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Newsletter mensile di politica e attualità

Pubblicazione non destinata alla vendita a circolazione interna mediante diffusione on-line

ANNO 4 N. 5 MAGGIO 2010 ●

EDITORIALE

www.issuu.com/appuntialessandrini ●  appunti.alessandrini@alice.it

Partita la raccolta firme della campagna referendaria

POLITICA E COMPORTAMENTO MORALE Agostino Pietrasanta ● Si tratta sicuramente della punta di un iceberg incontrollabile; ormai gli episodi di corruzione nella vita politica ed i comportamenti illeciti, oltre che illegittimi ed illegali, di parecchi suoi leaders costituiscono l’argomento più discusso del giorno: più della disoccupazione, della crisi della finanza e del debito pubblico. In questo giorni però abbiamo assistito ad una degenerazione degli episodi sul serio inquietante; se un ministro della Repubblica arriva ad affermare di essere stato favorito (e quali favori!) a sua insaputa e suo malgrado (?), allora si può sul serio affermare che non esistono più anticorpi al crollo dei valori. Si può affermare che tutto ciò affonda in una precisa mentalità e si radica in una cultura della irrilevanza etica. Ci sono delle ragioni; e purtroppo generate nel lungo periodo. Intanto l’idea che gli strumenti sono sempre legittimi, quando si tratti di raggiungere l’obiettivo. Si tratta di una distorta interpretazione di un assioma attribuito banalmente a Niccolò Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Non è vero. Ci sono mezzi in sé inaccettabili, qualunque sia il fine perseguito, come (tanto per fare un esempio) torturare gli imputati per farli confessare, o tollerare l’evasione fiscale per incentivare l’impresa, o favorire un potentato della Repubblica in cambio di favori elettorali. E potremmo continuare. E se questo è vero quando il fine sia confessabile (magari l’interesse pubblico), diventa scandaloso quando il fine sia la (segue a pag.4)

Carlo Piccini ● “Riguardo al diritto all’acqua, si deve sottolineare anche che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità umana. Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico”. Non sono affermazioni di un esponente politico di opposizione o di uno dei promotori dei quesiti referendari. E’ il monito di Papa Benedetto XVI. Il decreto legge “Ronchi” che privatizza l'acqua, dopo aver incassato la fiducia al Senato, è passato alla Camera con 302 sì e 263 no. L'articolo 15 del decreto impone la privatizzazione dell'acqua e segna una data precisa: il 31 Dicembre 2011. In pratica entro quella data tutte le società di gestione del servizio idrico in house, le cosiddette "municipalizzate", dovranno trasformarsi in società a capitale misto pubblico-privato, con soglia peggiorativa in cui al privato va ben il 70%. E' una storia già vista: lasciare avvizzire un servizio pubblico per poi darlo in mano ai privati che dovrebbero farlo funzionare meglio e, visto che di privati ce ne sono tanti, far scendere anche i prezzi in nome della concorrenza. Sarebbe bello. Peccato che la realtà abbia dimostrato come questa storia si trasformi troppo spesso, purtroppo, in una favola per allocchi. Pochi giorni fa in Sicilia, dopo una breve e fallimentare esperienza di semi-privatizzazione dell’acqua, con la finanziaria si è approvato un

emendamento, votato anche da PD e PDL Sicilia, che azzera la precedente gestione privata o semiprivata. Persino la moderna Parigi, dopo oltre vent'anni di deludente gestione privata, è recentemente tornata all'acqua pubblica, a dimostrazione che pubblico ed efficienza non sono per forza inconciliabili. E’ vero che la gestione pubblica dell’acqua ha mostrato negli anni numerosi limiti. Oggi in Italia, su 100 litri d'acqua, 40 vengono persi per strada. Le ragioni sono molte e solo in parte scaricabili su quel meraviglioso parafulmine che è la burocrazia (benedetta burocrazia, senza di lei come faremmo a lavarci la coscienza quando occorre…). Esistono infatti importanti ragioni tecniche, come tutelare l’integrità di migliaia di chilometri di tubazione obsoleta in un territorio tra i più sismici e franosi del mondo, dove anche la semplice manutenzione ordinaria può diventare un debito colossale. Sappiamo ad esempio che in Piemonte la rete storica è in gran parte in cemento-amianto, che non risulta tossico per ingestione, ma il cui uso è oggi vietato. Per eliminarlo in alcune aree bisognerebbe forse sostituire oltre la metà della rete acquedottistica: semplicemente irrealistico, soprattutto se la cosa dovesse essere a carico di privati. I problemi sono davvero molti e consegnando l’acqua potabile ai privati non possiamo sapere se, al di là delle strategie comunicative e di “image management” (dove sappiamo di poter contare su dei veri campioni), la situazione reale migliorerebbe. (segue a pag.4)


L’INTERVISTAL

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Focus sull’economia. Come si sta muovendo l’industria locale?

L’autorevole punto di vista del Presidente della CONFAPI di Alessandria A cura di Marco Ciani ● In concomitanza con la crisi della Grecia che ha rischiato di far precipitare nuovamente l’Europa e il mondo in uno scenario minaccioso, abbiamo posto alcune domande al Presidente della Confederazione italiana della piccola e media industria privata di Alessandria, Giuseppe Garlando. Dottor Garlando, come si presenta oggi lo stato di salute dell’industria alessandrina? L’industria alessandrina soffre gli stessi problemi che coinvolgono il settore nell’intero Paese, anzi nell’ intera Europa. Certo, ci sono comparti che soffrono di più, altri di meno, nonché qualche azienda che gode tutt’ora di nicchie di mercato o di eccellenze qualitative che pongono al riparo dalle “intemperie” più pesanti. Ma altri settori, quali ad esempio l’orafo che ha fatto in passato le fortune del distretto valenzano, sono in crisi profonda, dalla quale non si uscirà con semplici palliativi. Visto che a livello nazionale non esiste una vera e propria “politica industriale”, speriamo che a livello locale la nuova amministrazione regionale riesca a mettere in campo iniziative nuove e interessanti per le nostre imprese, in particolare nel settore della ricerca, innovazione, internazionalizzazione. Su quali direttrici puntano le P.M.I. (piccole e medie imprese) per reagire al difficile frangente economico? Le piccole e medie imprese non hanno molte alternative: come si diceva, devono puntare sull’innovazione e sull’internazionalizzazione. Prodotti nuovi, che sappiano incontrare o allettare gli operatori e i consumatori e dall’altro abbiano la

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Giuseppe Garlando Pres. dell’API di Alessandria capacità di introdursi in nuovi mercati internazionali, visto che il mercato italiano presenta ormai una domanda troppo scarsa. A quest’ultimo proposito mi pare opportuna la proposta della nostra Camera di Commercio, che è riuscita a scuotere la “sonnolenza” del Centro piemontese per l’Estero e predisporre un innovativo percorso di affiancamento alle P.M.I. (assistenza e consulenza) che intendono avviare collaborazioni con l’estero o consolidarsi sui mercati internazionali. Ma per le P.M.I. si aprono ogni giorno trabocchetti impensabili, spesso poco avvertiti, almeno a livello di opinione pubblica. Parlo della sempre più invadente pressione della Grande Distribuzione Organizzata sui prodotti delle nostre aziende; il loro oligopolio andrebbe contrastato solidalmente, e non soltanto a livello locale. 2

Alcuni settori rimproverano l’eccessivo “nanismo” delle aziende italiane. Come rispondete a tale critica? Noi siamo stati da sempre i fautori del “piccolo è bello”, ma in un mondo globale ci vogliono nuove idee e nuove finalità. In molti casi e settori – paradigmatico è il comparto orafo del distretto di Valenza e soprattutto allorquando bisogna affrontare i mercati del mondo - sono necessarie strutture più razionali, economie di scala, più elevate professionalità e spesso nuovi investimenti, per vincere la sfida. Abbiamo cercato di studiare, valutare e realizzare, strutture aggregate di imprese, idonee a muoversi al meglio in una logica di mercato globale. Abbiamo anche ritenuto di supportare la realizzazione dell’aggregazione tra aziende omogenee in termini di attività e dotazione patrimoniale onde evitare eventuali squilibri di forze nelle fasi decisionali. L’obiettivo è quello di consentire il raggiungimento di un valore di fatturato aggregato e di un numero di partecipanti all’iniziativa tale da renderla interessante per potenziali investitori. Molto interesse da parte delle imprese, e disponibilità della Regione per darci una mano; vedremo, se son rose fioriranno. Il rapporto con le banche. Cosa chiedete alle aziende di credito e quali risposte state ricevendo? Il rapporto banca impresa già radicalmente cambiato con l’entrata in vigore dell’accordo di Basilea due si è ulteriormente “complicato” a seguito della profonda crisi finanziaria intervenuta nell’autunno del 2008.

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Quanto sopra si è tradotto in una forte stretta creditizia: per molte imprese ottenere fidi e finanziamenti dalle banche è diventato più difficile. E questo proprio nel momento in cui il calo di fatturato e le maggiori difficoltà negli incassi, dovuta alla crisi, hanno reso più urgente ed essenziale disporre di risorse per fronteggiare gli squilibri di cassa e dunque avere accesso al credito. Stiamo constatando che le banche non hanno assolutamente formalizzato procedure che permettano di gestire situazioni di valutazioni del rischio di credito rispetto al bilancio del 2008. Per contro la nostra Associazione sta supportando gli associati a spiegare perché la loro azienda è migliore del bilancio che rappresenta fornendo un servizio gratuito di analisi del loro bilancio, un check up della loro situazione finanziaria, una stima del loro merito creditizio, la valutazione dei rischi finanziari in relazione alle condizioni prospettate dalle banche. L’applicazione della fredda logica delle cifre, dei parametri e della standardizzazione rischiano di far “saltare” l’impresa. Chiediamo, pertanto, che il sistema valuti di concedere i crediti necessari per la ripresa anche in deroga ai criteri di rating troppo vincolanti.

GIUSEPPE GARLANDO Nato ad Alessandria il 12 aprile 1954. Ha conseguito il Diploma di maturità classica all'Istituto Plana di Alessandria nel 1972. Si è laureato in giurisprudenza con 110 con lode il 20 luglio 1978. Nominato amministratore unico della Garlando SRL nel febbraio 1983, attualmente amministratore unico della Garlando SpA nonché presidente della Garlando GMBH di Mulheim-Au-Der-Ruhr (Germania). Presidente della Confapi Associazione Piccole e Medie industrie di Alessandria. Ha due figlie: Lucia, studentessa al secondo anno di economia aziendale all'Università di Genova e Lucrezia, attualmente studentessa dell' ultimo anno della scuola media.

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I risultati isultati della ricerca ACSAL

Identikit in chiaroscuro dei giovani alessandrini Dario Fornaro ●

L’ACSAL – Associazione Cultura e Sviluppo – ha messo mano, negli ultimi due anni, con il traino di Giorgio Guala e Beppe Rinaldi, affiancati da una buona équipe di collaboratori, una complessa, ambiziosa ricerca “sul campo”, estesa su circa 700 diplomandi della Secondaria superiore. La somministrazione dei questionari, recanti una novantina di domande, è avvenuta, con la significativa adesione degli Istituti e degli studenti, nella primavera del 2009 e l’elaborazione dei dati ha occupato i mesi successivi, fino alla presentazione sommaria degli esiti nella serata del 6 maggio corrente. Impossibile fornire, in poche righe, una qualsivoglia idea dei tratti (giovanili) che emergono dalla ricerca e che spaziano dalla scuola frequentata ai comportamenti, dai valori alla partecipazione, dal futuro professionale alle fonti d’informazione, dalla politica, alla religione, ai rapporti con il territorio etc. Diciamo solo che in termini complessivi di attesa del futuro, solo il 18% circa degli interpellati manifesta un radicale pessimismo mentre gli altri si attestano su vari gradi di ottimismo o, almeno, di non drammatizzazione del percorso che si para davanti a loro. Molti dati sono risultati in qualche modo “attesi” (ma egualmente rilevanti) rispetto a quanto si dice o si legge sui “giovani d’oggi”; altri sono apparsi tra anomali e inattesi (per dimensione) e dunque ancor più degni d’attenzione e interpretazione. Tra questi ultimi segnaliamo, a puro titolo d’esempio e rinviando alla ricerca integrale che sarà pubblicata entro l’anno, l’atteggiamento degli intervistati circa le prospettive locali 3

di studio e di lavoro, ritenute aalquanto deficitarie. Solo il 23% dei diplomandi immag immagina, ritiene plausibile il proprio fut futuro di studio e/o di lavoro collocato in ambito alessandrino alessandrino, mentre il 60% preferirebbe – o si vedrebbe costretto – ad andarsene altrove (i rimanenti “non sanno”): anche lontano o all’estero. Si tratta di una “propensione a spostarsi”,, più o meno forzosamente, dai luoghi d’origine, alquanto più elevata del previsto e comunque in netta contraddizione con la figura del “bamboccione” bamboccione”, messa in auge da Padoa Schioppa, che predilige, per ogni evenienza, il cortile di casa. Se tanti giovani esprimono una pr previsione perso personale di futuro alquanto defilata dalla madrepatria alessa alessandrina, il rischio di endemico, ulteri ulteriore depauperamento di energie vitali, in una zona già demograficamente critica, dovrebbe destare qualche preoccupazione. E forse qualche rettifica nei messa messaggi di sviluppo socio socio-economico locale che vanno per la maggiore sul palcoscenico politico: in gran parte centrati sul turismo artistico ed eno enogastronomico. Saranno pure colorati e simpatici, specie per chi li promuove, ma non sembra trovino aancora vasta credibilità lità nella platea dei giovani che cominciano, almeno psicologic psicologicamente, a preparare la valigia valigia.

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POLITICA E COMPORTAMENTO MORALE (Editoriale - continua da pagina 1)

fortuna individuale; ed ormai proprio a questo siamo precipitati. Il fine non giustifica i mezzi; meglio, non può giustificare qualsiasi mezzo. Eppure, anche autentiche autorità morali, autorità ritenute (almeno da me e da molti altri) di grande prestigio talora sono cadute in questa contraddizione. Stiamo attenti perché si tratta di contraddizione dagli esiti pericolosi e, molto spesso ingovernabili e riguardano il complesso dei comportamenti umani, perché finiscono per indurre, nella mentalità e nella cultura, convinzioni radicate Se vogliamo un esempio estremo. Un conto è la discrezione davanti alla deviazione morale, un conto è il pudore che ovatta e rende prudente la denuncia, altro è l’omertà che la banalizza o la copre; eppure troppe volte la cultura della discrezione e della prudenza è degenerata in copertura ed omertà: basti il richiamo ai sospetti che oggi gravano sulla Chiesa per gli episodi di pedofilia. Eppure la Chiesa non ha fatto altro che interpretare una mentalità diffusissima, per molti anni, per la quale il fine di evitare gli scandali giustificava il mezzo della copertura e della soluzione indolore (?) di fenomeni in sé aberranti. E, sia detto tra parentesi, risulta persino ingeneroso accanirsi con un solo responsabile di un comportamento che trova ben altri ed anche più colpevoli protagonisti. Qualcuno si chiederà se non sto esagerando, se non sto richiamando argomentazioni che esulano dal tema. Non credo. Accettato il principio che qualunque mezzo è valido se il fine è condiviso e condivisibile, la degenerazione del comportamento morale diventa la conseguenza più logica. Ed allora veniamo, esplicitamente, al comportamento morale. Non c’è bisogno, è ovvio, arrivare alla corruzione ed alla concussione, perseguite dal codice penale, per creare problemi. Ad esempio: quante volte avete sentito un politico proporre una presidenza, una candidatura in base al merito ed alle capacità? Raramente, anche nella prima Repubblica. Oggi, quasi mai; e se nella prima Repubblica contava la tessera (o le tessere) possedute, oggi conta (quasi sempre) il favore personale, l’interesse individuale. Ed il comportamento morale diventa irrilevante.

Acqua pubblica… (continua da pagina 1)

Anche qui però mi chiedo il perché. Il comportamento morale esige il presupposto della responsabilità e la responsabilità riesce impossibile se non nell’autonomia ragionata delle scelte. Ogni comportamento non può non ispirarsi a principi di valore, ma la realizzazione delle condizioni perché tali valori si attuino è affidata alla responsabilità ed all’autonomia dei comportamenti. Oggi tale autonomia è seriamente compromessa. Per molti motivi. Il più eclatante, almeno in Italia, è imposto dalla omologazione mediatica e dal potere del suo indiscusso ed esorbitante detentore: niente è possibile senza l’ubbidienza o il compromesso col capo “carismatico” (?).. Chi sgarra paga: qualcuno lo ha provato, qualcuno lo sta provando sulla propria pelle. Un altro motivo sta nella irrilevanza degli interessi diffusi alla politica ed alla vita pubblica; l’enfatizzazione dell’utile individuale costituisce mentalità di indifferenza e di banalizzazione della responsabilità al destino della cittadinanza. Ma c’è un altro più serio motivo; oggi troppe autorità morali, anche quelle da me sinceramente rispettate, confondono il livello dei valori indiscutibili dalle possibilità concrete della loro realizzazione, che deve essere lasciata alla responsabile autonomia della politica. Privata di questa responsabile autonomia, la politica diventa irrilevante; ed i suoi protagonisti cadono nella banalità della mera gestione del potere. Nel contesto, la corruzione sta dietro l’angolo; diventa, almeno a mio parere, una conseguenza inevitabile.

Abbiamo però la certezza di vedere aumentare le tariffe: le associazioni di consumatori stimano aumenti di prezzo da un minimo del 16% (Adusbef), al 30% (Codacons), fino al 40% (Movimento per la Difesa del Cittadino), dati più che confermati da casi reali già privatizzati, come ad esempio Arezzo o AcquaLatina. Resta poi il fatto incontrovertibile che le acque potabili, come il paesaggio, l’ambiente, la salute, sono “diritti naturali”, beni comuni tutelati dalla Costituzione (artt. 9 e 32) e l’interesse alla salvaguardia e alla fruizione di tali beni non può essere “di pochi per pochi”. Ora però, con il decreto Ronchi, si demanda la soluzione di uno dei problemi cronici del paese ad un privato disposto, in teoria, a spendere cifre astronomiche per ammodernare una rete colabrodo e che sarà costretto a far spendere molto di più a noi, non solo per rientrare dei suoi elevatissimi costi di manutenzione (sempre che se li accolli davvero il privato e non salti poi fuori qualche intervento straordinario della Protezione Civile, a spese nostre…), ma soprattutto per poter avere il suo legittimo tornaconto, oltre che addizionare le “spese fisse” imposte dalle immancabili authority già auspicate da Federutility e Confservizi. Ma che razza di libero mercato è quello che porta solo aumenti al cittadino? Tutte le informazioni sul referendum e la campagna contro la privatizzazione sul sito: www.acquabenecomune.org APPUNTI ALESSANDRINI Ap ● per un dibattito politico ANNO 4 N.5 Maggio 2010 Coordinatore: Agostino Pietrasanta Staff: Marco Ciani ● Walter Fiocchi Dario Fornaro ● Roberto Massaro Carlo Piccini Per ricevere questa Newsletter manda una mail all’indirizzo

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