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Alternativa 02_2022

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In questo numero:

n.2

Il ghiaccio è rotto, la barca va Cinquant’anni di politiche di area vasta nel VCO Regolamentazione e governo del territorio Etica e impegno sociale Politiche sociali tra principi ispiratori e nuovi orizzonti Una Paziente insolita Oltre ogni soglia, una storia

PERIODICO DI CULTURA E IMPEGNO SOCIALE DELL’ASSOCIAZIONE ALTERNATIVA A...

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SOMMARIO

Editoriale

Il ghiaccio è rotto, la barca va

La redazione

Pgg. 4-5

Ambienti territori scenari contesti

Cinquant’anni di politiche di area vasta nel Verbano Cusio Ossola C. Zanotti Regolamentazione e governo del territorio R. Ripamonti

Direttore Responsabile: Clemente Mazzetta Redazione: Samantha Brandini (segreteria) Diego Brignoli Maurizio Colombo Laura Luisi (coordinamento) Roberto Negroni Alvi Torrielli Simonetta Valterio

6-7 12-13

Riflessioni analisi commenti

Etica e impegno sociale Politiche sociali tra principi ispiratori e nuovi orizzonti

G. Piana

16-17

A. Lux

18-19

C. Bava

20-21

R. Negroni

22-23

D. Brignoli

22-23

S. Negroni V. Volontè

24-25 28-29

A. Torrielli S. Brandini

30-31 32-33

V. Allegranza

34-35

E. Bandini L. Luisi A. Magrì A. Torrielli L. Luisi R. Negroni

36-37 38-39 42-43 44-45 48-49 50-51

Contributi

Una paziente insolita Cosa avviene in casa d’altri Prendere esempio da...

Grafica: Dario Martinelli

Presi nella rete

Impaginazione: a cura della redazione

Non prendere esempio da...

Distribuzione: a cura della redazione

Progetti

INPS, problemi di accesso Cronache dalla Sassonia Oltre ogni soglia, una storia

Stampa: Press Grafica Srl

Protagonisti e testimonianze Rivista n. 2 Anno 2022

Intervista a Claudia Cartini Notti in Croce Rossa

Periodico di cultura e impegno sociale dell’Associazione Alternativa A ONLUS Domodossola Via dell’Artigianato 13

Notizie e cronache

Siamo tutti complottisti? Le rubriche di A

SOStienici con una donazione IBAN IT21X0200845360000103728938

Hanno collaborato con scritti a questo numero

Dalla scuola Spazio donna Il film Il viaggio Invito alla lettura Gli appunti di padre McKenzie

Vittoria Allegranza, Vicepresidente Associazione Alternativa A ONLUS Eva Bandini, allieva del V anno del Liceo Linguistico "Giorgio Spezia" – Domodossola Carlo Bava, medico, musicista, fotografo Andrea Lux, direttore generale Consorzi CISAS Santhià, CASA Gattinara e CISS-Ossola Alessandro Magrì, Associazione Cineforum Domodossola Silvia Negroni, coordinatrice della progettazione Sassonia Giannino Piana, teologo, già docente di Etica cristiana e di Etica e economia nelle università di Urbino e Torino Roberto Ripamonti, architetto, urbanista Valentina Volontè, sociologa consulente in ambito socio-culturale Claudio Zanotti, titolare del blog verbaniasettanta.it, già sindaco di Verbania e presidente di ConserVCO e i redattori: Diego Brignoli, Samantha Brandini, Maurizio Colombo, Laura Luisi, Roberto Negroni, Alvi Torrielli e Simonetta Valterio


A

editoriale

IL GHIACCIO É ROTTO, LA BARCA VA

Grazie a tutti: go on

La redazione


Pgg. 4-5

E

Foto di Eleonora Mari

cco il secondo numero di Alternativa, una rivista nuova che germoglia da quella nata più di 35 anni fa; una rivista nuova che ha origine da un pas‐ sato importante e che vuole rispondere alle esigenze del presente e provare a rispondere anche alle esigenze del futuro. Per riuscire in questo intento riteniamo essenziale aprirci e avere contributi importanti anche esterni al sistema coo‐ perativo. E’ questo che abbiamo già fatto nel primo numero ed è questo che caratte‐ rizza anche questo secondo numero e che contiamo continuerà a caratterizzare la rivi‐ sta. A questo proposi‐ to un grande grazie ancora a chi ha contri‐ buito a questi primi due numeri con l’au‐ spicio che vogliano continuare a farlo e possano aggiungerse‐ ne altri.Anche questo secondo numero pro‐ pone contenuti per le sezioni che abbiamo inserito e che hanno un percorso che vuole essere compiuto: dalla conoscenza dei terri‐ tori e degli scenari alle riflessioni e alle anali‐ si derivanti, ai contri‐ buti, per rivolgere poi lo sguardo su ciò che avviene nei contesti esterni e ai progetti in essere, andando quin‐ di a dare voce ai pro‐ tagonisti e ai testimo‐ ni del sociale. La parte finale della rivista, le rubriche, vuole essere un arricchimento cul‐ turale sintetico ma

importante. Nella sezione Ambienti, territori, scenari, contesti dopo i due articoli del primo numero dedica‐ ti alla morfologia del Verbano Cusio Ossola e alla sua evoluzione demografica in questo numero si affrontano le politiche di area vasta che hanno con‐ traddistinto il Verbano Cusio Ossola negli ultimi 50 anni e l’or‐ ganizzazione e la gestione del territorio così da approfondire le dinamiche che hanno caratterizzato il nostro territorio. Nella sezione Rifles‐ sioni, analisi, com‐ menti, a dare continui‐ tà ai contributi relativi ai Consorzi dei servizi sociali del numero 1, abbiamo un contribu‐ to volto al prossimo futuro sui nuovi oriz‐ zonti delle politiche sociali; accanto a que‐ sto un articolo di ampio respiro dedica‐ to ai fondamenti del‐ l’etica dell’impegno sociale conseguente. Nella sezione Contri‐ buti il racconto del‐ l’eccezionale espe‐ rienza di un medico di famiglia. Nella sezione Cosa avviene in casa d’altri abbiamo un contribu‐ to dedicato agli inter‐ venti territoriali im‐ plementati in alcune regioni relativi alle problematiche legate all’uso di Internet e un contributo dedicato ai problemi di accesso ad un servizio essen‐ ziale da cui prendere spunto per migliora‐ menti futuri. Nelle sezioni dedicate

Alternativa

ai Progetti e ai Prota‐ gonisti si ha modo da una parte di approfon‐ dire un progetto speri‐ mentale di comunità in un quartiere di Ver‐ bania nella sua imple‐ mentazione e nella sua storia e dall’altra di dare voce ai prota‐ gonisti di due momenti importanti di cura delle persone: una infermiera in un reparto Covid e due volontari della Croce Rossa. In Notizie e cronache, l’illustrazione di un evento pubblico che ha segnato la riapertu‐ ra di Casa don Gianni, dopo 2 anni di pande‐ mia. Per concludere dob‐ biamo riprendere un passaggio importante a cui abbiamo già dedicato attenzione nello scorso numero della rivista. A malin‐ cuore dobbiamo con‐ fermare che questo numero di Alternati‐ va è l’ultimo che esce anche in forma carta‐ cea; dal prossimo numero Alternativa sarà solo digitale. Questa scelta, quasi obbligata, ci consente di diffondere in misu‐ ra maggiore e con costi sostenibili la rivista; tenuto conto che l’attività delle per‐ sone che collaborano è del tutto volontaria, la scelta del digitale ci consente di diffonder‐ la gratuitamente a tutti gli interessati. Quindi l’appuntamen‐ to per il terzo numero è alla seconda metà di settembre a questo indirizzo: http://ww‐ w.alternativa-a.it/it/ rivista/

La rivista è il risultato di un progetto avviato da circa un anno e il prodotto di un lavoro di gruppo, grazie al quale tutte le attività vengono svolte gratuitamente. Parte del cambiamento che sta interessando questa rivista riguarda anche la necessità di trasformarla in un periodico online, annullandone i costi di stampa e di spedizione, e rendendola eco-sostenibile e salva-spazio. La sua produzione sarà pertanto quasi a costo zero, ma per “Alternativa A”, associazione Onlus, che ne è l’editore, poter contare ancora sul sostegno dei suoi lettori rappresenterà un valore aggiunto per continuare ad operare come luogo d’incontro, di lavoro, di formazione, di solidarietà, di aiuto, in una logica di collaborazione, scambio e legame con il territorio.

Vi chiediamo allora di sostenerci con la vostra donazione, versando, con bonifico bancario, un contributo sull’IBAN di Alternativa A IT21X0200845360 000103728938 con la causale “donazione per la rivista”. Grazie!


AA

ambienti territorieditoriale scenari contesti

CINQUANT’ANNI DI POLITICHE DI AREAVASTA NELVERBANO CUSIO OSSOLA In pochi anni è stato disperso un patrimonio di conoscenze e di esperienze ed è stato smontato pezzo per pezzo un disegno razionale del territorio provinciale costruito con fatica nell’arco di un quarto di secolo. Si può immaginare una via d’uscita? Forse sì, ma solamente a condizione di cambiare paradigma Claudio Zanotti


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Foto di Eleonora Mari

S

e un giovane appassionato di poli‐ tica volesse ricostruire le dinami‐ che che hanno caratterizzato nel‐ l’ultimo mezzo secolo lo sviluppo com‐ plessivo del nostro territorio nella sua duplice declinazione di Alto Novarese prima e di provincia del VCO poi, non avrebbe difficoltà a riconoscere nelle “politiche di area vasta” uno degli snodi più ricchi, complessi e innovativi di un’ormai lunghissima esperienza di governo locale. Forse l’esperienza più luminosa e convincente, attraverso la quale almeno due generazioni di politici e amministratori hanno saputo costruire risposte solide e razionali a tre urgenze avvertite come sfide non rinviabili: la crescente domanda di servizi tecnologi‐ camente e organizzativamente comples‐ si a rilevanza sovracomunale (il ciclo dei rifiuti, il ciclo idrico, il trasporto pubblico, i servizi sociali); il supera‐ mento della dimensione municipale nella programmazione territoriale (piani regolatori, strumenti urbanistici esecutivi, localizzazione di infrastruttu‐ re); l’integrazione e la finalizzazione del lavoro dei cosiddetti “attori sociali” (amministrazioni locali, rappresentanti delle categorie produttive e del sistema economico, realtà associative di interes‐ se sociale, istituzioni pubbliche…) attraverso la costruzione di percorsi di pianificazione strategica. LE POLITICHE CONSORTILI (1970-2000) Il punto d’avvio di questo processo che, a posteriori, possiamo definire virtuoso è la nascita del Consorzio per lo Svilup‐ po del Basso Toce (C.B.T.), quando con decreto a firma del Prefetto di Novara del 31 marzo 1971 - diventaro‐ no a tutti gli effetti operative le delibera‐ zioni delle assemblee municipali con le quali i Comuni di Verbania, Omegna, Gravellona Toce e Baveno avevano approvato, nel corso del 1970, lo Statu‐ to del nuovo ente. L’esigenza di costituire un soggetto pubblico per favorire lo sviluppo socioeconomico della zona e di potenziare il sistema dei servizi pubblici locali era

Alternativa


A

ambienti territori

gradualmente maturata nelle Ammini‐ strazioni Comunali della conurbazione Verbania-Omegna nella seconda metà degli anni Sessanta, alimentata dalle aspettative innescate dal processo di decentramento legislativo e ammini‐ strativo regionale (le prime elezioni dei Consigli Regionali sono del 1970) e – in sede locale – dalla necessità di assi‐ curare prospettive di sviluppo economi‐ co e industriale diverse rispetto a quelle garantite dalla grande industria, in pri‐ mis Montedison. Con accorta lungimi‐ ranza che oggi chiameremmo biparti‐ san, Amministrazioni locali di diverso “colore” politico avevano precocemen‐ te intuito che le occasioni di crescita avviate dal processo di decentramento regionale avrebbero potuto dispiegare l’intera loro potenzialità soltanto se affi‐ date a un organo di programmazione, gestione e intervento in grado di ragio‐ nare secondo logiche sovracomunali, così come solo secondo logiche sovra‐ comunali avrebbero potuto essere ade‐ guatamente organizzati e gestiti servizi pubblici fondamentali (rifiuti, trasporti, depurazione delle acque, aree attrezza‐ te) per un equilibrato e armonico svilup‐ po del territorio dell’allora Alto Nova‐ rese. Nel decennio ’70-’80 il Consorzio Basso Toce produce uno sforzo straor‐ dinario di programmazione e di proget‐ tazione amministrativa, ponendo le solidissime basi su cui nei due decenni successivi l’ente (e, con esso, le sue filiazioni societarie e aziendali) costrui‐ sce la propria crescita a servizio della comunità locale. La prima, grande e difficilissima scommessa che il Consor‐ zio affronta coincide con l’improvviso esplodere della crisi della Montedison, che nel dicembre 1972 comunica l’in‐ tenzione di smantellare lo stabilimento di Verbania e di rilocalizzare gli impian‐ ti a Novara. Per evitare la chiusura della fabbrica, il Comune oggi capoluogo

scenari contesti

propone a Montedison di realizzare quattro unità produttive sui terreni della piana di Mergozzo inseriti un paio di mesi prima dal Consorzio nel Piano di utilizzo delle aree per insediamenti pro‐ duttivi predisposto ai sensi della legge 865/71. Il progetto, che suscitò vivacis‐ sime polemiche e la fiera e fondata opposizione della popolazione di Mer‐ gozzo, non vide mai la luce e negli anni successivi si arenò tra espropri, ricorsi e disimpegno sostanziale di Montedison stessa. Ma l’ambizioso disegno di dota‐ re il territorio di aree attrezzate ove inse‐ diare stabilimenti industriali e artigiana‐ li di dimensioni piccole e medie non venne accantonato: negli anni successi‐ vi, segnati dal progressivo aggravarsi della crisi strutturale del tessuto indu‐ striale della zona del Verbano e della bassa e media Ossola, il Consorzio riu‐ scì a varare il piano di insediamenti industriali del Piano Grande a Fondoto‐ ce, che alla fine degli anni ’70 e i primi anni ‘80 vide l’avvio delle imponenti opere di urbanizzazione grazie alle quali è stato possibile nell’arco di ven‐ t’anni mettere a disposizione del siste‐ ma imprenditoriale locale un’alternati‐ va praticabile e conveniente per riloca‐ lizzazioni e potenziamenti delle indu‐ strie. Le potenzialità insite nelle aree del Piano Grande e nelle aree industriali dismesse parvero subito così rilevanti da suggerire al Consorzio Basso Toce di dotarsi di una struttura societaria auto‐ noma in grado di valorizzare compiuta‐ mente–attraverso il coinvolgimento, accanto agli enti locali, di banche, asso‐ ciazioni d’impresa e società finanziarie – le risorse e le energie presenti sul terri‐ torio. Per corrispondere a questa esigen‐ za nacque nel 1980 Saia spa, al cui capi‐ tale sociale parteciparono una pluralità di soggetti in grado di fare della società una realtà strategica del V.C.O. almeno sino alla metà del primo decennio del

nuovo secolo. Conseguiti compiuta‐ mente gli obiettivi per cui era nata, Saia non ha poi saputo individuare nuovi ambiti di azione utili alla crescita del territorio, entrando in una spirale invo‐ lutiva terminata pochi anni fa con un ignominioso fallimento. L’iniziativa che forse più di ogni altra ha segnato il profilo e l’identità stessa di C.B.T. è stata la realizzazione e la gestione del forno inceneritore di Mer‐ gozzo. Appena insediata l’Assemblea consortile avvia l’iter amministrativo per dotare la zona di un moderno ed efficiente impianto di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, destinato a sostitui‐ re le improvvisate discariche alla perife‐ ria dei paesi e i microscopici, artigianali e ingestibili forni inceneritori di cui qualche Comune in quegli anni si era pur dotato. La nuova struttura viene concepita, progettata, finanziata e rea‐ lizzata nell’arco di pochi anni e già nel 1977 entra in funzione. Smaltirà i rifiuti del Verbano, del Cusio e della bassa Ossola sino alla fine del 1987, quando viene chiuso per improrogabili inter‐ venti di adeguamento alle mutate esi‐ genze tecniche. Nel 1988 C.B.T. mette a punto l’ambizioso e impegnativo pro‐ getto di radicale ristrutturazione e ampliamento dell’impianto: i lavori, dal costo di circa 25 miliardi di lire, si com‐ pletano tra il 1995 e il 1997, dopo un iter amministrativo e tecnico straordina‐ riamente complesso e difficile. All’a‐ vanguardia dal punto di vista tecnico (energia elettrica dai rifiuti) e da quello ambientale (pieno rispetto della norma‐ tiva sulle emissioni), l’impianto verrà messo a riposo nel 2012. Accanto alle lungimiranti ed efficaci politiche impiantistiche in materia di smaltimento dei rifiuti, il Consorzio Basso Toce investe energie e risorse anche per il rilancio del Trasporto Pub‐ blico Locale. Nei primi anni ’70, in pre‐ senza di un servizio affidato a gestori


pgg. Pgg. 8-9

privati fortemente carente rispetto alla crescente domanda di mobilità urbana e interurbana indotta in particolare dal‐ l’aumento tumultuoso della popolazio‐ ne studentesca, il Consorzio elabora una strategia di “pubblicizzazione” dei servizi di trasporto che si concretizza nel 1976 con la costituzione dell’azien‐ da speciale consortile Aspan. La nuova realtà aziendale rileva dai gestori privati le concessioni attive sull’asse OmegnaVerbania, espandendo gradualmente tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 a tutta l’area del Verbano, del Cusio e della Bassa Ossola la propria presenza. L’ingresso di Aspan (oggi Vco Traspor‐ ti srl) nel settore del Trasporto Pubblico migliora sensibilmente la qualità del servizio: il parco-autobus viene profon‐ damente e ciclicamente rinnovato, si intensificano le corse su tutte le linee in concessione e si estende la rete com‐ merciale. Inoltre, la gestione del nuovo servizio diventa un potente volàno per l’ampliamento del Consorzio stesso, cui via via aderiscono tutti i Comuni che beneficiano del Trasporto Pubblico assicurato da Aspan, che a partire dal ’98 raggiunge stabilmente l’equilibrio di Bilancio. Sempre nella seconda metà degli anni ’70 il Consorzio Basso Toce si assume il delicato compito di promuovere, coordinare e gestire il Piano Regolatore Generale Intercomunale nell’area dei laghi. Il nuovo strumento urbanistico, che unifica la pianificazione territoriale delle Amministrazioni che costituisco‐ no la conurbazione Omegna-Gravello‐ na Toce-Verbania, dichiara apertamente l’ambizione di superare la tradizionale programmazione concepita e attuata all’interno di ogni singolo Comune, per approdare ad una pianificazione che tenga conto della complessità di un’area fortemente interconnessa e per questa ragione bisognosa di un approccio inte‐ grato. La sfida si dimostra subito diffici‐

le e sconta la fatica di un’integrazione tra singole realtà comunali che ancora tendono a pensarsi urbanisticamente come isole rispetto al territorio circo‐ stante. Ciò nonostante, nel 1985 il Piano Regolatore Intercomunale viene definitivamente approvato e consegna‐ to alle singole Amministrazioni per l’applicazione. E dopo quasi quaran‐ t’anni di quel Piano resta intatta l’ambi‐ zione di pensare il territorio per grandi aree omogenee e non per piccoli franco‐ bolli municipali (oggi sono ancora più di settanta i Comuni del Vco) intrinse‐ camente incapaci di visione strategica e lungimiranza progettuale. Il fecondo e operoso decennio ’70-’80 non può essere archiviato senza richia‐ mare l’ultima, grande scommessa gio‐ cata e vinta da C.B.T. sul terreno delle politiche di qualificazione ambientale, e cioè la realizzazione del Piano di risana‐ mento delle acque, culminato con la costruzione della rete dei depuratori e delle imponenti “dorsali” di colletta‐ mento delle acque reflue. Il progetto, urgente e improrogabile a causa del grave livello di inquinamento delle acque del Lago Maggiore, vide la luce nel 1976, ma ebbe una storia ammini‐ strativa travagliata e oltremodo impe‐ gnativa, che scontò ritardi e rettifiche progettuali imposti dalla complessità e della delicatezza delle opere, dall’impo‐ nenza dei mezzi finanziari richiesti e dal mutare degli orientamenti delle Ammi‐ nistrazioni interessate. Soltanto a partire dal 1990 il sistema, costituito dalle dor‐ sali di collettamento, dalle stazioni di sollevamento, dalla rete delle canalizza‐ zioni e dagli impianti di depurazione, divenne operativo, garantendo nell’arco di pochissimi anni il miglioramento sostanziale e radicale delle acque del Lago Maggiore. Se il primo decennio (’70-’80) di vita di C.B.T. è servito per progettare, pianifi‐ care e avviare iniziative di importanza

Alternativa

risolutiva per il territorio servito e il secondo decennio (’80-’90) è stato segnato dalla loro compiuta realizzazio‐ ne, il terzo decennio e l’approdo agli anni 2000 si possono a buon diritto defi‐ nire i periodi della “svolta” imprendito‐ riale, rappresentata dalla trasformazio‐ ne e fusione di C.B.T. e di Aspan nell’a‐ zienda speciale Con.Ser. V.C.O. (1995). L’unificazione dei due Enti ha favorito le sinergie aziendali, semplificando al contempo i processi decisionali e responsabilizzando direttamente i Sin‐ daci, che rappresentano la proprietà del‐ l’azienda. Muovendo da queste premes‐ se, il Consorzio-Azienda – divenuto nel 2004 una società per azioni destinata a incorporare una decina d’anni dopo l’a‐ zienda gemella dell’alta Ossola per divenire l’attuale ConSer Vco Spa - ha scoperto e valorizzato le proprie poten‐ zialità imprenditoriali sino a proporsi come soggetto aziendale pubblico ege‐ mone nel settore dell’igiene urbana, in grado di conseguire una posizione di eccellenza nella raccolta differenziata sul piano nazionale. I primi anni 2000 segnano un periodo di grande vitalità per le politiche di area vasta e le gestioni aziendali di taglio imprenditoriale affidate alla mano pub‐ blica. A quegli anni risale il salvataggio e il rilancio della Funivia del Mottaro‐ ne, poi sciaguratamente interrotto dal‐ l’allora amministrazione provinciale; la costituzione di Vco Trasporti srl, per la gestione finanziariamente sana della mobilità urbana, suburbana ed extraur‐ bana del trasporto pubblico su base pro‐ vinciale; l’elaborazione e la gestione di progetti di lavoro socialmente utile per soggetti professionalmente fragili; la presa in carico e la prima gestione del nuovo porto turistico di Verbania, poi consegnato dalla Regione a privati e infine colato a picco nel 2013; la realiz‐ zazione nei Comuni consorziati di deci‐ ne aree attrezzate per il conferimento e


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ambienti territori

il trattamento dei rifiuti urbani e la crea‐ zione nell’area del termovalorizzatore di Mergozzo del centro provinciale per la raccolta differenziata che ha operato sino a un paio d’anni fa; la costituzione di Acque Novara-Vco per la gestione pubblica e integrata del ciclo idrico, superando la frammentata e irrazionale conduzione di acquedotti, fognature e depuratori da parte di decine di piccole e piccolissime realtà municipali. PROGRAMMAZIONE E PIANI‐ FICAZIONE DI AREA VASTA (1985-2010) Nel quarto di secolo compreso tra la metà degli anni ’80 e la fine del primo decennio degli anni 2000 i “decisori” del Vco hanno promosso uno sforzo imponente di analisi e di studio, che si è tradotto in una significativa attività di pianificazione e di progettazione territo‐ riale, alla quale in molti casi hanno fatto seguito importanti risultati concreti. Il punto di partenza di questo sforzo col‐ lettivo fu il noto studio (1984) della “Bocconi” curato da Nando Dalla Chie‐ sa, Per un recupero della imprendito‐ rialità nel VCO – cause della crisi e ipotesi di soluzione. Voluto dalla Pro‐ vincia di Novara nel momento più drammatico della crisi del tessuto macro-industriale dell’allora Alto Novarese, esso costituisce ancora oggi un esempio riuscito di analisi socioeco‐ nomica corredata da puntuali indicazio‐ ni operative. Da quello studio e dalla successiva azione di una classe dirigen‐ te locale non sprovvista di attitudine all’analisi politica e di capacità ammini‐ strative e gestionali si originarono ini‐ ziative che, considerate oggi, paiono inarrivabili: tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 si realizzano la riconver‐ sione e il rilancio dell’area ex Montefi‐ bre a Verbania (insediamento di Acetati e Italpet), la costituzione della nuova Provincia del VCO, la creazione del

scenari contesti

parco nazionale della Valgrande, il recupero di numerose aree industriali dismesse attraverso la società Saia tra Verbano e bassa Ossola, la costruzione del tratto autostradale Sesto CalendeGravellona Toce e della superstrada del‐ l’Ossola, la realizzazione del Tecnopar‐ co del Lago Maggiore, l’ammoderna‐ mento e il potenziamento della sanità provinciale (ospedaliera e non) articola‐ ta nelle tre Ussl e l’integrazione dei ser‐ vizi sociali e sanitari prima all’interno delle stesse Ussl e poi nei Consorzi dei Servizi Sociali di Verbano, Cusio e Ossola. Come abbiamo mostrato nel paragrafo precedente, dalla metà degli anni ’90 alla fine del successivo decennio pren‐ dono corpo la soluzione tecnologica‐ mente razionale e ambientalmente vir‐ tuosa del problema dei rifiuti (inceneri‐ tore e termovalorizzatore di Mergozzo, raccolta differenziata), del ciclo idrico e della qualità delle acque dei laghi (col‐ lettori e strutture fognarie, rete dei depu‐ ratori, società di gestione), le iniziative più o meno riuscite di Tecnoverde, di ArsUni Vco e di NisLabVco, il risana‐ mento finanziario e gestionale del tra‐ sporto pubblico locale, la progettazione preliminare e definitiva (1° lotto) della grande circonvallazione di Verbania, la riforma dell’organizzazione sanitaria con l’ambizioso e lungimirante proget‐ to dell’Ospedale Unico Plurisede. Accompagnano questo processo di pro‐ fonda innovazione strutturale almeno tre riuscite iniziative di pianificazione, progettazione e programmazione: si tratta di esperienze di capitale importan‐ za, perché conseguono l’obiettivo di coinvolgere gli attori e i decisori più significativi operanti nel Vco. A livello provinciale o di area vasta sovracomu‐ nale vedono la luce il Piano Strategico 2003-2007 promosso della Camera di Commercio, poi aggiornato per il qua‐ driennio 2008-2012 e il Piano strategi‐

co dell’Area dei Laghi (2006, vedi anche) sfociato poi nel Piano Integrato Sviluppo Locale dei Comuni della conurbazione Verbania-Omegna (2007). A coronamento di questo sforzo e a dimostrazione di una volontà finalmen‐ te convergente delle tre sub-aree della provincia, tra il 2008 e il 2009 viene redatto e approvato dalla Regione il Programma Territoriale Integrato PTI (vedi anche). L’interesse a richiamare questo lavoro non sta tanto nell’attualità di tutte le iniziative proposte (da allora sono trascorsi quasi quindici anni, con le cesure drammatiche della grande crisi economico-finanziaria del 2009-2012 e della crisi sanitaria del coronavirus; inoltre alcuni dei soggetti partecipanti sia istituzionali – ad esem‐ pio delle Comunità Montane – sia imprenditoriali – ad esempio Tecnopar‐ co e Saia – non esis tono più), ma nel contenuto della visione progettuale e nel valore del metodo allora seguito per “costruire” il PTI. Il metodo di lavoro privilegiò il massimo coinvolgimento di tutti gli attori sociali, politici e istitu‐ zionali del Vco: al PTI aderirono le dieci le Comunità Montane (e attraver‐ so di esse 75 dei 77 Comuni d’allora), l’Amministrazione Provinciale, la Camera di Commercio, il Comune di Belgirate e il Comune di Verbania, che, come capoluogo, si assunse il ruolo di promotore e di coordinatore. L’intero “sistema Vco” si interrogò per molti mesi sul proprio destino e cercò di delineare gli scenari di sviluppo per i decenni a venire, coinvolgendo nella definizione degli obiettivi e delle singo‐ le azioni i rappresentanti provinciali delle categorie produttive e delle orga‐ nizzazioni sindacali. Fu l’ultima volta, perché nel quindicennio successivo le progettazioni finalizzate all’utilizzo di cospicue risorse finanziarie in funzione anticrisi (il PISU del 2010, il Piano Peri‐ ferie del 2015, il Fesr del 2016, il PNRR


Pgg. 10-11

del 2021) hanno privilegiato un solo interlocutore/destinatario, cioè il Comune capoluogo di provincia. La visione progettuale d’insieme faceva perno su due pilastri: quello della tradi‐ zione e quello dell’innovazione. Il primo assumeva, rafforzandoli, i punti di forza ormai consolidati del sistema socio-economico: il casalingo, la flori‐ coltura, il lapideo, l’idroelettrico, il turi‐ smo tradizionale (campeggi, alberghi); il secondo proponeva tre nuovi ambiti di intervento, legati anch’essi fortemen‐ te alle peculiarità del territorio: le ener‐ gie alternative (biomasse, solare, microidroelettrico), il turismo innovativo (albergo diffuso, turismo culturale e paesaggistico, resort e strutture di nuova concezione), la logistica legata allo scalo ferroviario di Domo 2 e al corridoio Genova-Rotterdam. A legare questi tre ambiti, una serie di investi‐ menti “immateriali” riconducibili alla tradizione formativa della nostra zona. Qualche numero, per dare l’idea dello sforzo collettivo e convergente che in quell’occasione seppero esprimere le isti tuzioni, le amministrazioni, le asso‐ ciazioni, la rete dell’imprenditoria loca‐ le. Il PTI raccoglieva più di 60 progetti, per un investimento complessivo che arrivava a sfiorare i 200 milioni di euro. Di questi, 29 progetti riguardavano l’e‐ nergia da fonti rinnovabili, 21 il turismo paesaggistico e culturale, 2 la logistica e 10 le azioni “immateriali” (percorsi for‐ mativi specialistici e universitari, di riqualificazione professionale, di studio e progetti). Dicono molto anche i nume‐ ri che descrivono gli attori coinvolti nella progettazione: 26 progetti furono presentati da soggetti pubblici e 22 da soggetti privati, mentre 13 interventi prevedevano un partenariato pubblicoprivato. IL SILENZIO DELLA POLITICA Toccato il punto più alto con il PTI nel

2009, la pratica virtuosa delle politiche di area vasta viene rapidamente abbando‐ nata. Le cause sono rintracciabili da un lato nelle ricadute della crisi sistemica che tra il 2009 e il 2012 fa terra bruciata di molte realtà imprenditoriali, associati‐ ve e istituzionali che avevano contribuito in maniera determinante al disegno con‐ vergente e integrato del decennio prece‐ dente, dall’altro lato nel radicale muta‐ mento del quadro politico-amministrati‐ vo provinciale e regionale, che tra il 2009 e il 2014 assiste all’ascesa e al tracollo (commissariamento del Comune capo‐ luogo nel 2013, dissesto finanziario della Provincia, annullamento dopo quattro anni per illeciti e brogli delle elezioni regionali del 2010) della “filiera” delle amministrazioni locali di centrodestra, che hanno sempre avvertito come estra‐ neo ogni riferimento alla costruzione di una progettualità politica in grado di “pensare” un’armoniosa integrazione delle peculiarità del Vco. E così in pochi anni è stato disperso un patrimonio di conoscenze e di esperien‐ ze ed è stato smontato pezzo per pezzo un disegno razionale del territorio pro‐ vinciale costruito con fatica nell’arco di un quarto di secolo. Il mutamento degli assetti politici avvenuto a partire dal 2014 non ha purtroppo saputo invertire questa tendenza e oggi la scena politicoamministrativa del Vco si presenta vuota di progettualità. L’unica questione di interesse generale, cioè il destino della sanità ospedaliera provinciale (ospedale unico e nuovo versus mantenimento dei due/tre presidi), si trascina dal novembre 2014, alimentando una dialettica sterile, superficiale e paralizzante. Eppure le ragioni di questo immobilismo si mostrano con evidenza: la “riforma sospesa” Delrio ha annullato il ruolo delle province, anticipato nel nostro caso dal dissesto finanziario del Vco originato dalla vicenda dei canoni idrici (2012); il luogo del confronto sovracomunale, rap‐

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presentato per oltre trent’anni dal Con‐ sorzio Basso Toce, è venuto meno con la trasformazione dell’ente in un’azienda di gestione del ciclo dei rifiuti; l’esperienza complessivamente positiva delle origina‐ rie Comunità Montane è stata azzerata con il confuso e ancora incompleto pas‐ saggio alle Unioni Montane; il Comune capoluogo da più di un decennio esprime un’azione politica e una visione proget‐ tuale che stentano a superare la cinta daziaria; l’unico tentativo di riprendere la pratica della pianificazione strategica, faticosamente avviato nel 2015 dai Comuni dell’area dei laghi, si è quasi subito arenato tra incomprensione e disinteresse; le forze politiche, intese come luoghi di elaborazione progettuale e programmatica e di confronto dialetti‐ co tra diverse visioni di sviluppo del ter‐ ritorio, da anni non esprimono alcuna vitalità. Si può immaginare una via d’uscita? Forse sì, ma solamente a condizione di cambiare paradigma, proponendo un’a‐ genda politica che – archiviato il frusto totem della provincia tripolare - metta a tema il profondo riassetto istituzionale delle autonomie locali, partendo dall’a‐ bolizione dell’attuale istituto delle Regioni, dal ripristino potenziato delle Province, dall’irrobustimento demogra‐ fico e territoriale dei Comuni mediante fusione (dagli attuali 74 municipi a una dozzina), dalla creazione di un capoluo‐ go di provincia “dei laghi” a servizio di un territorio finalmente riconoscibile. Allora soltanto torneranno le politiche di area vasta.


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ambienti territori

scenari contesti

REGOLAMENTAZIONE E GOVERNO DEL TERRITORIO

Pianificazione come strumento strategico di valorizzazione e sviluppo sostenibile del VCO Roberto Ripamonti

Da qualche tempo ci stiamo ponendo molte domande su ciò che ci riserverà il terzo millennio, ogni giorno consta‐ tiamo l'apparire di nuovi scenari (spesso inattesi) e tentiamo di predire la futura realtà. Per limitarci a qualche considerazione sull'attività di piani‐ ficazione del territorio la riflessione più preoccupata riguarda il permanere del suo possibile valore, della sua utilità proiettati nel futuro che si va manifestando. La pianificazione del territorio ha significato per lungo tempo prefigurare gli eventi futuri (sviluppo di forme di economia, bisogno di servizi, domanda di residenza, evo‐ luzione della mobilità, tutela di ambienti e risorse, ecc.) al fine di organizzare al meglio (o secondo ciò che determina‐ te forme di cultura e di pensiero consideravano il meglio) lo spazio dove questi eventi si sarebbero concretamente localizzati. Tale modo di pensare e di agire presupponeva la certezza della possibilità di prevedere gli assetti futuri, di operare delle scelte e, conseguentemente, di regolamentare i pro‐ cessi; questo è accaduto fin dalle più antiche forme di organizzazione delle società. Per semplificare si potrebbe considerare il periodo storico più recente, dalla "rivoluzione industriale" in poi, quello in cui si sono concretizzati, in modo ampio e rapido, gli orientamenti operativi che riconosciamo nelle applicazioni della disciplina della pianificazione, che spesso è stata semplicemente definita "urbanistica" tradendo forse la pre‐ valenza dell'interesse verso il territorio urbano rispetto a quello rurale e naturale. La novità attuale, rispetto al modus operandi del passato, consiste, per usare una semplificazione estrema, nel fatto che si è venuta affermando una condizione generale secon‐ do cui prevalgono cambiamenti continui, repentini e spesso inattesi (negli eventi economici, sociali, culturali). Ciò mette in affanno l'attività di una disciplina della piani‐ ficazione che opera in via preventiva e si occupa del contesto generale, una cultura disciplinare che si trova messa in discussione e superata talvolta prima ancora di essere definita e tanto più applicata. Per dirla con una battuta, il metodo Von Klausewitz appare superato dal metodo Sun Tzu. Tutte le riflessioni sulla realtà odierna, quindi, fanno insor‐ gere dubbi sull'utilità e sulla necessità di strumenti di pianificazione del territorio del tipo finora utilizzato; a che serve programmare azioni su un determinato contesto ter‐ ritoriale che si modifica mentre stiamo ancora cercando di

interpretarlo? Non è forse meglio prendere decisioni istan‐ tanee e circoscritte sul singolo caso nel momento in cui si manifesta, magari valutando positivamente soprattutto il tempismo, visto che la velocità di scelta e di cambiamento sembrano essere il paradigma di ogni cosa? I dubbi sull'utilità e sull'efficacia della pianificazione terri‐ toriale trovano sostegno anche nel permanere di una visione esclusivamente o prevalentemente "regolamenta‐ re" degli strumenti di pianificazione. Non si tratta tuttavia, una volta presa coscienza di questo stato delle cose, di sposare acriticamente le tesi (e le prati‐ che) più oltranziste della "deregulation". Qualsiasi forma di organizzazione sociale per funzionare richiede di stabi‐ lire (e applicare) delle regole. Tuttavia, occorre riflettere se un "piano regolatore" tradi‐ zionale, che si limiti a dettare norme (regole) su usi e vincoli del suolo, sia efficace per governare i processi che riguardano lo spazio dove viviamo e agiamo. Da tempo si è affermato un concetto di pianificazione più ampio della semplice regolamentazione che è stato defini‐ to come "governo del territorio". Con governo del territorio si intende l'organizzazione, complessa, coordinata, complementare e dinamica, di un insieme di contenuti e di azioni che hanno come oggetto il territorio e, per usare un termine più completo, l'ambiente nel significato onnicomprensivo del termine. Esercitare il governo del territorio assume la valenza di sapere rispondere a scelte quotidiane sulla base di una visione strategica di medio e lungo periodo che può, o per meglio dire deve, essere modificabile nel tempo per ade‐ guarsi al cambiamento di scenari economici, socioculturali e ambientali, ma non in modo estemporaneo e subalterno. E' necessario che tale visione del territorio non sia esclusi‐ vamente attenta agli aspetti funzionali, ma valuti costantemente la "sostenibilità" ambientale, economica e sociale delle scelte e delle azioni. E' ulteriormente necessario che il governo del territorio si eserciti attraverso la partecipazione reale, non formale, dei cittadini. Ciò si può realizzare attraverso lo strumento della "pianifi‐ cazione strategica", un'esperienza disciplinare ormai diffusa e affermata che si fonda su una forma di partecipa‐ zione "strutturata" degli attori del territorio, ovvero con un processo che si concretizza in forme organizzate con l'ana‐ lisi, la valutazione e la condivisione dello stato di fatto di criticità e opportunità, con la definizione di previsioni con‐


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cordate e coordinate, con l'attuazione di azioni coordinate e complementari, con il monitoraggio costante degli effet‐ ti per dare vita a un processo circolare di rigenerazione continua dell'azione di governo del territorio. Questi, in estrema sintesi, i temi, complessi e preoccupan‐ ti, che coinvolgono in generale la pianificazione del territorio, ormai coinvolta anch'essa in una dimensione strutturale "globale". In che relazione si pone con tali temi generali della pianifi‐ cazione una lettura del limitato ambito territoriale del VCO? Il VCO ha caratteri riconoscibili e comuni in molte aree alpine e prealpine: le caratteristiche degli ambienti e dei paesaggi (diversi ma complementari), la vicinanza e le relazioni con Paesi stranieri, l'essere storicamente territori di passaggio tra Mediterraneo e Centro Europa, l'evoluzio‐ ne insediativa nel corso del tempo (agricola, industriale ed estrattiva, turistica), ecc. Si è sempre considerato questo territorio "tripolare", fino a determinarne la denominazione particolare di VerbanoCusio-Ossola. La lettura e l'analisi territoriale, a differenza di motivazioni "socio-politiche", sollevano qualche giustificato dubbio in proposito. Di fatto nel VCO sono presenti due aree effettivamente a carattere urbano e amministrativamente intercomunali,

entrambe di forma insediativa lineare e su cui gravitano i territori più prossimi: la conurbazione dell'Ossola (estesa dall'altezza di Pieve Vergonte fino a Crevoladossola) e la conurbazione "dei laghi" (da Omegna a Verbania); questa "bipolarità" è stata riconosciuta anche alla scala del Piano Territoriale Regionale. La restante parte di territorio è formata essenzialmente dalle valli, con insediamenti diffusi e differenti caratteri territoriali e socioeconomici: dall'urbanizzazione presente nei luoghi turistici all'abbandono degli insediamenti nei nuclei più marginali. Sia per le conurbazioni, sia per gli "ambiti omogenei" delle valli, viene subito in evidenza una domanda: lo strumento di pianificazione di scala comunale è in grado di assolvere al compito di avere una visione complessiva e costruire azioni strategiche per il territorio? La risposta non può che essere negativa. Ci suggerisce questa risposta l'esperienza quotidiana di ciascuno e vale che si tratti delle relazioni casa-lavoro, dell'accesso a servizi pubblici, del coordinamento di politi‐ che ambientali, dell'uso di reti commerciali, ecc. A fornire indicazioni interessanti e oggettive possono esse‐ re d'aiuto le valutazioni presenti nelle teorie della pianificazione, come la "teoria delle soglie" che in passato ha elaborato metodologie scientifiche in grado di mettere in relazione dimensioni demografiche ed estensioni super‐

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ambienti territori

ficiali di un determinato territorio con la possibilità di rag‐ giungere un livello adeguato di risposta alle esigenze di qualità della vita. Ciò anzitutto dovrebbe spingere senza dubbio alla scelta, piuttosto praticata negli anni '70 e '80, di una pianificazio‐ ne di scala sovracomunale e di uno strumento di coordinamento generale, come il Piano Territoriale Pro‐ vinciale di cui il VCO è tuttora privo, unica tra le Province piemontesi. Tuttavia, la propensione a costruire insieme iniziative di governo del territorio non pare essere il caso più frequente. Altra caratteristica del VCO spesso richiamata, come di altre aree alpine, è la "marginalità" intesa soprattutto come carenza di funzioni e limiti di interazione con altri territori, proprio ora che la parola più usata sembra, per ogni situa‐ zione, "essere connessi". Alcune considerazioni in proposito vanno approfondite con riferimento al possibile ruolo delle scelte di pianifica‐ zione nel superamento dei limiti posti dalla presenza di confini. Lo studioso svizzero Remigio Ratti, spesso attivo in inizia‐ tive transfrontaliere, ha divulgato e insegnato per anni la lettura dei confini amministrativi e politici non come punti di separazione, ma come punti di contatto tra i territori, riferendosi alle relazioni economiche, sociali e culturali e, ovviamente ambientali, e alla loro evoluzione nel corso del tempo, sempre sostenendo la necessità di agire a favore della valorizzazione dei rapporti tra "confinanti". A questo proposito è sempre utile approfondire gli studi per individuare le chances che un territorio come il VCO può avere nel connettersi a sistemi a rete. Si tratta di sistemi configurati a rete di differente natura (che si possono riferire a servizi, componenti ambientali, mobilità, caratteristiche identitarie, funzioni specialistiche come il turismo, sistemi per la produzione di beni e servizi, ecc.) e di differente estensione (locale, regionale e interre‐ gionale, transfrontaliera e internazionale). Un territorio riconosciuto come parte di una o più reti este‐ se e complesse rafforza la propria immagine e le proprie prestazioni funzionali ed è immune dai rischi di margina‐ lizzazione e isolamento (che il più delle volte portano all'impoverimento e al degrado). La consapevole pianificazione delle relazioni di un territo‐ rio come parte di una o, auspicabilmente, più reti che lo interessano deve utilizzare una visione a "geometria varia‐ bile", ovvero operare scelte e prevedere azioni secondo le differenti scale delle reti. Infine, un fattore decisivo per le politiche di attrattività e sviluppo sostenibile è la definizione, il rafforzamento e la promozione dell'identità di un territorio, intendendo per tale l'insieme dei connotati che lo caratterizzano positiva‐ mente. Sono numerosi gli esempi di successo di politiche di pro‐ mozione territoriale basate sulla caratterizzazione identitaria; un esempio "storico" è stata l'esperienza fran‐ cese che, fin dagli anni '70, ha costruito e valorizzato le identità dei territori attraverso l'attività degli ecomusei e dei musei del territorio, riuniti in una Federazione, che hanno operato direttamente soprattutto sui beni materiali.

scenari contesti

La strategia di promozione dell'identità territoriale non è, come spesso si pensa, una questione legata esclusivamente al settore turistico, ma deve essere considerata decisiva come strumento per attrarre investimenti in tutti i settori, per l'offerta di qualità della vita con conseguente tendenza alla crescita della domanda insediativa, per la qualificazio‐ ne di servizi alle persone e alle imprese, per la scelta delle politiche di valorizzazione ambientale, per il rafforzamen‐ to dei valori del paesaggio, prima espressione percepibile dell'identità territoriale. Come per molti altri territori, anche per il VCO è necessa‐ rio e decisivo determinare un riposizionamento strategico, ovvero assumere decisioni di pianificazione che superino le criticità e colgano le opportunità di quest'area all'interno degli scenari che si vanno configurando e che, in diversi modi (attraverso le geometrie variabili), lo possono coin‐ volgere. Per alcune tematiche la visione richiede una pianificazione consapevole di scenari (e ruoli) internazionali, ad esempio per le potenzialità dell'area di Domo 2 per la logistica e i trasporti lungo il "corridoio" ferroviario Genova-Rotter‐ dam. Per altri aspetti occorre studiare e attivare le potenzialità a livello di una dimensione transfrontaliera, come ad esem‐ pio per l'organizzazione e la promozione turistica di un'idea di territorio che si identifica chiaramente con la Regione Insubrica o come per la salvaguardia e la valoriz‐ zazione ambientale attraverso il rafforzamento e il completamento della rete delle aree protette italo-elveti‐ che. Per le politiche di riqualificazione, rigenerazione e ricom‐ posizione degli insediamenti è necessaria una valutazione delle tendenze a scala interregionale. Alcuni fattori possono oggi determinare opportunità di svi‐ luppo insediativo "sostenibile" del territorio del VCO in quanto incentrato su riuso e riqualificazione degli insedia‐ menti esistenti e orientato alle compensazioni ambientali e al risparmio energetico. Le opportunità principali richiedono di superare una con‐ dizione particolare per il VCO in cui gli strumenti amministrativi (a cominciare dalla legislazione di settore) sono definiti dalla Regione Piemonte, mentre le relazioni reali del territorio sono orientate (storicamente) verso la Regione Lombardia. Infatti, l'area metropolitana milanese e, in particolare, il denso e caotico sistema insediativo presente lungo la diret‐ trice del Sempione a nord-ovest di Milano appaiono come una fonte di possibili interessi verso una rilocalizzazione di residenze e attività economiche nel VCO. La propensione alla rilocalizzazione di residenze dalla Lombardia al VCO si è manifestata negli anni scorsi soprattutto per componenti della popolazione ritirata dal lavoro e, da decenni, per le residenze stagionali. Tra le conseguenze prodotte dalla pandemia da Covid19 si è avvertito recentemente un nuovo interesse per il trasferi‐ mento di residenza all'esterno dell'area metropolitana e delle principali aree urbane, verso territori di migliore qua‐ lità ambientale e delle condizioni di vita e ciò da parte soprattutto di famiglie giovani.


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ETICA E IMPEGNO SOCIALE

Si esercitano compiutamente solo quando danno spazio a due valori fondanti, la giustizia, come criterio-guida dei rapporti sociali, e la carità, come principio grazie al quale si supera il livello della reciprocità o dello scambio di equivalenti, per raggiungere la logica del dono Giannino Piana

L

’agire umano è riconducibile, secondo Émile Dur‐ kheim, a due tipologie di azioni: quelle che hanno come oggetto l’io e quelle che hanno come oggetto l’altro. Le prime sono finalizzate alla ricerca del bene pro‐ prio e hanno la loro insorgenza in un atteggiamento interiore egoistico, che esclude perciò in partenza l’appar‐ tenenza alla sfera della moralità. Le seconde hanno invece come obiettivo la ricerca del bene altrui e sono espressione di un sentimento altruistico, che coincide di fatto con la moralità. A quest’ultima categoria appartiene l’impegno sociale, il quale possiede dunque una intrinseca valenza etica.

Tra servizio dell’altro e ricerca di sé La distinzione tra le due tipologie dell’agire descritte rive‐ ste senza dubbio una rilevante importanza nella valutazione morale delle azioni umane. Nel profondo del‐ l’animo umano convivono infatti egoismo e altruismo, e le varie decisioni che l’uomo assume sono di volta in volta, nella stragrande maggioranza, preferenzialmente motivate dall’uno o dall’altro dei due sentimenti, che segnano lo spartiacque tra moralità e immoralità. L’avverbio “prefe‐ renzialmente” (e non “esclusivamente”) rende evidente la complessità dell’agire umano, che non si dà mai “allo stato puro”, ma che è sempre in qualche misura espressione della dialettica tra il “bene” e il “male”. L’orientamento al fine che si persegue rappresenta senz’altro il criterio fondamen‐ tale di valutazione dell’eticità, ma il primato di tale orientamento, non esclude la presenza anche nelle azioni moralmente più corrette di motivazioni negative che affon‐ dano le loro radici nell’egoismo umano. Questa sorta di ambivalenza, frutto del groviglio di habitus - positivi e negativi - che allignano nel cuore dell’uomo e sono conseguenza dello stato di precarietà della condizione umana, si riflette anche sulle modalità nelle quali si esercita l’impegno sociale. È qui innegabile - come già si è accen‐ nato - la positività dell’obiettivo che si persegue - il bene o l’interesse dell’altro - ma, indagando nelle profondità del‐ l’umano, non è difficile riscontrare anche in questo caso pulsioni, consce o il più spesso inconsce, che vanno fatte

risalire alla ricerca di sé. È come dire che non si dà azione umana positiva che si proponga come del tutto lineare; che non contenga, in altre parole, anche motivazioni di caratte‐ re autoreferenziale. Questo stato “ibrido”, che è dunque connaturale anche all’impegno sociale, non deve meravigliare né suscitare sensi di colpa, che finiscono per diventare paralizzanti. La ricerca di autogratificazione non è di per sé un male; vi è nell’uomo una spinta alla realizzazione di sé che, quando nasce dal bisogno di consolidare la propria identità, lungi dal dover essere bandita, va favorita, perché conferisce un senso di sicurezza che consente di fare realisticamente i conti con i propri limiti e le proprie possibilità. Limite e possibilità - è bene ricordarlo - non sono infatti in antitesi; anzi la consapevolezza dei propri limiti è la condizione per acquisire una corretta visione delle proprie possibilità. A dover essere coltivata è allora l’attenzione a mantenere il giusto equilibrio tra i due poli, dando il primato alla ricerca del bene dell’altro e ridimensionando (che non significa rinnegarla del tutto) la spinta alla ricerca di sé che, quando ha il sopravvento, trasforma il servizio in potere, con la ten‐ tazione della prevaricazione sull’altro o della sua strumentalizzazione ai propri fini. Ad essere richieste sono perciò l’adozione di un atteggiamento di permanente vigi‐ lanza e la capacità di operare un serio discernimento delle motivazioni che sono alla base del proprio agire.

Giustizia e gratuità come criteri di giudizio Ma l’etica dell’impegno sociale non deve arrestarsi a que‐ sto punto; non può limitarsi cioè a definire l’atteggiamento di fondo che deve animare chi lo pratica. Esige che si dia spazio - e questo costituisce la misura ultima di valutazione del contenuto delle proprie azioni - ai valori che devono presiedere al suo esercizio. Il primo di essi - quello fondante - è il valore della giustizia, che la filosofia classica e medioevale definiscono come il criterio-guida dei rapporti sociali. La giustizia - lo ha messo in evidenza già, a suo tempo, Aristotele - riguarda la relazione con l’altro da sé (iustitia est ad alterum), di cui vanno tutelati e promossi i diritti. Essa non coincide tutta‐


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via con una semplice perequazione di prestazioni oggetti‐ ve, ma deve tenere in considerazione anche le differenze soggettive. È quanto è reso trasparente dalla formula uni‐ cuique suum (“a ciascuno il suo”), con cui viene definita la giustizia nel diritto romano; formula che pone l’accento sul fatto che al rispetto del diritto di tutti (unicuique) deve accompagnarsi l’attenzione alle esigenze di ciascuno (il suum appunto). Detto in altri termini, a regolare l’impegno sociale deve essere il binomio giustizia-equità, binomio per il quale l’eguaglianza non va intesa come egualitarismo omologante e appiattente, ma come riconoscimento dei diritti fondamentali di tutti nella preservazione dell’alterità di ciascuno. Questo significa che si va contro la giustizia, sia quando si trattano in modo diverso situazioni eguali, sia quando si trattano in modo eguale situazioni diverse. A questa visione articolata di giustizia deve ispirarsi l’im‐ pegno sociale, il cui esercizio deve muoversi pertanto tra due poli che vanno tenuti in equilibrio: quello della univer‐ salità della famiglia umana - a questo ci obbliga oggi la globalizzazione in ragione della interdipendenza tra i popo‐ li - e quello della singolarità di ogni persona, della sua unicità ed irripetibilità, e dunque della esigenza di attenzio‐ ne alla integralità della sua crescita. “Personale” e “sociale”, lungi dall’essere istanze antitetiche, sono fattori di un unico e unitario processo che l’impegno sociale non può disattendere se intende venire incontro alle istanze del contesto situazionale odierno. La dialettica che va dunque mantenuta comporta la necessità di andare oltre la prossi‐ mità - il vicino con cui è possibile intrecciare un rapporto interpersonale - per includere il “terzo” - così lo definisce Paul Ricoeur - colui con il quale non entreremo mai in un rapporto diretto, ma che ha un nome e un volto preciso e del quale dobbiamo responsabilmente occuparci attraverso l’impegno politico, cioè grazie alla creazione di “strutture giuste” che tutelino e promuovano la dignità e i diritti di ogni uomo, comprese le generazioni future alle quali dob‐ biamo consegnare un mondo abitabile. Ma la giustizia da sola non è sufficiente. L’eticità dell’im‐ pegno sociale riceve il suo suggello nella pratica della gratuità. Lo ha messo bene in evidenza Emmanuel Lévi‐

nas, il quale propone un sistema filosofico, che pone al cen‐ tro delle attenzioni l’altro, e dà pertanto il primato all’etica da lui considerata come “filosofia prima”. Il senso morale e l’attuazione della moralità hanno luogo soltanto laddove - afferma Lévinas - ci si fa carico dell’altro che ci interpella nella sua indigenza, senza attesa di ricambio o di contro‐ partita; nella misura in cui, in altri termini, si va oltre il livello della reciprocità o dello scambio di equivalenti per fare propria la logica del dono. Si apre qui lo spazio del rapporto della giustizia con la cari‐ tà. Lungi dall’opporsi alla giustizia, la carità la presuppone come precondizione e ne costituisce il compimento. Assu‐ mendo l’istanza della gratuità, essa introduce nella giustizia una tensione trascendente (in senso antropologi‐ co), che le conferisce ulteriore consistenza e che la sospinge verso un’assoluta radicalità. Lo mette bene in evi‐ denza Giovanni Ferretti, il quale, commentando il pensiero di Lévinas, scrive: “Il che significa che la giustizia non diviene tanto più compiuta quanto meno spazio resta alla carità, ma che la giustizia veramente umana si può realizza‐ re solo se animata o ispirata in ultima analisi dalla carità responsabile. Una convivenza sociale in cui a ciascuno fosse dato tutto e solo quanto gli spetta, secondo un calcolo razionale di perfetta uguaglianza, non sarebbe per nulla un mondo veramente e perfettamente umano, ma un mondo senza più cuore da cui l’umanità dell’uomo sarebbe scom‐ parsa” (Emmanuel Lévinas. Un profilo e quattro temi teologici, Queriniana, Brescia 2016, p. 90). L’eticità dell’impegno sociale, reclama dunque il riferi‐ mento a valori fondamentali per lo sviluppo di una convivenza civile democratica e giusta. Il discorso non può (e non deve) certo arrestarsi qui. L’etica costituisce un oriz‐ zonte di fondo, che esige una immediata declinazione sul terreno operativo, facendo spazio a una cultura dei mezzi (e non solo dei fini), perciò introducendo una riflessione di carattere strettamente politico.

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POLITICHE SOCIALI TRA PRINCIPI ISPIRATORI E NUOVI ORIZZONTI Allargare gli orizzonti operativi dei servizi significa orientare il senso dell'azione del sociale verso tutta la comunità, nella prevenzione di ogni forma di malessere e disagio e nell’offerta di quegli strumenti che garantiscano il massimo benessere individuale e collettivo Andrea Lux

I

n un mondo in costante e vorticosa trasformazione gli interventi e i servizi sociali, più di altri, hanno bisogno di essere permeati di dinamica, di orientamento al cambia‐ mento e della capacità di innovazione. Proprio quest'ultimo tema è all'attenzione e caratterizzerà il percorso di un gruppo di lavoro realizzato da 10 Enti Gestori piemontesi (tra cui il Comune di Torino, i Consorzi di Biella, Ivrea, Ciriè, Santhià, Gattinara e il CISS-Osso‐ la), d'intesa con l'Università di Torino, per realizzare percorsi formativi in una ricerca-azione per la promozione dell'innovazione nei servizi sociali. Si tratta di una importante collaborazione tra il mondo accademico, dotato della competenza teorica, e il mondo dei servizi territoriali con competenza operativa pragmati‐ ca, uniti nella ricerca e nella realizzazione di eventi rielaborativi dei vissuti esperienziali, come proiezione di nuove metodologie e strategie generative di futuro. Accanto a questo percorso di ricerca e formazione i servizi devono allargare i loro propri orizzonti operativi. Il senso dell'azione del sociale deve diventare pervasivo in tutta la comunità attuando quei percorsi di prevenzione supportivi del benessere generale della vita dell'intera società locale. Gli orizzonti quindi non si limitano più al soccorso e alla tutela “degli ultimi”, non riguardano più solo le condizioni di non autosufficienza degli anziani, il disagio minorile e delle famiglie multiproblematiche, le criticità e difficoltà di integrazione delle persone disabili, la povertà, la carenza di reti sociali, ma, su campi aperti, leggono l’intera collettività come un continuum unitario, dove le diverse difficoltà esi‐ stenziali si distribuiscono con accentuazioni differenti nel divenire individuale e familiare. Ecco che il senso dell'azione degli interventi e dei servizi sociali consortili, d’intesa con quelli sanitari dell’ASL, diventa orientato alla prevenzione di ogni forma di males‐ sere e disagio e ad offrire quegli strumenti di sollecitazione e stimolazione per garantire il massimo benessere indivi‐ duale e comunitario. Questo nuovo principio ispiratore

garantisce la certezza di evitare ogni categorizzazione e marginalizzazione dei soggetti più fragili e allo stesso tempo di concorrere fattivamente al buon vivere sociale complessivo dell’intera comunità. Partendo dal concetto astratto, l'azione dei servizi deve caratterizzarsi per singoli progetti e interventi concreti con una diretta ricaduta sul territorio. A titolo meramente indi‐ cativo si propongono delle esemplificazioni a carattere non certo esaustivo. Nel campo della sfera adulta e del mondo del lavoro è importante la realizzazione di una alleanza tra le Imprese, i Comuni, i Servizi Sociali e l’intero Terzo Settore, secondo l'esperienza pilota attuata dal Consorzio CASA di Gattina‐ ra nel Comune di Serravalle Sesia, che prevede la realizzazione di percorsi di tirocinio semestrale, per adulti privi di occupazione, sostenuti e supportati dal Consorzio, con la possibilità, al termine, di una reale assunzione dei soggetti giudicati più idonei. Negli anziani sono interessanti le esperienze nate in Ossola e sviluppate dal Consorzio CISAS di Santhià in collabora‐ zione con l’Università di Pavia per la realizzazione di corsi interattivi per la memoria e le mnemotecniche nelle perso‐ ne over 65aa, esenti da patologie cognitive. Tale esperienza pluriennale è ora in fase di espansione ad un'area più vasta della sfera cognitiva riguardante le competenze sociali delle persone. Sul fronte minorile, è interessante l’esperienza pluriennale che coinvolge il CISS-OSSOLA, il Servizio di NPI del‐ l’ASL VCO, le Scuole, la Regione e l'Università di Padova nell'ambito del progetto P.I.P.P.I. che prevede un diverso approccio alle fragilità familiari, valorizzando le competenze presenti prima di evidenziarne i deficit di fun‐ zionamento. Accanto a questa linea di intervento è rilevante segnalare la nuova progettualità comunitaria, di contrasto al disagio adolescenziale, realizzata dal CISS-OSSOLA con Comu‐ ne, Scuole, Palestre e Centri sportivi, Gestori di attività di


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svago ecc., che mira al coinvolgimento dei ragazzi attraver‐ so percorsi sportivi individuali e di squadra, esibizioni musicali nell’ambito degli esercizi pubblici, interventi diretti nelle scuole, anche con esperti di fama nazionale, rivolti a ragazzi, genitori ed insegnanti. Infine esempi di reale integrazione sociale comunitaria, con lo sguardo rivolto alla disabilità, riguardano le intese tra il CISS-OSSOLA e CAI per l’organizzazione di pas‐ seggiate in montagna con l’ausilio delle Jolettes. Parallelamente i Consorzi di Gattinara e Domodossola stanno organizzando una impegnativa escursione a piedi, nel mese di luglio, da Bologna a Firenze (Cammino degli Dei) con ragazzi disabili, per valorizzarne le autonomie e l’indipendenza. Questo elenco, di carattere solo esemplificativo, vuole evi‐ denziare un nuovo modo di interpretare i Servizi Sociali, immersi sempre più nell’intera Comunità per generare quel benessere che, travalicando schemi e barriere, porta tanti singoli ad essere una reale Gemeinshaft, fatta di reciprocità di legami e di mutuo scambio. Image by Denis Poltoradnev from pixabay.com

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contributi

UNA PAZIENTE INSOLITA Storia di Emma. la paziente più vecchia al mondo con 117 anni nel 2017, e del medico curante nei suoi ultimi trent’anni Carlo Bava

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ravamo una coppia mediatica. Associated, United Press, RAI, Mediaset, la TV Finlandese e anche Radio Mosca: tutti ci cercava‐ no. Volevano lei, ma anche il suo dottore. Qualcuno amava pensare che, per campare oltre ogni limite, occor‐ resse lo zampino di uno stregone. Nel qual caso: io. Era un susseguirsi di pose e scatti fotografici di rito: la mia mano sulla sua spalla e il fonendo ben piantato nelle orecchie, sentinella di quel cuore ultracentenario che mai avrebbe dovuto smettere di battere. Ma anche con due uova nelle mani per confermare una dieta, almeno sui generis, che l’aveva portata a tagliare il tra‐ guardo mondiale dei senza tempo e a consumarne trentatremila dal momento in cui la conobbi. Amici dalla Colombia scrivevano di avermi visto in TV con la abuelita, e a mio figlio, negli States, capitava di dover spiegare la sua parentela col quel medico che in Italia … Succedeva. Eravamo due star. Brillavamo. O meglio, brillava Lei. Io godevo di luce riflessa e della sua ilarità quando, tirandomi appresso, sussurrava sor‐ niona: “Ma la sua moglie non è gelosa che andiamo insieme sui giornali?”. La mia risposta, sempre la soli‐ ta, sortiva ogni volta l’effetto di una divertita sorpresa.: “peccato non esserci conosciuti prima Emma!!”. Il tempo, quello che nonostante tutto ci rendeva famosi, diventava per lei un’entità sfuggente e faticosa da collo‐ care. Giorno dopo giorno. Raccontava di quando era picula picula e viveva a Vil‐ ladossola, bimba gracile e sempre malata. Suo padre “che le voleva tanto bene” e che era preoccupato per lei “chiamò un grande professore”. “Questa bambina è anemica” decretò “dovrà mangiare tante uova e poi cambiare aria!”. Fu così che la famiglia lasciò quel‐ l’ambiente chiuso tra le montagne, per un’atmosfera più salubre e mite: giunse a Verbania dove c’era l’aria fina di lago. Ai giornalisti aggiungeva: “Arrivata qui ho cominciato a mangiare tre uova tutti i giorni e ho trova‐ to questo bravo dottore che mi ha curata bene, da allora fino adesso!”. Inutile dire quante volte tentai di spiegarle che da tempo avrei dovuto essere morto, se fossi stato il suo medico di allora. Nonostante ciò, con innocenza disar‐ mante e per nulla rassegnata, ribadiva il concetto: “Un dottore morto non avrebbe potuto curarmi così bene!”. Giorni, mesi, anni che, in una esistenza fuori da ogni

aspettativa, perdevano il senso comune e diventavano momenti di contemporaneità. Un presente che durava da cent’anni e un passato che…doveva ancora venire. Uno dei tanti segreti svelati nei nostri trent’anni di con‐ vivenza. Non fu, però, una storia semplice. Fiducia incondizio‐ nata e tacita complicità erano gli ingredienti di un rapporto medico paziente assolutamente speciale ed esclusivo. Mi teneva per mano quando le scelte terapeutiche diventavano sfide. Linee guida e protocolli terapeutici svanivano quando, alla sentenza: “Se non va in ospedale, muore”, ricevevo in risposta un sereno e tranquillo: “Si vede che è la mia ora…”. Lo diceva abbassando lo sguardo, per poi rialzarlo len‐ tamente e puntarmi addosso quegli occhi ancora azzurri, nel cui fondo il messaggio era chiaro: “E tu mi lasceresti morire?”. Parole e gesti messi lì con i tempi teatrali di una profes‐ sionista dello spettacolo, quello della vita, di cui fu sempre l’indiscussa regista. Non che i registi le piacessero particolarmente. Ne conoscemmo diversi. Simpatici, meno simpatici, francamente antipatici o non all’altezza della situazione. Esilarante è il ricordo di un personaggio che fece di tutto per incontrarci. A suo dire, saremmo stati gli interpreti ideali di un nuovo docu-film che immaginava di girare. Non giova‐ ne. Si presentò come cineasta straniero affermato. Tutto in nero: calzoni, giacca, camicia e anche la cravatta. Capelli lunghi a caschetto, grigi come i baffi ben colti‐ vati. Parlava e parlava, cercando di essere spassoso senza riuscirci. Con una mestizia devastante, racconta‐ va del grande vuoto lasciato dalla mamma, che troppo presto se ne era andata, e di quanto questa sofferenza avesse segnato il suo lavoro. La tristezza stava aggredendo anche la mobilia quando, alla nostra, ormai sonnecchiante, ebbe il coraggio di chiedere: “Scusi un po’ Emma, lei non pensa mai alla morte?”. Con un movimento lento del capo, di quelli che solo Sergio Leone sapeva chiedere a Clint Eastwood, uscendo di botto dall’apparente torpore la Emma mi si rivolse scandendo un lapidario: “Ma questo qui non va più fuori dalle balle?”.


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L’uomo in nero, comunque un gran signore, non aggiunse nulla. Chiamò l’assistente e, dopo aver posato sul letto quella che doveva essere la scatola di una torta, salutò con garbo. Prese la porta e … non diventammo mai i protagonisti di un suo film. Venuto meno quello dell’attore, in questa avventura durata decenni, mi toccarono i ruoli più disparati e ... disperati. Il curante, lo specialista, il confidente, il consigliere, l’amico e, forsanche, il figlio che non aveva. Non trascurabile fu quello di custode di un patrimonio dell’umanità: ero il medico della donna più vecchia del mondo, unico essere umano superstite del diciannove‐ simo secolo. Un monumento, una reliquia vivente. Ammetto che defilarmi da una responsabilità tanto grande mi sembrò qualche volta l’unica cosa ragione‐ vole da farsi. Avrei voluto mettermi davanti a una telecamera e fare il mio proclama al mondo: “In qualità di ultimo dottore della mutua di questa terra dichiaro, secondo scienza e coscienza, di avere esaurito tutte le scorte di elisir di lunga vita. Nessuno chieda perché. Non ce n’è più e basta, succeda quel che succeda!”. Ad ogni mio tentennare, tuttavia, il destino decideva di rimettere le carte al loro posto. Lei, strega oltre che centenaria, si inventava alla biso‐ gna qualche dramma che, nonostante tutto, finiva per essere iscritto nel registro dei miei successi. Una grave anemizzazione richiedeva con urgenza il ricovero. Non c’era scampo. Glielo comunicai. Tra le lacrime, ebbe la forza di chiedermi di poter morire a casa. Sapeva dove andare a colpire. Mi teneva in pugno. Pensai ai suoi centocinque anni e a quanto mi stesse chiedendo. Esigeva quanto, al suo posto, avrei desiderato anch’io: decidere della propria esistenza. In fondo la maggiore età l’aveva superata da un pezzo. Giocai la carta di tra‐ sfonderla a casa. Era inverno, tanta influenza in giro. Un lavoro bestia. Da lei andavo a gior‐ nata finita. Affossato nel divanet‐ to in camera, tra lei e il gatto, con un libro da scorrere pigramente, attento a controllare l’andamento della tra‐ sfusione. Almeno credevo… Per la stanchezza o

forse per la temperatura tropicale di quel bilocale, fini‐ vo appisolato. Inesorabilmente. Lei vegliava sulla mia indomabile quiete e, al momento giusto, mi svegliava con una carezza sulle mani aggiungendo: “Dutur l’è finida e l’è tütt a post”. Era Lei che mi trasfondeva affettuosa tenerezza. Con quattro bistecconi si rimise a nuovo. Felice di sentirsi ancora in forze, raccontava che l’avevo salvata grazie al sangue di una ballerina, giovane e spa‐ gnola, mia amica. La cosa le piaceva particolarmente. Regina delle sale da ballo di paese, non aveva voluto seguire le orme della sorella, luccicante soubrette di varietà. Temeva le avances degli impresari che, a suo dire, erano più interessati ad altro che non all’arte. Quando la conobbi non ballava più, anche se, con i suoi ottantasette anni, viveva al terzo piano di una vecchia casa in assoluta autonomia. Il bagno sul balcone e due locali dove stava con un gatto e la TV. Un centinaio di gradini per arrivarci. Scale vecchie e ripide, che salii un sacco di volte accompagnato da una certezza: quella di riportare a casa un sorriso. Ero un giovane medico quando le salii per la prima volta e un vecchio dottore quando le discesi per l’ultima. In mezzo: trent’anni di aria fina di lago. PERSONAGGI E INTERPRETI: Emma Morano, la donna più “vecchia” del mondo coi suoi 117 anni e 5 mesi nel 2017 Carlo Bava, prescelto dal destino per accompagnarla nei suoi ultimi trent’anni.

Valter Longo, Carlo Bava ed Emma Morano

Alternativa


A

cosa avviene

in casa d’altri

PRESI NELLA RETE

I casi di dipendenza dall’uso di internet ovunque crescono e le istituzioni incominciano ad attrezzarsi, ma non tutte con la necessaria solerzia Roberto Negroni

PREN L DERE ESEM PIO DA...

o scorso febbraio è stata pubblicata, a cura del Centro Nazionale Dipen‐ denze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), una guida on line che presenta gli esiti di una mappatura geolo‐ calizzata e interattiva per individuare velocemente i servizi che si occupano di dipendenza da internet nel ter‐ ritorio nazionale. La guida, aggiornata al mese di dicem‐ bre 2021, presenta l’elenco delle strutture sociosanitarie che si occupano delle proble‐ matiche legate all’uso di Internet con lo scopo di favo‐ rire l’accesso alle risorse territoriali agevolando e ridu‐ cendo i tempi d’incontro fra domanda dell’utente e rispo‐ sta dei servizi. Dalla raccolta di dati risulta che “i percorsi di trattamento offerti sono caratterizzati pre‐ valentemente da un approccio multimodale integrato che vede nell’intervento di soste‐ gno psicologico al paziente (93%) l’intervento maggior‐ mente proposto, a seguire la psicoterapia individua‐ le (91%) e l’intervento di sostegno psicologico ai familiari (82%), l’intervento psicoeducativo individuale (73%) e la psicoterapia fami‐ liare (66%)”. La dipendenza da Internet è un fenomeno nei cui confronti vanno moltiplicandosi segna‐ lazioni, ma anche attenzioni e studi. Essa “si riferisce a qual‐ siasi comportamento compulsivo correlato alla rete che provoca difficoltà nello svolgimento dell’attività lavorativa, nei rapporti affetti‐ vi, interferendo con lo

svolgimento delle attività quotidiane”. La facilità di accesso alla rete, i suoi conte‐ nuti illimitati, l’anonimato che garantisce, l’apparente controllabilità del mondo vir‐ tuale, la soddisfazione immediata di una molteplicità di bisogni sono caratteristiche fortemente invitanti. Situazio‐ ni personali di disagio, di isolamento, di fragilità sono i fattori che favoriscono lo slit‐ tamento verso condizioni di dipendenza, a cui, soprattutto per i più giovani, contribui‐ scono disfunzionalità, difficoltà di comunicazione e mancanza di controllo fami‐ liari, nonché sollecitazioni amicali. Tre opuscoli, redatti nell’ambito del progetto, for‐ niscono un’informazione meno sbrigativa per ciò che concerne i disturbi, la preven‐ zione e i trattamenti. L’iniziativa è parte del proget‐ to “Rete senza fili. Salute e Internet Addiction Disorder (IAD): tante connessioni pos‐ sibili” (https:// retesenzafili.it/), coordinato dal Centro Nazionale Dipen‐ denze e Doping con il supporto tecnico e finanziario del Ministero della Salute e il coinvolgimento di sette Regioni. Secondo i dati del censimento, che la mappatura ha generato, le risorse dell’in‐ tero territorio nazionale che si occupano dei disturbi correla‐ ti all’uso di internet sono complessivamente 99, di cui 83 appartenenti al Servizio Sanitario Nazionale e 16 al privato sociale. Un’offerta che appare non certo abbondante, considerato che una rozza media aritmeti‐

ca indicherebbe neppure cin‐ que servizi per regione, ma soprattutto una tale semplifi‐ cazione porterebbe decisamente fuori strada se si considera la grande disomo‐ geneità della distribuzione dell’offerta territoriale di ser‐ vizi per le dipendenze da internet. La Lombardia per il Nord (con 38 servizi e 12 pro‐ vince servite su 13), le Marche per il Centro (con 12 servizi per tutte 5 le province servite ) e la Sardegna per il Sud e le Isole (con 4 servizi in 3 province servite su 8) sono le regioni con la maggior pre‐ senza di risorse territoriali (mancano però aggiornamen‐ ti da Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli-Venezia Giu‐ lia e Molise). In particolare, in Piemonte, per quanto riguarda i nostri territori, sono attivi 4 servizi: 3 in provincia di Torino (2 nel capoluogo e 1 a Beinasco) e 1 in quella di Novara (Trecate); le altre sei province, VCO compreso, ne sono sfornite. Non può non colpire il con‐ fronto con i dati della vicina Lombardia; anche tenendo conto della diversa densità demografica, non sembra infatti ragionevole ipotizzare dinamiche tanto diverse. Si tenga inoltre conto che è pro‐ babile che questa sia proprio una di quelle situazioni in cui è la presenza del servizio che fa emergere il bisogno som‐ merso. Non sarebbe forse opportuno accogliere il buon esempio che viene d’oltre Ticino?


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INPS, PROBLEMI DI ACCESSO

non PREN DERE ESEM PIO DA...

La pandemia e il lockdown hanno richiesto interventi emergenziali che non sempre hanno trovato facile risposta. Se la mole di interventi ha in parte giustificato alcune criticità, altre sono frutto di modalità e sistemi da rivedere a fondo, facendo tesoro dell’esperienza vissuta Diego Brignoli

S

ul sito dell’INPS si può leggere un’interessante presentazione del con‐ tact center: La […] prossimità, l’ascolto e lo snel‐ limento delle procedure per l’erogazione dei servizi al cit‐ tadino diventano sempre più prioritari per enti nazionali come l’INPS, sempre più spesso accusato di essere nient’altro che vecchi dino‐ sauri burocratici, lenti e inefficienti. Rispondere e dare seguito alle richieste dei citta‐ dini in maniera veloce, sicura ed efficace è davvero fonda‐ mentale, soprattutto in momenti di emergenza come quello che stiamo vivendo, durante i quali non ci si può permettere i soliti assembra‐ menti all’interno degli uffici pubblici e non solo. Gli stru‐ menti tecnologici per avere risposte ci sono. […]. Si ram‐ menta poi di armarsi comunque di pazienza. Quel che conta però, al di là della pazienza, sono sicurezza ed efficacia. È questa la realtà? Qualche episodio. Capita che uno stagionale del turismo, una delle categorie più colpite dal lockdown, riceva le indennità di marzo e aprile, ma non quella di mag‐ gio. Perché? Tre telefonate, tre risposte: “tutto a posto, abbia solo un po’ di pazien‐ za”, “non posso darle queste informazioni senza tutti i rife‐ rimenti”, “lei ha un contratto di lavoro a maggio”; “ma io non ho nessun contratto a maggio!” “faccia ricorso!”. Certo che si ricorre, sperando che i tempi non siano scaduti. Ma perché tre risposte diver‐ se? Perché informazioni

errate? Perché un errore non viene risolto senza dover con‐ fidare in un ricorso di cui chissà se e quando si saprà qualcosa? Capita che due soci della stes‐ sa ditta percepiscano l’indennità di marzo e aprile, il terzo no. Come mai? Impossibile prendere la linea per i primi mesi. Finalmente il contatto, anche se ormai è agosto. Il gentile funzionario riferisce di un errore nell’I‐ BAN. Come rimediare? Semplice, basta inviare una mail all’indirizzo “riesamebo‐ nus600 …”. Fatto. “Indirizzo non trovato” la risposta del computer. Ci sarà un errore. Nuova chiamata e immediata risposta: “non si può comuni‐ care con una mail, occorre entrare con lo SPID nel sito e compilare l’apposita pagina”. Resa incondizionata, meglio passare il tutto al patronato. Perché due risposte opposte a distanza di poche ore? Occorre un documento riguardo la pensione percepita da una persona residente all’estero deceduta mesi prima. È indispensabile un appuntamento alla locale sede INPS. Innumerevoli telefo‐ nate a vuoto, poi la scoperta dell’esistenza di un numero per chiamare dall’estero. La telefonata da Ginevra riceve risposta immediata e l’appun‐ tamento è fissato per l’indomani. Si può accedere agli uffici. Il lockdown è fini‐ to da mesi ma l’accoglienza è disarmante: l’ingresso presi‐ diato da una guardia giurata che agli ignari utenti indica una scatola di cartone: “metta lì la richiesta, qualcuno la Alternativa

chiamerà!”. Gli strumenti tec‐ nologici per avere risposte ci sono, sta scritto nel comuni‐ cato INPS. Episodi marginali, piccoli disguidi, percentualmente irrilevanti. Ma non è irrile‐ vante non ricevere l’indennità che ti spetta perché hai perso il lavoro. Colpa dei soliti stru‐ menti informatici? O della sciatteria che ancora troppo spesso contraddistingue il difficile rapporto tra istituzio‐ ni e utenti? Fatti che, dopo grande fatica, vari tentativi, un paio di lette‐ re pepate, l’impegno delle impiegate di due patronati, ma incredibilmente nessun ricorso a santi in Paradiso tranne quelli invocati non sempre con preghiere, hanno per fortuna trovato soluzione. Questa volta è andata bene ed è giusto ricordarlo. Gli errori possono capitare. A chiunque. Ma si devono correggere se si vuol dar corso ai buoni propo‐ siti espressi nelle parole di presentazione dei servizi. Rendere semplice e possibile a tutti l’accesso ai servizi è questione di democrazia, di rispetto, di diritti.


PRO GET TI CRONACHE DALLA ISASSONIA Un progetto sperimentale di comunità in un quartiere popolare di Verbania

Silvia Negroni Foto di Eleonora Mari

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l quartiere Sassonia è un rione storico di Intra. Da sempre a trazione popolare e operaia ha avuto nella storia della cit‐ tà un ruolo importante e un'identità forte e definita. Situato nel cuore di Verbania e a pochi passi dal centro storico di Intra, è oggi caratterizzato da problematiche e isola‐ mento tali da poter essere definito come periferia nel centro della città. Sono presenti quattro complessi di edili‐ zia popolare per un totale di 120 alloggi (nel 2019, il 60% del totale cittadino) che ospitano circa 200 persone. Gli alloggi sono di piccola metratura e ospitano per gran parte persone sole, spesso anziane, e comunque caratterizzate da un forte isolamento sociale e portatrici di diverse fragilità. Queste caratteristiche di disagio e iso‐ lamento sociale fanno della Sassonia un’area caratterizzata da degrado tan‐ to urbano quanto, soprattutto, delle relazioni. Con queste premesse, nel 2019 si è aper‐ to un confronto fra alcune realtà del privato sociale già operanti a vario titolo nella zona, l'Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Verbania e il Con‐ sorzio dei Servizi Sociali del Verbano, con l'obiettivo di mettere a fuoco i princi‐ pali bisogni e immaginare degli interventi mirati. Al tavolo ha iniziato presto a partecipare e collaborare l'ASL, con il dipartimento di Salute Mentale e il

Ser.d., avendo entrambi i servizi diversi utenti residenti nel quartiere. Tutti questi enti territoriali, da allora, sono mensilmente presenti a incontri di rete e di confronto, dopo aver partecipato a una formazione mirata allo sviluppo di Comunità a cavallo tra il 2019 e il 2020. Grazie a un primo finanziamento di Regione Piemonte con bando del Fondo Sociale Europeo, infatti, nella seconda metà del 2019 è stato avviato un progetto focalizzato sul rione mirante allo svilup‐ po e, laddove necessario, alla creazione di reti, non solo tra gli abitanti ma anche, e soprattutto, con e tra gli enti coinvolti sul territorio. Altra metodologia cardine adottata è quella dello sviluppo di comunità, indivi‐ duata come la più indicata nella creazione o rigenerazione dei legami, fondamentali per la promozione di un nuovo modello di welfare basato sulla mutualità e la prossimità, attraverso atti‐ vità strutturate dal basso, coinvolgendo chi il quartiere lo vive. Questa nuova progettazione sociale sul quartiere è stata attuata da Cooperativa Sociale Xenia, capofila e referente per lo sviluppo di comunità, Cooperativa Divieto di Sosta/Il Sogno, con l'apertu‐ ra della Caffetteria di Casa Ceretti quale presidio sociale e punto di riferi‐ mento del quartiere, di cui si è parlato diffusamente nel precedente numero di questa rivista, associazione Gruppo

Abele di Verbania Onlus per gli inter‐ venti domiciliari socio-educativi e l'attuazione di tirocini lavorativi per persone fragili e A.V.A.P. (Associazio‐ ne Volontari Aiuto Ammalati Psichici) con il laboratorio di Arteterapia per utenti di Salute Mentale e Ser.d. Muovere i primi passi nel quartiere non è stato semplice. Già scottati da precedenti progetti e operatori sociali riversati sul rione nel tempo, calati dall'alto e poi spa‐ riti alla fine dei fondi, gli abitanti, in particolar modo quelli delle case popola‐ ri, si sono dimostrati nella prima fase abbastanza scettici e guardinghi. Abituati a imputare ogni singola sventura al Comune, in quanto principale interlocu‐ tore per i residenti delle case popolari, nella fase iniziale un certo atteggiamento di chiusura era dovuto al fatto che anche noi venissimo scambiati per addetti comunali. La nostra prima sfida è stata quella dun‐ que di distinguerci, di tirare una linea netta di demarcazione tra il passato e il presente, tra l'istituzione comunale e il privato sociale, e di coinvolgere le perso‐ ne nei processi organizzativi e decisionali. Questo è lo sviluppo di comunità. Non calare dall'alto un pacchetto di attività pensate e strutturate a priori, ma lasciare che siano le persone stesse a definire le proprie priorità e i propri bisogni relazio‐ nali, e definire con esse cosa fare e come


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farlo. É sicuramente un processo molto lungo e più laborioso. Fin dai primi incontri, è stato evidente che il bisogno più espresso era di tipo aggregativo. Voglia di stare insieme, di avere uno spazio dove ballare, fare labo‐ ratori, giocare a carte o fare quattro chiacchiere. Qualcosa iniziava a muoversi, era genna‐ io 2020: i primi incontri del gruppo di lavoro a maglia a Casa Ceretti, l'idea di fare una balera una volta a settimana e qualcuno che si era offerto di organizzare e gestire l'attività. Poi, la tempistica non sfuggirà, è arrivato il Covid, che ha bloccato noi come ogni altra cosa. Qualche seme stava iniziando timida‐ mente a germogliare, il rischio di perdere tutto era alto e manifesto. Durante il primo lockdown ci siamo ini‐ ziamente fermati, come tutti, un po' frastornati e senza avere idea di quanto questa pausa sarebbe durata e avrebbe quindi inciso. É stato presto chiaro che tutte le attività di animazione sociale che stavamo costruendo con il gruppetto di residenti che si era lasciato coinvolgere non si sarebbero potute realizzare. Mentre progettavamo e abbozzavamo aggregazione in un contesto socialmente disgregato, siamo stati relegati in casa. La soluzione più immediata e ovvia, ten‐ tare una sorta di aggregazione in remoto, attraverso i computer e gli smartphone, era nel nostro piccolo non praticabile: la grande maggioranza delle persone che si erano rese disponibili a partecipare a questo processo non avevano la possibi‐ lità, o la capacità, di connettersi a internet. Il mondo intorno a noi per due mesi si è scatenato in videochiamate di gruppo, di lavoro o di svago. Noi, in quella prima fase, siamo tornati al telefono. Una chia‐ mata ogni tanto, per sapere come stesse andando, se ci fosse bisogno di qualcosa. Gli educatori di Gruppo Abele di Verba‐ nia hanno continuato, seppur diradandole e limitandole, le visite domi‐ ciliari. Intanto, un piccolo allarme ha iniziato a rimbalzare fra noi operatori: gap digitale. Un pensiero che doveva ancora sedimen‐ tare e svilupparsi, ma che iniziava a definirsi. Contestualmente, sostituendo nel primo lockdown alcuni volontari dell'Emporio dei Legami - il dispensario alimentare

promosso da Servizi Sociali e Comune di Verbania e gestito da Caritas Pallanza con sede in Sassonia, rimasto sempre attivo – abbiamo avuto modo di confron‐ tarci con le persone, e di rilevare un bisogno. Di ascolto, di orientamento ai servizi e ai vari bonus economici che si succedevano in quei mesi. Altro campanello di allarme, altra rifles‐ sione fra noi operatori. È nata così l'idea di avviare uno Sportello di orientamento ai servizi e al lavoro. Un altro presidio aperto nel quartiere, alle spalle dell'Emporio e in uno spazio del Comune, che da maggio 2020 ad oggi offre orientamento ai servizi territoriali e al lavoro e mediazione digitale, per chi non ha le competenze o le possibilità di accedere alle sempre più frequenti prati‐ che online. Quest'azione, che si è rivelata fondamen‐ tale, non era prevista dal progetto e probabilmente non ci sarebbe venuta in mente, se la pandemia non ci avesse fatto cambiare bruscamente rotta e non ci avesse messo a confronto diretto con questo tipo di bisogni. Allo stesso modo, altre due iniziative hanno avuto origine dalla situazione di pandemia e di lockdown: da una parte, quella stessa estate, è nato il laboratorio di sartoria sociale, che ha prodotto grazie al lavoro di alcune volontarie del quartie‐ re più di 500 mascherine di comunità distribuite ai residenti più in difficoltà, agli utenti dell'Emporio e all'intera popo‐ lazione carceraria di Verbania. Un'altra iniziativa dal successo impre‐ visto, e forse segno dei tempi, è stata lanciata in previsione del Natale 2020, durante il secondo lockdown. Il senso di far qualcosa insieme, anche se ognu‐ no costretto in casa, ha superato ogni aspettativa. Pensando di mantenere il legame con il gruppo di maglia originario, abbiamo proposto un'azione di tricotage di comu‐ nità a distanza, lanciando l'iniziativa via social e facendo girare l'appello soprat‐ tutto via Whatsapp: Un filo di lana ci unirà! Si proponeva di produrre berretti e sciar‐ pe come regalo natalizio per i bimbi delle famiglie dell'Emporio dei Legami. L'entusiasmo nella risposta ci ha travolto, ci è stata donata tantissima lana, i social hanno fatto arrivare la voce fuori provin‐ cia, e si è creata un'armata di sferruzzatrici che ha prodotto centinaia

Alternativa

di cuffie, scaldacolli e sciarpe. Al di là della produzione massiva e dell'obiettivo raggiunto, ci ha dato il segno della voglia, forse più forte di pri‐ ma, di fare ed essere comunità. In attesa di poter tentare qualche tipo di aggregazione senza rischi, nella prima metà del 2021 si sono portate avanti altre due azioni degne di nota. Abbiamo attivato il portierato di comuni‐ tà, il nostro tuttofare di quartiere che, grazie a un tirocinio lavorativo, è stato al servizio della Sassonia per piccoli lavo‐ retti e pulizia dei cortili fino alla conclusione del progetto finanziato dalla Regione, nel giugno 2021. Inoltre, per mantenere o iniziare un con‐ tatto con le persone del rione, si è portata avanti l'iniziativa Oltre ogni soglia, una storia. Un percorso che ci ha portato nel‐ le case di alcuni residenti che hanno raccontato la propria storia e il proprio rapporto con il quartiere, e che verrà approfondito nell’articolo che segue. Ma questa non è la fine della storia, anzi. Grazie al sostegno economico di Fon‐ dazione Comunitaria del VCO e del Comune di Verbania, che hanno condi‐ viso e appoggiato la nostra idea di welfare territoriale nel quartiere, abbia‐ mo avuto i fondi per continuare il lavoro di comunità. Nei primi due anni di lavoro avevamo gettato le basi, nel percorso accidentato della pandemia, e non interrompere il percorso iniziato era per noi fondamen‐ tale per poter ottenere qualche risultato concreto: mantenere e allargare i rap‐ porti con le persone, avendo sempre Casa Ceretti e la sua Caffetteria come fulcro e luogo di incontro fondamentale del rione. Nel momento in cui si scrive questo arti‐ colo, fervono i preparativi per la prima festa di quartiere del rione: un gruppo di volontari residenti o che lavorano in Sas‐ sonia sta organizzando una giornata di festa e di condivisione, con un pranzo collettivo nella via principale del quartie‐ re – un sogno che avevamo dall'inizio di questa avventura – e tante attività propo‐ ste e organizzate dagli stessi abitanti. Si torna in strada, si torna insieme, si get‐ tano le basi per una nuova comunità.


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OLTRE OGNI SOGLIA, UNA STORIA Parole e immagini dal quartiere Sassonia – Intra

Foto di Eleonora Mari

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Valentina Volontè

’idea di questa mostra prende forma all’interno del mio incarico come consulente per lo sviluppo di comunità nel quartiere Sassonia a Verbania. Nel raccogliere il testimone a progetto già avviato, il primo compito era tenere conto dei risultati e delle criticità della prima fase del proget‐ to, duramente penalizzato dalla prima ondata del virus e dal primo lockdown. Pochi mesi di osservazione delle dinami‐ che del quartiere e della rete intorno al progetto, ed ecco la seconda chiusura: come trovare modi per favorire la parteci‐ pazione degli abitanti senza poterli incontrare in gruppo? Entrando noi nelle loro case! In un momento dove la casa era diventata per alcuni rifugio, per altri prigione, abbiamo percepito la carica che l’attraversamento di ogni soglia por‐ tava con sé: il nome della mostra si ispira a questa sensazione. Una soglia è anzitutto qualcosa che si pone fra due situazio‐ ni. Ma non è una barriera, si può valicare, è aperta al dialogo, è comunicazione tra spazi diversi. È qualcosa che, nel momento in cui separa, unisce. È un momento che pre‐ cede il verificarsi di un fatto, di una condizione, il manifestarsi di un sentimento. Tutti abbiamo una soglia del dolore che abbiamo imparato ad alzare; a volte rimaniamo sulla soglia perché la scala ha troppi gradini per scendere in strada, o forse perché si ha paura degli altri, dei vicini, del virus. Tra febbraio e maggio 2021, ancora in pandemia, abbiamo attraversato diverse soglie fisiche ed emotive per incontrare gli abitanti del quartiere Sassonia. Volevamo raccoglierne le storie, le visioni, le percezioni rispetto al proprio percorso abitativo e al modo di abitare il quartiere. Volevamo foto‐ grafare ogni abitante in quel momento in cui ci concedeva un pezzo di sé, dentro il suo mondo di quotidianità, di abitu‐ dini, di ricordi, di desideri. Lavorare con le storie di vita, ricostruendo una biografia che intreccia e tiene insieme le storie di ciascuno, può contribuire a rafforzare il senso della propria identità come appartenenti a una collettività più ampia, una biografia che si condensa nella collettività. Ogni singola storia, se condivisa, produce un cambiamento in tutti quelli che la raccolgono, la narrano e la ascoltano. Volevamo creare un dialogo a distanza, un ponte tra memo‐ ria e presente: avvicinare gli abitanti alla storia del quartiere, tra il sogno di un passato intatto nel ricordo, un presente a tratti complesso da gestire e un futuro ancora da costruire. L’idea di usare la fotografia è nata quasi subito pensando a come restituire pubblicamente questo lavoro e renderlo così godibile da tutti, dando un volto alle storie, incarnandole, sempre nel rispetto dell’anonimato. Abbiamo quindi coin‐ volto Eleonora Mari, fotografa specializzata in ritratti, che


con delicatezza ci ha accompagnate in questo lavoro. Ci sono paesi nel mondo dove la fotografia è vista come un sortilegio, una magia che intrappola l’anima. Noi invece viviamo immer‐ si in una cultura basata sempre più sulle immagini: fotografiamo ciò che facciamo, quello che mangiamo ma con‐ cedere a qualcuno una nostra foto ci lusinga e ci imbarazza allo stesso tempo. Siamo degni di apparire? E la mia casa? E allo stesso tempo: la mia storia è davvero interessante e degna di essere raccontata? Ecco che portare interesse, dare valore, far emergere, illumina parti buie, aiuta a dare senso e può essere strumento in un processo di empowerment degli individui e della comunità, in particolar modo dove lo stigma sociale è forte, perché si abita una casa popolare per esempio. Le interviste semistrutturate di tipo narrativo sono state condot‐ te attraverso contatti a cascata: l’obiettivo non era quello di ottenere dati su di un campione rappresentativo, ma creare rela‐ zioni e legami per aumentare il bacino d’utenza del progetto, incrociando punti di vista sul quartiere nella prospettiva della ricerca-azione. Una sorta di dialogo a distanza, che si è manifestato appieno con la trascrizione integrale delle interviste (25) e ci ha permes‐ so di individuare alcuni temi trasversali, diventati poi i 9 pannelli tematici che accompagnavano le fotografie con estratti delle interviste. Ne restituiamo qui alcuni relativi ai temi emer‐ si. Possiamo affermare con Kevin Lynch che “una buona imma‐ gine ambientale dà a chi la possiede un importante senso di sicurezza emotiva. Gli consente di stabilire tra sé e il mondo circostante una relazione armoniosa. Questa costituisce un sentimento opposto allo smarrimento di chi ha perso l'orienta‐ mento.”¹ Dove inizia e dove finisce il mio quartiere? I confini percepiti dello spazio dentro il quale gli abitanti si muovono agilmente aiutano il processo di identificazione a un luogo e il sentimento di appartenenza. Camminando a piedi passiamo per le scalette, è tutto molto comodo per me che non ho la patente: le strade si intrecciano e arrivi ovunque, hai tutti i servizi a disposizione. Io sento di entrare nel mio nel quartiere, alla Sassonia, quando c’è quella specie di posta e giri l'angolo: lì intravedo lo spiraglio di casa, lì vedi proprio quello spiraglio e dici: finalmente sono a casa! (Sofia, 25 anni) In che modo si manifesta il sentimento di appartenenza, su cosa fa leva? Per esempio sugli elementi naturali. Quando arriva la piena del San Bernardino è molto rumorosa e questo crea un’energia, una cosa che accomuna tutti gli abi‐ tanti. Lo stesso lago che si alza crea quel pathos: se sei di Intra vai a vedere il porto che si riempie di legna e probabilmente vai a vedere anche il fiume. Non so se gli abitanti che non sono nati a Intra hanno questa abitudine: ci sono cose che vengono tra‐ mandate e per entrare a capire certe energie ci impieghi del tempo, non sono così immediate. (Francesco, 44 anni) O sulla possibilità di guardare il proprio luogo di vita da un altrove. Io vado in vacanza in Abruzzo da anni, ho trovato un posto straordinario, in albergo sono come a casa mia, i miei amici sono gli stessi, ci sono grandi compagnie, si canta, si gioca. Ma dopo 10 giorni inizio a capire che c’è qualcosa che non va e siccome posso mentire a tutti meno che a me stesso, mi guardo

allo specchio e capisco che mi manca la mia casa, la mia vita. La mia storia è qui in Sassonia, io sono nato qui. (San‐ dro, 80 anni) A volte l’appartenenza si gioca sul rifiuto del luogo perché ci sono pregiudizi e rappresentazioni consolidate, uno stig‐ ma sociale difficile da sradicare, che può portare all’isolamento. La domanda della casa popolare l’avevo fatta sei anni prima. Io non ci pensavo più quando mi chiamò il Comune. Mi sedetti davanti alla signora e le chiesi: ma dov’è? È in Sassonia, sono le casette della Sassonia. E lì mi sono sentito male. È stato come quando mi è arrivata la cartolina del pre‐ cetto militare, mi sono sentito precipitare, sono stato malissimo. Ogni giorno è un adattarsi. (Carlo, 53 anni) Per questo nel nostro lavoro diamo molto valore alle reti informali e cerchiamo di implementarle: un’ancora di sal‐ vezza per uscire dall’isolamento non solo nella sfera privata perché “creano un clima diffuso di fiducia e cooperazione, promuovono le reti di impegno civico e partecipazione” (F. Piselli)² Tra vicine abbiamo fatto un gruppo, si stava insieme tutti i giorni. Ai tempi, eravamo più giovani, con le figlie piccole era bello ritrovarsi a chiacchierare. Stavamo fuori con i tavoli e le sedie. Era bello, si andava d’accordo tutti! Adesso però c'è da aver paura a stare fuori. (Ines, 65 anni) È fondamentale riconoscersi e sostenersi per coltivare una rete di relazioni informali, vedere volti famigliari, fare due chiacchiere per strada o dal balcone. Durante il lockdown ho conosciuto i miei vicini di casa: non essendoci mai a casa, uscendo al mattino e tornando la sera. Sembra una cosa strana questo riavvicinamento con i vicini: adesso ci conosciamo, per quanto assurdo! Erano 6 anni che vivevo in quella casa e si magari incontravo la signora, le aprivo l’ascensore. Durante il lockdown c’era il signore che andava nell’orto e ci portava l’insalata, la signora che aveva fatto il dolce e ce lo portava. L'incontro tra vicini è stato bel‐ lissimo! (Sofia, 25 anni) Ecco che le pratiche quotidiane degli abitanti, nelle relazio‐ ni e nell’uso degli spazi, se ben osservate e intercettate, sono il punto dal quale partire per un lavoro di territorio fine, che faciliti le relazioni, crei connessioni, opportunità, reti, incu‐ bando progettualità di sviluppo locale. Infatti un processo di sviluppo di comunità si pone l’obiettivo di far crescere senso di responsabilità, potere, competenze e senso di comunità di soggetti definiti, affinché gli stessi possano essere in grado di risolvere i problemi che hanno, così come di aiutarsi reciprocamente, di creare associazioni, di attivare imprese, di divenire più efficaci nel controllare l’operato delle istituzioni. È un percorso ancora lungo che deve essere scritto: dagli abitanti che prendono la parola e dagli operato‐ ri sociali che sostengono i processi di attivazione e cambiamento. (i nomi degli intervistati sono di fantasia) 1) Kevin Lynch, L’immagine della città, Marsilio, 2001 2) Francesca Piselli (a cura di), Reti. L’analisi di network nelle scienze sociali, 1993, Donzelli


Foto di Eleonora Mari

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Alternativa


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Protagonisti

e testimonianze

INTERVISTA A CLAUDIA CARTINI Claudia Cartini, coordinatrice del reparto di medicina di Domodossola, ci accompagna in un viaggio dentro due anni di pandemia, tra sofferenza e difficoltà, dandoci il punto di vista di una persona che ha affrontato il virus, giorno dopo giorno, tra le corsie di un reparto ospedaliero Alvi Torrielli

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vere nella propria famiglia un infermiere è un dono, scrive Roberto Saviano, e mai come durante questi due anni di pandemia Covid, abbiamo imparato a conoscere, ad apprezzare questi professionisti che ci hanno assistito a rischio della loro stessa vita; persone che hanno dimostrato la loro professionalità mentre attorno il mondo precipitava nel caos, prendendosi responsabilità al di sopra di quelle che dovrebbero essere le loro mansioni, spesso sottopagate. Di questi anni porteremo nel cuore tante ferite, tante sofferenze ma anche la consapevolezza di essere in buone mani. Ne parliamo oggi con Claudia Cartini, coordinatrice dal 2018 del reparto di Medicina dell’ospedale San Biagio di Domodossola. Quale è stata la fase più difficile di questa pandemia e come è stata vissuta da te e dai tuoi collaboratori? Senza ombra di dubbio i primi mesi sono stati tremendi: il reparto di medicina è stato dedicato all’emergenza Covid, una malattia nuova di cui non sapevamo nulla e che abbia‐ mo iniziato ad affrontare in una situazione di grande precarietà. Non si conosceva la patologia e la sua trasmis‐ sibilità, non c’erano i protocolli, e la gestione di ogni aspetto del nostro lavoro cambiava in continuazione a seconda degli aggiornamenti che arrivavano dal Comitato Tecnico Scientifico. Come nel resto del paese, mancavano i dispositivi di prote‐ zione individuale, lo stesso uso delle mascherine era in continua evoluzione, e dovevamo sopperire a tali mancan‐ ze “inventandoci” delle soluzioni che fossero il più adeguate possibili. Molti di noi si sono ammalati e, alle problematiche legate al continuo fluire di pazienti, si è aggiunta anche una obbiettiva carenza di personale con continui salti di turno e orari massacranti; inoltre il supporto che normalmente ci viene fornito dai servizi esterni (pulizia, mensa, ecc.) era completamente assente, vista l’impossibilità di far accede‐ re al reparto i loro addetti. Di fronte a queste difficoltà però è uscito il meglio di noi: ognuno ha dato tutto dimostrando professionalità e coesio‐ ne, pur sapendo che stavamo rischiando di diventare noi stesse vittime del COVID; è stato necessario “reclutare” infermieri ed Operatori Socio Sanitari da altri settori del‐ l’ospedale o che da anni erano lontani dai reparti, ed ognuno ha contribuito ad affrontare il momento, sentendo il dovere di mettere a disposizione le sue competenze.

Una descrizione davvero drammatica! Oggi com'è la situazione? Come vedi il domani? Oggi è cambiato tutto: conosciamo la patologia, sappiamo come dobbiamo rapportarci con essa, siamo vaccinati e, pur mantenendo la massima attenzione nella gestione dei contatti e nell’uso dei mezzi di protezione, è notevolmente diminuita la paura che per molto tempo ci ha accompagna‐ ti. La gestione del degente è cambiata: il paziente positivo senza sintomi resta, previo isolamento, nel reparto di degenza e questo permette di evitare sovrappressioni sulla medicina che ha, ovviamente, la necessità di realizzare le attività di sua specifica competenza. Il futuro è un’incognita e, seppur abbiamo tutti i protocolli e quindi, in caso di una nuova ondata, siamo già preparati, è indubbio che psicologicamente diventa sempre più diffi‐ cile ripartire. Com'è il rapporto con i pazienti? A Domodossola ci sono stati casi di opposizione alle cure da parte di degenti contrari ai vaccini? Alcuni degenti sono stati ricoverati per mesi e, inevitabil‐ mente, si è istaurato un rapporto umano importante anche se, di fatto, di noi vedevano solo gli occhi, visto quanto era‐ vamo “bardati”. Le persone hanno affidato a noi le loro vite e, pur nella sofferenza, hanno saputo gratificarci della loro riconoscenza. All’inizio venivano ospedalizzati solo i casi gravi e molti purtroppo non hanno superato la malattia: vedere così tanti decessi, persone la cui vita scivolava via, è stato straziante e, se da una parte ci dava stimoli a lottare con sempre maggior forza, dall’altra ci segnava dentro. L’introduzione della vaccinazione ha modificato radical‐ mente il quadro: persone anche anziane e multi patologiche, che un paio di anni fa avrebbero rischiato seriamente la vita, grazie alla vaccinazione hanno superato il contagio più o meno agevolmente. I ricoverati dell’ultimo anno sono per lo più non vaccinati che spesso si sono ricreduti rispetto alla loro scelta; ci sono stati dei casi di rifiuto delle cure, arrivati addirittura alle estreme conseguenze, che noi non possiamo far altro che rispettare curando il paziente con la stessa dedizione che dedichiamo agli altri. Al di là dei fatti clinici, cosa ti ha colpito positivamente e negativamente in questi due anni? Un aspetto mai abbastanza sottolineato è stata la vicinanza che i cittadini ci hanno dimostrato: durante il periodo peg‐


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giore ci portavano cibo, bevande, sentivamo fortemente la solidarietà della popolazione; la piscina di Domodossola ci ha offerto i calzari, alcuni dentisti i camici, il Comune ci ha permesso di poter parcheggiare gratuitamente, un fisiotera‐ pista ci dava un sostegno importantissimo visto il sovraffaticamento a cui eravamo sottoposti. Dura è stata la ripresa dell'attività lavorativa dopo un perio‐ do così pesante che ha lasciato strascichi importati, tant'è vero che molti colleghi hanno ancor oggi bisogno di un sostegno psicologico. Il lavoro è ripartito ancor più intensa‐ mente, visto che è necessario recuperare quanto non si è potuto fare durante la pandemia. Cosa credi resterà nel paese e cosa ti porterai dentro di questi due anni? Credo che si sia ancor più radicata nel paese la consapevo‐ lezza di quanto è fondamentale il Servizio Sanitario Nazionale, la Sanità pubblica, e percepisco in maniera evi‐

dente come è cambiato il modo di rapportarsi con gli ope‐ ratori di tale servizio: quando le persone scoprono cosa faccio, sento la loro empatia, percepisco chiaramente, al di là della gratitudine umana, il riconoscimento per l’impor‐ tanza sociale del nostro lavoro. Dentro rimangono un’infinità di storie umane: la gioia per le vite salvate, lo strazio dei parenti dei deceduti durante la prima ondata a cui, senza avere la possibilità di un ultimo saluto, tutto ciò che è restato del loro caro è un sacchetto con i beni personali, la dedizione per il lavoro: penso ad un collega che per tre mesi ha assistito la sua compagna mala‐ ta, che purtroppo non ha superato la malattia e nonostante tutto, lui non ha perso un giorno di lavoro… La mia speranza è che tutto questo diventi patrimonio comune per tutto il paese e che contribuisca a renderci migliori.

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Protagonisti

e testimonianze

NOTTI IN CROCE ROSSA Essere volontari sin da ragazzi ti fa capire che fare insieme qualcosa per qualcun’altro ti restituisce tanto, e lo scambio è Samantha Brandini molto bello

Volontariato: una parola dalle mille sfaccettature, un senti‐ mento che spinge molte persone a mettersi in gioco e ad investire il proprio tempo per aiutare il prossimo, sostenere progetti, promuovere arte e cultura, migliorare le comunità in cui viviamo. A prescindere dall’Associazione e dallo scopo che essa persegue, il volontariato è una risorsa preziosa e a livello sociale riveste un ruolo molto importante. Abbiamo avuto il piacere di intervistare due amici di Casa don Gianni Luciano Battro e Orlando Bianchetti che que‐ st’anno compiono 45 anni di volontariato in Croce Rossa.

Come è cambiato il volontariato in Croce Rossa in que‐ sti anni? Sono sicuramente aumentati i servizi, ma gli ingressi di nuovi volontari non sono aumentati di pari passo. Pensan‐ do al volontariato attuale, la maggior parte delle persone stabilmente impegnate in Croce Rossa sono in pensione ed hanno più di 60 anni. Nel passato molte persone intorno a 50 anni andavano in pensione e quindi avendo del tempo libero potevano dedicarsi ad attività di volontariato, oggi le cose sono cambiate. A lungo andare questo cambiamento peserà sempre di più.

Innanzitutto grazie per aver accettato questa intervista, visto che si comincia sempre dalle presentazioni, parla‐ teci un po’ di voi. Siamo Luciano Battro e Orlando Bianchetti amici da una vita, siamo mariti, padri, nonni, ora pensionati e nel nostro tempo libero da sempre ci dedichiamo al volontariato.

Un altro cambiamento importante riguarda la forma‐ zione che un volontario deve avere per iniziare la sua attività in Croce Rossa. Ricordo che quando feci domanda, era un martedì, il gior‐ no dopo ero già a Novara per fare la patente necessaria per guidare l’ambulanza. Oggi i nuovi volontari della Croce Rossa devono frequentare il corso e devono dare un esame. Trascorre del tempo da quando una persona sceglie di ini‐ ziare il percorso di formazione a quando effettivamente potrà dare il proprio contributo operativo sul campo. Serve una buona motivazione, è sicuramente impegnativo inve‐ stire tempo nella formazione, ma è anche una tutela per il volontario essere preparato in modo adeguato.

Quest’anno festeggiate 45 anni di servizio in Croce Rossa, come è iniziata l’esperienza? Luciano. Avevo 23 anni e al bar di Pollini a Montescheno ho letto su EcoRisveglio un articolo nel quale si diceva che la Croce Rossa cercava volontari, mi sono presentato in sede, è da lì che è iniziato. Poi il fatto di sentirsi utile per qualcuno che ha bisogno, unito al piacere di conoscere nuove persone con cui creare belle amicizie hanno confer‐ mato la scelta. Orlando. Io ho seguito Luciano, così ho iniziato il mio volontariato in Croce Rossa. Chi ci conosce sa che noi scherziamo sempre, nella nostra vita molti eventi li abbiamo vissuti a ruota, Luciano ha fatto l’arbitro ed io ho fatto l’arbitro, Luciano si è sposato e poco dopo mi sono sposato anch’io, Luciano mi dice che sta diventando nonno e dopo 15 giorni io gli dico che diventerò nonno anch’io...quindi gli ho detto: non morire! Il Vostro è in impegno costante ed importante anche in termini di ore, oltre alla finalità. Orlando. A dire la verità mi diverto di più ad andare in Croce Rossa che ad andare ad esempio al Bar o in altri posti perché c’è un bell’ambiente dove si sta bene, ci sono anche ragazzi giovani con cui si scherza, così il tempo passa. Nei gruppi di volontariato nascono belle amicizie, è facile trovare persone con cui si scoprono affinità.

In che cosa consiste il vostro servizio? Noi facciamo da autisti o da barellieri, ma non facciamo più le emergenze se non in casi di estrema necessità di ser‐ vizio. Non siamo più giovanissimi e a volte, ad esempio in caso di incidenti, serve una prestanza fisica di un certo tipo. Nelle emergenze poi ogni istante è prezioso quindi è meglio che il servizio venga fatto da chi è abituato a svol‐ gerlo in modo continuativo. Nel corso degli anni abbiamo anche ricoperto ruoli nel Consiglio della Croce Rossa, Luciano è stato presidente, io sono stato consigliere. Quanto ha inciso la vostra formazione giovanile nella vostra scelta di fare volontariato in Croce Rossa ed in altre realtà come Casa don Gianni? Il primo volontariato l’abbiamo fatto da ragazzini, don Antonio ci ha dato l’input, ci ha portato al Cottolengo a Torino, poi con i campi scuola è continuato il percorso. Abbiamo capito che se stai insieme a fare qualcosa per


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qualcun’altro ottieni tanto, è uno scambio molto bello! Durante gli ultimi due anni di emergenza sanitaria come sono andate le cose? Noi personalmente non abbiamo mai smesso il servizio, è stato complicato, eravamo in meno perché alcuni, per timo‐ re e per tutelare i propri famigliari, hanno sospeso l’attività di volontariato. Fortunatamente all’interno dell’Associazione non ci sono stati problemi, eravamo costantemente monitorati, abbiamo sempre utilizzando i dispositivi (tute, mascherine, visiere) e quindi abbiamo sempre dato il nostro supporto. Un ringraziamento affettuoso a Luciano e ad Orlando per il tempo dedicato per questa intervista.

Alternativa

Per diventare volontario della Croce Rossa Italiana occorre lasciare i propri contatti presso la nostra sede - Piazzale Curotti 5, Domodossola telefonandoci - tel. 0324/46600 - oppure online con il sistema GAIA della CRI Italiana. Al primo corso disponibile sarai ricontattato per partecipare alla presentazione (gratuita) durante la quale saranno illustrate le modalità e gli argomenti trattati. Al termine del corso riceverai un attestato di partecipazione e, previo superamento di un esame, diventerai Volontario della Croce Rossa Italiana. Requisiti per potersi iscriversi ai corsi Per potersi iscrivere al corso è necessario avere i seguenti requisiti: - essere Socio Ordinario dell’Associazione (si può diventare Soci Ordinari contestualmente all’avvio del Corso); - avere un’età minima di 14 anni; - essere cittadino italiano ovvero essere cittadino di uno Stato dell’Unione Europea o di uno Stato non comunitario, purché regolarmente soggiornante nel territorio italiano ai sensi della normativa vigente in materia; - non essere stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per uno dei reati comportanti la destituzione dai pubblici uffici; - assumere l’impegno a svolgere gratuitamente, le attività anche di tipo intellettuale e professionale, nell’ambito della CRI; - essere in possesso di idoneità psico-fisica, in relazione all’attività da svolgere, certificata ai sensi della vigente normativa. Per coloro che superano l’esame finale è prevista la possibilità di partecipare ai corsi di specializzazione nelle varie attività che Croce Rossa Italiana svolge sul territorio.


Notizie

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e cronache

SIAMO TUTTI COMPLOTTISTI?

Presentazione del libro

Dopo 2 anni di pandemia Casa Don Gianni ha riaperto i bat‐ tenti a un evento pubblico con l’incontro di venerdì 1° aprile che ha visto come ospite lo scrittore novarese Danilo Sacco, autore del saggio “Siamo tutti complottisti?” pubblicato da “I libri di Emil”. Danilo Sacco ha curato rubriche di economia e finanza su Ita‐ lia Oggi e Stampa Sera. Dal 1985 al 2005 ha collaborato con IPSOA (Istituto Postuniversitario per lo Studio dell’Organiz‐ zazione Aziendale). In seguito ha concentrato la sua attività nel settore bancario nel quale ha ricoperto incarichi di respon‐ sabilità a vari livelli. E’coautore del testo “Impresa e mercato dei cambi” IPSOA editore e autore del saggio “La (dis)infor‐ mazione ai tempi di internet” (Ladolfi). L’autore ha intrattenuto i presenti intervenuti spiegando con rigore scientifico e grande competenza come nasce una teoria del complotto, come si propaga e chi ha l’interesse a diffonde‐ re certe notizie. Ma i complotti esistono davvero? Secondo l’autore, ordire trame per creare posizioni di predominio accompagna l’esi‐ stenza dell’uomo sin dall’antichità. Se è vero che innumerevoli accadimenti non sono stati mai del tutto chiariti a dispetto degli sforzi profusi in ricerche e indagini altrettanto vero è che la storia è intrisa di teorie del complotto rivelatesi prive di fondamento o di tesi affascinanti intorno a vicende o fatti invece accertati e documentati. A titolo di esempio basta citare il fatto che molte persone oggi credono che gli alieni siano scesi sulla Terra, che la Terra sia piatta e che lo sbarco sulla Luna non sia mai realmente avvenuto, tutte tesi però mai dimostrate. Gli ultimi decenni hanno registrato una grossa crescita di nuove congetture cospirative e l’autore, grazie all’ausilio di slides ed immagini, ha ben spiegato come il motivo sia da imputare ai nuovi modelli comunicativi, in particolare inter‐ net, capaci di veicolare messaggi specifici che vanno a stimolare il pensiero veloce sollecitando una risposta emozio‐ nale e non quella razionale risultante invece da un pensiero più lento e ragionato. C’è quindi un nesso molto forte tra l’e‐ norme mole di informazioni che invade il nostro quotidiano e le false credenze che si sviluppano e si propagano. L’infatua‐ zione per le teorie complottiste è la conseguenza di un processo cognitivo che può colpire ciascuno di noi ma è più frequente e radicato in quei soggetti che, a causa di esperienze di vita negative o carenze affettivo-educative, nutrono sfidu‐ cia nei confronti della società o degli esseri umani in generale. Inconsapevolmente ingannati dalla loro mente sono vittime vulnerabili di chi, conoscendo bene le tecniche del marketing emozionale, le utilizza per indurli a fare scelte e maturare convincimenti di ogni natura: politica, religiosa, sociale e scientifica.

Vittoria Allegranza

Le inserzioni pubblicitarie per esempio rispetto al passato oggi non sono più mirate a promuovere il prodotto in sé ma l’emozione positiva associata al fatto di possedere o acquista‐ re quel prodotto. In politica non scegliamo una persona valida e competente ma quella che sentiamo più vicina a noi. Il contributo scientifico fornito dalla psicologa Manuela Pavon all’interno del libro chiarisce bene come il tema del complottismo, fortemente collegato al tema delle fake news, abbia radici strettamente psicologiche e sia legato a forme di regolazione o disregolazione emotiva: la storia relazionale di ognuno di noi allestisce lo scenario su cui organizziamo il nostro stile emotivo. La magia della mente umana consiste proprio in questo: fin dagli albori dello sviluppo è in grado di metterci nelle condi‐ zioni di attivare dei processi che ci permettono di filtrare quello che accade in modo da renderlo più accettabile e meno spaventoso, queste manovre inconsce e inconsapevoli pren‐ dono il nome di “meccanismi di difesa” e hanno a che fare con la gestione inconscia delle nostre emozioni. Siamo dunque tutti potenzialmente complottisti perché indot‐ ti in inganno dai meccanismi che governano i processi decisionali e dai trucchi utilizzati per persuaderci; come pos‐ siamo imparare a difenderci? Imparando a conoscere meglio questi meccanismi! E la lettura di questo libro sicuramente ci può dare un aiuto a farlo, a conoscere meglio le regole del gioco, a gareggiare in campo senza essere troppo scoperti in difesa. Se sappiamo individuare chi usa le proprie abilità per influenzarci abbiamo meno probabilità di farci suggestionare. Il libro oggetto di discussione durante la conferenza ha ali‐ mentato curiosità e domande del pubblico su un tema davvero attuale e scottante e ci augu‐ riamo sia solo l’inizio di un lento ma costante ritorno alla normale promo‐ zione di conferenze e incontri aperti presso la nostra Associazione nei prossimi mesi.


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spazio dalladonna scuola

LA FORZA DELLA FRAGILITÀ

La fragilità è una condizione universale a cui nessuno può sottrarsi, sarebbe più conveniente accettarla, riconoscerla e trattarla come parte inscindibile dall’essere umano

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Eva Bandini

uante volte ci è capitato di leggere su un imballaggio la parola “fragile”? Essa lascia subito intendere che il contenuto ha biso‐ gno di un’attenzione maggiore, bisogna maneggiarlo con cura. Ciò che è fragile si rompe o si spezza facilmente, ma si può anche riparare. E se siamo noi a essere fragili? Magari per una malattia, una sofferenza o anche solo per un momentaneo disagio. Troviamo negli altri cura e attenzio‐ ne? Non sempre. Nella società moderna per “andare avanti” bisogna essere indistruttibili e tutti d’un pezzo, altrimenti si viene schiacciati, perché la fragi‐ lità è come una sanguinosa ferita che attira gli squali e se siamo vulnerabili, troviamo chi se ne approfitta. Non bisogna pensare che questa visione sia del tutto nuova. Verso i primi anni dell’Ottocento, Georg Büchner scriveva “Woyzeck“, la vicenda di un soldato po‐ vero, ignorante e con una famiglia sulle spalle, di cui alcuni scienziati si approfit‐ tano e, in cambio del denaro di cui ha bisogno, lo riducono ad una cavia da labora‐ torio. È una storia che può essere ancora molto attuale. Chiunque mostri fragilità o è in una condizione di bisogno è esposto al rischio che gli altri lo sfruttino o prevari‐ chino a suo danno. Per questo motivo la fragilità viene spesso nascosta, ma celare qualcosa non la fa smettere di esistere. Nel suo saggio “L’uomo di vetro. La forza della fragilità”, lo psichiatra Vittorino An‐ dreoli offre un punto di vista alternativo che ribalta la convinzione secondo la quale la fragilità sia una manifestazione di debolezza; anzi, secondo Andreoli dalla consapevo‐ lezza della nostra fragilità possono nascere rapporti umani più veri. Lo studioso dichiara che “la fragilità è all’origine della comprensione e della sensibilità per capire in quale modo aiutare ed essere aiutati.” Se ci si pensa attentamente, è vero. La fragilità è una condizione universale a cui nessuno può sottrarsi, nonostante gli innumerevoli difficili tentativi. Sarebbe più conveniente accet‐ tarla, riconoscerla e trattarla come parte inscindibile dall’essere umano. Così facendo, risul‐ terebbe più semplice instaurare rapporti con le altre persone, perché troveremmo proprio nel‐ la fragilità un punto in comune e potremmo trasformarla in una forza capace di donare sere‐ nità e “momenti persino di ebbrezza.” “Ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano”, così dice Fabrizio De André nella sua canzone “Hotel Supramonte” per invitarci a non temere di mostrare una nostra fragilità e a fi‐ darci dell’altro. Per cambiare la visione della società sulla fragilità, però, bisogna smascherare la prospettiva con cui ci viene presentata la vita attraverso i media, i social e la televisione. Essi ci vogliono perfetti sotto ogni punto di vista e “performanti” e molti si adeguano, dando di sé un’immagine falsa: appa‐ riamo forti, sicuri e determinati, ma anche in competizione con gli altri. Riflettiamo su come ciò ci stia trasformando in una società nevrotica e in costante apprensione per essere qualcosa che non si è. Se volgiamo lo sguardo al passato, troviamo qualche spunto interessante di riflessione. Gli eroi non erano “perfetti”, ma avevano elementi di debolezza che li rendevano più simili all’uomo. Eroi come Achille o Ulisse non sono infatti privi di punti deboli. Achille aveva il tallone, l’unica parte del corpo che non era invulnerabile e che per una ferita sarà la causa della sua morte. Ulisse d’altro canto mostra numerose fragilità emotive che lo rendono umano. Egli soffre per la nostalgia della patria quando è bloccato sull’isola con la ninfa Calipso. Prova paura di fronte al Ciclope e al rischio di essere ucciso, si dispera per la perdita dei compagni a causa di Scilla e Cariddi, sente il terrore durante i naufragi. Emo‐ zioni che proviamo anche noi senza essere eroi. Ma queste emozioni arricchiscono la nostra vita, ci iden‐ tificano, ci fanno vivere da esseri umani e non come robot. Nel film “Il cigno nero” il regista Darren Aronofsky affronta il tema della fragilità raccontando la storia di una ballerina che ottiene il tanto ambito ruolo da protagonista. Il suo maestro per farle dare il meglio di sé, la porta ad uno stato di stress che intacca la fragile mente già alla ricerca ossessiva della perfezione. Nessuno sembra comprenderla e la disperazione aumenta, al punto che alla fine dello spettacolo muore. Questo film può farci sorgere una domanda: la debolezza della protagonista è comprensibile, ma se qualcuno l’avesse ascoltata, sarebbe morta? Siamo tutti fragili; forse se lo riconoscessimo, si vedrebbe uno spiraglio di luce nella costruzione di una so‐ cietà più solidale e attenta ai bisogni di tutti.

Le B U R RIC HE


Alternativa

Foto di Eleonora Mari

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spazio donna

UNA STORIA OLTRE LA STORIA IL CORAGGIO DELLE DONNE UCRAINE DI CASA NOSTRA

È nella storia dell’Ucraina la forza delle sue donne, madri e lavoratrici da sempre. Se nessuna di loro è mai entrata nelle nostre famiglie, forse non le conoscia‐ mo abbastanza, perché non abbiamo mai avuto la curiosità di apprenderne la storia e la vita precedente, i luoghi di provenienza, di capire i bisogni che le hanno spinte, moltissime, a lasciare le proprie radici per emigrare in massa verso una nuova vita di fatiche e di lavoro, lavoro, lavoro. Eppure non sono così lontane da noi, e l’Ucraina dista poche centinaia di chilometri e poco più di qualche ora di volo. Ora però i drammatici fatti in corso ci impongono di guardare oltre e da vici‐ no quelle donne che sono qui con noi, nelle nostre famiglie, per aiutarci con gli anziani, con i bambini e con i lavo‐ ri domestici. Sono arrivate poco alla volta quando, dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica e la caduta dei regimi nel‐ l’Europa centro-orientale, tutta l’area corrispondente conosce una crisi eco‐ nomica profonda, e una disoccupazione altissima. Tra le regioni meno sviluppate e più povere confinanti con i Paesi dell’UE, l’U‐ craina, che ha un’economia fragile e squilibrata, paga un alto prezzo per le conseguenze di una frattura soprattut‐ to economica oltre che etnica o politica, tra la zona occidentale e quel‐ la orientale. La povertà colpisce trasversalmente, ma le donne ne sono le prime vittime e dunque è proprio in quegli anni (fine anni’90 del secolo scorso) che per molte di loro, ucraine e non solo, la migrazione diventa l’unica speranza di poter conquistare una migliore occupazione nell’Unione Europea per se stesse e la propria famiglia.

In tante escono dal paese natio per la prima volta, entrano in Italia con un visto turistico e poi vi restano a tempo indeterminato. La migrazione ucraina dunque è stata costante dagli anni ’90 ad oggi e caratterizzata, quando venne approva‐ ta la legge 189/2002, dalla regolarizzazione dei rapporti di lavo‐ ro. Dopo l’approvazione della legge, quella ucraina diventa la quarta comu‐ nità straniera più grande per numero di “soggiorni regolari” in Italia. In pochi anni le presenze ucraine in Italia salgono vertiginosamente fino ad arri‐ vare, nel 2013, a quasi 225mila. Numero rimasto pressoché stabile, fino a febbraio 2022. È stata una migrazione prevalente‐ mente femminile, di donne forti e determinate che già nel proprio paese sostenevano l’economia e la vita familiare. Il loro l’identikit: età compresa tra i 40 e i 50 anni, elevato grado di istru‐ zione, molte lauree in discipline tecniche e con precedenti esperienze lavorative nel settore. Nel 2016, secondo i dati pubblicati dal Centro Studi e Ricerche Immigra‐ zione Dossier Statistico, oltre un quinto (21,5%) dei cittadini ucraini residenti in Italia ha un titolo universi‐ tario, percentuale ancora più alta tra le donne, le quali costituiscono l’88% del totale. Un percorso di studi in Ita‐ lia difficilmente valorizzato, un fenomeno silenzioso che ha spesso il volto di qualificate donne ucraine, impiegate in Italia come badanti o col‐ laboratrici domestiche che, provvidenzialmente, cominciano ad occupare quelle tante posizioni lascia‐ te scoperte dagli italiani, colmando una domanda crescente nel mercato del lavoro italiano. Donne che, appena arrivate, non pen‐

Laura Luisi

savano certo che si sarebbero fermate per molti anni, ma soltanto il tempo necessario per risparmiare un po’ di denaro. Il lavoro nell’ambito dell’as‐ sistenza domestica ha garantito per anni a queste donne, sole e con fami‐ glia a carico in Ucraina, un posto dove dormire, dove vivere e guadagnare. Il lavoro però è pesante, richiede forza fisica e pazienza, con pochi momenti di riposo, nessuna privacy né autono‐ mia. Ai disagi del mestiere si aggiungono le storie personali di madri e mogli, in bilico tra due paesi, sradicate, lontane da casa e dagli affetti. “Orfani bian‐ chi”, così sono chiamati i tanti bambini dell’est Europa cresciuti dai nonni, mentre le mamme emigrate spediscono a casa le risorse che con‐ sentiranno di finanziare gli studi dei figli. Gli incontri con le connazionali rap‐ presentano gli unici, brevi ma importanti, momenti per poter condi‐ videre la lingua, i ricordi, il dolore della lontananza, per sentirsi ascolta‐ te, comprese, per piangere e per ridere. Fino a quando le cose cominciano a cambiare: la capacità di integrazione, il ricongiungimento con i familiari, marito e figli ormai adolescenti, e la nascita di nuove famiglie, ci restitui‐ scono immagini più felici delle donne ucraine. Secondo i dati ISTAT, aggiornati a gennaio 2021, ricavati dal Censimen‐ to permanente della popolazione, in Piemonte vivono 10.383 ucraini rispetto ai 235.953 che vivono in Ita‐ lia, e sono residenti prevalentemente in provincia di Novara (3.636), di Torino (1.908) e del VCO (1.636, di cui 333 uomini e 1.303 donne). Dal 24 febbraio, giorno dell’inizio dell’invasione russa, al 9 marzo 2022,


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oltre due milioni di profughi ucraini sono fuggiti dal conflitto, raggiungen‐ do in primo luogo i paesi confinanti e i paesi europei. Ad aprile 2022, in Italia sono giunte 91.137 persone in fuga dal conflitto in Ucraina, di cui 47.112 donne, 10.229 uomini e 33.796 minori (dati del Ministero dell’Interno). Al 21 aprile, il Coordinamento regio‐ nale per l’emergenza profughi segnala 9.653 profughi ucraini accolti in Pie‐ monte fino a oggi. La provincia di Novara ospita la percentuale più alta della comunità ucraina residente da

tempo in Piemonte, alla quale si aggiunge il maggior numero di rifu‐ giati ucraini: 2.914. Segue il Torinese con 2.028 profughi, il Verbano Cusio Ossola con 1.075, la provincia di Alessandria con 1.062, il Cuneese con 908, il Vercellese con 795, il Biellese con 542 e la provincia di Asti con 329. Dentro la storia di un paese martoria‐ to, ce n’è un’altra che mi sta particolarmente a cuore, quella di una cara amica. Si chiama Svitlana, 54 anni, ucraina di Ternopyl, sposata e mamma di due

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ragazze, infermiera professionale. Arrivata in autobus nel 2001 a Napoli, con visto turistico, e senza conoscere una sola parola di italiano, per un anno e mezzo ha trovato occupazione in una famiglia come assistente dome‐ stica. Lì ha conosciuto l’accoglienza dei napoletani, ha imparato l’italiano, ha riempito il vuoto della solitudine grazie alla solidarietà delle persone incontrate. Poi, si è trasferita a Domo‐ dossola, invitata da un’amica, e per 8 anni si è presa cura di due anziane sorelle. Esperienze forti e importanti, che


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spazio donna

l’hanno messa in relazione con i pesanti problemi degli altri, con la malattia e la vecchiaia. La speranza di tornare a casa tuttavia diventava sem‐ pre più esile, perché in Ucraina le condizioni non erano tali da garantirle un rientro definitivo. Il marito, che per molti anni aveva lavorato come muratore in Russia e in Siberia, inverno ed estate, in un luogo che vede i termometri scendere anche fino a -50 °C, dove gli inverni sono lunghi, le primavere quasi inesistenti e le estati calde e infestate da zanzare e moscerini, non trova più occupazio‐ ne. I sacrifici vanificati dallo sfaldamento dell’Unione sovietica, dalla perdita del lavoro e dalla svalu‐ tazione del denaro guadagnato, costringono anche lui a cercare di ricostruire la sua vita in Italia. Dal 2006, anno in cui arriva in Italia, in Valle Anzasca, per Svitlana tutto cambia. Finalmente una casa: separati ancora per qualche tempo, fino alla morte della signora assistita e poi insieme. Ma nel frattempo, Svitlana ha cono‐ sciuto anni di nostalgia e di sofferenza; le due figlie, Alina di 14 anni e Lilia di 10, affidate al marito alla madre, che le hanno cresciute al posto suo. Rivederle raramente e, ad ogni incontro, trovarle trasformate, diverse, senza poterle accompagnare nei cambiamenti e nelle difficoltà del‐ l’adolescenza, è stato il suo più grande dispiacere. Grazie a Svitlana,

però, Alina e Lilia hanno potuto stu‐ diare e laurearsi. Alina e il marito hanno un lavoro in Ucraina, hanno due bambini e sono tuttora lì. Per Lilia sembra invece replicarsi la storia della mamma. Lilia, laureata in biologia, raggiunge i genitori nel 2019, qui sposa un connazionale, diventa mamma e, come molte altre, mette la laurea nel cassetto. Una vita ricostruita e quasi consolida‐ ta in Italia, gli affetti più cari vicini, una buona rete di amicizie e relazioni, la possibilità di continuare ad aiutare chi è rimasto in Ucraina, tutto viene messo in discussione dal 24 febbraio scorso. Allora a Svitlana non resta che portare al sicuro i due nipoti e così, il 18 marzo scorso, sola, con una piccola borsa, una pagnotta alle noci e una bottiglia di acqua, parte per l’Ucraina per accompagnare in Italia Wassily e Anna. Una decisione presa dall’ur‐ genza, quasi obbligata da un profondo senso del dovere e da quella responsa‐ bilità personale che non hanno mai smesso di guidarla. Un viaggio non pianificato, fino a Milano in treno, poi su un pulmino guidato da persona sconosciuta, un percorso di circa 24 ore fino al confine polacco, l’attraversamento della fron‐ tiera a piedi e nel buio di una serata molto fredda e ventosa e infine un altro passaggio, trovato grazie alle indicazioni dei militari di zona. “Camminavo e vedevo una processio‐

ne di donne e bambini che fuggivano dalla guerra, vedevo che lungo la stra‐ da tra Polonia e Ucraina c’erano punti di ristoro, capannoni con rifornimenti di abiti e altri generi di sussistenza, tende con brande per consentire il riposo” mi racconta. Un tragitto al contrario il suo, il primo autostop della sua vita, la telefonata ad Alina e finalmente a Ternopyl, a casa! Lì, il suo primo momento di lucidità, ma anche la consapevolezza che quell’in‐ coscienza “benedetta” l’aveva sospinta, attraverso i pericoli, fino alla meta. Un trasferimento programmato ha poi riportato Svitlana, Anna e Wassily a Domodossola. Il loro futuro ce lo racconterà la storia!

Fonti dati: Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa Centro Studi e Ricerche Immigrazione Dos‐ sier Statistico Istat Fondazione Leone Moressa per l’associazio‐ ne Domina (associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico) PiuCulture

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il film

FINALE A SORPRESA OFFICIAL COMPETITION Alessandro Magrì

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opo Il cittadino illustre, in con‐ corso a Venezia nel 2016 e dedicato al mondo della lettera‐ tura, e Il mio capolavoro, ospitato fuori concorso nel 2018 con l’obietti‐ vo puntato sul mondo dell’arte contemporanea, i registi argentini Mariano Cohn e Gastón Duprat tor‐ nano con Finale a sorpresa – Official competition, di nuovo in concorso alla Mostra nel 2021, questa volta dedicato al cinema e al fare cinema. Il cerchio sembra così chiudersi perfet‐ tamente, abbracciando con lo spirito caustico e l’ironia pungente che li contraddistingue, anche l’ambiente che i due registi conoscono meglio. Il film, prodotto e ambientato in Spa‐ gna, si apre con il magnate Humberto Suárez, a capo di un impero farma‐ ceutico, che, giunto al traguardo degli 80 anni, pensa che il modo migliore per passare ai posteri sia produrre “un grande film”. Per il suo lascito all’umanità non si bada a spese e quindi, dopo essersi assicurato i costosissimi diritti del romanzo di un premio Nobel (che neppure ha letto), sceglie l’acclama‐ tissima regista Lola Cuevas (interpretata da una straordinaria Penélope Cruz), che ha già vinto Palme e Leoni, per adattarlo e diriger‐ lo. Su suo suggerimento, per interpretare i due fratelli protagonisti vengono ingaggiati “i più grandi” attori sul mercato: Iván (Oscar Martínez) e Félix (Antonio Banderas), due attori celeberrimi, ma lontanissimi tra di loro. Il primo austero, maturo, mae‐ stro di recitazione, adorato dalla critica ma sprezzante del pubblico, il secondo invece una star acclamata,


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ricco di onori e premi hollywoodiani. Il film che dovranno girare si chiama Rivalidad e il trio, impegnato nelle prove proprio negli enormi spazi vuoti della fondazione che porta il nome di Humberto Suarez, si sfideranno ogni giorno in un continuo duello tra perso‐ nalità egocentriche, narcisismo e intransigenze. Così si inizia a ridere quando i due atto‐ ri si sfidano durante le prime letture del copione e ognuno vuole dimostrare di essere superiore all’altro senza volerlo dare a intendere e poi si continua quan‐ do entrambi si sfidano per far colpo sulla regista, a sua volta campionario di tic e nevrosi, a metà tra le ossessioni di Kubrick e le astrattezze di Antonioni. Cohn e Duprat ci mostrano poi il provi‐ no alla figlia del produttore che è stata scelta come co-protagonista, quindi un

esercizio con i premi vinti dai due attori, una prova video in cui una confessione disarmante manderà in crisi gli altri pro‐ tagonisti e infine una tragedia improvvisa alla vigilia delle riprese, che cambierà per sempre il destino del film. Ne esce una satira divertente e graffian‐ te (irresistibile il discorso che Iván, sempre sprezzante sulle cerimonie pub‐ bliche, prova di nascosto per la premiazione che è sicuro di vincere, con in mano un thermos invece dell’O‐ scar), una carrellata di luoghi comuni sulla recitazione (come il masso sospe‐ so sulla testa dei due perché sentano “il peso” della responsabilità) che diventa un tiro al piccione dove nessuno viene risparmiato. I due registi mettono a nudo il processo di lavorazione di un lungometraggio, passandolo attraverso una lente defor‐

mante, che decostruisce la pratica arti‐ stica mostrando tutta la fragilità imperfetta e umanissima di registi e attori, costantemente bisognosi di con‐ ferme, di riconoscimento, di prestigio, di rassicurazione. I quali finiscono per mettere a nudo le proprie gelosie, avidi‐ tà, suggestioni, eccentricità: vale tutto, purché poi sullo schermo si riesca a tro‐ vare una verità emotiva, capace di trasmettere al pubblico il senso del lungo lavoro collettivo. Eppure, tra i tanti film che raccontano il cinema nel cinema, Finale a sorpresa riesce comunque ad essere un omaggio affettuoso a chi il cinema continua a farlo. Riuscendo nel frattempo a dire un paio di cose non banali sul bisogno di affermazione di sé, sul successo, sulle manie di grandezza e sul lascito che cia‐ scuno vorrebbe tramandare.

Regia: Mariano Cohn e Gastón Duprat Sceneggiatura: Mariano Cohn, Gastón Duprat, Andrés Duprat Fotografia: Arnau Valls Colómer Montaggio: Alberto del Campo Scenografia: Alain Bainée Interpreti: Penélope Cruz (Lola Cuevas), Antonio Banderas (Félix Rivero), Oscar Martínez (Iván Torres) Produzione: The Mediapro Studio, RTVE, TV3, Orange España Distribuzione italiana: Lucky Red Durata: 114' Origine: Spagna Data di uscita italiana (Cinema): 21/04/2022

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il viaggio

IL CUORE DELL’INDOCINA

Alvi Torrielli

Dove vai in vacanza quest’anno? In Laos.

Dove? in Laos. Eh?!?

Questo dialogo surreale è proseguito ancora per qualche battuta e non è stato l’unico di questo tipo dopo la mia decisione di visitare questo paese dell’In‐ docina. L’idea era nata quasi per gioco un anno prima con Francesco, un ragazzo conosciuto in India: al momento di separarci ci siamo dati appuntamento a Ventiane per l’anno successivo e abbiamo mantenuto il proposito. L’amicizia con Francesco è davvero particolare: c’è una lunga letteratura sugli amori nati in viaggio mentre molto meno si è dedicato alle amicizie. Nei giorni passati a scoprire il Sud dell’India abbiamo scoperto una grande affinità che va molto oltre la passione per i viaggi. La cosa incredibile è che, qualche anno dopo, ci siamo incontrati, per puro caso, prima a Porto e poi a Tulum, in Messico! Ma torniamo al Laos… Dei paesi indocinesi è sicuramente il più povero e, perlomeno nel 2007, non aveva subito la contaminazione della globalizzazione. Un paese dove regna il “Lao time”: una filosofia di vita che abolisce la fretta a favore di una capacità di vivere il tempo con un ritmo decisamente più a misura d’uomo del nostro. A parte Luang Prabang, con i suoi meravigliosi templi in cui la spiritualità si respira e permea ogni angolo, e Si Phan Don (letteralmente 4.000 isole), un arcipelago sul Mekong dove si può fare addirittura rafting, il resto è tutto da inventare, da scoprire su scassati mezzi locali o affittando altrettanto insicuri motorini con i quali scorrazzare su strade sterrate e dissestate, ponti di fortu‐ na, chiatte che sfidano il principio di Archimede… C’è molto da visitare: i paesi sperduti nel nord raggiungibili solo via fiume, le grotte di Konlor, anche queste attraversabili solo con barchette, il Bolaven Plateau, l’altipiano nel sud dove tra meravigliose cascate (quelle gemelle di Tad Fan mi hanno tolto il fiato), piantagioni di caffè e sperduti villaggi mi sono perso in scooter… Ci sarebbe molto altro da descrivere ma quello che più mi ha colpito è la resi‐ lienza di questo popolo, capace di superare la guerra (è stato pesantemente bombardato dagli USA durante le guerre indocinesi) e le difficoltà quotidiane mantenendo una luce speciale negli occhi e nel sorriso.

Foto di Alvi Torrielli


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Foto di Alvi Torrielli

A il viaggio


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invito alla lettura

ALPINISTI CIABATTONI Laura Luisi

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nni fa, mentre visitavo una delle prime edizioni del festival “Lago Maggiore LetterAltura”, mi sono imbattuta in questo libretto, appena 176 pagine in formato tascabile, “Alpinisti ciabattoni”. Il titolo ossimoro mi ha attirata perché preannunciava un contenuto umoristi‐ co … e in effetti il libro si è subito rivelato un piccolo gioiello di comicità! Il suo autore, Achille Giovanni Cagna, (Vercelli 1847-1931), ha giocato molto non solo sull’estrema carat‐ terizzazione dei personaggi, facendone quasi delle macchiette, ma anche sul linguaggio, divenuto esso stesso protagonista, perché ricco di creatività e di estro, di ispira‐ zioni dialettali, strumento perfetto per rendere memorabili i due protagonisti. Il libro, scritto nel 1888, fu rieditato e pubblicato nel 1925. La prima, e forse unica, vacanza sul Lago d’Orta dei coniugi Gibella, Gaudenzio e Martina, da sempre vissuti nel perimetro di Sannazzaro Lomellina (VC), tra casa e bottega, sembra sin dall’inizio un percorso ad ostacoli. Piccolo-borghesi dell’epoca, ingenui ma anche diffidenti, goffi e ignoranti, impreparati ad affrontare le novità che inevitabilmente una vacanza presenta, convinti che poco di ciò che incontrano sia adeguato alla loro malintesa posi‐ zione sociale, iniziano a lamentarsi di tutto: dei viaggi in treno e in battello, delle scomodità degli alberghi, del cibo, del clima impietoso, vivendo così la loro vacanza come una vera sofferenza. E cercando di fuggire dalle noie e dai fastidi della villeggiatura, passano da un pranzo ad una cena per ingannare il tempo. Non riuscendo a mettersi in relazione con i luoghi che fanno da sfondo al loro passaggio e alle novità che li atten‐ dono, tutte le bellezze delle tappe che percorrono passano inosservate e ai loro occhi scompare l’incanto del lago, dei suoi colori e dei suoi tramonti, nulla significano la vivacità di un ambiente di vacanza e le atmosfere festose. “I Gibella dalla finestra pigliavano l’aria fresca senza pen‐ siero del ridente panorama che sfavillava svolgendosi in una gamma trionfale di colori”. Martina a Gaudenzio prendono vita grazie alle proprie debolezze e meschinità, ai pochi e brevi dialoghi in dialet‐ to, agli incontri sfortunati e alle sventure che li sopraffanno. Insomma, tutto sembra congiurare contro il loro benessere. In cammino verso il Sacro monte di Orta, dopo aver arran‐

cato verso la cima, «la signora Martina, stanca, sudata, si era buttata sopra uno dei sedili del belvedere, voltando le spalle al panorama ed al sole molesto». Dopo un sofferto percorso della Via crucis, guidati da “Una specie di prete, ibrido, fra scagnozzo e sagrestano; impaludato in una cappa sbrendolata di lustrina che gli scendeva fin quasi alle caviglie, lasciandogli allo scoperto un tratto di calzoni e le scarpacce fruste insafardate. Occhi balogi e scerpellini, naso famiolesco, la faccia grinza, chiazzata di màcule e sporca di barba disfatta da un mese”, […] infine “Eccoli dunque: erano ben lì su quel paradiso sospirato da lontano; proprio nel bel mezzo dì quei boschetti tanto decantati! Oh com'è che si annoiavano scel‐ leratamente, cosı̀ da parergli cento anni che erano lontani dalla loro casetta?”. Ma è soprattutto durante l’ascensione all’Alpe Giumello, che succederà il peggio! Il titolo del capitolo “Alla ricerca del latte” preannuncia il desiderio di Martina che «si ricordò che ella era venuta via da Sannazzaro con l’uzzolo di bere il latte fresco, appena munto, nelle capanne montanine [...]». Tuttavia la passeggiata, prevista breve ed agevole, con lo scopo di bere del buon latte e poi rientrare, si trasforma in un vero incubo. Fatica, sudore, il sole che non dà tregua, la perdita dell’orientamento, cadute e la certezza di essersi persi su “quella strada da briganti”, li riportano al pensiero del loro piccolo mondo, “… Sannazzaro! … dov’era mai adesso quel benedetto paesello così allegro e pieno di comodità?” Poi l’incontro con un abitante del luogo, che nel loro immaginario si trasforma in un malintenzionato e infine un colpo di fortuna mette sulla loro strada il profes‐ sor Augustini, unico personaggio positivo del contesto, che fa da contrappeso ai coniugi Gibella, “con la sua faccia da evangelista! E “…l’aureola radiosa dei santi”, Anche l’ultima notte prima del ritorno è funestata da altri tormenti: un feroce mal di denti e un’ancora più disgraziata esperienza con il dentista, con sorpresa finale. E poiché l’obiettivo dell’autore è rendere comico lo smar‐ rimento dei protagonisti, la narrazione, fluida nella descrizione di certi paesaggi, quando incontra i personaggi si sbizzarrisce e mostra tutta la sua vena umoristica, esplo‐ dendo in quei mille dettagli che costruiscono figure esilaranti e indimenticabili.


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IL IL LIBLIB RO RO Autore: Achille Giovanni Cagna Titolo: Alpinisti Ciabattoni Editore: Baldini & Castoldi, Milano Anno edizione: 2000 Pagine: 176 In commercio ci sono anche edizioni più recenti Personaggi grotteschi, rumorosi o cialtroni come il seccatore Jacopo Noretti; “Testa lunga, occhi scimieschi, ravvicinati, piccini, dardeggianti di bessaggine; orecchie che sgocciolavano giù sotto la gola, un naso che pareva d’imprestito, messo giù a casaccio tanto per avene uno”. Oppure come la famiglia Segezzi, madre, padre, figlia e genero “Mamma Segezzi non sapeva che piangere di consolazione, abbracciava la figlia, il marito, il genero, e tutti e quattro aggruppati in un mucchio, ricominciarono a scoccar baci, facendo accorrere tutti i gatti della locanda e del vicinato”. Oppure ancora le tavolate di avventori nell’Al‐ bergo della Posta di Omegna “Le finestre alte, claustrali, chiazzavano di colore scialbo le teste dei tavolanti; teste di ogni genere, incappellate; tipi e figure da ripieno, che parevano schizzate con tratti sciabolati da un pittore allucinato e fan‐ tasioso. Barbette e barbacce incolte, ballonzolanti in su, in giù e di traverso, secondo i movimenti delle ganasce; bocche nere che sempre inghiotti‐ vano, baffi unti di sugo che si tuffavano risciacquandosi nei bicchieri; occhi desiosi, pascolanti a tutta presa sulle nuove portate, e da ogni parte brancicamenti, incrociarsi di mani che brandivano bottiglie, e colmavano bicchieri”. Una variopinta e curiosa umanità in vacanza che nasce dalle parole di Cagna e sfila davanti ai nostri occhi. Questa storia bizzarra rivela però anche un segre‐ to della famiglia Gibella, un segreto nel racconto appena sussurrato che, soltanto nel finale, viene chiamato con il suo nome.

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editoriale

RETROTOPIA Abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso¹ Roberto Negroni

GLI APPUN TI DI PADRE McKEN ZIE “Father McKenzie writing the words of a sermon that no one will hear” (Padre McKenzie scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà) “Eleanor Rugby”, Lennon-McCartney, 1966

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i mancava solo una guerra in Europa, l’ag‐ gressione da parte di una potenza nucleare ad uno Stato democratico, per ratificare con tutti i crismi un ritorno a un passato che sempre meno è pas‐ sato, ma appare tutt’ora imma‐ nente. Ci mancava solo una guerra per confermare questa retrotopia, questa utopia rove‐ sciata, che guarda all’indietro, a ciò che già è stato, invece di guardare avanti, di guardare al futuro e adottando come guida sogni, idee, progetti che dise‐ gnino un domani migliore del‐ l’oggi. Almeno da un trentennio, ma ancora più esplicitamente nel nuovo secolo, il nostro mondo, quello sviluppato, egemone, quello fino ad allora progressivo per definizione, ha imboccato quella via. È Zygmunt Bauman che si è incaricato di spiegare nel suo ultimo lavoro quanto questo mondo, sempre più as‐ sillato dai problemi scatenati dall’apertura del vaso di Pan‐ dora dell’incalzante globalizza‐ zione, non sappia più “come ri‐ conciliarelaglobalizzazione/co‐ smopolitizzazione (…) con il carattere tipicamente locale e

autoreferenziale degli strumenti politici che (...) dovrebbero ge‐ stire tutti (i) cruciali aspetti del‐ la condizione umana” 2. La globalizzazione non è un fe‐ nomeno nuovo, procede da se‐ coli: dapprima con lentezza e settorialmente, poi, nel Nove‐ cento, con una progressiva ac‐ celerazione ed estensione che si è fatta frenetica e dilagante con l’approssimarsi della fine del secolo e poi con l’avvento di quello successivo. Dal ver‐ tiginoso ritmo dell’evoluzione tecnologica sempre più invasi‐ va nelle vite di singoli, gruppi, istituzioni e apparati, al prima‐ to assunto nella vita sociale dal‐ l’economia e dalla finanza, or‐ mai svincolate dai tradizionali sistemi di regole; dal rapido e profondo aggravarsi delle disu‐ guaglianze sociali, al progres‐ sivo declassamento dei sistemi politici nazionali sempre più in difficoltà a restare in partita, al‐ l’imperfezioni di quelli sovra‐ nazionali. Di fronte alla crescente ansietà prodotta da dinamiche incalzan‐ ti, dal disorientamento genera‐ to da intricate e oscure reti di connessione e di problemi che appaiono sempre più difficil‐

1) In quarta di copertina del testo indicato alla nota successiva. 2) Zygmunt Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari, 2017, p. 160. Il libro è stato pubblicato postumo. La traduzione italiana è dello stesso anno dell’edizione originale inglese.


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GLI APPUN TI DI PADRE McKEN ZIE

mente governabili, la fiducia di poter procedere con relativa tranquillità verso un futuro mi‐ gliore ha incominciato dappri‐ ma a vacillare poi, sempre più, a tingersi con i colori dell’in‐ certezza, del timore, dell’ansia per un domani che appare sem‐ pre più infido. Ecco così spia‐ nata la via al passo successivo, una svolta radicale della dire‐ zione di marcia, non più in avanti, ma all’indietro: la retro‐ topia. Mediante una “inversione di rotta del pendolo della menta‐ lità e degli atteggiamenti pub‐ blici: le speranze di migliora‐ mento, a suo tempo riposte in un futuro incerto e palese‐ mente inaffidabile, sono state nuovamente reinvestite nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presun‐ ta stabilità e affidabilità. Un simile dietrofront trasforma il futuro da habitat naturale di speranze e di aspettative le‐ gittime in sede di incubi (…), la via del futuro somiglia stra‐ namente a un percorso di cor‐ ruzione e degenerazione. Il cammino a ritroso, verso il passato, si trasforma perciò

in un itinerario di purificazio‐ ne dai danni che il futuro ha prodotto ogni qual volta si è fatto presente”.³ Anche se questa nuova meta non è certo un passato storico, ma un passato nostalgico, idealizzato, con un tipico pro‐ cedimento di ricostruzionereinvenzione della nostra me‐ moria. D’altra parte, occorre anche un po’ di comprensione. Scri‐ veva James Ballard, uno che di futuro se ne intendeva: “Il futuro, è inutile dirlo, è un po‐ sto pericoloso da frequentare, fittamente minato e con la ten‐ denza ad azzannarti i polpac‐ ci a tradimento mentre ti ci inoltri”.⁴ Ma sulla base di quel poco di esperienza che ci è ca‐ pitato di accumulare, viene da chiedersi: perché, il passato invece non è un luogo perico‐ loso? Gli ultimi decenni offrono un repertorio decisamente consi‐ stente di ritorni al passato; cioè, di situazioni ed esperien‐ ze che non sembrano apparte‐ nere a quel genere di novità che parrebbe lecito aspettarsi da un nuovo secolo (e pure


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nuovo millennio). Sembra in‐ vece di essere ricascati in quel Novecento che sarà pure per Hobsbawm il secolo breve⁵, ma che sembra invece allun‐ garsi senza limite, non finire mai. Dopo più di mezzo seco‐ lo di democrazia parlamenta‐ re, abbiamo riscoperto il fa‐ scino della prima metà del XX secolo, quello delle scorciato‐ ie istituzionali, del populismo, del potere libero da vincoli, del leaderismo, dell’autorita‐ rismo. Di fronte agli incerti passi delle organizzazioni so‐ vranazionali, abbiamo riven‐ dicato il sovranismo, il prima‐ to della nazione, cioè, detto in modo chiaro, il nazionalismo: altra riscoperta di un pensiero e di un tempo che hanno gene‐ rato due guerre mondiali. E non abbiamo trascurato dosi di fanatismo, intolleranza, razzismo. In un recente lavoro, Anne Applebaum cita una descri‐ zione che la saggista russa Svetlana Boym dà dei “no‐ stalgici restauratori”: “Vo‐ gliono ‘ricostruire la casa perduta e rattoppare le lacune della memoria (…), non sono

interessati a un passato fatto di sfumature (…), vogliono la versione fumettistica della storia (…), vogliono compor‐ tarsi come pensano si siano comportati i loro antenati, senza alcuna autoironia”⁶. Nella presentazione di questo stesso libro, Pierluigi Battista scrive: “la fine della guerra fredda e lo schiantarsi delle ideologie non hanno portato a una laicizzazione del modo di pensare, ma a un modello plumbeo di neo-tribalismo culturale. Si assiste a una fu‐ ribonda radicalizzazione del‐ le posizioni. All’adozione di uno stile sbrigativo, liquida‐ torio, sprezzante. Il sano e an‐ che duro conflitto delle idee (…) si è capovolto nella frene‐ sia della delegittimazione re‐ ciproca”.⁷ Cosa è la Brexit, se non il so‐ gno (o, più probabilmente l’il‐ lusione) di un ritorno al pas‐ sato glorioso dell’impero? E, fatte le debite differenze, cosa anima l’odierna Russia alla sua politica aggressiva, ripor‐ tando il mondo a quegli stessi brividi nucleari vissuti nei passati decenni della guerra

3) Ibidem, pp. XVI-XVII. 4) James G. Ballard, Tutti i racconti 1956-1962, Fanucci Ed., Roma, 2005, p. 10 5) Eric J. Hobsbawn, Il secolo breve 1914-1991, Rizzoli, Milano, 1997. 6) Anne Applebaum, Il tramonto della Democrazia – Il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo, Mondadori, MI, p. 60, 2021 7) Pierluigi Battista, Anne Applebaum e il tramonto triste della civiltà del dibattito pubblico, in Huffpost del 14.04.2022.

Alternativa


A

editoriale

GLI APPUN TI DI PADRE McKEN ZIE

fredda? E cos’è l’inquietudine che oggi provocano i progetti di nuovo riarmo se non un tri‐ ste déjà vu? Questo scivolamento nel pas‐ sato ci ha riportato però anco‐ ra più indietro, a un terrori‐ smo islamico che evoca anti‐ che angosce e più recenti os‐ sessioni come lo scontro di ci‐ viltà teorizzato da Hunting‐ ton.⁸ E per completare il qua‐ dro di questa regressione, si è pure aggiunta una pandemia che ha liberato nel nostro mondo tremiti e orrori appar‐ tenuti ad altri secoli. Per quanto inaspettato e im‐ prevedibile questo processo di retrocessione, avviato dopo la fine del socialismo reale e la fine del bipolarismo, non pare essere sfociato in quella fine della storia allora preco‐ nizzata da Francis Fukuya‐ ma⁹, ma a un inatteso ritorno al passato che ha generato una

sorprendente generale retroto‐ pia. Inatteso e sorprendente, si, per noi, ma non per tutti. In un articolo apparso su La Stampa in occasione del trentennale della morte di Ernesto Bal‐ ducci, Vito Mancuso ha citato queste righe scritte da padre Balducci nel 1989: “Nel som‐ movimento dell’Est europeo ci sono segnali preoccupanti di una propensione a rigettare non solo il marxismo ma an‐ che la razionalità illuministi‐ ca di cui il marxismo è stato lo sviluppo. Sulla soglia del‐ l’era postmoderna rinascono tutte le nostalgie del passato rimaste soffocate ma non estinte durante il trionfo della modernità. Quelle nostalgie potrebbero imprimere all’Eu‐ ropa una spinta regressiva dagli esiti disastrosi”¹⁰.

8) Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000. 9) Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992. 10) Vito Mancuso, Ernesto Balducci – 30 anni dalla morte, in La Stampa dell’11.04.2022.


Pgg. 54-55

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