Dal 2011 Arci Lecco, all’interno delle proposte di educazione alla cittadinanza e alla legalità democratica, propone alle scuole l’esperienza di un viaggio di istruzione per conoscere alcune realtà che gestiscono i beni confiscati alle mafie. In particolare la cooperativa Lavoro e Non solo di Corleone e da quest’anno l’Associazione Nero e Non Solo di Caserta. Il viaggio è un’occasione per incontrare chi quotidianamente lavora con l’obiettivo di costruire una società più giusta e libera dalle mafie ma anche per conoscere le bellezze artistiche dei luoghi visitati.
Dal 12 al 14 aprile 2016, la classe terza B AFM dell’Istituto Parini di Lecco è stata coinvolta in un viaggio di istruzione, questa volta un po’ diverso dalla canonica gita storico-culturale. In questo viaggio gli studenti sono stati ospitati dalla cooperativa Lavoro e non solo di Corleone (PA). I ragazzi hanno potuto conoscere direttamente i protagonisti delle azioni di antimafia in ambito sociale e istituzionale. Questo Diario di Bordo, completo di fotografie, è stato scritto direttamente dagli studenti durante l’esperienza e diffuso in tempo reale in provincia di Lecco mediante social network e testate giornalistiche web locali. Buona lettura!
PRIMO GIORNO 12/04/2016
All’inizio di quest’anno scolastico abbiamo iniziato con i docenti di lettere e di diritto un percorso sulla legalità in collaborazione con Libera e con Giulia Venturini, una delle referenti di ARCI Lecco. Il nostro istituto I.I.S.S. Parini di Lecco dal 2015/16 è diventato “Scuola LIBERA”: infatti, il 19 marzo, in occasione della commemorazione di tutte le vittime di mafia, è stato organizzato un evento che ha visto la partecipazione delle più alte cariche politiche della nostra provincia e di Rita Borsellino, che ha partecipato in collegamento straordinario tramite videoconferenza. La nostra classe, la terza B AFM, a completamento del progetto, ha scelto di partecipare al viaggio d’istruzione proposto da Arci a Palermo – Corleone. Oggi, martedì 12 aprile 2016, siamo partiti da Milano Malpensa, con destinazione Palermo. Ad attenderci abbiamo trovato Ornella Melita che ci ha mostrato, dapprima, la bellezza artistica del duomo di Monreale e successivamente condotto, attraverso la visione dei totem relativi alla strage di Capaci, alla realtà di Corleone. Nel pomeriggio, siamo stati accolti da Annalisa Salpietra presso il Laboratorio della Legalità, dedicato a Paolo Borsellino e formato da un’associazione di enti impegnati sul fronte della legalità e della lotta alla mafia. Annalisa, attraverso le opere di Gaetano Porcasi, artista contemporaneo del territorio, ci ha illustrato i momenti più importanti della storia mafiosa dall’Ottocento ad oggi, inducendoci a riflessioni personali e personali interpretazioni. Le rappresentazioni a nostro avviso più significative sono state quelle relative alla strage di Capaci e al dramma di Rita Atria, giovanissima testimone di giustizia, morta suicida in seguito all’attentato di Paolo Borsellino, il magistrato che l’aveva convinta a collaborare. A conclusione della giornata, siamo stati ospitati dalla Cooperativa “Lavoro e non solo” che gestisce a Corleone casa Caponnetto, struttura realizzata in un immobile confiscato alla mafia, di appartenenza ad un nipote di Totò Riina. Qui siamo stati accolti con estrema gentilezza da alcuni soci fondatori.
SECONDO GIORNO 13/04/2016 Il mattino di oggi, mercoledì 13 aprile 2016, è stato dedicato al lavoro nelle vigne della cooperativa che ci ospita, nei terreni confiscati alla mafia appartenenti ad un prestanome di Giovanni Brusca. Da studenti ci siamo trasformati in lavoratori della terra, inesperti ma contenti di sentirci utili alla collettività. Sotto la guida di Salvatore, abbiamo abbassato i fili che sostengono le viti per lasciare spazio alla crescita dei giovani vitigni. Durante il lavoro abbiamo avuto modo di parlare con Salvatore anche del comportamento attuale degli abitanti di Corleone e dintorni nei confronti della mafia. Infatti, ci ha spiegato che la popolazione si divide in due schieramenti: da una parte i mafiosi e chi sta evidentemente dalla loro parte e dall’altra chi vive al di fuori della mentalità mafiosa, non l’accetta e si attiva per contrastarla, insieme agli indifferenti e a coloro che la temono diventando omertosi. Durante il viaggio di ritorno, ci siamo fermati davanti ad un altro terreno confiscato a un nipote di Totò Riina, segnalato da una scultura in marmo di Carrara raffigurante una rosa, donata da amici toscani della cooperativa. Salvatore ci ha spiegato il significato di quella scultura e ci ha mostrato piante di rose all’inizio del vigneto: osservando la rosa l’agricoltore è in grado di prevedere future malattie delle viti, in quanto le due piante sono attaccabili dagli stessi parassiti. A proposito dell’opera ci ha narrato un aneddoto importante: quando l’addetto ha saputo che ciò che trasportava era destinato alla cooperativa di Corleone, ha scaricato in malo modo il blocco di marmo in mezzo alla strada dove è rimasto per più di un mese. È stato necessario l’intervento di una gru, di cui la cooperativa si è accollata il costo, per risollevare l’opera e collocarla nel luogo prestabilito. Nel pomeriggio ci siamo recati a Cinisi, cittadina sul mare a circa un’ora di distanza da Corleone, per visitare la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato: madre e figlio appartenenti, loro malgrado, ad una delle più potenti famiglie mafiose del territorio. Infatti, il padre Luigi era diventato un mafioso eccellente grazie al cognato, Cesare Manzella, boss di prima grandezza nel firmamento delle coppole. La madre invece, dal carattere forte e determinato (aveva da giovane opposto rifiuto ad un matrimonio combinato dalla propria famiglia) e proveniente dalla media borghesia, era sempre stata estranea alla realtà mafiosa. Felicia Impastato è morta ad 88 anni nel 2004 e la casa museo è oggi gestita da Maria Luisa, nipote di Peppino in quanto figlia del fratello Giovanni. Ci ha accolto raccontandoci le vicende più importanti della sua famiglia e in particolare quelle dello zio Peppino, che sin da giovane non ha condiviso la scelta di vita della sua famiglia, avvicinandosi alle idee socialiste, conosciute attraverso lo zio materno. La svolta nella vita di Peppino avviene quando alla morte dello zio Cesare Manzella, il primo morto ammazzato con un’autobomba, si reca sul luogo dell’omicidio e dichiara “Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita”. Pochi anni dopo la morte dello zio, Peppino scrive, con un gruppo di amici, un giornaletto, “L’idea socialista”, nel quale nomina i più noti malavitosi locali e, in particolare, si scaglia contro la “famiglia” di Tano Badalamenti, uno dei criminali più influenti. Ovviamente il giornale viene fatto chiudere velocemente in quanto definito “clandestino”. Le scelte del padre lo avrebbero reso schiavo, del compromesso,
dell’illegalità e del favoritismo, mentre Peppino decide di vivere da uomo libero. Tra le molte attività di Peppino, dobbiamo ricordare Radio Aut, in località Terrasini a pochi chilometri da Cinisi, gestita in regime di autofinanziamento, grazie alla quale emerge la sua personale ironia anche nella denuncia dell’attività mafiosa, interrotta pochi mesi dopo la sua morte avvenuta tragicamente tra l’8 e il 9 maggio del 1978 e passata in secondo piano a causa del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. La sera dell’8 maggio Peppino viene sequestrato e, dopo essere stato colpito alla testa con delle pietre, legato ai binari e ucciso con esplosivo da cava che ne ha disintegrato il corpo, privando la madre di una salma su cui piangere. Abbiamo concluso la visita a Cinisi percorrendo i “cento passi” che separano la casa di Peppino da quella di Badalamenti, edificio appartenente da qualche anno all’associazione Felicia e Peppino Impastato ed ancora in fase di ristrutturazione. Siamo rimasti impressionati nella prima stanza, l’unica per adesso accessibile al pubblico, dalle fotografie scattate a qualche ora dall’assassinio, dagli stessi amici che hanno così fornito agli inquirenti prove precise dell’efferato omicidio. Commossi ci siamo congedati dalla nipote di Peppino e abbiamo concluso la giornata con una passeggiata in riva al mare.
TERZO GIORNO 14/04/2016 Oggi, 14 aprile 2016, c’è stata una variazione rispetto al programma che prevedeva il lavoro in vigna : abbiamo visitato due beni confiscati alla mafia. Salvatore, uno dei membri della cooperativa, oggi ci ha condotto davanti ad un’ ex cantina appartenente ad un prestanome di Brusca e Riina per dimostrarci come, nel territorio di Corleone, tutti i beni confiscati vengano realmente utilizzati. La struttura, risalente ad almeno 50 anni fa e attrezzata con silos e con altri macchinari necessari alla produzione del vino, era molto produttiva quando apparteneva ancora alla mafia; dal sequestro alla confisca risalente a circa 20 anni fa, l’attività è stata bloccata, con grave danno ai contadini che da tempo vi ammassavano l’uva da trasformare in vino. Il malcontento dei lavoratori è stato così forte da far quasi rimpiangere i tempi in cui quell’attività era gestita dalla mafia. A causa del disuso e dell’abbandono i mezzi di produzione della cantina sono stati negli anni rubati: di essi rimangono soltanto i silos che abbiamo visto, a testimonianza della cattiva gestione dei soldi dello stato e quindi della collettività. I furti sono stati possibili a causa di assenza di allarme e telecamere all’interno e all’esterno dell’edificio, che si trova a Pietralunga, in un’ottima posizione per lavorare la materia prima e quindi l’uva proveniente dai campi. Il sito è ben collegato con Palermo, raggiungibile in soli 20 minuti, senonché è stato per qualche anno isolato a causa di una frana che ha dissestato la strada, percorribile ora grazie all’intervento di un privato che ha raccolto contributi volontari per renderla di nuovo accessibile. Da qualche anno la ex cantina appartiene al consorzio “Sviluppo e legalità” che ha provveduto alla ristrutturazione con fondi del “Pon Sicurezza” e alla sua trasformazione in centro aziendale, dotato di un’ala riservata alla sala convegni, a disposizione delle cooperative del territorio che gestiscono i beni confiscati. Successivamente, Salvatore ci ha mostrato a Corleone un laboratorio per il confezionamento di legumi che si trova su un bene confiscato a Leoluca Bagarella (cognato di Totò Riina), struttura costruita inizialmente grazie al consorzio “Sviluppo e legalità” con fondi del “Pon Sicurezza” e completato dalla cooperativa “Lavoro e non solo” grazie ad un contributo della “Fondazione Con il Sud”; infatti, al suo interno sono presenti macchinari, anche molto recenti, utili per impacchettare legumi. Salvatore si è soffermato su un’inaspettata considerazione: a Corleone, neanche nelle terre dei beni confiscati viene mai rubato nulla, per un “codice di onore” che prevede il rispetto dell’altro e che rappresenta l’esatto contrario del codice d’onore mafioso. Fino ad oggi i legumi prodotti sui beni confiscati alla mafia vengono confezionati nel nord d’Italia.
Con la produzione di legumi del 2016 il laboratorio entrerà in funzione e quindi ci auguriamo che il ciclo produttivo dei legumi si concluda nel luogo d’origine. Abbiamo dedicato la seconda parte della giornata alla visita di Portella della Ginestra, località che si trova vicino a Piana degli Albanesi, tristemente famosa per la prima strage nella storia delle Repubblica italiana, avvenuta il 1° maggio del 1947. Dopo anni di sottomissione ai grandi feudatari, sorretti dal fascismo e dalla mafia, nell’autunno del 1944, durante la Seconda Guerra mondiale, un importante movimento popolare ottenne il diritto di avere in concessione le terre mal coltivate o incolte dei latifondi. Il 20 aprile del ’47 il governo di sinistra riuscì ad avere la maggioranza nelle elezioni regionali, sconfiggendo la Democrazia Cristiana. Il prevalere della sinistra suscitò la reazione degli agrari che si scagliarono, utilizzando la banda armata di Salvatore Giuliano, contro le forze politiche emergenti e contro i contadini. Pensarono di attaccarli alla piana di Portella, situata tra i monti Pizzuta e Cumeta e priva di luoghi di riparo, proprio quel 1° maggio del 1947. Circa duemila persone provenienti da Piana degli Albanesi, San Cipirello e San Giuseppe Jato arrivarono a Portella a dorso di mulo, su carretti o a piedi, portandosi dietro cibo, strumenti musicali e tutto il necessario per far festa. Dopo quest’introduzione della nostra guida Ornella, abbiamo incontrato un testimone della strage, il signor Serafino, di origine albanese, che ai tempi del fatto era un ragazzino di 16 anni. Lui si era recato a Portella con il padre, la madre, la sorella e una cugina. Ci ha raccontato che non appena il primo oratore iniziò a parlare furono sparati i primi colpi, interpretati come esplosioni per quel giorno di festa. Quando le prime vittime cominciarono a cadere sotto i colpi delle mitragliatrici, ci fu un fuggi fuggi generale e Serafino riuscì a salvarsi grazie all’aiuto di un anziano che lo nascose in una cavità naturale del terreno insieme ad altri quattro giovani. Il Signor Serafino ha parlato dei conoscenti uccisi e ci ha incoraggiato a leggere uno per uno i nomi di tutte le dodici vittime, affinché ci soffermassimo sulla loro età e sul valore della vita. Prima di concludere il suo intervento, Serafino ha lasciato spazio alle domande e in una risposta ha voluto sfatare il mito di Salvatore Giuliano che ha descritto non come un “Robin Hood” che rubava ai ricchi per dare ai poveri ma come un vero delinquente che partecipò alla strage di Portella al servizio della mafia e della politica corrotta, nonostante a Montelepre, paese natale di Giuliano, ancora si custodisca il suo ricordo. A malincuore ci siamo congedati dal signor Serafino e siamo ripartiti per Corleone.
QUARTO GIORNO 14/04/2016
Questa mattina, 15 aprile 2016, siamo partiti da Corleone e abbiamo salutato con dispiacere Lina, Franco, Salvatore e Calogero che ci hanno accolto nella struttura della cooperativa e coccolato con l’ottima cucina e la loro disponibilità. Siamo così partiti per Palermo, tappa conclusiva del viaggio d’istruzione. Accompagnati dalla nostra guida Ornella, abbiamo visitato la Cappella Palatina, all’interno del Palazzo dei Normanni. Siamo rimasti abbagliati dallo splendore dei mosaici dorati, dai marmi policromi provenienti dall’Egitto e dal Pantocratore benedicente, presente nella cupola e realizzato secondo i canoni bizantini, immagine ripetuta nell’abside centrale per accogliere chi entra. Di fattura araba è il soffitto a muqarnas sopra la navata centrale: un unicum nella decorazione islamica per la presenza di figure umane in un luogo di culto. La costruzione della cappella, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, risale al 1130, anno di incoronazione di Ruggero II a re di Sicilia. Essa aveva la duplice funzione di luogo di culto personale del re e luogo di attività politica e di ricevimento . Abbiamo concluso la visita del Palazzo Reale con delle guide speciali:gli alunni di una scuola media della città. Infatti, per tre giorni a partire da oggi, Palermo si anima con il progetto "Palermo apre le porte - La città adotta un monumento": ogni scuola, dalla primaria ai licei, adotta un monumento di Palermo e prepara i propri alunni ad una conduzione in staffetta della visita. All’interno, tra le tante, la Sala di Ruggero, è la stanza che presenta i mosaici più raffinati: dal soffitto con grifoni, aquile e leoni, simboli del potere, ai pavoni, simbolo della vita, alle palme, simbolo della rinascita e dell'immortalità, delle pareti laterali . Nel pomeriggio, dopo un pranzo a base di panelle e granite, abbiamo visitato il Duomo, che è sembrato piuttosto spoglio e disadorno rispetto agli edifici precedenti. Vi abbiamo ritrovato l’immagine del Cristo Pantocratore e siamo rimasti folgorati dallo splendore dell’altare in argento sbalzato di santa Rosalia, patrona della città per averla liberata dalla peste del 1624. Procedendo, siamo rimasti sorpresi nell’individuare sul pavimento una meridiana, segnalata da una targa in latino che la colloca all’inizio del 1800. Nella prima navata, abbiamo visto la tomba di Don Giuseppe Puglisi, il sacerdote “martire della mafia” come riporta l’epitaffio, ucciso nella borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno e proclamato “ beato” per il suo martirio il 25 maggio 2013. Nell’ultima parte del pomeriggio ci siamo recati in via d’Amelio, dove il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta persero la vita in un attentato di stampo mafioso. L’emozione è stata forte: alla realtà del luogo si sovrapponevano le immagini dei libri e dei filmati studiati e visionati. E ognuno di noi ha voluto lasciare un pensiero tra i rami di quell’ulivo, simbolo di strage e di pace, dopo aver letto uno ad
uno i nomi delle vittime ricordati della targa posta ai piedi dell’albero . Come in processione abbiamo percorso la breve distanza che separa via d’Amelio da via Notarbartolo (un nome, un destino), luogo dell’abitazione di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, dove una pianta di Magnolia, che si alza per cinque piani, è diventato “l’albero di Falcone” e della moglie e degli uomini della scorta che con lui morirono nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. Tra i tanti messaggi, alcuni dei quali ci hanno commosso, abbiamo lasciato il nostro e abbiamo riflettuto su una considerazione comune: Falcone e Borsellino, giganti della nostra storia recente, non vivevano in castelli, ma in condomini come quelli in cui abitiamo noi. Erano uomini comuni, eppure sono stati così grandi: ognuno di noi, nel suo piccolo, può essere grande. Non potevamo lasciare la Sicilia, senza rivedere il suo mare: siamo così andati a Mondello, cittadina balneare a pochi chilometri da Palermo. Lì abbiamo potuto godere degli ultimi raggi di sole e deliziarci di arancini e panelle. Siamo giunti in aeroporto che era ancora giorno e a malincuore ci siamo congedati da Ornella, da Luca, l’autista che ci ha accompagnato in questo particolare tour, e dalla Sicilia. Prima di concludere l’ultima pagina di diario, vogliamo ringraziare, anche da parte delle nostre insegnanti, tutti coloro che hanno reso questo viaggio un’esperienza indimenticabile.
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