Parrocchia Santa Maria La Scala Acireale
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Festeggiamenti 2016
Invito alla festa Don Francesco Mazzoli - Parroco
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n questo anno di grazia siamo invitati a riscoprire la dimensione della Misericordia del Padre che, dopo una vera conversione, ci dona l’atto del perdono. Noi, come comunità di Santa Maria La Scala, desideriamo farlo con e in Maria, la Madre della Misericordia. Papa Francesco nella Bolla di Indizione del Giubileo straordinario della Misericordia così scrive parlando di Maria: «Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne». (Misericordiae Vultus, 24). Desideriamo riscoprire con Maria SS.ma della Scala le parole del suo canto di fede, che nel Magnificat risuonano in Lei come tripudio di amore per essere guardata dal suo Signore: «di generazione in generazione la sua misericordia si estende su quelli che lo temono». (Lc1, 50) Ma ancor di più, in questo anno giubilare della Misericordia, come figli e devoti della Vergine Madre siamo bramosi di guardare la sua mistica scala, come un segno della divina misericordia. Sì, miei cari, Lei, essendo Scala di salvezza, non può che farsi strumento di benevolenza divina e quindi di misericordia. Maria diventa per noi non solo richiamo a vivere sulle orme di Gesù, Salvatore degli uomini, ma anche vocazione e missione speciale per quanti sono discepoli di questa scuola, per quanti si aggrappano a questa scala di Salvezza e di Misericordia che nel Figlio trova la sua identità per i meriti di Maria. Non possiamo però rimanere soltanto semplici osservatori della Scala di Maria, ma dobbiamo anche salire lungo i gradini di questa Scala, per entrare come ha fatto la Madre nel mistero della Misericordia del Padre.
Credere con Maria! Questo deve essere l’agire del cristiano, questa deve essere la strada della fede della comunità Scalota. Maria SS.ma, come Madre, si fa la prima testimone delle opere di misericordia compiute dal Figlio Gesù. Maria con il segno della Scala invita il Figlio Gesù dal cielo, dove siede sul trono, a scendere in mezzo a noi, a farsi compagno di “traversata nel mare del mondo”. Gesù, così come la Madre, con la parola chiarisce dall’errore, con l’affetto mostra compassione, con l’accoglienza mostra un cammino di speranza, col perdono dona salute e dignità e con la gioia prepara una festa: la festa della Misericordia. Così Misericordioso con tutti, fa risalire i gradini della salvezza per quanti lo desiderano. Così è la Madre, la nostra Madonna della Scala, misericordiosa con quanti lo desiderano e mostrano amore per il figlio Gesù e bramano di essere salvati. Ma la misericordia non è solo un atto di clemenza che appartiene a Dio, a Gesù o a Maria. La Misericordia appartiene al cristiano, ai figli di Maria, agli uomini e donne di buona volontà. Già il volersi bene, lo stare in pace, lavorare per la pace e il perdono, per la giustizia e la verità, per la comunione e l’interesse collettivo, per la promozione umana e la sua dignità umana e intellettuale, per la promozione del Regno di Dio e per il Vangelo è essere misericordiosi come il Padre: “Misericordes sicut pater”. Gesù ha consegnato a noi le opere
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di misericordia corporali, spirituali ed intellettuali. Essere misericordiosi è far vivere in noi lo Spirito dell’Amore. In questa festa della Madonna della Scala attueremo su invito di Papa Francesco le azioni giubilari, affinché possiamo desiderare quel cambiamento che riscatta la vita dalla dissoluzione del peccato, riscoprendo nella Via della Misericordia un ardore maggiore verso la fede in Gesù e nella Chiesa. Faremo questo percorso nella forma di pellegrinaggio. Andremo da Maria, nostra Madre, come pellegrini. Entreremo nella Sua Casa per ricevere misericordia da Gesù e da Lei. Lo faremo chiedendo perdono per i nostri peccati, perché ricevendo misericordia potremo a nostra volta essere misericordiosi. Ci accosteremo alla Misericordia del Padre pregando. Pregare è un tempo prezioso. Pregare con amore deve essere l’attitudine del credente. Vi esorto, come padre di questa comunità, voi adulti e giovani, a non sottovalutare il tempo della preghiera. Il pubblicano al tempio ripete molteplici volte con gli occhi abbassati, quasi in lacrime e contrito: Signore abbi pietà di me peccatore (Lc 18,13). Ed il Signore, avendo misericordia di lui, lo perdona. Facciamolo insieme, senza paura. Accostiamoci con allegria al Pane della Misericordia: l’Eucaristia. Ci accosteremo a Gesù e a Maria ringraziandoli per lo scampato pericolo avvenuto 60 anni fa (24 agosto 1956) durante il secondo giorno di triduo, in cui scoppiarono accidentalmente i fuochi d’artificio depositati in sacrestia, senza recare danno a nessuna persona o cosa che si trovava in Chiesa per le celebrazioni. Anche questo fatto fu un gesto di Misericordia della Madonna della Scala per i fedeli Scaloti. Prepariamo una grande festa di misericordia alla Nostra Madonna della Scala, prepariamola col cuore, non solo attendendo i suoi giorni, ma sperando che “tutti i giorni siano di Maria, di Gesù insieme a me”. Tutti siamo protagonisti di questa festa, nessuno escluso, dal parrocchiano al villeggiante, dal simpatizzante al fervente devoto di Maria SS.ma della Scala. Saranno la nostra fede e il nostro amore a far sì che questa sia una festa… una grande festa… la Festa della Misericordia!
La Vergine Santissima della Scala ci guardi, ci custodisca e doni a tutti noi la Materna Benedizione. A tutti voi auguro una Santa Festa della Madonna della Scala.
Da un’antica tradizione... alle future generazioni
Giovanni Grasso - Presidente Circolo Devoti e Portatori Maria SS.ma della Scala
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vevo appena dieci anni e ricordo come se fosse ieri l’emozione nel vedere quelle grandi belle barche variopinte, che riprendevano i colori vivaci tipici della nostra cultura siciliana. Correva l’anno 1981 era il mese di Agosto, quando un peschereggio l’Eugenio C si intravedeva venire da Catania, tutti, allora ragazzini, di Santa Maria la Scala, eravamo al porto ad aspettare con gioia e curiosità le due barche Conzare, fu una grande gioia vedere le ‘’due gemelle’’ come vennero chiamate, giungere nel nostro piccolo borgo. Esse furono costruite nel cantiere Belfiore di Catania da un vero Maestro d‘Ascia, venne usata la tecnica del “Mezzo Garbo”, detta pure del trabocchetto, è una tecnica che permette di costruire la barca senza piano di costruzione, questa viene costruita su un modello che ne produce la metà perciò detta del mezzo garbo. La lunghezza di queste barche andava dai 19 palmi (1 palmo = 25 cm) per le fiocinare ai 40 palmi per le conzare. Gli spostamenti avvenivano per remi o a vela, costruite da dei veri maestri. Il decoro avveniva ad opera dei cosiddetti “ Pingisanti” che si rifà ai motivi dell‘arte Siciliana. A Catania operavano in questo settore Cosimo Bonaccorsi e il figlio Tino pittori Naif, che hanno lasciato uno stile particolare con figure ispirate al Sacro e Profano. Al grande pittore Tino nel 1981 si deve la decorazione delle nostre barche, usate per la caratteristica competizione in onore della Madonna SS della Scala tra gli “Schetti e Maritati”. La Costruzione delle barche veniva seguita dai nostri pescatori anziani che si recavano costantemente al cantiere insieme al parroco di Allora Don Alfio Maccarrone, al quale si deve dare atto di questa iniziativa. La festa quell‘ anno ricadeva giorno 30 Agosto le barche furono esposte in Piazza Scalo Grande benedette per mano di S.E Mons Giuseppe Malandrino seguita da una mes-
sa solenne. Fu un grande giorno per tutta la comunità, quest‘ anno ricorre il 35° anniversario della posa in opera, il nostro pensiero va a tutti coloro che allora con amore e zelo verso la Madonna hanno voluto realizzare queste barche, oggi rimane a noi un potenziale patrimonio culturale da tutelare, in quanto la conoscenza delle nostre Tradizioni marinare può aiutarci a un programma di sviluppo del territorio da tramandare alle generazione future.
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Una nuova soluzione per l’esposizione degli ex voto della Madonna Don Gaetano Pulvirenti
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on c’è simulacro di santo patrono nella Sicilia etnea, come, del resto, in altre parti dell’Isola, che non si presenti, nei giorni della festa, ricoperto di ori e gioielli, più o meno storici e preziosi. È frutto della cosiddetta devozione al femminile, in quanto le donne erano escluse dal trasporto del fercolo e quindi private di dimostrare in tal modo la propria gratitudine al santo patrono. Ecco allora l’uso di spogliarsi di quei pochi oggetti in oro che, in qualche modo, costituivano, anche per le famiglie meno abbienti, quel bene rifugio su cui contare nei momenti difficili della vita. Non si trattava, infatti, del dono di un solo oggetto prezioso, ma di tutti quei monili, che i fidanzati in genere si scambiavano, quali pegni d’amore, prima di convolare a nozze. In tal modo la donna si affidava totalmente alla protezione del santo e, di conseguenza, a quella divina provvidenza che il Cristo assicura nel suo vangelo a coloro che mettono davanti a tutto le esigenze del Regno di Dio. Anche in questo gesto diventa palese quanto affermato dal beato Paolo VI, quando nell’Evangelii nuntiandi al n.48, parlando della pietà popolare, scrive: “Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capace di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede”. Certo, prima di appartenere alla pietà popolare, il gesto del dono di preziosi ai simulacri dei santi patroni apparteneva alle classi abbienti. Parlando del busto-reliquiario di sant’Agata, il Pitrè, a tal proposito, afferma: “(...) non è credibile la ricchezza delle gioie e dei monili onde esso è cosparso; e basta ricordare che tra quelle di reale valore storico sono notevoli la corono di Riccardo Cuor di Leone (sic!), l’anello di Gregorio Magno, la croce pettorale di Leone XIII, quand’era arcivescovo di Perugia, un anello con una superba margherita della Regina d’Italia: parecchi milioni insomma di lire in pietre
preziose, rappresentate da quasi ottanta chilogrammi di peso”. Il gesto del popolo, dunque, nasce come imitazione di quello dei notabili, con la differenza che mentre questi ultimi donavano qualcosa del loro ingente patrimonio, le donne del popolo si spogliavano realmente di tutto, fede nuziale e orecchini compresi che venivano
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sfilati per ultimi proprio davanti al simulacro del santo nel giorno della festa. Santa Maria la Scala, borgo di pescatori, non fa eccezione alla regola; e il venerato ed amato simulacro di Maria Scala del Paradiso ha i suoi ex voto in oro. Un piccolo fondo antico con gioielli tardo settecenteschi fa bella mostra di sé insieme a tanti altri oggetti di valore donati tra otto e novecento. Tra gli ultimi arrivati anche un pesce spada in oro che ha dato l’idea iniziale per una nuova sistemazione dei preziosi, che si imponeva. Bisognava liberare il simulacro nelle sue fattezze, senza che i pannelli di stoffa, precedentemente concepiti per la mostra degli ex voto, impedissero la visione del simulacro nella sua completezza. Si è voluto allora procedere su due fronti. Il primo che consisteva nel continuare idealmente, con una moelle in seta di colore adeguato, il panno su cui poggia, assicurato al braccio della Madonna, il simulacro del Bambino Gesù. Il secondo che consisteva, invece, nel voler sistemare i monili lavorandoli come se si trattasse di fili d’oro e ottenere così l’effetto di un ricamo sulla stoffa. Si è provveduto, allora, a sistemare adeguatamente la forma del panno direttamente sul simulacro perché questo cadesse nel modo più naturale possibile, rispettando le pieghe prodotte dalla stessa stoffa. Stabilizzate le pieghe con una imbastitura volante, si procedeva allora a disegnare negli spazi esposti l’ornato e le figure su cui ricamare gli oggetti d’oro. In evidenza, in mezzo ai motivi floreali, si disegnava un motivo marinaro, con, in primo piano, il mare, il pesce spada d’oro e in alto la stella polare della fede con il monogramma mariano, mentre il simbolo della scala fa da unione tra mare e cielo. Il resto è stato affidato alla perizia e alla solerzia delle donne del luogo che hanno lavorato, così come ideato, il panno. Il risultato raggiunto è certamente gradevole, rendendo gli oggetti d’oro non più anonimi, ma parti integranti di un insieme che ben rappresenta simbolicamente il popolo “scaloto”, unito come a formare una sola cosa dal grande amore e dalla fervente devozione alla Madre di Dio, venerata sotto il titolo di Scala del Paradiso.
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La chiesa di Santa Maria della Scala Seconda Parte (sec. XVI) Saro Bella
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ell’ultimo scorcio del XVI secolo, Santa Maria della Scala (o “Santa Maria la Scala” come nei documenti non troppo ufficiali veniva anche denominata), consisteva in un piccolo nucleo di case addossate alla chiesa che, come abbiamo riferito, risaliva almeno al XIV secolo. Sebbene in Aquilia (l’attuale centro storico di Acireale) abitazioni e abitanti fossero allora in rapido incremento, non altrettanto accadeva nelle marine dove poco si edificava e meno si abitava a causa dei pericoli provenienti dalle incursioni dei pirati Turchi e Barbareschi. La vittoria della lega Santa a Lepanto nel 1571, la conquista dei Turchi Ottomani di Tunisi e del Maghreb (Barberia) nel 1574 e la successiva tregua tra Turchia e Spagna del 1581, segnarono di fatto, la fine del confronto cristiano-mussulmano nel Mediterraneo. Le forze regolari, vennero gradualmente ritirate per essere impiegate, le turche, contro la Persia, e le spagnole sul fronte atlantico e nord-europeo. Nel Mediterraneo non più grandiose azioni militari, micidiali scontri tra centinaia di navi, costose quanto effimere conquiste africane: il mare, abbandonato dalla “grande guerra”, scivolava nuovamente verso quella “guerra inferiore” - come è stata definita la pirateria - che lo avrebbe travagliato ancora per diversi secoli. Il mutamento dello scenario bellico ebbe rilevante effetti anche per Santa Maria la Scala e in generale per tutto il territorio dell’antica Aci (comprendeva tutti i comuni che ad Aci si riferiscono, più Valverde e Santa Venerina). Prima infatti il sistema di difesa prevedeva una postazione di avvistamento di lunga distanza posta su un poggio chiamato Tallaritano (la collina di Torre Casalotto) che con fanj et fumo (fuoco di notte e fumo di giorno) comunicava con Taurmina per una parte et per l’altra parte con il Castello di Ghiace (Jaci) et con il campanaro di
Catania. Insieme al punto fisso di avvistamento, guardie di pedonj erano appostate in più luochj della marina, tra cui quello del tocco posto sulla timpa tra Aquilia e Santa Maria la Scala. Un sistema quindi modellato per avvistare a lunga distanza naviglio nemico intenzionato a sbarcare una numerosa armata allo scopo di conquistare il Regno. Il sistema di difesa allertava velocemente i posti di avvistamento limitrofi, dando anche il tempo agli abitanti del territorio di mettersi al sicuro in attesa dell’intervento delle truppe regolari. La flotta nemica era attentamente controllata e contrastata anche dal mare dai navigli siciliani e in generale dalle flottiglie cristiane che incrociavano le coste stazionando nei maggiori porti dell’Isola da dove spesso si muovevano per assaltare il territorio nemico. Nell’ultimo scorcio del secolo XVI, in seguito alla mutata strategia di guerra, il sistema di difesa del Regno venne sostanzialmente modificato con l’utilizzo della flotta in funzione di “polizia del mare”, con l’attivazione della cinta di torri costiere di avvistamento (1579), con la riforma della milizia territoriale composta da fanti e cavalieri (1573-1595), e con la ricostituzione della forza di cavalleria leggera (1576). Non si progettarono più spedizioni in territorio nemico, diminuì l’interesse al potenziamento delle fortificazioni urbane, si ridussero le flotte e le truppe straniere di stanza o di passaggio in Sicilia. Da allora, torri, cavalleria e milizia divennero l’ossatura principale della difesa militare dell’Isola che gravò essenzialmente sui siciliani mentre, da parte loro, i turchi, per la guerra di corsa, utilizzarono pirati e barbareschi La Nuova Milizia a piedi e a cavallo fu ideata nel 1550 dal Viceré Don Giovanni De Vega e migliorata successivamente nel 1573 da Carlo d’ Aragona e nel 1595 dal viceré conte di Olivares. Coloro che possedevano un patrimonio di almeno 300 onze entravano
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nei ruoli della cavalleria con l’obbligo di mantenere il cavallo e le armi, il resto degli uomini dai 18 ai 50 anni formavano la fanteria. Il Regno venne diviso in 10 Sergenterie (distretti militari) che fornivano un reggimento o Tercio composto da compagnie di fanteria (250-300 uomini) e di cavalleria (40-60 cavalieri). Le principali città litoranee, Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Trapani, Milazzo non erano comprese fra le dieci Sergenterie; ma conservavano le loro milizie comunali. Anche la milizia di Aci non fu soggetta ad alcuna Sergenteria: il regolamento, ossia istruzione della Milizia ordinaria del regno di Sicilia del 1595, lo dichiara esplicitamente in questi termini: “La Terra e Casali di Giaci diano mille fanti archibugieri ripartiti in quattro compagnie le quali non si aggregano ad alcune delle Sergenterie”. La milizia acese era composta da una compagnia di cavalleria, formata dalle persone più facoltose del territorio e da quattro compagnie di fanti e pedoni, cioè, la compagnia dello Quartiere della Nunciata dell’Aquilia, la compagnia dello Quartieri di S. Joseppi in l’Aquilia (oggi quartiere di S. Domenico),
la compagnia dello Quartieri dello Casalotto che comprendeva Bonaccorsi, Valverde, Maugeri ecc.; e quella dello Quartieri di S. Philippo, che prendeva il suo contingente dalle contrade di Cubisia, Raciti, Cantarelli, Platani e Musmeci. Ogni compagnia con proprie insegne e bandiera aveva un capitano, un tenente e un alfiere. Il carattere particolare della milizia acese fu riconosciuto ripetutamente dal governo: “La Sargentia di Jaci non è come le altre del Regno, il carico dell’esercizio militare spetta ai giurati e uficiali e non al Sergente Maggiore”. Tale autonomia era dettata anche dall’esigenza di vigilare su una marina lunga oltre 30 km. visto che tra i compiti della milizia acese rientrava anche la custodia della piana di Mascali dove le proprietà acesi erano già rilevanti. Le torri di avvistamento erano, in effetti, un sistema correlato di fortezze, castelli, torri, poste e guardie, posizionate lungo tutto il litorale dell’Isola che oltre ad avvistare e seguire dalla riva il costeggiare del naviglio nemico mettendo in allarme le popolazioni e le milizie del territorio circostante, contrastava lo sbarco con l’uso dell’artiglieria e della moschetteria piazzata nei castelli, nelle fortezze ma anche sulle torri situate o appositamente costruite nei luoghi più adatti all’approdo. Se necessario, richiamate con appositi segnali, confluivano in tali luoghi la cavalleria leggera e le milizie territoriali al fine di scoraggiare o contrastare le incursioni dei pirati turco-magrebini dirette a razziare vettovaglie e a catturare uomini, donne, bambini per farli riscattare o venderli come schiavi nei mercati di Tunisi, Tripoli, Algeri. Nel 1578 venne dato incarico all’ingegnere militare Tiburzio Spannocchi di compilare una dettagliata relazione sullo stato del sistema delle difese costiere siciliane. Tra l’altro gli fu ordinato di identificare i luoghi dove era necessario costruire nuove torri di avvistamento. Per adeguare il sistema di difesa della nostra zona alle mutate esigenze strategiche lo Spannocchi proponeva di abolire il posto di avvistamento del Tallaretaro sostituendolo con due nuove torri, l’una situata a Capo Mulini, l’altra alli faraglionj (isola Lachea). Non era più utile, infatti, un punto di avvistamento di lunga distanza, capace di avvistare in lontananza una consistente flotta ma inadeguato a scorgere poche navi che veleggiando
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sotto costa si nascondevano tra gli anfratti del litorale roccioso. Era quindi necessario costruire punti di avvistamento sopraelevati su torri di adeguata altezza per controllare convenientemente le coste e i loro anfratti rocciosi. La torre alli faraglioni era inoltre necessaria anche per impedire che naviglio corsaro non visibile da terra, si appostasse tra i faraglioni per assaltare le imbarcazioni che con il piccolo cabotaggio assicuravano i flussi commerciali e l’approvvigionamento delle città costiere. Appena avvistato il naviglio corsaro si verificava un “grazioso minuetto” tra torri d’avvistamento e milizie armate che da terra, individuate le imbarcazioni corsare, ne seguivano il percorso marino passandosi torre dopo torre i segnali d’allarme e abitato dopo abitato la vigilanza ed il presidio del proprio territorio, mentre dall’altra, in mare, il naviglio nemico costeggiando, cercava l’approdo favorevole per sferrare l’attacco. Tali “balletti” non costituivano certo un sano e apprezzato divertimento per la popolazione giacché, particolarmente nel tempo in cui il mare era propizio, sovente per oltre sei mesi l’anno, ricorrenti erano gli allarmi e pesanti i costi sostenuti da una popolazione che doveva abbandonare luoghi e lavori agricoli spesso per svariati giorni. In caso di allarme di una certa gravità si adottavano provvedimenti più radicali: si rinforzavano con guardie straordinarie le varie stazioni di avvistamento, si ordinava alla compagnia di fanti dell’Annunziata di presidiare Aquilia e Capomulini, mentre le tre compagnie di S. Giuseppe, S. Filippo e Casalotto venivano inviate a vigilare le marine di Mascali con l’ordine di intervenire in caso di bisogno in soccorso di Catania. Si intimava pure di trasportare le vettovaglie e il bestiame oltre due miglia dalla marina e si disponeva che i pochi abitanti del villaggio (terra di Jaci) le cui mura erano in larga parte crollate, si rinserrassero ogni sera all’interno del Castello. Tuttavia negli anni successivi, non fu possibile realizzare l’adeguamento delle difese suggerito dallo Spannocchi. Non che giurati e cittadini sottovalutassero il problema della difesa: i vascelli corsari procuravano sovente di ricordarglielo, ma c’era bisogno di soldi che al solito scarseggiavano. Ma è risaputo, dove non può la ragione supplisce la paura. E di paura gli Acitani
n’ebbero tanta in quel luglio del 1582 quando: A li x di lu misi di Iugnetto (luglio) prossimo elapso (passato) sette vascelli turchischi, scorreggiando (da scorreria!) per questi marini, accostandosi a lo scaru seu cala di Santa Tecla tenendo animo di depredare questa Terra di l’Aquilia, disbarcaro intra, molta quantità di turchi bene armati, con tamburi et banneri, a punto di guerra, li quali marciando verso detta terra con l’animo pronto a danneggiare et avendosi fatto incontro lo spett.le Antonio Gattula, Capitan d’Armi in detta Terra con quelli genti che meglio seppe raunari (radunare), ad un caso tanto repentino, feci ritirari la canaglia inimica di nostra santa fede, li quali nel ritorno loro rabiati di non aviri riuscito conforme al mal animo loro, possero foco alli gregni d’orgio e lino di Micheli Savia, roinatoli l’orto di miluni e di più ammazzattoli dui vacchi grossi e tri jenchi. In quell’occasione di mezzo ci andarono vacche e giovenchi, la fortuna ed il coraggio delle milizie evitarono miracolosamente il peggio, ma lo scampato pericolo fece velocemente convincere giurati e popolo che era il momento di affrettare a qualsiasi costo l’adeguamento
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del sistema difensivo. Per aumentare le risorse da destinare alla difesa era indispensabile l’autorizzazione della Regia Corte con la quale si infittì la corrispondenza per chiedere i soldi necessari a costruire la torre e aumentare i posti di avvistamento: pirchì si dubita grandimenti havere alcuna invasione repentina di vaxelli e perché stanti li mali novi che si intendino di vaxelli di inimichi era indispensabile la sorveglianza della spiaggia sia di giorno che di notte. Tra richieste e risposte, la faccenda tirava per le lunghe! l’estrema lentezza convinse alla fine i Giurati ad imporre nuove tasse e costruire a Capo Mulini (sant’Anna), approdo principale di tutto il territorio, il torrione suggerito dallo Spannocchi che, tuttavia, per il rapido esaurimento delle risorse destinate, non si riuscì a completare. Nel 1584 è la volta dell’Ingegnere Camillo Camilliani, inviato dal viceré insieme al Capitan Generale Giovan Battista Fieschi ad ispezionare e rivedere il sistema di difesa. Dopo aver per terra e per mare, attentamente controllato numero, consistenza e posizione delle guardie e dei posti di avvistamento, conclusero la verifica e mentre il Fieschi dava disposizione per regolare i segnali e posizionare meglio guardie e posti di avvistamento, il Camilliani confermò la necessità della torre da farsi all’Isolotto di Iaci per esser nido dei corsali che spesso ci si sogliono mettere alla posta, si come hanno fatto altre volte, che non ha molti mesi che una galeotta prese un vascello, che andava a Catania et fece schiava una quantità d’anime, che vi eran di sopra. Ordinò anche di completare la Torre del Capo delle Molina incomplita disponendo tuttavia … et quando sarà alzata quanto è il bisogno, sarà bonissima guardia, ma bisognerà poi metterci sopra almeno un paro di smerigli (cannoni), perché di là si potrà poi commodamente assicurare le Molina da qualche correria dei corsali. Ritenne necessaria inoltre la costruzione ex novo di altre due torri da farsi una alla “Punta dell’Apa” (dove oggi è la garitta di Santa Tecla) e un’altra alla “Punta di Penne” (poco prima di Pozzillo nella contrada “li cali”). Nelle relazioni il Fieschi e il Camilliani avevano evidenziato la pericolosità del tratto di marina che dalla fonte di Miuccio per la chiesa di Santa Maria la Scala,
giungeva alla Pietra Sarpa, non solo per l’assidua frequentazione delle sorgenti ma anche perché sopra quel tratto di marina vi era il nucleo urbano di Aquilia, già allora il più popolato dell’intero territorio. Tuttavia non era stata prevista l’edificazione di alcuna torre: si era solo disposto di mantenere la guardia al tocco tutto il giorno e di fornirla di un masculu (mortaio) per segnalare l’avvistamento e il pericolo di corsari sia alle donne nelle sorgenti come anche agli abitanti dei vicini nuclei di Santa Caterina e di Aquilia. Tuttavia, giurati e popolo di Aquilia, dove abitavano molte delle famiglie più facoltose del territorio, non condivisero le decisioni dei due illustri visitatori. Le loro intenzioni erano diversamente orientate essendo più propensi a provvedere primariamente alla difesa delle marine di Santa Maria la Scala. Le torri ipotizzate dal Camilliani non vennero costruite anche perché una buona parte della spesa doveva essere affrontata direttamente dalle esauste casse comunali. Si decise solo, ricordando lo sbarco dei pirati Turchi a Santa Tecla di qualche anno prima, di metter
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un nuovo posto di avvistamento alla punta dell’Apa, luogo ideale per tenere sotto più attento controllo “la calla (caletta, approdo) nominata de Santa Decla che e mala calla e pericolosa”. Neanche l’auspicato completamento della Torre Sant’Anna venne realizzato, anche perché nel frattempo ci si era accorti che la costruzione era inadatta ad ospitare una adeguata artiglieria. Solo nel 1614 si iniziarono i lavori per una nuova torre capace di alloggiare cannoni. La vecchia torre (il Torrione) resta ancora oggi incompleta a fianco della nuova. Santa Maria la Scala era collegata ad Aquilia da un tracciato viario di quasi due chilometri erto e scosceso che si inerpicava malamente per le ripide pendenze della timpa. Una strada appena tracciata sempre soggetta a smottamenti e frane che ne rendevano problematico il transito. In effetti tutti i percorsi che attraversavano la timpa erano difficili ed aleatori tanto da far asserire ai giurati: perché in alcuni parti li vij e strati sono guastati e non si ci può passare maxime undi vi è passaggio di donni che vanno per acqua e per legna in li loro possessioni et alcuni volti per essiri stati guastati ditti strati e camini bisognano passari per alcuni chiusi e vigni e altri possessioni et di poi li patruni di quelli accusano a cui chi intra et passa et alcuni volti si ni causa danno et royna et inconvenienti. Nel novembre del 1587 si era pertanto indetto un consiglio nel quale si era deciso che per conzarse alcune strade, camini e vie in li quali passano notte e giorno li cittatini e massime le donne che vanno a lavare loro drappi e pigliare acqua è necessario comprarsi alcuni pezzi di chiusi e terreni. Nonostante ciò, ad eccezione di alcune perizie di stima dei terreni da acquistare, nient’altro si riuscì a fare: anche perché si ci era reso conto che costruire una comoda strada avrebbe sì reso più accessibili le sorgenti di Miuccio e Santa Maria la Scala ma nel contempo avrebbe reso più agevole anche ai predoni l’accesso ad Aquilia. Nel frattempo, nonostante pirati, vie fatiscenti, pochi residenti, ecc. a Santa Maria la Scala si teneva regolarmente la festa la cui celebrazione era ormai stabilizzata a fine agosto: 3/8/1586 Nos Iuratos Universitatis (comune) Jacis a voi M.co Alexandro Scuderi nostro teso-
riere vi dichimo et ordinamo che delli dinari pervenuti seu da pervenire in vostro potire dummodo non siano delli denari assignati alla regia Corte dati et pagati ad Eustachi Pagliaro et Agostino Grasso mastri d’opera di Santa Maria della Scala tarì dichidotto quali si li pagano per elemosina et ajuto di costa (contributo) per fare la festa de essa S.ta Maria che sarà il 25 del presente in detta terra per decoro de essa università e laude di Maria vergine … I giurati qualche anno dopo la visita, in osservanza a quanto consigliato dal Fiesco che suggeriva di prolungare la guardia al Tocco per l’intera giornata dotando il posto di guardia di un mortaio, ne avevano anzi acquistato un altro anche per il torrione di Sant’Anna. I mortai si erano mostrati efficaci poiché una volta avvistati vele nemiche si poteva, invece di mandare pedoni o uomini a cavallo ad avvisare del pericolo, sparare un colpo di mortaio, avvertendo immediatamente i centri vicini; particolarmente Aquilia dove sul campanile della matrice chiesa era collocata una poderosa campana il cui rintocco di allarme si udiva negli altri casali e anche a Mascali nella cui piana molti cittadini acesi erano giornalmente intenti ai lavori agricoli. In tal modo, oltre a mettere al sicuro derrate ed animali, i cittadini potevano armarsi celermente e correre ai punti di raccolta della milizia urbana. La campana grande di Aquilia era ritenuta ormai indispensabile non solo per le occorrenze religiose ma anche per quelle civili (allarmi, chiamata a congregazione, alle armi, ecc.) come venne evidenziato dai giurati quando nel 1588 richiesero al viceré l’autorizzazione ad elargire alla matrice chiesa un sostanzioso contributo per rifonderla, visto che per il continuo uso si era spezzata: Mantenere in efficienza un arnese di oltre 250 kg. posto su una torre ad oltre 15 metri dal suolo era un affare tutt’altro che semplice, anche perché per il continuo uso talvolta la campana si spezzava e non era più in grado di produrre il poderoso melodioso suono. In questi casi si doveva scenderla dal campanile, rifonderla e risalirla. Una faccenda complicata, estremamente costosa che necessitava l’intervento di parecchia manovalanza tra cui mastri fonditori di provata capacità ed
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esperienza! Nel settembre del 1591, per limitare l’uso della campana che alcuni mesi prima si era di nuovo speczata, i giurati domandarono al viceré, ottenendone il consenso, di poter erogare la somma occorrente alla fusione di due masculi, ossia mortai di bronzo: uno di rotoli 64 (kg 50 ca.), per il Tocco e l’altro di rotoli 58 (Kg 45 ca.) per la torre di S. Anna. I due nuovi mortai, ben più potenti dei precedenti, consentivano di segnalare il pericolo direttamente a tutto il territorio senza la necessità di usare la costosa e fragile campana di Aquilia. La necessità di rifondere la campana diede, peraltro, ai giurati acesi anche la possibilità - stavolta sorretti dalla disponibilità di più adeguate risorse finanziarie della città - di occuparsi fattivamente della difesa di Santa Maria la Scala. Nell’agosto del 1593 inviarono al viceré la seguente lettera: Ill.mo et Excell.mo Signore, li jurati de la terra di Jachi, dicono che tenendo bisogno la università di un tiro di artigliaria, di cantara cinque (kg. 400) in circa, ad effecto di stare supra la timpa chiamata di miuccio, vichino la terra e il mare, per costodire de la decta terra citatini et altri cristiani, e per far stare a largo li vascelli di nemici, che giornalmenti succedino, maxime per guardare le donne che continuamenti nocti et jorno vanno a piglare acqua per uso di casa, et lavari loro drappi, per essere l’acqua a la ripa del mare, socto decta timpa, et per avisar la città et terre convicini. Essendoci Ill.mo lo mastro che fa la Campana de la matrice ecclesia di detta terra, con lo quale hanno trattato la spesa ci vole, si ha calculato volerci oncze 80, tantum, cioe oncze 48 per la compra di sei cantara di mitallo di ramo et stagno, a ragione di oncze 8 lo cantaro (kg 80 ca.), oncze 8 la mastria, oncze 4 per crita, carbone, sivo, legna, ferro filato et altre spesi minuti, oncze 10 per le roti incircate di ferro, come è solito farsi, et oncze 7 per la fabrica et riparo dove havira di stare detto tiro, et per essere detto tiro beneficio pubblico, è necessario farse a spese de la università, fu per ordine et literae di Vostra Excellencia et Real Patrimonio detento consiglo, per lo quale a XXV di luglio passato, fu concluso che si faczia et che si spenda detto denaro di oncze ottanta,
per la universita et Jurati, con lo intervento di Adamo Pavoni et Cola Fichera, persone de abene, supplicano Vostra Excellencia si degni laudar et confermar detto consiglo, acciò con ogni celerità, mentre il mastro resede in questa terra, poczano quello eseguire Il viceré, come accadeva normalmente, stavolta non tergiversò più di tanto e consapevole della necessità di dotare un territorio tanto esteso e popolato di un pezzo di artiglieria che peraltro non doveva neanche pagare, autorizzò tutto con estrema velocità anche perché, come aveva evidenziato il Capitan di Giustizia esprimendo il suo voto favorevole: nel caso che fosse preso alcuno Cristiano dai Inimici, si havirà di spendire per il riscatto più di detta somma. Ai primi di settembre del 1593, mastro Pietro Lombardo bombarderi in la città di Catania, come stabiliva il contratto di commessa, mise alla prova il poderoso cannone di 400 chili fuso qualche settimana prima dal mastro fonditore Michele Salivela che un nugolo di bastasi aveva con fatica trasportato nei luoghi dove era già situato il posto di guardia del Tocco. Il bombardero ispezionò attentamente il cannone e caricatolo lo mise alla prova sparando tre colpi in rapida successione. Con un assordante fragore intiso (udito) da Mascali a Catania, come con malcelato orgoglio asserirono i giurati acesi, il tiro di artiglieria ebbe il suo trionfale battesimo. Subito munito di palle di ferro e di pruvuli il cannone si dimostro presto utile e nel settembre successivo (1594) fu efficacemente utilizzato per sparari lu tiro ali quattro galeri che vinniru per calari alli funtani undi lavano li donni poi (allontanatesi) havere calato a punta sicca. I giurati avevano deciso di posizionare il cannone nei luoghi dove da tempo stazionava il posto di guardia. Una decisione autonomamente presa avvalendosi del buon senso e della conoscenza dei luoghi. Il Capitan d’Armi a Guerra, responsabile distrettuale della difesa territoriale, diffidando della reale capacità militare dei Giurati, non si mostro propenso ad accettarne le decisioni. Dispose pertanto che venisse richiesto il parere dell’ingegnere militare Camillo Camilliani in quel momento a Catania per dirigere le nuove costruzioni difensive.
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Il Camilliani ritornò in città nel novembre del 1594 come riferiscono i giurati: venuto di la città di Catania in questa città da noi chiamato per ordini di lo marchesi di franco fonti capitan di armi ad guerra per reconoxiri e designare lu loco supta lu toccu undi si ha di fabricare per metterichi lu tiro di l’artiglaria undi sta per defensa di questa città e di li vaxelli che passano per questi marini. Dopo una ispezione dei luoghi ed alcune generiche indicazioni ai giurati, l’ingegnere confermò sostanzialmente la scelta del sito, reputandolo adatto al posizionamento del cannone per poi, sulla barca di Guglielmo di Costanzo detto Scupa, recarsi a Taormina dove era atteso per altri impegni. La presenza dell’artiglieria metteva al sicuro tutta la marina di Santa Maria la Scala incoraggiando se non la stabile residenza della popolazione almeno un suo più lungo e sicuro stazionamento reso ancora più facile dalla sistemazione della strada verso le marine che, per l’efficace protezione del cannone, ora si poteva iniziare. La strata novamenti fatta di Miucchio et Scala di questa città di jaci per la quali strata si va alla marina per pigliari acqua e lavari li drappi li nostri citatini venne cominciata agli inizi del 1597, si mostro subito com’era prevedibile un lavoro lungo, costoso e faticoso, tanto che fu possibile completarla solo tre anni dopo, quando finalmente un percorso decentemente percorribile, unì la piazza maggiore di Aquilia (attuale piazza Duomo) alle Sorgenti di Miuccio per poi dirigersi, per l’antica strada che costeggiava la marina, verso Santa Maria la Scala e Santa Tecla. Anche nei confronti dell’antica chiesetta di Santa Maria la Scala le attenzioni si rafforzarono e non mancarono i contributi della città per la sua regolare manutenzione: dati et pagati a don Abramo Grasso e don Petro de Lunardo don Francesco de Chiarenza e a mastro de Caratolo deputati tarì quindici per quelli spendiri per ajuto di costa (contributo) per fari la porta per ecclesia di la devota Vergine Maria di la Scala (agosto 1595) Tra le somme stanziate dalla città per il cannone, ve ne erano alcune destinate alla fabrica et riparo dove havira di stare detto tiro nessuna somma era stanziata
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per acquisizione di terreno giacché il cannone era stato collocato dove già esisteva il posto di guardia di lu Tocco. Quello che si realizzò fu un terrapieno per rendere pianeggiante un tratto di terreno sufficiente a contenere il cannone, i serventi e un riparo per l’uno e gli altri, lasciando sufficiente spazio per le manovre di punteria del pezzo. Qualche anno dopo fu necessario acquistare un peczo di chiusa existenti in la timpa territorio di questa città di Antonio Scandura undi sta lu peczo di lartiglieria ad effetto di frabicarsi un bastioni per ditto peczo. Evidentemente era apparso chiaro che, per difendere cannoni e serventi dai nemici, era necessario costruire una postazione più articolata e specifica: un vero e proprio bastione o fortezza che comunque fu possibile iniziare a costruire solo nel 1614. L’occasione è propizia a rettificare una ricorrente ed acritica affermazione originariamente dovuta a una distrazione del canonico Raciti Romeo il quale, nella sua Guida di Acireale asseriva che il bastione o fortezza del Tocco prendesse nome dallo sparo del cannone ivi appostato. A prescindere che a rintoccare sono le campane (il tocco o rintocco della campana) mentre i cannoni rombano (il rombo o rimbombo del cannone), da quanto precedentemente riportato appare ormai palese che ben prima della fusione del cannone la contrada dove era situato il posto di guardia si chiamava “al Tocco”. Venne così denominata perché si trovava “dietro il tocco” cioè dietro la torre dove era posizionata la campana che tra l’altro aveva anche il compito di segnalare a tutto il territorio l’inizio del divieto di portare armi e per questo si pagava una persona per aver sonato lu tocco alli uri dui di notti (due ore dopo il tramonto) per li citatini non essiri prisi con li armi dello ma.co Capitano di questa città conforme al ordini di sua excellenza. (continua)
Fremisi Acconciature Via F. Paradiso 42 Acireale
Programma dei festeggiamenti
A
mata comunità e cari devoti, l’Anno Giubilare indetto da papa Francesco ci invita a scoprire con Maria la Misericordia del Padre che in Gesù ha la sua massima rivelazione di amore e di perdono. Essa mai è mancata alla nostra comunità per l’intercessione e la continua protezione della nostra Amata Celeste Patrona, la Madonna della Scala. Infatti, in questo Anno Santo ricordiamo i 60 anni dallo scampato pericolo provocato dallo scoppio dei fuochi d’artificio, allora in deposito in sacrestia, e che accidentalmente esplosero senza recare nessun danno alle persone in chiesa durante il triduo della festa (24 agosto 1956). Col cuore grato e riconoscente per l’atto di misericordia ricevuto dal Figlio Gesù, ci rivolgiamo a Maria perché «la dolcezza del suo sguardo ci accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo riscoprire la gioia e la tenerezza di Dio» (Misericordiae Vultus 24 di Papa Francesco).
Il Vescovo di Acireale concede la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria dal 27 agosto al 4 settembre in occasione dell’Anno Santo della Misericordia
17 - 27 AGOSTO - Novenario Ore 18,30 Recita del S. Rosario e preghiera di Novena Ore 19,00: Santa Messa. DOMENICA 21 AGOSTO Ore 09,30: S. Messa. Ore 19,30: Piazza Molino - S. Messa. Al termine processione verso la Stele votiva della Madonna e Omaggio floreale a Maria SS. della Scala, preghiera e benedizione. TRIDUO DI PREPARAZIONE MERCOLEDÌ 24 - GIOVEDÌ 25 - VENERDÌ 26 Presiederanno il triduo: • Don Egidio Vecchio - vicario parrocchiale della Parrocchia Maria SS. immacolata in Fiumefreddo. • Don Gabriele Patanè - vicario parrocchiale della Par-
rocchia S. Giacomo Ap. in Aci Catena. Don Orazio Tornabene - vicario parrocchiale della Parrocchia S. Maria in Randazzo. Ore 17.30 - 19.00: Celebrazione del Sacramento della Penitenza. Ore 18.15: Esposizione del SS. Sacramento, recita del Santo Rosario, Coroncina e Reposizione. Ore 19.00: S. Messa con riflessione. •
MERCOLEDÌ 24 AGOSTO - Festa del perdono Ore 22.30: Liturgia del perdono con confessioni individuali. SABATO 27 AGOSTO - Vigilia Ore 17.30 - 19.00: Celebrazione del Sacramento della Penitenza. Ore 18.45: Recita del Santo Rosario e Coroncina. Ore 19.30: Emozionante svelata della Madonna e Solenne Santa Messa presieduta dal Vicario generale della diocesi, Mons. Guglielmo Giombanco. Offerta dei fiori dalle mamme. Al termine della Messa esposizione del SS. Sacramento e Solenne Benedizione Eucaristica. Benedizione degli abiti votivi.
Domenica 28 Agosto Solennità di Maria SS. della Scala
Ore 09.00: Recita del Santo Rosario. Ore 09.30: Solenne Santa Messa presieduta da Mons. Gaetano Nicolosi. Parteciperanno le autorità civili e militari. Ore 19.00: Recita del Santo Rosario e Coroncina. Ore 19.30: S. Messa. Ore 20.30: Solenne uscita del simulacro della Madonna e riflessione dettata dal Parroco e inizio della processione per le via della Frazione.
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In via Molino recita della preghiera del S. Rosario. In via Grotte delle colombe benedizione delle famiglie. Ore 23.30: Ingresso del fercolo nel porto, benedizione delle barche e spettacolo pirotecnico. Ore 24.00: Rientro del simulacro della Madonna in chiesa. PELLEGRINAGGI PARROCCHIALI DAL 29 AGOSTO AL 2 SETTEMBRE Ore 18.15: Accoglienza della comunità parrocchiale. Ore 18.30: Recita del S. Rosario e Coroncina. Ore 19.00: Santa Messa. DOMENICA 4 SETTEMBRE - Ottava Ore 10.00: Solenne Santa Messa di Prima Comunione presieduta dal Parroco. Ore 17.00: Recita del Santo Rosario e Coroncina. Ore 17.30: Uscita del simulacro della Madonna e processione per la via Scalo Grande e Porto. Trionfale Processione Nautica con le barche verso il Porto di Pozzillo dove la Comunità parrocchiale di Sanata Margherita V. M. accoglierà il simulacro della Madonna. Momento di Preghiera guidato dal Rev.do don Giuseppe Cicala. Rientro al Porto di S. Maria La Scala. Ore 19.30: Piazza S. Maria La Scala - Solenne Santa Messa presieduta dal Rev.do Can. Orazio Greco, parroco della Chiesa Madre in S. Giovanni La Punta. Rientro in Chiesa del simulacro della Madonna, cantata e solenne chiusura. Santa Maria La Scala, 7 agosto 2016. Il Comitato
Il Circolo dei Devoti e Portatori della Madonna della Scala
Il Parroco don Francesco Fabio Mazzoli Con approvazione ecclesiastica Commissione 2016: Salvatore Arcidiacono, Alessia Greco, Salvatore Greco, Gaetano Patanè, Orazio Pennisi, Rosita Pennisi, Vera Pennisi, Angela Puglisi, Mariella Puglisi, Giuseppe Spoto. La Commissione declina da ogni responsabilità per danni a cose e/o a persona durante i festeggiamenti.
MANIFESTAZIONI RICREATIVE, ARTISTICHE E FOLKLORISTICHE MERCOLEDÌ 17 AGOSTO Ore 22.00: In piazza Molino - VIVACI. DAL 19 AL 21 AGOSTO Festa del Pescatore - Sagra del pesce spada. DOMENICA 21 AGOSTO Ore 21.30: Brigantini in concerto. DAL 22 AL 27 AGOSTO Ore 16.00: Giochi popolari. GIOVEDÌ 25 AGOSTO Festa del Pescatore - Sagra del pesce spada. Ore 21.30: Corrida. VENERDÌ 26 AGOSTO Festa del Pescatore - Sagra del pesce spada. Ore 21.00: Quizzami. SABATO 27 AGOSTO Ore 18.00: Regata giovani - III edizione. Ore 21.00: Spettacolo “Ridi ridi con Massimo Spada”. DOMENICA 28 AGOSTO Ore 15.30: “N’tinna a mari”. Ore 17.30: Regata ”Schetti e Maritati”. Ore 20.00: Uscita. Ore 23.30: Tradizionale spettacolo di fuochi d’artificio detto “i bummi a mari”. DOMENICA 4 SETTEMBRE Ore 17.30: Processione nautica.
Il Parroco insieme alla Commissione della festa ringrazia tutte le persone che, con offerte e sponsor, hanno contribuito alla realizzazione dei festeggiamenti in onore della Madonna. Si ringrazia per la collaborazione: - il Comune di Acireale; - la Guardia Costiera, Locamare Santa Maria La Scala; - il dott. Ascenzio Maesano; - i consiglieri comunali D’Agostino Antonello e Scalia Rosario; - la “Cappella Musicale Quis ut Deus” della Parrocchia S. Michele in Acireale per l’animazione liturgica dei Pontificali della festa; - il Circolo dei Devoti e Portatori della Madonna della Scala per l’offerta dei fuochi d’artificio dell’Ottava della Festa. Il servizio musicale è a cura del complesso bandistico “Santo Stefano Protomartire” di Aci Bonaccorsi; l’artistica illuminazione verrà allestita dalla ditta “Eurolux” di Lo Faro; i fuochi d’artificio verranno accesi dalla ditta “Fire Sud”.
L’associazione Pescatori e Giovani S. M. La Scala Onlus nasce dall’incontro di un gruppo di pescatori residenti e tanti giovani con la finalità di promuovere e diffondere attività culturali, ludiche e creative del borgo marinaro di S. M. La Scala, frazione del Comune di Acireale. Le sue attività sono senza scopo di lucro; tra le più importanti spicca la “festa del pescatore”, iniziativa mirata alla promozione e valorizzazione del pescato locale, servito attraverso gustose ed esclusive ricette.
FESTA DEL PESCATORE Sagra del Pesce Spada 19 - 20 - 21 - 25 - 26 agosto 2016
S. Maria La Scala