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ANNIVERSARI

L’ANPI PER LA LIBERAZIONE DELLA BIELORUSSIA di MASSIMO RENDINA

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l 3 luglio una delegazione del- 400 mila morti, oltre 300 mila pri- tanza sia dal punto di vista psicolol’ANPI di Roma sarà a Minsk, ca- gionieri. Epica fu la difesa di Brest, gico – incidendo sul morale dei pitale della Bielorussia, per par- sul confine polacco (nella fortezza soldati nemici – sia sul vero e protecipare alle celebrazioni del ses- costruita all’inizio dell’Ottocento prio piano militare. Determinante santesimo della liberazione di la guarnigione capitolò dopo un lo fu dall’inizio del 1944, in apquella nazione, allora una delle re- mese, stremata, le mura distrutte poggio ai reparti regolari, in una sipubbliche dell’Unione Sovietica. dagli obici). Le perdite conteggiate tuazione orografica difficile, ma faSaranno anche ricordati, in un in- alla fine del conflitto (luglio 1944) vorevole alla guerriglia, nelle zone contro nel Museo della Guerra Pa- sarebbero risultate molto pesanti, paludose, tra i boschi, nel tendere triottica, i bielorussi che combatte- in proporzione tra le più alte nei le imboscate al nemico costretto a rono nelle formazioni partigiane in paesi aggrediti dalla Germania: guadare fiumi privi di ponti (diItalia e gli italiani che parteciparo- 810 mila militari morti nei lager, 1 strutti dai sabotatori). Se Minsk no alla guerriglia antinazista in milione e mezzo di civili finiti dal- tornò libera il 3 luglio 1944, ci volBielorussia. l’inedia e dalle fatiche nei campi di lero altri 23 giorni per riconquistaLa resistenza cominciò a sviluppar- lavoro o vittime delle stragi, com- re la fortezza di Brest, anche quesi là, come in tutti i Paesi aggrediti plessivamente oltre 2 milioni e sta volta estremo baluardo, ma in dalla Wehrmacht, mentre procede- mezzo su poco più di 10 milioni di mano ai nazisti, sottratto il quale, va l’occupazione. L’attacco al- abitanti. La liberazione della Bielo- per l’intera Bielorussia finalmente l’Unione Sovietica venne sferrato russia fu conseguita a seguito della cessò l’oppressione del nemico. all’alba del 22 giugno 1941. Lo controffensiva sovietica che ebbe Quali erano i piani di Hitler una sfondamento prevedeva una forte inizio nel settembre del 1943, ma volta impadronitosi della Bielorusconcentrazione di mezzi corazzati l’apporto dei partigiani nel rendere sia, libero da ulteriori operazioni al centro delle linee sovietiche, in difficile la vita all’occupante sino a militari all’est (frustrati invece dalcorrispondenza della Bielorussia, quel momento fu di grande impor- l’Armata Rossa, che riuscì ad orgadifesa da forze insufficienti, menizzare una linea difensiva a no di una metà rispetto a quelle prezzo di enormi sacrifici, soimpiegate dagli aggressori. La prattutto di vite umane)? Prevecombinazione tattica tra mezzi devano la deportazione nei camcorazzati e aerei (gli “Stukas”) pi di lavoro sul suolo tedesco di capaci di bombardare in pictre quarti degli abitanti; le terre chiata gli obbiettivi con grande migliori della Bielorussia, le precisione, ideata dalla stato aziende industriali e i centri maggiore tedesco, si rivelò subicommerciali da affidare ai cittato vincente. Colonne meccanizdini del Terzo Reich, il quarto zate, procedendo parallelamendei bielorussi lasciati in patria da te, creavano sacche nelle quali porre al loro servizio. annientare le unità aggredite. Ma In attesa dell’emigrazione forzapur inferiori di numero e carenti ta vennero costruiti 260 campi di di aerei e artiglierie, i bielorussi prigionia e di lavoro coatto, il contrastarono l’avanzata per più grande vicino alla capitale, a quasi due mesi (sino alla fine di Maly Trostenets. Figura al quarto agosto). Un tempo prezioso per posto tra i campi di sterminio inconsentire all’Armata Rossa, imstallati nell’est europeo (dopo pegnata lungo tre direttrici delOsventsim, Maidanek e Trel’offensiva, di riorganizzarsi, sia blinka): vi furono soppressi 206 pure a fatica e con gravi perdite. mila 500 tra militari e rastrellati I calcoli di Hitler, di raggiungere civili. Molte altre migliaia di ciil Volga nel giro di solo otto setvili furono sterminati nel corso timane, vennero quindi sventati delle stragi. La stessa tecnica apanche con il contributo dei bieplicata in Italia (e negli altri Paelorussi, ma ad un prezzo molto Scene strazianti in un villaggio russo dato alle si soggetti all’oppressione nazialto: soltanto nei primi giorni fiamme dai tedeschi. sta): l’uccisione sulle pubbliche

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3 luglio 1944: Minsk è finalmente liberata dall’Armata Rossa.

piazze di un certo numero di persone, innocenti, prese a caso, per rendere chiaro a tutti chi fossero i rappresentanti del “Herrenvolk”, “il popolo dei dominatori”. Quando poi sorgesse anche solo il sospetto che vi si proteggessero i partigiani, interi paesi venivano dati alle fiamme: nella Bielorussia, più di 9 mila, 630 con gli abitanti bruciati vivi. In Bielorussia è assurto a simbolo del martirio il paese di Khatyn, come nella repubblica ceca Lidice, in Francia Oradur, in Italia Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e altri. La resistenza nella Bielorussia ebbe dunque inizio con le stesse caratteristiche che storicamente l’accomunano agli altri movimenti di liberazione, man mano che procedeva l’occupazione nazista, ma lo spontaneismo – chiamiamolo così – fu di breve durata. Intervenne ad organizzare i vari gruppi, un centro operativo istituito presso gli alti comandi dell’Armata Rossa, con funzioni strategiche per rifornirli di armi, munizioni, vestiario, e nello stesso tempo coordinare le azioni, simili del resto a quelle dei partigiani italiani – sabotaggi, imboscate, eliminazione di spie e collaborazionisti –, ma con minore concessione all’improvvisazione e all’autonomia dei reparti, secondo, invece, piani tattici e strategici

concepiti in funzione delle operazioni dell’esercito regolare, a suo sostegno ed integrazione. 347 mila partigiani vennero inquadrati in 1.225 formazioni, squadre, distaccamenti, brigate, divisioni. Si riscontra perciò una certa analogia con la resistenza italiana. Anche il movimento partigiano bielorusso non si sarebbe affermato senza l’aiuto della popolazione civile, tanto da essere storicamente considerato, come in Italia, sua diretta espressione. Ciò rende reale e non retorica la definizione della resistenza come “guerra patriottica e popolare”, con la variante supplementare che qualifica la resistenza bielorussa anche “guerra della rotaia”, date le sistematiche azioni di sabotaggio del sistema ferroviario. Tra le fila partigiane bielorusse, come in Italia, c’erano molti stranieri: circa 40 mila fuggiti dai reparti di lavoratori o ausiliari che forzatamente erano al seguito delle truppe germaniche, polacchi, slovacchi, cechi, jugoslavi, francesi, spagnoli e disertori austriaci. Ma anche italiani. Le notizie in merito sono scarse. Come in tutti i movimenti di resistenza venivano distrutti i documenti personali, alcuni nomi sono storpiati. Possiamo tracciarne la storia solo a grandi linee. Gli italiani arruolati come ausiliari dei tedeschi prima PATRIA INDIPENDENTE

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dell’8 settembre 1943, con l’armistizio e l’occupazione nazista del nostro Paese erano stati rinchiusi in campi di concentramento in Bielorussia assieme ad altri militari italiani fatti prigionieri non si sa dove e come. È una pagina oscura probabilmente resa tale dal fatto che una volta giunti nelle località dove c’erano italiani dell’ARMIR catturati dai sovietici, i tedeschi non li liberarono, e venuto l’8 settembre, ne aggravarono anzi le condizioni non riconoscendo loro, come ai soldati italiani nei lager in Germania e in Polonia, i diritti stabiliti dalla convenzione di Ginevra, in quanto “traditori”. Ricerche – la fonte è Irina Voronkova dell’Istituto Storico di Minsk – dicono che all’8 settembre 1943 c’erano almeno 10 mila nostri ufficiali e soldati in mano germanica sul territorio bielorusso. Non pochi, come abbiamo scritto, fuggirono e finirono tra i partigiani. Ma solo pochi sono i nominativi pervenuti: Brigo, Disdro, Loriso, Cerebello, Ianello e Klimentdeum (difficilmente, questo, da ritenere italiano). Un’indagine impossibile da compiere a tanti anni di distanza per ricostruire le vicende di un nu-

Fedor Bachino, eroe partigiano che fece saltare in aria 22 convogli militari nazisti.

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mero così rilevante di vittime delle esecuzioni capitali, del freddo, della fame, delle malattie. Pochissimi, certamente, i sopravvissuti. Non si sa neppure a chi realmente appartengano i resti. Infatti, quasi tutti i corpi di soldati italiani e sovietici giacciono insieme mai identificati. Nel campo di Masjukovshchina, vicino a Minsk, dove ci sono le più grandi fosse comuni, un monumento è dedicato ai soldati che là riposano, «vale anche per gli italiani» precisa la Voronkova. I funzionari del nostro Ministero della Difesa hanno recuperato, nel corso del primo dopoguerra, poco più di un centinaio di corpi, specialmente scavando in un luogo di inumazione presso Gomel, per tumularli nei cimiteri in patria. C’è qualche nome inciso lì vicino sugli alberi del “boschetto della memoria”, illeggibile. Una indagine sui combattenti bielorussi nella resistenza italiana presenta ugualmente molte difficoltà, dato che il partigiano, sotto qualsiasi bandiera militi, ripeto, lo fa cambiando nome, distrutti i documenti personali, una regola che serve a proteggere dalla rappresaglia i familiari, ma anche amici e

Nicolaj Frolov, partigiano in Italia nella 32 a Brigata Garibaldi.

coloro che ti aiutano, ti sfamano, ti nascondono. Altri scritti apparsi su questo periodico – e soprattutto la ricerca, davvero esemplare effettuata dal compianto Mauro Galleni – hanno ripercorso le vicende dei circa 5 mila ex soldati sovietici volontari tra le nostre fila partigiane. A Minsk si onorano due compatrioti che com-

batterono in Italia con i partigiani: Nicolaj Frolov, garibaldino della 32ª brigata, che riuscì a tornare a casa dopo la liberazione, Aleksej Kiseljev (erroneamente indicato come Alexey Kirillovic Kiselov), di una non precisata unità delle Matteotti, morto in combattimento il 2 ottobre 1944 vicino a Bologna, a Capugnano. ■

ALLE ORIGINI DELL’UNITÀ NAZIONALE di ANDREA LIPAROTO

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el museo del Vittoriano di Roma ha avuto inizio il 2 giugno una mostra caratterizzata da originalità e alta qualità culturale: Le Radici della Nazione (20042011). Si tratta di un’esposizione di documenti cartacei e non che testimoniano il percorso politico, storico e culturale della nostra Italia dall’800 d.C. al 1962, anno dell’apertura del Concilio Vaticano II. L’iniziativa in questione nasce da una precisa motivazione che troviamo illustrata in una lettera del ministro per i Beni e le Attività Cul-

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turali, Giuliano Urbani, promotore assieme al Senato, della mostra. Ecco qualche stralcio: Quando qualche tempo addietro il Presidente Ciampi m’incaricò di valorizzare con nuove iniziative il Vittoriano, quale ideale museo della patria in vista delle celebrazioni del 2011, in coincidenza dei 150 anni dall’unificazione politica del nostro Paese, devo confessare che mi venne piuttosto spontaneo pensare subito a qualcosa che andasse alla ricerca delle radici stesse della nostra nazione o, meglio ancora, della nostra inimitabile “civiltà PATRIA INDIPENDENTE

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nazionale” (...) Le mostre che – a partire da quest’anno – si succederanno quindi per altri sette anni fino al 2 giugno 2011, sono state concepite come una sorta di viatico strumentale a percorrere alcune delle tappe più significative che la nostra cultura nazionale ha storicamente compiuto, passando attraverso il binomio “varietà-comunanze” (...). “Varietà-comunanze”, ossia ciò che da secoli costituisce un solido fondamento d’unità per tutte le regioni italiane e ciò che invece differenzia, in varie discipline, le stes-


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se. Il tutto diviso per sette grandi temi che si articoleranno concretamente, appunto, dal giugno 2004 al 2011 in sette mostre: Fonti per la storia d’Italia (2004), Il governo del territorio (2005), Simboli d’appartenenza (2006), Oltre i confini dell’anima (2007), Arti e mestieri (2008), Apprendere e comunicare (2009), Italia ed Europa. La circolazione dell’esperienza (2010), Le radici della nazione (2011). Il materiale che il visitatore troverà davanti a sé è stato selezionato da un gruppo di professori universitari tra cui Sabino Cassese, Piero Melograni, Giuseppe Galasso e Francesco Margiotta Broglio. Si parte con Fonti per la storia d’Italia, attualmente in corso nella Sala Zanardelli del Vittoriano. Due sono le sezioni che compongono questa mostra. La prima è una sorta di “contenitore di piccoli assaggi” di tutto ciò che verrà esposto da oggi fino al 2011. Troviamo così, ad esempio, per Il Governo del territorio lo Statuto di Roma del 1471 (originale); per I Simboli d’Appartenenza il tricolore del 1859 o un cofano in bronzo risalente al 1911-1914 contenente la bandiera da combattimento della nave italiana “Giulio Cesare”; per Oltre i confini dell’anima il Cantico delle Creature di San Francesco (autografo del 1224); per Apprendere e Comunicare l’Indovinello Veronese, il primo testo – giunto a noi – scritto in volgare e risalente alla seconda metà dell’800 d.C. È uno dei primi parti della lingua italiana, un documento eccezionale. La sua traduzione recita così: «C’era una volta un bue / bianchi prati arava / e bianco aratro teneva / e nero seme seminava»; per Italia ed Europa, La circolazione dell’esperienza una edizione del 1467 del De Civitate Dei di Sant’Agostino, uno dei primi libri stampati in Italia.

A completamento di tutto, un filmato che non smette di emozionare quantomeno chi, in passato, si è davvero battuto per la democrazia in questo Paese e chi continua a farlo ancor oggi: la firma della Costituzione repubblicana, protagonisti dell’avvenimento Alcide De

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Gasperi, Enrico De Nicola, Umberto Terracini. Davanti allo schermo, su un supporto, il testo originale. La seconda sezione – proveniente interamente dalla Biblioteca del Senato – propone una vasta scelta di statuti, raccolte legislative e volumi di storia locale riguardanti l’Italia medievale e moderna. Fonti preziose per conoscere la giurisprudenza, i costumi e la cultura della nostra penisola in tempi lontani e per individuare le famose varietà e comunanze citate da Urbani, ma anche meravigliosi pezzi d’arte, basti pensare agli statuti miniati presenti nella mostra e databili intorno al XV secolo. Citiamo, a riguardo, lo Statuto della città di Ferrara (1567), l’Historia del Granducato di Toscana (1781), gli Statuti della città di Ascoli (1496). Tutti in stampa d’epoca. Una passeggiata istruttiva e suggestiva, Le radici d’Italia, tra antiche carte e simboli patriottici. Uno stimolo intelligente a riappropriarci di quello spesso decantato, e oggi quanto mai necessario, senso dello Stato che per varie ragioni molti di noi hanno perso. ■

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