SUPPLEMENTO al N. 520-522 aprile-giugno 2024 - Anno 45° Nuova Serie euro 15,00
SPECIALE PESCINA-ABRUZZO
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SUPPLEMENTO al N. 520-522 aprile-giugno 2024 - Anno 45° Nuova Serie euro 15,00
SPECIALE PESCINA-ABRUZZO

Alberto Aghemo – Mirko Zauri
Liliana Biondi – Francesco de Core – Angelo S. Angeloni Gaetano Quagliariello – Sergio Venditti

TEMPO PRESENTE
RIVISTA DI CULTURA FONDATA DA IGNAZIO SILONE E NICOLA CHIAROMONTE
DIRETTO RESPONSABILE
Alberto Aghemo
La Nuova serie della rivista ha ripreso le pubblicazioni dal 1980 per iniziativa e sotto la direzione di A
COMITATO EDITORIALE
Italo Arcuri – Giuseppe Cantarano – Ester Capuzzo
Antonio Casu – Elio d’Auria
Mirko Grasso – Rossella Pace – Giorgio Pacifici
Gaetano Pecora – Vittorio Pavoncello - Sergio Venditti
COMITATO DEI GARANTI
Presidente: Emmanuele Francesco Maria Emanuele
Hans Albert - Alain Besançon - Natalino Irti - Bryan Magee Hanno fatto parte del Comitato:
Enzo Bettiza - Karl Dietrich Bracher - Francesco Forte
Pedrag Matvejevic - Luciano Pellicani - Giovanni Sartori
REDAZIONE
Giuseppe Amari † - Angelo S. Angeloni - Patrizia Arizza
TEMPO PRESENTE aderisce al Cric Coordinamento delle riviste di cultura italiane

Direzione, redazione e amministrazione Tempo Presente srl
Via dell’Arco del Monte, 99/a 00186 Roma tel. 06 37892588 www.tempopresenterivista.eu - tempopresente@gmail.com
Redazione Abruzzo: Via Del Carmine, 25 67057 Pescina AQ
Proprietà: Tempo Presente Srl
Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 17891 del 27/11/1979
Partita IVA 01257801009
ISSN 1971-4939
Iscrizione al ROC, Registro Operatori di Comunicazione n. 38300
Stampa: F.lli Pittini Snc Viale Ippocrate, 65 - 00161 Roma (RM)
Prezzo dei fascicoli: Italia € 15,00 - Estero € 20,00
Arretrati dell’anno precedente: il doppio
Abbonamento annuo: Italia € 60,00 - Estero € 80,00
Abbonamento sostenitore € 100,00
Per informazioni sugli abbonamenti: luciano.lucarini@pagine.net
L’abbonamento non disdetto entro il 30 novembre si intende tacitamente rinnovato
Tempo Presente è una pubblicazione della
Fondazione Giacomo Matteotti ETS


Pescina(AQ)19,20,21,22agosto2024
LUNEDÌ19AGOSTO2024(ORE8.00)
RADUNOINPIAZZADUOMO:
ILCENTROSTUDIIGNAZIOSILONELEGGESILONE Passeggiata(difficoltàmediobassa)sulsentiero Silone,acuradellasottosezioneCAIdiPescina. GuidaRobertoRanalli,Reggentedellasottosezione CAIValledelGiovenco-Pescina.
FESTIVALSILONIANO
ORE22,00PIAZZADUOMO ConcertodiGIULIANOPALMA
MARTEDÌ20AGOSTO2024(ORE10.30-13.00) TAVOLAROTONDA
LALETTERATURASILONIANASUBLIMAILRUOLO FEMMINILE:DALLATRADIZIONEFAMILIARE,ALLA MILITANZAPOLITICA,AIVALORIDELLACIVILTÀ CRISTIANA.
SALACONFERENZETEATROSANFRANCESCO (VIADELCARMINE)ORE10:30-“ACCOGLIENZAOSPITI”
MODERA:
SergioVenditti,RivistaRedazione“TempoPresente”Abruzzo.
SALUTIISTITUZIONALI:
MirkoZauri,SindacodellaCittàdiPescina-Presidentedel “CentroStudiIgnazioSilone”; AngeloCaruso,PresidentedellaProvinciadell’Aquila; AntoniettaLaPorta,ConsiglioRegionaledell’Abruzzo; MarioGiannantonio,CoordinatoreParchiLetterariAbruzzo; MadreMariaPaolaMasuccio,SuperioraGenerale SuoredelloSpiritoSanto;
INTERVENTI: AntonioOdorisio,AssessoreallaCulturadellaCittàdiPescina; FiorenzaTaricone, “ILPENSIEROPOLITICOELAQUESTIONEFEMMINILENEL ‘900-UNIVERSITÀDICASSINOELAZIOMERIDIONALE”; RobertaTranquilli, “LARICERCAFILOLOGICAINIGNAZIOSILONE–DOTTORANDADIRICERCAPRESSOL’UNIVERSITÀDIBOLOGNA”; CONCLUSIONI: LilianaBiondi,CriticaLetteraria“CentroStudiIgnazioSilone”;
ORE16:30Presentazionedel“MANUALEDIPENSIERO POLITICOEQUESTIONEFEMMINILEdiFiorenzaTaricone (ARACNE2022)”,conl’autriceintervistatada: AlbertoAghemo,DirettoreRivista“TempoPresente”e Presidentedella“FondazioneGiacomoMatteotti”; FrancoSalvatori,PresidenteEmeritodellaSocietà GeograficaItaliana.
ORE18:30PRESENTAZIONEMOSTRA“DAFLORAASILVIA,LE DONNEEL’AMORE”diEugeniaTabellione.
ORE21,30PIAZZADUOMO
ConcertoSpettacolodiChimeraEnsemble,“QUELLO CHELEDONNENONDICONO”,direttodalM°EmiliaDi Pasquale-AttriceAlessandraRelmi


MERCOLEDÌ21AGOSTO2024(ORE10.30-13.00) CONVEGNO
L’ABRUZZOTRATRADIZIONEEDINNOVAZIONE: LECITTÀDIPESCINAEDIL’AQUILA CAPITALIDELLACULTURA2025-2026. SALACONFERENZETEATROSANFRANCESCO (VIADELCARMINE)ORE10:30-“ACCOGLIENZAOSPITI” MODERA: GianniMaritati,GiornalistaRaiCultura; SALUTIISTITUZIONALI: VincenzoParisse,PresidentedelConsiglioComunaledellaCittàdi Pescina; PierluigiPanunzi,VicepresidenteFondazioneCARISPAQ; RobertoSantangelo,AssessoreaiBeniedAttivitàCulturalidella RegioneAbruzzo; MassimoVerrecchia,ConsiglioRegionaledell’Abruzzo. RELAZIONEINTRODUTTIVA: SilviaScorrano,DocentediGeografia-UniversitàdegliStudi “GabrieleD’Annunzio”Chieti-Pescara
PARTECIPANO: MirkoZauri,SindacodiPescina,CapitaledellaCultura d’Abruzzo2025; PierluigiBiondi,SindacodeL’Aquila,Capitaledella CulturaItaliana2026;


RaimondoAmbrosino,SindacodiProcida,Capitaledella CulturaItaliana2022; AndreaBiancani,SindacodiPesaro,Capitaledella CulturaItaliana2024; GaetanoQuagliariello,PresidenteFondazione “MagnaCarta”; 0RE13.30:BUFFET
ORE17:30:SottoscrizionePattodiAmiciziatraiComuni diPescinaediProcida.
PRESENTAZIONELIBRODISilviaGrossi “L’ISOLADIELSA”,conGianniMaritati Ore19:00:MOSTRAFOTOGRAFICA“L’ABRUZZO SILONIANO”,editorePaoloDeSiena COORDINAAntonioOdorisio,AssessoreallaCulturadella CittàdiPescina.
FESTIVALSILONIANO
ORE22,00PIAZZADUOMO ConcertodiANNAOXA.
GIOVEDÌ22AGOSTO2024(ORE11.00-13.00)
SALACONFERENZETEATROSANFRANCESCO (VIADELCARMINE)ORE10:30-“ACCOGLIENZAOSPITI” LETTURESILONIANE
ORE11,00PRESENTAZIONEBUSTOIGNAZIOSILONE, PiazzaIgnazioSilone,conlaprof.AlessandraTaccone, PresidenteFondazioneTerzoPilastroInternazionalediRomae ilProf.Avv.EmmanueleF.M.Emanuele,giàPresidentedella FondazioneTerzoPilastroInternazionale.
ORE12.00:APERTURAMOSTRADELPITTORE CESAREBORSA
ORE17,30: MODERAGioiaChiostri,Giornalista.
SALUTIISTITUZIONALI: MirkoZauri,SindacodiPescina-Presidente“ParcoLetterarioIS”; MarcoMarsilio,PresidentedellaRegioneAbruzzo; MarioQuaglieri,AssessorealleAreeInternedellaRegioneAbruzzo; PierpaoloPietrucci,ConsiglioRegionaledell’Abruzzo; NazarioPagano,Presidente1^CommissioneCamera deiDeputati; GuidoQuintinoLiris,SenatoredellaRepubblica; MariannaScoccia,VicepresidentedelConsiglioRegionale dell’Abruzzo.
StanislaoDeMarsanich,PresidentedeiParchiLetterari; PRESENTAZIONELOGO“CAPITALEDELLACULTURA D’ABRUZZO2025”
CONCLUSIONI:
L’ONOREVOLEMARCOMARSILIO,PRESIDENTE DELLAREGIONEABRUZZOPREMIAI VINCITORIDELLA27°EDIZIONEDEL PREMIOINTERNAZIONALEIGNAZIOSILONE, ALLAPRESENZADELMINISTRODELLA CULTURA,PROF.GENNAROSANGIULIANO
FESTIVALSILONIANO
ORE22,00PIAZZADUOMO SpettacoloTeatrale-OspiteROCCOPAPALEO


Rivista di cultura fondata da Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone
Supplemento al Numero 517-519 aprile-giugno 2024
Redazione abruzzese di Pescina
Anno 45° Nuova Serie
ALBERTO AGHEMO
In questo numero p. 5
MIRKO ZAURI
Nel segno di Silone
Intervista raccolta da Sergio Venditti p. 9
LILIANA BIONDI
Silone in lotta contro il nichilismo ovvero La scelta dei compagni p. 12
FRANCESCO DE CORE
Silone, la religione della libertà p. 31
ALBERTO AGHEMO
Uscita di sicurezza dal Leviatano: l’umanesimo politico di Ignazio Silone p. 42
ANGELO SALVATORE ANGELONI
Il cristianesimo di Ignazio Silone p. 60
LILIANA BIONDI
I promessi sposi: un modello tutto italiano per Fontamara p. 95
A cura di Sergio Venditti
A Pescina la Scuola di alta formazione politica p.136
Cultura, territorio e formazione civile ruolo e programmi di Magna Carta
Conversazione con GAETANO QUAGLIARIELLO p.138
La grande bellezza della cultura e del sociale e il mecenatismo senza frontiere del Terzo Pilastro - Internazionale p. 142
A Emmanuele Francesco Maria Emanuele il Premio Internazionale Ignazio Silone 2023 p.146

La locandina della tavola rotonda sul tema
La scelta dei compagni: Ignazio Silone chiama all’azione contro il “nichilismo di massa” che si è tenuta nella Sala consiliare del Municipio di Pescina sabato 11 maggio 2024.
In questo fascicolo si pubblicano le sintesi degli interventi di alcuni relatori
In questo numero…
Un giacimento di idee e tradizioni da tutelare
Alberto Aghemo
Ignazio Silone è tra i pochissimi grandi intellettuali del Novecento che hanno mantenuto, inalterato nel tempo e a dispetto della dimensione mondiale della loro fama, profondo e radicato il sentimento di appartenenza a una terra, a un popolo, a una cultura. Il rapporto dell’autore di Fontamara con la sua Marsica e con i suoi cafoni è la matrice sulla quale si incardina un tormentato percorso spirituale, letterario e politico che resiste alle dinamiche dell’esilio, agli abbandoni forzati, al venir meno di fede e ideologie e ci restituisce una personalità archetipica dell’intellettuale moderno: esule anche in patria, in fuga dalle dittature ideali, senza più bandiere ma disperatamente attaccato alle sue origini, ai suoi valori fondativi, alla matrice umanistica della sua sensibilità generosa e solidale.
Quello che ricordiamo in questo nuovo numero speciale di «Tempo Presente» dedicato al grande pescinese è il testimone del Novecento che, combattuto tra fede, lotta e libertà, sceglie senz’altro quest’ultima e con lucida e determinata coerenza sa bene come fare la «scelta dei compagni». Non è un caso che proprio prendendo spunto dalla nuova edizione critica del brillante saggio La scelta dei compagni si sia tenuta a Pescina, lo scorso maggio, una tavola rotonda che ha approfondito il valore etico e civile, prima ancora che politico, di quella scelta di campo che segna la natura solitaria e “altra” di Silone nei confronti delle ideologie, dei conformismi, delle chiese culturali del suo tempo e di quel nichilismo di massa che ha lasciato un marchio drammaticamente divisivo nella nostra storia recente.
A quella riflessione collettiva sul Silone che più ci è caro e vicino sono dedicati i primi saggi raccolti in questo fascicolo, a partire da Silone in lotta contro il nichilismo, ovvero «La scelta dei compagni» di Liliana Biondi che, con la consueta sensibilità e la rara conoscenza dell’universo siloniano che le è propria, tratteggia in modo puntuale ed efficace il tormentato percorso ideale che è all’origine di un saggio ancora vivo e attuale a distanza di settanta anni.

Acuto studioso del pensiero siloniano, Francesco de Core, nel saggio che segue con il titolo Silone, la religione della libertà, rimarca i tratti distintivi dell’avventura di uno spirito libero, che si è battuto contro i conformismi e le tirannie della sua epoca e ci ha offerto una lezione valida anche per l’oggi, che conserva intatta la sua carica di dissidenza, «nella fedeltà all’uomo e alla coscienza».
Chi scrive, firma il successivo «Uscita di sicurezza» dal Leviatano: l’umanesimo politico di Ignazio Silone. L’articolo racconta il destino apolide dell’intellettuale contemporaneo, post-ideologico, senza partito e senza chiesa, che matura attraverso un percorso esistenziale, prima ancora che ideologico, aspro e al fondo irrisolto, la sua radicale scelta per l’uomo e per la libertà.
Il cristianesimo di Ignazio Silone è il titolo del vasto saggio diAngelo Salvatore Angeloni che segue e che ci consegna una riflessione profonda – e al contempo analitica e raffinata – della spiritualità siloniana calata in un universo di fede affatto peculiare, che l’autore esamina nelle sue componenti essenziali e
fondative, attraverso la parabola del Cristo dei poveri e la simbologia della Croce, sino alle prove letterarie più sofferte e mature dell’autore de L’avventura di un povero cristiano.
Ancora a Liliana Biondi dobbiamo la prima parte di un vasto e originale studio critico-letterario, di impronta comparativa, che coglie echi, fonti, suggestioni, immagini, ambientazioni e ragioni storiche e narrative che Silone ha condiviso con Alessandro Manzoni. Del prezioso e documentatissimo studio, che porta il titolo «I promessi sposi»: un modello tutto italiano per «Fontamara», si segnala la straordinaria ricchezza di riferimenti e moduli narrativi che accostano in maniera evidente quanto insospettata due indiscussi maestri della narrativa contemporanea.
Chiudono il fascicolo le CRONACHE PESCINESI curate da Sergio Venditti, che in primo luogo presentano e commentano la notizia dell’apertura a Pescina della Scuola di alta formazione politica della Fondazione Magna Carta. L’evento, di indubbio rilievo culturale e civile, si apre con le considerazioni del sindaco di Pescina Mirko Zauri ed è poi approfondito in una conversazione con Gaetano Quagliariello, presidente della fondazione, dal titolo Cultura, territorio e formazione civile. Ruolo e programmi di Magna Carta. La successiva cronaca ricorda l’assegnazione, nell’agosto dello scorso anno, a Emmanuele Francesco Maria Emanuele del Premio internazionale Ignazio Silone 2023. Un ultimo servizio porta il titolo La grande bellezza della cultura e del sociale e il

mecenatismo senza frontiere del Terzo Pilastro - Internazionale che ricorda qualificate iniziative culturali e filantropiche della Fondazione romana sul territorio marsicano.
* *
Al centro di tutte queste riflessioni si staglia la “Città di Silone e Mazzarino”, ora anche Parco letterario, con due Centri di studi e i relativi premi internazionali che ospita anche la redazione abruzzese di «Tempo Presente» in un contesto di grande fervore di attività e programmi culturali, civili e di promozione del territorio nel nome della libertà e dei diritti universali. Pescina si prepara adesso alla XXVII edizione del Premio Internazionale Ignazio Silone che coincide quest’anno con una fase felice della Città, già finalista a Capitale della Cultura 2024 e destinata a esserlo il prossimo anno per l’Abruzzo, mentre L’Aquila è designata a Capitale italiana per il 2026.

Il consueto appuntamento siloniano d’estate si inaugura quest’anno il 19 agosto e si chiuderà giovedì 22 con l’assegnazione del Premio Internazionale: è previsto un fitto calendario di incontri, dibattiti, convegni, eventi artistici, mostre, concerti che porta quest’anno il titolo «Ignazio Silone e l’universo femminile. Tra storia, cultura e politica del ’900».
Di tutto questo e di altro ancora si parla nell’intervista al sindaco Mirko Zauri raccolta da Sergio Venditti che, sotto il titolo Nel segno di Silone, apre questo fascicolo.
BUONA LETTURA!
raccolta da Sergio Venditti

Sindaco della città di Pescina da ormai quasi quattro anni, Mirko Zauri ha impresso una forte impronta siloniana alla sua intensa attività culturale, civile e di promozione del territorio. Alle numerose iniziative svolte negli ultimi tempi se ne aggiungono molte altre in calendario, in particolare con riferimento all’estate siloniana del 2024 e agli eventi che ruotano intorno all’assegnazione del premio internazionale Ignazio Silone, che vede il sindaco impegnato anche nella veste di presidente del Centro Studi intitolato alla memoria dell’autore di Fontamara. Di iniziative e programmi nati “sotto il segno di Silone” si parla nell’intervista che segue.
Mirko Zauri Guido Melis
Sindaco e Presidente di una Città importante come Pescina e di sodalizi unici come il “Centro Studi IS” e il “Parco Letterario IS”, non le pesa questo enorme lavoro su tutti i fronti?
Certamente: confesso che è un sacrificio rilevante, per tempo e impegni continui, che spesso debbo sottrarre in primis alla famiglia, a cui sono molto legato, con in più il lavoro, in una azienda competitiva come quella dei Trasporti Unici Regionali, che resta la mia attività primaria: io vivo del mio lavoro e sono al servizio della mia collettività.
Lei si è insediato, a settembre 2020, in piena fase della pandemia da Covid-19 gestendo come tanti altri sindaci una dura emergenza generale, tra le tante emergenze amministrative anche ereditate dalle passateAmministrazioni comunali…
Ha detto bene, una serie sfibrante di priorità continue, che con tenacia e perseveranza abbiamo affrontato con la nostra Amministrazione, in particolare con la condivisione dell’Assessore alla Cultura, Antonio Odorisio, insieme alla vitale comunità pescinese, anche con il sostegno dei vari organismi territoriali, dall’Unione dei Comuni “Montagna Marsicana” (di cui sono assessore), fino alla Provincia dell’Aquila e alla Regione Abruzzo, senza dimenticare lo stesso Parco Regionale Sirente Velino, di cui siamo parte attiva. Una fase critica, che abbiamo superato al meglio, con le risor-
se date, sempre insufficienti. Questo ci devono però insegnare a potenziare i presidi socio-sanitari del territorio, a partire dal nostro prezioso e storico Ospedale “S. Rinaldi”, assicurando a esso più risorse finanziarie e umane, per garantire servizi migliori, con una maggiore prevenzione e cura, specie dei soggetti più fragili e indifesi come i giovani e gli anziani.
Presidente, veniamo al settore strategico della cultura per Pescina, con lo storico Premio Internazionale IS, giunto alla 27 Edizione?
Il Premio Internazionale dedicato al celebre scrittore è il nostro “fiore all’occhiello”, con il grande prestigio conquistato negli anni, grazie anche alle rilevanti personalità premiate, in vari campi del sapere, della cultura e dell’arte, che quest’anno abbiamo voluto incrementare grazie al contestuale Festival Siloniano, che lo accompagnerà con spettacoli musicali e ospiti di prima grandezza: da Massino Ranieri adAnna Oxa e Giuliano Palma.
È un tentativo di richiamare ancor più attenzione e presenze a Pescina, in grado di conquistare un circuito di offerta turistica maggiore: le Case Museo di Ignazio Silone e del Cardinale Mazzarino (che avrà anch’egli un suo premio internazionale, grazie sempre alla Regione Abruzzo), con la restaurata Torre Piccolomini e il rinnovato Sentiero Silone, fino al Rifugio, che porta sempre il nome dello scrittore di opere immortali come Fontamara, L’avven-

Ignazio Silone e Darina Laracy in Svizzera nei primi anni Quaranta

tura di un povero cristiano e della stessa Severina, che sarà al centro delle riflessioni di questa ricca edizione di Premio Internazionale. È quanto potrete apprezzare dal programma generale, che si articola in iniziative ed eventi dal 19 al 22 agosto 2024. Si proporrà tutto il caleidoscopio pescinese, con la sua ricchezza di storia, di cultura, di ambiente e di un paesaggio naturalistico di rara bellezza.
Quest’ultima edizione si presenta molto articolata, con al centro l’universo femminile così presente nella vita e nelle opere di Ignazio Silone: dalla madre Marianna Delli Quadri alla compagna della prima militanza politica, negli anni Venti, Gabriella Seidenfeld – con la quale condivide una vita avventurosa, in clandestinità, con fughe e arresti –fino alla moglie Darina Laracy.
La presenza e l’influenza femminile sono sempre state una costante nella vita, nell’impegno politico e letterario di Ignazio Silone. Non solo le figure citate: nel lungo esilio a Zurigo emerge la figura di Aline Valangin, scrittrice e psicanalista, e nel dopoguerra con la nascita della sua creatura più cara, la rivista «Tempo Presente», fondata con Nicola Chiaromonte nel 1956, a cui collaborò attivamente una scrittrice svizzera, Alice Ceresa, oltre alla critica letteraria Luce D’Eramo, a cui dobbiamo il ritratto più completo e introspettivo del grande intellettuale di Pescina.
Guido Melis
Liliana Biondi
«Qui, le bestie l’aria l’acqua la terra il vino la cenere l’olio la polvere della strada, tutto è, per così dire, cristiano…» da Il seme sotto la neve

Sono trascorsi settanta anni da quando, nel maggio 1954, Silone tenne a Torino e poi in varie città d’Italia la conferenza La scelta dei compagni, pubblicata nello stesso anno su più riviste, prima di confluire in Uscita di sicurezza1 .
Il saggio (progettato nell’anno precedente come «libro»2) è un approfondito ragionamento, ben articolato in dieci punti, in cui Silone riflette su come si sia venuta sviluppando, anzi, piuttosto involvendo, la condizione
dell’essere umano nel corso del primo cinquantennio del Novecento, secolo che per la prima volta nella storia, ha sofferto due guerre mondiali. Nel prendere spunto da numerosi suicidi che negli ultimi anni avevano coinvolto artisti e scrittori di Paesi diversi, ne argomenta le probabili cause; e nel riflettere sui ragionevoli motivi che avevano spinto costoro al gesto estremo, esamina esempi opposti di chi pur colpito da nichilismo, lui compreso, ha trovato, per quanto precaria, una via di scampo.
Lo scrittore, reduce dalla recente sconfitta elettorale che aveva determinato il suo abbandono definitivo della politica attiva, vi affronta situazioni, questioni e tematiche storico-sociali, letterarie, filosofiche, culturali e personali, in una parola esistenziali, relative alla prima metà del XX secolo, le cui argomentazioni, oltre ad illuminare e a confermare la personalità di Silone, trovano non poche legittimità anche ai giorni nostri. Il saggio è, in-
fatti, una puntuale riflessione sull’atmosfera socio-culturale del suo tempo con finalità sempre esplicative, chiarificatrici, formatrici, premunitici, che non rinunciano, malgrado tutto, ad una vaga speranza; punto fermo per l’autore è il suo sguardo critico, personale, libero dalle briglie dell’apparato, delle mode, dei diktat istituzionali.
Valdo Spini
Validissima, pertanto, è stata la scelta di pubblicare nuovamente questo testo tanto breve quanto dettagliato, nella «Collana di pensiero radicale», con un’Introduzione di Goffredo Fofi e una intensa Prefazione di Francesco De Core3 .
1. Italia e mondo 70 anni fa
Settanta anni fa, l’Italia, l’Europa e il mondo non erano assolutamente migliori di adesso. In Italia vigeva sì, finalmente, un governo democratico e si era realizzato il diritto di voto alle donne, ma, per il resto, non c’era ancora nessuna assistenza medica; femminicidi, alluvioni e nubifragi distruttivi e mortiferi c’erano anche allora; al Parlamento si litigava e ci si schiaffeggiava; il primo presidente dell’età repubblicana, Alcide De Gasperi, malgrado la sua intensa opera edificatrice nella neonata repubblica, morì quasi emarginato anche dal Vaticano; fu varata una legge truffa, per fortuna mai attuata; lo scandalo giudiziario del “caso Montesi” mise alla berlina Polizia e Governo, e per tacitare in parte lo scandalo pubblico, se ne procurò un altro, mettendo alla berlina,

tra carceri e denunce, l’astro ciclistico del momento Fausto Coppi e la sua amante sposata; il governo Scelba combatté la sinistra totalitarista.
All’estero la situazione non era migliore: l’ultima vittoria bellica non aveva affatto migliorato i rapporti tra USA e URSS; medici di fede ebraica furono accusati di aver attentato alla vita di Stalin, il quale di lì a poco morì, gli successe Nikita S. Chruščëv che diventò segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Parimenti, negli USA, furono giustiziati sulla sedia elettrica i coniugi comunisti di origine ebraica Julius ed Ethel Rosenberg accusati di
Liliana Biondi Guido Melis
spionaggio; la maggiore azienda elettrica licenziò gli operai comunisti, e non furono acquistati prodotti italiani dalle aziende appoggiate da CGIL. A Berlino Est intervennero i carri armati sovietici contro la rivolta degli operai che denunciavano il forte aumento di ore di lavoro; in Vietnam le truppe coloniali francesi vennero sconfitte dopo quasi dieci anni di scontri; e inAlgeria iniziò la guerra per l’indipendenza dalla Francia.
Ma, arrivò laTVin bianco e nero in Italia, e a colori in America; dopo tante traversie, Trieste tornò ad essere italiana; nacque l’ENI di Enrico Fermi; nacque la NATO ed entrò a farne parte anche la Repubblica Federale Tedesca; uscì il film Vacanze romane del regista tedesco naturalizzato statunitense William Wyler; con Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway vinse il Pulitzer, J.R.R. Tolkien pubblicò Il Signore degli Anelli; e, il Giappone, che aveva sperimentato sulla propria pelle la bomba atomica lanciata dagli americani – la prima della Storia – produsse il primo film di Godzilla.
2. Silone 70 anni fa
Un po’di attenzione va posta anche alla condizione di spirito di Silone mentre, tra il 1953 e il ’54, scriveva il saggio in oggetto. Erano trascorsi dieci anni dal suo rientro in patria dopo il quindicennio trascorso da esule, amato e di successo, in Svizzera. Davvero Silone in Italia credo si sentisse, allora, come i profughi descritti a conclusione del saggio in questione. Bersa-
gliato dalla sinistra che lo considerava un rinnegato, dalla Chiesa che lo reputava un miscredente, dalla politica da cui era uscito definitivamente l’anno precedente avendo perso le elezioni, dalla cultura italiana dominata sin d’allora dalla sinistra, Silone seguitava a scrivere, a raccontare, a riflettere «con ostinata volontà di capire e di far sapere quello che si è capito» di tanta dolorosa esperienza passata. I pochi giudizi critici italiani, attenti e culturalmente leali, in quegli anni, nei suoi confronti, sono di Piovene, di Varese, di Cecchi, di Chiaromonte e di qualche altro, ma spicca quello profetico di Geno Pampaloni, che nel 1949 scriveva: «l’importanza di Silone nella nostra letteratura contemporanea è notevole, più grande certamente di quanto la critica sinora non abbia sospettato»4 .
C’era poco da essere sereni. Ma Silone non volle perdere la fiducia in sé stesso: «forse non c’è del tutto da disperare», sono le parole finali del saggio. Consapevole di aver attraversato un lungo periodo triste e caotico, di essere stato testimone e protagonista di capovolgimenti epocali, di tempi rivoluzionari, bui, vorticosi, rischiosi, lo scrittore, nel dopoguerra, vivo e salvo seppure tra tante difficoltà, non teme di riattraversare quel buio con la memoria, col pensiero, con le immagini, con la riflessione, con la parola orale e scritta per meglio capire i motivi di quanto era accaduto e di quanto gli era capitato, nel tentativo di farli capire ai posteri. Così che oggi noi
possiamo dire a Silone quello che nel Purgatorio dantesco Stazio dice a Virgilio: «Facesti come quei che va di notte, / che sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte» (Purg. XXII). Versi, questi, che tanto erano piaciuti a Secondino undicenne da trascriverli sul quaderno e mai dimenticarli: «Ho copiato proprio quei versi nel mio quaderno nel 1911 e li ho davanti a me più d’allora» rivelava anni dopo all’amica e critica scozzese Ellen Anne Millar, che lo citava nel saggio Il segno del profeta5 .
3. Esame del titolo e del testo Come gran parte degli scritti di Silone, La scelta dei compagni si rivela essere, dunque, anche una auto-analisi, un esame di se stesso in prima persona, della propria vita, delle scelte personali e culturali via via fatte, del suo modo d’essere e di operare all’interno della Storia e di fronte alla propria coscienza, a iniziare dal titolo, che contiene due parole-chiave emblematiche in tutta la sua opera e che racchiudono l’essenza della sua vita: «scelta» e «compagni». La prima è participio passato sostantivato del verbo scegliere: eslire provenzale e élire francese, che si ricollega al verbo latino ex-ligere: ex = da, con senso di separazione, più eligere: cioè separare la parte migliore di una cosa dalla peggiore, selezionare, preferire; bene, davvero si può
dire che Silone, pur nella costrizione di dover vivere alcuni eventi irrinunciabili, come il terremoto e il post prima guerra mondiale, non abbia mai lasciato scorrere la propria vita secondo il caso o secondo calcoli egoistici e personalistici. Dolorose, ma le sue sono state sempre scelte coraggiose e sincere, dettate dalla sua indole e dalla coscienza.
Al significato della seconda parola, «compagno», Silone fa riferimento più volte nei suoi romanzi. Composta da cum = «insieme, con», e «panis»= «pane», propriamente «colui che mangia il pane con un altro», è parola

Liliana Biondi Guido Melis
frequente e sacra per lui, come frequente e sacra è la presenza del pane e del grano nella sua narrativa, insieme alla preghiera del Pater Noster, che il «pane quotidiano» contiene, e che Silone ha voluto si recitasse in punto di morte; e se si pensa cosa abbiano rappresentano i veri «compagni» di partito per Silone, per il suo comunismo cristiano ed evangelico, si comprendono bene il valore e l’essenza di questa parola e le tante conseguenze che quella scelta gli ha cagionato.
Il saggio, si è detto, è una riflessione ad alta voce sul passato recente: la prima metà del Novecentoi:
Nel corso dei primi quarant’anni, il fallimento di alcuni grossi miti politico-sociali, tramandatici dal secolo scorso, ha posto una certa categoria di uomini, che quei miti guardavano come bussola, in una situazione spirituale di incertezza e di ambiguità ancora lontana dall’essere chiarita6 ,
scrive, Silone, nell’incipit del saggio, entrando, come sempre, subito in medias res, sebbene questa volta al centro non vi sia l’azione, la vicenda di un romanzo o di un racconto, ma un problema relativo all’essere umano: «la situazione spirituale di incertezza e di ambiguità ancora lontana dall’essere chiarita». Prima di entrare nel tema, desidero, tuttavia, cogliere un altro elemento, magari marginale, ma che evidenzia la volontà dello scrittore di rendere l’uditorio compli-
ce del suo assunto. Il suo eloquio è subito coinvolgente («tramandataci»), ed è un coinvolgimento con l’uditorelettore che si protrae fino alla fine: dalla tragicità del passato recente, da cui prende l’abbrivio per la sua riflessione, alla flebile speranza finale:
Noi siamo costretti a procedere sotto un cielo ideologico buio; l’antico e sereno cielo mediterraneo, popolato di lucenti costellazioni, è ora coperto; ma questa poca luce superstite, che aleggia attorno a noi, ci consente almeno di vedere dove posare i piedi per camminare.
Val quanto dire che la situazione spirituale, da me descritta non ammette alcuna apologia o boria. Francamente essa è un ripiego. Essa assomiglia a un accampamento di profughi in una terra di nessuno; a un accampamento scoperto, di fortuna. Cosa volete che facciano dei profughi dalla mattina alla sera? Essi passano il meglio del loro tempo a raccontarsi le loro storie. Non sono davvero storie divertenti, ma essi se le raccontano, più che altro, per cercare di rendersi conto.
Ora, finché sussiste un’ostinata volontà di capire e di far sapere quello che si è capito, forse non c’è del tutto da disperare 7
Silone è tutt’altro che ottimista. Si percepisce un amaro senso di isolamento, aperto, tuttavia, a una flebile speranza. L’esempio del profugo funge qui da similitudine, da metafora, ma solo chi ha sperimentato quella
realtà, la può rappresentare con poche parole lucide, vere, come fa lui: una realtà, quella del profugo, che oggi guardiamo quotidianamente in televisione, con situazioni storiche diverse e per certi versi impensabili, dove il perseguitato di ieri diventa persecutore. Ma torniamo a Silone e al suo scritto. L’uso frequente ma studiato, di quel «noi», non ha nulla del plurale maiestatico di chi vuole esibire un prestigio culturale di fronte alla platea; è sì invece un pluralis sociativus di chi desidera condividere interiormente con chi lo ascolta o lo legge idee ed eventi; che diventa plurale narrativo, quando vuole coinvolgere costoro in un rapporto empatico, perché essi possano approvare con lui ipotesi, esempi e argomentazioni personali che invece richiedono, nell’esporli, l’uso della prima persona singolare («ora mi chiedo se vi sia proprio bisogno»)8 e della seconda plurale («spesso i giovani, come voi ricorderete»)9; fino ad essere a conclusione del saggio, un plurale inclusivo, come nell’ultimo passo riportato, che fa dell’autore e dell’uditorelettore una comunità unica sintonica, una comunità in comunione di animo e di intenti, la stessa che si legge, in ambito narrativo, in Una manciata d more, come De Core efficacemente ricorda nella bella prefazione: «una confraternita di pochi eletti che si oppone in frattura totale all’ordine costituito. “La scelta dei poveri come compagni rimane l’atto più importante della mia vita” dice Rocco»10
Nel saggio saperi e conoscenze, filtrati dall’esperienza personale, si dispiegano in un lucido, sintetico e composito ragionamento sull’esistenza umana nella prima metà del 900, quando il crollo di tutte le verità assolute sociali, politiche e religiose sembra avere come base comune il nichilismo dell’età moderna, tanto bene ritratto e delineato, sin dal 1862, da Turgénev nel magnifico romanzo Padri e figli, e di lì a poco messo a punto da Nietzsche prima, e in maniera più organica dall’amico filosofo Heidegger, per il quale il senso di vuoto e la disperazione nichilista sono frutto dalla disillusione dell’uomo occidentale rispetto alle antiche certezze teologiche: Dio, l’aldilà, la Verità assoluta: quei valori supremi, da cui il termine stesso ha avuto origine11 .
In poche righe iniziali, Silone riassume 50 anni di storia, di pensiero, di politica, per affermare che il problema su cui desidera riflettere riguarda sempre il comportamento dell’uomo contemporaneo e il senso dell’esistere, non in relazione a temi marginali, quotidiani, economici, ma in relazione a quei motivi “vitali” per l’esser umano, che potrebbero degenerare. E va subito al punto, al fatto reale e manifesto: ciò che lo scuote è il grande numero di suicidi che, pur essendoci sempre stati, negli ultimi decenni sono moltiplicati, tanti sono gli amici e gli artisti noti che hanno fatto questa dolorosa scelta, tra gli altri: S. A. Esenin, Majakovskij, Ernst Toller, Kurt Tucholsky, Stefan Zweig, Klaus
Mann, Cesare Pavese, Drieu
La Rochelle, tutti di diverse nazionalità, con diversi credo politici, con talenti e ideali diversi, ma, a ben vedere, tutti uniti nella disperata angoscia del «male di vivere» – per dirla con Montale – che li ha portati al suicidio; per quanto – riflette Silone – alcuni di essi non abbiano fatto mai cenno di tanta disperazione nella «propria dottrina e arte. La inibizione è più micidiale della sincerità»12 sentenzia il Nostro, che della sincerità ha fatto da sempre la bandiera della sua narrativa come della sua vita.
Liliana Biondi Guido Melis

Il Novecento aveva portato sicuramente grandi innovazioni tecnologiche, utilizzate perlopiù per fini bellici nei due sanguinosi conflitti mondiali; la storia non era più considerata come un irreversibile cammino di progresso: con la I guerra mondiale, si erano estinti quattro imperi: russo, asburgico, tedesco e turco; la supremazia mondiale passava dalla gran Bretagna agli Stati Uniti; erano subentrati i totalitarismi, gli stermini di massa, il terrore atomico, l’avvento della moderna società di massa, e, crollate leggi e certezze assolute, erano entrati in crisi i grandi sistemi di pensiero; e il soggetto, grazie alla psicanalisi, si era rivelato in tutta la sua fragilità.
Nietzsche, riflette Silone, aveva profetizzato tutto ciò già prima che
accadesse; ma sebbene anche lui avesse avuto una vita precaria e sofferente, fu un profeta che non cadde nella rete che edificò, perché pur sviscerando profondi abissi, mise poi in evidenza anche fondamentali speranze. «Nietzsche visse il no e disse di sì alla vita»: così Jung riassunse l’esperienza biografica nietzschiana. Il suo Zarathustra, d’altronde, dopo anni di eremitaggio, preferì tornare a valle perché, disse, «io amo gli uomini». E dove c’è amore verso il proprio simile ci sono vita e speranza.
4. Perché il suicidio?
Silone, che da orfano e durante la militanza clandestina anch’egli aveva sperimentato il male di vivere, aveva sofferto solitudine, scoramento e tanti momenti d’abbandono, da pensatore concreto, che ama riflettere sulla realtà e sulle letture fatte, nella sua serrata disamina sull’imperante nichilismo, si chiede quale sia stato il motivo comune che abbia portato tante belle teste al suicidio, escludendo sia l’appartenenza a uno o all’altro regime, sia l’influenza di dottrine pessimistiche, considerato che la decadenza dei tempi era antecedente al XX secolo.

Stefan Zweig
La grande guerra fu, infatti, solo l’epilogo di un mondo in crisi, quando il mito progressivo del capitalismo incipiente si rivelò fragile e le vecchie istituzioni erano ormai marce. Né, dopo la Prima guerra mondiale, riflette Silone, la scelta autoritaria attuata in Italia, nei Balcani e in Germania poteva non rivelarsi fallimentare. E, anche se nel 1954 la situazione morale era in parte cambiata grazie alla libertà di parola «senza dover ubbidire a un ottimismo menzognero»13, il malessere interiore perdurava, perché il nichilismo, a parere di Silone è «una condizione dello spirito che viene giudicata morbosa soltanto da chi ne è immune o da chi ne guarisce»14 . L’esistenzialismo che dopo la grande
guerra si avvicendò alle teorie nicciane non fece che confermare la precarietà della vita, la banalità dell’esistenza, l’angoscia, la disperazione, il naufragio, lo «scacco» come lo definì Kierkegaard. Anche per gli esistenzialisti, come per i post nicciani, riassume Silone, «ogni legame tra l’esistenza e l’essenza dell’uomo è rotto; l’esistenza è priva di ogni significato che la sorpassi; l’umano si riduce a mera vitalità»15. In tutto ciò, l’unica qualità resta il coraggio di essere sinceri nel dire, «perché senza sincerità non esiste né moralità né arte»16. Ne consegue che né l’una né l’altra possono chiudersi al nichilismo: per superarlo, dice Silone, lo si deve attraversare, «esplorarne coraggiosamente
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Guido Melis

l’intera superficie (…) con assoluta lealtà intellettuale e cuore sano», percorrerlo fino al «limite estremo», fino alla soglia del baratro, sul quale o ci si suicida o si riscopre «un qualche valido senso dell’umano»17, che dia speranza e nuove possibilità.
5. Tre grandi esempi
Fedele alla concretezza dei suoi ragionamenti, Silone porta, quale esempio, tre grandi personalità di pensatori e letterati a lui coevi, diversissime tra di loro: il tedesco Ernst Jünger 1895-
1998, il francese di Algeri Albert Camus 1913-1960, e il francese di Parigi André Malraux 1901-1976. Personalità individualmente complesse e discusse, con fedi politiche diverse, ma, intellettualmente libere, capaci di riconoscere l’errore e di cambiare rotta, essi, sin da giovanissimi, come Silone, vissero una vita tutt’altro che agiata, da ribelli, con esperienze umane e politiche singolari che spaziarono dall’Occidente morto all’Oriente non più esotico, perché travolto a sua volta dall’Occidente. E non può non sovvenire l’anno 1853, quando quattro cannoni statunitensi, al comando dell’ammiraglio Matthew Perry, dalla baia di Tokio puntarono il palazzo imperiale per imporre al Sol Levante, chiuso da 250 anni in uno splendido isolamento, l’apertura all’Occidente dei suoi porti18 .
Di ciascuno di essi, Silone cita alcune opere che mettono in evidenza il loro personale passaggio dal nichilismo ad un nuovo umanesimo. Così, Ernst Jünger, premio Nobel nel 1952, figura complessa e discussa della cultura tedesca, da acceso nazionalista, passava ad essere uomo di pace fino a profetizzare, anche lui, dopo Napoleone, V. Hugo e C. Cattaneo, gli Stati Uniti d’Europa: un’aspirazione, con la presente guerra russo-ucraina, tor-
nata presente e viva. Dal nichilismo iniziale del suo parossistico Der Abeiter (Operaio, o forse meglio Lavoratore, ma tutt’altro che il proletario nel senso marxista), nuova figura antropologica, sovra-umana – quasi un robot di ultima generazione –, che incarnava il dominio tecnico e guerriero dell’epoca, dove anche il contadino, forzato dalla innovazione tecnologica spezzava ogni vincolo con la terra e con gli animali da traino, perché il suo lavoro era assimilato a quello dell’operaio salariato, Jünger, divenuto antinazista con l’avvento di Hitler, e dopo le tragiche guerre a cui partecipò, passava, con il suo importante saggio del 1948, Der Friede (La pace), noto sin dal 1944, a convinte e convincenti posizioni pacifiste. La guerra gli fece scoprire cosa fosse il dolore, parametro importante in base al quale l’uomo dà misura di sé: «il dolore è la prova più dura, in quella catena di prove che è, come si sul dire, la vita», scrive. Lo sapeva bene Silone, che in questo suo scritto dà valore al significato che Jünger aveva affidato al sacrificio nei confronti della fede che spinge l’essere umano a mettersi nel pericolo. Il dolore è la pietra di paragone che diversifica gli uni dagli altri, portavoce dell’autenticità del sentimento del singolo. Solo attraverso il dolore, il nichilismo poteva rovesciarsi nel suo contrario, nella resistenza alla sofferenza prodotta dall’annientamento.
Accadde altrettanto all’altro Premio Nobel del 1957,Albert Camus, amico

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e estimatore di Silone, maestro dell’esistenzialismo ateo francese, che nel suo primo romanzo, Lo straniero (1942), affrontò il tema dell’assurdo incarnato da un uomo non per scelta individuale, non per sua natura, ma come risultante di forze oscure irrazionali che si trasmettano nella vita. Il protagonista Mersault, nomen omen («salto nella morte»), sorto dalla mattanza della II guerra mondiale, esiste da straniero nel mondo, apatico e indifferente a tutto e a tutti, alla vita come alla morte, persino a quella della madre. Anche nell’atto di uccidere, la sua mano è estranea alla mente e al cuore. Condannato a morte, solo poco prima di morire, dopo aver ascoltato il cappellano rifiutato prima per tre volte, urlata la sua rabbia repressa, si sente vivo, purificato, pronto alla morte, perché per morire, si deve essere vivi. L’ateo Camus, autore del bellissimo saggio Il mito di Sisifo, sfortunato e atletico eroe della mitologia greca, a cui fu devoto, identificava, nella resistenza alla morte, l’unica virtù degna di nota: «Nell’attaccamento di un uomo alla vita», scrive, «vi è qualcosa di più forte di tutte le miserie del mondo»: è quanto Camus espose nel romanzo La peste (1947), di un’attualità impressionante per chi ha vissuto il Covid. Nel romanzo corale, l’io narrante, che solo alla fine della storia si rivelerà essere il protagonista, racconta, in una sorta di cronaca oggettiva, densa di dialoghi, in uno stile limpido e spoglio, dramma, pensieri, paure, reazio-
ni, isolamento, separazioni, atti di coraggio e di terrore che vivono i cittadini di Orano, piccola città di mare in Algeria colpita dalla peste. Qui la tragica presenza del male è costantemente combattuta dalla volontà dei tanti che gli si oppongono scegliendo disperatamente la vita. Vista come un pamphlet, interpretata come metafora del nazismo, della guerra e della resistenza, o come metafora del buio della ragione che ha travolto l’umanità, a rileggerla oggi, dopo aver conosciuto il Covid, ci si rende conto che essa è allo stesso tempo la storia fantasiosa e agghiacciante di una realtà.
Non meno luminoso è stato lo scrittore e uomo politico nel governo De Gaulle, André Malraux, la cui personalità è tratteggiata nel saggio di Silone con mano felice e lievemente ironica. Ma con Malraux, lo sguardo indagatore si allunga all’oriente con La tentazione dell’Occidente del 1926, interessantissimo saggio costruito come carteggio epistolare tra l’occidentale AD, che viaggiando in Estremo Oriente scrive da Shangai e da Canton, e Ling, l’orientale che, in visita in Europa, gli risponde da Parigi e da Roma. I due sono soltanto simboli dello stesso Malraux che impersona entrambi, un Giano bifronte che obbiettivamente rappresenta le due realtà. Così, Ling rimprovera l’aridità cerebrale dell’occidente: un’isola spoglia sulla quale regna l’uomo individuo che, come un Dio, deve farsi da sé; AD, pur tentato di abbandonarsi alla voluttà del pensiero orientale,
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dove gli uomini hanno un legame tra loro e l’universo vivente, dove perfezione e saggezza sono perseguite come valori in sé, svicolati da tutto per arrivare all’ascesi, alla fine desiste. I loro limiti per un inserimento definitivo nel paese adottivo sono il colore della pelle e le proprie rispettive tradizioni di storia e di cultura che segnano anche i loro destini. Comunista e poi agnostico, legato a nessun dogma, pur cambiando costantemente, Malraux rimase fedele a un eroismo duro privo di utopie consolatrici, spinto costantemente per natura a superare sé stesso, convinto, come si evince dai romanzi I Conquistatori (1928), e La condizione umana (1933) ambientato a Shangai, che l’uomo può esprimere la propria libertà unicamente nell’azione individuale. Solo l’arte, intesa come ricerca dell’assoluto, è, per Malraux, l’unico elemento grandioso a portata dell’essere umano. Per questo fratellanza e umanesimo furono il cuore della sua vita e delle sue opere.
6. La scelta dei compagni

André Malraux
Tre autori giganti, differenti ma simili nella loro originalità, portati da Silone come esempio con alcuni loro scritti, per dedurre che è proprio dei giovani il ribellarsi alla tradizione,
senza distinzione di origine, di ceto sociale, di tempo. Ma se la ribellione è un fatto comune, riflette Silone, sono poi le diverse circostanze della vita a tracciare la strada futura. Una lunga esemplificazione, la sua, per difendere la propria rivolta iniziale cominciata per lui con la scelta dei compagni, con la scelta istintiva dei cafoni, degli emarginati. Attratto dalla loro condizione, la sua non fu una scelta logica ma emotiva, senza interessi precostituiti. E per quanto avesse ricercato altri motivi per giustificare la propria scelta di vita, Silone finisce
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col concludere che a scegliere non è l’essere umano, ma c’è qualcosa d’indefinito che sceglie per lui: «siamo scelti», afferma Silone, perché nell’atto della scelta non domina la ragione, bensì il cuore. Verificato ciò, l’indagine dello scrittore prosegue, perché è proprio dell’essere umano rendersi conto fino in fondo delle proprie scelte. Silone è consapevole che da ragazzo non aveva alcuna aspirazione politica, non conosceva Marx e i suoi disegni sul futuro del proletariato, non conosceva eventi e patrioti che associassero proletariato e libertà uniti tra loro per dar vita ad una nuova epoca; e non conosceva la teoria di Rosa Luxemburg sulla spontaneità rivoluzionaria degli operai, né quella di Lenin o di Sorel. Nel suo paese le prime leghe di resistenza contadina non erano state figlie di teorie, di conoscenze libresche, bensì di racconti esperienziali di emigranti tornati d’oltreoceano. Nella vita statica e ripetitiva del suo paese, che era già una lunga morte dell’anima, il movimento dei lavoratori costituì un respiro nuovo e le cronache delle ferventi agitazioni spontanee che ovunque sorgevano sembravano dar ragione a Rosa Luxemburg. Ovunque ci si muoveva spontaneamente pensando al rinnovamento e alla libertà. Lo stesso movimento della Luxemburg, sebbene soffocato nella Mosca del 1905 dalla polizia zarista, riflette Silone, fu vincente, poiché anche il sindacato zarista, composto da proletari, passò presto all’organizzazione rivoluzio-
naria19. Negli anni a venire, Silone è stato tuttavia costretto a constatare con tristezza come tante cose fossero cambiate: svanita la spontaneità del movimento proletario di un tempo, nulla è più naturale, affine e unitario:
Il mondo operaio si è spiritualmente frantumato; esso è oggi polivalente (…); può essere camicia nera e partigiano, boia e vittima, o semplicemente, nei paesi ricchi e tranquilli, un pigro filisteo senza ideali, assicurato contro la disoccupazione, contro la vecchiaia, contro le malattie, e anche contro il pericolo che le società di assicurazione falliscano20 .
Ma lo preoccupa maggiormente la condizione del proletariato nei «paesi poveri», come quello italiano del tempo a lui coevo, dove il proletario
può essere preda degli opposti estremismi. Egli può essere ancora Cristo, il povero Cristo che prende su di sé i peccati degli altri e si sacrifica per loro; e può essere anche Barabba, un ignobile Barabba totalitario un ignobile Barabba totalitario, calpestatore di tutto ciò che nell’uomo è più umano21 .
La triste realtà quotidiana dei nostri giorni testimonia quanta ragione ci sia ancora nelle parole di Silone, il quale prosegue puntuale la sua disamina. Responsabili del nichilismo imperante, da lui denunciato, diffuso nelle classi agiate come in quelle popolari che hanno rimosso persino la paura
della bomba atomica e tese solo verso il benessere materiale e il successo personale, furono per Silone gli intellettuali di ogni tendenza, che avevano dimenticato i tanti martiri combattenti, come Mazzini, Trotskij, Gobetti, Matteotti, Gramsci, i quali, seppure perdenti, contribuirono non poco a fare la Storia. Silone denuncia come la crisi economica, l’invadenza del potere statale e politico in ogni campo dell’attività umana, provocassero insicurezza personale e conseguente ricerca di protezione nei vari partiti di massa, spesso giocando su due staffe, perché a guidarli non era più la convinzione ideologica ma solo l’opportunistico tornaconto personale e famigliare: una vera lebbra del nichilismo, della monotona stupidità umana. Silone ribadisce il suo pessimismo nei confronti delle istituzioni, che nascono per un ideale, ma strada facendo si sostituiscono all’ideale identificandosi con esso e ponendo al vertice dei valori il proprio interesse, con il crollo di tutti i nobili fini iniziali. E per Silone, non c’è immagine più malinconica di ex perseguitati che a loro volta diventano persecutori.
Con sguardo retroattivo, dopo aver ricordato Rosa Luxemburg, Silone ricorda e riproduce l’intera lettera che nel 1938, la giovane filosofa francese
Simone Weil scrisse a Georges Bernanos in risposta alla requisitoria dello scrittore cattolico, e allora monarchico, contro gli eccessi della repressione franchista nell’isola di Maiorca durante la guerra civile di Spagna, dove
lei si batteva a fianco dei repubblicani. Nella lettera lei denuncia e mette a nudo, oltre ai raccapricci propri di una guerra civile e fratricida dove si deve vincere paura e ingigantire la forza d’animo, il fatto che molti francesi fossero andati a combattere non per un ideale ma come mercenari, per semplice tornaconto e conclude: «Si parte come volontari, con idee di sacrificio e si cade in una guerra di mercenari, con molte crudeltà in più».22Parole sicuramente e dolorosamente condivise da Silone, che le riporta nel suo saggio, rafforzate da un'altra frase di S. Weil tratta dal suo L’ombra e la grazia, la cui validità, a parere dello scrittore, «sorpassa di gran lunga la politica: bisogna “essere sempre pronti a mutare di parte come la giustizia, questa fuggiasca dal campo dei vincitori”»23 . Silone, con i tanti esempi riportati e con citazioni ad effetto, denuncia con dolore quanto sia ormai cambiata la società del suo tempo, e con essa il proletariato, che non è più quello della sua giovinezza. «Per giudicare gli uomini, non basta più osservare se hanno i calli alle mani, bisogna guardarli negli occhi. Lo sguardo di Caino è inconfondibile»24, afferma Silone, che conoscendo bene l’essere umano, riconosce e insiste che «alla scelta iniziale, ripeto, se ne impone una supplementare»25 Pur nel vuoto e generico umanesimo letterario e filosofico che brancola nelle parole e nel verbalismo privo di basi solide e reali, Silone non elude la sua responsabilità di uomo. Il
Guido Melis
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suo onore, l’impegno, l’amore sono proiettati più che mai verso gli uomini che, amanti di libertà e giustizia, sono perseguitati. Poco importa essere o meno credenti o scettici, perché il rispetto del trascendente impedisce di parlarne e disquisirne. Ma è sempre il ritorno alle radici familiari, quello che si fa vivo in Silone nei momenti di intima solitudine, che gli fa comprendere come l’amore per il vero abbia sempre prevalso su quello per la comodità. Tra tante incertezze dell’oggi, il sentimento morale diventa allora una guida anche per l’intelligenza: la risorsa vitale che lo salva dal nichilismo è proprio in quella carica emotiva che ha accompagnato sin da giovane Silone senza mai deluderlo. Le «certezze cristiane», «murate nella realtà
umana da identificarsi con essa»26, sono per Silone irrinunciabili e innegabili. Non è, confessa, «una professione di fede», che implicherebbe un atto assoluto a cui abbandonarsi, e che non prevede relazioni, ma è «una dichiarazione di fiducia», con basi solide e universali, che richiede relazioni, comunione di anime. Essa è molto più della «semplice compassione di cui parla Camus»27, che è solo condivisione nelle avversità, semplice solidarietà verso il prossimo. Essere cristiani, per Silone, dà l’intima certezza di «essere liberi e responsabili», rende aperti verso la realtà degli altri, «si regge sulla certezza della comunicatività delle anime» che è «la prova irrefutabile della fraternità degli uomini»28. Sentirsi cristiani spontaneamente conduce verso gli oppressi, verso le creature più umili e sfortunate, senza altri interessi che non sia l’amore; perché servirsi degli oppressi per tornaconto per poi abbandonarli è sacrilegio, essendo i più indifesi tra gli uomini. Altra «panacea dei mali sociali non esiste»; afferma Silone e amaramente prosegue coinvolgendo tutti nella amara riflessione:
Noi siamo costretti a procedere sotto un cielo ideologico buio; l’antico e sereno cielo mediterraneo, popolato di lucenti costellazioni, è ora coperto; ma questa poca luce superstite, che aleggia
attorno a noi, ci consente almeno di vedere dove posare i piedi per camminare29
Una riflessione di piena, amara, reale consapevolezza di vivere in un presente privo di ideali, nel quale, tut-
NOTE
tavia, un barlume di speranza vive nel non cedere al nichilismo.Anche il «ripiego» su se stessi, il «raccontarsi le loro storie» «per cercare di rendersi conto» sono atti di coraggio che coinvolgono con la memoria, il cuore e la mente.
1 La conferenza, tenuta nel 1954 rispettivamente a Torino, a Genova, a Milano, a Roma per l’Associazione Culturale Italina, uscì in «Comunità», n. 25 giugno 1954, pp.1-5 e 149; nei «Quaderni dell’Associazione Culturale Italiana», n.15, Torino 1954, pp.59-73; e come Opuscolo edito dall’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura - Istituto Grafico Tiberino, Roma, 1954. Poi, è il settimo dei dieci saggi che compongono Uscita di sicurezza, Vallecchi, Firenze 1965.
2 Sulle pagine di «Rivoluzione cristiana», nel settembre 1953, Silone scriveva: «Sto in questi giorni raccogliendo gli elementi di un libro dal quale risulterà ciò che intendo per problema religioso nella nostra epoca. Il Libro porterà come titolo La scelta dei compagni e il suo nucleo è già interamente contenuto in una lettura da me fatta ad un piccolo numero di persone, durante la guerra, in Svizzera, dove mi trovavo internato». Cfr. Ignazio Silone, Romanzi e saggi, a cura di B. Falcetto, vol. II, I Meridiani, Mondadori, Milano 1999, p. 1.565.
3 Ignazio Silone, La scelta dei compagni, Introd. di Goffredo Fofi, Prefazione di Francesco De Core, Collana di Pensiero Radicale, PBM, ediz. e/o, Roma 2018.
4 G. Pampaloni, L’opera narrativa di Ignazio Silone, «Il Ponte», V, gennaio 1949, pp. 49-58.

Liliana Biondi
5 E. A. Millar, Il segno del profeta, in AAVV, Ignazio Silone scrittore e politico, Ediars, Pescara 1991, p. XXX.
6 I. Silone, La scelta dei compagni, cit., p. 27. Corsivo mio.
7 Ivi, p..63.
8 Ivi, p. 32; il corsivo è nel testo.
9 Ivi, p. 33.
10 Ivi, p. 13.
11 Il termine «nichilismo» ha origini antiche, teologiche, che affondano a Sant’Agostino (De vera Religione) per il quale nihili homines sono gli «uomini da nulla», cioè gli uomini che si allontanano da Dio peccando di iniquità (uomo iniquo); e dopo di lui Gualtiero di San Vittore scriverà del nihilianismus, a indicare l’eresia di chi nega la natura umana di Cristo. Solo in tempi più recenti, ma sempre in ambito teologico, nel 1773, F. L. Goetzius parlerà di nihilismo, definito come «il ritenere che tutto sia nulla», «pro nihilo habere omnia». Nel 1799 fu il filosofo F. Hendich Jacobi, nella lettera a Ficthe, a usare tale parola contro l’idealismo. Una composita esposizione filosofica, tra 1881-1885, fu quella di Nietzsche, con la sua critica all’intera razionalità occidentale per proclamare la morte di Dio.
12 I. Silone, La scelta dei compagni, cit., p. 30.
13 Ivi, p. 33.
14 Ivi, p. 34.
15 Ibidem.
16 Ivi, p. 35.
17 Ibidem.
18 L’anno successivo, nel 1854, venne firmato il trattato di Kanagawa, e dopo lotte intestine, imboccata la strada della modernizzazione, l’esercito giapponese già nel 1905 fece conoscere la sua forza con conquiste e distruzioni ai danni di potenze colonialiste.
19 In realtà poi la storia dimostra che l’esperienza della Luxemburg fallì. Memorabile la sua polemica contro E. Bernstein che preferì la strada delle riforme alla rivoluzione proletaria. Lei fu profetica nel sottolineare con lucidità che sarebbero state proprio le classi dominanti a tradire l’evoluzione del proletariato allorquando le riforme avessero intaccato i loro privilegi economici.
20 I. Silone, La scelta dei compagni, cit., p. 50.
21 Ivi, p. 50.
22 Ivi, p. 56.
23 Ivi, p. 57.
24 Ibidem.
25 Ibidem.
26 Ivi, p. 61.
27 Ibidem.
28 Ivi, p. 62.
29 Ivi, p. 63.


Parlando di Ignazio Silone, e facendo una ricognizione sulla sua opera, un unicum difficilmente replicabile, mi sia consentita subito una provocazione: l’autore di Uscita di sicurezza resta uno dei grandi misteri intellettuali del nostro Novecento, mistero non per i suoi lavori e il suo pensiero – ben chiari ai tantissimi lettori di ieri e di oggi – ma per il rapporto che ha avuto – molto teso – con l’establishment culturale del nostro Paese, fortemente permeato da ideologismi e comode prese di posizione.

Silone è tra gli scrittori italiani ancora oggi più letti al mondo e più citati, se è vero peraltro che la diffusione del suo romanzo più celebrato, Fontamara, il grande affresco del mondo dei cafoni e degli ultimi, avvenne all’estero prima che in Italia per via del fascismo, che negli anni Trenta naturalmente ne impedì la pubblicazione. Ma il suo percorso politico e culturale – soprattutto dopo l’uscita dal Partito comunista nel 1931, già maturata nel 1927 dopo il viaggio a Mosca – ha reso Silone inviso agli
schieramenti ideologici del suo tempo, perché sia per tempra caratteriale che per posizioni assolutamente autonome lo scrittore di Pescina non riuscì mai a trovare una collocazione di comodo. Questo non influì naturalmente sulla sua attività, sull’opera, le intuizioni narrative, sull’influenza che ebbe anche negli ultimi anni di vita sulle giovani generazioni, per le posizioni controcorrente che ancora oggi hanno un senso riconosciuto e riconoscibile.
Allora, sfrondando le dispute codine dal senso di una testimonianza, tro-
vo che Silone fu fondamentalmente permeato dalla religione della libertà. Ossia dalla pratica della libertà come esperienza vissuta, come prassi. Ho scelto religione nel senso etimologico del termine, ovvero come culto nel suo rapporto con il sacro, anche perché Silone era profondamente libero e profondamente religioso, veniva da una terra, l’Abruzzo, in particolare dalla regione della Marsica, che aveva delegato alla fede il suo riscatto e che
comunque aveva lottato per la libertà, laddove ce ne erano le condizioni, e anche quando queste erano assolutamente difficili, impervie, complesse.
Silone non è un filosofo, non è un teorico. È vicino ad Albert Camus –l’autore dello Straniero, della Peste, del libro uscito postumo Il primo uomo proprio sul tema delle origini e delle scelte di vita – perché viene dalla povertà, perché ha conosciuto il volto arcigno della miseria, non ha vissuto negli agi intellettuali di un Jean-Paul Sartre, non ha studiato nelle grandi università come Isaiah Berlin o Raymond Aron. Silone sperimenta nei passaggi aspri della vita quotidiana l’aspirazione verso la libertà e la prova tremenda a cui questa viene sottoposta agli inizi del Novecento, tra la prima guerra mondiale, le lotte sindacali, l’avvento del comunismo prima e del fascismo poi, ovvero il mondo delle ideologie che diventano le impalcature teoriche delle dittature.

Silone fu ragazzo ribelle e impulsivo, giornalista alle prime armi, esponente politico accalorato, scrittore-testimone lucido, intellettuale di livello internazionale con incarichi di assoluto prestigio, persino riferimento di una generazione che universalmente gli riconosceva quel carattere anti-dogmatico capace di ap-
procciarsi all’universo spirituale cristiano e al tema della palingenesi della politica, un approccio che comunque avesse come riferimento primario l’uomo nella sua interezza e la libertà come responsabilità al centro di ogni vecchia e nuova dimensione sociale.
La libertà, appunto; cos’è la libertà per un ragazzo che nasce nel consesso dei reietti, dei cafoni, appunto quel sodalizio a cui proprio Secondino ha poi saputo restituire la dignità calpe-
stata e vilipesa?
La sua voce risuona forte e sincera tanto nei saggi quanto nei romanzi, laddove Silone affida il messaggio di riscatto ai protagonisti suoi alter ego, soprattutto quelli del primo ciclo, Fontamara, Vino e pane e Il seme sotto la neve, ovvero i Berardo Viola, i Pietro Spina, gli uomini che seppero ribellarsi sacrificando se stessi perché la comunità potesse godere di ciò che le era dovuto e che invece le era storicamente negato.

Credo che l’azione di Silone vada fondamentalmente divisa in tre fasi: c’è il Silone politico, inteso come militante prima nelle fila del Pci, poi del socialismo; il narratore degli umili in cerca di redenzione; infine il testimone di valori essenziali che si riassumono nel suo autoritratto, quello di «cristiano senza chiesa e di socialista senza partito».
Il Silone delle origini – e che resterà tale anche dopo una trasformazione radicale, che è di vita prima che di impegno, persino con l’aiuto della psicanalisi junghiana – è quello politico, il Silone che ascende ai vertici del Partito comunista partendo dal nulla, dalle denunce sul giornale socialista l’Avanti! dei misfatti e degli imbrogli commessi
Guido Melis
Francesco de Core
nel post-terremoto della Marsica, l’uomo che insieme con Palmiro Togliatti – di cui divenne nel dopoguerra acerrimo rivale ma mai nemico, nel rispetto di quanto vissuto negli anni terribili della clandestinità e della lotta al fascismo – arrivò a sfidare Stalin prima di rendersi conto definitivamente di cosa fosse diventato il comunismo nell’Unione sovietica, uscendo dal PcdI nel 1931 e poi denunciandone la natura liberticida in una testimonianza che ha fatto epoca, Uscita di sicurezza, saggio confluito nel 1950
nel volume a più voci Il dio che è fallito, prima di diventare libro più articolato a sua firma nel 1965.
Poi c’è il Silone scrittore – quello che segna la definitiva chiusura nel 1931 con la prima parte della sua vita, bilancio amaro e crudele – che si radicalizza letterariamente attraverso le storie di riscatto di una terra martoriata e degli uomini e delle donne per i quali si era battuto: Fontamara fu scritto in pochi, febbrili mesi nell’esilio svizzero, pubblicato in tedesco nel 1933 grazie ai buoni uffici economici di un gruppo di amici e di una piccola casa editrice; poi verranno gli altri due romanzi pre-ritorno in Italia –Vino e pane nel 1936 e Il seme sotto la neve nel 1941 – che saranno pubblicati da noi nel dopoguerra avendo già avuto una eco clamorosa all’estero, nelle comunità italiane e nell’universo antifascista.

Scrivere per Silone è anzitutto testimoniare, ed è dunque questo il modo che – in un momento cruciale dell’esistenza – ritenne essere più confacente alla sua indole ma soprattutto più strategico per le “magnifiche sorti e progressive” che mai aveva abbandonato ma che la parte politica per la quale si era sacrificato aveva negato nella pratica, pur avversa a un regime dittato-
riale come quello fascista.
Il politico diventa dunque narratore e testimone, ma la missione resta unica. Cosa fossero gli uomini e le donne di Fontamara, ovvero del suo paese, Pescina dei Marsi, in lotta persino per l’acqua che gli veniva negata dai Torlonia, sprofondati nella miseria e nella ignoranza più cupe, lo spiega lo stesso Silone raccontando la scala sociale della sua comunità. I cafoni pari al nulla, pari a zero. Invisibili.
Silone ha lo stile del tessitore, ha appreso quest’arte nei racconti serali degli anziani accanto al fuoco, un modo di narrare che lui trasferisce con semplicità e ironia sulle pagine di un romanzo che diventa voce universale, perché i contadini della Marsica sono gli umili di tutto il mondo.
Il romanzo, che narra le gesta eroiche – perché eroico è chi si batte contro il muro gigantesco del potere costituito con la sola forza delle proprie mani e delle proprie idee – di un manipolo di persone guidate da Berardo Viola, si chiude con una domanda, che è quella che si fanno i poveri della terra di fronte alle ingiustizie che manifestamente prevalgono nel dettato dei potenti: ora, che fare?
Il secondo Silone è quello, come detto, politico. La testimonianza più emblematica viene raccolta in Uscita di sicurezza, che non è pubblicato per Mondadori come i romanzi di grande successo ma per Vallecchi. Un segno dei tempi, di come all’epoca l’influenza culturale del Pci fosse molto forte e pervasiva anche in ambienti di non
diretta emanazione. Nel 1965 Silone, criticatissimo e ormai fuori dalla politica, avendo avuto parte attiva negli anni ‘40 alla riformazione del Partito socialista all’estero e in Italia, poi contribuendo alla nascita della Repubblica al suo rientro, rompe gli indugi.
Uscita di sicurezza è una testimonianza lucida, precisa, coinvolgente, con scritti che vanno dal 1942 appunto al ‘65.
E tiene dentro il carattere di una piccola patria così aspra, il senso della coerenza trasmesso dalla famiglia nelle difficoltà quotidiane, la tempra morale e il sacrificio di fronte agli eventi avversi della vita, come la morte dei genitori e successivamente nel 1932 del fratello Romolo nel carcere fascista di Procida, evento che segnerà per sempre Silone, il distruttivo terremoto di Avezzano e della Marsica, la solitudine di orfano, l’incontro con don Orione che gli cambierà la vita, e ancora la politica attiva, la fondazione del Pci a Livorno, la militanza all’estero, gli arresti, il fronte sovietico, l’uscita di sicurezza che poi è stata quella dei grandi intellettuali del Novecento – alla Orwell, Gide, Koestler – che patirono in solitudine il senso perverso della tirannide e del grande inganno.
Alla base di ogni scelta c’è sempre quel sentimento di libertà che Silone non manca mai di mettere in primo piano e che ha le sue radici nell’insegnamento paterno. C’è un racconto bellissimo, che apre l’Uscita, in cui il
padre rimprovera Secondino perché neppure i carcerati devono essere messi alla berlina: sono essere umani anche loro – gli spiega – e mai vanno dileggiati o umiliati.
Ma è a Mosca che Silone scopre la verità sulla grande illusione, quando capisce che il processo per l’espulsione diTrotsky è una farsa e che non c’è margine alcuno, se non per il dissenso, quanto meno per il dibattito. Stalin è Stalin, il re è nudo.
Ecco, Silone non verrà mai meno al compito di un vero intellettuale, che è quello di leggere le fasi storiche, interpretarle sulla base di principi etici inalienabili e di capire cosa ci può riservare il futuro, quali le strade che si dovranno percorrere. Silone lo farà
sempre con estrema tenacia, spendendosi in cause internazionali tra le più nobili, come quella di Pasternak, l’autore del Dottor Zivago che in patria fu perseguitato, degli scrittori condannati in Russia come Siniaskij e Daniel, degli intellettuali e degli operai ungheresi dopo la rivolta nel ‘56, ospitando in Italia la voce di uno scrittore come Gustaw Herling, esule polacco vissuto a Napoli, assieme al suo amico e sodale Nicola Chiaromonte, con cui fondò una delle più belle riviste del secondo Novecento, «Tempo Presente», una palestra di libertà e di indipendenza critica a cui hanno contribuito scrittori tra i più prestigiosi d’Europa. Nel nome della libertà e dello spirito critico sempre manifesta-

to, e non solo a chiacchiere, Silone e Chiaromonte ospitarono articoli contro la guerra in Vietnam e sulle lotte dei neri per i diritti così palesemente negati, con rilievi molto duri nei confronti della politica di Washington. Altro che essere proni agli Stati Uniti: sono i valori dell’occidente a muovere l’azione dei due direttori, fino a che il rubinetto dei finanziamenti resterà aperto, ben oltre ogni logica da guerra fredda e di muri da tenere alti e forti.
L’ultima, temporalmente, delle tre

dimensioni siloniane è quella religiosa che si manifesta in maniera esplicita non solo negli interventi in favore delle battaglie di don Lorenzo Milani e per l’obiezione di coscienza, ma anche nella riscoperta di un personaggio su cui era calato l’oblìo della storia quando non proprio la condanna radicale, Celestino V, simbolo degli eremiti e degli eretici nel solco della lezione del Vangelo e soprattutto autore di un gesto di rifiuto, ovvero della rinuncia del proprio ruolo di Papa, che è anzitutto il gesto di chi non intende più conciliare le esigenze del potere con quelle dell’uomo nella sua dimensione cristiana.
Silone racconta la vita di Pietro Angelero in una chiave che è di critica non al personaggio, ma alla dimensione titanica e tirannica di un potere che si esplica nel sopruso, nel cinismo, in una professione di realismo crudo che un uomo, e un papa come Bonifacio VIII, successore di Celestino, seppe rappresentare in maniera diretta, senza infingimenti, persino crudelmente. Il racconto è un reportage in un Abruzzo che somiglia a Gerusalemme, e non solo per la spiritualità che emana ma appunto per il paesaggio che propone, e che nella seconda parte diventa dialogo e quindi testo teatrale, rappresentando lo scontro durissimo tra le vi-
sioni, non solo della Chiesa ma del mondo, di Celestino e Bonifacio.
L’Avventura – che esce nel 1968, anno cruciale delle lotte studentesche e della emancipazione giovanile – è un viaggio composito e una riflessione originale su cosa sia diventato il messaggio di Cristo nella modernità, riportandolo da una vicenda che si svolge sul finire del Duecento alla realtà contemporanea e ribadendo con forza, attraverso esempi concreti, i principi che hanno segnato la sua esistenza: l’amore per la libertà, il rispetto dell’uomo e della integrità della coscienza, l’allergia per il potere che diventa sopruso. In una delle ultime interviste, rilasciata a Domenico Porzio prima di morire, Silone spiegò: «Nel mio libro su Celestino V non ci sono intenzioni cattoliche, c’è il Vangelo, che è un’altra cosa».
Nato il primo maggio del 1900, data simbolica di un anno che ha aperto uno dei secoli più tragici ma anche più produttivi nella storia dell’umanità con le scoperte scientifiche e l’introduzione del welfare a largo raggio, Ignazio Silone è morto il 22 agosto del 1978, altro anno particolarmente duro e cupo nella storia d’Italia, culminato con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. Morì in Svizzera, in una clinica di Ginevra, pressoché in solitudine. Undici le persone che presenziarono alla cerimonia di cremazione. Più folto il corteo dei giorni successivi nella sua Pescina, con le corone dell’amico Sandro Pertini, da poco eletto al Qui-
rinale, e dei presidenti di Camera e Senato, Ingrao e Fanfani.
I tanti silenzi, le polemiche corrive sul suo ruolo nel movimento comunista, le accuse di spionaggio tra gli anni Venti e Trenta sulla base di documenti deboli e comunque poco esaustivi rispetto a un fenomeno ben noto in quegli anni, il controspionaggio, la vicenda dei fondi della Cia alle associazioni europee per la libertà della cultura a cui Ignazio fece riferimento ma senza poter salvare la sua rivista, cosa ben strana rispetto ai rilievi mossi con eccesso di disinvoltura quando

La scheda segnaletica di Romolo Tranquilli
