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Alternativa n.1 2022

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In questo numero: Una nuova rivista l’8 Marzo ha il volto della guerra Morfologia di un territorio Evoluzione demografica Sussidiarietà e Terzo settore Stammi lontano Intervista a Carlo Squizzi

PERIODICO DI CULTURA E IMPEGNO SOCIALE DELL’ASSOCIAZIONE ALTERNATIVA A...

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SOMMARIO Editoriale

Una nuova rivista. Perché e per chi L’8 marzo 2022 ha il volto della guerra

Direttore Responsabile:

La redazione La redazione

pgg. 4-5 6-7

Ambienti territori scenari contesti

Clemente Mazzetta

Morfologia di un territorio: il VCO Dai vincoli le opportunità? L’evoluzione demografica nel Verbano Cusio Ossola

Redazione: Samantha Brandini (segreteria) Diego Brignoli Maurizio Colombo Laura Luisi (coordinamento) Roberto Negroni Alvi Torrielli Simonetta Valterio

R. Negroni

8-9

M. Colombo e C. Gatti

12-13

A. Reschigna

16-17

A. Barbaglia

16-17

D. Brignoli

20-21

E. Perrini

22-23

R. Negroni

24-25

J. Veronesi E. Bonolis

26-27 26-27

A. Torrielli

30-31

C. Barberis Negra

32-33

S. Valterio

34-35

J. Veronesi

34-35

G. Barbieri L. Luisi A. Magrì A. Torrielli L. Luisi R. Negroni

36-37 38-39 42-43 44-45 46-47 48-49

Riflessioni analisi commenti

Strategie per i consorzi dei servizi sociali Sussidiarietà e terzo settore nell’esperienza dei CISS Contributi

“Stammi lontano”. Due anni di distanziamento sociale

Grafica: Dario Martinelli

Cosa avviene in casa d’altri Prendere esempio da...

Ciad: un’esperienza di solidarietà

Impaginazione: a cura della redazione

Non prendere esempio da...

Esente per indigenza

Distribuzione: A cura della redazione

Progetti

La normalità che cura: percorsi all’interno di progetti riabilitativi Casa Ceretti

Stampa: Press Grafica Srl

Protagonisti e testimonianze

Intervista a Carlo Squizzi Consorzio link: guardare a un futuro da co-progettare

Rivista n. 1 Anno 2022 Periodico di cultura e impegno sociale dell’Associazione Alternativa A ONLUS Domodossola Via dell’Artigianato 13

Notizie e conache

Una casa si costruisce assieme e sulla roccia! I gruppi di auto-aiuto, spazi sicuri e di condivisione per aiutare le vittime di violenza

SOStienici con una donazione IBAN IT21X0200845360000103728938

Le rubriche di A

Hanno collaborato con scritti a questo numero

Dalla scuola: il Liceo Spezia Spazio donna Il film Il viaggio Invito alla lettura Gli appunti di padre McKenzie

Angelo Barbaglia, direttore del CISS Cusio Giulia Barbieri, allieva del V anno del Liceo socioeconomico "Giorgio Spezia" - Domodossola Eugenio Bonolis, responsabile di Casa Ceretti di Verbania Cinzia Gatti, Unione Montana delle Valli dell’Ossola Cristina Barberis Negra, Ufficio stampa Link VCO Alessandro Magrì, Associazione Cineforum Domodossola Elisa Perrini, missionaria laica in Ciad Aldo Reschigna, presidente CSS Verbano, già sindaco di Verbania e vicepresidente della Regione Piemonte Jennifer Veronesi, Coordinatrice Gruppo appartamento psichiatrico Domodossola e i redattori: Diego Brignoli, Maurizio Colombo, Laura Luisi, Roberto Negroni, Alvi Torrielli e Simonetta Valterio


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editoriale

UNA NUOVA RIVISTA

Perché e per chi La redazione

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lternativa nasce oggi, con il primo numero del 2022, ma raccoglie l’eredità ultratrentennale della storica pubblicazione dell’associazione domese Alternativa A. Una solida eredità di impegno nel sociale vissuto anche grazie all’azione delle sue due coo‐ perative, Il Sogno e La Bitta. È proprio questo bagaglio di esperienze capitalizzate che oggi spinge verso un cambiamento: trasformare l’origi‐ naria pubblicazione, strumento di informazione e fidelizzazione di una platea locale di soci, amici e simpa‐ tizzanti, in uno strumento di servizio e di aiuto per chi, nel più vasto ambito provinciale, opera in campo sociale, come professionista o volontario, in enti, istituzioni, coo‐ perative e associazioni. Insomma, forse per una volta nascere vecchi non è uno svantaggio, ma un’opportunità. Viviamo tempi di grandi cambiamenti, che investono ogni aspetto del vivere personale e collettivo. Cambia‐ menti che per rapidità e radicalità spesso disorientano, sconcertano, mettono in crisi idee e consuetudini, costrin‐ gono a riconsiderare certezze, disabilitano consolidate chiavi di lettura di una realtà che avvertiamo sempre più complessa e sfuggente, la cui comprensione elude i tradi‐ zionali canoni interpretativi. La vita sociale è forse l’ambito in cui più acutamente si avvertono questi mutamenti, queste crescenti difficoltà, l’obsolescente inadeguatezza degli strumenti consueti di

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lettura. E chi deve operare nelle aree più critiche del sociale, quelle in cui più incidono disuguaglianze, emar‐ ginazione e povertà, è ancora più esposto alle difficoltà che pongono la comprensione e il bisogno di azione. La crescita della complessità delle aree del disagio sociale, l’emergere di nuove sacche di marginalità, i mutamenti di sensibilità della cultura sociale sono tutti fenomeni che richiedono, per poter essere affrontati, un continuo adat‐ tamento dei vecchi strumenti e l’adozione di nuovi che vanno costruiti. L’ampia normativa sociale di cui il Paese è dotato richiede nuovi adattamenti, estensioni, nuove tutele, rivitalizzazioni laddove si sono nel tempo manife‐ stati allentamenti. Il bagaglio di conoscenze e competenze di chi nel sociale opera necessita di sempre più espansioni, integrazioni, affina‐ menti, capacità di padroneggiare saperi interconnessi. Non mancano a tale scopo canali e agenzie formative, così come non difettano editorie specialistiche, pubblicistica di settore cartacea e on line; non manca il supporto scientifico e tecnico. Non è di certo questo il piano sul quale questa nuova rivista ambisce collocarsi (ubi maior…), ma quello più domestico e poco o per nulla presidiato della necessità di connessione del‐ l’azione e dell’intervento in campo sociale con il contesto, con l’ambiente in cui si esplica. L’importanza della conoscen‐ za degli scenari, degli sfondi, dei territori in cui si opera e delle loro dinamiche.


Pgg. 4-5

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Ecco così definito il significato delle principali sezioni in cui la rivista è articolata: dalla prima, espressamente dedi‐ cata alla conoscenza dei contesti in cui l’azione si esplica, alla seconda e terza dedicate all’approfondimento e rifles‐ sione dei temi nodali dell’operare nel sociale in quei contesti, alle successive cinque sezioni, di cui quattro dedi‐ cate a colmare i bisogni di conoscenza reciproca tra gli attori e le iniziative presenti nel territorio e una a gettare uno sguardo a ciò che, qui o altrove, appare, nel bene e nel male, meritevole di segnalazione. Completano il somma‐ rio le rubriche: un paio integrano le tematiche delle prime sezioni, altre offrono una boccata di aria fresca. In particolare, in questo primo numero, si è pensato di par‐ tire da due contesti primari: la morfologia territoriale e la

da un’immagine di Adrienne Andersen

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composizione demografica della provincia, entro i cui caratteri e vincoli l’impegno nel sociale si esplica. Rifles‐ sioni e Analisi si concentrano su due aspetti nodali (il percorso storico e il rapporto con il terzo settore) di quello che è lo strumento cardine dell’intervento sociale, il Con‐ sorzio dei Servizi Sociali. La sezione Contributi, come pure l’ultima rubrica, getta uno sguardo su aspetti della vita ai tempi della pandemia. Prendere esempio da… un caso di rapporto diretto tra sostenitori e beneficiari; non prendere esempio da… un caso di pubblica mancanza di rispetto di una condizione di disagio. Seguono le prime presentazioni di progetti e di protagonisti attivi nel territorio.

La rivista è il risultato di un progetto avviato da circa un anno e il prodotto di un lavoro di gruppo, grazie al quale tutte le attività vengono svolte gratuitamente. Parte del cambiamento che sta interessando questa rivista riguarda anche la necessità di trasformarla in un periodico online, annullandone i costi di stampa e di spedizione, e rendendola eco-sostenibile e salva-spazio. La sua produzione sarà pertanto quasi a costo zero, ma per “Alternativa A”, associazione Onlus, che ne è l’editore, poter contare ancora sul sostegno dei suoi lettori rappresenterà un valore aggiunto per continuare ad operare come luogo d’incontro, di lavoro, di formazione, di solidarietà, di aiuto, in una logica di collaborazione, scambio e legame con il territorio.

Alternativa

Vi chiediamo allora di sostenerci con la vostra donazione, versando, con bonifico bancario, un contributo sull’IBAN di Alternativa A IT21X0200845360000103728938 con la causale “donazione per la rivista”. Grazie!


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Pgg. 6-7

L’8 MARZO 2022 HA IL VOLTO DELLA GUERRA

S

tiamo per andare in stampa, ma oggi, 8 marzo, non possiamo dimenticare che è la giornata internaziona‐ le della donna e che è una giornata di guerra. La guerra, da sempre estranea alla cultura delle donne, escluse dalle decisioni, dai posti di comando e sostanzial‐ mente dalla storia, ancora una volta ha colpito proprio loro, le vittime più innocenti del conflitto russo-ucraino. Loro che nel proprio DNA custodiscono, come tutte le donne, l’attitudine al sacrificio, alla cura, all’accudimento, loro che guardiamo quotidianamente nei servizi televisivi, con i bambini in braccio e una sacca sulle spalle, cammina‐ re per ore verso confini e treni che possano sottrarle all’incubo, verso una speranza di salvezza. Loro che forse raggiungeranno una meta più sicura, sfinite dalla stanchez‐ za e dal dolore, che piangono i morti ma sorridono quando consolano i propri figli, quando li rassicurano che tutto andrà bene. Poi ci sono le tante ragazze e donne in fuga da sole dall'Ucraina, rischiando di diventare loro stesse vittime di violenze, di quelle fisiche e degli stupri (parole del porta‐ voce dell'Unicef a Sky Tg24), e le tante che sono cadute durante gli assedi. Oltre alle donne che hanno la forza di lasciare tutto, rico‐ nosciamo il coraggio delle altre che in Ucraina restano,

La redazione

accanto ai propri uomini per sostenerne la resistenza, e delle tante volontarie che, con il loro servizio, cercano di riempire le vite di chi ha perso tutto. Tutte possono essere figlie, madri, nipoti, amiche di quelle stesse donne che, dalla fine degli anni ’90, hanno lasciato l’U‐ craina con la speranza che l’emigrazione sarebbe stata l’unica via per assicurare un futuro migliore a sé e ai propri cari. Loro che, una volta giunte in Italia, sono destinate a svol‐ gere attività di badanti e collaboratrici domestiche, occupando quei posti di lavoro non presidiati dagli italiani, sono entrate nelle nostre vite, diventando mogli, compa‐ gne, amiche e sorelle. Alle donne ucraine che scappano, a quelle che restano e alle donne che sono in Italia o che vi arriveranno, oggi, noi della redazione, dedichiamo questo 8 marzo, giornata piena anche della forza delle idee e dei progetti a favore delle donne, e il nostro pensiero di persone consapevoli e impegnate, attraverso ogni numero di questa rivista, a diffondere la cultura della solidarietà. Articolo scritto l’8 marzo 2022

Guernica - P. Picasso

Alternativa


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ambienti territorieditoriale scenari contesti

MORFOLOGIA DI UN TERRITORIO: ILVCO.

DAIVINCOLI LE OPPORTUNITÀ?

Roberto Negroni


Pgg. 8-9

Il carattere che impronta il territorio provinciale è una morfologia tormentata da una complessa e fitta orografia e, di conseguenza, da un’antropizzazione da essa drasticamente condizionata

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escrivere una provincia italiana non è mai cosa semplice. In Italia, e in genere in Europa, abbiamo unità amministrative la cui conformazione risente della sedimentazione di eredità antiche e vicende intricate; nulla a che fare con quelle contee di molti stati nordameri‐ cani disegnate con squadra e righello (quello che si vede nell’immagine della pagina prece‐ dente al centro degli USA non è un piccolo foglio a quadretti colorato e appena smangiuc‐ chiato dai topi, ma lo stato del Kansas con le sue contee). D’altra parte, noi non abbiamo le Great Plains, anzi, non c’è provincia italiana che abbia un territorio interamente pianeggiante, neppure la Puglia ci riesce, ma, in compenso, tanta storia con cui fare i conti. Se si prova a descrivere la provincia del Verba‐ no Cusio Ossola (il VCO, un acronimo infelice), le complicazioni incominciano già dal nome. Qui c’è la progenitura della denomina‐ zione tripla, che dice fin da subito che da queste parti di semplice e facile c’è poco o nulla, che questo non è un territorio omogeneo, ma è l’ag‐ gregazione di realtà che si percepiscono differenti. Carta geografica alla mano, in realtà, di aree geografiche se ne percepiscono soltanto due: una lacustre e prealpina, l’altra più marca‐ tamente montano alpina, ma tant’è, che anche il campanile vuole la sua parte. Il vero carattere che impronta l’intero territorio provinciale è una morfologia tormentata da una complessa e fitta orografia, con la presenza nella porzione centrale di un vasto parco nazionale (il Parco Nazionale della Valgrande, una vasta area

Alternativa

wilderness o, più precisamente, tornata selvaggia doposecolidipresenzaumana)e,conseguentemente, da un’antropizzazione fortemente condizionata da quella morfologia. La maggior parte del territorio provinciale, monti e vallate, è parte dell’area delle Alpi Pen‐ nine nel tratto sud-occidentale e occidentale fino al Sempione e di quella delle Alpi Leponti‐ ne nella preponderante parte rimanente che guarda a nord e a est. La parte sud-orientale, quella lacustre, appartiene alla fascia prealpina delle Alpi Ticinesi e del Verbano, sottosezione delle Lepontine, in cui l’orografia mostra tratti più soft. Se si prova ad accostare la carta geografica del VCO a quelle di province vicine e, in qualche modo, somiglianti, subito si coglie la sua mag‐ giore complessità morfologica. La provincia di Vercelli, con cui il VCO confina (la valle Anza‐ sca è parallela all’Alta Valsesia, ed è ad essa collegata, per il tramite della Val Quarazza, dal passo del Turlo), oltre a mostrare una prevalen‐ za di territorio pianeggiante nella parte centrosud, evidenzia la presenza di un’unica grande vallata, quella del fiume Sesia (la Sesia, dicono loro) in cui, nella parte più settentrionale, con‐ fluiscono tre sole vallate laterali. La provincia di Como si affaccia sull’omonimo lago e si svilup‐ pa per intero nella fascia prealpina, con alture e rilievi di poca entità, quindi con un’antropizza‐ zione diffusa e capillare. Quella di Lecco, anch’essa in area prealpina, possiede un territo‐ rio più vario, con una sezione meridionale di basse colline, con la sponda occidentale lacu‐ stre, ma un bordo orientale montagnoso (Monte Resegone e compagni) confinante con la pro‐


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ambienti territori

vincia di Bergamo e nella parte centrale con il massiccio della Grigna che riduce lo stretto territorio e dà origine all’u‐ nica vallata di rilevo, la Valsassina. Ben più consistente è la morfologia montagnosa del VCO, che riguarda l’intero territorio e in cui abbondano cime oltre i 2.000 metri e non mancano quelle che superano i 3.000, fino ad affacciarsi ai 4.633 del Monte Rosa. La sua articolata e complessa composizione è però in primo luogo testimonia‐ ta dalla molteplicità delle sue vallate. Innanzi tutto, il reticolo ossolano, che vede confluire, nei pressi di Domodossola, nella principale vallata del Toce, oltre la sua valle madre (con doppia denominazione: primo tratto Formazza e secondo Antigorio e con l’innesto della laterale Valle di Devero), la Valle Divedro che sale al Sem‐ pione, la Valle Bognanco e, dalla parte opposta, da est, la Valle Vigezzo, che, collegata con la ticinese Valle Maggia consente di giungere a Locarno sul Lago Maggiore; poi scendendo, in sponda destra la Valle Antrona e la lunga e profonda Valle Anzasca che discende dal Monte Rosa. Altra vallata di tutto rispetto è la Valle Cannobina, che da Cannobio, sul Lago Maggiore in prossimità del confine sviz‐ zero, si inoltra e si incunea tra i monti fino a congiungersi con la Valle Vigezzo. Al capo opposto della provincia, nel settore cusiano, la Valle Strona scende fino a Omegna, men‐ tre il suo omonimo torrente, dopo aver puntato al Lago d’Orta, devia e diventa l’ultimo affluente del Toce poco prima della sua immissione nel Lago Maggiore. Infine, l’entroterra verbanese che, oltre le popolate alture cir‐ costanti, presenta due vallate, anch’esse testimoni in passato della dura esistenza della cultura contadina di montagna, che alimentano i due torrenti della città, i quali delimitano l’abi‐ tato di Intra: la Valle Intrasca, la breve vallata del torrente San Giovanni che discende dal Monte Zeda e, soprattutto, quel vasto anfiteatro di valli (Valgrande e Val Pogallo), per secoli sede di attività dei paesi circostanti legate all’alpicol‐ tura e al taglio del legname, oggi Parco Nazionale della Valgrande, da cui prende vita il torrente San Bernardino. Le caratteristiche morfologiche fin qui brevemente descritte, che riducono le aree pianeggianti a sporadici e piccoli tratti adiacenti ai fiumi maggiori e ai laghi, hanno impedito lo svi‐ luppo in questi territori di un settore agricolo che andasse oltre una spartana economia montanara di mera sussistenza e, in tempi più recenti, ad un limitato settore florovivaistico. Oltre le attività proprie della cultura alpina, hanno però potuto storicamente svilupparsi altre, originate dall’affacciarsi delle sponde lacustri su una delle principali vie di comunicazione dell’area alpina nord-occidentale tra i territori italiani e quelli d’oltralpe, quella via che faceva del Lago Maggiore la natura‐ le area di transito e smistamento dei rilevanti traffici da secoli attivi grazie alla rete fluviale (lago Maggiore-fiume TicinoNaviglio Grande) e ai valichi alpini (Passi del Sempione, del San Gottardo, del Lucomagno, del San Bernardino) che, oltre a molteplici e intense attività mercantili, hanno portato già nei primi decenni del XIX secolo nel territorio del Verbano e poi del Cusio e della Bassa Ossola a precoci forme di industrializ‐ zazione. Insomma, una collocazione nel più vasto contesto geografico a lungo foriera di potenzialità economiche, prima che subentrasse la progressiva marginalità di questi territori

scenari contesti

indotta dalle nuove modalità di trasporto e dalle nuove vie di comunicazione del XX secolo. La severa conformazione del VCO sommariamente descritta ha avuto come inevitabile conseguenza la concentrazione dell’antropizzazione e, più ancora, dei nuclei abitativi entro spazi delimitati dall’orografia. Sponde lacustri e retrostanti rilievi, ampie vallate e modeste alture prealpine, brevi spazi di fondovalle delle aree montane più interne hanno perciò visto il nascere di insediamenti in forma sparsa, soltanto lad‐ dove la conformazione del terreno lo consentiva, ma, per lo più, incanalati lungo precise direttrici dove gli spazi si restringono, come nelle vallate. Sempre con una sola facoltà di scelta: la sponda del lago o del fiume o il versante del pen‐ dio più favorevolmente esposto al sole o contiguo a spazi coltivabili. Di pari passo è andata la costruzione di percorsi e strade tra borghi, paesi e villaggi, che hanno legato come uno sfrangiato reticolo i vari luoghi di insediamento delle comu‐ nità. Non certo come le fitte e intricate reti viabili che caratterizzano i territori pianeggianti o dalla più amichevole orografia, ma come scarse spesso tortuose direttrici obbliga‐ te dalla conformazione del terreno, con un disegno che ancora oggi permane e che, in forma sintetica (e rettificata), si vede nell’immagine sottostante, in cui i tratti in nero indi‐ cano le principali direttrici viarie tradizionali, e quello

tratteggiato in rosso il tracciato, assai più recente, della A26 + superstrada dell’Ossola. La figura che segue ripropone più in chiaro (eliminando la cartografia di sfondo e mantenendo soltanto il contorno del territorio provinciale) e più in dettaglio la grafica del reticolo delle direttrici di movimento via terra, che per lo più coincide con l’allineamento sequenziale dei maggiori centri abitati. Le due grandi ellissi rappresentano le due aree geografiche della provincia: quella lacustre e prealpina (Verbano e


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Cusio), l’altra montano alpi‐ na (Ossola). Laghi, fiumi e montagne sono fattori che dominano e comandano non solo il pae‐ saggio, ma ovviamente anche la geografia antropica, con un’urbanizzazione che a sud, verso i laghi, si concen‐ tra, sia per quantità che per densità, e nel centro-nord si dirada, con la cerchia dei monti che si prende una larga fascia di contorno degli interi versanti orientale set‐ tentrionale e occidentale, cui si aggiunge l’ampia sezione montana interna del Parco Nazionale della Valgrande. Qui l’antropizzazione non si è espansa a raggiera o con‐ centricamente a partire da nuclei originari, come avviene in territori con morfologie meno tormentate, ma, come detto, lungo poche e vincolate direttrici: l’asse Verbania-Omegna, quello Verbania-Domo‐ dossola, ma anche l’asse dell’intera litoranea lacustre del lago Maggiore. Da questi assi principali si dipartono (o con‐ fluiscono) poi le direttrici vallive: nel Verbano e nel Cusio i vicini piccoli centri dell’entroterra collinare, le brevi valli, ma anche vallate come Cannobina, la Strona e del San Ber‐ nardino che proprio brevi non sono; nell’Ossola le numerose vallate che si addentrano anche profondamente nelle circo‐ stanti aree montane con i loro sparsi paesi. Alla vasta dimensione del territorio ossolano corrisponde la prevalente montuosità e, conseguentemente, la bassa densità abitativa; alle minori ma più favorevoli dimen‐ sioni dell’area meridionale della provincia corrisponde invece una densità abitativa decisamente maggiore. Nella parte settentrionale della provincia risiede una popolazione più dispersa gravitante verso il capoluogo ossolano che complessivamente ammonta a poco più di 50.000 abitanti; nella fascia meridionale, prealpina e lacustre, una popolazione addensata in brevi spazi e gra‐ vitante sui due maggiori centri lacustri per un totale che supera di poco i 100.000 residenti. Più precisamente e utilizzando la tradizionale ripartizione nelle tre aree, l’Ossola occupa una parte prevalente del ter‐ ritorio provinciale con 1605 kmq di estensione e 37 Comuni; il Verbano segue con 457 kmq e 24 Comuni, infi‐ ne il Cusio con 198 kmq e 13 Comuni. Si può anche incidentalmente considerare che con una popolazione com‐ plessiva che raggiunge appena 154.605 abitanti, 74 comuni sembrano davvero troppi, la frammentazione amministrati‐ va appare irrazionalmente elevata. I tre comuni maggiori assommano 62.336 residenti (Verbania 30.108, Domodos‐ sola 17.855, Omegna 14.373), i tre minori 332 (Massiola, Intragna e Aurano). Tre comuni stanno nella fascia 5.000-10.000 abitanti, otto in quella 2.000-5.000, diciotto

in quella 1.000-2.000, quat‐ tordici in quella 500-1.000, diciassette in quella 200-500, otto sotto i 200⁽¹⁾. Nel quadro fin qui descritto, la tradizionale tripartizione geografica della provincia può mantenere qualche signi‐ ficato solo entro contesti di studi storici della cultura locale, del costume (o, peg‐ gio, per sterili dispute particolaristiche o settoriali), ma perde concreta utilità ai fini dell’analisi degli attuali fenomeni e, più ancora, per finalità programmatorie o di pianificazione territoriale, perché anacronistica, non più rispondente all’odierna realtà e alle sue dinamiche. Maggiore pertinenza e utilità metodologica assumono due altre configurazioni organizza‐ tive, di tipo fattuale, del territorio: a) la contiguità e convivenza di due aree, come già detto, una lacustre e preal‐ pina, l’altra montana; b) il caratterizzarsi di ciascuna di queste aree come sistema gravitazionale dotato di polo attrat‐ tivo, contraddistinto dalla concentrazione di attività economiche sociali e culturali, nonché per le offerte di servi‐ zi di cui le popolazioni delle rispettive aree beneficiano. Nel caso di questa provincia, a causa delle modalità con cui sono avvenuti in passato i processi di urbanizzazione, più che di singoli centri è il caso di riferirsi a quegli aggregati di più nuclei urbani, ormai tra loro connessi, tra i quali non vi è più una reale soluzione di continuità; aggregati urbani attrat‐ tivi che sono definiti conurbazioni. In questo territorio provinciale i sistemi gravitazionali sono nell’area meridionale lacustre prealpina quella da tempo definita, e in cui il processo di riconoscimento è un po’ più avanzato, come Conurbazione dei Laghi, che corrisponde sostanzialmente all’asta Verbania-Gravellona-Omegna, su cui gravitano (limitatamente ai territori provinciali): l’area cannobina, la sponda del Lago Maggiore con i propri entro‐ terra fino a Belgirate, l’area provinciale Cusiana e i Comuni della Bassa Ossola (l’aggregazione al Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano dei comuni di Mergozzo, Ornavasso, Premosello, Pieve Vergonte e Vogogna testimonia, ad esem‐ pio, questa gravitazione del tratto più meridionale del territorio ossolano verso l’area lacustre). L’altra conurbazio‐ ne presente nel territorio provinciale è identificabile nell’asta Villadossola-Domodossola-Crevoladossola, su cui gravita la Media e Alta Ossola con il suo intero sistema vallivo. Forse è in direzione di queste nuove prospettive, superando anacronistici e sterili localismi, che occorrerà nel prossimo futuro sempre più guardare e, soprattutto, operare.

1) Dati ISTAT al 31.12.2020 e al 31.05.2021

Alternativa


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ambienti territori

scenari contesti

L’EVOLUZIONE DEMOGRAFICA NEL VERBANO CUSIO OSSOLA

L’andamento demografico del Verbano Cusio Ossola dal 1861 ad ora e un confronto regionale, nazionale e con altri territori montani. Siamo sempre meno e sempre più vecchi Maurizio Colombo e Cinzia Gatti

pari al 8,9% (-15.100 residenti in 40 anni), se invece ci rapportiamo all’anno dell’unifica‐ zione nazionale la crescita è evidente (+50%).

andamento popolazione VCO dal 1861 al 2021 180 000 170 096 160 000 154 926

140 000 120 000 102 798

100 000 80 000 60 000 40 000 20 000 0 vco

1861

1871

1881

1901

1911

1921

1931

1936

1951

1961

1971

1981

1991

2001

2011

2019

2020

2021

102 798

107 244

111 181

120 935

129 606

132 445

133 138

133 198

148 487

156 709

168 910

170 096

162 215

159 040

160 264

157 278

156 320

154 926

Quali sono le caratteristiche della popolazione del VCO? La piramide dell’età, dove sulla base stanno le fasce giovani della popolazione mentre al vertice quelle anziane, ha lasciato il posto ad una forma diversa che sembra simile ad una bottiglia rovesciata. Il 45% della popo‐ lazione del VCO nel 2021 è compresa tra 40 e 69 anni. Il 10% della popolazione ha meno di 14 anni. La stessa percentuale ne ha più di 80: difficilmente il grafico tornerà ad assomigliare ad una piramide. Anche a livello nazionale la situazione è simi‐ le: tra il 1861 e il 2018 la popolazione del nostro Paese è più che raddoppiata rispetto ai confini attuali e quasi triplicata se si conside‐

Fonte: Istat

S

iamo quotidianamente bombardati da numeri e bollettini: il risultato è che a tutti viene davvero voglia “di dare i numeri”. Anche noi non abbiamo resistito e abbiamo scovato qualche dato, anzi abbiamo scavato nella “storia” del nostro bel Paese arri‐ vando fino al 1861, anno dell’Unità d’Italia. Con questo articolo vorremmo fare una breve carrellata sull’andamento demografico della nostra Provincia, il Verbano Cusio Ossola, facendo uno fotografia sulle caratteristiche della popolazione ai giorni d’oggi, cercando di analizzarne i cambiamenti che si sono verifi‐ cati con il passare del tempo, tempo che inevitabilmente si intreccia con la Storia, e provando a fare un raffronto con territori che hanno caratteristiche morfologiche “simili” alle nostre, nello specifico i territori alpini di montagna di Aosta, Trento, Bolzano, Belluno e Sondrio. Andiamo con ordine. I censimenti generali della popolazione italiana hanno da sempre avuto cadenza decennale a partire dal 1861 fino al 2011, con l'eccezione del cen‐ simento del 1936 che si tenne dopo soli cinque anni per regio decreto. Inoltre, non furono effettuati i censimenti del 1891 e del 1941 per difficoltà finanziarie il primo e per cause belli‐ che il secondo. Dal grafico con la serie storica ricostruita dal‐ l’Istat è evidente l’andamento della popolazione del VCO, ben prima che diven‐ tasse ufficialmente provincia (la costituzione risale al 1992). Il primo dato del 1861 supera di poco i 100 mila residenti. La crescita è pres‐ soché costante fino al 1981: i residenti arrivano a circa 170 mila. Ora quanti siamo? Al primo gennaio 2021 i residenti nel VCO non superano i 155 mila. Rispetto al Censimento del 1981 la flessione è


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piramide dell'età VCO anno 2021

Fonte: Istat

100+ 95-99 90-94 85-89 80-84 75-79 70-74 65-69 60-64 55-59 50-54 45-49 40-44 35-39 30-34 25-29 20-24 15-19 10-14 5-9 0-4 -8 000

-6 000

-4 000

-2 000

f m

0

rano le annessioni territoriali successive del Triveneto, parte dell’impero Austro-ungarico, e del Lazio, al quale nel 1861 era ridotto lo Stato Pontificio. Al momento dell’Unità, Napoli era la città più popolosa del Regno, con 450 mila abitanti, mentre Roma e Milano ne contavano meno di 200 mila.

VCO

2 000

4 000

6 000

8 000

Nei territori alpini di montagna la dinamica è simile al resto del Paese ma con percentuali di crescita meno elevate. Negli ultimi decenni la contrazione del numero totale dei residenti è evidente ed avvertita soprattutto nel nostro ter‐ ritorio.

1861

1931

1981

2011

2021

102.798

133.138

170.096

160.264

154.926

AO

85.900

83.479

112.353

126.806

124.089

SO

110.028

140.218

174.009

180.814

178.798

BZ

282.158

430.568

504.643

534.912

TR

384.125

442.845

524.832

542.166

BL

190.741

259.275

220.335

210.001

199.704

PIE

2.758.500

3.457.731

4.479.031

4.363.916

4.274.945

ITA

22.176.477

41.043.489

56.556.911

59.433.744

59.236.213

var % 1931/1861

var % 1981/1931

var % 2011/1981

var % 2021/2011

VCO

29,5

27,8

-5,8

-3,3

AO

-2,8

34,6

12,9

-2,1

SO

27,4

24,1

3,9

-1,1

BZ

52,6

17,2

6,0

TR

15,3

18,5

3,3

BL

35,9

-15,0

-4,7

-4,9

PIE

25,3

29,5

-2,6

-2,0

ITA

85,1

37,8

5,1

-0,3

Alternativa


A

ambienti territori

Secondo fattore: il rallentamento della crescita totale ed il crollo di quella naturale. A livello nazionale i flussi migratori interna‐ zionali per oltre un secolo hanno contrastato la crescita naturale della popolazione, mentre negli ultimi vent’anni ne hanno compensato la diminuzione. La crescita totale (somma del tasso di crescita naturale e del tasso migratorio totale) che nei primi anni 2000 era positiva, seppur nella nostra provincia con numeri che poco supera‐ vano lo zero, segna invece nel 2020 un risultato negativo per tutti i territori analizzati, determinato anche dalla mortalità derivante dalla pandemia in corso. I dati non migliorano analizzando il tasso di crescita naturale. A livello nazionale dai primi anni ‘90 il tasso di crescita naturale diventa strutturalmente negativo, riflettendo un livello di fecondità molto al di sotto del livello di sostituzione (circa 2,1 figli per donna). Il VCO segna l’andamento più negativo evi‐ dente anche dal grafico. Il tasso di crescita naturale nel 2020 è pari a -9,3 (per 1.000). Il risultato è dato da un tasso di natalità che non supera il 5 (per 1.000) e da un tasso di morta‐ lità che sfiora il 15 (per 1.000).

indice di vecchiaia 2002-2021 300,0

VCO

250,0

AO 200,0

SO

150,0

BZ TR

100,0

BL PIE

0,0

ITA

20 02 20 03 20 04 20 05 20 06 20 07 20 08 20 09 20 10 20 11 20 12 20 13 20 14 20 15 20 16 20 17 20 18 20 19 20 20 20 21

50,0

indice di vecchiaia

VCO AO SO TR BZ BL PIE ITA

2002

2012

2021

var 2021/2002

177,3 148,8 124,8 120,7 92,2 171,1 176,2 131,7

198,4 152,3 149,7 128,4 111,2 186,6 180,7 148,4

253,5 192,3 189,6 161,8 127,6 241,0 214,8 182,6

76,2 43,5 64,8 41,1 35,4 69,9 38,6 50,9

tasso di crescita totale*1.000

VCO AO SO BZ TR BL PIE ITA

2002

2012

2020

0,9 8,6 2,9 8,0 10,4 3,8 2,2 3,4

-2,2 5,1 0,7 7,1 7,9 -5,3 2,1 2,9

-7,8 -8,7 -5,9 1,5 -1,4 -7,0 -7,8 -6,0

tasso di crescita naturale 2002-2020 2,0 0,0

20 02 20 03 20 04 20 05 20 06 20 07 20 08 20 09 20 10 20 11 20 12 20 13 20 14 20 15 20 16 20 17 20 18 20 19 20 20

Nel corso di questo periodo, assieme alla popolazione sono cambiati profondamente anche le caratteristiche e i comportamenti delle persone: l’allungamento della vita e la contrazione della natalità hanno determinato un aumento considerevole del numero di anziani e la riduzione di quello dei giovani. Primo fattore: l’aumento del numero degli anziani. L’indice di vecchiaia è a tal riguardo l’indica‐ tore che meglio sintetizza il grado di invecchiamento della popolazione rapportan‐ do, in percentuale, la popolazione più anziana (oltre i 65 anni) a quella d’età inferiore ai 14 anni. La curva è in costante ascesa per tutti i territori analizzati, ma i numeri evidenziano che il pro‐ cesso è più acuto nelle province alpine di montagna, eccezion fatta per Bolzano. Nel VCO – al 1° gennaio 2021 – vi erano 253 over 65 ogni 100 under 14. Tra i territori analizzati, il nostro vede la presenza del maggior numero di anziani e anche la crescita maggiore rispetto al 2002.

scenari contesti

-2,0

VCO -4,0

PIE ITA

-6,0 -8,0 -10,0


Pgg. 14-15

Tasso di crescita naturale *1.000 VCO AO SO BZ TR BL PIE

2002 -4,3 -1,9 -0,5 3,3 1,6 -3,1 -3,0

2012 -4,5 -0,8 -1,3 2,4 0,9 -4,6 -3,0

2020 -9,3 -8,3 -7,5 -0,5 -4,6 -8,1 -9,0

ITA

-0,3

-1,3

-5,6

In Italia nel 2020 si è registrato un nuovo minimo storico di nascite dal‐ l’Unità: circa 404.000. Nel 2008 erano più di 577.000 e nel 1964 più di 1 milione. Nello stesso anno, si è regi‐ strato un forte picco tra i morti a causa della pandemia da Covid-19 che ha colpito il nostro Paese. Non si erano registrati così tanti decessi dalla Prima Guerra Mondiale. A livello nazionale il boom demografico italia‐ no ha coinciso con il miracolo economico degli anni ’50 e ’60. Allo stesso modo, il crollo delle nascite ha combaciato con l’esplosione del debi‐ to pubblico dagli anni ’90 in poi e le crisi economiche del 2008 e del 2011. L’incertezza sul futuro è una delle ragioni che più pesa sulla scelta da parte dei giovani di fare o meno un figlio. Tale incertezza, in larghe parti della società italiana, si è tramutata spesso in una vera e propria sfiducia

nei confronti dell’avvenire. Il tasso di disoccupazione giovanile, il trend del PIL e del debito pubblico del Paese sono tutte variabili che incidono nega‐ tivamente sulla natalità. Concludiamo con un dato di “previ‐ sione” al 2030: nel VCO si registrerebbe una continua flessione che porterebbe i residenti a circa 148.500, un ulteriore -4% rispetto all’ultimo dato registrato. L’evoluzione demografica descritta ci porta sicuramente e anche banalmente ad alcune considerazioni dal punto di vista sociale. Da una parte emerge la necessità di incrementare e probabil‐ mente innovare i servizi per gli anziani così da rispondere quantitati‐ vamente e qualitativamente alle loro esigenze. D’altra parte emerge la necessità di individuare e mettere in atto servizi per le famiglie per provare ad accrescere i tassi di natalità. Consi‐

derando le difficoltà ad incrementare nel breve periodo i tassi di natalità della popolazione residente, emerge altresì la necessità di mettere in atto politiche di attrazione demografica che possano bilanciare l’invecchia‐ mento della popolazione e invertire le tendenze emerse in questi ultimi decenni. Ricordiamo però che il “nostro essere vecchi” ci ha resi anche famosi nel mondo. Non dimentichiamo che la signora Emma Morano, super cente‐ naria italiana, vissuta 117 anni e 137 giorni, viveva a Verbania. Ha detenuto il titolo di decana dell’uma‐ nità dal 12 maggio 2016 fino alla sua morte (15 aprile 2017) ed è tuttora la persona più longeva mai vissuta in Italia. Fonte di tutti i dati di grafici e tabelle è l’Istat.

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Riflessioni

A

analisi commenti

STRATEGIE PER I CONSORZI DEI SERVIZI SOCIALI Ovvero l’auspicabile integrazione tra sistema sanitario e politiche sociali per affrontare insieme le molteplici e difficili sfide del futuro Aldo Reschigna

È

un fatto oramai assodato nella consapevolezza degli amministratori locali, delle associazioni di volontaria‐ to, del terzo settore e degli utenti dei servizi il ruolo insostituibile che hanno assunto nel tempo i Consorzi dei Servizi Sociali. Se all’inizio della loro esperienza l’obiettivo era quello di dare parità di accesso ai servizi per qualunque abitante del VCO, indipendentemente dalla classe demografica del Comune di appartenenza, l’esperienza è cresciuta progressi‐ vamente abbracciando ambiti di intervento e di opportunità molto ampi, capaci di interpretare la pluralità dei bisogni. Negli ultimi anni è stata tentata una strada non priva di diffi‐ coltà riferita al possibile progetto di riunificazione dei tre consorzi in un unico soggetto, anche di fronte alla scelta compiuta dall’allora azienda sanitaria locale di riorganizza‐ re la sanità territoriale in un unico distretto sanitario per tutto il territorio. Tale progetto mi sembra tramontato, ma può e deve essere sostituito dalla capacità dei tre consorzi di costruire proget‐ tazioni comuni; la scelta che oggi si pone è quella di affrontare il tema non sul piano dell’architettura istituziona‐ le (passare da tre Consorzi ad uno) ma sul piano dei contenuti e conseguentemente dei progetti strategici unitari; è quello che si sta facendo con l’intesa che si sta costruendo al fine di partecipare ai bandi del Ministero delle Politiche Sociali sul PNRR e che riguardano temi come la disabilità, la non autosufficienza, le problematiche dei minori e della difficoltà genitoriale, dell’emergenza abitativa. Ma questa scelta deve potere crescere ulteriormente in futu‐ ro e non essere unicamente sollecitata dalla opportunità offerta dalla partecipazione a bandi del Ministero o della Regione. In questo modo non si eliminano le originalità delle singole esperienze, ma si costruiscono ponti importan‐ ti per il futuro ed inoltre si può e si deve affrontare un’unica interlocuzione con la azienda sanitaria locale sul tema della integrazione socio sanitaria. Oggi siamo di fronte a problemi che o sul piano qualitativo o sul piano quantitativo si presentano in modo diverso rispetto al passato. La difficoltà della condizione minorile, la difficoltà genito‐ riale, la crescita delle povertà, delle diseguaglianze ed il tema della disabilità oggi presentano tratti e dimensioni diverse. Ma vi è un altro grande tema che deve essere affrontato. Le difficoltà della sanità dovute alle conseguenze della pan‐

demia che stiamo vivendo oramai da due anni, le difficoltà della sanità nella ricerca di figure professionali indispensa‐ bili per garantire servizi adeguati non si esprimono unicamente nei ritardi pesanti nell’accesso alle cure per moltissime patologie, ma stanno portando ad un progressi‐ vo peggioramento sul piano della integrazione tra i servizi sanitari e quelli sociali nella dimensione territoriale. Questo avviene con una opinione pubblica attenta (a ragio‐ ne) a quello che avviene negli ospedali ma che non presta la stessa attenzione e preoccupazione quando ci spostiamo nella dimensione dei servizi territoriali. E così psichiatria, neuropsichiatria infantile, dipendenze stanno tornando ad essere un luogo ristretto ed in alcuni casi dimenticato del sistema dei servizi e così sta regredendo la capacità di integrazione tra sanità e politiche sociali. Il tema è importante ed occorre affrontarlo non discono‐ scendo le condizioni emergenziali dei nostri tempi ma evitando che dalle stesse si sviluppi un vecchio atteggia‐ mento di separatezza tra l’intervento sanitario e quello sociale. La persona è una e manifesta bisogni sanitari e bisogni sociali che devono essere affrontati in modo responsabil‐ mente unitario; è banale tale affermazione ma non possiamo non accorgerci che la condizione dei nostri tempi si sta allontanando da tale convinzione. Nondimeno le scelte che l’azienda sanitaria opererà sulla collocazione dei “cosiddetti” ospedali di comunità (ma per‐ ché ogni volta la questione rischia di diventare nominalistica e non contenutistica?) non possono essere indifferenti rispetto alla organizzazione dei servizi sociali sul territorio. Le buone pratiche, che anche da noi sono cresciute, hanno sempre visto la compresenza fisica in unico luogo di opera‐ tori sanitari territoriali ed operatori sociali. Salviamo gli insegnamenti che queste buone pratiche ci consegnano. Ecco perché, dopo il tanto cammino compiuto, oggi l’espe‐ rienza dei consorzi dei servizi sociali è di fronte ad un punto di svolta e questo punto di svolta è rappresentato dalla capa‐ cità degli stessi di costruire buone progettazioni unitarie e dalla capacità del sistema sociosanitario di essere tale: un sistema.


Pgg. 16-17

SUSSIDIARIETÀ E TERZO SETTORE NELL’ESPERIENZA DEI CISS Ci troviamo tutti di fronte ad una grande sfida, ma almeno tre opportunità che possono alimentare il nostro “ottimismo della volontà” le abbiamo a portata di mano. Criticità ed opportunità formano un quadro d’insieme a dir poco straordinario e tutti noi che ci troviamo ad essere attori di questa scena abbiamo la possibilità di cooperare, ma dobbiamo utilizzare tutto l’equilibrio e la verità di cui siamo capaci Angelo Barbaglia

T

rattare del rapporto tra il Servizio sociale territoriale e la variegata galassia del Terzo settore significa, in que‐ sto preciso momento storico, toccare uno tra i temi più attuali e una delle dinamiche più promettenti tra quelle che stanno interessando il mondo dei servizi alla persona e non solo. Ma prima di concentrarci sull’attualità vale la pena dare uno sguardo a ritroso, al ventennio che ci separa dall’importante legge 328/2000 di riforma del sistema integrato degli inter‐ venti e servizi sociali; una legge carica di straordinarie intuizioni, che hanno acceso grandi aspettative, ma che su più punti ha faticato a mantenere le promesse ed è stata depotenziata dalla riforma del titolo V della Costituzione. Tra le aspettative alimentate dalla 328 ci interessano qui quelle contenute nell’articolo 5, dove si tenta di dare sostan‐ za al principio costituzionale della sussidiarietà, tratteggiando le condizioni che avrebbero dovuto consentire ai soggetti operanti nel Terzo settore di esprimere la propria progettualità, in contesti in cui fosse riconosciuto un peso adeguato alla qualità delle proposte e alla qualificazione del personale. Ai Piani di zona era consegnato il compito di costruire un contesto collaborativo favorevole al persegui‐ mento di tali obiettivi, ma nel VCO, nonostante lo sforzo prolungato, la stesura del Piano di zona non ha contribuito in modo significativo alla costruzione di tale contesto. Il processo pur avviatosi con ottime intenzioni e pur condotto con attenzione e grande impiego di tempo e risorse, non ha rappresentato un momento fondante, come sarebbe stato lecito attendersi. Più che l’avvio di un processo concertativo permanente attorno alle politiche sociali, come è successo in altri territori, è parso segnare la chiusura di una fase, che ha lasciato dietro di sé tanti momenti di collaborazione tra Enti pubblici e privato sociale, anche importanti e con buoni risultati, ma circoscritti, episodici, quasi sempre localizzati secondo la nostra geografia tripolare. Gli attori in campo sono stati numerosi, forse troppo, molte realtà cooperativistiche, molte realtà associative, il Terzo settore nel VCO è stato essenzialmente composto da queste due tipologie di soggetti, e dal lato pubblico i tre Enti gestori dei servizi sociali. I Consorzi, così simili per molti versi, ma segnati anche da importanti diversità di approccio, di orga‐

nizzazione e anche di stili direttivi; tutti elementi che hanno avuto riflessi determinanti sul livello di cooperazione e sul tipo di rapporto venutosi a sviluppare con i propri comuni consorziati. Poi la Provincia, l’Azienda sanitaria, il Sindaca‐ to, ecc. sottoscrittori del Piano di Zona, ma quanto realmente ingaggiati nella sua attuazione?

CRITICITÀ Sarebbe interessante indagare le ragioni che hanno creato questa situazione, ma servirebbe un lavoro ad hoc, che rac‐ colga i vari punti di vista dei protagonisti di quel momento. Non ero tra quelli, ma credo che sarebbe interessante riflet‐ tere insieme sul tema, perché la nuova stagione collaborativa che si sta aprendo non rischi di cadere negli stessi errori, se errori ci sono stati, o comunque sappia esse‐ re più produttiva, più efficace. Sì, perché nel frattempo abbiamo assistito ad una completa trasformazione del contesto sotto diversi aspetti; ne evidenzio sommariamente solo tre, che ritengo cruciali nel nostro discorso, tra i molti che l’esperienza di ognuno porterebbe ad elencare.

Il contesto sociale Innanzitutto il contesto sociale presenta aspetti di criticità nuovi; si potrebbe parlare del preoccupante invecchiamento della popolazione oppure delle situazioni diffuse di indigen‐ za legate ad un mercato del lavoro che non offre più opportunità, soprattutto alla manodopera fragile e poco qua‐ lificata, ma sul territorio regionale, ed il VCO non fa eccezione, i Servizi si vedono interpellati soprattutto da situazioni emergenziali gravi che riguardano minori o donne maltrattate. Sempre più spesso occorre intervenire su problematiche derivanti da pesanti carenze genitoriali e a supporto di ragazzi che presentano forme di disagio gravi, talvolta esplosive ed incontenibili, con riflessi drammatici sul loro inserimento scolastico e sociale in genere.

In bilico tra progetti e servizi Un secondo elemento che sta modificando il quadro di rife‐ rimento attiene al funzionamento dei Servizi sociali; dopo una pesantissima fase di contrazione delle risorse pubbliche verificatasi nella prima metà del decennio scorso, negli ulti‐

Alternativa


Riflessioni

A

mi anni è ripreso un flusso di risorse importante. La tenden‐ za sempre più marcata è verso un’organizzazione “per progetti”, mentre in passato la maggior parte delle risorse erano destinate a servizi consolidati. Questa tendenza, svi‐ luppatasi grazie alle crescenti opportunità offerte da soggetti finanziatori privati, quali le fondazioni bancarie, sta diven‐ tando la regola anche per quanto attiene alle risorse pubbliche. Questa evoluzione favorisce una risposta più dinamica e creativa, non c’è dubbio, e apre spazi di interlo‐ cuzione tra gli attori sociali attenti al cambiamento e ai bisogni reali. D’altra parte però, dobbiamo riconoscere come un tale sistema tenda a porre in essere sperimentazioni onerose, che difficilmente riescono a consolidarsi in servizi continuativi. La sostenibilità futura, sempre garantita in fase progettuale, si dimostra all’atto pratico una sfida spesso impossibile e, al venir meno delle risorse straordinarie, l’u‐ tenza, che magari con qualche fatica aveva conosciuto i nuovi servizi, non trova più le risposte sulle quali aveva imparato a contare.

Volontariato e gratuità Terzo aspetto della trasformazione del contesto locale, rile‐ vante ai fini della nostra riflessione, riguarda le associazioni locali. I soggetti che dovrebbero essere gli interlocutori principali, assieme al mondo della cooperazione, nello svi‐ luppo delle politiche territoriali di inclusione, erano già stati oggetto di ricerche approfondite, che ne hanno messo in luce aspetti di fragilità importanti, come le ridotte dimensio‐ ni, l’età media dei soci piuttosto elevata, la struttura organizzativa il più delle volte frammentata, poco pronta ad affrontare gli aspetti amministrativi e gestionali richiesti nella collaborazione con “il pubblico”. Tutto questo fa parte in modo, direi quasi, “ontologico” della maggior parte delle associazioni di volontariato, ma non ha impedito loro di col‐ laborare con il sistema locale dei Servizi e di giocare un ruolo fondamentale nel fornire risposte alle persone in stato di bisogno, questo va detto senza alcuna riserva. Tuttavia qualcosa è cambiato nel sentire comune e non nella direzio‐ ne che auspicheremmo. Mi sembra che la tensione verso forme di impegno, radicata spesso in profonde convinzioni politiche e/o religiose, ma anche semplicemente di etica civile, abbia perso una grande parte della propria “spinta propulsiva”. Il volontariato, come esperienza comune di gruppi giovanili o attività ordinaria del tempo libero, era in passato patrimonio di molti e la gratuità della prestazione era un dato talmente scontato da non essere neppure oggetto di discussione. Non mi pare che oggi la situazione sia la stessa, soprattutto laddove le attività richiedono un impegno non episodico e una partecipazione attiva alla vita associati‐ va. Insomma, mi sembra cruciale la divergenza tra il ruolo sempre più incisivo assegnato al Terzo settore nelle politi‐ che pubbliche, (consacrato nel percorso di riforma che si sta compiendo, a partire dal D. Lgs. n. 117/17), e una visione collettiva, si potrebbe dire un “ethos”, non necessariamente ostile, ma sicuramente meno adatto a far crescere soggetti forti, che sappiano sostenere il peso di un ruolo da protago‐ nista del sistema integrato dei servizi. Il Decreto 117 non parla solo di volontariato, ben inteso; individua una pluralità di soggetti, come le Associazioni di promozione sociale, le

analisi commenti

Imprese sociali ecc., ma i termini della questione non cam‐ biano, anzi forse le criticità aumentano, laddove sono compresenti attività volontarie e attività professionali.

OPPORTUNITÀ Se questa è la situazione, cosa ci fa dire che quello attuale è un tempo promettente perché la sussidiarietà, da nobile principio ispiratore, possa diventare pratica quotidiana nella cooperazione tra Servizio pubblico e Terzo settore? Anche qui elenco tre elementi che possono favorire questo proces‐ so: 1.la crescita avvenuta grazie alle esperienze di questi anni, 2.le risorse a disposizione, 3.le nuove forme della collaborazione.

Le esperienze di collaborazione Innanzitutto un aspetto strettamente locale; sul territorio del VCO sono cresciute esperienze di collaborazione ampie, momenti di condivisione su progetti, talvolta nati da situazioni contingenti, certamente non derivanti da par‐ ticolari momenti di programmazione, ma che, nonostante questo, hanno avuto il pregio di radunare attorno agli stessi tavoli molti attori pubblici e privati. Penso al lavoro del Centro antiviolenza e ancor di più al progetto “La cura è di casa”, ad esempio. Attorno a quei tavoli c’è stato modo di conoscersi meglio e di pesare meglio le proprie forze. Non si pensi che il peso del “fattore umano” non sia fondamentale; soprattutto in contesti territorialmente limitati come il nostro lo è stato e lo sarà anche in futuro. Perché la cooperazione sia reale e possa portare risultati utili occorre però uno sforzo di verità da parte di tutti, una relazione di qualità dove siano esplici‐ tati gli obiettivi di ciascuno, si progettino le azioni tenendo presenti specificità e ruoli, si costruiscano insieme indicatori efficaci che consentano di monitorare costantemente l’avan‐ zamento delle attività e di valutare con oggettività i risultati finali. Solo chiamando le cose con il loro nome e accettando il rischio dell’insuccesso si può crescere e far tesoro delle “lessons learned”. Non si tratta di un appello alla buona volontà, ma un’evoluzione culturale alla quale siamo tutti chiamati; tutti, compresi gli enti pubblici, chiamati a “supe‐ rare l'idea per cui solo l'azione del sistema pubblico è intrinsecamente idonea allo svolgimento di attività di inte‐ resse generale e a riconoscere che tali attività ben possono, invece, essere perseguite anche da un’autonoma iniziativa dei cittadini», come invita a fare la Corte Costituzionale (Sentenza n. 131/2020). Le collaborazioni di questi anni ci hanno insegnato anche un’altra lezione importante: non si può costruire un sistema funzionante se non si riesce a coinvolgere tutti gli attori essenziali; sembra ovvio, tuttavia a volte si può essere tenta‐ ti di procedere comunque, di fronte ad insensibilità o disinteresse. Purtroppo un impianto di partenza carente non permetterà la costruzione di un progetto adeguato, il tempo risparmiato all’inizio verrà perso in seguito e il risultato finale compromesso. Bisogna dedicare tempo e molti sforzi per comporre il gruppo, non si può procedere altrimenti. Se


Pgg. 18-19

non c’è chiarezza e assunzione di responsabilità all’inizio del percorso, ci si deve fermare e lavorare per coinvolgere chi non può mancare.

Le risorse a disposizione Secondo elemento che dovrebbe favorire un clima coopera‐ tivo è dato dalla disponibilità di risorse economiche che sono state recentemente destinate alle politiche sociali. In questi giorni siamo alle prese con le progettualità, che dovrebbero permetterci di ottenere i fondi previsti dal PNRR. Si sta lavorando su tre filoni di intervento: la vulne‐ rabilità e non autosufficienza, la disabilità, con riguardo particolare al “dopo di noi”, e la grave marginalità. Risorse che, nell’arco di un triennio, consentiranno di sviluppare nuovi servizi e creare formule di residenzialità, concepite secondo criteri innovativi e assistite anche da sussidi tecno‐ logici facilitanti. Il PNRR è però solo la più recente delle opportunità che abbiamo a disposizione, da alcuni anni la definizione di alcuni “Livelli essenziali delle prestazioni in ambito sociale” (LEPS) ha portato con sé risorse di cui stan‐ no beneficiando i cittadini indigenti (Reddito di cittadinanza), i servizi che si occupano di inclusione sociale (PON e Quota servizi del Fondo povertà), le persone non autosufficienti (Fondo per la non autosufficienza e Fondo per i caregiver), le persone disabili (Fondo per il “Dopo di noi”), ecc. Insomma i margini per lavorare ci sono, ma non si pensi che queste risorse rappresentino un sovrappiù, semplicemente la spesa sociale è sempre stata sottodimensionata, la cene‐ rentola all’interno del grande capitolo del welfare italiano, tutto sbilanciato sulla spesa previdenziale e sanitaria. Nel 2019 su di una spesa nazionale di 507 miliardi di euro, solo 10 sono stati assegnati ai servizi sociali. Più eloquente anco‐ ra è il dato comparativo, sempre riferito al 2019; quando la spesa sociale locale in Italia raggiungeva appena lo 0,7% del PIL, la media europea si attestava al 2,5%, al 2,8% in Germania e al 2,1% in Francia. Quindi non fondi sovrabbondanti, ma fondi crescenti sì, finalizzati a portare la spesa standard a livelli europei, secondo linee d’intervento ben definite da documenti pro‐ grammatici nazionali, tra tutti il “Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2021-2023”, che forniscono cornici di riferimento entro cui strutturare servizi in grado di assicurare i tanto attesi livelli essenziali di cui si è detto.

al contesto e agli obiettivi che si intende perseguire. In passato l’acquisto di servizi attraverso meccanismi di gara d’appalto è stato la regola e, diciamocelo chiaramente, anche la formula dell’offerta “economicamente più vantag‐ giosa”, che avrebbe dovuto garantire servizi di qualità attraverso proposte progettuali costruite su misura, spesso non ha prodotto i risultati attesi. Certo gli Enti appaltanti, utilizzando un apparato normativo (Codice degli appalti) che, per quanto caotico e in constante mutamento, garantiva una relativa sicurezza nell’azione amministrativa, hanno legittimamente operato in posizione di pubblica autorità, ma hanno perso delle occasioni. È evidente che quando al Terzo settore viene assegnato un ruolo prevalentemente esecutivo, non si instaura una relazione fatta di integrazione e di valo‐ rizzazione, ma si premia la prestazione e la conformità al “capitolato”. Le Linee guida sulla co-programmazione e co-progettazio‐ ne danno attuazione alle previsioni degli articoli 55-57 del D. Lgs. 117/17 e strutturano finalmente un meccanismo di relazione pubblico/privato sociale concretamente impronta‐ to alla sussidiarietà. Oggi abbiamo un quadro normativo che legittima appieno la collaborazione con il Terzo settore, non solo nell’attuazione dei progetti di servizio (co-progettazio‐ ne), ma ben prima, nell’individuazione dei bisogni e degli interventi necessari a soddisfarli (co-programmazione). Inutile dire che i criteri base di trasparenza, economicità, efficienza dell’azione amministrativa non debbono in alcun modo essere elusi, ma il passaggio attraverso i meccanismi competitivi della gara d’appalto, non sono più l’unica strada e, lo possiamo dire, neppure quella privilegiata. Ci troviamo tutti di fronte ad una grande sfida, alcune criti‐ cità le abbiamo ricordate all’inizio, ma almeno tre opportunità che possono alimentare il nostro “ottimismo della volontà” le abbiamo a portata di mano. Criticità ed opportunità formano un quadro d’insieme a dir poco straor‐ dinario e tutti noi che ci troviamo ad essere attori di questa scena abbiamo la possibilità di cooperare, ma dobbiamo uti‐ lizzare tutto l’equilibrio e la verità di cui siamo capaci. Sono tanti gli indicatori (sociali, economici, ambientali…) che lasciano prevedere che i prossimi saranno anni impe‐ gnativi e, proprio in questo tempo, noi tutti condividiamo la responsabilità di creare le condizioni di una convivenza più dignitosa e più giusta per tutti.

La cooperazione sussidiaria L’ultimo, ma molto importante elemento di contesto, è rap‐ presentato dall’emanazione delle “Linee guida sul rapporto tra Pubblica Amministrazione ed enti del Terzo settore negli artt. 55-57 del D. Lgs. n. 117/17”, che ha messo finalmente un punto fermo su un tema a lungo controverso. Vi trovia‐ mo i criteri per la scelta tra due strade alternative per l’attuazione delle politiche pubbliche in generale e quelle sociali nello specifico: quella della competizione attraverso meccanismi concorsuali (gara d’appalto) e quella della coo‐ perazione sussidiaria (co-programmazione/coprogettazione). Il dato di fondo è il seguente: non esiste la soluzione valida in assoluto, ma esistono elementi che pos‐ sono aiutarci ad individuare la strada migliore in relazione

Alternativa


A

contributi

“STAMMI LONTANO” DUE ANNI DI DISTANZIAMENTO SOCIALE Dopo due anni di distanziamento è grande il desiderio di tornare alla normalità, a quella normalità che potrebbe essere il problema e va quindi ripensata. Solo così ne usciremo migliori. O forse no Diego Brignoli

S

ono passati due anni da quando un pan‐ golino o chissà chi attaccò l’influenza agli abitanti di una città cinese scono‐ sciuta ai più. Pensavamo non ci riguardasse. Ci sentivamo al sicuro, invulnerabili, protetti dai farmaci, dalla scienza, dalla tecnologia. Siamo stati colti alla sprovvista, a tradimento e ci siamo scoperti improvvisamente fragili; due anni senza abbracci, baci, strette di mano; la grolla valdostana bandita come arma letale. Stammi lontano che mi contagi. Speravamo di uscirne presto e bene, scriveva‐ mo andràtuttobene sulle lenzuola appese ai balconi. Siamo ancora qui, alle prese con vac‐ cini, tamponi, mascherine, quarantene, gel igienizzanti, dad, dipiciemme, varianti, green pass più o meno rafforzati. C’è ancora paura, di ammalarsi, di impoverirsi, di rimanere vitti‐ me della pandemia o dell’economia. Il futuro, ancora oscuro e indecifrabile, spa‐ venta ma presto o tardi ne usciremo, l’emergenza prima o poi finirà. Vorremo allo‐ ra dimenticare, cancellare il passato, tornare alla normalità; a quella normalità che potreb‐ be essere il problema. Nel mondo del dopo Covid non andranno ripetuti gli stessi errori e molto, forse tutto, dovrà cambiare. Non è andatotuttobene. Saremo costretti a rivedere certezze e convinzioni che la pandemia ha messo in dubbio. Dovremo fare tesoro della lezione della pandemia. C’è chi come Nadia Urbinati immagina che i problemi della presunta “normalità” messi a nudo dall’epidemia favoriranno una dialettica politica tra le parti che ci porterà ad un ripen‐ samento profondo, alle radici del vivere civile democratico. C’è chi come Joseph Stiglitz invita a non spre‐ care questa crisi: “Io credo che questa crisi abbia molte cose da insegnarci”. Imparare,

fare tesoro, pensare al Coronavirus non come un fenomeno isolato, senza storia, senza con‐ testo sociale, economico e culturale, bensì come frutto di una normalità da ripensare. Solo così potremo uscirne migliori. Non conoscevamo il Sars-CoV-2, non sapeva‐ mo come difenderci, abbiamo cercato di arginarlo con l’isolamento, affidandoci al loc‐ kdown, al distanziamento sociale, al confinamento. Un intervento di emergenza, complesso e impossibile da perpetuare nel nostro mondo globalizzato, interconnesso. Una pandemia non conosce confini e il fronte per contrastarla è il globo intero. Ora ci sono i vaccini ma ancora una volta ci siamo isolati, distanziati e i vaccini rimangono appannaggio quasi esclusivo dei Paesi ricchi. Una inaccet‐ tabile disuguaglianza. Non la sola. Le disuguaglianze sono probabilmente la cifra principale della nostra civiltà, e il Coronavirus le ha ampliate. Non occorreva il rapporto Censis per capire che “l’emergenza coronavi‐ rus e il lockdown hanno danneggiato maggiormente le persone più vulnerabili, ampliando le disuguaglianze sociali già esi‐ stenti”, che ci sono 600 mila poveri in più e per 7,6 milioni di italiani il tenore di vita è peggiorato, che si è ingigantito il divario tra chi ha un reddito garantito e chi no. Chi ha continuato a guadagnare (magari poco) come prima ha speso meno e risparmiato di più, gli altri hanno intaccato i risparmi (se li avevano). Qualcuno ha visto aumentare il proprio conto in banca, qualcuno lo ha spolpato. Qualcuno ha sofferto, qualcuno è alla disperazione. Sapranno le Istituzioni porre rimedio? Sarà la Politica capace di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona


Pgg. 20-21

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umana” come indica la nostra Costituzione? Occorrono scelte nuove, inedite, globali, adat‐ te al mondo nuovo. L’Europa ci sta provando con la Next Generation EU, quella sorta di "Piano Marshall europeo" che pare riscoprire lo spirito originario del progetto europeo. “È giunto di nuovo il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato”. Lo dice Ursula von der Leyen citando il "Manifesto per un’Europa libera e unita” del 1941. Se una speranza viene dall’Europa molto ancora resta da fare a casa nostra. Nei giorni dell’#andràtuttobene, quando abbiamo canta‐ to, applaudito, acceso candele e cellulari, è improvvisamente rinato un sentimento unita‐ rio, un inedito e inaspettato sentimento nazionale. Al tempo stesso abbiamo assistito alle tante frizioni tra Istituzioni. Regioni e Comuni in ordine sparso che decidono auto‐ nomamente divieti, misure, orari, in una

miriade di ordinanze locali senza ordine e coordinamento. Competenze, autonomie, poteri e funzioni di Regioni, Province, Città Metropolitane, Comuni, hanno reso difficile intervenire in maniera rapida e uniforme. L’intero sistema istituzionale sarà questione da affrontare con molta serietà. Abbiamo un invidiabile Sistema Sanitario Nazionale. La competenza è regionale e la frammentazione del sistema ha evidenziato forti difficoltà dove maggiori erano le fragili‐ tà, ma anche Regioni, che ritenevano il proprio sistema il migliore hanno mostrato i propri drammatici limiti. Non è il caso di esprimere giudizi ma alcuni modelli organiz‐ zativi si sono rilevati più idonei di altri. Forse è il caso di fare delle valutazioni. Ancora non è finita, stammi lontano ancora un po’. Intanto prendiamo appunti per il dopo. La memoria ci potrebbe tornare utile. Per rime‐ diare, per non ripetere gli errori fatti. “Provate sempre a riparare il mondo”, ammoniva Ale‐ xander Langer. Bel compitino.

Alternativa


A

cosa avviene

in casa d’altri

CIAD: UN’ESPERIENZA DI SOLIDARIETÀ Il racconto di Elisa, missionaria laica in Ciad, uno dei paesi più poveri del mondo: una storia che ci parla di salute, istruzione, emancipazione. E non solo: è un caso esemplare di rapporto diretto tra sostenitori e beneficiari di un progetto Elisa Perrini

PREN C DERE ESEM PIO DA...

iao a tutti! Mi presento: mi chia‐ mo Elisa ed ho quasi 40 anni. Sono originaria di Villadossola, ma amo definir‐ mi cittadina del mondo; dopo aver vissuto in Germania, Stati Uniti, Uruguay e Singa‐ pore, da ormai un anno sono in Ciad. Qui sono missionaria laica Fidei donum, cioè la Chiesa della diocesi di Novara mi ha inviata per collaborare con la Chiesa della diocesi di Pala. Precisamente vivo in un gran‐ de villaggio che si chiama Lagon, nel sud ovest del Ciad, non lontano dalla frontiera con il Camerun. In totale siamo 3 sacerdoti e 2 laiche missionari, più un sacerdote locale, siamo divisi in due gruppi perché la parrocchia è molto vasta e da due anni è iniziato un percorso di sdop‐ piamento che ci permette di essere più vicini alle persone e seguire meglio le varie attivi‐ tà, quindi io lavoro nel Vicariat di Lagon. La vita è molto diversa dalla vita in Italia, non c’è l’acqua corrente, il gas e nemmeno la corrente elettrica, salvo rari casi; l’acqua si va a prendere al pozzo, si cucina e ci si scal‐ da con il fuoco. Nella nostra zona non ci sono strade asfal‐ tate, solo strade di terra battuta (con molti buchi e fossi!) e molti sentieri nella savana. La lingua che utilizziamo è il francese, una delle due lingue ufficiali del Paese insieme all’arabo; ma in Ciad ci sono oltre cento lingue! Nella nostra zona si parla soprattutto il Mundang, quindi con molta fatica cerchiamo di imparare qualche parola e frase base perché, soprattutto le persone

che non hanno frequentato molto la scuola, parlano poco il francese. E cosa ci faccio qui??? Gli altri missionari ed io seguiamo la vita pastorale e di evangelizzazione del Vicariat, inoltre promuoviamo vari pro‐ getti a livello sociale, ed è di questi che voglio parlarvi oggi. Se cercate il Ciad nelle statisti‐ che mondiali, vedrete che si trova sempre nei 3 posti peg‐ giori della classifica, si tratti di alfabetizzazione, mortalità infantile, corruzione, indice di sviluppo umano etc. etc. … quindi possiamo dire che il lavoro non ci manca! Dal punto di vista dell’educa‐

zione abbiamo vari progetti. Innanzitutto vi racconto che nel nostro Vicariat ci sono 11 scuole elementari cattoliche comunitarie per un totale di quasi 1500 alunni. Queste scuole sono nate dalla volontà e dall’impegno della comunità cattolica di ogni villaggio. Per la gestione ordinaria la scuola deve autofinanziarsi, essen‐ zialmente con le rette degli alunni che servono a coprire lo stipendio degli insegnanti e il materiale come lavagne, gessi, sedie e tavoli per l’inse‐ gnante, oltre che i sekos (delle specie di stuoie di paglia intrecciata) per costruire le aule.


Pgg. 22-23

I genitori e i membri della comunità scelgono un comi‐ tato di gestione con il compito appunto di gestire la scuola insieme al diretto‐ re che è responsabile della didattica e della gestione degli insegnanti. Il mio lavoro è quello di seguire le scuole, visitarle almeno due, tre volte all’anno, incontrare gli insegnanti e il comitato, assicurarmi che tutto proce‐ da nel migliore dei modi e che i problemi vengano risolti (perché certamente non mancano). Inoltre, noi missionari interveniamo per le opere straordinarie, con dei progetti finanziati dall’e‐ stero. In particolare al momento ne abbiamo due in corso per cui continuiamo a raccogliere fondi: �la costruzione di aule in muratura �l’acquisto di libri per ogni alunno. Le scuole in generale non dispongono di edifici, ma ogni anno si costruiscono delle aule in paglia. Questo

ovviamente non è l’ideale, per vari motivi, tra cui, per esempio, il fatto che con il vento le aule possono cade‐ re oppure essere mangiate dagli animali; gli alunni non hanno dei banchi e scrivono con il quaderno sulle ginoc‐ chia seduti su dei mattoni. Nel 2021 siamo riusciti a costruire 3 edifici di 3 aule ed un edificio per la direzio‐ ne e sala insegnanti nelle scuole di Lagon e Foul Zahleu, ma ci manca ancora molto lavoro! Inoltre, strano ma vero, non si fa scuola con i libri! L’in‐ segnante scrive alla lavagna e gli alunni copiano sul loro quaderno, questo genera ovviamente molti errori ed una grande perdita di tempo. Verso la fine del 2021 abbiamo quindi lan‐ ciato un progetto per l’acquisto di libri per ogni alunno delle scuole, libri che gli allievi possono uti‐ lizzare in classe come in un prestito d’uso. Tanti hanno collaborato e

siamo riusciti già ad acqui‐ stare molti libri e il 7 gennaio ho distribuito i primi testi di francese alla scuola di Elsyon; 108 alunni sorridenti guardavano incu‐ riositi questo nuovo amico che avevano tra le mani! La libreria La Pagina di Villa‐ dossola riceve ancora donazioni per questo pro‐ getto. Anche nell’ambito della salute ci muoviamo su diversi fronti, che potrem‐ mo riassumere in strutture, assistenza malati ed acqua. Dal punto di vista delle strutture, negli ultimi anni abbiamo collaborato con l’ospedale pubblico di Lagon, e proprio in questi giorni sta per arrivare un tavolo operatorio per sosti‐ tuire quello assolutamente obsoleto e non più funzio‐ nante che è ancora in uso; inoltre sta per essere conclu‐ sa la struttura per la maternità che permetterà una migliore attenzione alle donne in gravidanza.

Alternativa

Per quel che riguarda i malati, cerchiamo di avere dei fondi disponibili per l’assistenza sia di casi sem‐ plici, per i quali però la famiglia non ha i mezzi, sia di operazioni o situazioni complicate che necessitano di spostamenti in ospedali più attrezzati e con medici specialisti. L’assistenza sanitaria è tutta a pagamento, dalle visite, alle medicine, inclusi anche gli strumenti di lavoro. Per esempio se all’ospedale devono farti delle punture, tu devi comprare sia il medi‐ cinale che le siringhe. Spesso i casi di malattie anche non gravi sono delle calamità per una famiglia, poiché qui si vive piuttosto in un’economia di sussisten‐ za, dove gli imprevisti incidono pesantemente sulla gestione delle risorse dome‐ stiche. Infine, sappiamo bene che l’acqua è un bene di prima necessità, ed avere accesso a una fonte di acqua pulita


Pgg. 23-24

non troppo lontano da casa è una benedizione, sia perché si prevengono molte malat‐ tie, sia perché si allevia il lavoro delle donne e ragazze che ogni giorno devono rifornire la casa. Per questo da ormai 6 anni cerchiamo di costruire pozzi con pompe a trazione manuale nei vari villaggi. Grazie alla generosità dei donatori abbiamo già costruito una sessantina di pozzi! Ma il lavoro da fare è ancora molto, solo per que‐ st’anno abbiamo già una decina di domande – pur‐ troppo non abbiamo i fondi necessari per far fronte a tutte le richieste, speriamo ancora nella generosità dei nostri connazionali; un pozzo costa tra i 3500 e i 4000 euro e il bacino di uten‐ za varia tra le 200 e le 1500 persone. Per citare l’ultimo progetto

ci spostiamo in zona rosa, si tratta infatti di un centro di formazione per donne e ragazze non o poco scolariz‐ zate. Da due anni abbiamo un atelier dove le donne pos‐ sono imparare a cucire a macchina e a confezionare abiti; questo permette loro di avere una piccola entrata indipendente. Vedendo il successo di que‐ st’esperienza ci siamo chiesti come migliorarla e abbiamo individuato due aree: esten‐ dere la tipologia di corsi, includendo per esempio igie‐ ne, alfabetizzazione, nutri‐ zione… e permettere alle donne dei villaggi più lonta‐ ni di partecipare alle attività con dei corsi in formato resi‐ denziale. Per questo abbiamo bisogno di un vero e proprio centro con delle aule e dei dormitori invece dell’hangar di paglia che utilizziamo ora. Stiamo

ancora cercando fondi per questo progetto, ma con quello che abbiamo raccolto finora abbiamo già iniziato i lavori; si può collaborare anche attraverso una campa‐ gna online. Questi sono solo i progetti principali che abbiamo in corso; ovviamente sostenia‐ mo tanti casi individuali quando si presenta una diffi‐ coltà e altri progetti sono in fase di sviluppo. E mi viene da dire che a volte mi sento un po’ con un piede in due scarpe, o per meglio dire a cavallo tra due mondi. Da una parte è necessario essere al 100% presenti qui, con e per le persone che mi circondano e a cui sono inviata, dall’al‐ tra bisogna mantenere un ponte con i donatori e soste‐ nitori che credono nel nostro lavoro e ci appoggia‐ no costantemente.

Da una parte un’economia principalmente informale, dall’altra una rendicontazio‐ ne rigorosa; qui una vita dove persino fare una telefo‐ nata può essere un problema, là una vita impregnata di condivisione e comunicazio‐ ne informatica e tecno‐ logica… e potrei elencare tanti altri esempi. È difficile riassumere in poche righe (o poche pagine) l’esperienza che sto vivendo e le sfide che presenta questa realtà che sto ancora cono‐ scendo, oltre a tutte le attività che abbiamo in corso… per ora comunque saluto tutti i lettori e che sia un arriveder‐ ci o almeno un a risentirci! Ricordo inoltre che è sempre possibile sostenerci attraver‐ so il Centro Missionario della Diocesi di Novara oppure contattandoci diretta‐ mente.

Contatti Elisaperrini82@gmail.com Whatsapp +6596233124 https://m.facebook.com/missio.novara/ http://www.diocesinovara.it/la-curia/centro-missionario-diocesano/ http://www.missionovara.it/


A

cosa avviene

in casa d’altri

ESENTE PER INDIGENZA Sconcerta vedere oggi su un documento sanitario una scritta che esibisce lo stigma dello svantaggio sociale Roberto Negroni

non

PREN DERE ESEM PIO DA...

T

utti i giorni, in quanto esseri umani, interagiamo con gli altri, cioè interloquiamo, parliamo, quindi usiamo la parola, le parole, ma, quasi sempre, non è molta l’attenzione e, ancor meno, la consapevolezza di come questo scambio avvenga, di come ciò che diciamo possa essere dagli altri raccolto, percepito. Le relazio‐ ni umane si basano però principalmente sull’impiego della parola e un suo uso sbrigativo o impreciso può generare conse‐ guenze interpretative sgradevoli: equivoche, fuorvianti, irrispettose, perfino oltraggiose. Il linguaggio è infatti un medium complesso, il suo utilizzo non pro‐ duce e non comunica semplice‐ mente aspetti statici della realtà, ma la scelta del lessico e le modali‐ tà espressive ne condizionano la rappresentazione, ne influenzano la percezione, orientano la compren‐ sione degli interlocutori, trasmet‐ tendo immagini e suggestioni, sollecitando adesione o repulsione a opinioni e a idee, buone o cattive che siano. È vero, viviamo tempi incerti in cui una crescente consapevolezza etica e qualche decennio di predicazione

e pratica del politicamente corretto hanno diffuso in gran parte della società l’abitudine ad un uso mag‐ giormente controllato del lessico e più rispettoso del linguaggio, rispetto al passato, al fine di non turbare, offendere o discriminare persone e gruppi sociali con espressioni improprie, volgari o equivoche. Anche se però, nel con‐ tempo e non soltanto nei rapporti privati ma anche nel discorso pub‐ blico, si è assistito a una ripresa, spesso platealmente esibita, di modalità espressive più libere, tra‐ sandate, sciatte, al limite e pure oltre il limite del triviale; con la motivazione, più o meno pretestuo‐ sa, di parlare chiaro, di dire pane al pane e vino al vino. Intento in sé lodevole, ma non sempre destinato ad andare a buon fine. Nel complesso, si può ritenere che nella nostra società – ma non solo in Italia, altrove ancor più – stia avvenendo nel corso di questi ulti‐ mi decenni, e con ampio consenso, una metodica pulizia e restauro del vocabolario ad uso privato e più ancora pubblico, con la messa al bando di voci lessicali ritenute sconvenienti e il recupero di altre più appropriate, idonee, corrette⁽¹⁾.

Desta perciò stupore e sconcerto vedere su un documento riguardan‐ te il costo di una prestazione sanitaria, rilasciato al paziente da una ASL, questo vistoso timbro. Sembra un tuffo in quel passato in cui sui documenti si scriveva Nul‐ latenente oppure Figlio di N.N. o Esposto; balenano alla memoria il ricordo de Il ventre di Napoli, de Il popolo dell’abisso, insomma evo‐ cazioni di mondi e di tempi in cui la prima privazione che subiva il povero, la persona con disabilità, il diverso era la dignità. Non interessa qui sapere chi è tito‐ lare del rilascio di quell’esenzione e chi appone il timbro, se l’ASL che emette il documento o il Comune di residenza del paziente, ma per favore si butti nella pattu‐ miera quel timbro, si escogiti un vocabolo o un acronimo, un codice che rispetti il diritto alla riservatez‐ za e la dignità della persona, che non sventoli sotto il naso dell’inte‐ ressato e di chiunque maneggi questi documenti lo stigma di una condizione di svantaggio. Sarà solo un piccolo passo, ma in avanti.

1) Due recenti pubblicazioni testimoniano come questo processo sia tutt’ora in atto: Gianrico Carofiglio, La nuova manomis‐ sione delle parole, Feltrinelli, Milano, 2021 e un lavoro dell’Agenzia delle Entrate, anch’esso del 2021, Disabilità – Iniziamo dalle parole, uno studio sull’uso della terminologia in tema di disabilità, qui leggibile e scaricabile: https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/documents/20143/230982/disabilita_versione_internet.pdf/ 4be20f0c-4ebb-5fdb-6e26-f6867c44887a

Alternativa


S

LA NORMALITÀ CHE CURA Percorsi all’interno di progetti riabilitativi Oggi il processo riabilitativo per pazienti psichiatrici si fonda anche sulla possibilità di accedere a svariate opportunità di vivere, lavorare e partecipare alla vita sociale della propria comunità. Senza negare complicazioni e limitazioni della malattia, le persone inserite in questo percorso percepiscono l’esistenza di progetti di vita, di fiducia nelle proprie capacità di iniziativa, di diminuzione dello stigma interno Jennifer Veronesi

pesso quando si sente parlare di psichiatria, di pazienti psichiatri‐ ci e di cura è molto facile che le immagini che accompagnano queste paro‐ le siano intrise di timore, curiosità, pena e forse anche un po' di stereotipi. Spesso, ci si immagina un paziente affet‐ to da una patologia psichiatrica come una persona completamente scollegata dalla real‐ tà, dagli altri e anche da se stesso; una persona che solo attraverso l’assunzione di terapie far‐ macologiche e chiuso da qualche parte, può vivere e sopportare un’esistenza parziale, vul‐ nerabile e spesso fortemente invalidante. Attraverso questo racconto vorremmo darvi la possibilità di entrare a casa nostra, offrendovi spunti alternativi al concetto di malattia, di cura e di normalità. Un tempo, durante il periodo di massimo dominio del modello manicomiale tutto il sistema di cura si caratterizzava per una posi‐ zione estremamente rigida e dicotomica: infatti se da un lato c’era la Salute, l’altro lato era occupato dalla Malattia e la presenza di una presupponeva l’assenza dell’altra. Questa visione faceva quindi coincidere la salute mentale con la totale assenza della malattia. Oggi gli scenari sono, fortunatamente, cam‐ biati e il processo riabilitativo si fonda anche sulla possibilità di accedere a svariate oppor‐ tunità di vivere, lavorare e partecipare alla vita sociale della propria comunità. La cura e la riabilitazione non sono più, dun‐ que, riconducili e definibili solo attraverso il sostegno psicofarmacologico e ai suoi ricove‐ ri. Il farmaco è senz’altro utile, ma da solo non è niente, non riesce a liberare dal peso del vuoto di relazioni e di significato della propria esistenza. Il percorso di cura, nel corso degli anni, si è arricchito anche di altri ingredienti capaci di scandire la vita e il tempo lungo un percorso che ha a che fare anche e soprattutto con la normalità. Momenti come la socialità, il lavo‐ ro, le passioni e lo sperimentarsi in attività

libere ed espressive, diventano elementi com‐ plementari alla cura della malattia mentale, capaci di sostenere e accompagnare la perso‐ na verso la costruzione di un nuovo e diverso adattamento alla realtà, integrando i limiti che la malattia impone. Poter fare esperienza in un luogo di cura di momenti e spazi di normalità, una normalità che entra e definisce la quoti‐ dianità, ha un forte potere di cura in grado di riabilitare assumendo un ruolo fondamentale e complementare alla cura della malattia men‐ tale, favorendo un nuovo adattamento alla realtà. Questo è quanto tutti noi, pazienti e operatori, cerchiamo di fare tra le mura del Gruppo Appartamento. All’interno dei percorsi di cura sono stati inseriti altri obiettivi come la qualità della vita, il benessere delle persone e la con‐ divisione dei propri progetti terapeutici e riabilitativi, i quali diventano elementi essen‐ ziali dello scopo della terapia. I nostri progetti terapeutici si caratterizzano per il superamen‐ to della negazione della malattia mediante l’accettazione della nuova condizione, verso la scoperta di nuove possibilità di vita e di fare esperienza. Il coinvolgimento dei pazienti nei progetti, il loro atteggiamento attivo e propo‐ sitivo, così come la ripresa di aspettative e desideri rispetto al proprio futuro, hanno un posto d’onore e diventano fondamentali per un cammino verso la ri-costruzione di una nuova autonomia. Le persone inserite in questo percorso, grazie anche al clima familiare, ai piccoli gesti quoti‐ diani di normalità, senza negare le complicazioni date dalla malattia e dai limiti che tutto ciò comporta, percepiscono l’esi‐ stenza di progetti di vita, di fiducia nelle proprie capacità di iniziativa, di stima in se stesse assieme ad una sensazione di benessere vitale e alla diminuzione dello stigma interno. Tutto ciò, insieme al vivere all’interno di per‐ corsi di cura, ossia in un ambiente protetto, avendo la possibilità di sperimentarsi nel fare quotidiano e di svolgere fuori dalle mura domestiche un lavoro e un ruolo soddisfacen‐ te, permette loro di sentirsi a tutti gli effetti cittadini e facenti parte della comunità in cui vivono.

Insieme a loro si lavora di concerto affinché gli abitanti della casa possano percepirsi come cittadini con responsabilità, diritti e doveri, avere un lavoro, studiare, leggere, ridere, avere delle passioni e condividere, restituendo loro la possibilità di compiere scelte personali. Poter sperimentare sentimenti di speranza e avere nella vita obiettivi come abitare una casa propria, poter godere di relazioni signifi‐ cative importanti, potersi sentire legittimati e sostenuti nell’esperire anche emozioni e senti‐ menti a volte difficili da gestire e sentire il rispetto e fiducia, sono elementi essenziali e preziosi perché portano riconoscimento dei propri diritti e dell’unicità di ogni singola per‐ sona. L’autonomia e le relazioni sociali così come l’esistenza di almeno un legame signifi‐ cativo restituiscono una dignità di persona che spesso la malattia mentale tende a soffocare. Questo, ma anche altro è dunque la nostra casa, una casa con abitudini, rumori, emozioni e odori propri; una quotidianità che accompa‐ gna le persone che la abitano verso il riappropriarsi di gesti, consuetudini e momen‐ ti di vita normale. La normalità che cura. Una normalità che non vuole essere ingenua, ma che è piena della vita stessa. pER APPRO FON dire

vedi

PRO GET TI

An che Opera dell’artista libero Otto


Pgg. 26-27

CASA CERETTI Recuperare gli spazi urbani, cambiando o riattualizzandone la destinazione d’uso originaria, rappresenta oggi una delle leve a disposizione delle città per stimolare il tessuto sociale: ripensare questi spazi anche per produrre, se possibile, soluzioni innovative che aiutino a rivitalizzarlo Eugenio Bonolis

C

asa Ceretti di Verbania è il risultato dell’intreccio dell’azione di attori con caratteristiche ed obiettivi diffe‐ renti ma, in questa vicenda, ciascuno di loro ha condiviso la volontà di realizzare un ambiente/strumento di incontro in un luogo in cui difficilmente qualcuno l’avrebbe fatto. È una storia rara da trovare e raccontare e già il solo atto iniziale, a cui ha fatto seguito tutto il resto, è stato di estrema portata e originalità: una donna - grande amante e praticante della pittura - ha deciso di donare tutta la sua casa e proprietà al Museo del Paesaggio di Verbania, affinché non cadesse in mani che curassero esclusivamente interessi di natura privata. E che, al contrario, potesse rimanere luogo di arte e di cultura, ma soprattutto, spazio di socialità come lo era stato fino a quel momen‐ to per il quartiere della Sassonia, conosciuto prevalentemente per gli alloggi di edilizia popolare e per essere di riflesso considera‐ to, come

effetto di vecchie politiche pietrificate, un “parcheggio del disagio”. Talvolta si ha l’impressione che questo quar‐ tiere sia come un masso erratico, cioè quei grandi sassi che per via di forze naturali si ritrovano, inaspettatamente, in contesti del tutto diversi, magari in territori pianeggianti. Così le stecche (nome attribuito agli alloggi popolari) del rione sembrano essere strutture che nulla hanno a che vedere con ciò che le circonda. Casa Ceretti e le altre “presenze” del quartie‐ re possono quindi ambire ad essere quei giusti ingredienti per immaginare e ri-defini‐ re nuovi modi di agire all’interno degli spazi urbani. Verbania, come ogni città in questo scorcio storico, è chiamata ad affrontare una sfida tut‐ t’altro che semplice: individuare quali risposte fornire ai propri cittadini, in un qua‐ dro di costante contrazione delle risorse e contestuale aumento dei bisogni. La rigenera‐ zione urbana, l’innovazione sociale, la ridefinizione del ruolo dei soggetti pubblici, i nuovi assetti del welfare, sono tutti temi con‐ nessi tra loro e sottesi a questa sfida. Recuperare gli spazi urbani, cambiando o, talvolta (come nel nostro caso), riattualizzandone la destinazio‐ ne d’uso originaria, rappresenta

Alternativa

oggi una delle leve a disposizione delle città per stimolare il tessuto sociale: ripensare questi spazi anche per produrre, se possibile, soluzioni innovative che aiutino a rivitaliz‐ zarlo. In questa logica, luoghi anche iconici ma in disuso da tempo tornano ad essere parte attiva di un ecosistema urbano teso a stimolare la contaminazione tra settori diversi dell’econo‐ mia e della sfera sociale urbana e a generare nuove connessioni tra gruppi organizzati di cittadini. Sono luoghi che possono acquistare nuovo valore per la città in quanto intercettino e diventino punto di riferimento di reti di rela‐ zioni attive e contenitori di iniziativa e progettualità della e per la società civile attra‐ verso, possibilmente, azioni organizzate e stabili. Sotto questa angolazione, sono solo le comunità che possono costruire effettivamen‐ te all’interno di questi contesti urbani il proprio “spazio di vita” e farne centro di inno‐ vazione dal basso, con un approccio aperto e inclusivo. Casa Ceretti crediamo abbia tutte le caratteri‐ stiche per essere un luogo di questo tipo, uno spazio a disposizione della comunità in grado di plasmarsi assecondando le suggestioni degli attori sociali presenti in città. Un ruolo di riferimento che Casa Ceretti ha già conosciuto, per


sé e per il suo contesto, nel passato, quando la dimora dell’artista era un luogo importante per molti cittadini, capace di giocare un ruolo significativo nelle dinamiche della comunità. Il lascito testamentario di Elide Ceretti rappre‐ senta la sua volontà di costruire un ponte, una relazione possibile tra quello che questa realtà è stata e quello che ancora potrebbe essere svolgendo una funzione sociale al servizio della comunità e coltivando la memoria della sua residenza, della casa che lei ha animato. Come garanti di questo legame tra passato, presente e futuro sono state scelte le istanze rappresentative del territorio che Elide sentiva più vicine e capaci di assicurare questo suo desiderio: il Comune di Verbania ed il Museo del Paesaggio. A questi Enti si sono aggiunte le Fondazioni (Comunitaria del Vco, CRT, Compagnia di San Paolo, Cariplo) che hanno dato sostegno economico perché parte delle attività potesse avere vita e, infine, la Coope‐ rativa Il Sogno con la gestione diretta della Caffetteria. L’auspicio è che vivacità e dinamismo torni‐ no, con il contributo efficace di Casa Ceretti, a contrassegnare la vita del quartiere. E che, attraverso l’aggregazione, la cultura del buon cibo e delle filiere virtuose, l’arte, lo spirito di inclusione e accoglienza, sia possibile rianno‐ dare quei legami che il tempo e la complessità

disgregante, propria di questa modernità, hanno contribuito ad indebolire. È l’ambizione di tornare ad acquisire centrali‐ tà nella vita del quartiere/comunità, mettendo a sua disposizione e a disposizione della città, gli spazi della casa, aprendosi ad attività di servizio a cui le persone, anche quelle più vul‐ nerabili, possano avere accesso e dando la possibilità di gustare prodotti buoni, di risco‐ prire il gusto dello stare insieme, della convivialità, di fruire di momenti di bellezza, di coltivare idee e soluzioni. Un luogo di servizio, aperto alla contamina‐ zione e al meticciato, un luogo capace di plasmarsi sulle differenze, capace di fare sin‐ tesi delle diversità, parlando il linguaggio della cultura, dell’accoglienza, dell’apertura verso l’altro. Un luogo in grado di promuovere processi vir‐ tuosi di interscambio e di partecipazione, rianimando la voglia delle persone di apparte‐ nere, di sentirsi parte di qualcosa di più ampio e significativo, qualcosa in cui potersi ricono‐ scere e rifugiare. È necessario osservare che la realizzazione di quanto fin qui detto, a due anni dall’avvio del percorso, è stato molto complicato. La strada da percorrere per giungere ai risultati accenna‐ ti è ancora lunga e alla dilatazione dei tempi hanno concorso gli effetti della drammatica

emergenza pandemica - tutt’ora non conclusa - che ha trasformato e rallentato pratiche e consuetudini relazionali e sociali, presupposto necessario di ogni possibile e solida dinamica dentro la comunità. Nonostante le criticità che hanno colpito l’atti‐ vità della caffetteria a causa delle restrizioni da Covid-19, l’adesione alle proposte culturali da parte del quartiere e della città è stata posi‐ tiva, determinando un aumento costante della clientela. Diversamente, è stato più problematico creare efficaci interazioni tra le istanze vive della comunità e attivare processi di partecipazione e di condivisione della responsabilità tra tutti i soggetti che riconoscono il valore ed il senso di questo luogo - le limitazioni sociali, qui, hanno inciso più sfavorevolmente. Sono, ad ogni modo, processi che richiedono un alto grado di dedizione, determinazione e creatività per incamminarsi verso una reale, effettiva gestione aperta che consideri la mol‐ teplicità delle visioni, che permetta un protagonismo continuativo della comunità e favorisca la sostenibilità del progetto nel tempo.


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A

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e testimonianze

INTERVISTA A CARLO SQUIZZI

Alvi Torrielli

Carlo Squizzi, attraverso il racconto delle sue esperienze, rende visibile la storia di questi decenni di associazione, i momenti di luce e quelli bui, i cambiamenti nel modo di intendere il volontariato, le ambizioni ed i sogni realizzati: una cavalcata che unisce il tempo andato a quello che ci attende

C

osì scriveva di te don Antonio Visco: “[…] Non ho tante cose da dirti, anzi ne ho solo una ed è questa: voglio dirti “grazie” perché ci sei, a nome mio e di tanti. Grazie perché sei “nascosto” ma arrivi dovunque ci sia bisogno; grazie perché “non sei puntuale” ma arrivi sempre. Grazie perché non ti arrabbi mai, anche quando ci sarebbe più di un motivo. E ancora grazie per il tuo sorriso e la tua fermezza nel mediare le infinite liti del nostro vivere insieme […] E dunque vuoi raccontarci qualcosa di questa straordinaria esperienza fatta con e per un sacerdote visionario, ma così lucido da riuscire a concretizzare tutte le sue “visioni”? Quale è stato il tuo percorso personale e sociale attraver‐ so la partecipazione al lungo cammino sognato e poi costruito da don Antonio nel corso della sua vita? La mia partecipazione ha seguito in quegli anni lo sviluppo dell’associazione e delle cooperative. Sono stato tra i fonda‐ tori della cooperativa “Il Sogno”, che ho presieduto per i primi due mandati, mentre dal 2013 sono presidente dell’as‐ sociazione “Alternativa A”, per volere di don Antonio. Al di là di questi incarichi “altisonanti”, il mio impegno ha spazia‐ to in più ruoli, da quelli tecnici a quelli prettamente organizzativi. Detto questo, credo che non sia così importante parlare di me: il vero motore dell’associazionismo non sono i leader, ma le persone che, mettendosi in gioco, offrendo il loro con‐ tributo, ponendosi in modo inclusivo e non divisivo, hanno permesso di raggiungere scopi che all’inizio sembravano solo sogni. Quali i momenti più esaltanti e quelli più difficili? Difficile sintetizzare in poche parole quarant’anni di vita associativa e, inoltre, tendo a non lasciarmi andare a facili entusiasmi o sconforti, ma sicuramente l’aver visto l’asso‐ ciazione crescere e diventare un punto di riferimento in vari ambiti del sociale è qualcosa che scalda il cuore; così come il vedere le cooperative che, camminando sulle proprie gambe, forniscono servizi e lavoro, nonché opportunità di reinserimento. Ci sono stati, ovviamente, momenti di difficoltà come, ad esempio, quando non siamo riusciti a costruire la sede di Casa don Gianni nel quartiere Badulerio, come previsto, o quando ci siamo scontrati con le difficoltà burocratico-eco‐ nomiche che hanno reso impossibile realizzare o mantenere in vita alcuni progetti come, ad esempio, i laboratori per

alcune lavorazioni particolari ma, in generale, direi che le soddisfazioni superano le delusioni. Che cosa ha funzionato meglio, anche negli anni più complicati, nel creare il successo di tutte le realtà che coa‐ bitano a casa don Gianni? Per rispondere a questa domanda partirei dai tre padri fonda‐ tori, dalla loro capacità di fondere caratteristiche diverse: il grande cuore di don Luigi, che è stato il motore di questo “strano” esperimento, la concretezza di don Gianni che ha permesso di realizzare i presupposti per far “camminare” i progetti, la capacità di don Antonio di ascoltare in maniera razionale e di valorizzare cuore e concretezza. Strano a dirsi, visto che parliamo di tre preti, ma un elemento fondamentale è stata la laicità: libertà nelle opzioni religiose, coesione nella ricerca del bene per l’uomo, la messa in campo di valori ed ideali non in funzione di astratte ideolo‐ gie, ma per affrontare le difficoltà ed aiutare concretamente chi le stava vivendo. Da volontario della prima ora e di sempre, quanto e come è stato importante il volontariato nella storia di Casa don Gianni? Il volontariato è stato, ed è, fondamentale per permettere la realizzazione dei tanti progetti che in questi decenni si sono messi in campo. Nel tempo, così come si è modificata la società, anche il modo di fare volontariato all’interno della nostra associazio‐ ne è cambiato: all’inizio c’era la necessità di un attivismo diretto alle attività pratiche; poi, con il tempo, è stato neces‐ sario coniugare la volontà di aiutare con una sempre maggiore professionalità. Abbiamo sviluppato una serie di progetti di grande comples‐ sità, dallo studio dentistico, alle attività di supporto psicologico, all’organizzazione di viaggi (in stand-by per le problematiche pandemiche), al doposcuola per studenti di ogni ordine di scuola, per non parlare della rivista, nella quale comparirà questa intervista. Non dimentichiamoci poi della gestione del bar e della festa che annualmente organizziamo a Masera, importante momento aggregativo sul territorio. Ma mentre la “Festa degli amici di Casa don Gianni” è stata cancellata in questi anni di pandemia, il bar è quasi sempre rimasto aperto, magari con orari ridotti, nella prospettiva di offrirsi come punto di accoglienza sia per i dipendenti che per chiunque fosse entrato nella Casa per altri motivi.


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Nelle parole di don Antonio del giugno 2002: “La storia dei nostri giorni è una sfida: fare della “Casa don Gianni” anche il “Centro dell’Unità delle Diversità”, il luogo delle autonomie in un sano federalismo, il posto dell’incontro di cammini diversi, sempre al servizio dell’uomo, senza divisio‐ ni ideologiche, sempre senza fine di lucro, sempre insieme anche se per strade differenti. Sono una sfida e un sogno: quelli di don Gianni, quelli miei e di don Luigi Del Conte”, c’è il significato della reputazione della quale gode la Casa. Ma come è stata possibile la conciliazione? Quali le motivazioni e gli obiettivi condivisi che hanno consentito la messa in campo di energie così diverse? Al di là di quanto già detto in precedenza a riguardo dello spirito dei padri fondatori e delle grandi energie che ogni

volontario mette in campo nei rispettivi ambiti, credo un ele‐ mento fondamentale sia la capacità di rinnovarsi e di essere all’altezza delle sfide del nostro tempo. Una mossa vincente credo sia stata permettere alle coopera‐ tive di vivere di vita propria, in modo da essere sempre più efficaci nel rispondere ai loro obiettivi, sia in campo stretta‐ mente lavorativo e di reinserimento, sia in quello di supporto diretto alle persone. L’associazione ha saputo poi rinnovarsi ritagliandosi un ruolo importante nell’ambito culturale: siamo partiti con una serie di incontri che, purtroppo, sono stati sospesi a causa della pandemia, ma che ripartiranno appena possibile. E chissà cosa ci riserverà il futuro…

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A

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e testimonianze

CONSORZIO LINK: GUARDARE A UN FUTURO DA CO-PROGETTARE Questo momento storico è un punto di svolta che definirà l’intero scenario dei prossimi anni. Il Consorzio e le Cooperative che ne fanno parte sono, a tutti gli effetti, attori di politiche pubbliche. In questo momento, però, accanto al tema della sussidiarietà, che è parte del nostro essere impresa sociale, diventa fondamentale quello della programmazione delle azioni di comunità, in rete. Cristina Barberis Negra A oltre 20 anni dalla sua costituzione il Consorzio Link Cooperativa Sociale sta entrando in una nuova fase della propria storia. Alla base del prossimo capitolo due temi fon‐ damentali, due facce di una stessa medaglia: la riforma del terzo settore, con l’avvio dei processi di co-programmazio‐ ne e co-progettazione, e le azioni di sviluppo di comunità, come elementi fondanti e imprescindibili per lo svolgimen‐ to di politiche pubbliche di cui la cooperazione sociale sia elemento centrale. L’articolo 55 del codice del Terzo Settore, infatti, mette in primo piano la necessità di una collaborazione di lungo periodo tra Ente pubblico e terzo settore per la creazione duratura di welfare locale, che vada al di là della logica delle assegnazioni su bandi di gara a medio-breve termine. Un cambiamento culturale che deve vedere enti pubblici ed enti del terzo settore sedersi paritariamente a un tavolo che parta dalla co-programmazione di politiche pubbliche e arrivi alla co-progettazione dei servizi a favore della comunità. Al tempo stesso, l’azione di sviluppo di comunità, che le Cooperative e il Consorzio Link stanno conducendo, esce dal solco più classico della cooperazione sociale ed entra in frontiere in cui prossimità, inclusione sociale, cultura e attivazione dei cittadini diventano un tutt’uno con le poli‐ tiche sociali che gli stessi Enti pubblici progettano e sviluppano sul Territorio. Ma come siamo arrivati a questa svolta? Ne parliamo con Davide Lo Duca, presidente del Consorzio. È una storia lunga e in costante evoluzione che cammina sulle gambe delle nostre Cooperative ed è fatta di vicinanza ai biso‐ gni dei cittadini e del territorio. Il Consorzio nasce il 28 giugno del 1999, a seguito di una pro‐ posta della Cooperativa Il Sogno, per cui, se vogliamo, è una emanazione del progetto cooperativo nato proprio dall’Asso‐ ciazione Alternativa A. È il concretizzarsi dell’idea di una prima grande rete cooperati‐ va, organizzata allo scopo di fare sistema nell’ambito della cooperazione sociale che in quegli anni si interrogava forte‐ mente su elementi di natura strutturale, come l’organizzazione della forza lavoro, la gestione della contrattualistica, le norma‐ tive in ambito di affidamenti dei servizi, e si confrontava con un mercato in forte sviluppo, ma con numerosi scenari di incertez‐ za, che era importante sapere affrontare insieme.

Quindi il Consorzio diventa una sorta di “consulente” delle cooperative? Direi che il Consorzio è stato da subito un tavolo leggero di confronto di buone pratiche, di scambio di idee e ipotesi di sviluppo su temi e necessità, anche operative, della coopera‐ zione sociale. In prima battuta abbiamo creato un ufficio di consulenza paghe fondamentale, soprattutto in quegli anni. Tra il 2000 e il 2004, infatti, c’è stata una grandissima trasformazione sulla normativa di riferimento del contratto nazionale del lavoro ed era importante muoversi nel modo giusto e spe‐ cializzarsi in quella che ci riguardava. Riuscimmo a trovare consulenti locali, che si erano focalizzati sui temi nuovi della cooperazione, e a sviluppare importanti competenze interne. In termini di sviluppo quali sono state le azioni principali? Il Consorzio ha capito in fretta che era fondamentale pro‐ muoversi nei confronti dell’Ente pubblico, anche in riferimento all’evoluzione della normativa che coinvolgeva il terzo settore. Abbiamo quindi avviato una serie di incontri con gli amministratori locali, sia in plenaria che vis a vis, nel 2006 in merito all’introduzione del codice degli appalti, che andava a modificare lo scenario dei servizi e del lavoro in termini di commesse, e nel 2016 quando è stato introdotto il nuovo ed attuale codice appalti. Un altro punto cardine nella storia del Consorzio, e delle Cooperative che ne fanno parte, è stata l’introduzione dei bilanci sociali. Ce ne vuoi parlare? Sappiamo tutti che il bilancio sociale non lo leggono in molti, ma è un po’ come andare dallo psicologo: prima ci devi volere andare, poi capisci delle cose di te che non avevi considerato e su queste nuove comprensioni ti devi impe‐ gnare a lavorare. L’attività sul bilancio sociale, avviata nel 2009, ha aperto un’importante fase di riflessione che ci ha portato, nel 2011, a comprendere come la rete consortile debba essere un’occasione di sviluppo immediato e concre‐ to. Proprio su questa intuizione abbiamo progettato l’avvio dell’ufficio di coordinamento del Consorzio. A cosa ha portato l’ufficio di coordinamento? Ci ha permesso di offrire alle nostre cooperative servizi nuo‐


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vi: la progettazione sociale, con consulenze mirate a orga‐ nizzare la partecipazione a bandi di gara e a progetti di sviluppo, e la progettazione della formazione dei lavoratori, sostenendo la necessità di percorsi formativi condivisi che creassero occasioni di incontro tra i soci delle diverse coope‐ rative e li aiutassero nella comprensione della propria identità di cooperatori sociali. E poi è arrivato Spazio Sant’Anna? Questo aumento generale di consapevolezza identitaria ha coinciso con l’invito di don Egidio a occuparci di Spazio San‐ t’Anna. In quel momento abbiamo capito che stavamo per dare una nuova identità al nostro Consorzio e che ciò che, negli anni, eravamo diventati sarebbe stato fondamentale per questa evoluzione. Dalla richiesta formale nel 2016, all’acqui‐ sizione della proprietà nel 2018, fino all’inaugurazione nel 2021, il nostro ufficio progettazione ha saputo raccogliere le risorse necessarie per rendere lo spazio pronto e occupabile. Spazio Sant’Anna è stato, ed è, l’occasione per fare ulteriori passi avanti nella definizione dell’identità consortile che si caratterizza sempre di più all’interno di un’attività di comunità. Diventare, grazie a Sant’Anna, anche uno spazio di comuni‐ tà vuol dire diventare un luogo che fa dell’attivazione di comunità la propria essenza. E non si può essere attore di trasformazione di comunità se non si è in grado di program‐ mare, generare e raccogliere le risorse per farlo. E ora, come abbiamo evidenziato nell’introduzione, è il momento per un nuovo step. Consorzio e politiche pub‐ bliche: qual è il futuro? Questo momento storico è per noi un punto di svolta che definirà l’intero scenario dei prossimi anni. Il Consorzio e le Cooperative che ne fanno parte sono, a tutti gli effetti, attori di politiche pubbliche. In questo momento, però, accanto al tema della sussidiarietà, che è parte del nostro essere impre‐ sa sociale, diventa fondamentale quello della programmazione delle azioni di comunità, in rete. Il grande tassello che manca oggi, alla luce di quanto eviden‐ ziato dall’art 55 del Codice del Terzo Settore, è comprendere in che modo l’Ente pubblico ci riconoscerà fino in fondo come attori di trasformazione di comunità e come costruire‐ mo insieme dei modelli comuni.

Pensando a Spazio Sant’Anna, puoi spiegarci meglio il concetto di politiche pubbliche? La nostra strada è quella di divenire “Casa di quartiere”, un modello che esiste in particolare nel torinese. È una defini‐ zione molto chiara per indicare spazi e beni comuni che rischiavano di essere perduti e che sono stati recuperati e attivati per usi comunitari. Questa è politica pubblica. Quando questi spazi recuperati vengono abitati, le associa‐ zioni e le cooperative aprono i propri percorsi al territorio coinvolgendolo e mischiandosi a esso. Spazio Sant’Anna introduce o potenzia percorsi di volontariato territoriale come rete sociale atta ad intervenire in termini di sussidia‐ rietà, contribuendo a creare benessere per la comunità. Anche questa è una politica pubblica chiara, che si declina in momenti di ascolto, confronto, eventi aperti, corsi e spet‐ tacoli di teatro sociale, momenti di condivisione dentro e fuori lo Spazio stesso. Oltre a Sant’Anna, sul territorio abbiamo altri esempi di sviluppo di comunità in cui il ruolo della cooperazione sociale è sostanziale: a Verbania nel quartiere di Sassonia e a Domodossola la Casa Don Gianni. Quali sono le prossime azioni in programma per dare forza a questa nuova identità? Il nostro prossimo passo sarà quello di presentarci all’Ente pubblico facendo comprendere cosa possiamo offrire in ter‐ mini di politiche pubbliche. Dobbiamo saper entrare nel delicato mondo, prefigurato dal Codice del Terzo Settore, della co-programmazione e della co-progettazione, per costruire insieme una strategia per il territorio. Solo così si può uscire dalla logica del codice appalti in cui ogni tre anni i servizi vanno riprogrammati e rimessi a gara, coinvolgendo nuove società che devono ricontrattualizzare i lavoratori e rivedere i servizi, generando non di rado rischi sulla tenuta della qualità dell’offerta. In queste settimane sta passando un treno che passa una volta sola: il PNRR. Sarebbe bello se il territorio fosse pronto ad affrontarlo in termini di co-programmazione.

Alternativa


Notizie

A

e cronache

UNA CASA SI COSTRUISCE ASSIEME E SULLA ROCCIA! Quando un’impresa va felicemente in porto, è l’ora dei ringraziamenti Simonetta Valterio

I

l 27 dicembre 2021 la Casa Anzia‐ ni ha traslocato baracca e burattini nel nuovo immobile. Ci sembrava una fatica enorme, un obiettivo lonta‐ no e, oggi che scrivo, è già passato un mese. I progettisti, a essi va un primo rin‐ graziamento, hanno disegnato una casa moderna e funzionale con note architettoniche raffinate e soprattutto enormi vetrate che consentono a tutti di prendere il sole all’alba e di guar‐ dare a valle rimanendo ben ancorati alla nostra montagna. La casa non ha finestre, ma solo porte interamente a vetri in modo che anche le persone allettate o in sedia a rotelle possano “guar‐ dare fuori”. Il sostegno tecnico passo per passo e la precisione documentale hanno reso agile ogni passaggio e ogni mediazione dai permessi iniziali fino all’autorizzazio‐ ne al funzionamento. Il secondo ringraziamento va all’impresa edile e a tutte le ditte che hanno collaborato per scavi, impianti e arredi. In questo anno e mezzo, nonostante la pandemia, la roccia tro‐ vata negli scavi di fondazione, la neve dell’inverno 2021, non hanno perso il coraggio e la voglia di dialogare con noi per eseguire i lavori al meglio, rispondendo alle esigenze che di volta in volta portavamo. Il terzo ringraziamento va alle nostre comunità prossime e allargate che hanno contribuito economicamente e con il lavoro volontario. Siamo consapevoli che tale partecipazio‐ ne non è scontata, ma il segno di un affetto che lega il dentro e il fuori. Senza i volontari non saremmo mai riusciti a traslocare tutto e tutti in soli due giorni, ma… non è ancora finita! Per quanto riguarda il sostegno economico, vorrei ricor‐ dare che le parrocchie di Villadossola e Valle Antrona hanno scelto di sostenere il progetto con il gesto di carità della terza domenica di Avvento, come pure contributi sono venuti da associazioni e gruppi, nonché da privati della Valle. Un grazie di cuore ai parenti e agli anziani della nostra casa che, già sballottati a causa del CoViD, hanno sopportato il trambusto, le novità e qualche volta le nostre paturnie con spirito di adattamento e ironia. In questi momenti ci sentia‐ mo tutti un po’ famiglia.

È doveroso anche ringraziare istituzioni pubbliche: il Comune di Montescheno per i permessi e i confronti tecni‐ ci, la Regione che ha sbrigato le nostre pratiche con celerità e concretezza, la nostra ASL che ha dato fiducia al progetto e ci ha concesso i dovuti permessi mediando tra le rincorse per avere i documenti necessari e la nostra fretta di finire. Infine, vorrei ringraziare la Parrocchia dei SS. Giovanni e Carlo di Montescheno. A loro il riconoscimento di aver appoggiato la Cooperativa nel progetto, mettendo a disposi‐ zione immobili e terreni con fiducia e partecipazione. La parte attiva della Parrocchia è fondamentale in quanto la medesima tornerà ad avere la piena proprietà dei beni storici e di nuova costruzione, al termine del periodo di godimento del diritto di superficie trentennale, trasferito alla Cooperati‐ va La Bitta ormai due anni orsono. E nei prossimi 6 mesi… Il primo di febbraio sono iniziati i lavori di ristrutturazione della casa storica. A grandi linee, verranno mantenute le camere ai piani 1 e 2 con 10 posti letto per piano e le salette comuni attigue, men‐ tre il piano terra verrà completamente modificato con la realizzazione dei locali di servizio: cucina, uffici, infermeria e un grande salone per attività e svago. A seguito del trasferimento di cucina e ufficio nelle sedi definitive verranno messi a disposizione degli anziani e della comunità la palestra, la chiesina/locale per attività e la terrazza presenti nella casa nuova. Confidiamo di dar luce all’intero progetto, con l’avvio del servizio per tutti i 40 posti letto previsti, entro l’estate.


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I GRUPPI DI AUTO-AIUTO, SPAZI SICURI E DI CONDIVISIONE PER AIUTARE LE VITTIME DI VIOLENZA Grazie ai gruppi di auto-aiuto, le persone che subiscono violenza possono raccontarsi con fiducia, superare l’isolamento, riprendersi un ruolo attivo rispetto alla condizione di sofferenza e recuperare il rapporto con se stesse Jennifer Veronesi

L

a Cooperativa La Bitta, attraverso il servizio antivio‐ lenza GLM (Giù Le Mani) concorre alla lotta contro la violenza di genere mediante diverse azioni messe a servizio all’interno del Centro Anti Violenza del VCO. Il fenomeno della violenza di genere è complesso, molto sfaccettato e assume varie forme e connotazioni. È un fenomeno endemico, riguarda tutti i Paesi mondiali ed è presente in tutte le categorie e classi sociali. Nel 2010 nascono i GAA (Gruppi Auto Aiuto). All’interno dei gruppi di auto-aiuto sono proprio le perso‐ ne che vivono determinate situazioni esistenziali ad essere al centro; ciò permette loro l’assunzione di un ruolo attivo rispetto alla propria condizione di disagio e questo è il pre‐ supposto fondamentale di qualsiasi processo di empowerment. Con questo termine si intende il processo di acquisizione di potere, auto-determinazione, controllo sulle proprie vite, sui propri problemi e sull’accrescimento dell’autostima. L’auto-aiuto può quindi essere considerato una reale forma di empowerment. Le partecipanti sono tutte donne che stanno attraversando un periodo critico, coincidente con l’esperienza traumatica di subire violenza all’interno delle loro relazioni intime, esperienza che drasticamente e tragicamente ha influenza‐ to la loro vita. La violenza è un’esperienza traumatica che intacca l’iden‐ tità di chi la subisce e va a interferire in modo pesante attraverso una concezione d’irreversibilità dei rapporti, primo fra tutti il rapporto con sé. Molto spesso chi subisce un’esperienza di violenza, soprattutto se ad esercitarla è il proprio partner o l’ex, difficilmente trova all’esterno per‐ sone che diano credibilità al racconto della propria esperienza. Si è visto statisticamente che chi opera violen‐ za contro le donne è, nella maggioranza dei casi, una figura conosciuta e che gode di una certa fiducia e il luogo dove avviene di solito la violenza sono le mura domestiche. Confrontarsi nel gruppo con altre che hanno vissuto situa‐ zioni simili e sentirsi a loro volta riconosciute e credute nel racconto è un’esperienza determinante in termini trasfor‐ mativi. Accade infatti che le vittime di violenza trovano difficile affrontare l’iter dato dal percorso della denuncia, anche quando la violenza è grave e ripetuta nel tempo. Nella maggior parte dei casi le vittime provano sentimenti di paura, vergogna, rabbia e sfiducia. Il gruppo di auto-aiuto diventa uno spazio sicuro capace di far sviluppare legami personali, consentendo alle parteci‐

panti di parlare di ciò che spesso sentono come un’espe‐ rienza indicibile. La violenza domestica, a lungo termine, riduce l’autostima e le competenze sociali, distrugge l’inti‐ mità familiare e provoca intensi sentimenti di vergogna, senso di colpa, di isolamento e profonda solitudine. Parte‐ cipare agli incontri dei GAA riduce l’isolamento e favorisce lo stabilirsi di legami sociali; la condivisione di storie di vita può combattere i sentimenti di vergogna ed è possibile trovare aiuto e imparare nuove strategie. Quando si è vittima di violenza una delle difese per sopravvivere per anni agli abusi è anche il non sentire: ane‐ stesia al dolore fisico, la rimozione da quello psicologico, la somatizzazione a livello fisico. Avere la possibilità di ripensare a sé e di ritrovarsi attraverso la condivisione dei propri vissuti e delle proprie emozioni con altre persone, può essere una spinta e un avvio verso il cambiamento. L’auto-aiuto è il reciproco sostenersi in un percorso verso la libertà del sentimento, della parola e del desiderio di cambiare la propria esistenza; l’avere la possibilità di spe‐ rimentarsi in un’esperienza di auto-aiuto vuol dire anche riappropriarsi della propria storia per raccontarla, confron‐ tarla e cambiarla insieme ad altre persone che hanno vissuto e stanno vivendo un’esperienza simile. I propri segreti in questo luogo sono accettati e trovano posto e rispecchio negli altri; il sostegno esperito all’inter‐ no del gruppo è estremamente prezioso e ogni risultato, anche piccolo, è un’affermazione d’autonomia ed è un passo molto importante.

Alternativa

H24 Il nostro servizio antiviolenza offre una prima accoglienza telefonica attiva 24 ore su 24. Il numero dedicato è il 3356978767. A questo numero si può accedere componendolo direttamente, oppure chiamando il 1522, numero nazionale antiviolenza. Al numero dedicato possono accedere le persone vittime di violenza che necessitano di aiuto e che, chiamando, possono ricevere un primo ascolto telefonico. L’obiettivo di questo servizio è quello di fare una prima analisi della richiesta ed eventualmente fissare un colloquio presso le sedi del Centro Anti Violenza per poter rispondere in modo più completo ai bisogni espressi.


Le B RU C I R HE


A

dalla scuola

QUALE CARCERE IN UN PAESE CIVILE?

Come diceva Voltaire, il grado di civiltà di una nazione si misura dalle sue carceri. E io voglio vivere in una nazione civile, nella quale i cittadini si sostengono e si aiutano a vicenda Giulia Barbieri

classe V A Liceo socio-economico "Giorgio Spezia" - Domodossola

D

a anni in Italia si discute sull’attua‐ zione di una riforma carceraria, ma che miglioramenti potrebbe appor‐ tare e quanto è realmente necessaria? È preferibile una pena che persegua solo uno scopo punitivo o la pena deve avere anche un valore educativo? Sono doman‐ de impegnative: proviamo a ragionare. Come prima cosa è essenziale fare in modo che le carceri rispettino le norme vigenti prima di emanarne altre. È neces‐ sario quindi in primo luogo attuare quanto afferma l’articolo 18 delle regole penitenziarie europee del 2006, secondo il quale nelle carceri si deve rispettare la dignità umana, la privacy (per quanto possibile) e gli obblighi previsti in mate‐ ria di sanità ed igiene. Queste sono norme ignorate in molti penitenziari italiani che, sovrappopolati, non riconoscono al detenuto la dignità tutelata anche dall’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Come Edoardo Petti scrive in un articolo del 2012 pubblicato su www .linkiesta.it, all’interno di celle previste per ospitare al massimo 4 persone, se ne raggruppano addirittura 9 che passano in tale luogo sovraffollato la maggior parte del loro tempo (20 ore su 24 giornalie‐ re). Le pessime condizioni di vita all'interno del carcere sono aggravate anche dalla mancanza di strutture ricreative e di sostegno psicologico e dalla ridottissima o nulla possibilità di contatto e interazio‐ ne con il mondo esterno. L’infelicità dei detenuti è palpabile nel numero di suicidi registrati: circa 700 negli ultimi 20 anni. Se la riforma carceraria affronta queste criticità è certamente necessaria. Ma quali miglioramenti dovrebbe apportare? Per rispondere a questa domanda, consi‐ deriamo le informazioni divulgate da

Roberto Saviano in un articolo del 2018 pubblicato su "La Repubblica". Egli afferma che è necessario permettere ai detenuti di poter accedere, quando la legge lo preveda, a misure alternative al carcere, che consentano prima di tutto contatti con il mondo esterno. Infatti, tra i detenuti che hanno scontato la pena in un contesto rispettoso dei diritti e hanno potuto avvalersi di percorsi di riabilita‐ zione, meno del 30% ha ricominciato a commettere crimini una volta uscito dal carcere. La percentuale si alza in maniera sconcertante al 70% se i carcerati hanno invece scontato la pena in un contesto che perseguiva esclusivamente lo scopo punitivo e l'allontanamento dalla socie‐ tà. La riforma carceraria deve perciò priori‐ tariamente prevedere una funzione rieducativa e riabilitativa delle pene. Considero fondamentale anche che tutti i cittadini siano sollecitati a riflettere e rivedere i loro pregiudizi: i detenuti, una volta scontata la pena, trovano infatti grandi difficoltà a reinserirsi in una società che li emargina e sono indotti a tornare sulla strada del crimine. Il sociologo William Thomas ha dimostra‐ to che la condizione di sradicamento, che porta l'individuo a sentirsi escluso ed estra‐ neo in un certo luogo, grazie anche alla ghettizzazione messa in atto dalla società, lo induce spesso a commettere crimini e a infrangere le norme di uno stato di cui non si sente parte integrante. Il reinserimento nella società di chi ha scontato la pena deve essere quindi un obiettivo perseguito da tutti. Eppure i dati, personalmente raccolti durante un dibattito tenuto a scuo‐ la, mostrano che su una classe di 18 alunni, 3 di loro credono sia opportuno non un percorso riabilitativo, ma, in alcuni casi,

sia necessario infliggere pene disumane e violente per far sì che il condannato capi‐ sca la sua colpa. Chi la pensa così deve sapere che un’ideologia di questo tipo con‐ trasta con la Costituzione Italiana, che nell’articolo 27 giudica lecite solo le pene che non ricorrono a trattamenti disumani. Inoltre, il ricorso a punizioni crudeli e vio‐ lente non motiva il cittadino a commettere meno crimini: lo dimostra il fatto che nei paesi in cui vige ancora la pena di morte il tasso di criminalità non è inferiore. Possia‐ mo anche citare nuovamente i dati raccolti da Roberto Saviano, secondo cui un per‐ corso di riabilitazione educa l’ex detenuto a non compiere nuovamente reati, molto più di una detenzione a scopo puramente punitivo. È stato il giurista illuminista Cesare Bec‐ caria, autore del celebre trattato "Dei delitti e delle pene", a introdurre già nella seconda metà del Settecento il concetto per cui la condanna del detenuto deve prevedere un percorso educativo e non punitivo: con la violenza – diceva - si ottiene un’obbedienza "simulata e momentanea"; solo con l'educazione le persone imparano a rispettare le leggi. Egli ci parla anche del rapporto che dovrebbe sussistere tra crimine e pena: bisogna quindi “pesare” il reato e com‐ misurare ad esso la punizione. Anche tenendo conto del pensiero di Beccaria, credo che sia necessaria e urgente una riforma carceraria. Come diceva Voltaire, il grado di civiltà di una nazione si misura dalle sue carceri. E io voglio vivere in una nazione civile, nella quale i cittadini si sostengono e si aiutano a vicenda.


A

spazio donna

MONITORAGGIO 2021 “GIÙ LE MANI” I numeri della violenza di genere

Tabella 1 ETÀ MEDIA <20 fascia età 20-29 fascia età 30-39 fascia età 40-49 fascia età 50-59 fascia età 60-69 >69 età non dichiarata TOTALE

44 anni 1 3 5 9 1 4 1 0 24

Tabella 2 NAZIONALITA italiana

20

marocchina

1

brasiliana

1

cubana

1

romena

1

TOTALE

24

Nella prima tabella leggiamo che le donne che hanno deciso di intraprendere un percorso di uscita della violenza nel corso del 2021 appar‐ tengono a tutte le fasce di età, e hanno un’età media di 44 anni (dai 16 ai 76 anni). La catego‐ ria più rappresentata, di 9 donne su 24, ossia il 38%, ha un’età compresa tra i 40 e i 49 anni, ma la violenza ha colpito anche una sedicenne e un’ultrasettantenne. L’83% di loro ha la cittadinanza italiana. Tabella 3 TITOLO DI STUDIO laurea diploma licenza media qualifica professionale scuola elementare non dichiarato TOTALE

7 7 7 1 0 2 24

I

Il 2021 e il 2020 sono soprattutto gli anni del “coronavirus” e come tali vanno considerati, anche ai fini della rilevazione che annualmente facciamo sul fenomeno della violenza di genere. Ciò significa che i numeri della violen‐ za dichiarata sono inferiori a quelli degli anni immediatamente precedenti. È verosimile infatti che durante l’e‐ mergenza sanitaria di questi ultimi due anni, e i conseguenti lockdown, si sia verificato un aumento dei casi di vio‐ lenza contro le donne tra le mura domestiche. Ciò soprattutto a causa del maggiore rischio per le stesse donne dovuto al confinamento forzato, ma è altrettanto probabile che, per le stesse cause, le donne, conviventi con gli uomini maltrattanti, abbiano avuto maggiori difficoltà a uscire di casa e a chiedere aiuto ai servizi di accoglienza e supporto. A questi motivi si aggiunge il fatto che molte, avendo perso il lavoro durante gli stessi periodi, sono risultate mag‐ giormente esposte, sia perché, come già detto, costrette a lunghe permanenze in casa, sia perché divenute economica‐ mente dipendenti dai loro partner. Parliamo soprattutto di donne occupate in lavori informali, precari e part-time, ovvero in quelle attività lavorative che non beneficiano di tutela sociale e pre‐ videnziale, e a cui corrispondono redditi al margine della legalità e delle leggi in materia di lavoro. Così il fenomeno della violenza di genere continua a restare in gran parte sconosciuto. La buona notizia è che l’Istat, fonte principale dei dati a livello nazionale, fa sapere che nella prossima primavera condurrà una nuova indagine sulla sicurezza delle donne, in accordo con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. Obiet‐ tivo: misurare l’ampia parte sommersa

Laura Luisi

del fenomeno, e come questo si sia modificato a seguito della pandemia, attraverso dati acquisiti direttamente dalla popolazione. Anche nella piccola realtà di “Giù le mani”, servizio messo a disposizione dalla Cooperativa la Bitta, per offrire ascolto e sostegno alle donne che spe‐ rimentano l’offesa, l’aggressività e il sopruso di certi uomini, si monitorano annualmente gli accessi, le situazioni e i contesti che li hanno determinati. I numeri che seguono si riferiscono pertanto alla sola attività del Servizio Giù le Mani, all’anno 2021 e rappre‐ sentano una parte dei dati che fanno capo al Centro antiviolenza del Verba‐ no Cusio Ossola. Sono raccolti in tabelle a due colonne, la prima delle quali contiene il dato che vogliamo misurare, la seconda il valore corrispondente. Le persone che nel 2021 si sono rivolte per la prima volta al Servizio, sono 24, tutte donne, tutte residenti nella pro‐ vincia del Verbano Cusio Ossola. I colloqui totali con la psicologa sono stati 137. Dall’anno in cui si è consolidata l’atti‐ vità di Giù le Mani, cioè dal 2014, le persone accolte sono state 26 nel 2014, 20 nel 2015, 20 nel 2016, 31 nel 2017, 32 nel 2018, 27 nel 2019, 23 nel 2020. Tutti numeri piccoli, rispetto alla popolazione femminile della provincia che totalizza 62.491 soggetti con età compresa tre 15 e 79 anni nel 2021 (fonte Tuttitalia). Difficile, infatti, rivolgersi a un cen‐ tro antiviolenza o a un servizio specializzato, per chi non ha consape‐ volezza che la violenza subita è un reato, e non un semplice evento che può accadere nelle dinamiche familiari.


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La percentuale più alta delle donne, pari al 63%, ha conseguito un titolo di studio di livello medio-alto (laurea, diploma o qualifica professionale), e il 75%, pari a 18 unità, ha un’occupazio‐ ne negli ambiti indicati nella tabella 6. Dei 25 responsabili della violenza evi‐ denziati nella tabella 7, (uno in più rispetto alle vittime, perché la violenza è stata plurima), la maggioranza, cioè l’84%, è costituita da mariti, ex mariti, compagni, ex compagni, fidanzati, ex fidanzati, mentre il restante 16% è costituito da parenti. La tipologia di violenza subita in pre‐ valenza dalle donne (tabella 8), pari al 63% combina la fisica con la psicolo‐ gica, quest’ultima come denominatore comune anche di quasi tutti i mix degli altri tipi di maltrattamento. Tre volte troviamo la violenza assistita, subita indirettamente dai figli che ne sono stati testimoni. Notizia sconfortante, ma quasi sconta‐ ta, lo scarso numero di denunce. Il senso di fallimento del proprio proget‐ to di vita, la paura di ritorsioni, ma anche la scarsa fiducia nelle istituzio‐ ni, impediscono alle donne di denunciare. Poco incoraggiante anche l’insufficiente conoscenza delle conse‐ guenze della violenza domestica, alla quale assistono i figli minori, e la carenza di un sistema integrato di azio‐ ni che potrebbero essere intraprese in loro favore. In Piemonte sono attivi 21 Centri anti‐ violenza, 81 sportelli, 12 Case rifugio per le donne vittime di violenza e di maltrattamenti. Nei centri lavorano educatrici, psicologhe, avvocate, volontarie con esperienza, operatrici dei servizi antiviolenza, assistenti sociali che collaborano con le Forze dell’Ordine, i Pronto Soccorso ospe‐ dalieri e i Servizi sociali. Questa rete potrebbe essere ulterior‐ mente consolidata, se si superassero le differenze degli organismi che ne fanno parte, se si condividessero mag‐ giormente le competenze, le misure e le azioni minime, e se venissero pro‐ mossi percorsi di formazione permanente per tutti gli operatori sul campo.

Tabella 4 CONDIZIONE LAVORATIVA occupate non occupate TOTALE

18 6 24

Tabella 5 NON OCCUPATE studentessa casalinga pensionata TOTALE

1 3 2 6

Tabella 6 OCCUPATE badante commessa addetta pulizie barista operaia insegnante impiegata imprenditrice ristorazione tirocinio oss TOTALE

2 3 1 1 1 2 4 1 1 2 18

Tabella 7 AUTORE DELLA VIOLENZA marito, compagno o fidanzato ex marito, ex compagno o ex fidanzato padre figliastro fratello nonna TOTALE

18 3 1 1 1 1 25

Tabella 8 TIPOLOGIA VIOLENZA violenza fisica e psicologica violenza psicologica violenza fisica, psicologica e assistita violenza fisica e reciproca violenza economica, fisica, psicologica, assistita violenza sessuale, fisica e psicologica violenza fisica, psicologica e stalking violenza psicologica e stalking violenza economica e psicologica violenza fisica, psicologica, stalking, assistita TOTALE

Alternativa

10 5 1 1 1 2 1 1 1 1 24


A A Tabella 9 DONNE CON FIGLI MINORI con figli minori senza figli minori TOTALE

8 16 24

Tabella 10 DONNE CHE HANNO DENUNCIATO 21 3 24

no sì TOTALE

Grafico 1 Cara�eris�che delle vi�me di violenza anni 2019 -2020-2021 33% 2021: 24 vi�me

71% 13% 100% 22%

2020: 23 vi�me

65% 17% 70% 56%

2019: 27 vi�me

74% 30% 85% 0%

20%

donne con figli minori

40%

60%

donne occupate

80%

100%

vi�me che hanno denunciato

120%

nazionalità italiana

Grafico 2 Tipologia maltra�an� anni 2019-2020-2021 2021: 25 maltra�an�

16%

2020: 23 maltra�an�

84% 22%

78%

11% 14%

2019: 28 maltra�an� 0%

10%

20%

75% 30%

40%

50%

60%

70%

80%

90%

amici, conoscen�, sconosciu� altri familiari conviven�: figli, padri maltra�an�: marito, compagno o fidanzato, ex marito, ex compagno o ex fidanzato

La fonte di tutti i dati è il servizio “Giù le mani”

Confronto tra gli anni 2019, 2020, 2021 Nel confronto tra gli anni 2019, 2020 e 2021, il grafico n. 1, rivela le differenze delle percentuali che riguardano la nazionalità delle donne e la condizione di madri di figli piccoli, ma la quasi identità dei dati riferiti alle donne occupate. Una flessione preoccupante riguarda invece, dal 2019 al 2021, le percentuali di vittime che denunciano. Si conferma invece che l’insieme di mariti e compagni, ex mariti ed ex compagni e altri familiari sono i maggiori responsabili delle violenze, con percentuali del‐ l’89% nel 2019, e del 100% negli anni 2020 e 2021. Ancora una volta è quasi certo che la violenza vada ricercata prima di tutto nell’ambiente familiare o di coppia e che il luogo meno sicuro sembri essere proprio la casa.

Il punto di vista

spazio donna editoriale


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LA PSICOLOGA CHE ACCOGLIE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA

Monica Cupia, psicologa psicotera‐ peuta, dal 2000 collaboratrice della Cooperativa La Bitta, attiva nel servi‐ zio “Giù le mani” sin dalla prima ora, è la testimone eccellente della lunga stra‐ da intrapresa dalla Cooperativa nel campo della violenza di genere, oltre che testimone dei percorsi personali delle donne che ha accolto, facendo sua la missione di ascoltarle e aiutarle a rompere il silenzio. Oltre e dopo la violenza, c’è tuttavia uno scenario di situazioni che una donna vittima deve sopportare e che spesso la dissuadono dal denunciare. A Monica, punto di riferimento storico e umano, faccio qualche domanda sul tema e mi rendo conto che le sue rispo‐ ste, necessariamente dei flash, mos‐ trano contesti ai più sconosciuti, considerazioni e racconti di certi aspet‐ ti del suo lavoro e di altri problemi nel problema.

ai primi accordi intercorsi tra gli avvo‐ cati delle parti è seguito il provvedimento di separazione. Prov‐ vedimento che stabiliva, in modo fortemente penalizzante soprattutto per il figlio di 6 anni e per la mamma, che il bambino avrebbe dovuto stare una settimana con la mamma e una con il papà. Il bambino, naturalmente desta‐ bilizzato da questa giostra, stava malissimo, anche perché, pur in regi‐ me di separazione, il padre continuava ad avere atteggiamenti prepotenti nei confronti di entrambi. Tuttavia la richiesta di revisione degli accordi e una nuova convocazione in tribunale comporta solitamente il passare di un altro anno, durante il quale il bambino continuava a essere sballottato e a subi‐ re comportamenti prepotenti da parte del padre (che aveva anche già picchia‐ to più volte la mamma). Ovviamente la donna, in questa situazione, non si sente di denunciare, per paura di altre Che cosa succede quando una donna violenze e perché ha ormai sperimenta‐ denuncia? to che la giustizia non riesce ad agire Un problema enorme, che si frappone tra per proteggerla. la richiesta di aiuto di una donna contro un compagno o marito violento e l’aspet‐ Altre esperienze di casi finiti bene e in tativa di protezione, è costituito dallo tempi brevi? stesso sistema giudiziario, e dai suoi Ci sono state situazioni, ma rare, tra tempi di interventi, lunghissimi. l’altro più con vittime straniere. Per Chi trova il coraggio di denunciare esempio il caso di una donna, con due spesso si scontra con un accesso com‐ bambini piccoli, in cui il marito per plicato alla giustizia e con lunghi l’ennesima volta faceva il matto. Lei ritardi da parte dei tribunali. ha chiamato i carabinieri, che a loro Quando una donna è in difficoltà, ha volta hanno chiamato i servizi sociali, bisogno di avere risposte al più presto, come devono fare le Forze dell’ordine per non incorrere in rischi maggiori. E tutte le volte che sono coinvolti minori. invece si parla di 2 anni, come minimo, Intervenuti i Servizi sociali, nel giro di (perché i tempi sono lunghissimi), un giorno la donna è stata subito prima che abbia risposta dalla Giusti‐ trasferita con i bambini in una casa zia. Rarissime sono le situazioni in cui protetta, mentre lui è rimasto nella sua vengono assunti dei provvedimenti abitazione. Tuttavia con un d’urgenza reali, ne ho viste pochissi‐ provvedimento urgente emesso del me. Quindi il mancato tempismo della giudice, è stato deciso che uscisse di giustizia, la lentezza dei processi per casa. Lui è uscito di casa gli affidi, lunghi spesso anni e anni, volontariamente, mentre lei vi è tornata sono un grossissimo problema. con i figli; lui è stato accolto in un (Più volte la Corte di Strasburgo ha centro di accoglienza, poi da amici, condannato l’Italia per la mancata infine si è allontanato definitivamente tutela delle vittime di violenza dome‐ dalla famiglia, come dovrebbe essere. stica e di genere (n.d.r.). Situazione analoga è successa anche ad una coppia senegalese…. ed è così Nel frattempo che cosa accade alle che dovrebbe funzionare. donne e ai figli minori? Ricordo il caso di una coppia nel quale,

Alternativa

Sì, ma ciò che hai raccontato sembra un’eccezione. A fronte di un’espe‐ rienza di separazione conclusasi velocemente, quale altra potresti ricordare, diciamo, tristemente? Ricordo una situazione bruttissima di violenza che ho seguito, in cui nono‐ stante la coppia fosse già separata, l’uomo continuava a fare a lei uno stal‐ king pesantissimo, tanto che la donna, finalmente, lo ha denunciato. Dalla denuncia al processo, al quale sono stata chiamata come testimone, sono trascorsi ben 2 anni. Il paradosso sta nel fatto che, pur avendo l’uomo già scontato tutte le misure cautelari, i domiciliari, pur essendosi cancellate tutte le dinamiche di violenza messe in atto, i due sono stati chiamati a proces‐ so penale dopo 2 anni: per riportare alla luce brutti ricordi di eventi lontani nel tempo, per parlare di cose accadute e che non accadono più, per far rina‐ scere in lei i sensi colpa, e per condannare lui per un reato per il quale aveva già pagato.


A

il film

MARILYN HA GLI OCCHI NERI

S

i racconta che Marilyn Monroe, oltre a non essere bionda naturale, avesse gli occhi scuri e fossero le lenti a contatto a donarle l’iconico sguardo sfumato di blu. Nel film di Simone Godano, uscito nei cinema ad ottobre, gli occhi neri di Marilyn sono quelli di Clara (interpretata da Miriam Leone), attrice mancata e bugiarda patologica, che a causa del suo passato burrascoso si trova costretta dai servizi sociali a frequentare Centro Diurno, uno spazio di accoglienza e riabilitazione per soggetti socialmente inadeguati. Incapace di vedersi per quello che è, diversa ed autoesclu‐ dente (“io non sono pazza”), l’unica a stare fuori dal cerchio durante le sedute di terapia, Clara è anche la sola in grado di rapportarsi ai compagni con franchezza, senza cadere nell’accondiscendenza. Sarà lei a fare da specchio, a riflettere l’immagine eccentrica, ma non per questo ina‐ datta, che sprigionano Diego (uno chef pieno di tic, balbuziente e con problemi a gestire gli scatti di rabbia, interpretato da Stefano Accorsi), Susanna, Sosia, Chip e Gina nel momento in cui devono affrontare una missione impossibile: mettere in piedi un centro ristoro per gli anziani della bocciofila. Viste le personalità, il compito prende presto una piega inaspettata e a Clara balza in testa una stramba intuizione: e se quello diventasse un vero ristorante? Godano mette in scena un ventaglio di stranezze ed eccen‐ tricità per raccontare senza pietismo e con piglio ironico le

Alessandro Magrì

ossessioni e le frustrazioni del nostro tempo attraverso un gruppo di personaggi nevrotici che si muovono all’interno di spazi chiusi, metaforicamente e fisicamente. Mura di separazione ma anche di protezione dall’incomprensione e dal giudizio sociale, che diventano allo stesso tempo celle di isolamento e autocommiserazione. Ma la separa‐ zione è anche l’occasione per la valorizzazione del “diverso”: dato che “quelli normali sono di più”, come dice Diego, e che quindi non li accetteranno, a loro non resta altro che contare gli uni sugli altri. Fino al ribalta‐ mento dei ruoli, la forzata trasformazione d’immagine, che passa necessariamente attraverso i social (rivelatoria in questo senso la sequenza dei “trucchi” per ricreare i piatti gourmet da fotografare). Il punto di svolta si ha quando l’esterno, il mondo reale, tenta di fare il suo ingresso in quella comfort zone di emarginazione abbellita per compensare un’umana esigenza di normalità. Dal primo all'ultimo fotogramma, Godano ha fatto in modo che nessuno scivolasse nella macchietta, riuscendo tuttavia a creare situazioni buffe e a raccontare il disturbo mentale con la giusta leggerezza. Però, dietro alle brutte figure, alle parolacce di una donna affetta dalla Sindrome di Tourette e alle crisi di un uomo che grida spesso al com‐ plotto, c'è una riflessione molto seria sull'incomunicabilità che regna nel nostro mondo, che poi è quello che ci fa sen‐ tire tremendamente soli e che allontana gli altri. “È brutto non essere visti” - dice a tal proposito Diego, che oltretutto

Regia: Simone Godano Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt Fotografia: Matteo Carlesimo Montaggio: Gianni Vezzosi Musica: Andrea Farri Scenografia: Tonino Zera Interpreti: Stefano Accorsi (Diego), Miriam Leone (Clara Pagani), Thomas Trabacchi (Paris) Produzione: Groenlandia, Rai Cinema Distribuzione italiana: 01 Distribution Durata: 114' Origine: Italia Data di uscita italiana (Cinema): 14/10/2021 Data di uscita italiana (Netflix): 27/01/2022 Data di uscita italiana (DVD): Marzo 2022


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è uno chef sopraffino, e non allude solo ai “paz‐ zerelli”, come li chiama affettuosamente il regista, ma anche a chi non ha manie, ossessioni, malattie mentali. Perché accade a tutti di risultare invisibili, e a ciascuno di noi succede spesso di non sentirsi libero di mostrarsi per quello che è. Sa essere anche molto commovente Marilyn ha gli occhi neri, perché Clara, Diego e i loro nuovi amici combattono ogni giorno una battaglia con‐ tro sé stessi, e non c’è nulla di più eroico del cercare di superarsi. Simone Godano invita indubbiamente i suoi personaggi e lo spettatore ad accettarsi e a perdonarsi, ma è convinto che un cambiamento e un miglioramento siano pos‐

sibili, e se non dovessero avvenire, allora non importa, non c’è fretta. Il regista però sa bene che, dopo 1anno e mezzo in cui abbiamo vissuto reclusi nelle nostre case e lontani dalla socialità, forse ci siamo sentiti pro‐ prio come i protagonisti di Marilyn ha gli occhi neri. Questa commedia, in cui nulla è lasciato al caso e non c'è mai un momento di stanca (anche in virtù di una regia mossa e attenta ai dettagli), potrebbe allora funzionare come medicina per il buon umore.

Alternativa


A

il viaggio

TREKKING NEL GOLFO DEL TIGULLIO

I

l percorso si inerpica per la collina e in poche centina‐ ia di metri abbandona le case, sempre più sparute, per attraversare boschi di lecci e ulivi in un saliscendi senza soluzione di continuità, lasciando il tempo all’astante di godere di scorci del golfo del Tigullio. Santa Margherita Ligure è ormai alle spalle: quasi ci si sor‐ prende nell’incontrare vecchi mulini che rimandano ad un tempo in cui, in queste terre, si macinavano i prodotti del commercio marino, in un rapporto tra terra e mare che fece dire a Biamonti che “Da noi il mare sale per rocce e per dirupi col suo respiro”. Questa simbiosi tra costa ed acqua, tra coltivazioni aggrap‐ pate ad una terra dura e barche che solcano l’azzurro, è probabilmente alla base del carattere dei liguri, sospesi tra una vocazione commerciale e l’essere introversi e mugu‐ gnoni, segnati dalla secolare fatica di vivere su una terra conquistata centimetro dopo centimetro ma, come la loro regione, capaci di regalare preziosi tesori a chi li sappia cercare. Mentre si supera la piccola cappella in San Sebastiano non sono però queste riflessioni a colpire, quanto lo splendore di quella stupenda bomboniera che è Portofino ammirata dall’alto: la bellezza è ovunque nel villaggio, tra le case multicolori, nella baia, dove il mare sembra giungere per ammirarla da vicino, ma sono convinto che dalla collina, lontano dal chiacchiericcio dei turisti e dalle inevitabili commercializzazioni del luogo, si possa cogliere ancor meglio la meraviglia dell’equilibrio tra natura e opera del‐ l’uomo. La ripida scalinata che raggiunge il centro ricorda in maniera tangibile a ginocchia e schiena l’esistenza della forza di gravità ma, come si suole dire, la gioia per gli occhi sa essere gran dottore e così, sulla fatica prevale la voglia di andare oltre, fino al faro sulla punta del promon‐ torio portofinese. In queste poche centinaia di metri si scoprono due aspetti dell’anima e della storia ligure: il Castello Brown ed il faro stesso. Il castello, già Castello di san Giorgio, ci racconta dell’im‐ portanza strategica di questo punto e di una storia guerreggiata che ha radici lontanissime nel tempo, tanto è vero che già i romani avevano qua costruito una torre di avvistamento; il faro è invece testimone dei traffici com‐ merciali e di come il mare sia stato, nei secoli, il naturale punto di partenza per le coste del Mediterraneo e, in epoca più recente, verso il Baltico e l’Atlantico settentrionale. La Passeggiata dei baci, uno splendido percorso pedonale

Alvi Torrielli

che collega Portofino a Rapallo, è la via del ritorno di que‐ sto appagante percorso: il primo tratto sfiora la parte inferiore del bosco per poi fare una pausa nella spiaggia di Paraggi, un luogo che, perlomeno nel periodo invernale, mi ha rivelato un’anima particolare, velata di una nostalgia che mi ricordava quelle della Terra del fuoco, dall’altra parte del mondo o, per dirla come lo dicono laggiù, “en el


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fin del mundo”. Un proverbio locale recita “A bellessa a no fâ boggî a pûgnatta” (la bellezza non fa bollire la pignatta): forse è vero che la bellezza non è tutto, ma di certo viverci immer‐ si è già di per sé un dono che troppo volte scordiamo di raccogliere e portare con noi… Portofino – Foto di Alvi Torrielli

Alternativa


A

invito alla lettura

Non ho l’ambizione di recensire, perché non è il mio mestiere, ma di illustrare semplicemente ciò che ho scelto per voi, restituendone la mia personale visione

CIRCE UN LIBRO DI MADELINE MILLER

Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero. Mi chiamarono ninfa, presumendo che sarei stata come mia madre, le zie e le migliaia di cugine. Ultime fra le dee minori, i nostri poteri erano così modesti da garantirci a malapena l’immortalità. Parlavamo ai pesci e coltivavamo fiori, distillavamo la pioggia dalle nubi e il sale dalle onde. Quella parola, ninfa, misurava l’e‐ stensione e l’ampiezza del nostro futuro. Nella nostra lingua significa non solo dea, ma sposa”. Così inizia “Circe” il libro di Madeline Miller, per me un’esperienza di totale immersione nel mito e nella dimen‐ sione leggendaria. Infatti la narrazione in prima persona sembra conferire maggiore affidabilità alla storia, affian‐ cando il lettore al personaggio nella sua avventura. Figlia di Elios e della ninfa Perseide, Circe nasce in una famiglia crudele, i cui componenti sono ambigui, spesso ostili gli uni agli altri. In quel contesto, Circe trascorre infanzia e adolescenza, messa subito ai margini dai fami‐ liari per alcune le sue caratteristiche ben poco divine, “…ottusa come una pietra, i capelli arruffati come i peli di un cane, e quella sua voce gracile”, per la sua originalità e voglia di indipendenza, per la sua diversità. Proprio il suo essere non convenzionale, non opportunista, eccentrica, pur condannandola all’ostilità da parte della famiglia, le consente di sviluppare altre abilità, l’osserva‐ zione, l’apprendimento, la conoscenza, la capacità di comprendere la natura umana, doti che faranno di lei la “maga”, certamente migliore di quella che abbiamo cono‐ sciuto nell’Odissea. Qui nessuno stereotipo può rovinare l’immagine di lei che l’autrice ci restituisce. I suoi primi prodigi, compiuti per amore, orgoglio e ven‐ detta, palesi affermazioni delle sue capacità magiche, rappresentano lo sbaglio e l’offesa agli dei, e la condanne‐ ranno all’esilio. La punizione dell’esilio nell’isola di Eea la preserva tutta‐ via da una vita simile a quella della sua famiglia, di dei e semidei suoi parenti, la salva dall’ozio, dalle chiacchiere, dai pettegolezzi, dalle malignità e da un destino nefasto, rendendola coraggiosa, forte, temibile, rispettabile, così

Laura Luisi

lontana dall’impotenza della sua adolescenza. L’isola deserta la accoglie da subito con le sue bellezze, una natura esuberante, una casa ospitale. Qui Circe vive intensamente una lunga vita, addomesticando leoni e lupi fino a trasformarli in compagnie domestiche, raccogliendo e lavorando erbe, radici e fiori che diventeranno i suoi Pharma, sperimentando prodigi e incantesimi, affinando con perseveranza la sua magia. “Lasciate che vi dica cosa non è la magia: non è un potere divino che sgorga con un pensiero e un batter d’occhi. La magia dev’essere creata e plasmata, pianificata e investiga‐ ta, estratta, essiccata, sminuzzata e macinata, bollita, evocata con parole recitate e cantate. E ancora, può fallire, come agli dei invece non succede”. Nella nuova terra Circe sperimenta il lavoro, la fatica, “la resistenza era sempre stata la mia virtù”, la pazienza, la fie‐ rezza di chi si è ripreso la propria vita, e soprattutto riconosce quella parte di umanità che sorprendentemente le è stata concessa sin dalla nascita. Inizialmente secoli di solitudine, poi attraversati dalla comparsa di altri personaggi, qualche divinità, come Ermes, dio dell’inganno, delle ninfe sue cugine, e di qual‐ che umano. Dedalo, che la riporterà dalla sorella a Creta, equipaggi di predatori che lei, dopo la prima violenza da loro subita, trasformerà sistematicamente in maiali, fino all’incontro con Odisseo, di ritorno dalla guerra. Avvincente la narrazione degli incontri con gli uomini della sua vita, delle passioni, dell’amore, della paura e della rabbia, sentimenti che l’aiuteranno a conquistare con‐ sapevolezza, sicurezza e carisma, tanto che al suo confronto, quegli stessi uomini, sembrano meschini e gui‐ dati dagli istinti peggiori. Anche figure leggendarie, mostruose o semplicemente magnifiche compaiono nella sua storia, potenti divinità o semidei, tutte a fare da contrappunto alla figura centrale. Gli eventi che determinano il destino di Circe, dalla sua partecipazione alla nascita del Minotauro, all’attraversa‐ mento dello stretto di Scilla, all’approdo di Odisseo nella sua isola, alla sua discesa nelle profondità marine per sfida‐


Pgg. 46-47

IL IL LIBLIB RO RO Autore: Titolo: Traduttrice: Editore: Collana: Anno edizione: Pagine:

Madeline Miller Circe Marinella Magrì Marsilio Universale economica Feltrinelli 2021 416

re Trigone, custode del più potente veleno dell’universo, compongono un affresco di meraviglie che esaltano il suo coraggio. E poi la maternità, difficile e sofferta, affrontata da sola, contribuisce a rafforzare e potenziare in lei quella misura dell’umanità che già possiede. La nascita di Telegono, figlio suo e di Odisseo, e successi‐ vamente l’arrivo, nell’isola, di Penelope con il figlio Telemaco, dopo la morte di Odisseo, sono le ragioni che la spingeranno alla sua stessa trasformazione. Non più solo maga, ma anche amante e madre, dovrà sfida‐ re ancora una volta l'Olimpo e scegliere, definitivamente, se appartenere al mondo degli dei, dov'è nata, o a quello dei mortali. Le ultime pagine sono bellissime, e si possono sintetizzare nella citazione “Percepivo in me la paura, scintillante come acqua. Quei fiori avevano fatto di Scilla un mostro, sebbene la sola cosa che lei avesse fatto era burlarsi. Glau‐ co era diventato anch’egli una sorta di mostro, con tutto ciò che di buono era in lui scacciato dalla natura divina. Ricor‐ dai quel mio terrore provato alla nascita di Telegono: quale creatura attende dentro di me? La mia immaginazione evocò orrori”. In poche righe la visione di un passato trascorso in veste divina e poi la prospettiva di una vecchiaia in veste umana, la contemplazione di uno cielo stellato e un pensiero chiaro in testa: “Un tempo pensavo che gli dei fossero opposti alla morte, ma adesso vedo che sono più morti che altro, perché sono immutabili, e non possono trattenere nulla nelle mani”. Il gesto finale la consacrerà vincitrice! Un libro letto d’un fiato come un romanzo, e poi riletto come un poema, per ritrovarne la poesia, per afferrare ciò che mi era sfuggito, per sorprendermi ancora, e … per il gusto di vivere un’altra vita.

Alternativa


A

editoriale

A PROPOSITO DI #ANDRÁ TUTTO BENE: DANNI COLLATERALI

GLI APPUN TI DI PADRE McKEN ZIE “Father McKenzie writing the words of a sermon that no one will hear” (Padre McKenzie scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà) “Eleanor Rugby”, Lennon-McCartney, 1966

N

ei primi tempi della pan‐ demia, quando l’Italia fu il primo Paese dell’Occi‐ dente ad essere investito dal covid-19, spuntò e subito dilagò l’hashtag #andrà tutto bene. Che fosse una collettiva fioritura di ottimismo della volontà o di candida ingenuità, oppure di entrambe insieme, non è dato sapere; certo è che, a due anni di distanza, quella previsione appare andata piuttosto fuori bersaglio. Non è andato tutto bene, anzi, molto, troppo è andato male: a partire dai centocinquantamila morti fin qui contati, al dolore, alla sofferenza da molti sopporta‐ ta; dai danni patiti dalla socialità e dal vivere democratico, alla rivo‐ luzione di abitudini e consuetudini, e non sempre in meglio; dallo sconquasso di molte attività, al diffuso impoverimento di una società già non florida. L’e‐ lenco può continuare; forse soltanto ora l’entità e la capillarità del danno incominciano a deli‐ nearsi con chiarezza.

Roberto Negroni

Non è andato tutto bene e non ne siamo usciti migliori, come alcuni avventatamente profetavano (anzi, per ora non ne siamo nem‐ meno usciti). I mali, i fattori di fragilità, di debolezza, di arretra‐ tezza della società sono ancora lì, come e peggio di prima, e i pro‐ blemi stanno ancora tutti sul tappeto. Siamo però equi: non tutto è nero. Comportamenti virtuosi, solida‐ rietà e senso di responsabilità non sono mancati; anzi, nelle fasi nodali del difficile cammino col‐ lettivo, queste qualità si sono rivelate patrimonio condiviso da gran parte della popolazione. L’a‐ narchico individualismo e la sordità alle regole, stigmi della rinomanza italica oltre confine, hanno ricevuto questa volta con‐ solatorie smentite. Delle mille conseguenze e impli‐ cazioni della pandemia nei primi tempi vagheggiate, una non pare essere stata messa in conto: l’on‐ data no-vax. Come si dice sempre dopo, non che fosse una reazione


Pgg. 48-49

Delle mille conseguenze della pandemia, una non pare essere stata messa in conto: l’ondata no vax. L’onda di questo fenomeno ce la siamo trovata vicina, talora, in casa, con il suo carico di egoismo, di ostilità, di prevaricazione

inimmaginabile o inaspettata; prece‐ denti riguardanti altri vaccini non sono mai mancati, dagli albori di que‐ sta pratica (vaccino antivaiolo) all’altro ieri (l’antimorbillo). Ciò che distingue il caso odierno, che ne segna l’imprevedibilità, non riguarda l’am‐ piezza del fenomeno, contenuto in dimensioni decisamente minoritarie, ma la molteplice sfaccettatura del fenomeno, la sua complessità deri‐ vante dall’incontro, dalla sovrapposizione e dalla fusione di una pluralità di motivazioni. A fianco di chi ancora si dibatte in comprensibili incertezze e timori, vi è infatti la per‐ sistenza e, soprattutto, la radicalità di una consistente quota che manifesta molle motivazionali ideologiche, antagonistiche, complottistiche, anti‐ sistema, quasi sempre fondate su presupposti irrazionali, fideistici, anti‐ scientifici di tutt’altre origini e provenienze, stimolate e sostenute dalla rete e dai social. L’onda d’urto di questo fenomeno, superata la prima fase aurorale, è ormai uscita da schermi, display e carta stampata, ce la siamo trovata

vicina, talora, in casa; ha investito i rapporti interpersonali, è come dilaga‐ ta nelle famiglie, nei gruppi amicali, di lavoro, di vicinato. Quasi tutti abbiamo ormai esperienza di questo contatto, di questo rapporto con parenti, amici o conoscenti che hanno fatto una scelta no-vax; rapporto che ora si è fatto difficile, con diversi gradi di difficoltà secondo l’intensità del legame e la radicalità della scelta. Una difficoltà che non lascia indiffe‐ renti, che nega il dialogo e il confronto, che genera scontri, conflit‐ ti, soliloqui, frustrante incapacità di ritrovare il bandolo della comunica‐ zione, allontanamento, frantumazione dei vincoli e nuove divisioni sociali. Mina i ponti della reciproca compren‐ sione, destabilizza rapporti ritenuti fino a ieri solidi, li svuota di reciproco riconoscimento. Genera ostilità, rab‐ bia, poi…, sempre, dolore. Questo è forse il danno collaterale peggiore della pandemia, perché se le persone che hanno fatto quella scelta rappresentano, in fondo, solo una pic‐ cola quota della collettività, molte sono quelle che questa difficile vici‐

Alternativa

nanza sperimentano, e le une e le altre, ciascuna a proprio modo, sop‐ portano o patiscono il trauma dell’allontanamento, della rottura, grande o piccola che sia. Nei rapporti d’affetto, d’amicizia, di stima si insinua un altro vecchio virus che spalanca la porta all’antico demo‐ ne i cui comandamenti impliciti, quando non espressamente proclama‐ ti, sono: egocentrismo, egoismo, sordo individualismo, prevaricazione, disinteresse e ostilità per l’altro, per gli altri. Forse è solo partendo da qui, assu‐ mendo consapevolezza di dove quel demone ha sempre portato, dei guai, dei disastri, delle sofferenze che le società hanno patito quando non l’hanno saputo contrastare, che nasce e cresce la forza collettiva capace di richiudere quella porta.


A

editoriale


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Alternativa n.1 2022 by Alternativa-A - Issuu