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Devi aiutare gli altri - Giovedì Santo 2022

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DEVI AIUTARE GLI ALTRI Omelia di don Vittorio Rocca,

Alla Comunità parrocchiale di Capomulini Giovedì Santo 2022

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DEVI AIUTARE GLI ALTRI

Omelia di don Vittorio Rocca,

Alla Comunità parrocchiale di Capomulini Giovedì Santo 2022


Devi aiutare gli altri

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Gianluca Vialli, famoso calciatore del recente passato, nel 2018 è stato diagnosticato un tumore al pancreas. Ho visto una sua intervista televisiva in cui diceva: «Ho paura di morire. Non so quando si spegnerà la luce né cosa ci sarà dall’altra parte. Ma in un certo senso sono anche eccitato dal poterlo scoprire». C’è un momento nell’esistenza di ognuno di noi in cui ci si ritrova spalle al muro a fare i conti soli con se stessi. Vialli, come tante altre persone che lottano nella malattia, si è rivelato un uomo di fede. La sua fede è innanzitutto nella bellezza della vita che gli ha dato tanto e che lo fa sentire «un uomo fortunato, perché ho ancora tanti progetti da portare a termine». 5


Due sono le lezioni importanti che ha appreso dal cancro, che considera «un compagno di viaggio»: la prima è che «la vita è fatta per il 20% di quello che ti succede, ma per l’80% dal modo in cui reagisci a quello che accade». E la seconda, ed è l’insegnamento che sta trasmettendo alla moglie e alle due figlie, «è che la felicità dipende dalla prospettiva con la quale guardi la vita, che non ti devi dare delle arie, devi ascoltare di più e parlare di meno, migliorare ogni giorno, devi aiutare gli altri». In quest’ultimo pensiero rileggo la celebrazione di stasera: «Devi aiutare gli altri». Un amore che “serve”

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itengo che uno dei momenti più belli della vita di una comunità cristiana sia la celebrazione che si svolge questa sera, la Cena del Signore, dove la comunità riunita fa memoria del duplice mandato di Gesù: l’Eucaristia e il servizio, compendiati plasticamente dal racconto e dal rito della Lavanda dei piedi. La Lavanda dei piedi è l’icona del Cristo servo 6


e, di conseguenza, della Chiesa serva. L’insegnamento fondamentale riguarda l’amore. Quest’insegnamento è fondamentale perché spesso noi ci poniamo di fronte agli altri dalla parte di chi vuol prevalere. Continuamente nei giudizi, nei rapporti, abbiamo un atteggiamento (magari intimo) di superiorità. Non riusciamo a metterci nello stato di servizio; stiamo male sentendoci inferiori. Gesù dice invece che questa dovrebbe essere la caratteristica dei suoi amici. Sono indicazioni molto semplici, ma di una profondità straordinaria per vivere armoniosamente i rapporti. Come diventa possibile metterci nella condizione di chi serve? Lo possiamo fare non perché particolarmente buoni ma se accogliamo l’azione di Dio in noi come dono di vita da consegnare. Se vissuto così, il servizio all’altro non è quello dello schiavo, non è un servizio di chi deve sottomettersi ad altri, ma di chi vuole consegnare un dono che non gli appartiene. Se vivessimo davvero con questa consapevolezza - e cioè che in ogni rapporto che viviamo ci scambiamo un dono divino - che rispetto reciproco e 7


che attenzione avremmo gli uni per gli altri! Ci sentiremmo al servizio della vita, dell’azione di Dio. Nella comunità di Gesù non devono esserci ranghi, troni, posizioni privilegiate: tutti sono ugualmente signori, servi per amore reciprocamente, perché solo chi è signore, cioè libero, può veramente farsi servo dell’altro. Lavando i piedi ai suoi discepoli, allora, Gesù si abbassa per innalzare gli altri. La vera grandezza di Dio non è quella di farsi servire dagli uomini ma di servirli. Se Gesù, che è Dio, si pone a servizio degli uomini, quanti pretendono di dominare e comandare si allontanano da Lui. Dio non sta con chi esercita il potere, ma con chi pratica il servizio. Ogni forma di servizio, ogni opera di liberazione proviene da Dio e nessuna forma di dominio può essere attribuita o legittimata in nome di Dio. L’Eucarestia è un fatto comunitario

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’Eucarestia è la radice della Chiesa, la riflette. La Chiesa dovrebbe specchiarsi nell’Eucare-

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stia. Se la Chiesa vuole rinnovarsi seriamente non può non esserci un’Eucarestia “altra”. L’Eucarestia ci dice chi è il cristiano. Amarci nel servizio, gratuitamente. L’Eucarestia è la rivelazione di chi è Gesù e di chi dovremmo diventare noi. Mangiare il corpo di Cristo significa identificarsi con lui. Prendete e mangiatene tutti. Non è un integratore alimentare! Significa diventare come Lui. Mangiare il corpo del Signore per essere disponibili come Lui, altrimenti, dice l’apostolo Paolo, si mangia e si beve la propria condanna. L’Eucarestia non è un affare privato del prete (“un pazzo e cento muti”!). L’Eucarestia è un fatto comunitario, mai solitario. Anche se celebrata nel chiuso di una casa, tra un gruppo di amici, in una piccola comunità come la nostra, va poi vissuta sulla strada, nella vita. La Chiesa, in un mondo d’individui, è ancora una realtà di popolo, crea legami tra persone, celebra liturgie. Siamo in un mondo virtuale, in cui relazioni e informazioni passano via internet e rifluiscono all’io. C’è invece un valore nella fisicità dell’incontro tra persone che si parlano, si cono9


scono. La Chiesa è realtà umana che si tocca e si vede. Gesù ha detto: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 19,20). Nell’essere fisicamente insieme c’è un grande valore spirituale. La Chiesa è etimologicamente assemblea, riunione, incontro tra persone. Sono molto contento di essere qui a Capomulini anche perché posso guardarvi negli occhi, non siamo distanti fisicamente, possiamo comunicare anche con lo sguardo. Per incontrare il Signore risorto, i discepoli devono essere fisicamente insieme. La Chiesa non è virtuale. Tutti abbiamo bisogno di fratelli e amici. Diceva un grande martire, Ignazio di Antiochia: «Se qualcuno non partecipa alla riunione dei fedeli, è un superbo che si è già giudicato da se stesso...». Non ci si salva da soli. In questa stagione d’individualismo, lo slogan corrente sembra essere “Salva te stesso”, quello che vanno a gridare sotto la croce a Gesù. E Gesù, sulla croce, rifiuta di salvarsi da solo. Non ci si salva da soli. Siamo qui riuniti perché crediamo che nessuno si salva da solo. Credia10


mo che la gente, quelli vicini, quelli attenti, quelli indifferenti, quelli ostili... non si salvano da soli. Noi siamo un popolo. Vuol dire sacerdoti, religiosi, il vescovo, persone attive, meno attive, anziani, bambini, malati, quelli che trascinano gli altri e quelli che sono trascinati, chi sta a guardare, chi segue da lontano... Scrive Papa Francesco: «Essere Chiesa significa essere popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d’amore del Padre». Questa è una profezia per la città e il mondo individualisti, mentre le famiglie di allentano, i legami non nascono o si rompono, le organizzazioni e i partiti si sfrangiano. Siamo popolo in accordo con il progetto di amore di Dio: popolo che è famiglia per tanti orfani di famiglia, per i soli, per tanti poveri. La Chiesa è speranza per la città, anche se la città non lo sa. Non siamo forti; abbiamo i nostri problemi, ma chi potrà rispondere, se non noi? Insegnava Hillel, maestro ebraico all’epoca di Gesù: «Quando mancano gli uomini, sforzati tu di essere uomo».

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La profezia del camminare insieme ui si colloca il tema della sinodalità. A partire Q dalla parola greca syn odòs, strada insieme, vuol dire imparare a camminare insieme in una

sinergia vitale, capace di collaborazione e discussione, ma anche integrazione e amicizia tra diversi per cultura, stato di vita, età. Non c’è sinodalità se non si cammina. Solo una Chiesa in uscita vivrà la sinodalità, che non è guardarsi in faccia o straparlare tra di noi. Per camminare insieme e uscire dai nostri schemi, bisogna essere sinodali. C’è anche la necessità di discutere di più nella Chiesa, perché crescano idee e fantasia. San Benedetto, nella Regola, dice che l’abate deve radunare la comunità a consulto, «perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore». Durante i gruppi sinodali tenuti qui da noi, sono stato particolarmente colpito da quanto ha voluto condividere Giulia durante l’ascolto comunitario: «Noi giovani abbiamo bisogno di essere ascoltati, ma spesso gli adulti non ci comprendono, non 12


riescono a percepire il nostro grido di aiuto, specie in questa pandemia che ci ha tolto tutto. Noi giovani da tre anni a questa parte stiamo vivendo un periodo buio: la pandemia, adesso la guerra. Vorremmo essere compresi, ascoltati dagli adulti e invece spesso incontriamo dei muri, delle orecchie sorde che non sentono le voci dei nostri bisogni. La nostra è una generazione molto provata e nonostante tutto non troviamo né a scuola e né in famiglia qualcuno disposto ad ascoltare le nostre paure, i nostri bisogni, le nostre preoccupazioni. Gli adulti spesso ci dicono che noi non abbiamo alcuna preoccupazione, invece non è assolutamente vero, noi viviamo questa realtà con angoscia, con tremore, vediamo un futuro incerto, buio». Grazie Giulia, grazie ai giovani che si son messi in cammino con noi. L’ascolto autentico è la sorpresa della comunione: si vede insieme quel che non si è visto da soli. Il Cammino sinodale non è un’esperienza di un anno. Non si tratta di una semplice riunione, ma di uscire camminando insieme. Sinodalità, in una Chiesa di popolo, è una svolta: 13


conversione per i laici, il vescovo, i preti, i religiosi. Ci è chiesto prima di tutto una conversione delle nostre persone e delle nostre comunità. Dobbiamo essere educati ad accettare i cambiamenti e superare le chiusure individualistiche, a lavorare insieme. Cosa ci chiede il Signore? La risposta è andare avanti come popolo in una dimensione di maggiore corresponsabilità, integrazione e sinodalità. Più comunità, più sinodalità. Perché una comunità fraterna attrae la gente. Perché una comunità in cui la parola circola e la corresponsabilità si realizza, è un luogo di attrazione per tanti spaesati. Guardiamo alle nostre comunità, alla Chiesa, con meno pessimismo: la sua realtà comunitaria e di fede è un seme della città futura, fraterna e migliore. Non un resto del passato da preservare. Sinodalità è uscire e incontrare la gente, parlare con loro, conoscerli gratuitamente, ascoltarli, stabilire rapporti di amicizia e creare una rete. Ma – va detto – la prima uscita è da se stessi: ascoltare la Parola di Dio e decentrarsi, uscire dal proprio egocentrismo e narcisismo per incontrare gli altri e vivere per loro e con loro. 14


Ci vogliono tempo e pazienza: per tutta la vita non si finisce di camminare e lavorare. Vivere la sinodalità insieme è una benedizione per la vita di ciascuno: ci darà felicità mentre aiuteremo gli altri ad essere felici. L’Eucarestia e il servizio: sono i due grandi annunci della presenza del Signore. Anche oggi, anche in questo tempo così difficile, sono i due grandi segni di speranza. Gesù risorto si rende vicino agli uomini di ogni epoca, alle persone con cui viviamo, ai nostri familiari, amici, colleghi… si rende presente attraverso questi due segni: fare corpo tra di noi e servire; cioè il segno della comunione, eucaristica ed ecclesiale, e il segno della prossimità: uscire da noi stessi, andare incontro alle necessità dei fratelli. Ognuno di noi deve provare ad aiutare gli altri, quelli che non ce la fanno più da soli a sopportare le ferite atroci della guerra, ma anche della vita in genere. Nell’aiutare gli altri, sta forse il segreto della felicità e il senso delle nostre umane esistenze che a volte non sono come le partite di calcio dove spesso si può sperare nei tempi di recupero. Molte 15


vite, senza volerlo purtroppo, si fermano solo al tempo prescritto. Chiediamo al Signore che la festa dell’Eucarestia ci metta nel cuore l’unica sana inquietudine, quella di amarci e di amare i fratelli, specialmente coloro che sono più fragili e soli.

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