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Transition Towns Movement - a Case Study to redevelop the shape of the city

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TR ANSITION TOWNS MOVEMENT A C ASE STUDY TO REDEVELOP THE SHAPE OF THE CIY


E’ una prima riflessione sul mondo che mi circonda. E’ una prima riflessione riguardo la mia futura professione di progettista. E’ una prima riflessione con gli occhi da Architetto. E’ una sintesi del mio breve percorso di studi. E’ una sintesi delle mie idee appena formatesi riguardo l’Architettura. E’ una sintesi di come ho intenzione di continuare a formare il mio pensiero critico. E’ una tesi di ricerca. E’ un mio desiderio di concretizzare un punto di vista. E’ la concretizzazione di un mio desiderio di consapevolezza. E’ un basamento su cui poter costruire il mio futuro professionale. E’ una possibile, incompleta risposta ad alcune sfide dell’abitare contemporaneo. E’ una presa di posizione, un’assunzione di responsabilità.


0.

Introduzione

1.

Architettura Corale, Transition Towns

2.

Spunti nella storia: un terreno fertile

1.1.

Definizioni.

2.1.

1.2.

Partecipazione, Costruzione, Uso.

Patrick Geddes: CittĂ in Evoluzione e Sezione di Valle.

2.2.

Giancarlo de Carlo: L’Architettura della Partecipazione.

2.3.

Kisho Kagawa: Capsule Architecture.

2.4.

Carlo Ratti: Architettura Open Source.


3.

I Fondamenti Teorici del Movimento delle Transition Towns

3.1.

Sostenibilità.

3.2.

Resilienza.

3.3. .

Rilocazione.

3.4.

Transizione.

4.

Le Transition Towns

5.

Casi Studio

4.1.

Nascita e breve inquadramento storico.

5.1.

York e il percorso locale verso la sostenibilità

4.2.

Transition Network: la porta per divenire Iniziativa di Transizione.

5.2.

I progetti di York in Transition

5.2.1.

Edible York

4.3.

I Principi Fondamentali delle Iniziative di Transizione.

5.2.2. Freecycle York

4.4.

Fondare un’iniziativa di Transizione.

4.5.

Le principali attività delle Iniziative per la Transizione.

5.2.3. Saint Nicholas field Organization 5.2.4. York Rotters 5.3.

Kalkbreite: Progettazione e Riqualificazione Urbana condivisa a Zurigo

5.4.

H2oS: Progettazione e Autocostruzione Condivisa di un Eco villaggio in Senegal.

6.

Le conclusioni


0.

Introduzione


Questa tesi prende avvio da una serie di domande (di seguito sintetizzate) che mi sono posto o che mi sono state poste in varie occasioni, nell’arco di questi primi tre anni di Università e che possono configurarsi, dal mio punto di vista, come la sintesi di questi tre anni di studio: In che modo possiamo affrontare il problema dell’Abitare oggi? Come possiamo dal nostro punto di vista di progettisti fornire delle soluzioni economicamente, socialmente ed ambientalmente praticabili? Come possiamo continuare a migliorare la qualità della vita con i nostri progetti, in un mondo sempre più urbanizzato e cementificato, con cui ci troviamo sempre meno in simbiosi e da cui ci sentiamo sempre più lontani? Non esiste risposta univoca a queste domande; Non esiste una formula che ne descriva e ne illustri una soluzione conte-

nuta entro parametri accettabili precedentemente stabiliti; Non esiste un manuale dove rintracciare un percorso certo da seguire per raggiungere questi obiettivi. Non esistono linee guida a priori. Non esiste il contesto o il passato Architettonico a cui fare riferimento. Non esiste l’esempio di chi ci ha preceduto. Non esistono i loro successi e i loro sbagli. Non esiste nulla se non si è in grado di vedere, di ascoltare, di capire, di elaborare e di rispondere costruttivamente. Esiste risposta. Esiste risposta a tutto per ciascuno di noi, progettisti e non, addetti ai lavori o estranei al mondo dell’Architettura, accademici e professionisti, studenti e docenti, perché ognuno di noi fornisce a se stesso risposte, dal momento che ogni giorno è portato a compiere delle scelte. Questa tesi vuole essere una mia prima riflessione riguardo il mio desiderio di

cercare delle risposte, per me convincenti alle questioni, alla domande e alle sfide che ogni giorno le scelte che ho compiuto mi portano a formulare e ad elaborare. Questa tesi vuole essere la concretizzazione di una ricerca, di un desiderio di rendermi consapevolmente parte attiva delle mutazioni del luogo in cui vivo a favore del suo benessere e del benessere di chi lo abiterà assieme a me, garantendone il mantenimento e la valorizzazione provando, grazie alle competenze che ho acquisito in questi primi tre anni di studio, ad immergermi completamente nel mondo che mi circonda e che sarò chiamato a modellare, a salvaguardare, a valorizzare, o a non toccare in base alle esigenze di chi lo vivrà e di chi lo abiterà nel futuro. Nella mia ricerca mi sono concentrato infatti nell’individuare e nello studiare un metodo di pensiero e di progetto applicabile all’abitare contemporaneo, con l’intento di proporre una via praticabile


per ripensarlo e rimodellarlo in accordo con le nostre nuove esigenze e bisogni, in stretta simbiosi con la dinamicità dell’ambiente naturale che ci ospita, e capace di tenere conto del nostro fondamentale bisogno di garantire un futuro certo alle generazioni future. Per questo ho scelto di trattare il tema delle Transition Town (Città in Transizione) come manifestazione fisica dell’Architettura Corale, proprio perché sono convinto che nel concetto di Transizione, caposaldo fondamentale del Movimento di Transizione, si racchiuda la chiave per garantire l’evoluzione consapevole di tutta la nostra società. La mia tesi, seppur brevemente, indaga i principi fondativi di questo movimento, andando ad analizzarne i concetti chiave, per poi concentrarsi sul processo di realizzazione di una Transition Town, focalizzando l’attenzione sui passi fondamentali per garantirne la nascita e lo sviluppo, per concludersi con l’analisi di alcuni casi

studio, utili ad evidenziare le potenzialità che questo movimento porta con sé e il possibile ruolo di un’Architettura e di un Progettista capaci di leggeri, comprenderli e valorizzarli, permettendomi infine di dare una possibile risposta alla crisi che colpisce oggi l’identità dell’Architetto e della sua Professione.


1.

Architettura Corale, Transition Towns

Il primo passo da compiere, per avvicinarsi alla comprensione del tema delle Transition Towns, è fornire una definizione di Architettura Corale passando attraverso i concetti di Partecipazione, Costruzione ed Uso, cogliendone le caratteristiche principali e le singolarità. Questo passaggio permette poi di apprezzare le sue familiarità con le Transition Towns e con il Movimento di cui fanno parte, dal momento che esse, possono essere intese, come una manifestazione fisica dell’Architettura Corale.


1.1.

Definizioni

È fondamentale nel momento in cui si decida di approcciarsi al tema delle Transition Towns, esporre, analizzare e mettere a sistema una serie di concetti utili a sostenere teoricamente e praticamente i capisaldi di questo Movimento. Le Transition Towns possono essere intese come una concretizzazione dell'Architettura Corale. Intendiamo per Architettura Corale o per meglio dire OSArc (Open Source Architecture) una nuova definizione di Architettura, utile a descrivere nuovi metodi di ideazione, di progettazione, di costruzione e di funzionamento dello spazio. Prendendo spunto da svariate fonti, come la cultura open source, la diffusione peer-to-peer e le nuove necessità contemporanee che sempre sempre più a gran voce, vengono espresse dalla popolazione e dell'ambiente che ci ospita, OSArc propone all'utente un approccio inclusivo e consapevole alla progettazione

degli spazi, un uso collaborativo e dei software progettuali e offre gli strumenti per sviluppare un utilizzo conscio e trasparente degli edifici e della città lungo tutto il loro ciclo di servizio. Carlo Ratti, Architetto, docente presso il MIT di Boston e coautore della definizione di OSArc, dice nel suo scritto Architettura Open Source, (2014) “L’Architettura Open Source, può essere comparata all'Architettura Vernacolare, che è spesso considerata una delle prime forme di Open Source. Essa infatti, condividendo liberamente l'ottimizzazione delle tecniche edilizie e producendo liberamente soluzioni praticabili alle sfide che ogni giorno l'abitare propone, si configura proprio come una forma antica di OSArc a bassissima tecnologia”. OSArc si basa su una piattaforma digitale, costruita al fine di favorire collaborazioni istantanee e innovative, che superino i consueti regimi regolati

unicamente dalla competizione e dal profitto. In questo modo infatti gli strumenti tradizionali che da sempre hanno tradotto permanentemente e spesso immutabilmente il pensiero dell'Architettura su carta ovvero le piante, i prospetti e le sezioni, vengono così integrati in un network digitale e possono essere sostituiti passo passo da applicazioni e software interattivi, che si avvalgono di queste loro caratteristiche per mettere a sistema e per valorizzare le competenze, le idee e i bisogni di chiunque sia interessato a collaborare costruttivamente. Evadendo dal vincolo dell'immutabilità nel tempo, si lascia continuamente modificare stratificando su di sé e su ciò che produce layer dopo layer, le personalità, le inclinazioni, le idee e i pensieri di ogni suo contribuente. Pertanto per esempio il modo in cui un determinato progetto è percepito dalla critica, dal pubblico, dai suoi stessi i fruitori, entra a far parte del suo stesso processo progettuale e, generando una sorta di momento torcente può attivare o inibire,


sostenere o bloccare, l'idea stessa di modificare il progetto durante il suo ciclo di vita. OSArc dunque sostituisce l'Architettura statica e immutabilmente pensata a priori, con processi dinamici inclusivi e partecipativi. Essa offre gratuitamente la capacità di leggere e modellare un codice condiviso, strumento indispensabile per trasformare ciascuno in un attore attivo e consapevole sulla scena quotidiana. Il suo fine è limpido: Trasformare l'Architettura da meccanismo produttivo immutabile, pensato dall'alto verso il basso, in un network trasparente ed ecologico, inclusivo, e costruito dal basso verso l'alto, coordinato da codici condivisi e comunemente progettati. Essendo costruita tramite processi Open Source, l'Architettura Corale si appoggia sul contributo di ciascuno, sulla sua esperienza personale, sulle sue genialità e sulle sue competenze erodendo dall'interno la distinzione binaria tra progettista e committente che spesso ha caratterizzato il processo progettuale.

L'Architettura Corale rivoluziona così ogni fase del progetto, scardinando le consuetudini assodate e ponendo a perno di tutto il sistema il singolo, i suoi bisogni e i suoi desideri fornendogli al contempo gli strumenti per modellarli e metterli a confronto con quelli degli altri cittadini.

1.2.

Partecipazione, Costruzione, Uso

OSArc si basa sull'attivismo e sull' assidua presenza dei suoi utenti, ribaltando l'idea consueta di partecipazione intesa come consultazione passiva della popolazione. Gli abitanti o i fruitori di uno spazio, diventano attori di una scena teatrale che devono costruire tutti assieme, attraverso una continua serie di scelte che comportano assunzione di responsabilità e accettazione/reazione ad una serie di conseguenze. I nuovi strumenti di progettazione calati all’interno di un network comunitario,

possono portare l'utente, il progettista, o il committente ad esplorare, prendere confidenza, modificare o interagire con il processo progettuale o con l'oggetto, l'edificio, lo spazio, il servizio che collettivamente si sta ideando, senza in alcun modo intaccare le interazioni, le sperimentazioni, o le modifiche che ciascuno altro utente sta apportando allo stesso. Chiunque sia costruttivamente disposto ad entrare in gioco, ha l’opportunità di diventare attore del processo decisionale che implica la definizione del progetto. Così modellare un'idea diventa un'operazione semplice, che permette il coinvolgimento costruttivo di un audience sempre più ampia e variegata, nella quale è favorita la maturazione delle idee geniali e innovative. E in questo modo la costruzione, ovvero la realizzazione fisica di manufatti diventa manifestazione concreta delle idee dell'Architettura Corale. Fondendo software e hardware, è possibile infatti realizzare spazi dinamici in grado di reagire alle interazioni degli


utenti, in grado di rendersi selettivamente porosi, oppure in grado di modellarsi in base alle esigenze dell'utenza. Attraverso i dati che lo spazio cinetico fornisce a chi l'ha costruito, a chi l'ha ideato, a chi lo sta utilizzando, si garantisce che il processo progettuale e produttivo non si esaurisca mai. ma anzi che si configuri come un continuo processo evolutivo. In questo modo si riconosce il fatto che la progettazione e la costruzione sono processi senza fine. “Abitare significa progettare” afferma John Habraken in “Support - Aan alternative to mass housing” alludendo al fatto che l'Architettura Corale permette all'utente di modellare il proprio spazio contemporaneamente al suo utilizzo. Pertanto essa rivoluziona anche l'idea di uso, completandola e arricchendola di nuovo significato. Infatti se ogni utente modella lo spazio dinamico attraverso le sue esigenze, i dati

raccolti diventano un feedback continuo, utile ad ottimizzare contemporaneamente la qualità dello spazio e il benessere dell’utente che in quel momento lo sta utilizzando. È questo il paradigma di OSArc: una nuova idea di Architettura Contemporanea che consapevolmente sperimenta, si costruisce, si modella e dinamicamente si conforma alle esigenze di chi la sta utilizzando. Proprio qui, nella capacità di leggere il contesto esistente, nella capacità di valorizzarne le potenzialità e risolverne le criticità, nella capacità di cambiare idea fondante il processo progettuale, si manifesta il legame che connette L’Architettura Corale e le Transition Towns e che questo scritto presenta, analizza e sostiene.


2.

Spunti nella storia: un terreno fertile

All'interno del percorso di avvicinamento al tema delle Transition Towns, è fondamentale dotarsi di una struttura che permetta di collocare questo movimento entro un contesto storico chiaro e ben definito. È importante tuttavia sottolineare che, data la vastità di fonti da cui trae origine l'architettura corale e le Transition Towns, non è stata costruita in questa sede una sua vera e propria storia e storiografia. Si è scelto invece di selezionare dalla produzione di alcuni autori dei concetti, delle idee, delle posizioni che si sono manifestate attraverso scritti e realizzazioni e che, date le loro caratteristiche, possono andare a comporre un terreno fertile di cui l'architettura corale e le Transition Towns si sono potute nutrire.


2.1.

Patrick Geddes Città in Evoluzione e Sezione di Valle

Il primo contributo che si intende presentare, è quello di Patrick Geddes biologo e geografo scozzese autore del libro cities in Evolution da cui è tratto integralmente il suo contributo. In questo scritto tra gli altri argomenti l'autore sostiene attivamente la necessità di procedere prima della formazione di un piano progettuale, allo studio minuzioso e integrato di tutti gli aspetti della realtà urbana e territoriale, al fine di scoprire quali siano in atto o in potenza, le capacità di sviluppo individuali e irripetibili di ogni singola città o territorio. A corredo di questa ampia struttura teorica l'autore presenta un metodo di indagine innovativo è molto interessante. La sezione di Valle. Definiamo per sezione di Valle un modello da lui personalmente sviluppato tramite il quale propone di descrivere le complesse mutazioni inter-

azioni tra biogeografia geomorfologia e sistemi antropici e attraverso questa, dimostrare come le potenzialità di una regione antropizzata o meno siano direttamente connesse alle sue caratteristiche climatiche e morfologiche e che queste vanno a modellare la struttura e la disposizione la struttura, l'organizzazione e la disposizione degli insediamenti umani sul territorio. Ciò che più preme sottolineare di questo contributo è l'approccio e l'idea di fondo sostenute per primo da Kiedis. Egli infatti aperta mentre propone un cambio di punto di vista. Attraverso le tue le sue teorie regionaliste propone di attivare una forte e visibile sensibile sinergia dell'uomo con il suo territorio, trasformandolo da dominatore a custode consapevole della natura. Attraverso tre concetti è infine possibile riassumere il suo contributo. Work, folk, place. Lavoro perché attraverso il lavoro l'uomo plasma il territorio in cui vive ed

è conseguentemente plasmato dallo stesso. Popolo perché è solo comprendendo e valorizzando le competenze le idee locali che è possibile che secondo l'autore apportare miglioramenti alla qualità della vita della città. Luogo perché solo ascoltando il genius loci indagato attraverso il metodo della sezione di Valle è possibile progettare correttamente per la città e per il suo territorio.


2.2.

Giancarlo de Carlo: L’Architettura della Partecipazione

colto sulla partecipazione si è in grado di influenzare le nuove possibili traiettorie dell'architettura contemporanea. La partecipazione disegnata all'interno all'interno dello scritto come confronto diretto con il luogo, inteso come spazio abitato, ponendo così l'attenzione al materiale del progetto due punti l'uomo e le sue relazioni. L'autore disegna una visione sfaccettata la partecipazione indagando i rischi e le problematiche soffermandosi sul fatto che essa per essere di successo deve tassativamente trasformarsi nel disegno dello spazio.

Il secondo contributo che si intende addurre è quello dell'architetto italiano Giancarlo De Carlo estratto dal suo saggio edito nel 1972 dal titolo l'architettura della partecipazione. Il testo insiste appunto sul senso e sulle implicazioni della partecipazione in architettura e viene qui riportato come utile strumento per nutrire l'idea che un metodo di progetto basato sull'as-

È fondamentale a questo punto sottolineare il fatto che De Carlo non scardina anzi amplifica la figura dell'architetto moderno e contemporaneo associando il suo compito a un più ampio processo progettuale non limitato alla stesura di un linguaggio o di una restituzione tecnica di un'idea, ma proiettato alla costruzione di un'identità comune tra territorio, progetto e cittadino.

In sostanza l'architettura della partecipazione secondo De Carlo è la possibile revisione critica del progetto e di chi lo articola da parte di chi ne sarà suo fruitore; è un invito a contaminarsi con il luogo e con tutti i materiali del progetto e infine il coraggio di una scelta di metodo capace di garantire la realizzazione delle aspirazioni degli altri assieme alle proprie.


2.3.

Kisho Kagawa : Capsule Architecture

Il terzo contributo è estratto dalla teoria della Meta-Architettura propria del Movimento Metabolista Giapponese. In particolare ci si riferisce al concetto di Capsule Architecture, teorizzato dall’Architetto Kisho Kagawa, fondatore del movimento e autore dello scritto Prefabricated Houses, edito nel 1960. È importante sottolineare che la stesura di questo testo coincise con un periodo in cui, a causa dell'esplosione demografica nipponica, l'esigenza di case di facile e rapida costruzione, orientò le maggiori ditte di costruzione del paese verso la produzione e l'assemblaggio di elementi prefabbricati bi – e tridimensionali. Questa tendenza presente offrì al gruppo Metabolista l'occasione per sperimentare nuovi modelli architettonici molti dei quali, però, rimasti teoria. Se la meta-architettura si occupa di equipaggiare ogni livello della gerarchia

abitativa, l'alloggio l'unità urbana, il quartiere, la città, con meccanismi in grado di dialogare con i livelli superiori e di funzionare come parte di un tutto organico, è naturale e immediato comprendere come si arrivi al concetto di Capsule Architecture che si carica di una connotazione sempre più vicina a quella di “equipaggiamento”, ovvero di accessorio per l'uomo, e sempre più lontana da quella di casa intesa in senso tradizionale.

Esistono secondo l’autore, due forme di capsulizzazione: la prima riguarda l'alloggio in quanto guscio inteso come strumento stanziale; la seconda ha a che fare con gli strumenti o gli apparecchi del cinetismo umano quali le automobili, i treni e gli aerei. La capsula esprime l'individualità e l’unicità dell'uomo, la sua sfida all'organizzazione e la sua rivolta all'unificazione. Il significato della capsula è espresso dall’intrinseca speranza di formare una società che si sostiene sull’idea della diversità multietnica, guidata dal libero volere di ogni singolo cittadino, dove lo spazio per la vita degli uomini è la sommatoria di tutte le capsule individuali alla quale va sottratta quella parte necessaria alle infrastrutture di supporto. In una tale società, il nuovo sistema di relazioni non è più espresso dalla famiglia ma dal singolo individuo facente parte di un gruppo o di gruppi appartenenti ad una collettività più ampia. La famiglia è un


insieme di individualità che devono essere messe in grado di dialogare senza filtri. Tutto ciò, per i Metabolisti, può essere espresso mediante l'Architettura che si deve comporre di elementi spaziali individuali inseriti in una struttura di supporto, in grado di garantire alle capsule il collegamento tra di loro.

2.4.

Carlo Ratti: Architettura Open Source

L’ultimo contributo che si desidera proporre è quello dell’Architetto Italiano Carlo Ratti, contenuto all’interno dei suoi scritti “Smart City, Smart Citizen e Architettura Open Source” e dedicato all’esplosione e alle conseguenze della tecnologia all’intero della città. Carlo Ratti infatti vede la città del futuro molto simile a quella contemporanea, ma gestita e controllata dall’uomo attraverso l’uso dei computer. Egli teorizza uno spazio composto da due grandi elementi: Il Sensing e l’Actuating entrambe componenti costitutive contemporaneamente fisiche e digitali di ogni superfice, di ogni manufatto, di ogni luogo con cui noi uomini intesseremo relazioni (dove per relazione si intende anche e soprattutto la prossimità fisica). Al fine di semplificare il discorso e meglio comprendere l’innovativa idea di città proposta, si immagini una stanza dotata di Sensing. Una serie di sensori annegati nelle pareti registrano la nostra

presenza all’interno della stanza; Un’altra batteria di sensori ambientali contemporaneamente misura la nostra temperatura corporea in relazione alla temperatura dell’ambiente; Una terza batteria di sensori posta all’interno delle finestre è in grado di stabilire l’ora del giorno, la quantità di luce solare che sta penetrando all’interno della stanza, oppure ancora la temperatura esterna in quel momento. Il discorso potrebbe concludersi qui. Ma la Città Cinetica, sarà dotata anche dell’Actuating, ovvero di una serie di sistemi digitali e fisici che rispondono dinamicamente agli stimoli prodotti dai sensori ambientali presenti all’interno della stanza. Quindi il sistema avendo rilevato che fuori la temperatura è molto alta e ci troviamo in pieno giorno, attiva i sistemi di schermatura solare dell’edificio e al contempo mette in funzione l’impianto di climatizzazione dell’aria, indirizzando il flusso freddo solo nella nostra direzione, tramite l’utilizzo di appositi bocchettoni orientabili elettricamente. Questo permette di ridurre per esempio gli


sprechi energetici derivanti dalla necessità di raffrescare grandi ambienti anche quando sono poco utilizzati. Nello stesso tempo il sistema, avendo registrato che ci siamo seduti alla scrivania indirizza la luce proveniente dall’esterno verso di noi e modula l’eventuale accensione delle lampade artificiali. Questo esempio è interessante perché spiega in modo chiaro e diretto una possibile opportunità per l’Architettura Contemporanea, ovvero quella di ideare un metodo per coniugare la conservazione del patrimonio esistente, valorizzandole le potenzialità inespresse, con la progressiva introduzione della tecnologia interattiva e dinamica all’interno della città.


CONCEPT digital Water is at the intersection of water and digital technologies. Digital Water can be used innovative ways, without the limitations of traditinal bulldlng materials. Can the building itself, rather than its content, comunicate a stong message to the outside world?

BUILDING’S COMPOSITION The Digital Water Pavillon composed of three maln parts:

is

-Two “boxes” - a 12 m sq. tourist information center and 30 m sq. cafè with upstairs terrace. -A Moveable wet roof covering the remaining 330 m sq. - Tables and benches built in the ground.


RECONFIGURABILITY Digital Water is not a traditional construction material It has a number of useful qualities - It slightly filters sunlight; It can be switched on and off as- needed; and it can be quickly reconfigured to adapt to the flow of traffic. The walls made of Digital Water and the moveable roof allow the pavillon’s configuration to be changed.

COMMUNICATION The Digital Water Pavillon walls can be used as large displays for graphical layouts and texts. Messages are not simply conveyed inside a traditional pavillon; instead, the pavillon itself conveys the message.


3.

I Fondamenti Teorici del Movimento delle Transition Towns

Addentrandosi nel discorso che conduce alle Transition Towns, è opportuno delineare e analizzare una terna di concetti che si propongono come base teorica del Movimento che si è concretizzato nelle Transition Towns; Ovvero i concetti di Sostenibilità , di Resilienza e di Rilocazione.


3.1.

Sostenibilità

La parola Sostenibilità, viene introdotta sulla scena mondiale nell’ambito della Prima Conferenza ONU sull’Ambiente del 1972, ma è solo a seguito della pubblicazione del documento dal titolo “Our Common Future” nel 1987 da parte della WCED (World Commission on Environment and Development), che acquisisce centralità nel dibattito globale sullo sviluppo e sul futuro dell’umanità sul pianeta Terra. Questo documento infatti definisce la Sostenibilità come la “condizione di uno sviluppo capace di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere in nessun modo le possibilità delle generazioni future”. A seguito di questa pubblicazione, la definizione di Sostenibilità viene adottata all’unanimità dalla Conferenza delle Nazioni Unite, anche se la sua applicazi-

one non verrà mai integralmente presa in considerazione. Tuttavia il dibattito sulla Sostenibilità, si è via via fatto più ingente e sfaccettato, scavalcando i confini dell’ambito economico, per abbracciare più o meno indistintamente tutti i campi del sapere, andando a costituirsi prevalentemente attorno alla dimensione sociale e soprattutto attorno a quella ambientale. Per meglio assimilare questo concetto, al fine di rapportarlo con il tema delle Transition Towns, è stata addotta di seguito una definizione di Sostenibilità, la quale raffinatamente lega questo concetto al tema di questa trattazione. Per Joan David Tabara, professore di scienze ambientali all’Università Autonoma di Barcellona, per Sostenibilità si intende un nuovo modo di scrivere e progettare la realtà in cui il pensiero e l’azione di ciascuno sono la concretizzazione di una struttura cognitiva che considera i diritti delle generazioni future, le risorse globali comuni e il patrimonio esistente, come elementi fonda-

mentali e indispensabili per la sopravvivenza e per il benessere della generazione presente. Attraverso questa definizione è possibile riconcettualizzare la Sostenibilità come un processo di apprendimento, che ha come obiettivo principale rendere razionalmente consapevole l’essere umano di sé stesso, del suo peso e del suo ruolo all’interno dell’ambiente che lo ospita, sia esso naturale o antropizzato. Applicare la Sostenibilità dunque diviene il concretizzare la consapevolezza di essere attori quotidiani aventi il compito di aumentare, per elevare il nostro benessere, la nostra abilità nell’affrontare sfide che la contemporaneità ci sottopone: in una parola divenire più Resilienti.

3.2.

Resilienza

Per introdurre il concetto di Resilienza si è scelto di riportare di seguito un esempio


tratto dal Manuale Pratico della Transizione, scritto dal fondatore dell’omonimo Movimento Robert Hopkins nel 2008.

scorso, contenuto all’interno di un saggio di C. S. Holling dal titolo “Resilience and Stability of Ecological Systems” edito nel 1973.

Nel 2000 in Gran Bretagna uno sciopero dei camionisti paralizzò il trasporto delle merci lungo il paese. Questo blocco forzato di 3 giorni fu sufficiente a portare l'economia britannica sull'orlo della crisi sistemica. Se la situazione non si fosse sbloccata, di lì a poco, si sarebbe verificata una penuria di cibo a livello nazionale. La spiegazione di quanto accadde è semplice. La struttura britannica e la sua funzionalità furono compromesse da un evento imprevisto che andato a minare la struttura portante del sistema economico nazionale. In altre parole il sistema britannico in quel momento era caratterizzato da un bassissimo livello di Resilienza. (Hopkins 2008)

All’interno dello scritto, egli definisce la Resilienza come “la capacità di un sistema di assorbire i cambiamenti di stato variabili provenienti da fonti esterne o interne non solo persistendo nel suo funzionamento, ma adattandosi dinamicamente ad esso e conservando, in tutte le sue parti, tutte le sue funzionalità.

L’origine di questo termine non è recente. Si tratta di un concetto che appare sulla scena attorno agli anni 70 del secolo

Da questo momento in poi la definizione di Resilienza, ha oltrepassato i limiti imposti dal campo ecologico per approcciare molti campi del sapere. E’ utile in questa sede, passare in rassegna alcune definizioni di Resilienza, cogliendone le analogie e una comune chiave interpretativa, per poi focalizzare l’attenzione sulla prospettiva architettonica direttamente legata al tema delle Transition Towns.

- Per James Gordon, ingegnere navale e aeronautico Inglese, e autore del libro “ Strutture, ovvero perché le cose stanno in piedi” (1979) è Resilienza la capacità di un materiale di immagazzinare energia e di deflettersi elasticamente sotto ad un peso senza rompersi o deformarsi. Patricia Longstaff, Sociologa Statunitense, docente di analisi della comunicazione presso la Syracuse University e autrice di una ricerca riguardante il ruolo che gioca la Resilienza all’interno della Comunicazione dal titolo “Risk and Resilience in Society” (2005), sostiene che la Resilienza rappresenta l’abilità di alcuni individui, gruppi o organizzazioni di continuare ad esistere e a vivere di fronte al sopraggiungere di eventi inaspettati e potenzialmente distruttivi facendovi costruttivamente fronte. - Per David Godscholk 2003 professore emerito presso il dipartimento di pianificazione urbana e territoriale dell’università della North Carolina, la Resilienza si


riferisce ad una rete di sistemi fisici e umani capace di gestire eventi estremi, mantenendosi unita nelle sue parti e reagendo all’imprevisto adattandosi e trasformandosi. Fuori dai campi a cui si è fatto riferimento ora, il concetto di Resilienza viene generalmente utilizzato nell'ambito dei sistemi socio ecologici per indagare le relazioni e i rapporti di coevoluzione tra natura ed esseri umani. Esso descrive infatti l'abilità della comunità, di organizzazioni o di individui, di resistere e reagire a shock come disastri naturali, sconvolgimenti sociali, economici o politici, e di riprendersi. Applicando il concetto di Resilienza alle Transition Town, le quali si presentano come un insieme degli attori protagonisti delle definizioni sopracitate, esso può essere inteso come l'abilità di un ecosistema, di un individuo, di una comunità, di un edificio o di un materiale, di assorbire shock e perturbazioni interne o esterne

reagendo vi costruttivamente, modellandosi in modo da risolvere il problema. Costruire sistemi resilienti perciò deve essere visto non solo come una sfida per il futuro ma anche e soprattutto come un'opportunità per iniziare a cambiare il presente. Resilienza significa accettare l'inevitabilità del cambiamento e reagirvi, potenziando e favorendo le diversità rafforzando le connessioni che si innestano tra i vari attori all'interno di un network e sfruttando le capacità, le idee e le competenze di ciascuno.

3.3.

Rilocazione

Dopo aver esaminato i concetti di Resilienza e di Sostenibilità è opportuno mettere a fuoco il terzo pilastro teorico fondamentale delle Transition Towns: la Rilocazione. La Rilocazione può essere definita come un processo attraverso cui una determinata zona, piccola o grande, sia essa una

strada o un quartiere o una città, una provincia o addirittura una regione, sceglie di distaccarsi parzialmente dall'economia globalizzata, investendo le proprie risorse finanziarie, le competenze dei suoi abitanti, le proprie risorse naturali e artistiche, nella produzione di una significativa quantità di beni, di servizi, di cibo e di energia, da redistribuire localmente e capillarmente sul suo stesso territorio. L'obiettivo non è quello di generare una “rete-non rete” di sistemi totalmente autonomi e indipendenti tra di loro, ma bensì quello di riqualificare e valorizzare tutte le risorse già presenti e potenzialmente attive su di un territorio. La Rilocazione infatti, offre una situazione economica in cui le filiere della produzione vengono accorciate e di conseguenza, viene drasticamente ridotta la necessità di spostare beni materiali o servizi tra diverse località. La Rilocazione o “Ridivisione Capillare” per ottenere questo risultato, deve essere accompagnata da un investimento significativo nelle infrastrut-


ture e nella loro qualità, affinché sia favorita la produzione di beni e l'offerta di servizi a livello locale, assieme alla valorizzazione e condivisione delle proprie ricchezze territoriali, salvaguardando l'ambiente e il territorio, concentrandosi sulla riduzione delle Carbon Footprint conseguenti alla generazione di questi beni e servizi e alla loro fruizione. Rilocazione significa in ultimo, aumentare il potere decisionale delle comunità perché a loro è affidato il controllo e la gestione di questo processo e delle sue conseguenze. È proprio questo tipo di approccio che caratterizza la Transition Towns e il territorio in cui esse sono insediate.

3.4.

Transizione

Completata l'analisi dei tre pilastri teorici che sostengono il Movimento di Transizione, è giunto il momento di completare la sua struttura di base con un

ultimo concetto, composizione della terna sopracitata: la Transizione. È un concetto la cui definizione è applicabile a molti campi del sapere pertanto di difficile caratterizzazione. Per Transizione intendiamo il passaggio da un modo di essere ad un altro, da una condizione o una situazione ad una nuova e diversa. Più genericamente, in un processo qualsiasi, si considera e si denomina la fase di transizione una fase intermedia di un processo, nella quale si altera la condizione di equilibrio attraverso una perturbazione, per dare luogo poi ad una condizione di nuovo equilibro. Nel nostro caso, la Transizione rappresenta quell’insieme di attività che caratterizzano la nascita e la vita delle Transition Towns, tra cui annoveriamo la pianificazione comune di strategie e obiettivi comuni, la progettazione condivisa e inclusiva di interventi per riqualificare capillarmente e valorizzare il patrimonio naturale e artistico locale e la costituzione di attività di Rilocazione sul territorio.


4.

Le Transition Towns

In questo capitolo si approfondisce direttamente il tema trattato da questo scritto. Si delinea brevemente la storia del Movimento di Transizione, la sua successiva espansione e ramificazione. Subito dopo vengono analizzati i suoi principi fondamentali. Conclusa questa parte introduttiva si passa poi a delineare e ad analizzare i passi fondamentali per costituire un’iniziativa di Transizione, presentando una serie di parametri base che le consentiranno poi di essere riconosciuta all’interno del movimento. Il capitolo si conclude con la presentazione delle attività più comunemente svolte all’interno delle Iniziative di Transizione attualmente attive.


Permaculture Energy safe

NEED

Self production

TRAN SITION TOWN

Urban management

DEMAND

Marketing

TRAN SITION TOWN

Architecture

Interior design

Network SERVICES

HOME

WORK FURNITURE

OPPORTUNITY


4.1.

Nascita e breve inquadramento storico

Le Transition Towns nascono come movimento ambientalista tra Irlanda e Gran Bretagna, tra il 2005 e il 2007, poi diffusosi in una rete di iniziative a livello globale. Obiettivo centrale del progetto è quello di preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida del cambiamento climatico e del raggiungimento del picco di produzione del petrolio. Il concetto di Transition Town ha preso vita da un progetto studentesco sviluppatosi nel 2005 a Kinsale, cittadina irlandese di 2.330 abitanti. Il co-fondatore del Movimento, Robert Hopkins, era allora un insegnante di permacultura al Kinsale Further Education College. Il progetto didattico che egli sviluppò assieme ai suoi studenti prevedeva l’ideazione di un “Piano per la decrescita energetica di Kinsale”. Lo scopo principale del progetto accademico, era quello di mettere in atto azioni concrete per far fronte al raggiungi-

mento del picco del petrolio e al cambiamento climatico, servendosi di gruppi di studio e sensibilizzazione, composti da studenti e da persone della comunità, che avessero idee da condividere o attività da proporre. Il fine ultimo pensato dagli autori di questo esperimento era quello di contribuire alla costruzione e al consolidamento della Resilienza locale di Kinsale nel tentativo di porla, accademicamente parlando, in contrasto con la tendenza Anti Resilientista Irlandese paese che, per addurre un esempio, ad oggi importa dall’estero più del 90% del suo fabbisogno di energia e di combustibile. Inaspettatamente ne scaturì un piano concreto che si modellava attorno a molti degli aspetti della vita cittadina: produzione di cibo ed energia, bisogno di trasporti, valorizzazione del turismo, garanzia di riqualificazione di strutture educative ed ospedaliere. Tale piano fu premiato nel 2005 dal Cork Environmental Forum e, nello stesso

anno, con votazione unanime, fu adottato dalla giunta comunale di Kinsale come documento ufficiale. Dalla prima esperienza di Kinsale, è nato un vero e proprio modello di Transizione, una strategia, ripetibile in ogni luogo, basata sulle capacità e sulla buona volontà della popolazione comune, e una rete specificatamente realizzata per ispirare, incoraggiare, connettere e supportare le comunità che vogliono auto-organizzarsi sul modello della transizione: Il Transition Network.


4.2.

Transition Network: la porta per divenire Iniziativa di Transizione

Il Transition Network è la comunità internazionale di individui e gruppi che basano il loro lavoro sul modello della Transizione, ovvero coloro che aderiscono al movimento. Dal 2006, all’interno di questa rete è stata fondata un’organizzazione legalmente riconosciuta con il nome di Transition Network Ltd. Tale società si compone di un consiglio d’amministrazione, uno staff e partners ufficiali, più una serie di finanziatori stabili e riconosciuti. Ha una sede a Kinsale ed un sito web. La funzione di tale ente è prettamente gestionale-organizzativa, le sue attività riguardano la sfera della formazione, della comunicazione, della consulenza alle iniziative (ad esempio per la stesura dei Piani di Decrescita Energetica), l’organizzazione di eventi e il settore ricerca e sviluppo. Inoltre è anche il gate d’accesso per ogni

progetto di comunità che abbia il desiderio di ottenere il riconoscimento di Iniziativa di Transizione. Per diventare un’Iniziativa di Transizione, dove “iniziativa” sta per entità spaziale che avvia progetti locali ascrivibili alla sfera della Sostenibilità, sono previste tre fasi ben definite: La fase iniziale, chiamata Initial Stage, in cui solitamente un gruppo di persone inizia ad incontrarsi nella propria città per parlare del concetto di Transizione ed assieme decidere in che modo dare vita al processo. La seconda fase è detta di “Mulling”. Il Transition Network prevede per le iniziative “muller” una serie di steps, che saranno trattati più avanti nella trattazione dell’argomento, volti a comprendere quanto quella comunità sia realmente pronta ad adottare il modello della Transition Town all’interno della propria comunità. La terza fase si compone del riconoscimento ufficiale da parte del Movimento di Transizione dell’iniziativa come Inizia-

tiva di Transizione e dell’inaugurazione del primo processo progettuale ideato dalla comunità.


4.3.

I Principi Fondamentali delle Iniziative di Transizione

Il modello della Transizione è definito come un set di principi e pratiche concreti realizzati nel tempo attraverso la sperimentazione e l’osservazione delle comunità che hanno intrapreso un percorso di costruzione della resilienza locale e di riduzione delle emissioni inquinanti. Realizzando una “massa critica” di comunità volte a questi obiettivi, sarà possibile, secondo il movimento, costruire una rete di cooperazione in cui vengono condivise buone pratiche, aiutandosi reciprocamente ad assicurare stili di vita migliori per tutti. Il primo principio fondamentale delle Iniziative di Transizione è favorire l’impegno della comunità per generare iniziative tangibili di Rilocazione e di Riqualificazione. Il secondo principio riguarda l’aumento della consapevolezza delle persone rispetto ai rischi che comportano i cambiamenti climatici e opportunità che

invece offre il vivere Sostenibile. Il terzo principio fondamentale è volto ad assicurare l’inclusione e la trasparenza come componenti chiave di ogni iniziativa di successo. Secondo Hopkins è necessario da subito costruire sul territorio una sinergia tra diversi attori protagonisti della scena: cittadini, attività commerciali ed autorità locali. Il quarto principio della transizione è quello di prospettare soluzioni credibili ed appropriate, favorendo la messa in rete dei progetti e delle attività per costruire un corpo di esperienze e di idee condivisibili, nel quale rientrano successi, fallimenti, intuizioni e connessioni. La dimensione della propria comunità d’appartenenza è considerato il livello ideale su cui creare la rete di sinergie, dimensione intermedia tra gli interventi personali che riguardano le scelte e lo stile di vita individuali, e il livello governativo (ragionando in termini di politica nazionale). Il quinto principio si basa sul favorire tutte quelle iniziative Resilienti e non solo Sostenibili. Per

meglio definire questo punto, e per meglio assimilare la differenza tra questi due concetti, di seguito è stato riportato un esempio direttamente tratto dal Manuale pratico per costruire una Transition Town: << In senso globale, separare la plastica dagli altri rifiuti rappresenta un indubbio e sostenibile beneficio al pianeta, ma di per sé non porta alcuna resilienza alla comunità locale, alla città in questione, poiché raccogliere rifiuti per inviarli altrove non rende la propria città più capace di assorbire gli shock esterni e di divenire più resistente ad essi. Una migliore soluzione orientata alla resilienza locale, potrebbe essere quella di produrre con la plastica scartata mattoni compatti per uso edile o materiale isolante per uso locale >>. Il sesto fondamento delle Transition Towns è la sussidiarietà, principio che ispira l’auto organizzazione e il processo di decision-making locale. Il modello della Transizione infatti non prevede la centralizzazione o il controllo delle attività, che piuttosto si governano e si potenziano autonomamente.


4.4.

Fondare un’iniziativa di Transizione

L’organizzazione Transition Network prevede una serie di passaggi relativi alla struttura, all’approccio e agli impegni da portare a termine, per potersi connettere ai progetti già esistenti, che ogni iniziativa deve seguire al fine di essere riconosciuta formalmente e registrata nella rete. Questo approccio formale, si configura dunque come uno strumento di controllo che consente agli organizzatori e alle comunità in transizione di capire a che punto si trovano del loro percorso. Grazie all’esperienza di Kinsale, Totnes, e via via delle altre comunità che hanno aderito al progetto, Hopkins ha sviluppato dodici passaggi chiave che stanno alla base dell’iter per divenire un’Iniziativa ufficiale di Transizione. 1. Istituire un gruppo direttivo. È fondamentale creare un gruppo che guidi il progetto e che si preoccupi di organizzare il lavoro nei primi momenti di ideazione e

modellazione dell’idea. 2. Rendere consapevoli gli abitanti interessati del loro ruolo e del loro peso all’interno dell’ambiente che li ospita. E’ necessario aumentare la consapevolezza rispetto le tematiche ambientali, organizzando, conferenze ed eventi che suscitino l’interesse della comunità locale. 3. Gettare le fondamenta dell’iniziativa, strutturando una rete con le organizzazioni ambientaliste e le iniziative locali già attive. 4. Dare inizio al primo progetto di Rilocazione. 5. Formare dei sottogruppi che sviluppino idee e progetti rispetto a specifici aspetti della Transizione, come produzione di cibo, energia o riciclo di rifiuti. L’obiettivo ultimo di questa strategia è quello di costruire efficacemente il “Piano d’azione per la decrescita

energetica”, a cui tali sottogruppi forniranno un apporto specifico. 6. Istituire degli obiettivi a lungo termine sia per quanto riguarda i piani di decrescita energetica che per quanto riguarda la nascita, la crescita e l’eventuale mantenimento delle iniziative di Transizione. 7. Realizzare progetti concreti e visibili, come l’installazione di pannelli solari, o la creazione di un orto urbano condiviso. 8. Coinvolgere tutti gli strati della popolazione in attività costruttive, come la condivisione delle abilità manuali (manutenzione o rigenerazione di oggetti in disuso) oppure delle capacità creative (abilità musicali o scrittura per esempio) per comporre un database costruttivo che alimenti la stessa città in transizione. 9. Costruire un ponte con le autorità locali. Sebbene il modello della Transizione si origina ed è condotto dalla comunità stessa non prevedendo il controllo da


parte di agenzie governative, tuttavia il coinvolgimento dell’amministrazione pubblica locale rappresenta un passaggio chiave per la riuscita di ogni iniziativa, sia per questioni inerenti la pianificazione, sia per problematiche legate ai finanziamenti. Le amministrazioni dispongono inoltre di molto materiale (consultazioni, report) degni di attenzione per la conoscenza del territorio, delle problematiche ambientali e dei possibili investimenti previsti; 10. Valorizzare i saperi capillarmente distribuiti sul territorio. Un supporto fondamentale per ogni iniziativa di transizione, deve passare per una meticolosa analisi del contesto in cui andrà ad inserirsi. L’esperienza di chi ha da sempre vissuto in un luogo deve essere posta a capo di ogni progetto. 11. lasciare che le iniziative si sviluppino autonomamente. 12. creare un “Piano di azione per la decrescita energetica”. Tale Piano rappresenta il

progetto ultimo di ogni Iniziativa di Transizione. Ad oggi, l’unico Piano realizzato ed adottato da una comunità locale è quello di Kinsale. Tale piano è diventato un modello a cui ispirarsi per costruire un percorso di consapevole e totale distacco dalla dipendenza da fonti non rinnovabili di energia e rappresenta l’elenco delle iniziative concrete che si metteranno in campo per mirare ad un futuro di Resilienza e di Rilocalizzazione.

4.5.

Le principali attività delle Iniziative per la Transizione

Le attività ed i progetti che sono racchiusi nelle iniziative per la Transizione riguardano un ampio spettro di dimensioni. Seguendo la panoramica fornita dal manuale della Transizione è possibile categorizzare tali attività nelle seguenti sfere: a) cibo: i progetti sono mirati alla valorizzazione del cibo locale, spesso biologico, alla creazione di orti e frutteti comuni in cui coltivare, nelle scuole, nelle università e nei propri quartieri. In questa dimensione rientrano anche i progetti delle amministrazioni locali per l’assegnazione di orti urbani e la creazione/gestione di filiere corte del cibo, che coinvolgono i produttori cittadini. A York ad esempio il progetto Edible York promuove e supporta la creazione di orti comuni di quartiere o nelle scuole del territorio, e organizza veri e propri corsi di formazione per imparare a coltivare frutta e verdura di stagione.


b) trasporti: molti gruppi tematici nelle varie città di Transizione hanno creato piani perla riduzione del numero di automobili al loro interno, per supportare l’uso delle biciclette e per favorire l’utilizzo dei mezzi pubblici. c) energia domestica: in collaborazione con le autorità locali, in molte città di Transizione sono stati creati gruppi formati da esperti di risparmio energetico che offrono le loro competenze per insegnare alle persone come ridurre i propri consumi domestici. Molte iniziative hanno creato vere e proprie società per i servizi energetici gestiti da gruppi di cittadini, che forniscono energia generata localmente attraverso impianti (solari, eolici, idrici) costruiti attraverso investimenti comunitari. A Monteveglio ad esempio (unica realtà di Transizione Italiana), esiste un progetto volto ad incrementare l’installazione di pannelli solari e fotovoltaici nelle abitazioni e nelle aziende locali.


d) ri-uso, riciclo e riparazione: in questa dimensione rientrano progetti vari e molto creativi. Aldilà delle iniziative legate alla raccolta differenziata e al compostaggio, esistono progetti volti ad insegnare l’arte del riuso e della riparazione attraverso workshop, in cui esperti condividono le loro abilità con le generazioni più giovani. f) Progettazione Architettonica Collettiva: in questa dimensione invece sono raccolti tutti i progetti di progettazione collettiva e autocostruzione comunitaria. Spesso a seguito di concorsi di idee, all’interno delle comunità in Transizione, vengono organizzati dei workshop, utili alla popolazione per disegnare collettivamente delle idee per riqualificare degli spazi o degli edifici attraverso dei progetti architettonici. Sarà poi compito della comunità stessa sviluppare tutto l’iter che porterà alla realizzazione e alla gestione del manufatto.


5.

I casi studio

Dopo aver analizzato le fonti storiche, i fondamenti teorici e aver delineato brevemente i passaggi necessari per l’avviamento di un’iniziativa di Transizione, si focalizza l’attenzione ora sulla presentazione di tre casi studio, scelti in base alla scala di intervento, per dimostrare l’applicabilità del metodo progettuale proposto dall’Architettura Corale e dalle Transition Towns. Il primo caso infatti si riferisce alle iniziative proposte a livello urbano alla città Inglese di York. Il secondo caso invece esamina la progettazione partecipata di un complesso edilizio a Zurigo. Il terzo caso infine delinea brevemente la progettazione e la ricostruzione collettiva di un villaggio rurale in Senegal, minacciato dall’avanzamento della desertificazione.


5.1. York e il percorso locale verso la sostenibilità York è la capitale della contea dello Yorkshire, nel nord-est dell’Inghilterra. Con una popolazione di 198.000 persone, la città si connota come importante meta turistica e come città universitaria, accogliendo 21.300 studenti provenienti da tutto il mondo. La superficie dell’area metropolitana di York ricopre 272 chilometri quadrati. La densità abitativa dell’area urbana è di 4.368 abitanti per chilometro quadrato, distribuiti su dieci distretti. Nel 2011 York è stata eletta la terza città in più rapida crescita dell’Inghilterra, basata principalmente su un’economia terziaria i cui comparti chiave sono i servizi finanziari e professionali per industrie medicali e di biotecnologie, il turismo e l’Università. Nell’ambito della sostenibilità ambientale, il governo locale ha aderito sin dal 2009 al Carbon Reduction Plan predisposto dal governo Britannico del 2008.

La ricezione dei target di sostenibilità richiesti dal governo sono perseguiti dalla città di York mediante due piani strategici, che prevedono azioni multidimensionali sul lungo periodo: il Climate Change Action Plan for York e la York’s Sustainable Community Strategy. Quest’ultima, promossa nel 2009 prevede la collaborazione tra l’amministrazione comunale e York Without Walls, un’organizzazione che riunisce diverse associazioni di commercianti e di volontariato della città, interessate alla tutela del territorio e alla rivitalizzazione della qualità della vita urbana. Il lavoro congiunto dell’amministrazione e dell’organizzazione lungo i prossimi vent’anni attorno a sette temi chiave: sostenibilità, prosperità economica, istruzione, cultura, sicurezza, salute ed inclusività. Un programma ambizioso e multisfaccettato, che ad oggi si è tradotto in una pubblicazione dal titolo York - a City making History Vision and Sustainable Community Strategy 2008-2025.

Nel 2009 l’amministrazione ha commissionato allo Stockholm Environment Institute (che ha una sede presso la York University) di calcolare l’impronta ecologica dei propri cittadini. Dal rapporto dell’Istituto di ricerca è scaturito il Climate Change Action Plan for York, il piano d’azione locale nato anch’esso per rispondere ai target governativi per la riduzione delle emissioni in una prospettiva di quaranta anni. Gli obiettivi previsti dal programma sono: il coordinamento di tutte le iniziative volte alla riduzione dei gas serra spendibili sul territorio locale e di tutti i progetti volti all’uso di fonti rinnovabili e localizzate e la promozione della consapevolezza e della comprensione del cambiamento climatico, al fine di costruire collettivamente una città eco-friendly. Particolare attenzione viene posta inoltre all’impronta energetica individuale dei cittadini. Nell’ambito dello sviluppo di tale strategia, l’amministrazione locale ha promosso una Environment Partnership ad hoc che coinvolge diverse organizzazioni locali che possono


contribuire a implementare, attuare e disseminare il piano strategico. Due di questi attori, lo York Environment Forum e il St. Nicholas Fields Environmental Centre, dal 2011 si riconoscono all’interno del Movimento di Transizione. Di seguito sono presentate alcune delle iniziative che hanno organizzato nell’ambito dell’attuazione del piano strategico cittadino.

5.2.

I progetti di York in Transition

5.2.1.

Edible York

Edible York, nasce dall’esigenza di costruire un sistema sostenibile che accorci la filiera alimentare, a partire dalla produzione fino al consumo. Riconoscendo la grande varietà di risorse alimentari coltivabili e in generale reperibili sul territorio di York, cinque cittadini nel 2010 decidono di creare gruppo che aderisce e si appoggia alla locale iniziativa

di Transizione. Nell’arco di pochi mesi il sottogruppo ha attirato moltissimi cittadini, non solo interessati alla sostenibilità alimentare, ma anche intenzionati a coltivare presso le proprie abitazioni, i propri quartieri e nelle scuole di York. Edible York si è configurato come un catalizzatore di buone pratiche volte alla creazione di spazi pubblici urbani per la coltivazione di cibo locale e al tempo stesso come un’organizzazione ad ombrello sotto la quale non sono solo stati attuati progetti legati alla coltivazione, ma anche tutti quei progetti che miravano alla valorizzazione della comunità e del patrimonio locale.

Dal 2010 ad oggi, sono stati creati nell’area metropolitana di York cinquantacinque progetti di coltivazione di spazi pubblici, coinvolgendo più di duecento persone tra famiglie, neighbours e studenti. Tra i progetti più strutturati, c’è Edible York Schools, ovvero la rete di dodici scuole (primarie e secondarie) della città che hanno voluto costruire spazi coltivati dagli studenti all’interno dei giardini scolastici. St Lawrence Court orchard invece è il primo spazio coltivato da studenti universitari all’interno di un college della York University. 5.2.2.

Freecycle York

Il progetto è stato creato da un gruppo di cittadini di York e si configura come un mercatino del riuso a cui accedere attraverso il web. Si possono vendere e comprare oggetti di tutti i tipi: utensili, strumenti musicali, suppellettili, computers e molto altro. Dal 2013 lo stesso gruppo si preoccupa di organizzare corsi di formazione gratuiti


per i cittadini della città volti a divulgare tecniche di riuso, di riciclo e di manutenzione di utensili e beni materiali. Nel 2015 alcuni componenti del gruppo hanno fondato un’associazione di Critical Mass con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza della popolazione riguardo l’uso della bicicletta e dei mezzi pubblici, ottenendo da Luglio 2017 l’attivazione, da parte della municipalità, di un servizio di Bike Sharing Urbano.

5.2.3.

Community Support Agricolture Group

Il progetto rappresenta una piattaforma di produttori agricoli locali che mirano a creare un approccio di business innovativo per la città di York, promuovendo una rete di scambio tra coltivatori, allevatori, commercianti e ristoratori, volta ad un reciproco sostegno e al raggiungimento di un sistema il più localizzato possibile. Alla fine del 2012 partecipavano al progetto dodici allevatori, sette agricoltori e circa venti tra negozi e ristoranti della città. 5.2.4.

Saint Nicholas field Organization

Questa organizzazione nasce negli anni Novanta occupandosi progressivamente di molti temi legati alla sostenibilità locale. Tutto iniziò con la trasformazione di una ex discarica in una riserva naturale. Nel 2001, l’associazione di cittadini, ha realizzato il primo progetto pilota per il riciclo e per la raccolta dei

rifiuti porta a porta. Grazie ad un appalto pubblico, oggi il gruppo di riciclaggio di Saint Nicholas Fields fornisce servizi per conto dell’amministrazione ad una serie di eventi locali annuali.


5.2.5.

York Rotters

Nel 2004, in collaborazione con il Local Council, è stato creato il gruppo York Rotters, tra iprimi sottogruppi che hanno contribuito a sviluppare l’iniziativa di Transizione locale. Gli York Rotters sono una rete di volontari in continua espansione che forniscono supporto e consigli pratici a tutti coloro che in città vogliono iniziare a compostare i rifiuti organici.

5.3.

Kalkbreite: Progettazione e Riqualificazione Urbana condivisa a Zurigo

Kalkbreite è un piccolo intervento di riqualificazione urbana sito a Zurigo, basato sull’idea di creare una comunità che metta in comune luoghi, pratiche e conoscenze. E’ un esperimento sociale, culturale ed urbano che comprende 88 appartamenti e 250 abitanti, che cerca di garantire una qualità della vita alta ad un costo economico limitato, in risposta alla continua crescita del prezzo degli affitti a Zurigo. Il progetto prende avvio nel 2006 quando la comunità locale si riunisce per formare un'associazione volta riqualificare gli spazi abbandonati della città. Il complesso di kalkbreite allora ospitava un deposito dei tram del servizio di trasporto pubblico cittadino fatto che da sempre aveva impedito la riqualificazione dell'area e la valorizzazione delle sue potenzialità se viene sa si trova se si


trovi nel centro cittadino. L'associazione di cittadini allora organizzato un ciclo di workshop pubblici al fine di sviluppare un progetto condiviso da sottoporre poi alla Municipalità. A seguito di questa esperienza è stata stesa una proposta corredata da studi di fattibilità e progetti preliminari punto essa proponeva la costruzione di 5000 metri quadri di spazio commerciale 5200 metri quadri di servizi al cittadino e 7400 metri quadri di spazio residenziale e il mantenimento del deposito tranviario e il mantenimento e la riqualificazione del trasporto del deposito tranviario. Il Consiglio comunale ha accolto la proposta è nel 2007 la municipalità ha affidato l'area all'associazione che nel mentre si era costituita come una cooperativa come cooperativa. Nel 2008 sono stati costituiti i gruppi di progettazione partecipata attraverso cui sono state sviluppate tutte le caratteristiche del progetto nel 2009 è stato organizzato un concorso di architettura per identificare uno studio che collabora

asse a rendere esecutivo il progetto dei cittadini. Il concorso è stato vinto dallo studio Muller di Zurigo. Nel 2012 è stata avviata la costruzione del complesso e nel 2014 è stato occupato dai primi abitanti i quali hanno inoltre partecipato alla realizzazione di alcuni ambienti interni, del parco e degli orti comuni di cui il progetto è corredato. Il complesso è stato costruito su un lato triangolare. Il piano terra ora ospita un nuovo deposito tram corredato da una stazione di interscambio. Attorno adesso sono stati depositati sposti una serie di spazi commerciali alcuni venduti alcuni in affitto. All'interno del complesso al terzo piano troviamo un grande spazio di comunità che ospita oltre ai servizi oltre che i servizi comuni per gli abitanti con una lavanderia condivisa è uno spazio dedicato al coworking una biblioteca e svariate aule studio pubbliche. Sul tetto sono stati posti degli orti urbani comuni autonomamente


è completamente gestiti dagli abitanti del complesso. Focalizzando ora l'attenzione sulle abitazioni si nota che vesse presentano tagli molto variegati e composizioni innovative. Ciò è dovuto al desiderio degli abitanti di costruire un edificio non solo multifunzionale ma che ospitasse una popolazione di età di mia e di Fassa sociale la più variegata possibile. Infatti troviamo appartamenti di taglio convenzionale dotati di una due tre o quattro camere appartamenti. Appartamenti monolocali dotati di open space studio. Oppure ancora troviamo due appartamenti dotati di di 13 e 17 camere dedicati interamente al cohousing e alla residenze per studenti. Vi sono inoltre 20 a 20 monolocali che condividono gli spazi comuni come cucina e living room. Questi, in particolare, sono affidati ad affittuari non stanziali ovvero persone che vivono a Zurigo solo per un breve lasso di tempo, per lavoro, per vacanza, o perché o per completare i propri studi.


5.4.

H2oS: Progettazione e Auto-costruzione Condivisa di un Eco villaggio in Senegal.

È un progetto pilota open - source replicabile, adattabile e perfezionabile altrove, realizzato dallo studio Italiano TAM Architettura, a partire dal 2011 nel villaggio di Keur Bakar Diahité in Senegal. È il risultato di una collaborazione internazionale, nata dal basso e ispirata da Sunugal, associazione di immigrati senegalesi in Italia. L'eco-villaggio è composto da spazi comuni e moduli abitativi autonomi dal punto di vista energetico e idrico, aspetto fondamentale dal momento che l'insediamento èsito in un’area priva di elettricità, acqua, servizi scolastici e sanitari. È frutto di una progettazione partecipata dove la comunità locale ha giocato un ruolo essenziale. Nel 2010 lo studio di Architettura è stato contattato dall’associazione di immigrati per sviluppare le fasi preliminari del progetto. L’idea formatasi in Italia è stata

sottoposta agli abitanti del villaggio di Keur Bakar, i quali sono stati invitati a disegnare assieme ai progettisti i nuovi edifici. Una volta terminata la fase progettuale, gli stessi sono stati invitati a partecipare attivamente alla realizzazione dei manufatti. Si tratta di eco-abitazioni realizzate in auto costruzione comunitaria impiegando mattoni stabilizzati di terra cruda. L'intervento di tecnici specializzati è ristretto, solo agli elementi complessi dell'insediamento come il blocco servizi e impianti della casa comune, l’impianto di riciclo dell’acqua piovana e tutte le componenti elettriche. L'eco-maison tra tutti i manufatti, si configura come il centro del villaggio e della comunità con spazi dedicati alla formazione e informazione, a laboratori di arti e mestieri, e alla convivialità. Questo luogo condiviso ospita anche il cuore tecnologico del progetto: il serbatoio di recupero delle acque piovane che, raccolte nei mesi estivi vengono filtrate e restituite nel corso dell'anno.


6.

Conclusioni (?)


Nel mondo contemporaneo il tema della Partecipazione è tornato ad essere una delle questioni nodali del variegato scenario Architettonico. Molte sono le analogie del nostro tempo con il periodo conseguente la rivoluzione industriale o con il decennio degli anni 70 in cui De Carlo teorizzava le sue idee sull’Architettura Partecipata. Una nuova crisi, una rinnovata attenzione ai dettami ecologici, una rilettura critica della società occidentale e delle sue disfunzioni e dei suoi scarti, stanno rimettendo in discussione, nuovamente, il disegno della società e, di conseguenza, il rapporto che questa intrattiene con il progetto dell’Architettura e della Città. Il suo manifesto ritorno in scena, definisce un affresco ancora poco dettagliato, ma non per questo poco fertile, da cui emerge a gran voce il perenne e ambiguo conflitto tra estetica e società, tra atto creativo individuale e utilità pubblica, tra Architettura della gente e per educare la gente. Baluardo non più facilmente associabile ad una precisa fazione politica, la Parteci-

pazione all’interno delle ricerche contemporanee, insiste in parte su questioni coincidenti a quelle già precedentemente sollevate. Da Yona Friedman a Carlo Ratti e l’OSArc, la Partecipazione è un modo per rendere autonomi, nella progettazione e nella costruzione, gli utenti, fermo restando che entrambi gli autori sottendono al processo inclusivo e collettivo di ideazione un regista occulto che idea e disegna a sua volta gli strumenti per la messa in opera dei desideri del singolo e della comunità: l’Architetto Corale. E’ dunque un modo di mettere a contatto chi progetta e chi abita, chi idea e chi vive, per definire un’idea di comunità attraverso l’Architettura e la sua auto-costruzione da parte dei suoi stessi attori. Attualmente ci troviamo in un’epoca di passaggio: le teorie di OSArc presentate all’interno di questo scritto non si sono ancora manifestate attraverso una sufficiente massa critica di cittadini disposti ad adottarne le regole e le

prerogative dimostrandosi disposti a ridisegnare la propria impronta sull’ecobilancio del sistema terra. E inoltre se si cerca all’interno dello scenario contemporaneo l’effettiva attuazione dell’idea di partecipazione di De Carlo, forse se ne trovano poche tracce. E’ mancato un passaggio fondamentale: assumere l’idea di Architettura come questione culturale. L’urgenza che il progetto diventi un problema e un tema nella società e che la stessa si avvicini ad esso, è ancora più evidente nel momento in cui si osservi la stessa contemporaneità e gli spazi che la costituiscono. Non siamo più in grado di riconoscerci nello spazio che abitiamo. In questo scenario le parole di De Carlo e di Carlo Ratti, non perdono di senso, anzi vi riecheggiano potenziate e amplificate. L’invito all’ascolto dell’utente, il senso dell’uso dell’edificio e l’accettazione delle trasformazioni dinamiche dell’edificio e del suo progetto di realizzazione, sono oggi ancora punti nodali per l’Architettura e solo attraverso lo scioglimento di questi


nodi essa potrà dirsi uscita dalla sua crisi. In conclusione due sono a mio avviso le direzioni che devono sommarsi perché l’Architettura si rivitalizzi: La prima riguarda il progettista e la seconda la società contemporanea. L’Autore deve apprendere che partecipare non significa perdere la sua individualità, ma piuttosto significa valorizzarne le capacità di gestione di problemi complessi. Al contempo perché l’Architettura sia veramente partecipata, occorre non tanto che la gente sia coinvolta nella sua realizzazione, quanto più che sia partecipe della sua costruzione non in senso tettonico, ma in senso culturale. Occorre che la società si appropri dell’Architettura, la faccia propria come strumento di costruzione e modellazione del proprio spazio. Perché è necessario allora che l’Architettura sia condivisa? Per ridarle la sua identità.


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INDICE IMMAGINI

www.agenda21.it

In Copertina: Alejandro Aravena, Quinta Monroy Incremental Housing,Chile 2004. Prima pagina: Alejandro Aravena, Quinta Monroy Incremental Housing,Chile 2004. Capitolo 0: Alejandro Aravena, Villa Verde Incremental Housing,Chile 2013. Capitolo 1: Olst in Transition Community, Aardehuis (Earth House) Project, Netherlands 2012. Capitolo 2: Patrick Geddes, Sezione di Valle, 1913 Patrick Geddes, Work, Folk, Place, 1913 Giancarlo de Carlo, Schizzo inedito, Lasciare Tracce, Siena 2015. Giancarlo de Carlo, L’Architettura della Partecipazione, 2013. Kisho Kurokawa, Nagakin Capsule Tower, Spaccato assonometrico, Tokyo 1972. Carlo Ratti, Senseable City Scheme, Boston 2006. Carlo Ratti, dedica autografa, Milano 2017. Carlo Ratti, Digital Water Pavilion Concept, Saragozza 2008. Carlo Ratti, Digital Water Pavilion Concept,

www.communitysolution.org www.edibleyork.org.uk www.energybullettin.net www.york.gov.uk www.yorkwow.org.uk/ www.permacultureprinciples.com/ www.postcarbon.org www. postcarboncities.net www.resalliance.org www.resilienceproject.org/ www.transitionculture.com www.transitionitalia.com www.transitionnetwork.org

Saragozza 2008. Capitolo 3: Capitolo 4: Schema di funzionamento di una Transition Town. 4.2? NYC citizens Brooklyn Grange Farm, New York City 2010. Berlin Citizens, Prinzessin Garten, Berlin 2009. Capitolo 5: Michelangelo Pistoletto, Il terzo Paradiso, Parco Archeologico di Scolacium (Catanzaro) 2010 York Citizens, Edible York Logo, York 2011 York Citizens, Freecycle York Logo, York 2012 York Citizens, Goals for Permaculture, York 2010 York Citizens, Planting Trees, York 2010 Kalkbreite Complex, Vista del parco interno, Zurigo 2014. TAM Associati, H2OS vista dell’Ingresso, (Senegal) Keur Bakar Dahité 2017 TAM Associati, H2OS vista Interna, (Senegal) Keur Bakar Dahité 2017 Cheryl Sorg, Collective Identiy, 2015


Politecnico di Milano Scuola di Architettura Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni Corso di Laurea in Progettazione dellâ&#x20AC;&#x2122;Architettura A.A. 2016/2017 ALESSANDRO ROGNONI - (MAT. 831266) Transition Towns: Un esempio di Architettura Corale.


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Transition Towns Movement - a Case Study to redevelop the shape of the city by Alessandro Rognoni - Issuu