In questo numero:
n.4
Giovani e cooperazione: come cambiare il futuro? Ricordo di Giannino Piana Volontari 2.0 La cura come resistenza Si può dire morte? Uno sguardo possibile sul tempo libero degli studenti ossolani Il bisogno di prenderci cura della nostra fragilità Les soins palliatifs au centre
PERIODICO DI CULTURA E IMPEGNO SOCIALE DELL’ASSOCIAZIONE ALTERNATIVA A...
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SOMMARIO Nota redazionale Con i più sereni auguri Ambienti territori scenari contesti Giovani e cooperazione: come cambiare il futuro? Cooperazione sociale e giovani Riflessioni analisi commenti Ricordo di Giannino Piana “Maestro” di vita oggi per il domani FOCUS - Giovani e nuove professionalità Un abbraccio integrale Contributi A proposito di diritto all’identità Volontari 2.0 Cosa avviene in casa d’altri prendere esempio da... La cura come resistenza Progetti Una comunità educante del VCO La cura è di casa: terzo tempo Si può dire morte? Protagonisti e testimonianze Un sguardo possibile sul tempo libero degli studenti ossolani Il bisogno di prenderci cura della nostra fragilità Sogno di portare qui la mia famiglia Notizie e cronache Les soins palliatifs au centre Le rubriche di A Dalla scuola L’informazione social che crea disinformazione? Spazio donna Giustizia riparativa: indicazioni e controindicazioni Il viaggio Irlanda Invito alla lettura Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati Il contastorie Mastro Gerardo Gli appunti di Padre McKenzie De senectute XXI
Direttore Responsabile: Clemente Mazzetta Redazione: Samantha Brandini (segreteria e coordinamento) Diego Brignoli Maurizio Colombo Laura Luisi Roberto Negroni Emanuele Puccio Carlo Rocchietti Simonetta Valterio Maria Pia Zocchi Grafica: Dario Martinelli Impaginazione: a cura della redazione Distribuzione: a cura della redazione Stampa: Press Grafica Srl Rivista n. 4 Anno 2023 Periodico di cultura e impegno sociale dell’Associazione Alternativa A ONLUS Domodossola Via dell’Artigianato 13
Hanno collaborato a questo numero
SOStienici con una donazione IBAN IT21X0200845360000103728938
La redazione C. Barberis Negra D. Lo Duca
Pgg. 4-5 6-7 8-9
R. Negroni P. Menotti R. Negroni, M.P. Zocchi C. Barberis Negra
10-11 10-11 12-13 16-17
P. Poppa M. Morreale
20-21 22-23
M.P. Zocchi
24-25
F. Bologna C. Ratti F. Oliva
28-29 30-31 34-35
A. Gnemmi, D.Veronesi
38-39
D. Lo Duca C. Barberis Negra
40-41 42-43
S. Brandini
44-45
G. Berini, A. Demontis
46-47
L. Luisi
48-49
A. Torrielli
50-51
L. Luisi
52-53
C. Bava
54-55
R. Negroni
56-57
Cristina Barberis Negra, ufficio stampa del Consorzio Link VCO Carlo Bava, medico, musicista, fotografo, novelliere Gaia Berini, allieva 5°B del Liceo delle Scienze Umane “G. Spezia” di Domodossola Francesca Bologna, manager di rete della Comunità Educante VCO Alice Demontis, allieva 5°B del Liceo delle Scienze Umane “G. Spezia” di Domodossola Andrea Gnemmi, psicologo, Ass. “Contorno Viola” Davide Loduca, presidente della coop. “Consorzio Link” Alessandro Magrì, associazione Cineforum Domodossola Piergiorgio Menotti, sacerdote, fondatore del Centro “Natale Menotti” e dell’ESOM di Verbania Martina Morreale, Media Educator e Collaboratrice CREMIT, Università Cattolica del Sacro Cuore Pasquale Poppa, BSc, PhD, ricercatore presso il Labanof dell’Università degli Studi di Milano Francesca Oliva, psicologa, formatrice Claudia Ratti, manager di comunità del progetto “La cura è di casa-Terzo tempo” Alvi Torrielli, redattore di “Alternativa” in gap year e viaggiatore David Veronesi, Ass. “Contorno Viola” e i redattori: Samantha Brandini, Maurizio Colombo, Laura Luisi, Roberto Negroni, Maria Pia Zocchi
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nota redazionale
CON I PIÙ SERENI AUGURI La redazione
A
ll’apertura di questa nota redazionale il ricordo di una persona che ci ha lasciato nel mese di ottobre: Giannino Piana. In questo numero troverete due articoli che lo ricordano per la sua umanità, il suo insegnamento, la sua professionalità e anche per la preziosa collaborazione con le pagine di questa rivista. Questo numero non ha una linea tematica che lo caratterizza, come gli ultimi numeri, ma per un verso è un po' il completamento del tema che ha contraddistinto l’ultima uscita, dedicata soprattutto ai giovani e al loro disagio con articoli di esperti e un focus con figure professionali che affrontano il disagio giovanile. In questo numero troverete articoli che approfondiscono altri temi dedicati ai giovani e soprattutto un focus in cui abbiamo incontrato dei giovani che lavorano nel sociale e abbiamo raccolto le loro opinioni e le loro storie in una modalità davvero interessante.
Ugualmente interessanti due articoli che riprendono due ricerche relative ai giovani studenti del territorio: la prima relativa all’utilizzo del tempo libero condotta da due psicologi e la seconda svolta direttamente dagli studenti sul rapporto giovaniinformazione. A completare il tema giovani, tre articoli dedicati al rapporto giovani-sistema cooperativo: dal punto di vista lavorativo nazionale, territoriale ed educativo. Questo numero ha però anche una varietà di interventi che lo arricchiscono in modo differenziato. Due articoli sono dedicati ad uno dei temi più scottanti di questo periodo, i migranti, con un’intervista a Lorena Fornasir che se ne occupa da anni in Friuli e con alcune storie locali di migrazione. Sempre per rimanere nella raccolta di alcune esperienze e testimonianze, rilevanti le interviste, legate al progetto Pallium la cui sintesi finale è nella sezione Progetti, a Guidalberto Bormolini, a Marina
Sozzi e Davide Sisto sulla vita, sulla morte e su come affrontarla. Nella sezione Contributi due articoli per alcuni aspetti particolari: il primo dedicato al Labanof, Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, che sta seguendo un progetto significativo sul nostro territorio; il secondo, dedicato al Cremit, relativo alla formazione del volontariato. Per chiudere l’anteprima della rivista due articoli che per certi versi anticipano un tema a cui sarà dedicata attenzione nel prossimo numero, gli anziani, con la presentazione di una importante progettualità e una approfondita riflessione sulla “anzianità”. Non possiamo dimenticare nel chiudere la nota anche le rubriche consuetudinarie, spazio donna, il viaggio e invito alla lettura, che da questo numero si arricchiscono con il Contastorie, racconti che ci terranno compagnia anche nei prossimi numeri.
La pubblicazione del trimestrale Alternativa dal 2022 avviene in digitale, l'idea è stata di renderla più eco-sostenibile riducendo i costi di stampa e di spedizione. La produzione della rivista è pertanto quasi a costo zero, ma per “Alternativa A…”, l’associazione Onlus che ne è l’editore, poter contare sul sostegno dei lettori rappresenta un aiuto a continuare ad operare come luogo di incontro, di lavoro, di formazione, di solidarietà, di aiuto in una logica di collaborazione, scambio e legame con il territorio. Vi chiediamo allora di sostenerci con la vostra donazione, versando, con bonifico bancario, un contributo all’Associazione Alternativa A… ONLUS IBAN: IT21X0200845360000103728938 con la causale “donazione per la rivista”. Grazie!
A
ambienti territori
scenari contesti
GIOVANI E COOPERAZIONE: COME CAMBIARE IL FUTURO?
Intervista a Marta Battioni, coordinatrice dipartimento Welfare Legacoop Lombardia e vicepresidente nazionale di Legacoopsociali Cristina Barberis Negra
L’
attuale scenario sociale e la situazione sempre più incerta del mondo del lavoro sta portando ogni settore a interrogarsi sulle prospettive per il futuro. Il mondo della cooperazione, grazie alla sua capacità di adattarsi e reinventarsi costantemente, si sta muovendo più di altri nella ricerca di nuove vie e nuove modalità per essere al passo con i tempi. Ciò che diverrà la cooperazione sociale nei prossimi anni, dipenderà certo da una pluralità di fattori interni ed esterni, ma fra questi, il tema dei giovani avrà sempre una posizione di primo piano, come elemento strategico dell’evoluzione dell’intero movimento cooperativo. Un serio confronto tra cooperazione e nuove generazioni rappresenta infatti un’importante occasione per entrambe. Alla prima è necessario per avviare un reale percorso di rinnovamento, atto a fornire prospettive concrete a questi giovani così difficili da raggiungere, appassionare e coinvolgere, ma di cui non si può fare a meno; per i giovani invece, per scoprire nuovi modi con cui guardare ai propri luoghi di vita, alle relazioni personali, all’identità e alle aspirazioni. Ne abbiamo parlato con Marta Battioni, coordinatrice dipartimento Welfare Legacoop Lombardia, vicepresidente nazionale di Legacoopsociali con delega a nuove generazioni, innovazione sociale e beni confiscati.
Cosa si intende quando si parla di nuova cooperazione, di giovani e cooperazione? Chi sono davvero i giovani cooperatori? Difficile oggi delimitare in categorie i giovani. Difficile addirittura, credo, dare una definizione di giovani. Di certo è decisamente cambiato, sia da parte dei giovani sia da parte di tutti, l’approccio al lavoro. Se prima, fino a un decennio fa, si decideva di lavorare o ancora di più organizzarsi in cooperativa per poter creare una buona opportunità di lavoro, per sé e per altri, oggi questo fenomeno è di certo molto più raro. Esiste ancora, però, una generazione giovane di cooperatori, in particolare nell’ambito sociale. Anche se non tantissimi come agli albori della cooperazione sociale, ancora oggi i giovani si avvicinano a noi, forse non con la consapevolezza di un tempo. La cooperazione interessa le nuove generazioni? Quali ambiti sono ancora appetibili? Sicuramente abbiamo una crisi su alcune professioni che erano invece fino a qualche anno fa una buona porta di ingresso per i giovani in cooperativa: le professioni educative. E questa crisi si registra anche nel percorso di studi che porta a quella professione. Purtroppo, prendersi cura degli altri non è più percepito come un mestiere attraente e forse neppure più così tanto utile. Di certo non ci aiuta l’opinione pubblica che continua ad additare la cooperazione come un settore in cui non viene garantito il giusto valore al lavoro. La cooperazione, e quello che è in grado di generare di buono, si conoscono troppo poco e quel poco che si conosce ci arriva troppo spesso da scandali o notizie di cronaca giornalistica. Cosa può fare la cooperazione per essere attraente per i giovani? I giovani che incontro per il servizio civile, e che fanno quindi volontariato nelle nostre cooperative sociali, rimangono affascinati dalle opportunità che la forma cooperativa può ancora oggi offrire loro. Credo quindi che ci sia bisogno, prima di tutto, di diffondere le potenzialità del nostro mondo: il valore che può costruire all’interno delle comunità in cui si trova e a cui offre dei servizi; la grande possibilità di lavoro e di crescita formativa. I ragazzi oggi chiedono il giusto protagonismo, senza dover per forza sottostare al paradigma: la cooperativa deve diventare la mia vita. Dobbiamo tornare fra i banchi di scuola e promuovere il nostro mondo, diffondendo il più possibile quello che può generare, in particolare attraverso esempi concreti e positivi. Non da ultimo,
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dobbiamo riuscire a ridare valore al nostro lavoro, anche in termini salariali! È evidente, però, che questo non lo possiamo fare da soli. Quanta responsabilità ha il “Pubblico” rispetto alla possibilità di offrire contratti più interessanti e posizioni più diversificate e qualificate nell'ambito del terzo settore? Gran parte del lavoro che facciamo lo svolgiamo “per delega” delle amministrazioni pubbliche. Quello che è abbastanza evidente, però, è che qualcosa in questo rapporto di delega si è spezzato. Mentre un tempo, riconoscendo il fatto che le amministrazioni erano in difficoltà nella gestione di alcuni servizi, ci hanno chiamati a costruire risposte a loro supporto, riconoscendo il valore di questa risposta, oggi continuano a delegarci, ma è come se fosse venuto a mancare un rapporto di fiducia reciproca. E questo troppo spesso si riflette in gare al massimo ribasso che manifestano un non voler riconoscere il giusto valore del lavoro che svolgiamo a favore delle persone. Cosa può far cambiare le cose? Migliorare la questione salariale e far tornare l’attrattività di un tempo verso il nostro lavoro. Come? Riportando al cen-
tro delle relazioni tra le cooperative e i propri stakeholders la fiducia reciproca, ritrovandola su nuovi presupposti, andando oltre il pensiero, anzi oltre il pregiudizio. E poi sicuramente per cambiare, ma questo in parte sta già avvenendo, provare a introdurre piccole innovazioni, sia nella gestione e realizzazione dei servizi che offriamo, sia nei processi organizzativi e di lavoro, responsabilizzando anche le nuove generazioni di cooperatori a essere generatori del proprio futuro. I giovani, come sempre, penso abbiamo bisogno di essere accompagnati, ma anche lasciati liberi di esprimersi e di poter crescere nel proprio mestiere. Quali solo i programmi e le iniziative di Legacoop , in particolare del gruppo giovani? Il tentativo è prima di tutto quello di confrontarsi e provare a strutturare dei percorsi di formazione e discussione. Siamo un gruppo di lavoro interno a un’associazione di categoria e per questo non esiste un vero programma, ma il proposito maturato insieme di poter costruire con gli altri cooperatori e cooperatrici un pezzo di vita lavorativa. Proprio per questo nei prossimi mesi ragioneremo sul valore del nostro lavoro e sulla necessità di rimettere al centro la nostra capacità di generare cambiamento nelle comunità in cui ci troviamo.
Alternativa
A
ambienti territori
scenari contesti
COOPERAZIONE SOCIALE E GIOVANI Un rapporto duraturo, complesso, importante e proficuo
Davide Lo Duca
C’
è qualcosa di più scivoloso che decidere di parlare di gioventù quando non si è più giovani? Forse sì. Forse essere uomo/bianco/padre di famiglia e parlare del ruolo della donna o dei diritti delle persone lgtbq+ o delle minoranze etniche nel nostro Paese è ancora più azzardato. Per cui, visto che almeno giovane, una volta, lo sono stato, si tratta di scegliere da dove iniziare. Decido di non parlare di quando io ero giovane. Non ho voglia di sentirmi vecchio. Quindi parlerò della generazione prima della mia e di quella che ha l’opportunità di essere giovane ora. Partiamo quindi dai giovani negli anni 70: i fondatori delle nostre cooperative. Tanti gli ingredienti che animavano quella popolazione. Intanto tantissimi coetanei. Sembra una cosa banale, ma non lo è. Tanti coetanei vuole dire tanto confronto e più o meno tutti quei giovani sono cresciuti nei luoghi del movimento operaio o di quello delle associazioni cattoliche. Percorsi ai tempi ancora forti, sebbene all’inizio di una crisi che andrà peggiorando. È il periodo in cui inizia la crisi occupazionale, che aprirà alle lunghe casse integrazioni e all’emergere di nuove marginalità. Sul piano sociale e politico persiste un forte senso di comunità, ma cresce il desiderio di rompere gli schemi e superare vecchi steccati ideologici; l’economia intanto diventa sempre più globale e introduce nuova linfa al conflitto tra individualismo e comunitarismo; la scienza apre nuovi orizzonti; la tecnologia invade sempre di più le case di tutti. Molto degli spiriti rivoluzionari si rovescia nel buco della tossicodipendenza. Intanto, boooom!, arriva la legge Basaglia: i pazzi non sono più pazzi e vanno liberati dalle loro squallide prigioni. Si arriva così ai frenetici anni 80 e i giovani si trovano strade aperte e strade sbarrate. E come sempre devono decidere cosa fare. C’è chi prosegue a pensare che il posto fisso in fabbrica, o meglio, nel pubblico impiego sia la strada più sicura. Chi percorre nuove fortunate strade di successo, con l’informatica e la telecomunicazione a fare da apripista di un mondo nuovo, pronto da lì a poco a venire. Chi, condizionato da valori profondi anticonformisti, comunitari, di accoglienza dell’altro, sperimenta cose nuove, folli, destinate a una idealità alta e forse ad una sconfitta certa. Invece la sconfitta non arriva. Così vengono aperte le prime cooperative destinate ad accogliere i disabili mentali e i tossicodipendenti. Biso-
gna fare tutto. Con la chiusura dei manicomi bisogna pensare alla casa per gli ex internati. I giovani caduti nella dipendenza vengono letteralmente recuperati per strada e vanno messi nelle condizioni di riprendere in mano la propria esistenza. Tutto questo lo fanno i giovani. Si rimboccano le maniche, occupano luoghi liberi, vanno a vivere con le persone, vicino ai loro bisogni. E cominciano a capire come mettere insieme il pranzo con la cena. Va bene il volontariato ma bisogna dare un aiuto professionalizzato a queste persone che devono essere messe nelle condizioni di stare al meglio. E poi bisogna lavorare perché la mutualità prevalente di queste realtà è dare lavoro. Per fare cosa? Va beh, cose semplici: c’è da tagliare l’erba di un parco o gestire il parcheggio pubblico di un Comune il cui sindaco prova a capire cosa sanno fare questi ragazzi; ripulire un’area piena di rifiuti (le vecchie discariche a cielo aperto disseminate ovunque) e pensare ad un nuovo modo di raccogliere gli ingombranti e poi i rifiuti casalinghi; qualcuno ha dei campi a disposizione che vanno rimessi in produzione; si può andare a pulire l’ufficio dello zio o del prete. Gli enti pubblici non stanno a guardare. Si inventano proposte, danno una mano. Quindi vanno formati gli educatori, cercati gli psicologi, e poi ci sono nuove tipologie di fragilità a cui dare risposte. Le case di riposo cercano nuovi gestori, le persone psichiatriche hanno bisogno di spazi tutelati, adatti alle loro esigenze, le esigenze di molti bambini vanno capite e bisogna trovare il modo di gestire situazioni specifiche con persone capaci. Piano piano, passo dopo passo, nascono sempre nuove imprese in forma cooperativa, che solo dopo il 1991, con l’entrata in vigore della legge 381 di quell’anno, si chiameranno cooperative sociali. Quindi, cosa è successo? È successo che per ragioni ideali forti, ragazzi che avrebbero potuto fare altre scelte di lavoro, hanno deciso di spendersi a favore della comunità. Hanno creato servizi in una zona grigia. A volte senza contratto. A volte senza riuscire neanche a pagare le persone. Piano piano hanno professionalizzato il proprio ruolo e quello degli altri, anche e soprattutto delle persone svantaggiate (così le chiama la legge 381/91) e passo dopo passo hanno reso il mercato consapevole del valore e della qualità del lavoro proposto. Questo processo ha permesso di fare emergere grandi capacità organizzative e professionali nei soggetti che in un primo momento venivano supportati e che oggi,
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non di rado, ricoprono ruoli di primissimo piano nelle cooperative. Quella generazione ora sta andando in pensione: professionisti riconosciuti nella comunità che hanno formato nuovi lavoratori, partecipato a convegni nazionali e internazionali promuovendo le nuove professionalità, divenute poi percorsi di studio anche universitario, stanno chiudendo il loro ciclo lavorativo dopo avere creato il mondo della cooperazione sociale che oggi rappresenta circa il 10% del PIL del Paese. Ottimo. Quindi i giovani di oggi (espressione che mi fa sentire Matusalemme) devono partecipare e diventare soci cooperatori per le stesse ragioni. Direi di no. Due parole sulla mia generazione. Se la generazione che ha fondato queste imprese è stata mossa da intuizione e profondi valori, quella che è seguita è stata quella più significativamente coinvolta nella fase di professionalizzazione. Un processo fondamentale che, però, non di rado è stato accompagnato da una riduzione della spinta ideale. Va detto che le imprese hanno mantenuto il carattere democratico di gestione, ma il senso di partecipazione dei soci è cambiato molto e, vuoi per l’affermarsi ed il crescere da un lato di modelli cooperativi molto grandi (non è il caso delle cooperative del VCO ma il trend è ben visibile), vuoi per il disgregarsi della società comunitaria in favore di quella individualista, non di rado la partecipazione diventa un processo faticoso. Questo è un problema serio a cui le cooperative provano a dare risposta creando spazi di confronto e dibattito. Se aggiungiamo che lo stipendio nella cooperazione sociale non è migliore, anche se neanche peggiore, di altri settori, l’occupabilità in cooperativa trova competitors agguerriti. Allora perché un/una giovane dovrebbe preferire il lavoro in cooperativa? Io credo che ci siano delle esigenze oggi, nelle nostre imprese, che una persona giovane può incontrare, imparare a capire e provare a risolvere. In primo luogo le cooperative necessitano di nuova partecipazione. In questo senso chi ha militato o milita in associazioni locali conosce il valore del partecipare. Ci sono alcuni processi partecipativi, interconnessi a più livelli, locale-regionale-nazionale (penso a quelli delle ONG, al movimentismo ambientale e all’antimafia sociale, allo scoutismo, al mondo antagonista), che stanno diventando vere e proprie scuole politiche, capaci di aiutare potenzialmente il mondo della cooperazione
sociale che aspira a condizionare la comunità in profondità, oltre che essere portatore di interessi economici. Se la cooperazione mantiene le relazioni con il movimentismo e trova un modo per contaminarsi reciprocamente con esso, allora troverà energie nuove e utili a rialimentare le istanze interne dei soci ma anche a rinnovare il proprio senso nella storia del Paese. Esiste poi un piano sperimentale. Se la fase di avvio della cooperazione sociale ha avuto un che di situazionalista, anarchico, e la successiva fase di normalizzazione ha portato verso sistemi di gestione di impresa più strutturati, oggi va ritrovato un po’ dello spirito originario e vanno sperimentati con competenza e capacità di visione degli scenari in cui il comunitarismo recupera un suo senso economico. In questo aiutano molto le teorie del riutilizzo dei beni comuni, del riuso transitorio e della rigenerazione urbana, così come l’attenzione delle Fondazioni di comunità nel riallacciare le relazioni allo scopo di rendere la società più resiliente, o come l’affermarsi dei processi di welfare aziendale e welfare culturale che disegnano nuovi spazi professionali e di risposta ai bisogni inclusivi. Siamo di fronte all’affermarsi del tutoraggio di comunità come tentativo di prendersi cura dell’altro in senso ampio, portando l’economia sociale verso nuovi traguardi che rimettano in movimento cultura ed economia. Tutte le generazioni passate per la cooperazione hanno generato degli animatori di comunità. Lo vedo nel mio modo di lavorare e di quello di tanti colleghi. Costruire relazioni, reti con soggetti diversificati, apprendere le strategie dei diversi portatori di interesse intorno alle cooperative, aiuta a diventare un pezzo di quel sistema. Non so quante altre imprese economiche private attribuiscano ai loro responsabili un ruolo di promotore di idee e attivatore di progetti. La cooperazione crea questa magia. Permette ad una persona di fare la differenza per davvero. Se oggi una persona giovane, capace e attenta, si trovasse di fronte alla scelta se rimanere in un territorio che offre poco economicamente e andare verso città e Paesi lontani a guadagnare ben altri stipendi, probabilmente sceglierebbe la seconda ipotesi. Ma se a questa persona fosse data la possibilità di rimanere e incidere nei processi, farebbe la stessa scelta?
Alternativa
A
Riflessioni
analisi commenti
RICORDO DI GIANNINO PIANA Perche ricordo significa “riportare al cuore”
Roberto Negroni per la redazione
Q
ui, nelle pagine del primo articolo della sezione “riflessioni analisi commenti”, in questo spazio ha scritto Giannino Piana, accompagnando fino alla scorsa estate questa nuova rivista. Questo spazio che è stato suo fin dal suo primo articolo, perché qui ci è parso giusto collocarlo ogni volta che ci consegnava le sue riflessioni, le sue analisi, i suoi commenti. Qui vogliamo ricordarlo. Era per me una conoscenza risalente a tempi lontani, ma le occasioni di incontro si erano intensificate nei lunghi anni delle serate del “Centro Natale Menotti” a Verbania, di cui è stato una costante presenza. Quando è nata questa rivista, sapevo che le sue condizioni di salute erano diventate precarie, già da un po’ non veniva a Verbania, ma che scriveva ancora tanto, libri, riviste. Avevo chiesto a Piergiorgio che lo sentiva di frequente: “secondo te, posso proporgli di scrivere qualcosa per noi?”. Gli ho spedito una copia del primo numero, poi l’ho chiamato, la consueta affettuosa disponibilità: ha voluto sapere, ne abbiamo parlato un po’, ha dato qualche suggerimento, ci ha incoraggiato, poi, quasi anticipando la mia esitante domanda, con semplicità ha concluso: “se pensi che possa esservi utile, finché ci riesco, lo faccio volentieri”. Qualche volta capita di dover pregare qualcuno, di dover insistere; Giannino no, “se pensi che possa esservi utile, finchè ci riesco, lo faccio volentieri”. Avendoci un po’ a che fare, ci si dimenticava, o passava in secondo piano chi era Giannino Piana. “Un protagonista della teologia morale italiana” scrive Alberto Melloni, “un teologo impegnato e stimato in tutta Italia. Senza dubbio (…) un protagonista di prima grandezza nello sviluppo della teologia morale in Italia” scrive Pier Davide Guenzi (1); uno studioso e un cattedrattico di etica cui una decina di colleghi, in occasione dei suoi ottant’anni, ha dedicato un denso volume (2). Ma, soprattutto come scrive Piergiorgio Menotti nell’articolo che segue, un “Maestro di vita”, capace di porre sensibilità e cultura nell’affrontare questioni tutt’altro che avulse dalla realtà, “temi che riguardano concretamente la vita e la morte delle persone, la famiglia e l’individuo, i diritti e i doveri sociali e quelli civili. Temi sui quali è facile scivolare nelle opposte derive del moralismo che incatena e del lassismo che rompe ogni legame. In questo groviglio di questioni la presenza e la forza mite di Giannino Piana è stata un punto di riferimento solido e rasserenante” (3). (1) Entrambe le citazioni in Rassegna Stampa del 15.10.2023 a cura dell’Associazione Culturale “don G. Giacomini” - https://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php (2) P. Bonati, F. Compagnoni (a cura di), Un’etica per tempi incerti - Giannino Piana, teologo italiano, postfazione di G. Ravasi, Cittadella Editrice, Assisi, 2021. (3) Nota redazionale di Rocca, n. 21-2023.
Ci si dimenticava chi era perché lui lo faceva dimenticare, con quel suo rapportarsi alle persone con cordiale semplicità, con gentilezza e disponibilità. “Era una persona amabile, umanamente e spiritualmente armonica, non orientata soltanto allo studio e alla vita intellettuale, ma aperta nei confronti degli altri; un uomo “sereno e che genera serenità” (come qualcuno l’ha definito), che ha alimentato e si è nutrito di incontri umani arricchenti e fecondi” scrive Franco Garelli (4). Non era possibile sbagliarsi quando i suoi articoli ci arrivavano, sempre il primo nella consegna, pochi giorni dopo la telefonata in cui si era concordato il tema. Ci si scherzava su, “sempre primo!”, con i solleciti che ogni volta ci son da fare ai ritardatari, “ma io sono veloce a scrivere” si scherniva lui. Non era invece possibile dimenticare chi era quando leggevamo quelle pagine in cui essenzialità e nitore sostenevano la lineare chiarezza del ragionamento, dove ogni trattazione era sempre limpidamente e pacatamente svolta, mai pedante o leziosa, dove sempre emergeva l’abitudine a farsi ben intendere, a non velare e a non forzare, ma sempre ad argomentare e pazientemente spiegare (5). Ci manca e ci mancherà quella voce, quella presenza tanto discreta quanto pervasiva, quella sapienza tanto intrisa di umanità. Come sempre, tanto è ciò che la morte porta via, ma quello di Giannino Piana è uno di quei casi in cui è molto di più quello che resta.
(4) Ibidem. (5) L’articolo “Il disagio giovanile e la crisi dei valori”, pubblicato sullo scorso numero di ‘Alternativa’ e riproposto nel numero di novembre di ‘Rocca’, è l’ultimo articolo scritto da Giannino Piana.
Pgg. 10-11
“MAESTRO” DI VITA OGGI PER IL DOMANI Piergiorgio Menotti Morire oggi. Come custodire la vita? (Servitium, 232) Migrare da noi stessi. Crescere, cambiare, convertirsi (Servitium, 243) Maestro quindi la cui docenza ha travalicato i confini precari del tempo, i limiti mutevoli della socialità, le carenze storiche della politica, la radicalità delle ideologie testimoniando altresì il messaggio evangelico trascendente l’egoismo diffuso e prevaricatore. Dare corso a una scelta capace di interpretare il senso profondo della propria vocazione, scriveva Piana nell’articolo della rivista di ricerca spirituale Servitium 232 è la sollecitazione sintetica che oggi raccogliamo perché la sua “presenza” magisteriale non venga meno e sia sempre provocatrice di un impegno finalizzato a conseguire il bene comune nella variabilità cittadina e nell’urgenza ambientale. Il ricordo di Giannino Piana si traduce per noi oggi nel recepire responsabilmente l’essere stati “alunni” di un “Maestro” che non ha fornito nozioni enciclopediche rassicuranti, ma ha indicato, percorrendole, le strade problematiche della precarietà umana perché possiamo a nostra volta praticarle ubbidienti alla coscienza. Ci lascia una ricca e valida eredità supportata da fiducia nell’uomo e nel mondo.
Alternativa
Foto di Alberto Lorenzina
Questo è il testo della e-mail inviata agli amici avuta la notizia della morte di Giannino Piana. Il titolo è stato aggiunto per questa pubblicazione 11 ottobre: in questo doloroso momento da lui stesso, con la dignità che lo contraddistingueva, preannunciato agli amici, il pensiero insiste su Giannino Piana, “Maestro” di vita oggi per il domani. Viviamo una sofferenza generatrice del messaggio che egli ci ha trasmesso dalla cattedra accademica e diffuso ininterrottamente con un dialogo senza frontiere. Ricordarlo non è solo gratitudine per la “presenza” illuminante e provocatrice che fu la sua storia personale criticamente vissuta, ma ancor più per una ricchezza culturale che, quale germoglio di vita, ha fecondato la nostra quotidianità personale e comunitaria riferita agli eventi dell’attualità sociale, politica, culturale, scientifica, religiosa. Siamo convissuti con una “presenza”, la sua, che dalla ricerca sistematica di Un’etica per tempi incerti autorevolmente promossa nelle aule universitarie di Sassari, Urbino e Torino, si è estesa agli incontri domestici formativi finalizzati all’individuazione delle Vie della responsabilità tra società e politica, e alla collaborazione con Riviste di approfondimento del richiamo esistenziale che le emergenze dallo scenario mondiale interpellano. Riporto due titoli che possono essere letti come cifra del suo insegnamento mirato a trasmettere la vivacità della speranza per strappare l’uomo, ogni uomo, da situazioni di emarginazione:
A
Riflessioni
analisi commenti
FOCUS - GIOVANI E NUOVE PROFESSIONALITÀ NEL SOCIALE Davvero l’impegno sociale è campo d’azione solo per volontari e professionisti del care giver? Roberto Negroni, Maria Pia Zocchi
Negroni – Grazie di essere qui. Noi dobbiamo pagare un debito: l'ultimo numero della rivista era dedicato ai giovani, in tanti ne hanno scritto, ma nessun giovane. È ora di dar loro, cioè a voi seduti a questo tavolo, la parola. Abbiamo scelto di invitare voi, giovani professionisti che nel sociale lavorate con responsabilità progettuali e organizzative.
di arrivo, spero di riuscire in futuro a combinare questi due mondi: penso possa esser interessante pensare di partecipare a momenti di progettazione urbana che abbia a che fare con tematiche ambientali. Il mio percorso è partito con un coinvolgimento graduale nell'ambito dell'associazionismo, in gruppi guidati da adulti, fino a diventare sempre più parte attiva di un percorso.
Zocchi - Abbiamo pensato a voi perché conosciamo le vostre capacità di progettazione, non siete semplici esecutori, ma ci piace sentire la voce di chi, giovane, poco ascoltato di solito, ha invece molto da dire. La prima domanda nasce probabilmente per deformazione professionale: quale formazione e quale progetto vi hanno portato a scegliere questo lavoro: conseguenza di una formazione o caso?
Zanni - La mia risposta è in parte simile, quasi tutti abbiamo fatto percorsi nel mondo dell'associazionismo. Per me è sempre stato importante occuparmi del sociale. A un certo punto ho incontrato l'associazione 21 marzo. Nella mia formazione posso dire che contino due aspetti principali: in primo luogo io sono stata abituata per anni a fare qualcosa che ritenevo pieno di senso e di significato. Non concepirei il fatto di usare il mio tempo per attività non significative per il mio territorio e questo è un portato dell'associazionismo. Fare qualcosa che mi piace e in cui credo, anche a livello lavorativo, è una mia priorità. Poi sono stati importanti le relazioni e i contatti: sapersi muovere in questi contesti dà una serie di competenze e contatti che diventano essenziali per creare reti, così si diventa risorse gli uni per gli altri in modo vicendevole. L'associazione mi ha insegnato a non concepire il ruolo lavorativo come qualcosa che ha una forma stabilita in cui ci si deve incastrare, ma lo interpreto come qualcosa che ti crei: la forma che dai al lavoro che svolgi è la tua forma, ognuno in associazione fa quello che gli riesce meglio e gli piace di più.
Rodari - Voler lavorare nel sociale era per me una mezza certezza, fin dalle superiori. Poi come si è declinato il mio lavoro è cambiato nel tempo, so per certo che questo non è il mio punto di arrivo. Per me è sempre stato un raccogliere e creare opportunità nel tempo. Lunardon - Per me si può dire che sia stato un caso, a un certo punto ho "collegato i puntini"; la formazione scolastica ha certamente contribuito, ho studiato al liceo delle Scienze Umane, poi all'Università Comunicazione Interculturale, ma il collegamento con il lavoro e con il fare me l'ha dato un percorso in associazionismo: gruppo scout AGESCI, associazione giovanile 21 marzo, il coinvolgimento negli scambi giovanili come partecipante prima e poi come volontaria e così, quasi inconsapevolmente, ho costruito una rete. Quando poi ho deciso di cominciare a lavorare, sono arrivate le chiamate. Ero libera e pronta a lavorare in un settore in cui avevo fatto volontariato. Dezuanni - Io ho una posizione un po' particolare all'interno di questo focus: sono l'unico che non lavora in prima persona nel sociale, pur avendo costruito me stesso come persona in questo mondo e pur portando avanti ora, anche con ruolo di responsabilità a livello legale, attività in questo campo; di fatto però mi occupo a livello organizzativo di ricerca in un ambito che ha a che fare con acqua e cambiamenti climatici. In realtà anche per me questo potrebbe non essere un punto
Bardi - Io a 9 anni volevo fare la criminologa, sicuramente c'era un progetto fin da piccola! Dopo una bellissima esperienza al liceo, ho vissuto un percorso fallimentare all'università, dove le mie aspirazioni sono state massacrate. Non sono arrivata a fare la criminologa, ma sono arrivata comunque a lavorare anche con e per i detenuti. Ho fatto una esperienza significativa di volontariato in Nord Uganda, ma è stata l'unica esperienza di volontariato vero, solo 6 mesi e ha avuto forma molto intensa, ma non prevedeva le competenze che adesso mi ritrovo cercare nelle persone che lavorano con me. La scuola che ho fatto, l’indirizzo Scienze Umane e Sociali del Cobianchi, preparava a quel tipo di approccio che necessita della capacità di lavorare in team, di saper usare problem
Pgg. 12-13 L’incontro è avvenuto giovedì 5 ottobre presso lo Spazio Sant’Anna di Verbania. Hanno partecipato: Erika Bardi, project manager area inserimento detenuti per coop. ‘Il Sogno’. Paolo Dezuanni, assegnista presso C.N.R. Centro di Ricerca sulle Acque di Verbania e presidente dell'associazione giovanile '21 Marzo' APS. Sabrina Lunardon, sviluppo di comunità in coop. ‘Il Sogno’, animatrice interculturale in coop. ‘Vedogiovane’, animatrice del gruppo ‘I.S.A’. Giulia Rodari, progettista e responsabile comunicazione del Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano. Matilde Zanni, progettista sociale per ‘21 Marzo’ APS e per il Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano. Hanno condotto l’incontro per la redazione di Alternativa: Maria Pia Zocchi e Roberto Negroni.
solving e di tutte quelle competenze trasversali che con tanti anni di ritardo sono diventate più che riconosciute ora nel mondo del lavoro, ma già allora, al liceo, si lavorava duramente su quelle. Nonostante non abbia fatto esperienze nel mondo dell'associazionismo, credo che il mio percorso scolastico mi abbia fornito quelle competenze e credo che si sia formata e strutturata proprio lì quell'aspirazione a dotare di senso il mio lavoro di cui parlava Matilde. Dopo l'università e l'esperienza di volontariato, che pure mi ha dato molto, sono rientrata a Verbania e mi sono trovata a lavorare, come prima esperienza, nel primo Centro di accoglienza straordinaria aperto nel 2014 a Verbania, inizialmente come volontaria, poi mi hanno assunta. Ho iniziato a lavorare con i richiedenti asilo, avevo e ho ancora una forte passione per l'integrazione delle persone che stanno al margine: credo che l'inserimento lavorativo sia un aspetto assolutamente fondamentale per la loro integrazione, così ho conosciuto la Cooperativa “Divieto di sosta” che poi mi ha assunto. Da questo momento c'è stato per me un percorso di crescita, che molto aveva a che fare con quanto ero disposta a mettere di mio nei vari progetti, tanto che credo di avere plasmato alcuni progetti di quella cooperativa secondo i miei sogni e il mio modo di vedere. Era un modello "solitario", quello della Divieto di sosta, cioè tendeva a lavorare, per quanto in rete, in maniera molto individualista, e anche su questo penso di aver portato un mio piccolo contributo. Direi che adesso, sia perché siamo entrati in una cooperativa più grande, “Il Sogno”, sia perché abbiamo agganciato diversi giovani che lavorano sul territorio, l'esperienza del lavoro di rete si è fortificata. Negroni - A un certo momento vi siete inseriti: e lì, che cosa è successo? Avete incontrato qualche difficoltà? Qualche soddisfazione? Rodari - Ho avuto grandi difficoltà nei lavori occasionali estivi, durante gli anni universitari, con una contrattualizzazione faticosa. Ora però il ruolo ce lo siamo ritagliato, avendo abitato Verbania da giovani attraverso la partecipazione ad associazioni, lo spazio si è creato quasi da sé: non si è trattato di uno spazio ricercato e combattuto per anni, il periodo più faticoso è stato quando lavoravo al Centro di Accoglienza Straordinaria di
Verbania, prima con un impegno di volontariato, poi per sei mesi siamo state assunte, retribuite con un rimborso spese per il lavoro che facevamo. Lunardon - Anche per me è stato difficile il periodo in cui lavoravo durante gli anni dell'università, si sopportavano condizioni di lavoro insoddisfacenti per avere uno stipendio per le piccole spese, ma contemporaneamente svolgevamo attività di volontariato. Una difficoltà che vivo oggi è che i miei genitori non capiscono il lavoro che faccio, viviamo uno scontro generazionale. Altre difficoltà in fondo sono legate a una scelta che ho fatto e al di là delle sfide che comporta, so che mi piace, nonostante la difficoltà di relazionarmi con gli adulti della mia famiglia. Dezuanni - Mentre parlavate, pensavo ad alcune delle difficoltà che ho intuito in molti ragazzi che fanno parte dei nostri mondi: difficoltà nella distribuzione dei tempi e delle proprie volontà, soprattutto in un'età di passaggio che è quella del periodo appena dopo le superiori, quando è difficile trovare un equilibrio tra il percorso didattico scelto, che spesso richiede l'allontanamento dal territorio in cui si stavano mettendo fondamenta di ricerca del proprio ruolo, magari volontario, e la prosecuzione delle attività iniziate nelle varie associazioni. Se poi devi combinarle anche con un impegno lavorativo, diventa difficile dare abbastanza spazio a questi tre percorsi, e per molti è possibile salvarne solo uno o due, prendendo poi strade diverse, fuori da Verbania. Interessante è però vedere queste esperienze nel lungo termine, in quanto molte persone che si sono create un percorso didattico e lavorativo lontano da Verbania, a un certo punto tornano. Ogni tanto ne parliamo, ci è molto cara questa dimensione del ritorno: molti di noi sono partiti da una città che inizialmente era vissuta come un polo di difficoltà per la ricerca di opportunità per noi giovani, per poi ritrovarci, magari dopo alcuni anni, ottenute queste opportunità altrove, a decidere di ritornare e di reinventarci nuove opportunità qua e non altrove. Zanni - Riporto difficoltà che non ho vissuto direttamente, ma che so esistere. Io lavoro come progettista: fare progettazione significa anche ricercare, ottenere e gestire risorse, che spesso sono risorse umane. Chiediamo ad alcune persone di
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fare lavori, per esempio aprire presidi di supporto educativo per adolescenti, o lavorare in un ente che ha bisogno di investire in ambito di comunicazione. Il fatto che questo ambito sociale abbia bisogno di progettazione, lo rende da un lato molto bello, perché lo rende in costante cambiamento, ma lo rende anche estremamente instabile. C'è fatica per chi si aspetta di sapere se le risorse esistono o no, ci sono situazioni in cui non sai se l'attività che stai seguendo potrà proseguire nel mese successivo, non solo per te che lavori, ma anche per i beneficiari. È una situazione bruttissima, sia dal punto di vista umano che da quello della sostenibilità economica. Nonostante la bellezza di quello che facciamo, ho intorno a me persone preoccupate costantemente dall'idea di non farcela dal punto di vista della stabilità. È un ambito che ha per questo aspetto caratteristiche di fondo che lo rendono non sano. Io ho subìto meno questa preoccupazione perché sono stata fortunata rispetto agli ambiti lavorativi che mi sono trovata a ricoprire, che hanno una caratteristica intrinseca di maggiore sostenibilità, meno legate a progetti specifici che poi finiscono, ma è una condizione che riguarda tanti. La difficoltà che ho provato personalmente è facile da spiegare con un esempio: ho iniziato a lavorare per il Consorzio dei servizi sociali del Verbano, il 28 febbraio 2022 e la prima settimana di marzo è stata caratterizzata dall'arrivo di rifugiati ucraini, dopo l'invasione russa. Ho iniziato a lavorare in una situazione di emergenza, come spesso succede: ci troviamo a lavorare in condizioni che spesso hanno a che fare con i bisogni immediati delle persone e questo significa fare estremamente fatica a tutelare spazi personali. Dicevo prima che il mio è un lavoro bellissimo, ma allo stesso tempo sono consapevole del fatto che, dato che sei in quel ruolo e con quelle competenze, se sai che puoi contribuire a sostenere un bisogno, come fai a scegliere di non farlo? Sembra un discorso da "martire", ma è una difficoltà oggettiva per chi lavora nel sociale, è molto difficile tornare alla dimensione individuale. Questa è la condizione del 90% delle persone che attorno a me lavorano nel sociale. Bardi - Difficoltà ne vivo moltissime, non so da dove iniziare. Essere una giovane donna nel mondo del lavoro è molto difficile, comunque, ancora di più nel mondo del carcere, per le difficoltà legate al genere e alla mia giovane età. Questa discriminazione è molto presente anche nel mondo della Cooperazione, la nostra non è una zona aperta, è ricca di iniziative pregevoli e innovative ma, a livello di mentalità, non è molto aperta, sta indietro di qualche decina di anni rispetto ad altre realtà cooperative in città un po' più grandi. L'esperienza di guidare la fusione tra "Divieto di Sosta" e "Il Sogno" e trovarmi in ambito maschilista non è stata piacevole. Riprendendo il tema della sostenibilità economica, io mi trovo a lavorare principalmente in progetti che fanno della propria capacità imprenditoriale il proprio pane quotidiano. La maggior parte dei nostri progetti affronta in qualche misura questa sfida di sostenibilità sul lungo periodo vendendo i propri prodotti e i propri servizi. Questo fa sì che si entri in competizione col mondo del mercato libero. E qui la pressione è davvero forte: devi raggiungere una qualità nel tuo
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lavoro e una capacità di saperla comunicare che dev'essere superiore alle aspettative del cliente medio, altrimenti diventa una sorta di beneficenza che si spegne in poco tempo. È necessario che ci sia affezione continuativa, c'è una pressione davvero forte perché sei in competizione con un mercato che non ha i limiti che hai tu; a volte ti trovi, ad esempio, a dover sostituire un collega malato con un altro collega carcerato, che ovviamente non può prendere il suo posto. I limiti del lavoro sociale che fa lavorare persone che hanno uno svantaggio come quello della reclusione pesano in termini di pressione psico-fisica su chi lavora in questo ambito e deve sopperire a queste emergenze. Negroni - Facciamo un altro passo avanti. Una domanda un po’ più impegnativa. Fra tre anni, in quale ruolo lavorativo immaginate di potervi trovare? Rodari - In realtà, per me è una domanda abbastanza semplice: non lo so, nel senso che non me la pongo perché non mi interessa. Da quando ho incominciato a lavorare, ho cambiato lavoro ogni tre anni. Per me, l’importante è non stare mai ferma; dopo un paio d’anni incomincio a sentire il bisogno di muovermi, però cosa verrà dopo non mi ha mai particolarmente preoccupata, l’importante è trovare sempre soluzioni che mi facciano stare bene, mi facciano crescere, imparare cose nuove e che mi mettano fuori dalla mia zona di confort. Lunardon - Faccio fatica a rispondere, forse è la parola ruolo che mi disorienta, perché mi pare di avere più ruoli, più posizioni. Preferisco dire come mi immagino fra tre anni. Spero di essere più centrata: per riuscire ad avere un’autonomia devo comporre dei pezzi, avere un posizionamento che derivi da una cosa sola. A volte invidio quelle amiche che hanno fatto infermieristica e quello è il loro lavoro e lì sono centrate. Per me, da questo punto di vista, è caos più totale, mi sembra di essere scomposta in diversi ruoli, tanti pezzi, come un puzzle, e il mio obiettivo è riuscire ad essere un solo pezzo, anche se sfaccettato all’interno. Non conta tanto la posizione, conta avere una mia integrità. Tornando al problema delle difficoltà, mi accorgo che oggi la mia vera difficoltà è proprio questa. Zocchi - Aiutami a capire: è una difficoltà tua personale o del tipo di lavoro che oggi fai? Lunardon - Attualmente faccio tre lavori, che hanno all’interno tanti progetti diversi. Lavorare nel sociale è bello, ma questa che io vivo è una condizione tutt’altro che infrequente. Dezuanni - Tre anni sono tanti, se guardo tre anni indietro mi sembra un abisso. Tre anni fa ero in piena pandemia, in crisi totale in un contesto associativo che cercava di superare le difficoltà di doversi connettere a distanza e non sapevo assolutamente quale sarebbe stata la mia strada; ora mi sembra passato tantissimo da quei momenti. Tre anni passeranno in fretta ma succederanno anche tante cose nel frattempo. Ciò che mi immagino e mi auguro è di raggiungere una dimensione che avrò voluto crearmi, che possa combinare il
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mio percorso formativo e occupazionale con il sociale. Non so se questo avverrà, non ho paura delle difficoltà, ma ho bisogno di verificare se davvero sia possibile tenere insieme questi due mondi. Zanni - Sono un po’ a disagio perché mi sembra di essere in una situazione diversa da quella degli altri: io ho sempre avuto chiaro il percorso, mi sembra un privilegio che le persone intorno a questo tavolo non hanno avuto e questo mi fa sentire in difetto rispetto agli altri, perché io mi immagino a fare cose molto belle fra tre anni, non so esattamente quali, però ho molta fiducia nel contesto che si sta creando a livello territoriale, nelle mie competenze, nel modo in cui mi si sta dando la libertà di sperimentarle. Sono molto ambiziosa, sento molto il senso di responsabilità e fra tre anni mi aspetto di essere in ruoli interessanti. Bardi - Io sono la più vecchia tra questi giovani e, sinceramente, mi aspetterei tra tre anni di essere un po’ meno in trincea, ma non so se ne sarò capace. L’ambito gestionale, che già pratico, nelle cooperative è cosa diversa da ciò che avviene negli enti; nell’ambito cooperativo in cui lavoro non vedo grandi possibilità di miglioramento rispetto all’oggi, perché al di sopra della mia c’è solo la posizione di direttore amministrativo che non coprirò entro i prossimi tre anni e forse non vorrò mai ricoprire. Anch’io vorrei poter trovare quelle risorse umane tanto difficili da trovare che possano assumere una parte delle responsabilità che per ora copro io, che sono troppe e che non riesco a coprire come vorrei. Insomma, poter lavorare in staff in modo da non sentirsi sempre in trincea. Si, lo so…, è una risposta da vecchi. Zocchi - Sentendo le vostre risposte, penso di poter dire, innanzi tutto, che questo territorio, dal punto di vista associazionistico, ha un panorama molto ampio, molto ricco e vitale. Non so se nelle grandi città sia altrettanto facile costruire reti, da questo punto di vista noi siamo favoriti. D’altra parte, come diceva Paolo, la frequenza universitaria allontana dal territorio i giovani, con la difficoltà conseguente di mantenere attivo questo tessuto, queste reti e a mantenere anche il desiderio di tornare in questo territorio. Secondo voi, i giovani come vedono il nostro territorio, in relazione alle offerte che vi ha dato nel passato e che nei prossimi tre anni vi potrà dare? Negroni - Notate che questo tema del territorio ricorre? In un modo o nell’altro continua a ritornare. È interessante, perché in prima battuta si dice sempre: sì, vivere qui è bello, ma poi cosa offre? Però, comunque ritorna. Cos’è? Solo il richiamo della foresta o c’è qualcos’altro? Zanni - Questo tema è interessante, perché quello che caratterizza le nostre esperienze lavorative è anche che si stanno svolgendo qui. Io ho iniziato la mia attività lavorativa in una società di consulenza di Milano, esperienza che ho deciso di concludere perché desideravo tornare qua. La ragione è che là io ero una persona e una lavoratrice come altre, mentre lavorare qui si connette a ciò che già io qui sono, la dimensione lavorativa si va a unire a quelli che sono i percorsi di
vita, ai gruppi di persone, alle reti relazionali. Qui mi sento sì una singola persona, ma all’interno di una rete molto salda; il ruolo lavorativo diventa un modo per attivare quella rete, diventa una sorta di tramite, da questo punto di vista si è molto generativi, che è una sensazione che a Milano non provavo, perché non si andava oltre la dimensione tecnicooperativa del lavoro. Qui c’è un contesto di rete intorno a me, con cui sono in contatto e di cui sono attivatrice che genera moltissimo in termini lavorativi. La sensazione è che questa cosa stia funzionando molto bene in questo territorio e soprattutto in ambito sociale. L’altra percezione che ho, grazie ad alcune esperienze, è il basso grado di competizione e il prevalere della collaborazione; anche in enti diversi facendo lo stesso percorso, le dinamiche che si creano sono di tipo collaborativo, di potenziamento reciproco; non devo dimostrare di essere la migliore in questo ambito per fare carriera, ci si aiuta molto e ciò avviene soprattutto tra i giovani lavoratori e penso sia dovuto a un senso di fiducia nel contesto territoriale che abitiamo. Lunardon - Forse è il periodo storico in cui siamo, la pandemia ha avuto un prima e ha un dopo, che si riflette positivamente sui giovani e sul lavoro in questa provincia. Si sono create nuove posizioni grazie a fondi di bandi in ambito sociale recentemente usciti, a cui si è partecipato, posizioni che hanno generato nuove figure professionali ora all’opera. Una cosa importante in questo dopo pandemia è che Verbania è diventata attraente per molte persone, le bellezze naturali, la vicinanza alle persone care l’ha fatta diventare un polo sicuro a cui poter tornare; si è rivelato anche un posto sicuro in cui lavorare, rimane il problema che non per tutti lo è fin d’ora. Sono attivi progetti occupazionali per disoccupati, ma molti sono laureati che qui non possono lavorare. Nel campo della ristorazione sono i datori di lavoro che ti vengono a cercare, ma in molti altri settori non ci sono possibilità. È bellissimo che Paolo possa fare ricerca scientifica a Verbania, però tra i laureati in materie scientifiche lui rappresenta un’eccezione. Dezuanni – Ho trovato questa domanda più complicata di quanto mi aspettassi, perché c’è sempre l’altra faccia della moneta: una impellente e introiettata fin dalle superiori necessità di doversene andare e, l’altra faccia della moneta, quella fortissima affezione al territorio e non solo per chi decide di lavorarci o fa parte dei circuiti del sociale o dell’associazionismo, è qualcosa che si sta strutturando e consolidando anche di recente. Le reti che nascono creano una base molto solida. Io sono stato incredibilmente fortunato, anche perché è vero che Verbania non è il primo polo a cui si pensa in tema di ricerca scientifica, ma nell’ambito degli studi ambientali e, in particolare, delle acque, l’ex Istituto Idrobiologico (oggi IRSA-CNR) è uno dei poli di maggiore importanza e poter studiare le acque su queste montagne e in questo lago è una delle più incredibili opportunità che potevano capitarmi. E comunque è fondamentale questa centralità del legame territoriale, anche come potenziale di una sua migliore capacità di accoglienza. Negroni - Voi siete utili non solo laddove vi date da fare,
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dove lavorate, ma anche a noi che facciamo questa rivista. Mi spiego: la mèta che ci siamo dati imbarcandoci in questa impresa è riuscire ad essere utili a chi lavora nel sociale, soprattutto aiutando a colmare una fondamentale ma spesso trascurata competenza: la conoscenza e la comprensione degli ambienti, degli scenari, dei contesti, a partire proprio da quel territorio di cui abbiamo fin qui parlato, in cui il lavoro sociale si svolge. Abbiamo però bisogno di avere dei riscontri del nostro impegno, capire cosa va bene, cosa non va bene, cosa manca. Se credete che questo nostro lavoro abbia un senso, aiutateci a metterlo e a tenerlo sulla strada giusta, dandoci frequenti feedback: segnalazioni, opinioni, valutazioni. Ciò che chiediamo a voi e ad altri è una forma di collaborazione leggera, ma non meno importante di quella di chi queste pagine riempie. Zanni - Grazie per questo invito, perché già nei mesi passati, vedendo che organizzavate dei Forum e dei Focus ai quali invitavate a parlare molte persone, notavo che soltanto una volta era stata chiamata una giovane, Sabrina, ma i giovani attivi nel sociale non sono pochi e hanno anche loro voce, hanno cose da dire. Quindi, benissimo questa richiesta di collaborazione che sarò felice di dare; sarà una visione personale, che riflette condizioni e posizioni parziali, ma penso comunque utili. Negroni - C’è spazio ancora per una domanda conclusiva: chi e come può facilitare il vostro inserimento a pieno titolo, con successo, nel mondo del lavoro? Chi? Cosa? Come? Cosa manca? Zanni - La prima condizione è che chi già si trova in posizioni di responsabilità, a livelli superiori, si impegni a lasciare spazio, non di lasciare il posto ma di creare spazi di crescita per i giovani, che significa accettare visioni diverse, perché diversi sono spesso i nuovi approcci, le competenze e le tecniche che richiedono la messa in dubbio da parte di chi quel lavoro lo fa da anni. Che nulla toglie alla necessaria collaborazione intergenerazionale, perché, da parte nostra, resta comunque la consapevolezza che chi quel lavoro lo fa da tempo ha certamente cose da insegnarci. Io, in questo, sono stata fortunata, ma questa disponibilità a lasciare spazio non sempre c’è. La seconda condizione è che occorre che le università formino progettisti per i servizi sociali e culturali; siamo pochi, si perdono occasioni di finanziamento, risorse da gestire, occasioni di sviluppo. Questo tema è sempre più importante anche nelle amministrazioni pubbliche, ma abbiamo poche persone formate per affrontarlo e mancano percorsi di studio specifici. Lunardon - Ci sono dei master, io ne ho fatto uno, ma quelli fatti da accademici offrono teoria ma non esperienze formative. Zanni - La mia università, da questo punto di vista, è stata meravigliosa, però mancava tutta la parte di progettazione e mi sono salvata perché nel frattempo ho lavorato per una progettista compensando la parte pratica mentre seguivo
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Politiche Pubbliche. Rodari - Sono d’accordo con Matilde, aggiungerei la necessità di fare una mappatura delle risorse e delle possibilità disponibili, perché quando ci sono posti aperti non è possibile chiamare qui persone idonee che potrebbero essere interessate; poi, come detto sempre da Matilde, la valorizzazione del nostro lavoro, delle nostre competenze, delle risorse, della rete; anche della tangibilità di quello che stiamo facendo: ritrovi dopo dieci anni persone che hai aiutato e le scopri inserite, ricongiunte alla famiglia, poi ci sono anche storie che non sono andate bene, ma verificare i successi aiuta ad andare avanti e mantenere viva anche la carica ideale da riversare nel territorio e in altre storie. Bardi - L’università potrebbe essere una chiave: ciò che sta facendo l’amministrazione comunale con Villa San Remigio mediante una convenzione con l’Università del Piemonte Orientale per portare qui iniziative e convegni di vario genere. Fra l’altro UNPO ha un corso di laurea riguardante le politiche pubbliche, che mi pare interessante. L’università potrebbe essere un tramite per portare qui persone che poi potrebbero rimanere per tutto ciò che di buono questo territorio offre, ma anche per rimpolpare questo nostro giro di giovani che lavorano nel sociale; perché saremo giovani, attivi e brillanti, ma ci conosciamo tutti, siamo pochi, quindi, le nostre attività soffrono questo limite. Se penso che sono io che gestisco il progetto di economia sociale più bello della zona, “Gattabuia”, quasi mi vergogno, perché ha ragione Matilde quando dice che l’assenza di competitività fra noi è un valore, ma se apporti esterni ne producessero almeno un poco, forse male non sarebbe. Nelle grandi città ci sono enti del terzo settore capaci di gestire decine di progetti di questo calibro; qui queste eccellenze da cui imparare non ci sono e questo è triste perché limita il potenziale di crescita. Una visione di lungo periodo, non del terzo settore ma delle pubbliche amministrazioni locali, puntando su una forte alleanza con l’università, in particolare UNPO, potrebbe creare, nel tempo, condizioni di sviluppo complessivo delle aree culturale e sociale del territorio, mantenendo e richiamando in loco giovani, mentre oggi si rischia, al contrario, di perdere quanto di meglio abbiamo. Verbania potrebbe, magari fra vent’anni, diventare una “città del sociale”, valorizzando potenziali che già ha, riguardanti soprattutto la sua vivibilità. In conclusione, credo che alla domanda posta si possa e si debba rispondere, ma non guardandoci negli occhi tra noi, perché dipende da una visione complessiva di città che non tocca a noi pianificare. Negroni – Bene, mi pare anche una giusta prospettiva. Quindi, se non c’è altro da aggiungere, possiamo concludere. Grazie a tutti.
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UN ABBRACCIO INTEGRALE
Intervista a padre Guidalberto Bormolini, religioso, scrittore, tanatologo
D. Martinelli, 2023, disegnami un pensiero, Interpretazione da O. Kokoschka, Pietà, disegno per un manifesto, 1918
Cristina Barberis Negra
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o scorso 26 ottobre a Casa don Gianni, è stato ospite della rassegna “Noi fragili, noi immortali - Che la morte ci colga vivi”, organizzata nell’ambito del Progetto Pallium, padre Guidalberto Bormolini, religioso, scrittore, tanatologo. Un incontro molto emozionante che ha saputo, con garbo, competenza e sensibilità, aprire lo sguardo, dei numerosi presenti, sul complesso tema della morte e del morire. Ci siamo presi il piacere di conversare, anche in separata sede, con padre Bormolini e raccogliere la sua testimonianza di vita e di impegno sociale. Scegliere di diventare sacerdote a
trent’anni, come descriverebbe la sua vocazione? Abbiamo un’idea romantica della vocazione, io penso che, a un certo punto della vita, ciascuno di noi sia “chiamato” a comprendere quale è il significato della sua presenza su questa terra. Credo che in un mondo così “rumoroso” sia difficile dare ascolto alla nostra voce interiore. Le nuove generazioni, in particolare, sembrano fortemente smarrite e gli anni della pandemia non hanno di certo aiutato. Qual è la sua opinione? Credo ci sia bisogno di un nuovo ascolto delle nuove generazioni. Il progresso, con la sua smaterializzazione delle relazioni, ha isolato moltissimo e
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la narrazione televisiva e intergenerazionale, che punta sempre sul “peggio”, non sta aiutando. L’esserci allontanati, proprio grazie alle narrazioni contemporanee che ci vogliono eternamente giovani, dal senso di finitudine delle nostre esistenze ha contribuito a questo smarrimento? La morte dà senso alla vita, se fossimo davvero infiniti tutto perderebbe di valore, potremmo buttare via le nostre giornate. Pascal diceva: “Non sappiamo se c’è vita dopo la morte ma viviamo bene pensandolo”. Nel cercare di fuggire alla morte abbiamo inventato una serie di ter-
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mini, quasi che lo stesso nominarla la avvicinasse a noi. Perché questa fuga? Nel non pronunciare la parola morte abbiamo attivato un repertorio tragicomico di definizioni che a parer mio sono ancora più drammatiche della definizione da cui fuggiamo. “Ci ha lasciato”, sembra una scelta, una fuga, lascia una ferita aperta nell’anima di chi è stato lasciato. “È scomparso”, dove è andato? Perché non lo andiamo a cercare? “Fine vita”: quindi non c’è più nient’altro, non esiste l’invisibile. Se non in senso cattolico, che è il mio senso, inventatevi un trascendente laico che va oltre il corpo fisico, ma che apre alla speranza, alla pacificazione. Morte ha in sé il significato della trasformazione, del cambiamento, del passaggio. Se muori pensando di essere parte di qualcosa di più grande, allora non hai più il senso di oblio, di fine, ma sei parte di un processo più grande e misterioso. Nel fuggire la morte, fuggiamo anche la malattia. Il malato diventa qualcuno da isolare, da affidare alla medicina finché è possibile. Come le cure palliative ci possono aiutare in questo processo di comprensione? 200.000 anni fa ci prendevamo cura dei defunti; le persone venivano sepolte in posizione fetale, per rinascere a vita nuova. Prendersi cura di chi non se ne accorge è un gesto sacro e quello che ci ha costituito come umani. I grandi interrogativi che hanno permesso all’umano di evolversi erano interrogativi sulla morte. Oggi la ricerca medica, la medicina sempre più accurata, i nuclei familiari sempre più ristretti, la narrazione sociale, la riduzione dei riti, ci hanno allontanato sempre di più da quel sentire. Così, quando una persona non è più curabile, perde in un certo modo la sua identità di persona e di paziente. Le cure palliative, con il loro approccio olistico, sono una grande occasione per ridare dignità e valore all’individuo nell’interezza del suo ciclo di vita e morte. Dobbiamo comprendere che la persona va curata nella sua interezza, corpo, psiche e spirito. La definizione “prendere in carico” ormai utilizzata nei confronti di ogni genere di paziente innesca già un grande equivoco circa il compito della medicina. Non prendo “in carico”, prendo “in cura”. E la cura è amore. Va ricucito l’abbraccio di cura, anche e soprattutto quando una persona si sta avvicinando alla morte. Va accompagnata nelle sue esigenze sia fisiche che dell’anima.
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Cosa possiamo fare per cambiare le cose? Prendere coscienza della nostra mortalità. In Italia, per ricoveri inappropriati di persone che dovrebbero entrare in cure palliative spendiamo circa il 60% del budget sanitario. Dovremmo curare tutti, a partire dagli operatori sanitari, la nostra interiorità, attivare il linguaggio del cuore, il paziente sente i pensieri del cuore Dovremmo vivere la vita con consapevolezza e arrivare anziani “sazi di vita”, felici che il nostro invecchiare porti con sè saggezza e non attaccamento al corpo. Deve essere un cambiamento interiore, che parte dalle parole e procede con azioni di cura e attenzione all’altro non solo quando sta per morire, ma lungo l’intera strada della nostra esistenza.
Guidalberto Bormolini sin dalla gioventù, su invito di suo padre spirituale e maestro di meditazione, si dedica all’accompagnamento spirituale nella malattia grave. Da anni si occupa di educare a vedere la morte con altro sguardo, tenendo conferenze, corsi e seminari nelle principali città italiane. Coordina un gruppo di formatori che si occupa - presso Ospedali, ASL, Hospice, RSA, ed altre istituzioni - della formazione del personale sul tema dell’accompagnamento al fine vita con particolare attenzione alla spiritualità. È membro della Società Italiana di Cure Palliative. È presidente dell’Associazione “Tuttoèvita” ets, membro della Federazione Cure Palliative, che offre un volontariato in accompagnamento spirituale nella malattia grave e nel lutto, anche attraverso l’uso di pratiche meditative. TuttoèVita propone anche percorsi di formazione individuale, professionale e di gruppo per avvicinarsi al tema della morte e della preparazione personale ad essa. L’Associazione è attiva soprattutto in Toscana e si avvale del patrocinio e della collaborazione di numerose istituzioni. È docente al Master: «Death studies & the end of life. Studi sulla morte e il morire per il sostegno e l’accompagnamento», presso l’Università degli Studi di Padova e al Master in «Cure palliative e Terapia del dolore per psicologi» dell’Università di Torino. Ha fondato ed è direttore del «Master TuttoèVita in accompagnamento spirituale nelle malattia e nel morire». Dal 2017 è consulente dell’Ospedale pediatrico Meyer per iniziative di sensibilizzazione sui temi della spiritualità nella cura. Ha ispirato e fondato con la SICP, la FCP e la fondazione Luce per la Vita la Scuola di Alta Formazione per assistente spirituale in équipe di cure palliative. È co-promotore e docente al Master “La Gentilezza nella relazione di cura in età pediatrica” dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Meyer di Firenze. L’intento dell’Associazione TuttoèVita è quello di promuovere un cambiamento culturale, di linguaggio e di comportamento riguardo alla morte, e anche riguardo alla vita contemplata dal punto di vista del traguardo finale. Inoltre, nel rispetto delle convinzioni e dei percorsi personali, proporre occasioni esperienziali che permettano di riscoprire la propria dimensione spirituale. https://guidalbertobormolini.it/biografia/ https://borgotuttovita.it/
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A PROPOSITO DI DIRITTO ALL’IDENTITÀ Il Labanof, Istituto di antropologia Forense, è referente della Casa della Resistenza per il progetto “L'analisi delle salme degli ignoti di Fondotoce, Baveno e Pogallo” per restituire loro un nome e ricostruirne la storia. Progetto nato da una convenzione fra Casa della Resistenza, Parco nazionale Valgrande, Comuni di Verbania e Baveno e il Labanof. Bloccato dalla pandemia, è stato riavviato e le salme sono state riesumate e attualmente si trovano al Labanof per le analisi. È un progetto cui la responsabile scientifica dell’istituto Cristina Cattaneo punta molto perché è la prima indagine del genere su caduti ignoti della seconda guerra mondiale, mentre in precedenza ne aveva guidata una su quelli della Grande Guerra. Pasquale Poppa
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l Labanof ha il triplice ruolo di effettuare ricerca scientifica, svolgere attività didattica universitaria nelle diverse discipline trattate e prestare consulenza tecnica nei diversi settori che riguardano i resti umani, l'identificazione e lo studio e l’interpretazione di segni di violenza o delitti sul corpo, vivo o morto, recente o antico. Il LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense) è articolato in una serie di locali al piano terra e nel sotterraneo dell’Istituto di Medicina Legale di via Mangiagalli 37, a Milano nel cuore di Città Studi, dove si trovano le facilities per il trattamento e lo studio macroscopico, microscopico e radiologico di base di scheletri e di resti umani, in collaborazione anche con l’adiacente Obitorio Comunale, nonché un centro per l’esame di vittime viventi. Nell’area di ex veterinaria si trovano gli spazi attualmente ospitanti la CAL (Collezione Antropologica Labanof). Il Labanof occupa inoltre un piccolo spazio lavorativo presso la sede dell’Archivio del Policlinico nella Cripta della Ca’ Granda dove vengono effettuate le analisi dei resti di interesse storico lì conservati e un centro antropologico e medico legale nel centro comunale di via Zendrini in Milano per minori stranieri non accompagnati. Nel laboratorio lavorano antropologi, odontoiatri, medici legali, biologi, archeologi e naturalisti, tra personale strutturato, contrattisti, collaboratori, studenti, dottorandi e post-doc per
effettuare: ricerca scientifica; attività didattica universitaria e non (per esempio per le forze dell’ordine, per i professionisti del settore culturale e per le agenzie umanitarie); prestare consulenza tecnica nei diversi campi che riguardano i resti umani e l'identificazione; esaminare le vittime di tortura e valutare l’età di minori stranieri non accompagnati e, infine, divulgare al pubblico il ruolo di queste discipline nell’ambito storico archeologico, giudiziario e nella tutela dei diritti umani. Si avvale inoltre di convenzioni e collaborazioni con professionisti e studiosi di diverso tipo (ingegneri, radiologi, entomologi, botanici, geologi, chimici, storici, archeologi, antropologi culturali, psicologi e medici di altre specializzazioni) per indagini specialistiche nei diversi settori delle scienze forensi, archeologiche e umanitarie. In ambito forense e criminalistico, dato lo scenario giudiziario attuale che richiede competenze sempre più specialistiche, il Labanof è in grado di fornire personale qualificato per la ricerca e recupero di resti umani, sopralluoghi complessi, costruzione del profilo biologico di cadaveri o resti sconosciuti (valutazione dell’epoca della morte, di sesso, età, etnia, patologie fino alla ricostruzione facciale), identificazione di cadaveri, gestione dell'identificazione di vittime di disastri di massa, studio di causa della morte e segni di traumi in resti umani scheletrizzati, carbonizzati o decomposti, ricostruzioni
dinamiche di delitti in 3D, identificazione di soggetti ripresi in fotografie o filmati, valutazione dell'età biologica di viventi ai fini dell'imputabilità e in casi di adozione e studio di materiale iconografico per la valutazione del reato di pornografia minorile. Nel corso dei suoi 25 anni di vita il Laboratorio ha lavorato a centinaia di casi giudiziari per conto di Procure di tutta Italia, della Svizzera italiana, di Francia e UK. Svolge inoltre attività di ricerca e di sviluppo nelle diverse aree e discipline di studio, e ha al suo attivo oltre 200 articoli scientifici sulle principali riviste scientifiche nazionali ed internazionali sui suddetti argomenti che mostrano il suo impegno anche nella ricerca scientifica. Nel corso degli anni, il Labanof ha ospitato centinaia di professionisti, studenti, membri delle Forze dell'Ordine e delle principali associazioni internazionali (ad esempio ICRC, Comitato Internazionale della Croce Rossa), sia italiani che stranieri, giunti a scopo di formazione. Il Laboratorio ha da sempre a cuore il problema dell’identità. Sin dalla creazione dell’Ufficio del Commissario per le Persone Scomparse del Governo, dal 2007, ha collaborato con questi per la creazione della scheda RISC (banca dati nazionale di persone scomparse e di morti senza identità). È stato il primo a sottoscrivere nel 2015 un protocollo d’intesa con le Procure di Milano, Busto Arsizio, Lodi e Pavia, Prefettura di Milano, Regione Lombardia, ANCI, Comune di Milano e l'Ufficio del
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Commissario Straordinario per le Persone Scomparse (UCPS) per la schedatura dei cadaveri sconosciuti nel territorio lombardo. Successivamente sempre per conto di UCPS ha lavorato, ed è ancora all’opera, nel grande progetto per l’identificazione dei migranti morti nel Mediterraneo, e in particolare nei disastri del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015. Il Labanof esegue anche un servizio sociale finalizzato all'archiviazione di dati riguardanti i cadaveri non identificati dell'area di sua competenza (prevalentemente Milano e Provincia). Gestisce infatti un sito internet specifico per la pubblicazione online degli "identikit" di resti umani sconosciuti con i dati del profilo biologico e tutti gli elementi utili ai fini identificativi dei singoli casi. Collabora inoltre da anni con la trasmissione "Chi L'ha Visto", con la "Doe Net-
work" (associazione americana che si dedica ai cadaveri senza nome) e con l'Associazione Penelope (persone scomparse). Per lo specifico lavoro sull'identificazione dei migranti, collabora strettamente con la Fondazione Isacchi Samaja Onlus. Più recentemente tramite partenariati con il Comune di Milano, il Labanof ha ampliato la sua attività umanitaria anche sui viventi, visitando e descrivendo i segni di tortura sui richiedenti asilo e valutando l’età di minori stranieri non accompagnati al fine di una loro maggiore tutela. In contesto archeologico, il Laboratorio si occupa dello studio antropologico e paleopatologico di resti umani di epoca archeologica e storica, con la ricostruzione del profilo biologico di scheletri (sesso, età, etnia, statura, patologie e traumi), ricostruzione facciale da cranio, alle-
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stimenti museali, studio demografico di necropoli e di personaggi storici, Santi e reliquie. Questo, grazie anche ad una convenzione con le Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Lombardia, ha permesso la ricostruzione dello stile di vita e della salute degli abitanti della Lombardia e, soprattutto, della città di Milano, in duemila anni di storia (progetto MIANTROPO). Con queste premesse il laboratorio, data la sua natura universitaria, ha promosso il coinvolgimento del pubblico e ha creato una collezione (CAL – Collezione Antropologica Labanof) che con le sue tre anime (archeologica, forense ed umanitaria) ricerca, insegna e divulga il patrimonio scientifico ed umano su cui si basa il lavoro quotidiano del suo staff.
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E OSSO PROM ZATO DA NIZ ORGA
LI ANGE PICE HOS DELL’ ODV VCO
Dopo la sentita partecipazione al Progetto Pallium, tornano a grande richiesta gli appuntamenti con:
DEATH CAFE
In un clima informale, un’occasione di riflessione condivisa, sensibilizzazione per acquisire consapevolezza e porsi interrogativi sul tema vita e morte. Momenti preziosi per affrontare collettivamente paure e turbamenti riguardanti il senso dell’esistenza e la sua conclusione senza tabù.
Venerdì 24 novembre
Venerdì 15 dicembre
Venerdì 19 gennaio
dalle 17.00 alle 19.00
dalle 17.00 alle 19.00
dalle 17.00 alle 19.00
OMEGNA Mastronauta Vicolo Strona 8
VERBANIA Estremadura Cafè Via P. Troubetzkoy 142
DOMODOSSOLA Casa don Gianni Viale dell’Artigianato 13
PARTECIPAZIONE GRATUITA Numero partecipanti: 12 Durata: 2 ore circa L’evento è a numero chiuso è necessario prenotare via mail a: pallium@cooplabitta.it
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contributi
VOLONTARI 2.0: SENSIBILIZZARE E CREARE CULTURA ATTRAVERSO LE OPPORTUNITÀ DEL DIGITALE Martina Morreale
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l progetto Pallium, facendosi portavoce in questi due anni dell’importanza di creare cultura attorno alle cure palliative, ha inserito tra i suoi obiettivi anche diversi percorsi formativi dedicati alle figure sanitarie, ai caregiver e ai volontari. È la sinergia tra le parti, infatti, che permette la nascita e il consolidamento di comunità di cure palliative che sappiano assistere a 360 gradi le persone malate. Uno spazio di relazione significativo in questo processo è quello che si è generata nell’incontro con la figura del volontario, a cui è stata dedicata la formazione Volontari 2.0, prevista per il 20 di novembre scorso presso l’Hospice San Rocco di Verbania. Se il volontario gioca un ruolo fondamentale all’interno della rete delle cure palliative non solo affiancando i pazienti e le loro famiglie, ma anche nella sua azione divulgativa, il digitale rappresenta per lui (o per lei) una grande opportunità nell’opera di sensibilizzazione. Comunicare i valori della gratuità, della promozione umana, della relazione con l’altro e della solidarietà anche attraverso le tecnologie digitali significa sfruttarne il potere positivo.
definita, sono in grado di ricostruire i legami sociali o addirittura costruirli per la prima volta. Ma come? Certamente la tecnologia non funziona da sola, il fattore umano è indispensabile. Nessuna tecnologia sostituirà il volontario, semmai il volontario competente potrà intervenire su di essa e con essa, per metterla in sintonia con il suo operato. Si tratta di conoscerne gli usi possibili e coglierne le potenzialità. Esistono innumerevoli scenari di utilizzo attraverso cui diventa possibile valorizzare le storie e i ricordi di vita che emergono dagli incontri dei volontari con i pazienti e le loro famiglie. Le tecnologie digitali, per le loro stesse caratteristiche, sono capaci di creare coinvolgimento, partecipazione e di suscitare emozioni. Una campagna online fatta bene, per esempio, ha un potenziale altissimo nel sostenere le azioni di sensibilizzazione e promozione della cultura del
L’idea di questa formazione è nata in primis con l’obiettivo di trasferire fiducia e speranza nel potere generativo della tecnologia, contro la tendenza, ancora troppo comune, del pensarla come un qualcosa che comprometta le relazioni, creando distanza tra le persone. Un costrutto che si posiziona in controtendenza rispetto a questa idea è quello di tecnologie di comunità (Rivoltella, 2017), secondo cui le tecnologie digitali, se inserite all’interno di una progettualità socioeducativa ben
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volontariato e delle cure palliative, ma anche di generazione di nuove reti di sostegno o di consolidamento di quelle già esistenti. Il volontario testimonia l’importanza dei legami sociali nelle cure palliative, il volontario 2.0 può dare voce a questa testimonianza attraverso dei canali che permettono di parlare a più persone, abbattendo le distanze fisiche e, magari, anche le possibili e plausibili resistenze di carattere emotivo. La formazione Volontari 2.0 è stata curata dal CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica di Milano e si è inserita all’interno del ciclo di formazione previsto per i volontari degli Angeli dell’Hospice VCO e per chiunque abbia desiderio di avvicinarsi al mondo del volontariato in cure palliative.
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Cosa avviene
in casa d’altri
LA CURA COME RESISTENZA NELLA PIAZZA DEL MONDO DI TRIESTE Intervista a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi
PREN Non c'è resistenza senza lotta, ma non ci sono resistenza e lotta cura, cioè senza costruzione di collettività basata sulla cura DERE senza reciproca ESEM PIO T DA... Maria Pia Zocchi
rieste, piazza della stazione: da molti anni ogni giorno è il luogo di arrivo di decine, nei mesi estivi anche di centinaia di persone in fuga dai loro paesi. Vengono da lontano, in prevalenza da Bangladesh, Afghanistan, Siria e Iraq, fuggono da guerra e violenza, o hanno vissuto le conseguenze di eventi naturali devastanti, causati dal cambiamento climatico. Decine di migliaia di profughi(1) dopo aver percorso la cosiddetta "rotta balcanica" giungono stremate al confine orientale del nostro paese. Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi da 8 anni, tutti i giorni, sono lì, in quella piazza che hanno ribattezzato Piazza del Mondo, per accogliere i profughi, medicare le loro ferite e fornire loro un piatto caldo e vestiario. Molte di queste persone arrivano con ferite ai piedi, alle gambe, a volte con i segni delle torture inflitte dalle polizie europee di frontiera o da gruppi paramilitari croati e bosniaci, lungo quello che chiamano “The Game”, ovvero il tentativo di migrare verso la ricca Unione Europea, un percorso che può durare anni, attraverso mille difficoltà che culmina sulle montagne di Slovenia, Croazia e del Carso, affrontate con equipaggiamento assolutamente inadeguato, soprattutto negli inverni rigidi. Lorena e Gian Andrea a Trieste hanno anche fondato un’associazione, Linea d’Ombra, con l’obiettivo di raccogliere fondi per sostenere le persone migranti e gli attivisti impegnati in Bosnia. Il 13 ottobre sono stati a Verbania, invitati dall'Associazione Nonsoloaiuto, con il sostegno di CST (Centro Servizi per il Territorio) di Verbania e hanno incontrato al mattino gli studenti dell'Istituto Cobianchi e la sera al Chiostro hanno raccontato la loro esperienza al pubblico verbanese.
Li ho intervistati il mattino successivo per la nostra rivista:
Ieri sera Lorena mi ha detto che non si può pensare che chi arriva non trovi lì voi, Lorena e Gian Andrea, nella piazza della stazione di Trieste. Questo mi ha fatto capire un aspetto importante del vostro lavoro: la costanza è fondamentale. È per voi un impegno gravoso o ormai è diventato qualcosa di ineliminabile? Come si può per 8 anni, tutte le sere, mettersi a disposizione degli altri? Gian Andrea: Quando diventa un modo di vita, non è più un'attività tra le altre, ma diventa un modo di esistere, ovviamente questo non toglie che ci siano dei limiti, che particolarmente io, in ragione della mia età (87 anni n.d.r.), soffro, ma è il nostro modo di vivere oggi, in questo mondo in cui, basta leggere il giornale, l'indifferenza per la vita è diventata un valore. Ciò che conta non è mai la vita del singolo essere umano, questa viene sempre dopo, se c'è tempo, se c'è possibilità, se ci sono mezzi, prima viene qualcos'altro, che in genere è l'economia, il prodotto interno lordo, la politica mondiale, la politica di potenza e questo tipo di migrazioni di profughi sono l'esempio concreto che la vita umana non conta. Muoiono a migliaia nell'indifferenza generale, ma il discorso si deve allargare anche alle nostre vite: per esempio il numero di morti sul lavoro, anche cose che possono apparire banali, come gli incidenti stradali, può bastare un momento di distrazione, e può esserci la morte e questo è considerato normale. Ogni anno muore un paese intero per una distrazione, per arrivare 5 minuti prima. Tutta la nostra vita è organizzata sull'indifferenza per la vita altrui. Non è nemmeno nelle situazioni di guerra quello che mi colpisce, dove c'è un falso obiettivo, quello che
(1) Per il 2022 è stato stimato da Medici per i Diritti Umani (Medu) un transito di 145.600 persone attraverso la Rotta balcanica
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cosa Cosaavviene avviene
mi colpisce è la quotidianità organizzata in modo da considerare indifferente la vita umana; non parliamo poi della vita in generale, tutto è collegato: perfino la nostra alimentazione è organizzata in modo che il maggior numero degli esseri viventi non umani è allevata per essere uccisa da noi... Quindi, per me la piazza è un luogo in cui l'indifferenza per la vita acquista voce, parla e può essere affrontata. Naturalmente la piccolezza di questa piazza di una piccola città di frontiera rispetto all'immensità dei problemi cui ho accennato è evidente, ma bisogna partire dalla nostra vita, dalla quotidianità, altrimenti ci si disperde in retorica, in buoni sentimenti, in letture e invece bisogna partire da gesti concreti, dalla pratica, dagli incontri, che sono sempre circoscritti, limitati ma che dovrebbero allargarsi, come un albero che cresce e si dilata, un seme che produce e comunica, crea reti a partire dal basso. La chiave è proprio il principio di responsabilità, il mettersi in gioco personalmente? Lorena: La cura deve essere caratterizzata dalla costanza, la Piazza è come una creatura dove ogni giorno arrivano 50- 60 persone, a volte centinaia: non ci si può tirare indietro perché significherebbe che queste persone rimangono senza cibo, dopo essere rimaste senza cure per 4 - 5 giorni. Allora come si fa a non essere lì, per essere testimoni di queste vite violate? La nostra attività non è solo quella di curare assistendo, ma di creare fratellanza o sorellanza di tipo politico, in cui noi siamo testimoni della violenza dei confini. Cos'è una madre se non la testimone della vita di questo altro che è il proprio bambino? La Piazza del Mondo è come un bambino che ha bisogno del riconoscimento costante, di uno sguardo che può essere solo lo sguardo della cura. Quindi va allevato proprio come si alleva una creatura che ha bisogno di crescere, di andare avanti, che ha bisogno di provare quello sguardo del riconoscimento che ti fa dire sono un essere umano, non sono spazzatura e da qui prendo coraggio e riprendo il mio game, il mio viaggio verso il mio progetto di vita.
in incasa casad’altri d’altri
E in questa cura vi trovate in una città che non è molto sensibile a questo aspetto... Lorena: No, la città è molto indifferente e sappiamo che l'indifferenza uccide più di una guerra. Però abbiamo la solidarietà di tantissima parte della società civile e dobbiamo proprio a questa il merito di poter aiutare i ragazzi migranti, le famiglie, i bambini al seguito delle famiglie: a questa parte della società civile che è distribuita in tutta Italia e Trieste appena la tange, dobbiamo moltissimo. Dovete moltissimo, ma restituite moltissimo. Nel bell'articolo pubblicato su Il manifesto, Lorena, scrivi: "Un corpo chiama, un corpo risponde"; parli di "corpo di dolore" ieri dicevi che "usi la lingua del corpo" per comunicare, attraverso l'abbraccio e i gesti che una mamma compie per i suoi bambini. Vuoi dire qualcosa sulla reciprocità che si instaura in questo percorso di cura dei corpi doloranti? Lorena: Questa frase l'ho ripresa da Andrea, che la usa nel suo libro Il diritto di Antigone(2): è un libro importante per noi, è un saggio che fonda il pensiero su cui basiamo la nostra pratica della cura. È vero che quando vediamo questi corpi di dolore sentiamo un appello che ci interpella: non puoi voltare la faccia dall'altra parte. Gli vai incontro, ti richiama e lì avviene qualcosa di straordinario, è una sorta di dono e di restituzione. Il dono è reciproco, noi riceviamo da questi ragazzi molto più di quello che diamo. Il fatto che loro si affidino alle cure delle mie mani è un atto di grande fiducia e fa nascere una relazione donativa del tutto gratuita, che non ha bisogno di uno scambio. Tutte le nostre relazioni invece sono basate sullo scambio: io ti do qualcosa tu mi dai qualcos'altro, lì invece c'è proprio la reciprocità e la gratuità della relazione. Su questo si basa la fiducia che si instaura e che non ha bisogno di un linguaggio parlato, ma è sufficiente quella comunicazione preverbale primaria che passa attraverso quel bouquet di sensazioni di empatia, di reciprocità che si avverte quando tu ti doni all'altro e l'altro si dona a te. E in questa donazio-
ne reciproca c'è un riconoscimento dell'abisso che c'è tra me e loro, perché c'è un abisso. Noi ci incontriamo nell'abisso delle nostre condizioni: se io mi ammalo, posso prendere un'aspirina e guarire, ma se lui si ammala, può prendersi una polmonite e morire e qui c'è l'abisso, ma su questo abisso ci incontriamo e restituiamo reciprocamente quello che la vita ha dato a me a lui. Ed è una restituzione di gioia, di vita: lui mi dona la restituzione di essere vivo, io gli posso donare il fatto che lui per me è prezioso. Questo incontro è una specie di alchimia, tra donatività e restituzione, però per fare tutto questo che si chiama pratica della cura ci vuole resistenza e senza lotta non c'è nessuna resistenza. Noi dobbiamo lottare ogni giorno contro i pregiudizi, le aggressività, dobbiamo mantenere molto viva dentro di noi la rabbia per non abituarci a quello che vediamo, perché a forza di vedere corpi torturati ci si può anche abituare, è importante sentire anche la rabbia che tutto questo ci sollecita. Noi non siamo dei samaritani, noi siamo dei testimoni, di quello che accade, come diceva bene Etty Hillesum. Vogliamo che questa testimonianza diventi una forma di ragione, di pensiero, di opposizione, di resistenza per tante altre persone. È un'azione politica la vostra. Come Antigone, anche voi avete dovuto combattere contro le leggi dello stato, o meglio, le leggi dello stato hanno combattuto contro di voi Gian Andrea: Sì, Il diritto di Antigone significa proprio questo: esiste un diritto superiore a quello degli stati, che è inscritto nei corpi, nella vita, che è scritto nella relazionalità dei corpi. Come accennava prima Lorena, il nostro corpo non è separato dagli altri corpi o dall'ambiente. La separazione dei corpi è una costruzione sociale artificiosa che oggi esplode in pieno: basta camminare per un viale affollato di una città per notare come i corpi si evitino, se tu urti per sbaglio una persona c'è un atteggiamento di timore, di diffidenza, quasi di paura, se l'altro corpo è appena un po' anomalo. Se uno si avvicina, per chiederti la carità, il primo gesto è quello di
(2) Gian Andrea Franchi Il diritto di Antigone. Appunti per una filosofia politica: a partire dai corpi dei migranti, ombre corte, Verona, 2022
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ritrarsi, perché non si è abituati che l'altro corpo ti si rivolga. Ci sono alcuni corpi, che tu hai contrassegnato come amici e parenti, gli altri sono corpi che possono essere ostili: la nostra attività vuole proprio criticare alla radice questo aspetto. Ma tu mi avevi chiesto un'altra cosa... Sì: volevo fare riferimento al fatto che la vostra attività non era in sintonia con le leggi dello stato italiano, quindi avete avuto anche dei problemi legali(3). Gian Andrea: Sì, abbiamo avuto dei problemi, tutto sommato banali, che poi si sono risolti. Avremmo preferito andare sotto processo, perché così avremmo potuto porre il problema e discuterne in un luogo pubblico, come bisogna fare: noi andiamo in giro per dichiarare palesemente che il nostro impegno è in nome di un diritto superiore a quello degli stati, per cui noi ci rapportiamo essenzialmente a quei migranti in transito, vale a dire a quelli che non vogliono fermarsi in Italia e quindi sono in condizioni di illegalità. Li aiutiamo ad andare dove vogliono attraverso una rete che esiste, pur tra mille difficoltà, quando partono da Trieste vanno in altre situazioni, se vogliono, che li possono accogliere e aiutare a proseguire il loro viaggio.
Questa Sezione della rivista, denominata “Cosa avviene in casa d’altri” con le sue due finestre (“Prendere esempio da…” e “Non prendere esempio da…”) segnala le buone pratiche e le pessime abitudini presenti nel vasto e composito campo del sociale. Ciò perché noi della Redazione pensiamo che socializzare, senza intenti celebrativi o polemici, questi aspetti sia un servizio utile a migliorare il lavoro di tutti. Fino a oggi, questo compito è stato assolto dai redattori, ma, più di noi, sono i lettori che vivono le diverse realtà di quel vasto campo, che meglio vedono ciò che di buono e di meno buono c’è. Apriamo, perciò, questa Sezione con le sue due finestre a voi lettori, chiedendovi di farvi testimoni, di proporre voi alla Redazione ciò che vi sembra meritorio di essere reso noto, nella forma • di breve articolo (max 3.000 caratteri o 600 parole) o • di segnalazione circostanziata, sempre con chiara indicazione e recapito del proponente, a questo indirizzo rivista@alternativa-a.it Vi aspettiamo, la Redazione
(3) Gian Andrea e Lorena nel 2021 sono stati indagati in un'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, accusa successivamente archiviata dal tribunale di Bologna
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NON PREN DERE ESEM PIO DA...
PRO GET TI
UNA COMUNITÀ
Già presentata nello scorso numero della rivista, l’idea di una “Comunità educante del VCO” in progress si sta concretizzando attraverso la costituzione di diversi tavoli di lavoro, formazione e coordinamento tra i partner, i tre poli della provincia e i soggetti che, sullo stesso territorio, si occupano di tematiche giovanili, ognuno nelle proprie competenze e attitudini. Tavoli che possano concordare progettualità, azioni e obiettivi, in considerazione delle peculiarità proprie di ogni ente e territorio. La volontà, infatti, non è quella di annullare le azioni sui singoli territori, ma di potenziare e valorizzare tutte le idee e i progetti anche a livello locale sino alla sottoscrizione di un Patto Educativo di Comunità condiviso Francesca Bologna
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a voce a coro, da strumento a orchestra. La Comunità Educante del Verbano Cusio Ossola vuole ricercare una nuova sinergia che rafforzi la cooperazione fra i tre poli della provincia e, in particolare, fra tutti gli attori che sul territorio si occupano di tematiche giovanili, ognuno nelle proprie competenze e attitudini. Per creare e rafforzare una rete di enti e di luoghi che vada oltre a rapporti bilaterali, qualche volta fortuiti, e che favorisca lo scambio di buone prassi e la condivisione di strumenti, la Comunità Educante si costruirà su azioni-fondamenta. Queste ultime, per fare un frivolo gioco di parole, saranno le prime assi sulle quali poggeranno le fasi di lavoro future. Il progetto, infatti, si propone di concretizzarsi nel corso di ventiquattro mesi, nel corso dei quali si succederanno le varie azioni - con aggiunte e ri-calibrazioni del caso - volte a comprendere e contrastare la povertà educativa e a potenziare il protagonismo giovanile. Associazione 21 Marzo, capofila del progetto, è accompagnata da un buon numero di enti partner tra pubblici e privati, quali Cooperativa Sociale La Bitta, Associazione Culturale Mastronauta, Associazione Tra il Dire e il Fare, Comitato Territoriale CSI Verbano, En.A.I.P. Piemonte, VCO Formazione, Gruppo Abele di Verbania, SuoniAMO - Associazione Musicisti Ossolani, CISS Ossola, il Consorzio Intercomunale dei Servizi Socio Assistenziali del Cusio e, infine, il Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano. Il filo rosso che lega chi costituisce la Comunità Educante in progress è l’idea che la responsabilità dell’educazione di bambini e ragazzi non possa risiedere unicamente all’interno delle scuole e dei centri di formazione preposti. Al contrario, la presenza di un territorio che, unitariamente, si attiva per la condivisione di percorsi, spazi e occasioni di crescita è ritenuta essenziale soprattutto per le fasce più segnate dalle diseguaglianze economiche e sociali. La modalità adottata per favorire uno scambio diffuso e paritario su tutto il territorio è stata la costituzione di diversi tavoli di lavoro, formazione e coordinamento tra i
partner, concordando insieme le progettualità, le azioni e gli obiettivi, tenendo in considerazione le peculiarità proprie di ogni ente e territorio. La volontà, infatti, non è quella di annullare le azioni sui singoli territori, ma di potenziare e valorizzare tutte le idee e i progetti anche a livello locale, con il fine di ampliare la rete di attori-educanti, sino alla sottoscrizione di un Patto Educativo di Comunità condiviso. L’azione apripista è la realizzazione di una mappatura completa dei servizi educativi e di supporto attivi nella provincia del VCO, che sia in grado di raccogliere anche dati specifici sul tema della povertà educativa, sullo stato di benessere/malessere sociale e psicologico dei giovani sul territorio. L’indagine sarà condotta ed elaborata da Codici, organizzazione di ricerca indipendente, le cui esperte stanno costruendo il questionario che sarà somministrato direttamente ai giovani attraverso canali accessibili. I risultati della ricerca, poi, verranno resi accessibili non solo agli enti che lavorano con i minori, ma ai giovani stessi, i quali avranno a disposizione una “mappa” aggiornata e adattata dove poter trovare spazi e servizi. Questa attività in particolare è sostenuta anche grazie al contributo di Fondazione Comunitaria VCO. Un secondo tavolo attivo è quello che lavora alla realizzazione di percorsi formativi e di sensibilizzazione indirizzati a soggetti interessati dal tema educativo e giovanile nel VCO, ma anche percorsi di arricchimento delle competenze rivolto a operatori e soggetti che si occupano di aggregazione, animazione ed educazione dei giovani nelle diverse realtà di progetto. Allo scopo di rispondere quanto più possibile alle esigenze formative di enti ed operatori coinvolti, è stato diffuso un sondaggio nel quale tutti coloro che siano in qualche misura coinvolti nel contesto educativo possano esprimere i propri bisogni e le proprie difficoltà. Una volta individuate le tematiche e selezionati gli esperti, i soggetti interessati saranno impegnati nella partecipazione agli eventi di formazione e sensibilizzazio-
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EDUCANTE DEL VCO
ne, che si terranno su ognuno dei tre poli del Verbano Cusio Ossola. Inevitabilmente, parlando di minori si parla anche di genitori. Per questo, la Comunità Educante si sta muovendo per offrire percorsi di supporto e sostegno alla genitorialità, attraverso approcci differenti, definiti insieme ai genitori stessi, al fine di creare il contesto migliore per la piena espressione del disagio e, soprattutto, per la definizione di uno spazio di ascolto attivo. Le attività di supporto verranno offerte sulla base delle competenze specifiche sviluppate da due partner coinvolti, Cooperativa La Bitta e Gruppo Abele, che - rispettivamente si occuperanno delle attività di sostegno rivolte a famiglie caratterizzate da situazioni di disagio a livello emotivo, sociale, psichico e relazionale e della presa in carico di minori in situazione di rischio o reale compromissione rispetto all’uso di alcol, sostanze psicoattive o dipendenze comportamentali, e dei loro familiari, attraverso interventi psicologici e educativi. Il fine ultimo di questa azione di progetto è il coinvolgimento di numerosi genitori, nonché l’aumento delle loro capacità genitoriali e del loro protagonismo. Si può dire ormai pronta a partire anche l’azione di collegamento, valorizzazione e integrazione dei rapporti tra Comunità Educante e istituti scolastici del territorio. In questo caso,
l’impegno si realizza nel coordinamento del microcosmo Comunità Educante - scuola - famiglia - minore. In particolare, attraverso la diffusione di opportunità educative di supporto su tutto il territorio e migliorando la qualità dei canali comunicativi, si intende approfondire il legame con le istituzioni scolastiche, favorire l’integrazione dei servizi e vedere aumentato il numero di minori coinvolti presso i presidi educativi territoriali, con un conseguente incremento del loro benessere in termini di risocializzazione. In una seconda fase del progetto, la Comunità Educante si dedicherà alla realizzazione di corsi ed eventi i cui protagonisti saranno i minori e le loro famiglie. La metodologia preferita sarà coerente con i principi dell’educazione non formale e dell’apprendimento per competenze e l’intento sarà quello di sperimentare la capacità di attivazione dei soggetti e dei luoghi della Comunità Educante nel miglioramento della condizione giovanile. In fase conclusiva, inoltre, si realizzeranno degli eventi artisticoludico-musicali e/o sportivi co-organizzati con i beneficiari stessi, grazie all'accompagnamento degli educatori dei vari enti partner. I minori avranno così la possibilità di ideare, progettare ed organizzare gli eventi, in modo protagonista, favorendo così la partecipazione attiva e il coinvolgimento in
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prima persona nelle azioni della Comunità Educante. Per seguire da vicino il coordinamento dei lavori, facilitare e mediare i rapporti tra le diverse realtà coinvolte è stata individuata la figura del manager di comunità. Per tutta la durata della progettualità, infine, sarà attiva un’azione di comunicazione, promozione e diffusione del progetto, che sarà utile a condividere i risultati ottenuti dalla mappatura dei bisogni e dei servizi attivi a livello territoriale, a promuovere spazi, eventi e attività formative, ma anche a sensibilizzare le Amministrazioni Pubbliche Locali facendo emergere la capacità di voice della Comunità Educante.
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LA CURA È DI
Nel mondo del rugby, il terzo tempo è per tradizione il momento del dopo-partita, in cui i giocatori di entrambe le squadre si riuniscono insieme alle proprie famiglie e spesso anche ai tifosi per cenare e festeggiare insieme. Una metafora calzante per descrivere come le relazioni dovrebbero essere vissute e coltivate, con atteggiamento di accoglienza e di condivisione. Claudia Ratti
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l progetto “La Cura è di Casa” ottiene nel 2016 il finanziamento della Fondazione Cariplo su Bando “Welfare in Azione” per offrire supporto agli anziani della provincia del VCO e di 7 comuni dell’Alto Novarese. Vi partecipa una rete composta da 23 soggetti, pubblici e privati, tra cui la Provincia del Verbano Cusio Ossola (in funzione di capofila), i tre Consorzi dei Servizi Sociali del VCO, l’Azienda Sanitaria Locale, alcune Residenze Sanitarie Assistenziali, organizzazioni di volontariato, tre fondazioni erogative, tra cui la Fondazione Comunitaria del VCO. Il sottotitolo che ha accompagnato il logo de La Cura è di Casa per quasi cinque anni è La comunità per il benessere della persona anziana ed esprime in estrema sintesi i due elementi essenziali del progetto: prendersi cura degli anziani e farlo con la comunità attraverso la promozione di una nuova cultura organizzativa, che vede collaborare soggetti pubblici e privati e dove gli stessi cittadini hanno un ruolo attivo. L’obiettivo di “trasformare le relazioni sociali” assume quindi una rilevanza centrale e viene concretizzata un’organizzazione tesa all’integrazione tra soggetti, all’attivazione della cittadinanza e alla ricerca di una sostenibilità finanziaria, che richiede la
corresponsabilità e la compartecipazione di tutta la comunità. Il principale obiettivo del progetto è la ricomposizione in un quadro unitario degli interventi a favore della popolazione anziana e, in particolare, di coloro che, pur mantenendo un discreto livello di autonomia, sono soli e rischiano l’isolamento e gli effetti negativi che questo può avere sul piano fisico-motorio, cognitivo ed affettivo. Questi anziani, definiti anziani vulnerabili, sono persone non già in carico al sistema tradizionale sociosanitario, ma che rientrano nella fascia di servizi leggeri o “di bassa soglia”, importanti per posticipare più in là una presa in carico più complessa, spesso fisiologica con il passare degli anni o dettata da eventi acuti. Aver scelto di lavorare con l’anziano vulnerabile ha consentito di operare in ottica di prevenzione, attenzione non così scontata nell’ambito della terza età, scommettendo nella creazione di una filiera di servizi. In oltre quattro anni di progetto sono stati contattati 751 anziani; 678 sono gli anziani che hanno beneficiato dei servizi. Gli anziani vulnerabili intercettati si sono rivelati essere grandi anziani con un’età media di oltre 81 anni e nella maggior parte dei casi donne (70%D – 30%U); sono perso-
ne spesso sole, prive di una rete familiare o sociale forte, capace di rispondere alle esigenze che a quell’età si manifestano. Gli anziani chiedono altresì momenti di socializzazione e compagnia, hanno bisogno di chiacchierare e di relazionarsi per sentirsi ancora parte attiva della comunità. Hanno spesso appuntamenti fissi dal medico, devono ritirare le medicine o fare la spesa. Per tutti questi motivi entrano in gioco i volontari attivi nel progetto, disponibili per supportare queste piccole mansioni quotidiane, come una volta succedeva con le reti di buon vicinato. I volontari della rete giocano un ruolo fondamentale, soprattutto alla luce dei bisogni riscontrati tra gli anziani: la solitudine e la difficoltà ad uscire da soli per compiere semplici azioni della vita quotidiana. L’approccio di lavoro de La Cura è di Casa ha quindi stimolato i servizi territoriali e la comunità stessa ad essere maggiormente recettivi nel cogliere i bisogni insoddisfatti ed emergenti e nell’organizzarsi per darvi risposta. Una capacità che è stata messa alla prova durante l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Covid-19, che ha imposto di ripensare cosa fosse utile in quel momento e come si potevano riorganizzare i servizi, alla luce di un indebolimento della rete a causa
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CASA - TERZO TEMPO di restrizioni necessarie, che hanno costretto molti anziani ad auto-isolarsi, il progetto a sospendere le attività di promozione della comunità e a limitare drasticamente quelle di volontariato, gestite per la maggior parte da soggetti a rischio perché a loro volta anziani. La rete ha mostrato una grande capacità di adattarsi adeguatamente e in maniera repentina, anche durante l’emergenza si è proseguito con servizi di cura da parte degli operatori e molti volontari si sono resi disponibili per continuare ad essere di supporto, con le dovute precauzioni. Nell’ambito del progetto è emersa sempre di più l’importanza del ruolo della comunità nei percorsi di cura e promozione della salute. Così, per non disperdere le risorse di capitale sociale costruito negli anni di progettazione con Fondazione Cariplo e per continuare ad offrire servizi di sollievo agli anziani e costruire benessere nella comunità, nel 2021, Fondazione Comunitaria del VCO decide di portare avanti le azioni di comunità che le competono, cercando di manutenere la rete e traghettandola verso nuove opportunità di crescita. In questa fase, definita appunto La Cura è di Casa cresce, si prosegue con i servizi realizzati dai volontari, sostenendo 15 associazioni che insieme collaborano e co-progettano per offrire supporto alla comunità che invecchia; si rafforza la collaborazione con i servizi sociali del territorio, dando la possibilità agli operatori dei servizi tradizionali di offrire maggior supporto (indirettamente anche ai familiari degli anziani) in continuità nell’accompagnamento alle cure (integrazione dei servizi) e in ottica preventiva (innovazione delle figure di cura). Si continua a lavorare per costruire un welfare di comunità, in grado di rispondere alle varie esigenze della popolazione anziana, capace di mettere in rete il sistema pubblico-privato, profit-non profit, di cura domiciliare
del territorio, per implementare l’offerta dei servizi e assicurare una presa in carico più articolata e organizzata, capace di coinvolgere e attivare i cittadini per mettersi in gioco a sostegno degli anziani fragili o per partecipare alla vita comunitaria, donando tempo e risorse per la buona causa. L’attivazione della cittadinanza, in qualità di volontari e donatori, è una delle azioni più importanti e considerata di maggior successo dall’avvio del progetto e i numeri ne danno conferma, poiché il registro dei volontari nel periodo prepandemia ha raggiunto 181 volontari e oggi sono ancora quasi 100 le persone che si dedicano con costanza e passione a sostegno degli anziani della propria comunità. La figura dei volontari si è rafforzata ulteriormente negli anni: essi con costanza si dedicano agli anziani, donando il loro tempo per interventi, quali accompagnamenti per visite mediche, aiuto nella spesa e nel disbrigo pratiche, compagnia al domicilio. Altresì, i volontari con le loro associazioni e talvolta in collaborazione con le amministrazioni e altri enti, organizzano laboratori, corsi e iniziative culturali, di prevenzione e promozione dell’invecchiamento attivo; animano i luoghi di aggregazione e incontro, che sono diventati veri e propri luoghi di welfare: i salotti degli anziani. Si tratta di luoghi di relazione e benessere, dove gli anziani possono ritrovarsi, giocare a carte, fare due chiacchiere o dedicarsi a piccole attività ricreative, con l’obiettivo di favorire le relazioni dell’anziano nel tessuto sociale e culturale del proprio paese, di prevenire e ovviare ad eventuali situazioni di isolamento e di stimolare la partecipazione a forme di solidarietà e volontariato. Denominatore comune di questi luoghi è la presenza preziosa dei volontari della rete, che con passione e impegno si attivano per creare momenti di incontro e relazione, pro-
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muovendo la partecipazione degli anziani e la costruzione di una comunità attenta e solidale. Oggi sono dieci i salotti degli anziani promossi nell’ambito della rete, che vanno a integrare l’offerta di spazi e circoli presenti nel territorio del VCO e che sono punti di riferimento importante per la comunità che invecchia. Sempre in questa fase di crescita della rete, i tre Consorzi dei Servizi Sociali hanno avviato una cabina di regia di co-programmazione per partecipare insieme a nuove fasi di progettazione e opportunità per innovare e sperimentare nuove forme di sostegno agli anziani più fragili, stando al passo con nuovi bisogni e nuove caratteristiche dell’invecchiamento. Così la rete lo scorso maggio ottiene una ulteriore possibilità di crescere e questa volta lo fa con una nuova progettazione, che Fondazione Cariplo ha deciso di sostenere attraverso un finanziamento triennale e che si inserisce nella cornice de La Cura è di Casa, con l’obiettivo di rafforzare e innovare i servizi per gli anziani fragili del VCO. Questa nuova progettazione, denominata Terzo Tempo e sostenuta da Fondazione Cariplo, ambisce alla costruzione di luoghi e servizi di welfare diffusi e comunitari per il supporto agli anziani fragili del VCO ed è promossa dalla rete composta dai Consorzi dei Servizi Sociali del Verbano, del Cusio e dell’Ossola, dalle associazioni GAV - Gruppo Accompagnatori Volontari, Pro Senectute Omegna e Auser Domodossola, e vede l’adesione di due nuove realtà del tessuto sociale del volontariato locale, Afa Vco - Associazione Familiari Alzheimer e Associazione Parkinsoniani VCO Odv, le quali, in collaborazione con altre organizzazioni già inserite nella rete, progetteranno per sperimentare forme innovative di sostegno agli anziani più fragili, cercando di introdurre nuove offerte sul territorio e coinvolgendo la comunità per stare al passo
con bisogni e caratteristiche dell’invecchiamento, che comporta spesso nuove forme flessibili di aiuto. La definizione Terzo Tempo sta a indicare una nuova fase del programma La Cura è di Casa e prende spunto dal mondo del rugby, dove il terzo tempo è, per tradizione, il momento del dopo-partita, una pratica dei giocatori di entrambe le squadre, che si riuniscono insieme alle proprie famiglie e spesso anche ai tifosi, per cenare e festeggiare insieme. La “metafora” è calzante per descrivere le relazioni per come dovrebbero essere, vissute e coltivate con atteggiamento di accoglienza e di condivisione e, nel mondo della terza età, il terzo tempo sta a significare un momento per riavvolgere il filo di una vita di “partite” vinte e perse, di valori, di esperienza e di saggezza da recuperare per sé e per gli altri. Infine, Terzo Tempo indica proprio la terza fase de La Cura è di Casa, che continua a crescere portando avanti sul territorio del VCO azioni a sostegno degli anziani, cercando di introdurre nuovi servizi per stare al passo con nuovi bisogni e nuove caratteristiche dell’invecchiamento. Sono quattro le macro-azioni che si
intende realizzare da qui e fino a giugno 2026: - Costruzione di una filiera di pronto intervento sociale, a disposizione degli anziani più fragili, su tutti e tre i poli della provincia, con attenzione ai territori periferici e capace di fornire risposte tempestive ai casi di urgenza sociale nella terza età. - Organizzazione, ottimizzazione e potenziamento dei sistemi territoriali di trasporto sociale, rispondendo alle necessità di accompagnamenti degli anziani in un territorio dove i collegamenti e gli spostamenti sono spesso difficoltosi. - Promozione e rafforzamento della rete del welfare generativo e dei servizi comunitari e di socializzazione offerti a favore degli anziani. - Sperimentazione di nuovi luoghi e attività di welfare sul modello degli Alzheimer Cafè, dove attivare terapie non farmacologiche a supporto degli anziani fragili, per patologie neurodegenerative e altre patologie fortemente invalidanti e servizi a supporto di familiari e caregiver. Per raggiungere questi risultati, resta importante e fondamentale coinvolgere la comunità, per intercettare nuove risorse di volontariato e invi-
tare i cittadini a essere parte attiva per la costruzione di una comunità che si prenda cura dei più fragili, donando tempo e risorse per la buona causa. Ogni cittadino può decidere di sostenere il programma La Cura è di Casa e i servizi per gli anziani, diventando volontario o donando attraverso la Fondazione Comunitaria del VCO Ente Filantropico al Fondo VCO Social. • Conto corrente bancario c/o Intesa Sanpaolo: IT81 O 03069 09606 100000000570 • Conto corrente postale: IT79 L 07601 10100 001007819913 Info e contatti: https://www.fondazionevco.org/ https://www.facebook.com/lacuraedicasa T. 3669775746
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Protagonisti
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PRO GET TI
SI PUÒ DIRE MORTE? Intervista a Marina Sozzi e Davide Sisto, tanatologi
Francesca Oliva
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i può dire morte? Sembrerebbe di no, a giudicare da tutti i sinonimi e i giri di parole che utilizziamo pur di non nominare la parola proibita. Cessare di vivere, concludere la propria esistenza, finire i propri giorni, lasciare questo mondo, passare a miglior vita, smettere di vivere. Ci ha lasciati, è andato avanti, si è spento. Scomparsa, fine, sonno eterno, caro estinto. Una lista infinita. Parlarne è, quasi sempre, un tabù, un atto quasi pornografico, forse ancora più pornografico che parlare di sesso! In compenso, siamo quotidianamente bombardati da immagini tragiche e violente: corpi sventrati, cadaveri sfregiati, come se tutta la nostra incapacità a parlare di morte si riversasse in un rito di sublimazione e annullamento che passa attraverso le immagini. Se la morte è, insieme alla nascita, l’accadimento che contraddistingue indistintamente tutti gli esseri umani su tutta la superficie terrestre, perché facciamo così fatica non solo a parlarne, ma addirittura a nominarla? Perché riusciamo a trattarla quasi esclusivamente in un modo cruento, spettacolarizzato? Ne abbiamo parlato con Marina Sozzi e Davide Sisto, due delle persone di riferimento in Italia per quanto riguarda la tanatologia e la Death Education, protagonisti di una delle recenti serate della rassegna Che la morte ci colga vivi, organizzata dal Progetto Interreg Pallium.
Se è vero che le parole che usiamo costruiscono la nostra realtà, perché facciamo tanta fatica a usare la parola morte? Sozzi. Per varie ragioni l’esperienza della morte nelle nostre vite è più “lontana” oggi che in passato. Tantissimi sono i motivi. Innanzi tutto, in Occidente viviamo più a lungo; le aspettative di vita sono raddoppiate negli ultimi due secoli: a metà dell’800 si moriva a 30-40 anni, negli anni ’50 a 65, oggi l’età media in Europa è di circa 80 anni. Ci aspettiamo quindi di poterla “rimandare” e viviamo gran parte della nostra vita come se non dovessimo mai avere fine. Abbiamo, inoltre, aspettative quasi onnipotenti nei confronti della medicina che, effettivamente, nell’ultimo secolo è riuscita a sconfiggere malattie prima mortali, contribuendo ad aumentare le nostre speranze di vita. Abbiamo anche superato due guerre mondiali, in cui sono morti milioni di persone, il che ha suscitato un desiderio collettivo di allontanare la morte, di non pensarci più. A questo si aggiunga che, in passato, la morte era più vicina anche nell’esperienza quotidiana: si moriva perlopiù a casa; nei paesi c’erano persone in grado di occuparsi dei morenti e della ritualità della morte; la comunità aveva rituali e processi definiti per i funerali e per il periodo del lutto; la Chiesa aveva un ruolo predominante nella sua gestione e nei riti a essa collegati. Oggi il ritmo di vita, sempre più veloce, ha tolto spazio ai riti funebri e la ritualità della morte si è impoverita. In più la morte è fortemente medicalizzata, si muore in ospedale o negli
Hospice, lontani da casa e dalla propria comunità; abbiamo perso la competenza legata alla sua gestione che viene quasi completamente delegata alla medicina. Abbiamo fatto nostra la definizione biomedica della morte, che la vede come un momento puntuale (exitus) e non come ciò che di fatto è spesso nella nostra esperienza, un processo. È anche vero che la conoscenza della propria mortalità (il sapere di morire) rappresenta una minaccia esistenziale per l’uomo, in quanto la morte è in contrasto con l’istinto di sopravvivenza che caratterizza tutti gli esseri. Esiste quindi una quota di ansia legata al pensiero della mortalità, che non dipende solo dall’atteggiamento di una cultura nei confronti della morte, ma che è un elemento antropologico. Sisto. Questa tendenza a evitare la parola morte è anche legata ad aspetti culturali e religiosi. In alcune tradizioni è vista come una fase di transizione verso una nuova esistenza e, quindi, non è temuta o rifiutata. In altre, invece, è considerata come la fine di tutto e, quindi, è fonte di angoscia esistenziale. La morte, inoltre, è spesso considerata un tabù sociale, che non si deve nominare per non attirare sventure o per non offendere le persone coinvolte. Questo atteggiamento si riflette anche nel linguaggio, che cerca di aggirare il problema con espressioni più vaghe o indirette. Marina Sozzi, tra le prime in Italia, se non la prima, a occuparsi di educazione alla e sulla morte, che cosa si intende per Death Education? Chi e a che cosa si educa?
D. Martinelli, 2023, disegnami un pensiero, “Se la morte fosse un vivere quieto…” da A: Merini
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Maria Bonomi, Tutte le tombe del mondo, xilografia a 2 legni. (L’artista è nata a Meina e vive a Sao Paolo). Opera esposta all’internazionale di xilografia, castello Sforzesco, sala della balla, 1969
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La Death Education è un termine utilizzato per indicare un approccio educativo che mira a favorire una riflessione sulla morte, intesa come naturale conseguenza della vita. Si propone di dare informazioni realistiche e corrette, liberandola dalle distorsioni o dalle paure che spesso la accompagnano. Nell’accezione più comune, dovrebbe servire a promuovere una maggiore consapevolezza e comprensione della morte e a ridurre i livelli di ansia e angoscia, che possono derivare dal pensiero della propria o dell’altrui mortalità. La Death Education dovrebbe servire anche a prevenire o alleviare i disturbi psicologici che possono insorgere in seguito a un lutto. Vorrebbe essere la risposta a un diffuso tabù, o rimozione, o negazione o evitamento della stessa che esiste nella nostra cultura. Penso che la risposta contemporanea alla morte sia poco efficace; si tratta però di una elaborazione culturale complessa, che è riduttivo interpretare come una semplice carenza, e la Death Education non è una sorta di bacchetta magica. È pressoché impossibile fare “educazione alla morte”, la consapevolezza della stessa si raggiunge quando si è in sua prossimità e assume contorni di realtà e attualità. Quello che è possibile fare è educare alla mortalità, che è cosa diversa. Saper riconoscere la propria finitezza, quindi la propria vulnerabilità, fa di noi esseri migliori, più tolleranti nei confronti degli altri, più capaci di vicinanza, più attenti alla sofferenza altrui (ma anche più capaci di individuare la propria e comprenderla). Il modo migliore per educare alla finitezza sembra essere aiutare le persone, se possibile fin da bambini, ad accettare qualche frustrazione, ad accogliere il limite, che ci segnala appunto la nostra imperfezione e fragilità. Educare alla finitezza significa dare il senso del limite. La morte è la finitezza per antonomasia e può servire far comprendere già ai bambini, per gradi, seguendo la loro capacità di comprensione, che siamo mortali. Accanto a questo è altrettanto indispensabile per tutti l’alfabetizzazione emotiva: saper riconoscere le proprie emozioni e dare loro un nome significa anche riuscire più facilmente a tollerarle.
Davide Sisto, esperto di “tanatologia digitale”, qual è il legame tra tecnologia e morte? In che modo la tecnologia ci può essere di aiuto rispetto alla morte e al morire? La tanatologia digitale si interessa delle opportunità e delle sfide che le tecnologie offrono rispetto al fine vita, all’elaborazione del lutto, alla conservazione dell’identità e al desiderio di immortalità. Con la diffusione del web ci stiamo abituando a vivere in due abitazioni: quella reale, dove rientriamo ogni giorno a fine giornata ed è perlopiù privata, e quella virtuale che raccoglie i dati e gli oggetti digitali da noi prodotti e diffusi online in modo interattivo e intersoggettivo, dove vengono archiviate le nostre vite digitali e registrata una porzione significativa della nostra vita individuale in un modo che può essere permanente. Luciano Floridi sostiene che il confine tra questi due ambienti è sempre più sfocato, generando ciò che lui definisce “esperienza onlife”. Nell’online si sopravvive, le tracce che abbiamo lasciato in vita rimangono: le foto, le conversazioni, i video. Lasciamo una “memoria digitale” la cui accessibilità, se non vi abbiamo pensato per tempo, può essere eterna. È evidente che questa dimensione ci costringe a ripensare il concetto di morte e di finitudine, la gestione della nostra eredità materiale e identitaria, il desiderio di essere ricordati, il modo in cui ci rapportiamo con i ricordi e la memoria delle persone care. D’altro canto le attuali tecnologie digitali registrano, dunque rendono visibili, i comportamenti che segnano comunemente lo spazio pubblico in cui viviamo. Da un lato, l’onnipresenza della morte nel web - soprattutto le registrazioni audiovisive di omicidi, suicidi e morti in diretta - mette dinanzi ai nostri occhi la spettacolarizzazione del morire, che è la conseguenza prima della sua rimozione sociale e culturale. Dall’altro, la presenza di profili di persone decedute su Facebook (ormai una sorta di cimitero virtuale con i suoi 50 milioni di utenti deceduti) e su Whatsapp crea una “memoria digitale” che ci permet-
te di continuare a mantenere un legame, anche collettivo, con i morti. Social e applicazioni, rispetto a morte e morire, vengono utilizzati con diversi scopi: accedere a app o siti web che offrono informazioni, risorse, consigli e sostegno per affrontare il dolore e le emozioni legate al lutto; usare app o dispositivi che permettono di mantenere un contatto virtuale con la persona scomparsa, attraverso messaggi, foto, video, audio o avatar; usare app o piattaforme che facilitano la creazione e la gestione di memoriali online, dove è possibile ricordare la persona scomparsa, condividere i propri pensieri e sentimenti, leggere quelli degli altri, accendere candele virtuali, fare donazioni o partecipare a iniziative benefiche. La tecnologia può, quindi, essere di aiuto quando ci permette di affrontare la morte con dignità, rispetto, consapevolezza e libertà, ampliando le nostre esperienze emotive, fisiche e corporee e non sostituendosi a esse: facendoci conoscere strumenti per alleviare le sofferenze fisiche e psicologiche, aiutandoci a comunicare e condividere le nostre esperienze e i nostri sentimenti, contribuendo a elaborare il lutto e a mantenere vivo il legame con i nostri cari. Dal mio punto di vista, la memoria digitale può trasformarsi in un’occasione per fare selezione e per preparare la propria eredità personale. Se si insegnasse, a partire dagli anni della formazione scolastica, l’importanza dell’oblio per la memoria stessa, forse si riuscirebbe anche a rendere le persone consapevoli di quanto sia necessario selezionare le proprie memorie per il futuro. Questa quantità immensa di memorie è l’ennesima occasione per porsi la domanda: cosa voglio lasciare agli altri dopo la mia morte?. Quindi, per riflettere sulla propria mortalità e sull’uso responsabile del web nei suoi confronti. Il progetto Pallium ha come finalità quella di fare informazione e cultura sulle cure palliative. Nella vostra esperienza, che cosa significa prendersi cura e in che cosa è diverso dal guarire?
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Sozzi. Le cure palliative si muovono nel territorio più delicato, quello della prossimità alla morte. Proprio per questo hanno maturato un atteggiamento e delle competenze fondamentali: la consapevolezza della vulnerabilità e la capacità di stare accanto alla sofferenza; l’attenzione per chi riceve la cura, il paziente al centro; la valorizzazione delle capacità residue e delle relazioni; il rispetto per la dignità e l’ascolto; la delicatezza, l’empatia, la presenza, la vicinanza. Le cure palliative hanno come obiettivo la morte dignitosa. Poiché comprendono cure mediche, psicologiche e spirituali, sono il grande modello della CURA: l’approccio olistico dà loro una marcia in più rispetto alla biomedicina. Le cure palliative hanno molto da insegnare, perché considerano fondamentale la tutela della dignità del malato, che viene messo al centro dell’attenzione e pensato come persona complessa di cui prendersi cura. La parola cura è la chiave di volta: occorre chiedere di essere guariti solo quando è possibile, ma pretendere sempre di essere curati. Curare anche quando non si può guarire è uno slogan per le cure palliative. Ma la cura, intesa come il prendersi cura della persona e della sua qualità di vita, non va riservata solo alla fine della sua esistenza, a domicilio o in hospice, ma va estesa progressiva-
mente alla dimensione sanitaria tout court. È questa la grande sfida che le cure palliative stanno intraprendendo dal punto di vista culturale: in primo luogo, portare le cure palliative in tutti i luoghi di cura, contagiando, con la propria cultura della cura rispettosa, tutto il mondo sanitario. La pandemia ci ha dato un esempio della potenza trainante delle cure palliative: nei pochi centri in cui erano presenti dei medici palliativisti, le cose sono andate in modo meno drammatico. Harvey Max Chochinov scrive, nel bellissimo Terapia della dignità: «Se la vita è una specie di camminata sul filo, la probabilità di cadere aumenta a mano a mano che ci si avvicina alla fine. Pensiamo, allora, alle cure palliative come a una rete di protezione. Nessuno può evitare la caduta, ma le cure palliative possono dare un atterraggio più morbido». Io aggiungerei che questa rete potrebbe essere stesa, con il dovuto anticipo, per garantire un po’ di morbidezza anche a coloro che magari guariranno, ma che stanno attraversando un’esperienza difficile. Sarà un percorso lungo, perché richiede un cambiamento di mentalità, ma ciascuno di noi potrebbe abbreviarlo per sé e per i propri cari, informandosi sui propri diritti e sulle cure palliative, e chiedendo una cura rispettosa, trasmettendo anche ai curanti l’esigenza di salvaguardare la percezione dei malati di essere portatori di dignità.
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BIOGRAFIE Marina Sozzi, filosofa, formatrice e tanatologa si occupa di studiare l’esperienza della morte, della malattia e del fine vita, e i rituali della morte e del lutto e porta avanti un lavoro di formazione e di sensibilizzazione culturale nella società su questi temi. Ha diretto la Fondazione Fabretti e attualmente è direttrice di SAMCO, associazione di cure palliative che opera in provincia di Torino. Dal 2012 scrive un blog piuttosto seguito: www.sipuodiremorte.it, ed è docente della Scuola Capitale Sociale per quanto riguarda il filone tanatologico. Con Laterza ha pubblicato Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia (2009); con Chiarelettere Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita (2014) e Non sono il mio tumore (2019). Davide Sisto, filosofo e dottore di ricerca in filosofia, insegna all’Università di Torino Antropologia Filosofica, Culture Cyborg e Realtà Aumentata. Si occupa da molti anni di tanatologia, a partire da un punto di vista filosofico e in relazione alla medicina, alla cultura digitale e al postumano. Ha pubblicato diversi libri tradotti in molte lingue: Porcospini digitali. Vivere e mai morire online (Bollati Boringhieri 2022); Ricordati di me. La rivoluzione digitale tra memoria e oblio (Bollati Boringhieri 2020); I confini dell'umano. La tecnica, la natura, la specie (Il Mulino 2020); La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale (Bollati Boringhieri 2018).
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e testimonianze
UN SGUARDO POSSIBILE SUL TEMPO LIBERO DEGLI STUDENTI OSSOLANI Il contesto agisce sull’adolescente, e ciò proprio in virtù di quanto egli si proietti ad inserirvisi, negoziandone il suo ruolo all’interno, in un processo di accomodamento reciproco, in cui, a fianco del farsi portatore sano di una fisiologica tendenza al cambiamento, troviamo un sempre imperante bisogno di accettazione. di Andrea Gnemmi e David Veronesi
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importanza del contesto tra pregiudizi e opportunità
“Non ci sono più i giovani di una volta” è forse la frase più utilizzata nella storia delle riflessioni e interpretazioni dei fenomeni generazionali. Affermazioni di questo genere esercitano un fascino ab illo tempore e sembrano essere vittima, dell’overload informativo - che costringe alla semplificazione - ma, a onor del vero, anche dell’intrinseca fragilità narcisistica degli adulti, che affermando il declino del nuovo, si sentono già un po’ migliori. Le tendenze semplificatorie e paternalistiche sono un rischio concreto quando si vuol parlare di ragazzi, le scienze psicosociali si presentano come preziose alleate per non scivolare in queste semplificazioni. Fra queste, l’analisi ecologica dei sistemi entro cui l’individuo si muove si rivela metodo capace di rispondere alla complessità che ci si sottopone ogni qual volta cerchiamo di interrogare il presente e sarà interesse particolare all’intero questo articolo. Riporteremo i dati emersi da un progetto di ricerca condotto dall'Associazione Contorno Viola, su mandato del CISS Ossola; studio che ha coinvolto 178 ragazzi dell'Istituto Marconi-Galletti-Einaudi di Domodossola ed è stato realizzato nell'ambito del progetto "Reti per Funamboli” che prevede una serie di attività in favore dei giovani, anche a seguito di alcuni episodi di violenze e disagio giovanile registrati sul territorio. Territorio che, di fatto, non è soltanto passiva cornice delle azioni del singolo, ma per l’appunto, si scopre vero e proprio pilastro dei fattori contestuali capaci di incidere sull’adattamento psicosociale dell’individuo, ancor di più quando questo è adolescente. Pensiamo, a tal proposito, all’influenza delle caratteristiche strutturali dei quartieri: uno studio di Leventhal & Brooks-Gunn, del 2000, ci informa che vivere in un ambiente ad alto Status socio Economico (SES) correli positivamente ai risultati scolastici e negativamente all’abbandono scolastico; così come vivere in quartieri con un basso SES aumenti le probabilità di essere coinvolti in comportamenti delinquenziali, criminali e di
incorrere in problemi comportamentali - come agiti violenti, aggressivi e uso di sostanze. Tali dati, inoltre, paiono ancora maggiormente salienti, considerando che, laddove il giovane abbia l’opportunità di spostarsi da questi quartieri, le sue prospettive miglioreranno. Ma ancora, possiamo citare gli innumerevoli processi che rientrano all’interno del concetto di capitale sociale: il senso di comunità, l’efficacia collettiva, la coesione sociale. Quest’ultima, a rappresentare il senso di appartenenza emozionale tra i membri di una comunità, è da assumere come determinante rispetto alla fiducia e la solidarietà tra i membri di una collettività (Santinello, Vieno, 2006) Fiducia e solidarietà che, come ci informa una ricerca di Santinello e Vieno (università di Padova) del 2011, pare centrale nel creare le condizioni affinché un genitore si fidi a lasciare i figli liberi di esplorare l’ambiente circostante, e quindi, a sua volta, si scopre determinante rispetto alla relazione adolescente-famiglia, in particolare circa i temi del controllo. Particolarmente interessanti risultano gli studi appartenenti al mondo della psicolinguistica; soprattutto quelli che indagano i fattori che mediano la comparsa dell’errore fondamentale di attribuzione - ovvero la tendenza ad infierire tratti di personalità sulla base del comportamento osservato, anche quando quel comportamento potrebbe essere spiegato da fattori situazionali. In sostanza, la locuzione “dipende dalla situazione” verrebbe utilizzata molto più frequentemente per sé stessi che per gli altri. Il contesto, insomma, agisce su di noi, e forse più ancora di quanto l’individuo agisca su di esso. Il contesto, in particolare, agisce sull’adolescente, e ciò proprio in virtù di quanto egli, in questa fase, si proietti ad inserirvisi, negoziandone il suo ruolo all’interno, in un processo di accomodamento reciproco, in cui, a fianco del farsi portatore sano di una fisiologica tendenza al cambiamento, troviamo un sempre imperante bisogno di accettazione. Il contesto, in conclusione, agisce su di noi, ed anche se non sempre sembriamo capaci o disposti a tenerne conto come afferma David Foster Wallace: “l’ultimo ad accor-
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gersi dell’acqua è il pesce” - per il progetto “Reti per Funamboli” abbiamo scelto di fare affidamento su un breve questionario qualitativo proprio al fine di raccogliere maggiori informazioni circa l’atteggiamento degli adolescenti dell’Ossola rispetto al loro contesto comunitario.
I risultati del questionario Anzi tutto, dall’analisi descrittiva del campione, di 178 soggetti, è emerso un target con una media d’età di circa 16 anni. La distribuzione geografica, inoltre, ha rivelato come la maggioranza dei rispondenti provenisse da Domodossola (24%), seguita da Villadossola (13%) e Crevoladossola (10%), con le restanti frazioni a completare la distribuzione complessiva. Sotto un profilo descrittivo, si è ulteriormente evidenziata la notevole partecipazione di tutti i soggetti al questionario. È stato infatti osservato con favore come ciascun partecipante abbia fornito risposte esaurienti ai quattro item, spesso persino arricchendo le proprie risposte. Rispetto alla domanda “Ti piace il posto dove abiti?” È emerso come il 26% dei rispondenti abbia dato un giudizio positivo, mentre il 74% abbia dato un giudizio negativo. Analizzando nel dettaglio i giudizi sono stati identificati alcuni elementi chiave rispetto alle valutazioni. In senso favorevole sono emerse caratteristiche quali: serenità ambientale, rapporto intimo con l’ambiente naturale, apprezzamento per la solidità delle relazioni sociali. Ciò sembrerebbe confermare quanto emerge dalla letteratura: più stretti sono i confini di una comunità, più legati alla zona di residenza sono i propri membri (Santinello, Vieno, Crespi 2002). Tra chi invece ha fornito una valutazione sfavorevole sono emerse: la carenza di opportunità rivolte ai giovani, una percezione di isolamento e di lontananza dai centri di interesse e una percezione negativa rispetto alla scarsa presenza di infrastrutture e servizi essenziali. Ciò va considerato come di particolare interesse, in quanto una certa insoddisfazione per le caratteristiche sociodemografiche del proprio territorio, nello specifico rispetto alle
opportunità che questo offre, emergerebbero come uno dei possibili fattori di rischio in adolescenza (Albiero, 2021). Rispetto all’insoddisfazione dichiarata, poi, sono emerse conseguenti richieste di incremento delle strutture e di attività rivolte ai giovani. Tra le richieste più citate sono emerse la necessità di maggiori locali e centri di intrattenimento, miglioramenti alle infrastrutture sportive, spazi polifunzionali, ma anche corsi e opportunità formative. Rispetto all’item che ha indagato come i partecipanti al questionario trascorrano il loro tempo libero, sono emerse le seguenti preferenze: uscite con gli amici, praticare attività sportive ed Hobby vari - nello specifico la Palestra e i videogame - e infine le interazioni con la propria famiglia. Nello specifico, rispetto alle uscite con gli amici è risultato evidente come le attività più nominate siano state quelle legate alle zone verdi del territorio (sicuro valore aggiunto), ma anche ai bar e gli aperitivi (59%). Riguardo al tema delle risse, di cui tutti i ragazzi affermano di aver sentito parlare, la maggioranza (63%) ha mostrato una forte disapprovazione, mentre il 22% non ha specificato un particolare atteggiamento di disapprovazione. Un ultimo 15% si è poi dichiarato apertamente indifferente. Ad un’analisi più attenta del gruppo che ha manifestato aperta disapprovazione per le risse, sono emerse due sottocategorie distinte di atteggiamenti: la prima sottocategoria ha dichiarato come tali comportamenti siano essenzialmente inutili, senza dettagli ulteriori (73%) mentre la seconda sottocategoria è stata maggiormente propensa a descriverli come fonte di preoccupazione, anche personale (27%). Nello stesso modo, tra coloro i quali non è emersa una particolare disapprovazione, si sono distinte due ulteriori sottocategorie: nella prima si è notato l’uso predominante di termini che suggeriscono indirettamente una normalizzazione del fenomeno delle risse (78%), mentre nella seconda si è fatto esplicitamente riferimento a tali comportamenti come fonte di intrattenimento e divertimento (22%). Dai dati i è emerso inoltre che circa il 38% dei rispondenti abbia espresso opinioni specifiche rispetto alle possibili soluzione per affrontare le risse tra i ragazzi. Queste opinioni hanno incluso proposte educative, di
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Protagonisti
sensibilizzazione e di supporto psicologico (70%), mentre altre proposte si sono maggiormente rivolte ad un rafforzamento del controllo da parte delle autorità (23%) e solo una piccola percentuale ha attribuito un ruolo potenziale al fornire maggiori alternative al tempo libero (5%). Ciò rivelerebbe un notevole interesse nel condividere opinioni costruttive e, nondimeno, suggerirebbe la bontà di un coinvolgimento attivo dei giovani nella definizione di strategie e interventi. A questo proposito, riteniamo che valutare l'organizzazione di gruppi di discussione o workshop, in luoghi già esistenti o in appositi spazi, potrebbe risultare pertinente. Seppur non di semplice introduzione, tali iniziative, potrebbero costituire un mezzo efficace per garantire che le voci dei diretti interessati siano ascoltate con attenzione, che le loro prospettive e necessità siano adeguatamente rispettate nell'elaborazione di futuri piani d’azione, e soprattutto che gli interventi applicati abbiano una maggiore probabilità di successo. La partecipazione ai processi decisionali risulterebbe un importante fattore protettivo circa ai comportamenti a rischio in adolescenza (Albiero, 2021), in particolare nei gruppi di ragazzi più distanti da realtà associative e partecipative. Queste indicazioni che arrivano dai ragazzi, per quanto generiche, sono decisamente chiare e vanno nella direzione della richiesta di spazi partecipativi, che possono
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avvenire nelle realtà sportive, associative, ma anche nella scuola, ad esempio con la Peer Education. I suggerimenti che nascono da questo breve percorso richiedono un rinforzo della comunità educante, senza cadere in retoriche securitarie o paternalistiche sui bei tempi quando i giovani erano educati. Bisogna essere consapevoli di come educare significhi in primo luogo ascoltare, e di come proprio nel problema abiti spesso una parte della soluzione. Bibliografia American Psychological Association, Developing adolescents, (2002). https://www.apa.org/pi/families/resources/ develop.pdf Albiero P. (2021), Il benessere psicosociale in adolescenza, Carrocci editore. Vieno A., Santinello M., Crespi I, (2002) L’osservazione delle caratteristiche fisiche e sociali dei quartieri, in Prezza, Santinello (2002), pp. 103-32. Vieno A., Santinello M., (2006), Il capitale sociale secondo un’ottica di Psicologia di comunità, in “Giornale Italiano di Psicologia, 33, pp. 481-97. Santinello, M., & Vieno, A. (2021). C'è bisogno di un'intera comunità per far crescere bene i nostri adolescenti? in P. Albiero (Ed.), Il benessere psicosociale in adolescenza. Prospettive multidisciplinari, pp. 185-207.
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IL BISOGNO DI PRENDERCI CURA DELLA NOSTRA FRAGILITÀ Assistenza psicologica alle famiglie, formazione per figure professionali, eventi di sensibilizzazione per il grande pubblico, questo e molto altro in progetto PALLIUM Davide Lo Duca
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opo due anni di lavoro è tempo di bilanci per il progetto Pallium, avviato nel novembre 2021 nell’ambito del Programma di Cooperazione Interreg V-A Italia Svizzera - Interreg 2014-2020, di cui hanno fatto parte il Capofila italiano Cooperativa La Bitta, il Capofila svizzero Hôpital du Valais, i partner italiani ASL-VCO, Fondazione Comunitaria del VCO Ente filantropico, Cooperativa Emisfera e a cui hanno collaborato CREMIT - Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Associazione Angeli dell’Hospice VCO odv. La finalità del progetto era favorire l’accesso alle cure palliative al maggior numero possibile di pazienti, in particolare nelle aree periferiche, favorendone nel contempo la permanenza a domicilio con tutti i benefici correlati alla qualità di vita, ma anche, in una prospettiva di sostenibilità degli interventi, alla riduzione dei costi relativi alla cura e assistenza. L’approccio transfrontaliero ha previsto le seguenti azioni e obiettivi: • sviluppo di una soluzione tecnologica per favorire l’accesso ai servizi e per assicurare un livello di assistenza più puntuale e accurato; • intensificazione del supporto psicologico a favore dei nuclei familiari per sostenere la permanenza a domicilio dei pazienti; • sviluppo di percorsi formativi articolati a favore di operatori e volontari. Ma quello che è nato con l’attivazio-
ne di Pallium è stato molto di più, è stata la necessità condivisa di avvicinarsi e comprendere in chiave personale e concreta il senso e il valore della comunità; la nostra fragilità umana, individuale e collettiva; l’importanza e il bisogno della cura amorevole, quando si conclude la cura terapeutica; il significato della morte come processo trasformativo di vita. Questioni importanti e di grande umanità che hanno preso forma in azioni aggiuntive quali: • coinvolgimento della comunità sui temi delle tecnologie di comunità e della Death Education; • sviluppo di un’attività di tutoraggio di comunità a supporto della soluzione tecnologica; • ristrutturazione parziale della Casa di Riposo di Montescheno con annessi servizi di comunità, in caso di ulteriore emergenza pandemica; • avvio di un progetto di arte relazionale per sostenere le famiglie delle persone in cure palliative e la comunità della Valle Antrona; • attivazione di un supporto infermieristico nella Casa di Riposo specifico per la gestione delle cure palliative. La risposta al progetto è stata entusiasta e i risultati raggiunti hanno raddoppiato quelli attesi: supporto psicologico a 622 nuclei familiari, rispetto ai 250 previsti; 882 persone formate, a fronte delle 200 immaginate; 15 eventi collettivi che si sono
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concretizzati in 2 rassegne divulgative rispettivamente intitolate “Che la morte ci colga vivi” e “Noi fragili, noi immortali”, che hanno portato all’organizzazione di 6 spettacoli teatrali; un cineforum con la visione di 4 film; 4 convegni a scopo divulgativo con una presenza media di 100 persone ad evento; 4 death cafè e un gioco di ruolo, ogni volta sold out, e una esperienza artistica; la ristrutturazione parziale della Casa per Anziani di Montescheno, che ha così migliorato i servizi assistenziali all’intera comunità della Valle Antrona; il coinvolgimento di oltre quaranta persone in un progetto di arte relazionale e narrazione terapeutica, per la restituzione e la condivisione di memorie e vissuti. E con questi presupposti ora ci si prepara al futuro!
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Protagonisti
e testimonianze
SOGNO DI PORTARE QUI LA MIA FAMIGLIA Intervista a Moussa Bah, florovivaista della Cooperativa Sociale Risorse Cristina Barberis Negra
Quando hai lasciato il tuo paese pensavi di venire in Italia? No, non ho pensato “vado in Italia”, anche se ne avevo sentito parlare; sapevo solo di dover lasciare la mia terra. È stato un lungo viaggio, durato quasi due anni, quello che mi ha portato fino a qui. Raccontaci come è andata? Quanti paesi hai attraversato? Dal Gambia sono arrivato in Senegal, dove sono rimasto solo per pochi giorni, il tempo di organizzarmi e spostarmi in Mali, nella capitale Bamako, in cui ho lavorato per 4-5 mesi come aiutotrasportatore, caricavo e scaricavo car-
toni. Dal Mali mi sono poi diretto in Niger e ho vissuto per 3 mesi a Niamey. Proprio lì, nella capitale nigerina, ho incontrato un commerciante di cammelli libico, che di mestiere portava gli animali dalla Libia al Niger, che mi ha proposto di lavorare con lui, andando avanti indietro fra i due paesi, e ho accettato. In uno dei trasferimenti mi sono trovato da solo alla frontiera con la Libia, proprio durante la guerra; ho cercato di contattare il mio capo ma non si è più fatto trovare, ha cambiato numero di telefono e mi ha abbandonato al mio destino. Fortunatamente, dopo qualche giorno di paura, senza mangiare, ho incontrato una persona generosa che mi ha aiutato molto. Quando mi ha visto mi ha detto: “Se tu stai qua, puoi morire in qualsiasi momento; vieni ti porto a casa mia a fare le pulizie”. La situazione in Libia stava peggiorando, volevo rientrare in Niger ma non era possibile, il mio nuovo capo, che si
era affezionato a me, allora mi ha trasferito in un’altra sua casa a Tripoli. È stato un viaggio difficilissimo, ne ho fatto dei pezzi anche nel baule della macchina, ma poi per qualche mese sono stato bene: non pagavo l’affitto e guadagnavo parecchio. Purtroppo però il Libia non c’è legge, e un giorno rientrando dalla spesa, mi ha fermato la polizia, mi ha sequestrato il passaporto, da quel giorno non l’ho più rivisto, e mi hanno sbattuto in prigione, senza che avessi fatto nulla. Sono stato tre mesi nelle carceri libiche, poi, siccome alcuni imprenditori vengono, con la connivenza della polizia, a cercare lavoratori gratis fra i prigionieri, mi sono offerto come muratore per un cantiere e sono riuscito a scappare e a imbarcarmi verso la Tunisia. Come è stata l’esperienza in mare? Siamo saliti all’una di notte, senza mangiare e senza sapere dove stessimo andando. Siamo rimasti in mare 5 gior-
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ospite di questa seconda puntata della rubrica “Migranti” è Moussa Bah, agricoltore e allevatore del Gambia, partito da Basse, la sua città natale, il 24 dicembre del 2013, oggi florovivaista della Cooperativa Sociale Risorse.
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ni, avevamo acqua, ma eravamo quasi tutti morti di fame. Siamo stati fermi con il motore spento, in mezzo al mare, per un tempo che non so quantificare. Poi ci ha intercettato una nave da pesca, credo tedesca. Gli diciamo che vogliamo andare in Tunisia, ma eravamo già in acque italiane e ci hanno sbarcati in Sicilia. Era la metà di marzo del 2015.
Foto Lorenzo Camocardi
E a Verbania come ci sei capitato? Dalla Sicilia mi hanno mandato direttamente al centro di accoglienza di Verbania, era il 25 marzo, me lo ricordo bene. Per due settimane non sono uscito da lì, dopo la Libia ero terrorizzato dalla polizia. Così il responsabile del centro mi dice, facendosi tradurre da uno che è in Italia da tanti anni e che parla lingua mandinka, che io capisco anche se il mio dialetto è il pulaar, “qui in Italia ci sono le regole, se non fai male a nessuno, nessuno ti fa del male”. Da allora ho cominciato l’iter con la
Questura e dopo quattro tentativi ho ottenuto il permesso di soggiorno. Nel frattempo avevo cominciato a studiare l’italiano e a fare diversi corsi di formazione lavoro. Come ti trovi in Cooperativa? Ti piace il tuo lavoro? Ho iniziato a lavorare in cooperativa nel 2017 e dal 2019 ho un contratto a tempo indeterminato. All’inizio mi sembrava un’attività molto faticosa, poi, piano piano, è cambiato tutto. Mi trovo benissimo, ho potuto fare tanti corsi di formazione per utilizzare i mezzi, i prodotti per diserbare, le attrezzature. Basta avere voglia di lavorare e di capire, bisogna chiedere, oggi mi sento di dire che è come se fosse mia. Sono felice, sono molto molto felice, perché sono autonomo, ho una casa, intestata a mio nome, pago le mie spese, faccio la mia vita tranquilla senza disturbare nessuno e nessuno mi disturba, quindi sono felicissimo.
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Hai anche imparato ad amare la cucina italiana? Sì. Appena arrivato cucinavo solo piatti africani, per sentire meno la nostalgia di casa. Il cibo italiano non mi piaceva per niente, soprattutto la pasta. Oggi? Non riesco a stare un giorno senza pasta e ho anche imparato a cucinarla. Cosa vedi nel tuo futuro? Mi manca tanto la mia famiglia, sogno di portare qui mia moglie e i miei figli, non voglio che crescano come sono cresciuto io, né che possano passare quello che ho passato. Voglio farli studiare. Io sono andato a scuola per la prima volta qui in Italia. Per ora loro sono ancora piccoli, 12 e 9 anni, e, grazie al mio lavoro qui, stanno già andando a scuola nel mio paese. Appena mi daranno i documenti necessari li farò venire in Italia. Questo è il mio sogno ora!
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Notizie
e cronache
LES SOINS PALLIATIFS AU CENTRE
Quando non è più possibile aggiungere giorni alla vita, diviene imperativo aggiungere vita ai giorni Samantha Brandini
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ell’ambito della Giornata Mondiale delle Cure Palliative, sabato 7 ottobre, il Dipartimento di Medicina Palliativa del Centre Hospitalier du Valais Romand (CHVR) ha organizzato, presso la Salle communale di Martigny, Pallium – les soins palliatifs au centre, una giornata di informazione e dibattito che si colloca nella rassegna autunnale del progetto Interreg Pallium Prendersi cura e migliorare la qualità di vita dei pazienti terminali e dei loro familiari di cui l’ Hôpital du Valais è capofila per la parte Svizzera. Finanziato dal Programma Interreg Italia Svizzera il progetto ha focalizzato l’attenzione sulle cure palliative, in modo particolare sulle soluzioni condivise e le specifiche competenze dei partner per migliorare l'accessibilità dei servizi sui due lati della frontiera. Il convegno Pallium – les soins palliatifs au centre è stata l’occasione per discutere le conclusioni di questa collaborazione italosvizzera. Grazie alla brillante conduzione della giornalista Manuella Maury sul palco della Salle communale si sono susseguiti gli interventi di Anne-Laure Couchepin Vouilloz, sindaco di Martigny; Dr Thomas Nierle, direttore medico del CHVR; Christelle Carrupt, direttrice delle cure presso CHVR; Dott. Luigi Stanco, Medico Strutturato del Reparto di Medicina Palliativa - CHVR; Davide Lo Duca, responsabile del progetto Interreg Pallium; Paolo Balzardi, responsabile progetto, autorità di gestione, Interreg I-CH; Dott.ssa May Monney, Medico Primario del Reparto di Medicina Palliativa - CHVR; Isabelle Beytrison, infermiera responsabile del team mobile di cure palliative (EMSP) CHVR; Nadine Pardo, presidente Associazione Palliative-vs; Agnieszka Grosjean-Bagnoud, infermiera
responsabile e condirettrice La Maison Azur di Sion; Patrick Müller, direttore amministrativo e condirettore La Maison Azur di Sion. A seguire “paroles et parole” - Il linguaggio nella relazione di cura, al crocevia tra il mondo della cura e quello dell'arte, ha coinvolto ed emozionato i partecipanti. Lo spettacolo costruito sulla base delle testimonianze di pazienti e professionisti raccolte da Jocelyne Métrailler Al-Sayegh, infermiera specializzata in cure palliative, e Olivia Seigne, regista e attrice, è stato messo in scena dalle ideatrici con la partecipazione di Julien Jacquérioz, attore. Un’occasione per porre attenzione sulle emozioni di pazienti e caregiver, per riflettere sui bisogni di ognuno, favorire una migliore comunicazione e consapevolezza. Infine, il “Café Mortel”, con la partecipazione di Rita Bonvin, infermiera specializzata in cure palliative del CHVR e membro dell'associazione EnVie de dire la Mort, ha coinvolto un centinaio di persone in uno spazio aperto per parlare di morte e di vita. Meglio conosciuto in Italia come “Death cafè” anche grazie all’effetto mediatico Fiorello che ha così presentato l’iniziativa promossa dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte “…Prepararsi alla morte con l’aiuto degli psicologi: a Torino il primo Cafè della Morte’. La mattina vai là, ti prendi il caffè e il barista ti guarda e ti dice: ‘Devi morire, ma stai tranquillo non è niente’. Poi ti danno un bicchiere di whisky, un bicchiere di cognac…Non sono battute, è realtà. Il Cafè della Morte, andateli a trovare. Vi stanno aspettando a braccia aperte!” Un evento pubblico no-profit che ha lo scopo di promuovere attorno alla morte, la perdita, il lutto, i riti. �� Un'oralità viva: la presenza reale
di chi parla e di chi ascolta, permettendo l'incontro; il legame con una tradizione orale secolare che legittima l'uomo nelle sue parole sulla morte e sulla vita; lo sviluppo di una storia che porta avanti questo lavoro enigmatico attorno al lutto e alla morte. �� Un’oralità cittadina: quella che affronta temi che riguardano tutti noi, in luoghi accessibili a tutti, riunendo ogni volta una comunità effimera di vivi di fronte alla morte. �� Un'oralità non specializzata: quella che riconosce il valore dell'esperienza di ognuno; colui che affronta la morte, senza ricorrere ai riferimenti di alcun sistema. Grazie ai Cafés Mortels la voce di ognuno può esprimersi, portando con sé una storia unica di morte ma anche di vita nel cuore della città; così la morte non esce solo dal silenzio, ma anche dall’ambito medico-socio-terapeutico in cui sarebbe vano cercare di confinarla. Grazie all’Interreg Pallium e al conseguente scambio di buone prassi i Death Cafè sono stati proposti anche nel territorio del VCO dove hanno registrato una sentita partecipazione, fatto che ha spinto l’Associazione Angeli dell’Hospice VCO ODV a riproporre gli appuntamenti (24/11, 15/12 ,19/01). Fonti: www.enviededirelamort.com www.palliative-vs.ch
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Saluto d’apertura del convegno della giornalista Manuella Maury (traduzione dal francese)
Buongiorno a tutte e a tutti, Inizierò salutando i vivi che dormono in noi e gli assenti che sono parte di noi. Coloro che a volte ci parlano, che tornano da noi nei nostri sogni e di cui sentiamo la mancanza. Quelli che, prima di noi, hanno vissuto il grande viaggio che tutti noi faremo. Se me lo permettete, vorrei invitare mio padre a questo incontro. Invitarlo per rievocare i suoi ultimi giorni all'ospedale del Vallese. E potervi raccontare, alla sua discreta presenza, il suo ultimo giorno. Sono già passati 7 anni. Quest'ultimo giorno è un mercoledì blu intenso con il profumo dell'estate. Il giorno prima, circondato da un oncologo, un cardiologo, un'infermiera, un nutrizionista, un assistente medico, sua moglie, le sue quattro figlie, la bocca secca e le metastasi, mio padre Benoit, nato nel 1935, aveva detto con malizia: “È questa la mia punizione? C’è davvero bisogno di così tante donne? ". Abbiamo sorriso tutti. Ha tossito. Poi aggiunse con difficoltà: “cosa stiamo facendo…?” Mio padre aveva fiducia nella scienza. Quindi ha interrogato i suoi rappresentanti. Di tutti i professionisti presenti al suo capezzale, solo l'oncologo ha proposto un'ultima linea di trattamento. "Chemioterapia di conforto", ha detto. Gli altri hanno parlato di cure palliative. Per noi ha significato chiaramente la fine della sua vita per la prima volta. Allora papà si è rivolto al “suo harem” – come diceva qualche volta – e ha chiesto consiglio. "Cosa fareste…?" Stiamo tirando a sorte? ". Sono la più giovane, mi ha guardata per ultimo. Gli ho detto che era l'unico che poteva decidere. Provò a bere ancora un po', prima di pronunciare “Non bisogna rinunciare” nel suo dialetto che ritornò così intensamente alla fine della sua vita. Ci regalò un giorno, una notte, anche una piccola speranza. E poi se n'è andato. Il 24 agosto 2016, quando ci fu un terremoto in Italia, intorno alle 4 del mattino, mio padre smise di respirare per sempre. Il giovane medico che venne a confermare l'ora della sua morte non seppe dire a mia madre, alle mie sorelle, a me: coraggio... o le mie condoglianze... o qualsiasi altra banalità altrettanto confortante. Non so... mi spiace... o semplicemente... accidenti, è stupido! Anche oggi penso a lui. A questo giovane così competente, così impegnato, così solo, così istruito. Ancora oggi lo compiango per aver saputo gestire la morte senza essere sufficientemente attrezzato per la VITA.
“Quando mi si chiede di parlare di Cure Palliative, amo riferirmi alle parole del Dr Jean Bernard, medico e accademico francese del XX secolo, che definiscono bene l’essenza della nostra missione: “Quando non è più possibile aggiungere giorni alla vita, diviene imperativo aggiungere vita ai giorni”. Ciò che mi appassiona nelle Cure Palliative è l’approccio olistico che ci permette di prendere in considerazione la dimensione somatica, psichica, sociale e spirituale della persona affetta da una malattia grave ed incurabile, così come di offrire un sostegno ai familiari. Ciò è possibile soltanto grazie ad una collaborazione interprofessionale di una équipe pluridisciplinare perché ognuno gioca un ruolo decisivo: dai fisioterapisti agli infermieri, dai medici agli arte-terapeuti, dagli assistenti spirituali agli chef di cucina; ogni contributo conta, ogni membro dell’équipe apporta una dimensione unica nella cura. Migliorare la qualità di vita e preservare la dignità umana dei nostri pazienti sono, senza dubbio, le nostre principali missioni in quanto medici palliativisti.” Dr. Luigi Stanco, Medico strutturato in Medicina Palliativa, Centre Hospitalier du Valais Romande (CHVR)
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dalla scuola
L’INFORMAZIONE SOCIAL CHE CREA DISINFORMAZIONE? Gaia Berini e Alice Demontis
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pesso ci si chiede da dove nasca la conoscenza e come si formi: sicuramente inizia nelle menti ancora giovani, perché, fin dal nostro primo giorno di vita, iniziamo ad imparare. Ma alla base di questo processo c’è un elemento indispensabile: l’informazione. Informarsi fa parte della vita di ognuno di noi, grandi e piccoli, e senza di essa non solo noi stessi, ma l’umanità non avrebbe progredito. Le informazioni vengono diffuse e condivise e in questo scambio un ruolo centrale è giocato dalle giovani generazioni. Ma oggi i giovani come si informano? Quante cose sono cambiate nel corso del tempo? “Imparare dal passato”: il mondo come lo conosciamo oggi è frutto di un arduo lavoro durato secoli e non saremmo nulla se non guardassimo al passato. E se oggi abbiamo tutte queste conoscenze su noi stessi e sul mondo che ci circonda è perché ci sono stati forniti i mezzi per trasmettere informazioni non soltanto ai nostri contemporanei, ma anche alle generazioni future. Questi canali di trasmissione delle informazioni hanno subito notevoli cambiamenti nel tempo, tuttavia oggi non esisterebbe nessun ebook online, se in passato non fosse venuto in mente a qualcuno di mettere per iscritto tutto il sapere possibile. Detto questo, nella società contemporanea possiamo individuare due tipi di mezzi di informazione: i mass media tradizionali e i new media. I primi permettono di trasmettere dati e informazioni su vasta scala - alcuni esempi sono i giornali, la radio, la televisione – e questo vale anche per i secondi, che tuttavia si caratterizzano come digitali, interattivi, ipertestuali, e consentono quindi di condividere informazioni simultaneamente, utilizzando strumenti come la posta
elettronica, le chat, i blog. Per avere un’idea più chiara su come si informino oggi le giovani generazioni, abbiamo chiesto alle otto classi quarte del Liceo “Giorgio Spezia” dei diversi indirizzi di rispondere ad un sondaggio; abbiamo ricevuto 83 risposte (27 studenti di Scienze Umane, 25 dello Scientifico, 18 del Linguistico e 13 del Classico). Con questo sondaggio abbiamo cercato di capire quale tra le due tipologie di media -mass media tradizionali e i new media- sia quella più utilizzata dai giovani. I dati raccontano che tra gli intervistati una buona maggioranza, il 67%, usa spesso o almeno qualche volta i giornali per informarsi. Ma il 99% degli intervistati ricorre ai social media: quindi senza dubbio sono la fonte principale per i giovani. C’era da aspettarselo, suona perciò più sorprendente sapere che una buona parte dei ragazzi consulta ancora la carta stampata. Ma quali sono i social più utilizzati? Vittoria schiacciante per Instagram (72 voti); seguono a pari merito Youtube e Tiktok (entrambi a quota 49). Al quarto posto Telegram (10), superato di poco da Twitter (12). Fanalini di coda Snapchat (6) e Facebook (5). Ma quale invece sarebbe effettivamente il più adatto alla diffusione di notizie secondo i nostri intervistati? Instagram non perde il suo primo posto (67 voti), segue Youtube (45) e alle sue calcagna troviamo Tiktok (40). Twitter scende di una posizione, al quarto posto (25), battendo Facebook (15) e Telegram (11). Piuttosto evidente è la sconfitta di Snapchat (che conta 0 voti). Considerata la rilevanza dei social fra i giovani, ci possiamo chiedere se la loro presenza nel mondo dell’informazione sia un cambiamento positivo
o negativo. Da un lato i vantaggi non sono pochi, poiché i social media: ● permettono di diffondere molte più informazioni rapidamente e non presentano barriere spazio-temporali; secondo il sociologo e filosofo McLuhan il pianeta in questo modo si è trasformato in un “villaggio globale”: veniamo tutti coinvolti in tutti gli eventi globali, come se tutto fosse vicino a noi; ● consentono di apprendere nuove informazioni e di confrontarsi con tanti punti di vista differenti (ai nostri intervistati abbiamo chiesto se solitamente fossero interessati a confrontarsi con punti di vista differenti dai propri: il 18% dei ragazzi preferisce confrontarsi con fonti vicine alla propria linea di pensiero, mentre il restante 82% è disposto a prendere in considerazione e ad analizzare altri punti di vista); ● ognuno può esprimere sé stesso, le proprie idee e aprono alla multiculturalitá, permettendo di rimanere in contatto con gli altri e di socializzare; ● non richiedono una spesa ripetuta nel tempo per l’accesso alle notizie/ informazioni (mentre i giornali vanno comprati ogni giorno); ● creano nuove professionalità (come il social media manager, una figura che si occupa di gestire nel modo più funzionale possibile l’immagine virtuale delle persone). Dall’altro lato però i new media sono un’arma a doppio taglio: non è tutto oro quello che luccica, poiché: ● i ragazzi si trovano a far fronte al sovraccarico di informazioni offerte da internet. Ci sono così tante informazioni che c’è disinformazione; ● diventa difficile distinguere le notizie vere da quelle false e non è mai certo il grado di affidabilità delle fonti consultate;
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● un’eccessiva libertà nell'accesso ad internet, sia come ricevente che come emittente, può causare problematiche etiche e legali e questo lo dimostra la sempre più crescente necessità di regolare, attraverso leggi che in passato non servivano, il mondo virtuale; ● non possiamo essere certi dell’identità delle persone con cui comunichiamo in internet e della loro buona fede; ● è necessario l’acquisto di dispositivi come telefoni e computer il cui prezzo non è sempre accessibile a tutti; ● come da un lato si creano nuovi lavori, dall’altro vengono meno quelli
storici (un esempio è quello degli ’edicolanti’ che negli ultimi anni si sono ridotti di numero); ● il loro abuso riduce il contatto diretto con le persone con il rischio di contribuire all'isolamento sociale. Come far fronte a tutto questo? Sicuramente uno dei punti di riferimento più saldi per i giovani è la scuola e, secondo i nostri intervistati è proprio così: per garantire un corretto accesso all’informazione e anche una formazione sul comportamento corretto da tenere nello spazio virtuale, dovrebbe essere la scuola a “proporre più incontri su tematiche attuali e discussioni spontanee con gli insegnanti”, come
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viene suggerito da un intervistato. Inoltre è emerso che i ragazzi preferiscono avere la possibilità di discutere in classe di argomenti di attualità, basandosi anche su giornali o altre fonti, ed è stato manifestato un certo apprezzamento per incontri e conferenze culturali. Allo stesso tempo si ritiene però anche che ognuno dovrebbe metterci del suo, informandosi anche individualmente al di fuori della scuola. Bisogna sempre tenere a mente che non sappiamo tutto: sembrerebbe azzeccato il commento di Socrate (ripreso da un anonimo intervistato) “so di non sapere”.
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GIUSTIZIA RIPARATIVA: INDICAZIONI E CONTROINDICAZIONI La giustizia riparativa, prevista dalla riforma Cartabia, si può conciliare con i casi di violenza maschile sulle donne? Laura Luisi
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el secondo numero 2023 di questa rivista si è parlato di “giustizia negata” a donne vittime di violenza, negata in quanto sembra configurarsi in vera e propria “ingiustizia”, un percorso ad ostacoli che esclude quasi completamente possibilità di tutela delle donne che decidono di denunciare, trasformando l’attesa del processo in un periodo tormentato e di grande sofferenza. La lentezza del procedimento rispetto a una denuncia (alla quale corrisponde mediamente un’attesa del processo pari a due anni), ha gravi implicazioni per la donna maltrattata, che in tale intervallo deve “arrangiarsi da sola” per vivere in sicurezza, maturando nel frattempo una buona dose di sfiducia nelle istituzioni e nell’ordinamento giudiziario. Ma un nuovo modello di giustizia si sta facendo strada: si tratta della giustizia riparativa o restorative justice che fa riferimento a un modello nato dal bisogno di un procedimento diverso rispetto a quello tradizionale nel quale la vittima assume un ruolo marginale, mentre l'autore del reato è messo al centro dell'attenzione. Salita alla ribalta alla fine degli anni '80, la restorative justice nasce da modelli sperimentali emersi in Nord America e consiste nel considerare il reato principalmente in termini di danno alle persone. Da ciò consegue l'obbligo, per l'autore del reato, di rimediare alle conseguenze lesive della sua condotta. La giustizia riparativa è una forma di risoluzione del conflitto, complementare al processo, basata sull’ascolto e
sul riconoscimento dell’altro, con l’aiuto di un soggetto imparziale, ovvero il mediatore. Con la giustizia riparativa non si cerca di ottenere la punizione dell’autore del reato, ma piuttosto di risanare quel legame con la società spezzato dal fatto criminoso, mettendo al centro la dimensione personale e sociale, con un approccio ribaltato rispetto a quello tradizionale. Instaurandosi così un contatto diretto tra vittima e aggressore, la prima può esprimere i propri sentimenti ed emozioni in relazione alla lesione subita, mentre al secondo viene consentita l’opportunità di responsabilizzarsi. Ciò metterà in atto il coinvolgimento attivo della vittima, dell'agente e della stessa comunità civile nella ricerca di soluzioni che possano compensare i bisogni e i danni scaturiti a seguito del reato. A tal fine la giustizia riparativa comporta l’attuazione di specifici programmi che consentano a tutti i soggetti interessati di fare la loro parte. in un contesto di partecipazione libera e consensuale, attiva e volontaria. In Italia la giustizia riparativa acquista per la prima volta una disciplina organica grazie alla Riforma Cartabia (d.lgs. 10 ottobre 2022 n. 150, attuativo della l. 134/2021, che modifica la disciplina processuale e penalistica, con effetti anche sul delicato tema della violenza sulle donne), la quale dà attuazione alle molteplici disposizioni presenti in ambito europeo e internazionale. È stata fortemente rivendicata dalla Cartabia anche in chiave culturale, in
prospettiva di una giustizia non più vendicativa, ma basata sull’argomentazione, sul ragionamento, sul raggiungimento di una conciliazione. Con queste premesse, la giustizia riparativa, prevista dalla riforma Cartabia, si può conciliare con i casi di violenza maschile sulle donne? Il parere delle esperte che si occupano di questo fenomeno, dalle giuriste all’ex presidente della Commissione d’inchiesta al Senato sul femminicidio, Valeria Valente, alle operatrici dei centri antiviolenza, è unanime: la conciliazione in questi casi non solo non è consigliata, ma è contraria alla legge, in primis alla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013. Nell’ordinamento internazionale si dice chiaramente che il contesto di violenza domestica e violenza di genere preclude l’utilizzabilità di questi strumenti di mediazione, sia perché le parti non sono in posizione di parità di potere (nella relazione violenta la donna è sempre vulnerabile), sia perché la mediazione stessa impone un contatto che espone le vittime a ulteriori pericoli e produce “vittimizzazione secondaria”. Ecco in merito le voci di alcune “addette ai lavori”. Afferma la senatrice Valeria Valente: “La giustizia riparativa non è assolutamente possibile, va contro lo spirito della Convenzione di Istanbul che vieta qualsiasi forma di possibile accordo tra le parti. E la Convenzione è contraria non solo alla mediazione ma anche a forme di conciliazione”. E inoltre: “… lo spirito della riforma è
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giusto e andava perseguito. Andavano però fatte eccezioni, tra le quali far rientrare i reati relativi alla violenza maschile. Nella relazione violenta, infatti, la donna è il soggetto vulnerabile ed è evidente che si parta da una posizione profondamente sperequata”. Una sede possibile di intervento per rimediare a questo errore, secondo Valeria Valente, è quella del “Codice Rosso”, al quale è giunto il momento di apportare quelle modifiche che possano migliorarne il testo. La contraddittorietà della giustizia riparativa rispetto alla Convenzione di Istanbul è sottolineata anche da Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea Onlus e coordinatrice della rete nazionale antiviolenza Reama: “La giustizia riparativa non è assolutamente contemplata dalla Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia. Ci auguriamo vivamente che il nostro Paese faccia riferimento per tutto il suo sistema giudiziario solo al quadro giuridico, tra l’altro cogente, della Convenzione di Istanbul. L’articolo 48, infatti, vieta non solo forme di giustizia riparativa ma anche tentativi di mediazione nascosta che si verificano molto spesso nella prassi, quando si cerca di far avvicinare un maltrattante a una donna vittima di violenza, dando per scontato che siano pari. Sono pari dal punto di vista giuridico, ma di fatto, dal momento in cui c’è lo sbilanciamento totale della relazione, perché una persona è violenta e l’altra no, non si possono mettere a tavolino assieme”. E ancora, secondo una nota del 22 settembre scorso della Fondazione Pangea e della rete antiviolenza Reama: “La ricostruzione del legame spezzato tra vittima, reo e comunità – afferma sempre Simona Lanzoni pensiamo si debba fare quando vi è una relazione tra pari mentre la violenza presuppone una relazione di subordinazione della donna che subisce e di un uomo che ne abusa in diverse forme. Pertanto non si è in una relazione tra pari che permette di scegliere liberamente e con reciprocità di ricostruire. Le donne non possono essere il campo di riconciliazione di chi per anni le ha svilite, offese, picchiate o violentate e infine le ha uccise. Le donne – prosegue – devono sapere che lo Stato e la giusti-
zia garantiscono loro sicurezza, protezione, percorsi che permettano a loro di scegliere la libertà senza condizioni e che consentano loro di ripartire da sé senza l’ombra dell’autore di violenza. Altrimenti come possiamo dire alle donne di fidarsi dello Stato?”. Aggiunge Cristiana Coviello, avvocata della rete Reama: “Lo stesso meccanismo che porta alla violenza porta alla disparità di posizioni e di potere. Le violenze, nella maggior parte dei casi, avvengono tra partner ed ex partner. Le relazioni di legame affettivo che hanno portato alla violenza vedono la donna in posizione subalterna. Se queste posizioni sono a monte, per cui una donna, come sappiamo, ci mette del tempo a uscire dalla spirale di violenza, la vittima nella giustizia riparativa non troverà uno spazio giusto e una giusta collocazione”. D’altro canto, prosegue l’avvocata, “credo nei percorsi per gli uomini maltrattanti, credo che siano necessari, per ogni uomo rieducato c’è una vittima in meno. Ma l’uomo prima deve riconoscere di aver sbagliato, poi si potrà discutere di riparazione”. E da ultime, le parole di Elisa Ercole, presidente di Differenza Donna, una grande Associazione con centinaia di socie e un ampio ventaglio di iniziative, e socia fondatrice dell’Associazione nazionale D.I.Re. – Donne in Rete contro la violenza, la rete nazionale dei Centri antiviolenza e Case delle donne, di cui è stata parte fino al 2019: “Come donne impegnate nei Centri antiviolenza da oltre 30 anni siamo profondamente preoccupate per la incolumità delle donne in uscita dalla violenza. Non solo non è chiaro il percorso di specializzazione di queste figure che dovrebbero facilitare i percorsi, ma non è esplicitato chi debba essere a formare e come realizzare un’azione sistemica nell’immediato (e siamo già in ritardo) e in itinere. Affermiamo con forza che solo noi donne dei Centri antiviolenza abbiamo una storia di lavoro continuo per la decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi patriarcali che sono gli ostacoli che impediscono a qualunque professionista di vedere la violenza e di tenerne conto perché
Alternativa
le donne possano avere giustizia ed essere protette davvero dalla violenza insieme ai loro figli. Non ci rassicura l’esclusione in caso di misure cautelari perché sappiamo che in tutti gli episodi di femminicidio la violenza non era stata presa in considerazione o ancora non denunciata. Chiediamo riforme immediate e un tavolo con la nostra presenza per recuperare ad un danno già realizzato.” Fonti • La giustizia riparativa alla luce della nuova riforma” in DIRITTO.IT • Differenza Donna, Comunicato stampa del 23/01/2023 • Simona Rossitto, La giustizia riparativa nei casi di violenza contro le donne è contro la legge - alleyoop@ilsole24ore.com - 20 Febbraio 2023 • Noemi De Luca, Riforma Cartabia: gli effetti sulla violenza di genere, in Mar dei Sargassi.it, 4 aprile 2023
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il viaggio
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h darling bye, darling bye, darling bye bye bye… questa improbabile traduzione, dettata anche dalla serata in stile irlandese a boccali di ottima birra, è rimasta per noi due un simbolo dell’amicizia di due ragazzi che, zaino in spalla, sono tornati nella terra in cui, tre anni prima, avevano lasciato pezzi di cuore. Eravamo in un pub a Killybegs, un piccolo villaggio portuale nel golfo del Donegal, a due passi dal confine tra l’Eire (la Repubblica di Irlanda) e l’Ulster (l’Irlanda del Nord, parte del Regno Unito); era il 1996 e mancavano ancora due anni al Belfast Agreement, o Accordo del Venerdì Santo, che avrebbe reintrodotto il Parlamento nordirlandese e, soprattutto, impegnato il Regno Unito a legiferare per un Irlanda Unita se la popolazione del Nord Irlanda si fosse espressa in tal senso; le tensioni tra le diverse fazioni erano ancora forti e molti venivano a passare il weekend nell’amata Eire. Ricordo ancora il tifo sfegatato e la gioia incontenibile per la vittoria della nuotatrice Michelle Smith de Bruin, medaglia d’oro alle olimpiadi di Los Angeles, titolo, per usare la frase di un compagno di bevuta, da sbattere in faccia agli unionisti al ritorno in Ulster. Ad un certo punto della serata raccontai che venivamo da una terra che aveva vissuto una lotta di indipendenza durante la seconda guerra mondiale, parlai dei quaranta giorni di libertà e di una canzone che era l’inno di tutti i partigiani e fu così che Roberto, sicuramente più intonato di me, salì su un tavolo a cantare “Bella ciao” mentre io cercavo, con
Alvi Torrielli
alterne fortune, di tradurla per gli avventori che, in totale silenzio, ascoltavano e, in alcuni casi, si commuovevano. Dopo fu un tripudio di abbracci, canzoni e birra, tanto che il ritorno verso il campeggio fu piuttosto difficoltoso. Il pub irlandese, così simile nell’aspetto a quello inglese ma così diverso: forse sono di parte ma nei miei mesi di permanenza in Inghilterra non ho mai percepito quell’atmosfera magica per la quale, in una frazione di secondo, ogni divisione sembra scomparire, in cui i tavoli si uniscono e ci si ritrova assieme a cantare e brindare come fratelli. Come dimenticare la volta in cui ci ritrovammo a cantare con una ragazza dai capelli rossi e dalla voce cristallina, una voce che sembrava accarezzare le note per poi esplodere nella sua potenza vocale: aveva aperto un concerto con i Waterboys, all’epoca secondi solo agli U2 in Irlanda, eppure era lì, con grande semplicità, a cantare con due stranieri, con Roby che si lanciava in un’assurda improvvisazione di “My FIAT one”. Ovviamente in Irlanda non ci sono solo i pub… Ci sono le Cliffs of Moher, scogliere alte oltre duecento metri, dove puoi camminare ad un passo dallo strapiombo, sotto gli sguardi perplessi degli animali al pascolo, guardando un susseguirsi di insenature, precipizi, faraglioni e, se sei fortunato, riesci anche a scorgere le isole Aran che, da sole giustificano un viaggio in Irlanda. Il Ring of Kerry, nelle penisole del sud-ovest, dal clima mite grazie alla corrente del Golfo, dove le strade tortuose sem-
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IRLANDA
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come quello di Kilkenny o circondati da un lago come quello di McDermott; la splendida Galway che, nonostante l’impatto del turismo di massa, mantiene ancora la sua vivacità e i suoi angoli tutti da scoprire; e poi laghi, colline, un cuore tutto verde dove mucche, tori e pecore sembrano i veri padroni, cittadine sperdute, le coste che sembrano senza tempo del Donegal… L’Irlanda è questo e tanto altro ma è soprattutto un popolo che è ben descritto dal loro proverbio “Ar scáth a chéile a mhaireas na daoine” (Le persone vivono all'ombra l'una dell'altra).
Foto Alvi Torrielli
brano svoltare in continuazione per permetterti di ammirare il paesaggio da tutte le direzioni, dove spiagge, sabbia bianchissima, baie, rovine di vecchi castelli, si susseguono interrotti solo da pittoreschi villaggi. Le Giant's Causeway, in Irlanda del Nord, dove oltre quarantamila colonne di basalto esagonali emergono dal mare facendoti sentire visitatore di un pianeta alieno. E poi il monumento preistorico di Newgrange, più antico di Stonehenge, un gigantesco tumulo circolare in cui, durante il solstizio d’inverno, il sole illumina la camera interna; i castelli di cui questa terra è punteggiata, siano maestosi
Alternativa
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invito alla lettura
IL DESERTO DEI TARTARI DI DINO BUZZATI Laura Luisi
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l romanzo è il risultato di un’illuminazione felice, attraverso cui lo scrittore riesce a individuare e a sviluppare temi destinati a toccare le inquietudini e le angosce dell’uomo: il tempo che passa e che deforma cose e persone, la frustrazione che spinge l’individuo alle inutili attese, l’illusione di realizzare se stesso soltanto nel domani e le delusioni degli appuntamenti mancati con la fortuna. L’impronta del mistero e del magico emerge attraverso tecniche particolari: il romanzo stesso manca di una precisa collocazione spaziale e temporale ed è ambientato in zone imprecisate, con vaghe indicazioni temporali, anche se i luoghi vengono descritti con una certa precisione, quasi fossero ritratti dal vero. Questo perché all’autore non interessava dare una collocazione precisa a narrazione e personaggi, ombre prive di autonomia, che rappresentano però i mille aspetti dell’uomo nella sua breve vicenda terrena. Estranei agli stessi o quasi completamente assenti sono gli affetti, le presenze femminili, i rimpianti: sono uomini soli, tutti simili, come dei tipi, destinati a recitare la loro parte nella commedia della vita. La scrittura del Deserto dei Tartari diventa così lo specchio romanzesco della vita dell’autore e di tanti uomini come lui; la storia del protagonista Giovanni Drogo rappresenta una “sintesi della sorte dell’uomo sulla Terra”, un racconto del destino dell’uomo medio in attesa di un’ora di gloria che continua ad allontanarsi, fino a diventare un’occasione perduta per sempre. Pubblicato nel 1940, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, il deserto dei Tartari anche per questo diventa un libro speciale, il libro della vita di Dino Buzzati, l’opera più significativa e un simbolo per il suo tempo, il romanzo che consacrerà Dino Buzzati tra i massimi scrittori del Novecento. Il contesto storico della scrittura del libro, la vigilia della seconda guerra mondiale, è stato certamente determinante nella scelta e nello sviluppo delle sue tematiche: l’ignoto, l’avventura, la molteplicità delle direzioni possibili verso cui spingersi. La trama racconta di chi parte per il fronte con aspettative alte, ma anche di chi rimane a casa, e di chi fa il bilancio della propria vita, consapevole di vivere una condizione umana non eroica. Il Deserto diventa lo scenario dell'intera Italia che viveva anni di oscurantismo, di pericolo e di allarmi. Il romanzo rappresenta anche uno strappo tra due momenti della vita di Buzzati, il mito dell’infanzia che viene distrutto dalla realtà della vita, dallo scorrere del tempo, dalla coscienza che la speranza, vista retrospettivamente, sia vana e illusoria. Il mondo poetico e simbolico di Buzzati, non più espressione del legame misterioso e fantastico che nei suoi primi romanzi univa uomini e cose, si apre ora alle mille suggestioni di fantasmi, angosce, paure e miserie dell’uomo. Sfumature tragiche e grottesche diventano allegorie del destino umano, il mistero non corrisponde più al “meraviglioso”, ma al “mostruoso”. Ai limiti del deserto, immersa in una sorta di stregata immobi-
lità, sorge la Fortezza Bastiani, ultimo avamposto di un imprecisato impero affacciato sulla frontiera del grande Nord. È in quella fortezza che il protagonista, il tenente Giovanni Drogo, viene inviato a far parte della guarnigione, ai confini dello Stato, in una regione lontana e periferica, che deve essere difesa da possibili attacchi del nemico provenienti dalla immensa pianura ai piedi del Fortezza. È lì che il protagonista consuma la propria esistenza, nella vana attesa del nemico invasore. Che arriverà, certo, ma troppo tardi per lui. Il protagonista lascia la citta per raggiungere a cavallo (la vicenda si svolge forse tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento) la Fortezza Bastiani, attraverso un percorso lungo e faticoso che già mostra i tanti segnali di mistero del luogo che dovrà raggiungere. Il procedimento attraverso il quale Drogo entra nella realtà della fortezza e del suo squallore passa attraverso una sottile inquietudine, che pure lo affascina: “Non era imponente, la Fortezza Bastiani, né in alcun modo bella (…) nulla c’era che consolasse quelle nudità, che ricordasse le dolci cose della vita. Eppure, come la sera prima dal fondo della gola, Drogo la guardava ipnotizzato e un inesplicabile orgasmo gli entrava nel cuore”. All’inizio della sua esperienza, ancora spettatore lucido delle vite degli altri militari e dell’oscuro segreto che ognuno di essi nasconde, ha un solo desiderio: andarsene appena possibile, senza lasciarsi contaminare dal fascino della vecchia struttura. Ma quando si presenta per lui l’occasione di lasciare per sempre quel luogo, scopre improvvisamente un’attrazione nuova e inspiegabile verso lo stesso. “Mai Drogo si era accorto che la Fortezza fosse così complicata e immensa. Vide una finestra aperta sulla valle, a quasi incredibile altezza. (…). Vide ombre geometriche di abissi fra bastione e bastione, vide esili ponti sospesi tra i tetti, strani portoni sprangati a filo delle muraglie, antichi spiombatoi bloccati, lunghi spigoli incurvati dagli anni”. (…) Poi, per quanto fosse inverosimile, le mura, già assediate dalla notte, si alzarono lentamente verso lo zenit, e dal loro limite supremo, incorniciato da strisce di neve, cominciarono a staccarsi nuvole bianche a forma di airone naviganti per gli spazi siderali”. Così Drogo, catturato dall’ambiguità della visione e ormai intrappolato nell’abitudine di una routine comoda e privilegiata, rinuncia a partire e diventa parte della Fortezza e di quell’esistenza sospesa, legandosi ai riti di un’aristocrazia militare decadente che si ripetono per anni, mescolati alla gerarchia, all’obbedienza e alla cieca osservanza di regolamenti superati e anacronistici. Rinuncia a partire perché condivide il sogno di tanti altri abitanti della Fortezza e perché pensa che la sua vita sia ancora un’immensa risorsa cui attingere a piene mani. Ma ignora che se da una parte il trascorrere del tempo continua ad alimentare la speranza che accada qualcosa, un’ora di gloria, un destino eccezionale, dall’altra consuma i sogni e la parte migliore della vita. È nell’attesa che si compie il senso dell’esi-
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stenza e il suo destino: l’apparente “nulla” della consuetudine in una guarnigione militare diventa il “tutto”. L’inganno della fortezza e della sua oscura trama che cerca di trattenerlo, impedendogli ogni altra possibile scelta, è il passare degli anni mentre l’esistenza resta ferma: l’uomo invecchia senza accorgersi fino a che improvvisamente scopre la tragedia del tempo perduto e, come un’infausta rivelazione, il precipitare irreversibile verso la morte. La struttura stessa del romanzo conferma questa corsa vorticosa verso la conclusione. In ventuno capitoli passano quattro anni, in quattro capitoli più di dieci anni: quando la vita di Drogo si avvicina alla fine, il tempo scorre sempre più velocemente. E proprio in quell’intervallo di tempo spuntano improvvisamente i primi segnali che oltre il deserto qualcosa si muove, qualcosa si vede, qualcuno sta arrivando. La luce che proviene dal deserto non è soltanto oggetto dell’illusione o della sopraggiunta malattia di Drogo, ma è qualcosa di reale che non ha più oscuri legami con l’allucinazione. Da questo punto il romanzo si muoverà in due direzioni; il lentissimo risolversi dell’evento e la lotta di Drogo contro il tempo per essere presente all’attacco del nemico. Fino a quando l’evento tanto desiderato sopraggiunge ma coincide, come un’estrema beffa, con l’aggravarsi del male di Drogo. La rabbia di non poter partecipare alla lotta sarà effimera e cederà il posto ad un altro sentimento. Sì perché nell’ultimo capitolo Buzzati, con un colpo di scena, capovolge le situazioni e trasforma Drogo nell’unico vincente: è solo, cacciato dalla Fortezza proprio al sopraggiungere della grande “Occasione”, portato via su “una carrozza di ottima costruzione” (…) “una vera carrozza da malato”, mentre i suoi compagni «eccoli adesso a far bottino di gloria». Ma è proprio ora, nell’umile locanda lungo la strada, che avviene la rivelazione. Drogo capirà di aver atteso invano il nemico dal nord, perché la vera battaglia sarà contro la morte. Nulla è più difficile che combattere una battaglia condotta senza possibilità di gloria. “Nulla è più difficile che morire in un paese estraneo ed ignoto, sul generico letto di una locanda, vecchi e imbruttiti, senza lasciare nessuno al mondo”. E quando nella sua stanza entrerà lei, la morte, Drogo riconoscerà in essa “la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita”: non i Tartari, ma l’estremo valico, la grande soglia verso un Altrove. Non oscura disperazione ma “estrema speranza”: La “gioia” è “inesprimibile”, scrive Buzzati, Drogo è l’eroe, i veri perdenti sono i compagni che ora stanno combattendo alla Fortezza. Sulla sua poltrona Giovanni Drogo drizza dunque il busto con dignità militare, guarda dalla finestra la “sua porzione di stelle” e infine, benché nessuno lo veda, “sorride”, non a caso l’ultima parola del romanzo.
Dino Buzzati nutriva un legame così profondo con questo libro, da volerne fare un film. È stato infatti ritrovato l’adattamento cinematografico del romanzo (poi inserito in una nuova edizione del libro) che mostra come l'autore immaginasse il film, senza poterne tuttavia vedere la realizzazione sul grande schermo. Il film infatti venne realizzato nel 1976, quattro anni dopo la sua morte, grazie a Jacques Perrin, che si impegnò personalmente nella ricerca di finanziamenti, e soprattutto grazie alla scoperta, nell'Iran sud-orientale, dell'antica fortezza di Arg-e Bam, che sarebbe diventata l'ambientazione del film stesso. Tra gli interpreti Jacques Perrin, nella parte di Drogo, Vittorio Gassman, Jean Louis Trintignant, Giuliano Gemma, Philippe Noiret. Dino Buzzati, nato a San Pellegrino (Belluno) il 16 ottobre nel 1906 e morto a Milano il 28 gennaio 1972, è stato scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista e poeta. È considerato uno dei più grandi scrittori “fantastici” del Novecento italiano.
Autore: Titolo: Editore: Anno edizione: Pagine:
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Dino Buzzati Il Deserto dei Tartari Oscar Mondadori 1975 256
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il contastorie
MASTRO GERARDO
I
l pacco della cioccolata svizzera lo portava Camillo, quello dei miei figli che apriva la fila. Degli altri, il secondo aveva i biscotti di Novara e l’ultimo una bottiglia di Moscato Saracco, per fare festa a Pasqua. Sembravamo i Re Magi, più uno e fuori stagione, alla ricerca del "messia degli Zampognari", avvolti nei profumi della primavera molisana che pareva cedere il passo a un'estate precoce. Nell’andare notturno dei chilometri, mi ero fatto compagnia con l’idea di quanto avrei trovato: amavo pensare a un laboratorio di quelli con la loro bella vetrina pitturata di bianco fino a una certa altezza. Quelle che, magnetiche come una calamita, ti attirano fino a sbatterci il naso per sbirciare, in punta di piedi, chi è dentro a lavorare. Me la vedevo affacciata su un vicolo, stretto fra case di sasso appiccicate l'una all'altra per fare scudo al vento freddo delle Mainarde. Fu invece una campagna, che dava l'idea di essersi risvegliata da un pezzo, ad accoglierci là dove l'atlante stradale dell'Automobile Club d'Italia ci aveva condotti. All'ombra di un pergolato che faceva da cornice ad un pesco in fiore, qualcuno aveva l'aria di essere in attesa di una visita. Sulla panca, al suo fianco, un ingombrante vassoio di legno d'ulivo reggeva un fiasco impagliato e qualche bicchiere messo a testa in giù. Che aspettasse noi fu chiaro quando, senza alzare gli occhi dal fuscello che girava tra le mani, con voce rauca e un poco affaticata fece: “siete voi lo svizzero?” Mastro Gerardo, il padre di tutte le zampogne, si era manifestato. Due giorni di viaggio col mio vecchio “camperone” cigolante, quasi mille chilometri messi lì uno sull'altro, per sentirmi dare dello "svizzero". A me, nato sul confine … Conosceva il mio maestro, uno dei più innovativi zampognari degli anni '90. Ticinese, uomo del sud … ma della Svizzera. Come in ogni altro Paese, il meridione (tanto più sensibile, allegro e musicale) "dà la birra" al proprio settentrione. Il mio amico svizzero era famoso proprio per la sua "meridionalità”, oltre che per la bravura. Gerardo voleva sentir dire della Svizzera: se in quel periodo dell’anno facesse freddo o caldo, se parlassero “germanico”, se qualcuno andasse alla messa la domenica. Parlavo, inventavo risposte, non capivo tutto quell’interesse, ma non volevo deluderlo. Di lì a poco, però, il discorso si fece chiaro: ne uscirono lacrime e ricordi quando l’orizzonte dalla Svizzera si allargò su quello di un “grande nord”. Un buco nero nel quale finì deportato durante gli anni dell’ultima guerra. Mentre descriveva luoghi e situazioni muoveva le mani nell’aria, come a disegnare i confini di un destino che, nonostante tutto, lo aveva riportato a casa. Mani che non mi lasciarono indifferente. Nel mio lavoro avevo il pallino di dare un’età, a pazienti che incontrassi per la prima volta, osservandole. Le sue sembravano parlarmi più delle fatiche subite che non dei loro ottant’anni, a cui arrivai attraverso la scorciatoia dei suoi racconti di prigioniero.
Carlo Bava
Incuriosito, più che sorpreso, da quello che i ragazzi gli avevano “mollato” senza tante cerimonie, con tono solenne, forsanche per interrompere il flusso doloroso dei ricordi, fece un annuncio. Prima di ogni altra cosa, avremmo brindato al nostro arrivo col vino suo, "fatto a casa”. La "sua signora", di lì a poco, ce lo avrebbe offerto. Quand’ebbe gustato l'ultimo goccio di quel rosso, piuttosto aspro, con un cenno del bicchiere, tenuto sospeso tra indice e pollice della mano sinistra, indicò una porta al di là del pergolato. Tirata in azzurro, portava i segni di un tempo più giovane e forse più amico. Cos’era quel gesto arcaico? L’invito, ad entrare in un mondo che, forse, sarebbe divenuto anche il mio? Poggiata la mano sul catenaccio unto di grasso messo da poco, non mi decidevo ad aprire. Temevo di andare a sbattere contro qualcosa più grande di me, irraggiungibile. Quando finalmente il cigolio dei cardini accompagnò i miei passi oltre l’uscio, l’odore del legno segnato dal tempo mi tolse dall’incertezza. Ad altezza d’uomo pendeva una lampadina: la poca luce cerea filtrava da una spessa patina di polvere bruna, vecchia di chissà quanto tempo. Stava a piombo su un bancone da falegname messo perpendicolare a chi entrava e che poggiava le quattro robuste gambe su un pavimento nascosto da riccioli e segatura di legno. La morbida coltre pareva avvolgere affettuosamente ogni cosa che non si trovasse stretta nella morsa o chiusa tra le ganasce del tornio. Una grossa cassa di legno, annerito forse da una mano di catrame, spuntava da un mucchio di trucioli alla sinistra del tornio. In un angolo quasi buio una certa quantità di masselli di legno, particolarmente diritti, stava in piedi poggiata alla parete, i più lunghi dietro. Davanti a loro un buon numero di più corti e parecchio larghi. Non capivo cosa avessi davanti: disordine o magia? Un altro mondo, forse. Una mano sulla spalla mi riportò alla realtà: in fondo mi trovavo lì per ritirare quanto il mio maestro aveva ordinato con una semplice telefonata qualche mese prima, e Mastro Gerardo aveva solo un affare da concludere. Invece no: quella mano, inconsapevolmente, mi stava guidando alla conclusione di un cammino iniziato molti anni prima. Il tempo era quello della Novena dell’Immacolata. Sul fare del giorno capitava di levarmi di corsa dal letto per guardare in strada, oltre la patina ghiacciata della condensa sui vetri. La stufa, in cucina, andava a morire piuttosto presto. Più che vedere era sentire, assaporare quelle melodie dolci, e forse anche malinconiche, che gli zampognari arrivati da chissà dove portavano in dono ogni anno. Senza che nessuno li chiamasse. Un’apparizione. Per il cuore di un bambino la delizia di un attimo. Annunciavano il Natale, quello del piatto messo sotto la finestra nella camera dei miei genitori che il Bambin Gesù
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avrebbe riempito con mandarini, qualche torroncino e un gioco. Oppure un libro, come di solito chiedevo scrivendo la “letterina” quindici giorni prima, accompagnata sempre da un “bel disegno” come piaceva alla nonna. Il mio Natale, quello che cominciava con un risveglio dolce portato dalla nenia, di solito “Piva Piva l’oli d’uliva”, che mio papà cercava di imbastire con l’armonica a bocca. La mantella del ‘15-‘18 di suo padre gettata sulle spalle e in testa un vecchio Panizza sgualcito: ci regalava, pur da zampognaro “tarocco”, la magia di una festa modesta nei doni, ma ricchissima in affetto. Sempre. La musica di quei momenti sarebbe diventata la mia passione. Mi ritrovai a collezionare note su note, dischi su dischi di chi raccontasse il Natale, in ogni forma, modo o luogo. Ma non bastava. Presto divenni un “suonatore natalizio”. Con il mio sax, insieme agli amici della Banda, davo colore alle notti di “novena” in giro per la Valle, scimmiottando il più possibile la cadenza delle zampogne. Fu Teresa, mia sorella, a spingermi oltre. Diventata svizzera per amore, seppe di un tipo che in Ticino, in un paese vicino a lei, insegnava cornamusa e zampogna. Mi regalò il primo anno di corso. Alla fine del secondo anno, viste le doti dell’allievo, l’Ilario Garbani (il maestro) prenotò uno strumento nuovo che potesse rispondere alle mie esigenze. Avevo mani grandi e desideravo una zampogna di Gerardo Guatieri liutaio in Scapoli, Molise. Ed eccomi lì, tanti anni dopo a veder realizzato il sogno: prendere dalle mani di mastro Gerardo la sua creatura che sapeva ancora di cera. Una “32” in Fa diesis, lucida e con la sua bella camera d’aria rivestita in vello d’agnello, sintetico. Me la offrì con la stessa dolcezza con cui si porge un bimbo da tenere in braccio e, con un velo di malinconia, accennò a problemi di salute che non gli avrebbero consentito di farmene sentire la voce. Aveva appena “fatto i bai bai” diceva. Di bypass coronarici si trattava. “Provatela voi” mi disse. Non vedevo l’ora. Emozionato, ma tronfio dei successi di due anni di studio, la imbracciai con fare da esperto. Gonfiai l’otre a volume ottimale, feci pressione col braccio e, senza problema alcuno, ne uscirono… una pernacchia dietro l’altra. Lo sconcerto sul viso di Mastro Gerardo era, probabilmente, lo specchio del mio sconforto. Appena si riprese dall’imbarazzo, esclamò: “Ma chi minchia vi ha imparato?”. Avrei voluto piangere. Senza darlo a vedere, accelerai sul commiato. Pagai quanto pattuito, chiusi l’affare con una stretta di mano e presi la porta. I ragazzi mi seguirono col “magone”. Appena in camper Cristina, la compagna di sempre, notò che qualcosa non fosse andato per il verso giusto. “… E la ciaramella” disse, “non te l’ha data?”. Non avevo nessuna intenzione di tornare indietro, ma la sua insistenza superò la mia vergogna di zampognaro fallito. “Forse signor Gerardo ha dimenticato di darmi la ciaramella?” riuscii a
dire fissando i trucioli per terra. Senza parlare si chinò di lato, aprì il cassone di legno scuro e si mise a frugare. Quando risalì aveva tra le mani qualcosa che poteva essere una ciaramella, ma la polvere di cui era coperta la rendeva più simile a un pezzo di legno appena sgrossato. “No, no grazie. Lasci stare. Va bene così. Arrivederci” e me ne andai. “Ma come, non l’hai ancora?” disse Cri. Senza ascoltare le mie considerazioni, sentenziò lapidaria che la cifra comprendeva anche la ciaramella: non saremmo andati a casa senza. Con mille scuse e poca convinzione dissi a mastro Gerardo che la “mia signora” l’avrebbe custodita come prezioso ricordo del viaggio. Se pochi minuti prima mi aveva consegnato la zampogna con delicatezza e orgogliosa soddisfazione, ma senza particolari cerimonie, per quel pezzo di legno pieno di polvere, invece, parve seguire un rituale ben preciso. Si chinò di nuovo sulla cassa dalle assi scure, ne tirò fuori quella ciaramella e la posò sul bancone. Prese le mie mani, le aprì e, stringendo lo strumento nelle sue, lo appoggiò sul mio palmo per poi richiuderle. In quel gesto stava tutto l’amore di chi stesse regalando un pezzo di sé, un bene prezioso da cui non si fosse ancora separato. Era il momento giusto o forse era arrivata la persona giusta. Mi vergognai dei pensieri meschini che poco prima non mi avevano fatto vedere oltre e lo abbracciai. Non divenni mai un vero suonatore di zampogna. Stregato, innamorato di quella ciaramella magica, mi ritrovai ciaramellista. Per anni tornai a trovarlo. “Signore delle cime” del maestro Bepi De Marzi era quanto dovevo suonargli, ogni volta. “Suonate come nu professore” diceva commosso e aggiungeva “non è la ciaramella che suona, ma la vostra anima”. Quel pezzo di legno, che volle fosse mio, è stato davvero la voce della mia anima, oltre che uno straordinario portafortuna. Grazie a lui ho girato l’Italia e l’Europa per concerti e spettacoli, ho suonato in teatri, chiese, basiliche, piazze. Ho conosciuto persone splendide e musicisti generosi, che mi hanno contagiato con la loro umana sensibilità. Il Maestro Ennio Morricone, in una telefonata di cui conservo l’affettuoso calore, mi disse: “Hai suonato il mio Gabriel’s oboe col cuore e tanta passione”. Quando, pieno d’orgoglio, mostravo a mia mamma ormai novantenne le pagine web in cui ero citato per la mia musica, dopo un profondo respiro sentenziava: “Ti ve in gir a faa l’asen e il za tücc, che ti fe el dutor ul za nesun. Per cosa a to fai stüdiaa?” (Vai in giro a fare l’asino e lo sanno tutti, che fai il dottore non lo sa nessuno. Per cosa ti ho fatto studiare?) Doveva smitizzare, sempre.
Alternativa
DE SENECTUTE XXI Anche da una situazione critica, gratta gratta, c’è del buono da cavare Roberto Negroni
N GLI APPUN TI DI PADRE MCKE NZIE “Father McKenzie writing the words of a sermon that no one will hear” (Padre McKenzie scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà) “Eleanor Rigby”, Lennon-McCartney, 1966
el precedente numero di questa rivista, ragionando di giovani, si diceva che il primo aggettivo che viene per loro in mente è “pochi”: i giovani oggi sono, innanzi tutto, pochi. Parlando ora di anziani, non si tentenna, si va sul sicuro, l’aggettivo è “tanti”: gli anziani oggi sono tanti, qualcuno dice perfino “troppi”. Come sempre, la scelta degli aggettivi merita qualche spiegazione. Dire “tanti” e dire “troppi” non è la stessa cosa: il primo (c’è tanta gente) constata, il secondo (c’è troppa gente!) segnala un’anomalia. C’è tanta gente in rapporto a un prima, quando ce n’era meno; c’è troppa gente perché il numero supera un livello di guardia. Andiamo con ordine. In Italia, vent’anni fa nel 2002, gli ultrasessantacinquenni costituivano il 18,7% della popolazione totale. A fine 2022, quella quota è salita al 24,1% del totale, quindi, in soli vent’anni, 5,4 punti percentuali in più, che, rapportati al dato di partenza, significano un incremento del 29%. In Piemonte nello stesso arco di tempo si è passati dal 21,7% al 26,5% con un incremento del 22,1%. Nel VCO dal 21,1% al 28,1% con un incremento del 33,2%. Gli ultraottantenni sono oggi il 7,7% della popolazione italiana, l’8,9% di quella piemontese e il 9,4% di quella del VCO (al censimento del 2001, in questa provincia erano il 5,2%, qui l’incremento è dell’80,8%!)(1). Che dire? Tanti, sicuramente tanti anziani - in questa provincia più delle medie nazionale e regionale - e quote crescenti, sorprendentemente crescenti. Perché in demografia i cambiamenti non avvengono come ormai succede nel quadro politico italiano dove a ogni tornata elettorale tutto si ribalta, ma si manifestano lentamente, sono osservabili solo nell’arco di generazioni. Stiamo, quindi, assistendo a un fenomeno nuovo, quanto meno insolito, la rapida crescita numerica degli anziani nelle nostre società (non solo in Italia), che non possiamo, però, considerare negativo, tutt’altro: più anziani significa che in questa popolazione cresce il numero di chi vive più a lungo, perché si vive meglio, “il
miglioramento continuo delle condizioni di vita e di salute ha reso sempre più comune arrivare a età che in passato venivano raggiunte solo da una stretta minoranza della popolazione (in condizioni spesso precarie)”(2). Non è, perciò, la crescita numerica della popolazione anziana che allarma, non è questo il fenomeno che fa scomodare quell’aggettivo, “troppi”, affermando che gli anziani incominciano ad essere troppi. Il problema sta nella crescita percentuale, cioè, crescono troppo in rapporto al resto della popolazione, va alterandosi un equilibrio ritenuto necessario, perché, nello stesso tempo, altri due fenomeni sono vigorosamente all’opera nell’odierna società italiana: la denatalità e il degiovanimento. La denatalità è un fenomeno ormai da tempo conosciuto che erode alla base il grafico della piramide delle età; fin dai primi sintomi di contrazione delle nascite nella seconda metà degli anni Settanta con un decrescendo progressivo, perché il fenomeno non è solo sostenuto dall’assenza di politiche di contrasto, ma si autoalimenta con l’avvicendarsi di coorti sempre più ridotte di potenziali genitori. E questo è il degiovanimento, il fenomeno conseguente la denatalità protratta per più decenni, è il progressivo assottigliamento, dopo le classi di età infantile, di quelle adolescenziali e poi giovanili, poi delle classi lavoratrici dei giovani adulti e degli adulti. “L’Italia del nuovo secolo si trova in una spirale di ‘degiovanimento’ quantitativo e qualitativo, ovvero di indebolimento delle nuove generazioni rispetto alla propria dimensione demografica, quindi anche al peso elettorale, sia nella partecipazione attiva nella società e nel mercato del lavoro”(3). A questo punto, il concetto demografico di “invecchiamento della popolazione” appare nel suo pieno significato. La società invecchia perché si modifica nelle sue tre macroaree: si assottiglia la componente infantile a causa di una crescente e inarrestabile denatalità; conseguentemente tocca poi a quella adolescente, quindi a quella giovanile ed è poi la volta delle componenti adulte; la componente anziana continua invece a crescere.
(1) Ove non diversamente indicato, i dati presentati sono di fonte ISTAT. (2) A. Rosina, R. Impacciatore, Storia demografica d’Italia – Crescita, crisi e sfide, Carocci editore, Roma, 2022, p. 136. (3) Ibidem, p. 99.
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Il modo più sbrigativo per verificare questo andamento è considerare l’indice di vecchiaia della popolazione(4). Nel 1971 nel VCO(5) l’indice di vecchiaia era 58, cioè ogni 100 giovani c’erano 58 anziani, nel 2002 era salito a 178, cioè sempre ogni 100 giovani gli anziani erano 178, oggi l’indice di vecchiaia del VCO è 262. Cioè, in mezzo secolo la componente anziana, che all’inizio del periodo era circa la metà di quella giovanile, oggi si avvia a diventare il triplo.
Ne derivano due conseguenze. Le odierne coorti di chi è entrato o entrerà fra breve nell’età anziana sono quelle dei baby boomer, le più numerose da un secolo ad oggi; questo aiuta a comprendere la forte espansione numerica di questi scaglioni demografici destinata a protrarsi oltre la metà del XXI secolo. Inoltre, le coorti in età feconda sono ormai da quasi un trentennio rappresentate dalle esigue forze della denatalità. Le conseguenze di questa situazione non possono che essere Qui sembra spuntare, però, una contraddizione. Perché la severe. L’ISTAT calcola che nel 2050 la quota di popolazione componente anziana anziana passi continua ad aumendall’attuale 23,8% al tare? Una prima 34,5%. “La struttura risposta è ovvia: della popolazione è l’aumento del suo oggetto da anni di peso percentuale è in uno squilibrio sempre larga parte determinapiù profondo, dovuto to dall’indebolimento alla combinazione, delle altre componentipicamente italiana, ti. Ma c’è dell’altro, dell’aumento della però questa volta è ai longevità e di una numeri reali, cui bisofecondità costantegna guardare e, per mente bassa. far ciò, è l’andamento Stabilmente sul podio della natalità di un mondiale dell’invecintero secolo che chiamento, oggi il occorre prendere in Paese presenta la esame e lo possiamo seguente articolaziofare anche senza ne per età: il 12,7% impelagarci nei degli individui ha fino numeri(6). a 14 anni di età; il Dalla seconda metà 63,5% tra 15 e 64 degli anni Venti del anni; il 23,8% dai 65 Novecento, la “battaanni di età in su. glia per la difesa e lo L’età media, nel fratsviluppo della razza” tempo, si è portata a di mussoliniana 46,2 anni e ciò fa del memoria avviò una Paese, insieme a serie di misure indipochi altri esempi nel rizzate all’espansione mondo (Spagna e della natalità dell’itaGrecia in Europa; lica stirpe; i risultati Grant Wood, American Gothic, 1930, Art Institute of Chicago Corea del Sud e non furono brillanti, Giappone in Asia) ma consentirono uno dei casi all’attenalmeno di contenere le perdite patite da decenni di emigrazio- zione mondiale per i demografi nonché per gli esperti di ni. Dopo il prevedibile calo della natalità negli anni di guerra, economia e sviluppo sostenibile”(7). la vera impennata delle nascite si ebbe dal 1946 e per l’intero Superfluo rimarcare che questo squilibrio della struttura dopoguerra, con un continuo crescendo negli anni Cinquanta, demografica presenta e più ancora presenterà problemi di il culmine nei primi Sessanta (picco nel 1964) e un ritmo difficile soluzione. Nel 2022 l’indice di dipendenza strutturasostenuto, anche se in flessione, ancora per un decennio. Poi le(8) indica che il carico socioeconomico di una persona iniziò la discesa, e come sempre succede in discesa, proce- inattiva è ripartito tra due persone attive (57,5 inattivi a carico dendo si prende velocità. di 100 attivi); per il 2050 le proiezioni demografiche prevedo(4) È il rapporto percentuale tra la componente 0-14 anni e quella 65 e più. (5) Nel 1971 la provincia del VCO non esisteva, il dato è calcolato sui comuni che attualmente la compongono. (6) Sarebbe a questo punto utile interrogarsi sull’insieme delle cause che hanno innescato e poi sostenuto la lunga fase di denatalità, ma questo è un discorso che richiederebbe ben più di queste due paginette. (7) ISTAT, Previsioni della popolazione residente e delle famiglie – Base 1/1/2022, Report statistiche. https://www.istat.it/it/files/2023/09/Previsioni-popolazione-efamiglie.pdf (8) È il rapporto tra la popolazione attiva 15-64 anni e quella inattiva 0-14 + 65 e più anni, rappresenta il carico sociale ed economico.
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no un rapporto 1 a 1 (o 100 a 100) e, anche solo limitandosi a considerare i prevedibili incrementi della spesa pensionistica e di quella sanitaria, è chiaro che la parte preponderante di questo carico è, e più ancora sarà, attribuibile alla componente anziana.
GLI APPUN TI DI PADRE MCKE NZIE
Come si diceva, i fenomeni demografici operano cambiamenti lentamente, in archi temporali che sono quelli generazionali, perciò, “i futuri comportamenti demografici non annulleranno le tendenze in atto”(9), i possibili correttivi vanno ricercati altrove. Nelle politiche che concretamente promuovano la natalità, nelle politiche a sostegno della valorizzazione dei flussi di immigrazione, nelle politiche sanitarie che diano sempre più spazio all’educazione sanitaria e alla prevenzione (e al ripotenziamento del sistema sanitario nazionale), nelle politiche che sappiano accrescere il valore sociale della presenza di una forte componente anziana. Insomma, nella politica: quella consapevole del proprio ruolo e del proprio dovere di guardare avanti, del proprio compito di governare i problemi… se ancora ne esiste qualche brandello in questo Paese. Però, quantunque una società con un’estesa componente anziana ponga oggettivi problemi, guardando alla situazione odierna e al prossimo futuro, non si può affermare che sia soltanto una sciagura. L’attuale compagine anziana della nostra società, oltre che da una parte di nati negli anni Trenta, si compone soprattutto di nati negli anni Quaranta e Cinquanta e, tra pochi anni, inizieranno a entrarvi quelli degli anni Sessanta. Si tratta di coorti che presentano caratteri e profili notevolmente diversi da quelle che le hanno precedute. In primo luogo, solo una ridotta parte di esse, e soltanto in età infantile, è stata scalfita dalla seconda guerra mondiale, a differenza della generazione precedente che ne è stata totalmente investita e di quella che veniva ancor prima che di guerre ne ha patite due. Inoltre, si tratta di contingenti che sono cresciuti e sono stati poi protagonisti delle più importanti fasi di sviluppo del Paese: dalla ricostruzione al boom economico, alla crescita civile degli anni Sessanta e alla grande stagione dei diritti dei Settanta. In un clima di forti tensioni e contraddizioni, ma anche di un benessere diffuso e crescente, di una modernizzazione dei costumi e di una generale ricaduta del rapido sviluppo scientifico e tecnologico. Scaglioni (9) Vedi nota 7.
demografici entrati nella terza età nel XXI secolo, dopo una vita lavorativa e sociale contraddistinta da una scolarizzazione di massa, da un contesto socioculturale improntato dalla capillare diffusione dei mass-media, da un relativo benessere economico. Tutti fenomeni sconosciuti alle generazioni precedenti. Pur con le molte varianti proprie di una società composita e senza fare d’ogni erba un fascio, l’immagine e anche la sostanza dell’anziano odierno appaiono molto diverse da quelle delle epoche precedenti, anche soltanto di venti/ trent’anni prima, abissalmente poi se si retrocede di due o tre generazioni, cioè ai nonni degli attuali sessanta/settantenni. Innanzi tutto, la stagione anziana, vecchiaia compresa, è mediamente più lunga e percorribile in condizioni di salute migliori, anche in presenza di patologie oggi sanitariamente più gestibili. Piuttosto consueto e diffuso è protrarre abitudini e stili di vita degli anni precedenti: propensione alla socialità, un temperato dinamismo, curiosità e interessi, integrati con nuove aree di attenzione e con nuovi impegni. L’attivismo anziano è una realtà molto diffusa e in crescita, con tutto il corollario di apporti e di valore aggiunto che offre, oltre che agli interessati, alla collettività. Considerato che già siamo andati per le lunghe, limitiamoci all’esempio di due soli casi che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi: se si osserva il rapporto intergenerazionale, con facilità si coglie la funzione di attivo sostegno della componente anziana alle reti familiari; se si osserva l’associazionismo e più ancora il volontariato, considerata la folta, quando non esclusiva, presenza di anziani, non è difficile comprendere quanto e quale sia l’apporto fornito in quegli ambiti da questa componente sociale. Insomma, come spesso accade, anche da una situazione critica, gratta gratta, c’è del buono da cavare.
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