Periodico d’informazione CasaDonGianni Mondo
01/ 2016
Alla maniera di Vincent van Gogh SPED.IN ABB.POSTALE GR.IV PUBBL.INF.70%
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Cav. Mario S.p.a.
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Editoriale Questo anno proviamo a trasformare in editoriali, sui temi affrontati nella rivista, gli scritti o i pensieri di don Antonio. Lo facciamo sfruttando il lavoro di raccolta che un gruppo di persone sta facendo in vista di un libro su di lui. Questo numero dedica ampi servizi al grave lutto che ha colpito la comunità di Montescheno con la morte, sotto una valanga, di Davide e Manuel. Due giovani vite spezzate nel giorno gioioso di una giornata su una neve tanto attesa.
La festa e la morte Un forte contrasto, un segnale che fa pensare. Scriveva don Antonio in merito ad una analoga tragedia di un altro paese ossolano: “C’è un tempo per gioire e c’è un tempo per piangere, ma dopo la gioia che non ha lasciato il tempo per la sofferenza, è giusto che ci sia il tempo per il ripensamento. Un ripensamento che porta a stare accanto alle famiglie colpite dai lutti; un ripensamento che induce alla riflessione nei giovani, sui giovani, sui ragazzi e sui nostri progetti educativi famigliari ed istituzionali, un ripensamento che porta la Comunità a vivere le sue gioie e i suoi dolori con una nuova e più sintetica capacità di lettura. La festa di chi sta male non è mai uguale alla festa di chi sta bene. Ho sentito il bisogno personale di rileggere questi due eventi: la festa e la morte, perché sono capitati contemporaneamente e con forte intensità emotiva, sul duplice versante. Spesso e in ogni paese del mondo i due eventi si abbinano, sempre sono accanto a noi, anche se non li osserviamo con la stessa attenzione. Noi stessi stiamo ora da una parte e, in altri momenti dall’altra. La vita ci porta ora qui ed ora là; oggi nella festa, domani nel dolore, oggi nella vita, domani nella morte. Quel che conta per tutti è una forte presenza a noi stessi e alla nostra coscienza umana, perché, se siamo in festa, non possiamo dimenticare chi soffre e chi muore e se siamo nel dolore non cadiamo nella disperazione, perché anche per noi possono tornare la festa e la vita. Le due realtà, solo apparentemente, si contrappongono e si escludono. Sotto sotto si alternano in quasi egual misura (chi oggi fa festa, domani può piangere e viceversa) e, più in profondità, dovrebbero toccarsi e richiamarsi a vicenda. Allora chi fa festa non dimentica chi soffre e la sua festa sarà più bella e più profonda; chi soffre sente di essere accompagnato da chi è più sereno per tornare a credere alla vita e alla solidarietà.”
Carlo Squizzi
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La famiglia di fronte alla perdita: quando il lutto sovverte l'ordine naturale delle cose la Redazione Il concetto di morte
c'è un tempo entro il quale si debbono realizzare le proprie aspettative, desideri, ambizioni. Citando lo stesso Cardinali: «Poter parlare della morte significa capire il senso della vita. Possiamo difendercene perfino rimuovendola, ma la nostra stessa ragione ci costringe a farci i conti». (F. Cardinali, rivista "Terapia Familiare", 1997)
La morte fa parte dell'esistenza di ciascun individuo, e con essa la separazione dagli altri significativi. Tutto ciò che ha un inizio prende forma, scandendo il suo percorso nella durata che va verso la fine. "Inizio e fine", "nascita e morte", sono punti estremi di una stessa realtà, a intercorrere tra loro una terza dimensione: il tempo. La morte dunque è un fatto biologico, i suoi effetti un fatto culturale. Ogni essere umano prende consapevolezza della morte quando questa dimensione entra in contatto con il suo mondo percettivo. Murray Bowen (padre della Psicoterapia familiare negli Stati Uniti, anni '60 e '70), afferma che non tutte le morti hanno la stessa importanza. Quando la perdita è significativa, come la morte di un genitore, di un figlio o del coniuge, la dimensione della morte si sente più vicina: non tanto nel tempo, quanto nel pensiero. «La vita - scrive Lidia Ravera (Scrittrice) - prende luce come alcune cattedrali che prendono luce dal di fuori. In qualche modo, riesci a valorizzare la tua esistenza solo quando sai che sta finendo; a questo punto, dopo una vita dedicata al culto del cambiamento, si diventa vessilli della continuità, sentinelle della durata». (Ravera L., "Sorelle", 1994)
Come sostiene la teoria psicoanalitica, non parlare della morte significa eluderne l'esistenza, rafforzando la narcisistica convinzione di immortalità. Quando subiamo un lutto, perdendo una persona a noi cara, prendiamo coscienza della morte, intesa come fase conclusiva del ciclo vitale. È in questi casi della vita che parlare della morte, diventa una necessità comune. Di fronte alla morte: tra negazione e accettazione La difficoltà principale, dunque, è nel riconoscere la propria mortalità. Nella cultura occidentale contemporanea prevale il tentativo di vivere come se la morte fosse una realtà che "non mi riguarda", e la "morte esiste solo come morte degli altri". Un maestro tibetano, SogyalRinpoche, scrive: «Nonostante le sue conquiste tecnologiche, la moderna cultura occidentale non ha una reale conoscenza della morte. Agli occidentali viene insegnato a negare la morte, che viene presentata solo come annientamento e perdita definitiva». Quando però la morte ci colpisce da vicino, interrompendo legami significativi, parlarne diventa una necessità fondamentale ma, al tempo stesso, questa capacità non è così scontata. Poterne parlare significa potersi permettere di farlo consentendo di metabolizzare, quindi di rendere digeribile, la sofferenza per la perdita di una persona cara.
Prima che la famiglia subisca una morte significativa, è come se le generazioni precedenti proteggessero da essa quelle successive, poi man mano ciascuno si sente in prima linea. Tutto questo fa sentire maggiore l'intensità della vita: di quello che facciamo, pensiamo e sentiamo. È come se la vita diventi più presente man mano che diventa più presente la morte, come afferma un altro Psicoterapeuta familiare, Federico Cardinali. L'Autore intende affermare che l'attaccamento alla vita diventa più prezioso man mano che la concezione della morte diviene più chiara, più consapevole. In altri termini che
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Aprile 2016 L'organizzazione familiare nell'elaborazione del lutto
Nei sistemi relazionali chiusi, i familiari che hanno subito un lutto trovano solo per un periodo di tempo limitato la solidarietà degli altri, potendo quindi parlare liberamente dell'evento e aprirsi al pianto e alla sofferenza. Dopo un po' però è come se discorsi forti, fatti di sofferenza e dolore, non volessero più essere ascoltati dagli altri, o almeno non con i toni ancora marcati dalla disperazione. Non è semplice accettare la separazione definitiva da un altro significativo. Spesso infatti molte persone e famiglie tendono a difendersi dall'affrontare tale realtà negandola (la negazione quale meccanismo di difesa). Accade poi che, a livello inconscio, la soglia del controllo necessario per la negazione, in alcuni momenti si abbassi e la realtà si faccia sentire, stridendo con la protezione agìta per non affrontare l'evento luttuoso. L'incontro "scontro" tra la realtà e la negazione fa sì che le persone coinvolte nel gioco relazionale della difesa dalla realtà si rendano conto della propria inadeguatezza, intesa come incapacità di far fronte a quanto realmente accaduto. Emozioni soverchianti, connesse alla perdita, possono persistere per diverso tempo. Non di rado la sofferenza continua a manifestarsi ancora dopo tre anni, cinque o otto dalla scomparsa di un caro.
L'elaborazione del lutto innesca un processo di differenziazione, ovvero la capacità di andare avanti nel proprio percorso di vita, mantenendo il ricordo della persona scomparsa. Diversamente, la perdita non vissuta emotivamente, quindi non elaborata, può condurre a un arresto nell'evoluzione del ciclo vitale. Nel tentativo di controllare e negare l'angoscia della morte, il sistema familiare mette in atto una dinamica all'interno della quale il cambiamento, la crescita e quindi la trasformazione vengono negati e ostacolati nell'illusione di fermare il tempo. L'evento luttuoso vissuto e affrontato, nella sua dimensione della rabbia prima, del dolore poi e della graduale differenziazione, consente il riattivarsi delle risorse della famiglia. Se il lutto di una persona cara viene elaborato, ovvero emotivamente vissuto, consente, a un certo punto della vita dei sopravvissuti, di riprendere la propria dimensione evolutiva, evitando il blocco del tempo alla fase precedente alla scomparsa del congiunto. Il terapeuta quindi deve supportare e sostenere la famiglia nelle sue fasi del lutto che «vanno rispettate senza correre», come sostiene Maurizio Andolfi (Psicoterapeuta familiare). Afferma Anderson (Scrittore): «la morte conclude la vita, ma non conclude una relazione che continua nella mente del sopravvissuto» (1970). Nel vuoto lasciato da chi non c'è più, il sopravvissuto mantiene viva la relazione, il legame, nel ripercorrere e narrare ricordi, nell'esperire e condividere emozioni con quanti come lui erano affettivamente legati alla persona scomparsa. Dopo la morte l'altro e la relazione con lui continuano vivere "in" chi lo amava.
Il sentimento di perdita: il lutto Nel suo libro "Sorelle", Lidia Ravera afferma: «Io esisto ancora, tu non ci sei più, come parli di te o non ne parli, sono sempre minacciata dal pianto. Devo fare ricorso più volte nella giornata a una pacatezza al quanto più ragionevole, rallento il ritmo, abbasso il tono della voce, economizzo gli aggettivi. La tua morte ha rarefatto l'atmosfera. Niente ha alcun potere sulla morte, luogo della sconfitta della parola, eppure abbiamo parlato per 40 anni io e te; adesso parlo solo io, tu non parli più, non c'è risposta, né un sorriso, niente». (L. Ravera, 1994)
La famiglia di fronte alla morte: possibili reazioni La reazione delle famiglie di fronte alla morte può realizzarsi, come afferma Bowen, attraverso due distinte modalità: 1. sistema relazionale aperto 2. sistema relazionale chiuso Il primo corrisponde alla possibilità di comunicare una notevole percentuale di pensieri, sentimenti e fantasie interiori a un'altra persona. Il secondo è un riflesso emotivo automatico che protegge il sé dall'ansia presente nell'altro. Sulla base di questo riflesso la maggior parte della gente afferma di evitare discorsi diretti che possano turbare, entrando nel vivo della perdita e del vissuto del lutto. In realtà a turbare maggiormente è la difficoltà vissuta dall'interlocutore nel gestire e reggere l'ansia altrui.
La morte di un altro significativo evoca quindi forti sensazioni, aprendo una nuova dimensione relazionale, che nella sua definizione ufficiale prende il nome di "lutto". Per lutto s'intende una serie di comportamenti rituali, come ad esempio il cambiamento di abitudini e regole, quindi rituali anche emotivi e strutturali, oltre a quelli più formali del funerale e altro. Tutto ciò è accompagnato da uno stato psicologico a volte appunto devastato, dove anche le azioni più banali sembrano essere irrealizzabili a causa della sofferenza soffocante che caratterizza il periodo successivo alla scomparsa di un "altro" significativo. Il ricordo della persona defunta, i vissuti condivisi con essa continuano a vivere appropriandosi del presente e, soprattutto nella fase iniziale, l'assente diventa "grande presente", le
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Aprile 2016 emozioni e gli affetti nei suoi confronti si rafforzano. Se quindi parlare della pedagogia della rinuncia e del lutto come venissero meno, si perderebbe ogni traccia dell'altro. variabile inseparabile dalla vita. Maria Luisa Campobasso (Psicoterapeuta familiare) afferma: Il vissuto emotivo della coppia - Lo squilibrio della «In ogni separazione si concretizza una morte. Separarsi da coppia una persona o da una situazione comporta comunque una ridefinizione della propria esistenza e del proprio modo di È tipico delle coppie che perdono un figlio perdere il proprio continuare ad essere». equilibrio e allontanarsi, a volte anchei n maniera definitiva. Il problema è che la morte di un figlio non cambia soltanto gli La fine di una relazione, di un'epoca evolutiva, influenza equilibri, ma li sconvolge: come se anche tutto il resto comunque la crescita successiva, sia dell'individuo che del morisse. sistema relazionale coinvolto. Quello che viene richiesto è La morte, utilizzando le parole di Eugenia Scabini (Psicologa), gestire la propria esistenza affrontando il dolore della «è un evento normativo, ovvero prevedibile, che diventa però separazione, evitando il blocco a una determinata fase paranormativo quando la morte dei genitori viene preceduta evolutiva, quella in cui si è verificata la perdita stessa. da quella di un figlio». La reazione genitoriale a seguito della morte di un figlio passa, in un primo momento, da un piano della relazione reale a uno ideale, dove prevale il ricordo del figlio morto e, come nelle prime fasi di vita, torna a dominare la fusionalità nel rapporto con il figlio stesso. Eugenia Scabini, nella delineazione del ciclo di vita familiare, si riferisce alla coppia di mezza età come "famiglia trampolino di lancio", dove l'uscita di casa dei figli comporta una rinegoziazione nel rapporto di coppia. Ben diversa è la condizione di genitori che perdono un figlio: quel vuoto diventa un pieno di sofferenza e incapacità, almeno iniziale, a far sì che la coppia rimanga in piedi trovando un nuovo equilibrio. Considerazioni conclusive: la reazione alla morte La morte di una persona cara mette in discussione, spesso in maniera anche radicale, molti aspetti come la visione della vita, il modo di pensare e di comportarsi. Ne deriva pertanto che la famiglia, dopo la morte di una persona cara, deve far fronte, oltre alla perdita stessa, anche ai cambiamenti individuali generati nei singoli membri (non si è più madri di..., ma si diventa l'essere stata madre di..., oppure l'essere stata figlia o moglie di...). Ciascuno nella sua reazione all'evento luttuoso si ri-organizza sia in funzione delle risorse del gruppo familiare, sia in base alle risorse e alle necessità individuali. Gli effetti trasformativi di questo nuovo assetto non sono immediatamente chiari al resto della famiglia, che a livello gruppale ha perso il proprio equilibrio. «Resta comunque il fatto - afferma Bowen - che la morte o la minaccia di morte è soltanto uno dei tanti avvenimenti che possono turbare una famiglia». È infatti evidente come le continue rinunce e separazioni, pur di lieve spessore, segnano profondamente la nostra identità arrivando anche in alcuni casi a costruirla. Ciò è tanto più vero durante gli anni dell'infanzia: perdite significative vissute in questa fase evolutiva (lutti, "sradicamenti", trasferimenti), possono influire notevolmente sullo sviluppo, lasciando un segno a volte indelebile. Possiamo
Bibliografia Bowen M., "Dalla famiglia all'individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare", Astrolabio,Roma, 1980 Scabini E., "L'organizzazione famiglia tra crisi e sviluppo", Franco Angeli, Milano, 1998 Andolfi M., D’Elia A., “Le perdite e le risorse della famiglia”, Cortina Raffaello, 2007 Cardinali F., “Il vivere e il morire. Incontri e domande nell'esperienza di uno psicoterapeuta”, in "Rivista Terapia Familiare", nº53, marzo 1007, APF, pagg. 37/43 Ravera L., "Sorelle", Mondadori, Milano, 1994 Marchetti T., www.humantrainer.com
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Con la promessa di portarvi con noi Gli Amici della Val Brevettola e lo raccontano le favole, i libri e i film che ci accompagnano mentre cresciamo. E lo fanno i nostri genitori, gli amici e i parenti più grandi. Ci spiegano che la vita non è tutta rose e fiori, che ai momenti belli si alterneranno, per forza di cose, anche periodi difficili. Giorni in cui bisognerà stringere i denti, senza perdersi mai d’animo, e continuare a lottare fino a quando finiranno. In un certo senso, però, è come se crescessimo tutti in una sorta di fiaba, in cui basta combattere a testa bassa per superare le difficoltà. E alla fine si passa oltre, sempre. Basta dare il meglio di noi stessi, e le cose tornano sempre come prima, come il Sole dopo un lungo temporale. Lo scontro con la realtà arriva proprio qui, in questo snodo. La differenza tra il mondo vero e il mondo che immaginiamo, è l’esistenza di punti di non ritorno. Dei momenti in cui non si può far altro che andare avanti, accettando l’idea di non poter più sistemare nulla, l’idea che qualcosa è stato perso per sempre. E alla fine ci accorgiamo tutti, presto o tardi, che la vita è fatta anche di questo. Noi, amici di Davide e Manuel, ce ne siamo accorti così. Fino al giorno prima il pensiero era rivolto in avanti, come se la vita ci consentisse di spingere sull’acceleratore senza mai frenare. Poi, di colpo, uno scontro forte, un impatto doloroso con la realtà. E ricominciare ad accelerare con la stessa irruenza, non è semplice. Abbiamo perso due amici, due pilastri di un gruppo consolidato, che in quei momenti si è sentito mancare la terra sotto i piedi. Manuel era uno dei più grandi. La tipica persona che sa tirare gli altri, quel gruppo di ragazzi che lui
stesso aveva contribuito a unire partendo da zero. Davide, invece, era il più entusiasta: uno che difficilmente si tirava indietro. Ciò che più li accomunava, però, era l’intensità con cui vivevano la propria vita. Quante volte Manuel tornava a casa tardi la sera, e il mattino dopo inviava foto in montagna, dopo aver dormito appena qualche ora. Oppure Davide, che piuttosto di rinunciare ad una camminata o ad una bevuta insieme a noi, si faceva in quattro per incastrare mille impegni. Qualcuno in questi giorni ha parlato di due vite concentrate. Un po’ come i barattoli di pomodori pestati della nonna, compressi a più non posso per rendere più denso il loro contenuto. Sembra quasi che ci fosse un disegno, una forza che li spingeva a compattare più esperienze e istanti possibili, quasi consapevoli che avrebbero avuto poco tempo per farlo. È triste quando ci si rende conto che i loro barattoli, in effetti, erano più piccoli di quanto immaginassimo. Infonde un po’ di speranza, però, pensare che la loro vita intensa non sia un caso. Che possa esserci qualcosa di definito a contorno dell’esistenza di tutti, e che noi esseri umani non siamo delle semplici pedine immersi nel caos. È una piccola consolazione, che forse aiuta ad attutire un po’ il dolore della botta che portiamo dentro, e che ci ha sbalzati in avanti senza che ci accorgessimo. Avremmo tutti voluto continuare a crescere con loro, insieme. Invece, in un istante, ci siamo trovati tutti più maturi, un po’ come dei frutti lasciati per un pomeriggio sotto il sole di luglio. Una crescita forse forzata, e che ci ha proiettati all’improvviso nel mondo dei grandi. Però non è tutto qui. Non è solo questo. Ciò che Manuel e Davide ci hanno lasciato è molto, molto di più. Quei centimetri di statura in più che ora ci troviamo e ci rendono più grandi, non sono frutto soltanto di una tragedia, di un impatto violento con la vita. Lì c’è di più, c’è una ricchezza di emozioni, di storie, di avventure che abbiamo vissuto insieme, e che sono rimaste a noi. C’è un legame umano che la morte non ha spezzato, e che dentro di noi forse abbiamo addirittura rafforzato. I ricordi scorrono nelle nostre menti, ci avvolgono e lasciano ad ognuno un mattoncino da portare con noi. E in questo insieme di episodi, di esperienze, di cose che abbiamo imparato da loro, Manuel e Davide continuano a camminare con noi. Dopo questo periodo ci siamo tutti ritrovati un pochino più grandi, semplicemente perché dentro di noi è rimasto un pezzetto di loro.
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Don Antonio Visco due anni dopo: una giornata in sua memoria Guido Manera ono passati due anni, era il 13 febbraio 2014 quando la comunità di Montescheno apprendeva con dolore la partenza per la casa del Padre del suo amato parroco don Antonio Visco. Si è voluto ricordare la sua figura domenica 14 con una giornata a lui dedicata, iniziata con la Messa nella chiesa parrocchiale di Montescheno, dove per circa cinquant'anni ha celebrato senza interruzione. Molto amato dai suoi parrocchiani, che vedevano in lui oltre che un padre spirituale anche un amico. La Messa è stata celebrata da don Alberto Andrini e seguita da moltissimi amici e volontari di Casa don Gianni, uno dei suoi tanti progetti realizzati dalla sua mente profetica. Come citava Carlo Squizzi nella conclusione finale, aggiungendo che don Antonio è stato il prete che ha saputo coniugare in modo efficace l'accoglienza con l'ascolto e la condivisione, ed ha testimoniato il Dio dell'amore e della misericordia. Dopo Messa è seguito un momento di preghiera e di riflessione al camposanto dove riposano le sue ceneri, accanto a quelle di Mamma Cesira e ad un pugno di terra Russa nella quale trovò la morte suo padre . La giornata è proseguita nel salone di Casa don Gianni, con un pranzo conviviale al quale hanno partecipato un
centinaio di persone che si sono date appuntamento come una grande famiglia, così come aveva fatto tante volte, quando era in vita, don Antonio. Al termine, don Sergio Chiesa ha analizzato la parola e la figura di Papa Francesco molto amato e stimato da don Antonio. La sua elezione aveva rappresentato per lui una gioia, un sollievo e soprattutto una nuova speranza per una Chiesa finalmente più aderente al Vangelo. Come sottolineato da un intervento, don Antonio aveva già incarnato questa chiesa con il suo stile di vita sobrio, in aiuto agli emarginati, ai bisognosi e l'elezione di Papa Francesco ha consentito di riaprire la strada a quella Chiesa Conciliare, fonte di ispirazione per la vita di molti preti che avevano iniziato il loro ministero proprio dopo il Concilio. Fra loro certamente don Antonio ma anche don Gianni Luchessa e don Luigi Del Conte. A conclusione dell'incontro, don Renato Sacco ha ricordato la sua amicizia, sottolineando le difficoltà che don Antonio ha incontrato nei suoi anni di lavoro pastorale. Ricordiamo che il ricavato della giornata è stato destinato al Fondo di Solidarietà Casa don Gianni per aiutare le famiglie in difficoltà.
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Caro don Visco... A due anni dalla scomparsa, un'altra lettera per il Paradiso Carissimo amico Antonio, siamo a febbraio; il giorno 13 è stato il secondo anniversario della tua partenza per la casa del Padre. Come dice la canzone, "hai preso il treno per paradiso città". Purtroppo quel treno non funziona come i nostri sulla terra: è un treno di sola andata. E questi momenti particolari, che toccano gli affetti più cari, ci mettono a dura prova e ci ricordano dolorosamente i passaggi necessari che dobbiamo compiere tutti nella corsa verso Dio, pur nella certezza che con la morte non finisce tutto. Una sedia vuota, la tua voce che risuona nella nostra cucina... tutto questo è ancora presente dentro di noi, e non se ne andrà facilmente. A ogni ricovero di Renata, ci scrivevi una lettera, una "impegnativa per il ricovero". Ora queste lettere non le avremo più, quindi adesso tocca a noi scriverti dove ti trovi, per dirti come vanno le cose quaggiù. Sentiamo tutti la tua mancanza, noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerti quarantatré anni fa, noi, che assieme a una moltitudine di amici, abbiamo camminato con te fino alla tua partenza. Tanti progetti nascevano dalla tua mente e tanto lavoro c'era da fare per realizzarli, ma accanto a te la fatica e il freddo delle riunioni nei locali con poco riscaldamento non si sentivano, tanto era l'entusiasmo che ci infondevi con i tuoi progetti. Sappiamo che da te sono arrivati alcuni di questi nostri amici a farti compagnia. Ad esempio, in questi giorni ti ha raggiunto Daniela, e poi anche due ragazzi di Montescheno: Davide e Manuel. Quando eri con noi hai sempre trovato le parole per dare un senso alle partenze da questo mondo. Ma le morti premature lasciavano anche a te un grande dolore ed una grande amarezza. Immaginiamo che da lassù avrai una visione migliore della situazione. Chissà come ci vedi nel portare avanti i tuoi progetti e quelli che stiamo faticosamente costruendo senza il tuo aiuto. Ora che non ci sei più è un compito diventato più faticoso, ma noi non ci arrendiamo: di questo puoi star certo! Abbiamo imparato tanto da te. Ci hai insegnato a essere decisi e umili, ricordandoci che stare accanto a chi soffre, agli anziani, ai poveri è faticoso ma gratifica molto. Tu vigila da lassù, e magari mandaci qualche suggerimento, quando vedi che stiamo facendo qualche sciocchezza. Dio ti aveva chiamato a essere un suo pastore, ti aveva dato un gregge da custodire, e tu hai fatto quanto era in tuo potere per seguire la sua volontà. Ti ricordiamo buon pastore, buon amico e buon padre: severo quando necessario, ma attento e presente, sempre accanto ai bambini dell'asilo e agli anziani della casa di Montescheno, uno dei tuoi tanti progetti. E con una stima e considerazione particolari per Papa Francesco. Già all’inizio del suo pontificato hai visto in lui quella Chiesa che tanto desideravi: attenta ai problemi della gente, vicina ai poveri e agli emarginati; la vera chiesa di Dio. Grazie, caro amico, per essere stato con noi. Il dolore della tua partenza ci affligge sempre, ma ci aiuta anche a non dimenticare che siamo uomini, non esseri immortali. A presto.
I tuoi amici Renata e Guido 9
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La via silenziosa per il Cielo: un altro angelo ci aiuta da lassù Guido Manera
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olti di coloro che leggeranno questo articolo non hanno conosciuto Daniela, che oggi vogliamo ricordare qui con tutto l'affetto che ha saputo suscitare in noi. Anche Daniela ha fatto parte, insieme al marito Alberto Margaroli, del grande gruppo di amici e di volontari che hanno contribuito alla nascita di Alternativa a..., e di conseguenza di "Casa don Gianni" e di tutto ciò che don Antonio ha creato. Ci ha lasciati troppo presto, e volutamente in silenzio, poiché anche in vita poco amava celebrazioni e retorica. Vogliamo qui parlarne attraverso i pensieri di una sua carissima amica, Adele Zanni, per ricordarla nell'essenziale, nonostante la ricchezza della sua vita. "Daniela credeva nei valori alti: giustizia, pace, uguaglianza, amore per i poveri e per gli emarginati. E ha cercato di vivere questi valori con coerenza e continuità, impegnandosi nell'ambito religioso e sociale. Era sensibile, generosa e disponibile, ma anche combattiva: non si arrendeva facilmente. Amava conoscere e ricercare, e in ogni aspetto della vita andava in profondità, senza accontentarsi di risposte facili e scontate. Tra le tante esperienze che ci hanno accomunate e che hanno contribuito a rafforzare la nostra amicizia, la più importante è stata la dedizione al gruppo San Marco (Bognanco), nella casa parrocchiale della piccola frazione, adibita a punto d'incontro sullo stile delle comunità di base degli anni 75/80, dove adulti, familiari e bambini si ritrovavano una volta al mese, dando vita a una bella comunità. Coadiuvati dai tre sacerdoti, don Antonio, don Luigi e don Gianni, si faceva vita comunitaria anche per vari giorni, approfondendo vari temi, pregando,
discutendo e giocando con i bambini. In queste esperienze, che ci aiutavano a maturare, la presenza di Daniela non era mai secondaria. L'impegno che Daniela ha prestato come volontaria all'ANFFAS l'ha coinvolta molto, permettendole di mettere a frutto la sua creatività e le sue capacità ed esperienze di ex insegnante. Molto tempo ha poi dedicato al gruppo di recupero scolastico, trattando sempre i ragazzi portatori di handicap con dignità, affetto e comprensione. Quando, nella primavera del 2015, la malattia ha colpito la sua famiglia, accanendosi prima su Alberto suo marito, poi quasi in contemporanea su di lei, e questa volta in modo da non lasciare speranza, Daniela dapprima ha saputo trovare la forza di lottare, poi ha deciso di scegliere il silenzio, lasciandoci infine impotenti e sgomenti davanti al lutto che ne è seguito. Ciao, Daniela! Te ne sei andata troppo presto, in punta di piedi. E ora è compito nostro portare avanti i valori in cui credevi, nell'impegnativa veste di testimoni di pace".
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Il Cammino dei Fiori e della Vita Samantha Brandini
(12°edizione Trontano 2016)
Noi camminiamo per voi e con voi Domenica 17 Aprile ore 10.30
La fiaccolata della vita Ritrovo e partenza con le fiaccole dall'Oratorio di San Leonardo verso la Chiesa Natività di Maria Vergine
ore 11.00
Santa Messa In ricordo dei giovani scomparsi presso la Chiesa Natività di Maria Vergine di Trontano. Deposizione delle foto dei ragazzi in mezzo ai fiori. Con la partecipazione della Corale di Masera
ore 13.15
Pranzo dell’Amicizia
Presso Casa don Gianni a Domodossola per genitori, famiglie, amici, volontari della Casa don Gianni e per tutti coloro che vogliono passare un po' di tempo in compagnia. Il pranzo è ad offerta libera, necessaria la prenotazione entro giovedì 14 aprile al 0324/227312
Mercoledì 20 Aprile ore 20.00
Santo Rosario presso la Chiesa Natività di Maria Vergine a Trontano
L’Associazione Alternativa...A con Il Gruppo Genitori per Sempre ...Vi aspettano e vi ringraziano "E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell'aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio." Tiziano Terzani Associazione Alternativa A... ONLUS - Casa Don Gianni Via Dell’Artigianato, 13 Regione Nosere, 28845 Domodossola Tel 0324.227312 - Toto 3288131095 - Anna 3406759173
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Domenica 17 aprile 2016 l’Associazione Alternativa A…, con il gruppo Genitori per Sempre, propone la dodicesima edizione del “Cammino dei Fiori e della vita” a Trontano, dopo le precedenti edizioni svoltesi a Montescheno, Preglia, Masera, Baceno, Cosasca, Premosello, Pieve Vergonte, Baveno, Domodossola-Sacro Monte Calvario e Varzo. Il cammino dei fiori è l’appuntamento primaverile per ricordare i giovani che se ne sono andati da questa terra, è un momento di raccoglimento e di amicizia. Da ormai dodici anni si rinnova l’impegno di portare le fiaccole della vita verso una Chiesa del Verbano Cusio Ossola, dove si celebra una Messa in ricordo dei giovani scomparsi e si rinnova il gesto di deporre le foto in mezzo ai fiori. A seguire, tutti coloro che vogliono condividere un momento di compagnia e convivialità possono partecipare al Pranzo dell’Amicizia in casa don Gianni. Per i dettagli della giornata ecco il volantino.
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C'è una bella differenza tra viaggiare e scappare da una guerra
L’unico paese che un rifugiato desidera visitare è il suo! Laura Luisi Rifugiati nel mondo Il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, diffuso in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il 16 gennaio scorso, ci fornisce dei numeri impressionanti: i richiedenti asilo nel mondo, per la prima volta dopo la prima guerra mondiale, hanno superato i 50 milioni di unità. Precisamente sono 51,2 milioni le persone in fuga da guerre, violenze e disastri ambientali, con un incremento di 6 milioni rispetto al 2012, determinato principalmente dalla guerra in Siria, ma anche dalle crisi, ormai dimenticate, che hanno colpito la Repubblica Centraficana e il Sud Sudan. Tutti vittime, oltre che di guerre infinite, dei fallimenti che i Governi hanno riportato nel cercare di mettere fine ai conflitti, conflitti che vanno risolti politicamente e non con altri conflitti. Dalla Siria Sono circa 4 milioni le persone in fuga dalla guerra in Siria, la maggior parte delle quali ha meno di 10 anni. Si stima che, a settembre 2015, su un totale di 20 mila abitanti, 250 mila siano stati uccisi e 1 milione ferito. Dodici milioni sono stati costretti ad abbandonare le loro case, ma fra questi, otto milioni non hanno voluto lasciare il Paese e sono sfollati interni. Quindi la maggioranza, tecnicamente, è a casa sua. Secondo “GVC”, organizzazione non governativa laica e indipendente di Bologna, presente in più di 20 paesi, attiva nella cooperazione internazionale con strategie complesse d’intervento nei confronti ai popolazioni colpite da conflitti e catastrofi naturali, è il Libano il paese che accoglie il maggior numero di rifugiati siriani, rifugiati che rappresentano oggi un quarto della popolazione residente.
Questi i Paesi confinanti nei quali trovano rifugio gli sfollati, dal 2011 ad agosto 2015: Egitto: 132 mila, pari al 4% degli sfollati Iraq: 250 mila, pari al 6% Giordania: 630 mila, apri al 15% Libano 1.100 mila, pari al 27% Turchia: 1.900 mila, pari al 47% Europa: 350 mila, pari al 3% Noi siamo portati, nella nostra conoscenza frammentaria della situazione, a farci domande scontate che non hanno però risposte scontate, secondo quanto ci dice “WIRED Storie, idee e persone che cambiano il mondo”, settembre 2015, testata giornalistica statunitense, da marzo 2009 pubblicata anche nella versione italiana. 1. Perché non stanno a casa loro? A casa loro, in Siria, c’è una guerra civile dal 2011. Bashar al-Assad, dittatore al potere dal 2000, viene contestato all’inizio del 2011, nel corso di quel movimento che ha investito diversi paesi nel Medio Oriente e che è stato definito Primavera Araba. Dopo le sparatorie del regime su manifestanti pacifici, all’inizio del 2012 il dissenso si trasforma in guerra civile e nel 2014 il Paese è diviso e devastato dagli scontri fra truppe di Assad, ribelli, cellule dello Stato Islamico e forze curde. 2. Perché solo gli Stati dell’Unione Europea devono accollarsi i siriani? In realtà, come abbiamo già visto, solo 350 mila persone, cioè meno del 3% dei siriani che scappano, chiede asilo in Europa.
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Nonostante in Italia si continui a parlare di “invasione”, l’Italia è solo al quarto posto in Europa (con Francia e Svezia) per richieste d’asilo registrate, con valori ben lontani da quelli della Germania, che conta oltre 1/3 delle richieste totali, e Ungheria. Da notare, inoltre, i notevoli aumenti in Olanda (+159%), Lettonia (+123%), Austria (+79%), Finlandia (+67%) e Danimarca (+66%).
dei rifugiati attraverso le loro sacche. Nella foto il borsello di un farmacista siriano di 34 anni. Nella palla ci sono soldi, così impacchettati perché siano protetti dall’acqua. C’è un vecchio telefono che ha preso l’acqua e non si può più usare, uno smartphone con batteria aggiuntiva, caricabatterie e cuffiette e una chiavetta usb, contenente le foto dei familiari. 4. Se hanno i soldi, perché non prendono l’aereo?
3. Hanno lo smartphone, quindi sono ricchi? Premesso che lo smartphone non è sinonimo di ricchezza, non tutti i siriani stanno scappando da carestia o da povertà. I siriani, lo ricordiamo, scappano da una guerra civile, da una casa bombardata, dalla morte di amici e familiari, probabilmente da una città ridotta in macerie. Scappano perché non hanno altra scelta. Perché non proviamo noi a farci la stessa domanda, se dovessimo scappare da casa nostra domani, a piedi? Che cosa porteremmo con noi? Che cosa riterremmo indispensabile? Sicuramente il telefono! L’International Rescue Committee – IRC, (fondata nel 1933 su iniziativa di Albert Einstein, attiva in oltre 40 paesi e 26 città degli Stati Uniti per aiutare le persone a sopravvivere, recuperare il controllo del loro futuro e rafforzare le loro comunità) ha raccontato la storia
Foto: Tyler Jump/International Rescue Committee
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Secondo una direttiva del Consiglio dell’Unione Europea, le compagnie aeree sono esonerate dall’obbligo di chiedere il visto (altrimenti obbligatorio) ai passeggeri che godranno poi dello status di rifugiati. Ma lo status di rifugiato verrà valutato e deciso solo una volta arrivati in uno dei Paesi Membri. Se uno dei passeggeri caricati senza visto risultasse non idoneo allo status di rifugiato, l’Unione Europea obbligherebbe le compagnie aeree a rimandarlo indietro a spese delle stesse. E’ chiaro quindi perché nessuna compagnia aerea si prenda una responsabilità del genere, con il risultato che tutte negano i biglietti aerei.
Aprile 2016 5. Perché non possono andare direttamente in Anche la conquista dell’America ha attivato un flusso Germania e negli altri Paesi del Nord Europa, continuo di immigrati dall'Europa, che si è intensificato a dove dicono di voler andare? partire dal primo Ottocento. Dal 1820 al 1914 sono sbarcati negli Stati Uniti circa 40 Secondo il Regolamento di Dublino, in vigore da gennaio milioni di europei, provenienti da Irlanda, Polonia, Germania, 2014, la richiesta di asilo deve essere formalizzata nel e dai Paesi del sud dell'Europa. primo Stato membro raggiunto dal richiedente. Italia, Grecia Alla fine dell'ottocento anche l'Italia è stata intensamente e Ungheria sono le prime frontiere e chi arriva in questi coinvolta in questo flusso: circa 7 milioni di italiani Paesi cerca di restare invisibile: se riesce a sfuggire alle lasciarono le regioni agricole del sud e del nord-est della forze dell’ordine e a non farsi prendere le impronte digitali, Penisola per tentare la fortuna oltre oceano. Dal Veneto può sperare di arrivare nel Nord Europa e chiedere là asilo. provenne circa un terzo dell'emigrazione italiana di quegli Secondo la Commissione europea tra gennaio e luglio anni, perché negli anni tra il 1876 e il 1901, secondo le 2015 in Italia sono arrivate illegalmente circa 92.000 statistiche ufficiali dell'epoca, più di 400.000 persone persone, delle quali solo 30.000 circa sono state lasciarono definitivamente la regione, altre 1.500.000 identificate. emigrarono temporaneamente, riducendo così la Ad agosto 2015 tuttavia la cancelliera tedesca Angela popolazione regionale di circa il 15%. Merkel ha annunciato che la Germania avrebbe Gli italiani partirono verso le grandi campagne del temporaneamente sospeso il Regolamento di Dublino per Sudamerica, Argentina e Brasile, oppure verso gli Stati accogliere i profughi siriani, anche quelli che erano già stati Uniti, contribuendo a creare quell’imponente fenomeno di identificati in altri Stati. proletarizzazione nei quartieri più poveri delle grandi città statunitensi (New York, Chicago). Nel 2016 la situazione si è ulteriormente complicata Fino ad arrivare, attraverso i fenomeni migratori di tutto il A febbraio altre decine di migliaia di persone sono in fuga ‘900, a quelli attuali. dalle bombe, civili che stanno fuggendo dalla provincia di Un breve e non esaustivo excursus, per meglio Aleppo dopo l’avvio dell’offensiva delle forze del regime comprendere le dinamiche dei flussi e come tali flussi siriano, con l’appoggio dei raid aerei russi. abbiano dato un forte contributo allo sviluppo delle società Non è questa la sede per fare la cronaca degli ultimi umane. drammatici avvenimenti, perché è sulle pagine di tutti i La mobilità costituisce infatti uno dei metodi più ricorrenti quotidiani, delle colonne di uomini, donne e bambini in nella storia dell'uomo per permettere il riequilibro delle marcia verso la Turchia, della chiusura delle frontiere, delle risorse sul territorio. migliaia di profughi rimasti al confine, spesso fuori dai campi Anche oggi siamo di fronte ad una migrazione epocale, già esistenti ma sovraffollati, profughi costretti a vivere un fenomeno migratorio immenso quanto tragico, del quale all’aperto e al freddo per molti giorni. si devono fare carico il mondo Occidentale e l’intera Non parlerò delle conseguenze gravi per la loro salute né Europa. delle responsabilità dei governi, europei e non, rispetto a Il problema non è soltanto del Paese di transito, ma anche questa catastrofe umanitaria. di quello di provenienza e di destinazione e va affrontato soprattutto alla radice, là dove “si produce” la migrazione, in Ma vorrei parlare dei fenomeni migratori nella storia quegli stati dell’Africa e del Medio Oriente che si stanno dell’umanità, della mobilità di singoli, di gruppi o di interi dissolvendo, dove le guerre continuano a nutrirsi anche popoli da una regione all’altra della terra, alla ricerca di grazie alle responsabilità dell’Occidente. migliori condizioni di vita. Movimenti causati da ragioni Quell’Occidente che fornisce eserciti, armi e che sfrutta le economiche, ma anche da guerre, conflitti sociali, risorse dei paesi in via di sviluppo, ma che non tollera, o intolleranza religiosa. nella migliore delle ipotesi, non sa gestire fiumane di Il fenomeno migratorio si é verificato in tutti i tempi, dalla uomini, donne e bambini che dagli stessi Paesi partono, preistoria fino ad oggi, anche se non come processo non per avere una vita migliore, ma per continuare ad avere continuo. una vita. Nel II millennio a.C. ad esempio, popolazioni estranee e straniere si sono sovrapposte e mescolate a quelle indigene, dando origine a grandi civiltà come quella greca.
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Terraferma Samantha Brandini
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abato 16 aprile 2016, alle ore 20.45, a Casa don Gianni l’Associazione Alternativa A…, Emergency Ossola e Libera VCO propongono la proiezione di “Terraferma”, lungometraggio di coproduzione italo-francese prodotto da Cattleya, con la collaborazione di Rai Cinema e il supporto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Sicilia Film Commission, premiato alla 68ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia con il Premio speciale della giuria. Terraferma è la terza opera che il regista Emanuele Crialese dedica al mare della Sicilia; racconta il dramma dell’immigrazione, evento che mette in conflitto la nostra umanità e i nostri egoismi, il cuore e la legge. Ma Crialese ci fa abbandonare la cronaca, lasciar perdere ideologia e politica, sostituire i numeri e le fredde immagini anonime dei telegiornali con una storia, dei volti, delle emozioni, quella verità che il cinema sa creare molto più delle immagini reali della televisione. C’è una sostanziale mancanza di visione politica davanti alla tragedia del naufragio dei migranti. Una gazzarra di commenti, strumentali solo a sottolineare il ruolo delle parti. C’è la legge dei respingimenti forzati, che non studia il problema, ma alza barricate. Alcuni di questi temi sono narrati nel bellissimo film "Terraferma" di Crialese. C’è tutta la partitura, per immagini e parole, che ci serve oggi per cogliere la sinfonia di un problema complesso. La crisi economica che impone dei cambiamenti, l’idea di poter distogliere lo sguardo dagli “altri” preservando un mondo di leggerezza e divertimento,
la paura e il bisogno di cambiare vita, al di qua e al di là del mare. E poi c'è il codice del mare. Un codice semplice, espressione di ciò che l'Italia rappresenta in un'Europa in.differente E poi ci sono gli italiani, i tantissimi italiani, che salvano vite tutti i giorni rischiando di violare leggi. La figura che sintetizza questi italiani colmi di onore è descritta nel film dal pescatore Ernesto che viola l'ordine della Capitaneria di tenersi con il suo peschereccio lontano da un gommone, rispondendo con un semplice, umano e potente: "Io gente in mare non ne ho lassata mai". Il codice del mare, che ci rende uguali, tutti. Individui, prima di ogni altra cosa. La scena in cui i migranti tentano di trarsi in salvo salendo sulla barca guidata dal nipote di Ernesto, è l’emblema che davanti alla disperazione le barricate non servono. Finora sono stati solo eretti muri e più si alzano, più cresce il numero dei morti. E con essi lo studio delle statistiche. Quanti ne arrivano, quanti ne muoiono, quanti ne passano, quanti ne restano. È indubbio che vada trovata una soluzione, ma non lo può fare un paese da solo. C’è un’Europa che è stata troppo cieca e sorda. C’è una comunità internazionale che ha perso il senso profondo dell’azione umanitaria. E c’è un fenomeno migratorio che è storia presente e non si fermerà alzando la voce. Noi ne parleremo con Don Renato Sacco. Vi aspettiamo numerosi Sabato 16 Aprile a Casa don Gianni.
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Intervista al Presidente uscente della Cooperativa Logos Matteo De Giuli distanza di alcuni mesi dall'inizio della collaborazione tra La Bitta e Logos abbiamo incontrato il presidente uscente di quest'ultima, Michele Pizzicoli.
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Può presentarci in breve la storia della cooperativa Logos? Logos è nata nel 1998 con lo scopo di continuare il servizio fino ad allora offerto dalle suore Paoline di Domodossola, attraverso la gestione della libreria San Paolo. Da subito abbiamo voluto raccogliere l'eredità lasciataci dalla suore, concentrando l'offerta della libreria su oggettistica e testi religiosi, senza però dimenticare l'editoria “laica”. Al momento la cooperativa conta circa cinquanta soci.
Un provvedimento in questo senso è stato preso decidendo di trasferire il punto vendita in corso del Popolo, una zona più centrale di Domodossola rispetto alla vecchia sede di via Montegrappa. Il nuovo negozio permette di proseguire il cammino iniziato ormai diciotto anni fa, offrendoci l'opportunità nello stesso tempo di intraprendere nuove avventure e di allargare i nostri orizzonti.
Quali sono queste novità? Una piccola sorpresa è già visibile nella nostra vetrina; anche grazie alla collaborazione con Giuliana Saletta, abbiamo ampliato lo spazio riservato alla casa editrice Mammeonline, che pubblica libri dedicati a bambini e ragazzi per spiegare loro numerosi argomenti delicati. Questo aspetto formativo ed educativo ci è sembrato da Quali sono le sfide che una libreria deve subito in linea con gli obiettivi di Logos. La sfida più affrontare, in questo periodo di declino del impegnativa rimane però il progetto di creare un caffè mercato editoriale? letterario, in cui la voglia di incontrarsi e passare del tempo La natura stessa della nostra libreria ci permette una insieme si unisca all'amore per la cultura. È una strada che grande vicinanza alla clientela: si costruisce un legame da tempo sognavamo di poter intraprendere, ma solo stretto con chi la frequenta abitualmente, creando un recentemente siamo riusciti a trovare un locale adatto ad rapporto di fiducia che spesso va oltre quello tra una tale avventura. Se tutto andrà a buon fine, il progetto commerciante e cliente. Questo aspetto va sempre tenuto vedrà la luce a Verbania, all'interno del Centro Sant'Anna, in considerazione, per poter svolgere il proprio lavoro al nel più breve tempo possibile. massimo delle possibilità.
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PROVERBIO BRUNO
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COSTRUZIONI IMPIANTI ELETTRICI e TECNOLOGICI
Uffici: via Giovanni XXIII, 7 Sede leg. e magazzino: via S.Antonio, 5 28845 Domodossola (VB) tel.0324.243927 fax 0324.200300 e-mail: bprover@tiscalinet.it
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Il Film: a cura di
Alessandro Magrì
Everest Q
uando ho saputo il tema di questo numero, non ho avuto dubbi sulla scelta del film da presentare: il pensiero è andato subito ad “Everest”, film americano uscito pochi mesi fa, che narra la storia vera di un gruppo di alpinisti bloccati da una tempesta sulla cima più alta del mondo. Molti dubbi in più, lo confesso, li ho avuti sul modo in cui introdurre il tema del pericolo della montagna e, al tempo stesso, l’attrazione irresistibile che questa muove in molti di noi. I rischi di pontificare con saccenteria sulle tragedie avvenute (l’ultima, dei nostri due ragazzi ossolani, è di poche settimane fa), o di fare la morale seduto sul “senno di poi”, sono dietro l’angolo, soprattutto per uno che, come me, adora la montagna ma da assoluto dilettante. Ho deciso quindi di affidare l’introduzione al tema del pericolo della montagna a qualcuno che se ne intende davvero. Riporto qui un estratto di una bella intervista fatta da Filippo Facci (giornalista e politologo) a Simone Moro, alpinista professionista, unico della storia ad aver raggiunto tre ottomila in completa stagione invernale. Filippo Facci “Ammetterai che sei un alpinista atipico. In certi ambienti è come se ti rimproverassero di essere troppo meticoloso, calcolatore, prudente” Simone Moro “Forse non sarò bravo come altri meno prudenti di me, ma che sono morti. Io in vita mia ho perso cinquanta persone.” FF “Perso” SM “Sono morti cinquanta amici, tutti fortissimi alpinisti ai quali non era concesso perdere.” FF “E che non erano certo tutti dei pazzi.” SM “Però troppi li ho persi con delle tragedie, come dire, telefonate. Magari erano già famosi, avevano smesso di allenarsi maniacalmente, oppure avevano troppi occhi addosso e hanno chiesto aiuto troppo tardi.” FF “Ho letto che hai giudicato il fallimento sul Nanga Parbat come il tuo più grande successo.”
SM “Nel senso che, se non avessi rinunciato, probabilmente sarei morto. Mancavano mille metri, Denis Urubko mi disse «saliamo» e io risposi «no, scendiamo perché verrà brutto». Fu così: neve, valanghe e tempo bruttissimo. Non saremmo più scesi. La paura mi ha salvato.” FF “È la volta in cui hai rinunciato a 196 metri dalla cima? SM “No, quella era nel 2008 sul Broad Peak, da solo. È alto 8047 metri e io ero già a 7.850, ma era pomeriggio inoltrato e avrei impiegato ancora un’ora e mezza. Era tutto perfetto, tempo fantastico: ma era inverno, alle 16 avrebbe fatto buio.” FF “Beh, hai fatto bene.” “Everest” parla esattamente di questo: dell’incapacità di molti alpinisti, anche professionisti, di valutare il pericolo in determinate situazioni, soprattutto quando, vicini alla meta, la brama di raggiungere la vetta pare più grande dell’istinto di sopravvivenza. Il film si basa su una storia vera di cui si parlò molto all’epoca dei fatti: era il maggio 1996 e una ventina le spedizioni affollavano il campo base per sferrare il loro attacco ai leggendari 8848 metri dell’Everest, in Himalaya. Una ventina di spedizioni tra le quali quelle organizzate da due celebri agenzie specializzate nel portare danarosi turisti sulle vette più alte del mondo: la Adventure Consultants con sede in Nuova Zelanda, diretta da Rob Hall (interpretato nella pellicola da Jason Clarke), e la Mountain Madness di Seattle diretta da Scott Fisher (Jake Gyllenhaal). Nella prima parte la sceneggiatura si dedica soprattutto alla presentazione dei personaggi che prendono parte alle due spedizioni: chi per scrivere un articolo, chi per mantenere una promessa, chi per ispirare i più giovani, chi per combattere la depressione, chi per arricchirsi, chi per accumulare obiettivi e trofei, chi per alimentare il proprio sogno e realizzare quello degli altri, ognuno dei protagonisti ha il suo buon motivo per mostrarsi disposto a tutto pur di conquistare l’Everest. Alla domanda sul perché vuole raggiungere la vetta, uno dei protagonisti risponde citando George Mallory, alpinista inglese morto sull’Everest nel 1924 e forse (non lo sapremo mai) primo a raggiungerne la
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Aprile 2016 cima: “perché è lì”, a ricordarci il rispetto che si deve alla natura e alle altezze inaccessibili. La prima cosa che si nota è che si tratta di un film corale. Nel cast stellare, oltre ai già citati Jason Clarke e Jake Gyllenhaal, spiccano Robin Wright, Emily Watson e Keira Knightley. “Volevamo raccontare la storia di un gruppo - ha dichiarato il regista, l’islandese Baltasar Kormákur - mentre i libri di solito rappresentano il punto di vista di un singolo, dell'autore che lo ha scritto. Volevamo raccontare il più possibile tutti i personaggi, i rapporti tra la guida e il cliente, come si porta questa gente in montagna, la commercializzazione dell'Everest: non ci sono personaggi minori”. E la commercializzazione della montagna è in effetti uno dei temi chiave della pellicola: già ai tempi della spedizione raccontata nel film, il fenomeno della corsa all'Everest aveva raggiunto livelli impressionanti. Solo un decennio prima Reinhold Messner aveva coronato la sua carriera con il record dei 14 ottomila che a fine anni Settanta sembrava fantascienza. Invece nel giro di pochi anni l'Everest è diventato una meta da agenzie di viaggio, a portata di alpinisti improvvisati. “Non ho speso sessantacinquemila dollari per stare in fila come al supermercato!”: si sfoga così Beck Weathers (Josh Brolin, altro grande attore presente nel cast), uno degli scalatori, nel momento in cui, in un passaggio particolarmente complicato della scalata, si è creato un vero e proprio “ingorgo”, tanto da costringere gli alpinisti ad estenuanti attese nel gelo polare degli ottomila metri himalayani. La trama prosegue raccontandoci la salita coordinata dei due gruppi; lungo la scalata alcuni clienti hanno delle difficoltà, a cui si sommano anche dei problemi organizzativi, e di conseguenza l'arrivo sulla vetta viene ritardato. Ad un tratto però si scatena un'improvvisa bufera di neve, che mette in grave difficoltà gli scalatori, che si ritrovano a fronteggiare ostacoli al limite delle loro possibilità.
Non si può essere romantici con la montagna, soprattutto se si è alpinisti, soprattutto se da voi dipende la vita di altre persone. E di romanticismo “pecca” il protagonista di Everest, perseverando quando invece avrebbe dovuto fermarsi. Eppure Rob Hall lo sa bene. Un alpinista sa quando la ragione deve dominare la passione e il piacere verticale che procurano le sfide estreme e i territori inesplorati. Ma quel piacere Rob non vuole negarlo a Doug, amico e cliente che ha qualcosa da dimostrare a se stesso e ai bambini della scuola frequentata dai suoi figli. A un passo dalla vetta e in quella decisione azzardata sta il senso del film di Kormákur, le cui conseguenze si abbatteranno sui protagonisti: la montagna, imperturbabile, scatenerà su di loro tutto il peso delle loro (avventate) scelte. Chi sopravvivrà, si sentirà in dovere di raccontare la propria versione dei fatti: John Krakauer, giornalista e scrittore invitato alla spedizione per scrivere un articolo di “promozione” della Adventure Consultants, ne trarrà invece un saggio che è la testimonianza di un sopravvissuto (“Aria sottile”); Beck Weather, ricco medico texano e appassionato di montagna dilettante scampato alla morte per miracolo, scriverà “A un soffio dalla fine”, mentre Anatoli Boukreev, alpinista professionista, scriverà una lunga lettera in risposta al libro di Krakauer, con una serie di accuse reciproche circa l’effettivo impegno nella ricerca di altri sopravvissuti. Uno degli obiettivi dichiarati del film è quello di raccontare la storia restando il più possibile fedele alla realtà dei fatti, cercando di non affidarsi mai ad un’unica fonte e di mantenere il massimo del realismo. Questo ha permesso al film, secondo il suo autore “di essere una storia epica e intima insieme, lontana dall'estetica hollywoodiana proprio perché abbiamo messo in contatto l'uomo con la natura, nei luoghi reali. E poi sentivamo una grande responsabilità, verso le vittime e i sopravvissuti: quello di raccontare la verità”.
SCHEDA DEL FILM Regia: Baltasar Kormákur Sceneggiatura: Simon Beaufoy, William Nicholson; Soggetto: Jon Krakauer (saggio) Interpreti: Jason Clarke (Rob Hall), Jake Gyllenhaal (Scott Fischer), Josh Brolin (Beck Weathers) Montaggio: Mick Audsley Fotografia: Salvatore Totino Musica: Dario Marianelli Produzione e distribuzione: Universal Pictures Durata: 121’ Origine: USA, Regno Unito, Islanda Uscita in Italia: settembre 2015
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Il Viaggio a cura di
’auto arranca sulla strada di montagna e, come spesso accade in questi casi, il panorama ci è precluso dalle nubi che “scolorano” di grigio tutto ciò che ci circonda. Stiamo per arrivare al passo, quando il muro grigio davanti a noi comincia a sfumare in tonalità di azzurro sempre più marcato finché sparisce per lasciare il palcoscenico al cielo limpido che fa da cornice ad uno splendido paesaggio sull’Atlante, la catena montuosa che percorre il Marocco. Sembra incredibile pensare che, in pieno continente africano, si possa passare da Merzouga, la porta del deserto, dove il panorama è dominato dalle grandi dune di sabbia dell’Erg Chebbi, a paesaggi che ricordano le Alpi per la loro bellezza montana. Questi due estremi non sono però un’anomalia in un Paese dove il paesaggio ti sorprende per la variabilità, dove l’orizzonte si tinge di colori sempre diversi divertendosi a stupire il viaggiatore con tinte che passano dal rosso più accesso al verde tenue, per le mille sfumature delle terre aride; poi, improvvisamente, ci si ritrova in mezzo a zone coltivate - non dimentichiamoci che il Marocco era chiamato “il granaio dell’impero romano” - o si viaggia in mezzo a piantagioni di Argan dove divertente è vedere le capre che si arrampicano sugli alberi per mangiarne i frutti; ci si bea dei panorami della selvaggia costa atlantica, dove l’orizzonte ti
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Alvi Torielli
Marocco
racconta di terre lontane e ti riempie lo sguardo di mille diversi blu. Non a caso, già a partire dagli anni 30, in questo paese sono stati girati moltissimi film sfruttando i panorami ma anche le tracce di una storia millenaria che colpisce con grandi fortificazioni che dominano gli spazi circostanti: da “Lawrence d’Arabia” a “Il gladiatore”, da “L’ultima tentazione di Cristo” fino ad uno dei più grandi film di Salvatores, “Marrakech express”. Proprio Marrakech è la più famosa delle città marocchine: popolata da oltre un milione di abitanti, è un concentrato delle tante etnie e culture che arricchiscono questo paese; famosa anche per avere il più grande souk (mercato berbero) del Marocco, ha il suo nucleo in Jami el-Fna, la piazza al centro della medina (città vecchia), che di giorno è un brulicare di mercanti e la notte diventa il punto di ritrovo per tutti gli abitanti che qua trovano il cosiddetto street food (cibo di strada), oltre a spettacoli di tutti i tipi: dal suono insistente delle percussioni, agli urli dei venditori, degli artisti e dei mestieranti, a chi propone esperienze con serpenti o scimmie. E’ una cacofonia di suoni e luci che sembrano portare i presenti in una dimensione quasi onirica. Si potrebbe dire molto altro su Marrakech, sui suoi palazzi o sul resto del paese e dei suoi sapori, ma voglio chiudere con un’esperienza che, come spesso capita in un viaggio, abbiamo vissuto casualmente. Sbagliando strada ci siamo ritrovati tra i villaggi di fango dei berberi, che nella loro semplicità ci hanno colpito per la loro bellezza quasi dolorosa, dove la durezza della vita rurale si unisce alla magia fiabesca di luoghi che sembrano uscire dal tempo, raccontandoci la fierezza e la forza del popolo che ancora li popola.
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dalla biblioteca di
Don Antonio... L'epoca delle passioni tristi a cura del gruppo “Invito alla lettura”
M. Benasayag, filosofo e psicanalista residente da molti anni a Parigi, e G. Schmidt, psicoanalista e terapeuta della famiglia, si interrogano sul nuovo tipo di disagi e patologie psichiche che oggi si trovano ad affrontare i “tecnici della sofferenza” che lavorano soprattutto con bambini e adolescenti. Rifacendosi a una definizione di Spinoza, le “passioni tristi” sono le incertezze, le angosce, la perdita di fiducia nel progresso e quindi il timore di un futuro minaccioso che incombe oggi su ogni aspetto della nostra vita. Un timore che genera una sorta di cupa “atmosfera esistenziale” nella quale si innestano poi le crisi individuali che andrebbero analizzate, quindi, all’interno di un contesto più ampio. La risposta immediata offerta dagli educatori a questo senso di smarrimento è indurre i giovani ad “armarsi” per difendersi in un mondo in cui chi resta indietro è destinato all’insuccesso.
Eppure la sensazione di un futuro irrimediabilmente difficile vanifica comunque ogni speranza, rigettando i giovani in uno sforzo cieco, che punta unicamente alla supremazia dell’individuo e a perseguire solo ciò che è “utile”. Opposta è la visione degli autori che respingono la visione di un apprendimento basato sull’utilitarismo e su un insegnamento “sotto minaccia” (“se non studi a scuola, se non ti diplomi o laurei non troverai lavoro…”). Il problema principale di molti bambini definiti “con problemi scolastici” è proprio l’assenza del desiderio di apprendere, spento da una opprimente richiesta di competitività: a tutti i livelli le energie dei più giovani sono indirizzate verso le competenze migliori, i diplomi più qualificanti, “sola garanzia di sopravvivenza in questo mondo pieno di pericoli e insicurezza, caratterizzato dalla lotta economica di tutti contro tutti.” Nasce così una sorta di “allevamento industriale”, in cui i giovani sono abituati a vedere i mestieri in un’ottica fortemente gerarchizzata, secondo cui un infermiere, ad esempio, verrà considerato come qualcuno che “ha perso la gara per arrivare in cima”, visto che non è diventato medico. L’alternativa proposta è allora quella di riscoprire le passioni gioiose, quelle determinate dal desiderio e dall’utilità dell’inutile, dal piacere di coltivare i propri talenti senza un fine immediato. Cogliere la diversità degli individui significa anche, nella pratica clinica, non identificare i pazienti con i loro sintomi, ma riuscire a capire che le eventuali diversità del comportamento non esauriscono comunque la ricchezza e le potenzialità di una persona. L’obiettivo della terapia non sarà allora necessariamente l’eliminazione del sintomo con un processo di normalizzazione che imprigiona l’altro, ma “avviare un lavoro globale di scoperta e sviluppo di possibilità, di potenze”. Con grande chiarezza, infine, viene affrontato il significato di “normalità” del comportamento, come ricerca di adeguamento a una norma sociale che ha la presunzione e di essere garanzia di benessere. Un libro leggibilissimo, rivolto non solo ai professionisti del disagio giovanile ma a quanti credono che le potenzialità e le risorse delle persone, e in particolare dei bambini, vanno ben oltre le etichette standard imposte da una società normalizzatrice.
TITOLO: _____“L'epoca delle passioni tristi” AUTORI:_____Miguel Benasayag e Gérard Schmidt EDIZIONE: ___Universale Economica Feltrinelli GENERE: ____Saggio ARGOMENTO:_Psicologia e Pedagogia ANNO: ______2011 SEZIONE: ____Colore verde, numero 73 23
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Violenza sulle donne: i dati 2015 Laura Luisi Presentiamo per il secondo anno consecutivo i dati ricavati dal monitoraggio delle vittime di violenza, residenti nella provincia del Verbano Cusio Ossola, che si sono rivolte al servizio “Giù le Mani nel 2015. Tabella 2 Vittime di violenza prese in carico nel 2014
Tabella 1 Vittime di violenza prese in carico nel 2015 donne
uomini
donne
uomini
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(*) L’unico uomo preso in carico in qualità di vittima è italiano, ha 55 anni, ha subito violenza psicologia da parte della moglie e della figlia, è stato ricevuto 6 volte dall’educatrice e non ha sporto denuncia. Tabella 3 Numero totale di colloqui 2015 con vittime prese in carico 2014 e anni precedenti colloquio con psicologa
colloquio con educatrice
totale
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0
135
Tabella 4 Numero totale di colloqui 2014 (con vittime prese in carico 2014 e anni precedenti) colloquio con psicologa 2014
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con vittime prese in carico 2015
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TOTALE COLLOQUI
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colloquio con totale colloquio educatrice 2014 2014
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Fonte dati di entrambe le tabelle: Servizio “Giù le mani
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Le donne prese in carico nel 2015 sono 20 (meno 6 rispetto al 2014), e 3 gli uomini, per un totale di 23 vittime; di queste, 22 sono italiane (compresi i 3 uomini), una donna è straniera. Dei 23 maltrattanti (tra cui 3 donne), 22 sono italiani, un uomo è straniero. L’età media delle donne prese in carico nel 2015 è di 49 anni (dai 30 ai 63 anni), degli uomini vittime 66 anni (da 60 ai 76); l’età media degli uomini maltrattanti: 51 anni (da 36 a 60). 2 donne presentatesi nel 2014, che ancora non avevano concluso il percorso, l’hanno concluso nel 2015, 3 l’hanno interrotto nel 2015. Tutte le persone accolte dal servizio Giù le Mani nel 2015, stanno continuando il percorso. 10 sono state le denunce nel 2015. 24
Aprile 2016 Residenza vittime 2015
Fonte dati: Servizio “Giù le mani”
Il bacino di utenza comprende le tre aree della provincia del Verbano Cusio Ossola, con percentuali più alte per i comuni di Domodossola, Villadossola e Verbania, così come per il 2014. Verosimilmente perché più popolati territorialmente e più vicini alle sedi del servizio “Giù le mani”: Casa don Gianni a Domodossola ed Egocentro a Verbania.
Rapporto maltrattante-vittima 2015
I mariti risultano responsabili della quota più elevata – il 65,22% - di tutte le forme di violenza, così come nel grafico “Tipologia reato”, seguiti dagli ex mariti (8,70%). Ex aequo con gli ex mariti, i vicini di casa/azienda (per stalking). Seguono, con percentuali uguali, gli altri soggetti. Di conseguenza il luogo del reato è, per più dell’80%, l’abitazione.
Luogo reato 2015
Fonte dati: Servizio “Giù le mani”
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Aprile 2016 Tipologia reato 2015
Fonte dati: Servizio “Giù le mani”
Tipologia reato 2014
Fonte dati: Servizio “Giù le mani”
Al primo posto, nel 2015, spicca la violenza fisica associata a quella psicologica, come per il 2014, ma con percentuale diversa rispetto all’anno precedente, come si può vedere confrontando i due grafici. Seguono (sempre per il 2015), con percentuali uguali, la violenza psicologica, la violenza fisica, lo stalking e un mix di violenze psicologica, fisica ed economica; poi la violenza psicologia associata a quella economica. Infine, in percentuali minori, la combinazione di diverse tipologie di violenza, tra le quali i “sabotaggi in azienda”. Si è ampliata dunque la rosa di “reati” che nel monitoraggio 2015 conta 10 tipologie a fronte delle 7 del 2014. I costi sociali ed economici della violenza sono enormi e hanno effetti a cascata sull’intera società: la perdita di autostima con conseguente inabilità al lavoro, la perdita di indipendenza economica, la modificata capacità di avere cura di sé e dei figli, questi i danni principali che colpiscono le donne.
continuare a formare gli operatori per aumentare la qualità e l’efficacia del servizio, attivare ogni strategia per diminuire il sommerso, che viene stimato di molto superiore a quanto si registra. Che cosa può essere efficace oggi invece? Incoraggiare la denuncia, fornire alle vittime di violenza assistenza sia psicologica sia pratica, e tutti gli strumenti che le aiutino a “scegliere la denuncia” e a intraprendere il lungo percorso che consenta loro di allontanarsi da un ambiente violento. In parallelo perseguire penalmente gli aggressori. Infine l’appartenenza a reti allargate consente ai servizi di confrontarsi, definire protocolli di intervento efficaci, diffondere cultura e aumentare le azioni di prevenzione. Per questo La Bitta, con il servizio “Giù le mani”, aderisce a “Tiziana vive” rete fondata dopo l’uccisione di Tiziana da parte del marito, nel 2013 a Landriano. “Tiziana vive” è un’Associazione e una rete di Enti e persone reagenti alla violenza a donne Cosa si può fare per contrastare il fenomeno della e bambini. I suoi membri, ad oggi, sono: City violenza sulle donne? Angels, Tiarè, Meti, Casa Editrice Mamme Innanzitutto incoraggiare la cultura della non violenza negli adulti Online, La Bitta, Soleterre, Pangea, Amici dei e nei giovani e promuovere una maggiore uguaglianza tra donne Bambini, L’isola che non c’è, Altreconomia. e uomini, poiché la violenza sulle donne ha profonde radici nella disparità tra i sessi all’interno della società. Con l’obiettivo di limitare questi danni e restituire alle donne Poi bisogna continuare a monitorare il fenomeno, diffonderne la colpite da violenza e alle vittime in genere, autostima, dignità e conoscenza e fare prevenzione, soprattutto nelle scuole, autonomia, lavora il servizio “Giù le mani”.
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Giù le mani! Su le voci!
Musica e parole contro la violenza sulle donne l’équipe di Giù le mani
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erata davvero straordinaria quella del 12 marzo scorso, organizzata dalla Cooperativa La Bitta in occasione della Giornata internazionale della Donna. Dalle 20,30, sul palco del Circolo degli Artisti di Omegna-Crusinallo, si sono alternati momenti di musica e di letture, che hanno dato voce alle donne, ai loro sogni, alle loro vite e alle loro storie, momenti sotto il segno di un grande impegno, quello di condividere l’attenzione sul fenomeno della violenza contro le donne. Serata di grande atmosfera, energia e divertimento, dove la suggestione delle note ha fatto da cornice a letture forti e importanti, dove musica e svago si sono incrociati con la riflessione, per parlare delle donne, per renderci tutti consapevoli che il problema della violenza sulle donne
esiste e va combattuto anche con la cultura e l'informazione. Un momento per far conoscere e sostenere il servizio antiviolenza “Giù Le Mani”, un progetto della Cooperativa La Bitta di Domodossola, nato per sostenere donne che subiscono violenza e stalking, attraverso il supporto psicologico, legale, educativo, e per svolgere nella società attività costante di monitoraggio, sensibilizzazione, prevenzione del fenomeno della violenza di genere e in generale sui più deboli.
I Protagonisti La Musica I “Metodo Polacco”, duo acustico soul&blues, di Milano, ha aperto la serata “La vicenda aveva a che fare con un posto lontano, popolato per lo più da Volpi, betulle e Polacchi. Questi ultimi, per sfuggire alla noia, indossavano cappelli, talvolta bevevano del Sangiovese, altre volte suonavano note improbabili senza metodo alcuno. Si sarebbero chiusi alle spalle molte porte, senza mai mettere fine agli spifferi...” Metodo Polacco, musiche improbabili, suoni, ultrasuoni, sangiovese, capitolazioni...
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E’ salito poi sul palco il coro “Siete Lunas”, proponendo un repertorio di canti tradizionali dall'America Latina.. “Siete Lunas” nascono pochi mesi fa su iniziativa di Astrid Quintero Reyes, musicista di origine colombiana che vive a Verbania dal 2011. Il gruppo rende omaggio alla figura della “Cantadora” (colei che canta), che copre un ruolo fondamentale nella musica tradizionale latinoamericana. “Siete Lunas” cantano all'amore, alla figura materna, al corpo che vibra, alla terra, al mare e a tutto ciò che rimanda alla forza dell’essere femminile
Hanno chiuso la serata le “Riciclette”, una band tutta al femminile che ha eseguito un repertorio dal rock patchanka alla musica popolare. Il gruppo "Riciclette" nasce come un gioco. Nel 2015 cinque amiche si riuniscono in una taverna, per divertirsi, interpretando a modo loro pezzi più o meno conosciuti provenienti dal sud del mondo. Ognuna di loro dona al gruppo caratteristiche, gusti musicali, timbriche, provenienze geografiche, sensibilità e colori differenti. Tutte autodidatte, sperimentano, riciclano e “riarrangiano” sonorità e armonie internazionali. Le atmosfere sono sempre calde pur variando nelle sfumature. Le “Riciclette " sono composte da: Nina: Voce e strumentini; Fra: Voce e strumentini; Jud: Chitarra e voce; Dany:Ukulele e cori; Fedora: Djambè, Cajon e cori.
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Aprile 2016 I tre gruppi hanno poi concluso la serata esibendosi insieme in un pezzo conosciuto e coinvolgente.
Le Parole Il programma musicale è stato intervallato da letture, interpretate dalla Compagnia Teatrale “E...Dizione Straordinaria”. E...Dizione Straordinaria Patrizia Viscardi e Gianluca Binazzi raccontano di sé....“Chi Siamo…. Chi siamo stati, chi saremo…. Mah!!!! Siamo innanzitutto esseri umani con differenti sensibilità, caratteri e storie, ma con una forte passione comune. Il teatro per noi è uno spazio di libertà di pensiero, nel quale le azioni e le parole formano un mondo di riflessione sul passato, di indagine del presente e di visione del futuro. Ognuno di noi porta nel gruppo il proprio personale modo di essere, la propria esperienza di vita, nel tentativo condiviso di cercare il piacere dello stare insieme utilizzando uno strumento giocoso e magico”. Le prime esperienze della Compagnia risalgono all’inizio del Duemila, con la denominazione di “Filo-drammatica di Gignese”, ereditata con l’assenso degli ultimi rappresentanti di una associazione teatrale che aveva compiuto il proprio percorso. Col tempo, hanno scelto di trovare una loro dimensione e di chiamarsi “E… dizione straordinaria”, una via di mezzo tra l’editoria e la dizione, tra la ricerca di testi e il modo di rappresentarli, tra il gioco e la realtà. Il punto di riferimento fisico è tra Baveno e Stresa, con una regista di Verbania e complici che provengono dalla provincia di Novara e dal VCO. 29
Aprile 2016 Questi i testi letti e interpretati da “E…Dizione straordinaria”
A tutte le donne
Il regno delle donne
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio malgrado le tue sante guerre per l'emancipazione. Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d'amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere, poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terra e innalzi il tuo canto d’amore.
Cè un regno tutto tuo Una stampella d'oro che abito la notte per arrivare al cielo e le donne che stanno lì con te le donne inseguono l'amore. son tante, amica mia, Qualche volta, amica mia, sono enigmi di dolore ti sembra quasi di volare che noi uomini non scioglieremo mai. ma gli uomini non sono angeli. Come bruciano le lacrime Voi piangete al loro posto come sembrano infinite per questo vi hanno scelto nessuno vede le ferite e nascondete il volto che portate dentro voi. perché il dolore splende. Nella pioggia di Dio Un mistero che mai qualche volta si annega riusciremo a capire ma si puliscono i ricordi se nella vita ci si perde prima che sia troppo tardi. non finirà la musica. Guarda il sole quando scende Guarda il sole quando scende ed accende d'oro e porpora il mare ed accende d'oro e porpora il mare lo splendore è in voi lo splendore è in voi non svanisce mai non svanisce mai perché sapete che può ritornare il perché sapete che può ritornare il sole sole. dopo il buio ancora il sole. E se passa il temporale E se passa il temporale siete giunchi ed il vento vi piega siete prime a ritrovare la voce ancor più forti voi delle querce e poi sempre regine voi anche il male non può farvi del male. luce e inferno e poi anche il male non può farvi del male.
Alda Merini
Alda Merini
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Da “Ferite a morte” di Serena Dandini You&Me Il senso del possesso che fu pre-alessandrino. Franco Battiato, Sentimiento nuevo You&Me: l’abbonamento ideale per chi non può fare a meno di mandarti più di cento sms al giorno, tremila in un mese, la metà gratis… e lui ne mandava anche di più, non badava a spese il mio tesoro. Buongiorno zuccherino, sei nel mio cuore :-) Baci e baci e ancora baci, mi stai pensando? ♥ Le amiche me lo invidiavano, il mio nuovo fidanzato. Sempre attento, premuroso, non si perdeva una parola, voleva sapere tutto di me, dei miei amici, della famiglia, del lavoro, i cugini, i colleghi… Faceva regali, orsetti, gattini, piantine, ciondoli, non sapevo più dove metterli. Si ricordava compleanni, onomastici, anniversari, mi accompagnava ovunque, sempre e comunque. Poi ho cominciato a staccare il telefono per qualche ora… Non riesco a vivere senza te. Devo vederti. Tesoro cmq rispondimi, ti prego :-( Passerotto, scusami dai, lo sai ke ti amo, fatti sentire, mi fai impazzire… La mia vita era cambiata, non riuscivo a stare un attimo da sola, o meglio senza di lui. Dopo un anno ero esausta. L’ho lasciato. Per respirare, per pensare, per leggere, per andare al cesso, per annoiarmi. Dai cucciola, non può finire così. Dove sei? Xké mi eviti? Mi rispondi? Rispondi, cazzo! Se l’è presa, è diventato un altro, aggressivo, violento, mi aspettava sotto casa, al lavoro, dalle amiche, al cinema, scopriva sempre dove andavo. Voleva tornare insieme a tutti i costi, ma a me ormai faceva paura. Amore, ti prego, te lo prometto, sono cambiato, torna da me… se no succede qualcosa di brutto…
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Ma perché non rispondi, ti vengo a prendere, sai? Chi è quello? Io ti vedo, dovunque tu sia. Perché ti sei messa quel vestito, troia, te l’ho regalato io! Pensi di fare la furba cambiando la scheda del telefonino? Allora ancora non mi conosci. Non mi sfuggi, stronza, che ti credi… Mi caricava d’ansia dalla mattina appena sveglia, ho ricominciato a fumare. Con chi eri al cinema? Puttana! Io m’ammazzo se non ti posso avere, ma prima ammazzo te. Volevo andare dai carabinieri… Prova a denunciarmi e vedi che ti succede. Poi però tornava tenero… Tesoro, dove ho sbagliato, dimmelo, voglio rimediare. Ricominciamo, ti prego, eravamo felici, ti ricordi? Perché sei cambiata? Che t’hanno fatto passerottino, chi hai incontrato? Ma non hai capito che sei solo mia? È proprio questo che non voglio… Sembravi diversa, invece sei una troia come tutte le altre. Sto male, male, male. Qualcuno deve pagare per questo. Tu devi soffrire almeno quanto me. Le minacce. Sempre più fitte, pressanti. Io evitavo le strade conosciute, ho cambiato quattro schede del telefonino, la macchina, la casa, ma mi ritrovava sempre, l’assedio si stringeva. Non volevo denunciarlo, per colpa mia stava già tanto male, poveraccio… Ti prego incontriamoci almeno un’ultima volta, voglio solo parlare, te lo giuro, poi ti lascio stare per sempre! Devo vederti, ti voglio chiedere scusa, spiegarmi, poi sparisco dalla tua vita… Come negargli un semplice appuntamento? Ho ceduto. Sono felice che hai accettato di vedermi. Grazie amore, non te ne pentirai. Alle 5 alla rotonda. Ho sentito uno sparo. E poi buio.
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Le testimonianze
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torie vere di donne accolte e accompagnate nel percorso di recupero di se stesse dalle professioniste di “Giù le mani”. I nomi delle donne sono stati cambiati per tutelarne la privacy e impedirne la riconoscibilità. Maria Maria ha vissuto 15 anni con un uomo che le ha dato tre figli e che arrivava a casa quasi sempre ubriaco. Lei andava a recuperarlo nei bar, a volte insieme ai suoi bambini, e quando lui tornava a casa se lei non accettava di avere con lui rapporti sessuali spaccava la roba, faceva casino nel pieno della notte, la minacciava con coltelli di fronte ai figli. Dopo avere spaccato il portone di casa in un accesso di rabbia, è andato in un bar dove ha tentato di sgozzare un uomo con cui aveva avuto una lite. Ora è in carcere con una condanna di tentato omicidio. Solo grazie all’arresto lei è riuscita a lasciarlo e a fare un lungo percorso di riabilitazione psicologica, grazie al quale ha ricostruito a poco a poco la sua vita e la sua dignità di donna, ha capito di avere sbagliato a non lasciare prima quell’uomo, e oggi dice: “Se non ci fosse stato il servizio anti violenza io oggi sarei ancora lì”. Maria è stata seguita dalla psicologa, ha partecipato ai gruppi di auto aiuto, è stata accompagnata ai Servizi Sociali per essere aiutata a tutelare meglio i suoi figli. Giovanna Giovanna è stata per anni succube di un marito che la umiliava, che le ha sottratto ogni briciola di autostima, che la minacciava fisicamente e che un giorno ha tentato di strangolarla davanti al loro bambino. E’ solo grazie all’intervento di quest’ultimo, che all’epoca aveva solo 6 anni, che lei si è salvata, poiché lui, aggrappandosi al padre e urlando, lo ha staccato dal collo della madre. Giovanna si è separata, ha fatto un lungo percorso psicologico e solo ora, dopo due anni, è riuscita perfettamente a tenere testa all’ex marito, che continua ad avere modalità aggressive e umilianti. Anche lei ci dice: “Ci sono riuscita solo grazie a voi!”
Roberta Roberta ha sposato uno straniero, che ha avuto un’infanzia traumatica, picchiato e abusato dai suoi famigliari. Ha trasferito la violenza subita sulla moglie, picchiandola per anni, procurandole traumi cranici, rotture di denti, strappandole i capelli, impedendole di andare a lavorare per gelosia, spaccando tutti i piatti, devastandole l’arredamento di casa… Lei, sola, senza familiari né amici che potessero aiutarla, senza lavoro perché sola ad accudire quattro bambini piccoli, ha subito per anni tutto questo. Quando è arrivata allo Sportello era molto diffidente, ferita e sola; l’abbiamo accompagnata con un supporto psicologico ed educativo, ha partecipato ai gruppi di auto aiuto e oggi dice: “Ho cominciato a cambiare, a stare meglio, da quando vi ho incontrati...” Luisa Luisa è una giovane donna che ha vissuto per sei anni con un uomo che ha cominciato a picchiarla dopo il primo anno di relazione. In quell’occasione la colpisce con pugni, calci, le strappa i capelli, lei ne esce con un dente spaccato e il naso incrinato. Non va al Pronto Soccorso perché teme che parta la denuncia d’ufficio e non vuole metterlo nei guai, avendo lui già precedenti penali. Ha infatti una condanna per il reato di ingiurie, calunnie e maltrattamento familiare ai danni dell’ex moglie. La convivenza si trascina per anni durante i quali lui non sopporta che lei lavori poiché convinto che ogni volta che lei si reca al lavoro in realtà stia andando a tradirlo con altri uomini, in un delirio persecutorio senza fine. Gli insulti ormai quotidiani sono: “Sei una troia, te e tua madre, vi ammazzo tutti, ti ammazzo di botte, poi ammazzo tuo padre, adesso vengo lì, sfascio tutto il locale, il primo che trovo lo faccio fuori...”. Continuano anche le botte, che si intensificano, quotidiane, l’anno scorso. Lei spera che “se fa la brava” lui cambi, ma negli ultimi anni si rende conto che non è così e a giugno lo lascia. Lui continua a perseguitarla anche oggi con telefonate di minaccia, pochi giorni fa si è recato sul suo posto di lavoro, l’ha caricata in auto, è partito a folle velocità, si è fermato, l’ha buttata in mezzo alla strada e l’ha riempita di botte. I vari tentativi di denuncia alle Forze dell’ordine non sono mai andati a
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buon fine, per la grande paura della signora. Ora Luisa è seguita dalla psicologa del servizio, partecipa ai Gruppi di auto aiuto e sta trovando dentro di sé la forza di reagire a questa situazione.
occupato del mantenimento della famiglia, pur lavorando, e Fatima, disoccupata, ha sempre dovuto arrabattarsi per cercare cibo, vestiti, materiale per la scuola per i propri figli. Lui la tratta da serva e la vorrebbe sempre in casa col “burqa”, la minaccia di Fatima morte, la tradisce con altre donne, cerca di mettere i Fatima è una donna marocchina, sposata a 16 anni figli contro di lei, le fa scenate perché lei si è messa a con un connazionale da cui ha avuto (spesso con la studiare per poter avere un futuro. Lui le fa capire che violenza) tre figli. Lui viene in Italia abbandonandola in se accetta di avere rapporti sessuali con lei le darà i Marocco con i figli per 8 anni, senza mai mandarle un 50 euro per fare la spesa o pagare la gita scolastica, e soldo e senza mai occuparsi né di lei né dei figli. lei, umiliata e annientata, accetta, per i suoi figli. Fatima, priva di una famiglia che le fosse di sostegno, Fatima è senza auto ma farebbe di tutto per non doveva riuscire a procurare almeno “una baguette” al perdere i colloqui con la psicologa dello Sportello giorno, per dare da mangiare ai suoi figli e quante sere Donna, unico luogo dove dice di aver trovato vero è andata a letto lei senza cena! Anche oggi è ascolto, e pur di venire si fa accompagnare dal marito, terrorizzata dall’idea di “patire la fame” come è stato in che per questo si fa pagare. Marocco. Un giorno non aveva più soldi per l’affitto e Oggi, a seguito del nubifragio avvenuto a Verbania, il così è stata sfrattata, lei e i figli; per fortuna una sua tetto della sua abitazione fa filtrare acqua, tanto che è amica l’ha ospitata a casa sua, ma una casa piccola, diventato tutto muffo, l’acqua scorre a rivoli sulle in cui pioveva dentro, e dove lei e i figli han dovuto pareti, su cui si è formato il muschio, tutta la loro roba dormire per terra per un paio di mesi. è bagnata e lei dorme per terra perché il materasso è Per ottenere vantaggi fiscali con il ricongiungimento zuppo. Tutta la situazione è già in carico da tempo ai familiare lui li fa venire tutti in Italia, dove vivono Servizi Sociali, che però evidentemente non riescono insieme ma da separati in casa. Lui non si è mai a dare l’aiuto necessario. Durante la serata sono stati raccolti 235 euro dalla vendita delle matite e dalle offerte, e 450 euro dagli sponsor. Grazie al Circolo degli artisti per l’accoglienza e la cena, grazie ai gruppi musicali e alla compagnia teatrale che hanno lavorato per noi senza compensi, grazie al Consorzio “Erba bona” che ha offerto la “tisana della donna”. Ringraziamo inoltre, per il patrocinio concesso, il Comune di Omegna, il Comitato per la promozione dell’imprenditoria femminile presso la Camera di Commercio del Verbano Cusio Ossola, lo Sportello Donna della Provincia del Verbano Cusio Ossola. Ringraziamo, per il sostegno economico, il Comune di Mergozzo, Edilmar, International Chips, Centro Studi Yoga Kailash. Ci auguriamo che il messaggio di “Giù le mani”, “incoraggiare la cultura della non violenza negli adulti e nei giovani e promuovere, a qualsiasi livello, una maggiore uguaglianza tra donne e uomini, venga veicolato e diffuso il più possibile.
Se hai bisogno di aiuto, o conosci qualche donna che ne abbia bisogno, non aspettare, chiamaci al numero di cellulare dedicato al progetto “Giù le mani” +393356978767. Ti aiuteremo a capire se sei vittima di violenza, qualsiasi violenza, e ti assisteremo nel percorso di recupero del tuo benessere e della serenità. Insieme potremo farcela!!!!!
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Direttore responsabile: Prof. Gianni Reami
Gruppo di Redazione: Samantha Brandini Roberto Fantone Laura Luisi Guido Manera Renata Motto Danila Tassinari Manola Vadalà Simonetta Valterio
01/2016 03 Editoriale Carlo Squizzi 04 La famiglia di fronte alla perdita la Redazione 07 Con la promessa di portarvi con noi Gli Amici della Val Brevettola 08 Don Antonio Visco due anni dopo Guido Manera 09 Caro don Visco Guido Manera e Renata Motto 10 La via silenziosa per il Cielo Guido Manera 11 Il Cammino dei Fiori e della Vita Samantha Brandini 12 C'è una bella differenza tra viaggiare e scappare da una guerra Laura Luisi 15 Terraferma Samantha Brandini 16 Intervista al Presidente uscente della Cooperativa Logos Matteo De Giuli
Segretaria di redazione: Samantha Brandini Grafica: Adriano Marino Distribuzione:
Rosangela De Luca
18 Il Film a cura di Alessandro Magrì 21 Il Viaggio a cura di Alvi Torielli 23 Dalla biblioteca di Don Antonio... a cura del gruppo “Invito alla lettura” 24 Violenza sulle donne: i dati 2015 Laura Luisi 27 Giù le Mani! Su le Voci! l’équipe di Giù le mani
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