Page 1

www.caosfera.it creativitoria 100% MADE IN ITALY


Tensioni Alessandro Collioli DELITTI IN SECCHIA ISBN copyright 2011, Caosfera Edizioni www.caosfera.it soluzioni grafiche e realizzazione


Alessandro Collioli

DELITTI IN SECCHIA


Questo libro lo dedico a mia madre e a tutti i miei famigliari. All’Ispettore Filippi e sua moglie. A tutte le Carolina, Fernanda, Rosalba e Marisol del mondo e alle loro famiglie. Alla persona che ha saputo tirare fuori il meglio che ho dentro semplicemente essendo se stessa: mia moglie, Roraima. Anche a me perchÊ, in fondo, me lo merito! A te, che da lassÚ, mi hai sempre protetto e guidato! Ciao Co, spero tu abbia trovato la pace!


PROLOGO

Il rumore del fiume in lontananza è l’unico suono che accompagna i due uomini e la ragazza nel loro cammino notturno. Dopo vari chilometri in discesa dall’Appennino modenese, adesso l’acqua scorre lentamente e a fatica nella pianura quasi lottando contro gli ostacoli che incontra, stanca del percorso compiuto fino a ora. La notte è illuminata dalla luna e dalla torcia elettrica che uno dei due uomini punta verso il basso per non essere visti; un sottile fascio di luce che taglia la nebbia, giusto il necessario per illuminare il sentiero. Hanno il fiato grosso e sono sudati, imprecano sottovoce; hanno camminato solo qualche centinaio di metri ma sembra che abbiano scalato una montagna. «Devo smettere di fumare.» Dice uno dei due con un filo di voce, ansimando. «Avrei dovuto lavorare in banca come diceva mia madre.» Ribatte l’altro. Poi il silenzio scende tra i due a corto d’aria e di forze. I grilli e lo scorrere lento dell’acqua sono gli unici suoni che accompagnano i tre. 7


L’unica che non appare stanca e che non impreca è la ragazza. Si sente strana, non le sembra reale ciò che sta succedendo però, quell’uscita imprevista sotto le stelle, le dà una strana sensazione di benessere. La sua mente vola e torna indietro a quando, alcuni anni prima, ancora piccola, usciva con la mamma per andare al rosario. “Dios te salve Maria, llena eres de gracia... ” Sono quasi arrivati, il rumore del fiume si fa più forte. Il gorgoglio dell’acqua li avvisa che hanno quasi raggiunto la tanto agognata meta, dopodiché potranno tirare il fiato, godere di un meritato riposo dopo il duro lavoro. Quello con la lampada dirige il fascio di luce verso la riva disegnando un arco finché soddisfatto si rivolge all’altro: «Là può andar bene.» Indicando un mucchio di arbusti e rovi ammonticchiati a ridosso di un grande pioppo. L’altro non risponde, fiaccato dal peso che carica sulle spalle, si limita a un cenno del capo e continua la sua marcia. In prossimità del luogo prescelto i due, con un ultimo sforzo, alla flebile luce della torcia, raccolgono rami e foglie. Adesso la ragazza è sdraiata a terra; può finalmente riposare anche lei. È arrivata a destinazione e passerà la sua prima notte in compagnia della luna sotto il cielo stellato. Le fa male la testa però continua a recitare il rosario anche se le sembra che l’Ave Maria provenga dalla voce di un altro, una voce nota che però non è la sua: “... El Señor està contigo, bendita tu eres entre todas las mujeres... ” Sopra di lei il cielo è lo stesso che ricordava in quelle sere di maggio in Colombia; l’aria fresca di primavera le accarezza il viso. Sorride. “... Y bendito sea el fruto de tu vientre, Jesus!” Le stelle scompaiono e la luna si eclissa, chiude gli occhi e in quell’istante di lucidità le sembra di riconoscere la voce di sua madre; sì, è la mamma che sta recitando il rosario. Il coro risponde: “Santa Maria, Madre de Dios ruega por nosotros los pecadores... ” le voci adesso sono rotte dal pianto. In un attimo la sua mente offuscata realizza che questo è il 8


rosario della novena che si recita in favore delle anime dei morti, affinché Maria interceda per loro presso il signore concedendo l’eterno riposo. Ha paura, piange, vorrebbe gridare ma non può. Si sente leggera, sente di volare. “... Ahora y en la hora de nuestra muerte” “Amen!” La risposta in coro è l’ultima cosa di cui ha coscienza. Scende il silenzio. Sua madre non recita più e il coro non risponde. Adesso nessuno potrà più toglierle i sogni che rimarranno come eterni tatuaggi nell’anima della giovane ragazza cui in vita hanno tolto tutto ma che adesso, sulle rive di quel piccolo fiume, protetta dal grande pioppo, riposa per sempre.

9


CAPITOLO 1

Aprii gli occhi ringraziando il Signore che fosse Sabato, la settimana era stata dura ma per fortuna non avrei dovuto lavorare né oggi né domani. Due giorni di riposo mi ci volevano proprio, pensai ancora assonnato. Mi sfregai la faccia, mi stirai e mi diressi immediatamente in cucina per preparare un caffè. Il sole che entrava dal balcone alle mie spalle mi scaldava la schiena e mi godevo quel momento di pace mentre sorseggiavo il caffè e accendevo la prima sigaretta del giorno. Poco dopo Mi assalì il pensiero un po’ angosciante della relazione che avrei dovuto scrivere e mandare in ufficio al più tardi per Lunedì mattina. Poi mi ricordai anche della valigia buttata ai piedi del letto piena di roba sporca da lavare e riordinare. Passerò il fine settimana a lavare, stendere, stirare e pulire tutto. Dissi tra me e me. «Che bella prospettiva.» Commentai ironicamente a voce alta. «È il prezzo da pagare per chi vive solo e single.» Mi diedi anche la risposta. 11


Da circa tre anni vivevo da solo in un piccolo appartamento che era stato dei miei nonni. Si trovava a pochi passi dal centro della città e non lontano da dove vivevano i miei genitori. Quando decisi di trasferirmi lasciando la famiglia avevo il desiderio e la speranza che un giorno divenisse un nido d’amore per la mia compagna dell’epoca e me. Avevo iniziato a sistemarlo e ammodernarlo anche se l’opera richiedeva molto sforzo e impegno. Comprai la lavatrice, lo scaldabagno, lo stereo e la televisione come primo passo per rendere l’ambiente vivibile. Poi, un giorno, lei se ne andò e così divenne il mio rifugio da scapolo. I lavori di miglioramento cessarono e tutto rimase come era come fissato in una foto che stava ingiallendo. Non so bene cosa si intenda quando si dice appartamento da scapolo, o se esista uno stereotipo, quello che so è che il mio era un macello! Rifletteva il mio stato d’animo e rispecchiava in pieno la mia maniera di vivere: la confusione regnava sovrana. “Non tutti i mali vengono per nuocere” dice un proverbio, e, infatti, quando lei se ne era andata avevo assunto il comando della mia vita, avevo deciso di non vivere una vita dettata dalle abitudini ma di scegliere come viverla. A trentaquattro anni con una laurea in Giurisprudenza nel cassetto nel vero senso della parola, non l’avevo mai nemmeno fatta incorniciare, avevo lasciato il mio vecchio impiego e mi ero dato anima e corpo a cercare un lavoro in sintonia con il mio carattere un po’ ribelle e un po’ particolare. Amavo tutto ciò che era mistero, libri gialli, criminologia, storie di serial killer con particolare preferenza per i resoconti e gli studi di fatti realmente accaduti. Non vi era una sola vicenda riguardante omicidi famosi dal dopoguerra a oggi che non avessi letto e riletto varie volte: dal caso Bebawi al Delitto dell’Olgiata, da Wilma Montesi al cosiddetto Mostro di Firenze; in alcuni casi avevo anche elaborato la mia personale teoria che non sempre concordava con la spiegazione ufficiale. Da due anni lavoravo come investigatore privato presso un’agenzia che si occupa di tutela marchi, lotta alla contraffazione, diritti d’autore, proprietà intellettuale e 12


brevetti. Un lavoro interessante che mi piaceva, mi permetteva di viaggiare moltissimo e di non starmene a marcire in un ufficio di fronte a un computer. Certo non è proprio lo stesso che avere a che fare con omicidi, serial killer e cose del genere, però bisogna sapersi accontentare mi ripetevo. Era il lavoro più in sintonia con il mio modo di fare e vedere le cose, l’unico che mi sentivo di poter svolgere senza impazzire. Quel Sabato mattina, come tanti altri ve n’erano stati in passato e altri sarebbero seguiti in futuro, ero al bar a prendere il caffè. Dopo aver rinunciato all’idea di lavare, stendere e stirare, mi godevo quel momento di pace seduto a un tavolo all’aria aperta fumando una sigaretta e, leggendo il giornale sportivo, svogliatamente, in attesa che un altro cliente del bar finisse di leggere Il Sassolese, quotidiano di cronaca locale. Non mi interessava molto leggere di sport, a differenza di altri, non pochi, che passavano ore e ore immersi nella bibbia a leggere e analizzare ogni notizia della loro squadra del cuore. Io preferivo leggere la cronaca per sapere cosa succedeva nella mia piccola e cara Sassuolo, cittadina ai piedi dell’Appennino. Le mie letture non riguardavano mai fatti eclatanti, non succedeva un granché a Sassuolo. Circa cinquantamila abitanti, lavoratori e imprenditori che col tempo avevano fatto di quel piccolo paese di contadini il primo e principale centro italiano ed europeo della ceramica e uno dei più importanti al mondo. Si potevano leggere notizie di incidenti stradali del Sabato sera, piccole questioni di spaccio che quasi sempre riguardavano cittadini extracomunitari che, ufficialmente attratti dal lavoro e dalle possibilità che offriva l’industria locale, avevano iniziato a invadere la città da qualche tempo. Trent’anni prima era stata la volta dei meridionali attratti dal boom che si stava vivendo in quello che sarebbe diventato il ricco nord. Adesso, nemmeno loro accettavano più i duri lavori ai forni, con turni massacranti e un calore infernale, per cui erano arrivati i nord africani, gli albanesi e i figli o nipoti della ex Unione Sovietica. In entrambi i casi gli stranieri immigrati erano stati ghettizzati 13


e sistemati in due zone precise e circoscritte della città dove spesso la cronaca riportava casi di ricettazione, piccolo spaccio, risse, prostituzione; normale amministrazione, come era solito dire il mio amico nonché ispettore capo della Polizia Andrea Filippi. Piccola cronaca nera o grigia, che contribuiva ad alimentare il razzismo già di per sé esistente verso gli stranieri e un alone di paura e disagio verso le zone dove vivevano. Al di là di questi fatti, la vita scorreva tranquilla tra il lavoro in fabbrica o in ufficio, la scuola, la casa, la famiglia. Poi c’era il bar. Luogo di ritrovo e incontro di varie generazioni di giovani e meno giovani che passavano il tempo libero tra le pareti sporche, la nebbia creata dalle sigarette dei clienti in inverno, o seduti ai tavoli buttati fuori alla rinfusa d’estate. Negli anni si erano susseguite al bar varie generazioni di una stessa famiglia: padri, figli e nipoti si potevano riconoscere nelle foto della squadra di calcio dilettante appese alle pareti come unico addobbo, quasi un albero genealogico di gruppo che marcava il passo del tempo. Attesi impaziente di poter avere la mia dose quotidiana di misera cronaca nera, ma il signore che si era impossessato del giornale sembrava ipnotizzato e non dava certo l’impressione di volerlo lasciare; per cui presi coraggio e domandai con un sorriso il più cortese possibile: «Che c’è di nuovo oggi?» «Intendi della ragazza?» Rispose il signore dando per scontato che tutti sapessero chi era la ragazza di cui parlava. «Quale ragazza?» Domandai io ingenuamente e con l’espressione di chi cade dalle nuvole. Il signore mi guardò come si guarda uno che viene da un altro mondo. Dal suo sguardo si capiva che non concepiva che esistesse qualcuno che ancora non sapesse quello che stava succedendo a Sassuolo. Deve essere successo qualcosa di grave o insolito, pensai. «Sono stato fuori tutta la settimana.» Aggiunsi come per giustificare la mia ignoranza. Il signore chiuse il giornale, si alzò e si avvicinò al mio tavolino, mi guardò in faccia e disse: «Tieni, informati.» Detto questo lasciò scivolare il giornale sul tavolo e si allontanò. 14


La prima cosa che mi saltò agli occhi fu il titolo in neretto e a grandi lettere della prima pagina. “ANCORA NESSUNA NOVITÀ SULLA RAGAZZA TROVATA CADAVERE SULLE RIVE DEL SECCHIA” Mi incuriosii moltissimo, iniziai a leggere affamato di sapere; sfogliavo Il Sassolese come se stessi togliendo i vestiti a una bella donna nell’apice della passione. Le pagine volavano trasportate dalla brezza di quella mattina di primavera. Passò un’ora o forse più, non saprei dire, il tempo non esisteva, assorto in quella lettura. Appresi così che, tre giorni prima, Mercoledì, una ragazza era stata trovata morta sulla sponda sassolese del fiume Secchia. Si trattava di una giovane donna, venti, venticinque anni al massimo. I tratti somatici facevano ritenere che si trattasse di una latino americana, nonostante al momento gli investigatori non sapessero dire con esattezza la nazionalità. Il corpo era stato trovato da uno dei tanti pensionati che in quelle sponde hanno seminato piccoli orti per passarsi il tempo e risparmiare, visti i prezzi delle verdure e la miseria delle pensioni. La cosa che più aveva terrorizzato l’agricoltore improvvisato e chiamato l’attenzione degli inquirenti era che alla donna erano stati effettuati tagli in entrambi i seni; tagli precisi, non fendenti o pugnalate alla rinfusa scagliate nel raptus del momento. Quasi come se a farli fosse stata una persona del mestiere, un medico, o un chirurgo. O un macellaio. Dissi a me stesso. Minchia che notizia! Pensai. Dal dopo guerra a oggi, se si esclude qualche regolamento di conti fra ex partigiani ed ex fascisti, vi erano stati solo due omicidi. La notizia era di quelle destinata a destare grande scalpore e attirare l’attenzione e la curiosità di molta gente che non aveva nulla di meglio da fare che spettegolare. «Ciao Sherlock Holmes.» Udì alle mie spalle. Molti tra I frequentatori del bar si burlavano del mio lavoro e 15


mi appioppavano nomi di famosi investigatori della storia dei fumetti e dei film. Sherlock Holmes appunto era uno di quelli, poi c’erano, Perry Mason, Devlin & Devlin e anche Clouseau. Io non me la prendevo, anzi, ogni occasione era buona per ridere e per fare un po’ di auto ironia, cosa che succedeva in particolare con Andrea Filippi. E, infatti, girandomi al saluto vidi avvicinarsi proprio lui al quale mi rivolsi rispondendo a tono. «Ciao Watson! Mancavi proprio tu.» Andrea e io eravamo legati da un amicizia ormai quasi ventennale. Sebbene non fossimo amici d’infanzia dato che ci eravamo conosciuti già adulti, al bar, tra una briscola e un bigliardino, con il tempo eravamo andati oltre il semplice piacere di condividere i classici passatempi da bar. Ci eravamo accorti entrambi che eravamo diversi dalla gran parte degli altri ragazzi, e che qualcosa ci univa. Non era solo il calcio o le donne, come con tutti gli altri. C’era tra noi un dialogo vero, amicizia vera, intimità ed empatia. Avevamo passato anche le vacanze insieme un paio di volte. Inoltre, si può dire che condividessimo anche il lavoro: lui era ispettore di Polizia di servizio al commissariato di Sassuolo. Spesso mi aveva passato informazioni utili per il mio lavoro così come io gli avevo dato dritte che lo avevano portato ad arresti importanti. Il tutto condito con ironia, simpatia e intelligenza cose non facili da trovare tutte insieme al giorno d’oggi. Eravamo soliti passare ore e ore a chiacchierare degli argomenti più svariati, dalle centrali nucleari alle donne, dalla politica ai delitti. Non era inusuale che ci incontrassimo al bar nel pomeriggio e le nostre discussioni si protraessero fino a notte fonda quando vinti dalla stanchezza e dalla birra ci salutavamo soddisfatti di un’altra serata. «Questa sarebbe la sorpresa cui alludevi?» Dissi mostrando il titolo del giornale. Alcuni giorni prima mentre io ero fuori città, dando la caccia a contraffattori cinesi e venditori ambulanti nord africani, mi aveva mandato un messaggio dicendo che ci saremmo visti il Sabato mattina e che aveva una sorpresa per me. 16


«Non ti piace?» Domandò serio Andrea, prendendo il giornale e iniziando a scorrere rapidamente l’articolo sulla ragazza morta. Poi aggiunse un secco: «Tutte minchiate quelle che scrivono.» «Hai già preso il caffè?» Mi domandò. «Sì, ma ti stavo aspettando per il secondo.» Risposi io incamminandomi verso il bancone dove anche Andrea si stava dirigendo. «A proposito perché sei sempre in ritardo? Sei peggio di una donna!» Aggiunsi. «Lasciamo stare.» Fu la secca risposta di Andrea che poi rivolgendosi al barista aggiunse: «Ciao Zazà, ci fai due caffè?» Fremevo per sapere cosa sapeva lui del caso, ero molto curioso e lui giocava con me facendo l’indifferente, come se non gli interessasse affrontare il discorso. Sapevo perfettamente però che così come io volevo ascoltare, lui voleva raccontare. «Allora?» Azzardai. «Andiamo a prendere un po’ d’aria fresca.» Propose uscendo dal bar. Era una bella giornata e decidemmo di sederci sul muretto di fronte al bar che era il muro di contenimento di un vecchio canale maleodorante e sporco ma che in mancanza d’altro avevamo eletto a panchina. Almeno lì potevamo parlare indisturbati e al riparo da commenti di altri avventori che affollavano il bar e stavano commentando a loro volta la notizia. A quanto pare non si parlava d’altro a Sassuolo e ognuno aveva una ipotesi o suggeriva una pista e addirittura alcuni avevano già in mente un colpevole. Chiaramente non erano altro che chiacchiere da bar, appunto, senza nessun fondamento e a parte rari casi, senza capo né coda. Pettegolezzi per ammazzare il tempo. In un paese tranquillo, dove non succedeva mai nulla, o quasi, era logico che l’accaduto avesse acceso la curiosità di tutti e il passatempo preferito era sparare cazzate a proposito dell’omicidio. «Mio cugino mi ha detto che un amico poliziotto gli ha detto che... » Diceva uno. «Il fratello della figlia del mio vicino conosce uno 17


che sa chi è stato!» Era il commento di un altro. «Quello dell’orto, il signore che ha trovato il corpo, è un maniaco. Me lo ha detto mia zia che lo conosceva quando era giovane.» Quasi sussurrava una signora. E così via in un’infinità di commenti e chiacchiere senza senso ma che riempivano il tempo e spezzavano la monotonia di una vita sempre uguale dove i giorni si susseguivano uno identico all’altro. Mancava solo qualcuno che tirasse fuori il mostro di Firenze o Jack lo squartatore, diversamente si diceva tutto e il contrario di tutto. Io per lo meno potevo contare su una fonte sicura. Non era escluso che arrivassi anche io a conclusioni sballate, ma almeno avevo una base solida da cui cominciare ed era Andrea, il quale iniziò a parlare mentre io mi accendevo una sigaretta. «Molto giovane, non più di 20 anni, latino-americana, non identificata, sembra che avesse avuto rapporti sessuali poco prima di morire. È stata trovata completamente nuda, con tagli particolari al seno.» Fu il resoconto telegrafico di Andrea. Rimasi un attimo senza parole. Poi iniziai con una raffica di domande. «Causa della morte?» «Al momento ancora non sappiamo, l’unica cosa certa è che non le hanno sparato né l’hanno accoltellata o picchiata. A parte i tagli al seno il corpo è integro.» «Dimmi delle ferite al seno.» «Sono tagli netti e precisi. Di certo non possono avere causato la morte, il medico legale, sebbene ancora con molta cautela, ritiene che la poveretta avesse protesi al seno.» Rimasi colpito da quella rivelazione che aveva implicazioni importanti e gettava un alone di ulteriore mistero sul delitto. «Un feticcio che l’assassino ha voluto tenere per sé per rivivere il momento ogni volta che ne ha voglia?» «Potrebbe essere.» Poi aggiunse: «O molto più semplicemente le protesi avrebbero fornito una pista per l’identificazione della sfortunata o chissà dello stesso assassino.» «Vero.» Commentai. 18


«Alle, la stampa non sa nulla delle protesi. Sanno solo dei tagli. Mi spiego vero?» «Certo.» «Quando è stata uccisa?» «Esattamente non sappiamo ancora, ma non molto tempo prima del ritrovamento secondo la scientifica. Forse addirittura la sera o la notte precedente.» «I vestiti li hanno trovati?» «No. Però stanno ancora cercando in tutta la zona e stanno raccogliendo e catalogando tutto, incluso rifiuti, siringhe, preservativi e tutte le porcherie che lasciano le persone che popolano quei luoghi.» Beh, pensai, almeno daranno una buona ripulita. Il corpo era stato ritrovato in una zona che, sebbene si trovasse a poca distanza dal centro della città, era praticamente aperta campagna. A pochi metri dal fiume Secchia. Lì resistevano le poche famiglie che si dedicavano ancora all’agricoltura, un paio di caseifici e un allevamento di vacche. Di notte era un luogo poco illuminato, ma tutto sommato, considerato sicuro. Per questo era frequentato, in particolare il fine settimana, da giovani coppie che vi andavano per appartarsi e godere di fugaci attimi di passione protetti dalla vegetazione e dall’oscurità che avvolgeva i campi coltivati. «Orme vicino al corpo? O segni di pneumatici?» «No. O meglio, un’infinità, visto il luogo. Tutti i fine settimana passano di lì decine di auto.» «Sì, però, se non erro, il corpo dev’essere stato lasciato prima del fine settimana, per cui qualcuno potrebbe aver visto o sentito qualcosa.» «Speriamo si possa ricavare qualcosa di interessante dagli abitanti del luogo. Li stanno interrogando.» «Impronte?» «Una, parziale. Ci stanno lavorando. L’hanno mandata a Modena per verificare. Era su un anello che la ragazza aveva ancora al dito. Un piccolo anello a forma di cuore con superficie piana sulla quale è rimasta l’impronta. È stato difficile toglierlo, era molto stretto, e questo è forse il motivo 19


per cui l’aveva ancora, a meno di non voler pensare che sia sfuggito all’assassino.» «È già qualcosa!» Esclamai. «Sì, sempre che l’impronta non risulti essere di qualcuno incensurato.» Commentò Andrea con tono pessimista. Probabilmente non contava molto su quell’impronta. «Sperma?» Aggiunsi. «Presto per dirlo.» Fu la risposta telegrafica di Andrea. «Capelli, peli o simili?» «Idem.» «Testimoni non ne parliamo nemmeno, vero?» Domandai sicuro della risposta. «Bravo. Non ne parliamo. Anche se stanno ancora finendo di interrogare i pochi residenti.» «Qualcosa che io abbia dimenticato e tu voglia cortesemente aggiungere?» Gli dissi in tono canzonatorio.» «Non prendermi per il culo, Alle.» «Dico sul serio.» Tentai di rimediare, sorridendo. «Credo che la prossima settimana andrò a fare una visita a Giovanni Testaro, il marito della tua amica, Marya o come si chiama.» «Marisol!» Lo corressi io. «Sì lei!» «Non male come inizio.» Commentai: «Però non mi risulta che tra tutte le schifezze che arricchiscono il curriculum criminale di Testaro ci siano gli omicidi. Anche se c’è sempre la prima volta.» Conclusi. «Sì, anche se non vado certo con la speranza che si penta e confessi, spero di ottenere qualche informazione e approfitterò per dare un’occhiata in giro.» «Parli come se fossi sicuro della sua colpevolezza.» Commentai. «Non sono sicuro che sia colpevole.» Si corresse Andrea: «Però quando c’è puzza di merda lui è vicino e non c’è Sud Americana in zona che non sia passata, in un momento della propria vita, dai locali di Testaro.» 20


Giovanni Testaro, cinquant’anni circa, era il boss della zona. Era proprietario di svariati locali, tra i quali spiccavano i night club e le discoteche dove in maniera più o meno velata si dedicava a favorire il mestiere più antico del mondo traendone lautissimi guadagni. Aveva un debole per le ragazze sud americane di cui erano pieni i suoi locali e che dopo l’invasione delle russe e delle nigeriane, erano un buon diversivo per gli habitué del sesso a pagamento. «Intanto potete sempre lavorare sull’impronta.» Dissi. «Sì, piuttosto che un calcio nelle palle.» Concluse laconicamente Andrea. «Tienimi informato.» Gli intimai: «Anche se non credo che ti dirà granché.» Andrea guardò l’orologio poi con l’aria di chi si appresta a un sacrificio aggiunse: «Caro Alle si sta facendo tardi, oggi sono di servizio.» Effettivamente era già quasi mezzogiorno il tempo era volato come sempre succede in buona compagnia. «Lavori al Sabato?» Mi stupii. «Con questa novità il commissario sta diventando matto; ore extra per tutti fino alla soluzione del caso.» Spiegò Andrea. «Ah!» Esclamai: «Ciao Serpico.» Andrea si incamminò verso l’auto sorridendo. Avevo l’impressione che questa faccenda sarebbe stata una gran rottura di palle per la polizia. Quello che non sospettavo nemmeno in quel momento è che presto lo sarebbe diventata anche per me. Il resto del Sabato passò stancamente tra una briscola e un bigliardino finché, annoiato e stanco verso le sei decisi di andare a casa. Poche decine di metri separavano il mio appartamento dal bar ma furono sufficienti affinché, nel tragitto, anche la mia mente oltre alle gambe si mettesse in moto rielaborando le informazioni che mi aveva dato Andrea. Feci appello alle mie conoscenze di criminologia per cercare di capire se l’accaduto potesse essere opera di un maniaco o fosse solo il risultato di uno sgarro nel mondo della prostituzione o 21


della droga o effetto della gelosia di un marito o fidanzato. I tagli sul seno di certo erano il segnale più evidente dell’opera di un maniaco. La tipologia di vittima giocava a favore di entrambe le tesi. La scena del crimine, così come l’aveva descritta Serpico, poteva adattarsi al modus operandi di un assassino c.d. organizzato, ossia un tipo di assassino che pianifica tutto con estrema cura tanto da compiere, in alcuni casi, quello che, all’apparenza, potrebbe essere considerato il delitto perfetto: non lascia tracce, ha con sé tutto l’occorrente per arrivare al risultato prefissato, siano corde, coltelli o altri strumenti, che evita di abbandonare nelle vicinanze della scena del crimine. È uno insospettabile, nella maggior parte dei casi, di sesso maschile tra 30 e 40 anni di età al momento di compiere il primo delitto, con una vita all’apparenza normale. Quasi sempre è spinto da motivazioni interiori molto profonde e forti a livello psicologico che decide di mettere in atto dopo un periodo di immaginazione durante il quale immagina, appunto, più e più volte il delitto che poi, spinto da pulsioni irrefrenabili, mette in pratica. Tali pulsioni sono quelle che non gli permettono di fermarsi spinto dalla compulsione a ripetere il comportamento, dopo un periodo più o meno lungo di raffreddamento emotivo. In questo periodo freddo l’assassino è tranquillo, appagato da quello che ha fatto e che continua a rivivere nella sua mente. Spesso porta con se feticci che possono essere vestiti, gioielli o anche parti del corpo della vittima, come sembrerebbe essere successo in questo caso. La cosa più preoccupante da questo punto di vista, era proprio che se davvero si trattava dell’opera di una mente bacata in preda al delirio, non si sarebbe fermato e ci sarebbero stati altri omicidi, una volta che, terminato il periodo di appagamento emotivo il drogato di morte avrebbe avuto bisogno di una nuova dose. Intanto ero arrivato a casa e tornai alla realtà cercando di scacciare dalla mia mente quei pensieri. Hai letto troppi libri, Alle, dissi a me stesso. Entrai nel mio piccolo appartamento con l’intenzione di 22


sistemare un po’ il disordine. Poi mi misi al computer per preparare le relazioni di servizio arretrate, le inviai per e-mail sentendomi molto più rilassato non appena lessi messaggio inviato sullo schermo. Quelle due parole mi permisero di abbassare la saracinesca sulla questione lavoro e godermi in tranquillità quello che rimaneva del week end. La Domenica mattina il sole splendeva su Sassuolo, la primavera sembrava proprio essere arrivata e con essa anche la gioia di vivere dopo i grigiori dell’autunno e dell’inverno. Le famiglie e i ragazzi affollavano le strade e le autostrade in direzione del mare e della montagna per non perdere nemmeno un giorno della stagione che stava iniziando. Mi svegliai sorridendo alla vista dei raggi di sole che filtravano tra le tapparelle e dopo un buon caffè, elisir per collegare i neuroni col mondo esterno, mi catapultai sul balcone a godere del calore del sole come un animale uscito da un lungo e triste letargo fatto di tv, partite a carte, noia, e solitudine. Non andrò al mare né in montagna. Mi godrò la mia città silenziosa e oziosa. Avrò occasione nelle prossime settimane di frequentare spiagge fino a stancarmi, pensai. Questa infatti era la stagione in cui l’agenzia per cui lavoravo riceveva ogni anno l’incarico da grandi marche della moda italiana, e non solo, di indagare i venditori ambulanti che affollavano le spiagge dai Lidi Ferraresi fino alla Riviera del Conero, da un lato e da San Remo alla bassa Toscana dall’altro, con particolare attenzione alla Riviera Romagnola, mecca della contraffazione. Lo scopo di tutto questo era cercare di risalire dall’ultimo anello della catena, il venditore da spiaggia o vu’ cumprà fino al distributore e/o produttore cercando di togliere dal mercato il maggior numero possibile di pezzi contraffatti, fossero essi magliette, costumi, orologi o occhiali da sole. Questo mi avrebbe permesso nei mesi a venire di passare almeno quattro giorni la settimana in spiaggia, spesato e pagato anche se male. In alcuni casi avevo ottenuto buoni risultati. Partendo da un ambulante a Rimini, dopo varie vicissitudini che mi avevano 23


portato a passare per Roma, Piazza Vittorio in particolare; Latina, zona industriale e Ostia, ero arrivato a un deposito a Civitavecchia dove, allertata la Guardia Di Finanza, avevamo sequestrato un buon quantitativo di costumi da bagno provenienti dalla Cina. Immaginai che al bar stessero già mettendo fuori i tavoli e sorrisi all’allettante idea di un caffè comodamente seduto all’aperto scherzando con gli amici. Però mi assalì il pensiero della ragazza morta e allora accesi la tv sul canale locale per sapere se ci fossero novità. La prima notizia, come era ovvio aspettarsi, riguardava il caso e dopo aver ripetuto quello che già anche le pietre sapevano, presentarono quella che era la notizia del giorno, sforzandosi di dare un tono di drammaticità non necessario viste le circostanze: “secondo fonti vicine agli inquirenti”, iniziò con espressione seria la giornalista, “ il caso potrebbe avere una relazione con gli omicidi di prostitute avvenuti alcuni anni fa nelle campagne intorno a Modena”. Cazzo, non ci avevo pensato, dissi a me stesso. Effettivamente alcuni anni prima c’erano stati alcuni casi di omicidi che avevano avuto tra loro alcune similitudini; rimasti irrisolti, avevano catalizzato l’attenzione dei media che per un lungo periodo di tempo avevano speculato sull’esistenza di un presunto serial killer. Le vittime erano prostitute e, in molti casi, tossicodipendenti; tutte erano state uccise con modalità molto violente anche se differenti tra loro: a bastonate alcune, accoltellate altre. Si erano cercate analogie anche con alcuni casi avvenuti fuori dalla provincia di Modena, poi, come sempre accade, in mancanza di notizie clamorose, che facessero audience il caso, giornalisticamente parlando, era diventato poco interessante e non se ne seppe quasi più nulla. Oggi, dopo più di dieci anni, era nuovamente alla ribalta e si parlava ancora una volta del serial killer delle prostitute. Anche i canali nazionali si stavano occupando del caso, 24


sebbene in maniera molto più contenuta e dedicandovi poche parole. I mezzi di informazione locali, al contrario, erano in fibrillazione. Le Televisioni seguivano il caso con collegamenti in diretta dal luogo del ritrovamento quasi ininterrottamente. I giornalisti e i curiosi si affollavano rendendo il lavoro della polizia molto più difficile e contribuendo a inquinare la scena del crimine. Si prospettava una calda primavera e una bollente estate se non avessero risolto il caso in fretta e io non potevo fare a meno di pensare a quello che aveva detto Andrea: “la settimana prossima andrò a visitare Testaro”. L’associazione di idee immediatamente fece sì che la mia mente volasse a Marisol, la moglie di quel furfante che avrei volentieri visto in galera. Marisol era tutto ciò che un uomo potesse desiderare. Bella, simpatica, provocante e ingenua allo stesso tempo, sensuale, con un corpo da urlo e che per di più mostrava generosamente con un abbigliamento ridotto ai minimi termini. Come se non bastasse, era straniera, colombiana per essere precisi, il che le dava un tocco esotico che contribuiva a un quadro d’insieme da sogno: pelle color cannella, occhi che del miele avevano il colore e la dolcezza, Capelli castano scuro, labbra da baciare che quando parlavano, mescolando italiano e spagnolo, davano origine a una melodia che stimolava sogni caraibici, spiagge, costumi da bagno, olio abbronzante e avventure. Era originaria della Colombia, di una piccola città al confine col Venezuela chiamata Cucuta, che aveva abbandonato a 17 anni attratta dal sogno di una vita migliore e dall’illusione di potersi creare un futuro che in Colombia nemmeno immaginava. Io l’avevo conosciuta alcuni anni prima al ristorante che gestiva appena fuori Sassuolo insieme a Yelitza amica e confidente che aveva strappato alle grinfie del marito. Quando tutti i clienti se n’erano ormai andati, Andrea e io eravamo ancora al nostro tavolo chiacchierando e ridendo 25


sotto l’effetto di qualche bicchiere di birra e rum di troppo. Lei si era avvicinata per sbatterci fuori e poter finalmente chiudere, pensai; invece con un sorriso che ci fece passare la sbornia in un secondo disse: «Posso sedere con voi? Non mi fate andare a dormire por lo meno fatemi stare in compagnia.» Disse con un incantevole accento straniero. Come dire di no? Non capitava tutti i giorni che una ragazza si offrisse di sedersi con noi, una così bella poi, era quasi un miracolo. «Certo! Benvenuta! Lui è Andrea, io mi chiamo Alle. È un piacere conoscerti.» Le dissi. «Io sono Marisol, piaciere mio!» Lo disse pronunciando male la parola piacere dando un tocco comico alla frase. Ridemmo e lei tentò di giustificarsi dicendo che era straniera e che ancora non aveva imparato bene l’italiano. «Non c’è problema.» Dissi: «Parli benissimo. Comunque se vuoi lezioni private sono disponibile, ho molto tempo libero.» «Alle, dalle almeno il tempo di sedersi prima di provarci. Così la fai scappare subito!» Commentò Andrea. Ridemmo e così proseguì una notte incantata che avrei desiderato non finisse mai. Mari ci raccontò storie e avventure di quando da bambina viveva in Colombia, in una zona rurale sotto il controllo delle FARC. Erano anni difficili, nel pieno di una guerra contro lo stato colombiano, i guerriglieri rapivano bambini e giovani per arruolarli. Il padre di Mari decise di lasciare l’attività di agricoltore e si trasferirono tutti, madre, padre, e sette figli a Cucuta, piccola città al confine con il Venezuela, dove i tentacoli dei guerriglieri paramilitari non arrivavano. La vita fu sempre difficile, il lavoro di agricoltore per lo meno garantiva che il cibo sulla tavola non mancasse mai; in città era differente. José, il padre di Mari lavorava nell’edilizia a giornata e quello che guadagnava non bastava mai; la casa in cui vivevano era di fango e canne e ci vollero anni prima che potessero sostituirla con una di mattoni, anche se per chiamarla casa ci voleva comunque una buone dose di immaginazione. La 26


madre, Consuelo, cuciva per una delle prime fabbriche di abbigliamento che stavano sorgendo a Cucuta e che presto si sarebbero moltiplicate favorite dal commercio con l’allora più prospero e ricco Venezuela. Finché non conobbe Giovanni che la portò in Italia con la promessa di una vita migliore e fece di lei la signora Testaro. «Cosicché tu sei la moglie di Giovanni Testaro?» Domandò Andrea visibilmente stupito. La notizia era arrivata come una coltellata. Avevamo di fronte la moglie di un personaggio a dir poco discutibile. Il Re del sesso come lo chiamavano, non perché fosse in grado di prestazioni maiuscole ma per gli innumerevoli locali notturni di cui era proprietario e dove il sesso e le prostitute regnavano sovrani. Mi sorpresi della notizia; anche se poi pensandolo meglio non era così strano che una ragazza povera che aveva vissuto privazioni inconcepibili avesse accettato di sposare un uomo brutto, grasso, che suscitava ribrezzo e che aveva il doppio dei suoi anni, per migliorare la sua vita e quella dei famigliari rimasti in Colombia. Mari e Giovanni si erano conosciuti in Colombia dove lui andava, ufficialmente in vacanza ma, di fatto, a cercare belle ragazze esotiche da far lavorare nei suoi locali. Le più fortunate, poche a dire la verità, finivano a fare le ballerine o cubiste, le altre erano avviate al ben più redditizio lavoro di escort per usare una parola tanto di moda o prostitute, per usarne un’altra che rende meglio l’idea. La storia e il destino di Mari erano legati a Giovanni ancor prima che divenisse ufficialmente la signora Testaro. Mari aveva solo 17 anni era già bellissima e aveva tanti sogni. Le televonelas, il cinema, le modelle, le riviste di moda e i concorsi di bellezza rappresentavano la speranza e l’illusione di uscire da un mondo difficile e fatto di estrema povertà e poche o nessuna prospettiva che non fosse quella di una vita seduta a una macchina da cucire confezionando magliette e jeans in cambio di un miserabile stipendio che non bastava nemmeno per comprare da mangiare per la famiglia. 27


Fu così che attratta dalle menzogne di Giovanni e dalla promessa di una vita nel mondo dello spettacolo e per di più in Italia, Marisol accettò di seguirlo come un Messia apparso per realizzare i suoi sogni. Quello che trovò ad aspettarla in Italia aveva ben poco a che fare con riviste di moda, servizi fotografici, cinema e tutto il resto che le avevano promesso. Finì in uno dei night di Testaro ad allietare vecchi e annoiati signori o giovani depravati. Accettò la proposta di matrimonio di Giovanni solo per uscire dall’inferno in cui era caduta ma presto cadde in un incubo più profondo dal quale le pareva non si sarebbe mai svegliata. Doveva sottostare al volere di Giovanni in tutto e per tutto. Viveva costantemente sotto minaccia di suo marito e dei suoi fidi cani da guardia, Giuseppe Pino e Salvatore Totò. La serata non si era conclusa che al mattino seguente. Quando uscimmo dal ristorante accompagnati da Mari, stava facendo giorno. Alla luce dei primi raggi di sole Mari era ancor più bella. Ci salutammo con la promessa che ci saremmo rivisti presto, ci scambiammo i numeri di telefono ci stringemmo la mano scambiando sorrisi che sapevano di cospirazione trama e tradimento. Ci eravamo piaciuti subito, la molla era scattata anche se poi l’ingranaggio non si era messo in moto e la nostra era rimasta una relazione platonica dove la fase del corteggiamento sembrava non dover mai terminare. Da parte mia vi era la paura di spezzare un incanto e da parte sua quella ben più pratica del marito. Marisol Rodriguez era coniugata Testaro e questo era già di per sé ragione sufficiente per avere paura e scacciare anche il solo pensiero di avventure e tradimenti. Una volta in macchina nel tragitto verso Sassuolo Andrea mi aveva guardato con occhi stanchi e aveva detto: «Alle, stai attento perché quella è una donna pericolosa, vacci piano!» «Tranquillo.» Dissi sorridendo: «Il cuore si spezza una sola volta, il resto sono solo piccole ferite.»

28


CAPITOLO 2

Tra le varie piste che la polizia stava seguendo nelle indagini su quello che era stato battezzato come il delitto del Secchia, non esclusa quella del serial killer, c’era quella che portava allo spaccio, alla prostituzione, e al giro dei locali notturni dove si congregavano i personaggi più strani e loschi di Sassuolo e dintorni. Primo della lista per onori ricevuti sul campo Giovanni Testaro. L’ispettore Andrea Filippi fu il prescelto dal commissario Bazzi per l’ingrato compito. I due non avevano molta simpatia l’uno per l’altro e quando c’era qualche rottura di palle, il commissario la passava ad Andrea che aveva l’unica colpa di portare sulle spalle mostrine meno importanti anche se giustificava la cosa con il fatto che Testaro era cresciuto nello stesso quartiere di Andrea. Al di là delle antipatie era la scelta migliore; il commissario Bazzi non sarebbe stato capace di elaborare una buona strategia in una partita a Risiko figuriamoci in un interrogatorio. Era un fighetto come diceva Andrea; laureato, aveva passato il corso per Vice Commissario non si sa come e poi, come era logico 29


aspettarsi, era finito dietro una scrivania e rare erano le volte che lo si vedeva altrove. Conosceva a memoria la procedura ed era sempre pronto a citare qualche articolo di leggi e codici ma della strada e di quello che succedeva fuori dalle quattro pareti del suo ufficio non sapeva un cazzo. Andrea si diresse quindi verso Fiorano dove sorgeva la lussuosa villa di Testaro Giovanni anni 56, magnaccia, porco, picchiatore & Co. Arrestato in differenti opportunità, aveva soggiornato in un paio di occasioni presso le patrie galere ma in entrambi i casi la sua permanenza non era durata a lungo, per lo meno non abbastanza. La villa sorgeva su una collina dalla quale si poteva dominare la valle sottostante e la strada che l’attraversava, cosa che faceva pensare a una scelta non casuale. Una posizione strategica che, visto il mestiere di Giovanni, permetteva di conoscere con un po’ di anticipo l’arrivo di ospiti non invitati e indesiderati. Una dimora stupenda, antica e di valore storico, in passato era stata di qualche famiglia nobile della zona. Immersa nel verde dell’immenso giardino, con due piscine e vari gazebo e chioschi, era un luogo paradisiaco dove certo non ci si sarebbe aspettati di trovare un padrone di casa come Giovanni che nulla aveva in comune con luoghi tanto ameni. Una squadra di giardinieri e camerieri era sempre pronta per qualsiasi capriccio del proprietario che usava e abusava di questo suo privilegio. Il fatto poi che i giardinieri sotto le uniformi portassero la pistola indicava senza ombra di dubbio qual era la vera occupazione di ognuno. Giunto di fronte alla casa un cane da guardia abbaiò attraverso il citofono: «Hai un mandato?» Ringhiò Totò, uno dei fidi collaboratori di Giovanni, senza nemmeno salutare; cosa che non sorprese Andrea visti i personaggi che bazzicavano in quella casa. «Buongiorno anche a lei conte, vorrei parlare con Giovanni e non ho nessun mandato.» Fece una breve pausa per sottolineare quello che seguiva: «È una visita di cortesia.» Aggiunse gentile e ironico Andrea anche se era sicuro che non avrebbero colto il sottile sarcasmo delle sue parole. 30


Così come sapeva che di cortesia ci sarebbe stato ben poco. Il citofono si fece silenzioso e passarono alcuni minuti durante i quali Andrea immaginò che il mastino stesse informando il capo poi tornò a parlare. «Passa!» Disse secco Totò. A quelle parole il portone si aprì e Andrea si diresse deciso verso la villa percorrendo lentamente i 200 metri di ciottolato che la separavano dall’ingresso. Passando di fianco al guardiano che lo aveva accolto tanto gentilmente, Andrea si sentì obbligato a ricambiare tanta cortesia, per cui abbassò un po’ il finestrino, gli rivolse un accenno di sorriso e mise fuori una mano stretta a pugno con solo il dito medio alzato. Il rumore dei ciottoli a contatto con i pneumatici dell’auto di Andrea copriva in parte le carinerie che il cane lupo stava vomitando verso di lui. «Fanculo strunzo.» A sorrata, pensò Andrea. Dopo queste breve e piacevole intermezzo di poesia e cultura vernacolare Andrea, ormai in vista della casa, vide che Giovanni lo stava aspettando sulla porta. Parcheggiò l’auto di fianco a un Mercedes che doveva essere di Mari, dal momento che gli risultava che Testaro usasse solo Porsche e Ferrari. Scese dall’auto e si diresse deciso verso Giovanni che lo guardava con espressione seria. Non era la prima volta che i due si vedevano o avevano a che fare. In numerose altre occasioni Andrea aveva avuto il piacere e la fortuna di parlare con Giovanni. «Buongiorno Giovanni.» Salutò Andrea. «Che cazzo sei venuto a fare?» Sbottò Giovanni senza perdere tempo in saluti. «Avete studiato tutti nella stessa scuola qui? Non mi inviti a entrare?» Disse ironico Andrea. «Ah, scusa.» Rispose Testaro con espressione di finto pentimento. Fece una pausa e poi: «Signorino entri non vorrei che si dicesse che il signor Testaro» e sottolineò signor Testaro con un tono di voce più alto, «non collabora con i tutori dell’ordine che tanto bene fanno alla nostra società.» 31


Andrea rise ed entrò in casa. Giovanni lo scortò fino a un tavolo e si sedettero. L’ambiente era molto lussuoso però denotava una mancanza di gusto e stile che rispecchiava in pieno la personalità dell’anfitrione. Mobili barocchi e pacchiani insieme a tavolini e lampade new age. Alcuni tocchi di stile suggerivano che forse Mari consigliava al marito alcuni degli acquisti dell’arredamento. In generale la casa dava l’impressione di un magazzino mal assortito così come mal assortita era la coppia dei padroni di casa. Per quanto Mari si sforzasse di dare un senso di bello alle stanze, era impossibile con un caprone come Giovanni che comprava tutto ciò che era caro senza badare allo stile o all’arte, pensando che l’alto prezzo pagato fosse sufficiente a dargli importanza o dimostrare il suo potere. Caro per lui era uguale a bello e questo bastava. Quando furono seduti Testaro gridò in direzione di quella che doveva essere la cucina: «Portaci due caffè! E poi sparisci che devo parlare con il mio amico.» Sottolineò quell’ultima parola con un sorriso talmente viscido che avrebbe spaventato un cobra. «Allora?» Fece Giovanni serio: «Cosa sei venuto a fare?» «Diciamo che voglio sapere chi ha ucciso la ragazza, ma non mi illudo certo che tu me lo dica.» Attaccò Andrea, che poi proseguì con tono deciso: «Quindi, mi accontento se mi dici chi era, da dove veniva, per rimandare alla madre un corpo sul quale piangere e pregare.» Giovanni scoppiò in una grossolana e offensiva risata che interruppe solo all’arrivo della cameriera con i caffè. Andrea non poté fare a meno di notare la tipica bellezza caraibica: pelle color cannella, occhi caffè, curve sinuose come le onde di un mare tentatore e pericoloso. Doveva essere cameriera in casa Testaro di giorno e cubista o peggio di notte. Giovanni la liquidò con un gesto secco che lasciava intendere chiaramente che doveva andarsene in fretta mentre Andrea le rivolse un sorriso che lei ricambiò con dolcezza creando scompiglio negli ormoni del povero ispettore, che sebbene 32


sposato, santa donna la moglie, non era immune al fascino femminile. «Bevi il caffè sbirro o si raffredda.» Lo distolse dai suoi viaggi mentali Giovanni. «Un’altra delle tue ragazze?» Chiese Andrea riferendosi alla cameriera. «Sì, un’altra povera anima che ho salvato dalla strada e dalla povertà offrendole una casa e un lavoro.» Disse Giovanni. «Sì, lo so che sei un santo.» Fu il commento ironico di Filippi. «Sto aspettando la risposta.» Disse Andrea, deciso. «Non la conosco! So solo quello che ho letto sui giornali, come tutti del resto.» Rispose Testaro che poi aggiunse: «E se questo è quello che volevi sapere hai fatto il viaggio per niente.» concluse ringhiando. «Forse tu non la conoscevi, anche se non ci credo, però qualcuno dei chierichetti che fanno parte della tua Chiesa sì.» Buttò lì Andrea. «Nessuno!» Disse secco Giovanni. «Chiaro.» Esclamò Andrea in tono ironico che subito dopo aggiunse: «E di Cocaina pura non sai nulla, vero?» «Uè guaglio’! Così mi stai mancando di rispetto! Lo sapete che non mi metto con quelle porcherie.» Sbottò un Testaro indignato anche se poco credibile. L’ispettore si rese conto che non sarebbe arrivato da nessuna parte. L’atteggiamento di Giovanni era molto ostile, aveva eretto un muro. Giocò la sua carta. «Giovà» disse cercando di imitare l’inflessione napoletana, «finiamola con le cazzate, lo sanno tutti che non c’è sud americana o caraibica in zona che tu non conosca.» Silenzio. Giovanni lo guardava in silenzio, con un sorriso beffardo che gli solcava la grassa faccia. «Dal momento che io sono sicuro che ci sei dentro fino al collo» proseguì Filippi, «faresti bene a raccontarmi qualcosa.» Poi, quasi con delicatezza, aggiunse: «O a fare in modo che qualcuno me lo racconti. Non vorrai che il tuo atteggiamento negativo non faccia altro che confermare la mia tesi?» Concluse Filippi sfidandolo con lo sguardo. 33


Giovanni lo guardò con occhi accesi di ira, aveva colto il senso di quello che intendeva Andrea e sentiva di aver sottovalutato il suo interlocutore. Però con la prepotenza che lo caratterizzava e la presunzione di essere intoccabile disse: «Puoi andare sbirro.» E si alzò dirigendosi alla porta. Andrea lo seguì e infilò la porta senza dire altro. Nei pressi della sua auto, si girò in direzione di Giovanni che seguiva ogni suo movimento con lo sguardo. «Ah, dimenticavo, dovresti metterti a dieta, non vorrei che il colesterolo o la pressione alta ti ammazzassero prima che io possa arrestarti.» «Statte accuorto guagliò!» Gridò Giovanni. Andrea era già in auto e percorreva la via ciottolata verso il cancello dove lo stesso mastino di poco prima lo attendeva con occhi accesi di odio e sbavando come un Bull Dog. «Statte buono sbirro.» Gli disse il cane Totò che poi aggiunse: «‘A prossima vouta ca veni a scassà o cazzo, sarà a’ ultima.» Andrea si portò istintivamente la mano alle palle, infilò il cancello e se ne andò senza ricambiare le dolci parole. Quando Filippi rientrò, il Commissariato sembrava un mercato: gente che andava e veniva, chi parlava al telefono, chi gridava, vari agenti scaricavano casse e borse dal furgone della scientifica appena arrivato dal luogo del delitto dopo l’ennesimo sopralluogo. Il commissario rintanato nel suo ufficio parlava al telefono probabilmente informando il questore delle ultime decisioni prese e della strategia da seguire nell’indagine. Era più teso del solito e giocherellava con una penna che picchiettava sulla scrivania segno che il questore esigeva da lui quello che non poteva dargli: risultati. E rapidi per di più. Andrea attraversò il corridoio che conduceva al suo ufficio e vi si rintanò per preparare un resoconto dell’incontro con Testaro, da mandare al commissario. Non che avesse granché da dire o scrivere ma le formalità erano importanti per il commissario Bazzi e leggere rapporti era una cosa che gli riusciva bene. Una delle poche. 34


Mentre scriveva sintonizzò la piccola radio che teneva accanto alla scrivania sulle frequenze di Radio Ceramica, emittente locale, per sapere cosa dicevano del caso. In quel momento stavano intervistando uno dei pochi abitanti della zona: «In che mondo viviamo. Era un paese tranquillo e adesso tutti quei marocchini e tunisini. Sono dei delinquenti, hanno portato criminalità a Sassuolo.» «Io vivo sola con mio marito e siamo vecchi, abbiamo paura. Si figuri lei che non più di 10 anni fa uno poteva lasciare le chiavi sulla porta e adesso, mamma mia! Non c’è più rispetto per niente!» Seguiva un altra intervistata: «Io vivo lì da 50 anni e non era mai successo niente di questo genere. Che animali! povera ragazza, ma come si fa ad avere il coraggio di fare una cosa simile? Sicuramente dev’essere stato un pazzo! Sì, solo un pazzo lo può fare!» «Queste le testimonianze di alcuni dei vicini della zona.» Commentava la giornalista che poi proseguiva: «Incredulità e sgomento ma anche paura e terrore sono le emozioni che vivono da quando il cadavere si una giovane donna completamente nudo con segni di sfregio... » Andrea spense la radio sospirando. Era stanco di sentire sempre le stesse cose. Decise che meritava un caffè. Si incammino al distributore automatico che stava nei pressi dell’entrata del commissariato per un momento di pausa e per cercare di riordinare le idee un po’ confuse che aveva in testa. Abbandonò l’idea del caffè quando vide l’agente Piras nel corridoio. A differenza di molti sardi Giorgio Piras era alto e snello, originario di un piccolo paese in provincia di Nuoro era al commissariato di Sassuolo da circa due anni. Era un tipo sveglio e furbo; buono come il pane, avrebbe sacrificato tutto per un amico. Efficiente preciso e obbediente fin in eccesso, 35


tutti lo chiamavano il fido Piras e tutti gli volevano un gran bene. Era contento che lo avessero mandato a Sassuolo e non voleva tornare in Sardegna perché diceva “ci sonno sollo peccore e passtori”. Però, ogni volta che poteva, tornava nella sua terra e al rientro in commissariato c’erano formaggi e salumi per tutti; vino, olio e altre prelibatezze che distribuiva generosamente ad amici e colleghi. «Agente Piras.» Lo chiamò Andrea. «Commandi ispettore!» Fu la pronta risposta di Piras. «Lasciamo stare i comandi Piras, solo un favore.» Lo rimbrottò Andrea. «Dicca ispettore.» «Tu hai interrogato gli abitanti della zona del delitto vero?» «Sissignore.» Dall’espressione del suo volto l’ispettore notò che Piras era già entrato nella parte del fido segugio. «E cosa mi sai dire? È emerso qualcosa di interessante?» Piras era così preciso e pignolo che nessuno più di lui era adatto per il lavoro che gli era stato affidato. In alcune occasioni aveva annotato tra le dichiarazioni rese da testimoni anche i colpi di tosse e gli starnuti. Se c’era qualcosa da sapere, pensò Andrea, Piras lo avrebbe annotato diligentemente. «Non un gran ché ispettore.» Fu la risposta deludente di Piras che poi proseguì: «Quasi tutti sono anziani e vanno a letto presto, sa comme succedde no? Un programma in televisione e poi a dormire.» Andrea si sentì tirato in causa: «Anche io vado a letto presto dopo un po’ di televisione... » Filippi lasciò volutamente incompleta la frase. «Ispettore, mi scusi, non mi permetterei mai.» Piras era rosso in viso e quasi balbettava: «Lei lavvora molto e sicuramente sarà molto stanco la sera, questo non vuol dire che sia anziano.» Aggiunse a sua discolpa. Andrea rise: «Tranquillo Piras, non ci pensare. Continua piuttosto.» lo esortò. «Benne, come detto, quasi tutti dormivvano e non hanno sentitto né visto nulla.» 36


«Hai detto che quasi tutti sono anziani. I giovani chi sono e cosa hanno detto?» Lo incalzò Andrea. «Un ragazzo, Marco Villani, residente in zona, rientrava a casa verso le tre del mattino e dichiara che arrivando dalla parte della rotonda della circonvallazione ha visto un’auto uscire dalla stradina sterrata che porta a casa sua, vicino al circolo dei cacciatori. Il Villani scendeva e la macchina era ferma all’incrocio, poi ha imboccato la circonvallazione in direzione della ex fonderia. Quando il Villani è passato accanto alla macchina questa aveva i fari alti che gli a hanno impedito di vedere; proseguendo oltre quello che ha visto è stato attraverso lo specchietto retrovisore. Non è sicuro, viste le circostanze, ma gli sembrava un modello Fiorino, bianco o forse beige o grigio, comunque chiaro.» «Nient’altro?» «Un signore si era addormentato sul divano guardando la tv e risvegliatosi nel cuore della notte è salito alla sua camera da letto, che sta al piano superiore della casa. Dice che nella zona dove stanno i campi di mais, di fatto a non più di 200 metri dal luogo del ritrovamento, ha visto le luci degli stop di un’auto di cui però non saprebbe dire né colore né modello. Gli sembrava chiara. Dalla stessa sono scese duo o tre persone non sa con certezza, la zona è priva di lampioni.» «È tutto?» Chiese Filippi. «Mi dispiace di non avere di più per lei ispettore.» Si giustificò Piras. «Molto bene Piras, ottimo lavoro. Grazie.» Andrea lo salutò e se ne stava andando quando richiamò l’agente. «Giorgio fammi un favore.» «Commandi ispettore.» «Ti ho già detto di lasciare stare i comandi.» «Scusi è più forte di me.» «Ok, ok, lasciamo perdere.» Disse Andrea. Poi, serio, aggiunse: «Vediamo se riesci a rintracciare qualche coppietta che quella sera cercando intimità si è rifugiata tra quel mais... mi intendi, vero?» 37


«Certo dottore.» Disse con sguardo d’intesa sorridendo. «Adesso anche dottore?» «Mi scusi, ispettore.» Balbettò ancora Piras. «Vai, vai, conto su di te. Se scopri qualcosa mi chiami a qualsiasi ora.» «Certo.» «Ciao Piras e grazie.» «Arrivederci ispettore.» Passai i tre giorni seguenti tra la province di Verona, Brescia e Bergamo chiedendo preventivi per l’acquisto di computers, la cui finalità era verificare chi offriva il software originale con tanto di licenza e chi no. Era uno degli incarichi affidatomi dall’agenzia di investigazione per cui lavoravo e sebbene non fosse certo tra i più stimolanti o interessanti, mi permetteva di vedere luoghi che mai avrei sognato esistessero o dove la gente non va certo in vacanza ma che vale sicuramente la pena visitare. Inoltre, cosa non meno importante, ogni anno questo incarico mi garantiva alcune settimane complete di lavoro che non era niente male vista la mia situazione economica. Ogni giorno preparavo la mia rotta con gli esercizi commerciali da visitare fossero grossisti, grandi magazzini o semplici negozi di paese. Chiedevo un preventivo e aspettavo che me lo preparassero guardando un po’ in giro e poi me ne andavo. Stendevo una rapidissima e breve relazione dell’accaduto, inserendo il negoziante nella lista dei buoni o cattivi secondo l’offerta che mi faceva e ripartivo verso il successivo. Ogni giorno un posto nuovo, un hotel nuovo, nuove persone con cui parlare. Tutto ciò mi affascinava: la curiosità della gente di vedere un forestiero in luoghi dove il turismo generalmente non arrivava, le domande e le serate passate a parlare con i proprietari di piccole pensioni e ristorantini di paese. Ogni notte un letto diverso, in una camera differente, di un hotel sconosciuto in un paesino sperduto e dimenticato della nostra ricca e bella Italia. Quella settimana però ogni notte aveva in comune con le altre il pensiero assillante di quello che era successo nel 38


mio di paese. Quando mi sdraiavo e chiudevo gli occhi non potevo fare a meno di tornare sul caso della ragazza e alcune domande, sempre le stesse, sempre senza risposta, affollavano la mia mente: Chi era? Da dove veniva? Possibile che non avesse una famiglia o per lo meno amici che ne denunciassero la scomparsa? E soprattutto, chi e perché l’aveva uccisa? Sapevo che dalla risposta a queste domande dipendeva la risoluzione dell’enigma; in particolare, sapendo chi fosse la ragazza i pezzi di questo rompicapo avrebbero iniziato a trovare la loro giusta collocazione. Perché una ragazza straniera, presumibilmente latino americana, viene in Italia? Studio, lavoro, o prostituzione erano tre possibili risposte. Nei primi due casi doveva aver lasciato una qualche traccia di sé. Università e ufficio stranieri dovevano avere il suo nominativo nei rispettivi archivi e, forse, anche una foto. Nel caso fosse una prostituta quasi sicuramente era anche clandestina il che complicava molto le cose. Questo spiegava anche il perché nessuno avesse denunciato la scomparsa. In quel momento mi sovvenne di mandare un messaggio ad Andrea. “Ciao ci sono novità?” Scrissi. Non che mi aspettassi chissà cosa, però, come si dice, tentare non nuoce. In attesa di risposta, continuai con i miei pensieri che sfortunatamente non mi stavano portando da nessuna parte. Il suono del messaggio entrante mi svegliò dalle mie divagazioni. “La novità è che mia moglie stasera aveva deciso di adempiere ai suoi doveri coniugali e il tuo messaggio ha rotto l’incanto e le palle!” Non era certo la riposta che mi aspettavo però per lo meno 39


portò un po’ di buonumore e decisi di continuare sulla stessa linea. “Mi dispiace per te però sicuramente tua moglie è stata contenta che sia finito quello strazio, hehehe!” Pochi minuti dopo Andrea scrisse: “Come dicono ad Udine, suca!” Risi al sottile umorismo poi: “Prometto che appena torno ti aiuto ad adempiere come si deve ai tuoi doveri.” “Grazie per il pensiero carino, ma figure di merda le posso fare anche solo. Buonanotte!” Il gioco era finito, era tardi, gli mandai la buonanotte non senza aggiungere che ricordasse di mettere la dentiera nel bicchier d’acqua sul comodino poi, ridendo della mia stessa battuta, sistemai il cuscino dietro alle spalle per guardare la televisione; volevo cercare di distrarre la mia mente dai soliti pensieri, tenerla occupata con altro. Finalmente mi addormentai. La mattina seguente la tv era ancora accesa e io nella stessa posizione della sera precedente che mi dava l’idea di essere stato ibernato tanta era la rigidità che aveva assunto il mio corpo. Con la testa piegata su un lato e la schiena sollevata rispetto al piano del materasso dal cuscino che avevo dietro le spalle, mi sembrava che mi avessero preso a bastonate durante il sonno tanto era il dolore al collo e alla schiena e pensai che forse era la punizione per aver preso in giro Andrea. Mi sa che il vecchio sono io, mi fa male tutto. Dissi a me stesso. Cercai di stirarmi e di assumere una posizione quanto più possibile degna di un homo erectus cosa che richiese quindici minuti di stretching ed esercizi dopodiché, 40


mi vestii, feci colazione in fretta e mi misi in auto. Ero sull’Autostrada del Brennero in direzione Modena quando squillò il telefono, era un messaggio. Lo lessi mantenendo il telefono sotto il livello del cruscotto per evitare multe e decurtazioni di punti sempre in agguato. Da quando facevo quel mestiere macinavo chilometri come un camionista, avevo già preso svariate multe e i punti sulla mia patente si stavano avvicinando pericolosamente allo zero. Ancora una decurtazione anche piccola e sarebbero stati espressi con numeri negativi. Il messaggio era di Mari e la sorpresa fu tanto grande quanto inattesa! “Ciao detective, come stai, hai sentito in che cità viviamo?” Si riferiva a me sempre come detective, un po’ scherzando un po’ seriamente. Non mi piaceva molto che la gente si rivolgesse a me così però quando lo faceva lei era concesso e mi piaceva anche; mi sentivo importante. Sicuramente anche Mari aveva saputo e alludeva all’omicidio della ragazza. “Ciao preciosa.” Scrissi usando una delle poche parole di spagnolo che avevo imparato. “Io sto bene ma il mondo sembra di no.” Poco dopo ero in Autogrill per un caffè e il messaggio entrante in quel momento diceva: “Poverina quela ragaza.” Con il cuore che mi batteva a mille presi coraggio e scrissi: “Ti va di vederci stasera?” 41


Tornavo verso casa e si prospettava un lungo ponte e fine settimana abbastanza solitario; Andrea sicuramente sarebbe stato molto occupato per ovvi motivi e non avevo molta voglia di stare solo. Mi sarebbe piaciuto passare un po’ di tempo con qualcuno, magari condividere anche una cena e chiacchierare fino all’alba. Se poi quel qualcuno era Mari, tanto meglio. “Querido Ale.” Diceva il messaggio sprigionando dolcezza. “Mi piacerebe ma non posso; oggi è il turno di Pino.” Pino era uno dei due mastini di Testaro che a turno si incaricavano di vigilare Marisol quando non era al ristorante. L’altro era Totò. Tempo prima Mari mi aveva raccontato che Totò era in debito con lei; lo aveva sorpreso con una delle ragazze di Giovanni cosa che avrebbe arrecato seri problemi a Totò se Mari avesse parlato col marito. Si erano guardati negli occhi e si erano capiti senza bisogno di dire una sola parola. Quando lui era di guardia lei aveva libertà. Inoltre mi disse Mari, Totò aveva un debole per lei, che sapeva trarne vantaggio quando necessario. Oggi però era il turno di Pino e addio Mari, pensai. Mi invase un po’ di tristezza e malinconia ma presto tutto passò quando ricordai che erano attesi per la serata i risultati dell’autopsia. Forse avrei per lo meno avuto qualcosa cui pensare per distrarmi dalla mia solitudine. Inoltre nel disordine del mio appartamento avevo lasciato mezzo iniziati quattro libri e questo era sempre una gran compagnia. Fin dall’adolescenza la lettura mi aveva attratto come una bella donna, passare ore e ore con un buon libro costituiva un piacere, una sorta di fuga dalla realtà. Ogni volta che mi apprestavo a leggerne uno nuovo iniziavo una sorta di rito: lo accarezzavo, lo soppesavo, guardavo il tipo di carta su cui era stato stampato, poi passavo all’indice, alle informazioni sull’autore, la data di pubblicazione. 42


Mi ricordava un po’ la fase del corteggiamento e dei preliminari con una donna: inviti a uscire, messaggini stupidi, fiori, baci, e poi togliere la maglietta, maledire il reggiseno con chiusura di sicurezza, i bottoni dei jeans troppo attillati che non scendono dal giro coscia... Pensandoci bene molto meglio un buon libro: quando si rivela noioso lo si può lasciare senza strascichi emozionali; una donna non si può certo chiuderla in un cassetto o nella libreria; un libro non manda messaggini strappa-lacrime minacciando il suicidio, un libro non telefona, e soprattutto non parla. Un libro quando hai voglia della sua compagnia è sempre disponibile, non si deve truccare, sistemare i capelli e depilare prima di essere pronto, dopo un’attesa quasi infinita che, lungi dall’eccitare la fantasia, ha l’unico effetto di far passare la voglia. Ma il vantaggio indiscusso e indiscutibile dei libri però è che sul più bello, quando la tensione è al massimo, nel climax dell’arrapamento non dirà mai: “Scusa sono indisposta, mi fa male la testa. Non è che tu non mi piaccia, Il fatto è che giusto stamattina mi è venuto il ciclo.” A queste parole non si può chiudere una donna su se stessa e buttarla in un cassetto o regalarla ai poveri. Un libro sì! Avrei quindi passato il ponte del Primo Maggio e il fine settimana in compagnia di un libro. L’ispettore Filippi aveva dedicato un paio di giorni, o meglio, di notti a visitare vari night e discoteche della città facendo sempre le stesse domande, alle quali riceveva sempre le stesse risposte, quando era fortunato. In molti casi quello che aveva ricevuto erano più o meno velate minacce personali, alla famiglia e una serie di insulti alla moralità della madre della sorella o della moglie e così di seguito in un repertorio di improperi che arricchì di molto il bagaglio culturale dell’ispettore. Non godeva particolarmente nello svolgere il lavoro che gli avevano affidato, ma questo era quanto gli aveva ordinato il commissario Bazzi. 43


«Ogni fottuto locale, ogni cazzo di cliente di quelle topaie deve essere rivoltato come un guanto.» Aveva detto usando un linguaggio che non gli si confaceva e che attribuì al tutto un tocco di comicità. Come se non bastasse aveva aggiunto che presentiva che il crimine fosse opera di un maniaco e che quindi era da ricercare esattamente tra i pervertiti che frequentano night, locali di spogliarello, Lap dance e tutti quei luoghi di perdizione e dubbia moralità. «Commissario, scusi se mi permetto.» Aveva obbiettato Andrea con una gentilezza che rasentava la presa per il culo: «Lei ritiene che la pista del maniaco o serial killer, come dice la stampa, sia quella buona?» «Ne sono sicuro!» Poi aveva aggiunto quasi sottovoce: «Le confesso una cosa, Filippi, il collegamento con gli omicidi irrisolti di Modena è venuto in mente a me!» Sorrise fiero poi aggiunse: «Su mio suggerimento è stato incaricato uno psichiatra forense dell’Università di Modena di stilare un profilo psicologico dell’assassino.» Detto questo passò a uno sbalordito Andrea un foglio, che custodiva sotto chiave in un cassetto della scrivania. «Legga Filippi, legga, sicuramente le sarà utile per il lavoro che si appresta a svolgere.» Disse il commissario. Andrea ricevette il documento come si riceve l’ostia in Chiesa, con entrambe le mani giunte ed espressione compunta e iniziò a leggere. L’intestazione diceva: “Prof. Dott. Legato Paolo. Medico chirurgo, Psichiatra forense, Criminologo Specialista in devianza.” E altre cazzate dello stesso genere. Seguiva una perizia psichiatrica che Andrea lesse incuriosito e al tempo stesso scettico. 44


“Il soggetto in questione ha dai 30 ai 45 anni; di sesso maschile; razza caucasica. Di cultura media, probabilmente ha terminato la scuola dell’obbligo e frequentato un istituto superiore. Escludiamo con alta probabilità che sia un laureato professionista. Potrebbe trattarsi di un tecnico o perito. Soggetto con spiccate devianze sessuali. Visto il tipo di vittima, potrebbe essere un assiduo frequentatore di locali di spogliarello e prostitute, o comunque luoghi in cui vi sia un alto livello di promiscuità. Sicuramente ha una predilezione per il tipo latino americano. Probabilmente ha vissuto in passato, più possibilmente nell’infanzia o primissima adolescenza, forti traumi o ha assistito a scene di contenuto altamente sessuale che hanno segnato la sua mente e distrutto le sue illusioni. Potrebbe avere visto il seno della madre in qualche circostanza. Non escludiamo che possa aver assistito a uno stupro o tentativo di stupro contro la stessa a opera di un altro uomo o dello stesso padre. È possibile ipotizzare una tendenza a collezionare feticci, come dimostrerebbe il fatto che non sono stati trovati oggetti di pertinenza della vittima; feticci che poi usa per alimentare le sue fantasie. Si presume sia consumatore di alcool e/o droghe, e che conoscesse i luoghi in cui ha lasciato i cadaveri o perché residente in zona o perché il suo posto di lavoro si trova nelle vicinanze. Pur tuttavia, nella vita di tutti i giorni, potrebbe apparire come il classico insospettabile, sebbene un po’ introverso e timido. Probabilmente non ha molti amici e con le persone si relaziona a un livello superficiale. Per questo ci sentiamo di affermare che non è sposato o, se lo è, la relazione si protrae stancamente senza sbalzi emozionali di rilievo. Senza figli, apatico, senza altri interessi o hobby se non le sue fantasie deviate che, dopo la fase dell’ideazione ha messo in pratica e che, con alto grado di probabilità, ripeterà. Soggetto preciso, metodico, dotato di una buona intelligenza; si stima molto pericoloso.” 45


«E per concludere» esclamò Andrea sgomento, «leggere attentamente le istruzioni prima dell’uso. Ma che cazzo significa tutto questo?» Si rese immediatamente conto di aver esagerato ma le parole gli erano uscite da sole guidate come dall’istinto di ribellione verso quello che aveva appena letto. «Come dice Filippi?» Domandò il commissario, con espressione cupa. Grazie a Dio, pensò l’ispettore: «Niente dottore, posso fare una copia del documento? Vorrei averlo sempre con me. Non si sa mai.» Mi sento scemo, pensava Andrea, forse ho bisogno dello psichiatra anche io. «Non è una richiesta usuale ma vista la situazione glielo concedo.» Dopo questa sentenza il commissario rimase dritto come sull’attenti, orgoglioso con un sorriso di autocompiacimento stampato in faccia e uno sguardo complice che lasciarono Andrea letteralmente senza parole. Per fortuna fu il commissario stesso che parlò per primo ponendo fine a una situazione che stava facendosi imbarazzante per l’ispettore. «Bene, Filippi adesso sa tutto. Vada e faccia il suo dovere.» Andrea se ne stava andando quando Bazzi richiamò la sua attenzione: «Ehm, Ispettore, conto sulla sua discrezione.» «Chiaro Commissario, non si preoccupi.» L’aveva rassicurato Filippi con espressione forzatamente complice che gli dava l’aria di uno stupido. Aveva quindi obbedito e iniziato il pellegrinaggio tra le vie della perdizione con la promessa fatta a se stesso di non perdere troppo tempo in un lavoro che, era sicuro non avrebbe portato a niente. Per fortuna aveva molto tempo libero per seguire altre piste poiché l’incarico affidatogli dal commissario poteva e doveva svolgersi, per forza di cose, solo in orario notturno. «Sarà che non ci ha pensato?» Si domandava ridendo Andrea. Era uscito dal commissariato come un buon poliziotto zelante 46


che si apprestava a compiere il proprio dovere e, di fatto, lo fece, solo con qualche variante rispetto a quello che gli aveva ordinato il suo superiore. Aveva ben chiaro dove sarebbe andato; almeno si sarebbe risparmiato qualche insulto, dato che la fonte che aveva in mente era Gino di cui era amico da una vita. Cinquant’anni, single, non so se per scelta o per forza. Gran lavoratore era solito arrivare al bar dopo le sei del pomeriggio, entrava con passo lento ma deciso e si appoggiava al bancone senza nemmeno dover ordinare da bere. Zazà, il barista, sapeva già cosa e come doveva servire da bere: una birra grande in bottiglia, fresca ma non fredda, con un bicchiere normale da acqua. Proibito per Gino l’uso del bicchiere da spina. Per questo Zazà si era organizzato: c’erano le birre per i clienti comuni che teneva nel frigo e poi c’erano le birre di Gino, in uno sgabuzzino del bar che serviva anche da guardaroba e deposito di scope. Quando la birra e il bicchiere erano sul bancone Gino stesso si serviva il suo piccolo bicchiere che poi diventavano due, tre, quattro e così via fino all’ora della chiusura. A ogni bicchiere corrispondeva una sigaretta. Vi erano giorni in cui questo rito si compiva senza che Gino aprisse bocca, a volte nemmeno salutava i soliti, noti clienti che entravano e gli sfilavano a fianco nell’angolo di bar vicino al posacenere che aveva scelto come suo rifugio. Ed effettivamente sembrava quasi volersi nascondere dietro la folta barba che quasi mai tagliava. A volte, dava l’impressione che non fosse lì, come se la sua anima avesse abbandonato il corpo. Quasi sempre il suo aspetto era molto trasandato, spesso lasciava il suo lavoro all’officina meccanica e si recava al bar con lo stesso abbigliamento da lavoro, macchiato, sgualcito e rotto. E non era certo per una questione economica, al contrario, era più che benestante, semplicemente non gliene fregava niente di quello che gli altri potessero pensare. Ci eravamo tanto abituati a vederlo così che ci sorprendevamo quando lo vedevamo vestito normale e sbarbato. Altre volte, ben poche a dire il vero, era molto loquace forse 47


a causa della birra che gli scioglieva la lingua e si lasciava quindi andare a racconti di ogni genere su tutte le donne che aveva avuto nella sua vita. «Gino, racconta di quella volta con la cubana!» Lo provocavamo. E lui iniziava un improbabile racconto popolato di strane figure, ballerine, magnaccia, spacciatori e soprattutto prostitute. Sì perché come lui stesso ammetteva, andandone anche fiero, tutte le sue donne erano o erano state prostitute. A chi domandava perché non avesse avuto donne o fidanzate normali, rispondeva con la serietà di chi crede in quello che dice: «Tu quando conosci una ragazza, prima di fartela la devi portare a cena, poi al cinema, farle un regalino e tutte ‘ste cazzate. Io, non ho tempo né pazienza, la pago e la scopo subito! Il risultato è lo stesso, però io ci metto meno e alla fine dei conti risparmio anche.» Il linguaggio era un’altra cosa che caratterizzava Gino, era molto colorito e usava quasi esclusivamente il dialetto che dava al tutto un tocco molto comico. Quando Filippi varcò il cancello dell’officina Gino vedendolo disse: «Andrea, an romper brisa i maraun ca go da lavurer!» «Ciao anche a te Gino! Che si dice a Modena della ragazza?» Domandò Andrea saltando gli inutili preamboli e andando direttamente al punto. A Modena si trovavano i locali che più di tutti frequentava Gino. «Peccato.» Fu il commento di Gino. «A parte questo?» Lo incitò Andrea: «Che altro si dice?» «Che devi farti i cazzi tuoi se vuoi campare cent’anni.» «Sono disposto a rischiare. Memento mori!» Disse Andrea con aria intellettuale. «Come cazzo parli?» Poi: «Ma di tanta gente che va a puttane perché devi rompere le palle proprio a me?» «Dimmi allora a chi devo chiedere.» Lo esortò Andrea. «Sei peggio di un’emorroide infiammata: insistente e fastidioso.» «Prometto che non ci siamo mai visti né ti ho parlato.» Nel 48


dire questo l’ispettore incrociò due dita e le portò alle labbra baciandole. «Magari.» Disse Gino. «Dai Gino non ti far pregare! Avrai pur sentito qualche commento?» «Ero ubriaco non mi ricordo.» «Ci conosciamo da una vita, credi che vorrei rompere se non fosse importante?» «Vero, ci conosciamo da una vita ed eri più simpatico quando non eri sbirro.» «Gino, ho chiesto io di venire da te perché siamo amici preferisci che venga Bazzi?» «Mamma mia Bazzi, testa di cazzi, no!» Fece una pausa come per pensare meglio a ciò che stava per dire: «Se quello che ti dico mi causa problemi negherò fino alla morte di sapere chi sei e di aver parlato con te.» «Chiaro ma non succederà, non sono qui in veste ufficiale.» Lo tranquillizzò Andrea. «La ragazza era della scuderia di Fiorano e non intendo quella di Formula 1.» «Lo sospettavo, dimmi qualcosa di nuovo, qualcosa che già non sappia.» «E che cazzo vuoi sapere allora?» «Perché? Voglio sapere perché Testaro si mette ad ammazzare una delle sue.» «Chiedi troppo! Però posso supporre che fosse nuova. Nessuno la conosceva.» «Che altro?» Domandò impaziente l’ispettore. «Giovanni non è uno stupido. Le ragazze sono importanti per lui, guadagna con loro, perché dovrebbe ucciderle? Usa la testa sbirro. E adesso lasciami lavorare.» «Grazie Gino.» Disse andandosene: «Ti meriti una birra.» «Offre la polizia?» Domandò Gino. «No, un amico.» Rispose secco Andrea. «Allora accetto.» Detto questo Gino si voltò e tornò al suo lavoro; quello che doveva dire lo aveva detto. Il messaggio 49


era chiaro: adesso Andrea doveva lasciarlo in pace. L’ispettore si incamminò pensieroso e anche se Gino non credeva che Testaro fosse il colpevole, a lui non veniva in mente nessun altra possibilità ed era al contrario sempre più convinto che fosse colpevole. Doveva solo capire cosa era successo per spingerlo a uccidere una delle sue ragazze.

50


CAPITOLO 3 “RITROVATO UN SECONDO CADAVERE DI DONNA”

Questo era il titolo della prima pagina dell’edizione straordinaria de Il Sassolese di Giovedì Primo Maggio, festa dei lavoratori. Certo non di tutti. Il commissario Bazzi stava impazzendo e la sua faccia era di color violaceo tra il tumefatto e il cadaverico. L’ispettore Filippi aveva appena parlato con lui in un rapido e acido scambio di vedute sui passi a seguire adesso che i cadaveri erano due. «Adesso ci crede ispettore che abbiamo a che fare con un maniaco o ha bisogno di un terzo cadavere per ammetterlo?» Aveva domandato il commissario sarcasticamente. «Può darsi che lei abbia ragione.» Aveva concesso Filippi. «Bene, vedo che finalmente siamo d’accordo. Quindi non perda altro tempo. Mi trovi il colpevole.» Dopo questa amichevole parentesi Filippi stava per uscire per un altra giornata campale di ricerche e interrogatori, che non lo stavano conducendo da nessuna parte quando il commissario lo richiamò dalla finestra del suo ufficio. «Filippi venga!» Aveva detto. Il tono non lasciava adito a dubbi. C’erano novità, pensò Andrea. 51


Non aveva ancora varcato la soglia dell’ufficio che il commissario iniziò emozionato: «Quasi mi dimenticavo, ho appena ricevuto l’esito dell’autopsia di quella sfortunata, la ragazza è morta per overdose, aveva una quantità di Cocaina nel sangue da stendere un elefante. cocaina pura.» Concluse Bazzi. Andrea rimase muto con espressione incuriosita in attesa che il Commissario proseguisse. «È stato confermato che poco prima di morire aveva avuto rapporti sessuali, probabilmente contro la sua volontà. Sono presenti escoriazioni nelle parti intime anche se non è stata picchiata. I tagli al seno sono stati fatti con uno strumento molto affilato. Sono presenti tessuti cicatriziali nella zona del solco mammario che lasciano supporre che la ragazza aveva subito un operazione al seno, forse per l’inserzione di protesi che però non aveva al momento del ritrovamento. L’operazione in questione era recente, 20 giorni, un mese al massimo. Il fatto che la cicatrice sia recente lascia aperte varie ipotesi sul tipo di operazione subita dalla ragazza.» «Che cosa sappiamo della seconda?» Domandò Filippi interrompendo il resoconto che il Commissario stava facendo leggendo direttamente dal referto del medico. «Ancora non abbiamo certezze. Questi sono i risultati della prima.» Lo disse mostrando la cartellina che aveva sulla scrivania. «Però» continuò il commissario, «il medico legale si sente di poter affermare che la seconda vittima con tutta certezza aveva subito un intervento al seno almeno da 10 anni. Questo perché una volta rimossa la protesi la pelle della ragazza ha mantenuto lo stiramento causato dalla protesi stessa, visibile a occhio nudo. Nel caso della prima vittima invece, essendo l’intervento recente, non lo può affermare con certezza dato che la pelle, elastica di natura, è tornata nella sua posizione naturale. Dulcis in fundo» continuò il commissario, «quando l’hanno abbandonata sul greto del fiume era ancora viva. Animali!» Concluse il commissario con espressione grave. «Questo significa che i tagli sul seno... » Filippi non concluse 52


e la frase restò sospesa nell’aria mentre la sua espressione si faceva seria e l’ispettore cercava di riprendersi dallo stordimento che provocava l’ovvia conclusione che stentava ad accettare. Al suo posto concluse il commissario: «Significa che la ragazza era ancora viva!» L’ispettore Filippi non disse nulla. Non c’era altro da aggiungere. Salutò il commissario e se ne andò stordito. Io avevo appreso la notizia del secondo omicidio in televisione. Intorno alle dieci del mattino ero comodamente seduto sul divano, leggendo un libro quando decisi di accendere la televisione. «La polizia informata da una telefonata anonima è giunta stamattina presto in località Muraglie di Sassuolo, dove, nascosto fra rovi e rifiuti, è stato rinvenuto il cadavere di una giovane donna.» Proseguiva la giornalista. «Dai primi accertamenti svolti sul luogo del ritrovamento, sembra che l’omicidio abbia più di un aspetto in comune con il precedente, verificatosi, lo ricordiamo, due settimane fa, poco distante dal luogo del crimine di oggi. Secondo fonti interne alla Polizia stessa, il cadavere ritrovato oggi presenterebbe ferite molto simili al precedente. L’ipotesi di un maniaco serial killer è quindi sempre più probabile e, in tal senso si orienteranno le indagini.» La fonte interna doveva essere lo stesso Bazzi, pensai. Fin dal primo momento si era emozionato all’idea di avere a che fare con un assassino seriale anche se fino a oggi non aveva potuto corroborare la sua tesi con prove. Certo che ora la situazione stava volgendo a suo favore. Come non considerare l’ipotesi seriale adesso che le vittime erano due, ritrovate praticamente nello stesso luogo, con identici segni di violenza che, però, 53


non costituiscono la causa della morte, ma sembrano più un rituale o un messaggio? Interruppi i miei pensieri per lo squillare incessante del telefono. Lo schermo si illuminava a intermittenza e appariva il nome Andrea. Immaginavo che volesse comunicarmi la notizia del giorno ma ormai credo che non ci fosse nessuno che non sapesse già del secondo corpo ritrovato. «Ciao, pensavo di risentirti per Natale.» Esordii io ironicamente. «Non scherzare Alle, non è il momento.» Disse quasi arrabbiato. «Non sto scherzando. Adesso che i corpi sono due... » Non ebbi il tempo di concludere che Andrea mi stupì più di quanto avesse potuto la notizia del secondo omicidio. «Abbiamo i risultati del medico legale sulla prima vittima.» Disse seccamente. «Cazzo!» Fu l’unica cosa che potei dire prima che Andrea mi facesse il resoconto dettagliato della situazione. Aveva bisogno di sfogarsi e rimasi ad ascoltare in silenzio senza interrompere. Quello che più aveva ferito il mio amico, come era naturale, era aver scoperto che le ferite erano state inferte quando le ragazze erano ancora in vita. «Quale animale poteva fare una cosa del genere?» Domandava più a se stesso che a me, che, scioccato, non avevo aperto bocca durante tutta la telefonata. «Nemmeno una merda come Giovanni lo immagino fare una cosa del genere.» Continuava in un delirio che manifestava la sensibilità di un uomo che, seppur ne aveva viste tante, non poteva accettare una violenza simile. «Spero almeno che fosse tanto drogata da non essersi resa conto di quello che stava succedendo.» Era la consolazione alla quale ci attaccavamo entrambi. «Adesso» mi disse, «moltiplica per due e hai un’idea della situazione.» «Stesse circostanze, ferite e tutto il resto?» Domandai anche se immaginavo di sapere la risposta. «Sì, tant’è che il commissario è già convinto che si tratti di un solo assassino.» 54


Dopodiché decise che ci meritavamo quattro risate per alleggerire la tensione e mi lesse la perizia completa che aveva fotocopiato esclusivamente per questo scopo. Io seguivo con attenzione e ben presto mi resi conto che non diceva nulla di straordinario o che, per lo meno, potesse aiutare le indagini. «Non è un gran che.» Commentai quando ebbe finito: «L’avrei potuta scrivere anche io, è il profilo di decine di assassini sessuali. Il problema è che, come per tante altre perizie, ti accorgi che è fatta bene, solo dopo che l’hai preso. Prima non ti serve a niente.» «Tante parolone per non dire niente.» Fu il commento di Andrea: «Per la metà di quello che sarà costato lo psichiatraveggente, la facevo anche io e risparmiavo anche inchiostro.» Poi recitò con voce grave quella che era la sua particolare perizia dell’assassino: «Risulta che non è uno stupido ma nemmeno una cima, gli piace la passera, ma le tette lo disturbano un po’, nell’infanzia forse sua madre non lo ha allattato o al contrario, gli stava sulle palle che il papà giocasse con il suo biberon. Nella primissima adolescenza gli hanno detto che Babbo Natale era lo stesso che giocava con la sua merenda e si è incazzato di brutto.» Fece una pausa per dare più effetto a quello che seguiva. «Pur tuttavia... » e sottolineò questa parola con un tono di voce serissimo, «invece di prendersela con i Babbi Natali ha pensato alle donne perché hanno il biberon, mentre Babbo Natale no, e quindi non avrebbe quadrato. Ci ha pensato un po’ su e adesso è pazzo del tutto e mette in pratica i suoi deliri.» C’era ironia nella sua voce ma era qualcosa di più profondo quello che lo aveva spinto a leggermi la perizia. Non era solo la volontà di sfottere il commissario. Era amareggiato e arrabbiato e lo sfogava a suo modo. Decisi che era meglio lasciar perdere e non parlare della perizia. «Dell’identità delle vittime ancora nulla? Nessuna denuncia di scomparsa o simili? » Domandai. «Niente di niente, ci toccherà interpellare Chi sa parli!» Disse Andrea quasi scherzando. 55


Chi sa parli era un programma trasmesso da un canale pubblico, nel quale si ricostruivano vicende di cronaca nera rimaste irrisolte cercando di fornire un aiuto facendo appello a chi sapesse qualcosa o avesse visto affinché parlasse. In alcuni casi la stessa Polizia si era rivolta alla redazione del programma. «Beh, non sarebbe poi una cattiva idea.» Dissi. «Sì, come no!» «All’ufficio stranieri non la conoscono vero?» Domandai pur immaginando la risposta negativa che puntualmente arrivò. «All’università?» Azzardai. «Non ci avevo pensato, manderò Piras a verificare.» «Sono stanco Alle, è stata una giornata di inferno e mi aspetta una nottata peggiore. Buonanotte.» Detto questo riattaccò. Non immaginava che il giorno seguente sarebbe stato anche peggio. Il giorno dopo il secondo delitto, il Dottor Bazzi aveva chiamato tutto il commissariato a riunione per comunicare quella che secondo lui era la svolta definitiva delle indagini. Mancavano solo l’addetto al magazzino e le donne delle pulizie. Il Commissario per l’occasione era in uniforme, cosa che accadeva di rado segno che era un’occasione importante alla quale voleva dare tutta l’enfasi che meritava, secondo lui. «Buongiorno signori.» Esordì con tono serio: «Potete accomodarvi.» Ognuno prese posto attorno al grande tavolo. «Vi ho riunito qui per fare il punto sul caso che grazie al buon lavoro di tutti possiamo praticamente ritenere chiuso.» Alcuni dei presenti a questa notizia si guardarono perplessi, altri increduli, ma ci fu anche chi l’accolse con un applauso. Dopo due settimane da incubo durante le quali il Questore, la stampa e i cittadini avevano mantenuto tutti sotto pressione l’idea che l’incubo fosse terminato era un sollievo. L’ispettore Filippi fu uno di quelli che non applaudì, non per mancanza di entusiasmo, ma piuttosto per la sorpresa che aveva generato in lui la novella. Era senza parole! 56


«Come sapete, abbiamo avuto due omicidi compiuti con modalità identiche. Due giovani donne, straniere, con tutta probabilità latino-americane, uccise da un’overdose di cocaina. A entrambe sono stati effettuati tagli rituali al seno.» Filippi avrebbe voluto obiettare che mancavano ancora i risultati delle analisi del secondo cadavere ma non volle interrompere il momento di gloria del Commissario che stava chiaramente dando per scontato che i referti medici avrebbero solo potuto confermare le sue conclusioni. «Cosa che denota una particolare perversione, tipica di una mente deviata.» Proseguì Bazzi: «Entrambe hanno avuto rapporti sessuali poco prima di morire, altra caratteristica di un maniaco omicida.» Dopo questa premessa, con fare istrionico, il commissario si alzò, guardò in faccia ognuno dei presenti per assicurarsi di avere l’attenzione di tutti e concluse: «Abbiamo il colpevole!» La sala si trasformò in uno stadio: chi gridava, chi esultava, chi si alzava andando a stringere la mano del commissario, chi semplicemente tirava fiato. Andrea era stordito. Bazzi richiamò tutti all’ordine e alla calma, non aveva terminato la sua esposizione dei fatti. «Signori.» Aggiunse in tono teatrale: «Come ben ricorderete, la vittima aveva un anello, un piccolo anello a forma di cuore e superficie piatta, lì è rimasta impressa l’impronta digitale dell’assassino che nel tentativo di immobilizzarla ha lasciato la prova inequivocabile della sua colpevolezza.» Fece una pausa per dare più effetto a quello che seguiva, si schiarì la voce e proseguì: «Detta impronta digitale corrisponde a tal Cristian Gilli, 27 anni di Reggio Emilia, residente in Via Zanti 42, delinquente abituale, con precedenti per furto con scasso e possesso di sostanze stupefacenti.» Altri applausi e scene di giubilo inondarono la stanza. «Dirameremo un ordine di cattura a tutte le questure limitrofe. È nostro! Non ci può scappare e quelle poverette riposeranno in pace.» «Amen.» Aggiunse Filippi. 57


Il suo commento non fu ben accolto dai presenti che si girarono all’unisono guardandolo storto e dal commissario in particolare che si rivolse a lui con tono acido: «Forse l’ispettore Filippi è in vena di umorismo nonostante non sia proprio il caso.» Andrea si alzò, serio in volto, guardando negli occhi il commissario. «Scusi Dottore, mi permetto di obiettare che non abbiamo ancora i risultati sul secondo corpo.» «Solo formalità.» Lo interruppe Bazzi: «Si preoccupi di arrestare il Gilli prima che faccia tripletta!» Paragone calcistico che provocò un conato di vomito a Filippi, che lo trattenne a stento. «A proposito di questo» aggiunse Andrea, «ritengo che sarebbe meglio aspettare a diramare un ordine di cattura, i giornalisti potrebbero venirne a conoscenza, fare troppa pubblicità e Gilli sparire prima che abbiamo il tempo di arrivare a Reggio Emilia.» Il commissario con espressione visibilmente sorpresa ma cercando di rimanere impassibile invitò Filippi nel suo ufficio affinché la conversazione continuasse a quattr’occhi. Una volta chiusa la porta il commissario esordì: «Filippi, lei mi ha letto nel pensiero, anch’io credo che sia meglio non fare troppo rumore finché il Gilli non sarà dietro le sbarre.» Come no avrebbe voluto dire Andrea. «L’ordine di comunicare i dati alle questure limitrofe arriva dall’alto. Diciamo che io posso far sì che il Telex ritardi mezza giornata.» Disse con la stessa espressione di un bambino che si appresta a fare una marachella. Dopo le cazzate dette corre ai ripari, pensò Andrea. Anche se non lo aveva detto gli si leggeva in faccia. Poi rivolgendosi al commissario: «Più che sufficiente per andare a Reggio e tornare con Gilli.» «Intesi allora! L’aspetto qui con il colpevole, diciamo massimo per le sei.» Fu l’ultimatum. «Eseguo!» Disse Andrea sorridendo mentre già stava uscendo dall’ufficio di Bazzi. «Filippi!» Lo richiamò il commissario serio: «Non le ho detto che può andare.» 58


Andrea rimase colpito dalla serietà e dall’espressione umana del Commissario che per la prima volta gli sembrava si fosse tolto una maschera. «Andrea, può anche darsi che io non sia una vecchia volpe come te, ma questo non significa che tu sia autorizzato a prendermi per il culo ogni volta che parliamo.» Cazzo! Pensò Andrea mentre Bazzi parlava, non è proprio scemo allora. Colse il senso del messaggio e il significato che racchiudeva e sorrise soddisfatto di quello che stava sentendo. «Adesso puoi toglierti dai maroni.» Concluse Bazzi senza lasciare spazio a commenti e accompagnando le sue parole con un gesto inequivocabile della mano. Stavo cercando di riordinare il mio ufficio in attesa di Marisol, tentando di dare una parvenza di normalità e ordine al tutto. Il mio ufficio, come io lo chiamavo, di fatto, non esisteva nel senso classico della parola, dato che clienti non ne ricevevo e non me lo sarei potuto permettere. Le poche persone che chiedevano di vedermi o incontrarmi in un posto discreto e in privato le ricevevo quindi a casa mia, che però era sempre ridotta come se fosse da poco passato un uragano. Mancava mezz’ora all’appuntamento con Mari; stavo cercando di riordinare tutto anche se l’impresa sembrava impossibile: vi erano appunti di lavoro sparsi ovunque in attesa che li riordinassi per mandare una relazione in agenzia; posacenere stracolmi di mozziconi di sigarette e tazzine da caffè usate in ogni spazio libero del tavolo e dei mobili. Spazzai il pavimento, passai velocemente uno straccio umido che si attaccava a ogni mattonella come attratto da una forza magnetica. Aprii tutte le finestre affinché un poco d’aria pura mi aiutasse a dare un aspetto migliore ai miei vecchi e impolverati mobili e al divano ormai liso. Buttai tutte le carte e gli appunti dentro un armadio che chiusi accuratamente sperando che durante l’appuntamento non avessi dovuto aprirlo. Lavai un paio di bicchieri e tazzine che poi riposi al centro del tavolo su un vassoio, pronti da usare. In bagno raccolsi pile di vestiti sporchi, asciugamani, calze e 59


simili che erano lì da tanto da essere ormai passati di moda. Li chiusi tutti dentro la lavatrice per poi lavarli quando avessi avuto tempo e soprattutto voglia. Chiusi la porta della mia stanza dove, purtroppo, non avrebbe avuto luogo l’appuntamento e quindi non mi preoccupai di rifare il letto, perennemente disfatto: le lenzuola si confondevano con le federe e queste con il copri materasso in un groviglio nel quale passavo le mie notti solitarie. Nonostante questo gran daffare non potevo smettere un solo secondo di interrogarmi sul perché Mari avesse voluto vedermi; ero nervoso e curioso. Non era così usuale che Mari prendesse l’iniziativa di vederci, inoltre, lo aveva fatto lasciando le sue parole avvolte in un alone di mistero che m’intrigava. Quella stessa mattina mi aveva mandato un sms. “Ciao Ale volio vederti devo parlare con te. Mari.” Il suo italiano anche dopo 15 anni non era perfetto e questo lungi dall’essere un difetto le donava un incanto unico. Sentirla parlare era un piacere. La sua non era una voce, era una musica, una melodia. Quasi immediatamente avevo cercato il numero nella rubrica del telefonino e l’avevo chiamata, felice di poter nuovamente ascoltare la sua voce sensuale e sorridere della pronuncia con inflessione spagnola che mi piaceva da matti. Il telefono aveva squillato varie volte ma nessuno aveva risposto. Sorpreso riattaccai per sentire quasi subito il segnale di un sms entrante. “Non chiamare. H 3 a la tua casa ti dico tuto. Besos.” Le doppie erano uno dei problemi di Mari soprattutto quando erano nelle prime sillabe della parola. Io per lei ero Ale ma non come lo direbbero a Milano, bensì in spagnolo con la A più strascicata e la E lunga quasi come l’Ooleee delle corride. Quel besos, quelle ultime cinque lettere buttate lì con noncuranza, mi facevano illudere e sognare, mi avevano scaldato il cuore e facevano sì che la mia mente volasse verso 60


improbabili avventure. Poi l’idea di suo marito Giovanni incazzato come un Toro, mi fece tornare alla dura realtà e spense i miei ormoni. Avevo formulato tutte le ipotesi possibili ma nessuna mi era sembrata verosimile. Un incontro amoroso e pieno di passione e sesso era stata la prima idea, ed era anche la prima a essere stata eliminata e per questo non avevo avuto bisogno di riordinare la stanza da letto. Forse Giovanni, la merda, come lo chiamavo io, l’aveva picchiata ancora? Non lo credevo possibile, l’ultima volta che era successo gli avevo mandato una pattuglia grazie ad Andrea e ne era nato un bel casino che aveva portato Giovanni a passare una notte nell’hotel del Commissariato e la polizia aveva approfittato per scuriosare tra le sue cose. Anche se non avevano trovato nulla di compromettente non credevo che Giovanni volesse rischiare che l’incidente si ripetesse. Non aveva certo smesso di picchiarla, però adesso, aveva imparato la lezione a modo suo e la chiudeva in casa finché non si calmava senza telefono e con il bull dog di guardia. Quando i segni che aveva lasciato sul bel corpo di Mari fossero passati, tutto sarebbe tornato alla normalità, se di normalità si poteva parlare. Che avesse bisogno di permessi di soggiorno o passaporti per le ragazze? Da scartare, era già direttamente in contatto con Andrea che era sempre disponibile ad aiutarla quando una connazionale voleva rientrare in patria o avere permessi di lavoro. Così avevo passato tutto il giorno interrogandomi senza cavarci i piedi e senza altro risultato che aumentare l’ansietà in maniera proporzionale al passare del tempo e all’avvicinarsi dell’ora X. Sentivo un insieme di curiosità ed eccitazione; curiosità come è logico supporre perché non riuscivo a darmi una spiegazione logica del perché Mari avesse voluto vedermi nel mio appartamento, eccitazione era l’effetto che provavo ogni qual volta si avvicinava un appuntamento con una bella donna; e Mari era bella! Senz’ombra di dubbio, avrebbe avuto la fila di uomini se non fosse che, tutti o quasi, conoscevano la 61


fama di Giovanni Testaro e dell’orango che lo accompagnava. Di fatto, il ristorante che gestiva con l’amica e confidente Yelitza era sempre pieno e non solo per la buona cucina. L’attrazione principale erano loro due. Il suono del campanello mi svegliò dai miei sogni a occhi aperti, raccolsi le ultime cose sparse nell’ingresso, le nascosi nella scarpiera e aprii il portone principale con il pulsante del citofono. Lo sentii sbattere mentre si richiudeva, poi furono solo i passi di Mari, il rumore ritmico dei tacchi sui gradini che risuonavano attraverso la tromba delle scale fino al secondo piano dove io l’aspettavo. Dal pianerottolo la vidi apparire salendo l’ultima rampa che la separava dal mio appartamento. Una visione di donna. Poco trucco negli occhi color miele, come due piccole fiammelle di passione latina, un po’ di rossetto sulle labbra che sembravano fatte apposta per essere baciate. Giacca in pelle con la cerniera abbassata che mostrava la semplice canottiera con generosissima scollatura che indossava. Fuseaux super attillati e semi trasparenti che lasciavano immaginare le gambe scultoree e tornite. Giunta sul pianerottolo mi salutò con un abbraccio mentre diceva: «Ciao Ale, come stai?» Un abbraccio che durò un secondo ma che avrei voluto fosse eterno, avvolto nella morbidezza di quel corpo voluttuoso. «Ciao Mari.» Risposi al saluto tornando in me: «Come va?» Rispose con un mugugno che non capii però lasciai correre perché intanto mi era passata a fianco e stava entrando, lasciando dietro se una scia di delicato profumo. Come descrivere quello che vidi? Il fuseaux che la fasciava come una seconda pelle lasciava intravedere la linea del tanga che stagliava nettamente i glutei che si muovevano ritmicamente come in una danza. Avrei voluto avere un corridoio di almeno cento metri per continuare a godere di quella visione. Dovetti sforzarmi per distogliere lo sguardo da quel ben di Dio e, quando le fui di fronte, perché gli occhi non mi cadessero nella scollatura. Forse il ciondolo che aveva al collo 62


sprigionava un potere magnetico e questo spiegava come mai era difficile guardarla in faccia. Deglutii e cercai di rompere il gelo. «Sei bellissima.» Dissi: «Come sempre, del resto.» «Grazie Ale.» Disse lei con un sorriso luminoso. «Tuo marito nella vita precedente dev’essersi comportato molto bene per meritarti come premio in questa.» Le parole erano uscite da sole spontaneamente e me ne pentii immediatamente. «No hable del hijo ‘e puta!» Gridò Mari. Era incazzata. Quando parlava spagnolo era grave. «Scusa.» Fu l’unica parola che potei articolare. «Non è colpa tua.» Poi subito si fece seria. Molto seria. «Hai whisky?» Domandò anche se la frase suonava più come dammi un whisky. I bicchieri erano già al centro della tavola per cui ne presi uno e le versai due dita di whisky che bevve in un solo fiato. Rimasi allibito, non era una gran bevitrice e alle tre del pomeriggio poi! «Mi vuoi dire che succede Mari?» Dissi con tono fermo sperando che si decidesse a spiegarmi il motivo di questa inusuale visita e di questo suo strano comportamento. Come se non ci fossi non rispose, ma si alzò, andò verso il tavolo e prese la bottiglia di whisky dalla quale si servì un generoso bicchiere. «Mi racconti cosa sei venuta a fare?» Insistetti io. «Per favore.» Aggiunsi con un finto sorriso. La giornata stava prendendo una piega che mi piaceva poco. Accese una sigaretta che prese dalla borsetta e diede due lunghe aspirate mentre spegneva il telefonino. Si allungò poi verso la bottiglia e riempì il terzo bicchiere dal quale bevve un lungo sorso poi, dopo un sospiro, come prendendo la rincorsa per un salto nel vuoto, sparò. «Mio marito è il colpevole!» La rivelazione mi fece l’effetto di un pugno e non fui in grado di articolare parola. Mi uscivano dalla bocca solo versi e suoni incomprensibili. Ero allibito. Pietrificato. Gli occhi di Mari erano accesi da un odio feroce, scintillavano, ardeva in loro 63


un fuoco covato per molti anni e che adesso stava esplodendo. Cominciò a piangere. «Perché dici questo? Sei sicura?» Balbettavo, non sapevo che altro dire. «Sono sicura.» Disse seccamente portando il bicchiere alle labbra e bevendo a lunghe sorsate: «Ma non ho le prove.» Concluse. Sapevo quanto potesse essere spregevole Giovanni Testaro, il Re del sesso, ma da questo a tramutarsi in assassino il passo era grande. Duplice assassino per di più o serial killer come piaceva chiamarlo al commissario Bazzi. Mari era quasi ubriaca ormai e il pianto si era tramutato in singhiozzi isterici mentre mi diceva che le avrebbe ammazzate tutte. Mi intromisi tra un singhiozzo e l’altro. «Mi fai il favore di spiegarti prima di essere tanto ubriaca da non ricordartelo?» Mi disse che alcuni giorni prima erano arrivate alcune ragazze nuove per i locali di suo marito e, in questo, nulla di strano; quasi ogni mese Giovanni riceveva nuove candidate ballerine, come amava definirle lui. «Circa due settimane fa, dopo el arribo delle ragaze, ho sentito che parlava al telefono, non so con chi, pero era molto incazato e diceva che c’era stato un incidente e che si era persa una galina de uova de oro.» Sottolineò quest’ultima espressione con una smorfia di disgusto e i suoi occhi erano pieni di rabbia. «Per lui siamo solo oggetti!» Ormai stava gridando. Cercai di calmarla ma era come se non ci fossi. «Hijo ’e puta! Galine de uova de oro!» Era incontrollabile: «Per lui sono importanti solo i soldi. Siamo nada! Solo quello che facciamo guadagnare è importante.» Aveva iniziato a parlare al plurale, come se si considerasse una di loro. Bevve senza nemmeno prender fiato e sparò a raffica: «Mierda! Per lui siamo mierda! Solo grandi tette e culo per vendere!» «Calmati Mari.» Potei finalmente dire intromettendomi nel fiume in piena di parole e improperi contro il marito. Mi alzai le presi le mani e la tirai verso di me stringendola in un forte 64


abbraccio. Anche lei mi abbracciò, tremava e singhiozzava come una bambina mentre in tono più sommesso, calmando un po’ i singhiozzi, disse: «Io sono como loro, sono mie sorelle. Lui le amazza. Anche noi abbiamo un’anima.» «Calma, calma.» Le ripetei. La baciai sulla fronte e la strinsi ancora. Parve calmarsi, si asciugò le lacrime che colavano abbondanti sulle guance e sulle labbra. Sentii che le cedevano le gambe, divenne pesante. Il Whisky e lo stress stavano facendo effetto. Mi avvicinai al divano cercando di farla sedere con delicatezza. Quasi mi cadde di peso, cosa che per un attimo la fece risvegliare dal torpore, giusto il tempo per rannicchiarsi sul divano abbracciandosi le gambe come una bambina indifesa e spaventata, chiusa nel suo guscio protettivo fatto di una linea sottile di rimmel, un velo di lucidalabbra e pura bellezza. La scena cui avevo assistito mi aveva lasciato scioccato; la lasciai nel suo nido e uscii sul balcone a fumare l’ennesima sigaretta pensando a tutto quello che avevo ascoltato. Intanto il pomeriggio si stava trasformando in sera. Guardavo nel vuoto; le nuvole stavano assumendo tonalità rossastre. Scendeva la notte. Rientrai e vidi che aveva disteso le gambe sul divano, l’abbraccio si era sciolto, così come il peso che portava dentro. La donna spaventata di un attimo prima sorrideva nel sonno come una bambina. Due ore dopo si stava svegliando, la sentii che si stirava e sbadigliava. Mi avvicinai, la canottiera si era arrotolata fin sotto al seno e faceva come da barriera protettiva, insormontabile, mio malgrado. «Buongiorno princesa.» Le dissi facendo appello alle mie scarse conoscenze di spagnolo e nonostante fossero le otto di sera. «Buongiorno Ale.» Rispose lei con voce ancora assonnata. Il mio sguardo non poteva sollevarsi ai suoi occhi concentrato com’era nella barriera. Se ne accorse e si sistemò i vestiti coprendosi nel limite del possibile vista la poca stoffa di cui disponeva. 65


«Grazie.» Dissi: «Mi distraevi.» Aggiunsi sorridendo. «Mi fai ridere Ale, non hai mai visto tette?» Ridi, ridi, pensai poi dissi: «Sì ne ho viste ma, non so come, ogni volta mi fanno uno strano effetto, come fosse la prima.» Poi decisi che era meglio lasciare questo cammino pericoloso. «Come ti senti?» Domandai «Melio, grazie e scusa.» «Non hai nulla di cui scusarti. Tutti abbiamo bisogno di uno sfogo ogni tanto. Grazie per la fiducia.» Aggiunsi orgoglioso che mi considerasse così intimo da avermi scelto per raccontare i suoi problemi. «Credo che dovresti andare a casa tuo marito sarà preoccupato.» Sottolineai il preoccupato con un tono di voce ironico. La verità era che quello preoccupato, e molto anche, ero io. Non osavo pensare quale sarebbe stata la reazione di Giovanni se avesse saputo che sua moglie era a casa di un uomo. Mi vennero i brividi. Mi rassicurò in minima parte il pensiero che non avevo messo il mio nome né sul campanello né sulla cassetta della posta. Era stata una scelta fatta tempo prima, quando mi ero trasferito e non volevo rotture di palle! Chi mi conosceva sapeva dove trovarmi, gli altri non avevano motivo per venire a casa mia né per sapere dove vivevo. «Tranquillo Ale è in viaggio di lavoro, lo stronzo.» Sospirai alleviato da quella rivelazione e immediatamente mi immaginai una lunga notte passata con Marisol, parlando, ridendo e scherzando e chissà... Mi distolse dai miei pensieri con una proposta che non mi aspettavo certo. «Volio che lavori per scoprire la verità. Lui è colpevole tu lo puoi beccare.» «Come? Sei ancora ubriaca!» «Non sono ubriaca.» «Io credo di sì! O forse stai impazzendo.» «Ni ubriaca ni loca!» Disse Mari alzandosi e guardandomi dritto negli occhi. «Stai dicendo sul serio?» Domandai. «Serìsima, como nunca antes!» Cazzo, pensai, l’ha detto in spagnolo. Parla sul serio. 66


Mari aggiunse: «La polizia già pensa al asesino in serie e non si preoccupa della verità. Solo per loro basta un colpevole. Lo que sea, non il vero. Io volio che tutto questo finisca. E finirà solo quando Giovanni sarà in galera. Io non poso fare niente. Tu Devi aiutarmi.» «E cosa pensi possa fare io?» Domandai molto più che perplesso di fronte alla proposta di Mari. «Posso pagare bene. Non volio che lo fai gratis.» Poi aggiunse: «Diecimila euro se accetti.» Minchia, pensai. C’erano due cose alle quali mi era difficile resistere: una bella donna e i soldi. In quest’ordine. E le avevo davanti agli occhi entrambe e allo stesso momento, in uno stranissimo intreccio che difficilmente avrei mai immaginato potesse darsi: una bella donna che mi stava offrendo soldi. Cosa mai successa. Incredibile. Nella mia vita, sebbene non fossi amante del sesso a pagamento, in alcune circostanze avevo accarezzato l’idea di dare soldi a qualche bella donna perché facesse un lavoro per me; il contrario mai! Diecimila euro erano tanti per me mi avrebbero aiutato a tirare una boccata d’aria, ma Giovanni Testaro non era un venditore ambulante di orologi e borsette false o un cinese che confeziona magliette taroccate. La cosa mi preoccupava e non poco. Credo che Marisol si rese conto del turbamento e della tempesta emozionale che stava avendo luogo in quel momento nella mia mente. Rilanciò come un buon giocatore di poker ma con lo sguardo di una bella donna che ti chiede di aiutarla. «Se credi che sono pochi posso darti ventimila. Metà in anticipo per le spese.» E sorrise. I suoi occhi mi chiedevano aiuto e io non capivo più niente. Ero stregato dalla bellezza dell’offerta e dell’offerente. In un momento di lucidità per lo meno potei dire: «Fammici pensare Mari, ti do la risposta domani. Oggi è stata una giornata molto stressante. Ho bisogno di rilassarmi.» «Ok Ale, ti lascio questi.» Detto questo estrasse dalla borsetta una busta bianca gonfia che sistemò in bella vista sul tavolo. «Se decidi che non vuoi fare il lavoro me li ridai, se dici di sì, 67


puoi iniziare subito.» Poi si alzò e aggiunse: «Anche per me è stato un giorno difficile. Buonanotte Ale.» «Ah, un’ultima cosa.» Dissi: «Ti risulta che Giovanni spacci cocaina?» Con questa domanda senza saperlo stavo quasi accettando il lavoro. «No che io sappia. Certo nei suoi locali ne gira parecchia e in casa ne ha sempre un po’ ma non si può dire che spacci. Niente di eccezionale, almeno non sufficiente per chiuderlo in carcere per molto tempo.» Si avvicinò, mi abbracciò, mi diede un bacio su una guancia e si avviò verso la porta. Io rimasi fermo dov’ero, come un ebete. Drogato dal profumo che mi aveva lasciato addosso. Stregato dall’abbraccio che mi aveva permesso di sentire le curve di Mari a contatto col mio corpo, e con ancora la sensazione delle sue calde labbra sulla mia pelle. Sentì sbattere la porta. Tornai in me. Se n’era andata.

68


CAPITOLO 4

Nel mio appartamento Andrea mi stava raccontando un po’ controvoglia gli eventi successivi alla chiacchierata con Bazzi che avevano portato all’arresto di Gilli. Dopo averlo lasciato in cella si era diretto a casa mia. «Potrebbe essere la volta buona che mi decido a scrivere un libro.» Dissi per dare più forza alle mie insistenze affinché mi raccontasse tutto. Volevo sapere, tutta questa vicenda mi intrigava e al tempo stesso ne avevo paura. «Sono anni che dici che scriverai un libro ma non ho ancora letto una pagina.» Fu la risposta di Andrea. Comunque dopo le iniziali e direi false negative, Andrea iniziò a parlare. «L’arresto più facile della mia vita.» Esordì: «Troppo facile.» Ripeté poi. Il Gilli si trovava nella sala da biliardo dove era un cliente abituale, era strafatto e ubriaco e cercava di reggersi in piedi con l’aiuto della stecca. Quando Filippi entrò non ebbe nessuna reazione, non provò a scappare, nemmeno a resistere, del resto non sarebbe stato in grado di correre nemmeno se avesse voluto. Era in uno stato tale che quasi non ricordava il suo nome ne’ dove fosse. Non si è quasi reso conto di quello che 69


stava succedendogli. Si è lasciato ammanettare protestando molto lievemente dicendo con parole strascicate che non aveva fatto nulla. «Che cosa volete? Sono a posto. Non mi posso nemmeno ubriacare in pace?» Fu trovato in possesso di un piccolo quantitativo di cocaina e un coltello a serramanico. Lo portarono al commissariato e lo lasciarono in camera di sicurezza a smaltire la sbornia. Al momento dell’arresto non era in grado di intendere e volere né sostenere un interrogatorio. Gli furono solo prelevate le impronte per un confronto con quelle presenti nel database e ritrovate sulla scena del primo omicidio. Il coltello e la cocaina furono mandati al laboratorio per verificare se il primo potesse essere compatibile con i tagli sul seno e la seconda dello stesso tipo di quella trovata nel corpo delle vittime.Durante il tragitto da Reggio a Sassuolo il Gilli si era quasi addormentato e Andrea aveva dovuto schiaffeggiarlo ogni volta che gli faceva una domanda per attirare la sua attenzione. «Come si chiama la ragazza?» Fu la domanda di Andrea. «Che ragazza?» Domandò con la lingua impastata che fece sì che quello che l’ispettore poté percepire era: e agazza? «Quella sud americana.» Azzardò Andrea. «On a onosco.» Un altro schiaffo gli avrebbe ridato lucidità pensò Filippi, che immediatamente provvide. «‘nculo.» Sbiascicò Gilli, che intanto aveva iniziato a ridere. Era completamente andato però l’ispettore doveva approfittare di questo momento per cercare di trovare conferma alla sua teoria. «Alcuni giorni fa, diciamo due settimane più o meno, hai conosciuto una ragazza straniera.» Azzardò con tono duro Andrea: «Voglio sapere cosa ti ha detto, come si chiama!» «Grrraaan opa.» Fu tutto quello che disse Gilli. «Dove eri? Dove l’hai conosciuta?» «Ologna.» Poi vomitò sul tappetino dell’auto. «Porca puttana!» Imprecò Andrea che poi gli assestò un 70


ulteriore schiaffo ma Gilli era già caduto in un sonno profondo contro il quale nemmeno gli schiaffi dell’ispettore nulla poterono. Il resto del viaggio dovettero farlo con tutti i finestrini abbassati per il nauseante odore di vomito che aveva impregnato l’ambiente. «Che minchia ha mangiato sto fetente?» Commentò l’agente Piras che era alla guida dell’auto. Filippi non rispose, intento a respirare solo l’aria che entrava dal finestrino per evitare di vomitare anche lui. Dopo il resoconto di Andrea fu il mio turno; ero emozionato e non sapevo bene da dove iniziare. «Marisol mi è venuta a trovare!» Buttai lì. «L’hai trombata?» Fu il commento. «Sto parlando seriamente, pistola.» Ribattei cercando di avere la sua attenzione. Dopodiché gli feci il resoconto completo della giornata e di tutto quello che mi aveva detto Marisol aggiungendo qualche commento personale, ma evitando, per il momento, di parlare della proposta che mi aveva fatto. Nonostante la lunga e solida amicizia con Andrea decisi che era meglio aspettare. Io stesso non avevo ancora accettato ed era meglio non mettere altra carne al fuoco per il momento. La verità però era che io volevo accettare la proposta e temevo la reazione di Andrea alla notizia. Terminato il mio racconto la prima cosa che disse Andrea fu: «Cazzo questa sì è una notizia! Ed è più credibile della versione ufficiale.» Aggiunse. «Gilli non mi convince.» Confermai io: «Non lo vedo come assassino maniaco. È uno sfigato. E non sarebbe capace di farlo senza farsi beccare nel momento stesso in cui lo pensa.» «Sono d’accordo.» Confermò Andrea. «Come spieghi però l’impronta? È sua vero?» «Certo che è sua. Sicuro. Ancora non so cosa sia successo. Ma lui è un tossico, ladro di stereo e macchine. Ha ammesso di conoscerla anche se lo ha detto mentre era strafatto, in via ufficiosa, e non vale come prova. Sa qualcosa, bisogna trovare il modo di farlo parlare. Ma secondo me, non è un assassino.» «Sì, come pensi di farlo parlare?» 71


«Domani sarà in grado di sostenere l’interrogatorio spero che si sciolga un po’ per la paura di accuse forti che gli saranno mosse.» «Parteciperai?» Chiesi fremente. Immaginavo già quello che poi mi avrebbe raccontato. «Sì, credo che tra me e il commissario sia scoccato il colpo di fulmine.» Fu il commento di Andrea ripensando all’ultima conversazione avuta con Bazzi. «Forse ti coinvolge per evitare che tu lo prenda per il culo.» Aggiunsi io ironicamente. «Può essere, ma ho l’impressione che si sia un po’ svegliato. Credo che abbia capito che la procedura che ha studiato sui libri è una cosa e la strada un’altra. Sospetto che mi lascerà fare, mi darà più spazio. Lo spero almeno.» Nel dire questo, non immaginava nemmeno quanto si stesse sbagliando. «Sarebbe ora. Certo che dal suo punto di vista non è poi così insensato pensare che vi sia un unico colpevole maniaco.» «Certo! Su questo posso anche essere d’accordo, non voglio certo insinuare che vi siano due persone che si copiano nella maniera di uccidere. Al contrario è molto probabile, sicuro direi, che l’assassino sia uno solo. Solo che secondo me, non è Gilli. Tutto qui.» Concluse secco Andrea. «E chi allora? Io sinceramente non ci vedo nemmeno Testaro. Cioè, non sostengo che non sia capace di uccidere, per esempio se qualche ragazza avesse deciso di parlare o scappare, ma in quel modo... » Non terminai la frase. «Non ha molto senso, apparentemente.» Terminò Andrea che poi aggiunse: «Se però ci fosse sotto qualcosa di grave o che nemmeno siamo in grado di immaginare allo stato attuale... » Non terminò la frase. «Già!» Confermai pensieroso. «Ho parlato con Gino e nemmeno lui crede che Giovanni sia colpevole.» Aggiunse Andrea: «Inoltre» proseguì, «mi ha detto che la ragazza, la prima almeno, era del gruppo Testaro.» «Ah!» Esclamai sorpreso: «E chi era?» «Non lo sa, dice solo che questo è quello che si vocifera nell’ambiente e che era nuova, nessuno la conosceva.» 72


«Questo spiega perché, non ci sono state denunce di scomparsa o simili, nemmeno una telefonata anonima.» Conclusi. In quel momento fummo interrotti nelle nostre speculazioni dallo squillare del cellulare di Filippi. Era Piras che lo informava che una coppietta che si era appartata in zona alle due del mattino del giorno del ritrovamento del primo cadavere dichiarava di aver visto un’auto che loro stessi definirono sospetta. Richiamò la loro attenzione perché sembrava che stessero cercando uno spazio dove appartarsi, come fanno in tanti. Però la zona era quasi deserta, vi era posto ovunque ma sembrava che nessuno andasse bene per loro. Sembrava che stessero cercando un posto preciso, e allora incuriositi, continuarono a seguirla con lo sguardo fino a che la persero di vista, mentre si dirigeva verso il fiume, dopo le case dei contadini. Non ci fecero più caso, pensarono a drogati che volessero nascondersi bene, o cose simili. Per un momento ebbero anche paura, stavano per andarsene poi decisero che non vi era nulla di cui preoccuparsi e continuarono a fare quello che stavano facendo. «Mi spiego ispettore?» Aveva domandato Piras. «Continua.» Fu l’unico commento di Filippi. «Risulta dalle dichiarazioni che, dopo circa mezz’ora, mentre si stavano rivestendo e fumando una sigaretta per poi andarsene, riapparve l’auto. Si accucciarono come se stessero ancora facendo l’amore e videro che si allontanava imboccando la circonvallazione in direzione della rotonda delle piscine. Nonostante non possano giurarlo entrambi credono che vi fossero due persone a bordo.» «Concorda con quello che ha dichiarato l’altro testimone.» Disse Andrea. «Sì ispettore.» Confermò Piras. «Del colore e modello d’auto cosa ricordano?» «Chiara.» Disse Piras: «Gli parve un Fiorino chiaro, bianco o grigio.» «Numeri o lettere della targa?» Azzardò Andrea. «Chiede troppo ispettore.» «Immaginavo.» Commentò Andrea, che poi aggiunse: «Bene 73


Piras, grazie. Ottimo lavoro.» Stava per riattaccare quando Piras richiamò la sua attenzione. «Ispettore, un’ultima cosa, anche se poco importante, ho controllato anche all’università e come era da aspettarsi, non ne è uscito nulla.» «Immaginavo.» Fu il commento lapidario di Andrea. Mi svegliai nel cuore della notte o almeno così pensavo. Mi sembrava che fosse passata un’infinità di tempo da quando Andrea se n’era andato. Guardai l’orologio e avevo dormito solo un’ora. Ero sudato e tremavo, il cuore mi batteva a mille e mi girava la testa. Conoscevo quella sensazione purtroppo, per averla sperimentata in passato. Ansia e panico erano diventati una brutta compagnia della mia vita alcuni anni prima. Da allora avevo provato ogni tipo di terapia, ognuna delle quali mi aveva regalato alcuni mesi di sollievo ma poi le crisi si ripresentavano sempre. Quello che avevo imparato era di non spaventarmi troppo e con una pastiglia sapevo che in pochi minuti avrei recuperato la stabilità e la calma. Giusto il tempo di metterla sotto la lingua e aspettare dieci, quindici minuti che facesse effetto. Nell’attesa che questo avvenisse però, vivevo l’inferno che è l’ansia e suo fratello maggiore, il panico. Mi ero alzato dal letto tremante, camminavo nervosamente per il corridoio, ero uscito sul balcone, avevo acceso una sigaretta, bevuto un bicchier d’acqua, acceso la televisione, cercavo il telefono per verificare se avevo messaggi, ero andato al computer per controllare la posta. Tutto era utile al solo scopo di cercare di distrarre la mia mente dai pensieri negativi che accompagnavano questi attacchi: morirò; mi sta venendo un infarto oppure uno sbalzo di pressione; adesso svengo e nel cadere sbatto la testa e rimango incosciente fino a che non mi trovano. Mi grattavo le braccia e la faccia per scacciare il formicolio e i brividi che mi percorrevano il corpo. Mi sedevo, poi mi alzavo e camminavo ancora per poi tornare a sedere o sdraiarmi. Ero andato in bagno a lavarmi la faccia, avevo pisciato, 74


bevuto un altro bicchier d’acqua e acceso un’altra sigaretta. Affacciato al balcone contando le auto che passavano mi resi conto che mi stavo calmando, i pensieri negativi stavano scomparendo come cancellati e sostituiti da altri. Ero di nuovo in possesso della mia mente. «Finalmente.» Sospirai sollevato. Guardai di nuovo l’orologio che indicava le 23:58. Ricordai che prima di svegliarmi stavo sognando e cercai di mantenere occupato il mio cervello nel tentativo di ricordare. Il sogno era popolato da ragazze belle e provocanti; erano nude e mi chiamavano a loro; io mi avvicinavo e mi accorgevo che piangevano. Una folla intera di ragazze urlava e piangeva come in un inferno dantesco. La prima della fila si avvicinava a me continuando a chiamarmi. Avevo paura, ero senza scarpe e non potevo parlare. Mi sforzavo, ma dalla mia bocca non usciva nulla. Volevo gridare e andarmene, ma una forza irresistibile mi spingeva ad avvicinarmi. Ormai la ragazza era a pochi metri potevo veder la sua faccia macchiata dal trucco che colava sulle guance, trasportato da un fiume di lacrime. Il coro delle altre urlava sempre più forte, ma io non capivo cosa dicessero. Solo il mio nome era comprensibile, il resto erano suoni e versi confusi. La ragazza ormai era vicinissima, potevo sentire il suo odore, lo stesso profumo di Marisol; è lei! La vedevo e volevo parlarle ma non ci riuscivo allora la toccavo come per trasmetterle le mie parole, ma nel momento stesso si trasformava in polvere che cadeva ai miei piedi e volava via trasportata dal vento lasciando solo angoscia e paura. Non potevo ricordare altro. L’importante però era che nonostante il sogno abbastanza inquietante, avevo ritrovato il controllo, l’ansia sparita, l’attacco di panico sconfitto, almeno fino alla prossima volta. Forse dovrei lasciare perdere questa storia, pensai, o forse ho bisogno di tornare dal dottore. Scacciai il pensiero, quello che contava era che mi ero già ripreso dalla crisi però, adesso sapevo che non sarebbe stato facile tornare a dormire. La notte era persa. O forse no... 75


Mi vestii in fretta: un paio di jeans e una maglietta; infilai il primo paio di scarpe che avevo accanto al letto; presi al volo la giacca di pelle mentre già sfrecciavo nel corridoio. Mi chiusi la porta alle spalle senza preoccuparmi di dare almeno un giro di chiave. Tanto qui non c’è nulla da rubare, pensai per giustificare a me stesso la mia discutibile abitudine a causa della quale tutti i miei famigliari mi criticavano e rimproveravano. Scesi le scale che portavano al portone principale e uscii in direzione del bar, il Derby, con la speranza che ci fosse ancora qualcuno con cui chiacchierare un po’ nell’attesa che il sonno tornasse. Giunto in prossimità del bar mi ci volle poco per capire che si prospettava una serata con la S maiuscola. Da dentro giungevano le urla eccitate dei presenti, la musica a tutto volume. Una bolgia. Sembrava uno stadio più che un bar. Stavo per tornare a casa pentito della decisione presa quando qualcuno gridò dalla soglia del bar. «Biand! Vieni dentro, dove cazzo vai.» Biondo era uno dei soprannomi con cui mi chiamavano i miei amici, dovuto al colore dei miei capelli, che portavo quasi sempre lunghi. Ero fregato, mi girai e vidi la Brace con una bottiglia in mano e un bicchiere nell’altra che mi guardava con occhi lucidi. «Andam a gnoca.» Poi aggiunse: «Gino ci porta al night!» Il tutto con un tono e volume di voce tipico di chi aveva bevuto troppo. Gino era come il papà o lo zio di tutti ed essendo il maggiore di età era quello di cui si diceva ci porta; come se fosse un papà che accompagna i bambini a scuola. Gino era appoggiato al bancone, come sempre, e aveva assistito al mio arrivo richiamato dalle urla della Brace. Più compassato ma non meno ubriaco, aveva quindi confermato l’invito. «Esat, andam al nait.» Cercai di protestare che volevo solo passare un paio di ore in compagnia e tornare a casa; che ero stanco, ma l’insistenza di tutti mi fece cedere. Non mi attirava molto l’idea del night. Però, pensandoci bene, potrebbe essere una occasione per 76


dare un’occhiata in giro e chissà per fare qualche domanda. Anche se non avevo ancora deciso se accettare o no la proposta di Mari, vidi in quella serata una sorta di prova generale, non impegnativa, del lavoro che mi aspettava se avessi accettato. «Dove ci porti?» Domandai quindi a Gino, nocchiero di questa nave di sballati. «Da Giovanni.» Fu la risposta: «Al Bogotà.» Disse Giovanni come avrebbe detto da Giorgio rivolgendosi al presidente; come se fossero amici. Era un abitudine di Gino rivolgersi a personaggi noti o famosi con il solo nome di battesimo. Il Bogotà era uno dei tanti night di Testaro il quale aveva dato a ogni locale un nome che aveva relazione con la provenienza delle ragazze che vi lavoravano: c’era il Bogotà appunto, dove la maggioranza erano colombiane; il Caracas, l’Habana, il Santo Domingo e il Brasilia. Praticamente una franchigia del sesso dove circolavano le ragazze più belle della regione e forse d’Italia, secondo quello che si diceva. Quello che era sicuro è che la gente veniva da tutte le parti per vedere le donne di Giovanni. Una volta giunti al Bogotà il gruppo si disperse tra i meandri del locale, separé appartati, stanzette buie e divanetti immersi nell’oscurità; mentre io rimasi appoggiato al bancone a fare compagnia a Gino e godere dello spettacolo delle ballerine di lap-dance. Gino, a differenza degli altri che avevano scelto una ragazza ed erano spariti, si era semplicemente trasferito dal bancone del bar a quello del night e continuava a bere birra nella stessa posizione e con la stessa espressione dipinta sul volto, come se non fosse cambiato nulla. Una statua trasferita dal bancone del bar a quello del night. Dopo circa un’ora di spettacolo danzante e vari commenti sulle ballerine, giudicai che era giunto il momento. Consideravo che Gino dovesse essere abbastanza ubriaco per avere la lingua sciolta, ma non tanto per raccontarmi cazzate. Tra un evoluzione e l’altra della ragazza di turno al palo della lapdance azzardai. 77


«Che belle ragazze! Possibile che così belle non trovino altro da fare che le ballerine o peggio?» Gino appoggio il bicchiere e disse: «Biondo sei ingenuo.» «Perché?» Domandai continuando a fare l’ingenuo, la tattica sembrava funzionare. «Nessuna ha i documenti.» Fu la secca risposta di Gino che poi aggiunse: «Non lo sai che quando arrivano la prima cosa che fanno i magnaccia è togliere il passaporto, o il permesso di soggiorno, così non vanno da nessuna parte. Poi fissano un prezzo e finché non l’hanno pagato sono fottute. Devono fare quello che dice il capo.» Rimasi sorpreso da questa rivelazione e non seppi cosa dire. Feci finta di guardare la ballerina che si stava togliendo il minuscolo reggiseno e mostrava due tette di dimensioni enormi. Il suo show era quasi finito, tra poco qualche cliente attratto dalla merce appena esposta l’avrebbe affittata. Di fatto in quel locale, come in tanti altri di quel genere, le ragazze ballavano a turno sulla piattaforma della lap-dance in modo che tutti i presenti potessero vedere. Quindi tornavano in pista, passeggiando tra i clienti e sorridendo, affinché qualcuno si decidesse a offrirle da bere. Per ovvi motivi non offrivano mai sesso o prestazioni per evitare di incorrere nel reato di adescamento. Si limitavano a passarti a fianco, sorridere e poi con la finta carineria che avevano appreso in anni di lavoro: «Bello, mi offri da bere?» Accettare significava potersi sedere su un divano in penombra e parlare con la ragazza una mezz’ora o anche meno, mentre una cameriera ti serviva la consumazione per un prezzo fisso, indipendentemente da cosa si ordinava. Scaduti i venti minuti, dovevi ordinare nuovamente per evitare che la ragazza se ne andasse in cerca di qualcuno che avesse più sete. Venti, trenta euro a consumazione dei quali alla ragazza spettavano forse cinque o al massimo dieci. Questo quello che succedeva normalmente. Vi erano poi un’infinità di altre prestazioni che andavano concordate, di volta in volta, con la ragazza nel momento in cui questa 78


fosse stata sicura che il cliente non era uno sbirro. Raggiunto l’accordo, molti locali disponevano di camere dove appartarsi. Tornai alla carica con Gino. «E tu come sai queste cose? Chi te le ha dette?» «Le ragazze. Quando le impari a conoscere si fidano. Sono persone come noi, ogni tanto hanno bisogno di parlare con un amico.» «E tu sei amico di molte?» Volli sapere. «Abbastanza, sono 30 anni che vado a puttane.» «Me ne presenteresti una? Voglio dire, una che sia disponibile a parlare un po’ con me.» Gino sospirò: «Ma che cazzo vuoi sapere?» «Sto scrivendo un libro.» Mentii. «Ma non eri detective? Adesso anche scrittore... » «Tutto quello che è misterioso mi attira e ho pensato di scrivere una storia sulla vita che fanno queste ragazze.» «Non dire cazzate Biondo! Sono ubriaco ma non scemo.» Sentenziò Gino. «Me la presenti o no?» Domandai con tono da ultimatum. «Forse.» Disse Gino. Poi bevve la sua birra e aggiunse: «Adesso però non rompere le palle!» Detto questo prese sottobraccio una ragazza che passava e sparì nel buio del locale lasciandomi solo e deluso. Rimasi in attesa con la speranza che Gino tornasse presto. Volevo sapere. Ero curioso. Intanto guardavo le ballerine, giovani donne in mostra. Cercavo di cogliere da uno sguardo o da una espressione chi fossero, da dove venissero, che storia avevano alle spalle, le loro paure e i loro desideri, cosa provavano ad avere addosso gli sguardi di tutti quegli uomini arrapati. Chi erano fuori da quei locali, come e dove vivevano. Mi colse un po’ di tristezza e una domanda che mi ronzava in testa da molto tempo prese forma in quel momento preciso: Chissà se anche Mari prima di diventare la signora Testaro era passata per il Bogotà? Chissà se anche lei era passata sotto al microscopio di quegli sguardi affamati? Chissà se anche 79


lei aveva dovuto subire le viscide carezze di quegli uomini? Chissà... Sospettavo ma non avevo certezze, nessuno parlava di lei e del suo passato, come fosse un tabù. Stavo pensando di rischiare il tutto per tutto chiedendo a Gino cosa sapesse di lei, ma decisi che era meglio di no. Per lo meno non adesso. La Brace, uno del gruppo, interruppe i miei pensieri atterrando sul bancone del bar e ordinando una birra. Era rosso in faccia e ubriaco più di quanto lo fosse stato al bar. Doveva aver offerto molti giri di bevute a qualche ragazza, pensai. «Biondo stai diventando finocchio?» Mi domandò, poi aggiunse: «Perché non ti prendi una bella gnocca invece di stare qui a fare la muffa!» «Sono di gusti difficili.» Risposi con la prima cosa che mi venne in mente. «Ma fammi il piacere.» Sbottò: «Se non trovi una che ti piace qui meglio che ti fai prete o vai a culi!» Fu il commento di Brace. «La verità è che sono timido.» Dissi sorridendo, al che la Brace scoppiò in una fragorosa e sonora risata. «Timido tu? Ma finiscila di dire cazzate. Dai andiamo te ne presento una io.» Disse. Mi stava già tirando per un braccio tentando di scollarmi dal bancone cui mi attaccai come unica ancora di salvezza. Per fortuna in quel momento arrivò in mio aiuto Gino, il quale come se non fosse mai andato via si rimise nella stessa posizione di poco prima, ordinò una birra e continuò a parlare come se non avessimo mai interrotto il discorso. «Vuoi conoscerla davvero?» Domandò. «Sì.» Risposi senza esitazioni. «Vieni con me.» Ordinò e iniziò a camminare mentre io lo seguivo nella penombra del Bogotà schivando seni e glutei che apparivano da ogni parte. Il giorno dopo mi svegliai tardi, la serata si era protratta fino alla prime luci dell’alba quando anche gli ultimi irriducibili avevano tirato la spugna vinti dal sonno e dalla birra. Avevo mal di testa e nessuna voglia di alzarmi, però l’idea di un buon 80


caffè e una sigaretta mi diedero l’impulso per lasciare il letto e dirigermi in cucina. L’orologio appeso alla parete segnava le 12:15. Ora di pranzo, pensai; però al massimo avrei potuto riunire il necessario per una colazione e non troppo abbondante. Erano almeno due settimane che non entravo in un supermercato, il frigorifero era deserto e la dispensa vuota era la sua unica compagnia, per cui di preparare un pranzo degno di questo nome nemmeno pensarlo. Mancavano ancora tre ore all’appuntamento con Fernanda, la ragazza che la sera precedente Gino mi aveva fatto conoscere e che dopo varie insistenze aveva accettato di parlare con me. Avevamo deciso di incontrarci alla stazione di Modena, con la speranza che il via vai delle numerose persone in partenza e arrivo ci offrisse una protezione; saremmo sembrati due fidanzatini che si salutano prima di lasciarsi o in partenza per una vacanza romantica. La sera prima Fernanda si era molto spaventata ed era quasi scappata quando al secondo giro di bevute le avevo detto che volevo informazioni. Aveva pensato che fossi della Polizia. Fu necessario l’intervento di Gino per calmarla e rassicurarla che stavo solo raccogliendo materiale per un libro. Credo che nemmeno lei, come Gino del resto, avesse bevuto la storia dello scrittore in cerca di informazioni però, alla fine, aveva accettato. Forse poi non era così difficile abbattere il muro di omertà e paura che circondava Testaro e le sue attività. A me era costato 160 euro in bevute per poter continuare a parlare con lei; e presumevo che le informazioni che mi avrebbe dato il giorno seguente, non sarebbero state gratis; però la curiosità di sapere quello che mi doveva dire era troppo forte, il fatto stesso che qualcuno mi prospettasse la possibilità di fornire informazioni su Testaro non aveva prezzo. Immaginavo già la faccia di Andrea quando gli avrei raccontato tutto. A proposito di euro. Dissi a me stesso, poi mi incamminai verso la sala dove avevo passato il pomeriggio precedente a parlare con Marisol. La busta con le banconote era ancora al suo posto. Era più forte di me, ormai avevo iniziato e tanto valeva proseguire e cercare di terminare. 81


Mandai un messaggio a Mari composto di una sola parola: “Accetto!” Poco dopo la risposta fu altrettanto concisa: “Grazie, besos.” Poi mi venne in mente che mi aveva detto che il marito era in viaggio di lavoro. Lavoro, pensai con sarcasmo, starà cercando giovincelle fresche in qualche spiaggia sud americana. Forte del fatto che adesso lavoravo per lei mi sentii autorizzato a mandarle un messaggio dal tono perentorio. Scrissi: “Domani trova il modo di incontrarmi. Dobbiamo parlare del lavoro.” La risposta mi sorprese piacevolmente: “Esta bien caro Ale. Vado a la tua casa alle tre”. Il vado e il vengo, quando usare uno e quando l’altro, era una cosa che le avevo cercato di spiegare decine di volte ma era più forte di lei. La differenza tra l’italiano e lo spagnolo in questo caso era molto marcata e l’usanza spagnola era tanto radicata in lei da non poterla correggere. La salutai confermando l’ora e chiedendole gentilmente che si vestisse un po’ di più del giorno prima sennò non avrei risposto delle mie azioni, sapendo che avrebbe accolto la battuta come un complimento e avrei ottenuto esattamente l’effetto contrario. Si sarebbe presentata mezza nuda. E l’idea non era poi così male. La vanità di una donna è seconda solo alla sua presunzione, pensai sorridendo. Mille domande mi si accavallavano nella testa. Ero già emozionato e agitato al pensiero dell’appuntamento con Mari. Quello che non sapevo ancora era che il giorno seguente non sarei stato a casa mia alle tre. 82


Al commissariato l’ispettore Filippi e il commissario Bazzi nonostante fosse Sabato si erano dati appuntamento per fare quattro chiacchiere con Gilli, il quale, dopo la nottata passata a smaltire la sbornia sarebbe stato in grado di articolare due parole senza vomitare. Era presente anche l’avvocato d’ufficio non molto contento di essere stato scelto per quell’incombenza sabatina. Il sospetto, secondo il Dottor Bazzi colpevole, fu condotto in una sala del commissariato scortato da due agenti e ammanettato. L’avvocato, che si rivelò essere un’avvocatessa, era una giovane donna, meno di quarant’anni pensò Andrea, di aspetto piacevole, ben vestita ed elegante ma non eccessivamente formale. Non tanto alta e non appariscente, senza grandi forme alla Marisol però, nel complesso, più che carina. Si potrebbe dire che era una bella donna in miniatura: tutto ridotto, ma al posto giusto. All’ispettore piacque subito e sperando che non si rivelasse troppo rompi palle sul lavoro, Filippi la accolse con un sorriso e allungò la mano verso di lei che ricambiò il sorriso e strinse con forza la mano dell’ispettore. Andrea non poté fare a meno di pensare: donna nana tutta tana ma subito la sua coscienza lo fece vergognare e lo corresse, cosa cina cosa fina al che assunse un’espressione più che professionale e si presentò. «Piacere avvocatessa sono l’ispettore Filippi e lui è il Commissario Bazzi incaricato delle indagini.» «Piacere, avvocatessa Marta Giovannini. Avvocato d’ufficio nominata dal tribunale di Modena. Di che capi di imputazione stiamo parlando?» Domandò con tono superbo l’avvocato come per impressionare i presenti e mettere in chiaro che avrebbe fatto il suo lavoro seriamente. «Omicidio doloso.» Fu la risposta del commissario: «Aggravato e continuato.» Aggiunse. «Oltre ad alcune altre cosucce di minore importanza.» Aggiunse Filippi. «Non ho avuto molto tempo per studiare il caso.» Disse l’avvocatessa: «Sareste così gentili da mettermi al corrente?» «Come di certo avrà saputo» esordì il commissario, 83


«ultimamente ci sono stati due delitti.» Fece una pausa per cercare la parola più adatta: «Un po’ insoliti.» Disse. «Non vorrà insinuare che il mio cliente è accusato degli omicidi delle due ragazze?» «Proprio così dottoressa.» Confermò il commissario. «Ho saputo della mia nomina solo ieri.» Disse preoccupata la legale. L’ispettore intervenne rassicurandola: «Non si preoccupi, oggi vogliamo solo fare qualche domanda all’indagato. Lei garantirà che non stiamo violando i suoi diritti. Poco più che una formalità.» Entrarono nella stanza dove Gilli aveva perso l’espressione da ebete del giorno prima e stava tremando un po’ per paura e un po’ per astinenza. Era visibilmente preoccupato. Non ricordava nulla del giorno precedente, dell’arresto e del perché si trovasse lì. L’ispettore Filippi fu il primo a parlare dissipando i dubbi del sospettato, raccontando l’arresto e tutto il resto, omettendo solo la parte degli schiaffi, che per altro non avevano lasciato segni né fisici né tantomeno nel ricordo del Gilli. Gli spiegò la gravità delle imputazioni che gli venivano mosse e quello che l’aspettava da un punto di vista legale. L’avvocatessa confermò le parole dell’ispettore il quale, rapidamente espletate le formalità, attaccò: «Hai qualcosa da dichiarare?» «Io non ho ucciso nessuno.» Affermò. «Le impronte ritrovate sul corpo di una delle vittime dicono il contrario.» Intervenne il commissario che volle farsi carico dell’interrogatorio. «Balle, mi volete fregare. Io sono innocente.» «Spieghi allora come mai le sue impronte erano sul corpo della ragazza?» «Questo lo dice Lei commissario.» Ribatté superbo il Gilli. «No. Lo dice la perizia e l’analisi fatta sul corpo della vittima.» Il Gilli cambiò espressione e rivolse lo sguardo alla Giovannini in cerca di aiuto con gli occhi spaventati. L’avvocato chiese di poter parlare con il suo cliente da sola per cui l’ispettore e il commissario li lasciarono soli qualche minuto. 84


Poco dopo l’avvocatessa li accolse con un sorriso di compiacimento avvisandoli che il suo cliente non aveva nulla da dichiarare e che si sarebbe avvalso, per il momento, della facoltà di non rispondere. Il commsissario giudicò terminato l’incontro e salutando cortesemente il leguleio si ritirò nel suo ufficio, mentre l’ispettore Filippi non accettava che gli avessero rotto le palle di Sabato mattina per non arrivare a nulla. Decise che avrebbe giocato la sua ultima carta. «Bene, avvocato.» Disse rivolto alla Giovannini quando furono soli: «Non resta che riaccompagnare l’imputato in cella di sicurezza in attesa di Lunedì quando si effettuerà il trasferimento a Modena.» Poi aggiunse serio: «Però, se mi aspetta un minuto vorrei parlarle a quattr’occhi e in tutta franchezza.» Dopodiché si rivolse agli agenti di scorta: «Andiamo.» E si incamminò con loro lasciando l’avvocato sulla porta. Quando tornò l’avvocatessa era ancora in commissariato e Andrea, le si avvicinò sorridente. «Posso offrirle un caffè?» «Perché no?» Fu la risposta del legale accompagnata da un sorriso malizioso mentre dentro di sé pensava è un uomo affascinante. Uscirono dirigendosi al bar vicino al commissariato, si sedettero a un tavolino e ordinarono due caffè. Per un momento tra di loro scese il silenzio, nessuno dei due guardava l’altro, entrambi concentrati nel proprio caffè. L’ispettore non sapeva bene in che maniera affrontare lo spinoso tema dei consigli legali. Era convinto che l’avvocatessa avesse sbagliato a consigliare al suo cliente di non rispondere. Ora più che mai era il caso di dire la verità per togliersi dai guai. Dopo alcuni, imbarazzanti minuti, l’ispettore prese l’iniziativa e andò direttamente al punto. «Se posso permettermi, credo che il non parlare non sia stato il consiglio migliore per il suo cliente.» La Giovannini parve offendersi o per lo meno questo era ciò che manifestava la sua espressione e l’atteggiamento che assunse. 85


«Cosa le fa credere di sapere cosa è meglio per il mio cliente?» Tuonò minacciosa. «Avvocato» disse, «non voglio offenderla, né insegnarle a fare il suo mestiere però, in tutta sincerità, mi dica se pensa che quello sfigato del suo cliente secondo lei è capace di fare quello di cui è accusato?» La domanda rimase nell’aria, l’ispettore non attese risposta che diede per scontata e proseguì. «Non pretendo certo di sapere quello che il suo cliente le ha confidato in privato, solo una sua opinione, così, a freddo. L’avvocatessa scrutò un momento il suo interlocutore. Nonostante giocassero su due bandi opposti e rappresentasse il nemico l’ispettore le piaceva. Decise che poteva fidarsi. «Credo che il commissario si stia sbagliando. Gilli è innocente. E lo dico come persona non come avvocato.» Ammise infine Marta. «Lo immaginavo.» Fu il commento di Andrea che poi proseguì: «Però la situazione del suo cliente è molto grave. È stato trovato in possesso di un arma da taglio e di cocaina. La prossima settimana avremo gli esiti degli esami effettuati e se risultassero compatibili... » Lasciò la frase incompleta, nell’aria giusto il tempo necessario perché l’avvocata ne cogliesse le implicazioni poi proseguì: «Inoltre c’è quell’impronta che lo relaziona in modo inconfutabile con la vittima.» Concluse. «Certo l’impronta ci darà filo da torcere e il resto potrebbe peggiorare ancora la situazione. Rischia una condanna seria e lunga.» Ammise a malincuore la Giovannini. «Sì. Questo è il punto... » Cominciò Andrea serio che poi manifestò i suoi dubbi: «Il commissario giudica il caso risolto, io so che il Gilli ha conosciuto la ragazza morta, per lo meno la prima. E suppongo che questo sia avvenuto a Bologna. Quello che ancora non so è in che circostanze, come e perché tutto ciò sia accaduto. Ma sospetto che il suo cliente potrebbe raccontare molto al riguardo» L’avvocato lo guardava fisso e seguiva le parole con estrema attenzione. Gli stava suggerendo una strategia di difesa? Dove voleva arrivare? Tutto questo era molto strano o per lo meno 86


insolito. Decise di non interrompere e continuò ad ascoltare con la massima attenzione. «Ritengo che il Gilli abbia molte cose da dire, cose che probabilmente lo incriminerebbero, però non di omicidio. Forse il Gilli non è sufficientemente furbo per valutare la cosa e la gravità di quello che abbiamo contro di lui.» L’avvocato stava facendo cenni di assenso con la testa e il suo sguardo era affascinante e affascinato da quell’ispettore carino e sveglio che le stava illustrando la sua particolare visione del caso. «Capisco.» Esclamò infine quando Filippi ebbe terminato. L’ispettore sperava che stesse capendo davvero. Le sembrava un po’ ingenua. La faccia da bambina, con poco trucco, quasi dimessa, non quadrava con l’idea di un avvocato scaltro. «Se ha capito realmente quello che voglio dirle, certamente avrà colto che questa conversazione è, come dire, una cosa tra amici, strettamente confidenziale.» «Chiaro.» Confermò l’avvocato. «Amici.» Sottolineò quest’ultima parola con un sorriso, che accese le speranze di Andrea, speranza che non avevano nulla a che vedere col caso. «Anzi» aggiunse l’avvocatessa, «dal momento che siamo amici, mi chiami Marta.» «Bene.» Disse Filippi: «E lei mi chiami Andrea. Marta,» aggiunse con un sorriso mieloso, «quello che io penso o suppongo come cittadino interessato a scoprire la verità e che sia fatta giustizia, non conta. In tribunale, come sai meglio di me, contano solo i fatti.» Disse l’ispettore, che poi fece una breve pausa, dopodiché aggiunse: «E i fatti sono assolutamente contro il tuo assistito. Però, se decidi che hai fiducia in me, ti lascio il mio numero.» Detto questo le passò un tovagliolino di carta sul quale, mentre faceva quest’ultima insinuazione, aveva annotato il proprio numero di cellulare. L’avvocatessa lo ricevette con due dita con espressione un po’ schifata, come se le avessero dato qualcosa di sporco. Balbettò un d’accordo. E lo lasciò cadere nella borsetta. Si alzò e allungò la mano all’ispettore, dicendo: «Se non c’è altro io me ne andrei.» E mentre diceva queste parole allungò all’ispettore 87


un molto più professionale ed elegante biglietto da visita. L’ispettore ringraziò per la cortesia, le strinse la mano e i due si separarono. Andrea sperava che l’avvocato avesse capito davvero e decidesse per il meglio. Decidesse, cioè di consigliare al suo cliente di spiegare tutto. Inoltre, sperava che l’avvocatessa lo chiamasse anche se il suo cliente non avesse avuto nulla da dire... Io mi stavo dirigendo a Modena in tutta fretta. Mi preoccupava che qualcuno potesse seguire Fernanda e volevo già essere sul posto per vederla arrivare e controllare. Non si sa mai mi dissi, se era tanto preoccupata di vedermi e parlarmi un motivo ci doveva pur essere. Avevo uno zaino nell’auto che usavo spesso per motivi di lavoro, per mettere macchina fotografica, telecamera e altre cose. Decisi che non avrebbe stonato alla stazione un capellone che si aggirava con uno zaino in spalla fumando nervosamente. Dopo dieci minuti di attesa, la vidi arrivare e mi passò a fianco così come d’accordo senza guardarmi e senza salutarmi, dirigendosi direttamente al tabellone degli orari dei treni in partenza e poi girando a destra verso il bar. Dopo cinque minuti e dopo essermi assicurato che nessuno la stesse seguendo la raggiunsi dirigendomi deciso verso il suo tavolo. «Ciao.» Le dissi e mi allungai per darle un bacio che ricevette e ricambiò come concordato il giorno prima. La passione che ci mise, però fu tanto reale che per un momento pensai che fosse un bacio vero. Scacciai il pensiero pensando che era una professionista. Ordinammo da bere come sarebbe stato logico e poi saltando qualsiasi altro preambolo le dissi: «Vorrei sapere che tipo di vita è la tua. Sto lavorando a un libro che vorrei fosse il più reale e crudo possibile. Non farò nessun nome.» La rassicurai. «Ancora con la cazzata del libro? » Sbottò. «Dimmi la verità e te la dico anche io.» Mi fulminò con lo sguardo. «Posso pagare.» Aggiunsi: «Ho un budget per questa ricerca.» 88


«Vaffanculo!» Esplose poi fece per alzarsi. Mi resi conto che senza volere l’avevo offesa. Avrei voluto cancellare le mie parole che risuonavano ancora nell’aria che si stava riempiendo di tensione. Volevo pagarla come si paga un informatore, per un favore, per il disturbo o per il rischio che correva parlando con me. L’impressione che avevano dato le mie parole invece era diversa. La frase alle sue orecchie doveva aver suonato più o meno così: sei una puttana, ti pago e tu fai o dici quello che voglio. Mi vergognavo. Le presi una mano e la trattenni. «Scusa.» Dissi: «Mi sono espresso male.» La sua espressione era seria e imbronciata; con le braccia sul petto in segnale di totale chiusura verso il mondo e me in particolare, mi guardava senza aprire bocca. Cominciamo bene pensai. Adesso sembravamo due fidanzati in pieno litigio prima di lasciarsi, altro che coppietta felice in partenza. «La verità ti sembrerebbe più incredibile che la storia del libro.» Le dissi. «Lo voglio sapere lo stesso.» Poi aggiunse: «Tu mi stai chiedendo che io mi fidi di te raccontandoti cose che potrebbero costarmi care, come pretendi che lo faccia se nemmeno mi dici la verità su chi sei, cosa fai e cosa stai cercando?» Più che logico pensai. Ha ragione. Pensavo che il fatto che Gino le avesse detto del libro potesse bastare. L’avevo sottovalutata. Gino mi aveva solo dato le carte, adesso dovevo giocarle io. «Ok, mi chiamo Alle ed è il mio vero nome.» Sottolineai vero con un tono di voce grave: «Cioè Alessandro.» Aggiunsi un attimo dopo. Era tanta l’abitudine di sentirmi chiamare Alle che l’avevo convertito nel mio nome ufficiale: «Di lavoro faccio il detective privato.» A queste parole iniziò a ridere come una pazza. La tensione e la rabbia se n’erano andate dal suo volto. Sembravamo nuovamente una coppietta felice. «Mi prendi per il culo?» Domandò ridendo. «È la verità!» Mi affrettai a dire: «Ti avevo avvisata che non 89


mi avresti creduto.» Lo dissi senza rabbia né offeso però la mia espressione doveva averla convinta. Smise di ridere si fece più seria. «E che cosa vuole un detective da me?» «Quello che ti ho detto.» Poi aggiunsi: «Che mi racconti delle ragazze come te, come vivete e tutto il resto.» «Perché?» «Perché sto lavorando a un caso e ho bisogno di informazioni.» Fu la mia risposta. «Perché io? Come sai che io ho queste informazioni che cerchi?» «Perché Gino mi ha detto che puoi aiutarmi e credo che abbia ragione.» «Ok disse, ma perché dovrei parlare con te?» «Perché te lo chiedo per favore.» Non mi venne altro da dire. Rimasi in attesa di vedere se avevo fatto breccia nella muraglia che aveva innalzato. «A che caso stai lavorando?» Mi chiese. La situazione si stava facendo insopportabile. Era più difficile del previsto. Nessuna spiegazione le bastava e c’era sempre un perché. Decisi di tentare il tutto per tutto, del resto se era venuta fin lì, un motivo doveva pur esserci, però mi stavano girando le palle davvero e il gioco mi stava stancando. Il tono della mia voce lo manifestava chiaramente. «Diciamo allora che non posso permettermi di frequentarti al night, perché non c’ho una lira. Mi piaci e volevo passare tempo con te, magari invitarti anche a cenare, ma purtroppo vedo che non stiamo legando allora ti saluto. È stato bello, anche se è durato poco. Ciao.» Mi alzai e mi incamminai verso la porta. Usci e mi diressi dritto al parcheggio senza voltarmi ma pregando in silenzio di sentire la voce di Fernanda che mi chiamava per dirmi che mi avrebbe detto tutto. Silenzio. Camminavo verso il parcheggio e la macchina era sempre più vicina, non volevo voltarmi, volevo solo sentire chiamare il mio nome. Niente. Arrivai alla mia auto rassegnato ad aver perso un’opportunità per voler 90


fare il duro. Cercai le chiavi che non trovai. Poi sentii un tintinnio alle mie spalle mi girai e lì stava Fernanda agitando nell’aria le chiavi della macchina. Non può essere pensai. Che figura di merda! Mi dissi mentre Fernanda sorridendo mi guardava come si guarda un pistola. E aveva ragione. «Detective! Hai lasciato le chiavi.» Sorrise. «Dove pensavi di andare?» Che figura di merda! Mi ripetei. Sei proprio uno sfigato Alle, mi rimproverai. «Mi porti a fare un giro?» Domandò poi con mia gran sorpresa. Sorrisi accettando la sconfitta in questa prima manche. Avrei vinto la successiva. Erano le tre del mattino quando tornai a casa. Svoltai in viale Verdi, trasversale dove generalmente parcheggiavo se la Brace, che viveva nella stessa via, non mi fregava il posto. Tutto pieno. Mi diressi un poco più in basso verso Via Pilo la trasversale seguente, una strada senza uscita poco frequentata dove ero sicuro che avrei trovato un parcheggio. Così fu. Ringraziai i vicini che mettevano l’auto in garage lasciando la strada a quelli come me che non l’avevano. Scesi dall’auto e mi diressi verso casa godendomi il fresco della notte stellata. Camminavo con passo rilassato e ripensavo alla giornata appena trascorsa, alle rivelazioni di Fernanda, all’incarico che mi aveva dato Marisol. Non sapevo quale sarebbe stata la prossima mossa. Forse, come prima cosa, avrei raccontato tutto ad Andrea, avrei chiesto il suo consiglio. Sapevo che avrebbe cercato di convincermi a desistere e lasciare l’incarico perché troppo pericoloso, così come sapevo che io mi sarei negato. Avremmo discusso un po’ ma alla fine avrei fatto quello che dovevo fare. Mille pensieri mi passavano per la testa, quando la mia attenzione fu richiamata da un lampo. Non capii da dove fosse uscito un fulmine, dato che il cielo era stellato e non c’erano nubi. Però, giuravo di averlo visto. Poi sentii un dolore lancinante alla testa. Non capivo cosa stesse 91


succedendo. Potevo solo sentire il battito impazzito del mio cuore spinto dalla scarica di adrenalina riversatasi nel flusso sanguigno. Mi girava la testa. Un dolore indescrivibile al fianco sinistro mi fece piegare e cadere a terra. Un infarto pensai. O solo ansia; l’ennesimo attacco. Mi dicevo stai tranquillo Alle. Adesso prendi un Tavor e passa tutto, sei già a casa. Stavolta però era differente dagli altri attacchi. Le mie braccia non rispondevano; volevo cercare nelle tasche la medicina per alleviare quel dolore, ma ero paralizzato, era come se le forze mi avessero abbandonato. Non avevo mai provato nulla di simile. Il cuore sembrava esplodere. Il dolore alle costole insopportabile. Il cuore mi sta uscendo dal petto, rompendomi le ossa, pensai. Non potevo resistere, gli occhi mi si chiudevano, erano gonfi e mi facevano male. Volevo correre, scappare verso la mia casa accogliente pur nel suo disordine, rinchiudermi nella mia tana, ma non potevo muovere le gambe. Volevo gridare, parlare, chiamare qualcuno che mi sostenesse, per poter arrivare fino in casa, ma non mi uscivano parole, solo strani versi incomprensibili. Alla fine scese il buio. Pensai di essere morto, mi spaventai, piansi per non avere avuto nemmeno il tempo di salutare amici e famigliari. Avevo freddo e sete, una sete della madonna. Tremavo, il mio corpo era scosso da fremiti. Poi più niente. Il silenzio più assoluto mi ronzava in testa. Non vidi né sentii l’auto passarmi accanto e sfrecciare via sgommando né, tanto meno, i due loschi individui che mi avevano lasciato sull’asfalto ridotto da merda. Se fosse passato il camion della spazzatura mi avrebbe caricato scambiandomi per pattume. Invece alle sei passò un vicino che portava a spasso il cane per fare la pipi, fortunatamente non su di me. Mancava solo quello! Mi risvegliai, per un attimo, mi avevano già caricato in ambulanza. C’era un rumore assordante e mi sembrava di sentire centinaia di voci. Vidi una figura eterea tutta bianca, piegata su di me che mi 92


toccava il petto e pensai che dovesse essere un Angelo. Era bella, con occhi chiari, azzurri come il mare e mani delicate, dita affusolate leggere come piume. Sentii che mi toccava un braccio, poi un polso. Si avvicinò a me guardandomi dritto negli occhi, era piegata su di me e sentivo il suo respiro. A un tratto una luce negli occhi mi fece muovere la pupilla e la vista cadde su un reggiseno di pizzo rosa che vedevo dalla scollatura della camicia. Che sollievo, ero vivo e non stavo nemmeno tanto male! O forse era un Angelo, con reggiseno di pizzo? No, non mi risultava di aver mai sentito parlare di angeli con reggiseno; di pizzo poi! Dovevo essere vivo. L’angelo col reggiseno di pizzo mi mise una mascherina in faccia e persi i sensi.

93


CAPITOLO 5

Da un po’ di tempo Giovanni e Marisol dormivano in camere separate. Giovanni entrava liberamente in quella di Marisol ogni volta che ne aveva voglia e voleva sfogare i suoi istinti animaleschi. Lei sopportava a fatica queste incombenze che per fortuna erano sempre meno frequenti. C’era stato un tempo in cui quasi tutte le notti doveva adempiere i propri doveri di moglie. Lui tornava all’alba, quasi sempre ubriaco, si infilava nel letto con ancora addosso il profumo dell’ultima puttannella che aveva abbracciato, mischiato al lezzo di alcool, sudore e sigarette che traspirava da ogni poro. Dopo aver ottenuto quello che secondo lui era la soddisfazione dei propri diritti di marito e uomo, si addormentava. In tante occasioni Mari vedendolo nel letto incosciente avrebbe voluto ucciderlo, prendere il tagliacarte dalla scrivania e piantarglielo nel cuore. Non aveva mai avuto il coraggio sufficiente per mettere in pratica le sue fantasie. Piangeva lacrime di rabbia per l’impotenza che sentiva di non poter vivere la sua vita come voleva. Se Giovanni fosse morto, lei sarebbe andata in galera o 95


cosa ancor peggiore, l’avrebbe fatta franca e sarebbe diventata forzatamente schiava dello scagnozzo di turno che avrebbe preso il posto di Giovanni. Era in trappola! Piangeva e si rifugiava sotto la doccia per lavare via l’odore che le restava addosso, come per cancellare ogni segno di quello che le toccava subire. A volte le sembrava che quell’odore le entrasse dentro nelle viscere e la puzza di Giovanni le arrivasse fino all’anima. Poi, finalmente, era arrivato il giorno in cui Giovanni aveva deciso di dormire in camere separate e Mari aveva accolto la notizia come una liberazione. Col passar del tempo le visite notturne di suo marito si stavano facendo sempre più rare. In confronto al passato si sentiva una regina anche se continuava a vivere con l’incubo del marito e ogni notte prima di mettersi a letto recitava il rosario e pregava affinché quella non fosse la notte prescelta del marito per farle visita. Viveva con l’incubo di svegliarsi sentendo che lui stava entrando dalla porta. La notte precedente, fortunatamente, non era stato il caso, dal momento che suo marito era in viaggio e non sarebbe rientrato che il giorno successivo in tarda serata. Mari si stava alzando dal letto con il sorriso, forse rinvigorita e alleviata dallo sfogo che aveva avuto il giorno prima a casa mia. Apprestandosi a entrare nella doccia sentì lo squillo del telefono, poi la voce del marito e si stupì che fosse già in casa a quell’ora del mattino, il suo aereo da Roma era previsto per le sei del pomeriggio seguente. L’orologio segnava le 8:30 e sicuramente Giovanni non doveva essere arrivato a casa da molto. Probabilmente non aveva nemmeno avuto il tempo di dormire. Qualcosa di molto importante doveva aver richiesto la sua attenzione e la sua presenza a Fiorano prima del tempo. Secondo quanto Mari sapeva Giovanni era uscito il Venerdì per andare a Roma da dove sarebbe rientrato la Domenica sera. Era sicuramente successo qualcosa di grave. Certo che l’insperato e anticipato ritorno del marito avrebbe complicato i suoi programmi tra i quali quello di incontrarsi con me l’indomani. Stava parlando al telefono ed era molto alterato. La sua voce 96


rimbombava per tutta la casa e forse proprio quel grugnito era ciò che l’aveva svegliata. Decise di aprire la porta della stanza per ascoltare e tentare di capire cosa stesse succedendo. Un impulso irrefrenabile accese la sua curiosità. In quel momento il marito non parlava, ascoltava quello che gli dicevano dall’altro capo del telefono, poi intervenne. «Come dici? Mi vuoi prendere per il culo? La vecchia?» Dicendo questo, Giovanni si era diretto verso il mobile bar, da dove aveva preso una bottiglia di Gin. Si era servito un abbondante bicchiere che trangugiò d’un fiato rovesciandosi parte del liquore sulla camicia. Scese il silenzio per un attimo in cui Mari immaginò che Giovanni stesse ascoltando quello che il suo interlocutore stava dicendo. Suo marito era visibilmente sorpreso, non lo aveva mai visto in quello stato. Forse quella che stava comparendo negli occhi di Testaro era paura. Abbandonò il bicchiere per bere direttamente dalla bottiglia. «Mannaggia a chi t’a muerto! Mi devi trovare quel figlio di puttana.» Sbottò: «Costi quel che costi. Nessuno può permettersi di fregare Giovanni Testaro!» Urlò al telefono. Seguì un altro momento di silenzio poi Testaro disse: «Trovami pure o Avvocatu!» Poi riattacco e lanciò il telefono contro la parete. Tracannò un lungo sorso. Il liquido gli colava dai lati della bocca bagnandoli il petto scoperto dalla camicia aperta fino all’ombelico. «Stu grannissimo figgh ‘e ‘ndrocchia.» Imprecò ancora, poi si rifugiò nel suo studio portando con sé la bottiglia. Si sentì sbattere la porta poi più nulla. Mari aveva assistito alla scena dal ballatoio del secondo piano della villa, dal quale aveva sentito e, in parte, visto, il marito. Il tutto le provocò una strana mescola di sensazioni. Preoccupazione, paura, curiosità e anche gioia. Non le sarebbe dispiaciuto se il marito finalmente fosse nei guai con la giustizia. Pochi minuti dopo esservi entrato, Giovanni uscii dal suo studio, infilò la porta, montò sulla sua Porsche non senza qualche difficoltà vista la stazza dell’uomo e dell’auto e partì sgommando. 97


Marisol rimase sola in casa e tirò un sospiro di sollievo all’idea di poter dedicare un po’ di tempo a lei senza le urla del marito. Improvvisamente però fu attratta da una curiosità irresistibile per quello che aveva appena visto e sentito. Inconsciamente, senza averlo pensato, si ritrovò a scendere le scale e dirigersi verso l’ufficio di Giovanni. La porta era aperta ed entrò. Immediatamente sentì odore di bruciato e si voltò verso il caminetto ancora fumante. Corse attratta da una forza sconosciuta e spense le poche fiammelle che ancora ardevano. Il camino conteneva solo carta e Mari dedusse che il marito avesse bruciato qualche documento compromettente. Cercò di recuperare il recuperabile con le sue manine fini, cercando tra i cumuli di cenere ancora calda qualche traccia che il fuoco avesse risparmiato. Controllò rapidamente il resto della stanza, il marito ubriaco poteva aver dimenticato qualcosa d’importante. Tutto era disordinato. Sulla scrivania varie carte ma nulla d’interessante. Uscì rapidamente assicurandosi di aver lasciato tutto com’era e corse nella sua stanza con il cuore in gola, sudando freddo. Le gambe le sembravano di gomma, sentiva di non avere la forza di salire le scale tanta era la paura. Il suo bel corpo era scosso da fremiti e tremori. Si chiuse in bagno e si lavò la faccia, cercò di obbligarsi a respirare con calma, sentiva la pressione che le spingeva il cuore al limite che sembrava impazzito. Si guardò allo specchio: «Calma Mari... » si disse: «Respira uno, espira due, respira tre, espira quattro... » La tecnica di rilassamento sembrò sortire effetti benefici. Dopo un minuto di respirazioni ed espirazioni controllate si calmò. Si sedette sullo sgabello di fronte al lavandino e mise mano all’opera di lettura dei pezzetti di carta salvati dalla furia del marito e delle fiamme. Quello che poté vedere non le rivelava nulla: un pezzetto di carta portava l’intestazione in spagnolo “Medico Cirujano”, più in basso poteva leggere un indirizzo di una città latino americana, di cui non era possibile vedere per intero il nome anche se sospettava di saperlo: “... calle 24 entre avenida 4 98


y 5, Cu... ”. In un altro poteva leggersi “Viajes Mar... ” la parola proseguiva ma non era leggibile; un terzo era di forma triangolare, bruciato tutto intorno, sembrava essere un elenco ma rimaneva solo la parte centrale che si riduceva fino ad una sola lettera; vi si leggeva “... suelo 500... ayra 600... ”, un po’ più in basso “... upe 55... ” e infine “... y 4... ”. Non aveva idea di quello che stesse leggendo anche perché non sapeva cosa cercare ma proseguì in quella specie di caccia al tesoro tra i superstiti del fuoco. Vi era un elenco che Mari supponeva dovesse essere in italiano in cui si leggevano solo numeri, non qualsiasi, ma Euro: “... 15000; 47000; 34000;29000... ” Seguivano quelle che sembravano date “3/3/10; 7/4/10; 10/5/10; 03/06/10”. Continuò a selezionare tutto quello che riportava anche solo una lettera e poi decise di mettere al sicuro quel tesoro. Nascose il tutto in un posto dove il marito non avrebbe mai pensato di andare a cercare. Lo infilò in una busta di plastica per alimenti che poi nascoste tra gli assorbenti per signora in bagno.

99


CAPITOLO 6

Mi svegliai che doveva essere tarda mattinata a giudicare dal sole. Mi faceva male tutto. Mi guardai intorno e immediatamente realizzai che mi trovavo in ospedale o meglio, al pronto soccorso, parcheggiato in una corsia in attesa di non so che. Pensai di avere avuto un incidente, non capivo e non ricordavo nulla. Avevo caldo, ero sudato e volevo bere. Tentai di muovermi per guardarmi attorno ma una fitta al costato mi fece rimanere pietrificato dal dolore. Potevo guardare solo dritto di fronte a me, il collo era come saldato alle spalle. Non si muoveva. Solo le braccia erano immuni da dolore sempre che non esagerassi nei movimenti che mi si ripercuotevano nella schiena ed era come una bastonata. In mezzo alle gambe mi sembrava di avere due palle da tennis e non potevo stare in altra posizione che con le gambe divaricate. Ogni tentativo di assumere una posizione normale mi provocava dolori lancinanti ai testicoli. Quasi svenni. Sospirai e combattei contro il dolore per non perdere i sensi. Rimasi un attimo immobile nel letto, potevo vedere di fronte a me una gamba alzata in tensione e immaginai che dietro, 101


nascosta alla mia vista vi fosse una ragazza dal momento che le dita dei piedi che sporgevano dal gesso erano coperte di smalto. Potrebbe essere un trans, pensai. Le cose non sono mai come sembrano. Per fugare ogni dubbio attaccai discorso. «Ciao.» Dissi. Per lo meno potevo parlare. «Ciao, ti sei svegliato.» Mi rispose una voce gentile, educata, leggera e sufficientemente acuta per fugare ogni dubbio in merito al sesso della gamba. «Cosa mi è successo?» Le chiesi. «Non ricordi nulla?» Disse la voce non da trans. «No, so solo che mi fa male tutto.» Ci hanno portato qui praticamente insieme, stamattina presto, io ho fatto un incidente in macchina e mi sono rotta una gamba; ho sentito che tu sei stato trovato a terra svenuto, sembra che tu sia stato aggredito. Cazzo, pensai. Il fulmine, i lampi, il dolore... ricordavo vagamente qualcosa. Intanto la mia compagna di camera mi domandò: «Il tuo nome te lo ricordi almeno? Non ti sei nemmeno presentato.» «Hai ragione scusa, sono un po’ confuso. Mi chiamo Alle, Alessandro cioè.» «Piacere Elisa.» Rispose la voce dietro la gamba. «Credo che fuori ci siano i tuoi famigliari e amici. Sono passati in molti a vederti ma dormivi.» Mi informò la mia curiosa dirimpettaia della quale non ero ancora riuscito a vedere la faccia. Cercavo di crearmi un’idea di come fosse e la immaginavo giovane, carina, non doveva essere tanto bassa a giudicare dalla gamba che vedevo. Certo che il gesso ingannava. La sua voce mi suggeriva un viso dai lineamenti delicati appesantito forse da un po’ troppo trucco. Il fatto che avesse le unghie dei piedi colorate mi suggeriva abbondanza di trucco e vanità. Ogni volta che tentavo di stirarmi un po’ per alzarmi e cercare di vederla mi arrivava una coltellata nelle costole e una martellata nei testicoli o in quello che di loro restava. 102


Decisi che avrei aspettato tempi migliori e cominciai a prepararmi per la processione di amici e parenti che sarebbero passati non appena accortosi che ero tornato in me. «Quanti anni hai?» Domandai. «27.» Rispose: «E tu?» «36.» Dissi. In quel momento dovemmo interrompere la conversazione perché la porta si aprì e, con mia gran sorpresa entrò l’Angelo con il reggiseno di pizzo rosa! Rimasi un momento stordito e dallo sguardo dell’infermiera capii che la mia faccia non la rassicurava sul fatto che avessi recuperato del tutto l’equilibrio psichico dopo le botte. «Come stai Alessandro?» Mi chiese. «Da Dio.» Risposi, poi aggiunsi: «Ho appena visto un Angelo.» La sua espressione cambio da stupita a seriamente preoccupata. «Come dici?» Domandò. «Niente, niente.» Mi affrettai a dire. «Ti senti bene?» L’espressione del suo viso quando formulò questa domanda mi fece capire che dubitava che fossi completamente in me. «Mi fa male tutto.» «Anche la testa?» Domandò. I colpi ricevuti in testa erano la preoccupazione maggiore e il motivo per il quale avevano deciso che mi avrebbero ricoverato un paio di giorni per tenermi in osservazione. Mi avevano fatto una Tac, mi spiegò l’angioletto e stavano aspettando i risultati. «Quella proprio non la sento.» Le dissi con un sorriso che la rassicurò. Rise e capì che i risultati della Tac non sarebbero stati preoccupanti, per lo meno non più di quanto lo fossi io di natura. Personalmente mi preoccupavano più le mie palle e poter tornare a chiudere la gambe senza soffrire le pene dell’inferno. «Ti hanno conciato bene.» Commentò, poi avvicinatasi al mio letto iniziò a controllare alcune cose sulla cartella clinica che rimise presto al suo posto. Sospetta frattura di due costole, trauma cranico, diversi ematomi di differente dimensioni in 103


varie parti del corpo incluso uno nella zona dei testicoli fu l’elenco che recitò senza tradire emozione alcuna, come una poesia imparata a memoria ma che ormai non trasmette più sentimenti. Mi scrutò con attenzione la faccia e poi si allontanò dicendo: «Hai visite, ti trasferiamo in reparto e poi faccio passare i tuoi parenti. Io torno più tardi. Fai il bravo.» Lo disse come se si rivolgesse a un bambino discolo da prendere con le pinze. Aveva forse già parlato con mia madre o Andrea? «A dopo.» Dissi. Ciao Angelo di pizzo, pensai. Detto questo si allontanò e il mio sguardo cadde sul suo fondoschiena fasciato dai pantaloni bianchi. Non potei fare a meno di immaginarla senza, vestita con solo il completino rosa di pizzo. Il dolore alle palle mi distolse da quei pensieri lussuriosi e mi fece quasi scendere le lacrime all’idea di averle perse per sempre. La prima visita che ricevetti, quando ancora mi trovavo al pronto soccorso fu quella dell’ispettore Filippi. Me l’aspettavo e la temevo anche un po’. Quando entrò era già stato informato della pochezza delle mie lesioni ed era sorridente. «Te lo avevo detto che prima o poi qualcuno di quegli ambulanti nord africani cui rompi sempre i maroni ti avrebbe fatto il culo. Brucia?» Domandò. «Vaffanculo, non mi fare ridere, cretino, che mi fa male anche l’ombra.» Fu la mia risposta. «Non mi dire, poverino.» Disse con finta compassione: «Le palle come stanno?» «Vorrei tagliarmele in questo momento.» «La dottoressa ha detto che dei tre neuroni sani che avevi se n’è salvato solo uno.» Rise, poi aggiunse: «In compenso adesso sì che puoi dire che sei un detective con due palle così.» Esclamò sorridente imitando con le mani la forma di un pallone. A me il sarcasmo di Andrea in quel momento faceva l’effetto di una bastonata in testa e coltellate nei testicoli. In compenso la mia vicina, quella che non potevo vedere, rideva di gusto. Chiesi ad Andrea di descrivermela e lui mi disse che non 104


valeva la pena, era bruttina, non sarebbe stato il mio tipo. «Almeno ha un bel piede.» Dissi. «Sì, sarà l’unica cosa.» Fu il commento di Andrea. Dopo questo scambio di battute iniziali da amico si trasformò nel poliziotto che aveva dentro e immancabilmente iniziò con le domande. Raccontai tutto quello che ricordavo, che non era molto poi gli rifilai la versione dell’aggressione a scopo di rapina. Andrea assentì anche se poco convinto. Avevo deciso di aspettare non avevo voglia in quel momento di raccontare tutta la verità: l’incarico di Mari, l’incontro con Fernanda, la certezza più che il sospetto che fosse stato Giovanni a ridurmi in quello stato. Avrei lasciato tutto questo a un momento successivo. Già avevo le palle infiammate e gonfie ci mancava solo che lo sbirro me le rompesse del tutto. Stava per andarsene quando entrò l’angioletto rosa, particolare che avevo incluso nel racconto, con gran stupore di Andrea che non poté contenere la sorpresa. «Tu sei lì mezzo morto, ti stanno caricando in ambulanza, sanguini e pensi alle tette della dottoressa che ti sta visitando?» Domandò poi senza aspettare la risposta: «Tu sei malato grave!» Mi disse: «Vado subito a chiedere che ti trasferiscano al reparto di psichiatria. I danni cerebrali preesistenti si sono aggravati in forma rilevante e forse irreversibile.» Concluse. «Va bene.» Risposi: «A condizione che mi diano un letto vicino al tuo.» Ribattei io. La dirimpettaia adesso rideva a crepapelle alla marea di cazzate che non poteva fare a meno di ascoltare. «Cosa succede qui? C’è una festa?» Fu il saluto dell’angioletto entrando. «Come stai Alessandro?» Mi chiese subito dopo avvicinandosi al mio letto. «Voglio una sigaretta.» Dissi con tono duro e starò molto meglio. L’angioletto nemmeno fece caso all’assurda richiesta. «Posso uscire col mio amico, nonché ispettore di polizia. Mi date una carrozzella... » Proposi: « Lui mi spinge e prendo una boccata d’aria, qui si soffoca.» Insistetti. 105


«Non ne parliamo nemmeno.» Il tono dell’angioletto non lasciava spazio a repliche. Mi rassegnai a non fumare, per il momento. Più che un angioletto cominciava a prendere le sembianze di un diavoletto. «Quando potrò uscire da qui?» Le domandai poi. «Forse già dopodomani, se fai il bravo.» Rispose un po’ acida. Però era bella. Non mi restava molto tempo quindi decisi di approfittare: «Mi daresti il tuo numero di telefono? Sai in caso di emergenza se quando esco dovessi sentirmi male.» «Certo, con piacere, 118!» Disse infine secca. Andrea rise di gusto. Io facendo buon viso a cattiva sorte commentai: «Capisco, non fai visite a domicilio, vero?.» «No, spiacente sono abbastanza occupata qui.» «Dovresti lavorare meno.» Ribattei. «Sì, e immagino che dovrei passare più tempo in tua compagnia, vero?» Domandò perspicace. «Non sarebbe una cattiva idea.» Le dissi. «Devo andare adesso, ho molti altri malati cui pensare. Comportati bene e non molestare le pazienti.» Aggiunse in tono di rimprovero. «Agli ordini.» Risposi. «Stanno arrivando i barellieri, ti portano in ortopedia.» Concluse con tono da ultimatum. Quale Angelo? Quella era un diavolo con reggiseno di pizzo rosa, pensai. Due infermieri si incaricarono di spingere il letto fino all’ascensore dove mi caricarono scortati da Andrea. Pochi minuti dopo mi parcheggiarono nel reparto di Ortopedia al secondo piano. Giunti lì Andrea mi salutò, era di fretta doveva tornare in commissariato. Sulla porta però si fermò, mi guardò serio alcuni secondi infine disse: «La tua famiglia forse crederà alla storia dell’aggressione per rapina.» Poi aggiunse lapidario: «Io no! Riposa che quando esci dobbiamo parlare, o meglio, devi parlare. Ci sono molte cose che mi devi 106


spiegare.» Concluse. Poi alzò una mano in segno di saluto. Se ne andò senza aggiungere altro del resto il suo sguardo non aveva bisogno di ulteriori parole. Sapevo che presto avrei dovuto affrontarlo e raccontare tutto. Fu quindi la volta dei famigliari che aspettavano fuori ed entrarono quasi correndo, ansiosi di vedermi. La stanza si trasformò presto in uno zoo. Mia madre dopo aver pianto un po’ tirò fuori quello che aveva preparato, non so come, né quando: cibo e leccornie varie che sarebbero state sufficienti per sfamare tutti i degenti del reparto ortopedia; pasta al forno, lasagne, parmigiano e tortelloni. «Mamma.» Le dissi: «Non sono qui in vacanza e non ci resterò nemmeno molto, come credi che possa mangiare tutto questo?» Indicando la montagna di contenitori e borse appoggiate sul tavolino. Dopo vari batti e ribatti che non avrebbero portato a nulla decisi di accettare tutto e promisi di mangiare per recuperare le forze. Avrei potuto dividere parte di quelle prelibatezze con i miei compagni di stanza o portarle a casa con me. Mia sorella, avvocato, mi propose di sporgere denuncia contro ignoti al che le dissi che dal mio punto di vista proprio ignoti non erano. Anche se non li avevo visti e non ricordavo nulla, avevo più di un semplice sospetto su chi potesse avermi aggredito; e sul perché anche. E proprio per questo motivo giudicai inutile la denuncia. Fu l’unica con cui parlai dei sospetti che avevo circa la mia aggressione tanto era tenuta al segreto professionale. La seconda sorella più emozionale e incazzata quando mi vide imprecò e pianse suggerendo di assoldare un sicario per una vendetta che si sarebbe compiuta tra sofferenze atroci, grida e richieste di perdono. «Gli facciamo tagliare le palle, però lentamente.» Mi disse: «Così soffrono di più.» Decisi per il momento di accantonare l’idea. Poi fu la volta di mio padre, il quale, felice di vedere che stavo bene, con aria seria e un po’ imbronciata mi disse la frase che aspettavo. 107


«Se facessi un lavoro tranquillo, in un ufficio non sarebbe successo.» «Se dovessi lavorare tutto il giorno in un ufficio me le darei da solo le bastonate.» Mio cognato rise a questa battuta e mi disse: «Hai ragione, un po’ di botte non sono nulla di grave.» «Sì, Soprattutto se a prenderle non sei tu.» Gli risposi. Ridemmo e la visita si concluse in allegria con la mia nipotina Elena tenendomi costantemente la mano e chiedendomi se mi faceva male questo o quello, con una dolcezza che mi arrivò dritta al cuore e fu la miglior medicina per i miei dolori. Il maschietto, Luca, aveva passato tutto il tempo della visita combattendo con la sua spada contro i cattivi che nella sua immaginazione mi avevano ridotto così. Giunta l’ora di andarsene mi lasciò accanto al letto la spada che mi avrebbe reso invincibile e avrei potuto usare per difendermi se i cattivi fossero tornati. A nessuno, a parte la sorella avvocatessa dissi quello che pensavo sulle vere cause dell’aggressione e lasciai che continuassero a credere che Sassuolo stava cambiando, che uno non era più quello di una volta, che la polizia doveva fare qualcosa o si sarebbe trasformato in un Bronx, etc. etc. La versione ufficiale era quindi stata aggressione a scopo di rapina come avrebbe detto mia sorella, l’avvocato. La giornata successiva passò pigramente, dormendo e leggendo libri che mi avevano gentilmente portato per passare il tempo. I dolori erano diminuiti rispetto alla Domenica e i miei testicoli cominciavano a prendere una forma e un aspetto più normale. Con calma ed estrema cautela potevo anche alzarmi e camminare con l’andatura di un novantenne zoppo per il corridoio della corsia per non arrugginire del tutto. La serata incominciò con la cena servita alle sei del pomeriggio. Per fortuna avevo le scorte lasciatemi da mia madre perché di mangiare pastina con acqua a fare le veci del brodo, pollo lesso con purè e mela cotta nemmeno a parlarne. Meglio il digiuno e la morte per stenti. 108


Verso le sette l’ospedale era già silenzioso e immerso nell’oscurità; non godevo di molta compagnia e mi annoiavo a morte. Nella mia stessa stanza c’era un signore anziano e un bambino e con nessuno dei due avevo grandi argomenti da condividere. Il bambino, al quale per una diabolica idea avevano portato la televisione, passava tutto il giorno guardando cartoni animati. Ne avevo davvero le palle piene. Il signore dormiva o leggeva il giornale o le due cose insieme. Non ero sicuro. Mi alzai molto lentamente pensando bene ogni singolo movimento prima di farlo, valutandone conseguenze e possibili effetti collaterali. Una volta in piedi il più era fatto, si trattava solo di camminare al rallentatore. In tre minuti potei coprire i 50 metri che mi separavano dalla scale e in 10 ero al piano terra. Uscii finalmente all’aria libera e mi ci volle quella che sembrò un’eternità per giungere all’ingresso dell’ospedale dove sapevo esserci il distributore automatico di sigarette. Inserì una banconota recuperata dai miei jeans nell’armadio e il miracolo si compì. Il pacchetto apparve nel cassetto in basso. Mi piegai istintivamente per ottenere al più presto l’oggetto dei miei desideri e, in omaggio, ricevetti una fitta alla schiena a causa della quale vidi le stelle. Ripresomi, aprii il pacchetto e finalmente, accesi una sigaretta dopo quasi due giorni di durissima astinenza. Sarebbe stata una buona occasione per smettere avrebbe detto mia madre e aveva anche ragione, ma non resistevo. Le prime tirate mi fecero l’effetto di una droga, mi girava la testa, mi formicolavano le gambe e sentivo la Nicotina che entrava in circolo regalandomi un malsano piacere. Stavo rientrando verso l’ospedale quando la mia attenzione fu attratta da qualcosa di noto. Seduta su una sedia a rotelle, c’era una ragazza con una gamba ingessata e le unghie del piede che fuoriusciva dal gesso erano pitturate di rosso. Mi avvicinai a quella che doveva essere la proprietaria della gamba che però non corrispondeva alla descrizione di Andrea essendo tutt’altro che bruttina. Poiché non era possibile che si fosse appropriata della gamba di un’altra, dedussi che quel 109


fetuso di Andrea mi aveva raccontato balle. Logica conclusione, pensai mentre mi apprestavo ad attaccare discorso. «Io quella gamba la conosco.» Esordii. «E io conosco la tua voce.» Rispose la proprietaria del gesso e della gamba. «Sei Elisa vero?» Domandai. «Sì e tu Alessandro?» «Sì. Com’è piccolo il mondo, o forse è solo l’ospedale a essere molto piccolo.» Commentai. Passammo un paio d’ore a parlare e nemmeno lei voleva saperne di rientrare in stanza. In quel lasso di tempo oltre a notare che era carina e simpatica seppi che studiava e lavorava per pagarsi gli studi, cosa che nel mio personale modo di vedere le cose faceva di lei una brava ragazza, decisa e determinata, tutti pregi che apprezzavo molto. Un giorno avrebbe voluto essere un famoso medico intanto ne era la segretaria per poter tirare avanti. Lavorava infatti part-time come tuttofare nello studio del dottor Baldi di Modena, che io non conoscevo, ma che a detta di Elisa era un luminare nel suo campo. «Di cosa si occupa?» Avevo domandato a quel punto del suo racconto. «È oncologo.» Rispose lei che poi aggiunse: «È molto bravo e famoso.» «Grazie a Dio non lo conosco.» Scherzai. «E tu vuoi diventare oncologa?» Domandai curioso. «Sì. Ma dimmi un po’ di te.» Esclamò incuriosita poiché fino a quel momento quella che aveva parlato era stata lei «Io faccio il detective.» Dissi cercando di contenere un sorriso. «Sei un poliziotto?» Domandò stupita. «No.» Risposi: «Detective privato.» Dissi aspettandomi qualche strana reazione, prima tra tutte l’incredulità. Elisa cominciò a ridere e io la lasciai sfogare rimanendo impassibile. Ero abituato alle strane reazioni che aveva la gente quando rivelavo il mio lavoro. Quando ebbe terminato di prendermi in giro, la convinsi spiegando nei dettagli quello che facevo e che non ero nessun Magnum PI o niente del genere. Mi ci vollero circa 110


quindici minuti per convincerla dopodiché iniziò un raffica di domande che ci tennero occupati per la seguente ora, finché un’infermiera ci riportò all’ordine, obbligandoci a mettere fine alla serata e andare a dormire. Ci demmo appuntamento per l’indomani per un’altra ora d’aria. «Buonanotte.» Le dissi e cercai di darle un bacio ma la schiena mi si fermò a metà del cammino; non potei arrivare a piegarmi alla sua altezza fermato da una fitta lancinante al costato. «Fa niente.» Disse Elisa comprensiva che poi aggiunse: «Sarà per la prossima.» Commento che immediatamente accese la mia fantasia. Pensavo già alla prossima. Chissà cosa sottintendevano queste due semplici parole. Forse nulla, ero solo io ad avere troppa fantasia, però mi piacque pensare che qualcosa di interessante poteva anche succedere. In quei due giorni di riposo forzato passammo varie ore d’aria insieme diventando amici, un amicizia che speravo potesse proseguire anche fuori. Il giorno dopo la dimisero per cui addio ore d’aria sarei rimasto un’altra volta in compagnia del bambino scassa palle con la tv e del vecchietto dormiente. Ci salutammo e questa volta potei darle il bacio sulla guancia che non avevo potuto darle due giorni prima, segno che la mia schiena e le mie costole facevano progressi; ci scambiammo i numeri di telefono con l’intesa che l’avrei chiamata per prendere un caffè insieme quando saremmo stati entrambi nel pieno della forma. Le strizzai un occhio e la vidi allontanarsi facendo i suoi primi passi con le stampelle aiutata dalla madre. Il trasferimento di Gilli al carcere di Modena avvenne senza particolari incidenti (come tutti si aspettavano). Là avrebbe sostenuto l’interrogatorio in presenza del PM assegnato al caso anche se era da prevedere che non vi sarebbero state grandi novità rispetto al Sabato precedente quando aveva rifiutato di parlare. Non appena Filippi entrò in commissariato il dottor Bazzi gli presentò il signore distinto, molto elegante, con valigetta 111


in pelle, abiti vistosamente costosi, che poco prima Andrea aveva visto comodamente seduto sul divanetto dell’ufficio del commissario. Sbarbato, senza un capello fuori posto emanava un profumo di colonia che sembrava una puttana, fu il pensiero di Filippi, però con aspetto da avvocato. Forse qualcuno mandato da Modena, pensò; però non aveva per niente l’aspetto dello sbirro. Cominciò a parlare il commissario contribuendo con questo a fugare ogni dubbio dell’ispettore sull’identità e il ruolo del misterioso personaggio. «Ispettore, le presento l’avvocato Mangano nuovo difensore nominato dal Gilli.» Attaccò il commissario. Filippi fu più che sorpreso dalla notizia. Difensore di fiducia per uno come il Gilli? Stentava a crederlo. Non era il tipo da avere il difensore di fiducia. Era molto se conosceva il significato della parola avvocato, averne uno di fiducia poi era da escludere. Qualcosa puzza, si disse. Andiamo bene avrebbe voluto dire Filippi, ma lo pensò solo. «Piacere Ispettore Capo Filippi.» E tese svogliatamente la mano all’avvocato che ricambiò il saluto freddamente con mano sudaticcia e floscia. «Piacere, avvocato Pasquale Mangano, del Foro di Modena, rappresentante del Gilli Cristian.» Pasquale Mangano. Quel nome gli suggeriva qualcosa; non gli suonava del tutto nuovo. Dove l’aveva sentito, però, non poteva ricordarlo. «Bene.» Disse balbettando l’ispettore: «Vedo che il Gilli ha le spalle più che coperte.» L’avvocato dovette rispondere a una chiamata telefonica per cui si scusò e si allontanò di alcuni metri. Il commissario si rivolse quindi all’ispettore: «Filippi, l’avvocato ha già in mente la strategia difensiva da adottare e diciamo che mi ha messo al corrente per gentilezza di quello che dirà al PM a Modena. «Gentilmente.» Ripeté l’ispettore sarcasticamente. 112


«Sono disposti ad ammettere la responsabilità di Gilli per reati minori, omissione di soccorso.» «Ma non diciamo cazzate!» Sbottò, poi si corresse: «Scusi commissario non era rivolto a lei.» Il commissario lo guardò serio poi proseguì. «Il Gilli ha conosciuto, diciamo intimamente, la vittima, a una festa. Erano strafatti di coca. Questo spiega di per sé molte cose.» Come no, pensò Filippi, la sola idea di dove sarebbe arrivato il racconto gli faceva venire la pelle d’oca. «La ragazza si è sentita male» proseguì il commissario, «e Gilli, accompagnandola all’ospedale, ha pensato che fosse morta. Si è spaventato e l’ha abbandonata. Fin qui si spiega la presenza e diciamo la colpevolezza del Gilli così come indicano anche le prove.» Concluse Bazzi. «Diciamo che non sono d’accordo, tutto questo è una presa per il culo!» Sbottò l’ispettore: «Come spiega i tagli al seno?» «Tagliando i vestiti, nella fretta per toglierli l’ha ferita.» Rispose il commissario. «E la seconda vittima?» «Si dichiara completamente estraneo ai fatti.» «Lei gli crede commissario?» Domandò esterrefatto. «No, ma quello che credo io non conta. Questo è quello che l’avvocato ha in mente di dire al PM, vuole ottenere il minimo per Gilli e che lo dichiarino estraneo al secondo omicidio.» Filippi non era convinto e manifestò le incongruenze del ragionamento del commissario. «Ma scusi, non era un solo assassino? Il serial killer, la perizia e tutto il resto?» «Certo Filippi... » Disse sospirando il commissario: «Però giusto ieri sono arrivati gli esiti dell’esame autoptico e diciamo che ci sono alcune differenze tra i due casi.» «Ad esempio?» Domandò con tono di sfida Filippi. «L’età delle vittime... » «Che altro?» Domando ironicamente l’ispettore. «La seconda non aveva avuto rapporti sessuali. Inoltre l’esame dei resti trovati sotto le unghie ha evidenziato un 113


profilo genetico. Preleveremo un campione di saliva del Gilli e fugheremo ogni dubbio residuo. Inoltre la vittima è stata identificata come Rosalba Perez 45 anni, italo-colombiana cocainomane all’ultimo stadio. Si può supporre che la morte sia dovuta a overdose accidentale.» «E i tagli sul seno? Non mi dica che sono accidentali anche in questo caso.» «Filippi» Sbottò il commissario che stava alterandosi e non aveva la risposta, «io le sto esponendo i fatti. Aspettiamo gli esiti del DNA di Gilli poi speculeremo. La decisione se accettare o no la proposta dell’avvocato spetta al PM.» «Sì vero, ma ho come l’impressione che il Gilli, come lo chiama Lei, avrà due avvocati.» Fece una pausa, prese fiato e cercò di mantenere la calma anche se la rabbia che gli bolliva dentro stava per fargli perdere il controllo. «Ispettore, mantenga la calma e non faccia insinuazioni che le potrebbero costare care.» «Ma è illogico.» Protestò Filippi. «Lo so.» Ammise il commissario: «Però» aggiunse, «questo è quello che dirà l’avvocato per limitare la responsabilità del Gilli che io so essere colpevole. Se vuole sapere come la penso, credo che fossero a una festa o qualcosa del genere, durante la quale hanno assunto cocaina e fatto strani giochetti, sesso violento o sedute spiritiche, orge sataniche. A causa della droga, la cosa è sfuggita di mano e le conseguenze sono state buttate in riva al fiume.» «No, adesso anche le sedute spiritiche e le messe nere, dottore, per favore... » Quando si rese conto della gravità di quello che aveva detto era tardi, il commissario era già paonazzo e fumava di rabbia. «Ispettore!» Ebbe solo il tempo di dire. «Mi scusi dottore, ma credo che non sia necessario che io venga con voi a Modena.» Detto questo l’ispettore salutò e s’incamminò verso l’uscita. «Ispettore!» Lo richiamò il commissario: «Ispettore!» Ripeté alzando il tono della voce: «La richiamo all’ordine, non mi costringa a fare rapporto.» 114


L’ispettore nemmeno sentì quest’ultima minaccia, era già uscito senza nemmeno voltarsi. Non appena fu sufficientemente calmo Andrea cercò di riordinare le idee, cosa non facile vista la confusione e il succedersi repentino degli avvenimenti. Come prima cosa telefonò al fido Piras. «Ciao Piras, sono Filippi.» «Buongiorno Ispettore, comandi ispettore!» «Piras! Non siamo nell’ottocento, mi chiamo Andrea.» «Scusi ispettore, dica, come posso aiutarla?» Cercò di riparare Piras. «Ho bisogno che tu mi dica tutto quello che puoi scoprire sul tal Mangano avvocato Pasquale.» «Nient’altro?» Domandò Piras. «No. Grazie Giorgio è tutto. Ah, Piras, quasi mi dimenticavo. Che macchina ha Gilli?» «Una vecchia Polo blu.» «Un’ultima cosa, Giorgio.» «Coman... » S’interruppe e corresse: «Dica ispettore.» «Vorrei che riunissi tutte le informazioni sulla seconda vittima, Rosalba Perez, 45 anni di Modena. Forse troverai un indirizzo nel fascicolo d’indagine.» «Sarà fatto.» Disse Piras con tono rassicurante. «Grazie.» Disse Filippi: «Appena hai qualcosa chiamami.» «Agli ordini ispettore.» «Agli ordini un paio di palle.» Sbottò Filippi collerico. «Scusi. Arrivederci.» Tagliò corto Piras. L’ispettore Filippi non sopportava i formalismi da scuola di polizia: agli ordini, comandi e altre cazzate simili. E Piras invece non poteva scrollarseli di dosso. A seguire l’ispettore decise che era ormai giunta l’ora di chiamare la Giovannini. Cercò nella rubrica del telefonino sperando di aver registrato il numero, non aveva voglia di tornare in commissariato a cercare il biglietto da visita col rischio di vedere il Bazzi incazzato. 115


Scrisse le lettere “AVV” e la rubrica presentò una lista di opzioni: Avv Collioli, il primo della lista, poi seguivano in ordine alfabetico, Avv. Denti, Avv. Galli, Avv. Farina (non chiamare), Avv. Levoni e infine lei, Avvocatana (carina). Non si era dimenticato ed era in vena di scherzare quando lo aveva registrato nella rubrica del telefono con tanto di commento. Sorrise della sua stessa ironia, che gli fece tornare un po’ del suo innato buon umore, poi chiamò. «Buon giorno avvocatan... » Fece una breve pausa che gli permise di correggersi: «Avvocatessa.» Disse con voce alta e chiara scandendo ogni lettera per coprire la cazzata che stava per dire: «Sono l’ispettore Filippi scusi se la disturbo ho bisogno di parlare con lei, ma non al telefono, possiamo vederci?» Disse tutto d’un fiato per cancellare ogni traccia della gaffe di poco prima. La dottoressa salutò il commissario e rispose:« Il Gilli ha nominato un avvocato di fiducia, non sono più del caso.» «Sì lo so, proprio per questo vorrei vederla.» «Va bene.» Disse la Giovannini: «Dove e quando?» «Il prima possibile; scelga lei dove.» «Alle tre da Pagliani, la pasticceria, la conosce?» Domandò la dottoressa Giovannini. «Certo, ci vediamo presto, grazie.» Filippi salutò e riattaccò. Alle due e mezzo Filippi era seduto a un tavolino e aspettava la dottoressa Giovannini che non si fece attendere molto. Arrivò dopo un quarto d’ora il che significava un quarto d’ora prima dell’orario prefissato. Niente male per una donna. Avvocatessa per di più! Gli piaceva. Quando lo vide avvicinarsi la Giovannini gli andò incontro e lo salutò con un sorriso raggiante e una stretta di mano decisa e forte. Era vestita in maniera ancor meno formale che il Sabato in cui si erano conosciuti. Sembrava una ragazzina, non certo un avvocato e questo piacque all’ispettore che non poté fare a meno di notare le belle gambe, avvolte in una gonna aderente che le arrivava poco sopra al ginocchio, il collo, liscio e provocante terminava in una 116


discreta scollatura che lasciava molto all’immaginazione. «Buongiorno, come sta avvocatessa?» Esordì Filippi sorridente e allegro. «Ciao, Non mi chiamavi Marta?» Disse la Giovannini. «Ah, scusa hai ragione, come stai?» «Bene. E tu?» «Non c’e male. Ho appena avuto una discussione con il commissario. Pronunciò la parola discussione con tono ironico e la dottoressa se ne accorse.» «Immagino che non sia stata tanto piacevole.» Scaltra l’avvocatana pensò il commissario. Avvocatina lo corresse la sua coscienza. Raccontò all’avvocatessa tutta la discussione avuta con il commissario e la strategia che voleva adottare il nuovo difensore di Gilli. «Strano.» Commentò lei. «Al di là della strategia che in questo momento non è il punto principale, io ho bisogno di sapere se hai parlato con lui e cosa ti ha detto.» Disse deciso Andrea. «Non posso violare il segreto professionale. Anche se non sono più il suo avvocato quello che mi ha detto rimane la confidenza di un cliente al suo legale.» «Hai pensato a quello che ti ho detto Sabato scorso?» Insistette Andrea. «Sì.» Fece secca lei. «E?» «Capisco la tua posizione ma... » La Giovannini non poté concludere la frase. L’ispettore la interruppe. «È ancora valido quello che ho detto. So che probabilmente si sono conosciuti a Bologna. Voglio sapere quando, perché e soprattutto come si spiega l’impronta sul corpo della ragazza. Senza questo non posso fare nulla, per lo meno non in fretta come vorrei. Suppongo che possa averci provato, che le abbia messo le mani addosso o qualcosa di simile. Perché i due si conoscevano? Ha forse qualcosa a che fare con Testaro? O si tratta solo di una coincidenza?» 117


«Quando ho parlato con lui mi ha detto che è innocente ma credo che lo dicano tutti.» Esordì l’avvocatessa. «Posso anche credergli, ma la mia opinione non conta. Quello che conta sono i fatti e al momento siamo di fronte a due possibilità ma entrambe darebbero luogo a sentenze ingiuste e il vero colpevole non sarebbe arrestato... » Andrea fece una pausa per dare il tempo all’avvocatana di riflettere su quanto le stava dicendo poi concluse: «A meno che io abbia qualcosa di solido da cui partire per continuare a indagare.» L’avvocatessa rimase tutto il tempo immobile fissando negli occhi l’ispettore e vedendovi la passione che metteva nel suo lavoro e la volontà sincera di scoprire la verità. Si decise quindi a parlare. «Quello che ti dirò rimarrà tra noi e non potrai usarlo in nessun caso in tribunale, né tirarmi in ballo in alcun modo.» Ribadì l’avvocato per maggior chiarezza. Poi aggiunse: «Me lo prometti Andrea?» «Promesso, Marta.» Entrambi avevano pronunciato il nome del rispettivo interlocutore con particolare famigliarità e confidenza. Marta lo guardò un attimo con occhi dolci di bambina; adAndrea sembrava sempre meno un avvocato. Dopo un cordiale e ammaliante sorriso e una strizzata d’occhio finalmente Marta parlò. «Gilli era all’aeroporto di Bologna. Come già sai è un ladruncolo da quattro soldi. Andava spesso al parcheggio dell’aeroporto a rubare stereo e quant’altro trovasse nelle auto lasciate in sosta, quel giorno non c’era nulla di interessante in nessuna auto e troppa gente in giro. Nell’attesa che facesse buio, avendo visto una bella ragazza, ha deciso di conoscerla per ammazzare il tempo.» L’espressione dell’avvocato non era stata proprio delle più felici viste le circostanze e se ne rese conto, arrossendo e mostrando un momento di difficoltà per riannodare il discorso, ma Andrea la tolse dall’imbarazzo rapidamente incitandola a continuare. «Com’è successo e quando?» «Si sono stretti la mano. Era il 25 aprile.» «È sicuro della data?» 118


«Sì. Lo ricorda bene perché pensava che essendo giorno di festa avrebbe trovato molte macchine.» «Che altro sai?» La dottoressa proseguì nel racconto: «All’inizio fu difficile capirsi, poi poco a poco si resero conto che spagnolo e italiano sono abbastanza simili. Scambiarono poche, semplici frasi, si presentarono, ma non ricorda il nome: Carolina o Caterina o qualcosa di simile.» «Da dove arrivava la ragazza e dove era diretta?» «Arrivava da Caracas, Venezuela. Disse che dovevano venirla a prendere per andare a Modena. Si intrattennero a parlare per un po’ e dato che non arrivava nessuno lui si offrì di accompagnarla, appariva molto stanca, sudava, sembrava non stare bene. Lui le mostrò la sua auto e lei parve capire. Fece cenno di sì. Parlava a fatica. Salirono in macchina e si diressero verso l’autostrada. Non parlarono quasi durante il tragitto. Lei disse che aveva 19 anni. A un certo punto Gilli si spaventò, per le condizioni della ragazza, pensò anche di portarla all’ospedale: ansimava molto, faceva fatica a respirare, aveva brividi e sudava, era molto pallida e si toccava costantemente il petto. Giunti a Modena lui cercò di capire dove dovessero andare e lei tirò fuori dalla borsetta un biglietto dove era annotato un indirizzo e Cristian vi si diresse. Il biglietto diceva solo Direzionale 90. Giunti sul posto la lasciò e se ne andò.» «È tutto?» Domandò l’ispettore. «Sì.» «Grazie Marta.» Disse l’ispettore. «Di cuore!» Aggiunse emozionato. «La fiducia che hai posto in me non sarà tradita.» Concluse. «Grazie a te ispettore. Da parte della giustizia.» Esclamò Marta: «Spero proprio che becchiate quel porco che l’ha ammazzata.» Fu il commento finale di Marta che Andrea non si aspettava, almeno non in quei termini. Rimase sorpreso dalla grinta con cui lo aveva detto. Minchia, pensò, piccolina ma con le palle! Le sorprese però non erano ancora finite per l’ispettore. Poco dopo infatti, l’avvocatessa molto più rilassata per essersi 119


liberata delle incombenze di lavoro disse: «Credevo che dopo che la nomina dell’altro avvocato non ti avrei mai più rivisto.» Sorrise, poi aggiunse: «Sono contenta che tu mi abbia chiamato.» Andrea deglutì cercando di interpretare in fretta ogni possibile significato celato dietro quell’affermazione, ma non gli venne in mente altro che non fosse esattamente quello che appariva a prima vista. Si ricordò di quello che gli avevo detto e pensò che la trasformazione era in atto: la dottoressa Jekill si stava trasformando in Miss Hide. «Anche a me ha fatto piacere vederti.» Fu la prima cosa che gli venne da dire e accompagnò la frase con un sorriso un po’ ebete, notando in quel momento la fede che Marta portava al dito. «Peccato che adesso non avremo più occasioni di parlare.» Commentò la Giovannini. Andrea era davvero in difficoltà. In quel momento gli vennero in mente le mie parole pronunciate quando mi raccontò dell’avvocatessa. «Ah non ti ho detto dell’avvocatessa che ho conosciuto, molto carina.» Aveva esordito. Feci un fischio poi: «Qui c’è odore di tresche e tradimenti.» «Ma dai, non fare lo scemo, si fa per dire. È molto carina, un visino da bimba, bassina però non le manca nulla. Con poco trucco, per niente volgare, fine. Acqua e sapone direi.» «Attento! L’acqua e il sapone fanno scivolare.» «Questa dove l’hai letta?» Mi domandò stupito. «Dico sul serio.» «Interessante.» Disse Andrea. «Sì, come no. Io le chiamo le dottoresse Jackil e miss Hide. Se lei è anche avvocato, dottoressa lo è sicuro. Uomo avvisato mezzo salvato.» Conclusi. Attento! Conosco il tipo: con la faccina da santarella, ti frega. Poi sapevi che quando hanno quei bei visini puliti acqua e sapone nel letto si trasformano in bestie affamate. Parlo per esperienza personale.» Adesso, l’acqua e il sapone cominciavano a essere un terreno 120


davvero scivoloso. Le mie profezie si stavano avverando e come conseguenza l’ispettore non poté che pensare a quello che gli avevo detto di quel tipo di donna a letto. Che fare? Lasciare che la trasformazione in miss Hide si compisse del tutto e cadere tra le braccia della tigre o resistere e fare finta di niente per non scivolare? Due ore dopo l’incontro con Jekill-Hide l’ispettore in prossimità del bar Derby decise di fermarsi per un caffè e una birretta per recuperare forza e lucidità dopodiché fece una chiamata. «Pronto, Piras?» «Sì?» Rispose l’agente all’altro capo del telefono. «Sono Filippi.» «Buongiorno ispettore! Commandi ispettore!» Esclamò Piras con voce squillante. «Hai qualcosa per me?» Domandò Filippi cercando di non fare caso ai formalismi di Piras. «Non molto, Ispettore, al mommento posso solo dire che il tal avvocato... » Fece una pausa per ricordare il nome. «Mangano.» Suggerì Andrea. «Sì, Mangano.» Confermò Piras che poi proseguì «È a posto, nel senso che non ha contatti con Testaro per lo meno io non ne potuti trovare, non è un principe del foro né un azzecagarbugli qualunque. Un buon avvocato, nella meddia, ha abbastanza clienti di tutti i tipi. Niente di losco.» «Grazie Giorgio. Dovresti fare un’altra cosa.» Aggiunse l’ispettore. «Commandi!» «Finiscila coi commandi e ascolta bene: devi controllare tutti i residenti del Direzionale 90 a Modena. E devi anche controllare i passeggeri in arrivo dal volo Caracas Roma che poi abbiano preso il Roma-Bologna del 25 Aprile scorso.» «Sì.» Disse timidamente e con poca convinzione Piras di fronte all’immensità del lavoro che lo aspettava. «Ispettore?» «Sì?» 121


«Mi potrebbe aiutare dicendo cosa stiamo cercando?» «Nel caso dei passeggeri» iniziò a spiegare Andrea, «devi trovare il nome Caterina o Carolina o qualcosa che ci assomigli. Deve essere una ragazza giovane massimo 23 anni, escludi tutto il resto. Nel caso del Direzionale 90 non lo so. Annota tutti i nomi degli inquilini. Chiedi ai bar, alla posta, in chiesa, dove vuoi tu, insomma fatti i cazzi degli altri: chi ci vive, cosa fanno, anche il numero di scarpe. Anche se ci sono sedi o uffici di imprese e anche gli appartamenti vuoti. Quando hai fatto questo, nel caso dei locali affittati, voglio i nomi di tutti i proprietari.» «Va bene ispettore.» Disse con un filo di voce Piras decisamente sgomento. Era abbattuto per l’immensità del lavoro che lo aspettava. «Non dici agli ordini stavolta?» Scherzò Filippi. «Porca troia, ispettore, scusi la parrola, mi ha appena datto un compito tittanico, con tutto il rispetto, almeno non mi prenda per il culo.» Il tutto pronunciato con un marcatissimo accento sardo; poi concluse: «Per favvore.» Detto questo Piras salutò e riattaccò e l’ispettore non poté fare a meno di sorridere. Forse aveva trovato il modo di fargli perdere l’abitudine ai formalismi.

122


CAPITOLO 7

La mia permanenza all’ospedale si era protratta per ben tre giorni, uno in più di quello che mi aveva detto l’AngeloDiavolo. Il Mercoledì mattina finalmente mi dimisero e potei tornare a casa per un periodo di riposo come dissero i medici: “Niente sforzi, prestare molta attenzione nei movimenti e, soprattutto, riposare affinché tutto si sistemi per il meglio”. Di fatto, mi rimanevano vari lividi e un po’ di dolore ai testicoli però per lo meno potevo camminare con una postura normale e non come se mi avesse aggredito un nord africano superdotato come diceva Andrea. La ferita alla testa non era grave, ogni tanto pulsava e mi doleva un poco ma visto che non tutti i mali vengono per nuocere lo interpretavo come segno che c’era ancora vita nonostante l’opinione contraria di Andrea. Una volta entrato nel mio appartamento pensai che il colpo in testa fosse più grave del previsto. Non mi ricordavo di vivere lì. Era tutto ordinato e splendente, non c’erano scarpe e pantofole che camminavano sole, nemmeno vestiti buttati alla rinfusa su ogni cosa potesse servire da supporto. Piatti lavati. Superfici lisce e lucide. Le stanze profumavano di nuovo e fresco, le tende erano state lavate e stirate. E la Madonna, pensai, dove sono? 123


Finalmente, l’unico neurone rimastomi, si mise al lavoro e mi suggerì che sicuramente doveva essere passata mia madre. Questo significava che ogni più recondito angolino della casa era stato pulito, spolverato, lavato, asciugato, rispolverato, rilavato e infine sterilizzato per sicurezza. Ogni cosa era stata messa al suo posto e del mio disordine non restava traccia. Questo significava che sarei stato per alcuni giorni in un ambiente confortevole ma anche che non sarei più stato in grado di trovare niente. Mi rassegnai all’idea di passare i giorni seguenti in una specie di caccia al tesoro per recuperare appunti, libri, vestiti, scarpe e quant’altro. Io ero un accanito sostenitore della teoria del disordine ordinato, formulata non so bene da chi, forse nessuno, ma che con me funzionava. Nel mio disordine io non perdevo nulla e sapevo dove era ogni cosa. Nell’ordine che adesso c’era in casa mia non trovavo più nemmeno il bagno! Mi sentivo perso. Per il momento decisi che sarei andato a riposarmi sempre che il letto fosse ancora lì. C’era! Rifatto e ordinato come non lo avevo mai visto. Le coperte ben stese e le lenzuola senza la minima traccia di una ruga. Stavo per sistemarmi comodamente in quel letto quando mi venne in mente Mari. Sicuramente aveva un buon motivo per non essere venuta in ospedale, forse nemmeno sapeva; probabilmente Domenica era passata da casa mia, non mi aveva trovato e aveva rinunciato. Inoltre, il mio cellulare era danneggiato e solo oggi mio cognato me ne aveva regalato uno nuovo quindi non aveva avuto la possibilità di comunicare con me. Inserii la vecchia scheda, salvata dalla distruzione e le mandai un messaggio: “Ciao come stai, scusa per Domenica ho avuto un contrattempo”. Poco dopo mi rispondeva semplicemente dicendo: 124


“Scusami tu Ale non sono andata a casa tua non ho potuto.” “Ci vediamo domani?” Fu il messaggio successivo che scrissi. “Ok però di notte alle 11.” Fu la sua risposta. “Ok ti aspetto a casa mia. Baci.” Poco dopo questo rapido scambio di messaggi il telefono tornò a suonare però stavolta era una chiamata che temevo. Era Andrea, o meglio la versione più pericolosa di lui, l’ispettore Filippi. «Cosa vuoi?» Risposi al telefono con un tono serio, quasi duro. «Sei a casa?» Domandò senza preamboli. «Sì. Però sto provando la mia nuova protesi ai testicoli con quella che doveva essere bruttina. Ti ricordi la gamba rotta? Quindi vedi di non rompere.» «L’ho detto solo per non aggravare la tua situazione, stavi male.» Disse con tono quasi compassionevole, poi aggiunse: «Passo di lì tra dieci minuti.» Riattaccò senza fare caso a quello che dicevo, tanto sapeva che non ero in compagnia e che avevo detto quello solo per farlo sentire in colpa per avermi mentito sull’aspetto fisico della ragazza dell’ospedale, Elisa, che avevo scoperto essere tutt’altro che bruttina; speravo che il senso di colpa avrebbe alleviato la reprimenda che mi aspettava. Non appena varcò la soglia del mio appartamento, senza salutare, con espressione seria e al tempo stesso preoccupata andò dritto al punto. «Perché ti hanno aggredito, Alle?» «Per rapina.» Risposi io con estrema naturalezza e un falso sorriso sulle labbra. «Non dire cazzate!» Sbottò: «Lo sanno tutti che non hai niente 125


da rubare, l’ultima volta che sei andato in banca ti avevano dovuto chiudere il conto e la cassiera ti ha fatto anche le condoglianze. In che casino ti sei messo?» «Niente.» Cercai di minimizzare e assunsi un’espressione di pentimento. «Non mi prendere per il culo, Alle.» Disse serio, poi continuò: «Se escludiamo la rapina ed escludiamo anche il tunisino arrapato cui hai sequestrato gli orologi contraffatti non resta che una cosa!» «Che cosa sarebbe Serpico?» «Ti sei messo in qualche casino grande: storie di donne, corna, mariti gelosi o non ti fai i cazzi tuoi.» Asserì deciso: «E sospetto anche che ci sia di mezzo la tua amichetta colombiana con le tette grosse. Quindi basta cazzate e racconta!» Ordinò infine. Cedetti e confessai tutto; tanto non sarei comunque potuto andare avanti da solo nell’indagine e prima o poi avrei avuto bisogno del suo aiuto. Raccontai quindi dell’incarico che mi aveva affidato Marisol e del fatto che avevo accettato, omettendo solo l’incontro con Fernanda che era un asso nella manica che decisi di tenere in serbo per un momento successivo. «Tu sei pazzo!» Fu il primo commento di Andrea quando rivelai di aver accettato l’incarico e fatto alcune domande in giro. Poi aggiunse: «Se non ti avessero appena menato lo farei io. Te l’avevo detto che quella donna era pericolosa.» «Ok papà» Dissi ironicamente. «Però sai come sono, è più forte di me, non posso resistere. Mi propone un’indagine, una vera, non le solite cazzate di cui mi occupo, e mi paga, bene anche, come faccio a dire di no?» Mi giustificai. «Lo so io a cosa non sai dire di no tu! E non è proprio l’indagine. Alle, dammi retta, stavolta devi lasciare perdere.» Fu il consiglio di Andrea che mi parve più come un ordine. «Picchiami adesso finché non posso difendermi perché tanto continuerò.» Dissi con la faccia di chi si lancia al martirio e chiusi anche gli occhi aspettando le sberle che non arrivarono. Andrea sospirò e lasciò cadere le braccia lungo i fianchi 126


rassegnato all’idea che non avrebbe potuto dire nulla capace di farmi cambiare opinione. «Ok!» Esclamò. «Dimmi almeno quello che sai?» Domandò sconfortato dalla mia decisione. Risi a quella domanda, una risata volutamente falsa e teatrale giusto per fare un po’ di scena e sentii ancora un lieve dolore al basso ventre; quindi terminai la sceneggiata e mi rivolsi serio all’ispettore che stava tornando a essere il mio amico. «Credi che io sia così scemo da dirti quello che so prima che tu mi abbia raccontato cosa mi sono perso in questi giorni all’ospedale?» Dopo un tira e molla che durò alcuni minuti su chi doveva iniziare a raccontare per primo Andrea cedette e mi riassunse la situazione con l’accordo che poi io avrei fatto lo stesso. Andrea fece il punto della situazione dal principio. «Iniziamo da ciò che sappiamo con certezza poi inseriremo le nostre teorie e idee.» Propose: «Abbiamo due cadaveri di donne, morte in circostanze uguali e con tagli simili sul seno. A una, la seconda, sicuramente sono state asportate le protesi al seno, forse come souvenir o feticcio, per l’altra non possiamo affermarlo con certezza. Entrambe sono morte per overdose da cocaina e sono state abbandonate nella zona del fiume Secchia, nude e senza segni di identificazione. La prima, secondo quanto dichiarato da una fonte quasi sicura, si chiamava Carolina o Caterina, 19 anni venezuelana. Nonostante sia morta per effetto della cocaina non era consumatrice abituale. Era la prima volta. Al momento di essere abbandonata era ancora viva. Secondo i miei calcoli, supportati dal medico legale, da viva ha passato meno di 24 ore in Italia. Della seconda sappiamo che aveva 45 anni, era una cocainomane persa, all’ultimo stadio, e sono in attesa di altre informazioni da Piras. Carolina o Caterina su un piccolo anello che aveva al dito aveva un’impronta che è poi risultata appartenere al Gilli, per la Perez siamo in attesa di riscontri in quanto sono state trovate tracce di pelle sotto le unghie. Per questo hanno fatto un prelievo al Gilli e vedremo se concorda. Gilli inizialmente si dichiarava innocente, poi ha cambiato avvocato e strategia. Dice che era a una festa e che la 127


ragazza si è sentita male; cerca di accompagnarla in ospedale, ma praticamente gli muore in macchina. Si spaventa, non ragiona più per la paura e la droga che ha assunto, quindi l’abbandona vicino al fiume e per non lasciare tracce le toglie i vestiti tagliandoli col coltello e involontariamente le procura quei tagli al seno. Cazzate.» Commentò per poi proseguire col resoconto: «Carolina probabilmente ha subito violenza sessuale o ha avuto rapporti sessuali prima di morire, la Perez, no. Carolina o Caterina era parte del giro di Testaro. La Perez per quanto ne sappiamo no, al contrario sembra provenisse da una rispettata e ricca famiglia. In un caso abbiamo testimoni che affermano di aver visto nella zona un auto o più facilmente un Fiorino chiaro. Nel secondo caso non è emerso nulla. Sono state viste troppe auto quella sera per potersi concentrare su una. Gilli ha una Polo Blu. La tua amica Mari afferma che il marito c’è dentro fino al collo ma non abbiamo uno straccio di prova. In entrambi i casi, come detto, abbiamo a che fare con overdose da cocaina praticamente pura che non è per niente usuale. La cocaina che si trova comunemente viene tagliata con altre porcherie anche in percentuali altissime. Un Kg puro diventano almeno cinque o sei in strada, dopo che è stata tagliata con schifezze varie che non sto a elencare.» «Troppe cose non quadrano.» Interruppi Andrea. «Vero.» Disse lui. Poi: «Adesso tocca a te, sono proprio curioso di sentire quello che sai.» M’incitò. «Ho conosciuto e avuto modo di fare una lunga chiacchierata con Fernanda Moreno, 35 anni carina formosa, una bella topina... » «Lascia stare questi dettagli che non servono alle indagini.» M’interruppe Andrea. «Ok.» Proseguii: «Lavora al Bogotà anche se è venezuelana. In Italia da una quindicina d’anni, è arrivata nello steso periodo di Marisol.» «Dove l’hai conosciuta?» Domandò sorpreso Andrea. «Al Bogotà! Elementare Watson.» Risposi in modo naturale e sorridendo. «Ti sei messo ad andare a zoccole?» 128


«È uno sporco lavoro il mio ma qualcuno lo deve pur fare.» Dissi ironicamente. «Finiscila di fare lo scemo e continua.» Esortò Andrea. «Fernanda all’inizio non voleva dirmi nulla, non si fidava e aveva paura. Ripensandolo adesso, la capisco. Le notizie che mi ha dato possono metterla in seri guai. Stavo anche per andarmene rassegnato a non ottenere nulla, quando poi si è decisa, siamo andati in un ristorantino fuori mano, un posto sicuro come disse lei e lì, dopo un paio di bicchieri di Lambrusco, Fernanda si è trasformata in un fiume in piena.» Il mio volto al ricordo delle rivelazioni di quella notte stava assumendo un’espressione di estrema serietà e tristezza. «Stai bene, Alle?» Chiese serio Andrea. «Sì tranquillo, è solo che quello che ti racconterò è molto toccante, incredibile.» «Toccami allora.» Disse un curioso Andrea. Riportai ad Andrea il racconto che mi aveva fatto Fernanda con le sue stesse parole, che ricordavo perfettamente, nonostante le botte ricevute quella stessa notte. Quelle parole così come l’espressione e le lacrime di Fernanda mi si erano stampate in testa più delle bastonate dei gorilla di Testaro. Mai avrei potuto dimenticarle. «Arrivammo in Italia in primavera.» Cominciò. Era bellissimo. Tanti colori, la natura che rinasceva... ma noi presto saremmo morte anche se ancora non lo sapevamo. Pochi giorni dopo il nostro arrivo entrammo in contatto con la realtà, molto più dura di quella che avrei mai potuto immaginare. Presto ci rendemmo conto di cosa intendesse Giovanni quando parlava di lavorare nel mondo dello spettacolo. Lo spettacolo eravamo noi stesse spogliandoci di fronte a decine di uomini arrapati e sbavanti per poi concedersi al miglior offerente in una sorta di asta della perversione che Giovanni organizzava con ogni nuova arrivata. Per gli habitué dei locali di Testaro era un’occasione da celebrare ogni volta che nell’ambiente iniziava a circolare la voce che sarebbe arrivata carne fresca come la chiamavano loro. 129


Il gioco era organizzato in un luogo segreto e vi partecipavano pochi facoltosi porci, invitati dallo stesso Giovanni tra la creme della deviazione e dell’arrapamento. La vittima sacrificale di turno era presentata dallo stesso anfitrione. Più giovani e spaventate erano, migliore sarebbe stato il prezzo finale. Come in una macelleria umana si vendeva il taglio dell’animale. Vi erano tagli più pregiati e tagli meno pregiati, però per tutti vi era un acquirente. Nulla rimaneva invenduto! E quando dico nulla intendo davvero nulla... L’anfitrione sembrava un presentatore della tv. Ricordo le parole di Giovanni come fosse oggi: «Buonasera signore e signori e benvenuti a questa celebrazione della bellezza!» Il fatto che dicesse anche signore non era un errore o una frase fatta da ripetere a pappagallo; spesso distinte e perverse signore partecipavano con lo stesso o maggiore entusiasmo di molti uomini, aveva sottolineato Fernanda. «Appena giunta dalla Colombia ecco a voi Marisol. 18 anni, anche se ne dimostra meno, un fiore di ragazza.» «La minore età e, in generale, la giovinezza della sfortunata alzavano moltissimo le quotazioni.» Chiarì lei. «Guardate che bel musino spaventato che unito al corpo da sballo che adesso vi svelerò farà sicuramente di lei il pezzo più ambito della nottata.» In una stessa notte potevano essere vendute anche quattro ragazze a seconda di come era andata la caccia di Giovanni in sud America e a seconda del numero dei partecipanti. Nessuno doveva restare a bocca asciutta. Tutti i clienti dovevano, in modo o in un altro, trovare soddisfazione alle proprie perversioni. E la trovavano. Questo aveva reso Giovanni Testaro il Re del sesso e questa era la vera ragione e l’origine del soprannome. Marisol fu poi costretta a togliersi i vestiti. Le avevano ordinato di farlo poco a poco come in una sorta di streap-tease, allungando il più possibile l’attesa che avrebbe alimentato l’arrapamento e le fantasie dei presenti e di conseguenza le offerte. 130


Marisol si era spogliata di fronte all’altro sesso solo quando da bambina era andata a nuotare nel fiume con gli amici. I costumi da bagno erano cari e la natura e innocenza dei bambini li rendevano superflui. Era normale. Adesso, di fronte ad alcune decine di persone, si stava sbottonando la camicetta. La lentezza con cui lo faceva non dipendeva dall’ordine che aveva ricevuto, ma dalla paura e dal pudore. Voleva ritardare il più possibile il momento in cui avrebbe offerto alla vista di quegli occhi famelici il suo giovane corpo. Ogni bottone che slacciava era come un’intromissione nel più intimo del suo cuore. «500 mila lire per il seno.» Si sentì dal fondo della sala in penombra. Mari doveva continuare, le avevano detto di non fare caso a quello che sentiva e di proseguire fino a restare solo con le mutandine. La camicetta scivolò lentamente lungo le braccia aprendosi sul petto e cadendo a terra. «700 mila per la camicia e il reggiseno.» Feticisti e collezionisti del pudore altrui erano presenti in gran numero. Rimase in reggiseno quindi Giovanni le diede il segnale per continuare. Si sbottonò i pantaloni. Un bottone alla volta, lentamente e se li abbassò fino alle ginocchia per poi sfilare le gambe. 1 milione per le scarpe e leccarle i piedi. La perversione dei clienti di Giovanni non aveva limiti. Rimase in mutandine e reggiseno. «Signori mi sembra che stasera siete distratti. Le offerte sono basse. Guardate che fiore di ragazza.» Prese Mari per le spalle e la obbligò a fare un giro di 360 gradi mostrando i bei glutei coperti solo da un piccolo tanga. «5 milioni, per quel bel culetto.» Si udì. «7 milioni... » Mari iniziò a piangere. Non poté resistere e non sapeva che la cosa avrebbe eccitato le menti malate di molti presenti. «9 per accarezzarla e baciarla prima di tutti.» Fu l’offerta di una signora. 131


Giovanni stesso le slacciò il reggiseno. Mari istintivamente si mise le mani sul petto col reggiseno aperto che rimase a penzoloni dietro alla schiena. Giovanni le afferrò le braccia con forza obbligandola ad aprirle mentre diceva: «Ecco il meglio!» E mostrò il seno di Mari. «10... » «12... » «Fino a 18!» Urlarono dal fondo. Lo show era quasi terminato. Mari sarebbe rimasta sul palchetto allestito per lei mentre sarebbero continuate le offerte fino all’aggiudicazione finale. «20 per averla e fotografare tutto.» «23 per un giorno intero con lei.» Praticamente ogni cosa era concessa. Più la perversione si manifestava attraverso le offerte, più Mari tremava, piangeva e sentiva terrore facendo sì, involontariamente, che il suo valore crescesse. Alla fine, Mari, aveva passato le seguenti ventiquattr’ore in compagnia di due giovani rampolli di Sassuolo e della loro perversa amichetta i quali l’avevano spuntata su tutti con un’offerta che Giovanni non aveva potuto rifiutare. Lo avevano chiamato in disparte e avevano parlato con lui finché si era visto costretto a risalire sul palco e annunciare che sarebbe passato alla seconda ragazza della serata. Mari era già stata venduta! I tre l’avevano accompagnata alla propria auto scortati dai mastini di Giovanni e se n’erano andati soddisfatti e ridendo, verso il luogo in cui avrebbero provato il loro nuovo giocattolo. Mari non era stata venduta, in realtà era solo stata affittata. Una volta scadute le ventiquattr’ore, Giovanni l’avrebbe messa nuovamente all’asta finché non sarebbe più stata una novità appetibile, le offerte non sarebbero più state convenienti e si sarebbe ritrovata, come tutte le altre prima e dopo di lei, in un comune night. Il supplizio di Mari durò altre due settimane durante le quali fu messa all’asta per soddisfare i più disparati desideri. Quando ormai il pubblico reclamava carne fresca, Mari fu 132


liquidata e assunta nel night che le competeva: il Bogotá. Se per lo meno lo avesse saputo! L’idea che prima o poi la tortura sarebbe finita, l’avrebbe aiutata. In quei giorni pensò varie volte al modo di scappare ma era impossibile visto il controllo cui era soggetta continuamente da parte degli uomini di Testato. Era un bene prezioso e non potevano permettersi di perderlo. Se anche le fosse balenata l’idea di farla finita, non le sarebbe stato concesso nemmeno quell’ultimo, disperato, gesto. Mari non seppe mai quanto pagarono quei porci viziosi per lei. Sperava almeno che fosse molto considerato quello che le avevano fatto; cose che non osava nemmeno ricordare. Aveva cercato di cancellarlo dalla sua mente per sopravvivere. Mi raccontò solo che avevano sniffato coca tutta la notte e poi dato libero sfogo a quello che i loro cervelli drogati e perversi suggerivano loro senza freni, senza inibizioni. Un paio di volte non potendo scacciare quel ricordo orrendo aveva anche pensato di togliersi la vita, poi giudicandosi troppo codarda non lo aveva fatto. Dopo due anni al Bogotà, Testaro aveva deciso che sarebbe stata solo sua e le aveva offerto una via d’uscita se avesse accettato di sposarlo. Non era stata proprio un’offerta. Era più un’imposizione, un ordine al quale non poteva sottrarsi; parte del destino che Testaro aveva pianificato per lei forse sin dal primo momento. Suo malgrado Mari aveva accettato senza troppe obbiezioni: nulla sarebbe stato paragonabile a quello che aveva passato, nemmeno essere la sposa del porco che l’aveva venduta e tutto era concesso pur di uscire dal tunnel in cui era stata buttata; una lunga notte buia come quelle in cui lavorava al Bogotá senza la speranza di vedere il sole. «A quel punto del racconto di Fernanda piansi.» Confessai a un Andrea allibito; non lo avevo mai visto così in vita mia. Era sconvolto e sapevo che dentro bruciava di rabbia. Mi incitò però a continuare con un gesto della mano. La rabbia mi fece sentire una vampata di calore in tutto il corpo. Se avessi avuto una pistola non avrei esitato in quel 133


momento ad andare a cercare Giovanni e usarla. Il cuore mi batteva all’impazzata. Ero esterrefatto. Muto. Triste. Stupito. Incredulo di fronte a quello che la mente umana può concepire e mettere in pratica. Animali che vendevano corpi umani senza considerare che dentro quegli stessi corpi batte un cuore, c’è un anima. Ogni volta una giovane ragazza con sogni, sentimenti, paure, gioie, speranze e delusioni, era sottoposta a quel tormento e a quella pena per l’unica colpa di essere bella, povera e ingenua e volere vivere l’illusione di realizzare i propri sogni. «La pena di Morte ci vorrebbe.» Fu l’unica cosa che potei dire a Fernanda quella sera. «No,» aveva ribattuto lei, «non è abbastanza. Una vita in carcere senza i lussi cui è abituato, senza auto, né champagne, né donne. Questo sarebbe l’unico vero castigo per Giovanni e quelli, tanti, troppi, come lui.» Aveva concluso con gli occhi lucidi. «Hai ragione.» Confermai: «E magari anche un compagno di cella superdotato e con un debole per i ciccioni che sotto la doccia lo riempia di attenzioni, le stesse che lui ha riservato per tanto tempo alle ragazze che hanno avuto la sfortuna di incontrarlo.» Sorrise per un attimo poi tornò seria e intuì dall’espressione del suo volto che le sarebbe piaciuto veramente che questo succedesse. Il suo era un sorriso quasi diabolico, nei suoi occhi una luce tenebrosa. Vendetta. Volontà di vendicare finalmente tutto il male che quell’uomo aveva fatto. Capii in quel momento che questo era ciò che l’aveva spinta a parlare con me. «Come sai tutto questo?» Le domandai giunti alla fine del triste racconto. Fernanda divenne ancor più seria, lacrime di gelo le scendevano lungo le guance, le sue mani tremavano quando infine sospirò e disse: «Quella notte dopo Mari fu il mio turno!» Per la prima volta in vent’anni tra Andrea a me scese il silenzio. Nessuno dei due trovava le parole per fare un commento o 134


affrontare in qualche maniera l’argomento. Eravamo congelati, fermi nelle nostre posizioni come in una foto. Rimanemmo immobili guardandoci negli occhi ognuno sperando e aspettando che l’altro dicesse qualcosa per interrompere quella situazione insostenibile. Dopo un tempo che non seppi quantificare Andrea si mosse. Si alzò e iniziò a passeggiare nervosamente per la stanza poi si soffermò alcuni minuti a guardare fuori dalla finestra alla ricerca di non so cosa. «Lo beccheremo.» Disse infine rivolto al nulla cui era diretto il suo sguardo. «Sì.» Confermai io. Dopodiché, senza aggiungere altro Andrea, con ancora gli occhi umidi, il volto pallido mi abbracciò con forza e se ne andò. Era stata una giornata dura e non era ancora terminata. Adesso però veniva la parte interessante. Erano le dieci di sera e tra un’ora sarebbe arrivata Marisol. Speravo che avesse intenzione di passare molto tempo con me. La casa era ordinata e il frigo pieno, dato il passaggio di mia madre alcuni giorni prima. Da questo punto di vista ero più che pronto per accoglierla al meglio. Peccato solo che i testicoli non fossero ancora al massimo della forma quindi scartai, ancor prima che mi sovvenisse, ogni sogno o illusione di passare una notte di passione e sesso sfrenato. Alle dieci e mezza uscii sul balcone a fumare una sigaretta cercando di riordinare le idee. Andrea mi aveva fornito molte informazioni che unite a quelle di Fernanda fornivano un quadro abbastanza complicato. Poteva essersi dato il caso che Carolina o Caterina avesse rifiutato di partecipare all’asta, avesse cercato di ribellarsi e le avessero dato cocaina per domarla. Forse si era sentita male e l’avevano scaricata presso il fiume Secchia. Nell’ambiente di Testaro l’idea di accompagnarla a un ospedale non era nemmeno da prendere in considerazione. E i tagli probabilmente li avevano fatti per sviare l’attenzione della polizia. L’idea di un 135


maniaco avrebbe assorbito le energie di tutto il commissariato e li avrebbe distolti dal loro ambiente. Il caso della Perez, però, era diverso, almeno apparentemente. E se fosse stata una di Testaro in passato e conoscesse l’asta? Adesso, cocainomane persa, forse aveva azzardato chiedendo soldi in cambio di silenzio; quale occasione migliore per ucciderla nello stesso modo in cui avevano appena ucciso la prima? Il suo vizio avrebbe anche reso più naturale l’assunzione della dose letale e poi, tagliandole i seni, avrebbero dato maggior forza all’idea dell’unico assassino maniaco. L’asportazione delle protesi al seno, che nel caso della Perez era sicuro che avesse, si poteva forse spiegare col fatto che, una volta fatti i tagli, le protesi erano naturalmente uscite o semplicemente avrebbero facilitato l’identificazione. «Bah!» Esclamai poco convinto. «Certo il fatto che non siano state sfregiate nel luogo dove sono stati poi abbandonati i corpi lo renderebbe possibile.» Di per sé, questa teoria funzionava. Come provarla però? Al di là di supposizioni e congetture non avevamo in mano nulla. Avrei dovuto convincere Mari o Fernanda a testimoniare, impresa che appariva assai ardua, soprattutto con Fernanda che aveva voluto garanzie che il suo coinvolgimento non sarebbe venuto fuori in nessun caso. Non ero nemmeno sicuro che mi avesse detto il suo nome vero. Quanto a Mari, avrei presto scoperto cosa pensava al riguardo anche se pensavo di conoscere già la risposta. Anzi avevo anche timore e una sorta di pudore a proporle di testimoniare. Arrivò con un accettabilissimo ritardo di dieci minuti rispetto all’orario convenuto. Bella e misteriosa, affascinante come una spiaggia tropicale al tramonto dove giochi di luce e ombre mostrano ciò che non c’è e occultano la realtà delle cose. Fasciata in un vestitino beige che contrastava col colore cannella della sua pelle che traspariva sotto il sottile tessuto che sembrava dover esplodere e metteva in risalto le sue forme. Uno spettacolo! 136


Mi aspettavo da un momento all’altro che le sottili maglie di filo che componevano la stoffa avrebbero ceduto rivelandomi lo splendore del suo corpo ma sfortunatamente non accadde. Appena entrata nel mio appartamento Mari era rimasta a bocca aperta vedendo il colorito tra il verde e il lilla che avevano assunto i lividi che mi restavano sulla faccia e le braccia. «Che è successo Ale? Un incidente?» Domandò stupita e preoccupata rivelando con questa domanda di essere all’oscuro di ciò che mi era successo. «Mi hanno aggredito.» Risposi. «Chi? Perché?» Fece queste domande con l’espressione di chi sospetta già di sapere la risposta e ne ha paura e spera di sentire che si sta sbagliando. «Non so, anche se sospetto di qualcuno che tu conosci.» Dissi confermando i suoi timori. «Giovanni?» Domandò con un filo di voce, un sussurro che mi fece quasi sentire in colpa per dover confermare le sue paure, nonostante quello che le aveva prese, e di brutto, fossi io. «Credo proprio di sì.» Dissi triste. Quindi le raccontai tutta la storia del Sabato sera. L’incontro con Fernanda e di come ero arrivata a lei; il mio ritorno a casa e l’aggressione. Omisi la parte dell’asta aspettando il momento opportuno per tirare fuori l’argomento, se mai ci sarebbe stato un momento appropriato per un argomento del genere. «Scusa Ale.» Disse: «È colpa mia! Se non ti avessi messo in mezzo non sarebbe successo niente.» «No, non ti preoccupare.» Cercai di tranquillizzarla. «Sono stato uno stupido; mi sono preoccupato solo di verificare che non seguissero Fernanda e loro invece stavano controllando e hanno seguito me.» «Non sapevo niente, sarei venuta all’ospedale.» «Meglio così! Ero messo male e più brutto di come sono adesso.» Dissi col sorriso. «Non dire così.» Ribatté una triste Mari che poi aggiunse: «A me piaci anche così, sembri truccato.» Disse scoppiando a ridere: «Ale.» Cominciò con espressione che era tornata seria: «Se vuoi lasciare perdere tutto capisco.» 137


«No, nemmeno a parlarne.» Risposi deciso: «Adesso oltre ai tuoi di motivi, ne ho uno personale per fare il possibile affinché Giovanni finisca in galera.» «Poverino.» Mi disse con uno sguardo caldo che avrebbe sciolto il cuore più freddo e iniziò ad accarezzarmi la faccia passando le sue delicate dita sui miei zigomi, poi sulle guance, dove posò il palmo della mano in una carezza vellutata. Un brivido mi percorse il corpo iniziando dalle dita dei piedi fino alla nuca. Le presi la mano e la tolsi dalla mia faccia. «Lasciamo stare non sono ancora in forma.» Scherzai. «Fa molto male?» Mi chiese indicando il livido più evidente sullo zigomo. «Un po’.» Risposi: «Ma passerà presto.» Rise e mi diede un bacio sul livido come si fa con i bambini poi disse: «Passato il dolore?» «Certo.» Dissi: «Sei una maga, sto già meglio.» Poi pensai come fare per spiegarle che quello che più faceva male erano i testicoli. Decisi che non era il caso e cercai di portare il discorso su questioni più serie. «Che cosa sai di protesi al seno?» Domandai a bruciapelo. «Che domanda? Hai deciso di cambiare sesso?» Disse ridendo. «No, dico sul serio. Sei una donna, che sai di queste operazioni?» «Io non le ho.» Mi disse: «Tutto naturale.» Esclamò sporgendo il petto in fuori. Adesso si strappa il vestito, pensai; ma restai deluso. Sfortunatamente quelle sottili fibre erano più resistenti di quanto pensassi. «Quello che so è che al mio paese e in tanti paesi del Sud America, le donne desiderano molto metterle. Il seno piccolo è considerato brutto e una donna senza seno si sente male, le manca qualcosa, hanno complessi di inferiorità. E allora si operano per metterli. Arrivano fino a esagerare, vedi donne che fanno ridere con culo e tette che sembrano palloni. È quasi una moda. Pensa, che fanno debiti per rifarsi il corpo e sembrare modelle di plastica.» 138


«Devo andare in vacanza là un giorno.» Commentai. «Scemo.» Mi disse. «Grazie.» «Lo dico con cariño querido.» Si affrettò a dire. «Lo so, non mi sono offeso.» La tranquillizzai. Tornai serio: «Quindi il fatto che una delle ragazze morte, forse tutte e due, avesse protesi è normale secondo te?» «Sì. Direi di sì. Non è una cosa tanto strana come se le ragazze fossero italiane.» Disse convinta. Stavo cercando tutti i pretesti per allungare il più possibile il tempo che mi separava dall’inevitabile discorso dell’asta di cui mi aveva detto Fernanda. «Conosci Fernanda Moreno?» «No, mai sentita. Chi è?» «Forse non era il suo nome vero.» Commentai, dal momento che Fernanda aveva dichiarato di conoscere Mari. Gliela descrissi, le dissi che era venezuelana anche se lavorava al Bogotà ed era più o meno sua coetanea. «Forse ho capito, non so come si chiama, però... » Non concluse la frase anche se sembrava che avesse qualcosa da aggiungere al riguardo. «Mi ha parlato di uno spettacolo speciale che organizza Giovanni con le nuove arrivate.» «Allora?» Disse seria e assumendo un’espressione dura. I suoi occhi erano impenetrabili. Aveva alzato il muro di protezione, stava scacciando il ricordo. «Sai di cosa parlo?» Domandai imbarazzato. «Sì. Perché mi chiedi questo?» Domandò con voce tremante e dura. Decisi di non andare oltre, era sufficiente che avesse capito di cosa parlavo senza dover scendere in dettagli e questo mi fece sentire meglio, anche se credo che i miei occhi sprigionassero compassione e pena. «Credi che se una ragazza si rifiutasse di partecipare o tentasse di scappare potrebbero arrivare ad ammazzarla?» «Può darsi, sì. Credo di sì.» «Non credi che sarebbe sufficiente per incastrare Giovanni?» «Forse.» «Se testimoniassi... » 139


Non potei finire la frase che Mari sbottò: «Non ne parliamo neanche Ale!» La risposta non lasciava molto spazio alla speranza. «Per quello che mi riguarda farò il possibile per scoprire ogni cosa che sia utile allo scopo. Sempre che qualcuno non decida di riempirmi ancora di botte fino a lasciarmi invalido. Però pensaci. La tua testimonianza sarebbe fondamentale.» «Ci penserò, ma non aspettarti chissà cosa.» Disse lei. Decisi di cambiare argomento. «Sai dove fanno lo spettacolo? Quello speciale, intendo.» «Sì, in una casa in campagna, una villa, nella zona dopo Magreta, c’è la stradina secondaria che porta a Cognento e lì c’è una casa.» «Ho capito.» Dissi: «Mi sono sempre chiesto cosa fosse quella cattedrale nel deserto. Di chi è la casa?» Domandai. «Non lo so, ma non credo che sia di Giovanni.» «E come si fa a partecipare? Intendo come pubblico» Conclusi. «È molto difficile. Gli invitati non sanno della festa che pochi giorni prima. Sono invitati personalmente. Tra i più ricchi della zona. Solo gente di cui Giovanni si fida. E non so in che modo giri la voce né come mandino gli inviti.» «Grazie Mari.» Poi aggiunsi per distrarla: «Vuoi mangiare qualcosa?» Sentivo il bisogno di cambiare discorso. Temevo di dirle che sapevo tutto anche se sospettavo che lo avesse intuito. Non avrei voluto tornare più sul discorso. In quelle poche battute avevo capito che lei sapeva che io sapevo... e la tensione per pochi attimi era salita al cielo, un imbarazzo pesante e fitto come la nebbia di novembre era sceso tra noi. «Mia madre è passata di qui qualche giorno fa. Ho di tutto in frigo: lasagne, tortelloni, tagliatelle, cannelloni, tutto fatto in casa come una volta, genuino e in quantità industriale. Cosa ti preparo?» Proposi. Si alzò e mi disse: «Ale vuoi che divento cicciona? E mi mostrò il suo corpo perfetto ancheggiando mentre si dava una pacca sul sedere che quasi non si mosse dimostrando quant’era sodo e muscoloso.» 140


«Ma fammi il piacere! Sei uno splendore! Non sarà certo un piatto di lasagne o tortelloni a rovinare un lavoro perfetto che ha richiesto millenni di evoluzione della specie fino ad arrivare a te e al corpo che porti in giro.» Poi aggiunsi: «Sai, che credo che potresti essere responsabile di vari infarti tra i deboli di cuore di Sassuolo e dintorni?» Rise e accettò di mangiare tortelloni che preparai con burro e salvia, accompagnati da una bottiglia di Lambrusco di Modena. Una cena che, vista l’ora, poteva benissimo essere una colazione anticipata: era l’una e mezza del mattino. Le bottiglie di lambrusco divennero due. Poi un paio di bicchieri di whisky. «Non starai bevendo troppo?» Domandai. «Tranquillo Ale non ti preoccupare.» «Quello che mi preoccupa in questo momento è che qualcuno sappia che sei qui e mi riempiano di botte ancora. Non ne ho molta voglia, sai?» «Tranquillo. Oggi è il turno di Totò. Inoltre sono venuta in taxi, e ne ho cambiati due. Mi sono fatta lasciare più avanti e sono tornata indietro camminando. Conosco mio marito e le sue tecniche. Poi stamattina era molto incazzato e occupato, credo che per un paio di giorni non lo vedrò. Sta succedendo qualcosa.» «Interessante!» Esclamai. «Qualcosa che possa aiutarci nelle indagini?» «Forse.» Disse, poi estrasse dalla borsetta una busta che all’apparenza conteneva pezzi di carta strappati e bruciacchiati. Me li porse e mi raccontò quello cui aveva assistito la Domenica precedente quando Giovanni era rientrato in anticipo e incazzato. Li guardai e lessi attentamente anche se non c’era poi un granché da leggere. «Che cosa vuol dire tutto questo? Ti suggerisce qualcosa?» «Posso supporre che le cifre espresse in Euro siano pagamenti o incassi. Possono essere somme versate per comprare qualcuno o incassate per esempio per ogni ragazza che partecipa all’asta.» «Sì, potrebbe essere. E il resto? Quello in spagnolo?» 141


«Uno è uno studio medico, l’altro un indirizzo, poi, presumo, un’agenzia di viaggi, potrebbero essere in Colombia, a Cucuta stando alle lettere che si leggono e considerato come Giovanni organizza i propri commerci di ragazze.» «Cucuta? Non sei nata lì?» Domandai cercando di ricordare. «Sì è una piccola città di frontiera col Venezuela, è molto più comodo e dà meno nell’occhio. Giovanni approfitta della ignoranza dei provinciali, a Bogotà o in qualsiasi altra città, sarebbe più esposto a rischi, le bande che ci sono là non scherzano. In confronto Giovanni è un santo. Cucuta è un piccolo paese ma allo stesso tempo, data la vicinanza della frontiera, c’è sempre molto movimento: un porto di mare senza mare, ottimo per il fine di Giovanni.» «Cosa suggerisci? Hai qualche idea?» «Andiamo a Cucuta.» «Nemmeno a parlarne.» Fu la mia risposta, considerato che avevo paura di volare. Terrore era la parola più appropriata per descrivere il mio rapporto con il volo. «Piano B?» Domandai. «Sei tu il detective.» Asserì sorridendo Mari. «Bene, hai amici o familiari che vivono ancora a Cucuta?» «Certo.» Rispose lei: «Mia madre, e le mie sorelle vivono ancora là e ho molte amiche anche.» «Bene, chiedi a qualcuno di estrema fiducia, di cui puoi fidarti ciecamente, che faccia una ricerca. Che vada a quell’indirizzo per vedere cosa c’è, e verifichi anche quante agenzie di viaggio e quanti studi medici ci sono e come si chiamano, poi mi dici.» «Ok. Agli ordini detective.» Rispose Mari saltando sull’attenti. «Inoltre, vorrei che mi raccontassi tutto di Giovanni. Come vive, le sue abitudini, le auto che usa, dove va e quando ci va, tutto quello che fa quando non è nei suoi locali... » «Hai tempo?» Mi domandò. «Certo, posso passare tutta la notte ad ascoltarti.» «Bene.» Disse e iniziò un racconto che si protrasse fino alla tre del mattino quando, vinti dal sonno, decidemmo che poteva bastare. Ci salutammo con l’accordo di tenerci aggiornati su quello che avremo scoperto. 142


CAPITOLO 8

L’ispettore Filippi grazie alla sua ultima scenata col Commissario si era guadagnato tre giorni di sospensione disciplinare per essersi assentato senza giustificato motivo, dal momento che dopo la discussione del Martedì non si era presentato all’interrogatorio con il PM, né in commissariato, per il resto della giornata. Il commissario non gli aveva perdonato la mancanza di rispetto per essersene andato e, adesso, Andrea godeva di tre giorni di ferie come diceva lui. Per quanto riguardava il Gilli, il PM aveva aperto un fascicolo per omicidio aggravato dal vilipendio di cadavere per entrambi i casi, anche se poi aveva ascoltato con attenzione la proposta dell’avvocato Mangano e non escludeva la possibilità di derubricare il tutto almeno per quanto riguardava la prima vittima. Intanto per il Gilli si erano aperte le porte del carcere di Sant’Anna, dove sarebbe rimasto in attesa del processo. Andrea e io eravamo al bar; mi ero stancato di stare in casa e i pochi passi che separano casa mia dal Derby non mi avrebbero certo ucciso. Mi sentivo già decisamente meglio, i dolori erano quasi scomparsi. 143


Stavamo giocando a carte e tra una mano e l’altra facevamo commenti sul caso. I dubbi erano tanti e le prove o certezze pochissime. Una delle poche cose certe era che Gilli non c’entrava in nessuno dei due casi e che la mano omicida era una sola, molto probabilmente quella del clan Testaro. Dovevamo trovare qualcosa per incastrarlo e metterlo di fronte alle sue responsabilità. Il fido Piras aveva chiamato Andrea la mattina stessa aggiornandolo sui risultati delle ricerche affidategli. Effettivamente c’era stata una Carolina Rivas in arrivo da Caracas il giorno indicato. Risultava avere 18 anni, era entrata con visto turistico, cosa che lasciava supporre che sarebbe potuta rimanere in Italia per un tempo limitato, fino a un massimo di 90 giorni anche se, ero sicuro, sarebbe rimasta di più, intrappolata tra le grinfie di Testaro. Tra le altre informazioni che Piras aveva fornito, vi erano quelle riguardanti la Perez, la seconda vittima. La cosa curiosa era che, sebbene conoscesse e bene anche Testaro, non aveva mai lavorato per lui. Era arrivata in Italia 30 anni prima quando era solo una ragazzina, con l’intera famiglia. Il padre, chimico, aveva ottenuto un contratto molto interessante e lucrativo con una delle ceramiche della zona. Con gli anni aveva messo da parte un buon gruzzolo, occupandosi anche di esportazione di piastrelle verso la Colombia, fino a quando il gruzzolo era diventato un vero e proprio capitale, peraltro di notevoli dimensioni. La famiglia ormai più che benestante, era rientrata in patria dove gestiva uno dei principali magazzini di stoccaggio piastrelle della Colombia. Rosalba, al contrario, si sentiva più italiana che colombiana e aveva deciso di rimanere, anche se andava spesso a trovare la famiglia. Non aveva necessità di lavorare e non lo aveva quasi mai fatto. Viveva in un appartamento a Modena proprietà dei genitori. «È seduto Ispettore?» Aveva domandato a quel punto Piras. «Sì, perché?» Domandò di rimando Andrea incuriosito. «Sto per dirle una cosa e non vorrei che caddesse.» Poi lanciò la bomba: «La Perez è stata la prima moglie di Testaro.» «Minchia, questa si che è una notizia!» Quasi gridò 144


Andrea visibilmente sorpreso dalla rivelazione di Piras. Si erano conosciuti a una della feste che Giovanni organizzava nella sua casa ed era nata da subito una forte attrazione tra i due. Erano stati fidanzati alcuni anni e si erano sposati, poi le cose non avevano funzionato e ognuno aveva ripreso il suo cammino. «I più maligni dicevano che i tradimenti di lui, uniti ai giochetti che piacevano a lei e alla cocaina di cui abusava già all’epoca, avevano messo fine all’idillio.» Aveva detto Piras. Secondo le scoperte di Piras, ultimamente Rosalba non se la passava poi così bene. Sull’appartamento pesava una ipoteca e presto sarebbe passato alla banca. Aveva sperperato praticamente tutto in quello che, negli anni, era diventato il suo passatempo preferito: la cocaina. Ozio, feste, lusso, serate in discoteca, erano solo un lontano ricordo e le avevano lasciato quel vizio che l’aveva condotta al disastro economico e personale. «Forse ha chiesto soldi a Testaro poi, non potendoli restituire, ha fatto la fine che ha fatto.» Avevo ipotizzato. «Sì, o forse lo ricattava.» Aveva specificato Andrea. «Può darsi, quadra.» Commentai io. «Lei ha bisogno di soldi, è disperata e disposta a tutto. Sicuramente era a conoscenza di alcuni segreti che Testaro voleva rimanessero tali.» Concluse Andrea. «Abbiamo il movente del secondo omicidio.» Affermai sicuro. «Bisogna solo convincere il PM a lasciare stare le cazzate che racconta Mangano e autorizzare nuove indagini su Testaro: perquisizioni, intercettazioni e acceso ai conti bancari.» «Questa sarebbe la tua parte se non fosse che sei sospeso e il commissario non ti ama più. Non ti ascolterebbe nemmeno sotto tortura.» «Già.» Confermò con aria di rassegnazione Andrea. Piras aveva informato Andrea che degli appartamenti che componevano il Direzionale 90 almeno sette erano riconducibili direttamente o indirettamente a Testaro. Due erano la sede di una impresa di compravendita di bevande e liquori, apparentemente in regola; pareva essere l’impresa 145


che riforniva i bar, ristoranti e night dello stesso Testaro. Negli altri vivevano ragazze tutte centro e sud americane, una quindicina in tutto. Tre per appartamento. «Le hai interrogate?» «No ispettore, tutto io devvo fare?» «Tranquillo scherzavo.» Fu il commento di Andrea. Piras tirò un sospiro di sollievo poi continuò: «Veniamo a Mangano.» Cominciò il sardo: «Come le avvevo già detto, è pulito, solo una curiosità.» «Dimmi Piras.» Lo incitò l’ispettore. «È originario dallo stesso paese di Testaro. È l’unico legame che ho potuto trovvare.» «Grazie Piras, ottimo anzi, eccellente lavoro.» «Tombola!» Aveva gridato Andrea soddisfatto: «Testaro e Mangano si conoscono!» Andrea stava riassumendo per me il suo pensiero rispetto a quest’ultimo punto. «Io penso che Giovanni gli abbia chiesto gentilmente di difendere il Gilli ma di farlo alla sua maniera, cioè, come è comodo e utile per Giovanni stesso. Sicuramente hanno comprato il Gilli perché si faccia carico degli omicidi con la promessa che riceverà una condanna breve e presto uscirà per buona condotta o cazzate simili e potrà godersi i soldi. Tanto quello ha il cervello sfatto. Sebbene adesso si dichiari estraneo al secondo omicidio, le modalità simili con cui è stato compiuto faranno sì che il Gilli sarà ritenuto responsabile per entrambi. Durante il processo addurranno che, sotto l’effetto della droga, le ha ammazzate per le sue particolari perversioni suggeritegli da una mente malata. Diranno che durante giochetti sessuali un po’ spinti qualcosa gli è sfuggito di mano. Diranno qualsiasi cosa, ma faranno in modo che Gilli sia ritenuto colpevole e per lui sarà già troppo tardi per tirarsi indietro. Gilli fottuto e Testaro salvo. Mi gioco le palle che lo hanno pagato e ingannato per accettare.» «Sì, non gli rimarrà un gran tempo per godersi i soldi che gli hanno offerto.» 146


«Ma se tu andassi in Colombia davvero?» Esordì Andrea, spinto da non so quale forza maligna, alle otto di sera, dopo un pomeriggio passato a cazzeggiare. «Tu devi essere fuori di testa.» Fu la mia risposta. Lui conosceva la paura che avevo dell’aereo e pensavo che mi prendesse in giro. «Dico davvero Alle.» «Allora devi aver bevuto troppa birra oggi.» Commentai ironicamente. Il pomeriggio era trascorso pigramente in bar giocando a carte e bevendo birra, e la serata non si prospettava molto diversa, a meno che la stessa birra non suggerisse alcuna variazione sul tema. «Sai piuttosto cosa dovremmo fare?» Domandai serio. «Non cambiare argomento.» Mi riportò all’ordine l’ispettore. «Ma sei completamente andato a male?» «Alle, pensaci bene.» Esordì serissimo: «Tu e Mari in Colombia per una settimana o 15 giorni. Tu e lei soli! Cerveza, cocktail di frutta, bikini, spiagge... ma te la immagini Mari tutta per te? A diecimila chilometri da quell’essere che è il marito!» «Cazzo.» Dissi sorpreso e affascinato: «Non ci avevo pensato! Non avevo preso in considerazione la cosa da questo punto di vista... » «Vedi a cosa servono gli amici? Immagina come farebbe bene alle tue povere palline essere accarezzate dalle onde del mare... » Lasciò volutamente la frase a metà sapendo che l’avrei conclusa io mentalmente e che non avevo bisogno di ulteriori parole per capire cosa intendesse in realtà. «Però prima delle spiagge, i bikini... » Feci una pausa per cercare la parola adatta: «E le onde del mare che mi accarezzano come dici tu.» Conclusi: «Ci sono i diecimila km che devo mettere tra noi e il marito. E devo farli volando.» «Ma dai! Ti prendi due pastiglie di Tavor e dormi tutto il tempo appoggiato alle tette di Mari. Quando la hostess ti offre il cuscino tu gentilmente le rispondi che te ne sei portati due da casa.» Fece la battuta e rise da solo. «Si potrà andare in nave?» Domandai. «Puoi andare a nuoto!» Mi suggerì col chiaro intento di 147


prendermi per il culo. «Ma finiscila di dire cazzate. Non te ne accorgi nemmeno che sei in volo.» «Finiscila tu!» Sbottai. Però l’idea iniziava a piacermi. Era quasi un sogno che accarezzavo mentalmente. L’unico problema era che tra me e il sogno c’erano una decina di ore dentro una scatola con le ali che vola senza sbatterle. Il solo pensiero mi faceva montare l’ansia e mi accelerava i battiti cardiaci. Sentivo anche un po’ i brividi. «E perché non ci vai tu?» Domandai giusto per dire qualcosa. Sapevo che non era possibile. «Ma fammi il favore!» «Dico sul serio.» Aggiunsi anche se non lo pensavo, poi: «Fai ancora un paio di complimenti al Commissario così ti allunga la sospensione e vai in vacanza davvero.» «E mia moglie? Te ne sei dimenticato? Pensi che accetterebbe anche solo di parlare di una cosa del genere?» «Le dici che è causa di servizio.» «Ma per piacere, Alle.» Esclamò. «Porta anche lei.» Suggerii. «Non le piacciono le cose a tre.» Rispose secco. «C’è sempre la prima volta.» Dissi io con sorriso malefico e ironico. «O sarà che quello cui non piacciono le cose a tre sei tu?» Domandai con aria di sfida. «Vabbè lasciamo stare ho capito.» Sbottò Andrea: «Mi stai diventando frocio. Una volta di fronte a una prospettiva come questa ti saresti buttato.» Mi disse. «Sarà la botta in testa.» Mi giustificai. «Sarà quella più in basso. Non ti funziona più.» Concluse lui. In quel momento, non so se per associazione di idee o per quale altra causa da cercarsi nel misterioso funzionamento del cervello, ma a me ignota, mi ricordai di una cosa. «A proposito di botta in testa. Mi sono completamente dimenticato di Fernanda. Credi che le sia successo qualcosa? O stavolta l’avranno risparmiata?» «Non l’hai chiamata?» Mi domandò uno stupito Andrea. «Il telefono mi si è rotto. Solo ieri mio cognato me ne ha regalato uno.» Mi giustificai. 148


«Animale.» Mi disse senza aggiungere altro sicuro che avrei capito. Spinto dal senso di colpa e dal complimento di Andrea decisi di chiamarla immediatamente. Rispose al terzo squillo. «Ciao Fernanda sono Alle, stai bene?» Esordii. La risposta mi tranquillizzò. Le raccontai quello che mi era successo dopo il nostro incontro e che avevo passato vari giorni all’ospedale. La ringraziai ancora per le informazioni che mi aveva dato. Mi erano state molto utili per il mio libro dissi, e lei rise. Mi raccontò che uno dei pit bull del Bogotá le aveva fatto un discorsetto sul lavoro e sul tempo libero e sul fatto che le due cose non andavano mischiate. Il pit bull le aveva detto: “Per questa volta abbiamo spiegato i dettagli di come funziona il gioco al cliente”; la prossima lo avrebbero spiegato a lei e si augurava di cuore che non ce ne sarebbe stato bisogno. Terminò la chiamata dicendo che dovevo scrivere un libro su un altro argomento e che non avrebbe più potuto aiutarmi. Meglio se cancellavo il suo numero. «Nemmeno al Bogotà?» Domandai. «Meglio che non ti fai vedere per un po’.» Fu il consiglio di Fernanda: «Buona fortuna.» Mi disse. «Stai attento.» Concluse seria e poi riattaccò. «Per lo meno non le ha prese per colpa mia.» Fu il primo commento che feci dopo aver concluso la telefonata con Fernanda. «Gli servono sane e belle per poter lavorare e rendere molto.» Disse Andrea. «Vero.» Confermai. «Stavolta la punizione è toccata a te come esempio. Forse non sanno nemmeno la ragione vera per cui vi siete incontrati. Da quello che mi racconti sembra che abbiano pensato che volessi passare una serata con lei senza pagare il night.» «Sì, può essere.» Dissi io: «Questo spiega perché non le hanno fatto nulla. Se sapessero la gravità di quello che mi ha detto sarebbe stato diverso.» «Sì, molto meglio così, no?» «Certo.» Assentii. 149


Poi Andrea con espressione seria, da ispettore di Polizia disse: «Ti rendi conto che con le tue iniziative hai rischiato di metterli sull’avviso?» Sbottò Andrea che poi aggiunse: «Se l’avessero obbligata a parlare per sapere cosa volevi andava tutto a puttane tanto per rimanere in tema.» «Fernanda è una dura, non avrebbe parlato facilmente.» Tentai di giustificarmi. Proseguimmo alcuni minuti in una disputa su quello che sarebbe potuto succedere; sul fatto che dovevo essere più prudente e meno istintivo; che dovevo chiedere consiglio a chi ha più esperienza; che dovevo verificare che il cervello fosse collegato prima di agire, che, che, che. Un infinità di che che non ci stavano portando da nessuna parte. Fortunatamente poco dopo decidemmo di lasciare perdere le partite a carte e le dispute e trasferire le nostre chiacchiere in un posto dove potessimo per lo meno anche riempire lo stomaco. Erano le 20:30 e cominciavo ad avere fame. Proposi con finta noncuranza il ristorante Bella Tigella, che si trovava poco fuori Sassuolo e cadeva come anello al dito per l’idea che iniziava a prendere forma nella mia mente. Il ristorante si trovava sulla strada tra Casinalbo e Modena a pochi chilometri da Cognento, quindi non lontano dal posto dove avrei voluto concludere la serata. Andrea accettò senza sospettare o senza farmelo capire. Quando fummo finalmente seduti in compagnia di una buona quantità di tigelle, pinzimonio, affettati e formaggi misti, pronte per sfamarci, Andrea riattaccò discorso. «Tornando a noi.» Disse Andrea: «Il tuo passaporto è in regola?» «Ancora questa storia? Non l’ho nemmeno io il passaporto! Ho tanta paura di volare che non l’ho mai fatto.» Risposi sorridendo. «Te lo farò avere in pochi giorni, il tempo che ti organizzi con Mari e compriate i biglietti.» «Ma sei duro di comprendonio!» «Facciamo così, finita la cena lo giochiamo a Biliardo.» Propose in tono di sfida. 150


Il biliardo era un’altra delle passioni che condividevo con Andrea oltre le belle donne, i libri, le chiacchierate e chiaramente l’investigazione. «Mi dispiace deluderti.» Esordii in tono solenne: «Mari mi ha detto che manderà sua sorella o suo fratello a verificare l’indirizzo delle agenzie di viaggi e tutto il resto, per cui non c’è alcun bisogno che io soffra dieci ore.» «Ok e supponiamo che verifichino che al tal indirizzo ci sia un agenzia di viaggi o un medico, cosa cambia rispetto a quello che sai adesso?» Domandò con l’intenzione di mettermi in difficoltà, cosa che peraltro gli riuscì. «Beh, non molto immagino, però lo sapremo con certezza.» Risposi con poca convinzione. «Grande passo avanti!» Disse sfottendomi. «E quando lo saprai con certezza cosa cambierà?» «Andrea mi stai stressando, cambiamo discorso. O almeno lasciami mangiare in pace. Non credo che l’unico modo di risolvere il caso sia andare dall’altra parte del mondo.» Sbottai infine. «Ok detective, come pensi di portare a termine il lavoro che ti ha assegnato Mari se non vuoi verificare le piste che ti da?» «A questo proposito, stavo giusto pensando a una cosuccia per favorire la digestione. Ed è una pista che mi ha dato lei.» Buttai lì quella frase senza dargli troppa importanza e sdrammatizzando. «Non penserai che io ti accompagni nelle tue scorrerie tra mignotte, transessuali e compagnia bella?» Domandò con tono quasi offeso. «A parte il fatto che non sei in servizio e quindi puoi andare dove vuoi. Comunque non ti preoccupare che non avevo pensato a portarti sulle vie della perdizione.» «Mi fai paura quando parli così! Cosa hai in mente, Alle?» Il mio sorriso diabolico si illuminò e Andrea ebbe un leggero sussulto quando risposi serio: «La villa.» «Quale villa?» Chiese Andrea anche se aveva capito. Però sperava di sentire una risposta che non fosse quella che pensava. 151


«Quella che mi ha detto Fernanda. Dove fanno le aste.» Risposi per fugare anche il seppur minimo dubbio. «Sei pazzo davvero.» Commentò: «Ti devo far rinchiudere!» Esclamò infine. «E come pensi risolvere il caso se non segui le piste?» Ripetei la stessa domanda che mi aveva fatto poco prima. «Fanculo Alle.» «Ah!» Esclamai. «Adesso Serpico si tira indietro.» Dissi con sorriso beffardo e in tono di sfida. Un nanosecondo dopo mi resi conto della cazzata che avevo appena fatto e sperai che non cogliesse la sfida, ma ormai il danno era fatto. Mi era dato una martellata sulle palle da solo. «A me Serpico fa una pippa.» Rispose infatti Andrea che poi, in tono di sfida aggiunse: «Io vengo con te alla villa a fare non so che cosa, però tu vai in Colombia, se dalle indagini della sorella di Mari esce qualcosa di interessante. Accetti?» La proposta di Andrea mi lasciò spiazzato. Era logica e al tempo stesso inquietante. Però ormai non potevo tirarmi indietro. Lo fissai negli occhi cercando un segno di cedimento che non trovai. «Accetto.» Affermai convinto, anche se dentro di me speravo con tutto il cuore che la sorella di Mari non avrebbe trovato alcuna informazione interessante. Avevo la netta e chiara sensazione che in ogni caso Andrea mi avesse fregato. «Domani chiamo Piras perché ti faccia preparare il passaporto.» Concluse poi alzò il bicchiere proponendo un brindisi all’accordo appena concluso. Terminata la cena e le chiacchiere ci incamminammo quindi verso Cognento percorrendo la strada bassa e arrivando in Via Corletto intorno alla mezzanotte. La via era una piccola strada interpoderale a una sola corsia tant’è che quando due auto si incrociavano era necessario andare con una ruota sulla banchina laterale, quando c’era. Era completamente buia e i fari illuminavano campi coltivati interrotti da qualche albero di frutta solitario e, qua e là, un casolare di contadini. In mezzo a tutto questo, circa a metà del 152


percorso tra Tabina e Cognento, sorgeva come una cattedrale, una Villa, La Villa. Probabilmente era stata la tenuta di campagna di qualche nobile del passato: due piani, un bel giardino, nel corso degli anni era stata adibita a ristorante poi a discoteca e non so che altro, fino a ora che, apparentemente, era disabitata, ma stando a quello che mi aveva detto Fernanda era il castello del Re del sesso. Luogo di depravazione e devianza, dove uomini e donne di quella che dovrebbe essere la classe alta, la Sassuolo bene, come la chiamavano, sfogavano la loro insoddisfazione nel vizio. Quando fummo abbastanza vicini alla casa, potemmo scorgere diverse auto parcheggiate nel giardino, ma decidemmo di proseguire come se niente fosse. «Andiamo un po’ più avanti, parcheggiamo la macchina in qualche angolino buio e protetto poi torniamo a piedi.» Proposi. «Hai visto se c’erano cani o persone di guardia?» Domandò Andrea. «Non ci ho fatto caso, mi sono concentrato sulle auto. Tutte di lusso.» Conclusi. Avevo potuto vedere Mercedes, BMW e fuoristrada di grossa cilindrata. «Sì, gente da soldi. Fai un altro passaggio.» Ordinò Andrea. Cosicché feci inversione in un campo, mi rimisi in strada nel senso opposto e ripassai a lato della casa decelerando, fin quasi a fermarmi in prossimità del cancello d’ingresso per poter sbirciare all’interno. «Vai, vai!» Disse Andrea. Non c’erano cani né guardie. Probabilmente per non dare nell’occhio. La casa aveva un cancello di ferro molto alto, direi insormontabile, e rete metallica con filo spinato tutto intorno. Inoltre da qualsiasi lato si volesse entrare, per raggiungere la casa bisognava percorrere almeno 80 metri completamente scoperti, senza nemmeno un po’ di vegetazione di riparo. Sembrava fatto apposta. Sospettavamo inoltre che vi potessero essere sistemi di allarme che rendevano inutili i guardiani e i 153


cani. Proseguii ancora circa 500 metri quando incontrammo un casolare abbandonato dietro al quale lasciammo l’auto e ci soffermammo alcuni minuti per decidere il da farsi. Decidemmo che ci saremmo avvicinati un po’, solo per dare un’occhiata ed eventualmente annotare i numeri di targa delle auto. Camminammo dieci minuti nell’oscurità fino a raggiungere la villa che forniva un minimo di illuminazione tutt’intorno con la quale speravamo di poter vedere le targhe delle auto parcheggiate. «Sherlock, non hai portato una torcia?» Domandò Andrea. «No, Watson, mi sono dimenticato. E tu?» Gli risposi. «Cominciamo bene.» Fu il commento. «Non era prevista questa escursione, mi e venuta in mente solo poco fa, non ero preparato» Dissi a modo di giustificazione. «Avviciniamoci ancora un po’.» Proposi. A parte il fruscio di noi due che strisciavamo nell’erba come due serpenti, potevo udire solo il battito dei nostri cuori. Eravamo spaventati, sudati e tremanti. «Se avessi saputo che mi avresti fatto fare il passo del Giaguaro avrei mangiato meno.» Disse Andrea mentre emetteva un sonoro rutto. «Maiale!» Esclamai. «Il signorino si scandalizza.» Fu la risposta scherzosa. «Non fare casino e striscia soldato.» Ordinai. Vicino alla rete di recinzione, ci schiacciammo al suolo il più possibile, poi Serpico tirò fuori un taccuino e una penna che mi porse. «Tu hai le cataratte? Non ci vedi? O non sai scrivere?». Domandai sfottendo. Tanto sapevo che toccava sempre a me scrivere. «Scrivi Alle, scrivi, sei tu quello che ha studiato, no?» Annotai quattro numeri di targhe di auto delle circa quindici che contammo nel piazzale. Fu solo un attimo e non ebbi nemmeno il tempo di richiamare l’attenzione di Andrea, concentrato nelle targhe, ma da una finestra vidi una silouette inconfondibile anche al buio e da così lontano. 154


«Hai visto!?» Esclamai rivolto ad Andrea alzando un po’ troppo il tono della voce per la sorpresa. «Visto che? E parla piano! Se ci scoprono ci fanno un culo così.» «Ho visto Testaro.» Sussurrai stavolta. «Io non ho visto nessuno.» «Era lui sono sicuro. È in quella casa.» Asserii deciso anche se con solo un filo di voce che non aiutava certo a conferire sicurezza alle mie affermazioni. Andrea non era molto convinto della mia visione e comunque non c’era un granché da fare in quel momento e in quelle circostanze per cui dopo un’attesa di mezz’ora che però sembrò una vita intera, durante la quale non successe nulla, come eravamo venuti ce ne andammo: strisciando. «Dai, striscia, striscia, che più mi allontano di qui più felice sono.» Lo incitavo. «Puttana Eva, credo di essere strisciato su una merda di vacca.» Disse Andrea. «Non mi fare ridere cretino, che ci sentono.» «Quale ridere, è vero, senti che pesta, cazzo! È l’ultima volta che mi faccio convincere. Mi meraviglio di me che seguo le idee strampalate di uno cui è rimasto un solo neurone, e mal funzionante per di più.» «Sarà che tu ne hai meno, Einstein.» A metà del tragitto non essendo più visibili dalla casa, protetti dall’oscurità, ci alzammo in piedi. «Sarà contenta tua moglie quando vedrà in che stato sono i tuoi pantaloni e la camicia.» Lo provocai. «Prendi anche per il culo oltre che farmi rischiare la pelle? Se le racconto questo a mia moglie si incazza parecchio. Mi dice sempre che sei un tipo pericoloso, dovrei ascoltarla di più.» Risi, di fatto conoscevo sua moglie da molto tempo e sapevo cosa intendesse per pericoloso: la mia debolezza per le ragazze e la paura che anche Andrea cadesse al richiamo di Eros e Venere. Che mi risultasse Andrea non aveva mai ceduto a questi richiami e aveva così una solida e duratura relazione con Ornella, a differenza mia che ero lo scapolo sempre a caccia. 155


Finalmente giungemmo all’auto dove iniziammo la conta dei danni: pantaloni e scarpe infangati e sporchi d’erba, maglietta e camicia da buttare, in particolare la sua che aveva appoggiato su un escremento bovino. «In macchina con me non ci monti con quel fetore che ti porti addosso.» Dissi mentre Andrea si toglieva la camicia: «Buttala.» Suggerii. «Piuttosto butto te, mi è costata 120 euro, vale più della tua macchina.» Detto questo aprì la portiera e si sedette in auto incurante delle mie proteste. In quell’epoca, effettivamente, avevo una macchina che a dire la verità non aveva paura di nulla. Era un po’ il riflesso con ruote del mio appartamento. Decisi quindi di lasciare perdere le lamentele. Ci incamminammo verso Sassuolo con tutti i finestrini abbassati, nonostante la notte fresca. Erano quasi le due del mattino. «Cosa proponi per il resto della nottata?» Domandai. «Di dormire neanche a parlarne?» Domandò ironico Andrea. «Per lo meno andiamo a darci una sistemata a casa mia per non presentarti da tua moglie con questo profumino eau de vac.» «Sì meglio, grazie.» «Vedi a cosa servono gli amici!» Esclamai. «Sì, sì, stai zitto per favore. Verrà il giorno della mia vendetta quando ti accompagnerò all’aeroporto tremante e piangente come un bambino.» Disse con un ghigno beffardo. Durante il tragitto concordammo che lui avrebbe comunicato i numeri di targa al fido Piras e io avrei descritto le altre auto a Mari per sapere se conosceva qualcuno. L’indomani avrei anche verificato con Mari cosa c’era a quell’indirizzo di Cucuta e cos’altro era uscito dal controllo fatto da sua sorella, che già immaginavo come Mari II, bona da far male. Giunti nel mio appartamento, ripuliti e lavati stavamo bevendo un caffè e fumando una sigaretta sulla terrazza e pensai ad alta voce: «Erano partecipanti a un asta, ci giurerei.» «Sono d’accordo.» Confermò Andrea. «E sono proprio curioso 156


di dare le targhe a Piras per togliermi la curiosità di chi sono i porci che partecipano.» «Sì, e ti confesso che non mi sorprenderei se tra di loro ci fosse la crema di Sassuolo, quelli che poi vedi tutti compunti in Chiesa la Domenica o che donano milioni a scuole e operazioni caritatevoli.» Aggiunsi io. «Lasciamo stare. Sarebbe uno scandalo per Sassuolo se questo si sapesse.» «Parli che mi sembri Bazzi.» Lo ripresi: «Da quando ti preoccupi di gossip?» «Sono le quattro del mattino Alle, vado a dormire.» Tagliò corto Andrea. «Ma dai tanto domani non devi alzarti, sei in ferie no?» «Ho un appuntamento mi devo alzare presto.» «Va bene ho capito. Andiamo a dormire e non ci pensiamo più.» «Bravo, buona notte.» Andrea si era diretto alla porta che aveva chiuso dopo il suo passaggio lasciandomi nel mio ordinatissimo appartamento. Avevo quasi paura di mettermi a letto perché avrei sgualcito le lenzuola. Mi distesi sul letto a pensare senza nemmeno togliermi i vestiti né coprirmi. Non mi infilai nemmeno sotto le lenzuola per non rovinare quella perfezione. Mi addormentai così com’ero, vestito e scoperto. Ero in un campo innevato, tutt’intorno era bianco. Ovunque girassi lo sguardo vedevo solo bianco e neve. Ero senza vestiti, completamente nudo, ma non avevo freddo. Camminavo e la neve si scioglieva e si apriva al mio passaggio, sotto i piedi potevo vedere sabbia. Doveva essere una spiaggia coperta di neve. Dov’erano tutti però? Possibile che non ci sia nessuno qui? Cercavo di chiamare i nomi dei miei amici e famigliari ma non li ricordavo. A ogni passo, dietro di me, il cammino tornava a essere coperto da una spessa coltre di neve. Non c’era nessun rumore. Poi, all’improvviso, la cucina di casa mia apparve come dal nulla. Tutto il mobilio, il tavolo, le sedie, il frigo. Tutto era lì, mancavano solo le pareti. Seduta 157


a una sedia con aria sorridente una mulatta, la sua carnagione risaltava col bianco della neve. Era completamente nuda e anche se non l’avevo mai vista sapevo con certezza che era la ragazza morta, la prima, Carolina. Era molto giovane e bella e mi invitava a sedermi con lei. La tavola era apparecchiata per due e lei sembrava aspettare me. Mi avvicinai senza paura, con sicurezza, come se tutto questo fosse la cosa più naturale del mondo. Mi sedetti e vidi che sul tavolo non vi era cibo. Lei afferrò con decisione un coltello e si tagliò un seno senza dolore, senza lacrime, nemmeno un lamento e da parte mia non vi era sorpresa, né stupore, come se fossi lì per quello e mi aspettassi che facesse esattamente quello che stava facendo. Aveva il suo seno in mano come fosse un pane; lo tagliò in mezzo aprendolo in due come si fa con le tigelle: vi spalmò qualcosa e me lo porse. Io lo presi, era molto freddo, iniziai ad avere brividi in tutto il corpo, avevo freddo però sapevo che dovevo mangiare quella tigella: l’addentai e un brivido indescrivibile percorse tutto il mio corpo. Il seno-tigella era di ghiaccio. La ragazza adesso rideva. Lasciai cadere il senotigella che toccando il suolo si ruppe in mille pezzi, mille schegge di gelo che si persero nella neve fresca divenendo polvere. Lei era sempre lì, di fronte a me e mi guardava, adesso con espressione più triste. Piangeva perché il seno si era rotto. In lontananza udii un campanello. Brividi e campanello erano le uniche sensazioni che provavo. Aprii gli occhi! Avevo un freddo cane ed ero confuso, non capivo e mi ci vollero diversi secondi per realizzare che mi ero addormentato scoperto e che adesso qualcuno si era attaccato al mio campanello che non smetteva di suonare. Mi alzai tra mille brividi e tremori e mi diressi in cucina, dove aprii il balcone con furia e una volta affacciatomi urlai arrabbiato in direzione dell’entrata: «Chi rompe i maroni a quest’ora del mattino?» In quel momento sarei voluto sprofondare. Appoggiata alla colonna dove si trovava il campanello c’era l’inconfondibile silouette di Mari che mi guardò in modo strano prima di dire: 158


«A parte che è quasi mezzogiorno, se disturbo tanto me ne vado.» «No! No! Scusa Mari.» Mi affrettai a correre ai ripari: «Tutti mi sarei aspettato a parte te. Ti apro subito. Entra!» Che figura di merda, pensai. Una volta in casa la salutai quasi dormendo. Rispose al mio saluto, baciandomi su una guancia. «Come sta il mio dormiglione?» Domandò. «Ancora addormentato.» Risposi; poi aggiunsi: «Fammi preparare il caffè poi parliamo, senza non connetto.» Che fossero le otto o le due del pomeriggio appena alzato non riuscivo a mettere in funzione il cervello prima di un paio di caffè. Non credevo vi fosse nulla al mondo tanto urgente da non poter aspettare i cinque minuti necessari a preparare un caffè. Mi resi presto conto però, che alzarsi con una sveglia in minigonna e tacchi a spillo, camicetta i cui bottoni per metà, quella superiore, non erano usati e per l’altra metà, quella verso il basso, facevano uno sforzo immane per non cedere, non era poi così male. I miei sensi si stavano svegliando ancor prima che il caffè iniziasse a gorgogliare sul fuoco. «Vuoi?» Le dissi quando fu pronto indicando la moka. «Sì grazie.» Accettò Mari. Bevemmo il caffè in silenzio e non potei fare a meno di pensare alle fantasie uscite dalla mente perversa di Andrea, la sera prima: noi due in Colombia, caldo, sole, mare, tutto il giorno insieme senza il Caterpillar nei paraggi. «Dormi ancora Ale?» La domanda di Mari mi svegliò e mi fece sobbalzare. «No, no, ci sono! Stavo solo pensando.» «A cosa?» «Niente, un’idea di Andrea.» Risposi cercando di non dare importanza alla cosa. «Ah, come sta il tuo amico sbirro?» «Bene.» Risposi. «Sospeso dal servizio per indisciplina; si godrà qualche giorno di riposo.» Rise. «Che ha fatto?» «Lasciamo stare.» Risposi: «Le solite discussioni 159


col capo, il commissario Bazzi.» Conclusi. «Che idea era quella di Andrea?» Domandò Mari giacché essendo donna era anche, naturalmente, curiosa. «Dimmi di te.» Cambiai argomento: «Come mai questa sorpresa mattutina?» Domandai. «Ale è mezzogiorno e mezzo non mi sembra proprio mattina.» Rispose lei con aria stupita. «Per me è mattina perché mi sono appena alzato.» Spiegai. «Poverino, devi riposare.» «No, è che sono andato a dormire alle quattro e ho dormito male. Ho avuto incubi, una ragazza che mi dava da mangiare un seno gelato in mezzo alla neve.» Scoppiò in una fragorosa risata, rise come non l’avevo mai vista prima. «Per te questo è un incubo? Una donna che ti offre il suo seno?» Domandò ancora scossa dalle risate. «Cioè no, non volevo dire quello.» Non potei articolare una frase degna di questo nome, intrappolato nelle parole e nell’imbarazzo. «Sei gay Ale? Questo spiegherebbe perché non ci hai mai provato con me. Non ti piacciono le donne.» Fu la conclusione cui giunse Mari la quale non immaginava che avrei mangiato volentieri anche i suoi di seni. Almeno tre pasti al giorno! «Finiscila Mari mi sono espresso male.» Asserii con fermezza. Continuò a ridere tutto il tempo necessario per raccontarle il sogno nei dettagli e non fare la figura dell’omosessuale. Alla fine rideva ancora e io ero sfinito. Rise ancora un po’ poi finalmente si calmò. Approfittai per cambiare argomento. «Mi dici gentilmente perché sei venuta a casa mia di mattina presto?» «Sì. Mia sorella mi ha mandato un e-mail, è stata dove le abbiamo detto e ha trovato quello che ci aspettavamo. Comunque non è mattino.» Aggiunse poi. «Cioè?» Domandai. «L’indirizzo è quello di un medico chirurgo, specialista in trattamenti estetici.» «Interessante.» Commentai. «Continua.» 160


«L’agenzia viaggi con tutta probabilità esiste davvero, nell’elenco telefonico di Cucuta ce ne sono tre che possono corrispondere a quella che stiamo cercando noi: una che si chiama viajes Mar Azul, una viajes Marbella, e una terza viajes Maravilla. Ho gli indirizzi.» Mi passò un pezzetto di carta alla vista del quale feci una smorfia. «E cosa me ne faccio? È come avere un indirizzo in Cina. So che esiste ma non mi serve a nulla.» «E se andassimo a vedere noi?» Propose con aria innocente Mari. «Ma ti sei messa d’accordo con Andrea?» Domandai stupito. «No perché? Cosa dici Ale?» «Ricordi l’idea cui ti ho accennato poco fa?» Domandai ormai rassegnato. «Quella che non mi hai voluto dire.» Specificò lei. «Sì, sarebbe proprio un viaggetto in Colombia per verificare.» «Que bien!» Esclamò con entusiasmo e in spagnolo, cosa che denotava la serietà con cui aveva accolto l’idea di Andrea e che non fece altro che confermarmi la sensazione provata la sera precedente che adesso si ripresentava sempre più forte e martellante nella mia mente: ero fregato! «Lasciamo stare il viaggio adesso, non divaghiamo, ne parleremo poi.» Dissi risoluto: «Quanto ai numeri? Che mi dici?» Azzardai per cambiare tema. «I numeri sono solo numeri, non so, forse soldi.» «E le date potrebbero essere quelle... » Rimasi di pietra senza finire la frase. Ma come ho fatto a non pensarci? Pensai. Mari mi stava guardando con l’aria di chi aveva capito che stavo iniziando a capire qualcosa.

161


CAPITOLO 9

Andrea aveva tardato solo pochi minuti ad arrivare a casa mia dopo che, illuminato, lo avevo chiamato e convocato per una questione che avevo definito molto importante. Quello che gli dissi affinché muovesse il culo fu: «Devo dirti una cosa interessantissima.» «Dimmela.» Fu la secca risposta all’altro capo del telefono. «No, devi venire a casa mia.» Ordinai. Poi per dare maggior forza all’assunto aggiunsi:« C’è Mari qui.» «Ah, una cosa a tre!? Arrivo subito.» Era stata la risposta di Andrea. «Ma hai sempre quello in mente? Adesso chiamo tua moglie, così la cosa la facciamo in quattro la cosa ed è più divertente.» Poi avevo riattaccato. E lui era arrivato poco dopo ansimante e curioso per quell’urgente e inaspettata convocazione. Senza saperlo mi ero messo in un bel guaio. Infatti, quella che Andrea aveva scherzosamente definito la cosa a tre fu che due, Andrea e Mari, insistevano perché il terzo, io, prendesse l’aereo che avrebbe portato a terminare il lavoro in Colombia. 163


«Non immagino mia sorella che si mette a fare domande in giro.» Diceva Mari per giustificare la necessità della nostra presenza che io ritenevo inutile. «O che aspetta un giorno intero di fronte a un’agenzia per vedere cosa succede.» Aggiunse Andrea, reggendole chiaramente il gioco. «E che domande immagini potrei fare io che non parlo spagnolo?» Cercai di difendermi. «Ti fai capire! Poi ci sarà Mari con te, non ti abbandonerà mai.» Poi rivolgendosi a Mari con un sorriso malizioso: «Vero Mari che non lo abbandonerai?» Domandò con un tono di voce che lasciava facilmente immaginare i diversi significati che dava alla parola abbandonare. «Mai.» Concluse lei reggendo il gioco sporco di Andrea. «Questa è una cospirazione!» Affermai deciso alzando il tono della mia voce. «Ho già parlato con Piras, dopo domani è pronto il passaporto.» Disse Andrea come se non avesse sentito le mie obiezioni. «Ma bravo ti sei già dato da fare.» Dissi ironicamente rivolto ad Andrea. Poi alzandomi in piedi: «Ok.» Affermai con tono da dittatore: «Fatemi parlare!» Era l’ultima possibilità che avevo di convincerli che non era necessario andare in Colombia. E attaccai a spiegare come stavano le cose secondo il mio punto di vista. «Testaro con gli anni ha esteso il suo traffico di schiave tanto da dover aprire un’agenzia di viaggi in Colombia. Quando individuano ragazze belle che possano servire per i locali notturni, gli fanno le solite proposte includendo anche il viaggio, ma non solo.» Sottolineai quest’ultima espressione con voce solenne: «Qui entra in gioco il chirurgo estetico. Come ho saputo, le donne in Sud America vanno matte per le tette, qui gli uomini, ma lasciamo stare questo dettaglio. Le sud americane per ammissione di Mari stessa... » a cui rivolsi un sorriso nel pronunciare il suo nome, «farebbero di tutto per avere un bel seno ma spesso non se lo possono permettere. La Testaro & Co. offre quindi a queste povere sfortunate che cadono nell’inganno, il pacchetto completo. Tette più grandi e 164


belle o glutei sodi e meno cadenti, nasini a punta alla francese che serviranno poi a Testaro stesso per guadagnare di più con loro. I numeri, siano essi euro, dollari o qualsiasi altra valuta, rappresentano i costi e i guadagni generati da ogni ragazza e le date sono quelle dell’arrivo o dell’asta; il tutto organizzato in una sorta di contabilità umana.» Feci una pausa per scrutare le facce dei due alla ricerca di qualche segno di consenso, poi conclusi: «Vi dirò di più, cari amici... » Sembravo proprio un oratore nel mezzo di un discorso serio: «Ho fatto una piccola ricerca in internet e ho scoperto che le dimensioni delle protesi, siano al seno o ai glutei, si esprimono in centilitri quindi, e sto terminando, i numeri che apparivano a fianco di quelli che sembravano nomi di ragazze, rappresentano le dimensioni delle rispettive protesi. Per scoprire questo non è necessario andare fino in Colombia, lo sappiamo già.» Terminai soddisfatto ed emozionato credendo con questo di averli convinti e anche stupiti. Dopo un attimo di silenzio Mari parlò. «Quadra.» Disse: «Bravo Ale!» «È vero, quadra.» Confermò Andrea che poi però aggiunse serio: «Ci vai tu dal PM a raccontare tutto questo? Quello che abbiamo sono pezzetti di carta bruciacchiati e la tua infinita fantasia. Non bastano. Lodevole lo sforzo, ma non basta. Abbiamo bisogno di prove e se anche su quei pezzetti di carta alla griglia ci fossero le impronte di Testaro, cosa di cui sinceramente dubito, non servirebbero lo stesso. Dovrebbero essere trovati durante una perquisizione formale e perché il PM firmi un mandato ci vogliono prove. E siamo punto e a capo.» Concluse. L’emozione stava decrescendo nella misura in cui Andrea parlava. Mari era muta e ascoltava inespressiva. Le guance cadute per effetto della delusione mi davano l’aspetto di un bull dog. «Ci dovrà pur essere il modo di incastrarlo.» Dissi. Poi rivolgendomi a Marisol, domandai: «Mari, non mi dicesti una volta che Totò era in debito con te?» «Ale... » Non terminò la frase perché la interruppi continuando 165


a parlare nella strenua autodifesa che stavo portando avanti al fine di evitare l’incubo del viaggio in aereo. «Non parlerebbe in nessun caso?» Azzardai: «Non dici che ha un debole per te?» «Potremmo provarci ma non ci conterei se fossi in te. Lui è un po’ diverso dagli altri, è, come dire, meno animale, e a volte si vede in lui il lato umano, ma questo non vuol dire che sia disposto a tradire il suo capo.» Concluse Mari. La sua espressione dimostrava che aveva detto quello in un estremo tentativo di aiutarmi però non vi era convinzione nelle sue parole. «E secondo te Sherlock, chi sarebbe il fortunato prescelto per parlare con Totò e provare a convincerlo?» S’intromise Andrea. «Se non ci sono volontari lo farò io.» Dissi deciso. «Non ne hai prese abbastanza?» Domandò con sarcasmo Andrea. «Se prima Mari gli fa un discorsetto non mi farà niente.» Affermai sicuro. Poi cercai con gli occhi quelli di Mari per avere un segnale di conforto e approvazione che, sebbene timidamente, arrivò. «Ci posso provare.» Disse con non molta convinzione. Mi resi conto che mi stavo arrampicando sugli specchi. «Io mi chiamo fuori.» Sbottò Andrea. «Non sono d’accordo con voi due pazzi. Rischiate di rovinare tutto. Se fa il doppio gioco siete fottuti e l’indagine è rovinata.» «Puoi sempre provare tu a convincere il tuo caro Bazzi ad autorizzarti l’indagine.» Proposi con l’intento di punzecchiarlo. «Lasciamo stare.» Disse Andrea con espressione nauseata. In quel momento l’Ispettore ricevette una telefonata dal fido Piras e andò sul balcone a parlare mentre io e Mari fumando l’ennesima sigaretta rimanemmo a guardarci negli occhi pensierosi, come se ognuno dei due cercasse la soluzione in quelli dell’altro. «Ale» iniziò lei, «ma perché tu non vuoi andare in Colombia?» La domanda mi spiazzò, non me l’aspettavo. In particolare non mi aspettavo che me la facesse con quel tono quasi di supplica. 166


«La verità, Mari, è che soffro di ansia e panico e ho paura di volare. Più che paura è terrore. La sola idea mi fa tremare tutti i nervi e mi provoca brividi in tutto il corpo.» «Non pensarci, pensa solo a come sarebbe bello.» «E Giovanni?» Domandai io cercando di sviare la discussione dal mio problema a quello che pensavo fosse il suo. «Io dico a Giovanni che vado a trovare mia madre che sta male, lui non vuole mai andare con me. Saremmo noi due soli a giocare ai detective... Poi ti farei vedere i posti dove sono cresciuta, la mia casa, conoscere la mia famiglia, sono brava gente. Sono sicura che ti piacerebbe molto.» Terminò. Ascoltando queste poche parole la mia fantasia stava già volando verso esotiche stanze d’albergo, palme, cocco, cenette all’aria aperta in ristorantini tipici, piscine sole, pochi vestiti addosso. In testa mi risuonava la canzone Maracaibo anche se non c’entra con la Colombia: Mare forza nove... Maracaibo baila al Barracuda, zazà... in un gran salotto, ventitré mulatte danzan come matte, casa di piaceri per stranieri, zazà. Immaginai già la mia stanza dell’hotel, un letto matrimoniale grandissimo, frutta fresca sul comodino, un ventilatore appeso al soffitto che soffia una carezza di aria fresca sul mio corpo. La porta finestra che si affaccia direttamente al piano terra, dove c’è il giardino e immersa nella vegetazione tropicale la piscina, dove Mari, con un costume tanto piccolo da sembrare quello della Barbie prende il sole sorseggiando un cocktail di frutta. «Ho deciso!» Esclamai sicuro. «Quando partiamo?» Domandai. In quel momento Andrea aveva finito di telefonare e rientrava unendosi a noi. «Ho sentito bene?» Domandò con sguardo inquisitivo. «Sì! Andiamo in Colombia!» Confermò un’eccitatissima Mari. Andrea mi guardò con espressione maliziosa. I suoi occhi dicevano ai miei che aveva capito e i miei non potevano negare. «Tira più un pelo di... » Stava per dire un altra cazzata e lo interruppi appena in tempo. «Tu, caro ispettore, mentre noi non ci siamo, devi unire tutti i 167


pezzi del mosaico qui in Italia. Non credere di essere esonerato dal servizio.» Poi aggiunsi: «Quando torneremo faremo il punto della situazione.» «Sempre che non cada l’aereo.» Commentò Andrea ridendo. «Vaffanculo!» E mi toccai il basso ventre mentre Mari rideva di gusto e allo stesso tempo cercava di rassicurarmi sulla sicurezza dei voli moderni. «Lo sai che scherzo, Alle.» Corse ai ripari Andrea che poi si affrettò a dire: «Piuttosto, passando a cose serie, Mari, ti risulta che tuo marito abbia una commerciale di liquori?» Domandò l’ispettore. «Sì. È la stessa che si occupa di rifornire tutti i locali e anche il mio ristorante. Alcuni liquori li importa direttamente da Cuba e dalla Colombia. Ci fanno le consegne ogni quindici giorni o mensilmente.» «E le consegne le fanno direttamente o le affidano a spedizionieri o simili?» «No, viene uno dei dipendenti di Giovanni.» «Che furgone hanno?» Domandò curioso Andrea. «Ne hanno diversi.» fu la risposta di Mari che intanto aveva assunto un’espressione pensierosa come se stesse cercando di ricordare. «Qualche volta li hai visti consegnare con un Fiorino bianco?» «Sì.» Confermò. «Mi pare proprio di sì.» Ribadì. «Bene!» Esclamò soddisfatto l’ispettore. «Un altro indizio, ma siamo sempre senza prove.» A questo punto della conversazione m’intromisi. «Che mi dici di Rosalba Perez? La conoscevi?» Domandai rivolgendomi direttamente a Mari. «È stata la prima moglie di Giovanni.» Fu la secca risposta di Mari il cui viso delicato, si contrasse in quel momento in un espressione seria. La domanda pareva averla turbata. Forse fece risorgere in lei ricordi che non voleva riaffiorassero. «Ma non la conoscevi? Non l’hai mai conosciuta personalmente? Insistetti io. «No. Quando io mi sono sposata lei era già uscita dalla vita 168


di Giovanni. Non andavano d’accordo, lei era troppo... » Fece una pausa come se non le venisse la parola, poi disse: «Addicta alla cocaina.» Concluse. «Nient’altro su di lei che possa essere utile?» Domandai. «Forse... » Esclamò Mari pensierosa. I suoi occhi puntavano in alto come per ricordare qualcosa o riorganizzare le idee, mentre io e Andrea aspettavamo in silenzio, ansiosi di sapere quali altre informazioni ci avrebbe fornito Mari. «Qualche settimana fa ho trovato un messaggio nella segreteria della casa. Giovanni non li ascolta mai. Lo faccio io e se c’è qualcosa di importante glielo dico.» «Che cosa diceva il messaggio?» La incitai curioso come una zitella. «Diceva più o meno: eravamo d’accordo per Diecimila. O i tuoi ragazzi rubano o hai deciso di fare lo stronzo tu. Chiamami. Non scherzare con me. Basta tutto qui.» Concluse Mari. «E perché pensi sia stata lei a lasciare il messaggio?» «Perché aveva chiamato altre volte, non sono completamente sicurissima ma credo che possa essere lei. E non parlava bene l’italiano. Come me. Era un accento colombiano. Lo so riconoscere. Era lei!» Affermò sicura. «E il messaggio, l’hai conservato o cancellato?» La guardai con sguardo inquisitivo. «Credo che sia ancora là. La segreteria registra e quando è piena cancella automaticamente i più vecchi. Se non ci sono stati troppi messaggi dopo quello, dev’essere rimasto lì.» «La tua segreteria specifica la data dei messaggi?» Domandò Andrea. «Sì, quando li ascolto dice il giorno en che li hanno lasciati.» «Bene.» Disse Andrea. «Assicurati che il messaggio sia ancora là, dopodiché compra un’altra segreteria. Fatti rilasciare fattura da cui risulti la data di acquisto. La vecchia la nascondi da qualche parte dove Giovanni non la possa trovare, digli che si era rotta e che l’hai buttata.» «Va bene.» Disse una stupita Mari. «Farò così come dici.» Confermò. 169


«Ah!» Esclamò Andrea ricordandosi qualcosa: «Dimmi Mari, il messaggio lo avevi comunicato a tuo marito?» «Sì.» Rispose sicura: «Sempre li dico tutti i messaggi.» «Che reazione ebbe lui?» «Niente, solo si è girato ed è andato nel suo studio. Era di malumore ma succede spesso da un po’ di tempo. Non ci ho fatto molto caso.» Poco dopo stavo preparando qualcosa da mangiare per tutti e tre, mentre Andrea spiegava a Mari tutte le mosse da fare nei prossimi giorni, affinché Giovanni credesse veramente che doveva andare urgentemente a trovare sua madre che non stava tanto bene. A un certo punto mentre cucinavo alcune delle ultime leccornie lasciate da mia madre mi ricordai un dettaglio. «Andrea.» Gridai perché mi sentisse dall’altra stanza. I due entrarono in cucina. «Hai bruciato la cena?» Domandò Mari. «No, tranquilla.» Poi rivolgendomi a lui: «Mi è venuta in mente una cosa.» «Sentiamo.» Disse il poliziotto. «Cosa ti ha detto Piras al telefono oggi?» «Quasi dimenticavo.» Esclamò Andrea dandosi un colpo con la mano sulla fronte: «Nonostante sia fuori servizio mi ha voluto aggiornare sull’indagine.» «Proprio fido questo Piras.» Commentai. «Sì.» Confermò Andrea: «Dice che tra le cose della Perez, non hanno trovato il passaporto. Nessuno ci ha fatto caso, ma siccome lui è molto preciso ha pensato che mi sarebbe piaciuto saperlo. Sta di fatto che dalle indagini fatte anteriormente dallo stesso Piras era emerso che la Perez viaggiava molto e in particolare verso la Colombia per visitare la famiglia. Sebbene ultimamente non se la passasse così bene e si può quindi supporre che i viaggi fossero più rari, un passaporto avrebbe dovuto comunque averlo. Lo ascoltai attentamente poi intervenni: «Due.» Esclamai dando per scontato che capissero a cosa mi riferivo. «Come?» Domandò con aria confusa Mari. 170


«Rosalba, dovrebbe avere avuto due passaporti.» Poi mi rivolsi ad Andrea: «Mi raccontasti che era emerso che la Perez aveva la doppia nazionalità, italiana e colombiana.» «Giusta osservazione.» Commentò Andrea, che poi aggiunse chiaramente con l’intento di sfottere: «Vedi che quando t’impegni ci arrivi.» Poi proseguì: «Nemmeno uno dei due hanno trovato. Né in macchina, né in casa; la domanda che sorge spontanea è: dove sono?» «Se è come penso io» dissi, «non li troveremo mai. L’assassino li ha distrutti.» «Perché?» Domandarono Andrea e Mari all’unisono. «Non lo so. Questo è il problema. Cioè, nel primo caso, quello di Carolina ovviamente, bisogna supporre che siano stati distrutti tutti i documenti della ragazza per renderne difficile il riconoscimento. Poiché era in Italia da un giorno, nessuno l’avrebbe riconosciuta o avrebbe denunciato una scomparsa come effettivamente è accaduto.» Tirai fiato poi aggiunsi: «Nel caso della Perez, come detto, ancora non lo so. Ma solo l’assassino può aver preso il passaporto e se le cose stanno così lo ha anche distrutto. Forse se Mari fosse arrivata un minuto prima quel giorno, avremmo, tra gli altri, anche un pezzettino bruciacchiato di passaporto.» «Credo che tu abbia ragione Ale.» Fu il commento di Mari che fece emergere la mia vanità mascolina. «Anche io lo credo.» Fu quello di Andrea che, invece, mi inorgoglì. Sospettavo quale potesse essere il motivo della sparizione del passaporto della Perez ma per il momento non volevo azzardare. Mi aspettava nei prossimi giorni un lungo e pauroso viaggio e la mia mente già dava segni di squilibrio. Quell’unico ormone rimasto stava impazzendo all’idea di dover attraversare volando l’intero oceano Atlantico senza potersi fermare un attimo. E se volessi fare una sosta in Autogrill? Se in caso di emergenza avessimo avuto bisogno di accostare, dov’è la corsia di emergenza sull’Atlantico? E se dopo un paio d’ore di volo l’ansia e il panico non mi avessero 171


reso possibile terminare la trasvolata, dove mi facevano scendere? Sarei potuto tornare indietro? Queste e mille altre domande mi ronzavano in testa quando decisi di scacciarle per non diventare matto davvero. Cenammo mettendo a punto i dettagli del viaggio. Per un attimo potemmo anche lasciare da parte il discorso lavoro e ridere e scherzare liberamente senza lo spettro di quelle poverette incombente su di noi. Mari dopo un paio di bicchieri di Lambrusco si surriscaldò e iniziò a ballare mentre Andrea ed io, sostenendoci il mento affinché non scendesse oltre limiti inaccettabili, godemmo dello spettacolo di quel corpo sinuoso che si muoveva maliziosamente di fronte a noi. «E la madonna!» Fu il commento di Andrea quando per il caldo Mari si tolse la camicetta e rimase solo in canottiera. Poi aggiunse: «Se anche solo una piccola percentuale delle colombiane le assomigliano» disse indicando Mari, «io ci andrei a vivere in Colombia. E tu, ti caghi addosso per prendere l’aereo. Stampati in quella testazza bacata questa scena.» Mi disse indicando Mari che ancheggiava: «E se in volo ti viene paura, ricorda questo momento e quelli che ti aspettano là. Se si veste così poco qui che ha un marito cane da guardia, immagina là. Se non fossi sposato... » Non concluse la frase ma era più che chiaro quello che voleva dire. Io intanto sognavo per non pensare all’aereo. Mari continuava a ballare incurante dei commenti che per altro non sentiva a causa della musica e noi continuavamo a parlare senza mai staccare gli occhi dal centro della sala dove la ballerina risvegliava i nostri sensi annebbiati dal Lambrusco. «Bellissima vero?» Domandai sinceramente incantato da quell’esemplare di donna particolarmente ben riuscito. «Ma dimmi la verità Alle.» Attaccò Andrea. Sapevo già dove voleva andare a parare solo dal tono che stava assumendo la sua voce: «Davvero tra di voi non c’è mai stato niente?» Domandò incredulo. «Niente.» Risposi. «Mi piacerebbe poter rispondere in un altro modo ma la dura realtà è che mai! Nemmeno 172


un bacio.» Dissi con un tono di tristezza nella voce. «Pistola.» Esclamò, «Si vede lontano un chilometro che le piaci. Per chi credi che stia facendo tutto questo?» Indicò il ballo che stava terminando. «Non saprei.» Fu la mia stupida risposta, anche se sapevo o mi piaceva accarezzare l’idea di saperlo. «Pensaci.» Mi disse, «Come ti ho già detto, quando ti applichi ci arrivi.» Due giorni e tre pastiglie di Tavor dopo ero sull’aereo diretto a Bogotà. Andrea mi aveva lasciato all’aeroporto di Bologna con l’ironica raccomandazione di comportarmi bene. Con mal celato doppio senso, aveva poi detto a Mari di avere cura di me. Nell’uno e nell’altro caso lo aveva detto con un malizioso sorriso che conferiva al suo volto un’espressione picaresca. Mi aspettavano circa dieci ore di volo ininterrotto, senza autogrill, né corsia di emergenza. Esclusa anche la possibilità di scendere o tornare indietro, mi ero rassegnato, ed ero abbastanza tranquillo grazie al miracolo Lorazepam. Sempre grazie a questo non mi ero nemmeno incazzato troppo quando mi avevano detto che non esistevano più, da anni ormai, i voli con poltrone fumatori. Era la cosa che più mi dava fastidio in questo momento, una sigaretta mi avrebbe aiutato a passare il tempo. Mari seduta accanto a me sembrava invece nel suo ambiente naturale. Rilassata, tranquilla e sorridente come se non sapesse che stavamo viaggiando a diecimila metri e 800 km/h come indicava il monitor che non mancò durante tutto il viaggio di indicare coordinate, altezza e velocità, oltre a temperatura esterna e direzione del vento. Per un attimo avevo pensato: Cazzo almeno non ditelo! Inoltre: potrebbero anche volare un po’ più basso. Che bisogno c’è di andare così in alto? che se poi cade... Poco dopo, all’apice dell’effetto, il Tavor compì il miracolo; quello che mai avrei pensato di poter fare su un aereo divenne realtà; e non mi riferivo certo a improbabili scene di sesso nei bagni: mi addormentai! 173


Dopo un tempo che non seppi quantificare aprii gli occhi. Alcuni passeggeri guardavano la tv, altri ascoltavano musica con gli auricolari gentilmente offerti dalla compagnia aerea, ma la maggior parte dormivano, compresa Mari la cui posizione e il cui stato d’incoscienza mi permetteva di sporgermi oltremisura verso di lei e sbirciare in tutta tranquillità nella scollatura. Come per magia quando posai gli occhi nel canale che separava quei due frutti proibiti, lei si mosse assumendo una posizione che migliorava di molto la mia visuale. Un seno, meglio che niente, mi si presentò in tutto il suo splendore. Rimasi un paio di minuti in contemplazione, preso come da un estasi religiosa: avevo voglia di pregare, ringraziare il signore per la perfezione della sua creazione, cosa già nota a molti credenti e ringraziare, in particolare, per essere l’eletto al cospetto della stessa; cosa che, al contrario, non succede a tutti, credenti o no. Illuminato da questo sentimento immediatamente sentì vergogna per quello che stavo facendo. Approfittare della tua amica che dorme per guardarle le tette, non ti vergogni? Queste parole rimbombarono chiaramente nella mia testa. Non sapevo esattamente da dove provenissero ma ero sicuro di averle udite. E sospettavo anche di sapere chi le aveva pronunciate. Decisi di rispondere alla voce che mi parlava. «Scusa, ma sono un comune mortale, per di più peccatore. Però c’è di peggio. Mi vergogno ma è stato più forte di me. Io non ho la tua forza. Sono di carne e ossa.» Coprila! Mi ordinò la voce. «Devo proprio?» Domandai triste. Sì! Fu la secca e dura risposta di quella strana voce. Diedi un ultima occhiata, al che la voce tossì per richiamarmi all’ordine, e non mi restò altro da fare che prendere la coperta e coprire quello che la camicetta ormai non poteva. Fatto questo non mi sentii per niente appagato dalla mia buona azione, diversamente dalla voce che non udivo più. Mi sentivo un po’ scemo, poi pensai che forse avevo preso troppo Tavor. Mi dicevo: ti sembra possibile che L’Altissimo, con tutti i problemi del mondo si impunti proprio con te perché guardi 174


una tetta scappata al controllo del reggiseno? Casualmente poi. Se lo avessi fatto di proposito potrebbe anche darsi che un richiamo dall’alto ti arrivasse. Ma così no. Non poteva essere. Doveva essere il Lorazepam. Nessuna voce. Tolsi la coperta e rimasi in attesa. Niente. Soddisfatto la coprii ancora, giusto il tempo per andare al bagno in modo che nessuno in mia assenza la vedesse. Sì perché ero geloso. Volevo guardarla solo io. Quasi quasi le faccio una foto, pensai. E se si sveglia? Meglio prolungare l’estasi o interromperla, però immortalarla per sempre? Decisi di lasciare stare. Andai al bagno e pisciai domandandomi dove sarebbe finita la mia orina. Forse il water scaricava direttamente fuori e ottomila metri più in basso qualcuno avrebbe imprecato contro un uccellino che gli stava pisciando in testa. Abbandonai questo pensiero e mi diressi verso la cabina di pilotaggio, ero curioso di vederla. Un’hostess sorridente mi disse che potevo entrare ma non guidare come avevo scherzosamente chiesto. Quando entrai, rimasi stupito dai mille bottoni e interruttori che componevano le consolle del 747. Io nella mia punto avevo le frecce, gli spazza vetri e i fari, e non funzionavano sempre. Le luci dell’abitacolo non si accendevano da anni perché, come dissi scherzando alla mia nipotina che poi lo ripeteva sempre, non avevo pagato la bolletta. Lì, al contrario, sembrava di essere al luna park. Mi avvicinai a uno dei piloti e chiesi se tutto andava bene, così, giusto per scaramanzia. Non mi rispose. Ripetei la domanda rivolto all’altro. Silenzio. Iniziai a preoccuparmi seriamente e sperare che fossero sordi entrambi. Poi il pilota, il capitano, finalmente diede segni di vita e si voltò verso di me. Con mia grande sorpresa constatai che era una ragazza, bella anche. Le sorrisi e lei ricambiò. Mi allungò la mano presentandosi. Piacere, mi chiamo Carolina mi disse. Ma guarda si chiama come la ragazza morta, pensai. Feci un sorriso, dissi il mio nome e le allungai la mano per 175


stringere la sua. Nel momento in cui la toccai divenne polvere, scomparve. Poi scomparve la cabina intera e tutto l’aereo. Improvvisamente mi ritrovai a fluttuare nell’aria e vedevo l’aereo distrutto in finissimi pezzettini cadere giù. Iniziai a cadere anch’io. Sentivo l’aria fredda nella faccia mano a mano che cadevo. Non respiravo bene. Stavo morendo ma ero tranquillo, la sensazione di volare non mi faceva più paura. Chiesi perdono per avere spiato le tette della mia amica. Poi gridai in un ultimo scampolo di lucidità: perché Signore? Perché mi fai questo se l’ho coperta? Mi svegliai e col balzo che feci svegliai anche Mari. La bocchetta dell’aria condizionata al massimo mi puntava in faccia. La maledissi. Il monitor indicava temperatura esterna -35C. Ma che cazzo di bisogno c’è di mettere l’aria condizionata al massimo con una temperatura così? Mi domandai. «Stai bene?» Chiese Mari spaventata vedendo che respiravo affannosamente e sudavo. «Sì scusa se ti ho svegliata.» Le risposi col fiatone. Era ancora avvolta nella coperta fornitale dall’hostess. «Ho avuto un incubo.» Precisai. «Ancora tette a pranzo?» Mi domandò ridendo. Credo che assunsi un colorito rossastro al pensiero. «No stavolta no. Cioè, non a pranzo, però sì tette.» Ero un po’ confuso. «Devi vedere un medico.» Mi disse. «Me lo dice sempre anche Andrea.» Risposi. «E cosa succedeva stavolta nel tuo sogno?» Domandò curiosa. «Lasciamo stare, l’aereo si distruggeva in volo, una cosa da matti.» «E le tette, che c’entrano in questo?» Domandò maliziosamente. «Mentre dormivi ti si era aperta la camicetta.» Confessai. «Ah! Erano le mie tette! Hai sognato le mie tette?» Esclamò stupita ma sorridente, per niente scandalizzata. «Sì lo ammetto.» Mentre pronunciavo queste parole, Mari si fece triste. «Che succede?» Le domandai: «Ti ho forse offesa?» E mi 176


impegolai in una pseudo spiegazione, pseudo scientifica per giustificare che durante il sonno non abbiamo il controllo della nostra mente e quello che succede e vediamo è frutto di strani meccanismi cerebrali ancora ignoti ai più grandi studiosi del mondo. In più io avevo assunto una dose massiccia di Lorazepam che poteva aver alterato i pochi neuroni rimasti dopo le legnate propinatemi dal clan Testaro. «Tu sogni le mie tette e lo chiami incubo, non ti piaccio proprio. Nemmeno un po’.» Affermò triste una sconsolata Mari. «No, non pensarlo nemmeno, anzi al contrario, fin lì il sogno era bellissimo.» Mi affrettai a dire. «È Dopo che si è trasformato in un incubo. Dio mi puniva per aver approfittato mentre dormivi e averti guardato.» Conclusi. «Io ti perdono.» Lo disse con un sorriso così innocente che accese i miei sensi. E per fugare ogni dubbio aggiunse: «La prossima volta basta chiedere, così Dio non ti punisce.» Non ero sicuro che lo avesse detto davvero. Stavo sicuramente ancora sognando: poteva davvero aver detto che se chiedevo mi avrebbe fatto vedere le tette? No, risposi alla mia stessa domanda. «Che ore sono?» Cambiai argomento. «Con che fuso? Colombiano o italiano?» Chiese Mari. «Lasciamo stare, di fuso ci sono già io. Quanto manca all’arrivo?» Tagliai corto. «Tre ore.» Dicendo questo guardò l’orologio togliendosi la coperta e vidi quello stesso bottone del sogno che si era aperto davvero. C’è sempre qualcosa di vero nei sogni, pensai. Poi Mari si nascose di nuovo sotto la coperta. E come darle torto? Faceva un freddo della Madonna! Presi un altro Tavor per calmarmi e coprire le ultime tre ore che mancavano fino a Bogotà, che fortunatamente passarono rapidamente e senza particolari scossoni. Il volo transoceanico era stato meglio di quello che mi aspettavo e particolare molto importante l’aereo non si era disintegrato in volo. 177


A Bogotà ci aspettava la coincidenza per Cucuta, cittadina alla frontiera col Venezuela, mal servita, con un solo volo giornaliero, quindi dovemmo correre per non perderlo. Infatti, la coincidenza ci aspettava in senso figurato, se non ci fossimo mossi avremmo dovuto aspettare il volo del giorno dopo. Spesso mi ero domandato perché i collegamenti aerei si chiamassero coincidenze. In quel momento correndo dal terminal degli arrivi Internazionali a quello delle partenze nazionali ottenni la risposta. Se riuscivi a non perderlo era una vera e propria coincidenza. Li avrebbero potuti benissimo chiamare colpi di culo ma non avrebbe suonato molto elegante: devo muovermi perché ho il colpo di culo da Roma a Bologna e così via. La pista per i voli nazionali era praticamente il buco del culo dell’aeroporto. Quando giungemmo, col fiatone e sudati, vidi vari aerei piccolissimi parcheggiati e tirando un sospiro di sollievo dopo la corsa dissi: «Siamo in tempo il nostro non è ancora arrivato.» Davo per scontato che nessuno degli aerei giocattolo che vedevo in pista fosse il nostro; dubitavo che potessero volare, figuriamoci se potevo prendere in considerazione di salirci. «È quello.» Esclamò sicura Mari indicando un rottame con le ali. «Io torno a casa!» Esclamai terrorizzato. «Ma dai Ale, non fare il bambino.» Poi aggiunse: «Solo un’ora e arriviamo.» «Quello non arriva da nessuna parte.» Commentai: «Non viaggerei con quel coso nemmeno su ruote figurati volare... no impossibile!» Conclusi agitato. «Ci sono salita centinaia di volte, Ale, non ti preoccupare.» Cercò di darmi animo Mari. Detto questo mi prese per mano e mi tirò verso il cancello d’imbarco e in meno che non si dica ero di nuovo su un aereo contro la mia volontà. Quando quel rottame simile a un aereo, decollò alzando faticosamente il muso mi si alzò la pressione, mi sentì nauseato, mi girava la testa e il mio corpo era scosso da brividi. In quota pensavo che si sarebbe frantumato al primo 178


colpo di vento così com’era avvenuto nel sogno. Sembravano entrare spifferi d’aria come se qualcuno non avesse chiuso bene il finestrino. Fu un tormento, ma per fortuna durò poco. In fase d’atterraggio, l’unica cosa che vidi dal finestrino era la vegetazione. Avevo l’impressione che stessimo atterrando in mezzo alla Foresta amazzonica. Scendemmo dall’aereo direttamente sulla pista, che altro che non era se non una striscia d’asfalto in mezzo alla selva tropicale e camminammo poche decine di metri fino al terminal di Cucuta. Vedendo dove eravamo atterrati baciai il suolo colombiano e ringraziai il mio Angelo Custode. Ero nella terra della Farc, di Pablo Escobar, dei guerriglieri rivoluzionari. Mi sentivo un po’ strano, una mescola d’emozioni tra l’eccitato e lo spaventato. Affascinato da quei luoghi tanto diversi da quello che avevo visto fino al momento. Il taxi ci portò fino alla casa della famiglia di Mari. Durante il viaggio durato non più di 15 minuti, guardavo dal finestrino le immagini di una vita diversa che scorrevano a un altro ritmo. Cucuta sembrava un gran mercato. Tutte le vie erano prese d’assalto da compratori e commercianti e quasi non restava spazio per le auto che a fatica, con abbondante uso del clacson, si aprivano il passo tra quella marea umana. Le strade erano in condizioni pessime, in alcuni casi era necessario decelerare al punto di doversi quasi fermare per evitare i danni che la caduta nel cratere apertosi nell’asfalto avrebbe provocato alla macchina; scossoni e svolte improvvise erano parte della maniera normale di guidare, una sorta di slalom dove le corsie non esistevano e il percorso era dettato dall’esistenza o meno di un pezzetto d’asfalto senza buchi; il tutto chiaramente senza usare frecce che sulle auto colombiane sembra siano un optional. Alcuni, i più disciplinati, avvertivano del cambio di corsia con il braccio steso fuori dal finestrino! Tutt’intorno al centro della città sorgevano quelli che Mari mi disse erano los barrios, quartieri poverissimi, composti di case di latta, canne e fango, ammassate le une sulle altre. Era incredibile che stessero in piedi, pensare di abitarci era inaudito. 179


«Io ho vissuto tanti anni in una casa così.» Disse Mari lasciandomi senza parole. Passammo anche per quartieri più eleganti con ville e case degne di questi nomi. Circondate da alti muri e spesso con guardie armate all’ingresso o filo elettrificato intorno al muro di cinta. Mari mi spiegò che la paura dei sequestri era la ragione di tutte quelle misure di sicurezza. Giunti di fronte a un edificio che mi ricordava molto le case coloniali viste in tv, in film dove trafficanti passavano le ore calde sotto un ventilatore bevendo Ron e cerveza e fumando grossi sigari, il taxi, a un cenno di Mari, si fermò. «Siamo arrivati Ale.» Disse Mari. «Questa è casa tua? » Domandai un po’ sorpreso. Un semplice: «Sì.» Fu la risposta. Cazzo, pensai, si tratta bene la ragazza. Era un edificio a pianta quadrata che anticamente, come poi mi raccontò Mari, era stata una Hacienda de café; di dimensioni esagerate per essere una casa, avrebbe potuto benissimo essere un hotel. L’entrata delle auto portava direttamente al Giardino che era all’interno della costruzione in modo che tutti i lati della stessa dessero sulla piscina che stava al centro. Tutta la casa si sviluppava su due piani. Ogni lato aveva una scala esterna che rendeva ogni ala dell’edificio autonoma dalle altre. Al centro del giardino, abbondantemente decorato con palme e altre specie che non seppi riconoscere, a lato della piscina, un chiosco, forse bar, con gazebo e barbecue. L’entrata, posta nel mezzo di uno dei lati del quadrato, era all’aria aperta nel senso che non aveva pareti e una volta entrati vi era un salotto, aperto su tre lati, dei quali uno dava acceso al giardino e gli altri due comunicavano con quelle che supponevo fossero stanze e camere. Mi sedetti immediatamente in una delle poltrone di vimini presenti all’ingresso godendo l’aria fresca che entrava e spaziando con la vista verso il giardino, dove notai anche altalene, scivoli e giochi per bambini. «Ti piace?» Domandò Mari. «Moltissimo.» 180


«Era una fabbrica di caffè. L’ho comprata e sistemata per la mia famiglia.» «Hai una famiglia grande.» Commentai. Rise. – «La mia famiglia occupa solo una piccola parte. Già da un anno sto lavorando a un progetto, ristrutturando e sistemando tutto per creare una cinquantina di stanze.» «Un hotel?» Tirai a indovinare. «No. Una casa di accoglienza per ragazze sole e abbandonate. Perché abbiano un tetto e non cadano in mano della FARC o delle merde come Giovanni.» Ammutolii. Avrei voluto abbracciarla. «Complimenti.» Fu l’unica cosa che potei dire con la voce spezzata dall’emozione. Come prima cosa Mari mi aveva presentato sua madre Consuelo, che grazie a Dio, godeva di ottima salute, e i suoi tre fratelli, Nelson, Armando e Marcos e quattro sorelle: Nancy, Coromoto, Yasmira e Aminta. Dopo pochi minuti non ricordavo già più nessun nome; l’unica cosa che mi si era stampata in testa in modo indelebile era la bellezza del ceppo femminile della famiglia Rodriguez. Cazzo pensai, se vedesse Andrea. Avrei fatto molte foto delle bellezze naturali della Colombia per l’invidia dell’ispettore. Poi Mari aveva detto a tutti che ero molto stanco, il viaggio era stato lungo e mi aveva dato il via libera per andare a riposare. Io sarei anche rimasto per approfondire la conoscenza delle sorelle Rodriguez, ma tant’è, in fin dei conti era solo il primo giorno, avrei avuto tempo. Le avevo chiesto se avesse una mappa della proprietà nel caso mi perdessi e poi ridendo mi aveva lasciato nella mia stanza. «Non ti preoccupare ti trovo io.» Aveva detto andandosene dopo avermi stampato un bacio su una guancia. Mi avevano dato la migliore stanza dell’intera casa. Si trovava a piano terra e si affacciava direttamene sulla piscina. Non era 181


proprio come avevo immaginato ma ci andava molto vicino. Avevo un letto matrimoniale molto comodo, un bagno spazioso e aria condizionata. C’era un telefono che immaginai servisse per comunicare con le altre zone della casa. All’esterno, a fianco della porta, era posto un tavolino con sedie in legno dove mi sedetti immediatamente a fumare una sigaretta contemplando quel luogo da sogno e cercando di ambientarmi. In un posto del genere immaginavo feste e balli, grigliate all’aria aperta, ragazze in piscina e giorni e giorni di baldoria insieme a tutti gli amici. Se mai un giorno mi fossi sposato, pensai, non sarebbe male come luogo per il ricevimento e la festa di nozze. Senza giacche né cravatte, né tailleur, tutto rigorosamente free in costume da bagno; anche senza, per i più audaci. Poco dopo ero già stanco di stare lì a far niente. Nonostante il fuso orario e il Tavor che ancora circolava nelle mie vene, ero frenetico. Non potevo rimanere seduto lì ad ammuffire e mi incamminai attraverso il giardino alla ricerca di non so che. Mezz’ora dopo avevo già esplorato tutta la proprietà. Un’avventura tra piante tropicali, uccellini colorati, Iguana e varie persone indaffarate nei lavori più disparati: chi puliva, chi potava alberi, un paio di operai che armeggiavano tra cemento e cazzuole, un altro toglieva le foglie cadute nella piscina. Mi diressi verso l’unico luogo dove speravo poter incontrare volti noti: all’ingresso, nel salotto all’aria aperta. Mi sedetti fumando un’altra sigaretta. Quando arrivò Mari fremevo per dare inizio alle nostre investigazioni, sarei voluto andare all’indirizzo della clinica e tutto il resto, ma lei aveva altri piani. Essendo appena arrivata, dopo alcuni mesi che non vedeva la famiglia volle passare la giornata con loro, poi giunta la sera era prevista una cena di benvenuto per cui mi rassegnai all’idea di dover rimandare le indagini. La cena fu il mio primo contatto con la cucina colombiana: riso, fagioli neri, carne e uova fritte serviti tutti insieme, componevano quello che seppi chiamarsi bandeja paisa, 182


piatto tipico colombiano accompagnato da una specie di tigella di farina di mais chiamata arepa. La cena venne servita nel giardino sotto al gazebo in un’atmosfera che, complici i residui di Lorazepam, circondato da donne bellissime, musica latino americana e un clima fantastico, sembrava irreale. Verso mezzanotte tutti si ritirarono a dormire e io mi incamminai verso la mia stanza. Ero entrato da poco quando bussarono alla porta. Era Mari che mi voleva dare la buonanotte, verificare che tutto fosse a posto e concordare gli ultimi dettagli per l’indomani. Assicuratasi che tutto fosse in ordine mi diede un bacio e se ne andò. Rimasi immobile a guardarla mentre si allontanava. Sembrava diversa. La donna fatale adesso mi appariva più naturale, come se avesse tolto quella maschera di protezione che usava per non svelare l’anima sofferente che aveva dentro. Mi ricordò la stessa bambina che avevo visto pochi giorni prima dormire sul divano di casa mia dopo le lacrime e lo sfogo contro suo marito. Mi fece un po’ pena. Però, così, naturale, se possibile, era ancora più bella. Ricordai che una volta mi aveva detto: “Ma non ti piaccio nemmeno un po’”. Sapevo che dentro si sentiva sporca e brutta per quello che aveva passato, per quello che le avevano fatto. Avrei voluto rincorrerla e dirle quanto mi piaceva, abbracciarla e stringerla, dirle che era bella, bellissima e non solo fuori. Quello che le era successo non era motivo per sentirsi in colpa. Il colpevole era un altro. Non ne ebbi il coraggio né la forza. Fumai l’ultima sigaretta del giorno seduto fuori, godendomi il fresco dalla mia prima notte colombiana e poi mi stesi sul letto. Temevo di non poter dormire a causa del fuso orario; in Italia era mattino presto ma d’un tratto tutte le emozioni e la fatica del giorno mi colpirono come una bastonata e caddi tra le braccia di Morfeo. I giorni che seguirono, furono una tempesta di emozioni, sentimenti ed esperienze che avrebbero giocato un ruolo fondamentale nella mia vita, anche se nel momento in cui li stavo vivendo, ancora non lo sapevo. Una sbornia emozionale che in alcuni casi mi avrebbe portato perfino a dubitare se i 183


fatti e le esperienze di quei giorni li avessi vissuti davvero o solo immaginati. Avrei rivisto e rielaborato molti dei concetti appresi in lezioni morali teoriche: soffrire, povertà, vita di stenti, corruzione, risparmio, rassegnazione, menzogna e, fortunatamente, anche verità, felicità, compassione, riconoscenza e gioia. Questi concetti ripetuti fino alla nausea, sin da bambino, mi sarebbero apparsi in tutta la loro portata e mi avrebbero colpito con la forza di un pugno, grazie a singole immagini; fotogrammi di vita reale captati di sfuggita, quasi rubati, che valsero più di mille parole. Il mio primo risveglio colombiano avvenne alle cinque del mattino, a causa del fuso orario. Dopo mezz’ora passata guardando il soffitto con gli occhi sbarrati decisi di alzarmi. Fuori era ancora buio, di trovare un caffè a quell’ora in una casa sconosciuta, dove mi sarei perso, nemmeno a parlarne, per cui mi sedetti fuori dalla mia stanza e fumai la prima sigaretta del giorno. Poco dopo decisi di incamminarmi verso la sala all’aperto del giorno prima e quando vi giunsi, con mia gran sorpresa e gioia trovai un thermos di caffè fumante dal quale mi servì senza chiedere permesso: non c’era nessuno e anche se ci fosse stato non parlavo una parola di spagnolo. A chi e come lo avrei chiesto? Mentre sorseggiavo il caffè colombiano che scoprii essere molto buono, ma altrettanto annacquato, arrivò Marisol come mai l’avevo vista prima: portava un vassoio con frutta e altre cibarie, e non era elegante come sempre, sembrava la cameriera; certo non una qualsiasi, era bellissima anche così. «Buongiorno.» Le dissi: «Anche tu colpita dal jet lag?» «Buenos dìas Ale, sì non potevo dormire e ho preparato la colazione.» «Bene, così possiamo metterci subito al lavoro.» Proposi. «Ma dove vuoi andare a quest’ora? È tutto chiuso. Fatti una nuotata in piscina piuttosto così ti rilassi.» Suggerì Mari. «Non male come idea.» Le risposi mentre mi incamminavo già verso il cortile e la zona della piscina. «Io intanto mi preparo e mi cambio.» Disse. 184


Nuotai una mezz’ora poi mi feci la doccia e mi ripresentai nel salone principale dove attesi pochi minuti l’arrivo di Mari. Alle sette, a bordo di un’auto della famiglia, c’immettemmo nel traffico di Cucuta con l’idea, come prima cosa, di rintracciare il padre di Rosalba Perez. Mi sembrò doveroso oltre che giusto, fare una visita alla famiglia di una delle vittime. Inoltre avrebbe potuto fornire informazioni utili per la risoluzione del caso. Non fu facile parlare con lui, i due colombiani armati come Marines a guardia della sua villa non volevano saperne di lasciarci passare. Quando finalmente riuscimmo a spiegare chi eravamo e cosa cercavamo, il signor Perez ci accolse molto gentilmente assieme alla moglie. Una coppia di signori distinti ed eleganti di circa settant’anni lui, qualcuno di meno lei. Vivevano in una bellissima casa che avevano potuto comprare dopo anni di duro lavoro e sacrifici in Italia e grazie al fruttuoso commercio di piastrelle avviato in Colombia al loro ritorno. Entrambi ricordavano ancora l’italiano e lo parlarono con piacere rispolverando la lingua che per tanti anni avevano adottato. Mari si scusò e uscì nel giardino, non volle partecipare all’incontro che, pensai, le provocava dolore. «Mi dispiace molto per vostra figlia. Condoglianze.» «Grazie.» Risposero in coro. Poi il signor Perez con sguardo serio iniziò a parlare. «Sono tanto grato all’Italia. Mi ha dato tutto.» Lo disse indicando con la mano lo spazio intorno a noi: «Ma mi ha tolto una figlia. Forse è il prezzo da pagare per il successo e il denaro. Non sapevo che Rosa fosse arrivata a quel punto. Sospettavo che qualcosa non andasse per il meglio ma mai avrei pensato che si fosse trasformata in una drogata.» Gli occhi gli si bagnarono di lacrime, mentre la moglie, distrutta si era scusata e se n’era andata. Non sopportava di rivivere ancora una volta quella sofferenza. «Ultimamente inventava scuse e chiedeva più soldi di quelli che gli passavo abitualmente. Una volta le si era rotta la macchina, un altra un tubo nel bagno. Cose così. Sarei voluto 185


andare in Italia a verificare ma non ho avuto tempo, maledetto lavoro! Corriamo e lavoriamo per tutta la vita senza fermarci un solo momento a pensare, riflettere su ciò che vogliamo davvero... e ci accorgiamo della realtà quando ormai è tardi e non possiamo far nulla per cambiarla. Non sono stato un buon padre. Mi preoccupavo di darle quello che io non avevo avuto senza rendermi conto che non bastava, Rosalba non aveva bisogno di soldi. Ho commesso l’errore di pensare che quello che era mancato a me sarebbe stato quello che avrebbe fatto della sua una bella vita.» Sospirò e bevve da uno dei due bicchieri che la cameriera aveva posato sul tavolino per noi. Presi coraggio e inizia a fare alcune domande. «Da quanto tempo non vedeva sua figlia, signor Perez?» «Sei mesi.» Rispose, e aggiunse: «Fino all’anno scorso i suoi viaggi erano più frequenti, ogni tre mesi circa, poi, iniziò a venire sempre meno.» «Capisco.» Dissi, poi aggiunsi: «Conosce Giovanni Testaro, vero?» Domandai. «Certo. Siamo stati parenti mio malgrado. Rosalba era giovane e di ascoltare i miei consigli nemmeno a parlarne. Lui era un delinquentello all’epoca. Gli interessavano solo i miei soldi. Quando fu ricco anche lui il matrimonio finì.» La versione del signor Perez sulla fine del matrimonio era diversa da quella che Piras aveva raccolto in giro confidenzialmente e dimostrava che il signor Perez non sapeva del vizietto della figlia. «Le risulta che Giovanni picchiasse o usasse in qualche modo la violenza con Rosalba?» «Non che io sappia, in caso contrario il cadavere di cui mi sta parlando non sarebbe stato quello di mia figlia.» Pronunciò queste parole con estrema calma, senza cambiare il tono della sua voce né esprimere particolari emozioni e per questo mi vennero i brividi. «Cosa sa delle attività di Giovanni adesso?» «Niente. Manco da troppo tempo dall’Italia. Ma immagino che non si stia dedicando a opere di carità.» «Immagina bene.» Confermai. 186


Poi estrassi un foglietto dalle tasche dei pantaloni che conteneva il nome del medico chirurgo e l’indirizzo delle agenzie di viaggio che avevamo ottenuto dalla sorella di Mari. «Conosce questi?» Domandai porgendogli direttamente il foglio con nomi e indirizzi che non sapevo leggere né tanto meno mi azzardavo a pronunciare. Li osservò e pensò per qualche minuto: «Non mi suggeriscono nulla. Cosa sono?» Domandò. «Non sappiamo ancora con certezza per questo glieli sto mostrando, speravo potesse aiutarmi lei a capire.» «Posso trascrivermi tutto?» Domandò il signor Perez che poi aggiunse per giustificare a sua richiesta: «Rileggendoli, chissà, potrebbe venirmi in mente qualcosa.» «Certo.» Risposi. «Alessandro, se mi lascia un recapito o un numero di telefono le farò sapere se mi viene in mente qualcosa, al momento non credo di poterle essere di gran aiuto.» Si giustificò l’anziano signore. «Signor Perez, Rosalba aveva due passaporti, vero?» «Sì. Quello colombiano e l’italiano.» Confermò. «Non sono stati trovati tra le sue cose. Sono stati consegnati a lei o ai suoi legali in Italia?» «No. Non ho ancora potuto avere nulla di mia figlia.» Affermò con un tono di tristezza il signor Osvaldo. «Capisco.» Dissi, poi decisi di manifestare i miei sospetti al signor Perez. Ne aveva diritto pensai: «Non abbiamo nessuna prova e per questo siamo qui, ma sospetto che Testaro, possa avere qualcosa a che vedere con la morte di Rosalba.» Sparai tutto d’un fiato. La notizia lo colpì come uno schiaffo. Spalancò gli occhi e la sua espressione si fece dura. Poi ritrovata la compostezza si avvicinò a me e quasi sottovoce, con rispetto, disse: «Qui a Cucuta, sono conosciuto e stimato. Inoltre con i soldi si possono fare tante cose e ottenere l’impensabile. Se c’è qualcosa che posso fare per aiutarvi a scoprire l’assassino di mia figlia, non esitate a chiedere. Qualsiasi cosa.» Aggiunse poi: «Senza limiti!» Detto questo ritornò al suo tono di voce 187


normale e domandò: «Cosa pensa sia successo a Rosalba?» Lo schiaffo stavolta lo ricevetti io. Non fu facile trovare le parole giuste per spiegare quello che ipotizzavo fosse successo, però lo feci con la massima onestà. Alla fine del racconto ero sudato e stremato come dopo una lunga corsa. «Di cosa ha bisogno per incastrarlo mi domando?» «Prove.» Risposi secco: «Documenti che dimostrino il traffico di schiave di Testaro. Nomi e indirizzi di ragazze che siano passate dal medico e dall’agenzia di viaggi e che non sono più tornate.» «Mi farò vivo.» Concluse. «Grazie signor Perez.» Mi guardò fisso e non disse nulla mentre si alzava e mi accompagnava alla porta; mi strinse la mano con forza e in quel momento negli occhi del signor Perez, conobbi la gratitudine e la riconoscenza. La seguente tappa della nostra investigazione fu la clinica medica dove sospettavo che il dottore sistemasse i corpi della ragazze che poi Giovanni mandava al macello in Italia. Il dottore poteva benissimo essere all’oscuro di tutto, semplicemente faceva il suo lavoro, però decidemmo di essere cauti e non fare domande dirette e affrontare il discorso come se fossimo pazienti. Ci accompagnò un’amica di Mari, Lisbeth, una trentina d’anni, molto carina, che, appena meno dotata da madre natura che la stessa Mari, si sarebbe presentata dal medico per chiedere informazioni su un possibile intervento estetico ai glutei. Personalmente non vedevo nulla da intervenire nei glutei di Lisbeth però, le due amiche mi spiegarono che l’ideale di bellezza dei glutei per una colombiana è un po’ differente da quello di una italiana, in particolare la differenza risiede nella dimensione: quello che per un’italiana è oggetto di sospiri di fronte allo specchio e diete da fame qui è considerato l’ideale. Cosicché aumentare un po’ quello che a me sembrava già un ottimo culo era normale e desiderabile. Assentii e mi lasciai guidare dalle due anche se continuavo a non essere per nulla convinto della spiegazione. Sinceramente 188


pensavo che tra le due avrebbero piuttosto potuto donare un po’ di quello che avevano. Dovetti però rassegnarmi. Due donne contro un solo uomo; non avrei mai potuto spuntarla. Questo stratagemma, non ci permise di giungere a scoperte eclatanti però per lo meno entrammo nello studio medico e potei vedere in faccia il dottore. Si chiamava Enrique Santiago, aveva una sessantina d’anni, abbronzato e di aspetto piacevole. Si dimostrò gentile e disponibile alle nostre domande alle quali rispondeva con professionalità e sicurezza aiutandosi con un infinità di foto di prima e dopo di sue pazienti lodandosi dei risultati che poteva ottenere. Mi sarebbe piaciuto moltissimo entrare in possesso di quel Database; avrei fatto quasi ogni cosa per poter associare a ogni immagine che ci aveva mostrato, un nome e un indirizzo e magari anche un volto, per poi mandare il tutto in Italia ad Andrea, per trovare riscontri tra le ragazze di Testaro. L’appuntamento allo studio medico, per essere credibile, prevedeva anche la visita e l’analisi della paziente per poter prevedere i risultati dell’intervento per cui assistetti allo spettacolo di Lisbeth con un ridottissimo tanga che si faceva palpare i glutei dal dottore mentre Mari mi dava gomitate nelle costole. «Alle non guardare così sennò il dottore si accorge. Non hai mai visto un tanga?» «Sì, ma non su un culo così.» Risposi. «Che vuoi dire?» «Tanga ne ho visti molti.» Spiegai: «Ma culi così no.» «Cretino!» Mi disse Mari che poi assunse un aria imbronciata. Forse è gelosa di come guardo l’amichetta? Mi domandai. O forse l’amichetta le aveva fatto commenti su di me che, non capendo una parola, ero all’oscuro di quello che si erano dette quando mi presentò a lei. Dopo baci e abbracci, Lisbeth Aveva detto: “Pero chica, donde conseguiste este guapo?” Mari aveva sorriso ma come chi si rende conto di aver commesso un errore e aveva risposto: “Es amigo mio de Italia. Si, esta bien guapo pero dejalo”. Detto questo potei notare solo un sorriso di circostanza che si 189


disegnava il volto di Mari. Dopo questo siparietto inintelligibile, chiesi a Mari di tradurre e lei lo fece anche se ebbi la netta e chiara sensazione che non mi avesse detto la verità; per lo meno non tutta. Avevo capito che parlavano di me ma non sapevo cosa avessero detto. Decisi che avrei giocato un po’ con lei. Per la prima volta da quando la conoscevo mi sentivo di avere il coltello dalla parte del manico nel nostro rapporto. «Non sarai gelosa di come guardo Lisbeth?» Domandai malizioso. «No.» Fu la secca risposta per nulla convincente. «Sei gelosa!» Affermai categorico e con tono canzonatorio. «No e finiscila, Ale.» Ripeté arrabbiata. Il nostro piccolo scontro fu interrotto da Lisbeth che richiamò la nostra attenzione. Il dottore fece una domanda a Mari che poi tradusse per me. «Il dottore è curioso.» Disse Mari: «Chiede di dove sei.» «Digli che sono di un paesino in provincia di Modena.» Fu il suggerimento che diedi a Mari che lo tradusse al dottore poi si rivolse di nuovo a me. «Chiede come si chiama.» «Fiorano.» Dissi io scandendo bene le lettere perché il dottore capisse. Poi aggiunsi affinché Mari traducesse: «Il paese della Ferrari. Lo conosce?» Durante questo insolito e strano dialogo con il dottore, lo guardai sempre fisso alla ricerca di ogni seppur minimo cambiamento nell’espressione del volto o nel movimento degli occhi o delle mani. Sempre con l’aiuto di Mari come interprete feci varie domande al dottore per fingermi veramente interessato al suo lavoro. Domandai anche qualcosa su interventi al naso per poi giungere a quello che veramente mi interessava: il seno. Con molta professionalità mi mostrò anche in questo caso varie foto prima e dopo di sue pazienti, alle quali però era stato coperto il viso. Intanto la visita si concluse; Lisbeth coprì le sue gioie e tornammo verso casa Rodriguez mentre Mari continuava a fare ancora l’offesa e l’imbronciata e Lisbeth commentava 190


emozionata la possibilità di fare sul serio l’intervento. Era scesa la sera quando lasciammo Lisbeth a casa sua, al che domandai con aria innocente: «Lei non viene a cena con noi?» Domanda che mi valse un’altra gomitata nelle costole che erano già quasi ridotte peggio che dopo la visita dei mastini di Testaro. «Sei gelosa! Sei gelosa! Sei gelosa!» Continuai a dire per tutto il cammino fino a casa come un bimbo insistente e capriccioso senza ascoltare le sue poco convincenti proteste in senso contrario. Quella notte dopo cena, smaltita la gelosia, Mari e io eravamo seduti nel gazebo fuori dalla mia stanza facendo il punto della situazione e preparando la giornata seguente. Le spiegai che il dottore non mi era piaciuto, nel senso che non mi dava fiducia. Quando avevo appositamente detto Fiorano i suoi occhi si erano accesi e anche se aveva detto che non lo conosceva ero sicuro che stesse mentendo. «Quando vieni qua, Giovanni ti chiama spesso?» «Sì, ma cosa c’entra questo?» Domandò perplessa. Le dissi che pensavo che il dottore, nel caso avesse qualcosa da nascondere e fosse in combutta con suo marito, lo avrebbe avvisato della strana visita ricevuta, non foss’altro che per stare tranquillo o solo per adempiere un ordine, per esempio. Di conseguenza, adesso era il caso di aspettare la reazione di Giovanni, per cui lei doveva stare attaccata al telefono in attesa di una chiamata e registrare tutto. Giovanni era a un bivio: o non reagiva correndo il rischio che scoprissimo qualcosa; o si muoveva cercando di fermarci o distruggendo quello ce c’era da nascondere. In ogni caso dovevamo muoverci rapidamente, rimaneva forse solo il giorno successivo per scoprire qualcosa. «Tu starai tutto il giorno incollata al telefono.» Le ordinai. «E tu che farai?» Domandò un po’ turbata, poi aggiunse: «Pensi forse di spassartela tutto il giorno con Lisbeth per esempio?» «Ancora con questa storia? Me sei proprio gelosa! Comunque no, non avevo in mente questo, anche se non sarebbe poi così male l’idea.» Questo commento meritò un calcio da sotto il tavolo che mi arrivò in un ginocchio provocandomi un discreto dolore. 191


«Ahi!» Esclamai: «Ma sei matta? Se non mi rompi tutte le ossa pensavo di stare con te a farti compagnia.» Dissi per cercare di calmarla: «Manderemo Lisbeth alle agenzie di viaggio.» Conclusi. Mari era già più rilassata, si accomodò sulla sedia distendendo le gambe come volesse dormire chiuse gli occhi e sospirò. Io accesi una sigaretta poi le domandai se c’era un computer con internet in casa perché avevo necessità di comunicare con Andrea. Si svegliò dai suoi sogni e mi accompagnò alla sua stanza dove mi lasciò solo al pc con il quale mi collegai alla mia posta e mandai un messaggio ad Andrea: “Da: allebiondo@hotmail.com A: andrea.flippi@sbirromail.com Ciao ispettore, non perdo tempo a descriverti le bellezze naturali della Colombia, per questo avremo gli anni a venire. Ti accenno solo che sono in un posto incantevole e che Mari ha tre sorelle una migliore dell’altra e un’amica un po’ zoccola che credo mi punti un po’. Siamo andati dal medico e lei ha fatto la parte della paziente... ha un culo cui manca solo la parola! Aldilà di questi dettagli (che non contano poi molto nella vita, vero?), mi domandavo che possibilità ci sono che il commissario, dopo che avrai strisciato ai suoi piedi, implorando il perdono, possa intercedere per te presso il PM per un supplemento di indagini nonché rogatoria internazionale per l’acquisizione di documenti e prove da qui. Ho l’impressione che qualcosa si stia muovendo. Metti avanti le cose se puoi. Che novità ci sono lì? Non sai cosa ti perdi! Stammi bene! Alle. P.S. qui sembra la sagra del tanga, non so dove posare gli occhi.” 192


Inviai il messaggio proprio nel momento in cui mi accorsi della presenza di Mari alle mie spalle. Sperai che non avesse avuto il tempo di leggere, chiusi rapidamente la pagina e mi alzai dirigendomi all’uscita. «È stata una giornata pesante.» Dissi: «Vado a dormire.» Ci salutammo e mi incamminai nella mia stanza dove mi sdraiai nel mio comodo letto non prima di fumare l’ultima sigaretta seduto fuori in veranda. Cercai di guardare la tv anche se non capivo nulla finché mi accorsi che era presente un canale in italiano. Potenza del satellite, dissi tra me e me. Ascoltai un telegiornale dove chiaramente non si parlava dei fatti di Sassuolo poi mi appisolai. Fui svegliato dalla pioggia, immaginai un temporale tropicale. Aprì gli occhi; la tv era ancora accesa. Mi ci volle un po’ per realizzare che non stava piovendo. Sembrava piuttosto come se qualcuno stesse facendo un bagno notturno in piscina. Uscii dalla mia stanza e potei intravedere tra gli alberi che effettivamente, qualcuno, che ipotizzai essere Mari, stava nuotando. Rimasi a osservare stregato dalla luna e dal riflesso che proiettava nella piscina. Il corpo scivolava leggero sulla superficie dell’acqua leggermente increspata dal vento. Le bracciate producevano il rumore che aveva attirato la mia attenzione. Dopo varie serie di vasche in differenti stili, la nuotatrice si avvicinò alla scaletta per uscire. Era Mari che probabilmente soffriva d’insonnia; mi avvicinai silenzioso finché vidi che stava uscendo e uno scalino dopo l’altro potei vedere il suo corpo scultoreo in tutto il suo splendore. Indossava solo un piccolo tanga che lasciava scoperti per intero i glutei sodi e lucidi illuminati dalla luna. Sperai che si voltasse ma non ebbi tanta fortuna. L’asciugamano con cui si coprì era giusto di fronte a lei e il vento freddo della notte fece sì che in un lampo scomparisse incamminandosi verso la sua stanza. Non ebbi tempo di dirle niente che era già lontana lasciandomi con un senso di eccitazione e delusione per il 193


mancato show finale. Fu un episodio cosÏ veloce e avvolto da un alone di irrealtà che a volte ancora mi domando se sia successo veramente o sia frutto dell’immaginazione.

194


CAPITOLO 10

La prima settimana in Colombia non aveva portato ulteriori e significative novità all’indagine, ma piccoli passi ci stavano mettendo sul giusto cammino: Lisbeth non aveva potuto fare granché con le agenzie di viaggio, aveva solo scoperto che tutte offrivano voli da Cucuta per Bogotà e una volta là, praticamente per ogni parte del mondo. Si era presentata come una giornalista di una rivista di moda e costume e aveva fatto in tutte e tre le agenzie le stesse, mirate, domande che le avevo suggerito: Che età avevano i clienti che viaggiavano verso l’Europa; erano più donne o uomini? Quali erano le destinazioni più richieste e da chi? Erano in grado di fornire dati su quanti uomini e quante donne viaggiavano soli ogni anno? In che date? Avevamo preparato un questionario e cercato di dare al tutto un’aria di professionalità. Analizzando i risultati, eravamo giunti alla conclusione che l’agenzia che usava Giovanni doveva essere la Viajes Maravilla. Mentre nelle altre due indagate il numero di uomini e donne che viaggiavano soli era praticamente uguale con leggera prevalenza di uomini, 195


in questa le donne erano più del doppio. Un dato che ci fece riflettere e che passai anche al signor Perez. Quanto a Giovanni si era fatto sentire una sola volta chiamando a casa di Mari ma non dicendo nulla di interessante né nulla che potesse far presumere che il dottore si fosse insospettito dalla nostra visita e avesse parlato con lui. Di fatto stavamo confermando la teoria che avevo già esposto a suo tempo a Mari e Andrea in Italia. Giovanni si serviva del Dottor Santiago per regalare alle ragazze il sogno di un corpo bello e in forma che poi lui avrebbe venduto in Italia una volta che fossero arrivate coi viaggi organizzati dalla Viajes Maravilla. Andrea mi aveva scritto che forse c’era la possibilità di prendere in considerazione la mia richiesta di assumere prove tramite rogatoria riguardo al secondo omicidio che l’avvocato Mangano continuava a voler escludere dall’accordo con il PM, però avremmo dovuto fornire fatti e non solo teorie. Eravamo in una situazione di stallo e non avevamo molto tempo. Giovanni aveva autorizzato il viaggio di Mari ma non a tempo indeterminato. Mari gli aveva detto che la madre le sembrava strana, che non era ancora in forma e che si sarebbe fermata una settimana ancora. Aveva anche azzardato: perché non mi raggiungi? Fortunatamente aveva risposto con un rotondo no che non dava adito a dubbi sulle sue intenzioni. La seconda settimana di permanenza in Colombia iniziò invece con una grande sorpresa. Un miracolo lo avrei poi definito. Miracolo economico per la precisione. Non in senso stretto o come lo intendiamo in Italia, ma nel senso di miracoloso cosa si può fare in Colombia con i soldi. Quella mattina mi svegliarono i colpi di qualcuno che bussava alla mia porta dando l’impressione di volerla abbattere. Mi alzai con un occhio ancora chiuso e mi incamminai in mutande cercando di non inciampare verso la porta che aprii trovandomi di fronte una sorridente Mari con un pacco in mano. Il sorriso si tramutò in smorfia vedendo come mi presentavo. Assonnato, stropicciato, e con ancora i segni del cuscino sul viso. «Buongiorno è arrivato questo per te.» Disse porgendomi 196


la grande e rigonfia busta marrone che teneva in mano. «Senza caffè non ragiono.» Fu l’unica cosa che potei dire. «Dovresti provarci almeno, qui dice che è urgente.» Ribatté lei. «Chi lo manda?» Domandai assonnato. «Non lo so, perché non lo apri?» «Entra.» La invitai. Andai in bagno mi lavai la faccia e i denti e accesi una sigaretta. In mancanza del caffè poteva servire per svegliarmi poi mi sedetti sul letto senza accennare a mettermi i pantaloni. «Mari, saresti così gentile da andare a cercare un caffè? Io intanto cerco di capire cosa ci ha mandato Babbo Natale.» Mi guardò con aria di rimprovero, poi disse: «Ok ma non ti abituare male!» «Sei un amore.» E dicendo questo le mandai un bacio. «Grazie del bacio e dello spettacolo.» Disse indicandomi in mutande. «Di niente, ma non ti abituare male.» Ribattei appropriandomi della sua risposta e ridendo. Se ne andò mentre io stavo già aprendo il pacco che supponevo mi avesse mandato il signor Perez. Del resto, chi altri avrebbe potuto inviarmi un pacco in Colombia dove non conoscevo nessuno e dove quasi nessuno sapeva dov’ero? La mia ipotesi fu confermata da una lettera allegata che, sebbene senza firma, era scritta in italiano e sapevo provenire da lui. Speravo di aver indovinato anche il contenuto. E così fu. “Gentile signor Alessandro, spero che il mio piccolo contributo possa aiutare a fare giustizia. Se le cose stanno come lei dice e il nostro comune amico è colpevole spero che paghi. Se le cose non stanno così spero che comunque possiate arrivare al colpevole. Io ho fatto tutto il possibile. In questo pacco troverà vari documenti in copia, i cui originali, sono stati logicamente lasciati al loro posto ma che se dovessero servire la Polizia colombiana di Cucuta mi 197


aiuterà gentilmente a ottenere. Il tutto con estrema discrezione per cui non tema; non corre nessun pericolo né lei né le sue amiche. Mi sono permesso di fare questo per accorciare i tempi sicuro che anche lei sarebbe arrivato allo stesso risultato. Ma il tempo a volte è fondamentale. Spero che non lo prenda come un atto di superbia o, peggio, si offenda. L’ho fatto col cuore; il cuore di un padre che ha perso una figlia per non essere arrivato in tempo. Lei è l’unica persona a cui sembra importare qualcosa di tutta questa storia e io ho fatto e continuerò a fare tutto quello che è in mio potere per aiutarla. Con infinita stima e gratitudine. O. P.” Mari arrivò col caffè che bevvi nervosamente mentre lei leggeva la lettera e io iniziavo a frugare fra i documenti ormai sicuro di cosa mi sarei trovato di fronte. Il contenuto però andava ben al di là di ogni più rosea previsione che avessi potuto fare. «È una miniera d’oro!» Esclamai. «Cosa ha mandato?» Domandò stupita e curiosa. «Tutto. Nomi, indirizzi e date di tutti gli interventi degli ultimi tre anni del dottor Santiago, oltre che dei viaggi dell’agenzia. Vi sono anche documenti del DAS (Dipartimento Amministrativo di Sicurezza) sull’emigrazione. Abbiamo da leggere e studiare per una settimana. A prima vista credo di poter dire che siamo a buon punto, abbiamo tutto quello che siamo venuti a cercare. L’espressione di Mari fino a quel momento stupita ed eccitata si stava trasformando in tristezza. «Che succede chiesi, non sei contenta?» Nella mia voce vi era una forte emozione dovuta all’insperato regalo. «Sì, molto. Però» aggiunse, «questo significa che qui non abbiamo più nulla da fare. Finita la vacanza si torna a casa.» Disse con tono rassegnato. Non avevo pensato a questo aspetto della vicenda e un po’ 198


di malinconia e depressione ridussero il mio entusiasmo per l’esito delle indagini. «Temo di sì Mari.» Le risposi. Una profonda tristezza ci invase quando ci rendemmo conto che il tempo era volato e che presto saremmo stati di nuovo in Italia con molte meno occasioni per vederci. «Niente più sveglia con caffè.» Mi disse cercando di scherzare ma le si leggeva chiara in faccia la tristezza. «A proposito» dissi, «meglio che mi vesta.» Ero rimasto tutto il tempo in mutande ed era quasi ora di pranzo. «Sì.» Disse Mari che poi aggiunse: «Non male però il ragazzo con solo le mutande.» «Nemmeno tu quando nuotavi mezza nuda eri poi tanto male.» Ribattei sullo stesso tono. «Mi hai vista! Mi spiavi!» Esclamò arrabbiata. Le sue guance divennero rosse di quello che sospettavo essere vergogna non certo rabbia. «Ti ho anche fatto delle foto ricordo.» Mentii per accentuare la presa in giro. Appena pronunciai la parola foto caricò come un toro e mi si lanciò addosso. Cercai di allungare le braccia per fermarla ma non potei resistere alla spinta e cascammo uno sull’altro fortunatamente nel letto. Per un attimo le nostre labbra si erano sfiorate adesso lei era sopra di me e la sua faccia a pochi centimetri dalla mia. Ci fissammo un attimo ridendo, mentre lei mi ordinava di darle la macchina fotografica. «Stavo scherzando Mari!» «Sicuro? Mi prendi in giro?» Domando con finta preoccupazione. «Non ti prendo in giro.» Cercai di essere convincente. «Giura che non hai foto che poi fai vedere al tuo amico Andrea e ridete di me.» «Giuro. Comunque non ci sarebbe nulla da ridere.» Puntualizzai: «Il tuo corpo è bellissimo, sei in formissima. Anche se pesi un po’ in questo momento.» Conclusi scherzando. In quell’istante finalmente qualcosa le suggerì che stavo dicendo la verità. «Ok ti credo Ale.» 199


Si avvicinò ancora di più e mi diede un bacio sulle labbra. Un bacio vero e appassionato anche se troppo breve. Quasi subito si ricompose; si alzò tutta rossa in viso e se ne andò chiedendomi scusa. «Scusa di che?» Tanto però non sentiva, stava correndo. Scappava ma non da me. Piuttosto da qualcosa che le bruciava dentro. Il giorno dopo, uno degli ultimi della mia permanenza in Colombia, Mari sembrava sparita, svanita nel nulla. Mi ero alzato e l’avevo cercata dappertutto ma inutilmente. Non sapendomi esprimere in spagnolo rinunciai a cercarla e chiedere di lei e mi diressi al Phone center che era giusto a poche decine di metri da casa Rodriguez e dal quale si poteva chiamare l’Italia a un prezzo ragionevole. Composi il numero di Andrea e comunicai tutto quello che avevamo scoperto grazie all’aiuto del padre di Rosalba, la seconda vittima. Comunicai che le autorità colombiane, sempre grazie alla collaborazione del Signor Perez, erano a disposizione per fornire gli originali dei documenti trovati presso il dottore e l’agenzia viaggi. Aspettavano solo una richiesta ufficiale. «Minchia ‘sto signor Perez chi è lì? Il Sindaco?» Domandò stupito l’ispettore. «No, molto più potente, è una persona che ha denaro e sa come usarlo. Qui, ancor più che in Italia, tutto ha un prezzo e pagandolo si ottiene ciò che si vuole.» «Tutto il mondo è paese.» Fu la risposta di Andrea. Decisi di tagliare l’argomento corruzione sennò non finivamo più e continuai il racconto. «Posso confermare che la prima vittima era passata tra le mani del Dottor Santiago poche settimane prima di prenotare un volo attraverso la Viajes Maravilla che l’avrebbe poi condotta alla morte. La cosa più sorprendente è che dai documenti del DAS risultavano molti più viaggi Italia-Colombia e ritorno da parte di Rosalba, di quelli che lo stesso padre conoscesse. Rosalba andava in Colombia all’insaputa dei suoi genitori e 200


si poteva supporre che lo facesse su incarico di Testaro per andare a prendere e accompagnare personalmente le ragazze in cambio dei soldi per mantenere i suoi vizi come dimostra la chiamata in segreteria di cui parlava Mari. Probabilmente ha esagerato con le richieste di denaro, Giovanni non lo ha sopportato, lei ha minacciato di raccontare tutto e Testaro ha deciso di farla fuori. Un dettaglio interessante è che, se non vado errato, presto dovrebbe essere previsto un viaggio. Le ultime operazioni svolte dal dottore risalgono alla settimana scorsa quindi, se calcoliamo due o meglio tre settimane perché le ragazze siano pronte, a fine mese o al massimo all’inizio di Giugno arriveranno in Italia alcune delle pazienti di Santiago. Il chirurgo stesso, mi ha spiegato che le protesi al seno, che sono a base di silicone o soluzione salina, praticamente hanno la targa. Tutte hanno incisi dei codici, che permettono di risalire al produttore, al lotto e alla data di produzione. Per farla breve sono rintracciabili. Può darsi che Testaro lo sapesse e le ha fatte togliere perché non arrivassimo al dottore e quindi a lui.» Andrea ascoltò tutto il racconto senza interrompere per poi aggiornarmi sulle novità d’oltreoceano. L’esame del DNA sui resti di pelle avevano escluso che gli stessi potessero essere del Gilli; non solo, fermato casualmente da una pattuglia per guida in stato d’ebbrezza, Totò, al secolo Salvatore Prinzo, sottoposto per puro scrupolo investigativo allo stesso test è risultato essere il proprietario di dette particelle di pelle. «Cazzo!» Esclamai: «Immagino di chi sia stato lo scrupolo investigativo.» Commentai ironico. «Sì, se avessi visto la faccia di Bazzi quando abbiamo avuto gli esiti. Avrei voluto fotografarla.» «A proposito di foto» intervenni, «anch’io avrei voluto farne alcune perché vedessi le bellezze di qui, ma non ho potuto.» Poi gli raccontai delle nuotate notturne di Mari che commentammo per alcuni minuti, duranti i quali mi meritai un paio di vaffanculo, per poi tornare all’argomento che ci preoccupava di più. «E adesso?» Domandai. «Cosa succede?» 201


«Al momento per Gilli non cambia nulla e Totò è in carcere accusato di omicidio e vilipendio di cadavere ai danni della Perez.» «Bene, non abbiamo avuto di bisogno di organizzare l’incontro. Sei riuscito a parlare con lui?» «Sì.» Rispose Andrea: «Però non mi ha detto niente.» «Cominciamo a essere più vicini alla verità ma ci sono ancora tante cose da chiarire.» Commentai. «Sì.» Concordò Andrea: «Molte, forse troppe.» «E Testaro?» Domandai. «A meno che Totò non decida di parlare e lo indichi come mandante, cosa di cui dubito fermamente, non abbiamo ancora molto contro di lui. Aspettiamo con ansia di vedere i souvenir che ci porterai dalla Colombia.» «Sì, immagino. Comunque parleremo presto di persona.» Aggiunsi per tagliare corto la telefonata. «Quando torni a casa?» «Non so ancora precisamente, due o tre giorni al massimo. Il tempo di riposare un po’ dopo tanto lavoro.» Quest’ultima frase l’avevo volutamente sottolineata con un tono ironico. «Alle, posso dirti una cosa col cuore?» «No.» Dissi io e attaccai il telefono dopo un frettoloso: «Ciao non ho più soldi nella scheda.» Che mi permise sentire solo la prima parte della parola che costituiva il messaggio del cuore di Andrea. «Vaff... » Avevo deciso seriamente di dedicare i successivi due o tre giorni al riposo. Credevo davvero che ce lo meritassimo dopo dieci giorni di corse folli avanti indietro nel traffico di Cucuta, tra caserme, uffici e studi medici, il tutto condito dalla paura delle chiamate minacciose di Giovanni. Volevo comunicare a Mari la mia decisione e credevo che sarebbe stata d’accordo. Avrebbe potuto finalmente avvisare suo marito sulla data definitiva del suo rientro e Testaro si sarebbe messo tranquillo. Quanto a noi, avremmo potuto passare un po’ di tempo insieme facendo i turisti oppure nuotando e prendendo il sole tutto il giorno in piscina... 202


Dal Momento che Mari era introvabile, decisi di andare nell’unico posto che conoscevo a parte casa Rodriguez e dove avrei potuto parlare senza bisogno di interprete-traduttore. Un’ultima visita di ringraziamento e saluto mi sembrava il minimo. Presi un taxi appena fuori dal Phone Center. Diedi l’indirizzo al taxista il quale dopo quelli che mi parvero un infinità di giri intorno agli stessi due isolati, mi scaricò di fronte a casa Perez dopo avermi scucito Settantamila Pesos colombiani, circa ventitré Euro, cifra esagerata se rapportata al costo della vita colombiano e agli stipendi. Sicuramente il taxista aveva trovato il suo pollo da spennare. Infatti, seppi poi che corrispondevano a più di tre giorni di paga di un operaio! Il signor Perez mi accolse gentile e sorridente nella sua dimora, bevemmo caffè colombiano colato e mi offrì anche un sigaro che, disse, gli avevano appena portato da Cuba. Come in occasione della visita precedente, era elegante, composto e serio. Stavolta il nostro incontro, si svolse nel giardinetto sul retro della casa da cui si accedeva da un corridoio che separava la zona giorno dalla zona notte. Sotto un Gazebo che ci proteggeva dai raggi del sole, e immersi tra piante e fiori tropicali di varie forme e colori, si svolse l’ultima chiacchierata con quel signore gentile ma anche un po’ misterioso. «Signor Perez» esordii, «grazie per tutto quello che ha fatto. Lei ha facilitato e di molto, il mio lavoro qui. Sto analizzando i documenti e mi sono già messo in comunicazione con l’Italia per i riscontri del caso. Credo che ci sia abbastanza materiale per arrivare a provare il traffico di esseri umani.» «Bene!» Esclamò con un sorriso di soddisfazione: «Sono contento di aver potuto fare qualcosa di utile per aiutarvi.» «C’è una cosa che mi ero dimenticato di domandarle... » Iniziai timidamente, spaventato dall’argomento che dovevo affrontare. «Dica, domandi liberamente, Alessandro.» Mi esortò il signor Perez dandomi coraggio. 203


«Le risulta che Rosalba avesse protesi al seno?» Domandai cercando di mantenere un tono di voce il più neutro possibile. «Certo. Lo sapevo. Come tutte, o quasi, le ragazzine aveva questa mania e ha insistito finché l’ho dovuta accontentare, certo dovette aspettare molto, le cose non sempre sono state facili come sembra. L’operazione è stato il regalo che le ho fatto per i 22 anni.» Feci rapidamente i conti poi domandai: «Quindi l’operazione è stata fatta in Italia?» «Sì.» Confermò Osvaldo Perez. «Che lei sappia sono seguite altre operazioni dopo quella prima che le regalò?» «Non ne ho la certezza, ma non lo escluderei. Quasi sempre dopo un primo intervento rimangono insoddisfatte per la forma o la dimensione e decidono per ulteriori ritocchi.» «Il chirurgo estetico, dottor Santiago, mi ha detto che le protesi attuali durano praticamente tutta la vita a differenza di quelle che si usavano anni fa che andavano sostituite dopo alcuni anni, dieci mi sembra.» Dissi. «Adesso che mi ci fa pensare ricordo che in un’occasione Rosalba mi disse qualcosa di simile. Sembrava che una delle protesi fosse a rischio di rottura o qualcosa del genere e mi parlò di sostituirle in quanto vecchie.» «E non ricorda se Rosalba le accennò anche al nome del dottore con cui pensava di operarsi?» Domandai sperando nella memoria di quell’uomo abbattuto e ferito. «Al momento no.» Rispose poi aggiunse: «Credo fosse di Modena però. Dovrei cercare tra vecchi documenti e ricevute.» «Le sarei molto grato se potesse farlo. Rimarrò ancora pochi giorni in Colombia però potrà chiamare a qualsiasi ora o mandare un fax se scopre qualcosa.» Detto questo lasciai il mio numero di telefono e il fax di mia sorella. Stavo per salutare e andarmene quando ebbi un’idea. «Un ultima cosa signor Perez.» «Dica.» «Sarebbe così gentile di accompagnarmi in un posto?» 204


«Con piacere.» Disse sorridente alzandosi in piedi. Dal suo sguardo, da come mi rispose, capii che aveva capito che non volevo andare in un posto qualunque... Sorrisi a mia volta. Uscimmo insieme e ci immettemmo nel traffico di Cucuta. Tre ore dopo, rientrato a casa Rodriguez, cercai Mari e la trovai bellamente addormentata su un lettino vicino alla piscina. Mi avvicinai senza fare rumore, non volevo svegliarla, e mi sedetti accanto a lei. La guardavo dormire ma stavolta non vedevo il corpo coperto dal minuscolo Bikini. Vedevo, una volta ancora, la bambina tranquilla e serena. Da un po’ di tempo il mio sonno era infestato di incubi mentre sembrava che Mari potesse liberarsi dei suoi solo dormendo. La sua vita era l’incubo. Addormentata cambiava espressione al punto che si modificavano anche i suoi lineamenti. Quella che era una rughetta considerata sexy adesso non c’era. Tutto il corpo sembrava più rilassato, i muscoli sciolti. Tutto questo era ancora più evidente qui, a casa sua, lontano dal suo principale timore. Quella donna all’apparenza sicura di sé stessa e della propria bellezza, non era altro che una bambina spaventata dalla vita e dalla gente. Il bacio della sera prima mi aveva aperto gli occhi. Istintivamente mi aveva dato il suo affetto e trasmesso amore poi, spaventata, era scappata via. Non per vergogna o per pudore ma per paura. Chiedeva scusa non per essersi azzardata a baciarmi, cosa per altro molto piacevole, ma perché non poteva andare avanti, bloccata dai suoi incubi. Perso in questa mia personale analisi psicologica di Mari vidi che si stava svegliando. Si mosse e aprì gli occhi e tornò tesa in una frazione di secondo mentre mi salutava. «Ciao.» Risposi al saluto: «Dov’eri finita? È tutto il giorno che ti cerco.» «Sono andata a fare compere.» Rispose con estrema naturalezza. «Grazie per avermi invitato.» Commentai con sarcasmo. «Scusa ma stavi dormendo.» Ribatté lei. 205


«Vabbè lasciamo stare.» Chiusi il discorso. «E tu dove sei stato tutto il giorno?» Domandò lei. «Sono andato a salutare il signor Perez.» Poi aggiunsi, cambiando argomento: «Ti volevo fare una proposta.» «Interessante.» Disse con malizia. «Seriamente.» Ribadii. «Sentiamo.» E si sporse in avanti per dimostrare che stava prestando tutta la sua attenzione. «Ti piacerebbe passare un paio di giorni in più qui, nuotando e prendendo il sole con un amico, facendogli vedere la città portandolo al ristorante e altre cose carine come queste? Dimenticando il lavoro chiaramente... » «Me encantaría.» Fu la risposta di Mari. «Grazie, siamo d’accordo allora.» «Sì.» Confermò lei. «Un’ultima cosa, Mari.» «Dimmi Ale.» «In questi due giorni con il tuo amico sarai te stessa, non la bambola. Ci stai?» «Ci proverò.» Rispose. Non accennai in nessun momento al bacio della sera precedente così come non lo fece lei. Non dubitavo che esistesse una bambola Mari, quella che si presentava a tutti e una Mari vera, quella al cui cospetto era ammesso un piccolo gruppo, selezionatissimo, forse solo la madre, e che io avevo appena intravisto, per poco tempo, nelle poche occasioni in cui Mari era sfuggita al controllo della bambola e si era lasciata guardare. «Ci vediamo qui alle otto.» Proposi. «Ok.» Affermò decisa e sorridente. «Vado a farmi una doccia.» Conclusi. Alle otto era lì ad aspettarmi; uscii dalla mia stanza l’abbracciai e le domandai dove mi avrebbe portato. Era vestita in modo molto informale: jeans, chiaramente attillatissimi, e camicetta generosamente sbottonata. Da quando ero lì mi ero reso conto che non era un capriccio di 206


Mari quello di mostrare il corpo ma un abitudine consolidata e diffusa non solo in chi aveva un bel corpo ma anche in quelle che avrebbero fatto bene a coprirsi un po’ di più. Ovunque cadessero gli occhi vi erano scollature vertiginose, push up, jeans e fuseaux che sembravano attaccati al corpo con la colla, perizoma che fuoriuscivano da pantaloni e gonne a vita bassa. Anche se, come diceva Mari, era normale, io non mi ci ero ancora abituato e ogni volta che l’occhio voleva la sua parte, mi beccavo una gomitata nelle costole. Passeggiammo un po’ per il centro della città mano nella mano come fidanzati, poi mi portò a cena in un ristorante che era di proprietà di un’amica che usò nuovamente la parola guapo nei miei confronti e Mari, ancora una volta, rifiutò di tradurla. Me la devo annotare, pensai, forse è un offesa e per questo Mari non vuole tradurla. Infine decidemmo di terminare la nottata parlando ai bordi della piscina in compagnia di qualche Cerveza e Ron Cavallito. Quando fummo comodamente sdraiati nell’erba intorno ai bordi della piscina dove prevedevo mi sarei buttato presto a causa del calore atmosferico e corporale, iniziai a parlare a ruota libera. Guardavo le stelle e respiravo un aria calda e diversa. «Sai» cominciai, «quando ero giovane sognavo di andare via. Trasferirmi in uno di quei posti da sogno dove credi che la vita sia un continuo sogno e che non ti sveglierai mai. Pensavo che crescendo mi sarei accorto che era solo un’illusione e che ovunque fossi stato mi sarei comunque svegliato. Per anni ho quindi vissuto rassegnato, una vita non mia, ma dettata dai luoghi comuni, dall’abitudine, dal dover essere e dal dover fare più che dall’essere e dal fare. E sai qual era la cosa peggiore? Che lo sapevo! Però facevo finta di niente. Ho avuto molti problemi per questo. Adesso, che sono più grande, credo che in fondo alla mia anima continuo a sognare di andare via.» «Anch’io sognavo di andare via.» Ribatté lei: «E ci sono riuscita anche se non era proprio quello che avevo in mente. La vita è sempre stata molto dura per me.» «E che cosa farai se finalmente beccano Giovanni?» 207


«Verrò qua. E mi dedicherò al centro che sto costruendo. Cercherò di ricominciare da capo anche se non potrò mai dimenticare quello che mi ha fatto e spero che passi il resto della sua vita in prigione. Sai» aggiunse sorridendo ironicamente, «a volte ho paura al pensiero della libertà. Sono stata per tanto tempo legata e obbligata a vivere come voleva lui che adesso, al solo pensiero, mi sento quasi persa. Dovrò ricostruire la mia vita da zero. Avevo 17 anni quando mi ha portata in Italia e adesso ne ho 34. È come se avessi passato in prigione la metà degli anni che ho vissuto. Devo ricostruire tutto.» «Tornerai in Italia qualche volta?» Domandi speranzoso. «Tu torneresti qui a trovarmi?» Domandò lei invece di rispondere. «Credo di sì se me lo chiedessi.» Poi aggiunsi anche se per nulla convinto: «Ormai l’aereo non mi fa più paura.» «L’Italia per me è sempre stato Il Sogno. Però adesso non saprei dirti se tornerei. Credo di no.» Disse amaramente: «Rimarrà solo la nostalgia di qualcosa che poteva essere ma non è stato, un sogno di adolescente nella mia mente, così come tante altre cose che avrei voluto fare ma che ormai, non è più possibile... » La bambola era andata via stavo finalmente parlando con Mari. «Ad esempio? Cosa credi di non poter più fare? C’è sempre tempo.» Cercai di rincuorarla. «Avere un figlio! Le violenze subite non me lo permettono.» Disse lasciandomi di sasso. Deglutii e mi si bagnarono gli occhi, mentre una furia cieca mi saliva dentro pensando a quello che aveva subito, poi cercai di correre ai ripari: «Avrai tante figlie qui con te.» Dissi. «È vero. Hai ragione.» Confermò. «Posso abbracciarti?» Le domandai. Per un attimo la bambola ebbe il sopravvento e vidi distanza tra noi; poi la rassicurai dicendole che non aveva nulla di cui temere e le dissi che volevo solo esprimere il mio affetto. Assentì e ci stringemmo alcuni minuti in un abbraccio vero. Un abbraccio col quale avrei voluto spezzare il suo dolore e il mio, schiacciarlo fino a farlo scomparire. Poi richiamato alla 208


realtà dal contatto con il suo corpo decisi che poteva bastare. «Vado a fare un tuffo.» E detto questo mi tolsi la maglietta e i jeans e in mutande mi incamminai verso la piscina. Feci una nuotata e poi risalii sedendomi nuovamente accanto a lei che mi disse: «Sei matto Ale.» «Me lo dice sempre anche Andrea.» Risposi sorridendo con lo sguardo rivolto alle stelle. Il cielo iniziava a schiarirsi a est segno che era molto tardi, o presto, a seconda del punto di vista. Decidemmo che era ora di andare a dormire. Giunto nella mia stanza mi lanciai letteralmente sul letto, ero esausto. Chiudendo gli occhi sapevo che stavo chiudendo anche una parentesi della mia vita.

209


CAPITOLO 11

Tre giorni dopo ero nuovamente a Sassuolo. Avevo salutato Mari a Roma dove avevamo deciso di separarci e prendere due aerei diversi per evitare che Testaro o Pino, l’unico mastino rimasto, ci vedessero insieme, coincidenza che sarebbe stata molto difficile da spiegare. Alla fine lei aveva preso l’aereo e io il treno così mi risparmiai anche un paio di Tavor. Durante tutto il viaggio non potei fare a meno di pensare all’esperienza che avevo appena vissuto. Mi sentivo come al risveglio dopo un lungo e meraviglioso sogno con la sensazione che la notte seguente e nessun’altra della mia vita avrei potuto sognare ancora la stessa cosa. Decisi di approfittare di quelle ore di viaggio per analizzare ancora una volta i documenti che il gentile signor Perez mi aveva regalato. In Colombia avevo passato un pomeriggio intero seduto all’ombra del gazebo di fronte alla piscina a spulciare ogni nome, data e luogo presente in quelle carte. Cercavo i nomi delle ragazze che apparivano nella lista dei pazienti del dottor Santiago e che si ripetevano anche tra i clienti dell’agenzia 211


Viajes Maravilla infine li avevo confrontati con i documenti di espatrio del DAS per avere un’ulteriore conferma. Avevo annotato tutto in un foglio nel quale, alla fine di quel certosino lavoro, apparivano 25 nomi e 25 foto, anche se con volto parzialmente coperto; 25 coppie di tette con le rispettive taglie, costi e date delle operazioni. Infine, cinque viaggi in ognuno dei quali cinque ragazze erano andate da Cucuta a Bogotà e poi a Roma con destinazione finale Bologna. Da ultimo mi dedicai a ricostruire i movimenti di Rosalba cosa un po’ più complicata ma che fu possibile grazie alla preziosissime informazioni contenute negli archivi del DAS. Alla stazione di Modena c’era Andrea ad aspettarmi. Era nel piazzale antistante, appoggiato alla macchina, con le braccia incrociate sul petto. Sembrava essere lì da molto tempo, almeno un’ora visto il ritardo che aveva avuto il treno. Ci abbracciammo e ci stringemmo la mano. Aprì il baule per caricare i bagagli e si mise al posto di guida. Appena fui seduto in macchina mi domando: «Com’è andata?» «Sai già praticamente tutto, informami tu piuttosto. Cosa mi sono perso durante la mia assenza?» «Niente!» Rispose seccamente: «A giudicare dalla soddisfazione che ti si legge in faccia, ho l’impressione di essere io quello che si è perso qualcosa.» Commentò Andrea. Sorrisi. «Sì.» Confermai. «La Colombia è gran bel posto.» «La Colombia o le colombiane?» Volle sapere Andrea. «Meravigliose e poco vestite.» Risposi senza bisogno di specificare che mi riferivo alle colombiane. «L’hai trombata?» Tagliò corto. «Chi?» Domandai più per istinto che per sapere realmente di chi stesse parlando. «Dai non fare il pistola lo sai di chi parlo.» Sbottò lui. «No.» Risposi tristemente. «Ma allora sei scemo!» Esclamò con aria realmente sorpresa. «Può darsi, ma credo sia meglio così .» Commentai serio. «Passi 15 giorni in Colombia con lei e non fai nulla?» Domandò sempre più incredulo e stupito, il mento 212


che quasi gli toccava il petto e gli occhi sbarrati. «Ci siamo baciati.» Ammisi io con un tono di voce, che suonava molto a premio di consolazione. Rise, e continuò a prendermi per il culo fino a Sassuolo interrompendo la risata solo per aggiungere scherno allo scherno. «Se in 15 giorni l’hai solo baciata, calcolo che ti servono minimo sei mesi di viaggio per portartela a letto.» Diceva. «Non ho voluto.» Fu la mia secca e seria risposta che però ottenne l’effetto di farlo ridere ancora di più. Dovette quasi fermarsi per asciugare le lacrime. «Fai il furbo! E cosa mi dici dell’avvocatessa? Quella carina che dovevi chiamare? Cercai di cambiare discorso.» «Sono un uomo sposato e fedele.» Rispose sicuro, poi aggiunse: «E anche lei lo è.» «Però la carne è debole.» Dissi: «Non mi dire che non ci hai provato. Ero riuscito a ribaltare la situazione almeno per un minuto e mi stavo prendendo la mia rivincita. «Ho dei sani e forti principi morali che m’impediscono di vivere come te tra un letto e l’altro.» Commentò. «Però... » Non dissi altro lasciando che lui terminasse cosa che non avvenne. «Non c’è nessun però!» Rispose secco. Decisi di credergli. Decisi che non era caduto tra le grinfie della piccola avvocatessa che mi aveva descritto come una santa ma che sospettavo non lo fosse. Nel frattempo eravamo giunti a Sassuolo mi lasciò al mio appartamento con l’accordo che ci saremmo visti l’indomani per un aggiornamento reciproco. Una volta entrato respirai aria di casa. Ero contento ma al tempo stesso avevo già nostalgia di quello che avevo lasciato. A essere sincero, quello che mi mancava di più era Mari ed ero anche preoccupato di come l’avrebbe accolta suo marito. Dal momento che, come mi aveva detto Andrea, aveva quasi certamente saputo delle perquisizioni all’agenzia viaggi e dal 213


medico, l’idea che potesse sospettare qualcosa m’innervosiva per le conseguenze che questo poteva avere per Mari. Le avevo detto che mi mandasse un messaggio non appena avesse visto che aria tirava in casa ma ancora non avevo ricevuto notizie. Mi stesi sul letto, il mio letto, che da 15 giorni non provavo e mi sentii meglio. Niente di più comodo del proprio letto che ti accoglie come un dolce abbraccio. Aspettai con ansia che Mari mandasse il messaggio. Quelli che invece iniziarono ad arrivare furono i messaggi dell’agenzia per cui, teoricamente, lavoravo. Mi avevano cercato almeno quattro volte in quei 15 giorni. Avevo anche messaggi in segreteria che mi comunicavano con la tonante voce del capo che avevano un servizio da affidarmi. La prospettiva non mi allettava per niente considerato che non avevo terminato il lavoro per Mari che era sicuramente moto più interessante e ben pagato. Non c’era paragone con i Cento Euro al giorno che mi davano loro; era sicuramente più stimolante avere un datore di lavoro bello e generoso come Mari. Decisi che avrei avuto tempo in un altro momento per richiamare l’agenzia. Mi addormentai aspettando inutilmente il messaggio di Mari e pensando alle prossime mosse per giungere alla risoluzione del caso. Fui svegliato dal suono del telefono, imprecai per non aver ricordato di spegnerlo. Pensai di non rispondere allo scassa palle di turno, poi vidi il nome di Mari sul piccolo display e mi decisi a rispondere «Ciao.» Dissi con voce assonnata ma al tempo stesso stupito. «Ti ho svegliato ancora?» Domandò lei. «Sì.» Dovetti ammettere. La mia voce non lasciava dubbi sul fatto che stessi dormendo. «Scusa, se potessi ti porterei il caffè.» Disse con voce dolce e realmente dispiaciuta. «Mi piacerebbe molto.» Commentai; poi aggiunsi: «Lo sto già preparando, dimmi.» La esortai mentre mettevo la caffettiera sul fornello e accendevo una sigaretta. 214


«Giovanni è nervoso! Non sospetta che io possa avere a che fare con quello che è successo a Cucuta ma lo vedo strano. Credo che dobbiamo fare qualcosa subito, prima che tolga di mezzo tutte le prove. Se ci sono.» Intanto stavo bevendo la seconda tazzina di caffè e potevo pensare con quasi totale lucidità. «Ti ricordi quando ti dissi di verificare le sue abitudini?» Domandai serio. «Certo, l’ho fatto, poi siamo andati via e non ti ho mai raccontato.» Rispose come per giustificarsi. «Bene, perfetto! Mandami tutto per e-mail. Ho un’idea. Ti richiamerò presto. E se la situazione peggiora, se non ti senti al sicuro vattene da quella casa.» Ripensai a quello che le avevo detto e all’idea che mi era venuta in quel momento. Già dopo pochi minuti non ero poi così convinto che fosse una gran trovata. Sicuramente lo era dal punto di vista investigativo, probabilmente era la migliore e l’unica per smuovere un po’ la situazione di stallo delle indagini dal lato italiano. Il rischio però era più che elevato e sapevo che se lo avessi detto ad Andrea avrebbe fatto di tutto per farmi rinchiudere. Decisi che per il momento avrei dimenticato di fargli presente quel particolare durante l’incontro che avevamo previsto per quel pomeriggio. Alle due puntualissimo m’incontrai con l’ispettore Filippi. Facemmo il punto della situazione dalla quale emerse che in Italia non c’era nulla di concreto contro Testaro, solo supposizioni, indizi e testimonianze di persone che però, rifiutavano di confermare di fronte a un magistrato o in tribunale. «Cosa è emerso dal controllo delle targhe delle auto che abbiamo visto durante la nostra passeggiata notturna?» Domandai. «Non molto, quasi tutte le auto sono intestate a persone giuridiche: due sono ceramiche, uno è un negozio di 215


abbigliamento e uno è un chirurgo di Modena specializzato in tumori.» «E il PM cosa ha detto riguardo alla possibilità di acquisire i documenti colombiani?» «Ci sta pensando.» Rispose ironico Andrea. «Ma non ci conterei molto.» Aggiunse. «Ho qui per te un regalo.» Dissi con tono solenne. «Sono proprio curioso.» Commentò Andrea non molto convinto che gli avessi portato veramente un regalo. Lo condussi in sala e girai lo schermo del computer in modo che potesse vedere bene poi aprii una cartella del desktop che avevo chiamato FotoRubate e iniziai a far scorrere foto di ragazze mentre raccontavo. «Il giorno che sono andato a trovare il signor Perez per ringraziarlo e salutarlo mi è venuta l’idea di fare un giretto, per così dire. Mi sono fatto accompagnare agli indirizzi delle ultime dieci pazienti del dottor Santiago quelle che presumibilmente sono le prossime candidate a entrare nel club Testaro. Forse non tutte, e non so nemmeno quali esattamente, ma tra queste ragazze che, con molta fortuna e pazienza sono riuscito a fotografare, qualcuna sicuramente arriverà in Italia nei prossimi giorni. Credo di poter dire che l’arrivo è previsto per il 3 giugno, una delle date che era sulle carte bruciate da Testaro e questo spiegherebbe anche perché Giovanni è nervoso secondo quanto mi ha detto stamattina Mari.» «Complimenti.» Esclamò uno stupito e contento Ispettore. «Grazie.» Risposi, poi continuai: «Nemmeno Mari sa di queste foto, lei era a fare shopping quel giorno. Se non mi sbaglio, dopo l’11 settembre, le nuove norme di sicurezza prevedono che la lista dei passeggeri imbarcati su un volo sia trasmessa immediatamente all’autorità aeroportuale del paese di destinazione del volo. Quindi, dopo un’ora circa dalla partenza del volo da Bogotà, a Roma dovrebbero già avere i nomi dei passeggeri e quindi, essere in grado di informarci sulla presenza o meno di qualcuna di queste bellezze.» Indicai lo schermo dove scorrevano le foto: «Concludendo, io credo che non sarebbe niente male essere pronti per quando 216


le ragazze arriveranno, ad esempio per seguirle, o cercare addirittura di intercettarle in aereo, da Roma a Bologna, prima che cadano nelle mani di Giovanni. Avevo anche pensato di farlo io in Colombia, però poi ho cambiato idea perché avrei potuto alzare un gran polverone e fare insospettire ancora di più Testaro. Credo sia molto meglio farlo qui e beccarlo ad esempio mentre le mette all’asta. Mancano ancora sei giorni al 3 giugno.» Conclusi soddisfatto e orgoglioso del sorriso che stava prendendo forma sul volto di Andrea. «Vedi che quando ti impegni ci arrivi.» Fu il commento scherzoso di Andrea, ma sapevo che lo pensava davvero. Ero in grado di capire ormai quando mi prendeva in giro solo per il gusto di farlo e quando al contrario lo faceva per comunicare un messaggio. «Grazie.» Risposi felice del complimento che celava la battuta del mio amico. «Davvero, ottimo lavoro Alle dovresti chiedere l’aumento.» «Ci proverò.» Risposi. «A proposito come sta il tuo capo?» Domandò Andrea, riferendosi chiaramente a Mari come al mio capo, visto che era lei che pagava tutti i costi dell’indagine. «Sicuramente stava meglio in Colombia, era diversa. Ho scoperto un’altra Mari più vera.» Dissi non trovando altra parola per descrivere quello che avevo visto in quei giorni. «Tu sei perso vedi solo la gnocca.» Fu il commento scurrile di Andrea. «No, è qui che ti sbagli. Se avessi voluto ci sarei andato a letto. Ma io ho visto qualcosa di diverso in lei. Ho colto quello che c’è al di là delle tette e del culo. Io credo che sia innamorata di me, io ho visto i sentimenti.» Poi conclusi: «Quello che pensa solo alla gnocca sei tu sbirro.» «E tu non sei innamorato di lei?» «Può darsi.» Iniziai: «Certo però per quanto possa sembrarti strano io amo la bambina Mari non la bambola che la nasconde.» «Lo sapevo che eri pedofilo.» «Dico sul serio. In questi giorni ho colto in lei 217


qualcosa che prima vedevo ma non sapevo spiegare.» «Cosa avevi fumato quel giorno?» Domandò Andrea che non ne voleva sapere di entrare seriamente nel discorso. «Finiscila, sii serio una volta.» Lo ripresi. «Ma dai Alle! Io quello che vedo è che quella donna ti fa girare la testa come a tanti altri uomini e inventi sottigliezze psicologiche per giustificare quello che è visibile a tutti: hai voglia di fartela ma hai paura di innamorarti e fai bene perché come mi sembra di averti già detto, quella è una donna pericolosa, ti fai male con una come lei se non ci stai molto attento.» Fu la sentenza di Andrea. «Stavolta non sono d’accordo con te.» Sbottai. «Se tu fossi in grado di fartela mantenendo, diciamo una certa distanza e freddezza, non avrei nulla da ribattere. Fattela e finiamola qui. Ma tu non sei così e con lei ancor meno. Ti sta facendo un effetto strano. Stai attento.» Ribadì Andrea. «Ok papà.» Stavolta ero io quello che non voleva essere serio. «Sì sfotti, sfotti, poi quando avrai provato i suoi dolci piaceri che, per un motivo o un altro, arriverà poi a negarti, perché le donne sono così, mi dirai che avevo ragione.» Commentò cinicamente. «Vabbé! Lasciamo stare questo discorso e torniamo alle cose serie.» Proposi. «Che intenzioni hai?» Domandai poi. «In che senso?» «Rispetto all’indagine.» Specificai. «Nessuna intenzione. Aspettiamo a vedere cosa dice il PM quando gli avrò raccontato le ultime novità. «E intanto?» Domandai stupito di questo atteggiamento passivo. Forse la sospensione subita lo aveva riportato alla calma. Non lo vedevo proprio però nel ruolo del poliziotto obbediente, che aspetta gli ordini, non prende iniziative e non si ribella. «Intanto niente, aspettiamo e vedremo.» Ripeté serio Andrea. «Io sono andato fino in Colombia, ho rischiato la vita in aerei giocattolo per poi aspettare? Non se ne parla nemmeno.» Protestai duramente. «E cosa vuoi fare?» Domandò lui. 218


«Seguiamo Giovanni un paio di giorni e vediamo dove ci porta.» Ecco: l’idea che avevo deciso di non raccontare, mi era uscita da sola. «Sei pazzo!» Esclamò con occhi che mi facevano pensare che il pazzo fosse lui. «Ma dai» cercai di sdrammatizzare, «ho già le informazioni sulle sue abitudini.» Mentii: «E Mari ci terrà sempre informati.» «Fammici pensare, intanto non fare cazzate, il che significa non prendere iniziative.» Dicendo questo mi guardò fisso negli occhi cercando di scorgervi le mie vere intenzioni per capire se lo avrei ascoltato o, come sempre, avrei fatto di testa mia. Rimasi impassibile mentre lo rassicuravo che sarei stato tranquillo per un po’ anche se poi fui chiaro nel dire che non avrei aspettato senza fare niente all’infinito. Mancavano cinque giorni al tre Giugno, il d-day come lo avevo battezzato; giorno che avrebbe dato una svolta all’investigazione con lo sbarco delle ragazze a Fiuminico, sempre che le mie supposizioni si rivelassero corrette. Avevo seguito il consiglio di Andrea e resistito due giorni senza fare cazzate ma ormai non ce la facevo più. Il PM non si decideva e non vi erano novità interessanti di cui parlare per passare il tempo. Fremevo e avevo bisogno di muovermi e fare qualcosa. Di sistemare il mio appartamento che, da quando era passata mia madre, aveva nuovamente iniziato ad accumulare polvere e disordine, nemmeno a pensarci, per cui salii in macchina e mi diressi verso Fiorano senza averlo scelto, spinto da una forza sconosciuta che faceva sì che l’auto percorresse le strade senza che io potessi imporre la mia volontà. Andrea avrebbe definito in altro modo questa forza sconosciuta, ma fatto sta’ che ero già quasi arrivato quando dovetti fermarmi per rispondere a una telefonata nella quale mia sorella mi avvertiva che era arrivato un fax per me. Dalla Colombia. Il signor Perez, pensai. «Leggimelo per favore.» Dissi a mia sorella. «Il dottore si chiama Baldi. Di Modena. Basta non dice altro.» 219


Furono le parole che giunsero dall’altro capo del telefono. «Grazie ciao.» Salutai mia sorella. «Ciao fai a modo.» Fu il suo saluto con annessa raccomandazione. Rimasi un momento a pensare poi proseguii il mio cammino ma a Fiorano deviai in direzione di Modena. Quel nome non mi era nuovo. Mi fermai in un bar dove bevvi un caffè e cercai nella guida del telefono l’indirizzo del dottor Baldi, dopo di che mi diressi in Via Emilia Ovest dove sorgeva lo studio del dottore secondo quanto appresi dalle Pagine Gialle. Era un edificio un po’ vecchio o storico, secondo l’interpretazione che si volesse dare alla cosa; praticamente in centro, vicino all’ospedale e al museo civico. Camminai un po’ nella zona finché individuato un internet point entrai e feci una ricerca dalla quale emerse che il dottore era uno con le palle nel campo dell’oncologia. Che cazzo c’entra con il seno della defunta Rosalba? Mi domandai. Chiamai Andrea per sapere il nome del dottore proprietario della macchina che avevamo visto alla festa nella villa in campagna e il modello di auto corrispondente a lui tra i vari che avevamo visto. La sua risposta confermò quello che già pensavo avendo letto la targa fuori dell’edificio dello studio Baldi. Erano due! Nessuno dei due però era chirurgo estetico e questo complicava un po’ le cose. Giacomo Baldi 63 anni era oncologo e un luminare nel suo campo; Paolo Baldi era dermatologo e stando alla scarsa quantità di notizie che potei reperire su di lui in internet immaginai che era il fratello sfigato che viveva della luce riflessa del grande medico accanto al quale aveva lo studio. Quest’ultima cosa, quella del fratello sfigato, unita alla sua specialità, la dermatologia, che nella mia mente aveva più a che vedere con la chirurgia estetica che l’oncologia, mi faceva propendere per Paolo come possibile autore dell’operazione di Rosalba e partecipante all’asta. 220


Poteva benissimo aver cambiato specialità nel corso della carriera, pensai. Il fatto che il luminare fosse Giacomo mi faceva invece supporre che il macchinone visto alla festa potesse essere il suo. Poteva anche darsi però che lo prestasse generosamente al fratellino meno fortunato. Tutte queste speculazioni avvenivano mentre ero comodamente seduto al tavolo di un bar giusto di fronte alla studio Baldi, bevendo un caffè e fumando una sigaretta. Mi rivolsi al barista: «Scusi, il dottor Baldi, il chirurgo estetico ha lo studio là?» E indicai la porta di fronte a noi. «Sì e no.» Rispose il barista con aria misteriosa. «Scusi?» Domandai cercando aiuto e spiegazioni. «Il dottor Paolo Baldi, nostro cliente da anni, come il fratello Giacomo del resto, viene tutti i giorni anche due volte al giorno, alla mattina e anche al pomeriggio. Dice che non c’è caffè migliore in tutta Modena.» Disse con orgoglio e vanità. «Mi fa piacere.» Commentai non sapendo che altro dire. «Comunque» riattaccò il barista, «il dottor Baldi non è chirurgo estetico, più precisamente non lo è più.» «Ah!» Esclamai sorpreso in attesa che l’uomo proseguisse nel suo racconto che iniziava a farsi interessante. «Lo è stato per molto tempo, però circa cinque anni fa ha cambiato specialità. Adesso è dermatologo, cura la pelle.» «Grazie, molto gentile.» Tagliai corto. «Non credo che le cose vadano molto bene per lui.» Aggiunse. «Andavano meglio prima?» Domandai. «No.» Fu la secca e concisa risposta del barista. «Non sono mai andate bene per lui? Mi sembra di capire che per il dottor Giacomo vadano più che bene.» Lo imboccavo sperando di scucire qualche informazione in più. «Certo, Giacomo, il dottor Giacomo Baldi» Si corresse: «È quello che, come si dice, tira avanti la baracca. Paolo che è il più giovane si dice che non abbia molta voglia di lavorare. Pensa più alle donne, a giocare a carte e alle macchine. Le malelingue dicono che ha sputtanato tutto e che se non fosse per il fratello Giacomo sarebbe in mezzo alla strada.» 221


«E lei cosa pensa? Voglio dire ci crede a quello che dicono?» Azzardai. «Io penso agli affari miei.» Disse cambiando immediatamente atteggiamento nei miei confronti. Per fortuna, pensai. Figuriamoci cosa avrebbe detto se non pensasse agli affari suoi. Comunque fosse non dava più l’idea di voler collaborare oltre. D’un tratto si era trasformato in una persona discreta. Decisi di non domandare troppo, quel barista aveva la lingua facile nonostante lui credesse il contrario. Bevvi un altro caffè, accesi una sigaretta e in quel momento ebbi una illuminazione: Elisa! Ecco dove avevo sentito quel nome! La mia compagnia di disavventure all’ospedale mi aveva detto di lavorare presso un dottore di Modena e il nome mi sembrava proprio coincidere... La chiamai. Non era lontano e dopo 15 minuti era seduta accanto a me al bar. Dopo saluti e baci e convenevoli vari del tipo: come stai? Il lavoro tutto ok? E la gamba? E tutto il resto; arrivai al punto che mi interessava. «Se non ricordo male mi dicesti che lavori per il Dottor Baldi, vero? Quale?» Aggiunsi immediatamente senza aspettare che rispondesse alla prima domanda. «Sì, il dottor Giacomo Baldi.» Confermò lei. «E che sai del fratello, Paolo?» Domandai: «Girano voci strane su di lui. Alcune persone dicono che si sia messo in qualcosa di poco pulito.» «Io non do molto credito alla voci però confermo che qualcosa di vero c’è, te lo dico perché l’ho sentito dal fratello. Li ho sentiti litigare. Non sono proprio due fratellini modello. Bisticciano, spesso alzano la voce e allora mi capita di sentire cose. Stai lavorando su di loro?» Domandò. Sapeva che tipo di lavoro facevo e le domande che le stavo facendo la incuriosivano. «Sì però al momento non posso dirti molto altro, meno sai meglio è.» «Per questo ti hanno ridotto come ti ho visto all’ospedale?» Domandò dando mostra di scaltrezza. 222


«Diciamo di sì.» Fu la risposta anche se poi mi affrettai ad aggiungere: «Anche se il dottore non c’entra direttamente con quello che mi è successo. Cosa hai sentito su Paolo?» Domandai. «Donne, sesso, droga e soldi. Questi erano gli argomenti dei loro litigi.» Poi specificò: «Giacomo è preoccupato e Paolo gli dice di pensare agli affari suoi. A volte mi è parso di sentire parlare di interventi chirurgici non proprio regolari.» Elisa interruppe il racconto e richiamò la mia attenzione discretamente verso una persona che camminava poco lontano da noi. «Guarda, eccolo che esce dallo studio.» Disse. Mi voltai e vidi un uomo elegante, camminava con passo deciso ma sembrava pensieroso. Un metro e ottanta, capelli grigi, con qualche chilo in più ma tutto sommato in forma. Cercai di fargli una foto mentale poi mi rivolsi nuovamente al Elisa. «Quello è Paolo?» Domandai. «Sì.» Confermò. «Grazie mille, scusa devo andare.» E feci per andarmene cercando di non perdere di vista il medico che intanto era salito sulla sua auto. «Non se ne parla nemmeno! Mi vuoi lasciare qui sola? Vengo con te.» Ordinò Elisa. Non avevo molto tempo per discutere. «Vieni andiamo.» La incitai: «Muoviti.» «Che emozione.» Aggiunse poi: «Non ho mai fatto nulla di simile.» «Cammina, cammina.» La spronavo: «E non fare casino.» Salimmo sulla mia auto e ci lanciammo all’inseguimento. Il dottore si diresse verso la Via Giardini che imboccò e percorse in direzione Sud mentre io gli stavo dietro cercando di mantenere il passo della BMW di Baldi che sfrecciava più veloce del consentito. Speravo che non ci fossero autovelox in zona e accelerai per non perderlo. La mia piccola Punto soffriva ma avevo dalla mia parte il vantaggio che mi offriva un’auto di dimensioni ridotte nel traffico di Modena; dovetti 223


anche salire su un paio di marciapiedi ma arrivai senza perderlo fino a Baggiovara dove individuai quella che doveva essere casa sua poi me ne andai sicuro che il dottore non si fosse accorto della mia presenza. Quando ebbi visto dove viveva, il mio compito per quel giorno era finito. «Questo è tutto!» Comunicai a Elisa. «È stato bello, mi batteva forte il cuore.» Fu il suo commento. «Ti accompagno a casa. Dove vivi?» «A Sassuolo.» Rispose. «Se ti è piaciuto può darsi che avremo altre occasioni di collaborare, intanto, non una parola su quello che hai visto e le domande che ti ho fatto, intesi?» Ordinai serissimo. «Certo.» Poi mi diede un bacio e si fece lasciare nei pressi del centro commerciale Bella Vista. La lasciai sorprendendomi di me stesso: non avevo nemmeno provato a invitarla a cena; ma nella mia mente già stava affiorando un’idea diversa. Rientrando alla base, mandai un messaggio a Mari: “Ti dice qualcosa il nome Baldi, è un medico.” “No.” Rispose. “Dov’è tuo marito adesso?” “Non lo so.” Di gran aiuto, pensai. “Sei al ristorante?” Fu il seguente messaggio. “Sì, passi di qui?” 224


Volai verso il ristorante dove rimasi fino alla tre del mattino quando decisi che poteva bastare e andai a dormire. C’era molta gente e non ebbi molte occasioni per parlare tranquillamente con Mari. Però le dissi quello che più mi interessava sapesse e risultò essere d’accordo con me dando tutta la disponibilità di cui avessi potuto avere bisogno per il compito che avevo intenzione di svolgere il giorno seguente. Dopo le prove generali del giorno precedente col dottore, che praticamente non avevano portato a nulla di interessante se non aggiungere un altro dubbio ai mille già presenti, mi alzai con l’animo giusto per non fare caso ai consigli di Andrea e procedere con il piano concordato con Mari la sera prima: seguire Giovanni! Avevo preparato un thermos di caffè e due pacchetti di sigarette nel caso il lavoro si fosse protratto a lungo e poco prima delle dieci del mattino ero già posizionato in un punto strategico vicino all’incrocio dove la Strada Statale di Fiorano incrociava la laterale che portava a Villa Testaro. L’incrocio, protetto da una casa, mi permetteva di rimanere accostato al ciglio della strada e vedere tutte le auto che si immettevano sulla statale. Era il passaggio obbligato che avrebbe dovuto percorrere anche Giovanni. L’unica incognita era il semaforo. A seconda della direzione che avrebbe preso Testaro avrei avuto il cinquanta per cento di possibilità di avere anche io il verde o al contrario, ritrovarmi bloccato dal rosso. Inoltre c’era anche la possibilità, seppur remota, una su quattro, che Giovanni svoltasse alla sua sinistra in direzione Sassuolo. Di tutte sarebbe stata la peggiore perché me lo sarei trovato di fronte e avrei dovuto tentare un’improbabile inversione a U per poterlo seguire; aldilà del fatto che mi avrebbe potuto vedere e riconoscere cosa che avrebbe demolito il mio progetto. Se Mari avesse conosciuto in anticipo le intenzioni di suo marito, mi avrebbe mandato un messaggio, come concordato; in caso contrario il tutto era nelle mani del destino. Ero preparato anche alla peggiore delle ipotesi che prevedeva di lasciare perdere e ritentare il giorno dopo. 225


Il messaggio che mi arrivò dopo una mezz’ora di attesa diceva semplicemente: “Sta uscendo. Porsche rossa”. Leggerlo significò una scarica di adrenalina immediata, il cuore accelerò, i muscoli si tesero e lo sguardo si concentrò su qualsiasi cosa in movimento di colore rosso. Se fosse passata Cappuccetto in quel momento avrei seguito lei. Mi sentivo come un toro durante la corrida e Giovanni era il matador anche se speravo che non mi tagliasse le palle. Accesi una sigaretta e iniziai a tirare nervosamente aspirando lunghe boccate, finché dopo un tempo che mi parve lunghissimo vidi un fulmine rosso attraversare l’incrocio. Misi in marcia la mia punto e lo segui. Fortunatamente aveva svoltato a destra in direzione Maranello per cui non fu difficile immettersi nel traffico nella sua stessa direzione. Speravo che non avesse troppa fretta e mantenesse un ritmo di guida accettabile per la mia Punto. Tra la mia e la sua lasciai due macchine, sufficienti perché non si accorgesse di me, ma non così tante per perderlo di vista. A un certo punto svoltò a sinistra in direzione della Circonvallazione che poi imboccò verso Sassuolo. Iniziò ad acquistare velocità; anch’io accelerai ma sapevo che non c’era molto da fare se avesse proseguito così. La sua auto era poco più che un puntino rosso quando lo vidi svoltare a destra lasciando la Pedemontana, in direzione di Castellarano. Feci lo stesso e lo rividi sulla lunga retta all’altezza della Veggia sfrecciando via. Se avesse svoltato in un qualsiasi momento lo avrei perso e questo fu quello che pensai quando, quasi a Roteglia, non lo avevo ancora rivisto. Stavo per rinunciare e tornare indietro quando vidi una Porche rossa parcheggiata presso il bar quasi entrando a Roteglia; doveva essere lui. Il piazzale adibito a parcheggio del bar era sufficientemente grande e affollato di macchine perché anch’io parcheggiassi lì e rimanessi in auto senza dare nell’occhio. Con mia grandissima gioia e piacevolissima sorpresa, l’attesa fu premiata quando vidi uscire dal bar Giovanni. L’adrenalina 226


ricominciò a circolare abbondante nel mio flusso sanguigno; sudavo copiosamente ed ero sicuro che la mia faccia diventò dello stesso colore della Porsche di Testaro quando, pochi passi dietro a lui, uscendo dallo stesso bar, vidi Paolo Baldi. Tirai fuori immediatamente la macchina fotografica spinto più da un istinto che da una decisione razionale. L’emozione non mi permetteva di ragionare molto, agivo come un automa e prendevo decisioni in frazioni di secondo. Iniziai a scattare foto a raffica mantenendomi il più possibile coperto dal cruscotto, sperando che almeno una buona uscisse. I due intanto erano saliti in macchina, sulla BMW del dottore e si dirigevano verso la montagna. Continuai a cercare di tenere il loro passo, finché, avendoli persi di vista a Muraglione, una volta giunto a Cerredolo, desistetti. Parcheggiai appena entrato a Cerredolo e scesi dall’auto per scaricare la tensione; andai al bar a bere un caffè a tornai a sedermi in auto mentre fumavo e pensavo al da farsi. Mandai un messaggio ad Andrea chiedendogli che incaricasse Piras di verificare tutto quello che poteva sapere di Paolo Baldi. Poi comunicai a Mari che lo avevo perso e le chiesi se la zona in cui i due erano scomparsi le suggerisse qualcosa. Il mio telefono squillò quasi subito ed era l’ispettore che supponevo un po’ preoccupato e anche un po’ incazzato. Sicuramente era una suggestione ma avevo l’impressione che il mio telefono percepisse gli stati d’animo di Andrea e quando mi chiamava incazzato, squillasse con più insistenza e un tono leggermente più forte. Mi stupivo che i produttori di telefoni con tutte le tecnologie a disposizione non avessero ancora inventato il telefonino umorale: il telefono che ti avvisa dell’umore della persona che ti sta chiamando. Il display potrebbe indicare: “Moglie incazzata”, “suocera rompi palle”, “amante gelosa”, “amico al verde” e simili; in maniera da sapere in anticipo il tipo di telefonata entrante e cosa ci aspetta prima di rispondere, preparando tutte le scuse e bugie del caso. «Che minchia stai facendo Alle?» Fu il saluto di Andrea 227


che confermò i miei sospetti sul suo stato d’animo. «Niente, ieri ho ricevuto un Fax dal signor Perez il quale mi informava che Baldi è stato il medico che ha messo le protesi a Rosalba. Dal momento che mi annoiavo a stare in casa da solo ho verificato un paio di cose tra le quali spicca per importanza che il dottor Baldi fa colazione con Giovanni e poi passeggiano insieme verso l’Appennino modenese. Non credo che siano amanti e dal momento che Baldi era anche alla festa alla villa, qui gatta ci cova.» «Non so se incazzarmi o essere felice.» Fu il commento di Andrea alla notizia. «Sorridi allora che la vita è bella.» Suggerii. «E visto che ci sei, mi sai dire dove passeggiano di preciso?» Domandò con ironia nella voce Andrea. «Sfortunatamente no. Io al momento sono a Cerredolo, però li ho persi a Muraglione per cui possono aver preso diverse direzioni: Baiso, Civago, Montefiorino.» «Capisco. Dirò a Piras di fare domande in giro. E tu fa quel cazzo che vuoi tanto non ascolti mai i miei consigli e fai lo stesso quello che ti pare.» Fu il commento di Andrea. «Manca poco al 3 Giugno e non abbiamo niente. Cosa fa la polizia? Forse sarebbe stato meglio avere un amico dei Carabinieri.» Lo provocai e ottenni quello che cercavo. «Vaffanculo Alle.» E riattaccò. «Tanti cari saluti anche a te.» Dissi ironicamente al telefono ormai silenzioso. Sapevo che la provocazione avrebbe avuto l’effetto di uno stimolo per il buon Filippi. Non sarebbe rimasto con le mani in mano sapendo che io scorrazzavo in giro con la possibilità che combinassi qualche casino grave. Me lo immaginavo avvicinarsi cautamente all’ufficio del Commissario per sapere se c’erano novità dal PM. Lo vedevo insistere, gentile e leccaculo, che doveva autorizzare ulteriori indagini su Testaro e sorrisi all’idea della scena. Rimasi col telefono in mano guardandolo e aspettando di trovare sul piccolo display un’idea o un consiglio su cosa fare. 228


La giornata era soleggiata e l’idea di una gita in montagna non era poi così male, considerato che a mezz’ora da lì, in un piccolo paesino del Comune di Frassinoro la mia famiglia aveva una casa. Conoscevo i luoghi e avrei potuto passare una mezza giornata all’aria aperta e immerso nella natura. Decisi quindi di continuare la gita e godermi la giornata. Procedevo sulla statale del Passo delle Radici senza fretta, godendomi il panorama quando, in prossimità del bivio che da un lato porta a Montefiorino e dall’altro a Frassinoro, nei pressi del quale sorge una casa di mattoni faccia vista da poco ristrutturata, la mia attenzione fu richiamata da un’auto uguale a quella del dottor Baldi: stesso colore, stesso modello. Mi incuriosii e decisi di dare un’occhiata. Poteva essere solo una coincidenza, però se non lo era? Lasciai la mia auto un poco più in basso, misi in spalla lo zaino e proseguii a piedi sperando di non richiamare l’attenzione e di essere confuso con un cercatore di funghi. Poco prima della casa, lasciai la strada e deviai per i campi entrando nel bosco che la circondava con l’intenzione di avvicinarmi dal retro protetto dalla vegetazione. Dovetti camminare tra sterpaglie e foglie umide e scivolose e un paio di volte caddi anche. Quindi salite e discese in mezzo a rovi e cespugli. Quando finalmente intravidi i muri della casa avevo già il fiatone, sudavo, ero sporco e con la faccia e le braccia graffiate dagli spini. Col cuore in gola giunsi fino al limitar del bosco e presi la macchina fotografica dallo zaino. Scorgevo una finestra ma non riuscivo a vedere nulla dentro. Con l’aiuto dello zoom cercai di assicurarmi che nessuno potesse vedermi da dietro i vetri. Feci alcuni respiri profondi per cercare di calmarmi e poi, spinto dall’istinto, cominciai a correre in direzione della casa. Mi ci vollero pochi secondi a percorrere la distanza di circa 15 metri che mi separava dal muro che mi avrebbe protetto, ma mi sembrarono ore. Mentre correvo, senza nulla che mi riparasse, mi sentivo nudo. Immaginavo di sentire aprire la porta o la finestra e la voce di Testaro che gridava: “fetuso, che minchia vuoi? Ti spezzo le gambe”; poi immaginavo che mi avrebbero fatto prigioniero, torturato e tra indicibili 229


sofferenze avrei dovuto confessare il motivo della mia visita. Alla fine della corsa, mi appiccicai alla parete della casa che in quel momento era la cosa più cara che avessi, sembravo un geco ma avrei voluto essere invisibile. Sentivo il freddo del muro di pietra che, superata la protezione della maglietta, mi entrava nella pelle e nelle ossa. Il battito del cuore a contatto con la parete sembrava che mi facesse rimbalzare allontanandomi da quell’unica ancora di salvezza. Attesi alcuni secondi durante i quali grazie a Dio nessuna porta né finestra si aprì, né sentii alcuna minaccia. Iniziai a strisciare lungo la parete come un serpente, poco a poco, con i sensi allerta, le mani accarezzavano i mattoni come se potessero darmi un po’ di coraggio e sicurezza. Dopo tre metri ero di fianco alla finestra. Mi fermai e respirai. In lontananza l’abbaiare di un cane mise a dura prova le mie coronarie. Le gambe mi tremarono e per un attimo pensai che sarei svenuto, vedevo solo puntini neri di fronte a me e mi girava la testa. Respirai e ritrovai miracolosamente la compostezza grazie forse a quell’unico neurone rimasto che prevalse. Avvicinai lentamente la faccia alla finestra e cercai di percepire qualsiasi minimo rumore che provenisse dall’interno. Allungai un braccio giusto il necessario affinché l’obiettivo della macchina fotografica sporgesse dalla parete inquadrando l’interno attraverso la finestra. Non potevo vedere nulla a causa dell’angolazione del display quindi scattai a caso varie volte. Ritrassi il braccio e controllai le foto. A parte il riflesso del vetro della finestra vidi solo mobili e sedie. Nessuna persona. Via libera. Mi sporsi e guardai dentro. Effettivamente quello che vidi era una comune sala con tavolo, sedie e divani; però, sul fondo, intravidi l’accesso a un’altra stanza dove si trovavano Testaro e il dottore, cosa che mi produsse un tuffo al cuore ma anche una gran soddisfazione: almeno tutta la fatica e la paura erano servite a qualcosa. Dalla mia postazione potevo solo vedere quando, muovendosi, passavano nello specchio di luce della porta e visto il numero di volte che li vidi passare pensai che fossero impegnati 230


a fare qualcosa che li obbligava a muoversi nella stanza. Decisi di continuare a fare il geco-serpente e sempre attaccato alla parete esterna come una cozza al suo scoglio, cominciai a strisciare per cercare un’altra finestra nella speranza che offrisse una migliore visuale. Adesso ero su una della pareti laterali cosa che mi esponeva parzialmente alla vista di chi giungeva dalla strada poco più sotto. Sperai che i montanari avessero altro da fare che notare una persona con uno zaino in spalla. La finestra successiva aveva gli scuri semichiusi. Ripetei lo stratagemma della macchina fotografica e quel che vidi mi fece pensare a uno strano gioco di luci. Non potevo credere a quello che vedevo e peraltro, in quel momento, non seppi dargli il significato che realmente aveva. Infilai nuovamente la macchina fotografica, tra gli scuri semiaperti e scattai varie foto muovendola leggermente tra una e l’altra. Ricontrollai il risultato e ancora una volta ebbi conferma di quello che già avevo visto. Decisi che avrei controllato con i miei occhi non fidandomi dell’evidenza fotografica. In quel momento un messaggio sul cellulare mi causò un principio di infarto. Produsse un rumore che nella mia mente spaventata risuonò come uno squillo di trombe. Cazzo! Imprecai mentalmente. Come ho potuto dimenticare di spegnere il telefono? Istintivamente presi il telefono e lo lanciai verso il bosco come fosse una bomba a mano in procinto di esplodere. Sono fregato, pensai, impossibile che non lo abbiano sentito dall’interno. Maledissi il cellulare e la prima volta che me ne avevano regalato uno, momento in cui anch’io, sempre repellente al telefonino, ero caduto nella dipendenza da sms e chiamate inutili. Cominciai a correre all’impazzata verso il bosco che sembrava lontano anni luce; le mie gambe spinte da un energia insperata sembravano non permettere ai piedi di toccare il terreno. Volavo letteralmente in direzione del bosco dove appena giunto mi lanciai in un cespuglio provocandomi ulteriori graffi su tutto 231


il corpo però finalmente potei tornare a respirare: avevo fatto tutto il percorso in apnea. Rimasi in ascolto e sbirciai tra i rami in direzione della casa dove vidi uscire il dottore seguito da Testaro; si guardavano intorno con aria sospetta, il loro sguardo puntava in tutte le direzioni finché guardarono verso il mio rifugio. Iniziai a pregare, nonostante il mio sentimento religioso non fosse mai stato profondo, sentivo il bisogno di appellarmi a qualcosa di superiore alla mie sole forze per uscire da quella situazione di merda e perché il cellulare che non doveva essere molto lontano non suonasse ancora. Speravo si fosse disintegrato in volo o fosse stato risucchiato al centro della terra o mangiato da un cinghiale. Tutto ma, per favore, che non squillasse ancora. Due ore dopo ero ancora nel fitto del bosco. Stava facendosi buio e dovevo uscire di lì. Ero rimasto nel cespuglio un tempo indefinibile durante il quale il dottore e Testaro avevano passeggiato intorno alla casa spingendosi in alcune incursioni fino al limitare del bosco. Li avevo anche sentiti parlare tanto si erano avvicinati e avevo paura che loro potessero sentire il battito del mio cuore impazzito. Fortunatamente la forza superiore cui mi ero appellato aveva fatto il suo dovere e dopo pochi minuti si erano messi in macchina ed erano andati via. Avevo passato l’ora seguente cercando il telefono come un drogato cerca la sua dose. Adesso le mie preghiere erano in senso contrario a quelle di poco prima: supplicavo che qualcuno mi chiamasse permettendomi di individuarlo. Forse era stato davvero inghiottito da un cinghiale o preso al volo da un falco e adesso era nel suo nido e cantava la ninna nanna ai falchetti. Spinto da un bisogno fisiologico, era appoggiato a un albero e mi apprestavo a orinare. Nel momento stesso che il getto tiepido di urina toccava il suolo, mi accorsi che stavo pisciando sul mio telefono. Con un colpo di reni interruppi la fontanella e raccolsi il telefono ancora fumante; lo pulii nella maglietta che tanto era già ridotta da schifo, verificai che funzionasse ancora e terminai, rilassato e contento, di pisciare. Tornai alla casa 232


molto più calmo e tranquillo solo per constatare che tutte le porte e finestre erano ben chiuse e sbarrate. Non potendo fare nulla tornai all’auto e intrapresi il cammino verso Sassuolo mentre scendeva la notte. Nel mio appartamento scaricai immediatamente le foto sul computer e su una chiavetta di memoria per avere una copia di sicurezza dopodiché rimasi una buona mezz’ora sotto la doccia cercando di scrollarmi di dosso la paura e le emozioni della giornata grazie all’acqua calda che scivolava sul mio corpo. Ero sfinito; tutte le energie mi avevano abbandonato, mi sembrava di aver corso una maratona. Avevo fame e sete e mi preparai qualcosa da mangiare mentre controllavo il telefonino per sapere chi aveva messo a rischio la mia vita chiamandomi; il tutto, comodamente seduto sul letto che in quel frangente fungeva anche da tavolo. Apparivano tre chiamate di Andrea e due messaggi di Mari che mi chiedeva se tutto era a posto e che cosa stavo facendo. Immaginai che anche Andrea avesse chiamato per sincerarsi che non stessi combinando troppi guai. Terminai di mangiare e lo richiamai aggiornandolo su quello che avevo visto, o meglio, immortalato nelle foto. «Dici sul serio Alle?» Domandò Andrea dopo la mia frettolosa e confusa spiegazione. «Molto sul serio, ho delle foto che lo dimostrano.» Dissi a conferma del mio strampalato racconto. «Tu mi stai dicendo che in una casa in montagna stanno preparando quella che ti pare essere una sala operatoria?» «Sì.» Confermai: «Più d’una a essere precisi.» «Perché credi lo stiano facendo?» «Non lo so.» Risposi: «Mi limito a dirti quello che ho fotografato: si vedono due lettini, tipo quelli per massaggi, con sopra una lampada come quella del dentista ma più grossa, ci sono dei vassoi in acciaio, dei camici e varie scatole e scatoloni.» «Non quadra» esordì Andrea, «le operazioni le fanno in Colombia secondo quanto hai potuto appurare.» 233


Avevo una vaga idea di cosa potesse significare tutto quello però in quel momento mi sembrava troppo strampalata per cui evitai di perdermi in speculazioni. Concordammo che gli avrei raccontato tutto con dovizia di particolari nonché mostrato le prove fotografiche il giorno seguente. Mi sdraiai nel letto con le braccia incrociate dietro alla testa e le mani sostenendo la nuca cercando di riorganizzare le idee e i ricordi del folle pomeriggio appena trascorso. Cosa significava tutto quello? Con questa e mille altre domande che mi frullavano in testa mi addormentai. Mi risvegliai verso le otto del mattino seguente, con ancora il piatto della cena e il bicchiere sul letto arrotolati nelle lenzuola in un groviglio che mi costò qualche minuto per riuscire a sciogliere. Mi sembrava di essere intrappolato e nel tentativo di liberarmi il piatto cadde rompendosi. Porca puttana, imprecai mentalmente poi, finalmente libero, mi preparai per uscire. Alle dieci del mattino ero in commissariato, nell’ufficio del Dottor Bazzi, accompagnato dall’ispettore Filippi e da Piras presente anch’egli per l’occasione, raccontando quello che credevo di avere scoperto. Dopo il resoconto fatto a Filippi avevamo deciso che avrei presentato una denuncia dove esponevo i fatti di cui ero casualmente venuto a conoscenza che dimostravano secondo me l’esistenza di un traffico di donne dalla Colombia. Oltre a tutti i documenti che avevo raccolto in Colombia vi erano allegate le prove fotografiche e alcune conclusioni personali. Speravamo con questo che il PM avrebbe autorizzato l’intercettazione delle ragazze sul volo Roma-Bologna del 3 Giugno prossimo. Mancavano solo due giorni alla data. Il Commissario mi ascoltò attentamente per tutta la durata del racconto poi si schiarì la voce visibilmente impressionato da quello che aveva udito e disse: «Qualcosa non quadra. Come ha ottenuto tutte queste informazioni?» Domandò rivolgendosi a me. «Mi sono state mandate dal padre di una delle vittime che 234


vuole che l’assassino della figlia marcisca in galera. È una persona potente e ha contatti un po’ ovunque in Colombia.» Risposi serio. «E le foto?» «Me le hanno fatte trovare anonimamente nella cassetta della posta.» Fu la risposa evidentemente falsa; ma non potevo certo dire che avevo svolto indagini senza una licenza da investigatore. «Chi mi garantisce che non siano false?» «Ci pensi un po’.» Risposi secco, poi aggiunsi: «Le può sempre mandare ad analizzare anche se il tempo non è molto.» «Bene.» Disse il Commissario: «Prenderemo in esame la sua denuncia e se avremo bisogno di lei la manderemo a chiamare, Grazie.» Infine, giocai la carta che avevo in serbo per lui. «Signor Commissario» esordii, «dal momento che credo non vi sia tempo da perdere, volevo informarla, che nella mattinata di domani, in assenza di risposte da parte vostra, andrò alla caserma dei Carabinieri a raccontare la stessa storia che ho appena spiegato a lei. Arrivederci.» Il commissario si fece serio e scuro in volto mentre io me ne andavo accompagnato da Andrea che mi aggiornò sulle ricerche svolte da Piras. Piras aveva raccolto informazioni non ufficiali sul dottor Baldi che peraltro risultò essere comproprietario, insieme al fratello, della casa in montagna e di quella in campagna dove eravamo sicuri si fosse svolto quella notte il mercato dei corpi. Secondo quanto Piras poté verificare tra i suoi informatori, il dottor Baldi era stato un discreto chirurgo estetico, specializzato in correzione di difetti e ricostruzione del volto: nasi, labbra occhi e zigomi erano la sua specialità anche se non esclusiva; si occupava di tutto ciò che era estetica. Sta di fatto che, circa sette anni prima un intervento era malriuscito, per così dire e un ragazza era uscita sfigurata da una rinoplastica, cosa che aveva causato non pochi problemi al Baldi che, oltre a dover risarcire la ragazza, si era visto costretto ad abbandonare l’attività, vista la pubblicità negativa che era 235


seguita al caso. Sebbene nemmeno prima del fattaccio fosse un luminare non se la passava per niente male. Dopo questo incidente invece, iniziò una discesa o meglio caduta libera che se non fosse stato per il fratello Giacomo lo avrebbe portato alla rovina. Iniziò a bere moltissimo e usare cocaina, mentre i più maligni dicono che questi due dettagli sono proprio quelli che avevano originato l’incidente. Sta di fatto che Baldi tre anni fa era sul lastrico. Gli rimanevano solo le proprietà che condivideva con il fratello. Poi, quasi all’improvviso, le cose iniziarono a migliorare per lui e si dice che questo avvenne dopo che conobbe Giovanni in uno dei suoi locali. Da allora, non era infrequente vederli insieme. Baldi cominciò una nuova attività come dermatologo in uno studio a fianco a quello del fratello che gli garantisce un flusso abbastanza constante di pazienti. Comunque si dice che più degli onorari medici quello che continua a mantenere i vizi di Baldi Junior sia il legame, poco chiaro, con Testaro. «E il fratello maggiore non sa nulla?» Domandai. «Secondo quanto ho potuto sapere da Piras» rispose Andrea, «fanno vite separate. Giacomo si è sentito obbligato a non lasciare che il fratello morisse affogato dai debiti, ma del resto non corre buon sangue tra i due. Non credo che sia al corrente di quello che fa Paolo. E ne ha anche pubblicamente preso le distanze per non vedere la propria brillante carriera trascinata nella merda dal fratello; in due parole, gli passava qualcosa ma non ne vuole più sapere di lui.» Lasciai il commissariato accompagnato da Andrea e Piras coi quali andai al bar di fronte a bere un caffè. «Che facciamo?» Domandai quando fummo seduti. «Un giorno, 24 ore calmo ci puoi stare?» Domandò Andrea disperato. «Non credo.» Risposi con la massima sincerità. «Credo che il commissario farà qualcosa se non altro per evitare che lo facciano i Carabinieri; se mi prometti che starai tranquillo 24 ore ti garantisco che con o senza autorizzazione del PM e del commissario arresteremo Giovanni. Me lo prometti?» Andrea mi guardò serio in attesa di sentire la risposta che sperava. 236


«Ci proverò ma non garantisco di riuscirci è più forte di me.» Risposi. Andrea alzò gli occhi al cielo in segno di rassegnazione dopodiché ci espose il suo piano del quale anche il fido Piras era parte. Bevemmo il caffè e ci salutammo dandoci appuntamento a casa mia 24 ore dopo. Un giorno intero. Cosa avrei fatto? Come avrei passato il tempo che ha il difetto che quanto ti concentri su di lui non passa mai e quando lo dimentichi ti sta sfuggendo? Chiamai Mari che non sentivo da un po’ aggiornandola sugli ultimi sviluppi e raccontandole che se tutto filava liscio avremmo presto arrestato suo marito, notizia che accolse con gioia. Mi informò poi che era sicura che qualcosa stesse succedendo, Giovanni non rientrava a casa da due giorni e non c’erano tracce nemmeno di Pino l’ultimo mastino rimasto. Qualcosa di grosso bolliva in pentola. «Se lo arrestano rimarrà dentro per molto?» Mi domandò a un certo punto. «Non so esattamente ma credo abbastanza perché’ tu possa ritenerti libera.» Risposi. Fu felice di ascoltare quelle parole. Poco dopo, non potendo starmene con le mani in mano, ero a Modena, presso lo studio del dottor Baldi senior col quale avevo preso un appuntamento urgente seguendo un’ispirazione che mi era venuta durante il racconto della storia che ci aveva fatto Piras. «Dottore, grazie di avermi ricevuto così in fretta.» Esordii. «Venga si sieda e mi dica il perché di tanta urgenza.» Mi invitò Giacomo Baldi. Appena rientrato a casa dopo la chiacchierata in commissariato avevo richiesto con molta insistenza un appuntamento con il Dottor Baldi, Giacomo, non Paolo, il quale controvoglia aveva deciso di sacrificare la pausa pranzo per ascoltarmi grazie anche al fondamentale intervento della sua segretaria tuttofare: Elisa, alla quale promisi una cena in cambio dell’intercessione 237


presso il suo capo. All’una del pomeriggio ero quindi al cospetto del fratello di Paolo, che non gli somigliava. Alto, magro, elegante, con ancora i capelli del loro nero naturale mi accolse in un ufficio molto lussuoso e arredato senza badare a spese. Il suo zerbino sicuramente costava più della mia macchina. Dopo alcuni preamboli che mi servirono per cercare di capire la personalità del dottore, iniziai a spiegare il vero motivo della mia visita con molta cautela. «Lei è proprietario insieme a suo fratello Paolo di una casa nella campagna tra Cognento e Tabina vero?» «Sì.» Rispose sicuro. Poi domandò: «Ma come sa queste cose?» «Faccio il detective.» Risposi senza ulteriori spiegazioni, poi aggiunsi: «È proprietario anche della casa poco prima di Montefiorino sulla statale del Passo delle Radici? » Più che una domanda era un insinuazione. «Certo.» Rispose stupito il vecchio dottore che si affrettò a prenderne le distanze: «Però sono anni che non ci vado.» Aggiunse. «Bene, ho motivo di ritenere che in queste due proprietà si stiano commettendo dei reati.» Affermai serio. «Che cosa vuole insinuare?» Il dottore aveva perso per un attimo le staffe; si era alterato per il fatto che qualcuno potesse anche solo sospettare di lui. «Non tragga conclusioni affrettate, non la sto accusando di nulla.» Dissi subito. Ritrovò la compostezza e lo sguardo attento e sveglio che avevo notato appena mi aveva stretto la mano entrando nel suo ufficio. «Suo fratello Paolo è immischiato in qualche attività illecita che lei sappia?» Domandai andando dritto al punto, forte delle rivelazioni di Elisa. «Non mi parli di mio fratello.» Disse secco: «Di quello che fa non so nulla e non voglio saperne nulla.» Ribatté deciso. «Sono costretto a parlarle di lui in quanto potrebbe trascinarlo in qualche guaio e sono qui per offrirle di collaborare 238


in maniera da rimanere fuori da tutta questa storia.» Il dottore mi guardò serio studiandomi, ebbi l’impressione che mi stesse facendo una visita medica cercando di entrare con lo sguardo dentro di me. Dopo un minuto di osservazione medica e scientifica aprì bocca. «Mi dica cosa posso fare per lei.» Propose gentile. Spiegai al dottore di cosa avevo bisogno, lui accettò, e io ringraziai e tolsi il disturbo. Nuovamente in cammino verso Sassuolo mi chiamò Andrea dandomi la grande notizia che il Commissario aveva deciso di dare un seguito alla mia denuncia. Un agente che parlava un po’ di spagnolo sarebbe stato sul volo del 3 Giugno per avvicinare qualcuna delle ragazze. Intanto aveva predisposto una discreta vigilanza presso ogni locale di Testato oltre che alla villa e alla casa in montagna del Baldi. Sembrava proprio aver preso in seria considerazione la denuncia. O la minaccia di andare dai Carabinieri, pensai mentre Andrea mi parlava. «E noi che faremo?» Domandai preoccupato. «Io sono stato incaricato della vigilanza presso la casa in montagna.» Mi comunicò: «Tu te ne starai tranquillo ad aspettare.» «Non ci provare nemmeno.» Sbottai: «Se non mi fai venire con te ci vado da solo, pianto una tenda nel bosco e aspetto.» Lo minacciai. «Un civile non può partecipare a una irruzione.» Sottolineò l’ispettore. «Non ho la minima intenzione di partecipare a nessuna irruzione come la chiami tu. Queste cose le lascio a voi. Io voglio solo essere lì durante la sorveglianza e quando lo porterete via ammanettato voglio vederlo. Ricordati che per causa sua ho quasi perso la virilità.» Terminai. «Ok Alle.» Disse Andrea rassegnato che poi aggiunse: «Tanto anche se dico di no non serve a niente.» E concluse: «Lo faccio solo per le tue palline!» «I miei maroni ringraziano!» 239


CAPITOLO 12

Nuovamente a casa cercai di organizzarmi preparando tutto l’occorrente per la piccola gita in montagna che mi attendeva. Macchina fotografica, con batterie di riserva e carica batterie, scheda di memoria, un vassoio di lasagne congelate gentilmente offerte da mia madre, l’ultimo della scorta che mi ero guadagnato per essere stato riempito di botte. Misi tutto in una valigia dove buttai anche scarpe da trekking, una torcia, un coltello, quattro pacchetti di sigarette caffè e varie altre cose. Telefonai a Mari dopo essermi assicurato tramite sms che il mostro che aveva per marito non fosse nei paraggi informandola della svolta repentina e fondamentale che stavano prendendo le indagini. La informai della sorveglianza che la polizia stava effettuando e di quella che avremmo fatto a partire dal giorno seguente a Montefiorino. Disse che erano tre giorni che non vedeva suo marito e che dal momento che presto lo avremmo arrestato sarebbe venuta con noi; non voleva assolutamente rimanere a casa sola. Se fosse riuscito a scappare? E se poi avesse accusato lei di averlo tradito? Acconsentii senza nemmeno provare a protestare, anzi con gioia, che venisse con noi e le dissi che si facesse trovare alle nove di mattina dell’indomani 241


a casa mia. Le augurai la buonanotte mandandole un bacio che feci schioccare nel telefono e che mi fece sentire un po’ scemo ma che lei apprezzò molto. Scrissi un fax che avrei poi mandato al signor Perez nel quale l’aggiornavo sulle indagini e lo informavo che, se tutto andava per il verso giusto, presto avrei potuto confermare l’arresto di Giovanni Testaro con accuse gravi, tra cui quella di essere il mandante dell’omicidio di sua figlia presumibilmente compiuto da Salvatore Prinzi, Totò. Ringraziai ancora per l’aiuto e promisi che mi sarei fatto sentire presto per raccontargli gli ulteriori sviluppi del caso. Alle dieci della sera il suono del campanello mi distolse dai preparativi e mi fece sobbalzare. Immaginai che a quell’ora potesse essere solo Andrea e andai ad aprire sporgendomi dal pianerottolo guardando in basso verso il portone principale per vedere chi sarebbe entrato. Ero già pronto a salutarlo con una cazzata delle nostre quando, con mia grandissima sorpresa vidi Marisol e con immenso stupore notai la valigia che aveva con sé. Scesi le scale per andarle incontro e aiutarla mentre da un lato imprecavo e dall’altro ero contento di quella che presumevo fosse l’intenzione di Mari per quella notte. «Mari!» Esclamai. «Cosa fai qui?» Domandai poi. «Non potevo resistere Ale. Scusa ma ho paura a stare a casa.» Le presi la valigia e salimmo le scale fino al mio appartamento. Una volta dentro: «È successo qualcosa?» Domandai seriamente preoccupato. «No. Niente di grave, solo ho paura e non volevo stare sola. Tutto qui.» «E Pino?» Domandai preoccupato. «È uscito un attimo e sono scappata.» «Mamma mia!» Esclamai. «E adesso?» «Cosa credi che avrebbe fatto come prima cosa sapendo che il capo è in galera?» Lo disse in un modo e con un tono che non lasciò adito a dubbi su quello che sarebbe stato il comportamento di quell’animale. «Hai ragione.» Confermai i suoi timori. 242


«Tornerò a casa quando saranno tutti in prigione.» Fu la conclusione di Mari. Che dire? Potevo forse negare rifugio a una persona impaurita e sola? Domandai alla mia coscienza, la quale immediatamente rispose con un secco no! «Non ti preoccupare.» Dissi: «Io dormirò sul divano.» «No ci dormo io.» Ribatté lei. «Non se ne parla nemmeno.» Sbottai. «No Ale dormo io nel divano.» Ripeté. Come prova generale di convivenza non era un granché, era entrata da un minuto e stavamo già discutendo. Speravo solo che non decidesse anche di mettersi a spostare mobili e rimodellare la casa. «Lasciamo stare per adesso, dopo decideremo.» Affermai con un tono che non lasciava spazio a repliche. «Hai mangiato?» Domandai. «Sì.» «Vuoi una birra o un caffè?» Offrii. «Sì grazie, una birra per favore.» Le porsi una birra e subito dopo misi due sedie sul balcone dove la invitai a sedersi mentre accendevo una sigaretta e mi disponevo a godermi un po’ d’aria fresca. La giornata era stata afosa sembrava già Agosto anche se era appena il 2 giugno e non mi dispiaceva affatto l’idea di stare un po’ sul balcone in buona compagnia rinfrescandomi dal caldo che avevo accumulato durante il giorno. «Cosicché domani è il gran giorno?» Attaccò lei. «Sì.» Confermai. «Che faremo?» Domandò. «A essere sincero, non molto, credo. Domani arriveranno a Bologna le ragazze alle sei di sera se il volo non è in ritardo. Potrebbero quindi arrivare a Montefiorino intorno alle nove e non credo che a quell’ora succederà granché, però dobbiamo essere lì.» Assentì e mi guardò come se volesse che continuassi. «Immagino che passeremo la giornata in osservazione giusto per vedere se qualcuno entra in casa, chi è, cosa fa e altre 243


cosucce dello stesso tipo, però in ogni caso non è prevista nessuna mossa da parte della Polizia. Inoltre» aggiunsi, «dobbiamo aspettare una telefonata che ci avviserà dei risultati dell’intercettazione e abbordaggio delle ragazze sul volo da parte di un agente. Speriamo possa ottenere informazioni interessanti.» «È tutto?» Domandò con espressione delusa. «Sì, più o meno. Vado a fare una doccia.» Le comunicai. «Anch’io ho bisogno di una doccia fa molto caldo.» Rispose lei. Rimasi muto a guardarla un attimo e poi me ne andai. Avrei voluto dire facciamola insieme ma le parole non mi erano uscite di bocca. Mi infilai sotto la doccia e vi rimasi molto, più del necessario. Fantasticavo su certe scene dei film dove lei entra completamente nuda e di fronte all’uomo stupito che sta per parlare lo zittisce con un dito poi con un bacio appassionato e tutto il resto. Non avvenne nulla di simile. Quando ormai la pelle dei polpastrelli mi si era gonfiata oltremisura mi rassegnai che non sarebbe entrata. Terminai la doccia e mi misi sul divano dove avevo deciso che avrei passato la notte; accesi la televisione misi il timer e mi lasciai cullare dalle parole per prendere sonno mentre sentivo che Mari usciva dal bagno e si chiudeva in camera mia. Non fu facile addormentarsi quella notte. Mi sentivo come quando da giovane dovevo andare in gita scolastica. Mille avventure mi passavano per la testa, la mia mente volava e non voleva saperne di spegnersi e lasciarmi riposare. Pensavo e ripensavo: all’indomani, a quello che mi aveva detto il dottor Baldi Giacomo e a come avrebbe reagito Andrea quando glielo avrei rivelato; alle ragazze in volo verso l’Italia, un carico di carne umana pronta da mettere in vendita al miglior offerente; alla casa in montagna e alla sala operatoria che stavano preparando; alle aste che sicuramente Testaro stava organizzando; infine, ma non certo da meno a lei, Mari, in camera mia; il suo corpo nel mio letto; forse proprio dalla 244


stessa parte dove dormivo io; la sua pelle a contatto con le lenzuola che poi mi avrebbero restituito il suo profumo e che difficilmente avrei cambiato per un bel po’, sempre che non fosse passata mia madre. Mi domandai se stesse dormendo oppure no e mi piacque immaginare che anche lei stesse fantasticando su di me come io facevo con lei. E se mi fossi infilato nel letto con la scusa che il divano era scomodo? Banale. Se mi fossi lanciato su di lei per poi chiedere scusa (solo se si incazzava) dicendo che ero sonnambulo? No. Se fossi corso da lei piangendo come un bambino spaventato dicendo che avevo fatto un brutto sogno? Naaa. Nessuna soluzione per quanto fantasiosa mi parve accettabile e continuai a girarmi e rigirarmi nel piccolo e scomodo spazio del divano. Il televisore si spense. Lo riaccesi pensando che era passata già un’ora e mezzo da quando mi ero sdraiato per cercare di dormire. Mi alzai e guidato solo dalla luce dello schermo mi diressi in cucina a fumare un sigaretta. Faceva caldo cosicché aprii il balcone e uscii appoggiandomi alla ringhiera. Alla luce del lampione della strada vidi che il mio orologio segnava le due e mezzo del mattino. Poche ore ancora mi separavano dal d-day. Immaginai le ragazze che, a occhio e croce stavano già volando verso l’Italia, verso quello che pensavano fosse il sogno di tutta la loro vita. Le aspettava un incubo se non avessimo beccato Giovanni. Lo beccheremo mi dissi. Cercavo di essere ottimista e in realtà lo ero. Ero sicuro che lo avrebbero arrestato speravo solo che lo avrebbero anche condannato a una pena detentiva abbastanza lunga da non permettergli di uscire vivo e soprattutto da non consentirgli di fare altro male. Quello che aveva fatto finora era più che sufficiente. Perso in questi pensieri quando Mari mi chiamò caddi quasi dal balcone dallo spavento. Mi girai e la vidi avvolta in un accappatoio Azzurro: il mio. Immaginai che stesse dormendo (nuda) e che sentendomi si fosse svegliata e alzata. «Non puoi dormire?» Mi domandò. «No. E scusa se ti ho svegliato.» Aggiunsi. 245


«No, non ti preoccupare Ale nemmeno io dormivo.» Disse lei. «Vieni, andiamo a letto.» Propose con la stessa naturalezza e calma con cui lo avrebbe detto a un bambino spaventato da un incubo. «Come, andiamo?» Domandai stupito. «Sì! Vieni, dormiamo insieme.» Disse confermando i miei sospetti; mi stava davvero dicendo di dormire con lei! La mia faccia in quel momento doveva aver assunto una espressione molto strana perché Mari immediatamente si sentì di dovermi tranquillizzare. «Non ti preoccupare, non ti salterò addosso.» Specificò come se il saltarmi addosso fosse per me una disgrazia da evitare a tutti i costi. «Quella è l’ultima cosa che mi preoccupa.» Mi affrettai a dire. «Dai Ale tranquillo che ho capito, non devi vergognarti. Andiamo a letto staremo come due amici.» «Ma capito cosa? Amici cosa?» Ero davvero stupito e non capivo cosa potesse pensare di aver capito lei. «Ho capito che sei gay!» Sbottò infine. Lo disse come se ammetterlo fosse una liberazione. Ammutolii. Passarono alcuni secondi che parvero un’eternità durante i quali presi in considerazione tutte le possibilità che avevo in quel momento: negare di essere gay, che tra l’altro corrispondeva alla verità, ma giocarmi la possibilità di dormire con lei; oppure, accettare di essere gay per un giorno ma dormire con lei che, se tanto mi dà tanto, considerato che andava in giro sempre mezza nuda, immaginavo che dormisse senza nulla addosso; forse si toglieva anche la pelle. «Come lo hai capito?» Domandai mentre assumevo un espressione da checca arrabbiata posizionandomi con una repentina mossa dell’anca verso l’esterno, e mettendo un solo braccio con il pugno chiuso piantato in un fianco, e la bocca chiusa e corrugata come per mandare un bacio. «Beh» esclamò, «è evidente. In 15 giorni soli in Colombia non ci hai mai provato e quando ti ho baciato ho visto stupore nei tuoi occhi, quasi stessi facendo una cosa proibita e non ne hai più parlato.» 246


Intanto ci eravamo trasferiti in camera dove avevo preso posto dal mio lato che non ero disposto a cedere. Lei aveva ancora l’accappatoio addosso e speravo cominciasse ad avere caldo. «Nemmeno tu però ne hai più parlato.» Dissi tornando sul discorso bacio. «Sì, perché mi vergognavo e mi sentivo in colpa, mi ero resa conto di non averti rispettato. Una donna che bacia un gay!» Lo disse scandalizzata come se fosse un peccato mortale. «Non ci pensare.» Dissi cercando di non dare importanza alla cosa. Mi sarei preso a schiaffi. Quasi quasi telefonavo a Pino per assoldarlo per mandarmi a pestare perché me lo meritavo. Poi aggiunse: «Scusa se mi permetto, ma Filippi è il tuo moroso, vero?» Non so come feci a trattenermi dal riderle in faccia. Forse l’idea che si lasciasse andare con l’amico gay girando per casa nuda, forse ero entrato nella parte, sta di fatto che mi potei controllare, assunsi un’espressione seria e risposi: «Non ti si può proprio nascondere nulla.» Dissi con tono di sorpresa, nel momento in cui decisi che dare del finocchio al mio amico avrebbe reso più simpatica la situazione: «Lui fa la parte della donna!» Aggiunsi immediatamente per essere preciso. «Siete sempre insieme.» Commento Mari: «Va bene essere amici ma c’è un limite a tutto!» «Hai ragione, Mari.» Poi le spiegai: «Dopo sposato si è accorto che i suoi gusti erano cambiati. Però è affezionato alla moglie e mi lascia qui a impazzire come una checca gelosa.» Aggiunsi per dare credibilità alla cosa. «Poverino.» Esclamò Mari che però sembrava prendermi in giro. «Ormai ci sono abituato.» La tranquillizzai. In quel momento Mari si alzò e si tolse l’accappatoio, finalmente il caldo giocava a mio favore, e rimase in mutandine e con una canottiera la cui stoffa aveva lo spessore della carta velina. Gli occhi mi si illuminarono e dovetti inventare di dover andare in bagno per ritrovare la compostezza. Dopo pochi minuti ero di nuovo a letto pronto per affrontare 247


quello che restava della notte con a lato una Maya quasi desnuda. Accesi la tv per garantirmi un minimo di luce per non perdermi lo spettacolo che si svolgeva al mio lato poi con aria disinteressata mi sdraiai cercando di dormire cosa per nulla facile con lei a fianco. Dopo pochi minuti lei dormiva già, mi aveva salutato con un bacio, si era girata dall’altra parte, senza che per questo lo spettacolo ne avesse risentito, e io ero rimasto con gli occhi sbarrati però non guardavo il soffitto... Il sonno, già assente prima di diventare gay, adesso era scomparso; se prima mi era stato difficile dormire sul divano sapendola a pochi metri da me nell’altra stanza, adesso, avendola a pochi centimetri e praticamente nuda, era impossibile. Stava già schiarendo fuori quando, vinto dal sonno e dalla stanchezza, mi addormentai. Dopo poche ore, che a me sembrarono minuti, il suono della sveglia mi parve lontano come in un altro mondo. Ancora con gli occhi chiusi realizzai che era il gran giorno. Erano le sette del mattino. Avevo tempo di preparare le ultime cose e partire. In quel momento ricordai che non ero solo a letto. La mia mente non del tutto sveglia volò alla notte precedente e ricordai i discorsi fatti con Mari. Come prima cosa aprii lentamente un solo occhio, lei si stava muovendo disturbata nei suoi sogni dal suono della sveglia nonostante l’avessi spenta velocemente. Vidi la sua schiena, era girata su un lato e coperta dalle lenzuola fino alla cintura. Aveva una bella schiena, muscolosa ma femminile, la linea della colonna vertebrale ben marcata, la vita stretta e sotto il lenzuolo, intravedevo la curva dei fianchi. Si mosse mettendosi in posizione supina. In quell’istante afferrò il lenzuolo e si coprì proprio un attimo prima che potessi vederla. Aveva ancora gli occhi chiusi, ma si muoveva e si stava svegliando; il lenzuolo le disegnava il contorno del corpo. Avrei voluto accarezzarla ma ricordai che ero gay. 248


Infine si girò dal mio lato, praticamente avevo di fronte a me tutto il suo splendore. Tra la mia vista e la sua pelle nuda solo un sottile lenzuolo e mentre speravo che il prossimo movimento sarebbe stato quello che mi avrebbe permesso di vedere quelle due opere d’arte della natura, aprì gli occhi. Con la massima naturalezza si mise a sedere sul letto ancora avvolta dal lenzuolo che già pensavo di conservare in una teca di vetro, lungo il corridoio d’entrata, come la mia personale Sacra Sindone. Si alzò e vidi il piccolo perizoma che risaltava ancor più i glutei; si infilò la canottiera, quella di carta velina, dandomi le spalle e scusandosi perché ancora non era abituata all’idea che fossi gay e si diresse in bagno con tutta quella massa che a ogni passo sembrava danzare per me. Se lei non era ancora abituata all’idea che fossi gay figuriamoci io! Però dovetti reggere il gioco e con la speranza che si abituasse in fretta, ammaliato da quella visione, mi rivolsi a lei: «Mi piacerebbe avere un corpo come il tuo.» Le dissi esagerando un po’ il mio ruolo di omosessuale. Lei non disse nulla, sorrise e si chiuse in bagno. Quando alle 8:30 del mattino Andrea, il mio fidanzato, inconsapevole di esserlo, mi venne a prendere e mi vide uscire con una Mari più che allegra, sorrise ironicamente pensando a quello che avrebbe pensato qualsiasi persona: aveva passato una buona notte ed era soddisfatta e sorridente. Se avesse anche solo immaginato che il sorriso era rivolto a lui come a dire: “So già tutto”, avrebbe cambiato quell’espressione da pirla che aveva e fatto qualche allusione in meno. «Avete dormito bene?» Domandò infatti con malcelato doppio senso. Mari in tutta risposta esclamò: «Da Dio!» Cosa che in lui confermò i sospetti ma che secondo le intenzioni di Mari doveva risvegliare la sua gelosia nei miei confronti come vendetta per lasciarmi solo e stare con la moglie. «Si è comportato bene Alle?» Fu la seguente domanda di Andrea. «Sì non ti preoccupare.» Disse Mari ironicamente che pensava di star assistendo a una scenata di gelosia di Andrea. 249


Fermiamoci a prendere un caffè! Tagliai corto io che invece non volevo che nessuno dei due continuasse il discorso che stava prendendo una brutta piega e si faceva pericoloso; se in quel momento fosse uscita la verità mi avrebbero probabilmente preso a legnate entrambi.

250


CAPITOLO 13

Il 3 giugno in tarda mattinata eravamo quindi comodamente sistemati nella casa eletta come punto di osservazione nei pressi di Montefiorino. La polizia aveva gentilmente preso contatto con i proprietari della stessa, che si trovava nelle vicinanza di quella del Dottor Baldi e l’aveva affittata per tre giorni. I proprietari della casa erano due signori di mezz’età che vivevano a Sassuolo e vi passavano tutto l’anno a parte i mesi di Luglio e Agosto quando si trasferivano nella casetta che adesso era il nostro rifugio. Era una vecchia casa di campagna rinnovata e abbastanza comoda. Si affacciava da un lato sulla strada principale da cui distava una cinquantina di metri, per cui era possibile vedere le auto in arrivo; dall’altro si affacciava verso quella del dottore dalla quale lo separava solo un campo incolto. Il bosco in cui mi ero rifugiato alcuni giorni prima le girava attorno a una distanza di 30 metri per cui era possibile uscire dal retro e passando per il bosco, arrivare allo stesso punto dove mi ero sistemato la prima volta senza essere visti, protetti dalla vegetazione. 251


I nuovi inquilini della casa erano l’ispettore Filippi, l’agente Piras, Marisol ed io. Speravo che la presenza di Marisol non ci distraesse troppo dal lavoro di osservazione; che non significava certo passare tutto il giorno a guardare lei. La casa aveva due sole stanze da letto; una matrimoniale dove decidemmo di lasciare Mari e una più piccola con un letto a castello dove a turno avremmo dormito noi, dal momento che uno tra Piras, Filippi ed io doveva sempre rimanere sveglio e vigile, a controllare la casa del dottore. Il commissario Bazzi che non voleva perdersi lo spettacolo ma che non poteva, secondo il suo modo di vedere le cose, mischiarsi col popolo, si era sistemato in un hotel a Montefiorino e da lì impartiva istruzioni, puntualmente disattese, e riceveva notizie, generalmente inutili. La mattina la passammo sistemando le cose e cercando di riordinare la casa che, essendo disabitata da quasi un anno, era più impolverata del mio appartamento; la presenza di una donna, in questo momento, si rivelò quanto mai utile e necessaria. Mari rimise tutto in ordine, spolverò i mobili e lavò i pavimenti mentre noi tre sistemavamo tutto l’armamentario necessario per la sorveglianza. Avevamo piazzato un teleobbiettivo tra le ante socchiuse della finestra che puntava verso la casa del dottore; teleobbiettivo che, collegato a un portatile, ci permetteva senza nemmeno affacciarci alla finestra di vedere cosa succedeva nella casa di fronte. Piras si offrì volontario per andare a visitare l’esterno della casa di Baldi, al fine di individuare qualche nascondiglio utile per mettere trasmettitori di voce che avrebbero forse permesso di ascoltare quello che succedeva all’interno. In quel momento decisi di rivelare ad Andrea il mio piano reso possibile dalla gentile collaborazione del dottor Baldi senior che avevo visitato il giorno precedente. Senza tanti preamboli esordii dicendo: «Non sarebbe male entrare in casa per una piccola ispezione.» Proposi. «Sì, ma toglitelo dalla testa.» Fu la risposta secca dell’ispettore. «E se ti dicessi che ho le chiavi? E che possiamo entrare, scuriosare e uscire senza che nessuno si accorga di nulla?» 252


«Direi che è impossibile.» Fu la risposta di Filippi. «Eccole qui.» Mi limitai a dire e tirai fuori due chiavi legate da uno spago che mi aveva dato il dottore. «Porca troia!» Esclamò Piras sorpreso mentre Andrea imbambolato rimase un attimo a bocca aperta poi, ritrovata la compostezza, esclamò: «Non voglio nemmeno sapere come le hai avute.» «Non te lo dirò allora, ma puoi stare tranquillo che è tutto più che legale. Siamo autorizzati a entrare.» Conclusi. «Andiammo ispettore?» Domandò il fido agente. «Dai Andrea!» Lo incitai. Non poté fare altro che acconsentire e lasciarsi convincere dalla maggioranza. Anche se lui aveva gradi superiori e avrebbe potuto ordinare a Piras di lasciar perdere l’idea, io sarei comunque entrato per cui decise di accompagnarmi mentre Piras sarebbe rimasto a controllare la strada di acceso collegato con noi via radio per avvisare se si avvicinava qualcuno. Raggiungemmo la casa dal retro, per maggior sicurezza, dallo stesso lato cui mi ero avvicinato io alcuni giorni prima, poi costeggiammo tutto il perimetro della stessa fino a giungere alla porta principale dove grazie alle chiavi entrammo senza problemi. All’interno decidemmo di toglierci le scarpe per non lasciare tracce. Ci accolse una piccola entrata, una sorta di antisala di quella che avevo visto io dalla finestra, con tavoli, sedie e divani. Un arredamento non lussuoso ma più che degno per una casa di vacanze che i fratelli Baldi quasi non usavano. A un lato dell’entrata una scala portava al secondo piano dove decidemmo di dirigersi immediatamente dal momento che era il luogo più difficile da cui scappare se arrivava qualcuno. Giunti sulla sommità della scala vi era un corridoio di circa dieci metri ai lati del quale vi erano le camere. Aprimmo e chiudemmo tutte le porte per assicuraci di quello che c’era e notammo un insolito ordine: le stanze erano arredate in modo semplice ma pratico. Ognuna aveva un letto, un comodino, e un piccolo armadio. L’essenziale per una persona. Alla fine 253


del corridoio vi era un bagno. Scendemmo in fretta al piano terra che sospettavamo essere la parte più interessante e dopo aver constatato l’esistenza di una cucina ben rifornita e perfettamente funzionante, ci dirigemmo nella stanza che era rimasta impressa nelle foto scattate alla rinfusa due giorni prima. Apparvero più chiaramente di quello che potesse vedersi nelle immagini i due lettini, la lampada e alcuni strumenti medici. Vi era un apparato che sembrava un elettrocardiogramma, diverse siringhe, guanti di lattice e vari scatoloni sui quali la dicitura fragile appariva su più lati. Cercammo di capire cosa potevano contenere essendo sigillati e l’unica cosa su cui entrambi concordammo è che era qualcosa che aveva a che fare con la medicina. Strumenti operatori o simili. Il nastro adesivo che sigillava il pacco riportava la scritta Silimed che doveva essere il nome del produttore o distributore di qualsiasi cosa vi fosse contenuto. Ogni tanto Andrea parlava alla radio con Piras sincerandosi che tutto fosse tranquillo e immancabilmente riceveva la risposta “tutto a posto ispettore”. Mentre io fotografavo tutto, come un Giapponese a Roma, Andrea individuò un paio di luoghi sicuri dove nascondere trasmettitori di voce e una telecamera che per forza di cose decidemmo di puntare in direzione dei lettini. Durante quasi tutto il tempo che era durata la visita alla casa dei misteri, non avevamo aperto bocca, forse per la tensione, forse per la paura irrazionale che qualcuno potesse sentire. Senza scarpe si udiva solo il rumore dei nostri respiri affannosi. Dopo un quarto d’ora giudicammo conclusa l’operazione e uscimmo tornando al nostro rifugio. L’aria fresca fu come un soffio vitale e ridiede vigore e colorito ai nostri visi pallidi. Mari aveva preparato un pranzo semplice però molto gustoso che consumammo tutti insieme nella sala senza perdere di vista il monitor che ci avrebbe informato dell’arrivo di ospiti non invitati. Andrea aveva comunicato al commissariato il nome Silimed 254


affinché verificassero in internet, dal momento che noi, sperduti in montagna, non lo avevamo. Stavamo raccontando a Mari e Piras quello che avevamo visto nella casa bevendo caffè quando il telefono di Andrea suonò: era il Commissario Bazzi che informava che alle 14:30 l’agente a Roma aveva abbordato l’aereo per Bologna seduto di fianco a una delle ragazze. Inoltre informava che Silimed era un multinazionale operante nel settore medico che produceva e vendeva un po’ di tutto nel campo dei trattamenti estetici: dagli strumenti per effettuarli, quali cannule, bisturi e siringhe varie, al Botulino; dalle protesi alle fasce contenitive e postoperatorie. Quando Andrea mi comunicò l’inizio ufficiale dell’operazione passerine in volo come simpaticamente l’avevo battezzata, calcolai che dovevamo ancora aspettare molto prima che succedesse qualcosa di interessante e io mi stavo già annoiando. Passai il pomeriggio nel giardino sul retro della casa dove riparata da qualsiasi sguardo Mari prendeva il sole e io la guardavo e pensavo a quello che avevo visto nella casa dei misteri. Ripensavo alla Silimed e all’ospedale e immaginai che si stessero preparando per qualche intervento anche se la cosa non mi quadrava del tutto dal momento che avevo verificato a Cucuta che le ragazze arrivavano in Italia già pronte per lavorare; le operazioni di cui avessero eventualmente avuto bisogno le effettuava il dottor Santiago. Quindi perché attrezzare anche qui una sorta di sala operatoria e ospedale improvvisato? Mi domandavo senza potermi dare una risposta. Pensavo a questa e altre mille cose quando la digestione e la stanchezza dovuta alla notte precedente quasi insonne, mi vinsero e caddi addormentato. Fui svegliato dal suono del telefono di Andrea che, lasciato Piras al monitor di sorveglianza, era sdraiato a lato di Mari prendendo il sole e provandoci spudoratamente. Il sole era quasi già sparito dietro le montagne e azzardai che 255


dovevano essere le cinque o le sei del pomeriggio; il resoconto della telefonata che ricevette Andrea lo confermò. Alle sei e un quarto l’Agente volante era arrivato puntualissimo a Bologna. Aveva preso contatto durante il volo con tal Yaqueline, 19 anni, Colombiana, una delle ragazze presenti nelle foto che avevo fatto col Signor Perez e presente anche nel database del dottor Santiago. La stessa si era rivelata un osso duro, aveva insistito che il motivo del suo viaggio erano vacanze, si era diplomata da poco in Colombia e le avevano regalato un viaggio. Sosteneva accanitamente questa teoria anche se alla domanda di quali città avrebbe visitato, la stessa non seppe rispondere altro che Bologna e Modena. Così come alla domanda in che hotel sarebbe scesa non seppe rispondere quindi fece finta di non capire il non buono spagnolo dell’agente e adducendo come scusa che era stanca, tacque. La seguente fu Mayra, con la quale ottenne più o meno lo stesso, cioè niente. Il commissario era già incazzato e nervoso, sicuro che la nostra idea che lui definiva assurda, non avrebbe portato a nulla e lui avrebbe dovuto rispondere di questa pazzia. Andrea lo tranquillizzò dicendo che presto avrebbe avuto notizie per lui. Tutti speravamo che avremmo presto potuto assistere a qualcosa di interessante. Fortunatamente poco dopo si senti gridare con l’inconfondibile accento sardo di Piras. «Ispettore venga avvedere.» Corremmo tutti verso la sala dove Piras, emozionato, annunciò l’arrivo di un auto. Certo non potevano essere le ragazze ancora a Bologna o poco lontano a quell’ora, ma qualcuno stava dirigendosi alla casa del dottore. Era una Stilo grigia. Fissammo gli occhi sul monitor mentre Piras fu attratto da Mari che era entrata correndo in costume da bagno il quale si era un po’ abbassato sul seno. «Madoonna mia!» Si udì alle nostre spalle e Andrea dovette richiamare all’ordine Piras i cui occhi erano caduti nel bikini scomposto di Mari. «Scusi ispettore!» Si affrettò a giustificarsi Piras, mentre Mari 256


cercava di coprirsi col bikini che sembrava di un paio di taglie in meno rispetto alla sua. Quello che copriva da un lato usciva dall’altro. L’auto parcheggiò di fronte alla casa e ne scese un uomo che riconobbi come il dottor Baldi Junior il quale entrò in casa. «E adesso?» Domandai cercando di non fare caso a Mari che armeggiava ancora col costume. «Aspettiamo.» Fu la fredda risposta di Andrea. «Che palle!» Mi lamentai mentre mi sporgevo verso lo schermo per vedere meglio; facendo questo appoggiai maliziosamente una mano sulla spalla di Andrea il quale la scansò con un gesto deciso. «Preparo qualcosa da mangiare.» Propose Mari. «Signorina la posso aiutare.» Si offri Piras. «Agente Piras!» Lo richiamo all’ordine Filippi. «Commandi ispettore!» «Comandi una sega, lascia in pace Mari.» Ordinò Filippi. «Sissignore! Scusi vollevvo solo rendermi utile si giustificò.» «Lo so io cosa vollevvi tu.» Gli fece il verso Andrea. «Mantieni a bada i tuoi ormoni isolani.» Intimò. «Certo ispettore però, se mi permette, come si fa con quella sempre mezza nuda in giro per casa.» «Piras guarda il monitor.» Fu l’ordine secco dell’ispettore; poi, rivolgendosi a me: «Certo che però potrebbe coprirsi un po’, Piras è abituato a peccore e formaggi, mi si distrae.» Esclamò un comprensivo ispettore. «E che ci posso fare io se ha i calori? Godetevi lo spettacolo e mantenete a freno gli istinti.» Risposi. «Stanotte ti chiudo a chiave Giorgio.» Dissi scherzosamente rivolto a Piras. «Creddo che sarà necessario!» Concordò lui molto serio, al che mi preoccupai seriamente degli istinti di Piras. Quando fummo soli chiesi gentilmente a Mari che si vestisse un poco di più in quanto l’agente Piras era sensibile a lei. «Cosa intendi Alle?» Mi domandò. «Ad esempio almeno in casa mettiti una maglietta e i pantaloni o per lo meno assicurati che il bikini rimanga al suo posto, per 257


poco non gli è venuto un infarto al povero Piras. Inoltre ne va della tua sicurezza personale, potrebbe scambiarti per una pecorella e... » Non potei terminare. «Smettila scemo! Ah Alle quasi dimenticavo, ho visto come Andrea si è scrollato di dosso la tua mano, non sarà arrabbiato e geloso a causa mia?» Domandò cambiando argomento. La domanda mi colse alla sprovvista non ricordavo più di essere gay e non avevo certo interpretato il gesto di Andrea allo stesso modo di Mari, al contrario. Cercai di reagire dicendo: «Guarda, se anche fosse non mi interessa, tu non ti preoccupare che poi gli passa.» «Va bene.» Assentì lei strizzandomi un occhio in segno di complicità femminile. Per la cena Mari si era vestita anche se la parola vestirsi per lei aveva un significato diverso rispetto a quello che ha per la maggior parte della gente. Calzoncini corti, e maglietta attillatissima sotto la quale sospettavo e sicuramente non solo io, che non avesse nulla. Cenammo a turno per non perdere di vista il monitor e soprattutto per non lasciare mai solo Piras con Mari. Intanto nelle casa di fronte si erano accese le luci mentre noi usavamo candele per non attirare l’attenzione. Lo schermo aveva trasmesso le immagini del dottore che dopo aver dato una sistemata alla saletta operatoria era uscito di scena e probabilmente guardava la televisione nella stanza accanto a giudicare dai suoni che provenivano dai trasmettitori. Alle 20 circa il dottore ricevette una telefonata. Dopo aver ascoltato quello che il suo interlocutore stava dicendo, rispose solamente: «Qui è tutto a posto.» Poi riattaccò. Stavano arrivando ne ero sicuro. E forse non avremmo nemmeno dovuto aspettare l’indomani per sapere cosa andavano a fare in quella casa. Sospettavo che avrebbero agito immediatamente. Intanto un’idea prendeva forma nella mia mente. Quelli che alcuni giorni prima erano solo vaghi sospetti che avevo giudicato strampalati cominciavano a ripresentarsi nella mia 258


mente con maggior forza. Non potevo fare altro che pensare a quello. Testaro stava poco a poco allargando i suoi affari. Ne ero quasi sicuro e sospettavo anche in cosa consistessero e in che modo li realizzasse. Non avrei dovuto aspettare molto per tramutare i miei sospetti in certezze. Forse ero pazzo, ma le stesse ragazze assassinate me lo stavano dicendo da un po’ di tempo; a modo loro, apparendo nei miei sogni, mi avevano avvertito. Ero io che non le avevo sapute ascoltare. Solo ora me ne rendevo conto. Quasi contemporaneamente alla telefonata ricevuta dal dottore ci informarono che le ragazze a Bologna erano state caricate su un furgone Ducato; cinque ragazze e Pino avevano quindi imboccato l’autostrada in direzione Modena, erano usciti a Modena Nord, e si erano diretti verso Sassuolo dove poi avevano svoltato verso Castellarano, e di li, in direzione della montagna. Non vi erano pi’ dubbi sulla loro destinazione finale. Mi aspettavo che sarebbero arrivati intorno alle nove. Poco prima arrivò Testaro tra l’emozione generale e il panico che si impossessò di Mari al punto che dovetti darle qualcosa da bere e metterla a letto. Il fatto che fosse arrivato Testaro, provava di per sé che quello che ci aspettava era qualcosa di molto importante se lo stesso capo si prendeva il disturbo di partecipare. Lo avevamo visto controllare la sala operatoria, poi dedicarsi a bere e fumare in maniera compulsiva. Un paio di volte era anche uscito a prendere aria. Era visibilmente nervoso. Mandava messaggi col telefono. Si tranquillizzò solo quando, alle nove, il furgone Ducato fece la sua comparsa. Lo stesso Testaro ricevette con tutti gli onori Pino con il suo carico. Inizialmente le ragazze vennero accolte come regine, trattate bene e invitate a sistemare le proprie cose al piano di sopra dove erano già pronte le camere. Dopodiché vennero chiamate una a una per quella che Testaro definì una visita medica di controllo. Sosteneva che dovevano controllare l’operazione che era stata fatta loro in Colombia e poi avrebbero potuto riposare. Di fronte alla timide protesta di 259


una della ragazze disse che era urgente farlo immediatamente e che il tutto non le avrebbe preso più di dieci minuti. La prima, secondo quanto potemmo ascoltare si chiamava Yaqueline ed era quella con cui aveva tentato l’approccio l’agente volante nell’operazione passerine in volo che non aveva portato a nulla. Per questo adesso Yaqueline era lì. Venne fatta svestire dietro un separé allestito in un angolo della stanza e le passarono un camice operatorio di quelli con le chiusure a laccio sul davanti. La ragazza, inconsapevole di quello che sarebbe successo, si accomodò tranquillamente su uno dei due lettini dove provvide poi a slacciare il camice aprendolo in modo da lasciare scoperti i seni oggetto della visita. Il dottore con guanti di lattice provvide a effettuare una palpazione alla quale la ragazza reagì con una leggera smorfia di dolore. Baldi Junior, si diresse quindi al tavolo dove vi erano vari strumenti, prese una siringa e la preparò dopodiché si rivolse alla ragazza dicendole che aveva una leggera infiammazione del tessuto cicatriziale che richiedeva un antibiotico. «Niente di grave.» La tranquillizzò il medico: «Starai subito meglio.» Questo mentre Pino traduceva in un discutibile spagnolo che assomigliava molto più al napoletano. Le venne praticata l’iniezione poi fu lasciata libera di andarsene a dormire. Praticamente la scena si ripeté uguale con tutte le altre che sfilarono di fronte a noi, e tutte, immancabilmente sottoponevano il seno allo sguardo indagatore del dottore e di Testaro che non abbandonò mai la stanza finché durarono le visite. Durante tutta la scena, Piras, visibilmente nervoso, non aveva staccato un attimo gli occhi dal monitor e alla vista di ogni ragazza non si era risparmiato commenti sulla bellezza della stessa mentre l’ispettore cercava inutilmente di tranquillizzarlo. Era completamente andato, scalciava e sbuffava come un muflone! Dopo che anche l’ultima ragazza ebbe terminato, il dottore e Testaro ebbero un breve scambio di opinioni. «Tutto a posto?» Aveva domandato Giovanni. 260


«Sì. Tutto bene.» Aveva risposto sicuro Baldi. Un Giovanni visibilmente più tranquillo aveva poi chiesto al dottore: «Di quanto tempo avrai bisogno per tutte?» «L’intera mattina di sicuro forse anche parte del pomeriggio» Fu la risposta che pervenne a noi forte e chiara. «Ok.» Fu il secco commento di Testaro. Dopodiché il dottore si ritirò dalla stanza sottraendosi alla nostra vista e non udendosi più la voce, supponemmo fosse andato a dormire dal momento che qualcosa lo aspettava per il giorno dopo, qualcosa di importante che lo avrebbe occupato per molto tempo secondo quanto lui stesso aveva affermato. Testaro passò nell’altra stanza dove, sebbene non potessimo vederlo, dai suoni che giungevano a noi, intuimmo che stesse guardando la televisione. Dopo aver assistito allo spettacolo, Andrea decise di lasciare Piras a controllare con l’ordine di chiamarlo nel caso vedesse qualcosa fuori dal comune. Al che Piras domandò: «Ispettore, mi scusi, per lei le tette di quelle signorine sono fuori dal commune o per quello non la chiamo?» «Piras finiscila di dire cazzate.» Fu l’ordine di Andrea che poi andò a riposare. Io mi diressi alla stanza di Marisol, dove entrai cercando di non fare rumore nel caso dormisse. Volevo controllare che stesse bene. Aprii lentamente la porta e cercai di individuarla nella penombra della stanza illuminata solo da una candela lasciata accesa sul comodino. Mari si girò verso di me: «Ale.» Disse: «Che è successo?» «Pensavo dormissi.» Era avvolta tra le coperte, la temperatura rispetto al giorno era scesa e la notte era fresca. «Non potevo sapendo che Giovanni è qui vicino.» Rispose spaventata. «Non ti preoccupare. Sono arrivati e sono andati a dormire. Si prepara qualcosa, ma per domani. La notte passerà tranquilla. Dormi.» 261


«Non ho sonno e mi brucia la pelle.» Commentò. «Hai preso troppo sole.» Dissi. «Credo di sì.» Confermo lei. Che poi con tutta normalità mi domandò se potevo spalmarle un poco di crema sul corpo. «Dove ti brucia?» Domandai. «A parte il palmo delle mani tutto.» Fu la risposta. «Ti sei già abituata al fatto che ti veda nuda?» Domandai immaginando che avrei dovuto dare la crema su tutto il corpo. «Non credo.» Fu la deludente risposta. «Dammi la crema sulle spalle io la spalmerò sul resto del corpo.» Concluse. Le spalmai la crema sulla pelle caldissima della spalle e della schiena provando un gran piacere al contatto con quel calore. Mi attardai il più possibile e le diedi anche una seconda mano per essere sicuro. Dopo di che mi alzai dal bordo del letto dove mi ero seduto; mi stavo ritirando dalla stanza affinché potesse continuare lei l’opera. «Vuoi rimanere?» Domandò. Ebbi freddo in quel momento; un brivido che iniziò come una scarica dal cuore mi percorse il corpo. Poi cercando di mantenere la compostezza e con finta indifferenza le risposi: «Come vuoi tu.» «Vieni siediti.» Mi invitò e nel dire questo si girò abbassò le coperte scoprendo le gambe e i glutei coperti dal minuscolo perizoma. Non immaginavo nemmeno che esistessero mutandine tanto piccole. «Spalmala anche nelle gambe per favore.» Mi esortò. Deglutii e mi sembrò di aver fatto un rumore che rimbombò in tutta la stanza. Poi decisi che era troppo. «E se io non fossi gay?» Le domandai. «Cosa intendi?» Domandò sorpresa e incredula. «Intendo questo di essere qui con te adesso, a fare quello che sto facendo, se mi piacesse?» «Il fatto che tu sia gay non vuol dire che non possa provare piacere ad accarezzare o vedere una donna nuda.» Disse con estrema calma. Vero, confermai a me stesso potevo essere gay ma piacermi 262


anche Mari. Stavo facendo un po’ di confusione ma decisi che la mia coscienza era già in pace per cui continuai l’operazione. Spalmai abbondante crema su quel corpo abbronzato e rossiccio per il sole del pomeriggio. Salii dalle caviglie fino alle ginocchia; poi le gambe sulle quali mi trattenni godendo del piacere che mi dava strisciare con le mie mani sulla sua pelle vellutata e morbida. Infine giunsi ai glutei dei quali finalmente potei constatare che erano sodi come apparivano. Le mie mani si muovevano lentamente seguendo il cammino segnato dal tanga. Mari, a tratti dava segnali di apprezzamento per quel massaggio insolito, a tratti si lamentava per il bruciore chiedendomi di essere più delicato. Quando ebbi finito il retro, senza preavviso, si girò posizionandosi supina permettendomi di raggiungere il paradiso: un seno per il quale non conosco ancora le parole giuste per descriverlo. Le gambe tornite, talmente perfette che sembravano finte. Mai avevo visto qualcosa così. Se Dio esisteva, Mari ne era la prova! «Che c’è Ale?» Domandò lei vedendomi imbambolato senza che accennassi a iniziare il lavoro di spalmatura. «Niente.» Mentii, reagii, mi posizionai al fondo del letto e ricominciai l’operazione dalla caviglie salendo poi alle cosce e alla pancia. Quando giunsi al seno mi limitai a passare ai lati, dove il piccolo bikini aveva lasciato la pelle esposta al sole e quindi bisognosa delle mie attenzioni. Il resto, non molto a dire il vero, lo saltai, timoroso e tremante, per giungere poi al collo e alla faccia che accarezzai con dolcezza. Mari visibilmente con la pelle d’oca parlò: «Tutto.» Disse. «Tutto che?» Domandai con voce emozionata. «Passa la crema su tutto il seno, per favore.» Deglutii ma non avevo saliva in bocca. Ero secco come un deserto e credevo anche di avere un po’ di sabbia in gola. Però obbedii e andai avanti o meglio tornai indietro; ripetei l’operazione sul seno stavolta non trascurando nemmeno un centimetro di pelle. Provai un piacere immenso nel sentire i suoi seni turgidi sotto le mie mani, il suo corpo mi sembrò scosso da brividi e la pelle d’oca aumentò così come i piccoli 263


fiori che sorgevano sulla sommità di quelle dolci colline esplosero in tutto il loro splendore. In quel momento Mari parlò: «Sei mai stato con una donna Ale?» «Certo.» Risposi come se fosse la domanda più scontata e stupida di questo mondo; un millisecondo dopo mi ricordai di essere omosessuale e cercai di correre ai ripari: «Il fatto è che non è così semplice da spiegare. Sono in una fase per così dire, transitoria della mia vita.» «Ah capisco.» Esclamò lei: «E io ti piaccio almeno un pochino?» «Molto risposi, moltissimo.» Fare il gay proprio non mi entrava in testa. Poi mi prese una mano, mi tirò verso di lei e mi disse: «Vieni qui con me, non voglio dormire sola. Mi abbracceresti?» Domandò poi. «Certo risposi.» Come no, pensai, avvicinandomi e stringendo il suo corpo nudo contro il mio. «Grazie.» Disse: «Ho bisogno di coccole e affetto.» Sapessi io... Volevo dire ma mi limitai a pensarlo. Il mattino dopo alle sei eravamo tutti in piedi, io bevevo caffè senza il quale non sarei stato in grado nemmeno di ricordare il mio nome, figuriamoci sapere dov’ero e cosa stavo facendo. Mari preparava la colazione e la polizia, nelle persone dell’ispettore Filippi e dell’agente Piras, stava sorvegliando la casa attraverso il monitor. In cucina dopo il caffè e una sigaretta salutai Mari che stava armeggiando con i fornelli, mettendole le mani sui fianchi e avvicinando la mia faccia alla sua che gentilmente voltò verso di me per ricevere un bacio di buongiorno. «Dormito bene?» Domandò. «Pensavo di essere morto tanto ho dormito profondamente.» Risposi mentendo, dal momento che non avevo quasi chiuso occhio: «E ho sognato la madonna! Aggiunsi.» Lei sorrise e continuò con la preparazione della colazione. 264


«Sempre meglio che donne che ti danno da mangiare il seno o aerei che si polverizzano in volo.» Commentò. «Certo molto meglio.» Confermai. Mi diressi nell’altra stanza dove Andrea e Piras mi informarono che nella casa di fronte c’era già movimento. Diedi un occhiata al monitor dove si poteva vedere il dottore che si preparava per il compito che lo aspettava. Controllò tutti gli strumenti che aveva nella saletta improvvisata, preparò mascherine, bisturi e aprì la scatola Silimed che avevamo visto il giorno prima da cui estrasse altre scatole più piccole che dispose in bell’ordine a lato del tavolo. Sistemò i lettini, preparò alcune siringhe e ampolle. Il tutto seguito come un’ombra da Testaro che sembrava un aiutante di sala operatoria più che un gangster. Poco dopo, incominciammo a sentire le ragazze che si svegliavano e scendevano al piano terra. Si udivano passi per le scale. Qualcuna disse qualcosa in una lingua che nessuno di noi capì. Decidemmo di chiamare Mari perché fungesse da traduttrice in caso dicessero qualcosa di interessante. Dopodiché un paio di loro uscirono in giardino stirandosi e camminando per sgranchirsi. Alcune facevano esercizi, altre fumavano, una beveva da una tazza caffè o te. Noi aspettavamo fremendo. Una mezz’ora dopo il microfono riportò queste parole: «Giovanni, sono pronto. Iniziamo.» Testaro disse poi qualcosa a Pino in napoletano, lingua per la quale non disponevamo di traduttore e quindi non capimmo, dopodiché vedemmo Pino uscire nel giardino, richiamare tutte le ragazze e rientrare con loro. Mari ci tradusse ciò che Pino disse alle ragazze nel suo spagnolo improvvisato: spiegò che dovevano sottoporsi a un ulteriore controllo e che poi avrebbero iniziato con una sessione di foto di prova per un catalogo che avrebbero presentato la settimana seguente in un famoso studio di modelle. Quante cazzate pensai. Qualcuna si lamentò di questa ulteriore visita ma le sue proteste furono placate dallo steso Pino spiegando nel suo 265


spagnoletano che facevano questo per il loro bene, che volevano essere sicuri che le operazioni in Colombia fossero perfettamente riuscite perché dall’esito delle stesse dipendeva la loro carriera. Al che, tutte si calmarono e sorrisero senza sapere quello che in realtà le attendeva dietro la porta dove il dottore era già pronto nella sua sala operatoria di campagna. Gli eventi che si susseguirono nelle ore successive, fino verso le dieci quando tutto terminò, portarono all’arresto di Testaro e della sua banda non solo come mandante ed esecutori degli omicidi di Carolina Rivas e Rosalba Perez, ma anche di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, vilipendio di cadavere, esercizio abusivo della professione medica e alcuni altri, sufficienti per garantire una lunga permanenza a tutti nelle carceri italiane. Le prove erano indiscutibili e inconfutabili dal momento che quasi tutto era stato registrato ed erano stai colti in flagranza di reato. Una volta entrata la prima ragazza nello studio medico improvvisato, si ripeté lo stesso copione della sera precedente fino a quando, stesa sul lettino e con il camice aperto affinché il dottore potesse vedere il seno, la stessa fu immobilizzata da Giovanni mentre il dottore le metteva una mascherina sul viso. Dopo pochi secondi durante i quali Yaqueline tentò di sfuggire alla presa di Testaro, si ribellò e provò anche a gridare, i movimenti della ragazza diminuirono, si fecero più lenti, finche’ tutto tornò tranquillo. Agitarsi e gridare non aveva avuto altro effetto che aumentare l’inalazione di etere che la lasciò stesa sul lettino come una bambola sgonfia. Dormiva come un angioletto inconsapevole di trovarsi di fronte ai diavoli. Il dottore prese un bisturi e incise la zona sotto il seno di Yaqueline dal quale estrasse quella che ci parve una protesi, per poi inserirne un’altra e suturare il tutto. Il tutto richiese mezz’ora circa durante la quale Giovanni era nervoso e Pino approfittava per sbirciare. Ripeté l’operazione nell’altro seno e posò le due protesi estratte in un vassoio che Giovanni stesso prese e passò sotto abbondante acqua per lavare via il sangue. 266


Fatto questo, Giovanni, bisturi in mano, prese una delle protesi estratte a Yaqueline e la tagliò. Intanto Pino aveva sollevato di peso la ragazza e posta sul secondo lettino che poi passò a un’altra stanza. Testaro aveva riposto le protesi tolte alla ragazza in un cassetto, ne aveva chiamata un’altra e la scena si stava ripetendo identica: si svestì, usci dal separé con il camice, si stese sul lettino, aprì il camice scoprendo il seno, la immobilizzarono, tentò di scalciare e gridare, le misero la mascherina... sonno... silenzio. In quel momento ebbi la certezza. Non avevo bisogno di altre prove, ero sicuro di cosa stessero facendo e decisi di spiegarlo ad Andrea perché mettesse fine a quello cui stavamo assistendo. «Quanto può pesare un seno?» Domandai in quel momento ad Andrea. «Sei impazzito Alle?» Rispose alla mia domanda con un altra. «No non sono impazzito! Supponiamo che una protesi pesi 500 grammi. Questo darebbe un chilogrammo per ogni coppia di tette.» «Hai bevuto?» Domandò Andrea. «Lasciami finire e ascolta!» Esclamai serissimo, poi continuai: «Ogni ragazza un chilo, cinque ragazze, cinque chili. Al dettaglio i cinque chili opportunamente tagliati diventano venticinque. Venduti a 80 euro al grammo ti sto dicendo che là dentro, tra tette e culi, ci sono due milioni di Euro in cocaina nascosti in finte protesi. Intervieni!» Lo incitai emozionato e agitato. Mentre parlavo, quello cui avevamo assistito nel caso di Yaqueline, si stava ripetendo anche nel caso di Mayra la seconda ragazza a entrare in sala operatoria e si sarebbe ripetuto anche per Gabriela, Juliana e Lorena se non avessimo deciso che quello che avevamo visto era più che sufficiente. Il sorriso di Testaro soddisfatto per la qualità della sua merce fu l’ultimo fotogramma che vidi nel monitor prima di sentire le sirene delle pattuglie che circondavano la casa e gli agenti che uscivano correndo armi in pugno gridando “Polizia” e creando il panico, mentre altri arrivavano dal bosco. 267


Uscii e mi avvicinai di qualche passo. Rimasi abbagliato dal forte sole per alcuni secondi poi vidi la Polizia sfondare la porta ed entrare. Non si udirono spari né forti colpi. Nel giro di pochi secondi Baldi Junior e Testaro vennero caricati ammanettati su una delle pattuglie e portati via. Alcune delle ragazze prese dal panico cercarono di scappare. Non ci furono morti né feriti, se si eccettua il naso rotto di Testaro che tentando la fuga era stato preso a testate dall’agente Piras come spiegava il rapporto ufficiale. Le ragazze furono condotte immediatamente in ospedale dove vennero rimosse le false protesi e inserite delle nuove. Tutte le protesi, come dimostrarono le analisi, contenevano cocaina pura e in alcuni casi, due per l’esattezza, le protesi erano presenti anche nei glutei. In tutto, l’operazione aveva portato al sequestro di quasi dieci chili di cocaina pura nascosta nel corpo di inconsapevoli ragazze. Andrea ricevette i complimenti del commissario il quale li ricevette a sua volta dal questore. Io mi complimentai con Piras per la testata e Mari lo abbraccio e gli stampò un bacio sulla fronte alla quale avremmo volentieri dedicato un monumento tutti noi che godemmo a vedere Testaro ammanettato e sanguinante portato via dalla polizia. In contemporanea con l’operazione che poi avrei denominato Curve pericolose, erano stati perquisiti vari locali dell’ormai ex Re del sesso e arrestati alcuni altri dei suoi uomini. Nella villa di Fiorano la Polizia passò vari giorni rivoltandola come un guanto e trovò quello che doveva trovare: in primo luogo i pezzetti di carta bruciacchiati che Mari aveva rimesso in mezzo alla cenere del camino; la segreteria rotta con il messaggio di Rosalba che chiedeva soldi, alcuni passaporti e documenti delle ragazze arrivate in viaggi precedenti attualmente impiegate in differenti locali e una piccola quantità di cocaina che risultò essere della stessa purezza di quella trovata nei seni e nelle chiappe delle ragazze.

268


CAPITOLO 14

Una settimana dopo questi eventi ero a casa mia dove Mari ancora viveva senza dare segni di volersi trasferire. Dal momento che non era poi una così brutta compagnia, non avevo certo intenzione di mandarla via. Il mio appartamento da quando c’era lei, era sempre molto ordinato e pulito; a parte il perverso piacere che mi provocava trovare perizomi e reggiseni in giro per casa, esisteva la questione che chiamerei psicologica: aveva timore di rientrare a casa sua e non vi sarebbe mai più tornata secondo quanto lei stessa diceva. Avrebbe venduto tutte le proprietà e destinato i ricavi alla sua opera di beneficenza in Colombia. Intanto stava cercando un appartamento in affitto che non avesse nulla in comune con la sua vita precedente. Si era appena liberata di un incubo e ancora non se ne rendeva conto. Inutile dire che le effusioni che mi rivolse in segno di ringraziamento furono abbondanti e calorose cosa che mi provocò momenti di vera estasi. Non le avevo ancora detto tutta la verità riguardo all’essere o no omosessuale, approfittando di questa situazione che mi 269


permetteva convivere con lei come fossi un’amica. Discorsi su seno, glutei e fianchi accompagnati da esempi pratici riempivano le nostre serate passate a chiacchierare prima di dormire insieme, lei mezza nuda io tentando di nascondere certi gonfiori che mi provocava. Essere gay ha dei privilegi quando si ha un’amica come Mari, fu la conclusione cui pervenni. Però mi sentivo anche in colpa per quello che stavo facendo; approfittare così di lei in questo momento in cui mi chiedeva amicizia e aiuto. Sarebbe presto venuto il momento di dire la verità però aspettare un giorno o due in più non era poi così grave, pensai, anche perché nutrivo il sospetto più che fondato che lei sapesse che non ero omosessuale. Sarebbe stato difficile perdere alcune abitudini che in un solo giorno mi si erano attaccate addosso come cozze allo scoglio e che mi dispiaceva lasciare. Per esempio entrare in camera anche se si stava vestendo o svestendo; darle consigli sul completino intimo che le stava meglio; spalmarle la crema idratante sul corpo dopo la doccia e alcune altre, oltre alla soddisfazione di raccontare tutto questo ad Andrea e vederlo ribollire di invidia. A lui non avevo certo detto che Mari pensava, forse era più corretto dire che le piacesse pensare, che fossi gay, così come non avevo nemmeno lontanamente pensato di rivelare che in tutto questo gioco di finte bugie lui era il mio moroso; era un dettaglio che giudicavo trascurabile. In quei giorni scrissi anche una lettera per il signor Perez in cui gli raccontavo tutto; era giusto e doveroso che sapesse. “Gentile signor Perez, Posso finalmente e con immenso piacere informarla che, grazie anche al suo fondamentale aiuto Giovanni Testaro è stato arrestato insieme a tutti i componenti della sua banda i quali da un po’ di tempo avevano iniziato un traffico di Cocaina dalla Colombia verso l’Italia. Il Testaro sceglieva varie ragazze giovani e ingenue. Ingannandole con la promessa di lavorare in Italia nel mondo 270


dello spettacolo le convinceva a seguirlo; le sottoponeva a interventi chirurgici nei quali il dottor Santiago, che quindi è complice, inseriva protesi precedentemente riempite di cocaina nel seno o nei glutei delle giovani. Una volta in Italia, le stesse venivano cambiate con protesi reali e le ragazze avviate al lavoro della prostituzione nei vari locali di cui Testaro stesso era proprietario. Semplice e perverso allo stesso tempo. Sfortunatamente a una delle prime ragazze con cui provarono questa tecnica di importazione, la povera Carolina Rivas, si ruppe una delle protesi provocando la fuoriuscita di cocaina e, dopo alcune ore, la morte della stessa che fu poi abbandonata, una volta recuperata la cocaina. I tagli le vennero fatti per depistare le indagini e coprire l’unico taglio necessario a togliere la protesi. Venendo alla povera Rosalba, quello che posso dire è che ha commesso l’errore di cadere in un vizio che l’ha trascinata in una spirale discendente dove ad aspettarla c’era Giovanni. I soldi non le bastavano mai e chiese lavoro al suo ex marito che in quel momento iniziava la sua nuova attività. Risulta che sua figlia viaggiava molto spesso in Colombia e accompagnava le ragazze fino in Italia portando lei stessa cocaina nel seno. In almeno una occasione. Le cicatrici lo dimostrano. Disperata per la continua necessità di soldi lo ha ricattato e minacciato di rivelare tutto se non le avesse dato di più. Questo è stato troppo per Testaro che l’ha fatta ammazzare da Salvatore Prinzo, Totò, uno dei suoi scagnozzi e ha fatto sì che la morte apparisse uguale alla prima, come l’opera di un maniaco. Non aveva altra scelta, essendo la sua ex moglie, lo avrebbero interrogato e solo cercando di camuffare la realtà poteva cavarsela. E ci stava quasi riuscendo quando un innocente era stato arrestato per il primo delitto, se non fosse stato che la moglie dello stesso Testaro mi ha incaricato di occuparmi della cosa. Le indagini languivano e la polizia pensava di avere il colpevole di entrambi gli omicidi. Testaro comprò il ragazzo perché inventasse una storia, gli fornì un avvocato col quale aveva precedentemente studiato la 271


strategia di difesa per poi giungere a incastrarlo per i due omicidi uscendone pulito. Un altro dettaglio è andato storto per Testaro e suoi: Rosalba aveva sotto le unghie tracce di materiale genetico che casualmente si è scoperto appartenere a Salvatore Prinzo, Totò, lo scagnozzo di Testaro che materialmente mise in atto l’omicidio, fornendo a Rosalba Cocaina pura senza che lei sapesse che lo era, provocandole un’overdose. Anche in questo caso Testaro l’avrebbe fatta franca a meno che Salvatore avesse deciso di parlare cosa di cui dubitavo e continuo a dubitare. Grazie a Dio le cose sono andate diversamente. Come sia giunto a queste conclusioni lo sa e la ringrazio nuovamente per l’aiuto fornito. Con affetto e stima, Alessandro.” Mandai la lettera via fax e, nel momento stesso in cui lo feci mi sentii liberato di un peso e potei mettere la parola fine su tutta questa storia. Pochi giorni dopo mia sorella mi avrebbe avvisato dell’arrivo di un fax per me. “Signor Alessandro, La ringrazio infinitamente di avermi informato. Sono e sarò per sempre grato a lei e alla polizia italiana per come avete affrontato la questione. Mia figlia, che riposi in pace, non era una santa ma non meritava per questo di morire così. Ma lasciamo stare quello che ormai non si può cambiare. Il passato è passato e quello che conta, soprattutto per lei, è il futuro. Le auguro di vivere in pace e serenità con tutti e con la sua coscienza in particolare che è la cosa più importante. Io, povero vecchio, non potrò riappacificarmi con la mia per aver permesso che succedesse quello che è successo. Ma, come ho detto, non importa. Con infinita stima e gratitudine. Osvaldo Perez.” 272


Grazie a Dio, pensai, ero finalmente in pace con la mia coscienza; per lo meno riguardo a questa vicenda, avevo fatto tutto quello che era in mio potere e forse anche un po’ di più. Ero contento che tutto fosse finito per il meglio e speravo inoltre che, grazie a questo, le ragazze sofferenti e piangenti dei miei incubi mi avrebbero lasciato e soprattutto, avrebbero riposato in pace. La mia convivenza con Mari giunse tristemente a termine quando trovò un piccolo appartamento in affitto, non lontano dal mio, in Via Cavallotti in un edificio della parte vecchia di Sassuolo che avremmo degnamente inaugurato con una notte di festeggiamenti in onore della libertà di Mari e della felice soluzione del caso. Il gran giorno dell’inaugurazione, un Venerdì sera, arrivai con un po’ di anticipo rispetto all’orario stabilito solo per scoprire che, invece, lei era in ritardo. Era ancora alle prese con i vestiti e le scarpe senza saper decidere quali avrebbe indossato. Aveva aperto la porta indossando solo le mutandine e il reggiseno facendomi rischiare un ictus per il repentino innalzamento della pressione arteriale, poi si era scusata per non essere pronta e mi aveva condotto a forza nella sua stanza trascinandomi per la mano. Potei solo intravedere l’appartamento ma mi resi conto che non aveva nulla in comune con la dimora in cui aveva vissuto negli ultimi anni: piccolo, circa 70 metri quadrati, dopo l’ingresso praticamente inesistente, a sinistra vi era un angolo cottura dal quale si vedeva la sala oltre una parete con un arco aperto. La sala era l’ambiente più grande dove Mari aveva sistemato un divano circondato di tappeti. La sua camera da letto era a destra dell’ingresso e a lato della stessa vi era un piccolo bagno. In camera mi chiese consiglio su quale abito indossare provandone tre che avevano in comune il fatto, come sempre, di lasciare scoperta molta pelle. Io, fatti i dovuti commenti, ogni volta che la vedevo toglierne uno per infilare il seguente, giunsi alla conclusione che mi sembrava più logica. 273


«Sono tutti belli ma stai meglio nuda.» Dissi con tono scherzoso anche se in realtà ero più che serio. Rise si mise le mani sui fianchi e mi squadrò un secondo con sguardo serio poi domandò: «Vuoi cenare con una donna in mutande e reggiseno e tu saresti gay?» Decisi che era il momento di parlare. «Scusa Mari, ti ho mentito.» Confessai. Avevo assunto l’espressione più contrita che mi riuscisse, da vero pentimento, anche se ero sicuro che da un po’ sapesse la verità o addirittura che l’avesse sempre saputa ma che le piacesse il gioco almeno tanto quanto piaceva a me. «Lo immaginavo.» Disse lei confermando i miei sospetti. «Mi perdoni?» Le domandai tra il serio e il faceto, piegando la testa su un lato e facendo il mescolino. La sua risposta fu un sorriso. Ci eravamo capiti. Nel frattempo aveva scelto lei stessa il vestito e si era coperta simulando un finto pudore. «Comunque non sarebbe una cattiva idea quella di non vestirti.» Ribadii. «Bimbo cattivo, hai detto le bugie e non te lo meriti.» Disse puntandomi con un dito in segno di rimprovero. «Andiamo a mangiare.» E detto questo si infilò le scarpe e si diresse in cucina. Rimasi immobile guardandola sfilarmi a fianco e annusando la scia di delicato profumo che si lasciò alle spalle. La cena fu spettacolare; ridemmo e scherzammo fino a notte fonda. Fu una stupenda serata che avrei ricordato per molto tempo. Una delle più belle della mia vita. Allo stesso tempo, una sorta di tristezza si impossessò del mio cuore in quei momenti così allegri. Non potevo fare a meno di pensare a quello che mi aveva detto in Colombia quella sera sotto le stelle quando le avevo chiesto cosa avrebbe fatto se avessimo davvero beccato suo marito. Più che di inaugurazione dell’appartamento mi sembrava una festa di addio. Sentivo che questi erano gli ultimi giorni che passavo con lei. Ed ero triste. Anche combattuto tra lasciarmi andare passandoli alla grande col rischio di rimanere scottato o lasciare perdere tutto e vivere con il rimorso del come sarebbe stato se... 274


Meglio cento ferite che un solo rimorso, pensai e mi buttai letteralmente addosso a Mari che intanto si era seduta sul tappeto di fronte al divano. Nel momento stesso che la guardai negli occhi capii che aveva capito. «Finalmente ti sei deciso.» Disse poco prima che le sue labbra non potessero più parlare troppo occupate a baciare, cosa per la quale sembravano essere state create apposta. I vestiti volarono quasi strappati di dosso e una passione irrefrenabile ci colse e ci unì in un abbraccio fatto non solo di corpi ma anche e soprattutto di anime. Passai i seguenti due giorni chiuso in quell’appartamento con Mari, quella vera, non la bambola. La Mari che avevo iniziato a vedere in Colombia e che adesso non aveva più paura. Si concesse senza limiti, mi aprì il suo cuore e solo in quei giorni la conobbi veramente. Mi permise di conoscere la ragazza che era stata prima che suo marito la trasformasse. Prima che i suoi sogni si trasformassero in incubi, prima che le rubassero l’innocenza e chissà forse anche l’anima. Era passata dall’essere una ragazza ingenua, con tanta voglia di vivere a una donna cinica che cercava la maniera di sopravvivere. Mi parlò dell’esperienza dell’asta che non avevamo mai affrontato. Quello che sapevo me lo aveva detto Fernanda e non avevo mai voluto toccare l’argomento con lei. «Sai» cominciò Mari, «quando Giovanni, che marcisca in carcere, mi ha venduta ero vergine.» Questa dichiarazione mi lasciò senza fiato. Deglutii per reprimere le lacrime che sentivo volevano uscire spinte da dentro da un dolore immenso. «In Colombia avevo avuto un ragazzo ma mai ero arrivata fino all’atto completo; quella sera scoprì cosa significava perdere la verginità ma non con la paura e l’emozione che accompagna questi momenti quando due persone si amano. Con il terrore. Quegli animali se ne resero conto e sai qual è la cosa più schifosa? Che fu la donna quella che volle il piacere di rubarmela. Con una bottiglia.» Mari piangeva ed era rossa di rabbia. 275


«Non è necessario che continui.» Dissi con le lacrime che scendevano lungo le guance. Non fece caso al mio suggerimento. Aveva bisogno di liberarsi. «Mi legarono a una parete mi tagliarono i vestiti, ero completamente nuda di fronte a quei tre. Mi penetrarono a turno, poi anche insieme, uno davanti e uno dietro. Gridavo, piangevo e supplicavo che mi lasciassero. Mi facevano male un male terribile. Poco dopo grazie a Dio, la mia anima se ne andò dal mio corpo. Era come se quello che stava succedendo non capitasse a me. Osservavo, ero una spettatrice. In quel momento io non ero più Marisol. Mi ero trasformata in qualcosa di diverso e sconosciuto per me stessa. Il dolore fisico cessò. Non si può spiegare se non l’hai provato. Ogni volta che quegli uomini penetravano il mio corpo, non provavo dolore, ma sapevo che stavano uccidendo una parte di me; poco a poco Marisol, quella Marisol, stava morendo. La donna li incitava e partecipava con i suoi giochetti di gomma. Quella puttana!» «Basta mari, per favore.» Le dissi. Poi l’abbracciai le baciai le guance e la bocca salata di lacrime: «Non ci pensare più.» Le sue lacrime mi bagnavano la bocca mentre la baciavo. Una parte di lei era entrata in me e non ne sarebbe mai più uscita. Una parte del suo dolore adesso era mio. Facemmo l’amore piangendo, poi mi disse: «Sai Ale, prima di te tutti gli uomini mi scopavano, usavano il mio copro e basta. Adesso so cosa vuol dire fare l’amore. Grazie.» Mi baciò, mi abbracciò e vinti dalle lacrime dormimmo legati da molto più che un abbraccio fatto di corpi intrecciati. «Non hai mai saputo chi fossero quei tre?» Domandai. «No, dopo quella sera non li ho più visti.» L’ultimo giorno che passai con lei nel suo appartamento mi disse che per lei non ci sarebbe stato altro futuro possibile che tornare in Colombia cercando di portare a termine al meglio l’unico compito che le era rimasto: il centro che stava costruendo per aiutare giovani donne. «La mia anima è persa.» Disse: «Posso provare a evitare che quello che è successo a me accada ad altre. È l’unico modo che ho per riscattare una vita. Spero che mi capirai.» 276


Capivo che era un addio. Mi stava dicendo che non sarebbe rimasta con me. «Lo so.» Risposi: «Ti capisco.» Mentii con un nodo in gola. La mia anima piangeva e in fondo non capivo perché non volesse rimanere. Nei giorni in cui io conoscevo Mari, Andrea era stato molto occupato e non ci eravamo più visti da quel giorno in montagna. Adesso, comodamente seduti sulla panchina-muro del canale di fronte al bar in compagnia di una birra fresca, mi stava raccontando gli ultimi dettagli. «Testaro organizzava mediamente due viaggi al mese: otto o dieci ragazze in tutto. Certo non era un traffico degno di Pablo Escobar però per un piccolo delinquente come lui non era niente male, ed era solo l’inizio. Del resto le ragazze in Italia le avrebbe mandate comunque per lavorare nei suoi locali, per cui, si sarà domandato, perché non approfittarne? E stiamo parlando comunque di circa Cinque Milioni al mese.» «Niente male!» Esclamai, poi domandai: «Che cosa avete saputo del dottor Baldi?» «È uno sfigato pervertito. Si erano conosciuti in quanto assiduo frequentatore dei locali e dei giochetti organizzati da Giovanni cui tra l’altro era arrivato a dovere dei soldi. Aveva dilapidato tutto quello che guadagnava, in donne e vizi. Essendo stato in passato chirurgo estetico Giovanni lo ha coinvolto nei suoi traffici con la promessa di liberarlo dai debiti. Per quanto riguarda il medico colombiano semplicemente lo hanno comprato anche se ancora non sappiamo molto.» «Baldi era obbligato a farlo a causa dei debiti o era parte attiva del gioco?» «Lui dice che non c’entra, che lo obbligavano e che addirittura aveva avvertito Testaro del fatto che era rischioso. Le protesi si potevano rompere e qualche ragazza morire, come poi è effettivamente accaduto. Si sta cagando addosso di fronte all’accusa di omicidio.» «Rosalba?» 277


«Il dottor Baldi dice che non sa nulla che non la conosceva nemmeno e può essere vero.» «Sì.» Confermai: «Sembrerebbe parte di una vicenda che riguarda il solo Testaro e Totò come esecutore. Loro due cosa dicono di lei? Parleranno?» «Totò non parla, si è rinchiuso in un silenzio tombale. Rifiuta anche di vedere il suo avvocato. Quanto a Testaro dice che non c’entra assolutamente nulla con Rosalba. Era la usa ex moglie e ucciderla sarebbe stato da stupido e non ha tutti i torti.» «Sì, se non fosse che sotto le unghie Totò ha lasciato la firma. Se Totò non avesse commesso quell’errore sarebbe stato il delitto perfetto.» Aggiunsi io. «Poi c’è la questione dei viaggi in Colombia che sicuramente lei faceva per Testaro.» «E della prima vittima cosa dicono?» Domandai. «Dal momento che ormai tutto è più che evidente, Testaro ha dichiarato che è stato un incidente. È chiaro che aveva cocaina nelle protesi e qualcosa non ha funzionato.» «Sì.» Assentì «Aspettiamo a vedere cosa uscirà dal processo. Comincerà presto.» Concluse Andrea. Concludemmo la serata con una degna cena: tortelloni burro e salvia e di secondo filetto all’Aceto Balsamico. Mascarpone con torta Barozzi come dessert dopodiché, pieni come barili, camminammo un po’ per le vie del centro e tornammo verso casa mia dove Andrea mi lasciò non senza prima domandare: «Come sta Mari? Com’è andata tra voi?» «Bene per entrambe le domande.» Fu la mia risposta. «E bravo Alle! Ti stai innamorando.» Affermò sicuro. «Beh» esclamai, «innamorare è una parola grossa, certo che non mi piace l’idea di perderla. Se ne andrà presto in Colombia per dedicarsi a una casa accoglienza per ragazze sole e non credo che la rivedrò a meno che io non decida di trasferirmi là con lei.» Aggiunsi scherzosamente. «Cerca di godere il momento senza caderci troppo dentro. Concediti una vacanza però sappi che tutte le vacanze prima 278


o poi finiscono.» Disse Andrea che non fece caso al mio commento di trasferirmi. «Cercherò di seguire il tuo saggio consiglio.» Ribattei. «Allora le palline funzionano ancora?» Domandò d’un tratto Andrea cambiando tono. Non c’era nulla da fare, non poteva fare un discorso serio senza finire con una battuta. «Sono stanco.» Dissi: «Ho sonno arretrato da recuperare.» «Sì, sì. Lo so io cosa hai di arretrato... Divertiti. Buonanotte.» «Buonanotte.» Il mio appartamento deserto, dove aleggiava ancora la presenza di Mari, mi sembrò più triste. La vedevo sorridente sul balcone, poi preparandomi il caffè, uscire dalla doccia, andare in camera mia. La vedevo al mattino assonnata e ancor più bella nella sua naturalità, senza trucco e senza maschere. La vedevo salutarmi quando uscivo e sentivo le sue labbra sulle mie. Mi piaceva l’idea di tornare a casa e sapere che qualcuno mi aspettava. Sentivo il suo odore nelle lenzuola. Sentivo nell’aria risuonare la sua voce “ciao Ale!” Anche se era durato pochissimo, mi mancava infinitamente tutto questo. E la cosa peggiore è che avrei dovuto abituarmi a stare solo. Adesso avrei potuto chiamarla, andare a casa sua o invitarla qui da me. Sarebbe stata però pur sempre una parentesi aperta su una storia che presto si sarebbe chiusa. Forse era meglio lasciar perdere tutto e non chiamarla nemmeno. Indeciso sul da farsi, con molti dubbi che mi frullavano in testa mi addormentai. I miei sogni furono ancora una volta invasi da ragazze tremanti e impaurite che mi chiedevano di aiutarle. Mi avvicinavo a loro e mi accorgevo che erano in una sorta di sabbie mobili e io dovevo tirarle fuori di lì o sarebbero annegate. Una a una iniziavo a salvarle e mano a mano che lo facevo, un display mostrava il punteggio conseguito come 279


in un videogame: 1500, 3000, 4500... tre ragazze salvate. Il livello della sabbia saliva e le ultime ragazze erano immerse già quasi fino al collo. Tiravo e poi mi dedicavo alla successiva; tiravo ancora e ancora; sentivo il suono del display indicare il punteggio che cresceva: 4500, 6000, 7500. Altre tre salve. Il display lampeggiava ed emetteva un suono di allarme che indicava che il tempo stava finendo. Rimaneva una sola ragazza! Corsi verso di lei dopo aver messo in salvo sulla terraferma la precedente e vidi che sprofondava. Non vedevo più la faccia. Affiorava solo una mano stretta in un pugno che non potei raggiungere poi apparve una grande scritta luminosa accompagnata da un suono assordante: “Game over”. Era sparita, andata! Mi svegliò il telefono sul quale appariva il nome di Andrea e dato che il mio telefonino era davvero intelligente, mi avvisava che era qualcosa di importante emettendo un suono di urgenza; la stessa urgenza che avevo sperimentato poco prima nel tentativo di salvare la ragazza. «Spero che sia importante per scassare a quest’ora.» Esordii. «Il dottore si sta cagando addosso e ha deciso di raccontare tutta la verità, la sua per lo meno e suppongo che presto anche Giovanni crollerà.» «E allora?» Domandai. «Allora, risulta che il dottore ha sentito Pino parlare con Giovanni informandolo che avevano ucciso la vecchia. Disse proprio così hai saputo che hanno ucciso la vecchia. Dato che la prima vittima aveva 19 anni e Rosalba 45 è logico pensare che si riferisse alla ex moglie. Risulterebbe quindi esclusa la responsabilità di Testaro in relazione al secondo omicidio.» «Sempre che il dottore stia dicendo la verità.» Sbottai io: «Potrebbe averlo comprato perché dicesse questo.» Ero ancora molto assonnato stavo giusto iniziando a bere il caffè e avevo la mente annebbiata dal sonno e dallo strano sogno. Forse avrei fatto bene a chiamare il dottor Barri, il mio psichiatra. 280


«Io sarei orientato a credergli.» Aggiunse Andrea. «Io no!» Affermai deciso: «Come spieghi le tracce di pelle di Totò sotto le unghie di Rosalba?» «Questo è il punto Alle.» Iniziò Andrea con delicatezza, cercando di essere diplomatico. Lo disse con una voce che mi provocò un brivido. Avevo paura di quello che sarebbe seguito. Stringevo il telefono con tutta la forza tanto che le nocche divennero bianche e presto la sim card sarebbe stata proiettata come un missile fuori dal cellulare, che sarebbe esploso nelle mie mani. «Credo che non ci siano dubbi sul fatto che Totò sia coinvolto nella morte di Rosalba» proseguì Andrea, «le ha portato la dose finale quella che l’ha uccisa. Questo è fuori di discussione. La domanda è: chi lo aveva mandato? Chi altri a parte Testaro poteva influenzare Totò al punto di fare quello che ha fatto?» «Cosa vuoi insinuare con questo?» Domandai molesto mentre nella mia mente si affacciava una idea che mi affrettai a scacciare. «Non insinuo niente!» Disse con un tono di voce duro: «Alle» riprese, «credo solo che Mari potrebbe dirci qualcosa di utile.» «No!» Negai: «Non credo.» Dopodiché salutai e posi fine alla telefonata. Andrea non riprovò nemmeno a richiamare, mi conosceva bene, sapeva che avevo bisogno di tempo per pensare a tutte le implicazioni del caso e digerire la notizia che probabilmente Mari sapesse qualcosa in relazione all’assassinio di Rosalba. No, pensai, non può essere, l’ispettore stavolta si sbaglia. Poi mi tornò in mente il sogno: quell’unica ragazza che non potevo salvare sprofondava come Rosalba sprofondò nel vizio e supplicava il mio aiuto così come nei sogni precedenti tutte avevano chiesto che le aiutassi. Mi avevano mandato segnali per farmi capire. Smettila Alle! Mi ordinai, era solo un sogno. E se fossi io quello che si sta sbagliando? Mi domandai. Se Mari c’entrasse davvero? Non può essere, mi risposi. 281


Il fax del signor Perez parlava di stare in pace con la coscienza, voleva forse suggerirmi qualcosa? Perché Rosalba? Perché era la ex moglie di Giovanni e i sospetti sarebbero caduti su di lui? Mi sembrava di impazzire. Poi ricordai anche che Mari non era voluta entrare in casa del signor Perez: era forse perché non aveva il coraggio di guardare in faccia il padre cui aveva praticamente ammazzato la figlia? Mi stavo sentendo male. Avevo la nausea e la testa mi girava come su una giostra. Accesi una sigaretta che fumai nervosamente una boccata dietro l’altra senza sosta. Bevvi il caffè d’un sorso; camminavo nervosamente per la casa finche tutto quello che avevo dentro esplose. «No!» Gridai: «No! No! No!» Speravo che gridandolo con tutto il fiato che avevo in corpo, con tutta la rabbia e l’amore del mondo potessi cambiare le cose. Presi a pugni una parete. Una volta, due volte, tre volte... finché iniziò a sanguinarmi la mano. Piansi e non fu per il dolore. Piansi rabbia, piansi amore, piansi illusione. Il mio corpo stava vomitando tutte le emozioni possibili in una sola volta attraverso quelle lacrime che bagnavano il letto dove pochi giorni prima aveva dormito la stessa Mari. Presi le lenzuola che profumavano ancora di lei e le strappai, le ridussi in brandelli le pestai urlando: «Perché? Perché? Perché?» Mi infilai un Tavor sotto alla lingua. Stavo impazzendo e speravo che mi aiutasse a mantenere la calma e ritrovare lucidità per capire e affrontare nuovamente Andrea e fare capire soprattutto a lui come stavano davvero le cose. Marisol non poteva essere coinvolta. No, non la Marisol che io avevo conosciuto. Non quella bambina impaurita che avevo visto quando la Mari che tutti conoscono aveva deciso di aprirmi la porta del suo cuore e rivelarmi la vera Mari: quella che aveva bisogno di coccole, di essere confortata, aiutata e amata, 282


quella che si sentiva in colpa per quello che le avevano fatto. Poco dopo cominciai a sentire il benefico effetto del Lorazepam: mi stavo calmando. Ripensai a tutta la vicenda, dal ritrovamento del primo cadavere fino all’irruzione nella casa in montagna cercando di ricordare ogni dettaglio, ogni frammento, ogni immagine e ogni secondo dell’esperienza che avevamo vissuto. Dopo aver passeggiato freneticamente per tutto l’appartamento mi sedetti sul letto con i gomiti sulle ginocchia e le mani sostenendomi la testa piegata in avanti. Mi faceva male. Mezz’ora più tardi ero ancora in quella posizione quando suonò il campanello e quando andai ad aprire un ispettore Filippi serio chiese di poter entrare. «Come stai?» Mi domandò con voce fraterna. Mi vennero le lacrime agli occhi. «Male.» Risposi: «Ma non è colpa tua.» Aggiunsi. «Vuoi che andiamo a fare due passi?» Propose. «No! Voglio solo che mi dici tutto senza peli sulla lingua.» Rifiutai la proposta sedendomi e offrendo una sedia anche a lui praticamente obbligandolo a prendere posto di fronte a me. Sentii che Andrea inspirava ed espirava mentre si sedeva poi attaccò a parlare: «Ci sono le stesse possibilità che sia stato Testaro di quante che il colpevole sia Mari.» «Spiegati meglio.» Lo esortai quasi piangendo. «Dal punto di vista ufficiale non c’è nessuna prova contro di lei. L’unica cosa sono le dichiarazioni del dottore che escluderebbero la colpevolezza di Giovanni in questo secondo omicidio, poi» continuò, «quella confessione che Mari stessa ci fece di aver sentito il marito domandare al telefono chi la vecchia? Probabilmente hanno entrambi assistito alla stessa telefonata da punti di ascolto diversi. Il dottore era con Pino e Mari ha sentito Giovanni.» «Mi sembra poco e un po’ campato in aria.» Commentai rifiutando di vedere un senso negli argomenti del mio amico. «Certo.» Confermò Andrea che poi proseguì: «Non solo è poco. Non è niente dal punto di vista legale. Quello che sto cercando di dirti è che io, personalmente, credo che possa 283


essere stata lei. Non ho prove ma qualcosa mi dice che è così!» Concluse. «Non mi convince.» Dissi con rabbia come se dando alla mia voce un tono di rancore potessi far cambiare idea ad Andrea o cambiare la realtà che lui mi stava prospettando. «Hai ripensato al caso dopo la svolta della Cocaina?» Domandò Andrea che poi continuò senza aspettare la risposta: «Noi siamo sempre partiti dalla considerazione che la prima vittima si fosse rifiutata di partecipare all’asta o avesse cercato di scappare. La verità, alla luce di quello che abbiamo poi scoperto, è che è stato un incidente. Si è rotta la protesi dove era contenuta la droga. E questo trova anche conferma nelle dichiarazioni extra ufficiali rese dal Gilli al primo avvocato: la ragazza si sentiva già male quando lui la conobbe. Poi gli hanno fatto cambiare idea e dire che erano a una festa; ma il fatto è che l’intossicazione è cominciata molto prima di arrivare tra le grinfie di Testaro, che è colpevole ma non come noi pensavamo. La vicenda assume un significato differente se l’analizzi da questo punto di vista.» «Questo non toglie che sia colpevole.» Commentai con poca convinzione. «Certo non sto dicendo che sia un santo e pagherà. Però non è andata come pensavamo e credo che Mari sia colpevole nel caso di Rosalba.» «Perché?» Domandai impaurito da quello che mi avrebbe detto. Nel fondo del mio cuore conoscevo benissimo la risposta. «Per liberarsi del marito!» Fu la secca risposta. «Per vivere in pace in Colombia con la sua famiglia.» Aggiunse poi: «Per fargliela pagare, per un milione di altri motivi.» «E ha scelto Rosalba perché essendo la ex moglie avrebbero tutti pensato a Giovanni.» Continuai io sulla stesa linea di quella che mi aspettavo fosse la sua visione delle cose. «Certo.» Confermò Andrea, che poi aggiunse: «Ci ha fregato Alle!» «Però quasi nessuno si ricordava più della ex moglie di Testaro.» Ribattei: «Era una storia morta e sepolta, non ti sembra un po’ assurdo che abbia pensato a lei dopo 20 anni? 284


Non sarebbe stato più logico ammazzare un’altra delle giovani ragazze?» «No!» Disse con estrema decisione poi aggiunse: «Non hai proprio imparato niente di lei?» Anche in questo caso non aspettò la risposta e proseguì: «Non poteva uccidere una delle giovani, non è un mostro! La vecchia come la chiamavano era persa in partenza, era all’ultimo stadio di una dipendenza che l’avrebbe portata alla morte; dovendo scegliere chi sacrificare per fare giustizia ha scelto lei e questo sempre che non ci sia sotto altro che non sappiamo... In ogni caso non avrebbe toccato le ragazze nuove, erano un riflesso di quello che era stata lei e non avrebbe mai potuto fare loro del male, anzi nel suo particolare modo di vedere le cose le stava salvando. Dopo la prima morte si è rivista quindici anni prima e questo ha messo in moto tutto il meccanismo psicologico; il trauma, fino a quel momento nascosto sotto le ceneri dell’oblio, è tornato a bruciare con tutta la forza di vent’anni fa. Ha pianificato fin dal principio. «Non mi convince.» Esclamai ma con poca convinzione. «Pensaci.» Mi suggerì. «Ci penserò.» Dissi accompagnandolo alla porta. «Cosa succederà adesso?» Domandai con un filo di preoccupazione, già sul pianerottolo. «Non ci sono prove e non credo che si troveranno. Se anche Totò parlasse, se anche tutti dicessero la stessa cosa verrebbe visto come un tentativo di salvarsi la pelle, perché tutti risultano comunque coinvolti e nessuno crederebbe alla loro versione. Sarebbe interpretata come un modo per sollevarsi reciprocamente dalla responsabilità. L’ha pensata bene. Li ha fregati tutti. Inclusi noi due.» Ripeté Andrea. «E Totò?» «Aveva un debole per lei ed era in debito, ricordi? Credo che Mari sia stata molto convincente. Per lui non cambierebbe comunque nulla.» Rispose Andrea: «E poi sarebbe la sua parola contro quella di Mari.» Concluse andandosene dopo avermi abbracciato. Rimasi in casa appoggiato al balcone pensando e ripensando 285


a quello che mi aveva detto Andrea e al di là della reazione iniziale di rifiuto dovetti ammettere con me stesso che, con buona probabilità, aveva ragione lui. Piangevo e le mie lacrime cadevano andando a spaccarsi sul pavimento due piani più in basso. Con loro andavano in frantumi le mie illusioni. Iniziava a farsi spazio a gomitate nelle mia mente l’idea di essermi invaghito della mandante di un assassinio pagato con il corpo della stessa mandante e la cosa mi provocava strane e indescrivibili emozioni. Ebbi anche paura di quello che sentivo e di come avrei potuto reagire. Ero distrutto, azzerato, ridotto da schifo. Sapevo che Andrea aveva ragione e piansi fino a che le lacrime e il Tavor mi permisero di addormentarmi. Quando mi svegliai, il giorno dopo, speravo di aver sognato e per un attimo potei ingannare il mio cervello ancora assonnato poi un brivido lungo le gambe che sentii risalire fino a farmi chiudere lo stomaco e vibrare il cuore mi riportò alla realtà. Non era un sogno! Era la realtà che stava assumendo toni tetri. Quello che prima sembrava solo una malinconica storia d’amore con data di scadenza, si stava trasformando in qualcosa che sfuggiva al mio controllo. Qualcosa ben più grande di me e che non sentivo di avere la forza di affrontare. Rimasi seduto sul letto a pensare, guardando fisso la parete in attesa di non so che. All’improvviso come un fulmine a ciel sereno un’idea passò per la mia mente, un’intuizione, della durata di un millisecondo ma chiarissima. Quando Fernanda mi aveva raccontato la prima esperienza di Mari in Italia, mi aveva accennato a un dettaglio che allora mi parse insignificante e adesso mi stava invece fornendo la spiegazione di tutto. La stessa Mari aveva incluso nel suo intimo racconto quel dettaglio. Adesso mi si rivelava in tutta la sua importanza ed era fondamentale. Sapevo perché Rosalba era morta! Mi diressi immediatamente al ristorante di Mari. Il tragitto, da casa mia al ristorante che era poco lontano durò quella che mi parve un’eternità. Ero nervoso, guidavo come un pazzo, abusando del clacson e incurante di un paio di semafori rossi 286


che speravo non mi costassero troppo cari. Il parcheggio del ristorante era vuoto come era da aspettarsi quell’ora del giorno; frenai facendo stridere i pneumatici e lasciandone un piccola parte sull’asfalto. Scesi dalla macchina e mi diressi verso la porta del ristorante solo per constatare che era chiusa. Sbirciai attraverso il vetro sperando di incontrare con lo sguardo qualche presenza. Passai alla porta sul retro che dava accesso alla cucina. Anche quella era chiusa però potei vedere una persona per cui iniziai a bussare preso dalla frenesia. Se non mi avesse aperto avrei forse abbattuto la porta con le nocche che mi facevano già male ed erano arrossate. Aprì una signora che non avevo mai visto prima e pensai essere la donna delle pulizie. Un po’ grassottella sui 60 anni, viso simpatico e carattere aperto come potei constatare. «Cosa succede?» Domandò preoccupata dall’insistenza con cui mi ero attaccato alla sua porta: «Et mat ragasol?» Domandò in dialetto sassolese dopo aver aperto, visibilmente stupita. Non dovevo essere un bello spettacolo, sudato, agitato, scomposto e probabilmente con la faccia rossa e preoccupata. Col fiatone domandai: «Dov’è Mari?» «Chi?» Rispose la signora con espressione di chi cade dalle nuvole. «La proprietaria del ristorante.» Aggiunsi pensando non avesse capito. La signora mi guardò come se avesse davanti un folle e forse non aveva tutti i torti. «Si da il caso che la proprietaria sia io.» Fu la sua secca risposta. Rimasi impietrito e non mi venne nulla da ribattere a quella assurda affermazione della signora. Sicuramente la pazza era lei, forse l’arteriosclerosi non le permetteva di ricordare bene. Assorto in questi pensieri e cercando la maniera di farle ritrovare la lucidità aggiunsi come ulteriore spiegazione: «Quella straniera. Una bella donna!» Mi guardò seria e quando parlò fui io quello che si sentì squilibrato. «Ho comprato il locale e tutto il resto 15 giorni fa.» 287


Le braccia mi caddero lungo i fianchi; mi senti mancare e divenni più pallido del solito dal momento che la signora mi invitò a entrare e mi offrì un bicchier d’acqua e un caffè. Quando mi fui seduto e calmato le domandai: «Così lei ha comprato il locale a Marisol Rodriguez?» «Certo.» Disse lei con estrema calma e naturalità. Sì, il pazzo ero io. Poi mi stupì domandandomi come mi chiamassi e mentre io le rispondevo, si diresse verso il registratore di cassa. Da un mobile vicino estrasse qualcosa mentre mugugnava. «Alessandro... » Ripeté: «Sì è lei!» Confermò quello che le stava passando per la testa che io non capivo. «Certo che sono io.» Cominciai a pensare nuovamente che la signora non fosse del tutto sana di mente. «Mi avevano avvertito che forse sarebbe passato un bel ragazzo, biondo con capelli lunghi e occhi chiari. Ma mi ero dimenticata il nome.» Detto questo, mi porse una chiave mentre aggiungeva: «Hanno lasciato questo per lei.» Non potei dire nulla ma immaginai che il mio volto assumesse un’espressione tra l’incredulo e lo stupito. Accettai la chiave, la strinsi nelle mani poi la accarezzai, la girai e rigirai come se in un improbabile gioco di prestigio avessi potuto farla scomparire. Era piccola, leggera e su un lato aveva incise tre lettere sufficienti per capire, BPS, Banca Popolare di Sassuolo, e sull’altro lato un numero. Ero certo che Mari fosse colpevole e sapevo anche perché. La teoria di Andrea quadrava sempre più ma un dettaglio mi diede la certezza, un piccolissimo dettaglio che era sfuggito all’ispettore ma che offriva ulteriore sostegno alla tesi accusatoria di Filippi. Quella chiave era quello che mi avrebbe permesso di avere la prova e me la forniva la stessa Mari. Ringraziai la signora per la gentilezza e il disturbo arrecatole, le promisi che sarei stato suo cliente quando avrebbe aperto e mi diressi immediatamente in banca dove era sicuro sarei giunto all’epilogo di tutta questa storia. 288


EPILOGO

La banca Popolare di Sassuolo, occupava un edificio non molto grande nel centro di Sassuolo, tra quelle che i cittadini chiamavano Piazza Piccola e Piazza Grande che non erano i nomi veri ma si erano tanto radicati nel modo di dire dei sassolesi che molti, io incluso, non conoscevano le denominazioni reali delle stesse. Parcheggiai in piazza grande e camminai verso la banca che distava solo poche decine di metri. Entrai e mi diressi a una della casse chiedendo come fare per accedere alle cassette di sicurezza. Mostrai la chiave in mio possesso e la cassiera mi indirizzò verso un angolo della banca dove vi erano delle cassette apribili senza troppe formalità da chi si presentasse con la chiave giusta. Cercai quella che corrispondeva al mio numero, il 24. Infilai la chiave trattenendo il respiro e girai. La serratura si mosse senza rumore svelandomi il contenuto. Due buste: una piena, rigonfia, di quelli che presto scoprÏ essere Ventimila Euro, accompagnata da un semplice bigliettino sul quale un messaggio, altrettanto semplice, diceva: 289


“Per l’ottimo lavoro svolto dal migliore e più affascinante detective che conosco. Con tutto l‘affetto del mondo. Besos, Marisol”. L’altra busta, molto più sottile era una lettera, un messaggio di due pagine scritte al computer dove Mari mi spiegava tutto. “Caro Alle, ho avuto tanti sogni nella mia vita e tutti si sono trasformati in incubi. Ero rassegnata a una vita di sofferenze al fianco di un essere spregevole che odiavo dal più profondo del mio cuore. A causa sua sono anche arrivata a pensare di suicidarmi per uscire da questa prigione dorata che mi aveva costruito attorno. Ogni giorno pregavo e poi chiedevo perdono per le mie preghiere perché volevo che morisse. Ho pianto e sofferto come non si può spiegare a parole. Ero una bambina bella, innocente e con tutta la vita davanti quando lui me l’ha tolta. E come me, molte altre. La nostra unica colpa era essere giovani, ingenue, povere e sognare qualcosa di meglio di quello che avevamo per il futuro. Mi ha tirato all’inferno. E poi mi rinfacciava che se non fosse stato per lui sarei rimasta per tutta la vita la puttana di tanti vecchi bavosi. E così mi ha convertito nelle sua personale puttana e per questo pretendeva che gli fossi anche riconoscente. Avevo diciassette anni ma dentro ero già morta! Hai idea di cosa significhi non avere il coraggio di guardare in faccia la propria madre per paura che vedendoti gli occhi veda lo schifo che hai dentro all’anima? Hai mai pensato cosa vuol dire vivere con un mostro? Sapere che la persona che dorme al tuo fianco stupra e vende giovani corpi e non potere fare nulla? Sai cosa significa vivere senza poter provare il piacere di amare o, provandolo, doverlo reprimere? Lo sai che la cosa più vicina all’amore che abbia mai provato 290


in vita mia furono quei giorni passati insieme? Quello era vero. Il resto era finzione. Eravamo e siamo tutte oggetti. Ci trattava come animali da lavoro; e che lavoro! L’unica considerazione che aveva per noi era quanto denaro potevamo fargli guadagnare. Bambine strappate alle famiglie con la falsa promessa di aiutarle, di regalare loro un futuro migliore; bambine indifese alle quali rubava la vita e l’anima. Sì, perché dopo quello che passavano, non ci restava nemmeno l’anima e questo forse ti aiuterà a capire tante cose. Mi ha trasformato in un mostro! Non potevo più sopportarlo! Quante altre ragazze avrebbero dovuto soffrire e morire prima che qualcuno facesse qualcosa per fermarlo? Ti ho raccontato i dettagli della prima volta che mi hanno venduta e credo che spesso ti sarai domandato chi fossero i clienti di quella notte... Giunto a questo punto delle lettura credo che avrai potuto rispondere almeno parzialmente alla domanda. Anche io non conosco ancora tutta la verità. Dei due giovani bastardi so solo che sono figli di gente importante, ricca, forse industriali della ceramica e con loro il destino compirà il suo corso; renderanno conto della propria vita di fronte a Dio come tutti noi. La terza del trio, la signora, quella si ebbi modo di conoscerla, e bene anche... Proveniva da una famiglia stimata e apprezzata, all’epoca orgoglio di tutti gli immigrati colombiani che non sapevano della sua doppia vita e vedevano solo quello che era sotto gli occhi di tutti: la possibilità anche per chi partiva da zero, straniero per di più, di avere successo, di fare i soldi e vivere bene. Finché il destino o il Signore ha deciso che andava punita per tutto il male fatto, facendola cadere in un vizio che l’ha portata alla morte. Il destino per lei era segnato! 291


Credimi quando ti dico che è stata la cosa migliore. E non dispiacerti per un padre che non è il santo che credi... Sapeva cosa faceva sua figlia ma l’ha sempre protetta finché non ne ha perso lui stesso il controllo e le è sfuggita di mano. Giovanni finalmente è dove deve stare, ironia del destino, accusato anche di un reato che non ha commesso. Giustizia è stata fatta! In Colombia, come sai, sta sorgendo un centro di aiuto per giovani donne affinché nessun Testaro possa più fargli niente. Ho deciso di chiamarlo Casa Aiuto Carolina Rivas; per lo meno qualcosa di buono uscirà da tutta questa storia che ha aggiunto ferite alle ferite. Credimi, querido Alle, non sono cattiva. Spero che capirai e non mi condannerai! Vivrò per sempre con questa colpa che porterò di fronte al Signore, ma molte altre ragazze saranno salvate. Grazie da parte di tutte loro! È stato bello conoscerti! Ti voglio bene, e sempre te ne vorrò. Ciao Guapo! M. «Anche per me è stato bello!» Dissi piangendo lacrime incontenibili di rabbia e amore. Le lacrime mi impedivano quasi di vedere il piccolo schermo e la tastiera del telefono ma riuscii a mandare un messaggio ad Andrea nel quale scrissi solo due parole: “Avevi ragione.” Rispose: “Lo so. Ti avevo detto che era pericolosa!”

292


Ringraziamenti

Grazie a tutti coloro che sono arrivati fin qui!

293


Riferimenti a persone o fatti realmente accaduti sono da considerarsi puramente casuali e non voluti. Idee e concetti espressi nel presente volume costituiscono opinione personale dell’autore e non sono necessariamente quelli della casa editrice e degli operatori che vi collaborano.


Stampato presso Digital Team - Fano

Delitti in Secchia  

giallo appassionante e divertente. donne, prostituzione e droga fanno da sfondo a questo giallo ambientato nel modenese dove due omicidi sve...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you