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da “La cassa acustica” di Giancarlo Tramutoli ...Ci troviamo davanti la disperazione di un’umanità non solo condannata da Dio a guadagnarsi il pane col sudore della fronte ma, con quello che risulterebbe quasi un surplus di sadismo, a guadagnarselo,‘sto benedetto pane, facendo proprio l’impiegato. Potremmo spiegarlo con la tendenza al lagno che - per carità lasciateci almeno quello! - ci unisce tutti nel nostro destino di scacciati dal Paradiso Perduto; appunto. Ma non si tratta solo del rimpianto per l’Età dell’Oro. C’è dell’altro... dalla prefazione di Gaetano Cappelli

€ 10 ISBN ISBN 978-88-96171-02-8 978-88-96171-00-4

pasquale doria

Pasquale Doria è giornalista; ha diretto alcuni periodici lucani e predilige temi legati al territorio che segue dal 1984 nella redazione di Matera della “Gazzetta del Mezzogiorno”, dove è vice caposervizio. Con Ferdinando Mirizzi ha curato il volume “Rosario Genovese. Fotografo” (Antezza 2008), ed è autore di alcuni racconti pubblicati in “Partenze da fermo” (Libreria dell’Arco editore, 2007).

a cura di

a lavoro ci devo comunque andare

...Ho pensato a quanti soldi ho risparmiato, soldi che avrei dovuto dare a uno psicanalista, perché un autistico tendenziale come me, introverso, non comunicativo, un orso (anche se sono glabro) è stato da un giorno all’altro, e in mezzo del cammin di sua vita, costretto a stare di fronte alla gente, come si dice. Cioè di fronte a chiunque, qualsiasi tipo di persona, di soggetto...

prefazione di gaetano cappelli

a lavoro ci devo comunque andare racconti di pasquale doria peppe lomonaco costantino dilillo paolo tritto giancarlo tramutoli

i narratori

con una nota di giancarlo tramutoli


Prefazione Uno dei primi racconti, anzi proprio il primo racconto che scrissi quando, avendo pubblicato due noir truculentissimi, decisi che il mondo era già fin troppo pieno d’orrore per doverne aggiungere altro anche nei libri, quel racconto si intitolava Miele e aveva come protagonista un giovane bancario che, al culmine del successo, sta per sposare la figlia dell’azionista di maggioranza della sua banca ma si innamora della sostituta di una segretaria dell’ufficio-fidi. Quanto di più lontano quindi dallo spirito che dagli anni Settanta ancora ci accompagnava e che trova la sua epitome nei versi, per il resto pregevoli, di Compagno di scuola - perché, ditemi, chi non si è mai innamorato/di quella del primo banco/la più carina la più cretina/cretino tu - di Antonello Venditti e che ancora oggi, a distanza di quasi trentacinque anni - la canzone è del lontano 1975 - possiamo cantare a memoria: Compagno di scuola, compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate? compagno di scuola, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu? A me invece, era proprio la vita di chi era entrato in banca a interessarmi; la vita, i sogni, i desideri, le disillusioni di quelli “qualunque”, delle persone reali che sono il sangue e la carne della letteratura - non è un caso, d’altronde, che, negli anni terribili della canzone di Venditti, scrivere romanzi fosse ritenuta un’attività inutile quando non addirittura deleteria - controrivoluzionaria: sic . Così, tenendo ben a mente la lezione di Fitzgerald, il Fitzgerald dei racconti, scrissi Mestieri sentimentali sui personaggi alle prese col lavoro e le storie sentimentali che vi possono nascere. 3


Mi ha molto incuriosito quindi, adesso a distanza di quasi un ventennio dalle mie storie - uscirono nel 1992 - leggere queste di A lavoro ci devo comunque andare, anch’esse dedicate al mondo apparentemente grigio di chi fa l’impiegato e che - come ci ricorda Tramutoli - sembra per destino dover essere perennemente vilipeso, umiliato, preso a simbolo stesso del conformismo e invece... invece, come già dietro la figura meschina della mezzamanica, tracciata da Cechov, Gogol, Dostoevskij, ma anche magistralmenrte da Balzac e Maupassant - dietro o innanzi alla figura della mezzamanica, dicevo, ecco che si spalanca un mondo pieno di sfumature e caratteri ricchissimi che trova in questa antologia un rappresantitivo inventario. Così si va dal protagonista tormentato dell’intricatissimo racconto di corruzione firmato da Pasquale Doria in cui, compresa la presenza di una dark lady, non manca proprio nessuno degli elmenti del noir; all’allegro grottesco di Lomonaco - sarei curioso anzi di sapere la reazione dei suoi colleghi alla pubblicazione di questo libro: ma magari, come mi auguro per lui, il racconto non ha nessuna base autobiografica; o si confida nel fatto che in Italia nessuno legge. Fino al personaggio della favola assolutamente naif di Paolo Tritto che sogna il successo letterario come riscatto al fallimento. Per arrivare ancora al racconto fantastico di Costantino Dilillo in cui un archivista decide di scegliersi come dimora il suo stesso ufficio dopo avervi incontrato, essendoci rimasto chiuso per una notte, i più svariati e, anche qui, fiabeschi surreali personaggi. Scelta che ha un controcanto realistico nel bancario Tramutoli che usa il suo box invece come gioioso punto d’osservazione sui tipi che popolano il mondo della vita reale, prima di accedere a quello che sapientemente l’autore ricrea nei suoi versi e romanzi. In tutti questi casi, con l’eccezione delle pagine del suddetto Tramutoli, ci troviamo comunque davanti la disperazione di un’umanità non solo condannata da Dio a guadagnarsi il pane col sudore della fronte ma, con quello che risulterebbe quasi un surplus di sadismo, a guadagnarselo, ‘sto benedetto pane, facendo proprio l’impiegato. Potremmo spiegarlo con la tendenza al lagno che - per carità lasciateci almeno quello! - ci unisce tutti nel nostro destino di scacciati dal Paradiso Perduto; appunto. Ma non si tratta solo del rimpianto per l’Età dell’Oro. 4


C’è dell’altro. I sogni di grandezza che la nostra società mai come oggi sollecita eppoi crudelmente disillude: ecco, di cosa stiamo parlando. Chi ci pensava una volta a diventare celebre, famoso, eroico ed esemplare? Giusto qualche guerriero esaltato e, solo dal Romanticismo in poi, qualche ancora più esaltato artista. Da dopo Warhol invece, che teorizza i quindici minuti di celebrità per tutti, chi nella giovinezza, e non solo, non ha mai sognato di calcare i veri scenari del mondo?, e trovarsi alla fine, in mezzemaniche, seduto alla stessa scrivania ogni santo giorno non è dunque il massimo. Si capisce quindi la sostanziale malinconia, l’umore nero, il rancore, il rimpianto - potevo laurerami, potevo fare questo, potevo fare quello - che circola tra queste pagine. E ci mancherebbe, ci mancherebbe! Già, ma se ora, in questi tempi di crisi - e non ci vedo proprio niente di positivo in questa “contingenza” che rischia di mandare tutti a ramengo - pure quella scrivania venisse improvvisamente a mancare? Vabbè ci rimarrebbe sempre “il fumo delle barricate” ma quello intossica. Ah, se intossica; alla nostra età poi! Gaetano Cappelli

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Introduzione Buttarsi a raccontare vicende d’impiegati, storie nate sotto i bombardamenti del brunettismo imperante può avere un solo senso: quello della provocazione. Anche se epocalmente ancorata, non è espressione del tutto desueta. Ai più, quale omaggio all’ossessione degli anniversari, non sfugge che il mitico Sessantotto, con l’universo mondo della sua carica provocatoria, da noi arrivò un anno dopo. Sì, non caldissimo, ma anche da noi si fece autunno quando, nel 1969, s’iniziò provvidenzialmente a provocare. E c’erano pure loro, pochini, ma per la prima volta si misero a protestare anche quelli dell’amministrazione, i colletti bianchi, che così venivano distinti rispetto ai Cipputi in tuta blu. Fatto sta che da allora, siamo nel 2009, di protestare non si è smesso più, anche perché la situazione è rimasta sempre in bilico, non è mai migliorata più di tanto. Per quanto, oggi, sembrano prevalere scarse idee, di basso profilo e soprattutto latrati cari a personaggi sbucati da chissà quali nebbiose e tossiche latrine. Tanto che quando sventola la bandiera italiana bisogna tirare a indovinare, magari andando a fiuto. È fiacco patriottismo? No, secondo certe usanze leghiste, si tratta solo di assolvere al greve compito di scrivere la parola fine a fastidiose incombenze corporali, che in fatto d’igiene ognuno si regola come può. E buona notte alla Carta... costituzionale. Erano altri tempi, anche allora per diverse ragioni bui, quando invece le mezzemaniche (a proposito, la Cassazione dice che è ingiuria, espressione offensiva perché supera i limiti della correttezza e del rispetto della dignità umana) dovevano giurare sulla bandiera prima di cominciare i fatidici sei mesi di prova, come confermerebbe con certa enfasi il mitico Fantozzi, indiscusso campione mondiale di mostruose tragedie impiegatizie. Solo dopo aver superato questo scoglio, dimostrando di non essere politicamente troppo orientati, meglio se apolitici, si poteva entrare a far parte della grande famiglia del pubblico im7


piego. E così, da quel solenne momento si veniva a sapere della non più segreta esistenza del grande fratello, sorta di registro nelle mani del capo, quello delle note personali, criptica forma di schedatura semiantropologica abolita non tantissimo tempo fa, sebbene in crisi già dal suo apparire. Chi non ha dimenticato, la ricorda come qualcosa d’infame, tipo lavagna sulla quale segnare i nomi dei buoni e dei cattivi. Si compilava per proporre avanzamenti di carriera, gratifiche oppure punizioni da ultimo posto in fondo, sul più rude e legnoso banco di scuola (leggi oscuro ufficetto, sgabuzzino), complice la vigile delazione di incartapecorite maestrine, quasi sempre acide zitelle in grembiule scuro, capaci di un bisbigliare occhiuto al ritmo di saettanti bacchettate a tradimento tra nocche, denti e via menando. Premurose con i dirigenti, letali specialmente per i facinorosi del sindacato, che all’inizio, anni Cinquanta, in molti settori era uno solo, unitario. Nonostante i divieti, non permetteva di delegare al Governo il suo lavoro e neppure se lo faceva scippare da una galassia di sigle formato famigliare, perfino ad uso personale. Niente a che vedere con l’odierno “un uomo, un sindacato”, con tanto di salasso disgustoso più di certi amari al ferro e alla china ingurgitati a forza dopo i pasti freddi serviti in luride stazioncine ferroviarie. Lì, tutti fermi, appesi al nulla, l’unica volta in cui, finalmente, si era deciso con tutta la famiglia di fare a meno dell’auto. Insomma, quello che segue è un invito a leggere le peripezie di novelli monsieur travet, tipi umani di perenne attualità se si considera quanti hanno esplorato maschere, non di rado, degne del teatro dell’assurdo. Anche perché, quanti di seguito provano a raccontare (gli impiegati della Regione Peppe Lomonaco e Paolo Tritto, gli impiegati di banca Costantino Dilillo e Giancarlo Tramutoli, l’ex impiegato Asl Pasquale Doria) direttamente e indirettamente, hanno vissuto o vivono avviluppati in una sorta di fotocopia in bianco e nero, una sequenza di vicende molto spesso uguali a se stesse, replicate nella naturale cornice che delimita il cosiddetto dipendente efficiente, facciata posticcia di un quotidiano flusso standard, testato su misura per qualunque ente, possibilmente al riparo dal mirino della Corte dei conti e di altre forme ispettive. Dipendente pubblico... quasi un ossimoro, una frizione terminologica scopertamente incerta nel suo incedere. Eppure, è nata come definizione intenzionalmente rassicurante, che sistema, cataloga, classi8


fica in livelli ordinari e apicali. Ottavo livello! Che suono rotondo, levigato, promettente. Ma davvero ciò che è dipendente può essere anche utilmente pubblico, concetto così vicino a Paese civile, libero? I dubbi sul tipo di lavoro svolto, nel senso della sua pubblicità, rimangono il più delle volte tali. Ma non ha comunque senso prendersela con una categoria, che non è dello spirito e neppure può essere precipitata a nera pietra di paragone di ogni italico abisso. E poi, un dubbio: se si fossero rifugiati proprio nel disprezzato lavoro parassitario, quello dei nuovi quasi poveri, condannati a stipendiucci vorrei ma non posso, gli ultimi salariati così incoscienti da abbandonarsi a derive lungo le quali è ancora lecito sognare ad occhi aperti, fantasticare senza l’ausilio ipnotico e velenoso del piccolo schermo? È vero, a volte i sogni rischiano di degradare verso l’incubo, ma dentro tanto piatto smarrimento quotidiano è pur sempre merce rara, da tutelare, salvaguardare, roba da Wwf. Altro che rottamare. Modernariato, tutt’al più modernariato, signora mia! Infine, come tacere che, «per quanto voi vi crediate assolti - come cantava Fabrizio De Andrè in Storia di un impiegato - siete per sempre coinvolti»? Il curatore

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Elogio dell’impiegato onesto nei tempi della crisi globale Da secoli, l’impiegato è stato vilipeso, umiliato e offeso. È stato sempre scelto come esempio fulgido del fallimento. Il simbolo della più bieca mediocrità. La mezzamanica, per l’appunto. La figura professionale antitetica all’imprenditore, all’intraprendenza manageriale, al talento del self-made man. L’impiegato condannato a un’esistenza priva di soddisfazioni, di slanci, d’inventiva. L’uomo senza qualità. Quello che si adegua. Piega la testa. Quello che ha una specie di perversa vocazione alla sottomissione. Se non al servilismo. E al masochismo. Dici impiegato e ti vengono in mente certe untuose figure dostoevskijane con capelli radi ma con molta forfora sulle spalle di giacche sdrucite. O la tragicomica icona del rag. Fantozzi. O l’archivista capo interpretato da Totò in Totò e i Re di Roma (tratto da due racconti di Cechov, Morte di un impiegato ed Esami di promozione), dove uno starnuto che da un loggione colpisce il suo capo in platea crea una catastrofe nella sua già grama esistenza impiegatizia. Ma in questi tempi di crollo globale del più cinico capitalismo, fa quasi piacere, sul piano etico, questa crisi che almeno ci libererà dal superfluo, sperando non ci manchi mai il necessario. C’è quasi un riscatto apocalittico dell’impiegato, intendiamoci, di quello onesto, che lavora, che è gentile col pubblico, che non abbaia, che non si lagna, che non è entrato col solito calcinculo (che, fateci caso, quelli che entrano così, poi si comportano sempre peggio), insomma l’impiegato affezionato alla sua tranquilla routine che gli permette magari anche di coltivare i suoi interessi (passeggiare, leggere, dipingere, andare in bici), proprio perché può contare su tempi liberi certi, non raggiungibili da telefonate che implicano un suo qualche ruolo di responsabilità. Insomma l’impiegato, pur in una condizione di sudditanza, può, paradossalmente, contare su spazi di libertà superiori a quelli dei suoi capi, 11


stritolati dallo stress dell’ambizione, della carriera, della responsabilità. Che porta ad avere la casa al mare e in campagna. A farsi la settimana bianca a Cortina. Ad avere tutto il repertorio materiale degli status symbol, ma pure, spesso, una vita impossibile. Il riscatto dell’impiegato, secondo me, è cominciato in letteratura con lo scrivano Bartleby di Melville. Quello che a domanda rispondeva sempre: Preferirei di no. Quello che manifestava così una mite ma estrema resistenza ad entrare nell’ingranaggio delle false ambizioni e delle parvenze non valide, giusto per citare Moravia e Gadda, che fa sempre figo in una nota come questa. Ecco questa crisi globale, se gli sopravviveremo, segnerà la rivincita di tutti i travet, dalle strisce di Bristow all’epopea di Fantozzi. La vendetta del saggio accontentarsi di una vita fatta di abitudini rassicuranti rispetto alla nevrosi dell’accumulare più roba che vita interiore. Direbbe Totò: m’impiego ma non mi spezzo. E a prescindere. Ovviamente. Giancarlo Tramutoli

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A lavoro ci devo comunque andare