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LA NARRATIVA PERSONALE ALL’INTERNO DEL CONTESTO DELLA RIABILITAZIONE PSICOSOCIALE La conoscenza di sé attraverso la narrazione come guida per la persona a cercare dei nuovi significati in un processo di revisione e rielaborazione di quegli schemi mentali (script), sulla base dei quali si assegnano i valori alle nostre esperienze. Luglio 2004

Elisa Baldacci Counselor ad indirizzo Analatico Transazionale

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Premessa Per questo, sperimentato l’efficacia, da un punto di vista psicoeducativo, del narrare se stessi, vorrei fare tesoro dell’esperienza che ho vissuto come membro del gruppo, per analizzare più da vicino le potenzialità dell’autonarrazione come strumento metodologico da utilizzare nei programmi di riabilitazione psicosociale. La conoscenza di sé attraverso la narrazione diventa così il filo conduttore che ispira un modello di analisi delle storie che si costituirà per il gruppo psicoeducativo, come una tecnica che faciliti il racconto e soprattutto guidi la persona a cercare dei nuovi significati in un processo di revisione e rielaborazione di quegli schemi mentali (script), sulla base dei quali noi assegniamo dei valori alle nostre esperienze. Un approccio centrato sull’analisi narrativa può consentire quindi ai partecipanti del gruppo, il raggiungimento di importanti obiettivi sociali e individuali: per primo il superamento dei propri deficit comportamentali e cognitivi con l’acquisizione di nuove abilità autoriflessive e dunque una migliore consapevolezza di se stessi. Le storie che raccontiamo ci aiutano a determinare il significato dell’esperienza e di selezionare quegli aspetti della realtà che convalidano certi schemi prototipici di significato che fanno parte del nostro sistema di conoscenza. Per cui a livello operativo, il mio interesse si focalizzerà sia sulla ricostruzione dei fatti reali dell’esperienza (analisi fenomenologica), sia sul significato ad essi attribuito (analisi semantica) e sull’identificazione di quei copioni contenuti nelle storie raccontate dalle persone (analisi metacognitiva). A tal fine ritengo necessario che l’operatore che conduce un gruppo orientato alla narrativa, non solo assuma un ruolo di ascoltatore attivo, ma possieda anche un modello di analisi delle storie in modo da poter svolgere la funzione di “mediatore”, necessario per aiutare le persone a cogliere il significato contenuto nelle loro narrazioni. Mettendomi nel ruolo di conduttore, ho pensato di suggerire una procedura operativa che sapesse orientare la persona narrante innanzitutto nella ricostruzione episodica degli eventi, in quanto una accurata descrizione dei fatti permette di far emergere con più facilità il significato che il soggetto ha attribuito agli eventi, e successivamente nel passaggio ad una dimensione più profonda del racconto che riguarda i bisogni e le intenzioni del narrante stesso. La mia idea è stata quella di usufruire di una sorta di “orientamento sensoriale” per richiamare l’attenzione sull’esistenza di molti dei canali attraverso i quali percepiamo noi stessi e l’universo fisico che ci circonda. Per tendenza naturale tendiamo a servirci principalmente di un senso come canale principale per ricevere messaggi dal mondo esterno, la vista, cosicché impariamo a conoscere affidandoci il più delle volte solo ad una modalità di apprendimento trascurando tutte le altre a nostra disposizione. Il pensiero narrativo consentendo di riattualizzare le nostre esperienze rivivendole all’interno del gruppo, potrebbe allora servirsi di tutto il nostro apparato percettivo per comprendere quella dimensione più profonda del racconto, il “ contenuto tacito”, che deriva da un’interpretazione di tipo soggettivo in cui il narratore coglie il significato che attribuisce agli eventi raccontati in funzione di uno

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schema attivato al momento del racconto e a partire dal quale la persona ha organizzato il proprio sistema di conoscenza. Poiché credo che nessuna storia è scritta una volta per tutte, in ogni momento è possibile trovare una verità che sentiamo più appartenerci, trovare un nuovo vocabolario con il quale ridescriverci, formulare delle possibilità alternative e scorgere così quella via che ci conduce al cambiamento. Infatti, non è solo la partecipazione ad un gruppo psicoeducativo che ti dà la possibilità di ricostruire le tappe più significative della propria vita; anche negli scambi quotidiani con le persone alle quali siamo legati da un profondo rapporto affettivo, può crearsi quella sintonia emotiva, quel “clima facilitante” che ci aiuta a prendere contatto con noi stessi e con i nostri significati personali. Credo che basti essere disposti a lasciare le nostre storie con un finale aperto. Il pensiero narrativo A partire dagli anni 90’ si delinea in psicologia un nuovo orientamento come l’esito di un passaggio da una prospettiva “scientifica” ad una “culturale”, “storica” e infine “narrativa”, tutte fondate sul presupposto che la metodologia della causazione non può cogliere la ricchezza sociale e personale delle esistenze all’interno di una cultura e quindi la centratura su una alternativa forma del pensiero, quella narrativa. Il modello narrativo è un costrutto interpretativo della condotta umana che abbandona l’idea dell’universalità delle leggi che regolano la vita umana per accettarne invece la storicità, elemento indispensabile per cogliere ciò che è specifico della realtà delle persone: la produzione di significati, valori, scopi, regole. Ciò porta alla rivalutazione di quelle aree del sapere fondamentali per descrivere e spiegare la realtà: l’esperienza soggettiva, il senso comune, le spiegazioni quotidiane, i resoconti, le tradizioni e tutte le interazioni comunicative. La narrazione è un modo di organizzare episodi, azioni e spiegazioni di azioni; ha dunque per oggetto dei fatti – “ciò che è stato fatto da qualcuno” – i quali non vengono semplicemente elencati, ma posti in relazione, sviluppando l’organizzazione d’insieme in cui essi si collocano. La fondamentale funzione del pensiero narrativo è quella di porre ordine, eliminare discrepanze e scoprire quelle connessioni che danno senso al tutto. La capacità di organizzare narrativamente la propria visione del mondo è un’attività umana fondamentale; saper applicare al mondo reale soluzioni elaborate interiormente, attribuire un senso e un valore a qualsiasi oggetto della realtà esterna, è qualcosa che fanno tutte le persone nella vita di tutti i giorni; è una sorta di forma di adattamento che consiste proprio nella produzione di quel mondo di significati il cui scambio è essenziale per le attività vitali dell’uomo e perché andranno a strutturare i rapporti umani, a sostenere le scelte e a giustificare le azioni a livello individuale e collettivo. 3


Il punto centrale di questa prospettiva è che il pensiero narrativo ha un ruolo sia culturale che individuale: come per capire gli altri dobbiamo collocare le loro azioni non solo in una sequenza temporale, ma anche in una struttura di significato – in un contesto narrativo, quindi – così per comprendere noi stessi, dobbiamo collocare le nostre azioni in una storia in cui la nostra vita assume un senso integrandosi intorno alla nostra identità sociale e individuale. Le potenzialità del pensiero narrativo si esplicano quindi sia nella sfera sociale, in quanto rende possibile la creazione di quell’universo di significati condivisi che stanno alla base di ogni cultura, sia nella sfera mentale individuale, perché fonda la possibilità di organizzare la propria visione del mondo e insieme dare senso alla propria esistenza. L’autonarrazione La ricerca sullo sviluppo della narrativa personale rappresenta uno dei temi dominanti all’interno del contesto della riabilitazione psicosociale, in quanto la ricostruzione delle tappe significative della propria storia di vita permette l’individuazione di quegli schemi di significato, detti anche copioni personali secondo la teoria analitico-transazionale, che stanno alla base del sistema di rappresentazione del sé e quindi apre alla persona una via privilegiata per il raggiungimento di una maggiore autoconoscenza. Il racconto di una storia o di un episodio richiede un sistema di elaborazione mentale necessario per ricostruire gli eventi e collegarli tra loro seguendo una certa sequenzialità causale e temporale, in questo modo perveniamo ad una rappresentazione della nostra esperienza che non è mai una riproduzione fedele della realtà ma una elaborazione per schemi di significato personali. Questo significa che il nostro sistema di conoscenza si struttura nel corso dell’esperienza in modo personale, e la narrazione esperienziale, cioè il racconto della storia di sé, diventa la dimensione dove i nostri copioni prototipici su cui si basa la nostra organizzazione cognitiva ed emotiva, possono continuare ad essere convalidati, oppure ci consente di individuarne quegli schemi disfunzionali presenti nel sistema di convinzioni con cui elaboriamo il significato dell’esperienza. Il raccontare se stessi è un po’ come vedere il film della propria vita proiettato su uno schermo con il comando del proiettore nelle proprie mani; si può scegliere su quale immagine fermarsi e osservarne tutti i particolari e selezionare quegli aspetti della realtà vissuta che vanno a confermare il nostro modo di organizzare la nostra conoscenza grazie ad un processo di accomodamento dei significati relativi all’esperienza presente a quelli del passato. Ma possiamo anche agire inversamente, possiamo scorrere il tempo in tutte le direzioni e riappropriarci del significato del nostro passato alla luce di quello che siamo nel presente. Darci il permesso di elaborare un’ulteriore interpretazione di un singolo episodio avvalendoci del senso più ampio della situazione che lo comprende, che adesso nel momento del racconto, ci può risultare più facilmente evidente. Con la narrazione autobiografica ci rendiamo liberi da quella convinzione che spesso ci creiamo; l’idea di un passato immobile, scritto una volta per tutte, irrigidito all’interno di significati immutabili. È 4


come sentirsi dentro ad una fotografia, prigionieri di un’immagine fissa dove ogni elemento è inquadrato da quell’unica prospettiva. Riferendosi a se stesso, il narrante può invece uscire da una visione univoca della realtà e ispirarsi a codici e modelli alternativi che garantiscono una comprensione più adeguata dei vissuti personali. Con il racconto e il riracconto degli episodi più significativi della propria vita, la persona realizza non solo un processo di individuazione ma anche di revisione di quegli schemi di significato “disfunzionali” perché riconosciuti troppo rigidi e confusi nel modo di elaborare e integrare le diverse esperienze emotive; in tal modo il soggetto narrante ritrova la propria autonomia personale per scegliere con quali nuovi termini formulare una “autodescrizione” che sia la migliore per sé stessi. Si viene allora ad aprire la strada che può portare al cambiamento. La narrazione è un processo di elaborazione semantica di avvenimenti passati e presenti, che si pone infatti come strumento per sviluppare una abilità autoriflessiva tramite la quale sappiamo rappresentarci il proprio mondo mentale. L’autoriflessività narrativa, come mezzo per l’individuazione degli script e dei copioni contenuti nelle storie raccontate dalle persone, ha fatto si che, a livello operativo, l’interesse si focalizzasse non tanto sulla ricostruzione dei fatti reali dell’esperienza, ma sul significato ad essi attribuito e sull’identificazione delle strutture semantiche e dei processi di validazione con cui vengono narrate le storie. In tal senso, la metacognizione , intesa come abilità autoriflessiva, rappresenta un aspetto importante per promuovere, per mezzo della narrazione, un’attività di autoconoscenza e di analisi, che avviene sia a livello strutturale che di contenuto, che merita particolare interesse soprattutto per l’individuazione delle disfunzioni presenti a livello di processi di elaborazione del significato. Distorsioni semantiche L’interesse nei confronti della narrativa nasce dall’importanza attribuita al racconto delle proprie storie di vita come strumento efficace per lo sviluppo dell’autoconoscenza. Il racconto della storia di sé, come ogni rappresentazione mentale, può essere soggetta a distorsioni e incompletezze. Pertanto definire uno strumento di analisi narrativa consente di pervenire all’individualizzazione di quegli elementi che ostacolano la possibilità di una comprensione profonda e coerente di se stessi. Le distorsioni semantiche dipendono dall’applicazione di un sistema di convinzioni, a cui ci appelliamo per elaborare il significato dell’esperienza, che risultano disfunzionali rispetto al livello di comprensione dei fatti. Il nostro sistema di convinzioni permette un certo adattamento alla realtà, in modo che i nuovi eventi, per essere interpretati, vengono assimilati a questi schemi preesistenti e da questa fase di accomodamento è possibile costruire nuovi significati; svolge, in questo modo, una sorta di protezione nei confronti delle nuove informazioni provenienti dall’ambiente. 5


Questo adeguamento, inconsapevolmente, spesso ci obbliga ad uniformarci alle nostre “convinzioni dominanti”. L’impossibilità di sottrarci alla loro forza uniformatrice è comprensibile se teniamo presente che esse impongono, senza che ce ne rendiamo conto, un certo tipo di spiegazione dei fatti: siamo portati, inconsapevolmente, a condividere una certa versione perché ci uniformiamo a certi schemi di lettura. Così il significato di uno stesso evento paradossalmente, può essere stravolto. Un caso di distorsione si verifica quando si applica uno schema troppo rigido che non si adatta alla realtà dell’evento, ma piuttosto la deforma assimilandola allo schema. Un esempio è quello che si verifica quando, anche se certi fatti smentiscono le nostre aspettative, ci risulta difficile cambiare idea e commettiamo errori di generalizzazione; così, se riteniamo che una persona sia onesta, difficilmente notiamo in lei comportamenti che smentiscono il nostro giudizio, allo stesso modo, un marito geloso non si convincerà dell’onestà della moglie malgrado il suo comportamento corretto. È un problema interpretativo che si determina quando uno schema di lettura non modifica la sua struttura nella comprensione della realtà, anche rispetto a un cambiamento che può, in questo modo, generare confusione o essere completamente ignorato. Infatti può capitarci di evitare di notare certi particolari che smentiscono le nostre personali idee , così come ci resta difficile concludere una storia che non ci consenta di confermare le nostre convinzioni. Un’altra distorsione può verificarsi quando le caratteristiche attribuite non sono possedute dall’evento, ma appartengono solo allo schema. In pratica è un’attribuzione di significato e d’intenzioni non verificatesi nei fatti. Spesso, infatti nel raccontare gli eventi del passato, ci capita di ricostruire i fatti seguendo la convinzione dominante al momento del racconto, attivando così uno schema che va ad alterare la natura del significato dell’evento originario. Per esempio quando affermiamo di aver subito un’aggressione da parte di una persona che descriviamo come violenta, ma in realtà, nei fatti non si è mai verificato nessun episodio aggressivo che invece è presente solo nelle nostre aspettative. In questi casi citati è accaduto che la scelta dello schema, invece di garantire una comprensione adeguata, determina l’assunzione di un significato inadeguato, precisamente viene a crearsi una frattura tra fatti descritti e significato del contenuto. Le convinzioni che attiviamo nell’elaborazione dell’input esterno si pongono come un primo processo di decodifica dell’informazione proveniente dal mondo circostante. Sono dei punti di riferimento interni che ci guidano nella nostra comprensione della realtà e ci orientano nelle spiegazioni dei fatti; è una sorta di prima griglia di lettura della realtà che seleziona quegli aspetti dell’esperienza che vanno a convalidare il nostro abituale modo di dare significato agli eventi. È interessante notare però, che proprio per questa funzione di filtro, assumono sì un ruolo di canalizzatori nel processo di conoscenza – perché come ho specificato in precedenza, ci aiutano ad assimilare le nuove informazioni provenienti dal mondo esterno, accomodandole all’interno delle strutture di significato preesistenti – ma sono dotate anche di una certa flessibilità. 6


È infatti, facilmente riconoscibile in noi, una elasticità mentale tale da renderci sempre pronti a modellare le nostre idee rispetto al contesto che ci circonda, così che possiamo crearci una convinzione all’impatto immediato con un avvenimento e subito dopo annullarla con l’accadere di un fatto di natura contraria. È la malleabilità del nostro sistema di convinzioni che ci rende ricettivi e reattivi alla varietà delle circostanze che si presentano nel corso dell’esistenza. Per questo finché si parla di sistema di convinzioni, penso a quelle idee che si sono formate volta per volta attraverso l’incontro con le menti altrui e con l’elaborazione delle nostre esperienze occasionali nella vita di tutti i giorni, che ci appaiono immediate e facilmente riconoscibili dentro di noi al punto che già uno scambio all’interno di una relazione intima, ci può incoraggiare un atteggiamento di autoanalisi e sostenere in un processo di decentramento dai nostri abituali punti di vista e prendere contatto con quelle strutture di significato che ci hanno deviato da una più adeguata interpretazione degli eventi - come i casi di distorsioni semantiche che ho citato prima - . Può accadere però che gli avvenimenti dell’esperienza superano la capacità di accomodamento di tali schemi così entrano in azione delle strutture più primitive, i nuclei primari del sé, che essendo caratterizzati da una particolare rigidità, sono più difficili da modificare e quindi a maggior ragione distorcono il significato e l’interpretazione della realtà. I nostri sistemi di convinzioni assumono il ruolo di schemi periferici che agiscono come una specie di cintura protettiva attorno a questi nuclei centrali della personalità, che se non vengono sufficientemente elaborati, tendono ad autoconfermarsi piuttosto che a conformarsi alla realtà. Di questi nostri sistemi più primitivi, ne dà una complessa concettualizzazione l’Analisi Transazionale. Eric Berne, fondatore di questa prospettiva teorica, sostiene che ogni individuo decide nella sua prima infanzia la propria vita e la propria morte, e quel programma che si porterà dentro ovunque vada, lo chiama copione. Berne concepiva il copione un raccolto dominato dal dramma familiare, dai genitori, dai nonni e dalla trasmissione intergenerazionale. Nella sua visione quasi tutta la forza dei vettori dello sviluppo psicologico proviene dai genitori ( o da altre figure di autorità) e si dirige verso il bambino, così di fronte alle forze che premono su di lui, il bambino ne rimane certamente modellato ed è possibile che ne segua una gamma limitata di scelte. Il copione di vita si basa sulle decisioni prese durante l’infanzia e sulla programmazione parentale che viene continuamente rinforzata. La sua formazione è quindi un processo tramite il quale l’individuo cerca di dare un senso agli ambienti familiari, di stabilire il significato della vita, e gestire i problemi che si presentano nel corso dell’esistenza. Il copione di vita può essere definito un processo continuo di costruzione della realtà, progettato per durare tutta la vita. All’interno della sua teoria, Berne usa un linguaggio che suggerisce l’idea di un individuo che più un produttore è il prodotto del suo copione; dichiara infatti nella sua opera Fare l’amore (1970), che l’uomo nasce libero, ma una delle prime cose che impara è fare quanto gli viene detto, e passa il resto della sua vita facendolo. 7


L’uomo di Berne non è un libero agente, ma piuttosto il fantoccio di un destino antico di generazioni; un uomo in conflitto tra l’autonomia personale e l’autorità delle pressioni familiari e sociali, tra l’autentica creatività individuale e l’espressione della tradizione familiare. I nostri nuclei primari, i nostri copioni personali, costituiscono la prima costruzione psicologica della realtà, quella struttura cognitiva di base organizzata sulle prime forme di interazione con la figura di accudimento e su cui il bambino può fondarsi per sviluppare una prospettiva sulla sua vita; da un punto di vista operativo, il copione, è un complesso insieme di transazioni che per sua natura tende a ripetersi ciclicamente, per questo adempie anche ad una esigenza fondamentale, quella di una necessaria conferma di se stessi; risorsa a cui ci appelliamo soprattutto per proteggerci di fronte a tutti quegli eventi emotivamente intensi e quindi destabilizzanti. Come ci ha insegnato Berne, questi nostri contenuti, per le loro radici che affondano nelle esperienze più remote dell’individuo, si costituiscono come un nucleo primitivo della personalità, il più profondo e il più radicato e presentano, di conseguenza degli aspetti rigidi e vincolanti. Per questo il copione di vita spesso non viene usato per descrivere gli aspetti sani del “dare significato” utilizzati nella continua costruzione psicologica della realtà, ma per descrivere quelle costruzioni che sono disfunzionali. Per cui per liberare il soggetto dalle condizioni dei comandamenti genitoriali ( contaminazione dell’Adulto da parte del Genitore, in termini di Analisi transazionale ), è necessario un tipo di lavoro che consenta di individuare questa organizzazione primaria per poi poter inferire sul sistema di rappresentazione del sé. Ecco che la narrativa esperienziale può assumere qui un ruolo determinante, perché con la ricostruzione delle tappe più significative attraverso cui si è sviluppata la storia personale, è possibile far emergere quel modo individuale di dare significato agli eventi e di cogliere quale collegamento può esistere tra l’attuale organizzazione del sé e i modelli di interazione che si sono avuti durante l’infanzia con le figure di attaccamento. Laddove c’è rigidità, c’è automatismo e di conseguenza minore controllo e autoconsapevolezza. L’analisi del copione diventa quindi uno dei principali obiettivi di un percorso psicoeducativo che usi come modalità d’intervento il colloquio e l’ascolto del racconto della storia di vita, per promuovere nelle persone una migliore autoconoscenza. Un modello di analisi delle storie Il mio interesse si focalizzerà sul modo in cui l’interpretazione narrativa può esplicarsi attraverso un lavoro di ricostruzione semantica guidato e definito all’interno di un contesto formale e strutturato appositamente per la prevenzione e riabilitazione psicosociale. La persona che si accinge a questo lavoro su se stessa, stringe un’alleanza con un caretaker professionista, un fornitore di attenzioni e di cure che non elargirà né soluzioni né consigli, in quanto limitano l’autonomia dell’Altro e non lo rispettano nelle proprie capacità di autodeterminazione, ma 8


metterà a disposizione dell’utente degli strumenti operativi attraverso i quali promuovere in se stesso la maturazione della capacità di espressione di sé. Lo scopo principale di questo tipo di training, è quello di aiutare i partecipanti a sviluppare una migliore autoconoscenza attraverso l’individuazione di quelle modalità di elaborazione dell’esperienza che risultano disfunzionali perché inadeguate alla possibilità del soggetto di affermare se stesso. E una via privilegiata per raggiungere tale consapevolezza è quella di lasciare che ciascuno dei partecipanti parli di sé con il racconto della propria storia di vita e consentire poi successivamente di analizzarlo sulla base di alternative chiavi di lettura suggerite dal trainer. È importante che il narrante durante il racconto, si senta libero di esprimersi, facilitato da una certa condizione di “intimità emotiva” condivisa con la figura guida e eventualmente con i compagni del gruppo, tutti presenti prima solo come ascoltatori, per poi intervenire attivamente durante la fase di analisi dei contenuti semantici della storia. Questo modello struttura l’analisi del racconto in tre fasi. Nella prima fase l’analisi narrativa è fenomenologica. Il soggetto riferisce i fatti secondo una successione temporale e descrive le azioni così come si sono verificate. Questa ricostruzione segue una successione presente nella memoria episodica e individua quello che può essere definito come contenuto esplicito, cioè un protagonista, uno scopo, la sequenza di azioni che intercorrono tra la rappresentazione dello scopo e il suo raggiungimento e l’esito del comportamento che consiste nella soluzione della storia. La seconda fase, è di tipo semantico, deriva da un’interpretazione soggettiva in cui il narrante coglie il significato che attribuisce agli eventi narrati sulla base di un particolare schema attivato al momento del racconto. Questa dimensione più profonda del racconto, il contenuto tacito, riguarda i bisogni e le intenzioni del narrante ed è legata agli schemi cognitivi in essa contenuti. Tali schemi riguardano i copioni prototipici che si sono sviluppati nel corso delle prime interazioni significative con la figura di attaccamento e rappresentano – come ho già illustrato precedentemente – le strutture di significato tacite con cui il narratore organizza il sistema di rappresentazione di sé ed elabora i propri sistemi di conoscenza e di convinzioni. Tale analisi permette di individuare se lo schema di significato attivato risulta adeguato e quindi la rappresentazione del racconto presenta una coerenza interna e una rispondenza fra contenuto episodico e semantico, oppure se lo schema è disfunzionale e dunque impedisce al soggetto di esprimere adeguatamente se stesso. In questo caso è possibile intervenire sul sistema di convinzioni e di risposte emotive inadeguate che impediscono al soggetto l’affermazione di sé, utilizzando a tale scopo una strategia di problem-solving. Qui ha inizio un’altra fase, quella metacognitiva.

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Il problem-solving è, infatti, un tipo di conoscenza finalizzata a rendere i soggetti consapevoli di ogni passo cognitivo messo in atto per risolvere un problema, consentendo loro di acquisire strategie sempre più attive di soluzione a problemi. Nel contesto di gruppo l’esperienza del narrante è condivisibile attraverso l’empatia o perché trova analogie con il vissuto emotivo degli altri e questo contribuisce allo sviluppo della comprensione della mente dell’altro. Dal confronto delle varie esperienze, il soggetto coglie i propri contenuti cognitivoemozionali e la prospettiva altrui si pone come modello alternativo di confronto che lo aiuta a trovare modalità diverse per risolvere il suo problema. Attraverso il lavoro di autoconoscenza, reso possibile da un’attività metacognitiva, l’individuo può riuscire a comunicare adeguatamente e con una certa consapevolezza emotiva, la storia delle proprie relazioni affettive e, a sua volta, può essere in grado anche di modificarle. Può intervenire così sul proprio copione, che non è né giusto né sbagliato, ma male organizzato, confuso e rigido e che il soggetto ha difficoltà ad esplicitare. La capacità di riflettere su noi stessi e sui nostri pensieri, la capacità di metarappresentazione, è resa possibile attraverso un’attività autodescrittiva che vede nella narrazione l’atto esplicativo più importante dell’organizzazione della conoscenza. Infatti è grazie a questa ridescrizione e rilettura di se stessi che è possibile effettuare una riorganizzazione dei significati personali, cioè dei costrutti cognitivi e del sistema di convinzioni che necessitano di una continua rielaborazione per renderli adeguati ai cambiamenti della realtà. Con la narrazione autodescrittiva avviene la riattualizzazione di schemi di interazione che il soggetto esplicita a livello comportamentale nel qui e ora durante la narrazione con l’ascoltatore. In questo modo il soggetto assume consapevolezza delle eventuali connessioni esistenti tra le situazioni di intersoggettività con le figure di attaccamento, e le strutture su cui si è sviluppata la consapevolezza di sé e quanto il significato emotivo e cognitivo che il soggetto ha attribuito a queste esperienze hanno condizionato il suo agire presente. Anche con la partecipazione guidata ad un gruppo riabilitativo è possibile, per la persona narrante, sperimentare e cogliere a livello emozionale e di significato quei copioni che risultano particolarmente rigidi e stereotipati; la loro riattualizzazione nel gruppo li rende più accessibili alla consapevolezza è più adattabili a nuove interpretazioni. La riattualizzazione dell’esperienza personale rivivendola all’interno del gruppo, avvia un processo di consapevolezza e di ricontestualizzazione del problema necessario all’individuo perché riesca a trovare modalità alternative per confermare se stesso. Con lo psicodramma viene fatto ricorso anche al linguaggio del corpo, è infatti una modalità riabilitativa basata sul fare oltre che sul dire, che lascia i partecipanti di entrare in scena ed interagire liberamente all’interno dello psicodramma, modificando a piacimento la storia. Un altro tipo di esercizio efficace a questo scopo, è l’invenzione di una storia fantastica, con una descrizione che avviene in terza persona e che può riguardare personaggi anche inventati. 10


Le storie centrate sull’immaginario riguardano il futuro e sono legate ai nostri desideri e alle nostre previsioni. Con l’invenzione di un racconto fantastico facciamo appello all’importante capacità di generare alternative e di aprire un discorso che non sia né troppo vicino né troppo lontano dalla problematica personale, condizione per stabilire quella giusta “distanza critica” che permette di distinguere la differenza esistente tra rappresentazione e realtà o tra fatti ed interpretazione. Questi esempi di strumenti operativi che si inseriscono nell’ultima fase del modello di analisi narrativa, quella dedicata all’attività metacognitiva, permettono alla persona di esplorare il suo atteggiamento e il suo vissuto e inoltre le consentono di allenare la sua spontaneità e la sua creatività, “forze che spingono l’individuo a cercare una risposta adeguata per una nuova situazione o una nuova risposta per una vecchia situazione”come afferma Jacob Moreno, primo sperimentatore della tecnica psicodrammatica. Il racconto autobiografico ha, in conclusione, l’obiettivo di riunificare la nostra esistenza in modo coerente e significativo. Schema del modello di analisi narrativa 1. Racconto secondo la ricostruzione dei fatti:  chi, che cosa, dove, quando?  Analisi della storia (contenuto esplicito)  qual è il problema?  qual è l’obiettivo che persegue il protagonista?  quali sono le azioni compiute per raggiungerlo?  quali sono state le conseguenze?  cerca di descrivere la situazione utilizzando in modo particolare  prima il senso della vista, poi l’udito, il tatto, l’olfatto e infine il gusto finché sei in grado di ottenere sempre una nuova serie di percezioni su ogni singolo episodio. 2. Analisi semantica (contenuto tacito)  quali effetti ha prodotto in te questo episodio?  quale significato ha per te questa storia?  in che modo ha influito sul tuo modo di pensare ed agire?  da quali convinzioni è sostenuto questo comportamento?  potresti descrivere con una “analogia” il modo in cui ti sei sentito in questa situazione? Magari utilizzando un’immagine visiva, un paesaggio, dei colori, oppure una melodia, dei suoni, un profumo, un sapore; aiutati con le tue percezioni sensoriali per tracciare un contorno del tuo stato interiore.  riesci ad immaginare un modo di pensare e di agire diverso?

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3. Analisi metacognitiva  individua gli schemi disfunzionali contenuti nella storia su cui si sono sviluppate convinzioni particolarmente rigide e confuse  riconosci quelle emozioni e pensieri che hanno impedito di esprimere adeguatamente te stesso  riracconto: “Immagina la stessa situazione modificandola seguendo delle nuove convinzioni e con conclusioni alternative”.

Bibliografia Carlo Di Berardino, La conoscenza di sé e la conduzione dei gruppi riabilitativi, Milano, Franco Angeli, 2002. Sabina Manes, 68 nuovi giochi per la conduzione dei gruppi, Milano, Franco Angeli, 2002. Eric Berne, “Ciao!”…e poi?, Milano, Edizioni Bompiani, 2002. Eric Berne, A che gioco giochiamo, Milano, Edizioni Bompiani, 1982. Achille Miglionico, Manuale di Comunicazione e Counselling, Torino, Centro Scientifico Editore, 2000.

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LA NARRATIVA PERSONALE ALL’INTERNO DEL CONTESTO DELLA RIABILITAZIONE PSICOSOCIALE  

Elisa Baldacci