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01/2010
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EDITORIALE All animal are equal, but some animals are more equal than others” George Orwell, Animal Farm, 1945 – “Tutti gli animali sono uguali, ma qualche animale è più uguale degli altri”. E di conseguenza quelli che sono meno uguali potrebbero essere l’anello debole del titolo di questo primo numero della rivista del 2010. Ma è proprio così? Non per niente è stato messo il punto interrogativo. I deboli hanno sempre pagato; a Sparta i bambini imperfetti venivano subito eliminati; il regime nazista non poteva tollerare che qualche “pezzo” venisse male, tutto quello che esula dalla bellezza classica e dalla perfezione fisica trova rari spazi in televisione. Eppure ci sono dei grandi messaggi di speranza che ricavo dalla tradizione cristiana, ma che penso abbiano un valore universale tale da coinvolgere l’intera umanità. Propongo una serie di citazioni per rendere concreto il mio discorso: “La pietra che gli edificatori hanno scartato, essa è diventata pietra angolare: ciò è stato fatto dal Signore ed è meraviglioso agli occhi nostri”, Matteo, 21. “Chi fra voi è il più piccolo, egli è il più grande” Luca, 9. Non può mancare il riferimento al discorso della montagna di non così semplice interpretazione laddove si trovino assieme dimensioni fisiche e metafisiche, ma certo due passi fanno al caso nostro: “Beati gli afflitti perché saranno consolati, beati i miti perché erediteranno la terra”, Matteo, 5. Anche la Madonna poteva essere un anello debole e nel magnificat esclama: “(Il Signore) ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”, Luca,1. Generalmente si è portati a pensare che la ricompensa, per quelli che rientrano nella categoria presunta dell’anello debole, ci sarà poi in Paradiso; invece è previsto che avranno il centuplo in questa terra. Chi può mai dire che per una persona svantaggiata sarebbe stato meglio essere come Belen Rodriguez o Raul Bova o Einstein, visto che la vita non ammette controprova? Ed infine, e non lo scrivo a mo’ di consolazione ma di riflessione: “Niente è come sembra, o fanciullo, specialmente l’uomo che è pura apparenza” e inoltre “Se a ciascun l’interno affanno si leggesse in volto scritto, quanti che invidia ci fanno ci farebbero pietà”, Metastasio, Arie. E adesso scendiamo da questo quadro bello e consolatorio per tornare al quotidiano, alla vita di tutti i giorni, alla nostra realtà, per constatare e confessare che, nonostante tutte le precedenti belle citazioni, noi tutti uomini preferiamo essere ricchi, belli, famosi, potenti, giovani, sani, perfetti, intelligenti, spiritosi, amati, cercati, apprezzati, colti, telegenici, ecc. Ecc. piuttosto che il loro contrario. Ciò è comprensibile, ma vi è anche da dire che in generale noi uomini siamo un po’ da compatire perché, al termine della vita, la somma algebrica tra le cose positive e negative vissute da tutti sarà sempre zero…. per tutti. Antonio Lista 3
Redazione: Alessandra Balagna Cinzia Bigatti Paola Caretti Gianni Clemente Roberto Fantone Antonio Lista Guido Manera Mauro Magrì Alessandra Morosin Anna Mosoni Renata Motto Danila Tassinari Cristiano Tedeschi Manola Vadalà Raffaella Zoldan
editoriale
03 Hanno collaborato a questo numero: Barbara e Sergio Balzarelli Monica Cupia Giorgio Farina Lorenzo Lepre Don Benoit Lovati Antonio Visco
Segretaria di redazione: Samantha Brandini Grafica: Adriano Marino Distribuzione:
Rosangela De Luca Stampa: ERREGI Solutions P.zza Stazione,2 - 28844 - Villadossola Tel. 0324 570385 R.A. Abbonamento annuo: euro 15,00 Una copia: euro 5,00 Versamento C/CP N° 17549288 Registrato presso Il Tribunale di Verbania Con autorizzazione N° 159 del 22/02/1984
Corrispondenza: Casa don Gianni Via dell’Artigianato, 13 Domodossola (VB) Tel. 0324-227312 info@alternativa-a.it http://www.alternativa-a.it
Antonio Lista
maltrattamento famigliare: conoscere, trattare, prevenire
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Manola Vadalà
anello debole Lorenzo Lepre
la violenza sui minori
Monica Cupia
un territorio che ha fatto rete: con e per le donne
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Silvia Miguidi
la famiglia e il maltrattamento
Alessandra Morosin
équipe maltrattamento e abuso: la rete provinciale a tutela dei minori a cura di Anna Mosoni
l’associazione Petra
Barbara e Sergio Balzanelli
uno sguardo sull’Etiopia Manola Vadalà
centro aiuti per l’Etiopia Manola Vadalà
a scuola
Antonio Lista
dieci domande possono bastare...
A cura di Renata Motto
la guerra di Mario
Il Film
A cura di Mauro Magrì
una giornata per il volontariato di casa don Gianni Don Antonio Visco
al di là della realta: la cronaca
Antonio Lista
Casa don Gianni
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il fotovoltaico
A cura di Manola Vadalà
non esiste vittima innocente
Giorgio Farina
CIAD - Don Benoît Danila Tassinari
Manola Vadalà
Coordinatrice Centro per la famiglia
Convegno
“Maltrattamento famigliare: conoscere, trattare, prevenire” 14 e 15 dicembre 2009 al Tecno Parco di Fondotoce
Gli enti organizzatori erano: La Bitta (servizio Sportello Donna e Centro per la famiglia), ASL VCO, Ciss Ossola, Ciss Cusio, Ciss Verbano, Provincia Verbano Cusio Ossola, Assessorato alle pari opportunità Seguendo la linea internazionale di contrasto della violenza in campo sanitario ed in base, ai dati che emergono a livello mondiale, nazionale e territoriale era evidente la necessità di una sensibilizzazione degli operatori socio-sanitari, legali, amministrativi per promuovere: la segnalazione, ed i trattamenti adeguati nei ✔ l’individuazione, confronti di donne e minori soggetti a violenza. costituzione di una rete che fornisca risposte immediate ✔ lae adeguate alle varie situazioni di maltrattamento “Conoscere per trattare e prevenire” costituisce oggi una linea unitaria per promuovere e sviluppare l’interesse del mondo sanitario e per coinvolgere sempre più ampiamente il mondo medico, legale, amministrativo, sociale. La prima tappa, la conoscenza: ✔ Conoscere l'estensione del fenomeno, sapere che una donna su quattro nell'arco della vita subisce violenza e che una donna su dieci subisce violenza nell'ultimo anno di vita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel suo rapporto del 2002, identifica la violenza come la principale causa di decessi o di invalidità per le donne dai 16 ai 44 anni, prima del cancro, della guerra e degli incidenti stradali. Nelle famiglie dove uno o più membri agiscono violenza sugli altri, emerge che il modello relazionale si basa sul potere, sull'uso e sul controllo dell'altro, con modalità che attengono a ciò che in atri ambiti chiamiamo tortura. Entrambi gli ambienti presentano elementi quali: la paura, la limitazione della libertà, la coercizione fisica e psicologica. Il senso di pericolo per la propria incolumità e quella degli altri, il senso di impotenza, di orrore e la rottura dei confini personali. Il trauma legato alla violenza domestica è causato da eventi cui la persona viene ripetutamente esposta, la violenza è presente come minaccia 5
prevedibile, cronica, sequenziale e questo crea quel senso di impotenza che diventa un elemento centrale del vissuto delle vittime. La violenza domestica non provoca danni solo a chi direttamente la subisce ma anche agli altri membri del nucleo familiare: i figli. Non dobbiamo infatti scordare che: la funzione genitoriale nella vittima può non svilupparsi coerentemente o venire fortemente compromessa, divenendo di conseguenza incapace di essere una presenza strutturante e significante per i figli; quando c'è maltrattamento sulla madre c'è sempre un maltrattamento psicologico sui figli; la violenza assistita ha delle gravi conseguenze sullo sviluppo psicofisico dei bambini. Per violenza nella sua accezione globale l’OMS (2002) intende “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, altre persone o contro un gruppo o una comunità, da cui conseguono o da cui hanno una alta probabilità di conseguire lesioni, morte, danni psicologici, compromissioni nello sviluppo (maldevelopment) o deprivazioni”. La definizione più completa e recente di violenza all'infanzia è quella elaborata nel 1999 in occasione del “Consultation on Child Abuse and Prevention” dell’ OMS nella quale si afferma che “per abuso all’infanzia e maltrattamento debbano intendersi tutte le forma di cattiva salute fisica e/o emozionale, abuso sessuale, trascuratezza o negligenza o sfruttamento commerciale o altro che comportano un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino, per la sua sopravvivenza , per il suo sviluppo o per la sua dignità nell’ambito di una relazione caratterizzata da responsabilità, fiducia o potere”. L’OMS ha affermato con forza a partire dal giugno 2000 che la violenza contro le donne è anche un problema di sanità pubblica e che essa deve coinvolgere gli operatori sanitari nella prevenzione del fenomeno e nel trattamento delle conseguenze in termini di danni alla salute fisica e psichica. E su questa linea possiamo annoverare oggi altri due interventi autorevoli che spingono il mondo sanitario ad organizzare presidi per combattere gli effetti della violenza sulla salute: - L ’iniziativa dell’AMA (American Medical Association) che nel giungo 2002 ha pubblicato una linea guida per i medici finalizzata alla prevenzione, all’individuazione precoce ed al trattamento dei casi di violenza tra la popolazione femminile dei servizi sanitari :“Connecting the Dots to Prevent Youth Violence. A Training and Outreach Guide for Physicians and Other Health Professionals”; - L’iniziativa delle Nazioni Unite che ha sviluppato una linea guida - rivolta alle istituzioni sanitarie pubbliche e private - finalizzata a contrastare il fenomeno della violenza con i suoi effetti sulla salute, e ad adeguare i servizi sanitari a questa nuova emergenza. A livello territoriale la nostra coop. gestisce per la Provincia due sportelli Donna ove sono confluiti in nove mesi 219 utenti di cui 61 per casi di maltrattamento familiare. Conoscere il collegamento della violenza con i processi di formazione delle patologie. Il maltrattamento può produrre un gran numero di disturbi assimilabili al disordine da stress post traumatico, inoltre spesso è associato a depressione. Il segreto, l’evitamento di persone, luoghi, attività e comportamenti non graditi all’abusante, adottati dalle donne come difesa all’escalation di violenza provocano lo stato di isolamento tipico del maltrattamento ed un impoverimento generale nella donna delle sue relazioni, delle suerisorse interne ed esterne.
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In situazioni di maltrattamento cronico sono spesso presenti nelle vittime: ansia comportamenti fobici disturbi dell’alimentazione disfunzioni sessuali sintomi psicofisici associati allo stress e all’ansia (palpitazioni, disturbi gastrointestinali e altri problemi fisici) può verificarsi una caduta delle difese immunitarie Ricerche in questa direzione sono state condotte a partire dalle donne che hanno subito violenza; scarse ancora sono le ricerche sulle patologie in donne che non hanno denunciato fatti di violenza. Ciò significa che il mondo medico non ha ancora mosso i propri passi in autonomia provvedendo a svolgere una indagine eziologica a tutto campo sulle patologie a più alto impatto tra la popolazione femminile, come ad esempio le patologie psichiche, quelle cardiovascolari e da stress. Per questo motivo, data la scarsità di dati proveniente dal mondo sanitario, l'OMS ha posto agli operatori sanitari l'obiettivo di trasformare le prassi clinico-diagnostiche, inserendo in esse protocolli per la rilevazione delle condizioni di violenza.
La seconda tappa, trattare: ✔ l'attività diagnostica. Ciò deve significare inserire nelle pratiche
cliniche la violenza come probabile co-fattore eziologico e di rischio; significa guardare al processo patologico non solo come un dato autonomo del bios ma anche come possibile conseguenza e prodotto di azioni esterne come la violenza in tutti i suoi aspetti, da quella fisica a quella psicologica.
terza tappa, la prevenzione: ✔ laLaviolenza denunciata spontaneamente dalla donna è la minima
parte di un fenomeno molto più ampio e sommerso. La donna non conosce gli effetti della violenza sulla salute, non sa che tollerare la violenza ha costi elevati sull'equilibrio psico-fisico: informare la donna diviene allora il compito principale di ogni servizio sanitario che ha tra la sua utenza prevalente le donne. L'informazione deve riguardare sia il rapporto violenza malattia sia i luoghi specifici (Servizi, Centri antiviolenza, ecc.) dove la donna può discutere i suoi problemi e darvi opportuni inquadramenti prima che essi si trasformino in percorsi di malattia. - Elemento trainante della prevenzione è quindi un’adeguata informazione rivolta alle donne. Essa si ottiene attraverso la diffusione di opuscoli informativi sulla violenza ed i suoi effetti per la salute e l’affissione di locandine in tutti i luoghi sanitari in cui è alto l’afflusso delle donne: servizi di psichiatria, pronto-soccorso; studi dei medici di famiglia, ecc.
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Lorenzo Lepre
Ispettore Capo Polizia di Stato
L’ANELLO DEBOLE attraverso le investigazioni di polizia giudiziaria
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Secondo l’esperienza personale e professionale di un “addetto ai lavori”
ell’anno 2000, l’allora capo della Polizia, Prefetto Giovanni De Gennaro, a causa dell’incremento delle denunce alle forze di polizia da parte di cittadini, sia maggiorenni che minorenni, per violenze effettuate nei propri confronti, istituiva, in seno alle Squadre Mobili di tutte le Questure d’Italia, una sezione che in via esclusiva doveva sviluppare e perseguire le notizie e le denunce inerenti i reati che prevedevano qualsiasi forma di violenza, fisica e morale, consumata nei confronti delle persone. Giova sottolineare che due sono le possibilità per perseguire penalmente chi usa violenza alle persone, una prima forma prevede la segnalazione all’Autorità competente mediante la presentazione della querela. In questo caso è la vittima che deve espressamente chiedere che il responsabile del reato venga processato (c.d. condizione di procedibilità). Una seconda forma prevede che il responsabile di un reato, per la particolare gravità del crimine, scaturito dal suo atteggiamento, venga perseguito penalmente anche se non vi è una formale richiesta scritta della parte offesa; in questo caso l’atto è denominato denuncia. In quest’ultima ipotesi, nel momento in cui la polizia giudiziaria individua l’autore di un delitto, questi, anche senza la presentazione della denuncia viene portato in giudizio davanti al Giudice penale, cioè subisce un processo. Ovviamente i reati perseguibili a querela, sebbene importanti, sono meno gravi di quelli perseguibili anche senza la presentazione di
una denuncia o se non vi è l’esplicita volontà della vittima. La polizia giudiziaria può venire a conoscenza della consumazione di un reato in diversi modi: mediante la presentazione della querela, della denuncia, dal referto medico redatto da personale sanitario, autonomamente da dialoghi e commenti sentiti o riportati da altre persone, da articoli di giornali ecc.. Concretamente, la polizia giudiziaria ha il dovere giuridico, anche di propria iniziativa, di prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale. Praticamente il compito della polizia giudiziaria è quello di consegnare all’Autorità Giudiziaria la prova certa e sicura dell’avvenuto compimento di un reato oppure che quanto denunciato o quanto appreso non corrisponde a realtà. Ecco quindi che una volta acquisita la notizia di un reato la polizia giudiziaria inizia le investigazioni. Se dette notizie riguardano fatti violenti o che possano pregiudicare la regolare condotta di vita di una persona, il primo intervento da effettuare è quello di allontanare la persona che ha subito il reato da quella situazione (quasi sempre bambini o donne), e collocarli in idonee strutture, per tale motivo ci si avvale dell’aiuto di altre istituzioni presenti sul territorio quindi l’assessorato alle Politiche Sociali del comune, i servizi sociali, case di accoglienza per minori o per famiglie
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(solitamente mamma bambino), oppure parenti o amici. Subito dopo aver preservato la vittima di una violenza (maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, o qualsiasi altra condizione pregiudizievole) l’attenzione viene rivolta, come detto, a raccogliere tutte le prove relative ai fatti di cui si è venuti a conoscenza. In alcune circostanze si è appurato che il racconto fatto dalla denunciante o dalla vittima del reato non corrispondeva a verità, oppure, che in particolari condizioni emotive quanto subito o visto non corrispondeva completamente all’episodio segnalato. Le indagini, utilizzando un termine usato abitualmente: “vengono sviluppate a 360 °”, cioè sia a favore della vittima che a favore della o delle persone da questa indicate quali responsabili della o delle violenze. Ecco quindi che sulla scorta di quanto denunciato dalla persona offesa, nel massimo riserbo, e facendo particolare attenzione alla sfera privata, vengono assunte informazioni da tutte le persone che hanno in qualche modo conoscenza del fatto o perché presenti o perchè indicate da chi denuncia, oppure perché a conoscenza di particolari che possono dare un giusto indirizzo per confermare o scoprire la esatta verità. Qualora il reato venga consumato mediante l’uso del telefono, come nel caso degli atti persecutori, cioè del così detto stalking, o delle molestie o disturbo alle persone, le investigazioni si sviluppano anche mediante l’analisi dei tabulati del telefono; ciò è possibile solo e unicamente con l’autorizzazione dell’Autorità Giudiziaria. In tale modo viene quasi sempre appurato se tale reato è stato effettivamente realizzato oppure se quanto denunciato è falso.
Nei casi in cui la violenza è stata compiuta sulla persona si acquisiscono i risultati delle visite mediche effettuate nell’immediatezza da personale medico, solitamente del Pronto Soccorso degli ospedali e da specialisti; le testimonianze di persone presenti durante lo svolgimento dei fatti, ed anche da tutte quelle operazioni eseguite da personale altamente specializzato e appartenente al Gabinetto di Polizia Scientifica (foto, rilievi scientifici, accertamenti tecnici urgenti sui luoghi sulle cose e sulle persone). Tra i reati trattati dalla sezione “minori” della polizia giudiziaria quelli che più di tutti lasciano nella vittima una “ferita” che mai si rimarginerà sono sicuramente quelli a sfondo sessuale, violenza che si verifica anche solamente con una carezza non voluta e implicante la propria sfera sessuale. Le norme penali attualmente in vigore sono fortunatamente particolarmente rigide nei confronti di chi, quasi sempre uomini, rivolge le proprie attenzioni, con violenza o con “ingegno”, per raggiungere il proprio scopo, nei confronti di donne o, ancora più, purtroppo, di bambini. Rammento con particolare “dolore” due episodi legati a violenza sessuale su minori: gli occhi di un ragazzo di 15 anni diventati pieni di lacrime e lucidi in una frazione di secondo, il suo viso che esprimeva disagio e dolore, nel momento in cui mi raccontava l’episodio avvenuto qualche anno prima. Gli occhi lucidi e il viso contratto che esprimeva dolore e odio di una mamma per quanto aveva subito la figlia minore nel mentre mi raccontava che anche lei, quando era piccola, era stata molestata sessualmente: “gli anelli deboli”. “Si tratta purtroppo, di una scena che ho vissuto e rivissuto in altre occasioni”.
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Monica Cupia
Psicologa-psicoterapeuta del Centro per la Famiglia
La violenza sui minori G
intervento del Dott. Foti
rande interesse e partecipazione emotiva ha suscitato l'intervento del dott. Claudio Foti, presidente dell'Associazione Hansel e Gretel di Torino, durante il Convegno di dicembre sul maltrattamento familiare. Oltre a passare dei contenuti, il dott. Foti ha cercato di farci vivere in prima persona alcuni elementari principi dell'”intelligenza emotiva”, impostando il suo intervento in chiave “esperienziale”. Ci ha infatti chiesto qual'era stata la cosa più bella e quella più brutta vissuta in quella giornata guidandoci a riconoscere e legittimare le nostre emozioni. L”intelligenza emotiva” di cui ha parlato Foti è un concetto introdotto da Daniel Goleman con il suo bel libro del 1995. Foti ha sottolineato due principi dell'Intelligenza Emotiva:
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Il CONTROLLO DELLE EMOZIONI: controllare le proprie emozioni non significa soffocarle, negarle, ma saperle contattare e poter parlare delle proprie debolezze. In questo modo, continua Foti, non ci si fa sequestrare dalle proprie emozioni, ma si rimane padroni del proprio mondo emotivo.
Disagio da relazione interpersonale con l'utente: provo sgomento quando una persona mi racconta un abuso subito. C'è un malessere che noi assorbiamo nella relazione con l'utente
da nostra storia personale: parlare con 2. Disagio l'utente ci fa rivivere parti della nostra storia personale, soprattutto se questa non è stata elaborata in modo consapevole. Ascoltare la terribile storia di un bambino abusato mette in vita le mie paure e le mie angosce.
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L'AUTOCONSAPEVOLEZZA EMOTIVA: è importante insegnare ai nostri figli a riconoscere, distinguere, rispettare le loro emozioni, imparando che tutte sono legittime. Anche la rabbia è un'emozione che va riconosciuta e accettata, l'errore non è il provare rabbia, ma l'agirla. Un problema del nostro tempo è la tendenza ad AGIRE le emozioni anziché PENSARLE: questo porta spesso molte persone a commettere anche gravi reati perchè non sono stati in grado di metabolizzare le emozioni che stavano vivendo. La capacità di autoconsapevolezza emotiva è il fondamento per la costruzione, nei nostri figli, dell'EMPATIA.
Un altro aspetto toccato dal dott. Foti e molto interessante per noi operatori del settore è stato il “rischio BURN OUT”. Avvicinarsi al trauma e identificarsi con il paziente maltrattato è necessario, ma ha dei costi emotivi che vanno mentalizzati: se provo disagio non devo eliminarlo, ma pensarlo in modo più corretto.
Nel rapporto con il paziente maltrattato possiamo identificare tre sorgenti di disagio:
Disagio da problemi istituzionali/ organizzativi:quando l'organizzazione in cui lavoriamo presenta ruoli poco chiari, responsabilità poco definite e non dà supporto agli operatori che affrontano le problematiche del maltrattamento.
Come affrontare allora il burnout? Il dott. Foti sottolinea come sia necessario trasformare lo stress in arricchimento. Questo è possibile solo attraverso lo scambio tra operatori, la supervisione, il non essere soli nell'affrontare le situazioni cliniche più difficili. Se non c'è conforto e vicinanza la sofferenza ti può distruggere! E' necessario non farsi sequestrare da depressione, tristezza, rabbia: convivere con la sofferenza con SPERANZA. Foti conclude con una domanda che certamente ognuno di noi operatori almeno una volta nella sua vita professionale si è fatto o, se ancora alle prime armi, certamente si farà: “ma chi ce lo fa fare?” ma perchè stare ad assorbire il dolore di tutte queste persone e, così, soffrire inevitabilmente anche noi? A che serve se tanto il dolore, il trauma, non glielo togliamo più? Foti risponde: “Per diventare più uomini e più donne”...... …......e io aggiungo: è vero, la nostra umanità viene scavata profondamente da queste storie, dallo stare a fianco di queste persone. Intravedi con maggiore chiarezza la complessità del cuore umano e impari che ogni giudizio è davvero sempre sbagliato ...
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Giorgio Farina
Psichiatra - Direttore Dip. Salute Mentale ASL VCO
“Non esiste vittima innocente”?
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n un convegno come questo, durante il quale sono previsti numerosi interventi, ho pensato di mettere in evidenza alcuni aspetti, frammentati, ma forse utili a comprendere in quali contesti possano verificarsi (oggi) tensioni ed aggressività. Avevo concordato un titolo lievemente diverso da quello che oggi leggo nel programma: più generico che mi permettesse di prendere in esame una parte del problema, senza alcuna pretesa di arrivare a conclusioni definitive. Un legame profondo ed oscuro talora unisce maltrattante e maltrattato. Nel proporre il titolo avevo in mente quell’espressione di Sartre che dice “non esiste vittima innocente”. Un’espressione contestabilissima, non generalizzabile ma inquietante per capire come possano radicarsi certe situazioni di violenza che vengono alla luce con molto ritardo, a volte casualmente. Freud, quando prese in esame gli aspetti aggressivi e passivi della personalità, quando esaminò le inclinazioni sadiche e quelle masochistiche parlò di “coppie contrapposte”, coesistenti in una stessa personalità. Vi sono casi, vi sono situazioni in cui non è facile distinguere (in profondità intendo dire, non per gli aspetti più superficiali e banali) aggressore ed aggredito per il legame oscuro ed ambiguo, che può stabilirsi tra i due. Mi si potrebbe dire “non facciamola lunga: chi alza le mani maltratta etc…”. E’ così facile indignarsi immediatamente mentre è così difficile tentare di capire: che è cosa diversa dal giustificare. In un bellissimo libro d’impostazione fenomenologica (una fenomenologia parzialmente contaminata dal discorso freudiano) Medard Boss – un celebre psichiatra svizzero – descrisse il caso di Eric Klotz, un sadomasochista. Un uomo dalla volontà di ferro, un lavoratore instancabile e di successo cresciuto in una casa il cui motto era: “bisogna farcela”. Nell’atrio di quella casa perché non lo si scordasse mai stava proprio scritta la frase, posta dal padre di Erik, “bisogna farcela”. Difficile leggere, senza sentirsi toccati, la descrizione di quella famiglia, governata da
gelide regole dove ogni espressione di emotività e di fisicità era preclusa. Dove la lettura di poemi lirici era stata considerata una debolezza femminile ed era diventata oggetto di scherno da parte del padre. Erik cresce sperimentando, come unica emozione, una furia disperata. La tetraggine dell’esistenza interrotta – nell’età adulta – solo da accessi di ira e dalla violenza che poteva esercitare nell’attività professionale: dal piacere che gli derivava dall’annientare un concorrente. In questo “mare di ghiaccio” vive Erik Klotz. Uso l’espressione “mare di ghiaccio” rubandola a Kafka che ha scritto “un libro è un’ascia contro il mare di ghiaccio che è dentro di noi”. Il ghiaccio si incrina solo quando sperimenta la fisicità di un dolore atroce (per esempio quando è dal dentista) o quando provoca ad altri un dolore profondo. Per Klotz è indifferente essere percosso, incatenato, soffocato oppure percuotere, incatenare, soffocare. È passivo quando la donna corrisponde al suo tipo d’uomo ideale d’uomo (decisa ed autoritaria) è attivo quando la donna è (dal suo punto di vista ovviamente) molto femminile e comprensiva. Stiamo parlando di un individuo che si trova immerso (come lui stesso scrive) nel “nulla privo di senso” e vive un’esistenza così svuotata da desiderare solo la morte. Non stiamo assolvendo un sadico. Non è questo il punto, stiamo osservando il modo di essere nel mondo di una persona che è stata aggredita, ed è aggressiva verso gli altri e profondamente aggressiva verso se stessa. L’odio non è indifferenza ma un affetto che si scontra contro altri affetti e si trasforma, come ha scritto Freud, in un impulso aggressivo. L’odio (al pari dell’amore passionale) non rispetta alcuna distanza, non tollera alcuna separazione dall’altro. All’opposto dell’odio non c’è l’amore ma, nel linguaggio corrente, l’indifferenza: io credo (più propriamente) l’angoscia e il completo svuotamento. Vorrei restare a questa esperienza di vuoto esistenziale e collegarmi ai maltrattamenti di
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cui siamo testimoni nel nostro lavoro e che avvengono sotto la spinta dell’intossicazione, della tossicodipendenza: a quei maltrattamenti che rimandano alla ragion d’essere psicopatologica e clinica della tossicodipendenza. La tossicodipendenza si manifesta in ambiti sociali – familiari - e in profili psicologici tanto diversi tra di loro da poter riconoscere, come unico elemento unificante la tendenza a fuggire (che del resto è comune a tutti noi seppure in maniera meno disperata) dal vuoto esistenziale. Quando l’angoscia e la perdita di senso della vita destituiscono di significato le relazioni interpersonali si apre uno spazio che l’aggressività tenta di colmare. Le donne che hanno trovato e trovano tanta difficoltà ad avere uno spazio nella lunga storia dei diritti umani sono (pur tenendo conto di diversi background personali, culturali, nazionali) certamente le più esposte al fenomeno del maltrattamento. Si pensi che Freud, nell’affrontare la questione del masochismo, arriva a creare una sottospecie femminile (il masochismo femminile) stabilendo un rapporto tra sadismo e virilità e tra masochismo e femminilità. Scrisse che sadismo e masochismo sono un “monstrum per excessum” del normale atteggiamento maschile e femminile: l’uomo agisce e conquista nella vita sociale e traspone questi atteggiamenti nella relazione sessuale. È inutile dire come queste considerazioni siano, per un’infinità di ragioni, da considerarsi superate ed abbiano costituito una giustificazione (alibi) insostenibile anche sul piano metodologico. Solo problematizzando convinzioni ritenute molto salde possiamo comprendere fenomeni diversamente indecifrabili. Pensiamo, ad esempio, a quelle manifestazioni di violenza che, raggiunti i livelli estremi arrivano a conseguenze tragiche. Leggiamo allora sui giornali espressioni quali “raptus” oppure “depressione” che rimandano ad un “incomprensibile” che interrompe la normalità oppure ad una malattia psichiatrica grave che non ci può quindi riguardare e deve essere consegnata all’attenzione e alle cure degli specialisti. Possiamo anche assumere (certo non ingiustificatamente) atteggiamenti di indignazione e di condanna: quando condanniamo in modo indignato prendiamo le distanze dall’accaduto, guadagnamo l’innocenza per noi stessi, non riconosciamo quanto (in modo evidentemente più sfumato senza conseguenze tragiche) potremmo
ritrovare anche nella nostra interiorità e nella nostra famiglia. La famiglia, particolarmente in Italia, costituisce un recinto sacro all’interno del quale si giustificano molte cose. Così, in fondo, generalmente pensiamo che la famiglia sia il luogo dell’amore e che la massima e più sacra espressione dell’amore sia l’amore per i figli ed, ancora di più, l’amore materno per i figli. L’infanticidio provoca, quindi, in noi (lettori di giornali, spettatori televisivi, etc…) una lacerazione così profonda da richiedere il ricorso immediato alla rassicurazione della scienza (“è successo perché era malata”) o il ripristino della normalità attraverso la giustizia. Attendiamo, con passionalità esasperata, (delitto di Cogne) che psichiatra o giudice riportino l’ordine e le nostre serene convinzioni. Jaspers è stato uno dei più grandi psichiatri del secolo scorso, anche se, è generalmente più conosciuto come filosofo. Jaspers sostiene che in tutti gli uomini, senza distinzione tra normalità e presunta follia, vi siano esperienze emozionali comuni di decisiva importanza: sono le esperienze di angoscia di fronte alle antinomie ed alle contraddizioni che l’esistenza propone. Sostiene, questo grande psichiatra, che sfuggiamo all’angoscia semplificando ogni cosa, non considerando gli opposti che vivono in noi e conoscendo molto poco di noi stessi. Noi vorremmo le idee “chiare e distinte” (cartesianamente), temiamo l’ambivalenza, l’incertezza, la crisi con le sue lacerazioni. Soffermiamoci molto brevemente solo sull’antinomia per eccellenza: la vita e la morte. Socrate si chiede: “chi sa mai se vivere è morire o morire è vivere”. La vita e la morte sono indissolubilmente legate, alla morte non si pensa quasi mai e, al massimo, si pensa a come morire (che è cosa diversa). Si riflette cioè eutanasia e su temi affini. Eppure Tolstoj ha scritto che “pensare è pensare la morte” e uno dei più bei romanzi brevi che sia stato scritto secondo il giudizio di Citati è proprio la morte di Ivan ‘Ilic. Un altro bellissimo romanzo, che ancora Citati indica come il più bel romanzo del novecento è la Montagna Incantata: una lunga riflessione di Thomas Mann non solo sull’esperienza del tempo (in cui si sente l’influenza di Jaspers) ma anche soprattutto una riflessione sul senso della vita nella prospettiva (così imminente nel sanatorio di Davos) della morte. Rimuovere, allontanare, limitare il pensiero della morte è così frequente che, nella Gaia
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Scienza Niezstche scrive che “vivere è allontanare da sé le cose che vogliono morire”. Ai fini della nostra riflessione occorre prendere in esame altre ambivalenze che rifiutiamo che potrebbero aiutarci a capire, in parte, i maltrattamenti fisici e psicologici che tanto frequentemente osserviamo. I maltrattamenti sono passaggi all’atto che si verificano quando i problemi appaiono insormontabili e irrisolubili perché le contraddizioni che rimuoviamo, come rimuoviamo il pensiero della morte, deflagrano improvvisamente cogliendoci del tutto impreparati. Citando ancora per l’ultima volta Niezstche, occorre “scrutare l’abisso fino in fondo”, rimettere in discussione convinzioni rassicuranti ma parzialmente sbagliate, scardinare miti individuali e collettivi che, d’abitudine, consideriamo intoccabili e sacri. Lo ha fatto molto bene, a mio avviso, Umberto Galimberti in un suo recentissimo libro una riflessione profonda che prende le mosse dalla lezione di Jaspers, che è stato suo maestro. In uno dei vecchi manuali di psichiatria, su cui studiavo quando ero specializzando, il capitolo della depressione era stato affidato ad uno psichiatra, analista di scuola freudiana. Questi (generalizzando indubbiamente) sostenne che i pazienti depressi hanno una madre ambivalente inconsapevole della propria ambivalenza e aggressività. Non può ammettere- l’ostilità verso il figlio, maschera l’aggressività con l’eccessiva sollecitudine. Semplificando: la madre dei depressi dice, in certo senso, a se stessa non posso avere sentimenti ostili nei confronti del bambino, non posso desiderare che non ci sia (in senso psicologico la sua morte) dal momento che – come tutti possono vedere- sono piena di attenzione e sollecitudine per lui, penso a lui in continuazione, lo educo con grande scrupolo, temo per la sua salute (il timore e il desiderio talora si confondono) tanto che lo copro con la sciarpa di lana anche ad agosto. Questa madre ama il figlio? Non possiamo rispondere con un semplice sì o no, non possiamo barrare la casellina del sì o del no; la risposta è: in parte si e in parte no. Anche nella relazione d’amore che, consideriamo la più sacra e pura (quella materna), all’amore si accompagna il rifiuto. Talora, piuttosto raramente, il rifiuto prende il sopravvento in modo assoluto e totale (come nei casi di infanticidio) altre volte serpeggia e si manifesta in forma indiretta o attenuata come maltrattamento. L’amore e l’odio (come la vita e la morte) non stanno ben separati e distanti come vorremmo ma stanno incatenati l’uno all’altro. Il figlio –
come bene ha scritto Galimberti- vive e si nutre dell’amore della madre ma anche del sacrificio della madre che si dibatte (consapevolmente o meno) tra diverse (non diciamo opposte) esperienze. Il figlio vive del sacrificio della madre: del suo tempo, del suo corpo, del suo sonno, del suo spazio, della sua carriera e talora del sacrificio delle sue relazioni affettivo-amorose. Se poi, il figlio, è figlio anche dell’illegalità della povertà (non solo in senso economico) dell’inesperienza e del tradimento vi sono le premesse perché possano esserci tensioni gravissime. È possibile che il figlio si riveli molto distante dalle attese e dal sogno della madre ed allora l’ambivalenza “amore-odio” supera il limite del possibile contenimento e il sacrificio fatto perde, tragicamente di significato, ed altrettanto tragicamente la madre fa un bilancio negativo dell’esistenza e può ritenere non vi sia altra via d’uscita che la morte. Il suicidio e talora l’omicidio, considerato suicidio allargato, quando il figlio non è considerato nella sua autonomia esistenziale ma ancora “carne della sua carne”. E’ scontato dire che la famiglia è profondamente cambiata perché sono cambiati i ruoli nella vita sociale e lavorativa, sono cambiate le relazioni di coppia ma questi cambiamenti che comprendiamo per vie razionali non sempre riusciamo a viverli anche emotivamente. Alcune distinzioni tra i generi sono perdute, altre sono, rispetto al passato, assai più sfumate. Pensiamo alla presenza delle donne nel mondo del lavoro (io lavoro quasi solo con donne), alla separazione - un tempo impensabile – tra la sessualità e la riproduzione ed al prolungarsi dell’attività sessuale con l’intervento dei farmaci. Nelle scuola di Specialità che ho frequentato il Direttore –analista freudiano - diceva “ricordatevi che (giusto o no che sia) alla donna si chiede di essere bella e all’uomo di essere potente”. Si dirà immediatamente (ed anch’io ne sono convinto) che sia una visione molto riduttiva, ma palestre, chirurgia plastica, diete, farmaci, consentono alle donne di essere e rimanere belle o quantomeno di inseguire questo ideale con molti più strumenti di quanti non ne avesse in passato. Gli uomini prolungano la loro attività sessuale aldilà delle più rosee aspettative. Non voglio assolutamente contrapporre questa realtà al passato, il matrimonio ottocentesco poteva essere un vero inferno. Leggere Sonata a Kreutzer di Tolstoj significa immergersi in quella situazione angosciante. È stato scritto 14
quando il matrimonio di Tolstoj era in piena crisi, ma non è corretto esprimersi così perché il suo matrimonio è stato un progressivo inarrestabile disastro. Si sposò a 37 anni con una ragazza di 17, facendo l’impossibile per poterla sposare, ebbe 13 figli ed una grande infelicità. Ebbe inoltre, come leggiamo in uno straordinario libro del londinese Orlando Figes (la danza di Natasha) 12 figli da relazioni extraconiugali. Quando scrisse Sonata a Kreutzer non rivolgeva più da tempo la parola alla moglie, eppure le cose sono andate ancora incredibilmente peggiorando. Negli ultimi giorni di vita, fugge da casa, lascia la moglie che aveva appena tentato per due volte il suicidio e muore nella piccola stazione di Astapovo assistito da una figlia. Ed anche lui (ma non voglio dilungarmi troppo) era stato lacerato dagli opposti dalla vocazione pedagogica e dall’istintualità e scriveva, riferendosi alla sensualità, “sono un vecchio vizioso”. Non servì a riscattarlo da questo senso di colpa l’aver rinunciato all’alcol, al
tabacco, alla carne. Nabokov, in un libro oggi introvabile “lezioni di letteratura russa” rende straordinariamente bene il contrasto ed analizzando Anna Karenina, un libro scritto con intento pedagogico, mette in evidenza come i personaggi che riassumono in sé il fallimento del matrimonio, lo scandalo della società, l’abbandono dei figli, l’impossibilità dell’amore ed il suicidio, siano, aldilà dell’intenzione dell’autore, quelli che ci coinvolgono più profondamente: mentre l’ideale pedagogico (Levin) ci convince solo quando si china sull’infelicità e il tradimento del fratello, alcolizzato, malato, convivente con una prostituta. Il mio intervento, frammentato come avevo dichiarato, non vuole arrivare a edificanti conclusioni ma solo (affidandosi molto alla vostra capacità intuitiva) rimettere in discussione luoghi comuni che chiudono la strada a riflessioni e sofferenze personali.
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Silvia Miguidi,
coordinatrice degli Sportelli Donna della Provincia del Verbano Cusio Ossola
Un territorio che ha fatto rete: con e per le donne Gentili lettrici, gentili lettori, nella primavera del 2009, insieme alle colleghe dello Sportello Donna, avevo avuto per la prima volta l’occasione di illustrare per Alternativa A i servizi e le prospettive di questa struttura, in un articolo intitolato “Il ruolo degli Sportelli Donna per il nostro territorio”. Come allora, torno alla forma epistolare per ribadire come il successo delle nostre attività si fondi principalmente su un rapporto di fiducia e collaborazione spesso reciproche tra l’équipe degli Sportelli Donna e la popolazione. A poco più di un anno dall’avvio di questo nuovo progetto territoriale, fortemente voluto dalla Regione Piemonte e sostenuto con spirito di collaborazione ed entusiasmo dall’assessorato alle Pari Opportunità provinciale, con Lilliana Graziobelli prima e con Guidina Dal Sasso ora, gli Sportelli Donna sono indubbiamente divenuti un punto di riferimento privilegiato per la popolazione femminile locale, segno che intorno ad un disegno civico valido forze politiche pur contrastanti possono sempre trovare dei punti di crescita comuni. Soprattutto se a rappresentarne l’autorità sono delle donne. E’ infatti dalle cittadine e dalle amministratrici del nostro territorio che abbiamo ricevuto segni di apprezzamento e fiducia forti abbastanza da trovare le energie per muoverci a 360° nell’ambito del contrasto al disagio femminile, fino ad ottenere il coinvolgimento non solo degli operatori diversamente competenti in materia (Servizi sociali, ASL, Forze dell’Ordine, avvocati...), ma creando anche una rete di contatti umani e di
interesse civile che va dalle scuole alle associazioni, includendo donne native e migranti, ma senza l’esclusione di quegli uomini la cui consapevolezza del fondamentale ruolo sociale e familiare della donna costituisce un valido elemento di progresso per la nostra società. Uno dei risultati più evidenti dell’impegno profuso da molte e da molti nell’ambito del contrasto alla violenza sulle donne si legge nei dati stessi dell’affluenza agli Sportelli territoriali: dai 5 casi mensili dei primi tre mesi di attività, tra ottobre e dicembre 2008, si è passati ormai a 10 casi mensili nello stesso trimestre, soltanto un anno dopo. Insistiamo a moderare l’allarme: non si tratta di un’improvvisa escalation di violenze domestiche, ma dell’esito di una politica culturale regionale e provinciale sana e consapevole, che, lontano da ogni ipocrisia, da qualche anno sta affrontando con coraggio un dramma che tra le mura domestiche le donne subiscono per tradizione millenaria. Soltanto negli ultimi mesi del 2009 l’aumento delle richieste di aiuto si può attribuire anche alle tensioni familiari, che ogni crisi economica storicamente inasprisce. Infatti prima del collasso economico mondiale, che sta pesando fortemente anche sulle famiglie del Verbano Cusio Ossola, i nostri uffici registravano un aumento progressivo delle richieste di aiuto in allineamento con i dati regionali e nazionali, ovvero l’emersione progressiva del fenomeno 16
grazie all’apertura di un nuovo Sportello Donna a Domodossola, in aggiunta a quello preesistente di Gravellona, al potenziamento dei servizi secondo una nuova formula di accoglienza dell’utenza ed alla sempre maggiore diffusione della cultura dell’antiviolenza su tutto il territorio. La molteplice risposta offerta alle richieste femminili – servizio educativo-informativo, consulenza legale, sostegno psicologico, mediazione familiare, intercultura e socializzazione - fa degli Sportelli Donna provinciali di Domodossola e Gravellona sia un riferimento per la cittadinanza sia un polo propositivo per il territorio in merito ai tre punti cardini della nostra attività, ovvero antiviolenza, intercultura e pari opportunità. Se realizzando l’evento “Pari o Dis-Pari?”, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne celebrata il 25 novembre presso il Teatro La Fabbrica di Villadossola, lo Sportello Donna ha offerto un momento d’incontro prezioso tra scuole ed associazioni che operano sul territorio nel campo delle Pari Opportunità, con il Convegno sui maltrattamenti in famiglia e gli abusi sui minori organizzato il 14-15 dicembre in collaborazione con più attori provinciali si è verificata un’occasione unica per far avanzare la creazione di una rete antiviolenza efficiente, in cui l’équipe degli Sportetti Donna potrà ora trovare validi ed imprescindibili sostegni ai propri interventi da parte di ASL, CISS e Forze dell’Ordine. Nell’arco di poche settimane il territorio ha visto così abbinato l’impegno culturale per la diffusione della cultura dell’antiviolenza e delle Pari Opportunità alla concretizzazione di sforzi che i vari operatori stavano da tempo conducendo ciascuno secondo le proprie competenze. I contatti interpersonali rafforzati e le proposte esposte in occasione del convegno di dicembre stanno portando risultati già nel mese di gennaio del nuovo anno: con la proposta di un’associazione femminile di creare, tramite lo Sportello Donna e in accordo con gli operatori locali delle Forze dell’Ordine, un gruppo di donne preventivamente formato per l’accompagnamento delle vittime di violenza presso Carabinieri o Polizia, per la denuncia e la richiesta di protezione; con un incontro della rete con la partecipazione dei referenti ASL, CISS, FF.OO., IRES-
prossimi mesi di un corso di autodifesa organizzato dal Comune di Gravellona, sostenuto per gli aspetti educativi e psicologici dall’équipe dello Sportello Donna, presso i propri uffici di Gravellona; infine con la possibilità per le utenti non automunite dello Sportello Donna di usufruire gratuitamente a Domodossola di una navetta messa a disposizione da Associazione Alternativa A e Cooperativa Il Sogno per il tragitto Stazione internazionale-Sportello Donna-Stazione internazionale. Per il 2010 gli Sportelli Donna saranno inoltre impegnati in lavori di ricerca in merito a tematiche di antiviolenza e pari opportunità, sulla base di risorse proprie ma anche di contributi esterni (per es. il Centro Documentazione per le Pari Opportunità, dell’associazione interculturale “Terra Donna”) in collaborazione con Ufficio Pari Opportunità della Provincia, Consigliera di Parità provinciale e Commissione Pari Opportunità (di recente nomina), a testimonianza di un impegno comune in ottica di risoluzione e insieme prevenzione del disagio familiare in generale e femminile in particolare, senza tralasciare la collaborazione indispensabile con attori territoriali come CISS, ASL, FF.OO., associazioni, scuole. Con l’auspicio di avere dato un segnale forte d’impegno per il territorio e di avere nello stesso tempo stimolato la vostra curiosità verso le tematiche e le attività proposte, ringrazio tutte e tutti per la preziosa attenzione, rinviando al sito provinciale delle Pari Opportunità www.rosazzurro.info chiunque fosse interessato a seguire il percorso dello Sportello Donna su questo terreno.
Silvia Miguidi, coordinatrice e referente antiviolenza, intercultura e pari opportunità Sportello Donna della Provincia del Verbano Cusio Ossola Cell.335 646 82 77 sportellodonna@rosazzurro.info
Regione Piemonte, Ufficio Pari Opportunità della Provincia presso le sale dello Sportello Donna di Gravellona; con la realizzazione nei 17
Alessandra Morosin
Psicologa-psicoterapeuta del Centro per la Famiglia
La famiglia e il maltrattamento
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l Centro per la Famiglia accoglie in un anno centinaia di casi. I soggetti che si rivolgono al Centro presentano tutte le forme di disagio: lievi, medie e gravi.
Tra questi casi il maltrattamento è uno dei problemi che spesso emerge e del quale ci dobbiamo occupare. La comprensione del problema può essere resa più chiara dall’analisi dell’interazione dei diversi fattori socio-culturali, relazionali ed individuali che contribuiscono alla creazione del contesto in cui avviene la violenza domestica. Per tale motivo si rivela particolarmente utile l’adozione di un modello teorico ecologico, come quello di Bronfenbrenner (1979), e di tipo interdisciplinare. La famiglia, nonostante le profonde trasformazioni subite in quest'ultimo secolo, costituisce ancora una realtà viva che assicura ai propri membri protezione, sostegno ed affetto. In essa i legami affettivi e di attaccamento che caratterizzano i rapporti tra i partner e tra i genitori e figli, costituiscono nell’opinione comune, motivo sufficiente alla strutturazione di un ambiente sereno.
E’ entro i rapporti familiari, infatti, che gli stessi eventi della vita individuale che più sembrano appartenere alla natura, ricevono il proprio significato e tramite questo, vengono consegnati all’esperienza individuale: il nascere, il morire, il crescere, l’invecchiare. L’educazione familiare rappresenta un processo idoneo a condizionare tanto la salute quanto la malattia mentale delle persone coinvolte in esso. Purtroppo non sempre la famiglia di oggi è capace di svolgere adeguatamente il suo impegnativo compito educativo e socializzante, soprattutto quando entra in crisi diventando fonte di patologie e di disagio. Possiamo distinguere diverse tipologie di famiglie all'interno delle quali si possono sviluppare maltrattamenti più o meno gravi:
Famiglia ''conflittuale'', in cui i coniugi a causa dei continui disaccordi, contrasti e tensioni, risultano incapaci di creare uno stato di equilibrio, fondato sulla tutela della unità interpersonale. Il conflitto in queste famiglie risulta essere distruttivo. I figli rappresentano lo strumento attraverso il quale si amplifica il conflitto; Famiglia ''narcisista'', che si ritiene autosufficiente, per cui è chiusa ad ogni esperienza sociale, ritenendo di essere l’unica sorgente di valori. Vivendo in profonda solitudine, diventa preda dell’alienazione in cui il rapporto educativo è vincolante, ostile a qualsiasi tentativo di separazione; Famiglia ''della riconoscenza'', che non esprime amore rispettoso verso i figli, ma pretende gratitudine con il ricatto e i sacrifici compiuti; Famiglia ''silenziosa'', incapace di creare una reale e valida comunicazione con i figli, di aiutarli e sostenerli nelle difficoltà. In questa famiglia non si reggono le frustrazioni, è assente il dialogo ed il conflitto costruttivo; Famiglia ''esigente'', che chiede ai figli di non sbagliare mai ed è sempre pronta a condannarne gli errori, valutando il comportamento dei membri in crescita non per gli sforzi e l’impegno manifestato, ma solo per il risultato raggiunto. Il perfezionismo è la caratteristica fondamentale che deve appartenere ai membri di questa famiglia; Inoltre, vi sono casi in cui i minori sono figli di genitori assenti o inidonei, oppure sono orfani di genitori viventi o vivono in stato di abbandono o di semi abbandono materiale e morale, con la conseguenza che alcuni loro diritti non sono rispettati nella famiglia.
Si può quindi sostenere, che analogamente accanto alle immagini della famiglia-rifugio intesa come luogo dell’intimità e dell’affettività, archetipo della solidarietà, vi è l’immagine della famiglia come luogo dell'inautenticità, dell’egoismo esclusivo, dell’obbligo, dell’oppressione: “famiglia come generatrice di maltrattamento”. 18
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a cura di
Anna Mosoni
Psicologa del Centro per la Famiglia
“Equipe Maltrattamento e Abuso: la rete provinciale a tutela dei minori” Intervista a Sonia Manini, Franca Roda Balzarini, Arianna Biollo, assistenti sociali dei Consorzi dell’Ossola, del Cusio e del Verbano L’équipe maltrattamento e abuso da quando è stata istituita nella nostra provincia? E’ stata istituita attraverso una delibera della Giunta Regionale del 2000. Le linee guida regionali prevedono l’istituzione di equipe multidisciplinari e multiprofessionali con la finalità di costituire un’azione integrata tra i vari soggetti coinvolti nelle azioni di prevenzione, presa in carico e trattamento dei casi di maltrattamento e violenza sessuale ai danni di minori. Quali sono i servizi di riferimento da cui è composta l’équipe multidisciplinare? I servizi di riferimento sono l’A.S.L. del V.C.O., i tre C.I.S.S. presenti sul territorio provinciale, la Questura e la Procura del VCO. L’equipe si configura come luogo e spazio di condivisione e collaborazione per la definizione di una rete di protezione e tutela dei minori. Tanto più fitte sono le maglie di questa rete tanto più esigibili sono i diritti dei minori. Quale è l’obiettivo principale dell’équipe?
L’equipe è funzionale alla creazione di una rete strutturata di servizi per la presa in carico ed il riconoscimento dei casi di abuso e maltrattamento che prevede la definizione di prassi operative condivise volte alla tutela del minore e al trattamento/cura e recupero della relazione genitori figli, ove possibile. E’ pertanto necessaria la diagnosi congiunta di più tecnici che metta insieme elementi di osservazione diversi per la formulazione di un’ipotesi sufficientemente certa di maltrattamento-trascuratezza o abuso. Come si interviene in caso di sospetto maltrattamento o abuso al minore? Avvengono i seguenti passaggi: la rilevazione: si rileva una sospetta o certa situazione di danno ad un minore; la segnalazione: i servizi che hanno rilevato il danno al minore, dopo una prima valutazione congiunta della gravità della situazione, segnalano il caso alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Torino per tutelare il minore e alla Procura presso il Tribunale Ordinario di Verbania per accertare il reato; l’indagine: la Magistratura incarica la polizia di effettuare una indagine sul caso. In caso di accertato pericolo immediato dispone, attraverso apposito decreto, un allontanamento
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provvisorio del minore, facendolo collocare presso una comunità di pronto intervento ; la valutazione: la Magistratura Minorile prescrive ai Servizi territoriali (C.I.S.S. - N.P.I.) l’avvio di un’indagine volta alla valutazione e diagnosi delle relazioni familiari, sulle cause del danno al minore e sulle possibilità di recupero della famiglia; la prognosi e la presa in carico: l’intervento valutativo può avere una prognosi positiva, quando i genitori mostrano delle potenzialità di recupero della loro relazione con i figli e vi è la possibilità di un rientro in famiglia da parte del minore, o una prognosi negativa, quando la relazione genitori-figli è irrecuperabile e si attivano, così, risorse alternative per il minore coerenti con i suoi bisogni psicologici (interventi di sostegno, psicoterapia, affido eterofamiliare, adozione).
ascolto ed accudimento. Questo rende difficilmente pensabile il maltrattamento e l’abuso in quanto si scontra con l’immagine che ciascuno di noi ha della famiglia come luogo di accoglienza e di protezione. Quando un bambino racconta situazioni di maltrattamento/abuso che cosa deve fare l’adulto? L’adulto che viene a conoscenza di rivelazioni relative a situazioni di rischio e di pregiudizio per il minore dovrebbe subito segnalare la situazione all’autorità giudiziaria ed ai servizi sociali o sanitari, senza preoccuparsi di dovere fornire prove certe rispetto all’accaduto poiché sarà l’autorità giudiziaria stessa ad accertarne la fondatezza e la veridicità.
Dove si verificano le situazioni di maltrattamento più diffuse? Il maltrattamento ai danni di minori si verifica prevalentemente all’intero del nucleo familiare d’origine, ossia nel contesto che naturalmente dovrebbe garantire loro cura,
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L’ Associazione PETRA N
teatro stabile di solidarietà
asce il 7 febbraio 2010 da un’idea della prof.ssa Mariantonietta Ricaldone in ricordo di nostra figlia mancata il 4 settembre 2009, dopo 13 anni di malattia. La recitazione era la grande passione di Petra e...la sua medicina... “…Un sogno che ho sarebbe di fare l'attrice; mi piacerebbe tanto, (non solo perché mi dicono tutti che sono molto brava) ma perché il teatro mi fa sentire bene, mi fa dimenticare le mie preoccupazioni e mi aiuta a superare in parte le mie paure...” Per questo desideriamo diffondere il suo messaggio e mantenere “viva” la sua voglia di palcoscenico. L’associazione è una Onlus di volontariato sociale e si prefigge come scopo di promuovere la solidarietà sociale, l’aggregazione giovanile, la formazione e la didattica, l’intrattenimento culturale e la beneficenza.
attività culturali in genere, la promozione della didattica e dell’educazione teatrale tra i ragazzi e i giovani in un’ottica di prevenzione ed integrazione e lo sviluppo di un organico servizio teatrale per le nuove generazioni. E’ inoltre nostra intenzione sostenere, con parte dei fondi che verranno raccolti, la missione di Bissi Mafou in Ciad, dove vive e opera l’amico Don Benoît Lovati. A tale proposito abbiamo già raccolto 6.052,63 euro che serviranno a Don Benoît per aiutare i bambini malati. Nella speranza di realizzare almeno in parte il sogno di Petra, ringraziamo fin d’ora tutti coloro che sosterranno questa iniziativa. Grazie Barbara e Sergio, genitori di Petra
Per raggiungere questo intendiamo sviluppare la realizzazione di progetti teatrali con i ragazzi, la promozione delle relazioni interpersonali ed il confronto con il disagio, l’handicap, la malattia e la diversità in genere, la raccolta di fondi per progetti di solidarietà sociale, la creazione sul territorio di una rete sinergica tra tutti gli operatori locali al fine di promuovere il teatro e le
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Esame di licenza media anno scolastico 2008/2009 italiano classe: 3
sezione: D Balzanelli Petra
Traccia n.1
Domodossola 15/06/09
Cara mamma, ho deciso di scriverti questa lettera per dirti grazie; sì per ringraziarti di tutte quelle volte che mi sei stata vicino e mi hai aiutato ad affrontare quel “maledetto” 2008. Io sono molto felice di averti come mamma perché tu mi hai sempre sostenuto a superare momenti molto difficili. Ma adesso basta, basta parlare di sofferenza e di problemi, nel mondo ci sono anche cose belle. Ora volevo parlarti dei miei progetti, sogni e dei miei desideri. Beh progetti progetti non li ho ancora, ma forse qualche ideuzza; un grande proposito sarebbe quello di imparare bene le lingue, sì credo che saper tante lingue, pur essendo un pò difficile il loro studio, mi darebbe tante opportunità per viaggiare, conoscere nuova gente e trovare tanti sbocchi nel mondo del lavoro. Un grande sogno sarebbe quello di girare il mondo in camper. Già viaggiare credo che sia una cosa così bella, perché girando si scoprono tante cose nuove: usanze e costumi, monumenti, arte, piatti tipici, lingue, incontrare gente e farsi nuovi amici... Gli stati che vorrei girare sono questi: quasi tutta l’Europa, gli Stati Uniti, l’ Australia, la Nuova Zelanda e le isole lì vicino, la Jamaica e tanti altri stati. Un altro sogno che ho sarebbe di fare l’ attrice; mi piacerebbe tanto non solo perché mi dicono tutti che sono molto brava, ma perché il teatro mi fa sentire bene, mi fa dimenticare le mie preoccupazioni e mi aiuta a superare in parte le mie paure. Di desideri ne ho solo uno, ed è quello di guarire completamente dal mio famoso male; sì di non usare più stampelle e sedia a rotelle, di ricominciare a correre e fare di nuovo ginnastica artistica e di essere autonoma. Ma è un desiderio...comunque spero che si avveri! Ah...quasi dimenticavo, le esperienze al termine della terza media sono state molto belle, le più belle erano: quando entravo in classe e i miei compagni mi accoglievano calorosamente, le amiche che ho conosciuto Federica e Cristina, tutte le cose sciocche che i miei compagni dicevano o facevano e che mi hanno fatto ridere nei momenti in cui stavo male ecc.. Beh credo di aver finito e con un grande saluto e un affettuoso bacio concludo la mia lettera! Petra Balzanelli 23
Manola Vadalà
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Uno sguardo Sull’ Etiopia
o e la mia famiglia abbiamo fatto forse uno dei viaggi più sconvolgenti della nostra vita. Siamo partiti il 22 gennaio per l’Etiopia e vi abbiamo trascorso dieci giorni. Vorrei trasmettervi le sensazioni che ho provato e permettervi di vedere con i miei occhi l’Africa; questo è difficile anche perché non si tratta solo di descrivervi paesaggi ma di trasmettervi i colori, gli odori, le immagini che si susseguono nella mia mente e che mi hanno fatto amare una Terra molto lontana e di cui non sapevo niente. Leggere i libri, documentarsi su Internet non permette di capire un popolo così lontano da noi. Siamo partiti con il Centro Aiuti per l’Etiopia di Fondotoce ed il nostro gruppo era composto da: Damiano e Palma Delbarba e Don Renzo Cozzi (Gruppo Caritas Ossola), Marco Albizzati, Samantha Brandini, Vincenzo Amato e GianMarco Zanellato (VCO azzurratv), Gabriele, Manola, Erica e Sara Crosa Lenz. La nostra meta era il “Villaggio Madonna della Vita” (orfanotrofio del Cento aiuti per l’Etiopia) in Addis Abeba dove ci aspettava Roberto Rabattoni per farci visitare alcune delle opere (scuole, ambulatori, pozzi e altro) realizzati in questi anni in Etiopia. Questo ci ha permesso di conoscere questo Paese ad un livello più profondo rispetto al semplice turista. Abbiamo visto: negozi di due metri quadri fatti di lamiere, gente che vive giorno e notte ai bordi delle strade, animali che fanno fatica a sopravvivere, due infermiere che assistono una popolazione pari a quella dell’Ossola, uomini e donne quarantenni che appaiono come i nostri novantenni per la fatica fisica dei lavori che
svolgono e per la malnutrizione, zone dove le strade sterrate sono un progresso tecnologico, un ruscello d’acqua marrone che serviva per lavare i panni, abbeverare le bestie e dissetare le persone. A far da contrasto alla povertà e alla miseria dell’Etiopia abbiamo trovato una ricchezza umana straordinaria. Ogni etiope incontrato vedeva in noi degli amici a cui offriva tutto ciò che aveva e cioè un sorriso e una stretta di mano Erica, la mia bambina di quattro anni, il primo giorno si è avvicinata ad una fontana ed ha urlato ”mamma ma qui le fontane sono finte! Non esce l’acqua!”. La sua affermazione spiega bene la realtà che abbiamo visitato. Purtroppo è vero, l’acqua non c’è! Quando arrivano i fondi si costruiscono i pozzi ma l’acqua è comunque razionata, due ore al giorno, non di più. Questo ci ha toccato nel profondo, ci ha fatto riflettere sulla nostra vita. Oggi in Italia siamo sempre di corsa, non conosciamo il vicino di casa e abbiamo paura di avere rapporti umani con il prossimo. Credo che una frase scritta da Don Benoit, missionario in Ciad, spieghi bene cosa succede in questi paesi, racconta della sua esperienza: “… io non vivo proprio come loro perché non ce la farei… a dire il vero anche loro a volte non ce la fanno e semplicemente muoiono!...” Devo dire un grosso “grazie”a Roberto Rabattoni perché ci ha accompagnati nei villaggi, tra la gente e ci ha fatto conoscere una popolazione meravigliosa che riesce ad affrontare una vita molto difficile con il sorriso sulle labbra e con una grande serenità. 24
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Manola Vadalà
CENTRO AIUTI PER L’ETIOPIA
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l CENTRO AIUTI PER L'ETIOPIA nasce a MERGOZZO (VB), nel 1984. E’ un'associazione ONLUS a carattere strettamente assistenziale e si propone di promuovere iniziative che hanno per obiettivo l'educazione, l'istruzione, l'assistenza sociale e sanitaria a favore delle popolazioni di ETIOPIA ed ERITREA. L’associazione opera in modo attivo e volontario al fine di incentivare una presenza solidale a favore di migliaia di bambini che chiedono di poter diventare titolari a tutti gli effetti di un diritto primordiale: quello di poter sopravvivere. Vivere, infatti, nella complessa e tormentata regione etiope, suona ancora come un privilegio accordato a pochi. Esposta a carestie ed epidemie ricorrenti, la popolazione etiope vive per di più sulla propria pelle la terribile contraddizione di una crescita demografica fra le più vistose di tutto il continente africano e di una mortalità, specie infantile, fra le più drammatiche, tristemente agevolata dalla assoluta mancanza di prospettive alimentari certe e strutture sanitarie adeguate. Il fine ultimo e fondamentale dell’associazione è quello di tradurre la solidarietà, in interventi concreti, verificabili e soprattutto direttamente funzionali alle esigenze primarie della gente etiope. In questi anni grazie alla generosità di molti sono stati assistiti un numero sempre crescente di bambini in 50 villaggi dell’Etiopia, Eritrea e Sudan assistiti dal CENTRO AIUTI PER L'ETIOPIA, sono stati scavati pozzi, costruite cucine, refettori, asili, aule scolastiche, ambulatori, centri di prima accoglienza e laboratori di cucito e di falegnameria; numerose persone sono state curate e/o operate in Etiopia o in Italia; è stata edificata ed avviata una casa di cura per donne ammalate di AIDS; sono stati inviati container con medicinali, alimentari e beni di
prima necessità; sono stati ricostruiti dei villaggi grazie alla costruzione di tukul: (tipiche capanne africane), e acquistate apparecchiature e protesi ortopediche. Una delle proposte che il Centro sostiene è l’adozione a distanza per aiutare i bambini nei loro villaggi, offrirgli una scuola e soprattutto garantirgli un pasto All’atto dell’adozione (in concomitanza del primo versamento a copertura di uno o più mesi) viene consegnata la foto di una bimba o di un bimbo, su cui sono riportati il nome, il villaggio a cui appartiene e il numero identificativo dell’adozione. Una copia della fotografia viene spedita al missionario o responsabile del villaggio in cui il bambino è assistito ed il suo nome viene in tal modo abbinato a quello del benefattore. Sarà il missionario stesso che, due volte l’anno nei limiti del possibile, provvederà ad inviare direttamente all’indirizzo dei benefattori notizie dei piccoli. Da un indagine svolta nel 1990 da padre Mosè (Vescovo del Ghuraghe) fra i bambini adottati a distanza è emerso che il tasso di mortalità è sceso dal 70% al 6%. Questo conferma che con un piccolo impegno da parte nostra è possibile salvare una vita.
Per ulteriori informazioni :
Centro Aiuti per l'Etiopia Via 42 Martiri, 189 28924 Verbania Fondotoce (VB) Tel. 0323-497320 adozione.distanza@centroaiutietiopia.it 27
Antonio Lista
a scuola I
n tutto il mondo e in tutti gli ambienti si trova l’anello debole e lo si vedrà e ricaverà dagli altri contributi di questo numero della rivista, ma questa presenza rappresenta un fenomeno macroscopico nel pianeta scuola. Lasciamo stare tutti gli episodi, anche recenti, di bullismo all’interno delle classi nei confronti di studenti indifesi e svantaggiati come l’aggressione al ragazzo down in una scuola torinese che mi ricorda gli scherzi che subiva Paolo, detto Paolone, negli anni ‘50 nel mio paese del biellese, e devo dire che non capivo che gusto si potesse provare nel farsi inseguire da Paolo, ragazzo down, che non poteva raggiungere nessuno e che inevitabilmente correva in modo goffo. Lasciamo stare episodi aberranti nei confronti di scolaretti da parte di educatori (sic!) , fenomeni che tutti auspichiamo non siano reali per intuibili motivazioni; desidero trattare una forma più subdola di maltrattamenti, quella metafisica, non meno grave di quella fisica anche perché meno macroscopica, meno individuabile, meno denunciabile ma non per questo meno grave. Partiamo dall’alto e consideriamo quanti soprusi esistano da parte dei dirigenti scolastici verso docenti in difficoltà, docenti precari, supplenti disposti a tutto pur di conservare il posto e continuare a lavorare; non parlo di grandi angherie o cose innominabili, ma di orari assurdi, supplenze non dovute, incarichi non desiderati oppure una completa mancanza di considerazione della persona e delle sue eventuali proposte. Il lettore capirà che mi è difficile fare nomi , cognomi, casi, anche perché difficilmente difendibili in giudizio tanto sono subdoli, ma chi direttamente o indirettamente conosce il mondo della scuola intuirà perfettamente quello che sto scrivendo. Basti come esempio la condanna in Cassazione di un preside per una frase rivolta ad una docente destinata a mortificare la dignità e il rispetto della persona: “ La farò piangere tutta la vita” (La Stampa, 14-1-2010). Sono stato per 62 anni nel mondo della scuola e ne ho viste di situazioni e di
alcune sono stato anche vittima, come quando un giovane professore di matematica in prima avviamento mi costrinse alla cattedra a gonfiare un palloncino fino a farlo scoppiare; (ancora adesso un rumore improvviso mi fa sobbalzare più del dovuto), o come quando ogni mio errore in educazione fisica mi costava un ceffone, tanto che sognavo che sulla mia guancia spuntassero chiodi acuminati, così quando… Ma , mi ripeto, non voglio parlare dei maltrattamenti fisici. Ora veniamo al rapporto docente –studente, e mi riferisco in particolare alle scuole superiori dove ho maturato la più parte della mia esperienza. Non parlerò di maltrattamenti orizzontali, che di solito nelle classi ben gestite da tutti i docenti praticamente non dovrebbero esistere e laddove si verifichino vi è certo una carenza anche dei docenti e dei dirigenti; tratterò dei maltrattamenti verticali. Chi non ricorda il film in cui il maestro Alberto Sordi cerca in tutti i modi di mettere in ridicolo l’esaminando Totò con domande “trappola” tipo “Quale è il lago più grande d’Italia? “ non mancando di ricordare al malcapitat che più grande è uguale a maggiore ? Chi nella sua vita non si è scontrato con insegnanti frustrati che scaricavano le loro frustrazioni sugli allievi, godendo oltre misura nel vederli, sentirli a disagio? Accanto alla forma di persecuzione vi è quella della non considerazione “tu per me non esisti”; e così per reazione si scatenano tutti quei comportamenti per i quali lo studente è considerato un grande indisciplinato. Chi fra gli studenti non ha mai avvertito comportamenti diversi dei docenti a seconda se il loro interlocutore del momento fosse il figlio del sindaco, del farmacista, del notaio, del facoltoso imprenditore oppure del manovale? La scuola in genere misura due capacità, quella espressiva-linguistica e quella logicomatematica a fronte di altre diverse competenze; allora chi non possiede le prime due viene considerato il classico “somaro” e generalmente i docenti più drastici nel
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classificare come “minus habeas” gli studenti sono quelli non molto brillanti nel loro curriculum scolastico. Pertanto anche il trinciare giudizi affrettati e non articolati è un maltrattamento. Tante volte ho ricordato due accuse icastiche che si sono levate durante incontri fra studenti: “Gli insegnanti ci considerano solo dal collo in su“ troppo spesso a scuola le emozioni rimangono in corridoio. Il non tenere conto che gli studenti sono persone che non vivono solo a scuola e per la scuola è una forma di maltrattamento. Quale il ruolo delle famiglie? Ho vissuto il passaggio da un estremo all’altro. Se fino a non molti anni fa se uno studente andava a casa a lamentarsi con i genitori di avere preso uno sberlone rischiava di prendersene un altro perché l’insegnante ha sempre ragione, ora casi così, per fortuna, non si ripetono più, altrimenti il docente, oltre a essere processato per abuso di mezzi di correzione, rischierebbe il linciaggio da parte dei parenti dello studente percosso, ma è subentrata la credenza che se il pargolo non prende dieci o almeno nove la colpa è del professore. Tra l’altro l’attesa di grandi prestazioni scolastiche o sportive dei figli da parte delle famiglie crea
a volte grandi frustrazioni talvolta sfocianti in gesti tragici . Come al solito, in medio stat virtus. Chiudo dichiarando di non desiderare di parlare bene e razzolare male e ritengo di non essere immune da colpe, ma penso e spero di avere perlomeno tentato di non maltrattare nessuno in ogni senso, tanto più che potrei essere facilmente smentito, avendo lavorato nella scuola ossolana dal 1974 . Ricordo però di aver distribuito negli anni ‘70 tre ceffoni, episodi di cui ricordo perfettamente i particolari, che non hanno avuto per fortuna strascichi negativi, ma dei quali comunque mi pento e mi dolgo. Nella scuola è conveniente portare alla luce i problemi fin dagli inizi, nella certezza che tale azione aiuta la positiva soluzione di ogni questione. A proposito, cito questo concetto in latino con relativa traduzione di un allievo e quella normale per finire con un sorriso: “ Principiis obsta , sero medicina paratur“. “I principi di Aosta preparavano la medicina di sera”; “Opponiti fin dal principio , altrimenti tardi verrà trovato il rimedio”. (Ovidio, Rimedi d’amore,V ,91).
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a cura di
Renata Motto
Dieci domande possono bastare… Intervista al nuovo Presidente e alla vice- presidente dell’Associazione “Alternativa a…” Sì, parafrasando il duo Mogol-Battisti, dieci domande a Lorenzo Rolando e Alessandra Morosin. Questa doppia intervista potrà essere sufficiente per conoscere l’apporto che da oggi in poi Lorenzo darà alla nostra amata Associazione come presidente, della quale è stato scelto alla guida assieme ad Alessandra che ha ricoperto la nuova carica di vice presidente. Ricordo che Lorenzo non è uno sconosciuto nel mondo di “Alternativa a...”; finora ha degnamente rivestito il ruolo di Vicepresidente, aiutando don Antonio Visco nella carica passata di presidente. Un passaggio di testimone… Un testimone prezioso, visto e considerato il magnifico apporto di don Antonio, il quale, assieme ai soci fondatori, ha creato e fatto crescere questa realtà, che a oggi può essere considerata una delle istituzioni private socio –sanitarie più importanti della nostra Provincia. Una figura tanto importante da rappresentare un modello da seguire per tutti noi. Cosa significa per te ricoprire il ruolo di vice Presidente di “Alternativa a…”?
Cosa significa per te essere il Presidente di “Alternativa a…”? E’ un ruolo tanto diverso da quello di Vice? “Da tanti anni conosco l’Associazione. Per me rappresenta la mia esperienza professionale ed anche la mia crescita umana e di condivisione profonda di valori e di scelte, iniziata ormai 30anni fa. Passare da vice a presidente significa formalizzare un impegno già preso al fianco di don Antonio e che ora sono lieto di condividere con Alessandra”.
“Rappresentare l’Associazione con questo ruolo è per me un grande onore. Significa partecipare in maniera più attiva a ciò che succede all’interno di questa realtà che ormai è diventata importante per tutto il nostro territorio. Vorrei continuare la realizzazione di quei sogni che sono nati dai fondatori dell’Associazione stessa: Don Gianni, Don Antonio e Don Luigi ed altri altrettanto importanti”.
Qual è il valore di una realtà come l’Associazione “Alternativa a…”? Come la descriveresti a chi non la conosce?
E’ un ruolo che ti piace? “Il ruolo di vice presidente è più che mai sufficiente. Spero di essere all’altezza”.
“Con una metafora direi che l’Associazione è un grande puzzle di cui tutti possono possedere un tassello prezioso ed indispensabile. Perché il risultato sia apprezzabile di valore è necessario che l’azione di “costruzione” sia coordinata e
Qual è il valore di una realtà come l’Associazione “Alternativa a…”? Come la descriveresti a chi non la conosce? “Tutte le associazioni di volontariato, compresa la nostra, hanno lo scopo di: 30
condivisa: questo sarà il mio impegno per gli anni futuri. A chi non la conosce, Direi che l’Associazione è un luogo d confronto e di scambio, di sostegno e di formazione, di incontro e discussione, di promozione e valorizzazione della persona e delle sue potenzialità”.
- Formare ai valori del dono, della gratuità e della condivisione nei confronti delle fasce più emarginate e più deboli della società coniugandoli con comportamenti ed atteggiamenti di impegno personale; Acquisire una mentalità democratica a difesa delle pari opportunità da dare a tutti per raggiungere, nel rispetto delle differenze, una sostanziale uguaglianza culturale, sociale ed economica; - Favorire la partecipazione alla comunità locale anche attraverso l’adesione a forme di associazionismo che si articolano in una serie di obiettivi specifici che inves tono la sfera cognitiva e comportamentale e mirano allo sviluppo di competenze relazionali e sociali”.
Come rappresenteresti simbolicamente l’Associazione? Una grande famiglia che vive in una casa accogliente, attenta al disagio, dove la ricchezza di ciascuno è la realizzazione delle diverse inclinazioni secondo i propri talenti, lontano da barriere ideologiche o culturali. Una famiglia aperta alla collaborazione tra tutti coloro che pongono l'uomo e non il profitto al centro della vita.
Come rappresenteresti simbolicamente l’Associazione? “Rappresenterei l’Associazione come una grande Casa in grado di accogliere chiunque. Un tetto in grado di accogliere persone bisognose, capace di soddisfare le esigenze concrete, tipo quelle di prima necessità ed economiche, bisogni personali, morali e psicologici per coloro che hanno bisogno di un sostegno professionale. Una casa accogliente che crea formazione ed informazione a tutte quelle persone che a livello personale e professionale vogliono crescere”.
Credi che “Alternativa a…” sia abbastanza riconosciuta dalle Istituzioni pubbliche e intrattenga con gli altri Enti di aiuto sociale collaborazioni abbastanza proficue, o hai in progetto migliorie nel campo della visibilità e delle sinergie? “Migliorare è sempre possibile ed auspicabile, ritengo però che l’Associazione abbia costruito negli anni una rete solida e ramificata. Intratteniamo scambi efficaci con enti pubblici e privati e con singole persone. Credo che ci sia stima e credibilità legate soprattutto alla disponibilità alla condivisione ed alla critica costruttiva. Che, imparando dagli errori, tende al miglioramento”.
Credi che “Alternativa a…” sia abbastanza riconosciuta dalle Istituzioni pubbliche e intrattenga con gli altri Enti d’aiuto sociale collaborazioni abbastanza proficue, o hai in progetto migliorie nel campo della visibilità e delle sinergie?
Qual è il progetto più ambizioso che vorresti realizzare per l’Associazione?
“Penso sia una realtà riconosciuta sul territorio, forse manca la rappresentanza, in consiglio, di persone che appartengono ad enti esterni”.
“Non ho in mente progetti strepitosi e scintillanti; penso che portare avanti con dignità e serietà quello che in questi ultimi anni è stato avviato, sia già un grande obiettivo. Il nuovo Consiglio e la gente che, a vario titolo, avvicini l’Associazione, sarà fonte di nuove richieste ed interessi che saranno lo stimolo per la programmazione futura”.
Qual è il progetto più ambizioso che vorresti realizzare per l’Associazione? “Considerando la grossa crisi culturale che stiamo vivendo che è caratterizzata da assenza di valori, mi piacerebbe fare un progetto rivolto ai giovani delle scuole dal titolo: Educare alla solidarietà, scoprire il volontariato”.
Cosa bisognerebbe fare per valorizzare maggiormente l’attività di volontariato?
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Cosa bisognerebbe fare per valorizzare maggiormente l’attività di volontariato?
“Il volontariato rappresenta le fondamenta dell’Associazione, senza di esso non potrebbe esistere ed operare. Penso che molto sia stato già fatto, basti pensare i numeri di persone coinvolte nei singoli settori. Penso anche che l’impegno costante dovrà essere nella valorizzazione di ogni persona e della sua preziosa azione, nel rispetto delle potenzialità di ciascuno”.
“Come dicevo prima formare i giovani e “restaurare” le agenzie di socializzazione primaria: famiglia e scuola”. Come vedi il futuro dell’Associazione? “Vedo un futuro più maturo e produttivo”. Nonostante il nichilismo che caratterizza la nuova generazione, il nostro sforzo la caparbietà di combattere controcorrente, ci porterà sicuramente ad avere risultati positivi per il futuro”.
Come vedi il futuro dell’Associazione? “Vedo il futuro dell’Associazione, saldamente ancorato alle sue radici, al passo con i tempi e vicino alla gente. Concretamente confido in una sempre più fervida collaborazione tra tutti i gruppi che con Alternativa A, collaborano e, anche se sembra un po’ da campagna elettorale, mi impegnerò a realizzare una parte di questo futuro, sostenuto da Alessandra e da tutto il Consiglio di Amministrazione”.
Pregi e difetti della Presidenza e dell’Amministrazione passate. “Pregi tanti, ricordando le ultime 2 amministrazioni, e quindi pensando a Gianni Clemente e Don Antonio. Le loro caratteristiche di personalità diverse hanno permesso all’Associazione di crescere. La diversità è per l’Associazione una plusvalenza, è quella cosa che ci ha permesso di non ripetere mai le stesse cose. Il difetto che è comparso negli ultimi anni è stato a volte l’incapacità di trasmettere tutte le informazioni relative alle attività dell’Associazione. Difficoltà di comunicazione derivante dalla crescita dell’Associazione stessa”.
Pregi e difetti della Presidenza e dell’Amministrazione passate. “Ho sempre fatto parte delle amministrazioni dell’ Associazione ed è difficile osservare e criticare costruttivamente “dal di dentro”. Le opinioni leali e sentite di chi è vicino all’Associazione e le verifiche attraverso le diverse riunioni di confronto, sono stati strumenti preziosi e spero continueranno ad esserlo, sempre. Credo che tante persone abbiano dato motivazione e slancio all’Associazione, atre hanno trovato risposte, sostegno e opportunità. Ovviamente non è tutto oro quello che luccica: difficoltà ce ne sono state anche legate a persone che non hanno trovato le condizioni ideali per proseguire i loro percorsi con noi”.
Quale potrebbe essere il motto dell’Associazione? “Il Motto potrebbe essere: “Tutti per uno e uno per tutti”. Chi sono le persone che per te rappresentano l’Associazione? “Ci sono diverse persone che io associo ad Alternativa a…, persone che sono, o sono state presenti e attive: Don Antonio Visco, Gianni Clemente, Squizzi Carlo, Caterina Pollarolo, Raffaella Zoldan e soprattutto i volontari (e sono tanti!) che in prima linea, hanno prestato e prestano la loro attività di volontariato”.
Quale potrebbe essere il motto dell’Associazione? “Il motto dell’Associazione è racchiuso nel suo stesso nome: “Alternativa A..”, come continua proposta di alternative a situazioni di disagio contestualizzate nel momento storico sociale e legate alla risposta a bisogni espressi dalla comunità”.
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Chi sono le persone che per te rappresentano l’Associazione? “Ho tanti ricordi legati alle origini dell’Associazione ed ai sui primi anni. Per stare nel presente, oggi vedo l’Associazione legata a tutti i volontari che prestano la propria attività, a tutti gli operatori che con essa collaborano, alle quattro Cooperative che da essa hanno avuto origine in modi e momenti diversi. Penso che ancora oggi, l’impronta umana e valoriale di fondo e un grande esempio di motivazione, ci arrivino da don Antonio, ex presidente, costante portatore di consigli e prezioso amico”.
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A cura di Mauro Magrì
LA GUERRA DI MARIO L
’anello debole di una società distratta, impegnata in mille problemi ma troppo poco nell’unico che dovrebbe essere riconosciuto come il primo per il proprio futuro, è l’infanzia. La tutela dell’infanzia è uno dei problemi principali dei nostri tempi poiché ancora oggi si assiste a enormi violazioni dei diritti fondamentali che devono essere garantiti ai minori per la salvaguardia della loro dignità. “All'inizio del secolo i bambini non avevano diritti. Questo secolo ora si chiude con la tutela giuridica più potente per i bambini che non soltanto riconosce ma protegge i loro diritti umani” così affermava Carol Bellamy, direttore esecutivo dell'Unicef. Eppure, malgrado ciò, i bambini continuano ad essere sfruttati, affamati, uccisi, negati, violati, dimenticati, seviziati, usati, e non solo, come si potrebbe pensare, nei paesi economicamente più deboli o in guerra. L'infanzia è troppo spesso negata anche nei paesi ricchi. Di questi problemi, della guerra dei sentimenti dilaniati da un’infanzia infelice trascorsa tra una madre naturale incapace di pensarlo come un bambino bisognoso di affetto e di attenzione, e una nuova famiglia desiderosa di colmare quel vuoto ma incapace di riuscirci con la necessaria naturalezza, tratta il film di cui vorremmo parlare, “La guerra di Mario”, di Antonio Capuano. Quello dell'infanzia negata, del “disagio” di vivere che gli adulti con errori e violenze procurano ai bambini, è un tema spesso affrontato dal cinema: registi affermati e non hanno affondato radici nel proprio passato per riuscire a raccontare il mondo attraverso lo sguardo innocente dei bambini. Ci è piaciuto questo film (non recentissimo, è del 2006, che non ha avuto un grosso riscontro nel pubblico ma ha interessato i critici al Festival di Locarno), perché, con lo stile schivo,
antiretorico, quasi frugale di Capuano è un altro piccolo importante passo per raggiungere quella sconosciuta visuale. Mario è un "bambino difficile", che viene temporaneamente affidato dal Tribunale dei Minori a una coppia della borghesia colta e agiata di Napoli, Giulia e Sandro, in quanto la madre naturale, non è in grado di seguirlo né di garantirgli sostegno e affetto. Mario è presentato quasi subito come appartenente a "un altro pianeta": ha nove anni, ma dice di averne cinque, ha un’identità segreta che si chiama Shad-Sky, compagno di giochi immaginario, si affeziona a un cane randagio, che chiama Mimmo, e al nuovo compagno di classe che, come lui, proviene da un quartiere degradato, attraversa la strada solo col rosso. "Non mi appartiene" dice di Giulia (e dunque del mondo in cui, con l’affidamento temporaneo, si trova immerso),e all’inizio sembra davvero alto il muro che tiene lontano il bambino, cresciuto in un ambiente difficile, dall’apertura e dalla disponibilità di Giulia, interpretata con toccante immedesimazione da Valeria Golino. Mario è un bambino a tratti ombroso ma infinitamente espressivo, un misto di furbizia e fragilità, sempre in bilico tra l’istinto di fidarsi e di affidarsi e quello di fuggire, rinchiudersi in se stesso, piombare nei suoi pensieri in bianco e nero, crudi e violenti, in cui è sempre costretto a fare del male. Sono tante le domande che il film si pone e ci pone: cosa prova un bambino portato via dalla propria madre per aver subito troppe violenze e affidato ad una tutrice che vuole farlo uscire dal proprio guscio? Quali pensieri possono riempire la sua testa, mentre scorrazza per una Napoli maleducata e chiassosa? Che tipo di guerra è costretto ad affrontare contro una società che lo ghettizza come asociale,
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scomodo, non adatto neanche a frequentare i propri compagni di scuola? Oltre a questa sua guerra “personale”, il piccolo Mario si porta sulle spalle, come un pesante fardello, tutte le guerre del mondo: attraverso i suoi occhi innocenti si rispecchiano altri mille occhi colpevoli, colpevoli di abusi, orrori, conflitti, massacri e quant'altro. Nel film Mario sovente rimane assorto, non riesce a capire il mondo che lo circonda e le sue bizzarre regole, e l'immagine perde il colore, perché il colore non fa parte della guerra. Così il suo pensiero si confonde con quello di altri mille bambini che, come lui, stentano a sopravvivere in una società come questa. La guerra di Mario è una pellicola che svetta per sensibilità e delicatezza nel panorama attuale del cinema italiano, ma il fiume di emozionalità che la attraversa, trattenuta, mutata in rabbia, disconosciuta e finalmente manifestata, la rende anche profondamente originale.
Capuano non giudica, è lui stesso a chiarirlo, si limita a raccontare una storia dal finale amaro, e poiché il film alla fine non dà risposte, ci poniamo un’ultima domanda: Mario riuscirà a vincere la sua guerra? Non lo sappiamo, perché in fondo non c'è un perdente o un vincitore, anzi la sua guerra, forse, comincia proprio quando il film finisce.
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Don Antonio Visco
Una giornata per il Volontariato di Casa Don Gianni I
l 9 Gennaio si è svolta una giornata di formazione per tutti i volontari della Casa. Per un numero complessivo di Volontari che si attesta sulle 60 unità, più di 40 erano presenti e fra questi anche persone che erano interessate ad una futura disponibilità. In mattinata Vittoria Allegranza, che è la responsabile di tutto il settore, ha presentato le aree di azione che distinguono la presenza e l’attività dei volontari. Il servizio al Bar Bianco, la Rivista, l’Asilo Nido, le due aree genitoriali dei Genitori per Sempre e dei Diversamente Genitori, le attività per le Feste e l’organizzazione dei Viaggi Culturali e formativi, le attività a favore del Ciad, del Brasile e dell’Etiopia (…l’ultima arrivata) e tutte le attività professionali volontarie. Ha presentato il lavoro, le difficoltà, le risorse, il coordinamento. Non è facile creare un po’ di sintesi con attività così diverse, ma il tentativo c’è e va portato avanti. Proprio per questo e in seguito, ho sviluppato un approfondimento che risponde a queste domande: “Per cosa lavoriamo e diamo il nostro tempo?” “Perché lo facciamo e con chi operiamo?” Le risposte sintetiche possono essere così articolate: operiamo per un progetto umano, sociale e solidale che si pone al servizio della persona in difficoltà e delle famiglie con i problemi della vita fatti più pesanti per il lavoro, per i lutti, per le disgrazie e quant’altro. Il nostro lavoro non si lega a nessun partito e non è confessionale.
Collaborare con tutti e favorire il dialogo interreligioso sono le nostre mete. La collocazione di un progetto così strutturato non è facile in un mondo così schierato e alla ricerca di identità precise. La nostra identità è quella della libertà e del non etichettare nessuno. La famosa frase di Don Orione è il nostro motto: “Se qualcuno bussa alla tua porta non chiedere se va in chiesa o da che parte sta … chiedigli solo che bisogno ha”. Dopo il pranzo fraternamente consumato ed apprezzato, il pomeriggio è stato dedicato a presentare tutte le attività della Casa, i bilanci economici, le prospettive future. Tutto questo è stato con chiarezza esposto da Lorenzo Rolando il nuovo Presidente di Alternativa. Lorenzo ha risposto anche a tutte le domande che i volontari hanno fatto dimostrando interesse e attenzione. La Casa Don Gianni è stata definita “una Casa di vetro” dove tutti possono vedere, chiedere e dare. Il volontariato è un grande valore di gratuità e di risorsa umana e materiale. Si sono poi definite le date e gli appuntamenti dei prossimi mesi: Domenica 11 Aprile - Il Cammino della Memoria e della Speranza partendo dalla Casa e raggiungendo Cosasca. Una fiaccola per ogni partecipante con il nome del giovane che si vuole ricordare. La Messa a Cosasca. Il pranzo dell’Amicizia nel salone della Casa. 36
Giugno nei giorni 4/5/6: la Festa della Casa a Masera con la celebrazione della S. Messa presso Casa Don Gianni (unica volta l’anno) Agosto 26/08 – 2/09 Il Viaggio in Palestina Ottobre 8/9/10 secondo viaggio a Firenze, Nomadelfia e Barbiana. Novembre Cena della Solidarietà. Dicembre Natale a Casa Don Gianni. Indubbiamente una bella giornata che è stata completata qualche giorno dopo con una lunga serata dedicata alla disabilità nel ricordo di Angelo Folchi, con la proiezione-dibattito del
film “ Le chiavi di casa” e con la pizza per tutti festeggiando il compleanno del nostro Andrea V. che arriva ormai alla soglia della maggiore età (17 anni). Coincideva anche con il compleanno del nostro presidente Lorenzo che la maggiore età l’ha superata da un po’ di tempo. Ad Andrea parecchi doni. A Lorenzo le chiavi della Casa fatte di puro cioccolato. Allegria, armonia, solidarietà, informazione e ricordo questo è il nostro volontariato.
Appuntamento a Masera, 4-5-6 Giugno Festa degli Amici di Casa don Gianni 37
Antonio Lista
Al di là della realtà: la cronaca La notizia di cronaca (22 febbraio 2010) della presenza in facebook di un gruppo che vorrebbe eliminare i ragazzi down in quanto un inutile peso sociale, è stato un colpo alla stomaco duro da incassare. Approfitto allora di questo numero della rivista, dedicato proprio all’anello debole (?) della società, per raccontare un episodio di pochi anni fa di cui ho già scritto da altre parti e in altre occasioni ma che mi pare utile riproporre per lenire almeno un po’ la mia nausea morale davanti a certe posizioni. Per una felice combinazione, la mamma della mia collega di lavoro al liceo Statale Giorgio Spezia di Domodossola, la signora Lina Tellini, avendo fra le sue “assistite” una fanciulla che si occupava di giornalismo, mi chiese un incontro con una mia classe impegnata nel lavoro del giornalino scolastico. Accettai subito anche perché in quella classe alcune studentesse si lamentavano l’una di avere qualche etto in più del mitico peso forma, l’altra di avere qualche brufolo sulla fronte, un’altra ancora di non essere alta 1,80, un’altra infine di non avere ancora nessun moroso. Non sapevo bene come sarebbe andata ed ero preoccupato, non per me o per la classe, ma per la nostra ospite Patrizia, ragazza down. L’esperimento andò benissimo; durante la lezione che Patrizia tenne ex-cathedra, vidi qualche lacrima sui volti dei miei studenti, lacrime, si badi bene, non di compassione ma di emozione forte. Da allora le mie studentesse vissero certo più felici e contente e non sentii più nessuna osare lamentarsi di cuscinetti o di cose varie. Al termine dell’incontro ho invitato Patrizia a stendere un resoconto, una piccola
cronaca destinata al giornalino della scuola. Il lavoro di Patrizia venne pubblicato e ora vorrei riproporlo su Alternativa-A… perché lo ritengo attuale e di grande insegnamento per tutti, per stigmatizzare certi episodi e per riequilibrare eccessi edonistici.
“Ero molto emozionata martedì 8 febbraio quando sono entrata al liceo Giorgio Spezia per incontrarmi con dei ragazzi che si occupano del giornale della scuola. Io mi chiamo Patrizia, sono una ragazza down e sono una delle relatrici del giornale dell’ANFFAS; per questo motivo volevo scambiare due parole con loro . Un professore, molto cordiale, mi ha accompagnata in una classe dove, attorno ad un tavolo erano seduti ragazzi e ragazze che immediatamente mi hanno messo a mio agio ed io ho spiegato loro che io non mi sento “diversa”; infatti, pur sapendo che non potrò mai fare tutto quello che fanno gli altri ragazzi, io gioisco per le cose belle, amo la musica, ho tanti amici, mi innamoro, soffro, mi emoziono, spero. La cosa che mi fa sentire contenta è scrivere poesie,perché posso descrivere tutto quello che ho dentro di me e che a parole non so dire; con gioia, quando i ragazzi me l’hanno chiesto, ho letto due brevi composizioni, che sono piaciute ed ho notato anche una certa emozione sui loro volti. Quando li ho salutati mi hanno invitata ad un loro concerto e io ne ero felicissima perché ho capito che mi hanno considerato una di loro, con i problemi di tutti i giorni ma con la volontà di superarli. Patrizia
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Ho conservato una poesia di Patrizia di allora che trascrivo. VIVERE Quante volte hai sognato Di vivere come una principessa Quante volte hai immaginato Di vivere una favola Piena d’amore E chissà quante volte hai desiderato Di incontrare Una amica un ragazzo Tua cugina e tanti amici Ora, adesso Ricorda di vivere la tua vita. Devo e voglio dire che negli anni l’atteggiamento sociale verso le persone svantaggiate è cambiato in meglio, salvo episodi inspiegabili e isolati come l’ignobile episodio in cui, alcuni studenti di una scuola torinese, hanno maltrattato, filmando la scena, un compagno down e come il caso citato all’inizio. Leggendo la piccola cronaca e la poesia di Patrizia possiamo pensare che questa ragazza e tutti quelli come lei siano l’anello debole e un peso per la società o non lo siano piuttosto quelli che sotto l’anonimato offendono l’umanità presente in tutti gli individui?
(umanità latitante nei vigliacchi che hanno diffuso in modo anonimo su facebook la scritta SCEMO sulla fronte di un ragazzo down). Conto che i contenuti di questo numero monografico della rivista servano a riparare almeno in parte le offese che l’anello debole della società(?) sotto le sue varie forme può a volte ricevere. Infine, ricorro a Dante per definire gli autori dell’ultima offesa portata alle persone svantaggiate: “questi sciagurati che mai non fur vivi… non ragioniam di loro ma guarda e passa”. Sto un po’ meglio!
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A cura di Manola Vadalà
casa don Gianni
cosa succede? I
Il fotovoltaico...
n questo nuovo numero della rivista ho chiesto ai Presidenti di “Alternativa A”, “La Bitta” e “Il Sogno” di spiegarci come è nata l’idea di un impianto fotovoltaico a Casa Don Gianni e come prosegue la sua installazione. L’Associazione Alternativa A… negli anni è stata spesso riconosciuta dalla comunità locale come un ente attivo nelle politiche sciali di prevenzione del disagio e promozione di azioni a favore delle fasce più deboli, a partire dai giovani. Oggi pensiamo che anche le scelte sostenibili a favore dell’ambiente possano essere rilette alla luce di questi valori. Ci piace pensare alla Casa don Gianni come a una struttura condivisa, luogo di lavoro, di partecipazione, di aiuto per molti, di stimolo anche nelle scelte di rispetto per l’ambiente. Tutti sentiamo spesso parlare del “Protocollo di Kyoto”, siccità, tempeste, inondazioni, ma ci sembrano eventi lontani che toccano altri. È necessario lavorare perché sempre più persone sappiano che le conseguenze dei cambiamenti del clima vanno via vai peggiorando con il passare del tempo, con effetti drammatici non solo per le generazioni attuali ma anche su quelle future. Tradurre le notizie e gli accordi in azioni e gesti semplici ma concreti permette di essere parte attiva nella salvaguardia dell’ambiente per esempio nella riduzione dell’emissione di gas serra o nell’utilizzo sobrio delle risorse naturali, consentendo alle generazioni future di fruire delle stesse risorse ed opportunità di cui noi abbiamo potuto disporre.
Il cammino di Casa Don Gianni per diventare un esempio concreto in questo senso è iniziato nel 2008, con l’istallazione di un impianto di pannelli solari per la produzione di acqua calda e sostituito la vecchia caldaia con una più moderna (a condensazione), risparmiando notevolmente sul consumo del metano e riducendo le emissioni di CO2. Quest’anno l’obbiettivo che ci siamo posti è stato l’installazione di un impianto fotovoltaico per la produzione di energia elettrica, sufficiente a soddisfare il fabbisogno della Casa, perché riteniamo che la conversione da energia solare a energia elettrica sia parte integrante delle iniziative da attuare per uno sviluppo sostenibile; infatti offre buone garanzie di redditività ed è priva di controindicazioni, se pensiamo che è semplicemente necessario che venga accumulata e deriva da una fonte inesauribile e rinnovabile. Per raggiungere questo obbiettivo la soluzione scelta è un impianto fotovoltaico costituito da 200 moduli di pannelli solari per la produzione di circa 47.300 kw/h all’anno, che occuperanno interamente la parte piana del tetto e le due pensiline montate sulla facciata principale della Casa. La costruzione di questo impianto è in corso d’opera e si concluderà nei prossimi mesi. Attraverso lo “scambio sul posto”, il nuovo impianto ci consentirà di non pagare più bollette ENEL e i ricevere un contributo dal’ente statale preposto GSE per ogni Kw prodotto. Il costo dell’impianto è stato preventivato in € 190.000,00 e sarà ripartito tra l’Associazione Alternativa A…, la Cooperativa la Bitta e la Cooperativa Il Sogno. Grazie al risparmio ENEL e al contributo del GSE, si ipotizza di ammortizzare l’intero costo dell’impianto entro i prossimi 12 anni. 40
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Danila Tassinari
CIAD don Benoit^ Ci sono paesi che sentiamo nominare sempre o spesso ma, malgrado ciò, rimangono sempre lontani, un po’ evanescenti, quasi fantastici Conoscere ull’atlante sembrano fazzoletti di terra, poca cosa… fino a quando qualcuno, che ha letto (o immaginato) la nostra ignoranza negli occhi, non ci fornisce un paragone: “Il Ciad è grande quattro volte l’Italia! E sai quanti abitanti ha? Circa 11 milioni.” Il Ciad è diventato più familiare, per la gente dell’Ossola (e non solo), da quando don Benoît Lovati, viceparroco di Villadossola, è partito per la missione, nello scorso mese di ottobre. Ecco, allora, che il Ciad è diventato un po’ anche nostro, ecco che abbiamo cercato di conoscere qualcosa in più di questo lontano paese africano, classificato ancora tra i dieci più poveri del mondo. Il Ciad è un paese senza sbocchi al mare, con vaste e aride pianure nel centro, deserto nel nord, montagne asciutte nel nord ovest e pianure tropicali nel sud.
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Viaggiare E anche gli spostamenti di ‘pochi’ chilometri diventano un’impresa, come racconta don Benoît in una lunga lettera giunta via email: «Il giorno dopo il mio arrivo in Ciad don Massimo decise che dovevamo tentare di arrivare a Bissi Mafou, la mia missione: ci aspettavano 500 km. circa. E direte: “Be’, che problema è? 500 km. in una giornata? Due volte!” Sì, magari in Italia! Ma qui, con la metà della strada non asfaltata, con un asfalto che sembra emmenthal, con buche grandi come vasche da bagno, con animali, bambini e innumerevoli persone che camminano lungo la strada e spesso in mezzo, con mandrie di buoi e greggi di pecore che spesso bloccano il passaggio per decine di minuti, con controlli e blocchi dei
soldati ogni 50 km, con 40 gradi di media a partire dalle 9 del mattino fino alle 5 del pomeriggio… capite che non è così scontato!». Il tempo Dove fa tanto caldo si va più lenti, è una legge naturale, non si potrebbe fare altrimenti. E poi, forse, per potersi muovere o anche solo per riuscire a respirare un po’ di più, bisogna rimanere ad aspettare che l’afa dia un po’ di tregua. Bisogna saper aspettare, attendere, non avere fretta. L’ha capito subito don Benoît, che noi abbiamo conosciuto e ammirato, in Ossola, per la sua straordinaria capacità di essere (quasi contemporaneamente) in più luoghi, di ‘partecipare’ a più riunioni, di organizzare sette campi scuola insieme: «Io che correvo come un pazzo su e giù per le nostre valli, io che tentavo di essere in due posti nello stesso momento, io che mi prendevo impegni impossibili alla medesima ora in due valli diverse, io che accumulavo ritardo su ritardo, io che dormivo 4 ore per notte e ancora la giornata non mi bastava, io che mandavo sms alle due del mattino perché non avevo fatto in tempo a farlo prima, io che pregavo il breviario guidando per guadagnare tempo… come è cambiato tutto, qui! Il tempo, quello che consideravo un tiranno malefico che mi impediva di far bene la mia missione, ora è un compagno di viaggio con cui chiacchierare a più riprese nella giornata». Salutare «Qui il tempo e il modo in cui è impostata la vita danno spazio abbondante a quel livello dell’uomo che permette l’incontro tra le persone
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non per quello che hanno da fare insieme, ma per quello che sono innanzitutto. I primi giorni – ma ancora adesso – che fatica: la gente arriva in missione, bambini o adulti che siano, e i primi cinque minuti sono dedicati ai convenevoli: “Come sei (= stai)? Come va la tua salute? Come sta tua moglie (o tuo marito)? Come stanno i tuoi figli (o i tuoi genitori)? Come va il campo? La tua concessione? (appezzamento di terra “concesso” dal capo della terra, dove uno costruisce la sua capanna)? Hai riposato bene? Etc” E questo scambio di saluti è circoscritto rigidamente in una serie di domande e risposte predefinite che non cambiano mai (anche se magari tu stai male o hai problemi), per cui tutto all’inizio va bene e a tutto si risponde: “Sì, sto bene, grazie; sì, sono in forze, grazie; sì, sono in pace, grazie; sì, vado molto bene, grazie…” Poi, dopo questo scambio che avviene tra tutti con tutti e che quindi richiede a volte parecchi minuti, ci si siede e, per un paio di minuti, si sta in silenzio e ci si guarda. E’ maleducazione chiedere subito “Cos’hai bisogno?” (insinuando così che uno è venuto da te non per stare con te, ma per un suo bisogno!) ed è altrettanto maleducazione domandare subito il bisogno che si ha (per lo stesso motivo). E così, in un silenzio imbarazzante (solo per me), trascorrono un paio di minuti; poi la persona si fa avanti con la sua richiesta! Non dico che dovremmo fare così anche noi, ma un po’ più di attenzione alla persona a volte…» Mangiare Ah, il cibo italiano! Alzi la mano chi, all’estero per periodi superiori ai tre giorni, non ha mai rimpianto un piatto di spaghetti ! Inserirsi e condividere tutto di un popolo straniero vuol dire non solo imparare la sua lingua, ma anche mangiare il suo cibo: «Nove volte su dieci il pranzo sarà una boule di miglio (polenta di miglio, niente a che vedere con la nostra buona polenta!) e qualche pezzo di carne galleggiante in una salsa densissima a base di olio di arachidi, foglie di fagiolini o erbe/foglie di qualche altra pianta. Mi direte: “Che c’è di male?” Di male ci sono due cose: primo, io sono SEMPRE l’ospite e all’ospite è riservata la parte più prelibata dell’animale. Indovinate? L’ala? La coscia? No!!! Le interiora – il budello dell’intestino –, non pulito, ma così com’è; oppure la testa della capra (solo pulita del pelo e della pelle… per il resto c’è tutto, ma proprio tutto!) o le interiora del bue. Secondo: questi pezzi “deliziosi” navigano nella pentola
immersi nella salsa e si mangia tutti con le mani da quest’unica pentola…» Vivere La capanna nel bosco, la casa sull’albero, la tenda degli Indiani… Ma anche la stanza d’albergo scavato nel ghiaccio: tutti modi di ‘giocare ad abitare’, oggi, per noi occidentali, grandi e bambini. Vivere nelle tende, magari durante un safari nel deserto, o nelle capanne rappresenta per noi, turisti all inclusive, un temporaneo esperimento. Ma i due terzi della popolazione mondiale, a quanto pare, nelle capanne vive per davvero. Tutto l’anno. «I villaggi non sono come ce li possiamo immaginare dall’Italia. Nel senso che, in effetti, sì, vedi delle capanne di fango, paglia tagliuzzata, sterco animale e a volte gusci di arachidi, il tutto mescolato e lasciato essiccare fino a formare come una igloo di terra secca e dura - di solito durano 2 o 3 anni e poi sono da rifare -. Però i villaggi non sono tutti vicini e una capanna non corrisponde ad una casa come pensiamo noi, ma ad una stanza della casa. La concezione di casa a stanze collegate tra loro è tutta occidentale: in Africa non esiste, perché si fanno capanne che sono le singole stanze della casa e che si sviluppano in cerchio. Tutto è, ovviamente, su terra polverosa, circondato di solito da un albero o due, per avere un po’ di ombra e qualche frutto, e dal campo di miglio che solitamente è delle dimensioni necessarie a sfamare il nucleo famigliare. Si dorme sulle “natte”, che sono pagliericci poggiati per terra e quindi gli insetti, le lucertole e quant’altro gira per la capanna è tutto a portata. La donna cucina sul fuoco dentro pentoloni di latta comprati al mercato e i bimbi scorrazzano a decine tutto intorno spesso nudi anche fino all’età di 7 o 8 anni giocando, piangendo, rotolandosi, facendo insomma la loro parte di bambini.»
Pregare Wikipedia, la libera enciclopedia di internet, riporta che in Ciad i musulmani sono la maggioranza (53%, principalmente a nord), seguiti dai cristiani (35%) e dagli animisti (10%). Secondo la stessa fonte, in Italia i cristiani cattolici sono il 97,7%, sebbene i praticanti siano solo il 36,8% (ma il rapporto EURISPES 2010 indica una crescita dei non credenti: si dichiara agnostico il 10,7% e ateo il 7,8%).
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Come prega un ciadiano? In attesa di conoscere di più il modo di pregare e di vivere la fede della gente del Ciad, è interessante leggere come cambia il modo di pregare di un occidentale trapiantato in Ciad: «La mattina, dopo messa, lodi e colazione, hai quasi due ore di tempo per avviare la giornata… Dopo pranzo altre due ore di siesta; la sera dopo cena, tutto buio: ancora almeno due ore per…per cosa? Tempo per fare tutto… tempo per pregare… Non avevo mai riservato così tanto tempo alla preghiera… un’ora al mattino e un paio d’ore nel tardo pomeriggio. Ogni giorno almeno tre ore! E poi, il tempo da donare e ricevere dagli altri e per gli altri. Arriva gente, viene qualcuno in missione - e questo succede ogni mezz’ora! - e qui c’è il tempo da dedicargli… aspettare…i saluti… il silenzio… le richieste… la risposta… capirsi… conoscersi… i saluti… C’è tempo!» Parlare Una cosa che tutti vorremmo saper fare, quando siamo in mezzo a persone straniere, è capire cosa dicono, è poter comunicare con loro. Ma quanta fatica, per noi italiani, imparare una lingua straniera! In Ciad – scrive don Benoit - «ci sono 150 etnie circa – ognuna con la sua lingua – e in diocesi una ventina di etnie e a seconda di dove è la tua missione ti tocca imparare la lingua dell’etnia, se non vuoi sempre girare col traduttore dal francese! Conoscere la lingua è una priorità assoluta, perché ti permette di muoverti per i villaggi senza problemi. A Pala ho seguito, in curia, un corso intensivo di Moundang con un prete francese bretone, che è qui da 45 anni e che ha in parte trascritto lui, per la prima volta, questa lingua, che fino a circa vent’anni fa era solo orale. E’ proprio una lingua ostica! Povera di vocaboli, circa 500, ma complicatissima nelle tonalità e negli accenti. E poi è tutto un altro modo di concepire i concetti: infatti – cosa curiosissima! – qui moltissimi concetti non esistono, praticamente tutti i concetti astratti e molti concetti concreti appartenenti solo al nostro mondo occidentale o riferiti a cose che loro non vedono e non conoscono. Esempio: verità, libertà, aereo, paura, giustizia, e mille altri! Cielo si dice “il posto in alto”; cuore “la sacca del sangue”; grazia “l’acqua che bagna”; giustizia “sacco uguale”; mese “luna”; settimana “mercato”, etc…» Sacerdoti La diocesi di Pala è stata fondata nel 1957: in 52 anni ha visto passare circa 120 preti, ma ne 44
ha ordinati solo 20. I preti missionari sono 26: 7 italiani, 4 francesi, 3 camerunensi, 3 burundesi, 2 spagnoli, 2 svizzeri, 1 austriaco, 1 polacco, 1 messicano,1 canadese, 1 del Bangladesh. «E la diocesi fa oggi quasi 1 milione di abitanti! La diocesi di Novara fa circa 650.000 abitanti e ha circa 400 preti! Il 21 novembre ci sono state le ordinazioni presbiterali e diaconali: due novelli sacerdoti, père Edmund e père René, e un novello diacono, père François. Che festa, ragazzi! Preti, suore e religiosi consacrati, autorità civili e religiose hanno cantato, pregato e ballato per 4 ore ininterrotte! Tanto è durata la messa di ordinazione e qui pregare significa cantare e ballare… è come se il corpo intero debba lodare Dio e solo lo spirito non può farlo! Durante la celebrazione sono stati eseguiti 40 canti da 8 corali diverse, in quanto ogni etnia è venuta con la propria corale ed ha eseguito i canti nella propria lingua: francese, tupurì, ngambaj, lalè, zime, metè, pevè e ovviamente Moundang! Pazzesco!» Bissi Mafou E’ il nome della missione in cui si trova don Benoît. Si trova a 40 km. da Pala, il capoluogo. «‘Mafou’ significa ‘nuovo’ e ‘bissi’ forse vuol dire ‘rigagnolo’ o ‘caimano’, non si sa. Difficile dire le dimensioni dell’area che fa capo alla missione: è una specie di rettangolo lungo circa 60 km. e largo 40/50 (un po’ come l’Ossola, senza contare ovviamente le sue varie valli). La parrocchia conta circa 60.000 abitanti, anche se si stima - purtroppo alcuni registri sono andati persi - che i cristiani battezzati siano circa 5.000, più un altro migliaio di catecumeni in attesa del battesimo: quindi, in totale il 10% circa della popolazione. Circa 60.000 abitanti divisi in una cinquantina di villaggi, ma delle vere e proprie comunità cristiane (almeno con 50 cristiani) ci sono “solo” in 37 comunità. Seguire in 37 comunità tutti questi gruppi è umanamente impossibile, anche se siamo due preti, in quanto mi è stato dato un viceparroco, che si chiama père Jerome: è Moundang, nativo di un villaggio a 20 km. dalla parrocchia e ha 47 anni. Avrò un viceparroco! » Affidare Quello che don Benoît ha saputo essere e costruire in mezzo a noi è grande: ognuno di noi ha sicuramente esperienze e ricordi di tanti momenti condivisi negli anni in un clima di responsabilità e di familiarità. Di don Benoît abbiamo imparato a fidarci. Ed è per questo che, in tanti, continuano a pensare a lui e ai suoi progetti da realizzare in Ciad.
«Moltissimo qui c’è da lavorare sul versante delle cure per i bambini malati di aids ricevuto alla nascita. Le medicine arrivano dagli aiuti umanitari ma il problema è la malnutrizione che peggiora moltissimo le cose. Un malato di aids bambino o adulto che sia, se prende le medicine ma non mangia decentemente è come se non le prendesse quasi. Poter garantire un pasto sicuro al giorno potrebbe aiutare moltissimo. E poi anche l’acquisto di un macchinario per rilevare la presenza del virus facendo il test. Insomma c’è tanto da fare e dopo Natale ci muoviamo ovviamente coordinandoci insieme! »
Lui è partito, noi siamo rimasti forse un po’ a guardare, ma in questi mesi sono nati anche alcuni piccoli grandi progetti che sono qualcosa in più della ‘facile’ offerta, dell’elemosina un po’ superficiale: in occasione del Natale, molte persone – semplici cittadini, colleghi della scuola media Bagnolini, membri delle parrocchie di Villadossola,Tavan Villa, la neonata associazione P.E.T.R.A… – hanno devoluto generose offerte, che hanno portato il totale della raccolta, avviata in ricordo di Massimo Lepri, a raggiungere quota 20.200 euro. Tutti insieme, perché i sogni “possano trovare gambe per correre”.
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