanna del bar, c'era un piccolo spazio occupato da una rete che ne faceva l'antenato di quello che adesso si chiamerebbe beach volley. Il mio mondo era tutto lì, in pochi metri: la piazza vicino alla Chiesa, la targa che ricordava la vita leggendaria di Ilio Barontini, la caserma che poi sarebbe stato meglio chiamare Villa Ginori e la foce

del Cecina insabbiata, che raggiungeva il mare attraverso i filtri di una renaglia pesante e untuosa all'apparenza, puteolente del dolce delle barbabietole lavorate nella vicina fabbrica e stagnante nel suo somigliare a un fosso di liquami marciscenti. Anche se il mare era bello, luminoso, argentazzurro e in fuga, a maglie spumose, verso nord. Lambiva musicalmente sabbie bianche, grigie e ombrate da pinete scolpite e abbracciate dal vento. Capo Cavallo, con la sua ghiaia ossuta e i suoi massi verdamaro, era a due passi, oltre le Gorette. Più tardi lì, proprio lì, nei pressi dell' ingresso del Club Méditerranée, avrei aspettato anch'io, assieme alla peggiore feccia di Marina, alla ragazzaglia degli scogli, l'uscita delle ragazzine francesi che noi chiamavamo le parigine ma che parigine non erano quasi mai, anzi erano provinciali e ingenue come noi che vivevamo in cittadine e paesi in secolare equilibrio fra alture, dirupi e ciuffi, " mosse " di boschi che sembravano conservare in loro il misterioso racconto della creazione, degli albori della civiltà.

Antichi e fragili, ecco come ci sentivamo noi giovani testimoni della gente italica, vigorosa e capace di iniziare l'avventura del vivere complesso ma costretta a sentire, come l'Eroe virgiliano, accanto alla forza della genesi, la debolezza del crepuscolo. Un sentimento, questo, che avrei avvertito, nel tempo giusto della mia maturazione letteraria, proprio dentro gli scritti di Cassola. C'è in questi, indipendentemente dal periodo e dalle diverse fasi, o crisi come le chiama proprio lui in una celebre intervista (Lette-

ratura e disarmo), un senza tempo, una condizione di coscienza, di confronto con la forza trascinante della storia, uno stato contemplativo "musicato" in dolcezza da una sottile malinconia. Gli operosi e quasi festosi anni Trenta, la cospirazione antifascista, la Resistenza, nel suo caso, intuiti tutti come occasione di cambiamenti ma anche di sorprese, di riflussi, di tradimenti, di corruzione, di passi indietro. La nascita di nuove irragionevolezze e di nuovi fanatismi. Il dolceamaro di chi non può rinunciare al Sogno e sa che non sarà facile farlo diventare realtà. Ecco il parallelo, ecco il motivo di questo mio rileggermi negli specchi di chi ho amato e ancora amo profondamente. Detto subito e senza indugio. Che poi, se penso alla mia giovinezza pre e durante e post universitaria sento le diverse stagioni della mia anima come le sentiva il mio Cassola: fede nel farcela, la elegante ragionevolezza del Sogno e poi il dilagare della sindrome Y (Y come Yesterday dei Beatles, la canzone che io ho sempre avvertito come quella della delusione, della morte) che era ragione in me di rabbia e, poi, per fortuna, di disprezzo, per molti altri motivi di pronta modificazione dei propri ideali. Parlo dei transfughi, dei traditori, ripeto la parola, traditori, perché non è melodrammatica, è realistica e rispecchia bene il fenomeno ciclico dell'abbandono. Un andarsene critico delle antiche ragioni, fatto non in maniera originale, ma addirittura ripetendo senza creatività, in modo pedissequo, quello che gli avversari ci avevano sempre detto. Sì , terribile sentire vecchi compagni suggerire a noi, "destinati

a rimanere a terra", le stesse cose che ci facevano notare i nemici, quelli che, prima, combattevano a viso aperto. Posso dire con chiarezza che il sentimento da me provato era lo stesso avvertito da Carlo. Fra i suoi scritti, non a caso c'era il progetto di un romanzo che avrebbe voluto intitolare "Gli anni corrompono".

Seconda visione

Che poi, il mare come realtà statica, lontana da ogni fatica sportiva, il mare come villeggiatura ha sempre presupposto la centralità delle unità ,potremmo dire, aristoteliche di luogo di tempo e di azione. La stessa casa, a due passi da villa Ginori, nel quartiere che si affaccia sulla piazza della Chiesa, lo stesso bagno dove si parte che ancora si gattona e ci si trova con gli amici a discutere della facoltà scelta. Insomma, gli stessi amici, le medesime figure di riferimento. Venne, un giorno, però, lo ricordo per la sua implicita drammaticità, in cui, non so nemmeno io perché, la mèta estiva si spostò poco più a sud, rispetto alla mia Marina, in quel di Donoratico. Un esodo di massa. Il gruppo degli amici emigrò, compreso Cassola che, proprio lì, si era comprato casa. In pineta, a pochi passi dal mare. Un piccolo sentiero indurito dai passi, ombrato da pini flottanti, dal e verso il mare, che si muoveva anguilleo verso un luogo indefinito, demarcava la selva di conifere dalle dune increspate dal rusco e modificate dal vento veloce. Bellissima la zona: antica e solenne, legata ai versi di Giosuè Carducci e alla storia dei Della Gherardesca. La villa del conte Gaddo, non a caso, dominava, come un vecchio fortino del west, una

terra di nessuno tra il bagno Zattera e il Club Méditerranée. Qui, proprio qui, ho vissuto una stagione importante. La casa di Cassola è stata per me un luogo dove ho potuto parlare in modo spontaneo dei miei interessi culturali, dei miei impegni di tesi, e di tanto altro ancora. Lì, e Dintorni, sono andato precisando l'universo dei miei valori, l'interesse per una storia, quella di Gobetti, del Giellismo, dei principi di quello che con una certa imprecisione è definito il liberalsocialismo, un ossimoro che ho sempre evitato di usare, se non per motivi di chiarezza nello studio. Ma le belle estati passate in Donoratico sono state anche altro rispetto a occasioni memorabili di crescita culturale, di meditazione. Quindi non solo la mia curiosità nei confronti di quello che avrebbero potuto insegnarmi Carlo Cassola e Mino Trafeli, ma anche le nuotate, le camminate sulla spiaggia, le escursioni verso il golfo di Baratti e le colline circostanti e il percorso di un amore che, ancora oggi, vedo vestito con i colori e i barocchi capricciosi della Primavera e i profumi gli incendi di un'Estate che non morirà mai.

Dacia Maraini e Grazia Deledda

Di Alessandro Marongiu

Si intitola Scritture segrete, il penultimo libro di Dacia Maraini, pubblicato qualche mese fa da Rizzoli per la cura di Michelangelo La Luna (368 pagine, 17 euro; l’enfasi del sottotitolo Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola non stupisca: è, semplicemente, in linea con i tempi). Visto in libreria sul banco delle novità l’abbiamo presto acciuffato, seguendo un nostro interesse personale, per controllare l’indice e vedere se vi fosse trattata Grazia Deledda (ci definiamo infatti da qualche tempo dei dilettanti, nel senso sciasciano del termine, deleddiani): ed è trattata, nella forma di un capitolo a lei dedicato e di due ulteriori pagine all’interno di un capitolo a indirizzo generale, senza contare un paio di episodiche apparizioni altrove nel volume. Potremmo dire che le buone notizie cominciano e finiscono

qui, nella quantità. Perché se ci si concentra sul contenuto si va incontro a un’approssimazione che avvicina in modo pericoloso Scritture segrete a una porzione consistente delle parole dette e scritte senza particolare (o nessuna) cognizione di causa sulla nuorese nell’ultimo trentennio. Ma è pacifico che la firma dell’autrice di Bagheria non è come le altre, e che ha un peso specifico ben diverso da quelle di quanti, innumerevoli, si sono cimentati e si stanno cimentando per le più disparate ragioni (spessissimo, però, per ragioni estranee alla letteratura) sull’argomento-Deledda. Un conto saranno Laura Boldrini, Serena Dandini, Carmelo Abbate, un conto è Dacia Maraini. Ma se non ci si può fidare neanche di lei, di chi allora? Entriamo nel merito.

Il capitolo sulla Deledda è l’introduzione al Canne al vento uscito nella collana del Corriere della Sera “I classici della letteratura. Grandi autrici” nel 2013. Così a pagina 116:

Canne al vento è un libro che si legge tutto d’un fiato. E con un gusto che non appassisce nel tempo. Eppure Grazia Deledda non ha avuto comprensione e incoraggiamento dai critici del suo tempo.

Suonano perlomeno curiosi due passaggi: su Canne al vento che si leggerebbe «tutto d’un fiato», come che fosse un complimento

per un’opera di simili profondità abissali, e sul mancato incoraggiamento dei critici, come che tra i compiti o le funzioni dei critici ci fosse quello di incoraggiare romanzieri, poeti e compagnia creante. Al di là di eventuali compiti o funzioni, sarà comunque bene ricordare che per il suo Anime oneste del 1895 un’ancor giovane Grazia Deledda poté godere di una lettera-prefazione nientemeno che di Ruggiero Bonghi, tra i maggiori e più influenti letterati (e non solo letterati) dell’epoca. Quel testo cominciava così: Cara Deledda,

Io [sic] la chiamo cara; eppure non l’ho mai conosciuta e neanche vista. Ma v’ha una visione dello spirito, ch’è più acuta di quella degli occhi; e le sue lettere, così piene di grazia e di gentilezza, mi hanno data questa visione di lei. Sicchè [sic] io ho preso a volerle bene; e per conseguenza infallibile a secondarla in ogni suo desiderio: e anche in questo così modesto che m’ha espresso che io presentassi al pubblico una sua novella.

Tornando al libro di Dacia Maraini, sembra di essere alle solite: a quella caratterizzazione della Deledda

che ha iniziato a prendere corpo una trentina d’anni fa, come dicevamo poco sopra, e che poi s’è rafforzata una volta scavallato il secolo, purtroppo imponendosi: è la caratterizzazione della povera piccola sarda osteggiata e combattuta da chiunque l’abbia incrociata lungo la via, sia privata che pubblica e professionale. In primis – naturalmente – dai critici. Ora: chi si sia addentrato (per quanto possibile: è impresa ardua, data la mole) nella critica deleddiana contemporanea alla scrittrice sa, e potrà con agio testimoniare, che le cose non stanno così, e che le considerazioni della Maraini che abbiamo appena riportato sono nel migliore dei casi frutto di una estrema approssimazione. Basteranno a dimostrarlo le recensioni e i profili tracciati da critici, Grazia Deledda vivente, come tra gli innumerevoli altri Borgese, Tozzi, Capuana, Baldini, Bellonci, De Roberto, Pancrazi e Tecchi.

La Maraini continua ricordando Croce, che sulla Deledda espresse senza dubbio un giudizio ampiamente negativo, e un altro nome di primissimo piano, Emilio Cecchi, del quale vengono estrapolate poche righe che nell’interpretazione della Maraini dovrebbero certificare «un’altra bocciatura» subita dalla Deledda dopo quella crociana (e quindi, per estensione, dai critici tutti):

Nonostante ella sia capace a cogliere e definire d’un tratto leggerissimo, a volte meraviglioso, movimenti estremamente labili dell'emozione, ed aspetti

del mondo fisico che al suo occhio son trasfigurati da non so che barbarica e corrusca raffinatezza, il fondo della Deledda è istintivo, presso che incolto. Le sue predilette frequentazioni della Bibbia, di Omero, dei romanzieri russi, del Manzoni e del Verga, stanno nella sua esperienza più come un fatto vissuto che come un fatto letterario.

Eppure, la valutazione che le «sue predilezioni della Bibbia, di Omero, dei romanzieri russi, del Manzoni, e del Verga, stanno nella sua esperienza più come un fatto vissuto che come un fatto letterario» non solo di per sé non costituisce una bocciatura, ma semmai attesta una qualità, ovvero che la scrittura della Deledda aveva una forza originaria sua propria che non dipendeva dall’interiorizzazione della letteratura coeva e precedente. E poi: non sappiamo da dove citi la Maraini, ma se andiamo alla Letteratura Italiana del Novecento di Cecchi a cura di Pietro Citati pubblicata da Mondadori nel 1972, troviamo che quel passo prosegue così:

E la lettura delle cose sue deve quasi in tutto prescindere da riferimenti culturali e confronti stilistici, che rischierebbero di riuscire esteriori e forzati. Deve altresì essere di continuo difesa contro il disturbo ch'è cagionato da pagine approssimative ed episodi inferiori. Ma richiede, al tempo stesso, un'esperta at-

tenzione, quanto più il mondo d'affetti e d'immagini della scrittrice, nell'intima sostanza è sotterraneo, sfumato, tutto fuggevoli barbagli e penombre.

E ancora, più avanti:

Se non si trattasse d’artista da non andare a cercarle paragoni eccentrici, potrebbe credersi, nel giuoco di queste sue ultime argentee ragnatele, di vederla in gara con chi sa quali prelibati fantasisti. Così le leggi del suo comporre sembrano ormai quelle d’un musicale divertimento; non guidate, come in un [sic] pantomima o in un ballo, che da richiami di grazia. (…) E il più bel premio toccato alla sua bontà, alla nobiltà della sua vita, alla sua esemplare passione di lavoro, fu certamente questo: che le venne risparmiato di sentirsi stanca, meno valida e operosa; le venne risparmiato di sentirsi decadere. Come quelle intrepide donne dei suoi libri e dei suoi monti, filò la sua lana fino all’ultimo. E nel suo profondo disinteresse del già fatto, nella sua ansia del meglio, ella sembrava non essersi nemmeno accorta, per non dovere insuperbirne, che il filo sulle due dita diventava d’una sostanza ogni giorno più preziosa, diventava il filo d’una magia, di una fatagione.

In cosa dunque risiederebbe la «bocciatura» di Cecchi?

In Scritture segrete, però, la Deledda compare anche prima. Dopo un fuga-

ce accostamento a George Sand, eccola ad esempio nel capitolo su Cime tempestose di Emily Brontë (anch’esso un’introduzione per la medesima collana del Corriere della Sera):

I critici non hanno amato il romanzo della Brontë quando è uscito. Così come non sono state amate Elsa Morante e Grazia Deledda ai loro inizi. Accusate di fare del “melodramma”, di essere narratrici popolari tendenti a strappare lacrime al pubblico, sono state tenute lontane dalle grandi panoramiche letterarie.

Se la Mariani si sta riferendo agli inizi in senso stretto di Grazia Deledda, il minimo è che i critici non l’avessero presa sul serio e l’avessero considerata una che faceva del melodramma. Questo, per intendersi, è un brano dalla prima prova in assoluto sulla lunga distanza della Deledda, Memorie di Fernanda, uscita a puntate sulla rivista “L’Ultima Moda” tra il 1888 e il 1889: Dunque un pensiero terribile aveva attraversato la mia mente, ed io avevo steso il pugno chiuso, attraverso le sbarre di ferro, verso il mare ed il cielo!

E quel pensiero era che mi avessero chiusa a San Makao, per uccidere Giorgio! Giorgio! L’uomo che io amavo alla follia, per cui avrei venduto la mia bellezza, la mia vita, anche il mio onore!…

Giorgio! Senza cui io non avrei potuto vivere, forse a quell’ora morto!… Assassinato!…

Mi lasciai cadere in ginocchio presso la finestra, aggrappai le mani alle sbarre della finestra gotica, e col viso contratto da un'orrenda nevrosi rimasi lì, muta, immobile, cogli occhi iniettati di sangue. Rimasi così molto tempo, ma un suono di passi nell'andito vicino mi fecero scotere. Allora mi alzai, e barcollando mi avvicinai al letticciuolo ove mi lasciai cadere piangendo dirottamente.

Piansi a lungo, ma quelle lacrime mi alleviarono il capo, i miei pensieri confusi, orribili, svanirono a poco a poco, e la speranza ritornò nel mio cuore.

Per contro, quando di lì a qualche anno la Deledda dà alle stampe la sua prima prova matura, quella che più lascia prefigurare la scrittrice che sarà, La via del male, viene subito recensita da un altro nome di spicco dell’epoca, Luigi Capuana: il quale peraltro riporta la recensione uscita a fine 1896 su “Roma di Roma” anche nella sua di poco successiva ben nota panoramica letteraria, Gli “Ismi” contemporanei (Verismo, Simbolismo, Idealismo, Cosmopolitismo) ed altri saggi di critica letteraria ed artistica. Restando in tema di panoramiche, in Scritture segrete la sarda si affaccia anche nel lungo testo “Le donne: una creatività scoraggiata”, proveniente dal collettaneo Lectio magistralis 2014-2018 del 2019:

Recentemente mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Grazia Deledda. Per

questo sono andata a vedere il materiale critico su di lei, ma ho trovato pochissimo: solo alcuni critici sardi l’hanno presa sul serio, gli altri, i grandi critici del Novecento l’hanno trattata con sufficienza e a volte addirittura con disprezzo. Ancora un’approssimazione, sul tenore delle precedenti. Il materiale critico sulla Deledda, infatti, poco manca che sia smisurato. Lo metteva bene in luce Anna Dolfi, quando nel suo saggio sulla Premio Nobel parlava di una «selva bibliografica» costituita da «enorme massa degli interventi», «estrema eterogeneità delle voci» e «alta percentuale di volumi, fenomeno raro, qualora si manifesti, e in modo così evidente, per una autore del Novecento»: e a queste parole faceva seguire 18 fittissime pagine di bibliografia. La studiosa scriveva nel 1979 (il libro, per chi volesse, è stato ristampato nel 2022): e da allora a oggi le monografie critiche, i capitoli in volume e (tocca dire: spesso purtroppo) le biografie si sono moltiplicati. Com’è dunque possibile che, cercando, si trovi «pochissimo»? Né hanno reale rispondenza «la sufficienza e a volte addirittura [il] disprezzo» dei grandi critici del Novecento: basta confrontarsi con ciò che hanno scritto. Se si è più che d’accordo sulla necessità di portare all’attenzione la letteratura delle «madri», cioè delle donne, è indispensabile anche farlo in maniera differente da come lo fa Scritture segrete, almeno in relazione alla Deledda. La quale, già soffrendo di suo dell’assurdo sbilanciamento sulla vita privata a scapito dell’opera

e della trasformazione in contenitore vuoto da riempire a seconda di certi tornaconti ideologici (per cui, sempre in perfetta contiguità con i tempi che corrono, abbiamo oggi una Deledda femminista, una ambientalista, una rivoluzionaria, una antifascista e via conferendo patentini e onori: come che il Premio Nobel fosse un’attestazione come un’altra per uno scrittore, e non fosse invece un motivo sufficiente per parlarne e farla conoscere al pubblico), richiede semmai, e proprio in virtù dell’unicità assoluta della sua vicenda letteraria e più in generale professionale, maggior cura.

Lo confessiamo: ci pone in una situazione di grande incomodo giudicare così delle pagine di Dacia Mariani. Ma quando ci si può basare su fonti facilmente verificabili, e tanto più in un presente nel quale come non mai godiamo di strumenti che aiutano a evitare sviste o errori (di materiale critico sulla Deledda digitalizzato ce n’è in abbondanza), gli argomenti sono argomenti, a prescindere di chi li propone: e quelli di Scritture segrete riguardanti la nuorese risultano molto, troppo fuori fuoco.

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Artemis Giugno 2026 by artemiscience - Issuu