Periodico d’informazione CasaDonGianni Mondo
04/ 2015
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Cav. Mario S.p.a.
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Dicembre 2015
Editoriale
Buon Natale C
i stiamo avvicinando al mistero del Natale e dell’Amore di Dio. Un Natale di un’epoca caratterizzata dal Narcisismo in cui l’uomo ha interesse solo verso se stesso, è incapace di distinguere ciò che è valido o meno, in cui il suo motto è “hic et nunc” e il differimento del piacere è considerato una stupidità. Spesso l’uomo di oggi ha un io autocentrato sull’appagamento immediato da raggiungersi con il minimo sforzo, ha un senso di autosufficienza e di disinteresse per gli altri; la realtà esterna è percepita come “foriera di perdita di sé”, non come possibilità di arricchimento, teme di essere oppresso e schiavizzato dai bisogni degli altri, per cui non sente alcuna voglia di collaborare con gli altri e la realtà esterna è considerata solo una propaggine e pertinenza del suo ego. Cerca il piacere e l’utile, fugge dal dolore e dalla fatica, cerca incessanti novità, spesso superficiali in una interpretazione semplicistica della realtà. E’ figlio del consumismo e vittima del sistema mediatico del consumo con una cultura da super-market. In questo contesto come Casa don Gianni dobbiamo vivere il Natale come un’occasione per parlare di noi e della nostra esperienza, partendo dal cuore per toccare il cuore. E allora dobbiamo scambiarci gli auguri promettendoci questi doni: la fiducia reciproca e il rispetto la gratuità per apprezzare il miracolo dell’amore e della bontà che redime dagli istinti egoistici l’arte di gratificare,di far sentire l’altro importante e capace di esprimere il meglio di sé in un rapporto basato sul riconoscimento delle risorse latenti in ogni persona essere sempre nuovi e originali, ma anche tolleranti e moderati per sdrammatizzare e saper creare un’atmosfera di festa e di serenità l’apertura al mondo esterno, a tanti amici che possono portare ossigeno alla vita della Casa la povertà dignitosa e discreta con la convinzione che l’aiuto all’altro torna moltiplicato nella casa l’accettazione dei limiti reciproci. Che la preparazione al Natale diventi il tempo per sperimentare la grandezza dell’essere umano con sua fame d’amare e la sete di essere amato. Auguri!
Carlo Squizzi
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Dicembre 2015
Feman+... a che punto siamo? Alcune considerazioni su progetti, accoglienza, scelte valoriali le Feman +
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nche per questo Natale, noi delle Feman+ abbiamo organizzato una cena benefica presso il ristorante didattico del Formont. La serata è stata occasione per ringraziare chi, in amicizia e con gioia, concretamente si dà da fare per aiutare gli altri. E per “altri”, nei nostri progetti specifici, si intendono le donne del Ciad che, nelle difficoltà di una terra troppe volte solcata dalla guerra, dalla povertà e dalla malattia, trovano il coraggio di inventarsi un'attività per sostenere la loro famiglia e il villaggio in cui vivono. Quando è nata la nostra associazione, la rivista di Alternativa A ha ospitato la presentazione dei nostri progetti. A distanza di quattro anni, siamo felici di tornare su queste pagine per condividere i risultati della nostra attività. Abbiamo pensato di visualizzarli al termine di queste parole in maniera molto schematica, ma ben esemplificativa del lavoro che Don Benoit sta portando avanti con l'aiuto di tutti noi. Se avrete la voglia di guardarli tutti e fare qualche conto, vi accorgerete che con poco più di 5.000,00 euro sono stati avviati più di 10 progetti che hanno coinvolto circa 360 donne... numeri importanti di cui andiamo orgogliose... Ci sono però altri numeri che invece ci stanno rendendo meno serene, quelli del dissenso di una Valle che si sta spaccando in due attorno ai 30 profughi che dovrebbero essere ospitati a San Pietro, frazione di Antrona. Non è nostra intenzione entrare nel merito politico: profughi sì, profughi no, come, quanti, dove... ma sentiamo comunque l'esigenza e il dovere di entrare nel merito umano della questione.
Siamo rattristate dal clima di intolleranza che sta dilagando e soprattutto proviamo un grande sconforto nel constatare che questo territorio dove, per ogni progetto che si è portato avanti, la difficoltà di coesione è sempre stata grande, oggi risulti così unito e compatto nel nome di un disvalore, quale il razzismo. E' normale che una situazione così delicata incontri opinioni diverse e, come si sa, democrazia non significa che tutti debbano pensarla nello stesso modo. Però riteniamo che il confronto dialettico tra le parti debba avvenire su un terreno condiviso di valori. E questi valori condivisi per noi sono il rispetto incondizionato per la persona e l'attenzione e la cura per chi si trova in situazioni di difficoltà. Noi, che ci siamo formate in un contesto valoriale molto forte, ritmato dal lavoro paziente e decennale di don Antonio e don Luigi, segnato dall'esempio di vita e dalla collaborazione con Don Benoit, non possiamo accettare che l'Ossola diventi un terreno su cui si barattano al ribasso i valori fondamentali in cui crediamo. Siamo fermamente convinte che i valori e l'eredità dei nostri “don” non sono accessori da tirare fuori dal cassetto per le occasioni importanti; ma sono dei banchi di prova su cui siamo costantemente chiamati a misurare la nostra coerenza, soprattutto nei momenti di criticità come quello che stiamo vivendo. Per questo vorremo che i nostri progetti vi parlino chiaramente di noi.... e vi dicano che noi stiamo dalla parte dell'uomo, del dialogo, della collaborazione e di quello spirito di fratellanza che spinge gli uomini ad aiutare altri uomini in quanto uomini. Un buon Natale dalle Feman+
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Dicembre 2015
PROGETTO C come CEREALI Il progetto prevedeva un finanziamento per avviare una piccola attività di commercio al dettaglio di semi di arachidi, miglior rosso e altri cereali
VILLAGGIO: MABADJE NUMERO di DONNE COINVOLTE: 15
INVESTIMENTO RICEVUTO: 155,00 € STATO DEL PROGETTO:
D.Benu: “Il progetto delle donne di Mabadje va bene. In questo primo anno hanno avuto un beneficio di 80000 fr e cioè 120€ circa. Ottimo considerando che sono partite con 155€: capitale quasi raddoppiato! Una parte di questo beneficio è stata utilizzata per acquistare utensili, pentole e materiale per la cucina comunitaria della comunità cristiana. Inoltre 3 donne sono state aiutate con medicinali. Il resto lo stanno reinvestendo insieme al capitale in sacchi di arachidi”
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Dicembre 2015
Ciao Benu Don Massimiliano Cristiano
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uesta foto risale al 2008 se non sbaglio…chissà se allora ti saresti immaginato quello che qui sta succedendo ora! Spero tu non abbia detto a quel bambino che hai tra le braccia che i “bianchi” non sono tutti come te! Che i cristiani, o meglio “presunti cristiani”, non sono tutti come te! Spero che quel bambino possa avere ancora il sogno, la speranza di pensare che nel mondo le persone più “fortunate” di lui, possano essere attente, solidali, quasi “sentendosi in colpa” perché lui non ha le possibilità ed i diritti che dovrebbe avere, forse perché abbiamo contribuito noi a toglierli nella storia. E soprattutto chissà se avevi mai pensato che quella creatura che tenevi tra le braccia adesso potesse essere considerata un pericolo, una minaccia, una presunta profuga, una terrorista, delinquente…da quelli bianchi come te…da quelli che tu hai conosciuto e con cui hai condiviso pagine di vangelo! Però la foto fa tenerezza, adesso che abbiamo iniziato l’avvento, e vedere questa immagine ricorda tanto il presepe, da molti difeso ed usato addirittura per attaccare, ma dagli stessi non compreso ed accolto nel suo vero e profondo significato. Un’umanità spezzata, accolta, condivisa, integrata…da un Dio che ha scelto il paradosso per venire in mezzo a noi: la povertà, la derisione, la minoranza, la persecuzione, la comunione tra popoli, la fuga, il perdono, il sacrificio, la carità, la misericordia, la fratellanza universale, il donarsi tutto e per tutti…
30 persone possono far paura a 1300? Persone, non altro… Persone con i loro pregi e difetti come tutti noi! Persone come quella che tu hai tra le braccia! Si dice che bisogna aiutarli là dove vivono… tu l’hai fatto e lo stai facendo. Ma noi che siamo qui? Ci riempiamo di belle parole, di luoghi comuni, di un po’ di solidarietà… ma quando qualcuno ci bussa alla porta, invece di unirci per essere d’aiuto, sostegno, accoglienza, comunità concreta…ecco che ci si unisce nei sospetti, nelle paure, nei pregiudizi e nell’ignoranza tante volte! E chi dovrebbe essere esempio di civiltà, di comunione e di collaborazione, inizia a cavalcare l’individualismo ed il pressapochismo, politicizzando ogni iniziativa, invocando solo le opinioni di qualcuno e non disposti ad ascoltare esperienze di altri in nome di una presunta autonomia ed una anacronistica autosufficienza. In questo periodo tra scandali nella chiesa e in politica nessuno può ergersi a paladino di integrità e giustizia, ma ritrovare in noi quel sentimento di umanità e solidarietà che nasce dal fatto di essere stati accolti nella vita, forse può essere l’unica strada percorribile, mettendo in rete le proprie risorse e capacità, i valori umani e spirituali, il dono della natura che tutti ci accomuna e responsabilizza. Spero tu possa ancora dire ad ogni fagottino che culli tra le braccia: “Se vuoi scappare dalla guerra, dalla fame, dalle malattie, dal terrorismo, dalla persecuzione religiosa…conosco delle persone che ti accoglieranno a braccia aperte e ti vorranno bene!”
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Dicembre 2015
E’ Natale: non c’è posto per loro. Chiudi la porta! Carlo Squizzi Betlemme anno zero “Tutti andavano a dare il loro nome, ciascuno nella propria città… Anche Giuseppe salì con Maria in Giudea (…) a Betlemme (…) Mentre si trovavano là, giunse per lei il tempo di partorire e diede alla luce il suo figlio primogenito. Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto all’albergo.” Finero 22 dicembre 1915 Nasce un bimbo battezzato come Mario Colombo da madre nubile e padre militare in guerra. Uno scandalo per il nonno Antonio, uomo di Chiesa! Due giorni dopo, la vigilia di Natale, avvolto in una coperta, il piccolo Mario viene portato a spalle in un gerlo a Malesco, di lì con un calesse fino a Domodossola e poi in treno a Novara all’orfanotrofio. Mamma Caterina viene esiliata a Locarno da parenti, Americo, ignaro di tutto è al fronte in nome della patria… Valle Antrona 2015 Trenta “disperati”, provenienti da paesi in guerra, da persecuzioni, dalla miseria, dopo aver subito angherie e soprusi in Africa hanno attraversato il mare con negli occhi la morte di compagni e. stanno per affacciarsi nella Valle, con la speranza di essere accolti e di potersi costruire una nuova vita, per loro e per le loro famiglie… Paure irrazionali, ansie da mass media, apprensioni emotive per il diverso sembrano provocare nell’animo di molti residenti un senso di rigetto… La storia in modo diverso nei secoli si ripete… Fino a quando si continuerà a dire: non c’è posto per loro? Sinodo diocesano Per i credenti riporto la seconda strofa della preghiera del Sinodo che recitiamo ad ogni incontro Guidaci, Gesù Maestro e Buon Pastore, tu che sei la via che porta alla verità e alla vita. Apri davanti a noi strade nuove e belle, per essere ospitali con gli uomini e le donne, creare famiglie ricche di affetti e ascolto, sognare con i giovani un mondo migliore. Chiamaci a essere discepoli coraggiosi e forti, insegnaci uno stile di corresponsabilità, perché la nostra Chiesa sia casa e scuola di comunione.
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Dicembre 2015
Lettera aperta alle persone della Valle Antrona Simonetta Valterio
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ivo in questa comunità da sempre, qui ho tanti parenti, tanti amici, tanti colleghi di lavoro, qualche conoscente. Personalmente e per conto della Cooperativa La Bitta dove lavoro, mi sento in dovere di comunicare che non si realizzerà il progetto di accoglienza per i migranti presso la casa di San Pietro. Per motivi amministrativi la Prefettura ha ritenuto di bloccare la partecipazione al bando della nostra Cooperativa. Mi sento in dovere per senso di responsabilità e di condivisione di un percorso che, nostro malgrado, ha contribuito a creare alcune divergenze nella nostra valle ed ha fatto emergere un po’ del peggio che abita dentro di noi. La paura, l’incapacità di ascolto, l’incertezza sono il terreno fertile per reazioni spropositate e fomentazioni pericolose lasciando spazio a chi, per interessi personali, strumentalizza le situazioni invitando alla chiusura e rafforzando i pregiudizi. Purtroppo eravamo nell’impossibilità reale di condividere il progetto presentato per l’accoglienza, in quanto le procedure amministrative, che chi amministra ben dovrebbe conoscere, ce lo hanno impedito fino al momento dell’ufficiale comunicazione del vice Prefetto. Correttezza scambiata per omertà dagli inesperti e strumentalizzata dai presunti esperti. Vorrei dirvi che in questa partita abbiamo perso tutti. Abbiamo perso un’occasione per vivere una pagina di vangelo o, altro lato della stessa medaglia, difendere diritti umani. Abbiamo perso l’occasione per far valere i valori sociali di solidarietà e cooperazione, impedendoci di tentare di risolvere nel nostro piccolo e con i nostri piccoli strumenti, un’emergenza umanitaria che è più grande di noi e che pare inarrestabile. Abbiamo perso l’occasione di assumerci le nostre responsabilità di persone, italiani, che hanno contribuito con azioni o silenzi al disagio (e intendo povertà, sfruttamento, guerra) dell’altra parte del mondo. Abbiamo perso l’occasione per uscire delle facili logiche del pregiudizio a discapito delle ben più impegnative vie dell’incontro.
Non siamo riusciti a vedere la risorsa che c’è nei migranti non in quanto tali, ma in quanto persone. Dove ci sono uomini e donne ci sono economie, idee, scambi. Penso ad una valle che invecchia e si svuota e penso alla possibilità di prenderci cura del territorio con la pulizia dei sentirei e la cura dei boschi; di prenderci cura dei nostri paesi con la pulizia delle stradine, le piccole manutenzioni e il recupero di antichi mestieri; di prenderci cura dei nostri anziani con piccoli gesti di aiuto. E non avremmo nemmeno dovuto inventare: ci sono esperienze simili, in contesti simili nel biellese che sono approdate a studi universitari come eccellenze nell’accoglienza e nell’integrazione. E infine, cosa ancora più triste, abbiamo perso l’occasione per dare un esempio di coerenza e coraggio ai nostri figli. Nell’incontro con don Renato Sacco, mi ha colpito molto sentir dire che i nostri giovani hanno per le mani una vita ed un futuro incasinati dei quali gli unici responsabili siamo noi adulti. Sarà impossibile restituirgli un mondo bello nel breve tempo, ma potremo provare a consegnare idee nuove, comportamenti sani, messaggi di pace. Significherà camminare per il pezzo di strada che abbiamo davanti, con loro, da adulti consapevoli e responsabili. Io con i miei figli non voglio perdere un’altra volta su questo tema. Vorrei anche farvi sapere che, io personalmente come nessuno della nostra Cooperativa La Bitta, mai abbiamo avuto paura per le nostre persone e che, nella convinzione di essere sulla strada giusta, abbiamo scelto la via della non violenza, la via del sorriso, dell’ascolto e dell’informazione. In questo periodo, che è stato pesante per noi e per le nostre famiglie, ho spesso avuto dispiacere nel vedere la preoccupazione sui volti di chi ci vuole bene, ma mai una volta ho provato rabbia per chi, incapace di dimostrare un sano dissenso, ha mosso vane accuse. Non ho mai temuto per me e, se qualche volta avete visto le mie lacrime, e non solo le mie, vorrei farvi sapere che erano legate alle storie dei migranti che l’assistente sociale nella prima serata pubblica ci ha raccontato, erano legate alla storia di Funke e della sua famiglia che abbiamo ospitato ad Antrona l’estate passata, erano legate ai volti dei
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Dicembre 2015 migranti che ho visto arrivare impauriti, disorientati, in ciabatte nell’inverno, sotto gli insulti di pochi manifestanti. Se non riusciamo a vedere un nostro possibile figlio nel bambino morto sulla spiaggia o nelle numerose persone morte in mare, non solo non siamo cristiani, ma non siamo uomini e donne di pace. Papa Francesco ci ha detto di avere lacrime per questo, io penso di aver avuto la fortuna di camminare nella mia vita al fianco di persone che mi hanno insegnato a non vergognarmi di queste lacrime. Finite le confessioni personali, vi dico che La Bitta non vuole mollare sul tema dell’accoglienza alle persone fragili (in vent’anni di lavoro non ha mai fatto altro: anziani, disabili, malati psichici, o semplicemente poveri), quindi guardiamo il bello che c’è dentro di noi, facciamo in modo che le circa cinquanta persone che hanno scelto la via dell’ascolto possano essere il traino, l’esempio per molti altri che, con un po’ più di tempo e di dialogo, si rincontreranno. Proporremo altri momenti di approfondimento e di confronto per avviare piccoli progetti che partano più dal
cuore che dalla pancia (come ci ha detto don Renato), non ho dubbi che ci riscopriremo stupiti di ciò che saremo in grado di fare. In particolare alle mie colleghe ricordo che la Casa Anziani di Montescheno con gli annessi servizi di supporto alla domiciliarità sono un bellissimo esempio di servizio di cura integrato: lavoro per numerose persone della valle, anziani e familiari soddisfatti del servizio che ricevono, un legame forte con il territorio che si esprime con la partecipazione dei Comuni, delle associazioni e dei numerosi volontari. Il piccolo contributo di ciascuno rende il servizio prezioso per l’elevata professionalità e soprattutto per le relazioni umane che costruisce e moltiplica. Vi lascio in conclusione una frase dell’antropologa Margaret Mead che un amico mi ha scritto dimostrando solidarietà e proponendo un aiuto possibile: “Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta.”
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Intervista a Demba, giovane gambiano richiedente asilo Selene Silvia Gallacci uella che segue è un intervista condotta da me in veste di volontaria, e amica, nel luglio 2015 a Demba, richiedente asilo gambiano appena 18enne, sbarcato a Taranto nel dicembre 2014, ospite presso il Centro di Accoglienza Straordinaria di Craveggia. Pur essendo la testimonianza riportata originale ed autentica nel contenuto, il nome dell’intervistato è di fantasia, al fine di rispettarne il diritto alla riservatezza. L’intervista è stata condotta in lingua inglese.
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Sei un ragazzo molto giovane Demba, eppure sei già stato in tantissimi luoghi! Devi aver avuto molto coraggio per intraprendere un viaggio tanto lungo e difficile… Forse più che coraggio, pazzia. (sorride, abbassando la testa) Sono stato un ragazzo testardo. Ho detto a mia madre che sarei partito per la Libia, soltanto il giorno prima di lasciare la mia città, Serekunda. Lei si è arrabbiata molto e mi ha pregato di non farlo. Ma l’ho fatto lo stesso. La capisco, deve essersi preoccupata davvero tanto. Sei molto legato a tua madre? Sì, anche se non viviamo più insieme da quando ho quindici anni, da quando mio padre non c’è più. Lei mi ha affidato ad una zia, è emigrata in Senegal e si è risposata. Un sacco di gambiani emigrano in Senegal. Nessuno vuole più rimanerci, in Gambia. Demba, hai detto che tuo padre non c’è più. Cosa gli è successo? Non lo so con precisione. Nessuno lo sa. In Gambia ogni anno ci sono un sacco di ‘missing’, persone ‘mancanti’ detenute dal governo in luoghi segreti. Una mattina mio padre è stato prelevato dalla nostra abitazione dalla polizia. Prima di portarlo via hanno messo a soqquadro la casa. Cercavano prove a sostegno della loro tesi: continuavano a dire che era un dissidente e aveva complottato contro il Presidente. Il giorno dopo hanno perquisito anche la casa della sorella di mio padre, distruggendola. Non si sa quanti tra i missing siano detenuti e quanti siano stati uccisi. Non ho mai più rivisto mio padre, non so se davvero fosse
implicato in azioni di opposizione antigovernativa. Spero che sia ancora vivo. Spero tanto che uno di questi giorni qualcuno mi telefoni e mi dica che è stato liberato. Non sapevo nulla dei missing, Demba. Inizio a capire perché sei fuggito… Non mi restava più nulla, laggiù. Non mi sentivo a casa. Alla scuola coranica non potevo più andarci, perché da quando mio padre era scomparso nessuno pagava più le rette. La scuola pubblica insegna solo a scrivere ai bambini piccoli. Il lavoro scarseggiava e io avevo paura che la polizia tornasse a prendere anche me. Così ti sei fatto forza e l’idea di fuggire è divenuta più concreta nei tuoi piani di ragazzo testardo. Come ti immaginavi il futuro allora? Quando pensavo al futuro pensavo che tutto, finalmente, sarebbe stato facile lontano da Serekunda, e mi si riempiva il cuore. La mia nazione è una striscia di terra all’interno del Senegal. E’ piccola, piccolissima, governata da un uomo che tiene sotto controllo i suoi cittadini come i buoi in un pascolo. Il Gambia è molto piccolo e io mi sentivo troppo grande per restarci. Mio padre faceva l’elettricista. Fin da quando ero bambino, mi aveva insegnato ad installare e riparare gli impianti elettrici più semplici. Quando un amico di infanzia mi disse che a Tripoli cercavano elettricisti, tutto mi parve chiaro. Non sapevo se quanto mi era stato detto era vero ma sapevo chiaramente soltanto una cosa: la mia occasione era arrivata. Non sapevo a cosa andavo incontro. Non sapevo cosa sarebbe successo nel viaggio. Ero ignaro e confuso. Immaginavo la Libia e pensavo che da lì sarebbe finita la mia vita da ragazzo ed avrebbe avuto inizio quella da uomo. Descrivimi il tuo percorso fino alla Libia, ci è voluto molto tempo immagino… Quasi dieci mesi. Sono partito da Serekunda il 7 marzo 2014 e sono arrivato il 17 dicembre dello stesso anno. Nel mezzo c’è stato il deserto, la Libia e il mare. Quattro cose che odio e che mai potrò dimenticare. Prima facevo incubi tutte le notti, mi svegliavo e credevo di essere ancora in
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Dicembre 2015 Libia, poi toccavo il letto e mi rasserenavo: non potevo essere in Libia perché lì non avevo mai avuto un letto. Dormivo per terra, qualche volta su dei cumuli di stracci pieni di insetti. Dopo la prima notte lì, mi sono tagliato i capelli perché avevo preso i pidocchi. (lungo silenzio, sguardo basso) …Cosa mi avevi chiesto?
più giovani sono stati i primi a morire. In tutto sono morte quasi trenta delle quaranta persone partite.
Dopo aver pagato, cosa è successo? Il trafficante ha caricato quaranta persone, in maggioranza gambiane e nigeriane, su un pick up e ha iniziato a correre nel deserto, sulle dune, alte, che non finivano mai. Eravamo in troppi, accalcati, ci facevamo male. Se facevamo rumore, però, lui fermava il mezzo, scendeva e bastonava tutti con una lunga frusta con all’estremità una punta metallica. E’ un’arma diffusa in Libia, anche la polizia la usa sugli immigrati. Anche io sono stato picchiato. (mostra una cicatrice rientrante di grandi dimensioni che si estende sul polpaccio destro e altre più piccole e lunghe sulle braccia) Quindi, dopo qualche frustata, abbiamo continuato il viaggio in silenzio. Dopo qualche giorno c’è stato un guasto al motore, l’uomo ci ha fatti scendere, ha chiamato un altro trafficante e noi pensavamo: cambia carro e ripartiamo. Invece no, il pick up arrivato ha caricato solo lui e se n’è andato. Noi abbiamo iniziato ad urlare e inseguire il furgoncino che si allontanava in una nuvola di fumo nero. Poi l’uomo seduto a fianco al conducente dal finestrino ha sparato nella sabbia e noi ci siamo arrestati, per paura che ci uccidesse. Non avevamo acqua. Credevamo che saremmo morti tutti.
Quindi non sei mai stato fermato o arrestato? No, in realtà sono stato arrestato due volte. Entrambe le volte però, sono riuscito a fuggire. La prima volta ero già nell’auto della polizia con le manette ai polsi, ho rotto il finestrino e sono sgattaiolato fuori, poi ho corso veloce, senza voltarmi per vedere se mi inseguivano. Sentivo il cuore che mi scoppiava nel petto e le gambe che tremavano. Ho corso così per un paio d’ore prima di cadere a terra, sfinito. La seconda volta mi hanno arrestato e portato nella prigione di Kufra, una dei campi libici detentivi per rifugiati peggiori. Ho dato 600 dollari a una guardia che mi ha fatto fuggire.
Sei uno dei sopravvissuti, ce l’hai fatta. In Libia le cose sono andate anche peggio però… La Libia è un paese allo sbando in perenne stato di guerra. Chiunque, anche i ragazzini (in ing.: small kids), possiede Ti avevo chiesto, Demba, qual è stato il percorso una pistola. Odiano gli immigrati, odiano i neri. Non sono che ti ha portato fino in Libia e tu hai accennato il mai riuscito a lavorare come elettricista. Ho fatto alcuni deserto… lavori di tipo edile, sfruttato e non pagato. Ricevevo in Ah, sì, ricordo. Va bene. Allora, per prima cosa sono cambio di 12 o 15 ore di lavoro al giorno solo un pasto. La andato in Senegal. Da lì ho attraversato il Mali, ci è voluto notte, per riposare, ho sempre dovuto nascondermi in solo qualche giorno, meno di una settimana, comunque, luoghi abbandonati lontani dalla città, per paura di essere poi sono arrivato ad Agadèz, in Niger. Ad Agadez ci sono arrestato e finire in una prigione libica. solo polvere e mosquitos (zanzare) rabbiose. Ho ancora un ricordo loro (mostra segni circolari di puntura sulle braccia e Perché temevi di venire arrestato? sulle gambe). Lì ho contattato un uomo libico di cui mi I migranti non vengono detenuti perché autori di reati, il aveva parlato un altro gambiano partito mesi prima. Mi ha nostro unico capo d’accusa è esserci, esistere. Se finisci chiesto 400 dollari per arrivare fino a Sebha, in Libia e io dentro, non hai scampo. Vieni torturato dalle guardie finché glieli ho dati, subito, senza contrattare. Volevo andarmene paghi perché ti liberino. Se non hai soldi con te ti fanno in fretta da Agadez, mi sembrava una città brutta e povera telefonare alla tua famiglia per chiederli, e nel frattempo ti in un paese poverissimo. Lo ripeto di nuovo, non sapevo picchiano e ti danno la scossa perché a casa sentano le tue cosa mi aspettava. urla e spediscano i soldi più in fretta.
Un viaggio terribile, di cui non mi hai ancora raccontato l’ultima parte: la traversata del mare. Ho speso gli ultimi 400 dollari per salire su una barca molto piccola e fatiscente. Le condizioni della barca erano pessime e il trafficante ha detto che ci saremmo dovuti salire in 160. Noi inizialmente ci siamo rifiutati e abbiamo protestato. Avevamo pagato molto: chi come me 400, chi 500, alcuni siriani che avevano anche il life-jacket (giubbotto salvagente) fino a 800. I libici hanno iniziato a bastonarci, a darci calci, pugni e colpi in testa con il calcio Quanto siete rimasti nel deserto? del fucile. Ci hanno caricati così, a forza, sulla barca. Io ero Quasi tre settimane. Avevamo poca acqua e ancor meno nella parte bassa della nave stipato insieme ad altri ottanta o cibo, eravamo disidratati ed esausti. Le donne e i ragazzi novanta uomini nigeriani, gambiani e maliani. 11
Dicembre 2015 Viaggiare là sotto significa viaggiare nella parte più pericolosa dell’imbarcazione, vero? Sì, perché lì si respirano maggiormente i gas provenienti dal motore, il carburante. Ti addormenti e muori, senza nemmeno accorgerti. Io stesso sono svenuto più volte. Svenivo e rinvenivo, in continuazione. Ad un certo punto ho toccato il vicino per dirgli di alzarsi, perché si era addormentato accasciato sulla mia spalla. Era morto. Quanto è durato il viaggio in mare? Circa 8 giorni, siamo partiti a notte fonda il 9 dicembre 2014 e siamo stati soccorsi la mattina del 17. La guardia costiera italiana ha ricevuto l’S.O.S. lanciato da un uomo siriano con il telefono satellitare. E’ stato un momento di gioia, sollievo e disperazione. Perché era finita, ma ancora non ci credevo. Ho pianto e quasi tutti i miei compagni hanno fatto lo stesso. Alcuni, sia musulmani che cristiani, si sono messi a pregare ringraziando Dio. Un sentimento di incredulità ed euforia ci pervadeva: eravamo in Europa!
dimenticarla… anche se, lo ammetto, qualora trovassi lavoro in una grande città accetterei di trasferirmi. Hai qualche rimpianto? Tantissimi. Mi mancano mia madre e mia zia. Mi manca la mia terra. Alcuni giorni mi sento profondamente africano e non capisco nulla delle tradizioni e delle usanze di questo posto. Altri giorni le amo perché, pur non capendone nulla, i volontari e le persone del luogo le condividono con me, in segno di amicizia.
Cosa speri che accada nel tuo futuro? E’ una domanda difficile. Nel futuro lontano, non lo so ancora. Nel futuro vicino, mi piacerebbe andare a vivere in una casa indipendente, da solo o con un altro ragazzo rifugiato. Al centro ci tornerei a salutare gli operatori e gli ospiti, ma non a vivere. Da qualche tempo sento che è iniziata una nuova fase della mia vita. Un detto africano dice ‘Nessuna condizione è permanente’ (No condition is permanent). Ecco, io credo che adesso succederanno altre La vita in Italia com’è? Ti piace Craveggia? cose, belle e brutte, e si andrà avanti. Anche gli italiani La mia vita in Italia è molto tranquilla. Il mio caso è stato hanno un detto simile: ‘Niente è per sempre’. Però loro lo esaminato dalla Commissione Territoriale di Torino che mi usano quasi sempre quando finisce un amore, in modo ha accordato la protezione sussidiaria, ossia un permesso negativo, triste. Invece dovrebbero ricordarsi che neanche di soggiorno della validità di cinque anni, rinnovabile. Mi le cose più brutte durano per sempre. Sbaglio? concentro sulla ricerca di un lavoro full time, che mi permetta di guadagnare sufficientemente per essere No, non sbagli, anche i guai, prima o poi hanno autonomo, e sullo studio della lingua italiana. E’ una lingua una fine. Mi auguro che la nuova fase della tua bellissima, ma molto difficile. (ride) A volte confondo le vita sia felice e fortunata. Buona fortuna, amico. parole e dico cose con poco senso, perché nella mia testa L’ho detto tante volte a chi se ne va, penso ancora nella mia lingua natia, il mandinka, però le coraggiosamente, ma sono felice, tu non sai persone, quasi sempre mi correggono pazientemente e mi quanto io sia felice di dirlo a chi, spiegano dove ho sbagliato. Craveggia mi piace, è stata la coraggiosamente, rimane. Good luck, my friend. mia prima casa in Italia, e per questo non potrò mai
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Anche quando fori piove... Vincenzo De Cunto utto nasce dall’insoddisfazione di due genitori alle prese con la scelta del tipo di didattica educativa da impartire alla figlia. Quei due genitori siamo io e la mia compagna, nonché rispettivamente presidente e membro attivo dell’associazione di cui vi parlerò. Il desiderio di poter conoscere e poi far nascere un modello pedagogico alternativo ci solleticava già da un po’ di tempo, aiutati anche dal fatto di aver avuto esperienze lavorative in contesti educativi. Così l’inizio fu caratterizzato da un periodo di ricerca di percorsi formativi o realtà esistenti dai quali prendere spunto. Abbiamo preso in considerazione diverse proposte didattiche alternative, tra cui gli agrinido, l'homeschooling e l’outdoor education (in Italia è chiamato “Asilo nel bosco”). Quest’ultimo modello ci ha particolarmente incuriositi, quindi abbiamo scelto di approfondire la ricerca, scoprendo che nasce in Danimarca negli anni ‘50 per poi diffondersi in gran parte dell’Europa e non solo. A marzo del 2015 partecipammo ad un corso per maestri di asilo nel bosco a Rapallo. Tra tutte le proposte prese in considerazione, questo approccio era quello che più aderiva alle nostre idee educative, in quanto educatori nella vita e a livello professionale, e qualcosa di veramente valido da poter proporre nel nostro territorio. Spinti dalla voglia di realizzare in modo concreto le nostre idee, facendoci accompagnare dal gruppo pioniere di Ostia, presentammo un progetto di educazione ambientale alla direzione scolastica e amministrativa della città ma, nonostante ritenuto molto valido, per motivazioni soprattutto economiche, venne rigettato. Tuttavia, essendo ormai alle porte dell'estate decidemmo di far partire un centro estivo dedicato ai bambini dai 3 agli 11 anni.
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Prima di partire con il centro estivo però, ufficializziamo quello che fino a prima era un gruppo informale, cosi iniziammo l'iter burocratico che ci portò a diventare l'Associazione di promozione sociale Anche quando fuori piove. Grazie all'aiuto dei Padri Rosminiani al Monte Calvario siamo riusciti ad allestire gli spazi per il centro estivo che ha visto una partecipazione attiva di numerosi bambini. Quel momento ha rappresentato per noi un evento emblematico di incoraggiamento e riconoscenza, in cui le nostre percezioni sul tipo di modello pedagogico e sulle nostre risonanze nel portarlo avanti sono diventate reali e tangibili. Abbiamo infatti avuto modo di provare sul campo le teorie dei pionieri danesi: lasciare tempo e spazio ai bambini per sperimentare, mettersi alla prova stando immersi nella natura. Insieme ai bimbi, anche gli adulti hanno avuto modo di vivere gli spazi, il rapporto con giochi non strutturati, il piacere e la serenità che si trae da ciò. Forti di questa esperienza, nasce la necessità di trovare una formula progettuale meglio fruibile da più bambini e di sensibilizzare nuove figure professionali. Così il gruppo ostiense ci ha accompagnati in un’altra avventura formativa di 2 giorni proprio al Monte Calvario, sul tema dell’Asilo nel bosco, alla quale hanno partecipato diverse maestre, mamme, psicologi e persone interessate ad avviare una nuova realtà di asilo. Nel frattempo la nostra energia era stata così contagiosa che fummo contattati dalla direzione della scuola materna di Villette per far partire un progetto di educazione ambientale. Entusiasti e portatori di nuove idee iniziammo finalmente a prendere parte al contesto scolastico, assistendo alla concretizzazione del progetto che andrà
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Dicembre 2015 sicuramente avanti almeno fino alla fine dell’anno scolastico 2015/2016. Un’ulteriore sfida ci si è posta poi di fronte alla possibilità di poter gestire un micronido, appartenente alla Cooperativa La Bitta, che stava per chiudere il servizio. La cooperativa fu molto disponibile ad iniziare un percorso di traghettamento verso una nuova gestione, con nuove idee pedagogiche. La nostra proposta è infatti quella di passare da un asilo” tradizionale” ad un asilo nido ad “Alto Contatto” in cui sia il bambino che il “caregiver” (colui che si prende cura e assiste) possano sentirsi nelle condizioni di “comunicare”, usando per esempio le fasce per i più piccoli per facilitare il contatto con il corpo umano, allestendo un angolo per le coccole tra gli spazi del nido, dando la possibilità alle mamme di allattare al seno o di portare biberon con il proprio latte. Ci saranno ancora altri piccoli-grandi cambiamenti che fanno parte del modo di gestire l’educazione dei bimbi, tra cui: • introdurremo l'utilizzo di materiali di origine organica e giochi non strutturati; • implementeremo man mano le ore di attività all'aria aperta, e la creazione di un “orto sensoriale” costituito da fiori e ed erbe aromatiche;
• coinvolgeremo i genitori nelle nostre attività o nella creazione di momenti di accrescimento o di sensibilizzazione dedicati solo ad essi; • infine verrà adottata una didattica esperienziale dove i bimbi, attraverso la creazione di “centri di interesse”, saranno liberi di sperimentare e sviluppare manualità, motricità, competenze emotive e di ragionamento semplicemente “facendo”. Inoltre, la mensa, che rimarrà interna, offrirà un menù con ingredienti certificati biologici. I progetti dell’Associazione aumentano così come i membri, insieme alla voglia di continuare a contagiare e a promuovere questo modello, migliorandoci e confrontandoci. La voglia di sapere e metterci in gioco è una costante che ci riempie di energie nuove. Qualche settimana fa abbiamo partecipato a due momenti importanti a Bologna, sull’educazione all'aperto e sulla conoscenza delle nuove realtà che nascono sul territorio italiano, momenti contraddistinti da questi principi educativi e propositi etici. Continueremo ancora le nostre tappe formative a dicembre a Ostia per ritornare ad apprendere con nuove esperienze sul campo e riabbracciare quei sorrisi contagiosi.
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A Baceno è nato il micronido “Girotondo” Silvia Alessandrini
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l 3 novembre 2015 apre le porte ai bambini della Valle Antigorio il micro-nido “Girotondo”, situato al centro di Baceno e ospitato nei locali della struttura donata dal Dott. Cosentino. Il servizio della Cooperativa La Bitta, al momento, è aperto per due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì, dalle 8.00 alle 13.00. “Girotondo” rappresenta per questa valle uno spazio allegro e colorato dove poter lasciare i propri figli nelle mani di personale qualificato e con esperienza. La routine mattutina si svolge seguendo le tempistiche e i bisogni dei piccoli ospiti; dalle 8.00 alle 9.30 è il momento
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dell’accoglienza, intorno alle ore 10.00 viene fornita della frutta fresca, frullata o a pezzetti, a seconda dell’età dei bambini; poi si accompagnano i più piccoli al riposino, prima del momento del pranzo. Vengono inoltre svolte attività specifiche e guidate per sviluppare la creatività, la fantasia, il movimento e la socializzazione con gli altri bimbi, anche attraverso l’utilizzo di giochi costruiti con materiale naturale, garantendo esperienze uniche e speciali. Infine un ringraziamento al Comune di Baceno per l’aiuto economico offerto alle famiglie che hanno creduto in questo progetto.
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Che fine ha fatto Echino? Giuliana Saletta chino, il piccolo bambino con il cuore di cartoncino, si è dato un gran da fare negli ultimi mesi per realizzare all’interno del Baby Parking di Cadarese, caratteristico borgo in prossimità delle Terme di Premia, una casetta che ha il profumo della carta di giornale. Il personaggio di Echino, nato da un’idea di Maria Giuliana Saletta, autrice di libri per l’infanzia e collaboratrice di Ossola News e illustrato da Elisa Squillace, è ormai conosciuto in tutta Italia grazie al web e alla Casa editrice Mammeonline che ha creduto nel progetto e pubblica il suo libro/giornale. La famiglia di Echino, simpatica e allegra, offre stimoli interessanti per i giovani lettori, ma è apprezzata anche dai grandi: insegnanti, genitori e nonni. La zia EconoMina affronta temi apparentemente difficili, quali l’educazione civica e l’economia con un linguaggio semplice ed efficace a farsi comprendere. Nonno Chino riporta i lettori nel passato con storie e racconti d’altri tempi, il cugino EcoloGino si occupa della sfera scientifica/ecologica, mentre la sorellina, Echinella, è la mente creativa e artistica. La casa di Echino, presso il Baby Parking gestito dalla Cooperativa La Bitta, è un ambiente colorato e stimolante adatto ad accogliere anche gruppi classe. Qui i bambini e le bambine potranno scoprire come vive un bambino giornale, come Echino, curiosare nella sua scrivania,
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cercare libri interessanti nella sua libreria, che potranno anche essere presi in prestito o scambiati con il book-crossing. Nell’area destinata ai laboratori invece, tavoli e seggiole possono essere usati per creare, ma possono anche essere letti prima di sedersi, perché per Echino le parole e le storie sono molto importanti e le ha seminate in giro per la casa. E non finisce qui! Sulle pareti sono appesi giochi creativi, come quello delle emozioni o il quadro memory tridimensionale della famiglia di Echino, mentre i poster aiutano a comprendere come nasce un giornale, com’è composta la sua redazione, come si scrive un articolo, un reportage o una recensione. Echino propone a bambini e bambine ed alle scuole laboratori a tema; sarà infatti possibile scegliere tra una serie di argomenti quali, ad esempio, le emozioni, la scrittura creativa, la parità di genere, l’ecologia, il giornalismo, il tutto attraverso la lettura e la fantasia, passando per il riciclo creativo. Per info potete scrivere a echinogiornalebambino@gmail.com Vi invitiamo anche a visitare il sito www.echino.it
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L’alimentazione: non solo nutrimento, ma prevenzione della malattia Roberta Mantovani gni anno nel mondo 10 milioni di persone sviluppano un tumore, il cancro è una tragedia umana e un problema di salute pubblica. Dobbiamo essere fatalisti o cercare di puntare alla prevenzione, e qual è l’atteggiamento giusto per affrontare questa patologia? I dati raccolti dalla ricerca ci possono aiutare a rispondere a questa domanda. Infatti, solo il 30% dei tumori sono riconducibili a fattori difficilmente controllabili come ereditarietà, ambiente, virus, mentre il 70% dipendono dallo stile di vita, quale fumo, inattività fisica, obesità ed errate abitudini alimentari, alle quali vengono ascritte addirittura il 30% delle neoplasie. Dalla Seconda Guerra Mondiale l’alimentazione delle popolazioni che vivono nei Paesi ricchi ed industrializzati del Pianeta ha subito notevoli cambiamenti: si consumano con regolarità ed abbondanza alimenti come lo zucchero raffinato e le carni che, prima degli anni ’40, erano beni rari e costosi; sono comparse inoltre sostanze quali gli edulcoranti ed i grassi trans e quelli idrogenati. Proprio questi ultimi si sono rivelati, secondo tutti i grandi studi internazionali come WCRF, EPIC e quelli raccolti da IARC dell’OMS, fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, per i tumori e le patologie cronico degenerative. In cima alla lista troviamo i soft drinks, ricchissimi di zuccheri semplici assorbiti velocemente dall’organismo, seguono gli insaccati e le carni conservate contenenti i nitriti che, una
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volta ingeriti, si trasformano in nitrosammine cancerogene; vengono poi le carni rosse ed i formaggi che, se consumati tutti i giorni, apportano grandi quantità di grassi pro infiammatori. Ed è infatti proprio lo stato infiammatorio che permette alle cellule neoplastiche di radicarsi nei tessuti e di crescere di numero. Occorre prestare attenzione anche alle modalità di cottura perché, a causa delle alte temperature, che si sviluppano ad esempio nelle grigliate e nelle fritture, si formano agenti tossici quali idrocarburi aromatici ed ammine eterocicliche. Tuttavia per diversi anni o decenni le cellule cancerose rimangono vulnerabili e solo qualcuna diventa maligna. E’ possibile impedire ai tumori di raggiungere lo stadio di maturità potenziando il sistema immunitario ed agendo sullo sviluppo delle infiammazioni. Il mondo vegetale ci mette a disposizione sostanze anti infiammatorie e principi fitochimici che negli studi di laboratorio si sono dimostrati attivi nella prevenzione e cura dei tumori. Tali sostanze si trovano soprattutto in aglio e cipolle, in tutti gli appartenenti alla famiglia delle crucifere, come cavoli e broccoli, così come nella curcuma, nel tè verde giapponese, nei buonissimi frutti di bosco e nel cioccolato amaro. Importantissimi anti infiammatori sono i grassi omega 3 contenuti nei semi di lino e nel pesce azzurro. Perciò concediamoci ogni giorno almeno 5 porzioni di frutta e verdura, e buon appetito!
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La cena della solidarietà 2015 Vittoria Allegranza abato 21 novembre 2015 si è tenuta l’annuale cena della Solidarietà che ha visto la partecipazione numerosa di 130 persone tra volontari, soci e simpatizzanti dell’Associazione. L’appuntamento annuale non è solo l’occasione per condividere una cena in amicizia e allegria ma un momento importante della vita dell’Associazione. E’ questo il periodo nel quale si tirano le somme delle attività e dei progetti svolti durante l’anno, si programmano le iniziative per l’anno successivo e si da comunicazione dei fondi raccolti e della loro destinazione al Fondo di Solidarietà. Dopo il saluto del Presidente Carlo Squizzi e il suo sentito ringraziamento ai partecipanti per la loro preziosa presenza, la serata è proseguita con il resoconto dei proventi raccolti con i viaggi 2015 a Berlino e Mantova, proventi pari a 1400 euro destinati al Fondo di Solidarietà. E’ stato poi comunicato l’incasso della Festa di giugno di Masera, interamente impiegato per le spese di rifacimento infissi e finestre della Casa. Il Presidente ha comunicato poi gli interventi che sono stati realizzati nel 2015 dal Fondo di Solidarietà nel 2015, riportati nell’articolo “I lavori di ristrutturazione di Casa don Gianni”. Durante la cena sono stati ringraziati tutti i gruppi di Volontariato operanti nella Casa; in particolare abbiamo ricordato il gruppo Volontarie dell’Asilo Nido Piccole Impronte che a fine 2015 concluderà, dopo anni, il suo impegno, perché cessa la gestione dell’asilo da parte della Cooperativa La Bitta. Ci auguriamo che queste Volontarie non perdano i contatti con l’Associazione, ma anzi continuino a sostenerci con la loro presenza e il loro contributo attraverso altri progetti o semplicemente partecipando alle nostre serate e ai nostri incontri. Un volontario del gruppo Eallaics, impegnato nell’accoglienza dei migranti in Ossola, ha brevemente sintetizzato l’attuale realtà dei profughi e l’attività del gruppo a sostegno della loro integrazione.
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Nel corso del 2015, grazie a un contributo di studio a uno studente particolarmente meritevole segnalatoci dall’Istituto Einaudi di Domodossola e in memoria dello scomparso Prof. Mauro Magrì che lo presiedeva, è stato realizzato il nuovo sito dell’Associazione, tuttora in fase di implementazione e completamento; si tratta dell’inizio di un nuovo progetto che darà voce ai vari gruppi che operano nell’Associazione e che avranno modo di utilizzare questo moderno ed efficace strumento di comunicazione per aggiornare il resoconto delle proprie attività e far conoscere più dettagliatamente all’esterno la complessa e dinamica realtà della Casa. Dopo la proiezione di un video sintesi dei due viaggi 2015 (i dvd completi del viaggio di Berlino e di Mantova-Cremona si possono richiedere presso la Segreteria) si è svolta la vendita dei biglietti della lotteria. Con la vincita dei cesti natalizi preparati dai volontari e il banchetto dei ricami lavorati a mano si è conclusa la serata. La partecipazione all’evento è linfa per l’Associazione, indice di vitalità, di attaccamento e di volontà delle persone a proseguire insieme con dedizione, impegno e continuità il grande progetto di Solidarietà creato da Don Gianni e Don Antonio, “nella vita non raccogli ciò che semini ma raccogli ciò che curi”. Un grazie sincero e di cuore a tutti i partecipanti!! Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano… se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido… non avrò vissuto invano. Emily Dickinson
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I lavori di ristrutturazione di
Casa don Gianni Carlo Squizzi
uesto trascorso è stato un anno “tribolato” per la struttura di Casa don Gianni. Prima pastoie burocratiche onerose da superare e poi un po’ di restyling dell’edificio necessario per sistemare “burocraticamente” il tutto: questo è stato il 2015 della “nostra Casa”. Da un po’ di tempo avevamo colto contraddizioni negli atti che andavano sistemati per la linearità di tutti: così, faticosamente ed onerosamente ci siamo messi in cammino per sistemare le pendenze. Senza entrare troppo nel merito possiamo parlare della concretizzazione di una “sanatoria”, per riaffermare il diritto di continuare, a pieno titolo, ad abitare Casa don Gianni e per concretizzare poi lo studio dentistico, fortemente voluto dal don, in quello che era il suo studio. I ritocchi nella struttura serviranno poi per articolare meglio gli spazi per tutte le realtà operanti nella casa. I lavori, ancora da completare nella parte esterna, hanno comportato spese tutte finalizzate a risparmi energetici e inerenti a:
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Samantha Brandini
• sostituzione delle lampade interne a neon con quelle a led • sostituzione parziale dei serramenti per rendere idonei, in termini di sicurezza, alcuni spazi • imbiancatura e copertura esterna dei lati a nord • sistemazione canali e lamiere • sostituzione veneziane ed altri minori lavori interni. Gli interventi ammontano complessivamente ad oltre 64.000 euro + Iva. Solo 5.000 euro di questa somma sono coperti dalla contribuzione di UniCredit per il progetto delle lampade a led, mentre la parte rimanente è finanziata con fondi propri, derivanti in parte dal lascito di don Antonio ed in parte dai fondi raccolti grazie alla Festa degli Amici di Casa don Gianni. Un’analisi dettagliata dei costi sarà fatta in sede di approvazione dei bilanci dell’Associazione e delle Cooperative. Gli interventi attuati consentiranno anche di articolare in modo formale e preciso l’uso della struttura tra le diverse realtà operanti, con affidamento alle Cooperative La Bitta e Il Sogno di spazi definiti, in modo da rendere più lineari le articolazioni delle competenze e del sostegno delle relative spese.
Amori in corso..2016 L
a “riuscita” di un matrimonio non è questione di fortuna, di aver azzeccato la combinazione giusta, come ci viene mostrato al cinema. E’ frutto di molto impegno, molta intelligenza, molto cuore, non è magia. Per stare insieme non basta “essere innamorati”, il cammino di coppia richiede amore, consapevolezza, maturità, volontà nel superamento dei conflitti e condivisione di responsabilità. Amori in corso offre strumenti adeguati per aiutare le coppie a crescere nella capacità di dialogo e di riflessione critica su se stesse e sulla realtà della famiglia, a scoprire e approfondire il senso di una scelta che ci accompagnerà (forse) per sempre... Gli incontri si rivolgono alle coppie che si stanno preparando al matrimonio religioso o civile, a chi convive, a chi desidera riflettere sulle dinamiche della vita di coppia, a chi vuole vivere il periodo del fidanzamento come occasione di crescita, sia come persona che come coppia. L’obiettivo è spingere i fidanzati ad essere protagonisti del proprio matrimonio! Ricordare loro che il dialogo, l’ascolto e la conoscenza reciproca sono strumenti fondamentali della vita di coppia. Riflettere sulle caratteristiche dell'amore di coppia per affrontare con almeno un pizzico realismo la vita matrimoniale. Conoscere per meglio comprendere il sacramento del matrimonio, missione della coppia.
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Il Viaggio a cura di
Alvi Torielli
Il cammino di Santiago di Compostela l cammino di Santiago di Compostela, oltre ottocento chilometri che, dalla cittadina francese di Saint-Jean-Pied-de-Port, attraversano il nord della Spagna per raggiungere Santiago: i freddi numeri non raccontano però le mille sfaccettature che fanno di questo percorso un’avventura moderna dal sapore antico. Ci sono infiniti modi per raccontare il cammino: si può descriverne il percorso, le città che attraversa, l’economia e la storia dei territori… A me piace l’idea di provare a raccontare le sensazioni che su questa strada inevitabilmente si vivono. Innanzi tutto la percezione di come il ritmo del quotidiano rallenta: 800 chilometri in un mese, un tratto che si può fare in una giornata in macchina o in poco più di un ora in aereo; il tempo si dilata e si colgono aspetti che, nella nostra vita frenetica di tutti i giorni, non vediamo più, fosse anche solo il colore del giorno e della natura che ci circonda. Il rapporto con il corpo: sentire che giorno per giorno le gambe si rinforzano, che c’è meno necessità di fare pause ma anche tanti dolorini, vesciche, articolazioni e tendini che, ogni tanto, lanciano un segnale, quasi
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a ricordarci della loro esistenza nel percorso di adattamento al cammino. La piacevole scoperta che, in quest’angolo di Europa, il consumismo è quasi estraneo e che lo spirito di sostegno al pellegrino è ancora vivo. Un capitolo a parte meritano le persone incontrate: chi è qua per sfizio, chi per motivi spirituali, chi perché sente che è il momento giusto, chi in cerca di un illuminazione, chi vuole vivere la natura, chi per curiosità, chi con spirito agonistico, chi per puro piacere… Mille punti di vista, mille volti, mille storie da condividere, sfaccettature diverse che restano dentro e allargano gli orizzonti del nostro essere. Infine, la riscoperta della fiducia, quella di poter lasciare gli zaini incustoditi ma anche quella per il futuro: nonostante le storie, a volte anche cupe, il “caminante” non è solo colui che percorre il cammino ma anche chi si rimette in gioco, chi riparte verso il domani con occhi nuovi. Più di tante parole, il senso del cammino si può trovare nei versi di Machado: “caminante, no hay camino se hace camino al andar” (Viandante, non c’è un cammino/si fa il cammino camminando).
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dalla biblioteca di
Don Antonio...
a cura del gruppo “Invito alla lettura”
Uva, Ribes e Gelso. Storia di un caporale e di un esercito scomparsi nella steppa
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l libro che abbiamo scelto per questo secondo appuntamento con la nostra rubrica ci riporta al dramma degli oltre 20.000 ragazzi italiani morti o dispersi durante la ritirata in Russia nell'ultimo conflitto mondiale. Il 24enne Gaetano Gozzi era uno di loro, un ciabattino divenuto suo malgrado soldato della Divisione Sforzesca, costretto dagli eventi a combattere su quasi tutti i fronti della guerra italiana, dalla Francia all'Albania, fino alla fatale Russia. Da quei fronti di guerra, Gaetano ha scritto centinaia di lettere alla fidanzata Iole, sua futura moglie,
impegnandosi a mantenere la promessa di scriverle ogni giorno. Una storia come tante altre, che però viene sottratta all'oblio cui sono destinate le storie ordinarie, grazie al lavoro di ricerca di un collezionista e uno storico (autori del libro), che l'hanno tolta dalla polvere del negozio di un antiquario per elevarla a simbolo di una generazione di affetti spezzati dalla spietata logica della guerra. Le parole che si scambiano i fidanzati sono un modo per aggrapparsi al ricordo e alla vita, ma la speranza del ritorno e le dolci parole di amore affievoliscono lettera dopo lettera, giorno dopo giorno, sotto la cupa e incombente consapevolezza che “in guerra si muore”. Gaetano Gozzi non ha fatto più ritorno a casa. Dichiarato “disperso”, viene registrato come tale all'anagrafe. Dopo lunghissimi anni, la ricerca degli autori Roncallo e Borsoni, documentata e descritta nel libro, ha permesso di tracciare l'epilogo della sua triste vicenda e di individuare il luogo e la data della sua morte. Non ci risulta strano trovare questo libro nella biblioteca di Don Antonio. Chissà, mentre lo leggeva, quanto avrà pensato a suo padre disperso in Russia e alla madre a casa ad attenderlo.
TITOLO: “Uva, Ribes e Gelso. Storia di un caporale e di un esercito scomparsi nella steppa” AUTORI: Agostino Roncallo, Fabrizio Borsani EDIZIONE: Morlacchi Editore ANNO: 2011 SEZIONE: Società – Cultura – Narrativa Colore verde, numero 78 22
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La psicomotricità, una disciplina per il corpo e per la mente del bambino Laura Sartor a psicomotricità è una disciplina che, attraverso il gioco, evoca il piacere del movimento e rappresenta un’occasione per stimolare e potenziare le diverse modalità di apprendimento e di sviluppo del bambino.
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LABORATORI DI PSICOMOTRICITA’ La PSICOMOTRICITÀ è una disciplina che, attraverso il gioco, evoca il piacere del movimento e rappresenta un’occasione per stimolare e potenziare le diverse modalità di apprendimento e di sviluppo del bambino.
A Domodossola presso Casa don Gianni ETA’ 3-4 anni 5-6 anni
GIORNO Venerdì
COSTO MENSILE
ORA 16.30 17.20 17.30 18.20
30€
Per informazioni e prenotazioni: Laura Sartor Neuropsicomotricista Tel. 3391297158 Cooperativa La Bitta Tel. 0324 243006
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Con l’ausilio di palle, cerchi, cuscini, tessuti, musica ecc., si aiuta il bambino ad integrare la dimensione motoria con quella cognitiva, emotiva e relazionale; si accompagna il bambino in un percorso di maturazione che favorisce il passaggio “dal piacere di agire al piacere di pensare”. A Casa don Gianni, il venerdì pomeriggio, si organizza il Laboratorio di Psicomotricità per bambini di 3-4 e di 5-6 anni. Le attività svolte dalla “neuro psicomotricista”, aiutano il bambino ad esprimere attraverso il corpo, la propria identità, i propri desideri, le proprie difficoltà. La disciplina aiuta inoltre a strutturare e ad arricchire i prerequisiti utili agli apprendimenti scolastici. Su appuntamento, da prendere telefonando a Casa don Gianni, si effettuano anche incontri individuali.
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Il lavoro delle persone svantaggiate e il ruolo della Cooperativa “Il Sogno” in Ossola Robertino Pozzetta
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e Cooperative Sociali operanti nel campo dell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate (cosiddette Cooperative Sociali di tipo "B") rivestono, come noto, un ruolo del tutto particolare nei progetti di inclusione sociale; esse sono, infatti, realtà imprenditoriali con un particolare status giuridico fondato sui principi della mutualità e democraticità organizzativo-gestionale. Le Cooperative Sociali, coniugando gli obiettivi e i vincoli propri d'impresa con i bisogni e con le capacità lavorative o competenze professionali effettive e/o potenziali dei soggetti svantaggiati, si qualificano quale strumento di crescita occupazionale e di incremento dei processi di promozione sociale. Come noto, almeno il 30% della forza lavoro delle imprese sociali, deve essere formato da soggetti rientranti tra le categorie elencate nell'art. 4 della legge n. 381/1991 ed ampliate con la successiva 22 giugno 2000, n. 193, "Norme per favorire l'attività lavorativa dei detenuti" (art.1); detto articolo recita testualmente: "si considerano persone svantaggiate gli invalidi psichici, fisici e sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, anche giudiziari, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà famigliare, le persone detenute o internate negli istituti penitenziari, i condannati e gli internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro all' esterno ai sensi dell' art. 21 della legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modificazioni".
Le cooperative sociali, fin dalla loro origine, hanno dimostrato che è possibile operare con efficacia per favorire l' occupazione di persone che, a causa delle problematiche di cui sono portatrici, non trovano lavoro, o se lo trovano, anche attraverso canali istituzionali preposti allo scopo, come nel caso del collocamento obbligatorio, spesso lo stesso non risponde alla specificità dei soggetti e dei loro problemi; le Cooperative Sociali al contrario, testimoniano che è possibile valorizzare, anche in termini di livelli di produttività concretamente raggiungibili, le capacità e le competenze di queste persone. L'efficacia dei percorsi di inserimento socio-lavorativo presuppone, di conseguenza, la formulazione di progetti articolati e commisurati alle diversità soggettive da valorizzare e sulle quali fare leva. La Cooperativa "Il Sogno", già dal novembre 2000, si è dotata di un Educatore Professionale con funzione di Tutor a sostegno delle persone in inserimento lavorativo. Questa figura, che non ha momenti di condivisione del lavoro pratico svolto in un ambito operativo, ha invece il compito di supervisione e supporto di tutte le persone inserite, nonché di collegamento e tramite con i diversi servizi invianti (Ser.T., Servizio di Salute Mentale, Consorzio Intercomunale dei Servizi Sociali, Centro per l'Impiego della Provincia di Verbania). Il servizio che intende inserire al lavoro un proprio utente, sia come borsa lavoro - tirocinio o come proposta di inserimento lavorativo come soggetto svantaggiato, in primo luogo si interfaccia con
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Dicembre 2015 l’operatore della cooperativa, al quale espone il caso; poi insieme viene valutata l’opportunità e la possibilità di accogliere la persona presso la cooperativa e, se si giunge ad un accordo, si definisce un progetto di inserimento lavorativo tramite una convenzione. Il progetto viene monitorato e verificato periodicamente. La procedura per la gestione degli inserimenti lavorativi della cooperativa è inserita nel manuale della qualità ISO 9001-2008, di cui la struttura si è dotata nel 2013. La Cooperativa, al 1° agosto 2015, impiegava 114 persone, di cui 86 assunti a tempo indeterminato, e 28 a tempo determinato; nei vari settori impiega inoltre 82 tra borse lavoro e tirocini formativi o di reinserimento di persone inserite dai servizi di assistenza alla persona del territorio provinciale. Oltre ai percorsi di inserimento lavorativo socio-assistenziale, di cui i quattro laboratori
(“Nazareth” di Mergozzo, “Fuoriorario” Di Omegna, “Legatoria” di Domodossola e “Noi, le Mani,la Terra” di Villadossola) gestiscono la parte preponderante, durante l’anno si sono avviati ulteriori percorsi all’interno dei vari cantieri di lavoro. Questo grazie a iniziative di sostegno provenienti da altri soggetti che hanno riconosciuto nella cooperativa un ruolo importante di integrazione e collocamento lavorativo di soggetti fragili; ricordiamo qui l’importante supporto dell’Associazione Alternativa A…, dell’Unità Pastorale, con le iniziative di raccolta fondi finalizzata alle borse lavoro, della Caritas di Villadossola e di una azienda locale che sostiene varie iniziative con un proprio fondo interno. Grazie a questi ulteriori fondi, la cooperativa ha sviluppato con i servizi sociali e con il Ser.T importanti percorsi che in alcuni casi si sono strutturati in assunzioni a tempo determinato presso la stessa cooperativa ed in un caso presso un’azienda esterna.
COSTRUZIONI EDILI GENERALI Sede Legale: Via Giovanni XXIII, 15/D - 28845 Domodossola (VB) Sede operativa: Viale dell’ Industria, 22 - 28844 Villadossola (VB) tel. 0324/46382 fax 0324/595003 P. iva/c.f 02350910036 email: info@edilver.it website: http://www.edilver.it/ 26
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Il viaggio 2016: le terre del Leopardi e dell’agricoltura bio Vittoria Allegranza coprire le Marche e la loro cultura è un'esperienza affascinante e coinvolgente: la cultura marchigiana è un intreccio di storia, arte, tradizioni che si offrono al viaggiatore, itinerari culturali, spiritualità e meditazione, parchi e natura attiva, dolci colline e antichi borghi, imprenditoria giovanile ed economia sostenibile, uno sguardo sul presente e sul futuro partendo da un passato prestigioso. Nel 2016 la scelta mette d’accordo tutti, gli appassionati di storia e arte potranno godere della visita di Ascoli Piceno, testimonianza ottimamente conservata di antichi splendori delle civiltà Picena e Romana, che vanta una delle più belle piazze d’Italia, e di Pesaro con la quattrocentesca Rocca Costanza, la casa natale e il museo dedicato al grande compositore Gioachino Rossini. Per chi ricerca la spiritualità, le Marche, che hanno accolto la Santa Casa di Loreto, definita da Giovanni Paolo II il “vero cuore mariano della cristianità” sono una terra di santi, beati e papi, personaggi che hanno segnato la storia e la cultura regionale facendo fiorire centri di spiritualità diffusi lungo le valli marchigiane o in luoghi appartati, nel cuore degli Appennini, a contatto con la natura e con Dio. Camaldolesi, cistercensi e francescani, sulla scia di San Francesco d’Assisi, hanno costellato il territorio di monasteri, abbazie, conventi, alcuni dei quali aprono ancora oggi le loro porte a ospiti e visitatori come un tempo le aprivano a pellegrini e viandanti. Sirolo e Numana, due perle “bandiere blu” adagiate alle pendici del Monte Conero, regalano panorami incantevoli e un mare cristallino impensabile che compete in bellezza con spiagge più conosciute del Sud Italia. Gli amanti della letteratura troveranno soddisfazione nella visita della città di Recanati attraversando le colline che hanno ispirato le famose poesie di Giacomo Leopardi, del quale visiteremo il Museo e la casa natale. Le Marche sono anche terra di antichi mestieri che si tramandano ancora oggi nelle botteghe artigiane. Le materie prime vengono lavorate con arte antica, nel rispetto delle tradizioni locali. Da questa sapienza, dal "saper fare", nascono le produzioni tipiche marchigiane.
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Il fiore all’occhiello di questa Regione è la filiera del biologico, oltre 2.300 aziende produttrici con circa 2.288 operatori e con più di 57.000 ettari di superficie destinata alla coltivazione con il sistema biologico, pari ad oltre il 12% della superficie agricola regionale. Questi sono i numeri di una realtà regionale che da alcuni decenni ha fatto del “biologico” non una esteriorità ma una scelta di fondo. Non è un caso che la regione abbia visto nascere le prime cinque cooperative storiche del biologico in Italia, cooperative che tutt’oggi operano ed esportano in diversi paesi europei ed anche su mercati extraeuropei, alle quali si sono aggiunte, nel corso del tempo, numerose aziende con Punti vendita di Prodotti Biologici in tutto il territorio delle Marche. L’argomento di attualità che vorremmo approfondire prima, durante e dopo il viaggio vuole essere proprio quello dell’agricoltura biologica in Italia. Cosa vuol dire produrre biologico? Quali sono le condizioni per ottenere il riconoscimento bio? È tutto oro quello che luccica o il prodotto bio ci costa solo di più? Durante il viaggio visiteremo un azienda agricola certificata sul territorio e capiremo meglio la filiera del biologico, con l’intervento di un agronomo della zona che ci fornirà una visione aggiornata della realtà italiana del settore. Infine non mancherà una riflessione sul tema della integrazione sostenibile uomo/ambiente di cui il Monte Conero rappresenta un esempio estremamente positivo. Istituito nel 1987, il Parco è un'area protetta in cui è possibile passeggiare, da soli o accompagnati da guide esperte, nei 18 sentieri che si snodano fra i boschi, osservare il transito di uccelli migratori come il falco pellegrino e i rapaci notturni, visitare preziose testimonianze storico-artistiche, come la Torre di Guardia e la chiesetta romanica di Santa Maria nella baia di Portonovo. Numerose sono le aziende vitivinicole e agricole in cui degustare e acquistare il pregiato Rosso Conero e i migliori prodotti della terra (miele, olio, legumi, etc.). Il parco prende il nome da un suo antico prodotto, il Komaròs, per gli antichi greci, il corbezzolo o "ciliegio”. Il viaggio si svolgerà alla fine dell’estate con date e programma ancora da definire.
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Una pizza per tutti, tutti per la Casa Anziani !!! Ilaria Farioli
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iamo partiti in pochi… ci siamo ritrovati in un centinaio venerdì 4 dicembre alla Società Operaia di Montescheno. L’appuntamento che si ripete ormai da diversi anni è la “pizzata” di fine anno organizzata da operatori e volontari della Casa per Anziani di Montescheno. Il pizzaiolo Luca non ha deluso e tutti sono stati soddisfatti dalle appetitose pizze cotte a puntino nel forno a legna. Per l’occasione anche alcuni ospiti della Casa Anziani sono usciti a cena per trascorrere una piacevole serata circondati da amici e conoscenti con cui scambiare quattro chiacchiere. La serata è proseguita con la proiezione di un filmato con i ricordi e i momenti più significativi per gli ospiti della Casa nel corso dell’anno che volge al termine. Per concludere, come “digestivo” una grande tombolata gastronomica con premi per tutti i gusti! I nostri complimenti vanno a Pierino Ricchi che, con la buona sorte dalla sua parte, ha fatto tombola!!!
Questo appuntamento rappresenta un incontro tra la Casa Anziani e il territorio, appuntamento in cui si uniscono le forze per poter progettare nuove iniziative e per portare avanti quelle già consolidate. Il prezioso contributo dei volontari che dedicano un po’ del loro tempo a chi abita la Casa e alle varie attività, ci ha permesso anche quest’anno di organizzare momenti di festa come “La nostra casa è aperta” ad agosto, il “Natale dell’anziano” a dicembre, le gite sul territorio durante la bella stagione. E poi gli eventi in Casa Anziani come la festa di Carnevale, la Castagnata o il pomeriggio di festa con la musica della fisarmonica una volta al mese, la mostra artigianale itinerante nei quattro comuni della Valle Antrona in occasione delle feste patronali. Un grazie a chi partecipa con entusiasmo e un arrivederci all’anno prossimo!
Messa delle Rose Samantha Brandini a Messa delle Rose è un momento di preghiera istituito da don Antonio Visco in ricordo di giovani e bambini che se ne sono andati troppo presto. Quest’anno la Messa è stata celebrata domenica 29 novembre a Seppiana da don Marco Piola, nella parrocchia di Valentina. Pochi mesi fa Valentina e Davide hanno concluso la loro breve vita da figli e da genitori di due meravigliosi bimbi. In questa prima domenica di Avvento, l’assemblea ha abbracciato, con tutto l’amore possibile, tutti i genitori, fratelli, nonni, parenti che hanno nel loro cuore qualcuno di speciale. All’ingresso della Chiesa è stata donata dal Gruppo Genitori per Sempre l’immaginetta che riporta la Madonna in sasso.
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La statua si trova a Montescheno, rappresenta la potenza del dolore per la perdita di un figlio, ha nelle mani una rosa, lo stesso fiore che durante l’offertorio ciascun genitore ha portato all’altare, con il nome del proprio figlio. Ogni rosa rossa è un giovane che se ne è andato, ogni rosa bianca è un bambino che non ha vissuto abbastanza. Con la Messa delle Rose si vorrebbe colmare un po’ di vuoto, come i piccoli fiori bianchi nel vaso fanno con le rose che, una ad una, formano un mazzo bellissimo. Al Signore viene donata ogni singola rosa e poi questo intero mazzo per farlo vivere per sempre. I Genitori per Sempre sono un gruppo di Casa don Gianni, il loro angelo custode è don Antonio che li protegge e sostiene dal cielo in squadra con i loro figli.
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Il Cineforum Il ricordo delle persone care rivive sempre nella condivisione dei valori testimoniati. E' lodevole l'impegno della famiglia di proseguire nell'impresa non facile di salvaguardare il cineforum a Domodossola, fortemente voluto e sostenuto da Mauro. Da parte nostra abbiamo voluto ricordare il Preside Magrì con l'attivazione di un assegno di studio ad uno studente capace e meritevole della terza programmatori dell'Einaudi, attraverso una collaborazione per la revisione del sito dell'associazione. Si è trattato di una esperienza positiva, descritta dallo studente nel precedente numero della rivista, condivisa dalla famiglia e utile anche alla nostra associazione. Carlo Squizzi per Alternativa A
a stagione 2015/16 del Cineforum di Domodossola è iniziata giovedì 19 novembre al cinema Corso e fin dalla prima serata è stato chiaro che assumerà un significato diverso dalle precedenti. Quest’anno infatti, per la prima volta, non ci sarà il prof. Mauro Magrì - fondatore e presidente dell’Associazione fin dall’aprile 1986 - a tirare le fila di tutte le attività, a coordinare la macchina organizzativa, a gestire la comunicazione, a provvedere alla contabilità e a tutti gli eventi correlati. L’obiettivo di questa stagione è quello di proseguire nel segno della tradizione, partendo da ciò che funziona bene e proponendo un calendario di film di alta qualità. C’è però il desiderio di introdurre qualche novità, la prima delle quali si può facilmente scoprire scorrendo il calendario. Molto eterogenea la provenienza dei film in cartellone: oltre ai 5 americani e ai 5 italiani (ma di cui 3 sono co-produzioni internazionali), sono molti i film europei, a cui si aggiungono un brasiliano e un iraniano. Oltre ai pluri-premiati The birdman (vincitore di 4 Oscar tra cui miglior film e miglior regia) e Taxi Teheran (trionfatore a Berlino), spiccano per prova attoriale Still Alice (Oscar a una strepitosa Julianne Moore) e Whiplash (Oscar per J.K.Simmons). Non potevano mancare l’ultimo Sorrentino (Youth – La giovinezza, con i mostri sacri Michael Caine e Harvey Keitel) e l’ultimo Moretti (Mia madre, con un’intensa Margherita Buy). Ma forse gli italiani che ameremo di più saranno il fiabesco Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, che apre la stagione, e Anime nere di
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Francesco Munzi, letteralmente dominatore agli ultimi David di Donatello. Tra i titoli meno noti al grande pubblico, segnaliamo lo scandinavo Forza maggiore (storia di una famiglia svedese in vacanza sulla neve che, di fronte al rischio di una valanga imminente, vedrà le dinamiche familiari cambiare radicalmente) e il francese La famiglia Belier (una ragazza che gestisce con i propri genitori, entrambi sordi, la fattoria di famiglia, deve decidere se allontanarsi da casa per inseguire i suoi sogni). Scorrendo il programma della stagione, ci si accorgere che gli ultimi due film non sono indicati. Il motivo è che vogliamo tenerci la possibilità di sceglierli tra film ancora più recenti, magari in uscita in queste settimane o addirittura nei prossimi mesi. Non solo, saranno i soci a votare, tra una rosa di film selezionati, quali entreranno in cartellone per queste ultime due serate. Se questa iniziativa avrà successo, nella prossima stagione potremmo estenderla ulteriormente. Per quanto riguarda i prezzi degli abbonamenti, non ci sono variazioni rispetto alla passata stagione: la tessera intera resta a 70€, mentre le tessere ridotte per studenti e quelle per 5 film a 30€. Abbiamo anche pensato ad un’offerta natalizia: regalare ad un amico una tessera per i film proiettati nel 2016 costerà solo 60€, con la possibilità di vedere 15 dei 20 film in rassegna.
Alessandro Magrì
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Tangoloso: voglia di Tango Claudio Maulini l tango nasce alla fine dell’800 tra Argentina e Uruguay nella zona del Rio della Plata. Rappresenta l’incontro tra diverse culture di immigrati provenienti dall’Europa, prevalentemente dall’Italia, Spagna e Portogallo e dall’Africa. Nasce e si diffonde prima tra le classi popolari e successivamente si estende tra tutte le classi sociali. Già nei primi anni del 900 assume una dimensione internazionale e si nobilita come “ballo sensuale ed elegante” danzato dalle persone appartenenti alla buona società. Dopo il secondo conflitto mondiale assume una dimensione planetaria. Il tango è un ballo caratterizzato dalla sensualità e dall’eleganza del movimento. La coppia che balla il tango si sente impegnata in una costante ricerca stilistica. Lo scopo per entrambi è quello di ballare il miglior tango possibile, ottenendo un piacere intimo e avvolgente. Al piacere ludico del ballo si fondono elementi artistici, culturali e umani anche ambivalenti. Il tango è stato definito “ pensiero triste che si balla ”. Il fatto stesso che si possa trarre un grande piacere da un pensiero triste che si balla è di per sé un paradosso. E’ in questo paradosso tra sensualità, seduzione e malinconia che si trova l’essenza più profonda di questo ballo, dove l’apparente semplicità della camminata contrasta con l’impegno a mantenere una postura composta ed elegante. Nel tango realizzare una danza in coppia significa improvvisare insieme una serie di passi, a volte complessi e ricercati che possono mettere a dura prova l’equilibrio della coppia, altre volte la danza si esprime in una fluida camminata sensuale, solida e aggraziata. Nei primi anni del 2000 il tango ha avuto una diffusione capillare anche nel nostro Paese. Negli stessi anni il tango ha iniziato ad essere studiato nelle sue potenzialità terapeutiche sia fisiche che mentali. In Argentina vengono effettuate le prime esperienze di tango terapia. La tango terapia si avvale della precisione con cui sono stabiliti i ruoli, maschile e femminile. I partecipanti ai gruppi di tango terapia sperimentano le diverse parti di sé in relazione a se stessi e all’altro, e il valore della responsabilità del proprio ruolo. Il contatto che si stabilisce all’interno della coppia permette di comprendere come relazionarsi meglio con l’altro. Elementi come seduzione, fiducia, responsabilità sono i
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punti fondamentali del lavoro nella tango terapia. Gli ambiti di applicazione del tango variano dalla dimensione ludica alla promozione del benessere, alle esperienze cliniche nell’aria dei disagi psicologici e dei disturbi mentali, alla terapia della coppia e come coadiuvante terapeutico nelle patologie neuro degenerative. In conclusione possiamo dire che il tango è un abbraccio sensuale e avvolgente, un intreccio di energia vitale nella quale ci si sente accolti e rigenerati nella relazione.
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Un intruso tra di noi Manola Vadalà a presenza di un bambino modifica la struttura della famiglia, la sua organizzazione, i ruoli e le alleanze. Per questo la genitorialità può incrinare il rapporto di coppia. Fare il genitore è un lavoro complesso che richiede abilità diverse da quelle necessarie per la vita di coppia. La mamma e il papà devono imparare a coordinarsi tra loro nell'accudimento del bambino e per fare questo devono fidarsi l'uno dell'altro e superare la paura che l'altro non sia competente, ma soprattutto devono ricordare che vivono la genitorialità in modo completamente diverso:
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Vista da lei la donna, diventando madre “si sente realizzata” guarda il marito in un modo profondamente diverso. Non è vero che lui per lei è meno importante di prima: al contrario, proprio perché ora è il padre del suo bambino, e colui che garantisce l’accoglienza e protezione, diventa molto più importante e prezioso. Il punto importante è che lo vede come padre prima ancora che come sposo-marito-partner, e questo ha le sue conseguenze lei, come già faceva prima, tende a confondere la sintonia emotiva con l’amore. Lei, anche prima, tendeva a pensare che amarsi significasse avere gli stessi desideri e provare le stesse emozioni. All’arrivo del bambino e durante la sua crescita si accorge subito che lui non sta provando affatto quella felicità, quell’appagamento, quell’entusiasmo ed allora pensa che non c’è più sintonia lei non capisce cosa c’è da riconoscere al marito per lo sforzo che fa nella riorganizzazione della sua vita o per quale motivo lo deve ringraziare
Vista da lui • i mutamenti riguardano più la vita pratica: la scansione delle giornate, la geografia della casa, l’uso dei soldi. Una riorganizzazione esterna a cui corrisponde una riorganizzazione della relazione con la moglie • l’uomo capisce chiaramente che il figlio è diventato il centro affettivo per lei, e si adatta • lui fa molti sacrifici, porta molta pazienza,“è”, e “si sente”, “proprio bravo”. Per questo si aspetterebbe che lei lodasse questi sforzi che stanno trasformando il ragazzo in un responsabile padre di famiglia • I diversi comportamenti per lui sono atti di volontà e per lei sono slanci del cuore. Per questo motivo aumenta la distanza emotiva tra i due
Il non capire che queste differenze esistono, il non volerle vedere può portare a percepire il bambino come un intruso, per questo motivo provo a proporre alcuni piccoli accorgimenti per preservare la vita di coppia da un figlio: • ricordare che prima si è una coppia e poi si è genitori • non temere di chiedere aiuto a parenti, amici o anche professionisti. Spesso si ha paura di ammettere che un figlio è una fatica, ma si deve superare questo senso di colpa • non sentirsi proprietari dei figli, lasciarli andare e lasciarli crescere nel tempo • fare ogni tanto una piccola sorpresa inaspettata al partner, magari coinvolgendo anche i figli, per sentirsi ancora un po' "fidanzati" • dialogare, confrontare apertamente le rispettive sensazioni e cercare conforto l’uno nell’altra • non aspettarsi di essere capiti senza parlare • bisogna comunicare, condividere le emozioni, aprirsi • i momenti per la coppia sono molto importanti, possono sembrare la cosa più difficile da attuare, in realtà non è così; spesso sono sufficienti anche venti minuti da passare insieme per ritrovarsi • ritrovare l’intimità di coppia è un punto cruciale in una coppia, perché aiuta a sentire il partner più vicino, a sentirsi parte integrante del rapporto e ad affrontare più serenamente le difficoltà quotidiane • fate i turni, non deve essere un solo genitore ad accudire il bambino o a rispondere alle sue richieste; se lo fanno entrambi, nessuno si sentirà escluso, ci sarà una co-partecipazione nell’educazione e si cementerà la coesione della relazione • dare ai figli poche regole chiare e di facile attuazione, soprattutto concordate preventivamente tra mamma e papà
In particolare, bisogna ricordare che: • i bambini non hanno bisogno di molte cose, ma dell’amore dei loro genitori e di una famiglia in cui sentirsi apprezzati, accettati ed amati • per poter vivere un figlio in modo positivo e non come un intruso è necessario ritagliarsi degli spazi come persona, coppia e famiglia, in modo da recuperare le energie e creare una sinergia famigliare.
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Le idee sbagliate sull’amore Monica Cupia
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ome mai oggi c’è la necessità di fare tante conferenze sull’amore di coppia? Malgrado l’alto tasso di divorzi, le relazioni di coppia vengono ancora prese molto sul serio. Al rapporto tra i due sessi basato sulla durata viene oggi attribuito un valore di primaria importanza. E’ qui che cerchiamo la nostra felicità individuale, spesso senza trovarla. Ma se affidiamo tanta parte della nostra realizzazione personale alla relazione di coppia, come mai dobbiamo ancora imparare quest’arte? Un tempo i matrimoni erano molto più duraturi: significa forse che i nostri vecchi erano più bravi di noi a vivere in coppia? Cosa teneva insieme le coppie di una volta? Allora la vita di coppia non era un’arte ma un destino cui bisognava adattarsi. Una volta superata la fase dell’innamoramento, che in ogni caso non costituiva affatto una premessa per il matrimonio, il rapporto tra le due persone non aveva più una grande importanza: era completamente assimilato ai bisogni della famiglia; il legame di coppia finiva spesso per coincidere con l’essere genitori. Vi erano dei motivi che sembravano rendere inutile l’acquisizione delle capacità necessarie per vivere in due. Il vincolo coniugale veniva mantenuto da altri fattori. Quali? La situazione economica: sotto questo aspetto il matrimonio era fondamentale per la sopravvivenza. E’ ovvio che anche oggi le considerazioni economiche hanno il loro peso e possono contribuire al mantenimento del legame. Tuttavia il continuo aumento delle donne lavoratrici garantisce la sopravvivenza anche ai divorziati. Divisione dei ruoli tra uomo e donna: si basava sul completamento reciproco: la donna era responsabile di tutto ciò che riguardava il nutrimento e la cura, mentre l’uomo si occupava del necessario per sopravvivere. Nella nostra società invece le donne hanno conquistato quasi tutti i ruoli tradizionalmente maschili e gli uomini fanno sempre più spesso esperienza in campi un tempo riservati solo alle donne: mammo, casalingo... In questo modo viene a cadere un altro importante elemento che contribuiva a rendere duraturo il vincolo coniugale: marito e moglie, infatti, non hanno più “bisogno” l’uno dell’altra. Religione: altri elementi che rendevano più stabili le unioni erano legati a considerazioni di tipo morale o religioso. Per la chiesa cattolica il matrimonio è indissolubile. Questi insegnamenti influenzavano la coscienza della gente ma soprattutto determinavano i costumi sociali.
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Anche se dal punto di vista giuridico il divorzio era già contemplato, chi si trovava in questa condizione veniva spesso riprovato dalla società. I figli: ancora oggi molte coppie pensano di dover restare unite per i bambini, ma anche questo fattore sta diventando sempre più debole. Si diffonde la convinzione che una separazione concordata e leale, che assicuri a entrambi i genitori la possibilità di avere un rapporto con i figli, sia molto meno dannosa per questi ultimi che non l’atmosfera avvelenata di una relazione distruttiva tra i genitori. Oggi quindi cosa tiene unita una coppia? Questo legame “l’amore” - che hanno l’uno per l’altra diventa l’unica cosa in grado di assicurare e giustificare una relazione che duri nel tempo. Ciò che un tempo era considerato un elemento fortuito e per nulla indispensabile diventa oggi il criterio fondamentale per la riuscita del legame. Ci sono però delle idee SBAGLIATE sull’amore che influiscono negativamente sulla relazione di coppia. Proviamo a vederne alcune. 1. INNAMORATI DELL’AMORE: AMORE INTESO COME INNAMORAMENTO Oggi l’amore tra un uomo e una donna viene sempre più spesso identificato con l’innamoramento. Ciò che si sperimenta in questa fase viene mantenuto come ideale dell’amore di coppia, con la pretesa che questo momento si dilati per tutta l’esperienza di coppia, duri per sempre. L’amore inteso come innamoramento che dura nel tempo. Cosa succede quando tale pretesa viene elevata a ideale assoluto di una relazione? L’innamoramento è qualcosa di momentaneo, che è possibile soprattutto all’inizio di un rapporto, ma che – secondo l’esperienza comune – non costituisce affatto uno stato durevole. L’atmosfera magica dell’innamoramento passa, le emozioni cambiano, l’intensità si affievolisce. Se l’amore di coppia viene equiparata all’innamoramento, quando questo finisce scompare anche l’amore. E così in effetti la pensano in molti. E allora che fanno? Cercano l’innamoramento con un nuovo partner, sperimentano la stessa cosa – cioè che questo tipo di amore non dura – e divorziano ancora.... Oppure tengono in piedi il matrimonio, ma finiscono per cercare l’innamoramento in relazioni extraconiugali. Ciò consente di continuare a rivivere l’ideale amoroso nella sua dimensione momentanea ed emotiva.
Dicembre 2015 Ci sono poi persone che non divorziano né avviano altre relazioni, ma semplicemente si rassegnano. Sperano in tempi migliori, mentre la loro grigia esistenza si trascina senza amore. 2. SENZA DI TE NON POSSO VIVERE: AMORE INTESO COME “ESSERE UNA COSA SOLA” L’amore viene sempre associato all’idea di diventare una cosa sola. Partendo da questo desiderio di unità, concetti come “essere autonomi”, “essere separati”, “distanziarsi” appaiono l’esatto contrario dell’amore e anzi sono vissuti come una minaccia la rapporto. Spesso quando uno dei due comincia a rendersi un po’ indipendente, l’altro percepisce questo cambiamento come una grave minaccia. L’amore come simbiosi che dura nel tempo è un ideale di rapporto molto diffuso e radicato che ci viene propinato in mille canzonette. Il motto che contraddistingue questo tipo di amore è: “senza di te non posso vivere”, ovvero quando non sono una cosa sola con te, mi manca una parte fondamentale di me stesso. Il problema sorge quando questo ideale continua a valere anche dopo lo stadio dell’innamoramento, quando l’idea dell’amore come simbiosi viene prolungata per tutta la vita a due. In questo caso si instaura un modello di relazione distruttivo Dall’esperienza della simbiosi deriva l’idea che sia possibile essere completi solo in coppia. Si comincia a passare tutto il tempo libero insieme: nessuno dei due partner sviluppa hobby propri o se li ha li abbandona: nessuno dei due coltiva amicizie proprie e interessi diversi. Si evita qualsiasi scontro, non ci sono toni alti, il supremo comandamento è l’armonia, entrambi sono un cuor solo e un’anima sola. Non vivono più come due persone distinte ma una sola. Questo modello simbiotico trasforma la relazione in una prigione. In realtà infatti entrambi restano individui separati e senza che se ne accorgano la loro individualità cerca in tutti i modi di farsi valere. Magari capita che, come fulmini a ciel sereno, scoppino furibondi litigi di cui loro per primi si sorprendono. La maggior parte delle relazioni fallisce per un eccesso di vicinanza piuttosto che di distanza. Invece di accettare la sfida entrando in una fase di maggiore distanza, i partner preferiscono separarsi per poi rimettersi in una condizione di fusione simbiotica con un nuovo compagno, ritrovando esattamente gli stessi problemi. Che fare allora?
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E’ necessario scoprire la propria individualità e costruirsi un proprio mondo: ognuno dei partner deve scoprire di aver bisogno di un’isola tutta per sé che è il proprio mondo e non quello del compagno, dove potersi ritirare al momento opportuno: può essere un interesse particolare, il bricolage, la musica, una cerchia di amici....spesso uomini e donne vivono solo per il lavoro e la famiglia trascurando completamente le proprie esigenze personali. Questo porta una boccata d’aria al rapporto e accende di nuovo la curiosità reciproca. Ora infatti il partner possiede quella piccola dose di mistero che lo rende interessante. Se si è se stessi arricchiti, si arricchisce anche il rapporto. 3. TU SEI TUTTO PER ME: L’AMORE CHE DEVE SODDISFARE TUTTI I MIEI BISOGNI RELAZIONALI Una volta, era la famiglia allargata che offriva, con i vicini, i parenti, la comunità parrocchiale, una grande varietà di rapporti. La coppia non rivestiva affatto un ruolo centrale nel mondo emotivo delle persone. Oggi non è così: le coppie sono molto più isolate di un tempo e cercano l’uno nell’altro tutta l’attenzione, la stima, l’affetto, le tenerezze, la confidenza, i consigli, la guida che un tempo trovavano in altre figure. Questa pretesa totale costituisce un sovraccarico per qualsiasi rapporto: non esiste una sola persona che possa soddisfare tutto il nostro bisogno di calore, protezione e attenzione. Il nostro bisogno relazionale va al di là di ciò che una sola persona è in grado di soddisfare. La cosa più semplice è reinserire il rapporto di coppia in una rete di altri rapporti personali. 4. L’AMORE INTESO COME PIANTA CHE CRESCE DA SE’, SENZA BISOGNO DI CURE PARTICOLARI Se consideriamo l’amore come innamoramento ne deriva l’opinione diffusa secondo la quale l’amore non può essere influenzato dalla volontà cosciente. In amore quindi le cose dovrebbero nascere e crescere spontaneamente. La testa e la volontà cosciente sono considerate l’esatto contrario dell’amore. Una relazione tra un uomo e una donna si fonda sull’impegno per cui non la si può semplicemente abbandonare a una crescita libera e naturale. Una volta superata la fase dell’innamoramento, senza una forma di impegno reciproco si finisce per cadere nell’indifferenza. L’impegno è alla base della durata del rapporto. L’amore va coltivato, con cura e attenzione, come si fa con una pianticella fragile, che concimo, riparo dal freddo e rafforzo con appositi sostegni, fino a vederla un giorno fiorire e portare frutto, anno dopo anno…
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L’Associazione “Alternativa A ….” e“Il mio dono” Come sapete il “Fondo di solidarietà” di Alternativa A interviene per • integrare le prestazioni rese dagli operatori del Centro a favore degli utenti che vivono condizioni economiche precarie • integrare le prestazioni rese dagli operatori del Centro a favore degli utenti che vivono condizioni economiche precarie
• erogare sostegni economici alle persone ed alle famiglie in condizioni economiche precarie per far fronte alle spese di prima necessità • sostenere attraverso borse lavoro inserimenti lavorativi di persone in difficoltà; promuovere soggiorni temporanei presso comunità o strutture idonee a contenere conflitti o disgregazioni familiari Da giovedì 3 dicembre 2015 a lunedì 18 gennaio 2016, sarà possibile sostenere Alternativa A e il suo Fondo di solidarietà semplicemente con un click, partecipando all’iniziativa “Il mio dono” di Banca UniCredit. Basterà andare sul sito "Il mio Dono", all’indirizzo: https://www.ilmiodono.it/it/iniz iative/?id_iniziativa=4247 A tua disposizione 2 opzioni per votare: «via Social» utilizzando il tuo account social Facebook, Twitter o Google Plus; effettua il login e conferma il voto con un click. «via Email» inserendo nome, cognome e il tuo indirizzo di posta elettronica; per confermare il voto, verifica il tuo indirizzo email. e votare per l’Associazione “Alternativa A”, che in questo modo potrà accedere ai finanziamenti che UniCredit erogherà alle organizzazioni che hanno ricevuto più voti!! Con questo piccolo gesto, si potrà fare la differenza!
Grazie!!!!!
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La Cooperativa “La Bitta” e“Il mio dono” ome sapete il servizio della Cooperativa “Giù Le Mani” opera quotidianamente e con impegno al fianco delle donne in difficoltà nel nostro territorio. Da giovedì 3 dicembre 2015 a lunedì 18 gennaio 2016, sarà possibile sostenere la Cooperativa La Bitta e “Giù Le Mani” semplicemente con un click, partecipando all’iniziativa “Il mio dono” di Banca UniCredit.
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Basterà andare sul sito "Il mio Dono", all’indirizzo: https://www.ilmiodono.it/it/organizzazioni/?id_ organizzazione=722 A tua disposizione 2 opzioni per votare: «via Social» utilizzando il tuo account social Facebook, Twitter o Google Plus; effettua il login e conferma il voto con un click. «via Email» inserendo nome, cognome e il tuo indirizzo di posta elettronica; per confermare il voto, verifica il tuo indirizzo email. e votare per la Cooperativa La Bitta Onlus, che in questo modo potrà accedere ai finanziamenti che UniCredit erogherà alle organizzazioni che hanno ricevuto più voti!! Con questo piccolo gesto, si potrà fare la differenza!
Grazie!!!!!
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25 novembre 2015:
una serata di riflessione in occasione della “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne” Monica Cupia ercoledì 25 novembre, in occasione della “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne”, l’Assessorato alle politiche sociali del Comune di Villadossola, insieme alla Cooperativa La Bitta, ha organizzato una serata di riflessione su questo fenomeno. E’ importante infatti non abbassare mai la guardia sull’argomento perché, sebbene notevoli siano stati i progressi nelle politiche nazionali mirate a ridurre la violenza sulle donne, rimane ancora molto da fare. Nella serata del 25 novembre sono andate in scena, presso la Sala conferenze del teatro la Fabbrica di Villadossola, parole e musica per ricordare quanto importante sia la ricorrenza, istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1999. Sul tema della violenza, protagoniste insieme a “Giù le mani”, l’Agenzia formativa Enaip e l’Associazione “Vento di teatro”, già presente lo scorso anno con la rappresentazione “eromA”. I ragazzi dell’Enaip ci hanno presentato un flash mob da loro realizzato qualche anno fa e un video di canzoni rap,
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scritte e cantate dagli stessi, sul tema della violenza di genere. Le attrici di Vento di Teatro ci hanno invece emozionato con la lettura di brani tratti dalla loro opera teatrale “eromA”, accompagnate dalla splendida chitarra di Tristano Lalomia. Con il suo sportello “Giù le mani” e la sua Equipe antiviolenza, La Bitta lavora da anni sul campo, collaborando con i vari soggetti che operano per la tutela e il sostegno di tutte le vittime di violenza. Dal 2014 inoltre la Cooperativa La Bitta aderisce a “Tiziana Vive”, rete di enti e soggetti che condividono l’impegno e gli scopi dell’Associazione omonima nel realizzare progetti e attività volti a contrastare il fenomeno della violenza di genere e di qualsiasi altra natura essa sia. Della rete fanno parte “Meti Associazione per la tutela degli abusati”, “Casa EditriceMammeonline”, “Soleterre”, “Fondazione Pangea”, “Amici dei Bambini”, “L’Isola che non c’è” e “Altreconomia”, tutti organismi che operano con l’obiettivo di condividere strutture e professionalità in grado di reagire alla violenza.
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Don Antonio Visco Un libro per ricordarlo Renata Motto, Guido Manera icordare un amico che ci ha accompagnati per un lungo tratto della nostra vita è importante. Quando questo amico si chiama don Antonio Visco lo è ancora di più. Un amico che con i suoi consigli, con la sua presenza costante, ma discreta e incisiva, ha guidato i nostri passi in un mondo non certo calmo e tranquillo. Un amico che ha dedicato la sua vita agli altri, che ha saputo realizzare e mettere a frutto le sue idee, realizzando poco alla volta i suoi progetti, ha saputo vedere oltre e programmare il futuro. Questo futuro oggi si chiama "Casa Don Gianni", "Centro per la famiglia", Cooperativa "Il Sogno", "Cooperativa "La Bitta", Casa Anziani della Valle Antrona e altro ancora. Raccogliere qui tutto ciò che ha fatto e pensato è impossibile. Ed è per questo che con un gruppo di amici abbiamo deciso di raccogliere tutto ciò che conosciamo di lui in un libro. Non sappiamo ancora come sarà, cercheremo di farci raccontare da lui, dai suoi scritti la sua vita. Sarà un lavoro
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lungo e impegnativo, la raccolta del materiale che riguarda la sua vita, la rielaborazione dei suoi scritti, delle sue prediche richiederà tempo. Siamo però sicuri che un aiutino verrà anche da lui, sempre nella nostra mente e nei nostri cuori, e che ci darà la forza di proseguire il nostro lavoro e di metterci l'entusiasmo necessario. Un aiuto, però, lo chiediamo anche a voi. Se avete materiale scritto oppure fotografico e volete farci partecipi della vostra amicizia con lui saremo ben lieti di accettarlo. Ci aiuterà a disegnare un quadro più completo della traiettoria di vita di don Antonio, così da rendere più completa la stesura del libro. Vi chiediamo solo di raccogliere l'essenziale e le cose veramente importanti. Potete far pervenire, entro il prossimo febbraio, il materiale in busta chiusa e con il vostro nome (in modo da potervelo poi restituire) presso "Casa Don Gianni", oppure telefonando a Guido e Renata tel. 338.3546888.
Dalla parte delle donne appiamo riconoscere la violenza contro le donne e chiamarla con il suo nome? Difficile forse, perché il fenomeno è caratterizzato da molte componenti e sfumature e si alimenta di luoghi comuni radicati, che contribuiscono a una diffusa sottovalutazione e minimizzazione del problema. Conoscerli aiuterà a definire i confini del problema. Conoscerli aiuterà, speriamo, le donne vittime di violenza a riconoscerli come tali, a non sdrammatizzare certi comportamenti maschili, a prendere coscienza dei pericoli e ad affrontarli come tali. La violenza contro le donne comprende tutte le azioni e le minacce di azione che possano provocare una sofferenza fisica, sessuale o psicologica; in alta percentuale tali violenze avvengono in un contesto di violenza domestica. 37
Laura Luisi Cos’è la violenza domestica La violenza domestica è l’insieme di abusi che si verificano all’interno di una relazione familiare o intima nella quale un soggetto cerca di esercitare il controllo e il potere sull’altro attraverso ripetuti atti di violenza. Le donne, principali vittime di violenza domestica, spesso subiscono abusi da parte dei padri, fratelli, ex mariti o ex fidanzati, persone con cui avevano o hanno un legame affettivo. Ecco uno dei documenti che la Regione Piemonte ha pubblicato sul suo sito a proposito di “violenza contro le donne”.
Dicembre 2015 Tra le varie tipologie di violenza, diamo ora qualche indicazione circa lo stalking. Cos’è lo stalking Lo stalking (letteralmente, “cacciatore in agguato”) qualifica comportamenti persecutori ripetuti da parte di un soggetto nei confronti della sua vittima; si tratta di un insieme di condotte vessatorie, che si manifestano con minacce, molestie, atti lesivi continuati e tali da provocare nella persona che le subisce un disagio psichico e fisico e un giustificato senso di timore. Condotte e comportamenti che generano tra persecutore e vittima una relazione “forzata” e “di controllo”, relazione che turba la vittima, condizionando il normale svolgimento della sua vita quotidiana e provocando nella stessa un continuo stato di ansia e paura.
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Dicembre 2015 Quali sono i comportamenti di uno stalker? Non è possibile ricostruire un modello di condotta standard, né un profilo uniforme dello stalker (colui che da la caccia), perché il fenomeno dello stalking non è omogeneo. Tuttavia sappiamo che nella maggior parte dei casi lo stalker è uomo, di solito partner o ex partner della vittima, ma anche un parente, un amico, un conoscente, un collaboratore, un vicino di casa. Lo stalker spesso è senza precedenti penali, non è affetto da disturbi mentali e non fa uso di sostanze stupefacenti o alcoliche, come solitamente si pensa. La gamma delle condotte che possono ritenersi assillanti o persecutorie è veramente varia, anche perché il reato1 si realizza in genere attraverso la combinazione di più azioni moleste. Tra le condotte più denunciate il sorvegliare, l'inseguire, l'aspettare, il raccogliere informazioni sulla vittima, il seguire i suoi movimenti; sono reato le intrusioni, gli appostamenti, i
pedinamenti e i tentativi di comunicazione e di contatto di vario tipo. Costituisce stalking anche la diffamazione della vittima, la minaccia di violenza nei confronti della vittima e anche dei suoi familiari, o di altre persone vicine, oppure nei confronti degli animali di famiglia. La dinamica che muove lo stalker verso le molestie assillanti si nutre di un’ossessione in crescita, e si alimenta dalla continua esigenza di soddisfare le proprie emozioni, i propri impulsi e desideri con stimoli crescenti, sempre nuovi, volti al proprio appagamento; tale dinamica trasforma, in un arco temporale variabile, comportamenti che in genere sarebbero assolutamente innocui in comportamenti particolarmente aggressivi e violenti. Ecco così che i comportamenti del persecutore iniziano a provocare “un grave disagio psichico”, nella vittima, unito alla paura per la sicurezza personale propria o di una persona vicina, una paura tale da pregiudicare in modo importante il suo modo di vivere, perché destabilizza la sua serenità e il suo equilibrio psicologico.
Come viene punito questo reato? L’art 612 bis del codice penale, al primo comma, punisce la condotta di “chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita, con la reclusione da sei mesi a quattro anni, salvo che il fatto non costituisca più grave reato. Ai sensi del secondo comma, inoltre, la pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. E’ previsto un aumento della pena fino alla metà, se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in gravidanza o di una persona con disabilità. Si procede quando la donna denuncia il fatto, oppure si può procedere d’ufficio, quando il fatto viene commesso nei confronti di un minore di età oppure di una persona con disabilità. Il reato è inoltre procedibile d’ufficio quando il soggetto sia stato ammonito, ai sensi dell’art 8 d.l. m. 11/2009, convertito in legge n. 38/2009. Secondo questa recente normativa, infatti, la vittima di violenza, prima della denuncia, può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza, facendo richiesta al questore di “ammonimento” nei confronti dell’autore della condotta. Il questore, quindi, dopo aver assunto le necessarie informazioni dagli organi investigativi e dalle persone informate dei fatti, nel caso in cui ritenga l’istanza fondata, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento. L’ammonimento diventa quindi la premessa di un procedimento d’ufficio, se la condotta persecutoria persiste.
Quali i comportamenti che è consigliabile adottare nel caso in cui si è vittima di atti persecutori? Un semplice ed efficace “vademecum” può essere di aiuto ad ogni donna che si riconosca nella figura della “vittima”.
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prendere consapevolezza del problema è già il primo passo per risolverlo “dire no” in modo inequivoco ad una relazione indesiderata, cercando di non cadere nella “trappola” della giustificazione o della comprensione, perché nulla può giustificare i comportamenti persecutori dimostrare indifferenza, anche se sembra difficile gestire lo stress, perché lo stalker si sente più potente se la vittima manifesta paura o reagisce con rabbia essere prudenti, soprattutto fuori casa, e cercare di modificare i propri percorsi abituali evitando i luoghi isolati tentare di ottenere, in caso di molestie telefoniche, una seconda linea e utilizzare progressivamente solo quest’ultima; registrare poi le chiamate (anche quelle mute), ricordando che per fare ciò, è necessario rispondere e mantenere la linea per qualche secondo (senza parlare), in modo da consentire l’attivazione del sistema di registrazione dei tabulati telefonici tenere un diario per riportare gli eventi più importanti che potrebbero risultare utili in caso di denuncia. raccogliere il maggior numero possibile di dati relativi alla molestie subite, conservando ad esempio lettere, sms o mail a contenuto offensivo o intimidatorio tenere sempre a portata di mano un cellulare per chiamare in caso di emergenza: se ci si sente in pericolo, chiedere aiuto, chiamare un numero di pronto intervento come il 112 o il 113 oppure rivolgersi al più vicino Comando Carabinieri o Ufficio di Polizia. contattare il Servizio “Giù le mani” della Cooperativa La Bitta, per avere ascolto, accoglienza, consigli e assistenza, prima di procedere alla denuncia o alla richiesta di ammonimento.
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Chi è senza peccato...lanci il primo piatto!
Un appuntamento del percorso Survival Don Massimiliano Cristiano e Don Stefano Grandi
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li urti quotidiani finiscono per far soffrire o ferire; e l’elenco è lungo: scontri sull’educazione dei figli, sulla politica, sul modo di gestire i soldi, sull’atteggiamento verso i nonni. E ancora: irritazione per i tic, le lentezze, il vestito, le musonerie, le recidive. Parole che feriscono, dette senza controllo; tensioni sulla manutenzione della casa, per le discussioni in macchina, per i rimproveri per chi è troppo preso dal suo lavoro. Non ascolto, diversità di carattere, insoddisfazione davanti alla mediocrità dell’altro. Amore espresso in modo insufficiente, silenzi. Discussioni per provare se stesso, provare l’amore, difendere il proprio spazio, dire le proprie delusioni. Piccole dispute dovute alla fatica, al nervosismo, ecc.
Chiedere perdono è riconoscere di aver sbagliato per costruire meglio il rapporto d'amore. A prescindere dalle motivazioni e situazioni, bisogna accettare gli errori dell'altro perché nessuno è perfetto. Si dice “Chi ama veramente perdona tutto!” Il perdono è un atto di giustizia o di amore? La relazione della coppia è basata sull'amore e non sulla giustizia!
Perdonare vuol dire amare. Senza l’amore il perdono non ha né ali né radici. É un gesto vuoto di significati, di pacificazione solo apparente. Perdonare significa ricostruire insieme su fondamenta solide, entrare in comunione profonda con l’altro, capire le sue ragioni. Ecco perché il perdono non va in una sola È difficile dimenticare, ma è anche possibile direzione: si perdona e, allo stesso tempo, si è perdonati. imparare la rara arte del perdono. Il matrimonio è la relazione che più ci mette alla prova, che La parola perdono deriva dal latino “per dono”, dove quel più di ogni altro i fa emergere le nostre immaturità e quindi “per” indica perfezione, per cui il perdono è il dono perfetto, è indispensabile imparare a perdonarci per quello che completo. siamo. Tutti noi abbiamo nel cuore desideri di pace, di solidarietà, di perdonare ed essere perdonati. Il perdono profondo si pone in un altro orizzonte di senso, che è quello del “dono”: perdonare è “donarsi”, è offrire se A volte perdoniamo con le parole, ma non stessi come riscatto, è farsi dono, nonostante sia l’altro che veramente. mi deve qualcosa. Cosa donarsi? La volontà fattiva di Questo è un tipico errore che s'incontra in alcune coppie. essere migliori – per chi ha sbagliato – ma anche la capacità di contenere il male altrui in un contesto di amore. Non possiamo dire all'altro: “Ti perdono solo se...” Perché il perdono deve essere totale e libero o non si può E allora, perché perdonare? chiamare perdono. Il ricatto non è perdono! Per “donare” vita, per “donare” amore, ricambiare l’altro non con il male che mi ha fatto, ma con il bene che gli Non possiamo dire all'altro: “Non ci pensiamo più...” “dono”. Questa esperienza esige una grande libertà Perché il perdono non è amnesia del torto, ma sforzo di interiore in colui che deve perdonare. capire il perché si è arrivati a ciò! Il perdono fa parte della vita quotidiana, mettiamocelo in Non possiamo dire o pensare: “Tanto poi le passa...” testa, e non è, come qualcuno pensa, una debolezza. perché non va sottovalutato lo stato d'animo di una persona
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Dicembre 2015 che si sente offesa, ma dobbiamo avere più attenzioni Perché non è facile perdonare? verso ciò che mette a disagio il nostro partner. Non è facile perdonare perché dipende dai vissuti di vita personale e familiare trascorsi. Se uno non ha mai vissuto il Non è umano perdonare perdono dentro la sua famiglia, ma la vendetta, il Il male può assumere delle dimensioni in cui il perdono non risentimento, la rabbia, etc... come potrà perdonare? solo può apparire impossibile, ma risultare quasi disumano. Siamo esseri umani, soggetti imperfetti, ma in via di Non è facile perdonare perché non ci mettiamo nei panni perfezione. dell'altro per meglio comprendere il fatto. Umanamente siamo portati a difenderci più che a riconoscere i nostri errori. Non è facile perdonare perché perdonare significa entrare La natura, però, ci viene incontro, perché in Amore tutto è nel mondo dell'altro e accettare i suoi limiti che non sono i possibile, in quanto esso eleva la nostra umanità alla sua nostri! vera origine: il Bene. Non è facile perdonare perché a volte non riusciamo a comunicare quello che desideriamo, lasciando spazi alle incomprensioni! Non è facile perdonare perché ci hanno toccato nei nostri valori fondamentali e ci sembra impossibile ricominciare! Sa perdonare solo chi è stato a sua volta perdonato. Il limite del perdono è quello che fissiamo noi. Un clima adeguato L’attenzione, prendersi cura dell’altro considerandolo unico e irripetibile, è il clima giusto perché un legame permanga nel tempo. Questo clima ci permette di star bene con noi stessi, sentire la fiducia dell’altro, soddisfare i nostri bisogni. Camminare insieme con chi ci ama è una scelta che richiede costante attenzione ed impegno. Occorre comunicare veramente, esprimere i bisogni personali, perché vengano capiti, occorre considerare le esigenze di ciascuno. Solo se abbiamo il coraggio di dirci ciò che abbiamo bisogno per noi, di insegnarci nello specifico come desideriamo essere trattati, recupereremo rispetto ed accettazione, benessere e pienezza di vita a due. Volete essere felici un istante? Vendicatevi! Volete esserlo sempre? Perdonate!
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04/2015 03 Buon Natale - Editoriale Carlo Squizzi 04 Feman+... a che punto siamo?… le Feman+ 06 Ciao Benu Don Massimiliano Cristiano 07 E’ Natale: non c’è posto per loro Carlo Squizzi 08 Lettera aperta alle persone della Valle Antrona Simonetta Valterio 10 Intervista a Demba Selene Silvia Gallacci 14 Anche quando fuori piove Vincenzo De Cunto 16 A Baceno è nato il micronizzo Girotondo Silvia Alessandrini 17 Che fine ha fatto Echino? Giuliana Saletta 18 L’alimentazione: non solo nutrimento Roberta Mantovani 19 La cena della solidarietà Vittoria Allegranza 20 I lavori di ristrutturazione Carlo Squizzi 20 Amori in corso 2016 Samantha Brandini 21 Il Viaggio a cura di Alvi 22 Dalla biblioteca di Don Antonio gruppo invito ala lettura 23 La psicomotricità Laura Sartor 25 Il lavoro delle persone svantaggiate… Robertino Pozzetta 27 Il viaggio 2016 Vittoria Allegranza 28 Una pizza per tutti… Ilaria Farioli 28 Messa delle Rose Samantha Brandini 29 Il Cineforum Alessandro Magrì 30 Tangoloso: voglia di Tango Claudio Maulini 31 Un intruso tra noi Manola Vadalà 32 Le idee sbagliate sull’amore Cupia Monica 34 L’Associazione Alternativa A…e Il mio dono La redazione 35 La Cooperativa La Bitta e il mio dono La redazione 36 25 novembre 2015 Monica Cupia 37 Don Antonio Visco un libro per ricordarlo Renata Motto, Guido Manera 37 Dalla parte delle donne Laura Luisi 40 Chi è senza peccato… Don Massimiliano Cristiano
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