“L'invasione della Russia non è una risposta; né lo è l'intransigenza della Nato”
In un recente intervento, Bernie Sanders un politico statunitense, senatore per lo Stato del Vermont e già componente della Camera dei rappresentanti, ha reiterato, contrariamente a molti parlamentari statunitensi, che “dobbiamo fare tutto il possibile per evitare una guerra enormemente distruttiva in Ucraina”.
Sanders afferma di essere preoccupato quando sento i “familiari tamburi di guerra” a Washington che chiedono di "mostrare forza", senza considerare che “Le guerre hanno conseguenze indesiderate e raramente risultano come ci dicono gli esperti. Basta chiedere ai funzionari che hanno fornito scenari rosei per le guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq, solo per essere terribilmente smentiti.
Basta chiedere alle madri dei soldati uccisi o feriti in azione durante quelle guerre. Basta chiedere ai milioni di civili che sono diventati “danni collaterali”.
“Ecco perché dobbiamo fare tutto il possibile per cercare di trovare una soluzione diplomatica - insiste Sanders - a quella che potrebbe essere una guerra enormemente distruttiva in Ucraina.
Nessuno sa esattamente quali sarebbero i costi umani di una simile guerra. Ma ci sono stime che potrebbero esserci oltre 50.000 vittime civili in Ucraina e milioni di rifugiati che inondano i paesi vicini mentre fuggono da quello che potrebbe essere il peggior conflitto europeo dalla seconda guerra mondiale.
C'è anche la possibilità che questa guerra "regionale" possa degenerare in altre parti d'Europa. Quello che potrebbe accadere allora è ancora più orribile. Le sanzioni contro la Russia e la minacciata risposta della Russia a tali sanzioni, potrebbero provocare enormi sconvolgimenti economici, con impatti su energia, banche, cibo e bisogni quotidiani della gente comune in tutto il mondo. “Detto questo, sono estremamente preoccupato quando sento la retorica bellicosa che viene amplificata prima di ogni guerra per non impegnarci nella "pacificazione". Un semplicistico rifiuto di riconoscere le complesse radici delle tensioni
Giù da quella poltrona!
di Ricky Filosa
nella regione mina la capacità dei negoziatori di raggiungere una soluzione pacifica.
Uno dei fattori precipitanti di questa crisi, almeno dal punto di vista della Russia, è la prospettiva di un rafforzamento delle relazioni di sicurezza tra l'Ucraina e gli Stati Uniti e l'Europa occidentale, compresa quella che la Russia vede come la minaccia dell'adesione dell'Ucraina all'Alleanza del Trattato del Nord Atlantico (Nato ), un'alleanza militare originariamente creata nel 1949 per affrontare l'Unione Sovietica.
I leader russi hanno chiarito le loro preoccupazioni sulla prospettiva che gli ex stati sovietici entrassero a far parte della Nato e posizionassero forze militari ostili lungo il confine della Russia. Sono ancora preoccupazioni legittime.
“L'invasione della Russia non è una risposta; né lo è l'intransigenza della Nato”. È anche importante riconoscere che la Finlandia, uno dei paesi più sviluppati e democratici del mondo, confina con la Russia e ha scelto di non essere membro della Nato.
Qualcuno crede davvero che gli Stati Uniti non avrebbero qualcosa da dire se, ad esempio, il Messico dovesse formare un'alleanza militare con un avversario degli Stati Uniti? I paesi dovrebbero essere liberi di fare le proprie scelte di politica estera, ma fare quelle scelte con saggezza richiede una seria considerazione dei costi e dei benefici. Il fatto è che gli Stati Uniti e l'Ucraina che entrano in una relazione di sicurezza più profonda potrebbe avere dei costi molto seri, per entrambi i paesi.
“Dobbiamo sostenere con vigore gli sforzi diplomatici per ridurre questa crisi e riaffermare l'indipendenza e la sovranità dell'Ucraina. Allo stesso tempo, non dobbiamo mai dimenticare gli orrori che una guerra nella regione provocherebbe e dobbiamo lavorare sodo per raggiungere una risoluzione realistica e reciprocamente accettabile - che sia accettabile per Ucraina, Russia, Stati Uniti e i nostri alleati europei - e che impedisce quella che potrebbe essere la peggiore guerra europea in oltre 75 anni”.
Tra il Covid che ancora non smette del tutto di mordere e una possibile terza guerra mondiale, il pensiero della stragrande maggioranza dei parlamentari, eletti all’estero e non, è in realtà solo uno: come mantenere la poltrona anche al prossimo giro. Già, proprio così. Perché, diciamocela tutta, questa legislatura è finita. Mario Draghi presidente del Consiglio ha di fatto esautorato il Parlamento. La politica annaspa, boccheggia, è preda di convulsioni perché ormai moribonda e nel prossimo Parlamento ci saranno centinaia di poltrone in meno e non ci sarà spazio per tutti coloro che oggi aspirano a mantenere il proprio seggio.
Nei corridoi della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica se ne sentono di tutti i colori. C’è chi ha persino affermato, con ottimismo, che in caso di stato di guerra non si sciolgono le Camere… In altre parole, c’è chi spera addirittura in una guerra in modo tale da prolungare la legislatura sine die. Poltrona e stipendio compreso, ovviamente.
Nessuno può avere la certezza di essere ricandidato; nessuno, tra i partiti, a vedere i sondaggi attuali, conserverà lo stesso numero di seggi. Insomma, mantenere la poltrona, con annessi stipendio di lusso e privilegi vari, è la prima vera preoccupazione di certi miracolati che altrimenti, fuori dal Parlamento, dovrebbero tornare a lavorare davvero. Assisteremo nei prossimi mesi, con ogni probabilità, a nuo-
vi e repentini cambi di casacca, a riposizionamenti, a tradimenti. Tutto per mantenere quel titolo di onorevole, in realtà sempre più desueto e non più così tanto prestigioso, visto come si sono comportanti nel tempo tanti membri della casta.
Putin? La pandemia? Il caro bollette? Macchè. Il clima è da si salvi chi può e, poveretti, c’è da capirli: nel giro di 24 ore, dalle stelle alle stalle… Mica è facile.
Le armi chiamano altre armi
La decisione del Consiglio dei ministri di inviare armi in Ucraina è una palese violazione della Costituzione.
In Parlamento Draghi ha parlato di piani miliari, ma quasi nulla di iniziative diplomatiche. Con la diplomazia si raggiunge la pace e le armi chiamano altre armi che non aiuteranno neppure il popolo ucraino considerato la sproporzione tra gli eserciti in campo.
Inviare armi all’Ucraina per resistere all’invasione russa è come usare benzina per spegnere un incendio. Associazioni e movimenti per la pace, laici e cattolici, criticano la decisione del governo italiano. Inefficace e dannosa, prima che immorale.
Armare gli oppositori di Gheddafi ha portato la pace in Libia? E in Siria? In Afghanistan? E dovrebbe funzionare con Putin?
La Nato già oggi spende 1.100 miliardi di dollari contro i 62 della Russia, 18 volte tanto. E solo l’Europa, senza la Gran Bretagna, 233 miliardi. È la prova che la deterrenza non ha senso. In 20 anni la spesa militare è quasi raddoppiata, 2mila miliardi nel 2020. Le quotazioni del comparto bellico
sono passate dal 10 al 17% in pochi giorni.
Altre armi non fermeranno la guerra. “Una volta che il conflitto si scatena - dicono alla Comunità di Sant’Egidio - è incontrollabile, per questo serve un forte movimento per la pace”.
L’unica strada è il negoziato e il dialogo.
E dobbiamo avere ben chiaro che armare l’Ucraina ci fa entrare in guerra contro la Russia.
Quando gli Stati Uniti hanno armato gli oppositori dei Talebani, le armi sono finite nella mani di chi volevano combattere. È come liberalizzare il porto d’armi per combattere la criminalità. È la "diplomazia delle armi", che ora ci sembra più nobile, ma segue le stesse dinamiche della guerra. Ammazzare un altro po’ di russi non convincerà Putin a fermarsi.
La condanna dell’invasione russa dell’Ucraina deve muovere nella direzione di fermare la guerra, ottenere il ritiro delle truppe e ricostruire le condizioni affinché la diplomazia riprenda la parola. Queste sono le strade che è necessario percorrere. Le bombe chiamano altre bombe. E non aiutano la pace. Aggravando, come in ogni guerra, le conseguenze drammatiche per i civili.
La difesa dell’integrità territoriale dell’Ucraina passa per un'offensiva diplomatica più forte e decisa e per un protagonismo politico dell’Europa che ancora stenta a prodursi.
Il Premier’s Harmony Dinner celebra il Multiculturalismo
di Pino
Una simpatica serata, impostata sulla diversità e sul multiculturalismo che caratterizzano lo stato del New South Wales si è svolta presso la Grand Ballroom dell’International Convention Centre di Sydney, martedi 1 marzo 2022. Si tratta dell’annuale Premier’s Harmony Dinner, a cui ha partecipato Dominic Perrottet insieme a vari ministri del governo statale.
Alla presenza di rappresentanti delle comunità etniche, la serata ha offerto un quadro culturale ricco di emozioni.
Una parte speciale della serata è stata riservata al riconoscimento dei vincitori della medaglia multiculturale consegnata dal Premier e di coloro che sono stati inseriti nell'albo d'onore multiculturale per un’intera vita dedicata alla coesione multiculturale, tra cui la recente scomparsa italo-australiana Carla Zampatti. L’evento è stato inoltre un'opportunità per celebrare gli eccezionali risultati conseguiti nei decenni per una società basata sul rispetto reciproco tra e nei confronti delle varie etnie.
Il multiculturalismo rimane essenziale per favorire lo scambio di usi e costumi, ma c’è da riconoscere che da dietro le quinte, una minoranza ne ha fatto un certo uso incorretto, fino anche di comodo, focalizzandosi soltanto su cosa poter trarre dalle istituzioni invece che partecipare attivamente ad arricchire in modo positivo la nostra stessa comunità italiana.
In certi casi, un uso politico del multiculturalismo ha dato sfogo a delle prepotenze e ad una
imposizione da parte di alcune etnie che non accettano gli usi e costumi australiani, mentre dall’altro lato anche all’interno delle comunità stesse, il multiculturalismo ha rappresentato per alcuni un’arma per dividerci.
E difatti, è bastato guardarsi intorno per notare la quasi totale assenza della realtà italiana.
La serata è proseguita attivamente, con danze folkloristiche di vari gruppi, a partire dal Diramu Aboriginal Dance and Didgeridoo Performers, il NSW Federation of Community Language Schools Choir composto da venti differenti fanciulli cantori rappresentanti varie etnie - non sono apparsi italiani - che hanno intonato un sentito inno nazionale australiano, la meravigliosa danza del complesso Matavai delle Isole del Pacifico, ed altri artisti che si sono esibiti durante tutto l’evento.
I discorsi ufficiali hanno visto il Premier del NSW Dominic Perrottet e a seguire l'On Mark Coure, Ministro per il Multiculturalismo. Il Premier si è congratulato con ciascuno dei vincitori per il loro impegno a sostenere le comunità multiculturali, mentre il Ministro Coure ha affermato che ognuno dei destinatari meritava un riconoscimento per il prezioso contributo dato giorno dopo giorno.
Congratulazioni particolari alla CEO del Sydney Multicultural Community Services, l’italo-australiana Rosa Loria, che ha ricevuto la medaglia "Lifetime Community Service". Sono poi intervenuti da Multicultural NSW per ringraziare tutti i leader delle comunità etniche
il Chairman Dr Hari Harinath OAM e il CEO Joseph La Posta. C’e’ stata inoltre una comparsa, direbbe Bach, ‘toccata e fuga in re minore’, del Parlamentare statale per il seggio di Ryde, l’italo-australiano Victor Dominello, il quale è apparso per un paio di foto ricordo perché portato quasi di peso al tavolo degli italiani, presenti la redazione di Allora e la CNA, che ha partecipato nel contesto della Federazione delle Scuole Etniche al quale la Marco Polo - The Italian School of Sydney è iscritta. Purtroppo, dei nostri sedicenti rappresentanti non se n’è vista neanche l’ombra. Diciamo, in poche parole, che tutte le etnie presenti avevano un loro rappresentante di un certo rango e riguardo. Consoli, Ambasciatori, grandi nomi, visti i vari salamelecchi che la gente proporzionava in larga misura. Classica ciliegina sulla torta tutta italiana.. come di stellare abitudini, non c’era nessuno che ci rappresentasse, se non un ristretto numero di concittadini.
Eppure per etnia, multiculturalismo, educazione, lingua, lavoro, presenze e tante altre belle cose tutte italiane, per lungo tempo siamo stati i primi in questa lontana terra. Oggi, sarà che la nostra comunità e le loro istituzioni guardano più agli interessi che alla partecipazione. Non si può soltanto piangere sempre miseria e chiedere soldi quando poi non si vuole fare la propria parte a supporto delle iniziative pubbliche dello stato come Harmony Day.
Qui non si tratta del fatto che gli italiani sono ormai integrati. Alla cena c’erano croati, greci, serbi, russi, sloveni, ucraini, spagnoli, polacchi… tutte etnie che hanno subito le stesse nostre ondate migratorie del dopoguerra.
In questa occasione, evitiamo di fare sigle e nomi. Lasciamo le critiche nel cassetto dove riposa il famoso “libro nero,” dove ogniuno di noi è schedato. Se si potesse, però, usare una sola parola per descrivere cosa si prova ad essere italiano in una convention di migliaia di altre etnie ben rappresentate, allora quella parola è “vergogna”. Speriamo almeno che nel 2023 possiamo assistere a una più marcata presenza italiana all’Harmony Dinner.
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Un centenario particolare per Maria Slaviero
Maria Slaviero ha atteso con impazienza il biglietto e il messaggio della regina Elisabetta per aver compiuto 100 anni. All'inizio di questo mese, finalmente è arrivato. Maria è stata la prima persona a celebrare il suo centesimo compleanno nella struttura per anziani Advantaged Care Prestons Lodge, nel territorio del Comune di Liverpool.
Nata il 12 febbraio 1922 in Italia ed emigrata in Australia all'età di 17 anni nel 1939, Maria ha sposato il marito Umberto nel dicembre del 1945 e ha avuto due figli: il figlio Antonio e la figlia Dora. Maria ha cinque nipoti e dieci pronipoti, con un altro in arrivo. Maria e suo marito si sono
stabiliti nella zona di Liverpool, dove ha vissuto tutta la sua vita da quando è arrivata in Australia, trascorrendo una vita molto semplice, da donna forte e indipendente. Soltanto all'età di 98 anni ha deciso di trasferirsi in una casa di riposo, dove ha festeggiato il suo compleanno, insieme alla figlia Dora, la nuora Rosemary, i residenti e il personale.
La Signora Slaviero ha ricevuto le congratulazioni dalla deputata per il seggio di Werriwa Anne Stanley, dal premier Dominic Perrottet, dal leader dell'opposizione Anthony Albanese, dal primo ministro Scott Morrison e dal governatore generale David Hurley.
Guy Zangari al ricevimento
della Mermec
153 Victoria Road
Drummoyne NSW 2017
Tel: (02) 87528500
Guy Zangari, membro statale di Fairfield ha rappresentato i Laburisti del NSW alla cena Mermec “Innovations in Rail Assets Management and Digitalisation” organizzata dalla Camera di Commercio e Industria Italiana. Mermec è una multinazionale italiana fondata nel 1970, con sede a Monopoli (Italia) e uffici di rappresentanza in tutto il mondo. L'azienda fornisce tecnologie avanzate per la sicurezza e la digitalizzazione del trasporto ferroviario, tra cui la segnaletica, costruzioni di motrici e treni, software di manutenzione predittiva, trazione elettrica e telecomunicazioni.
“Un ringraziamento speciale
al Direttore Marketing Mermec, Sig. Pietro Stama, e al Vice Presidente delle Vendite Internazionali, Sig. Angelo Petrosillo, per la loro calorosa accoglienza e gentile ospitalità. Come sempre è bello essere in compagnia della Sig. ra Rachele Grassi, CEO di ICCI, e del Sig. Fabio Grassia, membri del Consiglio di Amministrazione e l'ex vicepremier del NSW John Barilaro,” ha affermato Guy Zangari.
“Mermec - ha concluso Zanagri - è all'avanguardia nella tecnologia delle risorse ferroviarie in tutto il mondo, auguro loro il meglio nel loro sforzo di mantenere i pendolari e il personale al sicuro sulle ferrovie locali.”
Forconi
Alluvioni in Australia: Lettera degli Alpini
Noi tutti sappiamo della terribile alluvione che ha distrutto tante proprietà in Australia. Dal disastro è stato coinvolto anche l’Alpino Giovanni Foltran di Lismore il quale ci ha comunicato che, nella disastrosa circostanza ambientale, egli ha perso tutto: casa, business e tanto altro.
Tutto è stato distrutto dall’alluvione, tutto il lavoro e i sacrifici della sua vita.
Ci ha chiesto di poter aiutare non solo lui, ma anche tanti connazionali e amici.
Io come Presidente e tutti voi “Alpini di razza” vogliamo aiutare nel modo migliore donando vestiario, lenzuoli, oggetti da cucina, apparecchi elettrici e arnesi da lavoro per metterli in grado di ricominciare a vivere nella normalità. Raccomando che gli oggetti di donazione siano in buone condizioni e non cianfrusaglie inutili.
Per la raccolta si possono confezionare dei pacchi da portare direttamente presso:
GIUSEPPE QUERIN, 8 Pyrmont Street, Ashfield, Tel. 0414 285 682
L’Associazione Alpini si farà carico del trasporto nelle zone alluvionate. Speriamo di poter fare un regalo prima di Pasqua. Come sempre, gli Alpini sono generosi, ma stavolta anche con un po’ d’attenzione e selezione a cosa si dona. Dobbiamo dimostrare la nostra solidarietà civile ed umana con oggetti utili perché ci sono stati non solo danni materiali ma anche morali. Auguriamo una ripresa dignitosa e rapida per il proseguimento della vita.
Giuseppe Querin
Presidente
Love for culture and community
by Marco Testa
“The duty of every italian-australian is to preserve their roots.” This is Dean Zonta’s message to the thousands of Australian-born young people who have Italian heritage. Dean is passionate about making sure that the richness and achievements made in Sydney’s South West are kept into the future. “We really need Italian Australians in the 40s to step up and take leadership positions in the community, to show an active interest in culture and Italian organisations,” said Dean.
Dean’s father was born in Castelfranco Veneto, while his
mother was born in Australia from parents who migrated from Gioiosa Ionica, in Calabria. Married with 2 daughters, Dean continues to maintain close ties with family and friends in Fairfield City, where he has lived throughout his life.
He grew up going to Italian classes every week and continued to study Italian in his 20s, after graduating from Freeman College. “For me, to feel Italian is what I was accustomed to. The people I saw, the things we did as a family since I was a child, were very much Italian.”
Dean’s family has also been active within Club Marconi. At
Angelina Rossi torna
Ritornano le trasmissioni di musica italiana condotte da Angelina Rossi sulla radio comunitaria del sud ovest di Sydney 2GLF, ogni martedì dalle 9am alle 11am sulla frequenza 89.3 FM e via web.
Intervistata da Mindpositivo, Angelina Rossi è stata definita “un eccellente esempio di qualcuno che fa ciò che ama nella vita.” Appassionata e rispettata conduttrice radiofonica comunitaria e produttrice di due programmi, Angelina cerca ogni giorno di fare la differenza portando nella vita delle persone la bella musica italiana.
E qual è l’obiettivo finale del suo amore per la musica e la radio? “In tanti mi hanno fatto questa domanda. Perfino un giornale dalla Sicilia mi ha posto questa domanda, e a loro ho detto quello che ora dico a voi. Mi
in onda
ritengo soddisfatta di rimanere così come sono. Ciò che faccio mi rende felice e rende felice anche gli altri. Fin quando Dio mi darà la possibilità di farlo, due volte la settimana continuerò a portare la musica nei cuori, nelle menti e nelle case della gente. Questo mi rende felice.”
the last Club elections, in January, he ran for a position on the Board, however he was not successful. “I continue to be a member of the Club and I love that our forefathers have built something solid for our community. Club Marconi needs to be open to all nationalities, however I truly believe that its mission is to be an Italian Club for all.
Many aspects of Italian culture are now part of Australia’s cultural mainstay. Marconi can be the pulsing heart of this, to make sure that our language, traditions and our identity are not lost in the multicultural society.”
With many Italian associations experiencing great challenges due to an ageing membership and the lasting impact of Covid-19, Dean thinks that a place like Club Marconi has the potential to become a real ‘home’ for many groups in the Italian community. “The Club is renowned for hosting Italian Republic Day and Chestnut Day, but what about the religious festivals, the ‘feste paesane’ that need a place to meet and celebrate? We need to make sure that those rich and unique traditions are not lost and are instead passed on to new generations. It’s not that people my age are not interested, but that they have not been given an opportunity to bring change. I am keen to work so that this trend can be reversed,” said Dean.
Dean is also of the view that a strict focus on corporate management is detrimental to our community as it discourages young people who wish to be actively involved. “I am aware that in any industry there are protocols, rules and laws which must be followed, but the community spirit and the initiatives that bring together people in cultural, language and traditions often do not require the red tape that some keep referring to. And I add that clubs are not shopping centres. They are places where members should feel they belong and are given a voice. Other ethnic groups have cut down on the corporate mindset and its been a recipe for unity and cohesiveness, ” concluded Dean.
In vendita il Palace Cinema di Norton Street
La proprietà ammiraglia del Palace Cinema sita al 99 di Norton Street a Leichhardt è stata immessa sul mercato dopo vent'anni, per ‘Expressions of Interest.’ La proprietà di 2060 mq è stata recentemente riqualificata e si trova ubicata in uno degli isolati più grandi della famosa strada del centro città.
Situata a pochi passi dal centro commerciale Norton Plaza, la proprietà è in vendita attraverso gli agenti Steffan Ippolito, Adam Droubi e Paul Grasso di IB Property.
L'inner west ha visto una crescita significativa negli ultimi anni, con il vicino Norton Plaza considerato uno dei centri commerciali più performanti d'Australia.
L'immobile viene proposto in vendita tramite manifestazioni di interesse e chiuderà il 7 aprile. "Data l'alta qualità dell'edificio e gli inquilini di primo livello garantiti, 99 Norton Street è un perfetto trofeo di sviluppo futuro."
Negli ultimi 20 anni, Palace ha continuato a far crescere il proprio pubblico con nuovi cinema a Melbourne, Sydney, Brisbane, Byron Bay, Canberra e Perth e la conservazione di gemme art déco del patrimonio come l'Astor Theatre.
Riaccendere l'italianità nelle periferie di Sydney
di Marco Testa
Luigi De Luca non perde occasione di promuovere l'italianità soprattutto in quelle zone dove gli italiani vivono in un contesto multiculturale forte e vivace, come la città di Blacktown, ad ovest della metropoli di Sydney. Allora! ha accettato l’invito a partecipare all’evento iniziale del Multicultural March, un’iniziativa su scala mondiale che celebra
la diversità culturale. All’evento hanno preso parte anche Luigi Di Martino e Lisa Genovese del ComItEs NSW.
“Ringrazio Allora per aver accettato l’invito a promuovere questa iniziativa. Mi sono trasferito a Blacktown da due anni e da subito ho deciso di coinvolgermi con la biblioteca comunale, donando dei libri in italiano e cercando di riaffermare la nostra cultura con la tradizione del gelato in contesto dove gli italiani sono moltissimi ma purtroppo sono veramente trascurati dalle istituzioni e dalle autorità," ha affermato Luigi.
Secondo l’ultimo censimento, la comunità italiana di Blacktown vanta 8,644 persone, l’unica etnia europea in aumento (+851), dovuto oltre che all’evoluzione demografica, anche ai prezzi delle abitazioni che spingono i connazionali a stabilirsi permanentemente nelle periferie della metropoli.
“Qui ci sono tantissimi italiani che amano l’Italia e consumano italiano. Non importa dove uno risieda, in campagna o nella CBD, il compito delle istituzioni è di raggiungere tutti,” ha affermato Luigi.
Per il secondo anno consecutivo, Luigi e sua figlia Virginia hanno organizzato vari programmi per bambini in età prescolare per insegnare loro la storia del gelato artigianale e le tradizioni tramandate dal padre di Luigi, gelataio sin dai primi del ‘900.
“La promozione del gelato italiano non è fine a se stessa, ma è un veicolo per fare comunità tra diverse etnie, indiani, afghani, russi, sudanesi, tutti possono apprendere l’importanza del gelato italiano e apprezzare il valore culturale.”
Virginia, che è stata la vera animatrice della giornata, parla del modo in cui “mio padre cerca sempre di coinvolgere ed aiutare a promuovere la comunità italiana e ha coinvolto anche me, insieme a Kiren che lavora nella sezione dei libri per bambini e che ogni venerdì racconta storie da diverse parti del mondo.
Così, quasi per caso, mentre abbiamo preparato il gelato, ho
faccia nulla per loro. È importante, quindi, essere presenti e far conoscere la nostra cultura. Mi spiace dirlo, ma la nostra comunità sta morendo, non stiamo facendo più nulla per tenere viva la nostra identità."
Margaret, una delle coordinatrici delle attività ha ricordato come “la Biblioteca di Blacktown offre servizi a oltre 180 gruppi linguistici. Gli italiani sono stati tra i primi a richiedere una collezione di libri in italiano negli anni ‘80 e ‘90 e da allora hanno sempre contribuito alla diversità di Blacktown.”
In merito all’iniziativa, “l’idea del gelato ci permette di coinvolgere le famiglie e questo è importante per la biblioteca,” ha aggiunto Margaret.
La scorsa settimana, grazie all’impegno di Luigi e Virginia, alla biblioteca sono stati donati dei libri da cucina che saranno consegnati in una cerimonia ufficiale e l’evento condiviso nelle pagina social della Biblioteca di Blacktown.
anche raccontato ai bambini la storia di mio nonno e della passione per il gelato artigianale.”
Virginia ricorda come a Blacktown “ci sono tanti italiani, eppure non c'è nessuno che
Luigi De Luca, approdato alla Blacktown Library per offrire un servizio di assistenza pensioni agli italiani, è stato progressivamente coinvolto nelle attività promozionali della struttura comunale. “Il ruolo della biblioteca è assistere i concittadini e siamo stati contenti del rapporto instaurato con Luigi. Chissà, essendo un uomo pieno di risorse, sono sicura che un giorno riuscirà pure a dirigere la biblioteca”, ha aggiunto scherzosamente Margaret.
“Luigi ci ha veramente sorpreso, e grazie a questo tipo di generosità possiamo veramente dimostrare come vivere nell’ovest significa porgere la mano e rendersi utile per il bene della comunità."
Margaret ha infine ricordato che Luigi parteciperà ad un programma di promozione dei servizi della biblioteca in veste di ambasciatore linguistico. “Luigi è il nostro ambasciatore per la lingua italiana e verranno creati dei video dimostrativi per coinvolgere maggiormente le comunità etniche per poter conoscere anche da casa tutto il meglio di cui la biblioteca dispone.”
Nuovo parcheggio per pendolari a Edmondson Park
I pendolari della parte sud occidentale di Sydney beneficeranno di circa 3.300 posti auto aggiuntivi per pendolari.
La scorsa settimana il ministro dei trasporti e dei veterani David Elliott ha tagliato il nastro del nuovo progetto statale di eliminazione della congestione a Edmondson Park North, mentre la pianificazione è finalizzata per l'ennesimo progetto in questa comunità in rapida crescita.
Il nuovo parcheggio Edmondson Park South vanta oltre 1.250 posti auto in più, mentre il progetto Edmondson Park North fornirà fino a 700 posti aggiuntivi una volta completato.
"Il nostro governo riconosce che questa è la regione in più rapida crescita di Sydney e stiamo realizzando progetti che serviranno la comunità negli anni a venire", ha affermato Elliott.
"Abbiamo una rete di trasporto pubblico di livello mondiale e investimenti significativi come quelli che abbiamo fatto nei parcheggi per pendolari rendono la presa dei mezzi pubblici più comoda e attraente per la
comunità". Edmondson Park e Leppington, le due stazioni lungo il collegamento ferroviario sud-ovest, servono un enorme bacino di pendolari provenienti da nuovi sobborghi come Gledswood Hills, Oran Park e Austral. Melanie Gibbons, membro dello stato locale per Holsworthy, ha affermato che il rispetto di questo impegno elettorale del 2019 incoraggerà più locali nella
comunità a utilizzare i trasporti pubblici.
"Questo progetto ha rafforzato la nostra rete di trasporto pubblico e ha anche creato più di 900 posti di lavoro durante la costruzione di questo tanto necessario servizio locale", ha affermato la signora Gibbons.
“È davvero di classe mondiale, costruito con materiali riciclati, ha 1.500 pannelli solari e 10 stazioni di ricarica per veicoli elettrici.''
Questi progetti vengono consegnati nell'ambito del programma di parcheggio per pendolari del governo del NSW, che vedrà la spesa di 480,9 milioni di dollari nei prossimi quattro anni per fornire un accesso più conveniente ai trasporti pubblici agli svincoli chiave.
Il governo del NSW afferma di aver consegnato più di 12.000 posti auto per pendolari in tutta Sydney dal 2011, con circa 6.000 posti aggiuntivi in arrivo.
Kiren, Lisa Genovese, Salvatore e Luigi Di Martino, Margaret, Virginia De Luca, Luigi De Luca, Marco Testa
Virginia De Luca
Kiren
Luigi De Luca
a scuola
Pasolini ricordato con varie iniziative al MiC
Il Ministero della Cultura (MiC) ricorda il grande intellettuale con iniziative digitali e una mostra al Museo Salce, un poster realizzato da Renato Casaro per ricordare Pier Paolo Pasolini a 100 anni dalla nascita.
Una mostra, un video inedito e numerose iniziative digitali. Così il Ministero della Cultura, guidato da Dario Franceschini - pagina ufficiale, ricorda Pier Paolo Pasolini a 100 anni dalla nascita.
L’esposizione “Pier Paolo Pasolini. Manifesti per il suo cinema” al Museo Collezione Salce apre al pubblico oggi, 5 marzo, nella sede della Chiesa di San Gaetano, per ripercorrere la storia, l’attività, l’arte e il pensiero del grande intellettuale bolognese di nascita, ma romano d’adozione.
Pasolini, dotato di numerosi talenti trasformati in impegno artistico in più campi del sapere, fu regista, poeta, pittore, romanziere, linguista, sceneggiatore e saggista.
Nella mostra al Museo Salce, che custodisce la più importante raccolta pubblica italiana di manifesti pubblicitari d’epoca, non potevano mancare i manifesti pubblicitari di alcuni dei più celebri capolavori pasoliniani, come quello di Accattone (1961), Comizi d’amore (1964), Edipo re (1967) e Mamma Roma (1962), per citarne solo alcuni.
E la locandina della mostra è stata realizzata da uno de più influenti cartellonisti cinematografici italiani, l’ultimo dei nostri tempi, che lavorò con i più importanti professionisti del cinema del suo tempo: Renato
Casaro. Il manifesto, realizzato proprio per il centenario pasoliniano, si aggiunge a quelli esposti in mostra.
La mostra al Salce, patrocinata dal MiC, è stata realizzata
dalla Direzione regionale Musei Veneto in collaborazione con la Cineteca del Friuli Venezia Giulia e con Suasez. Le immagini e la documentazione presenti nello spazio espositivo provengono
dalla Fondazione Toti Scialoja, dall’immenso archivio dell’Aerofototeca Nazionale custodito all’ICCD - Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione e dalla Cineteca del Friuli.
La Divina Commedia diventa un romanzo
Come sarebbe stata la Divina Commedia se non fosse stata scritta in versi? Come farne conoscere il fascino e la grandezza a chi vuole approcciarsi ad una lettura più distesa del capolavoro dantesco? Sono probabilmente gli interrogativi che hanno mosso il giornalista e docente di letteratura italiana Claudio Rocco a realizzare la sua “lettura in prosa” della Commedia di Dante Alighieri, divenuta un volume edito da Eretica e presentato per la prima volta ieri a Corato nella sala consiliare. Una iniziativa per «rendere la cultura accessibile a tutti», come evidenziato nei saluti dalla presidente del Comitato via Francigena del Sud Adele Mintrone che ha voluto sostenere l’iniziativa.
Una scelta coraggiosa quella di Claudio Rocco ma non arrogante. Il suo desiderio di cimentarsi con il capolavoro dei capolavori, traducendolo in lingua corrente, è più che altro «un desiderio nato da una curiosità personale. L’ho fatto per me, per piacere personale e con la voglia di condividere questo piacere con i lettori» ha spiegato l’autore. Grande il desiderio di «poter disporre di una lettura continuativa dell’opera senza interruzione a cui co-
stantemente Dante obbliga per la mole enorme di riferimenti espliciti ma più spesso impliciti che fa a scienze, dottrine, religione, storia, cronache, costringendo il lettore a desistere dopo un po’» spiega il professore.
Quanto è attuale ancora la Divina Commedia? «Attualissima. Perché mai come adesso ci invita a ragionare su cosa sia l’esperienza e l’esperienza della conoscenza non è mai una esperienza concettuale e basta. È una esperienza che coinvolge corpo, sangue, nervi» risponde l’autore. «Dante ci insegna la conoscenza delle cose sulle quali ci sta richiamando con forza, con drammaticità la crisi Ucraina e l’eroica resistenza del popolo ucraino. Una identità culturale, un patrimonio storico, patriottico, la difesa della propria identità non può passare che attraverso la difesa delle proprie radici ma con il coinvolgimento del proprio corpo. Dante oggi significa il poter nuovamente tornare ad una idea di partecipazione non astratta. La bellezza della lettura di Dante è proprio questa: egli ha pagato con il proprio corpo esiliato la sua faziosità, la sua partigianeria, il suo essere uomo di parte» conclude. (Corato Live)
Ambasciatori di lingua
NUOVE LEZIONI D’ITALIANO N. 9
Allora! partecipa attivamente alla divulgazione della lingua e della cultura italiana all’estero, attraverso la pubblicazione di articoli e di periodiche attività didattiche. La rubrica “Ambasciatori di Lingua” si rinnova per fornire ai lettori delle nozioni semplici, ve-
loci e pratiche di base per imparare la lingua italiana.
L'italiano è una lingua con un ricchissimo vocabolario, espressioni idiomatiche e sfumature semantiche che riportiamo volentieri in queste pagine, con la speranza che al termine dell’anno la comunità abbia appreso qualcosa in più sulla Bella Lingua e quanti sono ancora indecisi, si possano impegnare per conoscere più a fondo l’Italiano. La rubrica è realizzata in collaborazione con la Marco Polo - The Italian School of Sydney.
Quesiti linguistici:
“Senno del poi” o “senno di poi”?
Risponde la Crusca
I primi esempi di questo modo di dire compaiono intorno alla metà dell’Ottocento, forse per influenza dei Promessi sposi, ai quali si deve comunque la notorietà del proverbio.
In questi ultimi tempi diverse persone attente e sensibili ai fatti di lingua si sono rivolte al servizio di Consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca per sapere se sia corretto dire col senno del poi, o non piuttosto col senno di poi.
Ai più la questione potrà apparire di scarso rilievo e del tutto trascurabile: in fondo si tratta di una scelta a prima vista piuttosto semplice fra un avverbio (di poi) e un avverbio sostantivato (del poi), apparentemente senza grosse conseguenze sul senso complessivo e il tono dell’espressione: col senno di poi ‘col senno che si manifesta successivamente, a posteriori’ ~ col senno del poi ‘col senno del tempo venturo’.
Certuni la riterranno addirittura una questione oziosa: la soluzione “giusta” non la si legge già in ogni vocabolario? Eppure la domanda è interessante, perché, confermando che continua a persistere nell’uso contemporaneo un’irriducibile oscillazione fra le due varianti, rivela la forte tendenza, tutta moderna, a voler superare tale incertezza e a puntare su una forma univoca, fino al punto da appellarsi alla Crusca. Per cominciare va detto che l’espressione in questione, come avviene anche in altri casi, è nata dalla costola di un proverbio che un tempo era abbastanza noto: Del senno di poi ne son piene le fosse. Lo si trova attestato nella seconda metà del Cinquecento in diversi scrittori toscani e, naturalmente, nello sterminato repertorio di proverbi del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Nell’Ottocento sarà ripreso, tra gli altri, anche da Manzoni nel XXIV capitolo dei Promessi sposi, cosicché dopo di allora, almeno fin quando si è letto il romanzo per intero, poté godere di una più larga circolazione.
Nelle varie attestazioni scritte che ne abbiamo il proverbio si presenta talvolta con delle piccole varianti nella sua seconda parte: omissione del ne, piene sostituito con ripiene, ecc. Ma nella prima parte esso resta immutato:
del senno di poi. In tal forma è registrato in tutti i vocabolari, che in ciò seguono i nostri maggiori scrittori.
Il modo di dire col (del) senno del poi, come si è notato, deriva dal proverbio e ne raccoglie l’essenza. Tale fenomeno derivativo (da proverbio a modo di dire) non è insolito e poggia sul fatto che talora i proverbi, pur rimanendo tali, si presentano per brevità in forma scorciata: a buon intenditore, a caval donato, campa cavallo!, carta canta, gallina vecchia, occhio non vede, perseverare è diabolico, tra il dire e il fare, val più la pratica, ecc. In certi casi tali scorciature si trasformano in modi di dire proverbiali che vengono impiegati nella sintassi della frase come un qualsiasi altro elemento del discorso.
Dobbiamo quindi chiederci perché dal proverbio, che fino allora presentava la forma del senno di poi, sia scaturita una locuzione nella quale quell’avverbio vien trasformato in sostantivo. Scartate le motivazioni formali (assimilazione alla preposizione articolata in prima posizione) che avrebbero potuto valere anche per il proverbio, si tratta di qualcosa di più sottile e profondo. Obliterando la seconda parte del proverbio con il suo riferimento alla morte e al giudizio che attende i credenti, era necessario consolidare il modo di dire in una più chiara espressione nominale, nella quale il poi sostantivo indicasse, se non l’aldilà, almeno un qualche tempo venturo; mentre l’avverbio, in mancanza di un verbo, rendeva l’espressione fraseologica generica e monca. Insomma, sostantivando l’avverbio in certo modo s’inglobava nella locuzione ciò cui alludeva la seconda parte del proverbio: “il tempo del poi” - fosse quello della vita dopo la morte o di un’epoca storica successiva - che consente quel giudizio più veritiero e schietto di quando si accetta la prospettiva e l’etica propria della religione; invece “il senno di poi” non è altro che quell’usuale senno a posteriori che avevano gli antichi e che si ha sempre ogni volta che ci si volga indietro a cose fatte: un giudizio “a scoppio ritardato” che non va al di là dei nostri limiti umani.
la pagina di UNITI
“Noi” contro “Loro”
Al liceo insegnano che esistono due modelli di storiografia: quello di Erodoto e quello di Tucidide. Erodoto si caratterizzava per la partecipazione emotiva e per un ampio ricorso all’opinione personale, al punto che lo si potrebbe definire un intellettuale della storia.
Tucidide, viceversa, era un freddo cronista, che separava i fatti dalle opinioni (cit. Lamberto Sechi) e che, per la sua obiettività e per la sua prosa asciutta, si potrebbe definire moderno. Uno dei due fu un grande generale. Erodoto? No, Tucidide.
Analogamente, un grande esempio di storiografia moderna è considerato proprio Giulio Cesare, uno che di guerre se ne intendeva. Il cui stile si caratterizzava per una profonda asciuttezza, al punto che le sue versioni di latino si traducono praticamente all’impronta, mentre su quelle di Tacito e di Cicerone anche studenti di un certo valore sudano freddo.
È sempre in tempi più moderni, Churchill, Mussolini e Andreotti, autentici giganti della politica del Novecento, furono anche eccellenti giornalisti. Che si caratterizzavano per una formidabile chiarezza.
Fare il tifo per gli uni o per gli altri, non ha senso.
Sia i russi che gli ucraini hanno storie piene di sangue da rinfacciarsi vicendevolmente.
Entrambi perseguono disegni e interessi che non hanno nulla a che fare con l’universo petaloso che una certa sinistra amerebbe rappresentare. Se arriveranno alla pace non sarà certo perché uno dei due si è messo la mano
sulla coscienza, ma perché troveranno conveniente arrivarci.
Interessarci di questo conflitto può avere un senso nel momento in cui, dalla vittoria dell’una o dell’altra parte, dipendesse il futuro del nostro paese. Ma per l’Italia, comunque finisca, non cambierà nulla. Noi siamo un piccolo paese che non conta nulla. Abbiamo decine di basi straniere sul nostro territorio, non abbiamo una moneta sovrana, abbiamo un debito enorme che ci sconsiglia qualsiasi iniziativa individuale.
Finora non ho vissuto alcuna guerra in prima persona, ma interessarmi al fatto e non al chiacchiericcio, mi è sempre interessato molto di più.
Il chiacchiericcio dice che Putin è impazzito, forse malato, è un dittatore pazzo, è il nuovo Hitler, tutti i russi sono putiniani. Viceversa, il fatto è semplice: nel Donbass da anni si combatte una guerra dimenticata dai media e che solo adesso va alla ribalta perché Putin ha deciso di reagire. La Russia si gioca tutto in questa guerra perché se l’Ucraina entra nella NATO, non avendo confini naturali che li proteggano, praticamente i russi si ritrovano nella medesima sensazione del disgraziato che vive in una casa in mezzo ad una strada con un suo nemico che lo aspetta sull’uscio col fucile puntato. Ovviamente anche gli americani si giocano tutto perché se dalla Russia se ne tornano con un nulla di fatto, per il mondo intero è un tana liberatutti. Il fatto è questo e non c’è davvero altro da dire. Ma i media da giorni - per la verità da anni - ur-
Rocco Papapietro
Oltre vent’anni di esperienza internazionale in posizioni direzionali, papà di Laura e Davide. l’Ing. Rocco Papapietro, CEO e fondatore di Verdevita Sdn Bhd, si occupa di formazione, di export, di relazioni internazionali e di internazionalizzazione di impresa, per aziende italiane ed europee nei paesi ASEAN, dal 2010 vive in Malaysia, è Mentor dell’Università Ca' Foscari di Venezia, ed è stato Segretario Generale della Camera di Commercio Italiana in Malaysia.
Nato in Lombardia da genitori della Basilicata, terra alla quale è molto legato e della quale porta con sé nel mondo, gli insegnamenti e l‘esempio dei suoi genitori al dovere e al rispetto, i tesori storico-artistici e la poesia della terra di Orazio.
“Dimidium facti qui coepit habet”
Con Uniti e con i tanti amici che ci supportano e che hanno già aderito al progetto, vorrei lanciare un nuovo percorso “UNITI- Italia nel mondo”, un progetto politico e associativo che intende “coinvolgere gli italiani e le italiane all’estero, in particolare quelli che vivono in Asia e Oceania, quelli che hanno preso o prenderanno la decisione di espatriare per riprendersi un futuro a loro sottratto, per raccogliere le loro esperienze per promuovere cultura e bellezza del Made in Italy, portare istanze concrete al Governo italiano, non semplicemente come spettatori, ma partecipando attivamente alle elezioni politiche italiane con le nostre candidature, per fare sentire la nostra Voce.
Italia nel mondo
Oggi più che mai è necessario mettere un freno a slogan e propagande politiche, che creano sempre qualcuno o qualcosa da odiare o semplicemente promesse.
lano al dittatore, prorompono in un’avvilente russofobia, che non si limita solo a Putin ma anche a tantissimi russi in Occidente, che non hanno alcuna colpa se non di non unirsi allo sputtanamento delle proprie radici. Ma anche questo, se vogliamo, in tempi di guerra è normale. Si potrà dire che, dato che siamo in guerra, allora è giusto creare un “Noi” contro “Loro”. Il punto è che chi si propone di spiegare le cose, dovrebbe superare le logiche del tifo, che oltre ad essere ridicole, non aiutano a capire i fatti. Quali?
L’Occidente sono anni che provoca la Russia in tutti i modi possibili e immaginabili: dalla sponsorizzazione dei separatisti ceceni al golpe in Ucraina contro Janukovyč, apertamente rivendicato da Soros.
Dai tentativi di far entrare l’Ucraina nella NATO, fino alle ridicole e tragicomiche sanzioni.
C’è da stupirsi che Putin abbia reagito?
Quando qualcuno che viene provocato ed è forte a sufficienza per darci una lezione, perde la pazienza, mi sembra chiaro che le conseguenze saranno catastrofiche e che proverà a farci tutto il male che potrà. Chiudere i rubinetti del gas?
Magari! Sarebbe il minimo. Siamo in Italia, il clima è mite. E se il carburante costa troppo, possiamo andare anche in bicicletta. Il rischio peggiore è che i russi ce li ritroviamo direttamente sotto casa, al Vomero o ai Parioli, ben armati e pronti a farci pagare decenni di follie. Meritatamente.
L’Occidente sembra non rendersi conto che, oltre il proprio Luna Park indebitato, c’è un mondo intero di popoli differenti che rivendicano le proprie ragioni. I nemici non sono dit-
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In questo clima e contesto di incertezza per il presente e il futuro del nostro e quelle delle nuove generazioni siamo chiamati noi tutti a FARE un passo in avanti, ben vengano gruppi, idee, movimenti e associazioni, ma se vogliamo il bene della nostra nazione ora più che mai abbiamo bisogno di sinergia, un’unica regia, un unico corpo.
Quante volte si sentono invocare le eccellenze italiane all’estero, quante volte si parla di cervelli fuggiti per sfruttare opportunità che in Italia non ci sono.
Quante volte si sentono storie di italiani che, altrove, hanno raggiunto straordinari risultati, dobbiamo essere coscienti che in un periodo di generale difficoltà per l’intero sistema Italia, inevitabilmente noi italiani all’estero, possiamo, come nel passato, contribuire alla crescita reale della nostra amata patria di origine.
Ora noi possiamo unirci, possiamo formare una combinazione, una soft power, non possiamo essere così ingenui da credere di ricevere qualcosa dall’Italia se noi stessi non portiamo l’Italia nel mondo.
Servono soluzioni concrete, radicali e attuabili. Serve un dibattito totalmente diverso rispetto a quelli classici a cui abbiamo assistito nel recente passato, i partiti romani saranno sempre lontani dalle nostre esigenze e costantemente distratti. Siamo immersi in trasformazioni epocali: disoccupazione giovanile, migrazioni, cambiamenti climatici, rivoluzione digitale, nuovi equilibri mondiali, solo per citarne alcuni, c’è bisogno di nuove idee e di coraggio.
L’unità crea tra le persone armonia, amore e senso di appartenenza, anche la situazione più difficile può essere vinta da persone che la combattono
insieme. Noi possiamo essere Ambasciatori della Cultura, della Bellezza del Made in Italy. Quindi UNITI come gruppo, avremo la forza, la forza per vincere anche le circostanze più difficili,
Italia nel Mondo tutti insieme per questo ideale. La nostra è una grande nazione, ed è la nazione che al mondo suscita immediata simpatia, ammirazione e che entusiasma, non possiamo abbandonarla e non ci può abbandonare.
Credo che con il nostro spirito e con la nostra volontà saremo in grado di contribuire a far rialzare la nostra Italia, abbiamo bisogno però delle intuizioni e delle prospettive di tutti, se vogliamo creare nuovi scenari per gli italiani nel Mondo.
Mi auguro che gli italiani UNITI nel mondo, possano finalmente essere protagonisti e che la nostra Patria risplenda per tutte le generazioni a venire verso la meta della giustizia, della libertà e della pace.
Confrontiamoci, uniamo le nostre forze e le nostre risorse, siamo la soft power che potrà fare la differenza. Non possiamo attendere che qualcosa cambi senza essere parte del cambiamento. Uniti si può!”. Il mio apporto a questo gruppo parte dalla mia vita professionale dalla mia esperienza e dalla mia passione, sono certo che oggi più che mai bisogna investire sull’Italia nel mondo, Uniti vuol dire anche scambio di culture e crescita, vivere all’estero è una straordinaria opportunità perché permette di confrontare il proprio Paese di origine con quello di “adozione”, permette di trovare pregi e imperfezioni di entrambi, noi siamo Italia nel mondo, Uniti possiamo, e a chi ci dirà che il nostro è un sogno, noi risponderemo con le parole di Franz Kafka
“Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene.
Un saluto e un abbraccio Rocco Papapietro
Non posso farne a meno, gira e rigira, sono sempre intorno a Piazza della Repubblica, cosa volete farci, mi manca.
E non vi azzardate a dirmi: “e allora perché non parti?” Lo farei volentieri, ma poi, una volta la che faccio? Ormai non ho più nessuno dei miei.
Bando alle chiacchere sentimentali e lasciatemi raccontare come Roma era tanti secoli fa, prima ancora che ci fosse questa meravigliosa piazza.
A quei tempi, diciamo intorno al 297 A.C. (chiaramente io non c’ero) all’epoca dell’Imperatore Diocleziano, tra il liscio e il brusco disse: “Mi faccio un bagno”. E cosi fece costruire le famose Terme. Logicamente gli diede il suo nome: “Diocleziano”.
Aho, gente, stiamo parlando di 2000 anni fa e questi romani, a quell’epoca, per costruire un simile mostro di quasi 140.000 metri quadrati, ci misero appena 8 anni, dal 298 al 306 D.C. Roba che oggi giorno, sempre in Italia, per fare 10 km di autostrada ci hanno impiegato più di dieci anni e già cade a pezzi, quando le Terme sono ancora lì e ci rimarranno per i prossimi due secoli. Per dispetto, qualche secolo più tardi, nel 1800, cominciarono a modificare l’area: buttarono giù qualche muro e qualche casa, ampliarono e modificarono le strade e cominciò la modifica della città, o meglio, di quella parte di Roma.
Pensate che tutto quel complesso copriva dall’attuale piazza della Repubblica, via Parigi, via Pastrengo, via V.E. Orlando (dove c’è il Grand Hotel) via Einaudi, Viale De Nicola, via Gaeta, fino a
quasi piazza dei cinquecento, davanti alla stazione Termini. Dal 1886 al 1890 l’architetto Gaetano Kock, fece costruire quei due meravigliosi semicerchi, ora divisi da via Nazionale, impiantati direttamente sulle fondamenta dell’Exedraen Diocletianus. Divise il palazzo in due per dare spazio all’attuale via Nazionale, che corre giù fino alla via 4 novembre passando davanti alla Banca d’Italia e quindi alla famosa Piazza Venezia che porta il nome dello stesso Palazzo Venezia con il suo storico Balcone. Orbene, Diocleziano si trova al 26° posto della graduatoria imperiale, dato che Roma in totale ebbe 105 imperatori, incominciando dal famoso Giulio Cesare nel 49 A.C. morto assassinato dagli stessi senatori nelle famose Idi di Marzo del 44 A.C. quindi a seguito con Gaio Giulio Cesare Augusto (dove l’appodo di “Augusto” è a titolo di carattere sacro) e fino al 476 D.C. Quanti di questi 105 imperatori conosciamo, non personalmente mi auguro?
Forse ricorderete i nomi più conosciuti, come Tiberio, Caligola, Vespasiano (quello dei cessi) Tito (arco di Tito), Traiano (il foro), Marco Aurelio (campidoglio), Massenzio, Settimio Severo, Caracalla (terme), ecc. ecc. Senz’altro tutto questo, per molti è semplice storia di oltre 2000 anni fa… Ma pensate un po’ da dove viene e dove arrivò questa meravigliosa storia di Roma, cosa costruì nei secoli, quanta civiltà portò in giro per l’antica Europa.
Tutt’ora in alcune parti della Grand Bretagna, si scoprono reperti di strade romane e possibili
costruzioni annesse; pensate alla Gallia (Francia), la Spagna, i Balcani e tutte le coste del Nord Africa, l’Impero romano fu grande. Odierni romani! Che ne dite delle bellezze nascoste oppure non conosciute che questa nostra Roma che conserva gelosamente?
Vi do un anticipo, diciamo un antipasto: in via dei Santi Quattro, appena vicino al parco del Celio, c’è la Basilica e il Monastero dei Santi Quattro Coronati. Roba del 5° secolo, meravigliosa arte muraria, gelosamente conservata, il chiostro delle Agostiniane, gli affreschi dell’oratorio di san Silvestro...
Solo in questa zona del Celio, racchiusi in antiche chiese e monasteri, ci sono inestimabili patrimoni.
Vogliamo allontanarci di qualche chilometro da Roma?
Andiamo ad Anagni, in piena ciociaria del frusinate, dove c’è la famosa cripta di San Magno nel sottosuolo della cattedrale, altro capolavoro dell’epoca eretta tra 1072 ed il 1104 in stile romanesque/bizantino, conosciuta anche come la Cappella Sistina del Medio Evo.
Una volta lì, approfitterei per degustare uno di quei piatti locali ancora fatti allo stile dei contadini del posto, come il timballo di papa Bonifacio, la sogna e fagioli, il pane casareccio, il prosciutto crudo, i formaggi, i vini, pasta fatta in casa per i strozzapreti e tanti altri buonissimi piatti tipici, tutti semplici ma dai mille sapori.
Sotto sotto, direi… ammazza quant’è bella ‘sta vecchia Italia. Arrivederci alla prossima.
Rimanere a galla... per sopravvivere
Non potendo fare come gli spettacolari prestigiatori che con un colpo di bacchetta ti tirano fuori un coniglio dal cilindro, mi chiedo: come può l’Italia uscire da questo catastrofico massacro italiano ?
Si tratta di un massacro umano causato da una catastrofe finanziaria, oppure tutta colpa della mancanza di lavoro, quindi di produzione che comporta creare, esportare, crescita, reddito… ecc. ecc.? Ma se abbiamo migliaia di persone in attesa di poter lavorare? Ah! Dimenticavo, non hanno ancora la Tessera Verde: ecco il motivo. Allora con una tessera verde in tasca si rimane a galla e si può sopravvivere? Ma non lo potevate dire prima?
Corriamo subito a farci un bollino verde poi ci facciamo un selfi per dimostrare che siamo... al verde.
Ma torniamo a noi, cosa ha causato questo disastro?
Non cerchiamo colpe individuali, perché le colpe sono di tutti. E non cerchiamo di girare intorno al problema, se prima non ci decidiamo di risolverlo e, naturalmente, tutti insieme, non sotto differenti bandiere, ma una sola, quella italiana.
Per dare la nostra modesta opinione, dobbiamo forzatamente attingere alle informazioni dei midia e di chi li scrive, secondo superiori dettami o dalle informazioni televisive, anch’esse controllate. I social non aiutano perché sono diventati peggio delle serve, calpestando la realtà e l’altrui dignità, alterando le altrui opinioni, beffeggiandole con idiozie, cretinate, odio, ma tutto e sempre mirato ad aggravare la situazione attuale.
C'è da chiedersi, ma cosa gliene viene in tasca a costoro? Tanto se il Paese crolla, crollano anche loro, ma io gli darei una spintarella a questa gente, tanto, vale quanto un soldo bucato.
Quindi scartiamo i social... renderemmo più giustizia alle comunicazioni tra la gente.
Però anche la stampa non scherza, ce ne fosse uno che ragioni un po’ più democraticamente, nessuno, sono tutti arazzati contro chi cerca di trovare democratiche soluzioni. Ma lasciamo perdere...
Le finanze dello Stato al momento sono un problema. Si parla di PNRR, come se fosse la manna, di una Europa che elargisce quattrini! Ma da che mondo
è mondo, se io presto, domani li rivoglio e il problema rimane. Ma l’Italia ha bisogno di questi aiuti affinché si possa ricominciare a produrre.
In merito stavo facendo due calcoli e mi risulta che l’Italia per la sua repubblicana struttura si regge su 23 ministeri che con quello del Capo fanno 24. Elencarli tutti, non avremmo spazio sufficiente... ma poi alla gente interesserebbe ?
Ad ogni modo mettiamo giù due numeri e datemi anche il beneficio eventuale dell’approssimazione…
24 ministeri, per 24 ministri, ogni ministro ad occhio, abbisogna di aiutanti di gabinetto (non quello che pensate voi ) ma tra segretari, sotto segretari, quelli che portano le borse, quelli che portano i pacchi, quelli che sono senza borse, poi tutta questa ciurma abbisogna di altrettante segretarie, coadiutori vari, autisti, scorte per la sicurezza, uscieri personali e non, quindi se non vado errato, gironzoliamo intorno se non oltre, a 6000 persone... e non abbiamo contato il Senato, ma siamo buoni, diciamo che forse nei 6000 centrano pure loro. Ah! Ora viene il bello, e lo stipendio? Sarebbe meglio non pensarci, ma vi vengo incontro: pensate solo che tra gli stipendi e i costi per sostenere il carrozzone per un anno… sarebbe sufficiente a sanare il debito pubblico. Oppure si potrebbero finanziare nuove autostrade, dare denaro alle imprese per farle ripartire, fare prestiti ad altre Nazioni e ci rimarrebbe ancora qualche spicciolo per andarci a fare una vacanza di 30 giorni, tutto spesato, alle Maldive o dove meglio vi piacerebbe. Ah! Non ci abbiamo messo i 18 beatificati all’estero, anche loro fanno parte del carrozzone Italia e anche loro usano un ottimo aspirapolvere pro euro, unico indiscutibile motivo.
Diceva sempre mio Nonno emerito… ha da venì Baffone, ma quello vero.
Poi ci sarebbe da ridere.
Iª Settimana di Quaresima: “Le tentazioni”
La prima domenica del tempo di Quaresima incontriamo il brano delle tentazioni di Gesù. Ci viene così ricordato che anche noi abbiamo un nemico che ci insidia e tanto più vogliamo veramente "fare deserto" e prendere seri propositi per seguire Cristo, tanto più cerca di metterci "i bastoni tra le ruote".
Gesù ha appena ricevuto il battesimo come "consacrazione" e investitura ufficiale. Inizia dunque la sua missione. Prima di partire per le strade, deve trascorrere un tempo nel deserto, affrontando, come a suo tempo il popolo di Israele, prove e tentazioni, vincendole.
Le tentazioni subite da Gesù riguardano il modo in cui svolgere la sua missione e il suo messianismo e ci offrono criteri preziosi per affrontare le tentazioni quotidiane.
Il tentatore attacca Gesù alla fine dei quaranta giorni, quando ha fame. Non è a caso: come un astuto condottiero militare, attacca l'avversario nel momento in cui sembra più debole e sguarnito. Il suo primo attacco è mirato al distogliere Gesù dal suo fine, presentandogli come primari i suoi bisogni fisici (la fame), invitandolo a usare "il suo potere" per fini egoistici: «Cambia le pietre in pane e mangia». E non solo, rincara pure la dose dicendo: «se sei figlio di Dio...». Quante volte questa tentazione ci ha ingannati: stai studiando, lavorando,
maturando qualcosa di serio?
Stacca, pensa a divertirti un po'... Usa, prendi, esagera, tanto che fa... Manipola la realtà a tuo uso e consumo. Se una cosa ti va, falla, tanto... Non è forse quello che sta accadendo anche oggi? In (buona) parte della società, si cerca su tutto la verità della persona umana, dell'educazione, o si cerca di "spostare ideologicamente" le persone da una parte e dall'altra? Si cerca la verità o il vantaggio (di pochi)?
La seconda tentazione verte sul potere. Il diavolo offre un potere sui regni di questo mondo ad un prezzo: adorarlo. Il potere mondano ha un prezzo: adorare il male, prostrandosi alle sue logiche egocentriche e menzognere, voltando le spalle alla verità. Se ciò che conta è il mio potere egoistico, da esercitare predominando sugli altri e a discapito degli altri, non guarderò in faccia a nessuno, non mi chiederò cosa è davvero bene, non mi lascerò profondamente mettere in discussione. Vuoi questo potere? Eccolo, ma ad un prezzo: che rinunci ad essere veramente te stesso, quell'originale meraviglioso che Dio ha sognato, preferendo morire da fotocopia! (cf B. Carlo Acutis).
Infine, la terza tentazione verte sulla visibilità e sul rapporto distorto con Dio. Il diavolo insinua: fa' che tutti ti acclamino e "piega" Dio a fare quel che vuoi tu. Tanto sei suo figlio! Non sia-
Origins of the Via Crucis
The Via Crucis retraces the last stretch of Jesus' journey in his earthly life, up to the place of Golgotha. Its roots, inextricably linked to the city of Jerusalem, are distant and span centuries. It is a path of hope, the way of Salvation. Way of the cross, in the current sense of the term, dates back to the late Middle Ages. In particular, San Bernardo di Chiaravalle, San Francesco d'Assisi and San
mo più noi a seguire Dio, ma Dio deve seguire noi, come se fossimo il centro della realtà. Tutto dev'essere come dico io, come voglio io, tutto deve andare come ho progettato io e Dio deve solo benedire le mie iniziative. Risultato? Vivere da schiavi, schiavi del proprio "io"; schiavi che schiavizzano gli altri, ridotti a meteore del proprio "ego planetario".
Quali sono le risposte di Gesù? Brevi e intense: sono versetti della parola di Dio. Nostro Signore non dialoga con il tentatore e taglia corto. Con la tentazione non c'è da dialogare! Tra l'altro è troppo poco, troppo banale quel che propone. C'è un cibo migliore del piacere arraffato, che si chiama "volontà di Dio". C'è uno solo che va adorato, capace di salvare e trasfigurare la vita; c'è uno solo a cui vale la pena obbedire, nell'obbedienza del quale c'è vera libertà: Dio!
Chiediamo al Signore la grazia e la forza di riconoscere le tentazioni nella nostra vita e di saperci opporre con fermezza, trasformando così l'opera del tentatore in occasioni di maturazione!
Melodie “comuni” per tornare ad assaporare la liturgia
Per i devoti cattolici del mondo inglese è disponibile un libro dei canti esemplare che non imita o "costruisce" i modelli protestanti.
La serie, dedicata a San Giovanni de Brébeuf, martire francese missionario in Canada, è stata progettata da e per sacerdoti e musicisti che prestano servizio in parrocchie in tutto il mondo. “È tanto una lezione di teologia, tradizione cristiana, storia della sacra innodia cristiana ispiratrice dei martiri”.
Il “Brébeuf Hymnal” contiene il triplo degli inni sacri delle altre pubblicazioni.
Il Brébeuf Hymnal contiene un numero inesauribile di melodie; e il libro è stato criticato per contenere una così ampia selezione di inni per il popolo. In effetti, il Brébeuf contiene più op-
zioni di qualsiasi altro prontuario dei canti cattolico attualmente in stampa, se si escludono brani sciocchi, fortemente sincopati e non cantabili.
Il comitato Brébeuf ha prestato particolare attenzione a enfatizzare le "melodie comuni". Un tale sforzo permette di attraversare l'intero anno liturgico, anche se i fedeli conoscono una manciata di semplici melodie.
Anche se non si suggerisce a nessuno di fare qualcosa di così estremo, perché la stessa melodia più e più volte diventerebbe monotona, i maestri del coro e gli organisti apprezzano tale flessibilità, e il Brébeuf è il re indiscusso delle melodie condivise.
Il valore delle melodie comuni purtroppo non è ancora compreso da tutti i musicisti cattolici.
Bonaventura da Bagnoregio prepare the ground for this rite. In its present form, with the same fourteen stations arranged in the same order, the Via Crucis developed at the instigation of the Franciscans in Spain in the first half of the 17th century. In Italy, St. Leonard of Porto Maurizio (1676-1751) was a great propagator of this practice, a friar minor who introduced the meditations for each of the 14 stations.
Ecce Homo ... ma il Creatore parlava latino?
LA 'MIA' GENESI
di Franco Baldi
L’universo non esiste: ne esistono tre.
Dio non esiste: ne esistono tre. Questo è difficile da comprendere... Se l’universo è infinito, non ci dovrebbe essere spazio per altri due universi. Anche perché la matematica non era ancora stata inventata, quindi non potevano sapere che dividendo l’infinito in tre parti, non si riduce l’infinito, ma si creano tre infiniti... finiti. Originariamente, i tre creatori vagavano nello stesso universo, infinito ma, in seguito, sorsero delle divergenze e decisero di dividerlo in tre parti, cosa che li rese finiti.
Un universo per ciascuno non fa male a nessuno. In teoria. In pratica tre esseri supremi, ognuno nel suo universo ci sta un po’ stretto, per il fatto che i creatori, essendo infiniti, occupano uno spazio infinito e come abbiamo già visto, l’universo infinito era diventato finito.
Risolto questo problema, ognuno se l’era creato a modo suo. Non avevano esempi a cui ispirarsi, ma da un dio ci si può aspettare questo ed altro. Non c’era molta differenza tra un universo e l’altro, anche perché i tre creatori avevano un aspetto simile: una grossa nuvola di silicati fusi, contenente gas disciolti. Avevano creato i loro universi simili il ché li rendeva indistinguibili... ma non essendoci alcuno non c’era bisogno di essere identificati. In ogni caso, per sé stessi, scelsero anche tre nomi: Ein Sof, Kol e Oid. Ein Sof aveva creato l’universo Sof. Credendo che fosse infinito, lo aveva completato di stelle, pianeti, satelliti... Ci aveva messo di tutto ed era riuscito perfino a farlo sembrare stretto. Sosteneva anche che, in una galassia lontana, aveva creato la vita vegetale e animale.
Nessuno sapeva cos’era la vita, quindi nessuno aveva la minima idea di cosa essa significasse o come si presentasse.
Non che la cosa fosse di loro competenza, ma gli altri due dèi non erano troppo soddisfatti della creazione di Ein Soft. Anzi, erano convinti che tutta la faccenda fosse una chiacchiera di Ein Soft che, in realtà, non sarebbe nemmeno stato all’altezza di creare un granello di polvere perciò alla riunione degli dèi, evento che si
ne accorge: la grossa nuvola di silicati fusi si rimpicciolisce e i gas disciolti sembrano disintegrarsi.
Com’è possibile che un dio possa svanire nel nulla?
Oid non perde tempo e convoca una riunione con gli altri due dèi; un po’ perché è preoccupato, un altro po’ perché vuole sapere se la sua attuale fase di rimpicciolimento è presente anche per gli altri due dèi.
L’incontro avviene al confine tra l’universo di Ein Sof e quello di Kol. Non ci vuole molto a capire che anche gli altri due dèi stanno rimpicciolendosi: Kol sembra aver perso tutto il colore della sua massa di silicati ed Ein Soft è solo una nuvola bianca.
ripeteva occasionalmente, avevano espresso il loro parere negativo.
Kol e Oid avevano perfino ingigantito la nuvola propria, di silicati fusi che li formava, per lanciare un messaggio a Ein Soft che, non curante delle critiche, continuava a creare stelle a dismisura. Pare che fossero milioni di milioni: tutte belle, grandi, luminose, infuocate e ... inutili.
Kol era il dio che aveva creato l’universo vuoto. Infinito, ma vuoto. Kol non vedeva il motivo di mettere alcunché in un universo infinito. Aveva il suo universo e poteva scorrazzare dove e quando voleva spostando la sua massa si gas disciolti alla velocità del... buio.
Ein Sof e Oid non erano molto soddisfatti di questo vuoto: a cosa serve un universo infinito per poi lasciarlo vuoto? Ma Kol sosteneva che la libertà di spostarsi nel suo infinito senza il rischio di andare a sbattere contro qualche stella o pianeta, era di gran lunga la cosa giusta da fare. E poi, si trattava del suo universo ed egli lo aveva creato come meglio credeva. “Se non vi va, - aveva sibilato tra le nuvole di gas disciolti - andatevene nel vostro universo”.
Dal canto suo, Oid aveva aspettato un periodo lunghissimo per creare il suo universo. Aveva qualcosa che gli ronzava sulle nuvole, ma non era proprio sicuro di cosa volesse fare e di come utilizzare tutto quello spazio infinito. Gli era perfino balenata l’idea di creare altri dèi come lui... ma questo pensiero l’aveva tenuto per sé. Ciò, non tanto perché temesse la reazione degli altri dèi, ma perché creare nuvole di silicati fusi, contenente gas disciolti, sicuramente avrebbe riempito l’infinito... almeno così credeva.
Certamente Ein Sof e Kol sapevano del progetto, ma decisero di continuare a far finta di non sapere. In fin dei conti, che cos’è un dio se non è padrone di fare ciò che vuole e in cui crede?
Oid non riusciva a capacitarsi che tutto quello spazio fosse vuoto. Nei suoi monologhi ripeteva continuamente che bisognava reperire lo spazio infinito. Ein Sof aveva creato il pieno e Kol aveva creato il vuoto. Per lui, doveva pur esserci una via di mezzo...
Il tempo passa. Non c’è modo di calcolare il tempo, ma Oid se
modo di dare una ragione alla sua esistenza.
Intanto la stella aveva fatto altri 3 giri. Forse, se avesse creato qualcosa in grado di rigenerarsi, l’universo avrebbe una ragione di esistere e non sarebbe più stato vuoto. Nella sua immensa massa di silicati fusi e gas doveva esserci la risposta. Mescolando i giusti ingredienti forse, per la prima volta, veramente avrebbe creato qualcosa dal nulla, qualcosa in grado di pensare e agire. A sua immagine e somiglianza; da un lato a termine, ma in grado di rigenerarsi e moltiplicarsi all’infinito.
Improvvisamente la massa di silicati fusi di Kol si avventa sulla nuvola bianca di Ein Soft, inglobandola. Tenta poi di rivolgersi verso Oid, ma la sua massa è decisamente inferiore e tra i due universi si scatena un vortice di nuvole incandescenti.
Fino a quel momento, l’universo pieno di Ein era rimasto statico, niente si muoveva, ma ora tutto comincia a girare: le stelle, i pianeti, le nuvole gassose... La massa di Kol gira attorno alla massa di Oid, dapprima lentamente, poi sempre più veloce. Oid capisce che, se la massa di Kol continuerà a guadagnare velocità, anche lui sarà assorbito come è successo all’ignaro Ein Soft.
E questo non può succedere.
Se solo un dio dovrà sopravvivere, allora sarà lui: Oid che, repentinamente, inverte il movimento rotatorio e avventa Kol.
Tra sibili ed esplosioni, Kol cerca di parare il colpo, ma la massa di Oid è troppo grande e solida e nel tempo in cui la stella più grande degli universi compie il suo ciclo completo, Kol viene completamente ingoiato da Oid. L’ennesima esplosione annuncia che ora, dei tre universi ne rimane solo uno, quello di Oid.
Molte volte la stella principale compie il suo ciclo completo prima che l’universo unificato prenda un andamento più pacato. Le esplosioni continuano, formando nuove stelle e nuovi pianeti, ma sicuramente la rotazione dell’universo sembra essersi stabilizzata. Oid non ha programmato ciò che è successo ed ora che è l’unico, il padrone supremo di quello spazio infinito, non sa proprio cosa fare o casa farsene.
La stella principale compie altri due giri prima che Oid si renda conto che, nonostante l’inglobamento delle masse degli altri dèi, la sua massa di silicati fusi comincia a raffreddarsi e le nuvole bianche a dissiparsi. Una cosa gli è certa: è destinato ad estinguersi.
Da un calcolo approssimativo, prevede che la sua scomparsa avverrà tra circa 700 giri di stella maggiore. Sembra un tempo interminabile, ma inevitabilmente anch’esso sparirà lasciando tutto quell’universo inanimato in balia di sé stesso. Non che gli dispiaccia più di tanto, considerato che tre dèi non sono riusciti a combinare un granché... forse lasciandolo a sé stesso avrebbe trovato il
Per centinaia di volte la stella principale aveva fatto il giro dell’universo. Oid l’aveva perfino catalogata.
Disperatamente cerca l’H2O avendo cura di non ripercorrere lo stesso tragitto.
Ma per quanto cerchi la via, si ritrova sempre nello stesso posto. Su ogni stella e pianeta trova nuovi elementi che, di volta in volta, aggiunge al suo impasto molecolare.
Con ansia aspetta il risultato, ma la massa rimaneva immobile, inerte, polverosa.
Così Oid prepara un concentrato di idrogeno e ossigeno e lo mischia con carbonio e azoto. La massa inerte viene integrata in varie fasi con minerali contenuti nella sua massa. Prima l’arsenico, poi il piombo. Niente. La massa resta inerte e statica. Aggiunge anche mercurio e uranio ed ottiene un’esplosione talmente grande da farlo visibilmente diminuire di peso.
La stella principale continua a fare molti altri giri, ma ad ogni cambiamento di ingredienti qualcosa di catastrofico succede e quasi sempre finisce con un’esplosione che riduce il volume di Oid.
Intanto la stella ha percorso l’universo per 100 volte ma Oid non accetta di rassegnarsi all’estinzione senza prima aver terminato il progetto di creare una vita in un universo ostico e vuoto.
Ricomincia con idrogeno, ossigeno, carbonio, azoto come nei precedenti tentativi, ma aggiunge calcio e fosforo.
Per amalgamare il tutto, occorre qualcosa di liquido perciò cerca tra i meandri dei silicati, ma niente. Prova anche a corrompere le nuvole ma, da esse, non cade nemmeno una goccia di liquido. Qualsiasi sostanza vi fosse originariamente contenuta, sicuramente è stata evaporata dai silicati fusi che avevano formato le nuvole.
Oid riflette. Ma … Ein Sof aveva creato un universo pieno, quindi… da qualche parte dell’universo doveva pur esserci una stella o un pianeta con qualcosa di liquido con cui mescolare e plasmare la sua forma.
Nella parte fredda della sua massa di siliconi fusi, Oid sistema l’impasto che aveva creato e spinto dalle nuvole, comincia a vagare alla ricerca del composto chimico di formula molecolare H2O, in cui i due atomi di idrogeno sono legati all'atomo di ossigeno con legame covalente polare.
Oid decide di avventurarsi in sistemi più piccoli di quelli che aveva praticato fino a quel momento.
E pensa “Forse, se non trovo niente nelle stelle grandi, potrò trovare gli elementi mancanti in sistemi più piccoli.
Nel frattempo, la stella principale ha fatto il giro dell’universo 675 volte e la sua massa di silicati è visibilmente rimpicciolita. Se il suo calcolo è esatto, e non ha motivo di dubitarne essendo un agglomerato infallibile, gli rimangono altri 25 giri di stella prima che egli venga completamente disintegrato nel nulla.
Certamente, non è la fine degna di un dio creatore immenso, infallibile, eterno!
Adesso mancano solo 24 giri di stella principale quando Oid entra in un piccolissimo sistema formato da una stella non troppo grande e una manciata di pianeti corredati da satelliti.
Il primo pianeta che incontra non è altro che una coltre ghiacciata di metano, monossido di carbonio, azoto. Dopo aver raccolto materiali rocciosi, Oid analizza il ghiaccio d'acqua e di metano con residui di potassio radioattivo. Se non fosse per il freddo intenso che ghiaccia l’acqua, potrebbe anche essere il pianeta da lui cercato per iniziare una nuova forma di vita.
In ogni caso, decide di procedere verso la piccola stella. Forse potrà trovare un pianeta con gli stessi minerali, ma un po’ più ospitale. La sua creazione, al momento, è solo un ammasso di minerali, ma presto avrebbe preso vita abbisognando di un ambiente più favorevole. E poi, di che cosa si sarebbe sostenuta la sua creatura se sulla superficie del freddo pianeta di metano non cresce nulla? Una cosa comincia ad essergli chiara: non deve creare un essere simile a lui, sarebbe imperfetto e destinato all’estinzione. La sua creazione dovrà essere immortale attraverso il processo della riproduzione autonoma.
Deve trovare un pianeta che possa non solo generare un essere vivo ma, soprattutto, che sia un luogo fornito di mezzi per sostenere questo genere di vita.
Oid al momento, non ha trovato nulla di lontanamente simile alla sua idea per il progetto della creazione, ma trova già un nome adatto: “pianeta della vita”
Certamente non è il pianeta appena incontrato perché molto simile a quello già lasciato, composto principalmente da idrogeno ed elio, ma con maggiori proporzioni di ghiaccio, ammoniaca e metano: Il pianeta presenta anche tracce di idrocarburi e azoto. Questo, certamente, è migliore del precedente, anche perché vi appare una maggiore concentrazione di rocce e ghiaccio all’interno e le tracce di metano presenti negli strati più esterni dell'atmosfera gli conferiscono un bel colore azzurro intenso.
Anche il pianeta in avvicinamento alla piccola stella centrale è simile agli altri due e poco adatto al suo progetto di vita, ma si può notare un miglioramento, anche se leggero, sia come temperatura sia come componenti.
Ormai Oid è sicuro che più si avvicina alla stella centrale, più ha possibilità di trovare qualcosa adatto e capace di sostenere la vita.
La vita …
Inoltre, la struttura di nubi ben stratificata, è sintomo di presenza d’acqua, sostanza principale e necessaria per la sua creazione di un essere vivente.
Il pianeta successivo è bello: tutto circondato da anelli luccicanti e composto principalmente da idrogeno con tracce di elio, silicati e ghiacci di idrogeno metallico, ma … la temperatura è ancora troppo bassa; ghiaccerebbe la vita sul nascere.
Intanto la stella principale continua il suo inarrestabile giro attorno all’universo. Ormai, ad Oid, restano solo 19 giri. Inoltre, caricando sulla sua nuvola minerali raccolti nei pianeti visitati, la massa di silicati fusi comincia a mostrare crepe sempre più profonde.
Presto si rimpicciolirà al punto di dover scaricare tutti i suoi minerali e, con essi, la possibilità di creare una vita.
Ora mancano solo 18 giri di stella quando Oid vede apparire il più grande dei pianeti di quel sistema stellare. Il pianeta è costituito principalmente da idrogeno ed elio, con piccole quantità di altri composti, quali ammoniaca, metano ed acqua.
Un grande pianeta può essere la risposta ai bisogni di Oid?
Sarà in grado di sostenere la sua creazione di nuova vita? Oid aggiunge all’impasto dei minerali anche carbonio e silicati di ferro, aggiunge l’idrogeno metallico ma … la massa non si muove. A complicare le cose si presenta l’esplosione di metano che letteralmente disintegra ogni speranza di vita nella massa amalgamata di silicati.
Nonostante la delusione, Oid si rimette in viaggio aggrappandosi alle ultime nuvole bianche. Il forte magnetismo del pianeta rosso lo convince a fermarsi, le grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono minacciano di
racconto ammazzacaffè
influire sull’amalgama del suo impasto. Non vuole rischiare oltre: finora la temperatura era stata la migliore riscontrata avendo una variazione di −120° al buio che sale a −14 ° quando la stella illumina il pianeta. In tal modo l'atmosfera, anche se molto rarefatta, sarebbe stata sempre sufficiente a sostenere la vita.
Aggiungendo ossido di ferro al suo impasto, Oid forma una palla. Ha un sussulto quando crede di aver visto un movimento nella massa da lui composta. “Eppur si muove - dice a sé stesso - leggermente, ma si muove…”
Un vortice sparpaglia momentaneamente le nuvole bianche. Sembrano cento angeli che, sbattendo le ali, applaudono il creatore.
Oid sa che questa non è la forma di vita ideale, ma almeno qualcosa si è mosso, nonostante la stella principale abbia già terminato il suo 699.mo giro attorno all’universo. Non gli resta molto tempo e Oid decide di chiamare il nuovo inizio 'Anno Zero'.
Forse dovrebbe plasmare la sua creazione differentemente, non lasciare la massa amalgamata a forma di un pianeta in miniatura.
Poi prende la decisione: continuare il suo viaggio verso la stella minore. Restano ancora tre pianeti e, considerando la vicinanza alla stella minore, il prossimo potrebbe essere un posto ideale per la sua creazione. Tre pianeti, come loro erano tre dèi originariamente, ora ne resta solo uno e nemmeno tanto onnipotente.
Lasciato il pianeta rosso, ecco apparire un pianeta azzurro.
Già in lontananza si capiva che era un pianeta tellurico, perlopiù composto da roccia e metalli e, soprattutto da acqua. Tanta acqua, quella di cui avrebbe avuto bisogno la vita che avrebbe creato.
Nella fase di avvicinamento è possibile distinguere crateri, montagne, vulcani. La sua superficie è verde, al contrario di quella dell’acqua che si presenta blu. Blu come l’atmosfera attorno al pianeta e tante nuvole bianche, a sua immagine e somiglianza.
Nel sottosuolo si trovano composti di silicio e di carbonio con attorno un nucleo di ferro e carburi.
Oid è letteralmente esterrefatto dalla bellezza e ricchezza di questo pianeta. Mai nel suo precedente girovagare nella galassia infinita aveva visto un pianeta tanto bello. È sicuro che qui la vita potrà generarsi.
Ma il suo stupore ancora non è nulla al confronto di quello che avrebbe scoperto avvicinandosi. Attraverso una folta macchia di verde, Oid vede qualcosa muoversi.
Egli… che viene per creare la vita in un pianeta… che già è vivo!
Quelle macchie scure che si muovono sono giganteschi ammassi di idrogeno, ossigeno e carbonio in movimento.
Il suo ingresso nell’atmosfera del pianeta blu è accolto da sibili e fiamme: la sua massa di silicati si scontra con la fascia di ossigeno che avviluppa il pianeta. Anche se visibilmente ridotta, la sua massa si è sistemata nella biforcazione di due linee d’acqua. Adesso vuole dare un nome
anche a quella magnifica vallata verde: Eden. L’ambiente è ricco di vegetazione e masse di carbonio in movimento... esseri che saltellano, strisciano, nuotano, volano. Li chiama rettili, uccelli, insetti, mammiferi, anfibi, pesci … Posiziona tutti gli elementi chimici in suo possesso e li plasma a forma di cratere in cui versa abbondantemente acqua prelevata da quelle due strisce che aveva battezzato col nome di fiumi.
Con una piccola parte dell’impasto forma una palla, simile ad un pianeta, ma molto, molto più piccolo.
“Questa sarà la testa - dice a sé stesso e continua con due buchi nella parte alta chiamandoli occhi - e questi serviranno per vedere tutto ciò che c’è intorno - dice compiaciuto. Poi due buchetti in mezzo, per respirare, che chiama naso; un’apertura più in basso per nutrirsi a cui dà il nome bocca. Infine, due fori laterali per sentire e modella due piccoli padiglioni per sentire meglio. Ha appena creato gli orecchi.
Oid non è stanco, col suo impasto modella un corpo, munito di tanti organi e tanti apparati. Con tanta cura colloca un piccolo aggeggio che chiama cuore: la pompa necessaria ad ossigenare la sua creazione.
Alquanto soddisfatto, unisce il corpo alla testa attraverso un piccolo cunicolo, il collo, in cui scorrono cavi di tanti colori: quelli per trasmettere al corpo gli impulsi del cervello, quelli per respirare, quelli per deglutire anche se… ogni tanto qualcuno di essi sarebbe andato in cortocircuito!
“Alzati” dice.
La massa si muove ma non si alza. E come potrebbe? Mancano quelle quattro protuberanze che hanno gli animali. Prendendo spunto da un essere gigantesco tutto ricoperto di pelo che egli aveva nominato gorilla, modella due tronchi che posiziona nella parte bassa del corpo e le chiama gambe. Alla loro estremità aggiunge due piattaforme che chiama piedi e che avrebbero facilitato la posizione eretta della sua creazione.
Ma, ancora, Oid non ha finito. Con due tronchi del suo composto, completa i lati del busto che chiama braccia e, alle loro estremità mette delle morse a cinque rametti che chiama mani. Così conciato, con le gambe per muoversi e camminare come gli animali, e con le braccia per prendere cose e portare nutrimento alla bocca, l’opera è pronta.
“Alzati” dice.
E la massa si alza; al principio barcollante ma, dopo breve tempo, sempre più sicura sulle gambe.
Ma di tempo non ne resta molto. Oid sa che al 700.mo giro di grande stella tutte le sue forze si affievoliranno, fino a farlo scomparire, come oggi fa una nuvola nel cielo dopo che ha scaricato la pioggia.
Finalmente Oid è contento per aver creato la vita, ma la stessa creazione apparteneva già a quel pianeta, probabilmente realizzata da Ein Soft. E poi, la sua creazione non è nemmeno paragonabile alle migliaia di creazioni che già vagavano libere sul pianeta!
Passa molto tempo nel tentativo di fare emettere qualche suono dalla bocca della sua creazione. Gli animali avevano un loro distinto verso, mentre il suo composto non emette nessun suono anche se dà sempre l’impressione di capire quando Oid si rivolge ad esso.
Per Oid, ormai la situazione è chiara: dovrebbe dare l’alito della vita alla sua creazione per renderla perfetta e metterla in posizione di predominanza sulle altre creature.
Quando finalmente Oid soffia sulla massa creata tutto il contenuto di una delle ultime nuvole che gli rimangono, Improvvisamente, la massa si mette a parlare, esclamando:
- Grazie, o mio Creatore e Signore dell’universo.
Oid è contentissimo anche se si rende conto che, per far parlare la sua creazione, aveva usato una delle ultime nuvole che lo stavano tenendo in vita.
Passano i giorni nominando tutti gli elementi sul pianeta blu chiamato Terra. Ad ogni animale, pianta, roccia, è dato un nome quando, improvvisamente, la massa di idrogeno, ossigeno e carbonio chiede:
- O mio Creatore, chi sono io?
- Tu sei un uomo, signore e padrone di tutte le piante, di tutte le creature, di tutte le acque e di tutto quello che c’è sulla Terra. E per distinguerti dagli animali, avrai un nome: Adam.
- Grazie o mio Creatore. Io sono eterno?
- Nulla è eterno.
- Allora cosa mi hai creato a fare? Qualche giro della Terra attorno al Sole e ritornerò polvere?
Oid sa bene che Adam ha ragione. Ha vagato per tutto l’universo e disintegrato quasi tutta la sua massa di silicati fusi per creare l’uomo per poi … vederlo tornare un ammasso di silicati spenti!
Oid sa che il corpo di Adam contiene bilioni di cellule. Aveva creato il suo tratto gastrointestinale, gli aveva messo la pelle e organismi pluricellulari. Aveva immerso le cellule in un materiale extracellulare costituito da proteine e circondato dai fluidi extracellulari. Aveva perfino creato le ossa perché potesse reggersi ritto e sicuro, ma... non l’aveva creato immortale.
Oid conviene che la domanda di Adam sia logica: cosa l’aveva creato a fare se, tra breve tempo, si sarebbe autodistrutto?
Il tempo trascorre inesorabilmente, entrambi sanno che la
loro esistenza finirà presto. Anche gli animali della Terra si sarebbero disintegrati?
E, come spesso accade, nei momenti di bisogno si aguzza l’ingegno, anche per un dio. Oid aveva creato l’uomo, lo avrebbe messo in grado di autorigenerarsi prendendo una piccola parte di sé e avrebbe permesso il formarsi di una nuova vita.
Fa una copia perfetta di Adam per poi apportare modifiche all’apparato urinario che serve a rimuove gli ioni in eccesso e l’acqua fuori dal corpo. Crea, all’interno, un sistema fornendo alla nuova creazione il suo ambiente ideale per la formazione di una vita nuova.
Non ci vuole molto perché Adam di accorga della differenza e ne è soddisfatto, specialmente dopo un’attenta valutazione della nuova creazione che ha chiamato Eve. Egli è un uomo ed ella è una donna, creati dalla stessa massa ma con apparati riproduttivi differenti. Adam è soddisfatto. Le loro masse corporee sono proprio come due angoli: uno convesso ed uno concavo. E si baciano perfettamente.
Il creatore ne è felice pur sapendo che tutto il suo lavoro sarebbe inutile se non è pronto a donare alla donna il suo alito per far funzionare ogni sistema. Adesso gli resta poco tempo e la decisione è presa. Convoca Adam ed Eve sotto un albero carico di frutti rossi. Spiega loro che quella è l’ultima volta in cui si vedono, ma di non essere tristi perché Egli, dall’alto dei cieli, veglierà su di loro.
- Andate e riproducetevi. Popolate la terra di altri esseri come voi.
Soffia l’ultima nuvola su Eve e si disintegra nel nulla. Aveva dato il suo ultimo respiro alla donna rendendola capace di procreare.
Adam and Eve, per la prima volta, si trovano soli nel paradiso terrestre ed hanno paura. Non avranno più il Creatore a guardare e programmare ogni loro passo, ogni loro mossa.
Adam prende Eve per mano e, assieme, s’incamminano lungo il sentiero della vita. Fatti pochi passi, in un silenzio dettato dall’incognita del loro futuro, Eve lascia la mano di Adam e torna sui suoi passi fino all’albero da dove raccoglie un frutto.
Ora Eve sorride. Adam ancora non ha capito, ma anch’egli sorride. Eve gli porge il frutto: - Vuoi una mela?
Matraville doctor scores three decades of service!
Matraville GP, Dr John Gullotta AM has celebrated 30 years of service to the local community.
Dr Gullotta who was born and raised in Matraville and lived there for over 45 years, says that he is honoured and proud to serve his local community. “I am now starting to see the babies I immunized bringing in their own babies. That is what I really love about general practice, the family care and continuity through a patient’s life cycle which you don’t see in other medical specialties.”
Dr Gullotta works at the Matraville Medical Centre, a boutique personalised family general practice, which was opened by his parents, long-time local Pharmacist Andrew Gullotta OAM and his late wife Lina in 1973. Andrew and Lina owned Gullotta’s Pharmacy at Matraville for 50 years before their retirement about 13 years ago.
It was their aim to provide a ‘traditional family medical centre’ with service second to none in the local area. The Centre is
different because patients are treated by the same General Practice Team so as to ensure continuity of care by doctors they are familiar with.
Dr Gullotta graduated with honours from Newcastle University in 1991, after completing a degree in Pharmacy at the University of Sydney in 1986. In 1998 he was awarded a Fellowship of the Royal Australian College of General Practitioners and is a Specialist General Practitioner.
He has an extensive involvement in academia, medical organisations, media and community service.
A/Prof Gullotta is Past President and Fellow of the Australian Medical Association (AMA) NSW and was a Councillor of the Federal AMA for 20 years. He is also a clinical teacher at the University of Sydney and in 2005 he was awarded the title of Adjunct Associate Professor in General Practice, Sydney Medical School at The University of Sydney. Teaching is an experi-
ence he still finds invaluable.
‘It helps with your thinking and I enjoy passing on knowledge to the new generation,’ he said. ‘It always challenges and stimulates you mentally.
It also keeps you up to date. As a doctor you never stop learning and hands on experience is vital!”
In 2014 he was appointed Visiting Fellow in Pharmacy at the Graduate School of Health, University of Technology Sydney where he teaches Pharmacy students.
He is strongly involved in charity work and is the Immediate Past Chairman of the AMA NSW Charitable Foundation and Past President of the Rotary Club of Maroubra.
He was the Vice President of CoMiTes NSW (Committee of Italians Abroad NSW) from 2004-2016 and has been Medical Practitioner and Technical Advisor (Medico Fiduciaro) for the Italian Consulate in Sydney since 1992.
“Dr John” as he is affectionately known, is the original Sydney “Rock Doctor” with vast experience in the personalised and confidential medical care of performing artists, VIP’s and celebrities both local and international.
He is the recipient of many awards including the Inaugural University of Newcastle Alumni Medal and the University of Sydney 2007 Alumni Award for Outstanding Achievement in Community Service “for his energetic contributions to medicine, medical education and pharmacy, as well as for his service to the Italian-Australian community in Sydney”.
In 2004 he was awarded one of Italy’s top honours of “Cavaliere, Ordine Della Stella Della Solidarietà Italiana” OSSI, (Star of Italian Solidarity) “for his outstanding contribution to the Italo-Australian Community.”
A/Prof. Gullotta’s extensive contribution to the profession and community service was highly acknowledged when in
2007 he was appointed Member in the Order of Australia, AM for “service to medicine through a range of executive roles with professional medical associations and as a general practitioner, and to the Italian community”.
He is a past Councillor of the Dante Alighieri Society of Sydney, which was founded in Sydney in 1896, and with his proud Sicilian heritage he continues to foster and promote Italian Culture and Language within the Australian community.
In 2018 he was elected as a Councillor of the Order of Australia Association of NSW and is currently Deputy Chairman, Metropolitan Coordinator and Events and Public Relations Manager.
Dr Gullotta believes it’s the
variety in general practice as well as the rest of his interests that keeps him so active.
‘In general practice, the patient can have anything. One minute it’s a depressed patient, the next minute it can be a heart attack,’ he said. ‘I enjoy the variety and I wouldn’t change it one bit!’
He still appreciates that every day in general practice can be different from the last and truly cherishes the professional relationships he has forged with his patients throughout the years, even if they do remind him just how long he has been in the business!
“I look forward to serving the community for a further decade or two and looking after the next generation of patients!” He said.
www.drgullotta.com.au
" 7 Sights in 7 Days " Shannon accecato dal glaucoma
Shannon, padre di due figli, ha compreso perché il glaucoma viene comunemente definito un ladro silenzioso della vista. Il 45enne si è fatto controllare gli occhi dopo essersi chiesto perché non aveva bisogno di occhiali da vista quando la maggior parte dei suoi amici e della sua famiglia li indossava. Il controllo ha rivelato che era legalmente cieco.
"Sono rimasto scioccato e confuso quando mi è stato detto che avevo una grave malattia cronica (di cui non sapevo nulla) e che era già molto avanzata", dice Shannon. “Avevo già perso irreversibilmente gran parte della mia vista in entrambi gli occhi. Mi è stato detto che ero legalmente cieco e non potevo più guidare.”
La perdita della vista a causa del glaucoma può essere prevenuta attraverso una diagnosi precoce. Sebbene chiunque possa sviluppare il glaucoma, alcune persone sono a maggior rischio, tra cui coloro che hanno una storia familiare di glaucoma (parenti di primo grado), diabete, miopia o ipermetropia, emicrania,
pressione sanguigna alta o bassa e apnea ostruttiva del sonno. Le persone con un parente di primo grado che ha il glaucoma hanno 1 possibilità su 4 di sviluppare il glaucoma nella loro vita. Il rischio aumenta al 56% se il parente ha un glaucoma avanzato. La nuova iniziativa di raccolta fondi di Glaucoma Australia, 7 Sights in 7 Days Challenge, incoraggia gli australiani a valorizzare la vista ed essere proattivi con regolari esami oculistici. “Controlla i tuoi occhi e proteggi la tua vista”, conclude Shannon. Per saperne di più visita: www.sevensights.org.au
centenario di Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini author and director
Paolo Pasolini, born March 5, 1922, in Bologna, died November 2, 1975, in Ostia, near Rome. He was a Italian motion-picture director, poet, and novelist, noted for his socially critical, stylistically unorthodox films.
The son of an Italian army officer, Pasolini was educated in schools of the various cities of northern Italy where his father was successively posted. He attended the University of Bologna, studying art history and literature. Pasolini’s stay of refuge among the oppressed peasantry of the Friuli region during World War II led to his later becoming a Marxist, albeit an unorthodox one. His poverty-stricken existence in Rome during the 1950s furnished the material for his first two novels, Ragazzi di vita (1955; The Ragazzi) and Una vita violenta (1959; Pasolini's first novel, Ragazzi di vita (1955), dealt with the Roman lumpen proletariat. The resulting obscenity charges against him were the first of many instances where his art provoked legal problems, and again, with Accattone (1961), also about the Roman underworld, like-wise provoked moralistic conflict with conservatives, who demanded stricter censorship.
He then directed the blackand-white The Gospel According To St. Matthew (1964). This film is widely hailed the best cinematic adaptation of the life of Jesus (Enrique Irazoqui). While filming it, Pasolini vowed to direct it from the "believer's point of view," but later, upon viewing the completed work, saw he had instead expressed his own beliefs.
In his 1966 film, Uccellacci e uccellini (Italian: Bad Birds and Little Birds; English: 'The Hawks and the Sparrows), a picaresque—and at the same time mystic—fable, he wanted the great Italian comedian Totò to work with one of his preferred "naif" actors, Ninetto Davoli. It was a unique opportunity for Totò to demonstrate that he was a great dramatic actor as well.
In Teorema (Theorem, 1968), starring Terence Stamp as a mysterious stranger, he depicted the sexual coming-apart of a bourgeois family (later repeat-
Quando Fellini bocciò “Accattone” e Pasolini rischiò di non fare cinema
di Giacomo Galanti
Tra l’aprile e il luglio del 1961, 60 anni fa, Pier Paolo Pasolini gira tra le borgate di Roma il suo primo film, “Accattone”. Per Pasolini, già scrittore, poeta e polemista affermato, si tratta di un esordio folgorante che negli anni, insieme alle altre sue pellicole, lo imporrà all’attenzione della critica e del pubblico anche come regista.
ed by François Ozon in Sitcom). Later movies centred on sex-laden folklore, such as Il fiore delle mille e una notte (Arabian Nights, 1974), Boccaccio's Decameron (1971) and Chaucer's Canterbury Tales (1972), on to the Trilogy of Life. His final work, the only one from the expected Trilogy of Death, Salò (1975), exceeded what most viewers could then stomach in its explicit scenes of intensely sadistic violence. Based on the novel 120 Days of Sodom by the Marquis de Sade, it continues to be his most controversial film; in May 2006, Time Out's Film Guide named it the Most Controversial Film of all time.
Pasolini, as a director, created a type of picaresque neorealism, showing a sad reality - hidden, but concrete - which many social and political forces had no interest in seeing in artistic work for public distribution. Mamma Roma (1962), featuring Anna Magnani and telling the story of a prostitute and her son, was an astonishing affront to the common morality of those times. His works, with their unequalled poetry applied to cruel realities, showing that such realities are less distant from us than we imagine, have made a major contribution to a change in the Italian psyche.
The director also promoted in his works the concept of "natural sacredness," the idea that the world is holy in and of itself, and does not need any spiritual essence or supernatural blessing to attain this state. Indeed, Pasolini was an avowed atheist.
General disapproval of Pasolini's work was perhaps primarily caused by his frequent focus on sexual mores and the contrast between what he presented and the behavior sanctioned by public opinion. While Pasolini's poetry, outside of Italy less well-known than his films, often deals with his same-sex love interests, this is not the only, or even main, theme: much of it also takes as a subject his highly revered mother. As a sensitive and extremely intelligent man, he also depicted certain corners of the contemporary reality as few other poets could do.
Ma c’è un momento in cui sembra che la carriera cinematografica di Pasolini non debba nemmeno iniziare e che “Accattone” non possa essere prodotto. La “colpa”? Di Federico Fellini.
“Accattone” infatti deve essere prodotto dalla Federiz, una società di produzione affidata da Angelo Rizzoli a Federico Fellini per individuare nuovi film e nuovi talenti da mandare in sala.
Durante le riprese, Pasolini si dà appuntamento con Fellini per fargli vedere qualche giornaliero. Bernardo Bertolucci, allora suo giovane aiuto regista, ricorda quel giorno come un dramma.
Pasolini torna nell’ufficio di Trastevere dove si riunivano di solito quasi in lacrime. “Pier Paolo - racconta Bertolucci - ci disse che a Fellini non era piaciuto, che gli aveva detto che era un bravo scrittore, ma non un regista, che poteva lasciar perdere il cinema”.
Pasolini è disperato. “L’Espresso” titola un articolo sulla questione con un perfido “Bocciato in regia”.
E dire che i due - da provinciali arrivati a Roma in cerca di fortuna - si conoscono dai primi anni ‘50 e hanno anche collaborato.
Infatti Pasolini è tra gli sceneggiatori di “Le notti di Cabiria”, premio Oscar per miglior film straniero e nel 1960 scrive anche qualche dialogo de “La dolce vita”, film mitico del regista riminese. Eppure Fellini dice no ad “Accattone”.
Forse un po’ per la sua tendenza a essere un grande bugiardo e di voler piacere a tutti,
Fellini racconterà diversamente quella bocciatura. Ovvero che non aveva nessun dubbio sulle capacità registiche di Pasolini, ma che alcune persone gli avevano ricordato che già c’erano state troppe polemiche all’uscita del “La dolce vita” l’anno prima e che non fosse il caso ora di mettersi a sostenere un film come “Accattone” e un personaggio come Pasolini. Insomma, Fellini ammette di non aver avuto la forza di tenere duro. Per Bertolucci invece il celebre collega nel ruolo di produttore sembrava impegnato “a far fuori chi stava iniziando a fare cinema”.
Tanto che boccerà anche al secondo film del regista di Parma, “Prima della rivoluzione”.
Rivelatosi poi un discreto successo. Per fortuna di Pasolini, circa un mese dopo il rifiuto di Fellini, c’è l’incontro con il regista Mauro Bolognini che per caso mette gli occhi sulle fotografie e sul copione di “Accattone”.
Se ne interessa subito e si offre di parlarne al produttore Alfredo Bini, con cui un paio di anni prima ha fatto uscire “Il bell’Antonio” con Marcello Mastroianni. Così “Accattone” riprende la sua strada e viene presentato alla Mostra del cinema di Venezia, tra polemiche e critiche. Tanto da essere sottoposto a censura e ritirato dalle sale. Oggi “Accattone” fa parte della lista dei 100 film italiani da salvare.
Pier Paolo Pasolini e Franco Citti
Una scena del film “Accattone”, 1961
Pier
GUERRE (RIFLESSIONE PERSONALE)
Oggi (mercoledì scorso - ndr) è il giorno delle ceneri, inizio della quaresima cristiana mentre siamo tutti connessi sulla realtà dell’Ucraina. Cercavo stasera di riflettere sulla guerra e pensavo che in questo momento (così ci dicono, perché la verità non la sapremo mai) ci sarebbero già stati 6.000 morti tra militari, civili, ucraini, russi.
Seimila… i numeri ci dicono poco, sono aridi, soprattutto quando sono grandi, ma per capirli dobbiamo pensare a ciascuno di noi, visualizzando i singoli nostri genitori, i nostri cugini, un'amica, un vicino. Siamo arrivati a 10 persone? Allarghiamoci e andiamo avanti mettendo insieme altri 6.000 volti di persone che conosciamo (una intera cittadina). Probabilmente non ci arriveremmo mai ma solo allora ci renderemo conto del dramma. Poi ci sono altre decine di migliaia di vite che indirettamente sono rimaste sconvolte, oltre alle centinaia di migliaia (un fiume) di chi scappa, soffre, è ferito. Terrore, angoscia, pericolo e la grande incertezza sul futuro di tutti. Tutto ciò perché qualcuno ha deciso - da solo - di attaccare, di rinunciare a discutere per partire improvvisamente con le armi in questa avventura. E' sempre successo così' - purtroppo - nei rapporti tra gli uomini, gli stessi che poi alla fine di ogni guerra visti i danni e le distruzioni reciproche
“con il senno di poi”- hanno sempre commentato "non ne valeva la pena".
Una volta gli uomini si combattevano a bastonate, poi via via sempre in modo più organizzato... ma sempre, ogni volta, alla fine non ne valeva la pena.
Gli anni superano gli eventi: che cosa ce ne importa oggi se 400 anni fa due alleanze di paesi europei hanno iniziato a combattersi per questioni religiose e in un secolo hanno distrutto un continente? Nulla, non lo ricorda più nessuno, eppure fu l'avvio di una guerra durata decenni con epidemie, violenze, distruzioni in tutta Europa. Ma perché allora l'uomo non si ferma mai a ragionare, a riflettere, a cercare di valutare bene se valga davvero la pena di scatenare una guerra, se davvero non ci sia un altro mezzo per rivendicare i propri diritti cercando almeno di capire (non dico di accettare!) il punto di vista di un altro? Perché alla fine ragioniamo ancora come i nostri antenati ignoranti e violenti. Per mettere dei freni preventivi a queste crisi hanno inventato le conferenze di pace, l'ONU, i negoziati... Questa volta neppure si è minacciata o "dichiarata" una guerra: la si è cominciata e basta. Putin (che spesso ho difeso) poteva avere anche delle ragioni, ma comunque non si agisce così, non si mettono in conto le vite degli altri per qualsiasi spiri-
to di maggior potenza, ricchezza, importanza. Sono terribilmente triste in questi giorni per la gente comune, per le vittime di ogni guerra, per quelli che comunque non hanno alcuna responsabilità della situazione eppure sono costretti a soffrire e morire, come sempre.
Penso alle fidanzate dei ragazzi russi spediti in guerra: saranno orgogliose e contente di loro o invece piene di disperazione e paura?
Per costruire un palazzo, una scuola, un ospedale ci vuole tanta fatica, per abbatterlo con una cannonata bastano pochi secondi, ma - soprattutto se al suo interno non c’è nessuna persona armata - che logica c’è nell’abbatterlo? Riflettiamo su questo al di là di ogni ragione, diritto, alleanza, dichiarazione, provocazione reciproca, minaccia.
Forse l'Europa e l'Italia oggi sbagliano a prendere delle posizioni di invio di armi, ma chi le ha spinte a farlo, chi le ha messe in condizioni di dover decidere: se non ci fosse stata una aggressione si sarebbero mai sognate di mandare armi in Ucraina?
E non pensate "non mi interessa questa guerra, sono lontani, sono gente diversa da noi, non sono europei": non fatelo, per favore, la storia nei secoli ci ha sempre dimostrato che Ucraina e Russia “sono” Europa!
Non vi sentite coinvolti? Immaginate se al fronte, su qualsiasi fronte, ci fosse vostro marito o vostro figlio o se al fronte ci foste voi - obbligato ad esserci - e a casa c'è la vostra famiglia in pericolo. Per capire l’angoscia bisogna entrare nella carne, nel pensiero, nell’ansia di ogni singolo uomo mentre intorno sparano e ricordare che - come in Ucraina - ci sono comunque e purtroppo decine di posti diversi nel mondo dove avviene contemporaneamente la stessa cosa e che se ora ci occupiamo di Kiev è solo perché è più vicino del solito il luogo in cui si combatte.
Purtroppo troppo spesso l'uomo si crede onnipotente, eppure
troppe volte lo è solo nel fare il male. Tra l’altro è un atteggiamento tipico di una dittatura quando è al tramonto: debole al suo interno, il regime deve dimostrare con la “prova di forza” di saper rimanere a galla, ma la storia - fatalmente - ci dimostra che invece la guerra è sempre stato un segno di debolezza e di crisi. Tipico, come sperare nelle “guerre lampo” che invece (è stato sempre così!) poi si cronicizzano. Sono triste vedendo la desolazione e dentro di me credo e spero che ci sia una Autorità suprema che non vorrebbe fosse così, ma che in noi prevale invece a volte un'anima nera, CATTIVA, che ci spinge al peggio e che a volte vince, malefica. Non deve essere così, non voglio sia così, prego e spero che non sia mai così… E mi illudo che se questo pensiero di tolleranza fosse sempre più diffuso tra tutti, anche tra i combattenti, sarebbe un primo spiraglio di sole.
Poi, se posso esprimere un parere, credo che l’Ucraina debba essere dichiarata neutrale, as-
sicurando larga autonomia alla parte russofila e garantita nella sua indipendenza dalla UE (non dalla NATO) offrendo in cambio ad Ucraina e anche alla Russia una possibile integrazione europea (che non vuol dire essere parte formale della UE). Anche in questi giorni bui credo che solo così la Russia possa avere un futuro: associata all’Europa e non emarginata a rischio di abbracci con la Cina. Sarebbe vantaggioso per loro e per noi, economicamente e strategicamente, creando un blocco continentale determinante a livello mondiale. Certo la Russia deve però accettare le regole democratiche, uniformandosi ai principi europei, ma credo che buona parte del popolo russo non sarebbe assolutamente contrario a questa impostazione. La mia grande tristezza è pensare che nei primi anni ‘2000 questa soluzione era possibile e NOI europei dell’ovest - di fatto - l’abbiamo respinta. Ricordiamocelo, perché queste sono le nostre responsabilità politiche nella attuale crisi ucraina.
ENERGIA DI PORTO TOLLE
Leggo che nel Polesine sono iniziati i lavori di smantellamento della più grande centrale elettrica a carbone nel nostro paese che da sola produceva 2,6 GW pari ad oltre l’ 8% del nostro consumo nazionale. Sul sito della centrale nascerà una felice, nuova stazione turistica ecologica. Una scelta venuta dopo anni di dibattito, ma che una volta di più ripropone un tema di fondo che non possiamo sempre mai dimenticare: è sicuramente “figo” mettere al bando carbone, petrolio, gas…
Ma da dove arriverà l’energia che in futuro ci mancherà se neppure vogliamo studiare il campo nucleare? Hai voglia di parlare di “transizione ecologica” con scelte che fatalmente aumentano e non diminuiscono la nostra dipendenza dall’estero. Giochiamo pure quindi a fare i primi della classe perché il carbone inquina, ma forse la crisi Ucraina ci sottolinea come non possiamo più non tenere conto di questa nostra grande debolezza energetica. È “reazionario” permettersi di ricordarlo?
IL SUICIDIO DELLA MAGISTRATURA
Sul “Corriere della Sera” è uscita una interessante inchiesta sulla fiducia degli italiani nella Magistratura a trent’anni da “Mani Pulite”. In un trentennio il prestigio delle toghe italiane è crollato: dal 90% del 1992 a solo il 32% degli italiani oggi che dichiara di avere fiducia nei suoi magistrati con punte ancora più basse (fino a sotto il 25%) tra gli elettori che si ritengono di centrodestra. In particolare, le critiche riguardano i tempi eccessivi dei processi mentre viene apprezzata (58%) la necessità di dividere una volta per tutte le carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti.
Difficilmente, però, i referendum di primavera anche su
questo tema avranno successo perché molto probabilmente mancherà il “quorum” dei votanti: la maggioranza degli italiani (oltre il 60%) non intende più andare a votare su quesiti giudicati poi comunque inapplicati dal “palazzo”, visti gli esiti inapplicati dei referendum precedenti. Il desolante scenario attuale mostra che alla prevalente sfiducia nei confronti dei partiti e della politica si somma anche la sfiducia verso i magistrati e l’insoddisfazione per l’amministrazione della giustizia. Ne esce un quadro molto preoccupante di credibilità generale: quando l’impopolarità dei giudici si somma a quella per i politici è una sconfitta per tutti.
Al lora! la pagina di Angelo Paratico
L’invasione dell’Ucraina e l’Europa inesistente
di Angelo Paratico
I fatti bellici in Ucraina mostrano come l’Unione Europea non esiste. Parlano di sanzioni economiche, ma non si rendono conto che così facendo spingono la Russia verso la Cina. L’Europa avrebbe dovuto attivamente intervenire per evitare la guerra civile strisciante nel Dombass, promuovendo una sorta di autonomia nelle zone dell’Ucraina a larga maggioranza russa. Ripercorriamo le tappe della creazione dell’Europa per capire perché si sta rivelando così inadeguata.
Si usa far risalire l’idea dell’Europa Unita al Manifesto di Ventotene, del 1944, mentre in realtà simili piani vennero ampiamente discussi prima dello scoppio della II Guerra Mondiale.
Un particolarmente illuminante di questo punto di vista è un brillante saggio scritto dalla madre dell’ex ministro dell’economia e intellettuale comunista, Luigi Spaventa (1934-2013). Sua madre si chiamava Lydia de Novellis. Fu allieva di Giovanni Gentile, e fu poi una collaboratrice di Corrado Gini. Il suo saggio, oggi dimenticato, fu pubblicato a Milano dall’editore Treves, nel 1931 e s’intitola “L’Unificazione economica dell’Europa.”
Queste sono le sue prime linee: “Nel Convito di Platone è detto che nulla è più bello che contemplare la bellezza. Se alla vita dei popoli giovasse la contemplazione di un eterno modello, avremmo trovato degno di oggetto un’estasi infeconda un grande ideale umano: l’utopia degli Stati Uniti d’Europa.
Passa poi a citare il conte Coudenhove Kalergi che fu uno dei più appassionati sostenitori di quel progetto, con il suo best seller intitolato “Paneuropa.”
Il conte Richard Coundenhove-Kalergi (1894-1972) del quale tanto si parla fra i complottisti, fu una persona assai raffinata e complessa. Fu il figlio di un diplomatico austro-ungarico (non ebreo, quanto piuttosto antisemita) e di un’aristocratica giapponese. Che avesse contatti ad altissimo livello grazie ai libri che pubblicò vien dimostrato dal fatto che, a Londra, fu lui a informare W. Churchill che Molotov e Ribbentrop avevano firmato un patto di non aggressione, lasciandolo letteralmente a bocca aperta dallo stupore.
Dopo essersi ripreso dal brutto colpo, lo statista inglese gli chiese dove l’avesse saputo e Kalergi gli disse: “Miei fonti, in Vaticano…”.
Kalergi fu un massone di rito scozzese ad alto livello che s’impegnò in prima persona nella realizzazione dell’Europa unita, ricevendo finanziamenti dalla massoneria, che lui stesso dichiara, e dai Rothschild. “All’inizio del 1924, il barone Louis Rothschild mi telefonò per dirmi che un suo amico, Max Warburg, aveva letto il mio libro e voleva incontrarmi. Con mio grande stupore, Warburg mi ha subito offerto una donazione di 60.000 marchi d’oro per finanziare il movimento attraverso i suoi primi tre anni.
Max Warburg è stato, per tutta la sua vita, un convinto sostenitore del mio piano per una Pan-Europa, e siamo rimasti amici intimi fino alla sua morte, avvenuta nel 1946. La sua disponibilità a sostenerlo (il movimento) all’inizio contribuì in modo decisivo al suo seguente successo.”
Kalergi vien oggi considerato dall’Unione Europea come uno dei suoi padri fondatori, e in occasione del centesimo anniversario della sua nascita, nel 1994, fu coniata una moneta da 10 euro in suo onore e in Austria fu emesso un francobollo con il suo ritratto.
Kalergi scrisse anche di aver ricevuto il sostegno di importanti uomini, come il deposto capo del governo provvisorio russo, Alexander Kerensky e da Aristide Briand, ministro degli Esteri francese, che viene spesso citato per essere stato il primo a proporre un’Europa Federata in una Lega di Nazioni.
L’Europa era stanca a causa delle due guerre mondiali durante una sola generazione. Il concetto europeo, all’indomani della Seconda guerra mondiale, fu spinto anche dal Gruppo Bilderberg, guidato dal principe Bernhardt dei Paesi Bassi. Fu il diplomatico polacco Joseph Retinger, della Lega Europea per la Cooperazione Economica e del Movimento Europeo del Consiglio d’Europa, che formò il Bilderberg.
Dopo un’esistenza oscura, Retinger emerse nel 1924, promuovendo il concetto di Unione Europea, con il deputato britannico E D Morel. Dopo la Seconda guerra mondiale Retinger divenne uno dei principali sostenitori dell’Unione Europea.
Un suo discorso sull’argomento all’Istituto Reale degli Affari Internazionali, del 8 maggio 1946, diede vita all’idea di un Movimento Europeo, formatosi nel 1949 dopo una tournée l’anno precedente con il primo ministro belga Paul-Henri Spaak e con Winston Churchill. Il Gruppo Bilderberg fu creato in questo contesto, nel settembre 1952, a se-
guito di una piccola riunione in cui si è convenuto che era imperativo coinvolgere gli Stati Uniti, ed era “preferibile mantenere la massima discrezione possibile”. Fu formato un comitato americano che comprendeva luminari collegati a Rockefeller, insieme a David Rockefeller stesso. La prima conferenza si tenne all’Hotel de Bilderberg, in Olanda, dal 29 al 31 maggio 1952.
Eppure, come spiega la De Novellis nel suo libro, i padri nobili dell’Europa unita furono molti. Si dovrebbe partire dal re di Boemia, George de Podiebrady, nel XV secolo, da Enrico IV di Francia, dall’Abate di Saint Pierre, che nel 1716 pubblicò un “Project de Paix perpétuelle”. Lo stesso J.J: Rousseau pose quattro condizioni alla formazione di una Europa unita e pacifica: una confederazione di Stati, un tribunale internazionale, un esercito europeo permanente, un congresso fra Stati membri che si riunisca periodicamente.
Nel 1815 un commerciante orvietano, Giuseppe Franci, pubblicò un trattatello, intitolato “Sogno d’un Italiano” nel quale progettava la creazione di una società delle Nazioni, dalla quale dovevano essere esclusi i turchi e il papa, che avrebbe rinunciato al suo potere temporale, per chiudersi in un monastero.
La lista degli intellettuali che progettarono un’Europa unita è lunghissima, Lamartine, l’inglese Cobden, Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini, Michelet ecc. Il primo congresso paneuropeo si tenne a Vienna il 13 ottobre 1926. Kalergi era a favore nel lasciare ai singoli stati la piena sovranità, mentre altri vedevano che questo non sarebbe stato possibile.
Addirittura, l’idea prevalente fu quella che, a livello economico, si sarebbero dovuti creare due blocchi.
Questo fu esposto con solidi argomenti dall’economista francese Francis Delaisi (1873-1947) nel suo “Les Deux Europes.” Il primo blocco era costituito da un pentagono avente i vertici a Stoccolma, Glasgow, Bilbao, Barcellona, Budapest (per quanto riguarda l’Italia questa linea passava poco sotto a Firenze).
Sorse da subito il problema, chiaramente insuperabile, di includere la Gran Bretagna in una unione doganale, dato che il suo impero era diffuso nel mondo.
Il 5 settembre 1929 fece molta impressione un discorso di Aristide Briand (1862-1932) alla Società delle Nazioni, che espose il suo progetto di Unione Europea. Briand poi mandò agli stati europei una sua bozza di unione, che realisticamente egli poneva
all’ombra delle spade, ovvero il suo era un progetto più militare che economico. Era un programma buono, ma anche in questo caso fu affondato dalla Gran Bretagna, che aveva interessi ben più vasti.
Fu il tedesco Gustav Straseman che spinse per partire a bassa velocità, anche senza la Gran Bretagna, solo con un’unione doganale (con Briand egli aveva avuto il Nobel per la Pace nel 1926, grazie ai loro sforzi paneuropei) ma un infarto lo fermò, nel 1929. Seguirono un gran numero di conferenze, memorandum, discussioni, poi la china verso la guerra si fece sempre più ripida. La Grande Depressione originata negli Stati Uniti e il sorgere delle potenze asiatiche avrebbero reso opportuna quella unione, ma le parole della De Novellis Spaventa, scritte nel 1931, si dimostrarono profetiche nel loro scetticismo, prima ancora del sorgere di Hitler: “La formula della Paneuropa non si è insomma trovata: i mezzi usati a cercarla han dimostrato la loro inadeguatezza al fine, e il fine stesso si è rivelato irraggiungibile… Ma, pur nel pericolo comune, più di questi motivi, hanno agito tutti gli altri, storici, psicologici, politici, economici, che, anziché sanare, hanno approfondito le ragioni della scissione.”
Il racconto di due prodezze firmate dal terzino del Milan nel campionato 1981/82. Capolavori che non evitarono tuttavia la retrocessione in B del Diavolo. Trovare perle nella stagione 1981/82 del Milan è impresa ardua e alla portata di pochi. Si trattò di un’annata contrassegnata da una devastante mediocrità. Un campionato tribolatissimo, vera e propria via crucis calcistica del diavolo, conclusasi senza la resurrezione della salvezza.
In quella stagione spiccano due giocate confluite nell’antologia del calcio. In entrambi i casi la firma fu di Aldo Maldera, classe ‘53, prodotto del munifico vivaio rossonero, con undici anni di militanza in prima squadra e protagonista dello scudetto della Stella nel 1979, soffrì quell’annus horribilis che gli riservò anche la perdita della fascia di capitano per decisione dell’allenatore Gigi Radice che l’assegnò a Fulvio Collovati. In campionato il rendimento del Milan fu sconcertante.
Dopo una discreta partenza, con una vittoria ottenuta in trasferta a Napoli, il Diavolo imboccò una inarrestabile marcia del gambero che il 22 novembre ’81, in seguito alla sconfitta di Ascoli, portò i rossoneri all’ultimo posto in classifica. A gennaio, dopo il ko interno contro l’Udinese, il neo presidente Giuseppe Farina decise di esonerare Radice, sostituito da Italo Galbiati.
Le prestazioni contro le prime della classe (Fiorentina e Juventus) portarono complimenti ma nessun punto in classifica. L’unica vittoria, ottenuta a spese del Bologna, s’inserì in una sequela di occasioni mancate, rigori sbagliati e reti incassate in zona Cesarini. Il flop dello straniero, l’attaccantre scozzese Joe Jordan, scaturì in larga parte da un gioco totalmente inadatto alle sue caratteristiche. Arrivato al Milan con credenziali molto positive, l’ex giocatore di Leeds e Manchester United si smarrì nella selva oscura che avvolse il campionato della squadra rossonera che a Como registrò il punto più mortificante, in un pomeriggio caratterizzato da una durissima contestazione.
Un cubetto di porfido, lanciato dal settore milanista, colpì in testa Collovati, suturato con quattro punti. San Siro venne squalificato per due giornate. Dopo l’anno di lavacro purificatore in B post calcioscommesse, con una promozione ottenuta nettamen-
te ma senza fare sfracelli, il Milan si ritrovò a respirare i miasmi della zona retrocessione. A cinque giornate dalla fine, nella trasferta campale di Marassi contro il Genoa di Gigi Simoni, rivale nella lotta salvezza, i rossoneri si presentarono senza alternative: vincere per non affondare definitivamente.
Il 18 aprile 1982 sancì l’inizio della riscossa. Dopo il gol alla mezz’ora del genoano Briaschi, che sembrò la pietra tombale sull’annata milanista, al 74’ arrivò la svolta della partita: fuori il giovane Evani per far posto a Maldera che trenta secondi dopo, scattando sulla fascia sinistra su preciso lancio di Incocciati, superava il portiere Martina con un pallonetto millimetrico. Con il difensore genoano Onofri pronto ad intervenire, Maldera non ebbe altra soluzione che tentare il tocco di prima intenzione. Parabola breve e perfetta.
Il pareggio ebbe l’effetto di una crema rinfrescante dopo una forte scottatura. Un fallo in area di Briaschi, tanto netto quanto puerile, determinò il rigore, trasformato da Franco Baresi, che valse la vittoria. Riaffiorò la speranza, salvarsi non era più un miraggio lontano anche se il percorso verso la permanenza in A restava oltremodo ripido e accidentato, come un sopralluogo in un campo minato ad occhi bendati. “Milan, rinasce la speranza”, titolò la Gazzetta dello Sport. Maldera, che nel ’74 Ugo Tramballi aveva definito “il ciclone timido”, dichiarò: “i miei gol sono sempre importanti”. Euforico per i due punti conquistati, il presidente Farina aggiunse: “Possiamo ancora sperare”.
Sette giorni dopo la musica non cambiò. Contro l’Avellino, già al riparo dalla bagarre salvezza, i rossoneri andarono sotto
dopo due minuti. Fuga solitaria di Juary, tocco in anticipo su Piotti in uscita e poi di corsa ad esultare attorno alla bandierina del calcio d’angolo. Danza macabra per i tifosi milanisti nella domenica in cui Farina prese posto tra i tifosi assiepati in Curva Sud, accompagnato da Gianfranco Taccone, presidente dell’Associazione italiana dei Milan Club e consigliere rossonero. A riportare tutto in parità ci pensò Walter Novellino, detto Monzon, irpino di origini. Un giocatore che nei momenti delicati riusciva a dare un contributo significativo e che quel pomeriggio fu il migliore in campo.
Tre minuti dopo un boato avvolse lo stadio: cross in area irpina, rovesciata di Maldera e palla nuovamente nella rete difesa da Stefano Tacconi. Un gesto di qualità tecnica eccelsa, una giocata voluta che lasciò esterrefatti i giocatori avversari. “Trattasi di opera sopraffina”, commentò Beppe Viola dai microfoni Rai. Una prodezza che per bellezza superò quella messa a segno a Genova una settimana prima. Maldera corse ad esultare aggrappandosi alla recinzione di San Siro. Un’immagine tra le più iconiche della storia rossonera.
La gioia del difensore fu irrefrenabile. Maldera sfuggì ai compagni di squadra che volevano abbracciarlo trattenendolo per la maglia. Aldo, detto Cavallo, dotato di una progressione inarrestabile, capace di sgroppate irresistibili sulla fascia sinistra, lucido e determinato come un leone quando si avventa su una preda, la gioia di quel gol volle regalarla ai tifosi che poche settimane prima avevano distribuito un volantino in cui si intimava alla società di non cedere Maldera, considerato uno dei pochi giocatori affidabili rimasti.
In questo mondo di …
Hey in questo mondo di ladri C'è ancora un gruppo di amici Che non si arrendono mai … Cantava così Venditti nazional-popolare, autentico "capolavoro" non tanto artistico quanto di "paraculaggine" commerciale, ma in questo “mondo di ladri” c’è ancora un gruppo di amici che non si arrende mai, risultando quasi sciacalli da guerra . Mentre il mondo si interroga sulla questione Russia-Ucraina, nonostante paure e angoscia va avanti.
Anche il calcio non si ferma non si ferma il calcio degli sciacalli, infatti se la parola sciacallo viene associato alla persona che approfitta delle altrui sventure per rubare; in particolare chi in occasione di cataclismi o eventi bellici, saccheggia case e luoghi abbandonati, deruba cadaveri o persone indifese, o infine nello specifico chi si inserisce con false promesse nelle trattative per trarne profitto; tutto questo sembra ricondurre al rampollo discendente della famiglia che comanda il nostro bel paese dai tempi di Giolitti Andrea Agnelli. Andrea Agnelli resta prigioniero di un sogno, una partita persa giocata ancora in modo cocciuto, con tempi e comunicazione sbagliati, pensa alla partenza della Superlega.
La Superlega è finita ancor prima di cominciare ma il presidente della Juventus chiamato tra gli amici più stretti mono ciglio insiste, resiste, non volendo prendere coscienza, respingendo i consigli di chi gli ha suggerito di desistere, di comprendere che le emergenze contemporanee prevedono priorità superiori a quelle di un nuovo torneo calcistico.
Difficile da capire per chi come Andrea, giovane ossessionato presidente della Juventus, probabilmente non avendo una grande personalità, dovuta a una vita agiata fin dalla nascita, uno stile di vita capriccioso che lo porta all’ossessione di volersi sostituire al potere dell'Uefa, non
per rispondere a criteri di equità sportiva ma per aumentare sensibilmente gli introiti, vista la contabilità sofferta della stessa Juventus e di altri club.
Durante un summit (adesso si dice così, perché chiamarlo incontro tra dei massimi dirigenti o rappresentanti di organismi sindacali, industrie, e simili, ti fa sentire un Neanderthal) organizzato a Londra dal Financial Times, dove sarebbe stata l'occasione per una diplomatica ammissione di un errore strategico e di comunicazione, invece ha prevalso il suo pensiero piagnucoloso contornato da una miopia sulla situazione attuale del mondo, ma soprattutto un infantile tempistica di comunicazione dichiarando addirittura “Secondo me il calcio europeo in questo momento ha un disperato bisogno di riforme.”
“Il compromesso non è una scelta ormai, c'è bisogno di riforme più profonde” sognando forse chissà, un tavolo un negoziato in qualche località segreta tra Termini Imerese e la Polonia, un colloquio tra la sua delegazione magari guidata dal cugino illustrissimo Lapo con Aleksander Čeferin presidente della UEFA; padrino di battesimo della figlia ma nemico di Denaro.
In precedenza, Ceferin, presidente dell'Uefa, aveva respinto con disprezzo la nuova proposta dichiarando “L'avevano presentata in piena pandemia, la rilanciano ora con la guerra in corso. Penso che vivano in un mondo parallelo. Possono organizzare un altro torneo ma chi vi aderirà non potrà partecipare a quelli organizzati da Uefa”.
Ancora qualcuno evidentemente non ha perso il vizio e sembra quasi una sfida, ma è una grottesca commedia, recitata da comparse che hanno la presunzione di essere attori, attori da soap opera da cinepanettone anni 80, i film che diedero inizio all’era dell’ idiozia ITALIANA che forse non è mai finita.
Che Dio vi benedica tutti !
Aleksander Ceferin e Andrea Agnelli
Al lora! la pagina della Donna a cura di Maria Grazia Storniolo
Le donne cattoliche della Resistenza
I gruppi di donne impegnate nella Resistenza, sorti a Milano nel novembre 1943, si diffondono celermente in tutta la Penisola.
A Torino tra le fondatrici c’è la giornalista cattolica Anna Rosa Gallesio Girola.
In Piemonte "i gruppi contavano oltre 30 mila organizzate»
di Pier Giuseppe Accornero
Mentre il figlio, don Jose Cottino, è deportato nel "lager" in Germania, la mamma, Teresa Pezziardi Cottino, "abitando in una mansarda di Palazzo Reale di Torino, occupato dai tedeschi, con la sporta della spesa smistava la stampa clandestina e riusciva a far entrare e uscire i giornali sotto gli occhi degli invasori".
Lo ha raccontato la signora Maria Maddalena Brunero Garena il 10 marzo 2014 in Consiglio comunale a Bologna parlando de "Le donne cattoliche della Resistenza»: "Durante quel tristissimo periodo, le donne non accettarono il fascismo e militarono in vari settori, soprattutto nei “Gruppi di difesa della donna”, organizzazione formata da donne di tutti i partiti, di tutte le categorie sociali, dalle casalinghe alle lavoratrici, dalle contadine alle insegnanti, alle laureale alle intellettuali, dalle religiose alle atee». Donne da ricordare nella "Giornata della donna» dell’8 marzo.
I "Gruppi", sorti a Milano nel novembre 1943, si diffondono celermente in tutta la Penisola. A Torino tra le fondatrici c’è la giornalista cattolica e democristiana Anna Rosa Gallesio Girola che si unisce ad altre donne di diversi partiti. In Piemonte - secondo la Brunero Garena - "i gruppi contavano oltre 30 mila organizzate". I Gruppi sono riconosciuti dal Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia nel giugno 1944. Ogni partito ha un giornale e pubblicazioni per le donne: "La propaganda tra la gente si faceva con la parola sussurrata al mo-
mento opportuno nel negozio, al mercato, in tram e con la distribuzione della stampa clandestina. A casa mia il deposito della stampa clandestina era dietro un grosso ritratto della mia bisnonna in preghiera". "La mia mamma, sigaraia alla Manifattura Tabacchi - racconta Brunero Garena - prese parte a tutte le azioni per contrastare la produzione destinata ai tedeschi. Con la loro ferma condanna del nazifascismo, pur non predicando l’odio, le donne cattoliche furono ispiratrici di forza e coraggio». La Repubblica di Salò ordina di consegnare le armi: "Noi disobbedimmo e per timore che, durante una perquisizione, i nazifascisti dessero fuoco alla casa canonica e alla chiesa dove eravamo rifugiati, un mattino quando ancora era buio, il babbo e io in bicicletta raggiungemmo la frazione di Mezzi Po. Scendemmo sul greto e papà gettò le armi nelle acque del Po perché non nuocessero più a nessuno».
Maria Maddalena è arruolata da Emma Filippello, presidente diocesana dell’Azione Cattolica: "Luoghi di raduno erano le parrocchie, le case private, la sede dell’Azione Cattolica in corso Oporto (poi corso Matteotti), "ma cambiavamo spesso sede. Proprio le parrocchie divennero i centri per i “Gruppi”. Si faceva un vero e proprio tesseramento con l’immagine del volto di Cristo e un numero progressivo. La mia parrocchia di Torino, San Gioacchino, fu quasi completamente distrutta dai bombardamenti, specie quello del 13 luglio 1943, che mise in ginocchio la città: erano rimasti i muri perimetrali e la navata centrale, ridotta a un mucchio di macerie, aveva per volta il cielo".
La collaborazione con le donne degli altri partiti si attua dapprima in campi come l’assistenza, la raccolta di viveri e indumenti specie di lana da mandare ai partigiani in montagna, l’aiuto alle
loro famiglie. Fra le donne a contatto e a supporto dei partigiani merita ricordare: Augusta Grosso in Val Chiusella; Ada Sibille in Valle di Susa; Maria Tettamanzi in Val d’Ala; Anna Fanton in Valle di Lanzo; Laura Bovetti nel Canavesano. Molto attive nei "Gruppi di difesa della donna" Piera Verretto, Clelia Guglielminetti, Edvige Cinato. Nasce in quel periodo il Centro italiano femminile (Cif). Nel 1944, quando l’Italia è distrutta dalla guerra e necessita di una ricostruzione materiale e morale, sorgono tanti movimenti femminili. I tempi sono maturi perché la donna prenda coscienza dei suoi diritti e doveri. Parlando ai laureati cattolici, Pio XII afferma: "Non lamento, ma azione, è il precetto dell’ora!". In un memorabile discorso del 1945 Pacelli esclama: "La vostra ora è suonata, donne e giovani cattoliche. La vita pubblica ha bisogno di voi, a ognuna di voi si può dire: “Tua res agitur”. A Torino il Cif sorge dopo l’insurrezione dell’aprile 1945 e i comitati si diffondono a macchia d’olio.
Oltre ad Anna Rosa Gallesio Girola, ci sono: Olga Ferrato, nome partigiano "La Grisa", con il marito comandante Bellero e i suoi tre figli partecipa attivamente alla lotta partigiana, ricordando sempre la preghiera del partigiano Teresio Olivelli, ucciso a Hersbuch e ora beato: "Dio della pace e degli eserciti, che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore". Poi Lina Bellando che nella sua merceria tiene i contatti con i partigiani di Condove; Giuseppina Bertoglio Bosio, infermiera a Rosone nella Valle dell’Orco, cura i feriti e seppellisce i patrioti caduti in montagna; l’insegnante Felicita Boaglio, staffetta del Cln di Cavour; le sorelle Isabella e Rina Rivoira, proprietarie della cascina "La Morra" sulla provinciale Villafranca-Cavour che ospitano due medici ebrei e coloro che chiedono asilo; Agnese Ghione, domestica, che collabora con la figlia crocerossina del notaio Bollati a curare i partigiani feriti. Un capitolo straordinario scrivono le suore di numerose Congregazioni religiose, che lavorano negli ospedali, negli istituti, ovunque ci sia bisogno. In un paesino del Trevigiano, dove era nata, muore a 101 anni suor Luciana (Anna) Goso: "Con il candore di una bimba e il coraggio di guerriero salvò Borgone di Susa dalle rappresaglie e dalla distruzione ponendosi per due volte davanti alle bocche di fuoco, pronte per lo sterminio". Né si può dimenticare la sarda suor Giuseppina Demuro, l’angelo delle Nuove" che fornisce all’esterno i nomi delle prigioniere politiche per dare notizie, viveri e denaro alle famiglie.
Dall’eroico cappellano, il francescano Ruggero Cipolla, arrivano i nomi dei prigionieri per aiutare le famiglie che rischiano di morire di fame. Anche i sacerdoti e religiosi sono eroi della Resistenza fino al sacrificio della vita offrendosi spesso come ostaggi al posto di un giovane o di un padre di famiglia.
Ucraina: Le donne che prendono le armi
di Monica Piccini
Accanto a chi combatte al computer attacchi informatici e fake news, ci sono donne in tuta mimetica e giubbotto antiproiettile. Imparano a sparare, costruiscono trincee e allestiscono posti di blocco.
Marta Yuzkiv, 51 anni e 3 figli, fa parte dell’Unità di difesa territoriale di Kiev. Durante la settimana lavora in una società internazionale di ricerche cliniche, ma da 10 mesi ogni sabato si alza all’alba per la sessione di addestramento militare in un’ex fabbrica abbandonata fuori città, tra neve, boschi e fango. «Quando hai gli invasori sulla porta, devi essere pronta a proteggere la tua casa» spiega Marta Yuzkiv «L’Ucraina è accerchiata su 3 lati da un numero sempre maggiore di truppe russe: siccome non intendo vivere sotto la loro occupazione, la mia unica scelta è combattere per la mia terra e la mia famiglia».
Come Marta, migliaia di ucraine sono chiamate ad arruolarsi nell’esercito con un’ordinanza del Ministero della Difesa dello scorso dicembre.
Unici requisiti: età tra i 18 e i 60 anni, buona salute. «Durante le esercitazioni ho imparato come muovermi con le armi in pugno con meno rischi possibili per me stessa e i miei compagni» racconta Marta.
Tra decine di uomini in mimetica lei è la più bassa ma anche la più scattante, nonostante pesi solo 45 chili e ne porti addosso 10 di munizioni. «Anche mio marito e nostro figlio di 27 anni si addestrano con me, mentre i gemelli, più piccoli, hanno seguito lezioni di primo soccorso con i boyscout». Il pensiero di andare al fronte l’angoscia «ma più mi addestro e meno tempo mi resta per aver paura. Quando sei preparata al peggio, puoi continuare a vivere una vita normale e pianificare il futuro».
Lia Thomas, la nuotatrice transgender che batte le donne
di Tatiana Santi Gareggiare con un corpo maschile, ma sentendosi femmina, contro vere donne è possibile? Le identità di genere non nuotano, lo fanno i corpi, e quello di Lia Thomas è chiaramente maschile. Lia Thomas è un’atleta transgender americana di 22 anni che tra novembre e dicembre dello scorso anno ha iniziato a far parlare di sé per i risultati ottenuti in alcuni tornei nazionali. In Ohio, per esempio, aveva vinto tre gare di varie distanze concludendole con ampi distacchi e in ognuna di queste aveva stabilito dei nuovi record nazionali femminili.
Da allora nello sport universitario statunitense, e non solo, si è tornati a discutere della questione che riguarda le atlete transgender, che divide e mette ancora in difficoltà.La nuotatrice transgender americana, però, secondo le nuove linee guida del Comitato Olimpico Internazionale, può gareggiare contro le donne. In altre parole, Will Thomas (il nome precedente dell’atleta) ha trovato il modo di vincere nelle gare ed ottenere nuovi record personali. Piovono critiche da parte delle nuotatrici donne, che vivono la vicenda come una clamorosa ingiustizia.
Contingenti armati per portare pace con le bombe...
di Antonio Musmeci Catania
Sono trascorsi dieci giorni dal primo attacco Russo in Ucraina e la situazione cambia di ora in ora. Potrebbe anche accadere che, una volta pubblicato questo articolo, la guerra in Europa orientale si sia conclusa, nonostante morti ed bombardamenti, con un accordo di pace.
La serenità della vita civile nella zona oggetto del nostro articolo, però, era già compromessa dal 2014, quando i Russi avevano occupato la Crimea, regione Ucraina.
Da allora i rapporti con l’occidente si erano raffreddati ma, come detto dal cancelliere tedesco Scholz, “da oggi il mondo non sarà più lo stesso”.
Tutto ciò risulta in prima istanza nella dimostrazione attiva del dissenso alla guerra. I social, a dispetto della disinformazione portata avanti da Mosca, hanno raccontato il coraggio dei pacifisti russi, arrestati in centinaia di migliaia nelle strade delle grandi e piccole città.
Sempre i social hanno raccontato le vite dei civili spaventati e sotto assedio, per secoli carne da cannone, che lasciano i figli e le mogli per combattere. Sempre i social hanno raccontato la voglia di pace della gente comune che manifesta e resiste per chiedere a chi governa la Pace.
Questa volta, infatti, la guerra è sembrata davvero vicina. A di-
Le spigolature di Pino
Nella settimana dal 21 al 26 di Febbraio, il 22-2-22 è stata una data palindroma, vuol dire che si può leggere da ambo le parti.
Per molti il 22 è stata una normale giornata di lavoro ma per altri, avrà dato all’occhio la numerazione fatta tutta di “due”? Chissà?
Tanto per la cronaca, la prossima data palindroma sarà il 3-3-33 ma non avrò tempo per scriverci un’altra spigolatura, voi mi capite! Ma per altri queste date possono essere presagi da non sottovalutare.
C’è chi penserà alla fine del mondo, oppure ad una invasione di extra terrestri, chi crederà che le stelle del firmamento si spegneranno per sempre, oppure quel povero padre di famiglia
spetto dei morti libici e siriani, pur sempre umani, il conflitto ucraino ha fatto raggelare il sangue nelle vene.
Molti, anche i meno audaci, hanno percepito l’odore della polvere da sparo. Dall’Italia, terra di immigrazione, moltissimi ucraini sono tornati nelle loro città, piccole patrie, per difendere la loro terra. Qui, il conflitto ha già lasciato dei vuoti.
In secondo luogo è giusto ribadire che questa guerra non è fatta dalla Russia, ma da Putin. Il distinguo diventa importante perché oggi tutti i cittadini sono consapevoli che spesso la guerra è fatta da persone che si uccidono senza conoscersi per gli interessi di persone che si conoscono
che in questa notte la moglie gli è rimasta nuovamente incinta, oppure peggio per chi doveva pagare causa scadenze.
Non dimentichiamoci dei numerologi, cioè di quelli che la loro vita è coordinata in base ai numeri, cioè quelli che hanno sempre un talismano in tasca, come un corno o una zampa di coniglio.
Poi c’è anche quello che quando parla, la gente si chiede, se stia dando i numeri, i cari vecchietti che con ansia aspettano che escano i numeri sulle cartelle della tombola, pardon, del Bingo perché in palio c’è un pollo ruspante.
Ma per molti è stata una giornata come tante altre e forse non se ne sono neanche accorti che erano tutti... 22222. Arrivederci al 3333!
ma che non si uccidono. Non si capisce ancora perché Putin abbia voluto fare il passo più lungo della gamba. Il suo unico alleato, la Bieolorussia, non è certo dei migliori. Ciò anche in ragione del fatto che Lukashenko, a poche ore dal conflitto, ha giocato la carta degli armamenti nucleari. Le malelingue imputano l’incauta azione bellica al forzato isolamento da covid 19. La fragilità degli uomini soli al comando… Già ora, mentre scrivo, gli oligarchi della Russia lamentano perdite ingenti e per le strade il rublo, colato a picco, scarseggia. La guerra del futuro, per quanto potenti possano essere gli armamenti, sarà comunque un assedio socio economico.
Certo è che la guerra è colpa di tutti, anche degli americani. Biden sta pagando le sue incaute affermazioni sul fronte interno. I sondaggi lo vedono sprofondare nelle sabbie mobili della comunicazione mainstream.
Le sue parole interventiste suonavano come una minaccia alla Russia ed una promessa all’Ucraina, ma Zeleshy non ci ha messo molto per capire che nessuno avrebbe mosso i propri arsenali per uno stato che non è europeo e non è nella Nato. Nessun nuovo Vietnam per gli USA, che ora non sembrano più capaci di gestire il mondo dal loro continente-isola.
Spaventoso anche il silenzio della Cina. L’impero celeste as-
siste alle diatribe dei barbari europeo ed auspica la pace. C’è chi teme l’asse Mosca-Pechino, oggi più probabile di ieri. Certo è che, nonostante tutto, i cinesi hanno pesato le azioni, reazioni ed azioni dei piccoli Paesi europei innanzi alla guerra, nonché la fragilità della realtà a stelle e strisce. Taiwan, forse, è più vicina.
In questo grande puzzle risulta chiaro che la dimensione nazionale o nazionalista è risibile ed inutile. Gli stati, seppur fatti da persone, possono resistere ma non vincere contro i molossi della politica internazionale.
Sarebbe bene, prima che sia troppo tardi, che anche l’Europa affrontasse un veloce processo di unificazione, sia sul piano difensivo che politico.
Di positivo c’è la risposta della UE. Se, inizialmente, in molti si sono mossi per nome e per conto degli stati nazionali, la guerra ha compattato tutti. L’UE ha applicato sanzioni esemplari chiudendo approvvigionamenti di gas, per quanto possibile, e flussi bancari.
Da ultimo una riflessione sull’Italia che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Da qui si armano gli ucraini e si preparano i contingenti armati preparati a portare pace con le bombe.
Stranamente, a farlo, è qualcuno che ha lavorato per nome e per conto della finanza globale.
Immagine dell’assalto israeliano a Gaza utilizzata per mostrare l’aggressione russa in Ucraina
Sui social media e sulle agenzie di media occidentali è ampiamente condivisa un’immagine dell’assalto militare israeliano a Gaza avvenuto nel maggio 2021 - nel corso dell’attacco che proseguì per undici giorni - e affermano che mostri la brutale devastazione di un raid aereo russo sull’Ucraina.
Nel primo giorno della prima grande guerra terrestre da decenni in Europa, Mosca ha lanciato ieri un’invasione su larga scala
dell’Ucraina via terra, mare e aria. La Russia ha bombardato più di una dozzina tra città e paesi, oltre alla capitale, Kiev.
C’è stata una vera e propria valanga di immagini e video dell’assalto russo che mostrano morte e devastazione.
L’Associated Press ha verificato alcune di quelle immagini e ha scoperto che una delle foto ampiamente condivise sui social media e sulle fonti dei media occidentali è di un raid israeliano su Gaza. L’immagine mostra un’esplosione di fuoco che colpisce edifici sotto un cielo notturno costellato da attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza
nel maggio 2021, non da attacchi aerei russi sull’Ucraina nel febbraio 2022, ha affermato AP. “Gli utenti di Facebook hanno condiviso l’immagine con la didascalia, ‘L’invasione dell’Ucraina è iniziata.’ Tuttavia, una ricerca di immagini indietro nel tempo mostra che è stata scattata nel maggio 2021 e catturata dal fotografo dell’AFP Mahmud Hams”, ha spiegato AP.
Una didascalia dell’immagine, disponibile sul sito web di Getty Images, descrive la foto come “Attacchi aerei israeliani nella Striscia di Gaza, controllata dal movimento islamista palestinese Hamas, il 10 maggio 2021.”
di Simonetta Lambertini
Al lora! onoranze funebri
Cimitero di Guerra e Memoriale di Sydney
Sydney War Cemetery si trova nel parco della Necropoli di Rookwood, a circa 17 chilometri a ovest di Sydney.
Su strada il percorso è lungo la Great Western Highway (Parrat-
GUIDO DI MATTIA
nato a Villa Stanghieri (Teramo, Italia) il 1 Dicembre 1932
Deceduto il 4 febbraio 2022 a Kingsgrove (Sydney, Australia)
Caro e amato marito di Angela, adorato padre e suocero di Robert e Kerrie Di Mattia, Gabriele e Cinzia Di Mattia, Francesca e Robert Naccarella,orgoglioso nonno di Lauren, Isabella,Thomas, Elizabeth, David, Antonia, Erica e Samuel, affettuoso fratello e cognato di Dantina e Pietro Di Loreto (defunto) Maria (defunta) e Vittorio Saccomandi, Romolo e Adina Di Mattia, Mario (defunto) e Antonietta Di Mattia, Angela e Vincenzo Stangheri, Pasquale e Dora Di Mattia, Vincenzo e Pina Di Mattia,rispettato cognato di Luigi e Teresa Pacinelli, lascia nel più vivo e profondo dolore anche nipoti, parenti ed amici vicini e lontani.
La Messa ad un mese della sua dipartita sarà celebrata sabato 12 Marzo 2022 alle ore 5pm presso la Our Lady of Fatima Church - 89 Shaw Street, Kingsgrove
I familiari ringraziano anticipatamente a quanti parteciperanno alla Messa in suffragio del caro Guido.
ta Road), girando a sud in Marlborough Road che continua direttamente al cimitero.
L'ingresso principale è sul lato occidentale, sulla viabilità della necropoli.
Questo grande cimitero di guerra è stato istituito dalle autorità militari nel 1942. Contiene principalmente le tombe di coloro che morirono nell'ospedale militare di Concord, per ferite riportate nelle aree operative, o per malattia o incidente. Il cimitero di guerra fu rilevato dalla Commissione nel dicembre 1946.
Il cimitero di guerra di Sydney contiene 732 sepolture del Commonwealth e commemorazioni della seconda guerra mondiale.
Quei membri delle forze armate del Regno Unito che sono sepolti nel cimitero sono morti mentre erano prigionieri di guerra nelle mani dei giapponesi e sono stati cremati.
Dopo la guerra, l'Esercito Graves Service fece in modo che le loro ceneri fossero portate da HMAS Newfoundland a Sydney per la sepoltura.
Tra le tombe di guerra c'è quella di un civile morto mentre era al servizio dell'Ammiragliato durante la guerra. C'è anche una tomba di guerra francese.
Nell'angolo posteriore del cimitero di guerra si trova il Sydney Memorial, che commemora 750 uomini e donne dell'esercito australiano, della Royal Australian Air Force e della Marina mercantile australiana che persero la vita durante la seconda guerra mondiale nelle regioni orientali e meridionali dell'Australia, e nelle acque adiacenti a sud di 20 gradi di latitudine, e non hanno una tomba conosciuta.
Giardini della Rimembranza
Oltre 3.000 dei morti della prima guerra mondiale del Commonwealth sono sepolti in Australia, la maggior parte dei quali australiani.
Molti giacciono singolarmente o in piccoli gruppi nei cimiteri pubblici dei sette Stati, ma nel corso degli anni si è rivelato impossibile mantenere alcuni di questi siti a uno standard accettabile. Per garantire la corretta commemorazione di coloro che morirono a seguito del servizio nella prima guerra mondiale, e anche nelle successive campagne, in ogni Stato sono stati allestiti Giardini della Memoria. I nomi di quasi 2.000 vittime della prima guerra mondiale compaiono in questi giardini della memoria. La maggior parte è ancora registrata dal CWGC sotto il nome del cimitero in cui sono effettivamente sepolti, ma alcuni, di cui non si conosce l'ubicazione, sono commemorati solo nei Giardini della Rimembranza.
Io, Sam Guarna, sono disponibile ad aiutare la tua famiglia nel momento del bisogno. Sono stato conosciuto sempre per il mio eccezionale e sincero servizio clienti. So che, per aiutare le famiglie nel dolore, bisogna sapere ascoltare per poi poter offrire un servizio vero e professionale per i vostri cari e la vostra famiglia. Tutto ciò con rispetto, attenzione e fiducia, sempre.
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Da oltre 50 anni al servizio della comunità Consegne in tutti i sobborghi di Sydney
MESSA DEL MESE
Inondazioni 'Catastrofiche'
ha perso tutto. Ci aspettavamo un’inondazione come quella di 5 anni fa, magari qualche cosa in più, mentre questa volta l’acqua è salita di altri 2 metri e mezzo.”
Gli sforzi di salvataggio di persone isolate sui tetti delle case sono continuati senza sosta per varie notti, mentre la stragrande maggioranza degli esercizi commerciali sono andati fuori uso."C'è gente che ha perso veramente tutto quello che aveva. Anche i grandi negozi, i centri commerciali sono stati inondati e tuttora rimangono chiusi. La situazione è veramente brutta. Molte case sono state danneggiate strutturalmente, case spostate e containers sparsi per le strade o contro le abitazioni.” Camminando per le strade di Lismore “da una parte e dall’altra ci sono montagne di roba per strada, alte circa 2.5 e mezzo, detriti che la gente e i negozi stanno buttando via, ha affermato Gianpiero.”
Con 45,000 cittadini isolati, quattro dei sette principali su-
permercati della città sono stati allagati e gli scaffali dei restanti tre sono stati presto svuotati dalla popolazione. Oltre ai generi alimentari, anche i rifornimenti scarseggiano. “Il Comune ha organizzato un fondo chiamato Lismore Flood Appeal per assistere quanti sono stati colpiti dalle inondazioni. Speriamo nel supporto della comunità anche perché finora lo stato non ha ancora erogato fondi sufficienti di fronte ai disastri causati dalle acque,” ha concluso Gianpiero.
La comunità italiana di Lismore è stata particolarmente colpita. “Avevamo in programma l’evento LisAmore, che forse non si potrà realizzare, così come pure il Festival di giugno prossimo. Nel 1954, Lismore ha avuto l’inondazione peggiore, questa addirittura è arrivata a 14.5 metri.”
L’Italo-Australian Club, recentemente rinnovato dopo la fusione con il Club Marconi che si trova adesso a dover subire un’ulteriore ristrutturazione. Julie De Nardi, esponente della comuni-
tà italiana di Lismore si è detta “particolarmente dispiaciuta. Il Club era stato da poco riaperto al pubblico e c’erano tante speranze per ricominciare a vederlo in funzione, mentre adesso si dovrà rimanere chiusi.” L’assicurazione ha prezzi proibitivi, quindi possibilmente non si potranno ricavare fondi per il Club.
Julie e la sua famiglia stanno prestando accoglienza ad una famiglia la cui casa è stata inondata. “Sono stati tratti in salvo con degli acquascooter, trasportati oltre il fiume e noi abbiamo prestato accoglienza. La comunità è veramente attiva durante le inondazioni.”
Gli aiuti del governo statale, a dire di Julie, non sono sufficienti. “Lo stato darà $1000 per adulto e $400 per ogni bambino. Qui la gente ha perso tutto, al massimo potranno comprarsi da mangiare ma non bastano per trovare un’abitazione fin quando le loro case non saranno ripristinate.”
Il premier Dominic Perrottet visiterà la devastata città settentrionale di Lismore, con sei persone morte a causa del disastro delle inondazioni. Il governo ha annunciato che i pagamenti assicurativi dovrebbero raggiungere circa 240 milioni.
A Sydney, molti i sobborghi colpiti. AI residenti di Camden, Chipping Norton, Georges Hall, Lansvale, Milperra, Moorebank, Warwick Farm è stato dato l’ordine di evacuare, mentre la diga di Warragamba, il principale bacino idrico della metropoli, è riversata a una velocità superiore a 70 gigalitri al giorno.
"Noi" contro "Loro"
continuazione dal pagina 11
tatori pazzi, o perlomeno non lo sono più di quanto non lo siamo noi che, pieni di debiti e di contraddizioni, facciamo la morale all’intero globo terracqueo, tentando di esportare un modello che, se a noi va bene, non è detto che debba stare bene a tutti. Gli altri, semplicemente, rivendicano il diritto di difendere i propri interessi esattamente come noi difendiamo i nostri. È solo in questi termini che si deve parlare delle guerre.
Dopodiché ognuno si crei la propria schiera di amici e nemici. Senza dimenticare che santi, in politica, non ce ne sono.
Anche perché quelli che lo sono davvero, di solito fanno rapidamente una brutta fine. Gli altri, quelli che trattiamo da nemici, prima o poi reagiscono. Se, come recitava una famosa antologia comica, anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, figuriamoci i danni che, se perdono la pazienza, possono fare l’orso o il dragone.
Se i giornalisti di oggi, che la guerra l’hanno vista solo nei video giochi, seguono il metodo di
Erodoto, non c’è da stupirsi del rincoglionimento che si vede nei media.
Il vero nocciolo della questione è il fallimento del mondo. Economico ad Occidente e culturale ad Oriente, dove le classi dirigenti locali riescono a creare società ordinate e stabili solo trattando gli esseri umani come api di un alveare, da poter schiacciare con una semplice scarpata, a meno che non si rassegnino a marciare agli ordini dell’autocrate di turno.
E l’uomo non è fatto solo di carne ma anche di spirito. Non gli si può raccontare che la sua vita debba ridursi a fare il parassita di stato, senza avere sogni, ideali, aspirazioni.
Occorre a tutti prendere atto che il mondo è fallito. E non certo da oggi ma da tantissimi anni. Il covid e la guerra in Ucraina sono solo due anelli di una lunga catena che nasce dall’Ottocento e che si sta spezzando.
I tifosi di Putin e di Zelensky parlano del nulla. E l’unica magra consolazione è che questo chiacchiericcio, nell’economia del conflitto, conta meno di zero.
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