

Nutrire il domani
Lo sfogliabile di n.5 | gennaio-marzo 2026
tva.aqp.it
VIVA l’ulivo che cresce piano.
Viva i bambini che assaggiano la terra.
Viva i trulli che raccontano la civiltà della pietra che siamo stati.
Viva l’intelligenza artificiale che non si sostituisce a noi ma che ci fa comodo.
Viva l’acqua che scorre sicura nelle condotte.
Viva l’acqua per i contadini, viva l’acqua per la focaccia e il pane di Altamura.
Viva questa acqua che bagna la terra e la benedice.
Viva le storie che scorrono.
VIVA è una di queste.
Periodico de La Voce dell'Acqua registrato al Tribunale di Bari, Num. R.G. 1158/2011 del 21/04/2011
Direttore responsabile: Vito Palumbo comunicazione@aqp.it
Un progetto editoriale di
L’EDITORIALE
Nutrire il domani
Guardare il presente attraverso ciò che ci nutre e ci sostiene significa riconoscere il cambiamento come condizione.
È da questa prospettiva che nasce il nuovo numero di VIVA che attraversa cibo, città, paesaggi e innovazione per leggere un mondo in trasformazione, sospeso tra fragilità e possibilità.
Il clima non aspetta. La crisi è ormai evidente, ma la risposta resta incerta, divisa tra consapevolezza diffusa e lentezza dell’azione. Mentre la scienza indica con chiarezza la necessità di ridurre drasticamente le emissioni, le decisioni politiche faticano a tenere il passo, lasciando emergere una frattura sempre più visibile tra ciò che sappiamo e ciò che siamo in grado di fare. È una tensione che attraversa economie, istituzioni e società, e che si riflette nei territori, dove gli effetti della crisi diventano esperienza quotidiana. Il cibo è uno dei punti più evidenti di questa contraddizione. Da un lato gli sprechi quotidiani, dall’altro una crescente attenzione alla qualità, all’ambiente e al valore. Mangiare oggi significa scegliere: tra filiere lunghe e produzioni locali, tra consumo rapido e nutrimento, tra modelli che esauriscono risorse e altri che provano a rigenerarle. È un gesto quotidiano che diventa responsabilità collettiva.
In questo scenario, la tecnologia non è solo accelerazione, ma strumento di equilibrio. Dall’agricoltura di precisione, che utilizza sensori, dati e intelligenza artificiale per ridurre consumi idrici, fertilizzanti ed energia, alle sperimentazioni che immaginano nuovi sistemi alimentari più rispettosi dell’ecosistema, emerge una direzione chiara: produrre meglio, consumare con più sensibilità, integrare sapere tradizionale e innovazione.
Il cambiamento riguarda anche il modo in cui abitiamo. Le città, come ricorda l’architetto Mario Cucinella, nella rubrica “Ti racconto”, sono “organismi lenti che però si adattano, cambiano”, sistemi vivi costruiti dalle comunità e capaci di trasformarsi nel tempo. È in questo equilibrio tra natura, tecnologia e relazioni che si gioca la qualità della vita urbana. Roma, osservata come metropoli globale nella mostra al MAXXI, incarna questa complessità rivelando tutte le contraddizioni contemporanee: estesa e relativamente verde, ma segnata da mobilità complessa. Le sfide delle emissioni e dell’accesso ai servizi mostrano come il futuro urbano non possa essere separato da quello ambientale.
Accanto alle città, i paesaggi raccontano un’altra possibilità. Il Parco del Pollino, con le sue faggete vetuste, le gole scavate dall’acqua e le comunità che ancora abitano questi luoghi, mostra un equilibrio costruito nel tempo, dove natura e presenza umana convivono senza annullarsi. È una lezione silenziosa: il futuro non si impone, si costruisce dentro i territori, rispettandone i ritmi.
Ciò che è affidato a queste pagine è la tensione tra inerzia e trasformazione, tra consumo e responsabilità, tra tecnologia e natura. Non esiste una risposta unica, ma una direzione condivisa: ricomporre le relazioni, ridurre le distanze, restituire senso alle scelte quotidiane.
VIVA invita a questo esercizio: osservare con più attenzione, scegliere con più consapevolezza, abitare con maggiore cura. Perché il futuro non si costruisce separando, ma intrecciando. Terra, dati, città, cultura: è da qui che passa la possibilità di immaginare un equilibrio nuovo.
IPSE DIXIT
Datemi il silenzio, l'acqua, la speranza...
Pablo Neruda
SOMMARIO
Dossier
Radici e futuro del cibo 4
1/5 Nel mondo dell'eccesso la fame cresce
2/5 3/5
Sprechi alimentari: il paradosso in Italia
La genuinità: una scelta responsabile
L'intervista. Clara Velez Fraga Responsabile dell'Ufficio di divulgazione e promozione della FAO 4/5

"cibo e arte possono ancora unire"
5/5
L'Italia a tavola, patrimonio del mondo
Sulla strada
Strati di tempo, dalla vetta alla valle 16
Ti racconto
Mario Cucinella "La città è un organismo lento che però si adatta, cambia" 22
Cose dell'altro mondo
Ritardi e inerzie, ma il clima non aspetta 26
Il futuro è oggi Agricoltura di precisione: dalla terra al dato 30
Custodi della terra Il fascino selvatico tra Murgia e Gargano 34
Arte e cultura
Roma nel mondo: la città eterna come laboratorio del futuro 36
Parole come gocce Il buio scese sull'acqua 39
10 in condotta
Dinosauri e minerali: lo studio dei gusci d’uovo
40

dossier | RADICI E FUTURO DEL CIBO
Identità e sfide del nostro tempo

Il cibo, fra abbondanza e sprechi, non è mai stato solo cibo. Disegna la mappa delle disuguaglianze nel mondo. È memoria, identità, linguaggio. È ciò che ci tiene insieme, che attraversa le generazioni, che racconta chi siamo senza bisogno di parole.
Oggi però quel linguaggio sta cambiando. Tradizioni riconosciute e nuove tecnologie accelerano e il modo in cui mangiamo non descrive più soltanto il presente, ma anticipa anche il futuro. Basta guardare ai numeri per capire la direzione. In Italia ogni persona spreca circa 555 grammi di cibo a settimana e ogni anno si buttano 1,7 milioni di tonnellate di alimenti, l’equivalente di miliardi di pasti. Un’enormità che convive
con chi il cibo non lo ha, e che racconta un sistema ancora profondamente squilibrato. Eppure qualcosa si muove. Il consumatore del 2026 è più prudente, selettivo, consapevole: compra meno, ma meglio. Cerca qualità, utilità, fiducia. Non è più disposto a pagare promesse vuote: pretende coerenza, concretezza, valore reale. È un cambiamento silenzioso e allo stesso tempo decisivo.
Nel frattempo, il cibo riafferma la sua dimensione culturale. Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana sancisce non solo un patrimonio gastronomico, ma un sistema fatto di stagionalità, convivialità e valori.
E al Museo FAO, il cibo si trasforma
in racconto universale: identità, tradizioni e dialogo tra popoli. Poi c’è il futuro, già presente. Progetti come Hungry EcoCities immaginano un sistema alimentare in cui arte, tecnologia e intelligenza artificiale creano modelli più sostenibili: una necessità concreta più che un esercizio teorico. In mezzo a tutto questo, resta una verità semplice: mangiare è diventato un atto che riguarda molto aspetti della contemporaneità. È una scelta ambientale, economica, culturale. È il punto in cui si incontrano responsabilità individuale e destino collettivo. La rivoluzione alimentare non comincia nei laboratori né durante i vertici globali. Comincia a tavola, nelle nostre case, ogni giorno.
DOSSIER / RADICI E FUTURO DEL CIBO 1/5
Nel mondo dell'eccesso la fame cresce
Una persona su undici nel mondo soffre la fame. Un dato che da solo basterebbe a definire il fallimento collettivo di un sistema globale che produce cibo in quantità più che sufficienti, ma incapace di distribuirlo equamente.
I dati del Global Network for Food Crisis Report 2025 evidenziano che oltre 295 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di denutrizione acuta, con un trend negativo che prosegue senza interruzioni. Le guerre restano tra i principali fattori di questa deriva, interrompendo le filiere, distruggendo le produzioni locali e rendendo il cibo inaccessibile. In Paesi come Somalia e Yemen, la fame non è un’emergenza temporanea ma una condizione strutturale: solo nel 2024, in Somalia, 1,7 milioni di bambini risultano gravemente malnutriti. A confermare questo scenario
anche il Rapporto ASviS 2025 sul Goal 2 che fotografa una realtà in peggioramento da cinque anni, alimentata da crisi climatiche, conflitti, povertà estrema e dalle conseguenze ancora tangibili della pandemia.
Il problema non riguarda solo i contesti più fragili. Anche in Italia il quadro appare complesso e contraddittorio. Da un lato cresce l’agricoltura biologica, che nel 2023 raggiunge il 19,8% della superficie agricola utilizzata, avvicinandosi agli obiettivi europei. Dall’altro peggiora la qualità dell’alimentazione: cala la quota di chi segue una dieta adeguata e aumenta quella delle persone in sovrappeso, oggi al 45,1%.
Le politiche contro la povertà alimentare restano frammentate, spesso emergenziali e poco coordinate. Serve un cambio di paradigma: non più interventi tampone, ma strategie strutturali

oltre 295 milioni
LE PERSONE COLPITE
DA DENUTRIZIONE E SOTTOALIMENTAZIONE (DATI DEL 2024
DAL GLOBAL NETWORK
FOR FOOD CRISIS REPORT 2025).
capaci di integrare sostegno al reddito, educazione alimentare e accesso equo alle risorse. La cosiddetta food literacy diventa centrale, così come la trasparenza delle etichette e il coinvolgimento delle comunità locali.
Sul fronte agricolo, i piccoli produttori continuano a essere l’anello debole: producono meno e guadagnano molto meno rispetto alle grandi aziende. Facilitare l’accesso alla terra e al credito, soprattutto per giovani e donne, è una delle leve decisive per invertire la rotta. Allo stesso tempo, resta urgente contrastare il caporalato e garantire condizioni di lavoro dignitose lungo tutta la filiera. L’Europa mostra segnali incoraggianti, ma non sufficienti. La nuova “Visione per l’agricoltura e il cibo” guarda al 2040 con l’obiettivo di costruire un sistema più resiliente e sostenibile. Il tempo stringe e la fame non è solo una questione di scarsità: è il risultato di disuguaglianze profonde, che continuano a crescere sotto gli occhi del mondo.


AGENDA 2030 - GOAL 2 – SCONFIGGERE LA FAME. Fonte: Rapporto ASViS 2025 (dati 2024)
Il Goal 2 rimane stabile perché da una parte diminuiscono le persone con un adeguato regime alimentare, mentre dall'altra aumentano le coltivazioni biologiche.
Plumpynut, la pasta di arachidi che salva dalla malnutrizione
Negli ultimi decenni la lotta alla malnutrizione infantile ha beneficiato di innovazioni nutrizionali sviluppate grazie alla collaborazione tra ricercatori, aziende e agenzie ONU. Tra queste, una svolta decisiva è arrivata con il Plumpynut, un alimento terapeutico pronto all’uso (RUTF) ideato nel 1999 dal nutrizionista francese André Briend. Si tratta di una pasta a base di arachidi, zucchero, grassi vegetali e latte in polvere, arricchita con vitamine e sali minerali. Ogni bustina da 92 grammi fornisce circa 500 calorie e consente ai bambini gravemente malnutriti di recuperare peso molto rapidamente. Il suo principale vantaggio è la praticità: non richiede acqua, cottura né refrigerazione, riducendo il

rischio di infezioni e permettendo alle madri di somministrarlo a casa. Dal 2007, grazie a un protocollo sviluppato da UNICEF e OMS, una terapia di otto settimane con tre bustine al giorno può salvare
la vita a un bambino. Oggi il prodotto è ampiamente utilizzato da organizzazioni umanitarie in tutto il mondo.
Foto: sito https://www.unicef.it
DOSSIER / RADICI E FUTURO DEL CIBO 2/5
Sprechi alimentari: il paradosso in Italia
C' è una scena familiare abituale: si apre il frigorifero, si controlla una confezione dimenticata, si esita per un momento e poi si decide di buttarla. Un gesto rapido, quasi automatico. Eppure, moltiplicato per milioni di famiglie, quel piccolo gesto quotidiano racconta una storia molto più grande: quella dello spreco alimentare.
In Italia il fenomeno continua a essere rilevante, soprattutto tra le mura domestiche. Secondo i dati dell’Osservatorio Waste Watcher International, ogni persona spreca in media circa 555 grammi di cibo alla settimana. Una quantità che può sembrare limitata se osservata individualmente, ma che su scala nazionale assume proporzioni enormi.
Il 13,9% della popolazione italiana, circa 8 milioni di persone, vive in condizioni di insicurezza alimentare moderata o severa, ma ogni anno vengono sprecati 1,7 milioni
Lo spreco riguarda tutte le fasi
della filiera: dalla produzione alla distribuzione, fino alle tavole.
di tonnellate di cibo, l’equivalente di 3,4 miliardi di pasti da 500 grammi che potrebbero sfamare oltre 3 milioni di persone in povertà. Lo spreco alimentare maggiore si registra al Sud (628,6 grammi a persona) in cui è evidente un incremento del 13% rispetto alla media nazionale. Un contrasto che rimarca uno dei paradossi più forti del nostro tempo: l’abbondanza che convive con la difficoltà alimentare.

Gran parte dello spreco avviene proprio nelle case. Non sempre per disattenzione, ma spesso per una combinazione di abitudini quotidiane: spese troppo abbondanti, prodotti dimenticati in fondo al frigorifero o nella dispensa, oppure la confusione tra data di scadenza e termine minimo di conservazione, che porta a eliminare alimenti ancora perfettamente consumabili. Quando si guarda l’intero sistema alimentare il quadro diventa ancora più evidente. Lo spreco riguarda tutte le fasi della filiera: dalla produzione agricola alla distribuzione, fino alle tavole delle famiglie. Ogni alimento che finisce nella spazzatura rappresenta risorse utilizzate inutilmente: acqua per la produzione agricola, energia per il trasporto e la conservazione, suolo coltivato e lavoro umano impiegato lungo tutto l'indotto. Negli ultimi anni la sensibilità verso il tema è cresciuta. Campagne di informazione, iniziative di recupero delle eccedenze e progetti di redistribuzione del cibo stanno cercando di ridurre il fenomeno. Tuttavia il cambiamento più importante deve partire dalle scelte quotidiane delle persone. Organizzare meglio la spesa, conservare correttamente gli alimenti e imparare a valorizzare gli avanzi sono gesti semplici, ma con un impatto potenzialmente enorme. Perché ridurre lo spreco non significa soltanto evitare di buttare cibo: significa riconoscere il valore delle risorse, del lavoro e dell’energia dietro a ciò che ogni giorno portiamo in tavola.

Consumi: il trend nel 2026
Dopo anni di inflazione, instabilità geopolitica e shock economici, il consumatore globale entra nel 2026 con un atteggiamento nuovo: più prudente ma anche più consapevole. Secondo NielsenIQ, il 32,8% dei consumatori afferma di essere in una condizione finanziaria peggiore rispetto all’anno precedente, mentre il 73% attribuisce il peggioramento all’aumento del costo della vita. La parola d’ordine dunque è: cautela. La volatilità è ormai percepita come una condizione permanente e questo cambia il modo di spendere. I consumatori continueranno a spendere meno per mangiare fuori, per l’intrattenimento fuori casa e per la consegna di cibo a domicilio, rispecchiando il loro comportamento nel 2025.
Gli acquisti diventano sempre più selettivi e intenzionali: ogni prodotto deve dimostrare il proprio valore in termini di qualità, utilità e convenienza. Il prezzo resta centrale, ma non è più l’unico criterio. Cresce l’attenzione al rapporto qualità-valore, con le marche del distributore che
guadagnano terreno e non sono più percepite come semplici alternative low cost, bensì come scelte affidabili e convenienti.
Allo stesso tempo cambia l’esperienza d’acquisto. Il confine tra negozio fisico e digitale si dissolve: social commerce, e-commerce e consegne rapide convergono in un ecosistema di acquisto fluido e personalizzato. In questo contesto, anche i rivenditori assumono un nuovo ruolo, diventando piattaforme di comunicazione e dati capaci di influenzare direttamente il percorso di scelta dei consumatori.
In uno scenario dominato dall’incertezza, vincono i brand capaci di offrire semplicità, fiducia e utilità concreta. Per conquistare il consumatore del 2026 non basta promettere valori: bisogna dimostrarli, ogni giorno, nel carrello della spesa.
La crescita dipenderà sempre meno dagli aumenti di prezzo e sempre più dalla capacità di intercettare nuove occasioni di consumo, aumentare la frequenza di acquisto e costruire relazioni di fiducia durature con clienti sempre più informati ed esigenti.

NielsenIQ, Consumer Outlook – Guide to 2026

DOSSIER / RADICI E FUTURO DEL CIBO 3/5
La genuinità: una scelta responsabile
In un tempo segnato dalla crisi climatica, mangiare bene non significa più soltanto nutrirsi in modo sano: significa scegliere con consapevolezza. Ogni alimento che arriva sulla nostra tavola racconta una storia fatta di terra, lavoro, risorse naturali e impatto ambientale. Le nostre scelte quotidiane, spesso considerate banali, hanno invece conseguenze concrete sulla salute del pianeta. Le ricerche lo dimostrano con chiarezza. Una dieta ricca di prodotti vegetali, legumi e alimenti freschi genera emissioni di gas serra molto inferiori rispetto a un’alimentazione basata su carne proveniente da allevamenti intensivi e su cibi industriali altamente processati. In una settimana, una dieta sana e sostenibile produce circa 14 kg di CO₂, mentre una dieta poco equilibrata e ricca di prodotti industriali arriva a 37 kg:
Mangiare sano significa scegliere con consapevolezza: cibo locale, stagionale e tracciabile che sostiene territori e comunità.
quasi il triplo. Ridurre il consumo di carne e aumentare quello di legumi e verdure non è quindi solo una scelta salutare, ma anche un gesto concreto a favore del clima. Ma la sostenibilità del cibo non riguarda soltanto cosa mangiamo. Conta anche da dove proviene ciò che scegliamo. Sempre più
persone guardano con attenzione a prodotti locali, stagionali e tracciabili, che rafforzano le economie territoriali e riducono l’impatto ambientale dei trasporti e delle filiere lunghe. Dietro questi alimenti ci sono spesso piccoli produttori, pratiche agricole rispettose dei cicli naturali e una relazione più diretta tra chi coltiva e chi consuma.
Il cibo, infatti, non è soltanto nutrimento: è cultura, identità e relazione con la terra. Come ricorda il Documento di Roma di Slow Food, «il cibo è l’elemento che riconduce gli esseri umani alla terra, al suolo, all’acqua, alla biodiversità». In questa prospettiva, mangiare diventa un atto che riguarda non solo il corpo ma anche l’ambiente e la società. Significa sostenere sistemi agricoli che rispettano la fertilità dei suoli, la biodiversità e il lavoro delle comunità locali.

SLOW FOOD: "UN'ALTRA IDEA DI MONDO"
La cassetta degli attrezzi per leggere la realtà secondo Slowfood contiene queste parole-chiave: cibo, biodiversità, agroecologia, nuove geografie fisiche e umane, comunità, bellezza, lavoro, femminile, bambini e giovani.
Slowfood sottolinea inoltre che la biodiversità rappresenta una garanzia di adattamento e sopravvivenza per il pianeta, perché custodisce la varietà della vita e dei saperi legati al cibo. Proteggerla significa difendere non solo ecosistemi fragili, ma anche tradizioni agricole e alimentari che rischiano
di scomparire sotto la pressione di un sistema produttivo sempre più standardizzato.
In un mondo dominato dalla velocità e dal consumo, rallentare diventa quasi un atto rivoluzionario. Scegliere con attenzione ciò che mangiamo significa riavvicinare città e campagne, valorizzare i

territori e ridurre la distanza tra produzione e consumo. In fondo, la vera rivoluzione alimentare non parte dalle grandi strategie globali, ma da un gesto quotidiano: decidere cosa mettere nel piatto. Perché oggi mangiare bene significa anche prendersi cura del pianeta.
Il futuro del cibo tra arte e intelligenza artificiale
Come nutrire il pianeta senza esaurire le sue risorse? È la domanda al centro di Hungry EcoCities, progetto europeo sostenuto dal programma S+T+ARTS che unisce arte, tecnologia e ricerca per ripensare il sistema agroalimentare del XXI secolo. Attraverso residenze artistiche, sperimentazioni e prototipi digitali, il progetto coinvolge università, creativi e imprese per esplorare nuovi modelli di produzione e consumo del cibo. L’obiettivo è sviluppare soluzioni più sane, sostenibili e accessibili, utilizzando strumenti come intelligenza artificiale, biotecnologie e sistemi digitali avanzati. Le sperimentazioni si muovono in

tre direzioni: l’agricoltura su larga scala, le soluzioni locali basate sulle specificità dei territori e l’integrazione tra città e coltivazione. Con 20 esperimenti artistico-tecnologici e un laboratorio aperto di ricerca, Hungry EcoCities vuole dare vita a nuove visioni e prototipi per un sistema alimentare rigenerativo, capace di unire innovazione, cultura e responsabilità ambientale.
DOSSIER / RADICI E FUTURO DEL CIBO 4/5
CLARA VELEZ FRAGA
cibo e arte possono ancora unire
Nel Museo e Rete per l’Alimentazione e la Nutrizione della FAO (FAO MuNe) a Roma ogni manufatto è una finestra sul legame tra comunità, terra e cultura del cibo. Lo ha raccontato Clara Velez Fraga, Responsabile dell'Ufficio di divulgazione e promozione della FAO.
Il Museo FAO coniuga arte, tradizioni e agricoltura. In che modo si racconta il cibo come espressione di identità culturale e memoria collettiva dei popoli?
Le opere e i manufatti mostrano come entrambi non siano soltanto legati al nutrimento, ma rappresentino anche saperi, tradizioni, identità e valori tramandati nel tempo. Attraverso oggetti, sculture, fotografie, illustrazioni, artefatti, strumenti agricoli, tessuti artigianali e abiti, comprendiamo come ogni comunità abbia sviluppato nel corso della storia un rapporto specifico con la terra, con le risorse naturali, con la produzione e con la convivialità. Questi elementi custodiscono conoscenze trasmesse di generazione in generazione e raccontano usanze, valori, celebrazioni, ma anche le sfide legate ai sistemi agroalimentari che la FAO affronta a livello globale per contribuire alla costruzione di un futuro migliore. In questo senso, la collezione del

FAO MuNe aiuta a leggere il cibo e l’agricoltura come patrimonio culturale vivo, capace di conservare la memoria dei popoli e di raccontare la ricchezza e la diversità delle culture agroalimentari del mondo.
La nostra collezione comprende donazioni provenienti da quasi cinquanta Paesi membri, per un totale di circa 70 pezzi, ma l’obiettivo del è ancora più ampio: raccontare la storia globale dei sistemi agroalimentari attraverso 193 oggetti, uno per ogni Stato.
Siamo abituati a parlare di alimentazione in termini di crisi o numeri. Come il Museo FAO riesce a rendere il tema del cibo una narrazione emotiva ?
È fondamentale parlare di
alimentazione e agricoltura attraverso report, dati, e statistiche. Tuttavia, il FAO MuNe restituisce a queste tematiche anche la loro dimensione umana, culturale ed emotiva. Attraverso il linguaggio universale dell'arte e della cultura, il cibo non viene raccontato solo come bisogno primario o questione globale, ma come elemento che attraversa la vita quotidiana, le tradizioni, l’identità e la memoria dei popoli. Le opere e gli oggetti esposti permettono infatti di cogliere il valore simbolico e universale del cibo: il suo legame con la terra, con il lavoro, con la cura, con la condivisione e con la trasmissione dei saperi tra generazioni. A questo si aggiunge anche una dimensione esperienziale: attraverso installazioni immersive,

strumenti interattivi, seminari e workshop, il FAO MuNe coinvolge attivamente il pubblico e rende questi temi ancora più accessibili, partecipati e vicini all’esperienza di ciascuno, mostrando come anche le più piccole azioni contino e come ciascuno di noi possa essere parte del cambiamento. In questo modo, il Museo rende il tema del cibo più vicino alle persone, perché lo trasforma da dato astratto a esperienza vissuta, capace di creare empatia e di parlare a tutti noi.
In che modo il Museo FAO valorizza la diversità delle culture alimentari del mondo e
contribuisce al dialogo tra Paesi attraverso il patrimonio agricolo e gastronomico?
Il FAO MuNe è uno spazio di diplomazia culturale che mette in relazione storie, identità e tradizioni diverse, offrendo ai Paesi membri uno spazio inclusivo di rappresentazione e dialogo. Il museo connette visioni differenti del rapporto tra comunità, territorio, agricoltura e alimentazione. Le culture si incontrano, si riconoscono e si raccontano. La collezione, nel suo insieme, riunisce la pluralità di queste narrazioni e mostra ai
Clara Velez Fraga Responsabile dell'Ufficio di divulgazione e promozione della FAO.
"Il FAO MuNe è uno spazio di diplomazia culturale, in quanto mette in relazione storie, identità e tradizioni diverse "
visitatori i molteplici modi in cui le società organizzano i propri sistemi agroalimentari: il rapporto con la terra, le tecniche di coltivazione, la trasformazione dei prodotti, la convivialità, la trasmissione dei saperi e le pratiche di sostenibilità. Il museo si afferma come uno spazio vivo di scoperta, formazione e sensibilizzazione, che già accoglie scuole, istituti di ricerca e università provenienti da tutto Il mondo. Qui il patrimonio è uno strumento per leggere il presente, imparando dal passato, per trovare soluzioni alle grandi sfide del futuro.

DOSSIER / RADICI E FUTURO DEL CIBO 5/5
L'Italia a tavola, patrimonio del mondo
C’è un linguaggio universale che in Italia si parla ogni giorno senza bisogno di traduzioni: quello della tavola. È fatto di gesti tramandati, di ricette custodite come memorie familiari, di ingredienti scelti con cura e condivisi. Dal 10 dicembre 2025, questa eredità quotidiana è stata ufficialmente riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, consacrando la cucina italiana non solo come eccellenza gastronomica ma come espressione culturale capace di raccontare l’identità di un Paese. La decisione del Comitato intergovernativo riunito a Nuova Delhi è giunta a seguito di un percorso ini-
ziato nel 2023 con la candidatura promossa dal Ministero dell’Agricoltura e dal Ministero della Cultura. L’obiettivo non era celebrare un singolo piatto iconico — come la pizza o la pasta — ma riconoscere un sistema culturale complesso fatto di convivialità, rispetto delle stagioni, scelta consapevole delle materie prime e trasmissione dei saperi tra generazioni. In altre parole, una tradizione viva che continua a evolversi nel tempo. La forza della cucina italiana sta proprio nella sua pluralità. Ogni regione, ogni città e spesso ogni famiglia possiede una propria versione delle stesse ricette. Il ragù cambia da Bologna a Napoli, la pasta fresca assume forme diverse
LA CUCINA ITALIANA
È LA PRIMA AL MONDO A OTTENERE QUESTO PRESTIGIOSO TITOLO.
L'evento La cucina italiana è patrimonio dell'umanità è stato trasmesso il 10 dicembre 2025 sul canale del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.



Il
cibo come chiave per raccontare i territori: le esportazioni dei
prodotti DOP e IGP hanno superato i 12 miliardi di euro, mentre il turismo enogastronomico ha raggiunto un valore di oltre 40 miliardi.
da nord a sud, il pane racconta la geografia dei territori. Questa straordinaria varietà è la vera essenza della nostra identità gastronomica: un mosaico di storie locali che insieme compongono una cultura condivisa.
Il riconoscimento arriva in un momento in cui la cucina italiana rappresenta uno dei simboli più forti del Made in Italy nel mondo. Secondo le stime più recenti, il valore complessivo della ristorazione italiana globale ha raggiunto 251 miliardi di euro, pari al 19% del mercato mondiale dei ristoranti con servizio. Stati Uniti e Cina guidano i consumi internazionali, confermando la dimensione planetaria della nostra tradizione gastronomica.
Dietro questi numeri c’è una filiera imponente che coinvolge centinaia di migliaia di imprese e lavoratori. Le esportazioni dei prodotti DOP e IGP hanno superato i 12 miliardi di euro, mentre il turismo enogastronomico ha raggiunto un valore di oltre 40
miliardi, dimostrando come il cibo sia diventato anche una chiave fondamentale per raccontare i territori italiani e attrarre visitatori da tutto il mondo.
Ma ciò che rende unica la cucina italiana va oltre l’economia o la notorietà internazionale. In Italia cucinare è ancora un gesto quotidiano che unisce generazioni, un rito domestico che trasforma il pasto in un momento di relazione. È la cultura del pranzo della domenica, delle tavolate lunghe, delle ricette annotate su quaderni consumati dal tempo. Un patrimonio fatto di memoria, affetti e condivisione.
Con il riconoscimento UNESCO, questa tradizione entra ufficialmente tra i beni culturali immateriali dell’umanità. Non per essere cristallizzata, ma per essere custodita e trasmessa. Perché la cucina italiana, più che un repertorio di piatti, è un modo di vivere: un equilibrio tra gusto, territorio e convivialità che continua, ogni giorno, a raccontare chi siamo.

251 miliardi di euro
È IL VALORE COMPLESSIVO
DELLA RISTORAZIONE
ITALIANA GLOBALE, PARI AL 19% DEL MERCATO
MONDIALE DEI RISTORANTI
CON SERVIZIO.
SULLA STRADA
Strati di tempo, dalla vetta alla valle
Si parte in alto, sulla Serra Dolcedorme, 2267 metri, la vetta più elevata dell’Appennino calabro-lucano. Per molti mesi resta innevata. Quando il cielo è terso lo sguardo si distende fino alle propaggini che guardano a est verso lo Ionio e a
ovest verso il Tirreno. È da qui che si percepisce l’ampiezza del Parco Nazionale del Pollino: 192.565 ettari tra Calabria e Basilicata, 56 Comuni, una catena che comprende il Massiccio del Pollino, i Monti dell’Orsomarso e il Monte Alpi.

Sui sentieri che conducono verso la Timpa di San Lorenzo, la Serra delle Ciavole, la Montea o la stessa Serra Dolcedorme restano tracce da seguire anche nei mesi freddi. Il passo si fa più lento, la salita più misurata, ma è proprio nella stagione più rigida che si rinsalda il rapporto con l’ambiente. Si cammina all’ombra delle faggete del Bosco Magnano, si risale verso le cime, si attraversano piani d’altura dove il corpo riprende fiato e lo sguardo si libera. Questo cammino accompagna ogni stagione: dalle salite alle vette innevate alle ciaspolate, sino alle camminate primaverili e ai percorsi estivi lungo le gole e i torrenti. Il Pollino si offre a chi accetta di muoversi dentro il suo ritmo, di entrare nei suoi tempi, di leggere il paesaggio passo dopo passo.
Il Pollino è un territorio che si legge per strati. Prima la roccia, con le sue forme dolomitiche, i basalti, gli strapiombi, le grotte,
Vista su Serretta della Porticella. foto F. Vigliotti
A destra: La Timpa di San Lorenzo dalla Pietra del Demanio. foto P. Rottura
i circhi glaciali e gli accumuli morenici. Poi l’acqua, che incide e modella: le gole del Raganello e del Lao, il torrente Peschiera, il fiume Abatemarco. Poi la foresta, con l’associazione abete-faggio e le faggete vetuste di Cozzo Ferriero e del Pollinello, riconosciute Patrimonio Mondiale nel 2017 e nel 2021 all’interno del sito delle “Antiche Faggete Primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa”. Infine l’uomo, che su queste montagne ha lasciato segni continui, dal Paleolitico ai giorni nostri. Istituito nel 1993 e inserito nel 2015 nella Rete europea e globale dei Geoparchi UNESCO, il Parco custodisce un equilibrio costruito nel tempo tra natura, ruralità e identità. Il pino loricato domina le vette come memoria tenace e silenziosa di una storia millenaria. Accanto a lui vivono il lupo, il capriolo, l’aquila reale, la lontra. Nei prati d’alta quota dei Piani del Pollino e di Novacco il corpo
ritrova respiro; sulle Timpe e sulle Serre si alternano orizzonti ampi e pareti scoscese.
Scendendo di quota emergono le tracce più antiche della presenza
Dalle vette innevate
della Serra
Dolcedorme alle vallate coltivate, il Pollino rivela un paesaggio stratificato dove natura, storia e comunità convivono.
umana. Alla Grotta-Riparo del Romito, presso Papasidero, l’incisione che raffigura un toro
(Bos primigenius) su un masso calcareo è considerata una delle più alte espressioni del verismo paleolitico mediterraneo. Accanto all’incisione sono state rinvenute sepolture con resti scheletrici di individui di bassa statura. A Timpone della Motta e Macchiabbate, nel territorio di Francavilla Marittima, sono stati individuati un abitato indigeno e una necropoli con ricchi corredi funerari, testimonianze di una stratificazione che attraversa civiltà lucane e magno-greche. Il susseguirsi dei popoli ha lasciato tracce profonde: Greci, Romani, Bizantini, Longobardi, Normanni. Le minoranze arbëreshë conservano ancora lingua e riti di origine italo-albanese, aggiungendo un ulteriore livello culturale al paesaggio. Santuari e chiese sorgono in luoghi panoramici e suggestivi: la Madonna delle Armi presso Cerchiara di Calabria, costruita su una parete rocciosa; la Madonna del segue

SULLA STRADA
Pettoruto a San Sosti; il Santuario delle Cappelle a Laino Borgo. Monasteri, abbazie e chiese bizantine punteggiano il territorio, spesso affacciati su vallate profonde. Nei borghi la pietra disegna centri storici compatti. Morano Calabro, Civita con i suoi comignoli caratteristici, Rotonda, Viggianello, Laino Castello, Papasidero mostrano architetture adattate ai rigori climatici. A Valsinni il castello appartenuto a Isabella Morra custodisce una memoria letteraria che ha attraversato i secoli. Il paesaggio agrario si rinnova con le stagioni: pascoli, semine, raccolti, allevamento allo stato brado di pecore e capre. I muretti a secco delimitano appezzamenti di terra; le dimore contadine proteggono dal gelo invernale e dalle estati torride; campi coltivati misurano ancora la fatica di contadini e pastori. I mulini ad acqua, alcuni ancora ben conservati, raccontano una relazione concreta con le risorse naturali. Anche la linea ferroviaria calabro-lucana, oggi in disuso, con stazioni, ponti e gallerie in pietra, attraversa il territorio come traccia della modernità che ha raggiunto queste montagne. A valle, nei centri storici, tra botteghe artigiane e osterie, si incontrano saperi e sapori tramandati. L’Ente Parco ha valorizzato quattro filiere produttive: lattiero-caseari, ortofrutta, salumi, prodotti da forno. Il peperone di Senise, con la sua polpa sottile, viene essiccato al sole e fritto in olio; la melanzana rossa di Rotonda, presidio Slow Food insieme al Moscato di Saracena, si consuma sott’olio o sott’aceto; il pane di Cerchiara di Calabria, cotto a legna con lievito madre e acqua di montagna, mantiene la sua fragranza per giorni.
Il latte di pecora e capra allevate allo stato brado dà origine a pecorino a pasta dura, paddaccio

Dalla Grotta del Romito ai santuari di montagna e ai borghi arbëreshë, il Pollino racconta millenni di presenze umane tra riti, architetture in pietra e tradizioni ancora vive.


Un piccolo Pino loricato abbarbicato ai contrafforti del monte La Montea Foto P. Rottura
Sotto:
Pino loricato sul versante
Nord-Ovest del monte Pollino
Foto F. Vigliotti
e ricotta infornata. La soppressata e la salsiccia riflettono pratiche consolidate; dal mischiglio (farina composta da ceci, orzo, semola di grano duro, fave e avena) si preparano due formati di pasta: rascatieddi e tapparelle conditi con cacioricotta e peperoni secchi. Il moscato di Saracena completa il pasto con note aromatiche e un equilibrio persistente. In questo scenario la natura si percepisce con tutti i sensi. L’aria cambia odore tra faggete, pascoli e macchia. Le vallate custodiscono ambienti diversi: dalla Valle dell’Argentino ai Monti di Orsomarso fino alla Valle dei Cedri, dove antichi sentieri attraversano boschi e fiumi. Il paesaggio agrario conserva un’architettura spontanea fatta di case contadine in pietra, muretti a secco e piccoli appezzamenti di terra. In questo spazio si tramandano gesti e ritualità che appartengono alla memoria collettiva: processioni, feste religiose, culti arborei celebrati tra boschi e santuari di montagna. Il Pollino vive anche in questa relazione continua tra natura e comunità, tra stagioni
I patriarchi del vento
Il pino loricato è l’albero simbolo del Parco Nazionale del Pollino e compare come emblema ufficiale dell’area protetta istituita nel 1993.
È una presenza tipica delle quote più alte: lo si incontra tra vette e rupi, spesso sulle rocce dolomitiche e lungo i crinali esposti, dove il suolo è sottile e le condizioni sono dure. Si riconosce per il tronco robusto, segnato da una corteccia spessa e fessurata in grandi placche irregolari: un
dettaglio che gli dà un aspetto antico, quasi scolpito dal tempo. Nel paesaggio del Pollino il loricato si lega ai luoghi più iconici, dalla Serra Dolcedorme alla Serra di Crispo, e diventa un riferimento visivo immediato nelle camminate d’alta quota.
Non a caso, nel racconto del Parco, questi alberi vengono chiamati anche “Patriarchi”: presenze sacre e silenziose, memoria tenace di una storia millenaria. Talvolta isolato, talvolta raccolto
che ritornano e tradizioni che resistono.
Dalla vetta alla valle, il Pollino si presenta come un territorio complesso, dove geologia, foreste, insediamenti, riti e produzioni alimentari compongono un racconto continuo. Le sue montagne racchiudono ambienti diversi – faggete vetuste, piani d’alta quota, gole incise dall’acqua, vallate coltivate – che custodiscono una biodiversità tra le più ricche dell’Appennino meridionale. In questo paesaggio la presenza umana è una stratificazione che attraversa millenni e che ancora oggi conserva lingua e tradizioni. La relazione tra terra e attività umane resta profonda e continua a modellare il territorio attraverso coltivazioni, pascoli, feste religiose e saperi tramandati. Il Pollino è così un luogo in cui natura e cultura crescono insieme. Un paesaggio che non si esaurisce nello sguardo, ma si comprende camminando, attraversando le stagioni, ascoltando le storie delle comunità che lo abitano e che, ancora oggi, ne custodiscono l’identità.
in piccoli gruppi, il loricato domina la scena con una tenacia discreta. Definire il pino loricato un elemento botanico è riduttivo. È invece la “firma” del Pollino, il segno vivente di un paesaggio che ammalia con vette maestose e orizzonti aperti. Guardarlo da vicino significa capire, senza parole, che cosa custodisce il Parco: la forza delle sue montagne, la resistenza al vento e alla neve, e il lento scorrere del tempo sulle creste più alte.


© Marco Barretta
Andria, Castel del Monte
MARIO CUCINELLA
La città è un organismo lento che però si adatta, cambia.
Intervistare Mario Cucinella significa entrare in una visione dell’architettura come atto etico prima ancora che progettuale. Architetto e designer italiano, pioniere della sostenibilità e della progettazione bioclimatica, fondatore nel 1992 di MCA – Mario Cucinella Architects, con sedi a Bologna e Milano, Cucinella ha fatto della relazione tra natura, tecnologia e comunità il cuore del suo lavoro. Con
la SOS – School of Sustainability forma oggi una nuova generazione di progettisti chiamati a ripensare le città come ecosistemi capaci di reagire, trasformarsi e generare qualità della vita.
Da anni racconta e costruisce l’idea di città come organismo vivente capace di reagire, adattarsi e trasformarsi. In che modo questo principio guida il

suo lavoro e quali progetti ritiene rappresentativi di un’architettura “viva” che possa dialogare con clima, paesaggio e comunità?
La città è comunque costruita dalle persone. L'adattamento a diversi progetti, cambiamenti, la rigenerazione, sono tutte parti di un sistema: è un organismo lento che però si adatta, cambia. Non è

Mario Cucinella Architects, ARPAE – Agenzia Regionale per la Prevenzione, l'Ambiente e l'Energia dell'Emilia Romagna, Ferrara, 2018.
Foto Moreno Maggi www.mcarchitects.it

La bellezza
per Cucinella non
è
Mario Cucinella Architetto. Fondatore e direttore creativo di MCA – Mario Cucinella Architects, studio di architettura e design con sedi a Bologna e Milano. Nel 2015 ha creato la SOS, School of Sustainability.
Foto Julius Hirtzberger
"Di una città non è la parte inerte che mi interessa, ma il fatto che è la comunità a costruire".
solo estetica, ma qualità che genera
benessere: un edificio funziona quando crea comfort, relazioni e un rapporto armonico tra luce, energia e persone.
la parte inerte che mi interessa, ma il fatto che è la comunità a costruire. Siamo noi a creare modifiche, a generare nuovi spazi, nuovi edifici. Il progetto di Peccioli per esempio è un tema di rigenerazione: un edificio chiuso che si riapre, con una piazza nuova e un auditorium. Credo che questo sia il vero valore dell’architettura. Gli edifici abbandonati, non sono funzionalizzati e diventano elementi di degenerazione perché quando non si genera nulla, di per sé è degenerante.
In questo senso l'intervento del progetto, della lettura del territorio, della comunità, fa sì che gli edifici rimettano insieme le relazioni delle persone. Dal punto
di vista climatico la sede dell'ARPAE di Ferrara è un organismo vero, un edificio che lavora con la luce naturale, con questi camini che portano la luce all'interno permettendo la ventilazione. L'edificio è proprio un filtro bioclimatico.
Di fronte alla crisi climatica si parla sempre più spesso di paesaggi urbani capaci di assorbire stress ambientali e restituire benessere. Dal suo punto di vista quali sono gli elementi che rendono una città resiliente e quali resistenze dobbiamo ancora superare?
perché le nostre città, soprattutto quelle non di nuova fondazione, sono storicizzate e nate in condizioni diverse da quelle di cui parliamo oggi.
Il tema di questo rapporto con il clima è anche molto legato alla salubrità: la riduzione dell’inquinamento, il miglioramento delle aree pedonali, la realizzazione di parchi, dei piccoli giardini, sono luoghi di socialità, un mondo che poi è quello più vicino a noi.
Un esempio è l’idea delle città spugna, di costruire dei parchi che sono in grado di assorbire questo eccesso di piogge devastanti.
Abbiamo ancora tutto da fare segue
TI RACCONTO
Noi abbiamo le reti idriche che sono sproporzionate rispetto ai casi di piogge tropicali, però questa progettazione permette alle città di assorbire invece che di subire.
Sono cambiamenti che richiedono risorse, ma anche tanta volontà politica che frena un po’ in questo momento. Le ambizioni ci sono, la conoscenza c'è, ma sono tutti passi che richiedono tempo perché, come dicevo prima, le città sono degli ecosistemi lenti, perché ci sono: la politica, l'economia, le persone, i comitati.
C'è tutta una macchina vivente che ha bisogno di tempo per prendere le decisioni.
Come si riesce a mantenere questo equilibrio tra innovazione, identità dei territori e qualità della vita quotidiana dei cittadini, soprattutto in contesti urbani complessi o fragili?

Level I Professional Master’s Program Sustainable Architecture and Design by Mario Cucinella
SOS - School of sustainability: un'opportunità formativa che si distingue per il focus principale sull'applicazione dell'architettura sostenibile, dalla scala urbana a quella di prodotto, dalle comunità in via di sviluppo a quelle avanzate.
a.y. 2025/2026
Il ruolo dell'architettura è anche quello di mediare la natura, la tecnologia. Gli edifici sono sempre luoghi di relazione. Anche nel privato, un condominio è un luogo di relazione. Però gli edifici devono poi funzionare, c'è un tema di tecnologia costruttiva, ci sono i temi dell'energia che secondo me oggi hanno un'attenzione diversa rispetto a venti o trent'anni fa. L'equilibrio di tutti questi elementi è un po', credo, la difficoltà in cui ci troviamo oggi tra aspetti di natura finanziaria con un’architettura come forma di economia e un'architettura che guarda ai cittadini e alle problematiche ambientali. Ci sono le norme che vanno in quella direzione, però poi sono i mercati che devono essere governati nella direzione di lavorare su territori più fragili, di fare attenzione ai temi ambientali, ai temi del paesaggio. Su questo, secondo me, un equilibrio non
l'abbiamo trovato, perché ci vuole una politica urbana molto più forte, molto più decisionista.
La fragilità è anche quella umana, ci sono tante categorie fragili: chi ha bisogno della casa, chi ha bisogno della scuola.
In questo senso di cui purtroppo si parla poco, l'architettura è importante, perché si occupa del progetto del territorio, del progetto delle scuole, dell'accessibilità urbana. Tutto questo mondo oggi emerge con attenzione perché le comunità si sono fatte sentire. Penso che questo sia un segnale molto positivo a cui gli architetti, non solo noi, devono dare delle risposte molto precise.
La SOS - School of Sustainability nasce con l'obiettivo di formare una nuova generazione di progettisti. In che modo l'esperienza della scuola si connette con le sfide urbane che stiamo vivendo?
La scuola nasce come responsabilità sociale d'impresa,
questa è la sua vera natura, cioè di restituire informazioni, conoscere una generazione che ha di fronte delle sfide molto importanti. Io dico sempre a questi ragazzi: domani sarete voi quelli che faranno i progetti, o che sarete seduti in un Comune, sarete il Sindaco, sarete l'imprenditore. È importante aiutarli ad affrontare anche tecnicamente le sfide di cui stiamo parlando: i temi legati alla sostenibilità, in termini energetici, di riduzione dei consumi; come facciamo a progettare edifici che hanno bisogno di meno energia e che inquinino di meno, anche dal punto di vista urbano; come possiamo disegnare lo spazio pubblico che generi comfort invece che discomfort.
La scuola ha il compito di mettere sul tavolo i temi cogenti ai quali cerchiamo di dare delle risposte attraverso sia l'educazione e il dialogo con i ragazzi, ma anche attraverso le collaborazioni con le aziende, con le imprese che vogliono fare un periodo di esplorazione su questi temi.

“Progettare per il vivere è progettare per la bellezza”. Che cosa significa per lei oggi “bellezza”? E come può diventare una guida nel progettare gli spazi, abitare i luoghi, vivere il nostro tempo?
C'è un po' una banalizzazione di questo tema, per dire la verità. Quando io dico progettiamo anche per la bellezza, è quella bellezza intrinseca come il carattere di una persona. Una persona è anche la sua cultura, il suo comportamento, i suoi modelli, non è solo l'estetica.
Un'architettura attenta alle persone vuol dire creare un luogo di comfort, dove c'è un buon rapporto con la luce. Un luogo dove le persone stanno bene e
Mario Cucinella nel suo studio con gli studenti della SOS - School of Sustainability.
Sopra:
Mario Cucinella Architects, Palazzo senza tempo, centro storico di Peccioli, 2021. Foto Duccio Malagamba
L'architettura media natura e tecnologia per generare benessere urbano e qualità sociale.
sentono di ricevere qualcosa in più, come la capacità di creare delle relazioni. Penso alle scuole, alle biblioteche, ai musei, anche alle modalità nuove di abitare. La bellezza è qualcosa che è tra il visibile e l'invisibile. L'invisibile è proprio il fatto che funziona bene e che ha un obiettivo di benessere. Secondo me è un po' lo scopo principale dell'architettura: produrre bellezza perché genera una buona qualità della vita.

COSE DELL'ALTRO MONDO
Ritardi e inerzie, ma il clima non aspetta
Il mondo contemporaneo assomiglia a una stanza in cui l’uscita di sicurezza è ben segnalata, ma nessuno si decide ad alzarsi. La crisi climatica è ormai un dato acquisito: non si discute più della sua esistenza, ma della capacità collettiva di assorbire le conseguenze. Politica, economia e società si muovono dentro questa ambiguità, dove la consapevolezza cresce più rapidamente del coraggio di cambiare.
Il linguaggio è diventato globale. Transizione, adattamento, giustizia climatica, resilienza circolano con disinvoltura tra governi, imprese e istituzioni internazionali. Ma dietro questa apparente sintonia, il mondo resta diviso su ciò che conta davvero: responsabilità, tempi, costi. Una frattura che non separa solo Nord e Sud, ma attraversa le economie
La COP30 conferma
una tendenza
globale: gli strumenti restano più deboli degli obiettivi.
avanzate, le loro classi dirigenti e le opinioni pubbliche.
Da una parte, la scienza ha smesso di usare mezze misure: il tempo utile si sta esaurendo.
Dall’altra, la politica continua a muoversi dentro logiche di breve periodo, dipendenze energetiche consolidate e modelli di sviluppo difficili da mettere in discussione. È qui che si manifesta la contraddizione centrale del nostro tempo: sapere cosa fare, ma non
riuscire a farlo.
In questo scenario si inserisce la COP30 (la trentesima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) di Belém che più che rappresentare una svolta ha funzionato come uno specchio. Tra veti, compromessi e ambizioni ridotte, è emersa con chiarezza la distanza tra conoscenza e azione. Il limite di 1,5°C indica l’aumento massimo della temperatura media globale rispetto all’era preindustriale che la scienza considera ancora compatibile con un livello di rischio gestibile. Superarlo significa esporre società ed ecosistemi a impatti climatici più frequenti e intensi: ondate di calore estreme, siccità prolungate, alluvioni, innalzamento del livello del mare e perdita di sistemi naturali fondamentali. Gli impatti non colpiscono solo l’ambiente,


Bandiere dei paesi alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP 30. Foto di Alex Ferro/COP30
ma si traducono in crisi alimentari, migrazioni forzate, aumento delle disuguaglianze e pressioni economiche difficili da governare. I negoziati raccontano così un equilibrio instabile: maggiore attenzione alle dimensioni sociali della crisi, ma persistente difficoltà ad affrontare il nodo strutturale dell’uscita dai combustibili fossili. Analizzando i dati presentati nei negoziati e nei rapporti scientifici collegati, la fotografia globale ha due lati. Da una parte, c’è un aumento degli impegni climatici: almeno 120 Paesi hanno presentato nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni (NDC) aggiornati fino al 2035. Ma dall’altra, questi piani non sono in linea con l’obiettivo di 1,5°C: secondo le stime, per rispettare quella soglia sarebbe necessario tagliare le emissioni del 60% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019 — un livello di ambizione che non emerge dagli NDC attuali.
Un altro dato che pesa come un
Nella pagina precedente: Sessione plenaria generale dei leader, Belém, 7 novembre 2025. Foto di Ueslei Marcelino/COP30
macigno è quello del bilancio di carbonio: secondo il rapporto sul Global Carbon Budget 2025, il budget residuo per restare sotto 1,5°C è “praticamente esaurito”, e le emissioni globali di combustibili fossili sono previste in aumento dell’1,1% nel 2026, raggiungendo livelli record. Nonostante questo, negli ultimi anni sono stati approvati oltre 2.300 nuovi progetti di combustibili fossili in tutto il mondo, la maggior parte nei Paesi industrializzati e spesso promossi da grandi compagnie petrolifere tra cui TotalEnergies, BP, Shell e l’italiana ENI.
n. 198 paesi convenzionati
CI SONO 198 PARTI (197 PAESI PIÙ
L’UNIONE EUROPEA)
CHE COSTITUISCONO
LA CONVENZIONE.
LA COP30, TENUTASI A BELÉM (BRASILE) DAL
10 AL 21 NOVEMBRE
2025, HA VISTO LA PARTECIPAZIONE
DI QUASI 100 PAESI.
La finanza climatica resta il tallone d’Achille del processo multilaterale. Le dichiarazioni finali della COP30 confermano l’obiettivo di mobilitare 300 miliardi di dollari all’anno per la mitigazione e l’adattamento entro il 2035, cifra stabilita già alla COP29. Ma non indicano in modo chiaro quali livelli di partenza considerare, né i meccanismi concreti per raggiungere questo traguardo. Ancora una volta, la promessa è lì, ma la strada per materializzarla resta incerta. Non mancano però progressi sul piano sociale, almeno nelle dichiarazioni. Il nuovo Belém Gender Action Plan 2026–2034 riconosce – seppur in modo timido – l’impatto differenziato della crisi climatica su donne e bambine, e allarga la partecipazione includendo gruppi vulnerabili. Anche il tema della giusta transizione ha trovato spazio con la creazione di un
C’è però chi prova a dare segnali concreti. Sul fronte del carbone, che rappresenta una fonte particolarmente impattante per il clima, 62 Paesi hanno aderito alla Powering Past Coal Alliance, impegnandosi a non costruire nuove centrali e a chiudere quelle esistenti, con Corea del Sud e Bahrein tra i firmatari più recenti. È un passo in avanti, ma resta ben lontano da ciò che servirebbe. segue
COSE DELL'ALTRO MONDO

meccanismo dedicato, pensato per promuovere cooperazione, conoscenze e assistenza tecnica nelle trasformazioni economiche e sociali legate all’energia pulita e al lavoro dignitoso.
Eppure, proprio mentre la scienza chiede azioni rapide e coordinate – dal triplicare l’energia rinnovabile, al raddoppiare l’efficienza energetica, al ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 per fermare il riscaldamento ben sotto i 2°C – le decisioni politiche restano timide. Una frattura tra “sapere” e “fare” che segna non solo i tavoli internazionali, ma anche le strategie nazionali: l’Italia, ad esempio, ha scelto di non firmare

alcune dichiarazioni chiave su trasparenza e metano e si è opposta all’inserimento di una roadmap sui combustibili fossili nella decisione finale.
La COP30, in conclusione, non ha segnato una svolta. Piuttosto ha fotografato un pianeta in movimento: consapevole della crisi, ricco di proposte, ma ancora prigioniero di leadership poco decise e di logiche competitive che ritardano un’azione collettiva efficace. È un mondo che conosce il problema più di quanto non conosca la via d’uscita, e in questa distanza si gioca la possibilità concreta di limitare i rischi climatici e di ripensare sistemi energetici, economie e società.

Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP 30, Belém.
1. Foto di Raimundo Pacco/COP30
2. Foto di Ueslei Marcelino/COP30
3. Foto di Antonio Scorza/COP30
4. Foto di Ueslei Marcelino/COP30
5. Foto di Rafa Pereira/COP30
Tutte le immagini sono tratte dal sito ufficiale https://cop30.br
I leader posano per una foto di gruppo durante i lavori di COP 30.
Foto di Hermes Caruzo/COP30




SECONDO I DATI EMERSI DURANTE LA COP30 PER RESTARE SOTTO 1,5°C
LE EMISSIONI GLOBALI DOVREBBERO DIMINUIRE DEL 60% ENTRO IL 2035, MA GLI IMPEGNI ATTUALI DEI PAESI NON VANNO IN QUESTA DIREZIONE.
Adieci anni dall’Accordo di Parigi, l’azione climatica globale mostra segnali di avanzamento, ma il ritmo resta insufficiente rispetto agli obiettivi fissati. È quanto emerge dal Climate Change Performance Index 2026 (CCPI), elaborato da Germanwatch, CAN e NewClimate Institute, che analizza le performance climatiche di 63 Paesi più l’Unione europea, responsabili complessivamente di oltre il 90% delle emissioni globali. L’Italia arretra al 46° posto, perdendo tre posizioni rispetto al 2025 e ben diciassette rispetto al 2022.
La corsa lenta della transizione climatica Il report
Le prime posizioni della classifica restano vuote anche quest’anno, segnale che nessun Paese ha ancora raggiunto una performance compatibile con il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C. In testa figurano Danimarca, Regno Unito e Marocco, grazie a: riduzione delle emissioni, sviluppo delle rinnovabili e politiche climatiche più coerenti.
Il CCPI valuta le performance sulla base di quattro criteri principali: an-
damento delle emissioni, sviluppo delle energie rinnovabili, efficienza energetica e politiche climatiche. L’Italia sconta in particolare un Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che prevede al 2030 una riduzione delle emissioni inferiore agli obiettivi europei e una crescita delle rinnovabili troppo lenta. Nel 2023, la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo si è fermata al 19,6%, rispetto al 39,4% previsto.
I Paesi dipendenti dai combustibili fossili occupano le ultime posizioni della classifica: Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita si collocano nel terzetto di coda. Tra i Paesi del G20, solo il Regno Unito rientra nella parte alta della graduatoria. La Cina risale di una posizione, pur restando nelle retrovie, mentre l’Unione europea scende al 20° posto, penalizzata in particolare dal rallentamento della Germania. Il quadro che emerge è quello di un’azione climatica frammentata, in cui i progressi esistono ma non sono ancora allineati all’urgenza dettata dai dati scientifici.

Climate Change Performance Index 2026.

IL FUTURO È OGGI
Agricoltura di precisione: dalla terra al dato
L’agricoltura europea sta attraversando una transizione strutturale, un cambio di paradigma. Secondo lo studio del Parlamento europeo L’agricoltura di precisione e il futuro dell’agricoltura in Europa, l’agricoltura di precisione consente di aumentare quantità e qualità della produzione utilizzando meno risorse come acqua, fertilizzanti, energia e fitofarmaci. L’obiettivo è produrre di più con meno, riducendo l’im-
patto ambientale e contenendo i costi. In un contesto segnato da cambiamento climatico, volatilità dei mercati e crescente pressione sulla sicurezza alimentare, la gestione basata sui dati diventa uno strumento strategico.
L’agricoltura di precisione utilizza sensori ambientali e di campo, dispositivi IoT, sistemi GPS e GIS, immagini satellitari e droni, software di analisi e sistemi di supporto alle decisioni (DSS) per

LA TECNOLOGIA PER COMPETITIVITÀ E SOSTENIBILITÀ: LO STUDIO DEL PARLAMENTO EUROPEO SULLA PRODUZIONE AGRICOLA CON MENO RISORSE.

IL DOCUMENTO


prendere decisioni mirate su base scientifica. Non si distribuiscono più fertilizzanti in modo uniforme su tutto il campo, ma si interviene solo dove serve. Non si irriga “a calendario”, ma in base all’umidità reale del suolo. Non si tratta una coltura quando il problema è evidente, ma quando i modelli previsionali segnalano un rischio imminente.
Lo studio europeo evidenzia che l’agricoltura di precisione contribuisce in modo significativo alla sicurezza alimentare, alla sostenibilità ambientale, alla competitività delle aziende agricole e allo sviluppo di nuove competenze professionali. È una trasformazione che tocca produzione, governance dei dati, formazione e modelli di impresa.
In Italia, questa evoluzione si muove lungo una geografia agricola molto diversificata. Il Nord ha integrato per primo tecnologie di guida satellitare, mappe di vigore e sistemi a rateo variabile nei cereali e nella viticoltura. Nel Centro Italia, l’agricoltura di precisione è diventata uno strumento per difendere qualità e valore aggiunto nelle filiere del vino e dell’olio extravergine. Il Sud e le Isole stanno emergendo come territori di sperimentazione avanzata, dove la digitalizzazione è strettamente legata alla gestione sostenibile delle risorse idriche.
La Puglia rappresenta un caso emblematico. Prima regione italiana per superficie olivicola, ha trovato nell’agricoltura di precisione uno strumento chiave per affrontare
Drone equipaggiato per il monitoraggio precoce degli stress vegetativi.
Fonte: CTE Matera
stress idrico crescente, fitopatie come la Xylella e aumento dei costi energetici. Sensori di umidità del suolo consentono di irrigare solo le aree effettivamente in deficit idrico, mentre droni e immagini multispettrali individuano precocemente stress vegetativi. I sistemi DSS elaborano dati climatici e agronomici per suggerire il momento ottimale di irrigazione, le finestre di trattamento fitosanitario e le previsioni di resa, con una riduzione dei consumi idrici e maggiore stabilità produttiva. In Basilicata, l’innovazione assume un carattere ancora più sistemico. Qui la natura viene trasformata in un laboratorio a cielo aperto grazie a reti di sensori, modelli di data fusion e sistemi di intelligenza artificiale che monitorano composizione e umidità del suolo, salute delle piante, biodiversità e qualità dell’acqua. Un esempio concreto è la gestione sostenibile della post-raccolta del Peperone Crusco di Senise IGP. I risultati di questa sperimentazione sono stati pubblicati nel 2025 sulla rivista scientifica internazionale Sustainability, specializzata in studi su sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e sistemi agroalimentari. L’articolo, intitolato “Smart Sensors and Artificial Intelligence Driven Alert System for Optimizing Red Peppers Drying in Southern Italy”, è stato condotto dall’Università della Basilicata in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria dello stesso ateneo, l’ALSIA (Agenzia Lucana di Sviluppo e Innovazione in Agricoltura), il centro STAC e
IL FUTURO È OGGI
Dall’uso di sensori e IA nei campi italiani alla gestione idrica nel Mezzogiorno, la digitalizzazione rende l’agricoltura più efficiente, resiliente e competitiva, integrando ricerca scientifica, territorio e innovazione concreta per la sostenibilità.
l’azienda tecnologica Elaisian. La ricerca, svolta tra il 2022 e il 2023 nell’area di Senise, ha sviluppato un sistema di monitoraggio basato su sensori climatici interni ed esterni e su una rete neurale feed forward (FFNN) capace di prevedere variazioni critiche di temperatura e umidità all’interno delle serre di essiccazione. Il sistema è stato in grado di identificare soglie di rischio e inviare allerte predittive fino a un’ora prima del superamento dei livelli critici, contribuendo alla riduzione delle perdite per marciume che negli anni precedenti avevano raggiunto percentuali significative. Non si tratta quindi di una semplice applicazione aziendale, ma di uno studio scientificamente validato e pubblicato su una rivista internazionale.
Sempre in Basilicata si sperimentano soluzioni per la fertilizzazione sostenibile della fragola in ottica di risparmio idrico e la creazione di un gemello digitale di un vigneto a Miglionico, che consente di simulare scenari irrigui e ottimizzare gli interventi prima di applicarli sul campo. A questo si affiancano studi sulla difesa dei
Sonde multi-punto e multi-profondità installate per la misura diretta di temperatura e umidità.
Fonte: CTE Matera
boschi dagli incendi e lo sviluppo di componenti meccanici innovativi per la lavorazione del terreno, a dimostrazione che l’agricoltura di precisione non riguarda solo la coltura, ma l’intero sistema territoriale.
Questa trasformazione richiede però nuove competenze. Lo studio europeo sottolinea che l’agricoltura di precisione implica capacità tecnologiche, ambientali e gestionali che devono essere
costruite attraverso formazione e investimenti in infrastrutture digitali. Dal Piemonte alla Sicilia, l’agricoltura italiana sta passando dalla gestione intuitiva alla gestione data-driven. La terra non è più solo coltivata: è monitorata e analizzata. E in un’epoca in cui le risorse naturali sono sempre più limitate, questa alleanza tra sapere tradizionale e intelligenza digitale non è un’opzione futuristica, ma diventa una necessità.


Innovazione applicata al suolo
All’interno della Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera, il Giardino delle Tecnologie Emergenti rappresenta un laboratorio applicato dove il terreno non è soltanto coltivato, ma analizzato, misurato e interpretato attraverso sistemi intelligenti. Qui prende forma un modello di agricoltura di precisione che parte dal suolo, integrando sensori fisici, dati satellitari e modelli di intelligenza artificiale.
Il progetto Monitor Suolo – Misura Diretta Temperatura e Umidità, Multi-Punto e Multi-Profondità nasce con l’obiettivo di osservare il terreno in modo tridimensionale. Le sonde vengono installate a diverse profondità e in più punti dell’appezzamento, consentendo di comprendere come si distribuisce l’umidità nel
profilo pedologico e come varia la temperatura nel tempo. I dati raccolti non restano isolati: vengono incrociati con previsioni meteo e immagini satellitari e trasformati, grazie a modelli algoritmici, in raccomandazioni operative e sistemi di allerta. In questo modo l’irrigazione e le strategie agronomiche diventano più mirate, con una riduzione concreta degli sprechi idrici ed energetici e una gestione più consapevole della resa. Accanto al monitoraggio diretto del suolo si sviluppa il progetto Rilevazione di acqua nel sottosuolo con l’ausilio di una base mobile o drone, che introduce una dimensione esplorativa avanzata. Un drone o un robot mobile, equipaggiato con sensori geofisici come radar GPR o stru-
menti elettromagnetici, analizza il terreno individuando variazioni di densità e contenuto idrico sotto la superficie. La mobilità del sistema consente di mappare ampie aree agricole in tempi rapidi, restituendo una fotografia dettagliata delle riserve idriche sotterranee. Si tratta di informazioni strategiche per la pianificazione irrigua e per la gestione sostenibile delle risorse, soprattutto in contesti caratterizzati da crescente pressione idrica. Il valore del Giardino delle Tecnologie Emergenti non risiede soltanto nei singoli progetti, ma nell’approccio integrato che unisce ingegneria avanzata, progettazione architettonica e impiantistica, gestione dei cantieri e certificazioni energetiche in una visione multidisciplinare orientata alla qualità.
CUSTODI DELLA TERRA
Il fascino selvatico tra Murgia e Gargano
La parola Orchidea, spesso, evoca foreste tropicali e segreti esotici. Eppure questo mondo straordinario è qui, a casa nostra. Nel Gargano, sulla Murgia, tra pascoli arsi dal sole e boschi ombrosi, fiorisce una delle meraviglie della flora mediterranea.
Le orchidee, “regine” tra i fiori, appartengono alla famiglia delle Orchidaceae: oltre 20 mila specie nel mondo, circa 500 in Europa, più di 200 in Italia. La Puglia è tra le regioni più ricche, con quasi cento specie: un primato che trova conferma anche nel Quaderno di Campo del Parco dell’Alta Murgia, dove si ricorda come la presenza di queste piante sia indice di ambienti integri e ben conservati.
La primavera è il momento della fioritura: tra marzo e maggio i prati si accendono di rosa, viola, giallo. Sulla Murgia, tra dossi calcarei, lame e pascoli, le orchidee spontanee sono vere perle di biodiversità. Qui prosperano in agroecosistemi tradizionali, accanto a muretti a secco e campi coltivati, in un equilibrio sottile tra natura e lavoro dell’uomo.
Ma è il Gargano a stupire. Con circa 93 specie censite, è uno dei territori europei più ricchi. Il Parco
Prato fiorito di orchidee spontanee, Mattinata (FG).
Nella pagina seguente: Ophrys mattinatae. Fotografie
Angela Rossini e Giovanni Quitadamo
Nazionale del Gargano, dalla costa alle faggete depresse della Foresta Umbra, custodisce un laboratorio botanico a cielo aperto. Qui le orchidee crescono ovunque: nelle colline, nei boschi, lungo i sentieri assolati. E poi c’è Mattinata, autentico paradiso delle orchidee: qui sono state censite oltre 60 specie. Tra queste l’Ophrys mattinatae (Orchidea di Mattinata) è stata scoperta da due esperte guide, Angela Rossini e Giovanni Quitadamo, soci del G.I.R.O.S. (Gruppo Italiano Ricerca Orchidee Spontanee), due naturalisti che da anni si occupano di orchidee spontanee, autori del
volume "Orchidee spontanee nel Parco Nazionale del Gargano" (Claudio Grenzi editore).
I fiori, grandi pochi centimetri, sono formati da sei tepali; il labello, spesso maculato e vellutato, cambia forma e colore per attrarre l’insetto giusto.
Le orchidee non si colgono, non si trapiantano: vivono in simbiosi con funghi del suolo e con il loro ambiente. Vanno osservati, fotografati, rispettati. Perché ogni primavera possano tornare rigogliosi tra l’erba e le pietre bianche della Puglia.

Le orchidee

Caratteristiche
PIANTE ERBACEE PERENNI APPARTENENTI ALLA GRANDE FAMIGLIA DELLE ORCHIDACEAE. I LORO FIORI, CONSIDERATI FRA I PIÙ EVOLUTI DEL MONDO VEGETALE, SONO COMPOSTI DA SEI TEPALI E PRESENTANO UN LABELLO CENTRALE SPESSO MACULATO E VELLUTATO, CAPACE DI IMITARE FORMA, COLORE E PERFINO ODORE DEGLI INSETTI IMPOLLINATORI. VIVONO IN STRETTA SIMBIOSI CON FUNGHI DEL SUOLO, INDISPENSABILI ALLA GERMINAZIONE DEI MINUSCOLI SEMI. FIORISCONO TRA MARZO E MAGGIO, REGALANDO TONALITÀ CHE VANNO DAL ROSA AL PORPORA, FINO AL GIALLO INTENSO.
Presenza sul territorio
LA PUGLIA È TRA LE REGIONI ITALIANE PIÙ RICCHE DI SPECIE SPONTANEE, CON QUASI CENTO VARIETÀ CENSITE. L’ALTA MURGIA OSPITA NUMEROSE ORCHIDEE NEI PASCOLI ARIDI, NELLE LAME CARSICHE E LUNGO I MURETTI A SECCO, AMBIENTI CHE TESTIMONIANO UN DELICATO EQUILIBRIO TRA NATURA E ATTIVITÀ UMANA. IL GARGANO RAPPRESENTA UN VERO PRIMATO EUROPEO CON 93 SPECIE, DISTRIBUITE TRA COSTA, COLLINE E FORESTA UMBRA. A MATTINATA SI REGISTRA UNA CONCENTRAZIONE ECCEZIONALE DI OLTRE 60 SPECIE DIVERSE.
Minacce
QUESTE PIANTE SONO PARTICOLARMENTE SENSIBILI ALLE TRASFORMAZIONI
AMBIENTALI E AI CAMBIAMENTI DELL’USO DEL SUOLO. ARATURE PROFONDE, URBANIZZAZIONE, INCENDI E RACCOLTA INDISCRIMINATA COMPROMETTONO HABITAT FRAGILI E COMPLESSI. LA LORO SOPRAVVIVENZA DIPENDE DALL’EQUILIBRIO TRA TERRENO, FUNGHI SIMBIONTI E INSETTI IMPOLLINATORI. ANCHE L’ABBANDONO O, AL CONTRARIO, L’INTENSIFICAZIONE DELLE PRATICHE AGRICOLE TRADIZIONALI PUÒ ALTERARE ECOSISTEMI CHE RICHIEDONO STABILITÀ E RISPETTO NEL TEMPO.
ARTE E CULTURA
Roma nel mondo: la città eterna come laboratorio del futuro
Roma è un organismo urbano unico e contraddittorio: monumentale e fragile, estesa e porosa, immersa nella storia ma el presente. Da questa consapevolezza, Roma nel mondo, la mostra ospitata al MAXXI Museo Nazionale della Arti del XXI secolo, fino al 6 aprile 2026, a cura dell’urbanista Ricky Burdett, propone uno sguardo inedito sulla Capitale, sottraendola alla retorica dell’eccezione per collocarla dentro il sistema complesso delle metropoli globali.
Il progetto espositivo affronta Roma non come eccezione intoc-
Unicum storicoarchitettonico, Roma è un ecosistema urbano complesso e rappresenta un riferimento
nell’evoluzione delle città a livello globale.

cabile, ma come caso di studio, inserendola in una rete di confronti internazionali.
La mostra è articolata in tre sezioni che dialogano tra loro come capitoli di un’unica narrazione: Confronti globali, Roma nell’immaginario del mondo e Il DNA di Roma. "Confronti globali" è il cuore analitico. Attraverso mappe, grafici e visualizzazioni di dati, Roma viene messa a confronto con diciassette metropoli – da Londra e Parigi a Pechino, Lagos, Tokyo e Città del Messico – secondo quattro grandi temi: spazio, mobilità, ambiente e società. Ne emerge un ritratto concreto: una città ampia e relativamente verde, ma fortemente dipendente dall’automobile, segnata da disuguaglianze territoriali e da criticità legate alle emissioni, alle isole di calore e all’accesso ai servizi. Le fotografie di Iwan Baan, Olivo Barbieri, Martin Roemers, Francesco Jodice, Giovanna Silva, Armin Linke e Peter Bialobrzeski affiancano i dati, restituendo visivamente le contraddizioni delle metropoli contemporanee.
La seconda sezione, "Roma nell’immaginario del mondo", a cura di Paola Viganò con Maria Medushevskaya, esplora la dimensione simbolica della città. Opere, testi e immagini raccontano Roma come luogo di attrazione culturale e spirituale, dalla stagione del Grand Tour al turismo di massa.


La mostra esplora l’essenza di Roma, mettendola in dialogo con diciassette metropoli attraverso la comparazione di dati e parametri legati alle realtà urbane e a chi le abita, ma anche all’idea della Città Eterna nell’immaginario collettivo di artisti, letterati, viaggiatori che l’hanno frequentata nei secoli scorsi e di turisti, migranti, studiosi che vivono e leggono la città oggi.
Qui convivono voci letterarie e artistiche – da Byron a Freud – e opere di artisti come Giulio Paolini e Cy Twombly, insieme alle fotografie di Martin Parr, a dimostrare quanto il mito di Roma continui a influenzarne la percezione. La mostra si chiude con "Il DNA di Roma", una sezione che porta l’analisi sul terreno della realtà quotidiana. Al centro si trova il più grande modello fisico mai realizzato dell’intero Comune di Roma: una monumentale mappa in terracotta, composta da 953 tessere in scala 1:7.500, su cui vengono proiettati dati su popolazione, reddito, verde urbano, vulnerabilità sociali e ambientali.
Accanto, la nuova committenza fotografica di Marina Caneve, destinata alla Collezione MAXXI, racconta una Roma lontana dalla cartolina: cave di travertino, argini del Tevere, periferie e tracce di natura selvatica.
Le analisi sulla mobilità e sulle emissioni si basano sui dati e sulle comparazioni sviluppate per la mostra che confrontano Roma con altre grandi città globali attraverso parametri ambientali, infrastrutturali e sociali. È in questo quadro comparativo che la Capitale rivela una delle sue contraddizioni più evidenti: una città ricca di verde, ma al tempo stesso fortemente dipendente dal mezzo di trasporto privato.
Nel dialogo con metropoli europee più compatte come Parigi o Londra, dove il trasporto pubblico e la prossimità tra spazi residenziali, servizi e luoghi di lavoro riducono gli spostamenti quotidiani, Roma appare segnata da una dispersione territoriale che incide direttamente sulle emissioni. Il confronto con città ad alta densità come Tokyo o con megalopoli in rapida espansione come Lagos e San Paolo mette ulteriormente in luce come la forma urbana condizioni tempi di percorrenza, consumo energetico e qualità dell’aria.
Le visualizzazioni dedicate ai flussi di mobilità mostrano che segue
ARTE E CULTURA
muoversi a Roma non è solo una questione infrastrutturale, ma anche sociale: l’accesso al trasporto pubblico e ai servizi varia sensibilmente tra centro e periferie, rendendo la mobilità sostenibile in un’opzione diseguale. In questo senso, la riduzione delle emissioni non può essere affrontata esclusivamente attraverso soluzioni tecnologiche, ma richiede una revisione profonda dei modelli di spostamento e dell’organizzazione dello spazio urbano.
La mostra suggerisce così che la sfida climatica delle città storiche non consiste nell’imitare modelli esterni, ma nel ripensare la dinamica interna dei flussi urbani. Roma diventa un caso emblematico: non una metropoli congestionata come altre, ma una città estesa e frammentata, chiamata a interrogarsi sul legame tra mobilità, qualità della vita ed equità ambientale.
La città si rivela come laboratorio aperto: non modello da imitare, ma campo di sperimentazione.
In un’epoca in cui le metropoli sono responsabili di gran parte delle emissioni globali, Roma nel mondo invita a ripensare il futuro urbano come equilibrio tra ambiente, società e memoria.
La mostra prospetta strumenti di lettura sulla città come luogo di interrogativi, suggerendo che il futuro urbano non passa da modelli rigidi, bensì dalla capacità di interpretare, con lucidità e immaginazione, ciò che già esiste.



Nei grafici il confronto tra diverse metropoli nei seguenti ambiti: densità abitativa; distribuzione delle aree verdi, emissioni in atmosfera.

Parole come Gocce

IL BUIO SCESE
SULL'ACQUA
Kerstin Ekman
Iperborea
672 pagine
€ 22,00
Un giallo letterario
ambientato in una piccola comunità nelle foreste del Nord della Svezia.
La trama de ‘Il buio scese sull’acqua’ ruota attorno al mistero dell’omicidio di due turisti, la cui vita, alla vigilia della festa di mezza estate è stata brutalmente rubata in una tenda. Una narrazione che si sviluppa su diversi piani temporali e su più punti di vista.
Un caso irrisolto, una vicenda dimenticata da tutti.
Anzi no: ritorna alla ribalta negli anni Novanta quando Annie Raft, la protagonista, si allarma vedendo la figlia Mia baciare lo stesso volto visto nella foresta tanto tempo prima, poco dopo il ritrovamento dei due corpi, quando madre e figlia erano appena arrivate per vivere in una comune. Il paesaggio della piccola comunità rurale circondata da boschi, laghi e fiumi, gioca un ruolo fondamentale. Una natura selvaggia e simbolica che non è semplice sfondo della narrazione, ma protagonista “partecipe” alla vicenda e che agisce come uno specchio deformante delle tensioni umane, custodendo segreti che nessuno sembra voler davvero svelare.
Con il passare del tempo, la protagonista Annie si trasforma in una rischiosa minaccia in un villaggio diviso in due. Da una parte chi vuole difendere la foresta e dall’altra chi preferirebbe abbatterla. Per dimenticare una volta per tutte il passato, in cambio di una vita più comoda.
in condotta
Storie di eccellenza

Dinosauri e minerali:
lo studio dei gusci d’uovo
Cosa unisce le impronte dei dinosauri alle sfide ambientali del nostro futuro? Se n'è discusso nella rubrica di TVA “10 in condotta” con Angela Squicciarini, ricercatrice premiata per la sua tesi nell'ambito del Forbes Top Graduate 2025. Un viaggio straordinario attraverso i processi del nostro pianeta: dalle tracce antichissime lasciate dalla vita preistorica fino alle nuove frontiere della ricerca scientifica contemporanea. I gusci delle uova di dinosauro sono composti principalmente di calcite, contengono al loro interno tracce microscopiche di uranio e piombo.
Gli scienziati possono ora determinare l'età dei siti fossili con una precisione del 5%, una tecnica fondamentale dove mancano strati di cenere vulcanica per la datazione tradizionale. La mineralizzazione e la struttura dei pori forniscono indizi sulle condizioni ambientali (umidità, temperatura) in cui i dinosauri, come i sauropodi, deponevano le uova.
INTERVISTA su tva.aqp.it


L’ACQUA PER IL BENESSERE DI TUTTI

Condividiamo ogni giorno ciò che abbiamo di più prezioso: l’acqua.
Un bene comune che curiamo con responsabilità, al servizio delle persone e dei territori. Un impegno che si traduce in benessere, equità e sviluppo, perché il futuro si costruisce insieme, goccia dopo goccia.