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... Ora era tempo di dare sbocco alla sofferenza silente e sparpagliata, fare passo alla storia servendone rimpiccioliti e uniti i movimenti marcati, era il tempo dell’ultima lontananza che non avrebbe più ammesso il respiro piagato...

€ 9,50

lino gambacorta

Lino Gambacorta (Reggio Calabria, 1957) vive e lavora a Firenze dove è docente di Filosofia e Storia al Liceo. Dopo la laurea in filosofia all’università di firenze ha conseguito il D.E.A. in Historie e Civilisation all’EHESS di Parigi. Ha pubblicato: “Corpo Sacro Occidente Modernità” (1995); nel 2001 è uscito il suo libro di racconti “Il vino nuovo”, (Edizioni Culture), nel 2004 “Storia di un hijo. La voce di un figlio di desaparecidos argentini, tra presente e memoria”, (Città del Sole); nel 2006 “La ferita dell’esilio. Territori e vite di frontiera nell’era della globalizzazione”, (Ed. All’insegna del Giglio).

la leggenda delle movenze incrociate Racconti d’inizio Millennio

ISBN 978-88-96171-02-8 978-88-96171-28-8 ISBN

i narratori 9 788896 171288

La fissità che muta anche se non vista, gli impercettibili movimenti dei corpi e la natura che risveglia sensi e ragioni, in un continuo “camminare d’ascolto teso e di profumi densi”. Gambacorta attraverso racconti e leggende, ci immerge in un flusso senza pausa di ambienti, personaggi, storie, cose, paesaggi, dolori ed emozioni che occorre gustare con la calma di una conquista che non ha fretta né peso. Consapevoli di essere spesso “l’unico che non sa, e dice del lago e del vulcano, della terra del padre di suo padre e dei campi, delle bestie e dei boschi, di questo mondo che da sempre si fa abitare con la fatica e la gloria di una primavera che ritorna, e lo dice in modi che non sembrano canzone e neppure strepito, modi lunghi che il fucile non può spegnere: è questa la parola del cuore?”. Sì, sono le parole del cuore che parlano di guerre e città dolenti, di affinità elettive e odi camuffati, di partenze improvvise e arrivi silenziosi. Forse di una ricerca dell’Armonia che non hanno “mai escluso dalla loro pienezza le piaghe della luce e le contrazioni della carne”.


La leggenda delle movenze incrociate Verso la metà del secondo millennio, o forse qualche decennio prima, in una terra di confine con bassi monti e poco lontana dal mare vivevano due fratelli; ambedue artisti affermati e ricercati, che di nome facevano l’uno, il pittore, Vitale, e l’altro, lo scultore, Nicola. Questi due fratelli avevano affinità di carattere molto forti, anche se tante altre cose li distinguevano decisamente. La più visibile di queste ultime era l’aspetto fisico, che vedeva il più anziano dei due, il pittore Vitale, alto e piuttosto magro, con i capelli lisci e spioventi e un viso delicato e con la pelle morbida e chiara, così tanto da lasciare a molti l’impressione di trovarsi di fronte a una sorta di efebo troppo cresciuto. Se non fosse stato per gli occhi, perennemente acquosi e assenti, d’una assenza indifferente, estranea, dura. Nicola lo scultore, più giovane del fratello ma non di tanto, era assai più basso di Vitale, nettamente più robusto e con i capelli riccioluti e crespi, tendenti a un rossiccio guizzante che, come la materia a cui apparteneva, non si chetava mai ed era difficile da riconoscere. La sua pelle, così come le sue mani in perenne attività, aveva da tempo abbandonato la freschezza della gioventù, malgrado la sua età attuale non fosse molto lontana da quell’epoca della vita e così, spesso, era lui a sembrare il fratello maggiore, quando i due si muovevano insieme per le campagne o i borghi della loro terra. Forse il loro stesso aspetto fisico, o forse tratti più reconditi della loro rispettiva natura, avevano condotto Vitale verso la pittura e, appunto, Nicola, verso la più carnosa e pesante scultura. E poche, o pochissime altre volte come nel caso dei due fratelli tali tragitti furono più indovinati e riusciti. In meno di un lustro dai suoi inizi, Vitale dimostrò una tale capacità nel raffigurare e nell’espressività delle sue pennellate da stupire prima e quasi sconvolgere poi i suoi stessi maestri di bottega, che non poterono far altro che favorire la sua autono5


mia e sostenere la sua bravura per committenze che non tardarono ad arrivare in numero perfino esagerato. In ancora meno tempo, ossia in poco più di due o tre anni, Nicola vide formarsi intorno a sé una considerazione che rasentò presto la vera e propria fama; perché nessuno poteva negare di provare impressioni più che intense di fronte alla forza e alla vitalità delle sue creazioni, vere e proprie opere in grado di scuotere continuamente i materiali che le componevano. Tuttavia, al di là delle specificità di strumenti e metodi di lavoro che connotavano le due arti, dal lavoro dei due fratelli emergeva un’affinità di sensibilità che, evidentemente, nel fondo della loro natura non era mai venuta meno, non si era diluita o modificata nelle pieghe degli anni e dell’esperienza. Nelle loro creazioni, fossero puntuali e raffinatissimi affreschi di volte e saloni e dipinti emozionanti e cristallini, oppure statue sinuose dai corpi rivelatori e composizioni naturalistiche esaltanti la forza dell’esistente, non mancava mai la presenza della parte oscura della vita. In esse era impossibile non rintracciare l’impronta del lato buio della realtà, quello che essi percepivano come pochi altri artisti anche loro contemporanei e, attraverso questa attenzione connaturata, che riportavano al cospetto di chiunque come tratto costante delle loro meraviglie. E non è che questa presenza disturbasse o intaccasse la bellezza incontestabile dei frutti della loro arte. La deformità o il dolore, l’urlo o il ghigno, non smussavano e tanto meno smentivano la rilevanza della loro bravura. Semplicemente, la sofferenza trasudava dai gesti di una statua, oppure lo sconcerto o il terrore si manifestavano nei tratti di una figura, in maniere così immediate da trovare rarissimi e forse addirittura nessun precedente nello sviluppo di quelle arti meravigliose e coinvolgenti. e allora un gesto d’amore era gioia intensa ma anche sguardo smarrito, o eco di rimpianti antichi o forse sconosciuti. E due corpi esaltanti un’energica saggezza dicevano anche, nella ruga di una fronte o nella distensione di un braccio, della enorme fatica di comunicare una gloria intravista. In realtà, però, i due fratelli non avevano fatto coincidere le strade intraprese più di tanto, arte di competenza a parte. Perché gli interessi o le passioni che dalla prima giovinezza muovevano in modo incontrastato i loro passi erano alquanto differenti, e marcati ciascuno di essi. Vitale aveva dedicato l’intera sua esistenza, senza interruzioni di rilievo, allo sforzo di penetrare i segreti della geometria delle cose; di 6


scoprire e assumere le leggi che regolavano le proporzioni dei corpi e i nessi che si stabilivano organicamente tra di esse, forse nell’esigenza, o ambizione interiore, d’assorbire in maniera totale la potenza che la forma poteva esprimere e servire al meglio la verità in questa maniera. Nicola, per parte sua, non aveva fatto altro per tutta la sua esistenza che inseguire abbandoni dei sensi e del cuore sempre più intensi e duraturi, rivolgendosi ora a suoi simili, tra cui molte donne di età variegata, ora a manifestazioni della natura dalla forza eccezionale e a volte, perfino, cercando con tutto l’impeto possibile di inebriarsi di creazioni altrui, soprattutto di carattere letterario o musicale, ossia le arti che, alla fin fine, gli davano maggiormente l’impressione di apparentamento alla magia. Il tragitto delle loro vite era già assai inciso nella realtà e nel tempo quando in un pomeriggio di tarda primavera, con il sole che si concedeva di far giocare la sua pigrizia con masse di nuvole ingenue e nervose, ai due fratelli arrivò la notizia dell’incarico, che era difficile considerare se più impegnativo o più prestigioso. Il principe di quelle terre di confine, tanto più assoluto nel suo potere in quanto capo delle comunità umane colà residenti e insieme custode e interprete della Parola dell’Onnipotente, dunque anche Principe della santa Chiesa ed esponente di grande autorevolezza della Sua gerarchia, aveva individuato nei due fratelli la coppia di artisti eccellenti che avrebbero potuto realizzare il suo progetto finalmente inquadrato in tutta la sua magnificenza. Codesto progetto, da molti ritenuto immane e, più a bassa voce, da alcuni addirittura eccessivo, contemplava la rappresentazione in terreni artistici definiti, ossia in linguaggi umani oltrepassanti la mera ermeneutica del linguaggio orale, di due dei Dettati maggiori della Volontà del Creatore, due dei maggiori Significati della Sua Opera: la Perfezione della Parola e la Varietà del Creato. Il messaggio del principe precisava soltanto questo, nella sua laconica genericità: sottolineando unicamente che la raffigurazione della Perfezione doveva essere accolta nell’ambito della pittura, e affidata perciò a Vitale, che era stato indicato come l’unico che fosse in grado di riflettere anche l’alone di Armonia che ne era complemento e respiro, mentre alla fervida e viscerale opera scultorea di Nicola andava consegnato il compito di esprimere la Varietà dei corpi e dei modi del vivente, il cui senso ultimo, veniva a egli richiamato più che raccomandato, risiedeva ovviamente nel suo sostrato di stupefacente Perennità. 7


I due fratelli accolsero il messaggio con un moto comune d’orgoglio, che poi ciascuno accompagnò con uno stato d’animo confacente alla propria natura. Nicola con una corrente di eccitazione che sentiva crescere dentro di sé fin quasi a invadere. Vitale con una spinta alla concentrazione che gli faceva oscurare perfino il candore di quella pelle aliena da qualsiasi concessione alla senilità. Il nobile li convocava nel suo palazzo per discutere i dettagli dell’impresa, a partire dalle sedi deputate a ospitare la sua realizzazione compiuta. Perciò i due fratelli non persero tempo a mettersi in cammino, lungo una strada che in effetti ciascuno dei due aveva percorso pochissime volte - perché prima d’allora non era stato certo quel potente a costituire la fonte delle maggiori entrate per i due artisti. E infatti, con lo scarso senso di orientamento che li accomunava, dopo qualche ora di viaggio, quando la meta doveva ancora essere alquanto distante a giudicare dalla selvatichezza dei posti che essi stavano attraversando, Vitale e Nicola si resero conto di non aver potuto giurare sulla giustezza della strada che avevano imboccato ormai da diversi chilometri. Insicurezza che stava contagiando anche il loro cavallo, e che si aggiungeva alla stanchezza che cominciava a insinuarsi, e che non veniva frenata né dall’eccitazione né dalla concentrazione dell’uno o dell’altro fratello. Fu accolto perciò come un regalo del cielo, un auspicio semplice ma certamente di segno positivo, la comparsa di un uomo piccolo e ridanciano a una svolta di quella pista che si stava riducendo a misero sentiero. Costui se ne stava accovacciato su un paio di tronchi cavi e spellati, a muovere le corde di ciò che aveva la parvenza di uno strumento musicale circolare e dalle modulazioni acute, e appunto a sorridere ai suoni scomposti ma chiari che ne fuoriuscivano al suo tocco. Il carro dei fratelli s’accostò al musico da strada e fu soltanto a quel punto che egli alzò lo sguardo e li fissò, non perdendo quel suo sorriso sincero e un po’ inebetito. E quando Nicola gli chiese lumi sulla direzione da prendere per muoversi verso il palazzo che li attendeva, il musico parlò, ma in un modo così inusuale che per qualche attimo addirittura confuse i due viaggiatori. La voce che uscì dalla sua gola, infatti, rivelò immediatamente un timbro da giovane donna, il che contrastava grandemente con l’aspetto dell’uomo che da vicino mostrava ai due fratelli dei lineamenti da età assai avanzata. E ciò che quella voce disse andò oltre la richiesta che le era stata posta. L’uomo non si limitò a indicare la scorciatoia per ritrovare la strada che Nico8


la e Vitale avevano perso, ma agitando lo strumento che sembrava essere l’unica cosa che possedeva raccomandò ai fratelli di sostare in un luogo poco distante dal punto in cui si trovavano, una piccola e vecchia locanda quasi introvabile seguendo le vie maestre, dove sicuramente – egli disse – avrebbero trovato un soddisfacente ristoro e anche, chissà, un augurio per le loro imprese future, concluse dilatando il sorriso e attenuando quella sua voce di donna fresca e selvaggia. Fu mentre il carro dei due fratelli stava già indirizzandosi a seguire quei suggerimenti che il musico parlò ancora, inaspettatamente. E, stavolta con il sorriso appena accennato, disse che c’era una cosa che gli era venuta in mente soltanto in quel momento e che non poteva tacere. Nella locanda i viandanti avrebbero trovato senz’altro tutta l’ospitalità di cui avessero avuto bisogno, ma colà essi dovevano prestare attenzione a qualcosa che forse, senza nessun tipo di avvertimento, non avrebbero neppure considerato: ad accogliere almeno con franchezza, se non con vera e propria riconoscenza, ogni genere di dono essi avrebbero ricevuto, anche se non ne avessero compreso immediatamente l’utilità o il senso. Era una cosa che non si poteva eludere, aggiunse la voce di donna in quel corpo di vecchio musicante. Perché la mancata accettazione del dono avrebbe creato un vuoto, e quel vuoto sarebbe durato, e pochi di quelli che avevano avuto la sorte di subirlo nella propria esperienza ne avevano riconosciuto la forma, e inquadrato i contorni, e ancora meno individui erano riusciti, con fatiche inimmaginabili, a ritornare sui propri passi, e a colmarne l’entità. I due fratelli fissarono il musico per qualche istante, Vitale alzando lievemente il mento come a discostarsi adesso da quel contatto che si stava prolungando oltre il desiderato, Nicola scuotendo appena le spalle e sorridendo alla volta del vecchio a mo’ di congedo. Quelle parole finali avevano tutta l’aria di un ritornello, frutto o effetto di chissà quale delirio o storia rimescolata di quelle campagne abbandonate. Però, da esse non si voleva scollare come una patina di sortilegio, ed era questa sensazione che i due fratelli, ciascuno senza dirlo all’altro, non riuscivano a rimuovere affidando il tragitto ai dondolii e cigolii del carro che era appartenuto al loro padre e a suo padre prima di lui. Trovarono la locanda dopo poco tempo e in effetti il suo aspetto gli si mostrò tanto povero quanto, a suo modo, gentile: forse non attraente ma di sicuro invitante. La teneva una coppia di contadini che, con tutta evidenza, non aveva mai conosciuto tempi migliori, 9


e che tuttavia, proprio per questo, non pareva esigere grandi cose dallo scorrere dei giorni. La loro età non era facilmente comprensibile, un po’ per la povertà degli abiti che li ricoprivano e un po’ per la diffusione di rughe e macchie che costellavano ogni lembo di pelle rimasto esposto alle luci fioche della minuta sala, la quale costituiva l’intero spazio disponibile in quella costruzione che rimaneva una via intermedia tra una baracca appena un po’ più solida di quelle che reggevano a malapena un paio di stagioni invernali e un casolare improvvisato destinato a bestie da lavoro. Malgrado tutto, l’ospitalità fu confermata e il ristoro giunse puntuale nella forma di alcuni tuberi cotti alla brace, che seguirono una minestra calda che raccoglieva ogni tipo di verdura commestibile presente nei paraggi della locanda sperduta. In quel pasto, l’unica cosa di cui i fratelli sentirono realmente la mancanza, più per abitudine che per altro, fu un sorso di quel vino che essi sapevano abbondare squisito in tutti i versanti di quella terra in cui erano cresciuti. Perciò, fu ancora più marcata la sorpresa, più per Nicola che per Vitale in verità, quando al momento dei saluti con la coppia di villici l’uomo tirò fuori da chissà dove una piccola bottiglia d’assenzio che, con parole intimidite e fugaci, offrì agli ospiti come sostegno per il prosieguo del viaggio. E fu invece Vitale a scuotersi maggiormente per il gesto della donna, la quale, addirittura con un frammento di sorriso, porse ai fratelli già risaliti sul carro una manciata di foglie dal colore cinerino e dall’odore come non ancora sedimentato, sfuggente e però anche avvolgente. Accompagnando quel gesto con un accenno di spiegazione su come quelle foglie sostenessero in maniere diverse i suoi possessori: calmando o, al contrario, risvegliando i sensi a seconda delle condizioni climatiche e degli stessi momenti della giornata. Nicola e Vitale, dopo aver raccolto quei doni, ripartirono decisi verso il palazzo del principe. Ma siccome la strada si preannunciava non breve e le distrazioni sul carro erano pochissime, si propose a più riprese l’occasione di provare, già nel corso dello stesso viaggio, i caratteri delle offerte della coppia di locandieri, il sapore del nettare e il profumo delle foglie. Solo che, in un ennesimo accordo tra loro di gusto e di sensazioni, i fratelli trovarono il vino insipido e tendente all’acidulo, e le foglie più rinsecchite di quanto si fossero accorti all’inizio e dunque molto poco promettenti quanto a essenze profumate di cui inebriarsi a vario scopo. Così, quando finalmente arrivarono in vista del palazzo del loro mecenate, venne da sé liberarsi di quei carichi mi10


croscopici quanto inutili: con Vitale che gettò via le foglie poco prima di entrare all’interno del recinto murario dell’austero e celeberrimo palazzo, e con Nicola che invece, forse in un sussulto di disponibilità, mescolò metà della boccetta di assenzio con la residua quantità di vino rimasto nella fiasca che stazionava sempre in un angolo del carro dei due fratelli. Il principe discusse a lungo con i due fratelli le fasi del progetto, i dettagli delle opere da realizzare, i tempi da rispettare e infine, ma come cosa non meno importante delle altre, gli stessi luoghi deputati ad accogliere nei secoli a venire le creazioni di due artisti celebri e geniali quali erano Nicola e Vitale. E se nei confronti dei dettagli tecnici e dei tempi di realizzazione il principe non s’impuntò più di tanto, rispetto ai luoghi, invece, fu fin dall’inizio inflessibile e indisponibile a qualsiasi soluzione alternativa. L’esaltazione della Perfezione, e dell’Armonia a essa intrinseca, non poteva trovare sede più adeguata che nella Cappella di famiglia, inserita orgogliosa e austera nella Cattedrale della città che dominava serafica da secoli quelle terre collinari e sapienti. E la proposizione della Varietà, nella Perennità che ne era essenza, dove altro si sarebbe potuta proporre con altrettanta energia e naturalezza se non nel parco della tenuta agreste dello stesso principe, non lontana dal palazzo e dalla Cattedrale medesima? Ai due fratelli, così, venne ufficialmente assegnata la responsabilità e promessa la sicura gloria legate all’incarico. Vitale e Nicola seppero da subito che ciò che li attendeva avrebbe rappresentato l’apice della loro storia di artisti, e capirono che tutti gli sforzi compiuti in passato, tutta l’ampiezza e l’intensità della loro esperienza, convergevano su quel compito; e che, in fondo, fin dall’inizio del loro cammino non avevano fatto altro che attendere quell’opportunità. Andava riproposta, dunque, con gli artifizi e la sapienza delle arti umane, niente altro che l’Opera. Ma l’Opera comprendeva anche ciò che entrambi i fratelli avvertivano da sempre nei respiri della realtà in forma di sospiri e gemiti. L’Armonia, così come la Perennità, non avevano mai escluso dalla loro pienezza le piaghe della luce e le contrazioni della carne. Vitale, mosso da correnti di ispirazione inaudite e, a volte, incontrollabili, tratteggiò l’espressione del Verbo divino sulle volte della Cappella, e poi sulle sue pareti, e sulle architravi del portale, e intorno alle colonnine decorative, e perfino dietro l’altare; in un susseguir11


si di figure e personaggi e prospettive e combinazioni di tinte mai provate prima di allora, ed elaborazione di volumi e approfondimento di proporzioni che arricchivano con ondate d’ingegno e di furore creativo piani fino a quel momento nudi e spazi mai prima di allora così risvegliati. Dipinse la Creazione, e poi la storia dei Padri, e le vicende del Figlio così come le lotte del Bene col Male, e infine rese il Giudizio, e con esso le indissolubili Apocalisse e Resurrezione. E tutto pareva vivere in quella Cappella privilegiata, e ogni gesto, ogni tratto, comunicava il Senso della Volontà suprema, e rinviava ad altri segni e ad altri timbri, perché nulla nella creazione di Vitale smentiva il disegno complessivo, e negava l’evidenza della Verità. Ogni cosa, inoltre, si delineava con una nitidezza sempre più compiuta: ogni immagine, ogni scena, ogni storia rappresentata. Anche le raffigurazioni della sofferenza, anche le rivelazioni del peccato, o della colpa, e dello stesso terrore. E perciò tutto acquisiva in maniera crescente una sua bellezza fuori dell’ordinario. Tanto incontaminata quanto efficace per il messaggio che avrebbe comunicato agli umili così come ai puri di cuore. Il lavoro di Nicola si svolse in modi meno frenetici ma più tumultuosi, forse per la diversa natura degli spazi che gli erano stati concessi per operare. Il parco del principe si estendeva su un terreno assai nervoso e fittamente ricoperto di boscaglia alternata a brevi radure ampiamente ombreggiate. Così, la collocazione delle figure in pietra che avrebbero riflesso la Varietà del vivente avrebbe dovuto tenere conto di quegli avvallamenti, e delle piccole cascatelle che facevano da ponte tra un ruscello e un laghetto, e dei giochi di luce che facevano insinuare o ritrarre fili di sole tra alberi fruscianti e dorati. Ma Nicola non si confuse né tanto meno si smarrì per questi ambienti così densi già all’origine, anzi si fece stimolare da essi, e prese a seguirne i contorni e percepirne i rapporti, allo scopo di inserire nelle forme già esistenti le altre forme che ne avrebbero dilatato la meraviglia e il movimento. Così, tra felci giganti e ippocastani luminosi egli collocò cavalli alati che osannavano fanciulle estatiche, e accanto a uno specchio d’acqua adagiato in una minuta conca profumata insediò giganti saggi che indirizzavano lo sguardo verso draghi vocianti e delfini felici. Creò fonti sinuose e anfiteatri accoglienti, e anche fiere adagiate accanto a frutti perenni, e grotte musicali, e maschere di fogge e dimensioni mai concepite prima, e tanto altro ancora perché la stanchezza tardava a imporsi di fronte all’inesauribile. 12


Ma un giorno, era ormai tarda estate con tratti di incipiente autunno, nell’entrare nella Santa Cappella per rifinire una serie di grottesche destinate ad abbellire la cornice di muro adiacente alla porta, Vitale avvertì un lungo brivido pungergli la schiena, e poi gli sembrò che l’intero spazio affrescato ruotasse su se stesso come agitato da un’improvvisa oscillazione degli stessi muri, come se le migliaia di figure impresse su quella pietra fossero in preda a una convulsione, o a una frenesia, la cui origine sfuggiva a ogni comprensione. Pian piano, avvicinandosi ai vari pannelli della sua creazione, il pittore, pur non rendendosi subito conto di ciò che era accaduto, cominciò a notare qualcosa di incongruo presente nelle storie raffigurate e poi finalmente, con costernazione, mise a fuoco e capì. Le scene erano perfette come nei primi istanti successivi alla conclusione dall’opera, i personaggi risaltavano dei loro gesti e gli ambienti splendevano nelle loro tinte così a lungo studiate. Ma gli uni e gli altri, con tutta evidenza, avevano mutato posizione nello spazio; s’erano mossi più o meno impercettibilmente dalla collocazione originaria, sempre mantenendo la propria appartenenza a una data scena, o storia, ma come vivendola da un’altra prospettiva interna, da altri insondabili punti di vista, e forse perfino con diversi moti dell’animo. Era come se molti di essi, personaggi e ambienti, si stessero sforzando di trovare un proprio maggiore risalto all’interno del quadro complessivo, una specificità più acuta, un’effettiva autonomia. E, tutto questo, facendolo nell’unico modo possibile, in quelle condizioni: ossia, allontanandosi gli uni dagli altri; così, scostandosi da una figura vicina o distanziandosi da un luogo definito, andando a sovrapporsi ad altri corpi raffigurati, o invadendo altri spazi, a loro volta restii a subire quella nuova contiguità. E questi movimenti impercettibili e intersecantesi avvenivano nell’alveo di quello spazio sacro, la Cappella, che in realtà quasi li favoriva, custodendoli e proteggendoli da vicende esterne e da insulti naturali. Ed esse, le variazioni del disegno originario, in verità non solo non smentivano la meraviglia dell’opera pittorica, conservando la perfezione che Vitale aveva voluto infondere, ma addirittura abbellivano ulteriormente gli spazi che avrebbero occupato per sempre nella Cappella del principe. Perché la dissonanza dei gesti cui era affidata la raffigurazione dei momenti che testimoniavano la Storia dell’Assoluto, non faceva altro che potenziarne la forza, e intensificarne l’intensità. Che, tuttavia, viveva non d’armonia ormai, ma 13


di gioco di contrappunti cromatici, di inquietudini volumetriche inestinguibili. E i brividi precedenti divennero tremito in Vitale, e il tremito si trasformò in una incredulità disarmante, che al fondo però non era disposta ad arrendersi a quel tradimento della forma incarnante la Verità. Forse negli stessi giorni del fratello, certamente nel medesimo periodo dell’anno, Nicola si trovò ad affrontare all’interno del parco nobiliare qualcosa di ancor meno controllabile, e senza dubbio di non meno sconvolgente, di ciò che stava avvenendo nella Cappella della Cattedrale. Arrivato quasi alla fine del suo esaltante e però anche faticosissimo lavoro, egli si apprestava ad aggiungere una scultura vasaia decorata con iscrizioni arcaiche al complesso della fontana monumentale posta non casualmente quasi al centro del parco, quando s’avvide che la luce distesa sulla grande statua del profeta che troneggiava sui bordi della fonte era altra da quella che ricordava ribadirsi a quell’ora del giorno. E non poteva essere altrimenti, dato che esso, il profeta, sembrava aver accolto con grande disponibilità, quasi con soddisfazione, la patina di muschio che ne aveva già avvolto le spalle e parte della barba immota. Nicola non poté fare a meno di scuotere ripetutamente la testa in segno di violento diniego a quella vista, inusitatamente ammutolito nel subire una tale sorprendente scossa delle proprie emozioni. Tutta la prima parte del suo lavoro era stata dedicata a scegliere la pietra migliore, la più resistente e pura, e a curare la disposizione delle opere per assicurare loro la migliore fruizione di aria e luce, e la maggiore difesa da agenti atmosferici improvvisi. Egli sapeva anche troppo bene quale restava il fine, lo scopo ultimo, di quell’impresa: garantire la durata intatta di quella rappresentazione così composita (e perfino fantastica, secondo il suo stile e il suo temperamento) della Varietà dei corpi. Soltanto una cosa poteva offrire con nettezza questa decisiva impressione di Perennità della ricchezza del mondo creato: il suo rimanere simbolicamente identica, il suo ignorare l’instabilità che il flusso di istanti rovesciava sui corpi più fragili, il suo opporre l’integrità della forma (per quanto deforme essa fosse voluta e riproposta) e delle componenti che la sorreggevano alla precarietà imposta dal tempo. Ma le statue di Nicola, molte altre dopo il profeta a guardia della fonte, non mostravano altro che la volontà di fondersi con il precario e il cangiante, di adagiarsi nella modificazione che ve14


niva loro proposta da quell’ambiente inconsapevole, di barattare volentieri una purezza incomprensibile con un amalgama irresistibile. E per quanto Nicola tentasse di ripulire i suoi manufatti, tanto più rapidamente, con una beffarda innocenza, essi si facevano riavvolgere dalle carezze del fogliame, immergendosi a più riprese, immobili, nelle macchie odorose che la terra non finiva di emettere sulla sua pelle. In una muta ma irrevocabile resa alle irregolari maree del tempo. Con una bellezza d’espressioni che quelle statue così diversificate e uniche videro solo accrescere in questa compenetrazione con le trascurate ma non inerti manifestazioni di vita organica del parco. In un superamento della diversità imperfetto e definitivo. Nessuno poté negare il prodigio che rappresentavano le opere di Vitale, il pittore, e Nicola, lo scultore. Neppure il principe, che pure notava in esse qualcosa di imprevisto, di non canonico, rispetto alle sue immaginazioni nutrite ora di certezze ora di illusioni, ugualmente assolute. Perciò, quasi nessuno intuì, o cercò di capire, per quali motivi essi si affannassero ancora così tanto intorno alle rispettive creazioni. In entrambi i casi producendo l’effetto, visibile a chiunque, d’accentuarne la resa figurativa già eccezionale, di ampliarne la densità espressiva, d’estremizzarne i tratti più acuti, già all’origine stupefacenti. Così, Vitale aggiunse altre storie a quelle sostanziali già affrontate e introdusse i campioni del Maligno, o numerosi dotti della tradizione profana e perfino arcana, col duplice intento di contenere le velleità delle figure già esistenti e, ancor più, di proporre o recuperare accordi dispersi, imprescindibili perché l’apologia dell’Armonia potesse compiersi. E suo fratello, Nicola lo scultore rimise mano a molte pietre già scolpite e alcune le corresse mentre altre le ampliò o deformò ulteriormente, con tanta furia creativa da dargli ancora qualche speranza di riuscire a mantenere separato il destino della pietra da quello della terra friabile e della boscaglia mutevole, e dunque di confondere il tempo. E se negli anni, e nei secoli dopo di essi, la figura dell’Anticristo continuò perfetta a campeggiare sotto la volta, assediata dai Padri oranti e osservata con orrore interessato dal Filosofo degli antichi nella Cappella della Cattedrale che non finì di commuovere e di sconvolgere; nel parco del principe il drago dall’orecchio a conchiglia e il volto che non smise mai d’invocare pietà non interruppero l’inserimento delle loro movenze nelle pieghe instabili del frammento di bosco che mai più li rifiutò. 15


Alla fine dei suoi giorni, non vecchio ma con l’animo ancora più provato del corpo, Nicola fu inumato all’interno della Cattedrale, lungo il fianco della navata centrale. Il suo sepolcro fu mantenuto assai semplice, per sua espressa volontà, e certo nessuno udì le sue ultime parole di impazienza per la perdurante incompiutezza del suo lavoro infinito. Della morte di Vitale, invece, non seppe mai alcuno. Gli ultimi tra i suoi amici, tutti suoi adoranti estimatori, assistettero alla perdita in lui, l’uno dopo l’altro, del pieno uso dei sensi, e chissà perché l’ultimo a esaurirsi fu il tatto. Ma della sua morte non vi fu traccia. Né certezza che sia avvenuta.

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La leggenda delle movenze incrociate  

Racconti del fantastico reale.

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