AL VIA L’ANNO CATECHISTICO
Periodico della parrocchia San Bernardino Realino in Lecce
N° 2 15 ottobre 2007
Cari fanciulli e cari ragazzi, le vacanze sono finite da un po’, la scuola è ricominciata e anche noi ci ritroviamo, nella nostra parrocchia, per vivere insieme questo nuovo anno di catechesi, al quale Gesù ci chiama con gioia, perché ci dice «lasciate che i bambini vengano a me». Dobbiamo essere pronti e desiderosi di ascoltare e, soprattutto, di vivere i suoi insegnamenti nella vita di ogni giorno: in famiglia, a scuola, con gli amici. E per fare tutto ciò dobbiamo partecipare con entusiasmo e assiduità agli incontri di catechesi e alla Santa Messa la domenica. Cari genitori, un affettuoso saluto va anche a voi, che dei vostri figli siete i primi catechisti ed educatori, un impegno che avete assunto nel giorno del Battesimo dei vostri figli e, ancor prima, nel giorno in cui avete celebrato il Sacramento del matrimonio. Il vostro è un ruolo importantissimo per la vita dei vostri figli, soprattutto in questo tempo nel quale viviamo, dove i valori vengono meno e 1’individualismo e la frenesia tendono a prendere il sopravvento. Segue a pag. 2a
In ultima pagina dati e programmi
10 ANNI DI SACERDOZIO Il 15 ottobre ricorre il decimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale del nostro parroco Don Michele. In questa particolare occasione, che segna comunque una tappa significativa nella sua vita di sacerdote e di uomo, Don Michele ci ha concesso un’intervista esclusiva durante la quale ha parlato di sé e della sua esperienza pastorale. Nel pubblicarla, ringraziamo Don Michele per la collaborazione e ricordiamo che è comunque sempre aperto il suo filo diretto con i parrocchiani attraverso il sito D. E’ ormai prossimo il decennale della tua ordinazione sacerdotale. Quale aspetto della tua esperienza pastorale ha più inciso sulla tua persona?
R. Quella che ho sentito fin’ora più forte in me è stata l’idea di essere un prete del Concilio Vaticano II, attento al popolo di Dio nel servizio quotidiano, apportando il mio umile contribuito al rinnovamento della Chiesa; D. A quale età hai sentito chiaramente la chiamata del Signore? R. L’idea del sacerdozio è nata in me subito dopo la quinta elementare. Infatti, ho frequentato la scuola media in Seminario, dove il seme della mia vocazione ha avuto i primi sussulti in attesa di una piena successiva maturazione, che è subentrata intorno ai vent’anni, dopo il diploma di maestro d’arte e varie esperienze lavorative;
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Abitare da Cristiani il nostro tempo Nei giorni 26, 27 e 28 settembre scorsii si è tenuto a Lecce, presso il nuovo seminario, il XVI ConvegnoPastorale Diocesano, durante il quale si è sottolineata l’importanza fondamentale che il Concilio Vaticano Il deve avere per le nostre Chiese e per i laici impegnati. Importanza che già il nostro Arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi ha messo in rilievo nella sua ultima lettera pastorale “Nel solco del Concilio. Un laicato più adulto”, nella quale ci delinea un percorso pastorale nella direzione di una rilettura e riscoperta del Concilio Vaticano II, a quasi cinquant’anni dalla sua indizione. Come ci ricordava il Prof. Piero Coda, presidente dei teologi italiani, il Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Novo Millennio Ineunte” definì il Concilio come la bussola che deve indicare la strada a questo nuovo millennio, concetto che ha ribadito il Papa Benedetto XVI, dicendo che il Concilio deve essere la nostra magna carta. Paolo VI intuì che il Concilio Vaticano II si poggia su due pilastri: il “chi è” della Chiesa, cioè la sua identità (Lumen Gentium) e il “che cosa” la Chiesa è chiamata a portare nel mondo di oggi (Gaudium et Spes ). Ciò che colpisce della Lumen Gentium è che la Chiesa cattolica, con il Concilio, prende coscienza dell’epoca nella quale si trova. I1 segno più indicativo di questa presa di coscienza è la Chiesa comunione, la chiesa non come società, ma come Mistero, inteso non come qualcosa di oscuro e sconosciuto, ma come disegno della volontà di Dio, che si realizza attraverso Cristo e attraverso coloro che lo seguono. Occorre che dal mistero si passi alla mistagogia, che nelle nostre Chiese il camminare insieme diventi realtà. Occorrono luoghi in cui si facciano laboratori, palestre di comunione, occorre creare luoghi veramente partecipativi, questo è passare alla mistagogia. Altro tema fondamentale della Lumen Gentium è l’uni-
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versalità della Chiesa, una Chiesa che ha un cuore che batte e che apre le braccia verso tutti, una Chiesa forte nella sua identità, nella quale tutti gli uomini sono candidati a vivere la fede in Cristo. La Gaudium et Spes pone l’accento su ciò che la Chiesa deve essere oggi, cioè sale e lievito, che metta al centro l’immagine di uomo che Gesù ha portato. Occorre vivere un’autentica laicità nella nostra società, cioè non separare l’ambito civile da quello religioso. La parola chiave per far ciò è il dialogo, che è la forma nella quale si realizza l’essere umano. Vivere un’autentica laicità significa portare in tutti i contesti nei quali viviamo l’immagine di uomo e di donna che Cristo ha portato, non separando il proprio impegno civile dal cammino di fede. Come ci ha detto la Prof.ssa Martirani nella sua relazione, “abitare da cristiani” significa percorrere il nostro spazio e il nostro tempo diventando sale e lievito per i saperi e le culture del mondo, per le relazioni sociali, politiche ed economiche, affinché un altro mondo sia possibile. Nell’ultimo giorno del Convegno tre professionisti, impegnati nel mondo dell’università, del lavoro e della scuola hanno dato testimonianza di come nella propria vita di ogni giorno e nel mondo di oggi si possa essere testimoni del Risorto. Il Convegno si è concluso con le parole del nostro Arcivescovo che ci ha detto che noi cristiani di oggi dobbiamo innalzare la bandiera del Risorto, dobbiamo essere testimoni di speranza e per far ciò dobbiamo fare il passaggio necessario dal venerdì santo al sabato. Dobbiamo abitare da cristiani nel nostro tempo, quello che è, non quello che sogniamo o quello che c’era quando eravamo piccoli, ma quello attuale. Dobbiamo avere il coraggio di continuare a sperare e anche se le tempeste ci sovrastano, abbiamo una forza interiore che viene dallo Spirito e che ci fa vedere la luce e il sole oltre la tempesta, questa forza interiore è un dono di Dio. Se abbiamo questa fede possiamo affrontare tutte le contraddizioni di questo tempo. La speranza del Risorto, come ci dice il nostro Vescovo, non è una fantasia, non vuol dire incontrare la teologia, ma incontrare una persona. La fede in Cristo Risorto ci fa vivere il presente, ci fa ricordare il passato e ci fa prevedere il futuro, ecco l’Eucarestia: Cristo ieri, oggi, sempre! Concetta Baglivo
Segue da pag. 1 - Al via l’anno catechistico
A volte il tempo sembra non bastare mai, ma non dimentichiamo quali sono le priorità. Con l’aiuto di Dio, noi catechisti ci impegniamo, insieme con il nostro parroco Don Michele, ad accompagnare i vostri figli nel loro cammino di fede, con la consapevolezza che la vostra presenza e collaborazione siano fondamentali per contribuire alla loro crescita spirituale e morale. L’augurio è di ritrovarci la domenica, giorno del Signore, a partecipare alla Santa Messa tutti insieme nella nostra comunità parrocchiale, come una grande famiglia, per sentirci parte della ancora più grande famiglia di Dio, che è la Chiesa, della quale siamo entrati a far parte ricevendo il sacramento del Battesimo. Preghiamo il Signore affinché guidi tutti noi in questa importante missione; preghiamo lo Spirito Santo che illumini le nostre menti e i nostri cuori affinché possiamo sempre essere, con la nostra vita e le nostre opere, testimoni della Parola del Signore; preghiamo Maria affinché ci protegga e ci accompagni con il Suo materno amore. I catechisti Fuecu nesciu 2 pg 2
Vocazione al mondo, all’amore, alla famiglia. La nostra “ vocazione “ al mondo è un dato di fatto. Ognuno di noi si è “ scoperto “ un giorno ad esistere, nessuno l’ ha deciso; a un certo punto ci rendiamo conto di essere su questo pianeta. Vorremmo capire il perché di tante cose, ma soprattutto il perché di noi stessi, il senso della nostra esistenza. Ci sentiamo a volte come “ gettati” nel mondo, ma non basta esserci: dobbiamo “ fare” noi stessi e fare qualcosa in questo mondo.... La nostra vocazione al mondo è vocazione all’amore, infatti la nostra realizzazione personale non sarà mai tale se non in quanto realizzazione inter-personale. Ce la portiamo nel più profondo di noi stessi. Siamo fatti per amare ed essere amati. Essere uomini vuol dire andare verso qualcosa al di là di se stessi, qualcosa che non è se stessi, qualcosa o qualcuno: un significato da realizzare, un altro essere umano da incontrare nell’amore. L’uomo realizza se stesso nel servire una cosa o nell’amare una persona; quanto più adempie il suo compito, quanto più si dona al suo partner, tanto più diventa se stesso. Giovanni Paolo II nella sua 1° Enciclica scrisse che “ l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore: se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fà proprio, se non vi partecipa vivamente”. Come già detto, la propria realizzazione nel mondo implica la vocazione ad amare, e questa viene scoperta e vissuta principalmente e primordialmente nell’ambito familiare, la si riceve, si comprende, e in buona parte si realizza, vissuto della famiglia, comunità originante. Enza Gigante Segue da pag. 1 - 10 anni Sacerdote D. I tuoi genitori come hanno reagito quando hai manifestato il tuo desiderio di diventare sacerdote? R. Quando ho riferito il mio primo desiderio del sacerdozio all’età di undici anni, i miei genitori reagirono con entusiasmo all’idea. Successivamente, quando ho riproposto la mia intenzione di abbracciare la vita di fede intorno ai venti anni, nei miei genitori erano subentrati dubbi e preoccupazioni sulla mia scelta, che però non hanno mai ostacolato. Ora penso che ne siano pienamente felici. D. La tua preparazione al sacerdozio ha avuto luogo in epoca post-conciliare. Hai mai colto differenze con i sacerdoti più anziani che si sono formati prima del Concilio Vaticano II? R. Le differenze ci sono, non tanto sul piano liturgico, che è stato assorbito senza grandi problemi, quanto piuttosto sul piano del rapporto con i laici e del riconoscimento dell’importanza del loro ruolo nella vita della Chiesa. La responsabilizzazione e la formazione del laicato secondo l’idea conciliare del “popolo di Dio” è stata forse una delle innovazioni del Vaticano II più difficili di acquisire per i presbiteri più anziani, che forse temevano di vedere il loro ruolo sminuito se veniva lasciato più spazio operativo ai laici nell’ambito delle parrocchie. D. Tu sei insegnante di ruolo di religione nella scuola superiore. Quanto ritieni importante la presenza stabile della figura sacerdotale nell’ambito scolastico? E come giudichi la situazione attuale della scuola italiana? R. La scuola italiana è oggi in crisi. Ritengo che la presenza del prete all’interno della scuola sia molto importante come segno della Chiesa che vuole dialogare soprattutto con il mondo dei giovani, che purtroppo spesso non sono vicini all’ambito parrocchiale. Penso che la figura del prete nella scuola abbia la sua importanza anche per gli insegnanti, che possono trovare nel sacerdote loro collega un interlocutore disponibile e testimone della Chiesa non chiusa nelle sacrestie ma aperta ad una presenza attiva nel mondo del lavoro. D. Quale futuro vedi per la Chiesa e per il Cattolicesimo in generale? R. Penso che questo sia il cruccio di tutti i preti, dei vescovi e soprattutto del Papa oggi. Penso però che la forza dello Spirito Santo continui a dare quella ventata di speranza affermata da Giovanni Paolo II all’apertura del nuovo millennio con l’esortazione a non avere paura. In fondo, gli uomini, anche quelli di Chiesa, possono tentare di realizzare tante cose, ma poi è lo Spirito Santo a guidare le sorti di questa barca della Chiesa. E’ bello ricordare che una santa nostra contemporanea, Madre Teresa di Calcutta, ci esortava a sentirci come matite nelle mani di Dio. D. Sei alla guida della nostra comunità ormai da un anno. Come ti stai trovando in mezzo a noi? R. L’esperienza sacerdotale di parroco per me è nuova e arricchente, ma anche irta di difficoltà per la responsabilità di dover prendere continuamente decisioni per il bene della comunità. Il lavoro che mi attende per i prossimi otto anni di mandato è certamente lungo, anche se ho già avuto in questa fase iniziale diverse soddisfazioni e incoraggiamenti dai parrocchiani . Voglio ribadire che l’impegno che ho preso il giorno in cui ho assunto la guida di questa parrocchia è solo quello di servirla secondo la logica del Vangelo e ricordandomi sempre che “alla fine di tutto siamo servi inutili”. D. Quale obiettivo pastorale conti di realizzare nell’anno parrocchiale che sta per cominciare? R. Quello di essere in linea con le indicazioni che ci vengono dalla Diocesi secondo lo spirito del Sinodo e quindi, impostare tutta la attività pastorale nell’ottica della collaborazione sia con i laici sia con le parrocchie vicine, sforzandoci sempre di continuare a crescere nella fede, seguendo anche quanto è emerso dall’ultimo convegno diocesano “Abitare da cristiani il nostro tempo, verso la nuova evangelizzazione” ed essere quindi in piena comunione con la Chiesa. Un’ultima domanda: perché hai suggerito di chiamare questo giornalino “Fuecu nesciu”? R. Perché è un titolo provocatorio, che richiama il fuoco che distrugge ma serve anche a purificare ciò che può essere stantìo, ripetitivo e scontato. TANTI AUGURI DON MICHELE!!!! Fuecu nesciu 2 pg 3
Rigenerati per una speranza viva » ( 1 Pt 1,3) Testimoni del grande « si » di Dio all’uomo. E’ il titolo della Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il quarto Convegno ecclesiale nazionale “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo” tenutosi a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006. Con questo documento, come sottolinea nella presentazione Mons. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, s’intende far risaltare gli aspetti che sembrano maggiormente fecondi e sui quali dovrà concentrarsi l’attenzione delle Chiese particolari, in vista delle scelte operative che ciascuna di esse è chiamata a compiere. I vescovi italiani intendono riconsegnare, attraverso questa nota pastorale, l’esperienza del Convegno alle nostre chiese, perché vi possano individuare le scelte più adatte alla loro vita, attraverso tre scelte di fondo che, si auspica, diventino patrimonio comune e che costituiscono anche un metodo di lavoro. La prima delle tre vie che traducono nella pastorale ordinaria le sollecitazioni di Verona è quella fondamentale del primato di Dio nella vita e nella pastorale della Chiesa, con la centralità della Parola, l’assunzione della santità quale misura alta e irrinunciabile del nostro essere cristiani e la fede in Cristo risorto come fonte della speranza cristiana. La seconda via è la testimonianza come forma dell’esistenza cristiana. Essere testimoni di Gesù significa appartenere a Lui. Dall’essere «di» Gesù deriva il profilo di un cristiano capace di offrire speranza e la speranza di cui siamo testimoni è la persona stessa del Signore. E’ capace di sperare chi si riconosce amato da Cristo, ma in questo sta anche l’origine della missione del cristiano, mosso ad andare verso gli altri perché raggiunto dalla grazia e sorpreso dalla misericordia. Attingendo a questo dono la Chiesa italiana rilegge nella prospettiva della speranza la scelta di comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. La terza via è una pastorale integrata che converge sull’unità della persona e questa è un’esigenza che oggi
Partecipare
emerge con chiarezza. Mettere la persona al centro costituisce una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale e superare il rischio del ripiegamento che può colpire le nostre comunità. Durante il Convegno tre parole sono risuonate come una triade indivisibile: COMUNIONE, CORRESPONSABILITA’, COLLABORAZIONE. Esse delineano il volto di comunità cristiane che procedono insieme, con uno stile che valorizza ogni risorsa e sensibilità, in un clima di fraternità e di dialogo. Una strada da percorrere con coraggio è quella dell’integrazione pastorale fra i diversi soggetti ecclesiali. Tutto ciò non è possibile se non nasce dalla consapevolezza che la comunione è dono di Dio. Alla base della pastorale «integrata» sta quella spiritualità di comunione che precede le iniziative concrete e purifica la testimonianza dalla tentazione di cedere a competizioni e personalismi. Diventa essenziale rilanciare l’impegno ecclesiale e secolare dei laici, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare in quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione. Occorre pertanto creare nelle comunità cristiane luoghi in cui i laici possano prendere la parola, comunicare la loro esperienza di vita, le loro domande, le loro scoperte, i loro pensieri sull’essere cristiani nel mondo. Perché ciò avvenga bisogna operare una complessiva crescita spirituale e intellettuale, pastorale e sociale, frutto di una nuova stagione formativa per i laici. Camminare verso il futuro con gioiosa speranza è il messaggio di fiducia che i Vescovi italiani indirizzano alle famiglie, ai fedeli laici, ai presbiteri e ai diaconi, ai consacrati e ai missionari. La vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione, la cittadinanza sono i cinque ambiti che individuano spazi nei quali impegnarci sempre di più per far risplendere la gioia cristiana in ogni circostanza della vita. Gabriella Licheri
è importante
La mostra de “IL SACRO NELL’IMMAGINE” svoltasi l’ 1 e i12 Luglio in occasione della festa di San Bernardino Realino, è stata la prima esperienza che la nostra Parrocchia ha vissuto dietro le quinte della sacrestia. Tenendo conto della scarsa pubblicità in merito alla stessa mostra e soprattutto che i nostri parrocchiani non erano ancora pronti ad un cambio decisivo sulle nuove iniziative parrocchiali, posso ritenermi soddisfatta dei risultati ottenuti! Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicino “in primis” mio marito che mi ha aiutato ad allestire la mostra e coloro che mi hanno gratificato con i loro apprezzamenti, ritenendo questa esperienza un’iniziativa valida. Grazie quindi alle personalità più in vista, ma anche alla gente comune facente parte di questo rione e non. Grazie a coloro che pur non essendo esperti d’arte hanno apprezzato l’iniziativa e le varie tecniche e metodologie pittoriche. Grazie al mio parroco don Michele che ha permesso di realizzare tutto ciò e dare vita al sogno che avevo da tempo inespresso dando creatività alle mie capacità artistiche. In questa esperienza essendo una persona molto timida ho dovuto superare me stessa per aprirmi al pubblico e alle continue domande postemi e devo confessarvi che non è stato semplice. Vi confido che il mio sguardo lo rivolgo sempre a Dio nel momento in cui concretizzo le espressioni artistiche, dove sperimento la Sua presenza attraverso le mie umili mani. Di questo, continuamente, rendo lode a Dio, in particolare alla fine della realizzazione dell’opera e anche quando sono coinvolta nelle varie iniziative parrocchiali. Un’ultima cosa vorrei dire ora riguardo alle vignette satiriche, di mia mano, sul giornalino “FUECU NESCIU”: spero solo che siano di gradimento e che non urtino la suscettibilità di nessuno perché queste sono state realizzate per “alleggerire” le fila del periodico parrocchiale, vogliono essere allegre e spensierate, senza offesa alcuna! Continuerò a rappresentare scene quotidiane del nostro rione, della nostra vita, su ciascuno di noi, sui componenti dei vari gruppi e perché no, anche sul nostro caro parroco che con simpatia si presta allo scherzo satirico! Questo dimostra quanto la sua mente e il suo cuore siano aperti verso i suoi parrocchiani e sia ben disposto a risolvere i nostri problemi anche attraverso la satira di “FUECUNESCIU”. Fuecu nesciu 2 pg 4 Maria Rosaria Giannone
Lo sport e i ragazzi Lo sport è bello. È bello perché fa divertire, perché rappresenta un momento di svago, appassiona, rende felici tutti, grandi e piccoli, aiuta a rendere sani sia la mente che il corpo. Eh, sì! Gli sport sono davvero tanti e tutti hanno gli stessi principi: sana competizione, divertimento e rispetto verso le regole, sé stessi e gli altri. Infatti è importante confrontarsi con i compagni di squadra o con gli amici e misurare le proprie capacità, purché questo avvenga nel massimo rispetto, anche e, soprattutto, nei confronti dell’avversario (anche se, a volte, può sembrare molto difficile!). Naturalmente, alla base di tutto c’è il divertimento: è il motivo principale che spinge i ragazzi a praticarne uno, sia esso di squadra o individuale. Tutti, fin da piccoli, dovrebbero praticare uno sport, perché, in fase di crescita, aiuta la formazione del carattere e il saper convivere con gli altri nel pieno rispetto delle regole. In conclusione, lo sport è un qualcosa che attrae e rende liberi i ragazzi.In realtà, l’argomento può essere affrontato sotto un altro e, forse, nuovo punto di vista: lo sport come sinonimo di distrazione. Distrazione dai piccoli grandi problemi di ogni giorno che caratterizzano la vita di ogni ragazzo, soprattutto se adolescente, oppure distrazione da cattive strade: droga, fumo, alcool e qualsiasi altra cosa danneggi la propria salute, personalità e quelle altrui. Questo perché in un periodo così complesso della vita di un ragazzo è estremamente importante avere un punto di riferimento solido e sicuro a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà; punto che,data l’età, è difficile
Il
trovare nei genitori o negli amici. Insomma, in queste situazioni lo sport rappresenta una forma di aiuto. Non sempre, però, questo avviene. A volte i ragazzi ricevono, soprattutto dai mezzi di comunicazione, messaggi ambigui che parlano, ad esempio,di atti di violenza fisici e verbali o, per meglio dire, psicologici all’interno di una partita, di un incontro. Questi sono,certamente, messaggi formulati in modo sbagliato; infatti lasciano quasi ad intendere che l’intero sport in cui si è verificato l’atto di violenza è “malato”.Quante volte, negli scorsi campionati di calcio italiano, abbiamo assistito in TV a striscioni offensivi o ad atti violenti nei confronti dei tifosi della squadra avversaria. Per molto tempo si è parlato solo e unicamente di questi aspetti del tutto negativi e il risultato è stato una confusione generale che ha fatto perdere di vista tutti gli aspetti positivi del calcio e dello sport in genere. E questa non è una questione di poco conto, perché i ragazzi prendono proprio come punto di riferimento ciò che accade in TV o, comunque, intorno a loro e, ai loro idoli. Naturalmente, ragazzi e non, devono sapere che lo sport in sé non è assolutamente violento, ma piuttosto è usato come pretesto per provocare violenza e fanatismo e i mezzi di comunicazione non fanno altro che riportare fatti anomali e isolati di uno sport. Comunque, una cosa è certa: se al mondo c’è qualcosa di buono e istruttivo, quel qualcosa riguarda, per buona parte, lo sport. Agnese Centonze
“chiacchericcio”: metodo di tessitura, con trama e ordito, degli
avvenimenti locali, con rilevanti rielaborazioni fantastiche
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E’ bello dar lode al Signore Via degli Oropellai, ore 19:30, martedì ... E’ una fresca serata d’autunno, un piccolo gruppo di signore che ha partecipato alla messa vespertina esce dalla parrocchia in un religioso raccoglimento. All’improvviso un urlo sconvolgente rompe il silenzio: “Francesco, Francescooooo! Vieni qui la mamma, che ti fai male!!!” E’ il segnale che il coro della parrocchia è ormai al completo e si possono iniziare a provare i canti per la messa... o no?!? Dopo i primi 10, 15, 20??? minuti di aggiornamento della settimana piena di impegni che ciascuno di noi ha affrontato, l’organista richiama tutti all’ordine: “Beh? Cuminciamu? Poi deciti ca se face tardu!” Per quanto mi ricordi è da sempre che faccio parte del coro, probabilmente anche nel giorno del Battesimo a modo mio stavo già cantando. Da piccolina imparavo a memoria le parole dei canti perché leggerle velocemente era troppo difficile per me, allora a casa cantavo a squarciagola fino a memorizzarle per poi cantarle molto più timidamente la domenica durante la messa. Crescendo misi da parte la paura di sbagliare e cantavo “ a testa alta e con le mani dietro la schiena” perché mi avevano suggerito che in tal modo la voce veniva fuori meglio. Poi a quindici anni l’esperienza più bella vissuta in assoluto all’interno di un coro: cantare per la messa celebrata dal Papa in visita a Lecce il 18 settembre del 1994. Ricordo ogni singolo istante e ogni sensazione legata a quell’evento: l’autorevolezza di Padre Ermanno, il maestro del coro che pretendeva precisione assoluta ed in particolare una certa velocità di memorizzazione degli spartiti; la soddisfazione provata quando cinque voci si univano e davano vita ad armonie bellissime di cui ero fiera di essere una delle artefici; poi l’emozione più grande, cantare davanti al Santo Padre, esprimere in tal modo l’amore immenso che Dio prova per noi e che noi come suoi figli proviamo per lui.
15 Ottobre ore 19,00 Solenne celebrazione per il 10° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Don Michele.
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E’ proprio questo che ha fatto si che cantare al Signore sia diventata una grande espressione della mia fede in lui. Sant’Agostino diceva “chi canta prega due volte”, ed io ho fatto mio questo perisiero e lo metto in pratica ogni volta che nasce in me l’esigenza di comunicare tutto ciò che sento per Colui che ha creato tutti noi, che costantemente ci ama e gioisce ogni qualvolta torniamo a lui, nonostante la vita di ogni giorno ci metta a dura prova ed a volte ci faccia allontanare dai suoi insegnamenti. Questisentimenti condivido con coloro che fanno parte del coro della nostra parrocchia, alcuni dei quali: Carmelina, la “veterana” per così dire, che ogni tanto nostalgicamente ripropone canti imparati parecchi anni fa ma che mantengono ancora intatto il loro significato di grande espressione di lode a Dio; le gemelle, il cui arrivo è annunciato dalle voci dei loro bimbi più piccoli che sono per noi una speranza per il futuro e che sebbene non sappiano leggere interpretano con grande maestria molti canti, pretendendo persino il quaderno con i testi; Antonio, che non appena ascolta per la prima volta un canto difficile da imparare sembra scoraggiarsi ma poi si impegna al 200% ed alla fine la sua voce si unisce perfettamente a quella degli altri due uomini del nostro coro, Luciano e Maurizio; Agnese ed Alessia, le due adolescenti del gruppo, le “new entry” Yurica e Giorgia, che rappresentano le nostre mascotte, e tutti gli altri che fanno parte di questa piccola grande famiglia che con qualche stecca, qualche imperfezione, qualcuno che comincia una battuta prima o dopo, ma sempre con grande impegno ed amore si rivolge con una voce sola al Dio della gioia dicendo: Ti vogliamo bene e ti lodiamo con il nostro canto, Padre di tutti noi!! Alessandra Contino
Lettera aperta a Beppe Grillo Carissimo Beppe, Se tutti si uniformassero alle tue imprecazioni in un coro all’unisono, farebbero solo un gran chiasso ed il mondo sarebbe tutto all’incontrario; anche la gravità funzionerebbe alla rovescia: immagina una gravità invertita, tutto si disperderebbe in un’atmosfera inesistente, tutto perderebbe coesione, non potrebbe formarsi il mare e neppure la terraferma. Ma, nel creato, ogni elemento è un piccolo centro di gravità che genera aggregazione e, più elementi recluta, più si rinforza, fino a formare un mondo tutto intero, dove si rigenerano esseri viventi, dove si forma l’intelligenza: già l’intelligenza; che sarebbe il mondo senza l’intelligenza? Sarebbe privo di quella particolare coscienza dell’essere, non avrebbe senso tanta forza creatrice senza un essere intelligente in grado di osservare, agire, ragionare sul contesto fisico e sul contesto astratto del mondo circostante, tutta la “creazione” sarebbe una “increazione”; l’esplosione primordiale sarebbe stata fin dall’inizio una implosione e l’universo così come oggi lo possiamo conoscere, misurare, esplorare, sarebbe rimasto chiuso, prigioniero, nella mente del suo Creatore. Ma il Creatore ha liberato subito tutto ciò che aveva in mente, ha conferito un segno positivo a tutte le cose, alla più cruda materialità del mondo ha fatto sì che si associasse
la forza dell’intelletto in un essere creato a Sua immagine e somiglianza, rendendolo libero e signore del creato, senza poi abbandonarlo a sé stesso, giacché soggetto alle tentazioni del maligno. E proprio nel momento in cui costui stava per prendere il sopravvento, si è reso presente con tutta la Sua potenza promettendo, e mantenendo la promessa, la remissione di tutte le colpe dell’uomo, debole, imperfetto, incline a seguire facilmente i più primordiali istinti. Perciò occorre pensare, agire, nel senso positivo, anche quando sembra che tutto vada a rotoli, esca fuori dal controllo della ferrea razionalità: non si può liberare una forza negativa sperando che sortisca spontaneamente un effetto contrario, infatti dal male non è mai sorto alcun bene e qualora ciò fosse, è solo una falsa apparenza del primo: solo una conversione può invertirne il segno. Tra il male ed il bene io scelgo il bene e guardo al male non come ad un qualcosa da ignorare, ma come una entità da sapere riconoscere, individuare, scovare, correggere, sotto tutte le varie sfaccettature con cui si possa insidiosamente presentare, e questa si chiama coerenza. Lecce, 25-9-2007 Salvatore Perfetto
L’anniversario goldoniano nel teatro di oggi Ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita di Carlo Goldoni, il commediografo veneziano considerato unanimemente uno dei più grandi autori della storia del teatro e della letteratura mondiali. Ricordare l’opera di questo illustre Italiano, la cui fama è tuttora viva anche al di fuori dei confini nazionali (soprattutto in Francia, ove egli trascorse gli ultimi anni della sua vita), non può non portare ad una riflessione sulle condizioni attuali del teatro nel nostro paese e sul ruolo che questa forma d’arte è chiamata ancora a svolgere nella vita culturale. Al nome di Carlo Goldoni è legato un passaggio fondamentale della storia letteraria, ossia quella riforma che, a partire della metà del XVIII secolo, modificò i canoni espressivi e strutturali dell’attività teatrale e pose sostanzialmente fine alla “commedia dell’arte”, determinando la nascita di un teatro più moderno e idoneo a rispecchiare e rappresentare più fedelmente l’evoluzione della società civile. Goldoni fu il primo a riprendere a scrivere per intero il testo delle sue commedie (che prima di lui erano divenute essenzialmente solo dei canovacci destinati ad essere integrati e sviluppati dall’improvvisazione degli attori in sede di rappresentazione) e fece assurgere nuovamente tale componimento alla dignità di vera e propria opera letteraria, destinata anche alla pubblicazione editoriale e alla diffusione tra i lettori. Nel teatro goldoniano si ritrovano tematiche di profondo valore sociale e morale, sia pure spesso collocate in un contesto rappresentativo improntato alla ricerca dell’effetto comico e farsesco. Questa originale miscela tra contenuti di rilevanza civile e umana e brillanti intrecci dispiegantisi tra colpi di scena e intensi momenti di corale vivacità ha assicurato all’opera goldoniana un eccezionale successo di pubblico e di critica, che perdura tuttora. Non a caso molte delle commedie di Goldoni sono tuttora rappresentate sui palcoscenici di tutto il mondo e costituiscono quindi una vera e propria miniera per il lavoro di tanti artisti del teatro. Il costante riferimento alla figura di Goldoni può senz’altro aiutare il teatro contemporaneo, non solo italiano, a ritrovare una appropriata ispirazione artistica che consenta di riavvicinare fasce di pubblico sempre più vaste e ricostituisca un rapporto che in passato ha non poco contribuito alla crescita civile e umana della società. A tale scopo, sul piano strettamente letterario, appare essenziale restituire alla commedia una dignità artistica e culturale che le consenta di esprimere e trasmettere valori positivi di valenza etica e morale, distinguendola nettamente dagli spettacoli leggeri e di puro intrattenimento che hanno quasi monopolizzato i palcoscenici italiani e non, rischiando di snaturare e banalizzare una forma artistica che ormai da decenni non produce più opere di rilievo. Giorgio Fuecu nesciu
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ITINERARIO FORMATIVO PER I GENITORI DEI RAGAZZI E GIOVANI DEL CATECHISMO ANNO 2007-2008
Tutti quanti L’aggiu vista scuncignata ca criscine sulu scrasce, ‘ntra ddhi cuti ‘nterrisciati ca nun c’era minti pete, e ‘gne fiata ca passava cu vva begnu de la scola me vinìa cu minu i mani puru ddau na ccuncignata. Poi nu giurnu alla scurdata quannu cchiui nu stà pinzava va succede nu scuncassu, ca ce ggè lu terramotu? Nu te poti mmagginare a nnà nnà ce cumbinara; sfrabbicannu e frabbicannu nu se perse nu mumentu ...e cce foi lu risultatu: arbuleddhi, chiante e fiuri, passaturi, limitari, archi a squatru cu na specie de preulitu e na nicchia cu lu Santu pe crianza de lu locu ddhu se ardia ‘lla ricurrenza Santantoni de lu focu.
16 Novembre (ven) ore 19:00
(dott.ssa Enza Gigante, sociologa) 14 Dicembre (ven) ore 19:00
by SAPER
18 Gennaio (ven) ore 19:00 15 Febbraio (veri) ore 19:00
I no che aiutano a crescere. (dott. Cesare Martella, psicologo)
14 Marzo (ven) ore 19:00
L’amore umano. (dott.ssa Enza Gigante, sociologa)
18 Aprile (veri) ore 19:00
I diritti dei bambini e i bisogni degli adulti. (dott. Cesare Martella, psicologo)
16 Maggio (ven) ore 19:00
L’importanza della preghiera nell’educazione dei figli e nella famiglia. (Don Michele)
Orario delle messe dal 28 Ottobre Domenica
ore 8,30 - 10,30 - 18,00
giorni feriali
ore 18,00
Continua nella nostra parrocchia la raccolta dei tappi di plastica del progetto ‘KENDAL’ per la realizzazione in Africa di alcuni pozzi d’acqua.
Parrocchia San Bernardino Realino Via degli Oropellai,10 73100 Lecce tel 0832/359014 cellulare 3389769293 Sito internet parrocchiale www.sanbernardinorealino.com email donmichele@sanbernardinorealino.com 2 pg 8
La comunicazione efficace: (dott. Cesare Martella, psicologo)
Numeri utili
Fuecu nesciu
Le relazioni educative: CHI CAMBIA? (dott. Cesare Martella, psicologo)
Pe lu squariu de la gente ca se poggia ‘llu Trentinu quarchedunu s’à pruidutu cu se conza nu terrenu pe lu sciocu ‘Ilu pallinu. E nu bastene lampiuni cu ne ccojene la gente; ci per casu lu patrunu ‘ncora sta ca se risente ttocca sciamu tutti quanti, mai parlannu pe rinfacciu, ddha ci sta lu Presidente.
L’importanza dellavita comunitaria nell’educazione dei nostri figli.
Impaginazione e stampa Giovanni Contino